GIETHOORN (NL): lungo le vie d’acqua delle “Punters”

C’è un luogo, nell’Olanda settentrionale, situato nella provincia dell’Oversijssel nella regione del Friesland, ben oltre l’immaginario di qualsiasi orizzonte, che – praticamente – galleggia sull’acqua: GIETHOORN, posto ai margini di una sezione del Parco Nazionale Weerribben-Wieden, in una vasta area paludosa. Esplorare Giethoorn, conosciuta anche come la “Venezia dei Paesi Bassi“, è un’esperienza davvero magica. Questo fiabesco villaggio non ha strade nel suo centro storico, ma solo – ed esclusivamente – canali d’acqua e ci si sposta esclusivamente a piedi, in bicicletta oppure navigando lungo i suoi canali incontaminati.

Tutto costruito sull’acqua, il luogo trae la sua origine da una vasta area paludosa un tempo utilizzata per la raccolta di torba e giunchi; sorto, appunto, come insediamento degli estrattori di torba. Tale attività generò la formazione di stagni e laghi nell’ambiente circostante col prosciugamento di zone asciutte ove la gente iniziò a costruire le case sugli isolotti tra un bacino e l’altro. I canali attuali non sono naturali; essi vennero scavati a mano dai primi abitanti che popolavano quest’area per estrarre e trasportare la torba, utilizzata soprattutto come combustibile. Molte delle abitazioni sono ricoperte da tetti formati da un copioso spessore composto da canne e da giunchi.

Sì, perché qui si ha davvero la sensazione di poter camminare sul pelo dell’acqua in un luogo così incredibilmente fuori dal solito; un villaggio che sembra uscito fuori da un’altra dimensione naturale, con case e giardini ricavati da insule inserite in un perfetto reticolo geometrico determinato dal reticolo di canali d’acqua in cui scivolano, leggere, piccole e lunghe imbarcazioni intelligentemente azionate da motori elettrici tali che gli unici rumori che s’odono in giro sono le piccole onde che s’infrangono sulle sponde, il battito d’ali delle anatre e il cinguettio di passeri, per il resto… un incredibile silenzio che avvolge il tutto!

Attraversare questo villaggio è un continuo alternarsi di scorci e scenari paesaggistici che mettono a dura prova il sensazionalismo emotivo del nostro apparato cardiaco. Il nome originale del villaggio, fondato intorno al XIII secolo, deriva dal ritrovamento di centinaia di corna di capra selvatica (Geytenhoren) rimaste qui sepolte nel terreno a seguito di una travolgente e devastante inondazione subita dall’intera regione. Una esaltante esperienza è quella di poter camminare lungo il Binnenpad: il principale sentiero/percorso pedonale che attraversa il cuore del villaggio, perfetto per ammirare i giardini curatissimi e i tradizionali tetti in paglia risalenti a secoli fa.

Potendo fare a meno di prendere l’imbarcazione l’istinto suggerisce di poter godere di questi straordinari ambienti attraversandoli esclusivamente a piedi; durante l’escursione le scenografie cambiano come le quinte di un palcoscenico ove si celebra la meraviglia di questo luogo naturale. Ecco ammirare allora le decine di fattorie storiche, che si alternano alle abitazioni settecentesche e ottocentesche con i caratteristici tetti in paglia (torba) spioventi. Poi ancora un susseguirsi alternato tra ponti in legno e le oltre 176 passerelle storiche che collegano le case private ai principali vialetti pedonali; oltre a poter godere della vista di giardini fioriti, dai prati perfettamente curati che finiscono direttamente a ridosso dell’acqua.

Come in un gigantesco reticolo, le insule sono formate da piccoli appezzamenti di terre emerse che sono facilmente raggiungibili solo mediante ponticelli o collegati dalle tipiche barche locali in legno dal fondo piatto chiamate “punter”, strette imbarcazioni che venivano condotte dai “punteraar” con l’ausilio di lunghi bastoni di legno e che in passato i contadini utilizzavano anche per il trasporto delle mucche, dei bidoni in alluminio per la raccolta del latte e piccole balle di fieno. I caratteristici ponticelli di legno superano i canali e conducono nelle incantevoli fattorie, con le finestre abbellite dalle tendine ricamate con bei disegni geometrici, e si alternano nell’attraversare giardini adorni da meravigliose ortensie.

Il canale principale sfocia, infine, nel grande lago di Bovenwijde, con le ben visibili isolette – sullo sfondo – che offrono riparo a numerose specie di volatili, soprattutto durante la stagione delle rotte migratorie. Il tutto contribuisce a rendere splendido e accogliente questo luogo davvero insolito; elementi, questi, che fanno da magico sfondo a questo pittoresco percorso che si sviluppa tra il verde di prati e giardini ben mantenuti e le argentee atmosfere create dall’acqua di fiordi e canali. Una località dell’Olanda davvero fuori dal comune e che val bene un viaggio per raggiungerla, per conoscerla ma, soprattutto… per viverla! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

KILCOOLEY Abbey (IRELAND)… l’abbazia di Excalibur persa tra le nebbie!

L’Irlanda è ricca di abbazie, cappelle (molte sono isolate) cattedrali (ben rifinite), chiese (spesso rupestri), conventi e monasteri (tanti di loro in rovina); in alcuni di questi luoghi non è raro immaginare di potersi trovare nel bel mezzo di una tra le più singolari location ove hanno girato scene di film a trama medioevale (“Excalibur e i Cavalieri della Tavola Rotonda“). Ebbene… la KILCOOLEY Abbey è proprio uno di questi luoghi, una gemma nascosta tra boschi e blasonate proprietà terriere; ciò che resta di un’antica abbazia sperduta nella campagna irlandese, con all’interno diversi bassorilievi e sculture in pietra.

Chiedere indicazioni alla gente del posto è imperativo, poiché anche se le strade principali e le vie interne risultano avere un’appropriata segnaletica, con la bruma e la nebbia che copre ogni possibile orizzonte, risulta davvero difficile individuare il bellissimo e scenografico viale d’accesso alberato, con grandi cancelli, che immette nella tenuta (privata) in cui giace l’Abbazia. Le mura che cingono la tenuta e l’alta copertura del manto forestale naturalmente nascondono la vista dell’Abbazia. Il viale principale dopo una enorme curva conduce, aggirandola, fino al piazzale d’ingresso su cui prospetta il monumentale campanile (a sezione quadra e sormontato da guglie in marmo) della bella chiesa protestante del parco di Kilcooley Church; nelle adiacenze sono antiche sepolture di chi – nel tempo – ha governato la tenuta.  

Questa struttura cistercense è un vero gioiello nascosto tra le Midlands irlandesi. Non è lontano da South Laois, ed è nelle vicinanze di Urlingford presso Kilkenny, appena oltre il confine della contea a Tipperary. Nel campo adiacente la nuova chiesa è possibile scoprire un cimitero più piccolo con lastre tombali finemente scolpite, dominato dal Mausoleo eretto a forma di piramide della famiglia Burke e la vecchia parete di un edificio con arco gotico a sesto acuto. É sbalorditiva la suggestione che genera un luogo così ricco di storia e di solitudine, racchiuso all’interno di vasti terreni pianeggianti distribuiti tra la chiesa, i due cimiteri e l’abbazia vera e propria di cui si scorgono i ruderi in lontananza. Qui c’è abbastanza da vedere e scoprire.

Un cancelletto, chiuso per impedire il transito di autoveicoli e/o di animali che qui pascolano liberamente come mucche e cavalli, permette l’accesso ad una vasta radura erbosa; l’accesso al pubblico è libero per tutti (naturalmente a piedi), e possono accedervi solo gli automezzi “agricoli” (come trattori) ed operai forestali impegnati nella gestione e nei lavori di manutenzione all’interno della tenuta che sono al diretto servizio dei proprietari di Kilcooley. Superati il cancello ha così inizio una passeggiata attraverso un campo spesso quasi sempre bagnato dalla rugiada o dalla forte umidità; in questo caso è consigliabile avere ai piedi pedule escursionistiche adatte a questi tipi di terreni.

Le rovine dell’antica abbazia sono già ben visibili sullo sfondo. Una breve camminata lungo un sentiero ben marcato dal passaggio di uomini e animali attraverso un campo, consente di raggiungere l’ingresso pedonale dell’Abbazia. Mentre si avanza in direzione della stessa una singolare struttura a forma di grosso alveare, desta la nostra curiosità. Un’apertura sul lato, consente di osservare dall’interno questa curiosa costruzione che, in realtà, doveva essere una vecchia colombaia. Non è noto se questo fosse utilizzato come colombario per conservare le ceneri o come colombaia per i piccioni; ma molto probabilmente si trattava di una colombaia poiché nel soffitto c’è un buco largo meno di un metro, da cui entravano e uscivano i piccioni.

Eccoci finalmente giunti al cospetto dell’abbazia di Kilcooley, un luogo fantastico che – avvolto dalle nebbie e dalla foschia – genera stupore e meraviglia per le bellezze architettoniche, stilistiche, scultoree e decorative che in essa si riscontrano. A prima vista la struttura sembra essere in un buono stato di conservazione, ma l’amarezza prevale quando, avvicinandosi, si scopre che l’accesso è precluso perché alcune parti della struttura sono pericolanti o in uno stato di precario equilibrio statico. Questa Abbazia cistercense risale originariamente al 1182 e fu ricostruita nel 1445. La tenuta su cui si trova l’Abbazia è privata ma l’Abbazia è un Monumento Nazionale e dal febbraio 2019 l’accesso è libero e ben segnalato, situazione – questa – che consente di poter ammirare da vicino questo autentico gioiello (anche se nascosto) dell’arte sacra irlandese.

Fondata dal re di Thomond, Donal Mor O’Brien, nel 1182 circa e nel giro di due anni l’abbazia divenne una fondazione figlia dell’abbazia cistercense di Jerpoint nella contea di Kilkenny. Bruciata in seguito ad un incendio nel 1445, e in seguito ricostruita, fu spesso abitata come residenza occasionale dalla famiglia Barker quando ne divenne la proprietà. L’Abbazia stessa risulta essere una imponente struttura con un’enorme finestra che s’apre sul lato orientale. Scorrendo con lo sguardo al di là della grata in ferro per impedire l’accesso, al suo interno sono possibili scorgere bellissime tombe, particolari effigi in pietra, sculture e bassorilievi a carattere sacro; alzando lo sguardo verso il soffitto si vedono le orditure di alcuni imponenti archi che sorreggono la volta e un fonte battesimale posto all’ingresso principale dell’Abbazia.

Considerata uno fra i tesori nascosti in questo angolo remoto della contea di Tipperary, l’abbazia si trova all’interno di un podere murato. Da un lato, verso occidente, la foresta chiude l’orizzonte del campo visivo, mentre girando intorno a queste mura che sanno di antico, di duro lavoro, di preghiera e di contemplazione, si avverte come questo luogo sia – da sempre – uno dei posti più tranquilli che si possano desiderare, laddove la meditazione esalta l’animo alla sublimazione del semplice e del concreto. Circondata da boschi e fattorie, pochissimi suoni del mondo moderno e rumori che giungono dall’esterno penetrano nel campo in cui essa giace. Per tutte queste sue caratteristiche è possibile immaginare, quasi percepire, quelli che potevano essere i tempi in cui questa abbazia fu dapprima abitata e, successivamente, utilizzata quotidianamente come rifugio e luogo di culto per i monaci cistercensi che qui dimoravano.

Fra le tante curiosità che avvolgono di fascino e mistero queste rovine, dialogando con alcuni tagliaboschi locali, si scopre che Kilcooly Abbey fu stata utilizzata, negli anni ’80, anche come location per la realizzazione del film di John Boorman “Excalibur” basato sulla leggendaria spada di Re Artù e della saga dei “Cavalieri della Tavola Rotonda”. Anche quest’ultima è una tra le “perle” di rara bellezza poco conosciuta, poco conosciuta dal grande pubblico, di questa meravigliosa terra che è l’Irlanda; la sua visita ed una escursione per raggiungerla, non possono mancare nel taccuino dei viaggiatori, degli escursionisti e dei backpacker… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

PRIZREN (Призрен, Kosovo): un arazzo vivente intriso di fascino, storia e cultura…

Secondo la Costituzione serba il Kosovo è una provincia della Serbia (e non v’è ad oggi la volontà politica, a Belgrado, di riconoscere pienamente l’indipendenza del Kosovo). Sono poco meno della metà i paesi del mondo che hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, e non va dimenticata la presenza di varie organizzazioni internazionali con le loro rispettive missioni: le Nazioni Unite (Unmik), l’Ue (Eulex) e la Nato (K-For), che continuano ad operare insieme ad altre organizzazioni non governative. Il Kosovo rimane impantanato in un limbo diplomatico di cui solo in parte è responsabile; mentre per qualcuno non è che una pedina da muovere sullo scacchiere della geopolitica mondiale in una partita a tutto campo ancora tutta da giocare. A pagarne le conseguenze sono soprattutto i cittadini kosovari rinchiusi senza scampo in un angolo remoto dei Balcani da cui non riescono e non possono uscire. Queste sono le considerazioni emerse durante il breve viaggio che, in circa un’ora d’autobus, porta da Prishstina e conduce a PRIZREN. Arrivando alla stazione degli autobus, il centro della città è facilmente raggiungibile a piedi in circa 20 minuti. Il primo impatto alla città (già vecchia capitale kosovara) lo volgiamo in direzione del quartiere Shadervan; pochi minuti di cammino e costeggiamo le sponde del fiume Lumbardhi (conosciuto anche come Bistrica).

Osservando la skyline del posto, s’intuisce la sovrapposizione e l’alternanza di campanili, minareti, mercati che inducono ad accelerare il passo per non sprecare tempo per scoprire questo meraviglioso intreccio di lingue e culture così diverse; l’eccitazione sale e fa subito venir voglia di buttarsi immediatamente in quel dedalo di viuzze del centro storico pieno di cupole, ponti, caffè e case di matrice turca. Prizren è una città del Kosovo molto intrigante da visitare camminando zaino in spalla: viene definita come un piccolo gioiello, pulita, curata nei particolari, accogliente e molto attenta ai viaggiatori. La cosiddetta città delle tre lingue (le lingue ufficiali qui sono albanese, serbo/bosniaco e turco) facilmente distinguibile nelle indicazioni stradali, conserva anche qualche edificio ortodosso, nonostante attualmente la popolazione sia a maggioranza albanese/musulmana. La regola che ci siamo imposti per esplorare le bellezze di questa città, è quella di immergerci lentamente nel cuore della Old Town of Prizren; vagabondando tra antichi bazar e tradizionali cafè, muovendoci a passo lento, fermandoci e godendo ogni singolo momento, cercando di essere attenti osservatori ai molteplici particolari che il popolo kosovaro riesce ad offrire.

La scelta da dove cominciare la nostra esplorazione è davvero imbarazzante viste le molteplici peculiarità presenti tra edifici pubblici e religiosi, piazze, fontane, cappelle isolate e fortezze arroccate. Raggiungiamo il pittoresco ponte di Ura E Gurit, un antico ponte in pietra a “schiena d’asino” che scavalca il fiume Lumbardh/Bistrica. Esso divide la città in due parti ben distinte: la vecchia città tra il fiume e la montagna, e la nuova città oltre il fiume e la pianura. Situato proprio nel centro della città vecchia, esso fu costruito da Ali Beu nel XVI secolo in stile orientale ed aveva una forma sferica ma, distrutto a causa delle ripetute inondazioni, fu ricostruito nel 1982 subendo importanti e significative modifiche architettoniche. Per raggiungere il centro storico, bisogna attraversare questo ponte in pietra che divide in due la città. Sebbene non si conosca con esattezza la sua costruzione, sulla base del materiale (pietre di qualità lavorate e legate insieme con calcare), dello stile, della tecnica di costruzione, gli storici presumono che il ponte risalga alla fine del XV secolo, o all’inizio del XVI secolo, e testimonia l’abilità tecnica e architettonica d’epoca ottomana.

Questo è un ponte ricostruito dove un tempo sorgeva un ponte molto più antico, ma oggi è perfettamente incantevole e molto pittoresco, così ben incastrato nella suggestiva cornice paesaggistica che ha reso celebre Prizren. Una volta superato il ponte esso conduce nella vivace piazza principale di Prizren, la bella Piazza Shatravan, un ampio spiazzo che ci invita ad entrare nel mondo dell’epoca ottomana. Essa è il cuore pulsante del centro storico di Prizren; la piazza è circondata dalle facciate delle tradizionali case in stile ottomano e dalle strette vie acciottolate tipiche di Prizren. Proprio al centro di essa si trova una piccola e antica fontana divenuta, nel tempo, monumento culturale protetto dall’Unesco; una curiosa leggenda dice che chi beve l’acqua della fontana tornerà sicuramente a Prizren. Per quanto gli eventi della vita li abbiano messi a dura prova, i kosovari possiedono un decoro umano che lascia senza parole. La fatica, il dolore, la sofferenza hanno temprato il loro sangue e rinforzato la loro indole, portandoli a guardare in avanti, senza però mai dimenticare il passato.

Puntiamo a raggiungere il punto più lontano già ben visibile dalla piazza, la fortezza in cima alla montagna: KALAJA. Per raggiungerla si ascende per una salita molto ripida, ma una volta raggiunta offre un incredibile punto panoramico su tutta Prizren e sulle sue zone circostanti. La sua costruzione risale al XI secolo ed ancora oggi è possibile camminare lungo le sue incredibili mura che si estendono per oltre 1 km e poter ammirare le rovine di torri e bastioni.  Fu costruita su una collina sopra la città, sotto la quale Prizren si sviluppò gradualmente in una grande città. La fortezza di Prizren è un posto straordinario! È un castello storico, una delle attrazioni più famose della città e offre viste mozzafiato oltre che sulla città, sull’intera regione circostante. Essa ha una lunga storia ed è un importante sito culturale. Rientrati in città, attraversiamo i giardini che cingono la possente MOSQUE di SINAN PASHA, la principale moschea di Prizren, il punto di riferimento e di orientamento per tutti gli abitanti. Essa si presenta molto suggestiva e imponente; una fontana sul retro permette ai fedeli di potersi pulire i piedi prima e dopo l’ingresso.

Ben posizionata, si affaccia sulla città e crea uno sfondo mozzafiato se vista dal vecchio ponte di pietra sottostante; la sua presenza aggiunge un tocco suggestivo allo skyline essendo il punto di riferimento della zona. Moschea ottomana costruita nel 1615 nel centro della città, si appoggia fra le case ottomane del centro storico e a pochi passi dal fiume; una delle attrazioni principali da non mancare qui a Prizren, in una zona affollata a pochi passi da Sabeel, è una fonte pubblica d’acqua fredda; il suo atrio d’ingresso si raggiunge superando alti scaloni. Sulla sponda opposta al centro storico cittadino compare l’edificio che ospita i bagni turchi, costruito nel XVI secolo da Gazi Mehmet Pasha, governatore della provincia Ottomana di Scutari e pronipote di Dukaginzade Ah-med Pasha, Gran Visir dell’Impero Ottomano. L’hammam fa parte dell’insieme architettonico fondato da Gazi Mehmet Pasha, che comprende la moschea Bayraklia, la scuola secondaria (madrasa), la scuola elementare (mejtep), la biblioteca e il mausoleo. La particolarità di questo edificio, nonostante il passare di molti secoli, è che risulta ancora ben conservato e vanta meravigliosi tetti a cupola, piastrelle decorate e intricate opere in pietra.

Oggi giorno, l’edificio ottomano è stato riconvertito in centro culturale per saperne di più sulla sua storia secolare e le caratteristiche di questa regione kosovara. Oggi molti kosovari hanno anche il passaporto dell’Albania (terra alla quale sono attaccati da stretti vincoli parentali e di sangue) o della Macedonia che consente loro da tempo di spostarsi liberamente in Europa. Cinque paesi membri, tra cui Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna per “proprie” ragioni interne non hanno mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Così il Kosovo continua a restare confinato in un ghetto, sprofondato in un buco nero, l’unico fra i paesi della regione a non godere di una libertà concessa a tutti gli altri cittadini della ex Jugoslavia già dal 2010. Il Kosovo non è una terra di nessuno ma uno stato sovrano che ambisce ad essere europea, così come espresso (e disegnato) nella sua bandiera: le sei stelle su sfondo azzurro, rappresentano le sei diverse etnie che compongono la nazione, una terra che cerca – da tempo – di entrare a far parte dell’Europa… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ORHEIUL Vechi (MOLDAVIA), come sentieri sospesi… in un multiverso bi-dimensionale!

Crocevia di più culture che vanno dalla mitteleuropea alla caucasica, dalla turca alla baltica, dalla russa alla rumena, dalla mongola alla greca. Come un luogo – così tanto particolare – in una terra poco conosciuta, ancor meno frequentata dai turisti se non qualche appassionato viaggiatore o viandante alla ricerca di storia, cultura, natura e paesaggi in un posto che sembra essere narrato da un racconto fantasy o uscito fuori rotta da una “time machine”. Una terra che mostra ancora le mille sfaccettature di un paese rimasto fermo nel tempo e radicato così fortemente alle sue tradizioni dal sapore gitano. “Come mai avete scelto la Moldavia per il vostro viaggio…?” Questa è stata la domanda che spesso, tra stupore e meraviglia, ci hanno rivolto! Questa è l’antica terra dei “Rom”, questa è ciò che resta di un’antica Repubblica Socialista dei Soviet, questa è… la MOLDAVIA. Per raggiungere questo particolare e inconsueto scenario paesaggistico e ambientale ci si avvale di un trasporto (spesso non proprio pubblico!) che, dalla zona mercatale (Naf-Naf) della capitale moldava Chişinău, a bordo di traballanti minibus (i “marshrutka”) coprono i circa 60 km per raggiungere ORHEIUL VECHI, mistico luogo di culto sorto su una dorsale calcarea che si erge tra le sinuose anse del fiume Răut, in una cornice paesaggistica della Moldova unica al mondo, così autentica e dal carattere prettamente agricolo (alta densità di campi coltivati a vigneti).

I viaggiatori non rinunciano a compiere un’escursione qui perché la valenza di Orheiul Vechi non sfugge ai più attenti. D’altronde anche il dossier sul tavolo dell’Unesco lo evidenzia: ricerche archeologiche sul promontorio Peştera hanno portato alla luce numerosi insediamenti ben conservati; tra questi, un campo del tardo paleolitico (circa 30/20.000 anni prima di Cristo) ma anche numerosi insediamenti rurali individuati sulle dolci e – spesse volte – aspre pendici che genera il promontorio. Della Moldova si parla come di una gemma che per la sua posizione strategica è stata inevitabilmente spesso contesa e più volte conquistata durante il corso dei secoli, divenendo così nel tempo una sorta di cerniera tra culture e diverse etnie (come Cina, Carpazi, Anatolia e Mar Baltico) che oggi meritano di essere conosciute. Beh, Orheiul Vechi è tutto questo: un paesaggio che assomiglia incredibilmente ad un incastro di anfiteatri emisferici ampio più di 5 km2, solcato dalle ripide sponde del fiume Răut il cui corso, estremamente tortuoso, ha scavato nel corso dei millenni, sinuosi meandri incastonati attraverso la roccia calcarea. Dal punto di vista ambientale, paesaggistico e panoramico già la sua peculiarità vale il viaggio per raggiungerlo: in questo luogo trovano il loro punto d’incontro tre grandi zone geografiche come la steppa eurasiatica, la steppa forestale dell’Europa orientale e il bacino del Carpato-Danubiano.

Chi giunge per la prima volta quaggiù scopre di trovarsi nel mezzo di un’area protetta (Rezervaţia Cultural-Naturalǎ) e in un territorio condiviso fra tre villaggi: Butuceni, Morovaia e Trebujeni. Orhei Vechi è proprio nel mezzo dell’insenatura che funge anche da promontorio tra le anse del fiume; un complesso archeologico, artistico, culturale, religioso e storico davvero unico. Al di là dell’imponente e incredibile paesaggio naturale, un gruppo di (non ben definite quante) grotte troglodite, singolari luoghi sacri che testimoniano una fede antichissima, e che – nel corso dei secoli – hanno ospitato, nei suoi anfratti e gli antichi monasteri, numerose comunità di monaci eremiti che professano sia il culto bizantino che quello ortodosso, in una cornice naturale generata dall’erosione del fiume Rǎut; è un pò come potersi affacciare su di un universo sospeso nel tempo quando si getta lo sguardo su Orheiul Vechi, il complesso storico e archeologico più importante della Moldova. Il paesaggio naturale che circonda il territorio è in gran parte di roccia calcarea, strato che durante il corso dei millenni è stato eroso dallo scorrere del fiume. Un ambiente così austero e – al tempo stesso – contemplativo che si combina con vestigia archeologiche dell’antica civiltà “trypilliana” (cultura neolitica risalente a oltre 7000 anni fa), con strati culturali che riconducono a diverse epoche, fino all’età del ferro.

Questo promontorio calcareo, conosciuto anche come Butuceni, contiene tracce di diverse civiltà, tra cui resti di fortezze realizzate in legno e terra come la fortezza Geto-Daci (del VI-I secolo a.C.); il forte dell’Orda d’oro Shehr al-Jedid o Yangi-Shehr (del XIV secolo); una fortezza (del XIV-XVI secolo), il monastero ortodosso (secolo XIV) e la città di Orhei (del XIV-XVI secolo). Di grande suggestione è la chiesa rupestre ricavata in grotte ancora utilizzate come cappelle, in cui si ritrovano una serie di reperti storici e iscrizioni slave risalenti al 1690, che testimoniano come l’Hajduk, sorta di bandito, fuorilegge) locale si era rifugiato nelle caverne, nascondendosi dall’Impero Ottomano. Raggiunti la spianata formata dalle anse del fiume, ha inizio un bel percorso a piedi che porta fino al crinale ove si ergono, già ben visibili, le guglie del monastero e della cappella rupestre. Orheiul Vechi è un monumento naturale, di notevole importanza storica ed archeologica, protetto come “patrimonio nazionale” moldavo, situato su una dorsale formata dal bordo del fiume Răut; esso ha conosciuto, nel tempo, numerosissime civiltà storiche tra cui: i Goti, gli Unni, gli Slavi, e gli Ungheresi. Incastrato al centro di un incredibile paesaggio esso si trova tra due enormi altopiani. Quello che ospita i luoghi religiosi ha una funzione geologica molto particolare; l’altopiano di Butuceni, appunto, conserva fortificazioni rupestri antichissime come: grotte dove i monaci conducevano un’ascetica esistenza fatta di preghiere e contemplazioni.

Una bianca croce in calcare troneggia dall’alto della rupe che s’affaccia sul fiume; essa indica la posizione in cui giace un santuario scavato nella grotta sottostante con l’ultimo vecchio monaco che accoglie visitatori e pellegrini. Un piccolo campanile custodisce, con una sottostante porta d’accesso, l’ingresso (caratterizzato da bassorilievi lapidei raffiguranti S. Giorgio e S. Michele) che conduce al Monastero rupestre. Si discende per una scala (attenzione al soffitto) ricavata nella roccia; il denso profumo di incensi che sale dal basso è intriso di preghiera e di silenzio mentre sullo sfondo si apre, man mano che si scende, un ambiente che ha ospitato, per secoli, comunità di monaci eremiti raccolti in preghiera e contemplazione. Oggi un padre guardiano caratterizzato dalla sua lunga (austera e fiera) barba bianca è sempre lì, presente, ad accogliere chiunque si rechi quaggiù a conoscere questo luogo (una sorta di cella), apparentemente al buio e illuminato dalla luce delle candele: a destra, una nicchia più ampia accoglie una sorta di altare con leggio impreziosito da arredi sacri e le tante coloratissime icone di santi e beati della tradizione ortodossa; un luogo, la cui autenticità, trasuda di storia e di fede. La luce entra da una finestrella e, poco accanto, una porta che s’apre sull’immenso con incredibili vedute panoramiche.

Pochi passi oltre la porta (in legno scolpita da figure geometriche) conducono sul ciglio di un dirupo; oltre, è praticamente impossibile procedere, c’è il baratro che precipita nel sottostante fiume! Guardando la parete calcarea gli occhi scorgono le tante monetine e i bigliettini (intenzioni di preghiera o speranzosi desideri) incastrati tra le fessure rocciose lasciate dai tanti pellegrini che hanno raggiunto questo posto; sotto i piedi, invece, si calpestano le migliaia di buchi lasciati, nel corso dei millenni, da (piccole e grandi) conchiglie fossili di natura marina, ciò a dimostrare che milioni d’anni fa questo paesaggio era immerso dalle acque. Rientrando nell’anfratto rupestre, appena dietro la porta sulla destra, s’apre – nel buio – una nicchia allestita (sorta di cella) con un giaciglio, diverse coperte colorate e una mensola con portacandela in terracotta: questa è la cella del padre/guardiano ricavata nella viva roccia calcarea e fatta su misura secondo lo spazio occorrente ai bisogni del monaco. Usciti nuovamente all’aperto si continua a camminare lungo il crinale; laggiù in fondo a sinistra il fiume serpeggia lento attraverso un mare di verde (coltura intensiva di vigneti) contornato da due morene ad anfiteatro. Poche centinaia di metri su per la dorsale si raggiunge una chiesa locale: il Monastero di ORHEIUL VECHI (con bellissime guglie a “cipolla” tutte d’oro zecchino) tinta in bianco e a tutt’oggi attiva in quella che sembra essere una vecchia missione di matrice spagnola.

Qui la natura circostante assume la veste di un insolito complesso museale mentre l’interno della chiesa sembra le “Porte del Paradiso”. Varcato un cancello in ferro compare un giardino ben curato; intorno al perimetro esterno della chiesa c’è una colombaia e alcuni ambienti che ospitano, all’occorrenza, un giovane monaco che cura la manutenzione del luogo, e delle donne che accolgono e assistono pellegrini e viaggiatori in visita alla chiesa. Qui la natura, sembra come essere sospesa nel tempo; siamo nella Valle del Raut e tutt’intorno oltre all’eremo, ai luoghi di culto e al monastero, nel sottostante villaggio di BUTUCENI la vita scorre tranquilla tra le vecchie abitazioni. Per un sentiero sterrato si raggiungono le prime case di Butucenu. Tra gli impenetrabili silenzi della via principale che attraversa il villaggio, riecheggiano il calpestio dei nostri passi e il ritmo del nostro respiro. Subito rimbalza agli occhi la bellezza dei cancelli e dei portali d’ingresso delle modeste abitazioni che compongono questo villaggio; autentiche opere d’arte locali della falegnameria e dell’incisione: colorate, disegnate con figure geometriche, richiamano – nello stile e nella raffigurazione – oltre alla semplicità, anche la spiritualità (quasi ascetica) del luogo con tante stelle dalle molteplici grandezze. Butuceni è un villaggio molto pittoresco dove è ancora possibile mangiare gustando le prelibatezze della cucina locale (spesso a base di verdure e carni bianche) oppure pernottare in una location unica nella più assoluta tranquillità.

A Butuceni si scopre la tipica architettura rurale moldava, con le belle case colorate, i pozzi (l’acqua è freschissima, spesso c’è anche un bicchiere per bere!) e i portoni delle case, ognuno diverso, ognuno con un suo motivo decorativo. Orheiul Vechi e Butuceni sono le autentiche perle naturalistiche, paesaggistiche, ambientali, storiche e religiose che valorizzano l’aspetto culturale di un territorio con un rigido passato vissuto all’ombra del Kremlino; un passato vissuto tra precarietà e privazioni; un passato che ancora oggi si riesce difficile da mettere da parte lasciando aperte possibilità e prospettive per uno sviluppo – non solo sociale – che possa condurre una terra come la Moldavia (Moldova) tra le più prestigiose mete da visitare durante il corso dei prossimi decenni. Qui c’è tanta cultura, qui la gente è ospitale oltre l’immaginario, qui l’aria è salubre, qui la natura di prim’ordine, qui c’è un intreccio di religioni che t’affascina e ti scompiglia lasciandoti indelebili segni di curiosità e di conoscenza da approfondire. La Moldavia è tutto ciò e tanto altro ancora; la MOLDAVIA (o Moldova) non aspetta altro di incontrare viaggiatori (camminatori mossi da curiosità e sete di scoperta) come noi che amano il semplice gusto delle tradizioni locali ove accoglienza e ospitalità sono le principali caratteristiche di un territorio così complesso e della gente che lo popola. La Moldavia aspetta di fare anche la vostra conoscenza… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

nuraghe PALMAVERA (Alghero, SS); uno dei 7000… tra i più gandi di tutta l’isola!

È una terra lontana… dal fascino ancestrale, la cui indole è caratterizzata da mute pietre di un tempo remoto, attraverso luoghi plasmati dalla forza dei venti e dall’acqua!

La costa a nord di Alghero (SS) custodisce numerose e interessanti bellezze naturalistiche e paesaggistiche ma oltre a ciò, chi è anche appassionato di storia e – soprattutto – delle antichità legate all’archeologia qui, in terra Sarda, non ha che l’imbarazzo della scelta. A pochi chilometri da Alghero, muovendosi in direzione di Porto Conte e Capo Caccia, il litorale costiero che s’apre a sinistra comprende ampie spiagge di finissima sabbia bianca e tranquille calette con a ridosso rigogliose pinete che si spingono fino a lambire il mare. In fondo a un lungo rettilineo, sulla destra compare – protetto da una cancellata – l’area in cui sorgono i resti di un nuraghe, quello di PALMAVERA che, per la sua estensione, può considerarsi uno tra i più grandi (e meglio conservati) di tutta l’isola.

Varcato l’ingresso, si viene subito proiettati – come moderni Indiana Jones – in un salto nel tempo, che si rincorre tra fascino e mistero. L’architettura dell’intera costruzione testimonia le straordinarie abilità costruttive dei primi abitanti di queste terre nonchè dell’affascinante e misteriosa civiltà nuragica. Il complesso nuragico di Palmavera, uno dei circa 7000 presenti in tutta l’isola, sorge sull’omonimo promontorio a un chilometro e mezzo dal mare. Muovendosi attraverso il labirinto delle sue pietre si viene coinvolti come in una specie di caccia al tesoro ove l’ambito premio è mosso dalla curiosità e dalla passione di conoscere e scoprire come, in spazi così angusti ma collocati in posizioni ambientali e naturalistiche di pregiato valore paesaggistico, i popoli della civiltà nuragica abbiano potuto erigere costruzioni così interessanti, soprattutto dal punto di vista architettonico.

Va da dire subito che tali costruzioni venivano usate poco come soluzioni abitative e che, nella maggior parte dei casi, esse assolvevano più a scopi di utilizzo sociale per l’intera comunità che le frequentava. Si avverte subito la percezione di come tuti i resti della struttura ruotino intorno alla “torre” centrale, l’edificio probabilmente più importante dell’intera zona. Sporgendosi dal punto più elevato dell’area è possibile notare come la torre “principale, la più importante quella al centro, sia inserita nel contesto di una perimetrazione dalla forma geometrica pentagonale con un muro che la distingue dalle numerose basi di capanne esterne. Quando la fantasia lascia spazio alla curiosità allora – mossi dalla passione – si proiettano i ricordi delle reminiscenze accademiche fatte di studi e approfondimenti.

Ma, andiamo a conoscere più da vicino questa civiltà nuragica. Costruzioni come queste assolvevano a molteplici funzioni; se la società nuragica era basata su un sistema tribale, la dimora principale veniva occupata dal gruppo familiare dominante. La sua imponente torre centrale assolveva, sicuramente, al principale edificio le cui funzioni erano prettamente a carattere sociale (molto meno all’aspetto religioso); sul lato meridionale di questa fu eretta la grande capanna delle riunioni. Per accedere alla torre ci si deve abbassare visto l’ingresso stretto e angusto; una volta al suo interno addentrandosi poco alla volta nel labirintico percorso che collega gli ambienti della torre principale, risulta essere molto divertente girare fra di esse e immaginare la vita degli antichi abitanti.

Questo nuraghe risale all’età del Bronzo e la sua sala principale aveva il tetto a “Tholos” (chiusura a cupola ogivale) dove si radunavano intorno al fuoco. Per alcuni rocamboleschi passaggi, tra stretti cunicoli in pietra ed incredibili punti luce che illuminano dall’alto questi ambienti intrisi di fascino e mistero, si riesce a salire per angusti gradini in pietra fino a trovare il varco d’accesso che conduce alla balaustra panoramica posta sul punto più alto della sala grande ben conservata. Da lassù si avverte dell’imponenza della struttura e sono possibili osservare, in tutta la loro splendida bellezza, i resti che ruotano tra il pendio ulivato collinare a nord e la strada principale che scorre a sud. Spostandosi di qualche chilometro si giunge in vista dell’insenatura determinata dalla baia di Porto Conte. (testi ©Andrea Perciato; photo Maria Rita Liliano & A. Perciato)

Beduini (penisola del Sinai Egitto), tra rocciose montagne e incredibili dune, sono loro… i veri “Signori delle Sabbie”!

Un viaggio in Egitto, soprattutto nelle terre che ruotano intorno alla regione del Sinai, porta inevitabilmente alla scoperta e alla conoscenza di una realtà antropica (fuori dal e) sospesa nel tempo, presenti qui: i “BEDUINI del Sinai”, una popolazione nomade e seminomade di lingua araba che – da sempre – abita questa parte di mondo dell’Egitto. Famiglie tribali che conservano tradizioni secolari e un forte legame (quasi un morboso attaccamento) con il deserto. Queste popolazioni discendono da tribù arabe migrate principalmente dalla penisola arabica. La tribù di cui abbiamo il piacere di incontrare è quella dei JABALIYA (o Jebeliya), un nome che – sicuramente – deriva dalla parola araba Jebel (che significa montagna); infatti, in tutta la regione essi sono universalmente conosciuti come “la gente della montagna“. La loro origine è intrisa di fascino e mistero perché è unica in tutto il mondo arabo e beduino. A differenza delle altre tribù beduine che vantano le proprie origini nella Penisola Arabica, i Jabaliya affondano le proprie radici nel vecchio continente: l’Europa. Nel VI secolo d.C., l’imperatore bizantino Giustiniano inviò circa 200 famiglie provenienti dal Mar Nero e dall’Egitto per costruire e, soprattutto, per proteggere il Monastero di Santa Caterina santa che i beduini considerano una sorta di “matrona” protettrice.

Ancora oggi molte famiglie beduine portano i loro neonati al monastero per ricevere una simbolica benedizione. Con lo scorrere del tempo, queste famiglie – com’era prevedibile – si sono convertite all’Islam e si sono integrate con le popolazioni locali, pur mantenendo tratti somatici e tradizioni distinte. Oggi, i Jabaliya si considerano autentici “discendenti dei romani” (Rum), termine con cui in Medio Oriente si riferiva ai bizantini. Questo legame storico è il motivo per cui, ancora oggi, il monastero affida quasi esclusivamente a loro i lavori di manutenzione e la gestione del turismo religioso e l’accoglienza di fedeli e pellegrini. Da sempre lo stretto legame tra i Beduini e il Monastero di Santa Caterina viene regolato da un meticoloso sistema di turni per la gestione della maggior parte delle attività che ruotano intorno al sacro luogo. Le famiglie dei Jabaliya oggi si alternano per fornire servizi come le “Guardie della Porta”, ove solo determinati membri possono sorvegliare l’ingresso; e i “Lavoratori dei Giardini che si occupano degli uliveti e dei vigneti del monastero. La vita dei Jabaliya viene regolata dal diritto consuetudinario (URF), un sistema legale tradizionale gestito dagli anziani della tribù. L’ospitalità è il valore sacro dei Beduini. Ogni ospite viene accolto con il tradizionale caffè con cardamomo, il “Thyme” (timo selvatico) o il tè alla salvia (conosciuto anche come “habak” la menta del deserto).

Spesso ne raccolgono un po’ lungo la strada per prepararsi il tè durante la marcia. Accettare con semplice gesto di ringraziamento il tè in una delle capanne lungo la pista, è come ripetere un ancestrale rito di gratitudine. Questo è un grande (non affatto formale) gesto di ospitalità. Il tè servito risulta essere molto dolce e, spesso, aromatizzato con erbe locali; ed è perfetto sia per adattarsi all’altitudine che sopportare il freddo. Tra i piccoli gesti che contano (e che fanno sempre la differenza) c’è la condivisione soprattutto di bevande ed alimenti leggeri: se si possiedono degli snack al seguito (come frutta secca, cioccolato, biscotti…), è buona consuetudine offrirne un po’ alla guida beduina. La condivisione del cibo, invece (pane e sale), è alla base del codice d’onore beduino. I Jabaliya parlano un dialetto arabo che contiene molti termini arcaici e, curiosamente, paro-le che derivano dal greco bizantino e dalle lingue balcaniche antiche, specialmente nei nomi di attrezzi agricoli o di piante medicinali; si resta davvero meravigliati – quasi stupiti – dalle incredibili storie narrate che essi raccontano durante le cene. I Jabaliya sono gli autentici custodi di un immenso repertorio che riguardano le leggende sui “Jinn” (gli spiriti del deserto) che abitano le valli, oppure le storie sui loro antenati che vivevano in queste montagne molto prima che arrivassero le strade asfaltate.

In passato questi si spostavano costantemente – da un punto all’altro tra deserti e montagne – con cammelli e capre al seguito alla continua ricerca di fonti d’acqua e pascoli. Oggi molti di loro sono seminomadi. La loro incredibile capacità di adattarsi alle asperità di questi territori li ha definiti come i “Custodi del Sinai” e soltanto loro sono gli indiscussi maestri dei sentieri che ruotano e ascendono lungo le pendici intorno al Monte Sinai e al Monte Caterina. Essi conoscono ogni anfratto, grotta e sorgente che si nascondono in queste terre, lavorando come guide alpine, gestendo le carovane dei cammelli e i numerosi punti di ristoro distribuiti lungo i sentieri sacri. Ancora oggi, i Jabaliya sono ritenuti i responsabili della sicurezza dei monaci; se un monaco deve viaggiare nel deserto, viene spesso accompagnato da un membro della tribù. Questo non è solo un lavoro, ma è, soprattutto, un dovere morale ereditato dai loro antenati cristiani del VI secolo. Oggi molti Beduini lavorano come guide nel deserto, gestiscono direttamente accampamenti eco-friendly o offrono safari in cammello.

La loro economia ruota molto intorno alle escursioni guidate. Quando si sale sulle montagne con una guida Jabaliya, non si vede solo un “accompagnatore turistico“, ma l’autentico discendente di una guardia scelta imperiale che ha cambiato fede senza mai abbandonare la propria postazione; e se desiderate avere una foto di loro (accampamento, lavoro, stato sociale) chiedete sempre il permesso prima di fotografare soprattutto le persone. Poter vivere e trascorrere qualche giorno in compagnia di questi “Signori delle Sabbie” è una particolare, indimenticabile e – spesso – insolita esperienza che ci riporta indietro nel tempo, agli albori della civiltà, di quando gli incontri lungo le piste che attraversavano i deserti e i sentieri che ascendevano sulle aspre cime montuose suggellavano amicizia, consolidavano i rapporti, favorivano gli scambi. Senza poter vivere queste esperienze e queste testimonianze è come sentirsi ai margini di un mondo che – spesso – vediamo e consideriamo solo “diverso” ma che, inconsapevolmente, è proprio “parte di noi”! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano, ©A. Perciato & mondo della rete)

Lago di GHEDINA (Cortina d’Ampezzo BL, Veneto): tra ninfe e rituali magici…

A pochi chilometri da Cortina d’Ampezzo, tra la copiosa foresta di larici e abeti, s’apre uno specchio lacustre la cui cornice paesaggistica restituisce uno spettacolo della natura davvero pittoresco. Il minuscolo lago è facilmente raggiungibile con una piacevole passeggiata attraverso i boschi, nella suggestiva location formata dalle cime dolomitiche che si rispecchiano sull’acqua. La buona posizione e la possibilità di accedervi senza difficoltà ne fanno una meta molto frequentata. Il Lago di GHEDINA è uno splendido specchio d’acqua alpino situato a circa 1.457 metri di altitudine, incastonato tra i boschi di conifere alle falde delle Tofane, a nord-ovest di Cortina d’Ampezzo.

È una delle mete più suggestive e facilmente accessibili della zona, ideale per chi cerca una passeggiata rilassante immersa nella natura dolomitica. Il luogo è celebre per le sue acque cristalline, il cui colore varia dal verde smeraldo al turchese a seconda della luce e delle condizioni meteorologiche. Dopo una bella camminata tra i boschi, appena si giunge lungo le sue sponde completamente circondate dalla foresta, si avverte subito la sensazione di trovarsi in un luogo che sa di magia. Lo sguardo spazia lungo tutto il circondario offrendo la visione (e la sensazione) di trovarsi al centro di un luogo incantevole, spettacolare, suggestivo, un posto davvero lontano da ogni contaminazione umana (ad eccezione di un posto di ristoro lungo le sue sponde!)

In realtà, il sito è composto da due piccoli bacini: uno principale, dove sorge il rifugio, e uno più piccolo situato poco più in basso. È descritto spesso come un luogo “fiabesco” e tranquillo, circondato da una fitta vegetazione. Durante l’estate, le rive sono perfette per godersi il sole e il panorama, mentre in inverno il lago si copre di neve, offrendo un’atmosfera bucolica che sa di magia, silenzio… contemplazione! Anche se lo specchio lacustre, a prima vista, sembra essere davvero di piccole dimensioni, l’atmosfera – e il contesto naturale – che emana il paesaggio che lo circonda, restituisce la sensazione di trovarsi in un luogo incantato, che al tempo stesso sa di magia e di mistero.

Le sue acque verdissime e trasparenti offrono la possibilità di far scorgere le specie ittiche che nuotano al suo interno; e camminando intorno alle sue sponde è uno spettacolo della natura avvolto solo dai silenzi e dai profumi. Qui, potersi distendere lungo le sue rive e godersi delle meraviglie che circondano il bellissimo laghetto è una esperienza da fare, soprattutto quando c’è poca gente e i silenzi si riappropriano della foresta. Nello specchio lacustre, oltre i profili disegnati dalle chiome degli alberi che circondano il lago e che si riflettono sull’intera superficie, si stagliano – come granitiche unghie rocciose – le aspre, incredibili e imponenti muraglie dei rilievi montuosi delle Tofane.

Ma questo laghetto di Ghedina, oltre ad essere un luogo magico – sia per la sua misteriosa bellezza della cornice paesaggistica in cui è incastrato, sia perché il luogo sembra essere davvero uscito dalle pagine di una fiaba – è anche avvolto da una serie di leggende che interessano le Dolomiti. Si narra, per esempio, di fatti e di episodi che qui hanno visto il principe guerriero Ey-de-Net che qui si recò, sulle sue sponde, per interrogare con un rituale notturno le ninfe del lago sul futuro del regno. Data l’esigua distanza che lo divide dal centro ampezzano e la facilità del suo percorso, dopo una tranquilla camminata circondati dalla foresta, il laghetto è una classica meta raggiungibile a piedi dal centro di Cortina.

Piccolo e in una bella posizione, il grazioso specchio d’acqua dolce è circondato da boschi che, nei periodi di minore frequentazione, lo rendono molto intimo e incredibilmente raccolto in un contesto naturale che esercita quel particolare fascino di luoghi e di storie perse nelle memorie del tempo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

FARFA (Rieti)… piccolo borgo, tra due porte, nel cuore della Sabina!

Visitare l’area di Farfa, nel cuore della Sabina, significa immergersi in un territorio dove spiritualità, storia medievale e cultura dell’olio si intrecciano perfettamente. Spesso, quando si parla di “borgo di Farfa“, ci si riferisce a due realtà distinte ma vicine: l’antico borgo sorto attorno all’Abbazia e il vicino comune di Castelnuovo di Farfa. Siamo in quella parte di Appennino Centrale, laddove transitava il cosiddetto Corridoio Bizantino, che dall’Adriatico, attraverso l’Umbria, collegava al soglio di Pietro. A FARFA, in provincia di Rieti, c’è una Abbazia benedettina, gioiello benedettino e monumento nazionale, autentico scrigno di meraviglie storico, architettoniche, artistiche e religiose. Appena varcati il portale d’accesso, esploriamo il suo chiostro rinascimentale, la cripta altomedievale e la basilica.

L’Abbazia di Santa Maria di Farfa è il “cuore spirituale” del luogo e conserva elementi di architettura carolingia unici in Italia; è possibile partecipare a visite guidate per scoprire la storia monastica e i preziosi affreschi. Entrare al suo interno, sembra davvero attraversare secoli di storia, di arte e di fede; qui, chiunque si sia inginocchiato a pregare, ha trovato il suo privilegiato luogo di culto, proprio sulla “Via per Roma“. I numerosi artisti (scultori, pittori, incisori, mosaicisti…) che si sono succeduti all’abbellimento del suo interno, hanno lasciato indelebili segni di un glorioso passato che rende questa Abbazia davvero un contenitore straordinariamente bello e intenso nella sua autenticità; poche decine di minuti al suo interno o nei giardini adiacenti, e la mente corre lontano…

Circa 200 metri di borgo, attraverso questo piccolo centro pedonale ricco di botteghe artigiane, negozietti di prodotti tipici e caratteristici vicoletti in pietra racchiuso da due porte, hanno accolto – durante lo scorrere dei secoli – proprio davanti alla monumentale facciata dell’Abbazia, mercanti e scambi commerciali provenienti dalle due sponde italiane del mediterraneo: dal Tirreno e dell’Adriatico. Qui mercanti, pellegrini, viandanti, eserciti, Imperatori, Papi, re, principi, uomini d’arme e uomini di fede… tutti sono transitati per i basoli e i selciati di questo borgo che ha subito anche le incursioni saracene. Il complesso abbaziale, formato da una Torre, un Campanile e un Monastero, ruota intorno alla bellissima Chiesa dedita al culto di Santa Maria.

Il borgo di Farfa, situato nel comune di Fara in Sabina, è un luogo intriso di storia dove il tempo sembra essersi fermato. Il cuore spirituale è l’Abbazia di Farfa, un monumentale complesso benedettino, mentre il borgo adiacente, che si è sviluppato intorno al monastero, è un piccolo gioiello di viuzze silenziose e botteghe artigiane. Passeggiare tra le case in pietra del borgo offre un’esperienza di pace quasi monastica. Tutt’intorno il silenzio regna sovrano, mentre il relax sembra alimentare la vena creativa (arte, poesia, scrittura, narrazione…) di chiunque decida di trascorrere qui qualche ora di serenità. Farfa… un borgo che val davvero la pena visitare, ma senza lasciarsi trasportare dal frenetico ritmo, o lasciarsi logorare dalla velocità imposta dai tempi moderni. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

TURKU (Finlandia) su e giù tra canali fluviali e i primi “passi” sul Saint Olav

TURKU è, sicuramente, la città finlandese più antica, la prima che ha avuto una sede universitaria e – cosa sconosciuta a tanti – l’antica capitale del paese. Questi elementi, appena elencati, hanno la loro importanza fin da epoche remote poiché la città ha un suo “porto fluviale” con sbocco a mare ed è da sempre un punto strategico per gli scambi commercial; da non perdere le tipiche imbarcazioni locali (le barche-ristorante) che sono ormeggiate lungo le sponde del fiume Aurajoki.

L‘indole cordiale della popolazione “stona” con gli abituali orari che scandiscono la giornata; uno su tutti, si pranza intorno alle 11,00. Città di media grandezza con uno sviluppo urbanistico abbastanza disciplinato (i finlandesi non hanno problemi di spazio!), tutti i principali luoghi sono facilmente raggiungibili a piedi ove sono possibili notare l’alternanza di stili architettonici, o la particolare fusione, che ben si amalgama fra tradizione e modernità. Tra le cose più interessanti da vedere a Turku sono; la passeggiata lungo le sponde fluviali dell’Aurajoki, il Castello e la Cattedrale (di culto luterano) dedicata alla Vergine Maria e a Sant’Enrico.

Il lungo tratto che scorre lungo le sponde del fiume Aurajoki, determina una passeggiata tra le siepi che consente di partire dai bastioni del Castello fino a raggiungere il centro della città. Camminando lungo il bordo, oltre alle singolari e belle imbarcazioni (alcune anche di matrice militare) ormeggiate lungo il fiume, compare – in tutta la sua imponente fierezza – un grande veliero (trialbero) bianco, proprio di fronte a quelli che un tempo erano i magazzini ove si depositavano le merci da caricare in partenza o quelle appena giunte (e da smistare) nel porto fluviale. Già dall’esterno, la possente struttura delle mura perimetrali del Castello, incute un certo timore reverenziale.

La sua struttura è ben mantenuta e le sue pietre ripercorrono una storia, che giunge fino a noi, già dal primo medioevo. Eretto a ridosso dell’imboccatura portuale il Castello è una delle strutture più antiche della città; anche se, esteticamente, non presenta il solito clichè di castello fortificato, esso primeggia per la sua imponente struttura. Di grandi dimensioni, il maniero si presenta con una caratteristica estetica marcatamente medioevale; molto belli risultano essere gli ambienti interni, distribuiti su più livelli (spesso) sfalsati, e i principali cortili interni dalle pavimentazioni in pietra.

La struttura, completamente ristrutturata dopo il bombardamento sovietico del 26 giugno 1941, è l’esempio perfetto di come dovrebbe essere un castello: dagli interni in cui primeggiano materiali decorativi e strutturali principalmente in pietra e legno. Altro gioiello di “caratura” storica e la Cattedrale di rito luterano, posta in riva al fiume proprio al centro della città. Immersa tra giardini alberati ricchi di verde svetta – su tutto – la Torre campanaria, sostenuta da mura compatte evidenziate da solide pietre che vanno dal rosso, all’ocra fino al grigio scuro.

La sua costruzione risulta imponente, mentre su tutto primeggia uno stile gotico abbastanza essenziale che lascia poco spazio all’ immaginazione restituendo un’atmosfera austera e severa. Dopo un’erta gradinata sulla facciata principale che determina l’accesso, appena si varcati il portale volgendo la testa all’insù, lo sguardo rincorre le altissime volte che vanno ad incrociarsi quasi in cielo. Edificio costruito secondo lo stile gotico-baltico essa presenta tre navate, con una possente Torre campanaria al centro e due ambienti larghi con tetto spiovente ai lati che continuano, raccordandosi poi, con il tetto sulla navata centrale.

Poi l’occhio scorre lungo le bellezze artistiche che abbelliscono le navate laterali, composte da affreschi, dipinti, mosaici e sculture marmoree di pregiato valore decorativo, il tutto avvolto da un’atmosfera davvero suggestiva. Santuario nazionale è uno dei pochi monumenti storici della città risalente al XIV secolo. Tipica cattedrale luterana essa si presenta un pò spoglia negli arredi ma ricca di sepolture di personaggi famosi che hanno fatto la storia di Turku e della Finlandia; si può trovare la tomba dell’unica regina finlandese, che è stata in carica per meno di un mese, ma alla quale i Finlandesi sono molto affezionati: Karin Månsdotter.

All’ingresso del sacro edificio, spostandosi appena a destra, una cancellata racchiude un particolare spazio dedicato ai pellegrini (spesso qualcuno giace accovacciato a riposarsi) che sostano prima di mettersi in viaggio per compiere – a piedi – il lungo tracciato del “Cammino di Saint’Olav” che proprio da questa Cattedrale ha il suo inizio; qui è possibile ricevere il “pilgrim’s staff” (bastone del pellegrino), richiedere la “credenziale”, ed apporre il primo timbro. Questa è solo una parte di Finlandia; ma… credeteci, c’è ancora tanto da scoprire in queste terre! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

LOCOROTONDO (BA, Puglia): sarà mica forse… l’ombelico del mondo?

Incantevole, coinvolgente e stupefacente sono le prime impressioni che si avvertono giungendo per la prima volta a LOCOROTONDO, tranquillo borgo adagiato su un’altura. Le sue tipiche casette imbiancate dai tetti aguzzi, evocano quelle dei villaggi sparsi nel nord Europa. Disposte in senso circolare intorno al centro, queste sono circondate da un preciso perimetro che raccoglie – al suo interno – i quartieri più vivaci.

Passeggiare tra i vicoli di questo borgo (“Bandiera Arancione” del TCI) è un’esperienza dal fascino bucolico, fatta di continui scorci da fotografare; qui i balconi sono tutti in ferro battuto, abbelliti da vasi fioriti, coi cactus disposti agli angoli, le scale e le porte dipinte, le ceramiche esposte e i panni stesi al sole.

Già da lontano, avvicinandosi dall’immensa pianura determinata dalle ampie macchie ulivate e caratterizzate da chilometri di muretti in pietra a secco, Locorotondo appare in tutta la sua imponente bellezza, ergendosi – dall’alto del suo colle – in un paesaggio assolato che ne risalta il bianco candore delle sue case raccolte in quel labirinto di vicoli, slarghi e portali, esaltando una magnificenza architettonica che giunge dalla preistoria fino al tardo barocco; un luogo e un paesaggio unici nel loro genere.

Camminando attraverso il centro storico, nella sua parte più antica, ci si immerge – in un percorso spazio/temporale – attraverso il suo labirinto di vicoli bianchi, puliti, profumati e soprattutto fioriti (una sorta di “Vicoli/Giardino”); laddove i venti dell’est serpeggiano trasportando i profumi di essenze attraverso le cosiddette “Cummerse”, le tipiche case locali coi tetti spioventi realizzati con la tecnica delle “chiancarelle”, piccole lastre in pietra calcarea locale, montate a secco, in modo da poter veicolare l’acqua sotto la dimore.

Prima di addentrarsi alla conoscenza del borgo c’è un belvedere da cui è possibile godere di un panorama mozzafiato sull’intera Valle d’Itria, una bella vallata dagli orizzonti ondulati e caratterizzati da nuclei sparsi di trulli, oltre ad antiche masserie circondati da boschi e campi in terra rossa, da cui emergono vigneti e uliveti. Questo belvedere offre la sensazione di poter ammirare – durante i giorni di foschia in valle d’Itria – i cumuli di nubi ondeggianti che sembrano il mare; e già questo rende Locorotondo è uno dei borghi più belli della Puglia.

Il suo centro storico si sviluppa in una perfetta forma circolare; ed è proprio da questa sua particolare forma urbana che ha origine la sua toponomastica. Con le case tutte tinte di bianco esalta la sua bellezza artistica, urbanistica e architettonica in tutto il suo splendore, soprattutto sotto l’azzurro del cielo; come un’intricata ragnatela, dal suo centro (che ruota intorno alla principale chiesa madre di San Giorgio) si diramano le tante viuzze strette che esaltano i mille colori dei fiori esposti sui tanti balconcini del centro e le splendide ceramiche locali.

Sembra di camminare attraverso un paesaggio fiabesco, immersi nel bianco candore delle case tra singolari negozietti e antichi locali. Girovagare senza una precisa meta, esalta quel senso di scoperta, quella piacevole sensazione di esplorare, i tanti angoli e gli scorci pittoreschi sparsi un po’ tutt’intorno, coi suoi bei palazzi e le singolari chiesette – spesso nascoste – tra le viuzze imbiancate; perdersi in questo dedalo di vicoli e di slarghi, lasciandosi avvolgere dai colori e dalla penombra, risulta essere davvero molto affascinante.

Quando il dì giunge al tramonto il sole infuoca talmente il paesaggio tale da trasformare l’orizzonte in un indimenticabile scenario da lascare incantati per lo stupore e la suggestione che riesce ad evocare. Da qui si articola la “Scalinata dei Templari” che, attraversando i vigneti e gli uliveti, costeggia le scarpate che girano intorno al paese. Tra le emergenze architettoniche più in vista spunta il barocco del palazzo Morelli, la chiesa madre di San Giorgio con la facciata neoclassica, e la chiesa di Santa Maria la Greca (del XV secolo) che, in contrasto alla sua linea sobria ed essenziale, presenta – nella sua facciata – un articolato rosone moderno.

Non si può andare via da Locorotondo se non si compie – ad appena pochi chilometri dal centro – una breve e piacevole sgambata camminando lungo piste campali che attraversano secolari uliveti e campi di ortaggi tutti circondati dai muretti a secco che conducono alla scoperta del trullo più antico di tutta la regione, risalente al 1509, e recentemente restaurato con discutibili interventi stilistico/architettonici di dubbio gusto (!) Esso, purtroppo, non è visitabile al pubblico perché privato, ed è visibile solo da lontano. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)