Vagharshapat (ARMENIA Centrale), alla scoperta della Santa Hripsimè in Echmiadzin (Էջմիածին)

L’Armenia, soprattutto nella parte centrale del paese, è un territorio che giace prevalentemente su un immenso altopiano, circondato tra radure e cime innevate da cui emergono, lungo l’orizzonte, dolci rilievi montuosi ricoperti da estesi prati di torbiera ed aspre gole in roccia vulcanica ove scorrono, impetuose, le ripide acque di fiumi e torrenti… Siamo nell’antica capitale di Vagharshapat, l’attuale ECHMIADZIN, considerato il luogo più sacro di tutta l’Armenia nonchè sede Patriarcale del Katholikos, la maggiore autorità della Chiesa Armena.

Qui giace la Santa Hripsimè (del 618 d.C.) e l’ancor più antica Cattedrale di Echmiadzin (del 303 d.C.). In questa immensa area sacra si accede da un moderno portale, per un viale fiancheggiato dalle tipiche stele armene (khachkar) fino alla cattedrale. Echmiadzin è il centro religioso degli Armeni, un po’ come il Vaticano per i cattolici romani.  La chiesa principale è antichissima e abbastanza semplice nella sua struttura geometrica; al suo interno si presenta con un decoro notevole. Un luogo di preghiera davvero magico dove in spazi così austeri riesce ancora a conservare quel fascino di spiritualità.

La Cattedrale di Echmiadzin è il luogo in cui si crede sia la chiesa più antica della Cristianità. Fu costruita nel 303 da San Gregorio l’Illuminatore e il suo nome significa “discese l’Unigenito“. Echmiadzin era la vecchia capitale dell’Armenia al momento in cui Re Tiridate III nel 301 adottò il cristianesimo come religione di stato divenendo il primo paese al mondo che ha fatto così. La chiesa cruciforme ha una cupola centrale posta su quattro pilastri pesanti, con un altare nel centro della chiesa, vicino l’abside orientale. Il piano è di marmo e le pareti interne sono bianche.

Alle pareti ci sono diversi affreschi dipinti senza alcun tipo di cornice, secondo uno stile occidentale; dal punto di vista dell’atmosfera qui si esalta la meditazione. Secondo gli studiosi e la tradizione popolare, questa fu la prima cattedrale (ma non la prima chiesa) costruita nell’antica Armenia; mentre invece è sicuramente considerata la più antica cattedrale al mondo, costruita fra il 301 e il 303 da San Gregorio l’Illuminatore, dopo l’adozione del cristianesimo come religione di stato da parte di re Tiridate III.

A sugellare questo importante avvenimento per la storia di tutto il paese, basta porsi presso l’enorme arco d’ingresso, alzare gli occhi ed osservare le gigantografie in cemento armato e scolpite nella roccia, che raffigurano il Santo “illuminatore” (sulla destra) che porge la “croce” al re armeno (sulla sinistra). La chiesa più antica è sorta sul luogo di una visione miracolosa di San Gregorio Illuminatore (fondatore della Chiesa), Secondo una leggenda locale, tale Gregory Pasko Lusavorich ebbe in visione Gesù che colpiva il posto con un martello dorato per mostrare, appunto, il sito dove sarebbe stata edificata la chiesa. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

Val VENY e lago MIAGE (Valleè d’Aoste), tra lughi leggendari qui è possibile… sognare la montagna!

Una tra le valli più belle della Val d’Aosta (la Velleè) che si estendono ai piedi del monte Bianco è, sicuramente, quella della Val VENY; una valle molto bella che restituisce un pia-cevole senso di pace per gli incredibili panorami … e scenari paesaggistici che si possono ammirare ai piedi di questi giganti delle Alpi. Raggiungere il lago Miage, poi, è – sicura-mente – una fantastica avventura in un ambiente aspro e selvaggio. Lo stesso corso d’acqua fluviale della Dora di Veny in alcuni tratti rispecchia le asperità del terreno (ghiaia e detriti) assumendo un regime torrentizio spesso anche a carattere precipitoso.

Muovendosi da Courmayer in meno di due ore di cammino sull’unica strada (inizialmente asfaltata), si attraversa questa valle caratterizzata da un paesaggio davvero molto bello laddove una natura – fortunatamente ancora – incontaminata restituisce emozioni e sen-sazioni dell’incredibile spettacolo dell’alta montagna tant’è, che in alcuni angoli, è possibile alzare lo sguardo e poter scorgere anche stambecchi e camosci che saltano lungo incre-dibili pendenze. La val Veny è una vallata d’origine glaciale, così ricca di acque che vanno ad alimentare laghi e ruscelli e che mette in comunicazione l’Italia con la Francia.

Una singolare leggenda avvolge di fascino e mistero questo luogo. In un tempo lontano, immemore da qualsiasi datazione, questi ambienti erano territori avvolti esclusivamente dalla meraviglia della natura; un luogo talmente così bello che le fate decisero di sceglierlo a propria dimora. Esaltando la bellezza di questi paesaggi, spesso le fate omaggiavano la natura eseguendo canti e balli. Nel tempo queste festose esternazioni cominciarono a risvegliare i demoni della montagna racchiusi nelle granitiche rocce del monte Bianco. Destati da così tanto festoso entusiasmo, queste armoniose esecuzioni di canti e balli comin-ciarono a piacere ai demoni; essi decisero di scendere giù e di incontrare le fate chiedendo loro di ballare insieme su queste note. Ma le fate – impaurite – rifiutarono l’invito, azio-ne che irritò molto i demoni tant’è che, ritirando nell’eterno livore al buio delle rocce, resero questo luogo e questi ambienti così spogli, aridi, privi di vita, ruvidi ed aspri… ecco allora perché oggi questi scenari si presentano così ardui e impegnativi da scoprire ed esplorare!

Essa orograficamente scorre ai piedi del settore occidentale del massiccio del monte Bianco svelandone il settore più aspro e, forse, più coreografico dovuto al susseguirsi di una fantastica sky-line che offre la visione di guglie, piramidi e pareti a picco, teatri di leggendarie ascese intervallate da maestosi ghiacciai. Dopo circa 7 km di cammino, al termine naturale della vallata, presso il Pont Combal, s’apre una platea naturalistica, degna dei migliori documentari della montagna e degli am-bienti alpinistici; si giunge nei pressi di un bivio: a sinistra si prosegue in un’ampia vallata, in direzione del rifugio Elisabetta che, affacciandosi sul lago, si erge su un colle alla sini-stra orografica della valle; mentre a destra, poco più oltre, si raggiunge – all’altezza di un colle – la Cabane du Combal, sorta di piccolo rifugio a disposizione di tutti.

Dal bivio la pista va aprendosi in un suggestivo scenario paesaggistico che non ha eguali e prosegue in direzione delle Pyramides Calcaires che chiudono – laggiù in fondo – la suggestiva distesa del lago del Combal (1957 m) con le sue acque multi-cromatiche dovute dallo scioglimento dei ghiacciai circostanti, dai riflessi del cielo che si rispecchia sulla superficie e dal limo che emerge dai suoi fondali. Quassù i colori della natura assumono una dimensione irreale, sono estremamente stupendi. Essi vanno dal verde ancora più intenso dei prati d’altura, al giallo rosso degli alberi che già assumono un foliage quasi autunnale, fino al grigio delle doline moreniche e all’abbagliante bianco dei numerosi ghiacciai.

Dai pressi della “Cabane” la vista sembra quasi toccare (con la mano) l’immensa catena del monte Bianco. Da qui, seguendo le indicazioni con appropriata segnaletica, in 10/15 minuti circa il sentiero serpeggia tra gli ultimi esemplari di abeti dalle radici ancora così ostinatamente attaccate alla roccia e si comincia a salire lungo piccole, ma facili, tracce di sentieri fino a raggiungere gli specchi lacustri dei laghetti du MIAGE (2017 m) originati dallo scioglimento del ghiacciaio del Miage che scorre, a qualche decina di metri più in alto, sulle nostre teste.

Naturalmente la curiosità spinge oltre il nostro spirito esplorativo e si decide di superare gli ultimi (non difficili, ma…) particolari gradini e balze rocciose che consentono di guadagnare e raggiungere il profilo della destra orografica dell’immenso ghiacciaio del Miage, impressionante per il suo letto/fondo roccioso (morena) alimentato dai numerosi canali di deiezione detritici ed ultime lingue di ghiaccio che spiovono da entrambi i versanti del bacino morenico. Il Miage è più grande “ghiacciaio nero” delle Alpi Italiane; esso prende forma dal ghiacciaio di Bionnassay e attraverso la sua lunga discesa viene alimentato dal ghiacciaio del Dôme e dal ghiacciaio del Monte Bianco.

La parte superiore del ghiacciaio è sol-cata da crepacci e serraccate mentre la parte inferiore è completamente ricoperta da de-triti morenici. La cresta del Bianco si erge lassù, in alto, in direzione nord! Qui, lungo le sponde del ghiacciaio del Miage, è possibile assistere al singolare fenomeno del distacco di piccoli iceberg dalla falesia di ghiaccio che entra in contatto con le acque. Nel 2009 in questo luogo si sfiorò una tragedia. Praticamente una porzione – quasi una enorme parete – del ghiacciaio omonimo nel versante del monte Bianco improvvisamente sì staccò cadendo nelle acque del lago, ove sostava una folla di turisti, alzando una gigantesca ondata alta più di due metri.

Gli incauti visitatori del luogo, che – probabilmente – avevano scelto un punto d’osservazione troppo vicino e pericoloso, furono tutti avvinghiati dall’onda e trascinati in acqua; incidente che – per fortuna – ebbe esito felice poiché si riportarono solo numerosi feriti subito dimessi. Raggiungere il bordo del ghiacciaio e poter vedere da vicino il fronte morenico del Miage è davvero una bella (e impegnativa) impresa escursionistica, ma il livello di prudenza da adottare, non deve scendere mai la sua asti-cella al di sotto della soglia attenzione! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

LORETO (AN, Marche), attraverso la “Porta” che conduce… al Paradiso!

Fuori TOLENTINO si cammina sulla SP 125, attraverso le campagne bagnate dal fiume Chienti, passando per la chiesa rurale della Divina Pastora, fino a raggiungere la Riserva Naturale dello Stato “Abbazia di Fiastra”, area di interesse naturalistico/ambientale, dove giace l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, monumentale complesso monastico di grande interesse storico, architettonico e religioso; da sempre considerato importante luogo di accoglienza e culto per i pellegrini che da secoli solcano la Via per Loreto. Superati il Passo del Bidollo ecco scorgere da lontano l’abitato di MACERATA la cui skyline s’adagia sul crinale di un colle che si erge tra i regolari campi attrezzati a colture cerealicole e frumentacee, e le valli fluviali del Chienti e del Potenza.

Con Macerata alle spalle si lascia la valle del Chienti e si attraversano le distese campali della valle del Potenza. Un piacevole e lunghissimo saliscendi attraversa quelle ampie zone agrarie che sono state l’oggetto di una vecchia riforma fondiaria, le cui case coloniche, molto simili per distribuzione degli spazi sia interni che esterni (con ambienti “sottani” adibiti a stalle per animali o depositi per gli attrezzi, e quelli “soprani” utilizzati come principale dimora per gli astanti) e la dislocazione sul terreno, sono tutte indicate come “isola” accompagnate da un numero progressivo.

Così, tra ampi paesaggi agresti, il rumore del trattore che traccia i solchi per le nuove semine, i panni del bucato stesi e agitati – come banderuole impazzite – dai venti dominanti nella vallata, fattorie con animali che fanno sentire la propria voce al nostro passaggio, si giunge presso la borgata di San Firmano, la cui sobria (ma bella) facciata dell’omonima Abbazia di San Firmano sembra essere nascosta alla visione perché inglobata tra gli edifici che la circondano. Il suo particolare interno merita una visita se non altro per l’altare che giace al culmine di una imponente gradinata e per la sua bellissima cripta con volte a crociera ed archi a sesto acuto tutti in pietra bianca con al centro un altare su cui giace la statua del Santo.

Ed è ancora strada fino ad incrociare nuovamente la trafficata Provinciale 571. L’intuito ci suggerisce di staccare dal principale tracciato indicato per seguire la via, come suggerito da tutti, e di affrontare l’ascesa attraverso la Contrada di S. Pietro e puntando decisamente in direzione di Recanati che attraversiamo per tutta la sua interezza attraverso edifici storici, chiese, torri, porticati, piazze, slarghi e antiche porte, tutti elementi architettonici dal sapore “letterario” (patria del famoso poeta Giacomo Leopardi). Una lunga discesa fuori Recanati, conduce in direzione della già ben visibile Loreto che si staglia, oltre l’orizzonte a nord-est, presentandosi con la sua caratteristica skyline “disegnata” dall’inconfondibile sagoma della Cupola e del Campanile del Santuario.

Lungo la strada s’incrocia la bella chiesa dell’Addolorata circondata da ampie distese di campi e terreni opportunamente “lavorati” in attesa delle nuove semine stagionali. Ancora discese, incroci, rotatorie e poi l’ultima, forse la più faticosa, salita che conduce direttamente a LORETO, sfociando nel piazzale caratterizzato da un portico “vanvitelliano” alla cui estremità s’apre la “Porta del Cielo” che immette sulla principale via (lastricata in basoli) che attraversa la parte centrale dell’antico borgo della “Felix Civitas Lauretana” fino a sbucare nel suggestivo scenario della Piazza della Madonna, nel cui centro giace una monumentale fontana circondata da edifici appartenenti al clero le cui facciate sono distribuite su un doppio ordine sovrapposto di portici.

Ora è il momento del silenzio, magari anche della meditazione, ripercorrendo con la mente, tutte le fatiche patite, le difficoltà superate, il peso dello zaino, gli imprevisti accorsi, gli indimenticabili incontri con la gente locale, le gambe che non vogliono saperne, tutte le chiese e le cappelle incontrare e visitate in ogni dove, le articolazioni che scricchiolano e i passi compiuti per giungere – finalmente – sulla soglia della Santa Casa di Maria. Qui ora è il momento della felicità, della gioia condivisa, della partecipazione, della presenza.

Probabilmente Maria ci ha fatto conoscere il “più grande mistero” della vita che da sempre genera fascino, e devozione: dall’Annunciazione, alla traslazione – mattone su mattone – della sua casa da Nazareth a Loreto; offrendo ad ognuno che si reca in visita (per fede, in pellegrinaggio o per semplice curiosità) a Loreto quella particolare interconnessione che da sempre viene suggellata tra il divino, il “regno” dei cieli e l’intera umanità! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“KRYŽIŲ KALNAS” (Lituania), perdersi attraverso la Collina delle Croci… tra fascino, mistero e fede!

Avete mai provato ad immaginare oltre 400.000 croci tutte raccolte ed erette in un solo luogo? A mia memoria, neanche il Vaticano ne contiene così tante! Ai confini con la Lettonia si erge la KRYŽIŲ KALNAS, universalmente conosciuta come la Collina delle Croci, mistico luogo di pellegrinaggio all’aperto unico al mondo. La collina ha una sua storia, ma è diventata “famosa” dopo la visita di Papa Giovanni Paolo II. Il luogo, unico al mondo, sprigiona un misticismo ed un’atmosfera davvero speciale. Migliaia e migliaia di croci, di tutte le forme e dimensioni, sono state piantate su questa collina da pellegrini e viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo, dando così vita ad un colpo d’occhio che ha dell’incredibile. La Lituania, detta anche il “paese” delle croci, evidenzia la fede cristiana della popolazione pur avendo le proprie radici nelle tradizioni pagane. Fin da tempi immemori, le croci venivano intagliate nel legno di quercia (albero sacro ai pagani) o di abete, ed erano collocate ai margini delle strade, accanto alle fattorie, presso incroci o in prossimità di ponti.

Oltre ad essere dedicate a defunti, la popolazione le erigeva anche per chiedere intercessioni, a protezione dei raccolti o dei familiari, o semplicemente per rendere gratitudine; la decorazione scultorea delle croci dipendeva appunto dal soggetto cui erano dedicate; tutte le croci che s’incontrano ai margini della strada, sembrano tante sentinelle ossequiose. Narra la storia, che spesso sfocia nella leggenda, che qui – in questo luogo – la prima croce fu piantata nel Medioevo, in seguito alla distruzione per opera di Cavalieri Teutonici, di un avamposto difensivo lituano che si ergeva dalla collina. Quelle più vecchie risalgono al 1830 poste qui in memoria degli insorti uccisi durante la fallita rivolta contro le forze zariste. Un secondo gruppo di croci viene datato nel 1863 sempre in seguito al falli-mento di una seconda insurrezione. In origine le croci venivano pian-tate solo sulla parte più elevata della collina, ma negli anni ’50 del XX secolo i Lituani di ritorno dai gulag siberiani, cominciarono ad erigere croci tutt’intorno per ricordare i propri cari che non hanno fatto più ritorno dall’esilio. Questo simbolo cristiano, sotto l’egemonia del potere sovietico, assumeva anche valenza di rivendicazione dell’autonomia del paese.

Nel 1961 i sovietici mandarono in zona decine di bulldozer per spianare la collina e dare fuoco a tutte le croci (quelle in legno furono bruciate, quelle in metallo si fusero), lasciando a pattugliare sul posto un presidio di soldati e polizia segreta. Ma le croci, comunque, riuscivano a comparire anche se per altre tre volte le autorità sovietiche intervennero drasticamente per demolirle. Quando ebbe termine il regime sovietico, le croci si moltiplicarono a vista d’occhio, tale da far sembrare quella collina una altura ricoperta da una foresta di sacralità, talmente sono così fitte le croci erette, tant’è che in molti cominciano anche ad occupare lo spazio adiacente le pendici della collinetta. Giunti presso il villaggio di SILUVA, decidiamo di continuare a piedi e da solo. Accompagnati da un sole che gioca a nascondino, la scenografia di ampi orizzonti, caratterizzati dalle fioriture della conza e dal grano, dalle macchie di abeti (rossi e bianchi) che s’intervallano alle betulle e da isolate querce che sembrano controllare tutto, fa da scenografia al camminare. Non ci sono sentieri, piste tracciate e percorsi segnalati, ci si orienta con carte e bussola ma, soprattutto con la direzione del sole; ogni tanto qualche gigantesco carro agricolo si ferma e vuole offrirci un passaggio ringrazio, ma l’attenzione è tutta volta a scoprire la bellezza e i significati di queste croci.

Il fascino delle cicogne poi, si mostra in tutta la sua straordinaria bellezza e te le trovi ora appollaiate proprio sulle croci, ora volteggiare in eleganti piroette per poi vederle piombare al suolo alla ricerca di cibo (vermi, insetti e piccoli roditori). Continuando per ampi orizzonti in cui non si determina, a vista d’occhio, la fine, il cammino ci porta fino ad un filare di gigantesche betulle che, ai margini di una stradina, indicano che la nostra meta è stata raggiunta. Da lontano, si scorge un brulicare di persone su una modesta altura e man mano che accorcio la distanza, riesco a vedere un gigantesco ammasso di croci che si erge su una specie di terrapieno. Da Siluva per un filare di copiose betulle, compare un ammasso di croci che si erge su un terrapieno. Difficile poter raccontare, per chi non c’è mai stato, l’impressionante spettacolo, l’emozione e la sensazione che si prova avendo di fronte un qualcosa come 400.000 croci di tutte le fattezze e in qualsiasi forma. Riesce difficile non lasciarsi coinvolgere dalla commozione che coinvolge un pò tutti i visitatori di questo luogo; l’incredibile sta nell’essere testimoni diretti di un qualcosa di veramente impensabile; mai viste tante croci tutte insieme in un solo luogo!

Qui le croci si presentano in varie forme, nelle più svariate misure e realizzate in tutti i tipi di materiali conosciuti ma su tutto prevale il legno le cui sculture sembrano monumentali rappresentazioni. Al centro della spianata ai piedi della collina, si erge la grande croce donata dal Papa Giovanni Paolo II che ricorda la sua venuta in pellegrinaggio nel 1993 benedicendo il sacro luogo ed erigendolo a culto e pellegrinaggio. Molte di queste croci ricordano propri cari defunti, altre sono – semplicemente – professioni di fede o ex voto; ben visibili sono anche le tradizionali sculture lignee di matrice lituana: i “koplytstulpis” ricoperte da piccole tettoie e dalle infinite raffigurazioni “rupintojelis” del Cristo Addolorato o “pensante“. Barcamenandomi in questo intricato, intenso ma bellissimo, labirinto di croci, superando lievi dislivelli su passerelle in legno, con passamani e gradini appositamente così sistemati da poter permettere a tutti di poter vivere le spettacolari sensazioni di attraversare questo “deserto di croci”. Anche io non ho saputo resistere dal piantare (e lasciare) qui, in questo luogo sacro all’aperto, anche un pezzo di me, della mia vita; qui, sicuramente… l’anima del mio caro papà, si sentirà meno sola! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CASTELPAGANO (BN, appennino Sannita): la gogna dell’infamia… “flagello stultus sapientor fit”

CASTELPAGANO sorge nella parte settentrionale della provincia di Benevento, a ridosso del Molise, nel cuore più antico del Sannio. Il caseggiato viene circondato da ampie ed estese vedute paesaggistiche, caratterizzate dai dolci crinali tipici dei rilievi della vicina Puglia e dell’Appennino meridionale, piccoli corsi torrentizi, spesso tutti in secca, e pianori che si perdono all’infinito intervallati da estese macchie boschive (cerrete e quercete); il tutto in un’autentica cornice naturale caratterizzata dalla bellezza degli orizzonti. Questi luoghi sono stati frequentati da millenni; essi vengono inquadrati nella cosiddetta fascia tratturale, perché attraversati da numerose direttrici di greggi transumanti. Il territorio si identifica con la tribale cultura sannitica dei Pentri (VI-III secolo a.C.) distribuiti lungo quei percorsi ove si concentravano la gran parte degli scambi commerciali basati sulle principali economie locali sia agricole che pastorali. Conosciuto in antichità anche come Castelsaraceno, per via dei Saraceni in fuga da Bari dopo la riconquista (871) da parte di Ludovico II, le più evidenti tracce del Medioevo qui presenti primeggiano per il bellissimo Palazzo Feudale e la cosiddetta colonna detta “della gogna”. La parte superiore del paese viene caratterizzata da un’edilizia residenziale, con case basse, tutte in pietra locale e col vano d’accesso rialzato sul livello di calpestio stradale, tecnica costruttiva che si rifà alla “matrice” contadina e pastorale di fine ‘800 che per secoli ha caratterizzato la casa del pastore/contadino transumante.

Mentre per conoscere l’anima più antica del caseggiato, basta scendere e approdare nello splendido catino della Piazza del Municipio, attraversato dalla SP 54, con al centro una bella fontana all’ombra di un albero, e su cui prospettano i palazzi e i monumenti più importanti della parte vecchia del paese. Sul lato settentrionale compare il Palazzo Municipale, mentre gli edifici più antichi fanno da skyline sul prospetto meridionale della stessa piazza come: il già citato Palazzo Feudale d’epoca Normanna che domina il caseggiato con la sua possente mole in muratura. All’apice di due rampe di scale si erge la colonna detta della “Gogna o dell’Infamia” laddove, secondo tradizioni popolari, venivano legati i colpevoli di reati commessi per essere così esposti alla pubblica infamia, e su cui si legge la seguente iscrizione in latino: “flagello stultus sapientor fit” (Con questo flagello lo stolto diventa savio). La Chiesa Madre del SS. Salvatore (risalente al VII secolo), con un singolare portale d’accesso in pietra. Sempre sul prospetto meridionale della piazza s’affacciano altri edifici sicuramente di matrice medioevale ma che – durante il corso dei secoli – hanno subito rifacimenti strutturali presentandoli nella veste odierna.

Prima del vicoletto di San Rocco che mena giù verso un gruppo di case (con cantine e piani sottani) di matrice rurale, colpisce una singolare rampa di gradoni in pietra calcarea che portano all’ingresso della “canonica” del SS. Salvatore; accanto al portale, in basso a destra, compare un fregio marmoreo che testimonia tutto ciò che resta dell’antico orologio che compariva sulla torretta in alto della stessa canonica. Ma Castelpagano non è solo storia, cultura e tradizioni; il suo circondario riesce ad offrire spunti per trascorrere brevi periodi di vacanza, come le numerose vigne distribuite, un pò dappertutto, nel suo territorio. Cappelle isolate sperse nella campagna o giù in fondo a valloni; antichi ponti in pietra che superano improbabili corsi torrentizi, sempre più in secca; distese infinite di campi sistemati e coltivati a foraggio; la coltura intensiva di prodotti dell’orto, la lavorazione di prodotti caseari, l’accurata preparazione di marmellate, l’apicoltura, il già citato e gustoso vino, la poca presenza di uliveti e tanta – ma proprio tanta – presenza di pascoli per greggi e mandrie di bovini. Cos’altro aggiungere, se non avere il tempo (magari nell’arco di un weekend) per venire a conoscere questo angolo di Sannio che, come sempre, riesce a sorprenderti con tutte queste sue ricchezze, mentre Castelpagano non aspetta altro di accoglierti e farti sentire proprio come a casa tua. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

HINTERZARTEN (Schwarzwald, DE)… a spasso nella torbiera, tra copiose foreste e specchi lacustri…

Un viaggio – con un collegamento in treno – da Friburgo attraverso le pianure porta ad attraversare una serie di impervie vallate, ove da secoli aleggia la leggenda del “cervo bianco” sulla rupe (quello a cui si rifà una nota casa di liquori!) che, dall’alto, domina forre e gole in cui scorrono le impetuose acque del torrente Hollenbach, conduce fino a raggiungere la stazioncina di HINTERZARTEN, rinomata località montana e base per gli sport invernali. Provenienti da Friburgo, in auto o in treno, il piccolo comune di Hinterzarten che s’adagia nella sua splendida vallata ricoperta da enormi distese di pendii prativi proprio nel cuore della Schwarzwald, è un autentico scrigno di bellezze naturalistico-ambientali che esaltano la magnificenza del luogo riuscendo ad offrire piacevoli momenti di relax e benessere per gli ospiti che scelgono di trascorrere qualche giorno di vacanza in quest’angolo di Germania.

Qui la natura rende tutti protagonisti offrendo la possibilità di vivere esperienze all’aperto in paesaggi (come la montagna e il bosco) dal sapore unico, ambienti – solo in apparenza bucolici – sempre in continuo rinnovo e senza mai essere noiosi. L’elemento presente in natura che meglio esalta e caratterizza la località, sono le sue ampie zone determinate dalla torbiera che si alterna a fitte macchie forestali (abetaie e laricete). Il principale paesaggio della cittadina è quello della montagna in cui si espandono fitte e copiose foreste, ampie zone prative, specchi d’origine lacustre e la misteriosa brughiera, qui ampiamente presente fin dall’ultima era glaciale; essa permette, lungo perimetri di stagni e fossati, la formazione di torbiera. La zona, Hinterzartener Hochmoor, contiene al suo interno la più alta concentrazione di brughiere della Foresta Nera e viene considerata una delle torbiere meglio conservate e più facilmente accessibili d’Europa.

La “brughiera”, che riceve i suoi nutrienti esclusivamente dall’aria o dall’acqua piovana, ospita alcune specie vegetazionali sopravvissute alle glaciazioni come il “muschio di torba”, il “sundew” a foglie tonde (conosciuto anche come il “tocco della Luna” fiore di origini australiane la cui essenza è utile in caso di svenimenti o perdita temporanea della memoria), il “ruffberry” (specie di fungo appartenente alla famiglia dei mirtilli), il rosmarino, il mirtillo ed altre ancora. Raggiunte le alture che circondano l’abitato, si penetra proprio nel cuore della Foresta Nera fino a trovarsi ai 1017 m del Leslerhorne, modesta altura da cui si godono i panorami sulle vallate circostanti e qualche primo scorcio sullo specchio lacustre del Titisee. Il Leslerhorne emerge da una lunghissima dorsale ricca di boschi da cui è possibile scorgere l’orizzonte che ne racchiude la skyline sullo sfondo. Tra campi coltivati, belle case in legno, di cui molte fattorie trasformate in aziende agricole, cappelline votive private poste lungo il cammino e ville nascoste tra i boschi, si raggiunge il lago di origini glaciali del Titisee meglio conosciuto come la “perla” della Foresta Nera.

Per godersi dello spettacolo offerto da questo specchio lacustre alimentato da copiosi corsi fluviali, torrenti e ruscelli, conviene muoversi presto al mattino, poichè la zona richiama, in qualsiasi periodo dell’anno, numerosi turisti e vacanzieri che scelgono quest’area come zona privilegiata per i loro soggiorni. Titisee è un piccolo paese, molto tranquillo che in poche ore ha la capacità di trasformarsi in una brulicante metropoli affollata da turisti e gitanti provenienti da ogni dove (Germania, Francia e Svizzera). Molto singolari sono i tipici costumi popolari della Foresta Nera messi (e indossati) in bella mostra da figuranti locali di tutte le età come attrattiva folkloristica; famiglie che non si sottraggono a qualche foto ricordo e che forniscono utili indicazioni su cosa vedere e/o comprare a Titisee, cittadina (famosa in tutto il mondo) ricca di botteghe e laboratori per la lavorazione, produzione, riparazione e vendita di orologi a cucù. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SANTIAGO (España), camminando sul “tratto francese”: da SARRIA a PORTOMARIN in Spagna. Nella Galizia rurale, l’incanto dei boschi tra muretti a secco, “horrejos” e il cippo dei “100 km”; un mix di sorprese e meraviglia…

Da Sarria a Portomarín sono 115 km ed è forse questa la tappa più emblematica dell’intero Cammino Francese. Ed è proprio da questa località che molti pellegrini, ma nel nostro caso siamo – a tutti gli effetti – viandanti e camminatori, iniziano il loro viaggio (essendo Sarria a poco più di 100 km da Santiago, il “minimo” per ottenere la Compostela) ove l’atmosfera si fa vibrante, conviviale, emozionante. Questo è il tratto più frequentato e percorso del pellegrinaggio lungo il quale si godono paesaggi rurali di rara bellezza, copiose foreste e minuscoli e accoglienti villaggi.

Uscendo da Sarria ci si inebria del respiro della Galizia rurale, si cammina all’ombra di enormi quercete e secolari castagneti. Si esce da Sarria salendo la scalinata monumentale (la “Rúa Maior”) vicino alla chiesa di San Salvador. È una partenza che subito mette in moto e riscalda i muscoli. La pista altro non è che una “corredoiras”: cioè un corridoio scavato che attraversa muretti a secco ricoperti da ampie macchie di felci e di licheni; mentre passo dopo passo, sotto i piedi s’ode il rumore della ghiaia calpestata e delle radici affioranti.

Da qui, da SARRIA, ha inizio un itinerario facile e adatto alla maggior parte dei pellegrini. In questi primi 21 km si attraversano fiumi e foreste, si incontrano piccole chiese e si attraversano piccoli villaggi; molti sono i posti (soste) per fermarsi e bere qualcosa. Successivamente si passa accanto alla Chiesa di Santa Mariña e al Castello (di cui resta solo la presenza di una Torre); qui l’aria del mattino è solitamente fresca e umida, tipica della Galizia, mentre si superano piccoli ponti in pietra sopra ruscelli che scorrono nel silenzio della campagna.

Lungo il percorso si superano minuscole frazioni come “Barbadelo” (con la sua bellissima chiesa romanica di Santiago) e “Morgade”. I pellegrini dicono che questa è una delle tappe più belle del percorso francese. L’itinerario inizierà con questo tratto che va snodandosi lungo piste tratturali e tranquilli sentieri che attraversano secolari quercete che formano autentici tunnel naturali toccando granai storici di pregiato valore architettonico. Subito dopo l’abitato, il sentiero si immerge nella natura più autentica. Ecco attraversare le “Carballeiras” (quercete); camminando sotto tunnel naturali di giganteschi tronchi d’albero secolari che lasciano filtrare raggi di luce creando un’atmosfera che sa di magico.

Giunti a Ferreiros (un punto sosta sul cammino) qui la pista acciottolata diventa molto più irregolare. Poco accanto giace un muretto di pietra dove i pellegrini lasciano sassi, foto e messaggi; da qui in poi – come prevedibile – si potranno incontrare lungo la pista molte più persone che camminano. Si superano piccoli orti privati dove gli anziani coltivano i “grelo” (le cime di rapa) e s’incontrano i famosi “hórrejos”, piccoli e grandi granai in pietra e legno con tetti a falde spioventi, sollevati da terra, che poggiano su pilastri a forma di fungo, particolare struttura utilizzata per proteggere il grano dai topi.

Poco dopo l’incrocio di Ferreiros, tenendo gli occhi ben fissati sul vicino orizzonte della pista, si giunge all’altezza del famosissimo “mojón” (cippo in pietra bianca) che segna esattamente gli ultimi 100 km da percorrere fino a Santiago; questo è il punto più fotografato del percorso, ed è spesso circondato da numerosi pellegrini (o viandanti/camminatori) in attesa di farsi una foto ricordo. Gli intensi profumi della natura circostante determinano il tipico odore della Galizia; un mix di eucalipto, terra bagnata e stalle, attraverso una zona agricola, dove le mucche pascolano a pochi metri dal sentiero.

Dopo chilometri di dolci saliscendi, ha inizio una discesa. Gli ultimi 3 chilometri sono una ripida discesa su asfalto e sterrato in picchiata giù verso la valle; all’improvviso, tra gli alberi, apparirà una vista mozzafiato, la “valle del fiume Miño” e il bacino di Belesar. Sulla sponda opposta, arroccata sulla collina, si scorge Portomarín. Se c’è nebbia (in queste zone molto comune al mattino), che si alterna alla rugiada, il villaggio appare come un fantasma sopra l’acqua del bacino, e la vista di Portomarín con le bianche case e i tetti di ardesia che si riflettono sul colle opposto è davvero iconica.

L’ingresso a Portomarín avviene attraversando un lungo ponte e superando un’ardita scalinata. Per entrare in città si dovrà attraversare un lungo, moderno e alto ponte che sovrasta il bacino fluviale. Appena terminato il ponte, ci si trova davanti a un’imponente scalinata (la “Scalinata della Neve”, ciò che resta di un vecchio ponte romano) in pietra che sale verso il centro del caseggiato. Portomarín (conosciuta anche come la “Città Spostata”) è una città con una storia davvero incredibile. Negli anni ’60, a causa della costruzione di una diga, il vecchio paese fu completamente sommerso. Gli abitanti smontarono pietra su pietra i monumenti principali e li ricostruirono in cima alla collina.

Superando gli ultimi tornanti, si raggiunge l’arteria principale di PORTOMARÍN. Sulla destra s’apre un bel corridoio porticato che conduce alla piazza da cui si erge la mole quadrata e massiccia della Chiesa/Fortezza di San Nicolás. Scrutando le pareti del sacro edificio e osservando attentamente le pietre della facciata, sono possibili vedere dei numeri incisi: questi servivano ai costruttori/restauratori per rimontare correttamente il “puzzle” delle pietre quando la chiesa fu spostata dal vecchio sito sommerso fino in cima alla collina. Qui l’Empanada Gallega (un ripieno di tonno o carne), il principale rustico locale, così come anche la “Tarta” (celebre torta di mandorle) e l’Aguardiente (tipico liquore locale) celebrano i primi 20 km del cammino; e… siamo appena al principio! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

LUBJANA (Slovenia, Balcani)… destinazione meraviglia!

Un tesoro di stile e raffinatezza dei Balcani davvero ancora poco conosciuto… Siamo in Slovenia e nessuno parla davvero di visitare LUBIANA, di andare alla scoperta di questa bella e insolita città e “non” per una buona ragione; e sapete il perché? Il piacevole e delizioso nucleo pedonale che ruota all’interno della città vecchia invita camminatori, viandanti, viaggiatori o semplici curiosi ad entrare ed a scoprire i suoi meravigliosi angoli fatti di raffinatezza e charme e promette ore di esplorazione da compiere tutto a piedi. È una bella città Lubiana ed il suo centro storico esalta la bellezza della cultura Slovena, i cui palazzi nei tetti, nell’architettura e nelle impostazioni decorative richiamano lo stile Austriaco. Piccola, comoda da girare facilmente a piedi, elegante quanto basta, raffinata nei minimi particolari, di una incredibile finezza, davvero molto bella!!

Nulla da dire; il consiglio per andarla a conoscere attraverso i suoi angoli più caratteristici è quello di recarsi al Castello passando dal “Ponte dei Draghi” e di godere del panorama per poi ridiscendere dal lato opposto, in modo da visitare tutto il piccolo centro. Ricca di storia, l’architettura della città è un mix di stili che attraversano secoli di arte, architettura e archeologia, dalle rovine romane al periodo medievale, culminando nell’influenza barocca fino ad esaltarsi con quella austriaca. Con la sua vivace atmosfera, il centro storico curato in ogni suo dettaglio e le varie attrazioni, come il Castello, il “Ponte dei Draghi” e le varie piazze in cui confluiscono le caratteristiche strade, Lubiana è – comunque – una delle città più eleganti tra le capitali europee, pulita e con un mix di architettura storica e moderna.

La “città vecchia” di Lubiana è un misto di bella architettura, ricche pagine di storia, fantastici negozi e rinomati ristoranti. Essa viene divisa da un fiume con molti ponti che collegano le sponde in più punti; strutture architettoniche e ingegneristiche con stili costruttivi e decorativi davvero inusuali, tutti affascinanti e destano interesse. Potendo avere la fortuna di alloggiare sulla sponda del fiume in un istituto di cultura (Biblioteca) che alloggia – al suo interno – un ostello, si resta incantati per lo stupendo centro antico, appena fuori la soglia d’accesso. Nella capitale slovena è possibile compiere un fantastico itinerario a piedi, lineare e ad anello, che tocca le tappe più iconiche e affascinanti del centro storico di Lubiana.

Il centro della capitale slovena è completamente pedonale, il che lo rende ideale da esplorare camminando con calma semplicemente a piedi. Il vero e proprio cuore pulsante della città è la vivace Piazza Prešeren da cui si ammira la facciata rosa della Chiesa Francescana dell’Annunciazione, il monumento dedicato al più celebre poeta romantico sloveno, France Prešeren, e i bellissimi palazzi in stile Art Nouveau che incorniciano lo spiazzo. Dalla vicina piazza del mercato (Krekov trg), è possibile salire, per delle rampe gradonate, sulla collina da cui s’impenna il maestoso Castello di Lubiana che domina – dall’alto – la città coi suoi lussureggianti palazzi, i campanili di chiese e cappelle, le piazze e i boschi che circondano la città. Dal cortile del Castello, e dalla sua imponente Torre di osservazione, è possibile godere di una vista mozzafiato a 360 gradi sui tetti rossi di Lubiana e sulle montagne circostanti.

Il ritorno nel centro di Lubiana avviene – dopo aver attraversato un bellissimo bosco – discendendo dalla collina per un facile sentiero che ritorna verso il principale fiume, il Cankarjevo Nabrežje, camminando lungo i suoi argini pedonali. All’estremità del mercato si trova il leggendario “Ponte dei Draghi”. Costruito agli inizi del ‘900 in stile Art Nouveau, esso è “sorvegliato” – ai quattro angoli – da maestose statue di draghi alati, la creatura mitologica eretta a simbolo ufficiale di Lubiana. Il centro storico di Lubiana è quasi interamente pedonale e raccoglie le principali attrazioni della città. Esso è molto ordinato, ma – al tempo stesso – anche vivace e frequentato sia dai turisti, che dai locali, in particolare molti giovani. Il Castello che li sovrasta ed il fiume che lo circonda sono, ovviamente, i due elementi che maggiormente caratterizzano la skyline della città.

Percorrerlo in lungo ed in largo semplicemente a piedi, sia di giorno che di sera, risulta essere davvero un gran piacere di stupore e di bellezza. Il suo centro è abbastanza compatto: la parte medievale, quella addossata al castello, viene separata dal fiume dalla parte stilisticamente in Art Noveau. Il centro urbano, nell’insieme, risulta essere gradevole e possiede un particolare carattere centroeuropeo e – spesso – con qualche sfumatura tipicamente “meridionale”. Non bisogna aspettarsi nulla di simile rispetto alle grandi capitali europee, ma la città vecchia di Lubiana merita davvero di essere visitata percorrendola a piedi attraverso i suoi più caratteristici (e, spesso, nascosti) angoli. Lubiana è davvero una piacevole scoperta. I suoi vicoli e i ponti dislocati nel centro della città rendono un pò retrò l’atmosfera paragonabile, a nostro modesto avviso, a quella di Parigi o alle più famose città europee.

Il suo centro viene attraversato dall’iconico Triplo Ponte (Tromostovje), uno dei capolavori dell’architetto Jože Plečnik. Questa struttura – unica nel suo genere – unisce il vecchio centro medievale alla parte più moderna della città con tre eleganti rampe (“balaustrate”) pedonali separate che scavalcano il fiume Ljubljanica. Vista la vicinanza all’Italia, Lubiana val davvero la pena di essere conosciuta, anche avendo a disposizione un weekend. La sua tranquillità, la sua estrema pulizia la rendono davvero unica; mentre il suo aspetto esteriore è meraviglioso, l’atmosfera che si percepisce è ancora migliore. Il fiume che l’attraversa è fiancheggiato su entrambi i lati da caffè che fungono – per la gran parte dell’anno – da centro sociale della città. Qui la gente del posto è molto cordiale e, cosa non da poco, molto disponibile. Se tutto ciò non è meraviglioso…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

Hrad DEVIN Castle (Slovensko, Slovacchia), a picco su uno storico confine…!

Erto su una roccia a picco oltre i 200 metri alla confluenza di importanti fiumi come il Danubio e il Morava; estremo lembo di quello che fu un grande impero europeo e massima espansione occidentale del regno ungarico; storica rotta fluviale (e terrestre) per il commercio delle pregiate pietre di ambra; linea di confine e punto cruciale di quella che fu la “Cortina di Ferro” che determinò la massima espansione sovietica nei decenni post-bellici, durante il lungo periodo della cosiddetta “Guerra Fredda”, verso occidente ai margini dell’Europa; simbolica (e pericolosa) via di fuga per la libertà verso quell’Europa che poco alla volta risanava le sue ferite; porta d’ingresso alle propaggini dei Carpazi sud-occidentali… I luoghi e i momenti, succedutesi nel corso del tempo, determinano la storia di questo castello: HRAD DEVIN, un ginepraio di pietre, pareti diroccate, passaggi su più livelli, torri arroccate su precipizi, mura merlate, terrazze sospese nel vuoto… mentre laggiù scorre – lento e silente – il Danubio che accoglie la confluenza delle acque del Morava. Tra le prime presenze in queste terre si ricordano i Celti; poi i Romani da qui riuscivano a controllare i confini orientali della propria espansione; successivamente gli Slavi eressero questa temuta fortezza determinando – nel corso dei secoli – il confine occidentale del Regno d’Ungheria. Più volte conquistato, senza alcun motivo fu raso al suolo dai francesi di Napoleone nel 1809.

Il luogo legato all’impero della Grande Moravia, e lo stesso castello, trasudano di profonda fede e di spiritualità, tant’è che tutta l’area – tra il fiume, la confluenza dei due corsi d’acqua e la rupe da cui si erge il maniero – risulta essere sacra per l’intera popolazione slovacca. Infatti qui vennero accolti e trovarono ospitalità i santi “fratelli” di Salonicco (in Grecia) Cirillo e Metodio che portarono un grande patrimonio di profonda fede, preghiera e religione. I fratelli, giunti qui nel 863 per professare la fede, hanno svolto un ruolo chiave nel diffondere la liturgia – creando l’alfabeto “glagolitico” – il più antico alfabeto slavo conosciuto, riuscendo ad ottenere anche il consenso del Papa, per l’utilizzo dell’antica lingua slava come lingua liturgica. La giornata non è tra quelle ideali, il meteo non minaccia pioggia anche se i basoli e i selciati lungo le strade sono completamente bagnati, ma ciò che non rende esaltante la giornata escursionistica in programma, è quel fastidioso e copioso manto di bruma che sfiora – con i suoi bassi cumuli composti da coltri di nebbie e manti ovattati di foschie – le superfici più elevate tra le colline, i boschi e i campanili. Fortunatamente, per quanto sia possibile, la visibilità è accettabile, ma la stessa non rende giustizia alla bellezza del posto anche se nel complesso si ha una percezione indiretta di ciò che si va a conoscere e scoprire. Un ampio piazzale s’apre alla base della rupe da cui si ergono le mura di ciò che resta di quello che un tempo era un poderoso castello di Devin.

In breve si accede attraverso la porta occidentale della cinta muraria, determinata dai resti di due torri cilindriche. La pista principale, poco alla volta ascende verso una lieve altura; sulla destra, in alto, i resti del castello sono già ben visibili. Molte sono le leggende che circondano queste antiche rovine; una di esse racconta la triste storia di una fanciulla del posto che, rinchiusa in una delle torri, si tolse la vita gettandosi tra i dirupi. Le parole Devín o Devinka identificano un erto punto di osservazione, e la comune radice “div” (spirito maligno) determina un luogo infestato da spiriti maligni; in slavo, tradurre la parola “Devin” (originariamente Dowina), significa “ragazza”. Pertanto Devinsky Hrad (in ungherese) o Hrad Devín (in slovacco) indicava, appunto, il “Castello di una ragazza”. Seguendo la traccia si giunge a un primo incrocio che s’ignora, puntando ancora verso sud (resti di edifici sparsi sulla sinistra) fino a giungere nei pressi di una muratura merlata con porta arcuata; da qui si risale lungo il ripido pendio a destra fino a guadagnare un rilievo collinare da cui s’apre – come una terrazza panoramica – uno splendido scorcio paesaggistico sul corso del più romantico corso fluviale europeo: il “Dunaj” (Danubio). La sponda opposta che si staglia sull’orizzonte è territorio austriaco e la zona alla confluenza dei due fiumi (Morava e Danubio) sotto le rupi di Hrad Devin è molto suggestiva. Qui le acque sono sempre state molto basse e l’occidente era distante solo qualche decina di metri; conosciuta come la “Porta della Libertà” (Brána Slobody), nella Cecoslovacchia comunista l’area (off-limits) era cinta da filo spinato.

Ciò di cui rimane oggi del castello, la cui pianta è molto irregolare, si sviluppa lungo due rupi ravvicinate e suddivise dalla spianata che ruota intorno a un pozzo. Si accede alla spianata attraverso i barbacani del maniero: sulla sinistra le spettrali mura diroccate che – come un labirintico passaggio – chiudono il margine meridionale della rupe, conducono ad un terrazzino circolare che s’apre, nonostante la persistente foschia, su un bellissimo scorcio paesaggistico sul Danubio. Da qui si percepisce l’importanza del luogo e della sua posizione; da un punto di vista strategico, il castello stesso era la protezione naturale della Porta di Devín, l’ingresso geografico che immette al bacino dei Carpazi. L’ampio corso del Danubio determinava la direzione di un’importante via commerciale continentale tra l’est e l’ovest. Siamo esattamente alle porte dell’Europa (lungo il confine tra Austria e Slovacchia) e, riconducendo i pensieri alle memorie storiche di questi territori durante il corso degli ultimi secoli, rivengono in mente i tempi passati: dalla presenza dei Bizantini, per le invasioni Turche fino alla repressiva chiusura della Cortina di ferro. Anche se il tutto resta circoscritto in poche centinaia di metri, intorno non c’è niente, solo aperta campagna e boschi, ma il panorama – nonostante la scarsa visibilità – risulta essere molto suggestivo. Nel volgere di pochi minuti di cammino, superando nuovamente la spianata, risalendo e portandosi verso il margine settentrionale della rupe, si raggiunge il punto più elevato della rocca (210 m) a picco sul fiume; qui s’apre una terrazza circolare che domina i due grandi fiumi europei: Danubio e Morava.

Il fascino di un paesaggio bucolico che sembra, incredibilmente, essere uscito dal quadro di un artista impressionista; la bruma che ci ha accompagnato – per tutto il tempo – durante la giornata escursionistica; le voci, le lingue e i dialetti di tutto il mondo (dalla Cina al Sud America) che, come fossero accompagnate dal vento, s’incrociano sul ciglio di questa rupe, lasciano facilmente intuire quanto sia grande l’interesse (per curiosi e appassionati), o semplicemente per godere solo delle bellezze naturalistiche e ambientali nel conoscere e scoprire questo angolo nel cuore dell’Europa orientale che tanto ha significato durante lo scorrere del tempo. Da quassù è possibile restare per lungo tempo incantati dalla grande bellezza in cui ci si trova al cospetto di un paesaggio davvero unico nel suo genere; un viaggio a ritroso nel tempo che vale davvero la pena di vivere. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

PALERMO (Sicilia), l’altra “capitale”… quattro passi nel suo centro storico tra suoni, gusti, incanto, sapori, voci, stupore e profumi

(dedicato a tutti i miei cari amici siculi!)

Provate a camminare in una città calorosa, solare, vera, autentica… attraverso un mondo bellissimo, fatto di cultura, di profumi, di storia, di sapori, e di stuzzicanti curiosità. Compiendo una intensa camminata nel centro storico di questa II “capitale” di un Regno si avverte di come questa abbia determinato le sorti ed abbia scritto la storia nel Mediterraneo: PALERMO. Il suo Cento Storico ci accoglie in un viaggio che, per magia, ci trasporta indietro nel tempo. Il cuore pulsante del suo Cento Storico ci guida attraverso un muoversi spazio/temporale; un camminare curioso osservando ogni angolo della città, quasi come di sentirla, di immaginare ogni singolo passaggio delle diverse culture che l’hanno caratterizza nel tempo in un vortice di storia, che s’intreccia tra curiosità e aneddoti legati alla sua vita. Grazie alla sua millenaria storia Palermo possiede uno straordinario patrimonio artistico e architettonico di elevato spessore culturale: splendidi edifici storici, palazzi barocchi, templi grechi, teatri neoclassici, ville e stupende chiese. Diversi sono gli stili decorativi che si rispecchiano lungo gli assi viari principali, tra cui via Maqueda che consente di passeggiare tranquillamente ammirando le chiese, i palazzi e i tanti negozi, tra cui quelli bellissimi che espongono le tipiche ceramiche.

Ecco allora riflettersi lo stile “liberty” che – spesso – si accosta al barocco, lo stile normanno che si alterna a quello arabo, più ancora altri stili che sono tutti da scoprire passo dopo passo. Si va alla scoperta di quello che, forse, è l’animo più vero (e poco conosciuto) della Sicilia, esplorando quello che – forse – è il lato più autentico dell’intera città, attraverso la conoscenza di: chiese (in pietra rosa); palazzi gentilizi e nobiliari. Numerosi sono gli edifici sacri e laici d’origine medioevale che si alternano in vivacissime piazze ricolme di gente; mercati rionali che brulicano di bancarelle ove l’urlo dei venditori si rincorre, tra spezie e tipicità locali, come il richiamo alla preghiera da un minareto in un suk arabo, esaltando le prelibatezze che esaltano il gusto e stuzzicano il palato dei più curiosi; vivaci fontane ornate in marmo bianco. Muovendosi dal classicheggiante piazzale del Teatro Politeama, s’imbocca via Ruggiero Settimo fino a guadagnare il bel rettifilo di Via Maqueda (o Makeda). Scrutando ogni possibile angolo che attiri la nostra curiosità, s’apre lo slargo di Piazza G. Verdi in cui giace, alla sua destra, l’impianto settecentesco del Teatro Massimo. Proseguendo ancora per Via Maqueda, si giunge in quello che viene considerato il “vero” centro della città e del suo centro storico: la Piazza dei Quattro Cantoni”, conosciuta anche come Piazza dei “Quattro Canti”, Piazza “Vigliena” o Piazza “Villena”, oppure ancora “Ottagono del Sole”.

Insomma mille nomi per una piazza (“Quattro Cantoni”, “Vigliena” o “Ottagono del Sole”) tutta da scoprire, da conoscere e – soprattutto – da fotografare. Una piazza ottagonale che sorge all’incrocio di 2 importanti viali: Maqueda e Cassaro (oggi via Vittorio Emanuele). Il curioso incrocio di Piazza Vigliena trae la sua origine dall’appellativo dato al principio: il nome esatto è Villena in onore del vicerè Pacheco de Villena y Escalon, ma le antiche fonti ricordano questo incrocio anche come Ottangolo o Teatro del Sole perché durante le ore del giorno almeno una delle quinte viene illuminata dal sole; fotografarla dal basso la prospettiva restituisce la visione di un ottagono perfetto. I suoi quattro cantoni sembrano dei palcoscenici; quattro storici palazzi dalle facciate convesse tutte uguali che ospitano, al centro, le bellissime fontane sormontate dalle statue raffiguranti le quattro stagioni. La piazza (degli inizi del XVII secolo in puro stile barocco), questo particolare centro (nel centro) cittadino, costituito dall’accostamento di quattro quartieri (il Monte di Pietà/Seracaldaio, la Loggia, la Kalsa e l’Albergheria) che confinano – appunto – con i Quattro Canti, nel punto (centro) esatto in cui vanno ad incrociarsi anche le due suddette vie: Maqueda e Corso V. Emanuele, un fondamentale punto di snodo. Poco più avanti s’apre, sulla sinistra, l’ampio palcoscenico urbano che accoglie Piazza Pretoria, con al centro – di poco elevata al di sopra di una gradinata – la monumentale Fontana Pretoria, conosciuta anche come Fontana della Vergogna, costruita (e qui collocata) in puro stile rinascimentale nella seconda metà del XVI secolo.

Ancora pochi metri e si sbuca in Piazza Bellini ove si stagliano, in tutta la loro imponenza, la Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio e la singolare chiesa di San Cataldo; la prima (in puro calcare/arenaria rosa) con una bella Torre della metà del XII secolo, dalle singolari bifore che si eleva evidenziandosi per i suoi stili bizantino, normanno e barocco al di sopra di una gradinata; la seconda, riconoscibilissima per le sue tre cupole rosse “allineate”, eretta verso la metà del XII secolo, lascia scorgere stili decorativi e architettonici che vanno dal bizantino all’arabo/normanno. Via Ponticello e, successivamente, Via Casa Profesa, sono due arterie minori che, distaccandosi sulla destra immettono in uno dei luoghi “cult” della capitale peloritana: l’incredibile Mercato storico di Ballarò. Immergendosi nel cuore della Palermo più “verace” si entra in stretto contatto con le tradizioni locali, soprattutto in quelli che sono l’anima pulsante, dalle caratteristiche e dal folclore più evidenti dei due mercati più antichi della città: il “Ballarò” e la “Vucciaria” (o “Vucciria”). Sono luoghi, questi, deputati alla degustazione di uno dei cibi di strada più amati della città: il pesce appena pescato preparato al momento in tutte le sue possibili varianti. Camminare tra le bancarelle che espongono – con incredibili geometrie in apparente equilibrio – è un’apoteosi del gusto, ove i profumi densi delle fritture di pesce, si amalgamano con quelli aromatici delle spremute di melograno; un suk magrebino o un bazar di Medina non saprebbero offrire di meglio!

Guadagnati piazzetta Naso si percorre, in tutta la sua interezza, il vicolo Case Nuove avvolto nella sua misteriosa ombra, sicuro riparo dalla canicola; qui, su un muro a destra di una casa, compare il singolare dipinto (quasi un affresco) che raffigura la Santa “patrona” di Palermo, Santa Rosalia, che – affacciandosi dai crinali del monte Pellegrino – dispensa fiori (rose) benedicendo i devoti che a lei si rivolgono in preghiera; anche noi, come segno di rispetto e osservanza del padrone di casa che giace sulla soglia, ci fermiamo ad omaggiare con un saluto questa importante figura religiosa venerata in tutta la Sicilia. Sbucati nuovamente su Via Maqueda, il percorso a ritroso ci riporta nuovamente verso la Piazza (Vigliena/Villena) dei “Quattro Canti”, per poi proseguire sul C.so V. Emanuele, superare Piazzetta Bologni col piedistallo da sui s’impenna la regale statua di Carlo V, fino a sfociare nell’immensa spianata da cui prospetta – sulla destra – l’imponente facciata (col suo ingresso principale) della Cattedrale di Santa Rosalia. In essa sono raccolte le spoglie della Santa patrona di Palermo. Dichiarata Patrimonio mondiale dell’UNESCO ed eretta nella seconda metà del XII secolo, in essa si riscontrano stili decorativi, plastici e architettonici che si rifanno al periodo bizantino, romanico, normanno, islamico, gotico e – specificatamente al suo interno – rinascimentale, barocco e neoclassico.

Percorrendo brevemente Via Bonello, si sfiora la possente struttura del Palazzo della Diocesi che s’affaccia sulla Piazza Indipendenza nella splendida cornice dei giardini di Villa Bonanno determinati dalle geometriche aiuole che raccolgono varietà botaniche di numerose specie arboree. Sul lato opposto chiude – come una gigantesca muraglia di mattoni rossi – il monumentale Palazzo dei Normanni (eretto nel IX secolo è, anch’esso Patrimonio mondiale dell’UNESCO) che oggi è sede permanente della seduta della giunta Regionale siciliana. Il palazzo accoglie, al suo interno, la Cappella Palatina (eretta nella prima metà del XII secolo) che si distingue per i suoi stili arabo/normanno/bizantino. Nuovamente in cammino lungo il C.so V. Emanuele, qui si alternano, con vivaci colori, i numerosi negozietti di souvenir che si alternano a fugaci fast-food, negozietti di antiquariato locale, librerie, laboratori di ceramiche e diverse botteghe di produzioni artigianali come quelle del cuoio. La skyline delle facciate di antichi palazzi e dimore storiche che prospettano sulla strada ogni tanto viene interrotta dai bellissimi giardini e i cortili interni di questi edifici. In prossimità del porto s’apre la Piazzetta delle Dogane determinata dalla presenza dell’antica Chiesa di Santa Maria della Catena, dalla facciata in calcare ed arenaria si esprime per il suo stile gotico/catalano e rinascimentale facendo risalire la sua costruzione tra il XV e il XVI secolo.

Eccoci finalmente giunti sul margine del porticciolo, sovrastato dalla mole di monte Pellegrino, che accoglie le barche da diporto tutte ancorate agli ormeggi e disposte ordinatamente una accanto all’altra. Guardandosi intorno lungo la facciata di un moderno edificio color ocra, giganteggia un murales che raffigura il volto di due tra i più “iconici” personaggi (uomini delle istituzioni) che negli ultimi decenni del XX secolo hanno determinato la storia della città e dell’intera isola col loro impegno nella lotta alla mafia: Falcone e Borsellino che sussurrano tra loro. Poche decine di metri ancora a spasso lungo il margine del porticciolo sul lungomare della ‘A Cala e si sfocia su una piccola spiaggetta dal bianco arenile – l’antico Porto Borbonico – e dai fondali ciottolosi in cui si rispecchiano le numerose tinte di un mare sempre trasparente e così incredibilmente azzurro; uno scorcio paesaggistico sulla costa che va a chiudere, in un’autentica cornice ambientale, questo meraviglioso e intrigante giro a piedi attraverso le bellezze del centro storico di Palermo. Ciao Sicilia “bedda”… alla prossima! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)