Erto su una roccia a picco oltre i 200 metri alla confluenza di importanti fiumi come il Danubio e il Morava; estremo lembo di quello che fu un grande impero europeo e massima espansione occidentale del regno ungarico; storica rotta fluviale (e terrestre) per il commercio delle pregiate pietre di ambra; linea di confine e punto cruciale di quella che fu la “Cortina di Ferro” che determinò la massima espansione sovietica nei decenni post-bellici, durante il lungo periodo della cosiddetta “Guerra Fredda”, verso occidente ai margini dell’Europa; simbolica (e pericolosa) via di fuga per la libertà verso quell’Europa che poco alla volta risanava le sue ferite; porta d’ingresso alle propaggini dei Carpazi sud-occidentali… I luoghi e i momenti, succedutesi nel corso del tempo, determinano la storia di questo castello: HRAD DEVIN, un ginepraio di pietre, pareti diroccate, passaggi su più livelli, torri arroccate su precipizi, mura merlate, terrazze sospese nel vuoto… mentre laggiù scorre – lento e silente – il Danubio che accoglie la confluenza delle acque del Morava. Tra le prime presenze in queste terre si ricordano i Celti; poi i Romani da qui riuscivano a controllare i confini orientali della propria espansione; successivamente gli Slavi eressero questa temuta fortezza determinando – nel corso dei secoli – il confine occidentale del Regno d’Ungheria. Più volte conquistato, senza alcun motivo fu raso al suolo dai francesi di Napoleone nel 1809.
Il luogo legato all’impero della Grande Moravia, e lo stesso castello, trasudano di profonda fede e di spiritualità, tant’è che tutta l’area – tra il fiume, la confluenza dei due corsi d’acqua e la rupe da cui si erge il maniero – risulta essere sacra per l’intera popolazione slovacca. Infatti qui vennero accolti e trovarono ospitalità i santi “fratelli” di Salonicco (in Grecia) Cirillo e Metodio che portarono un grande patrimonio di profonda fede, preghiera e religione. I fratelli, giunti qui nel 863 per professare la fede, hanno svolto un ruolo chiave nel diffondere la liturgia – creando l’alfabeto “glagolitico” – il più antico alfabeto slavo conosciuto, riuscendo ad ottenere anche il consenso del Papa, per l’utilizzo dell’antica lingua slava come lingua liturgica. La giornata non è tra quelle ideali, il meteo non minaccia pioggia anche se i basoli e i selciati lungo le strade sono completamente bagnati, ma ciò che non rende esaltante la giornata escursionistica in programma, è quel fastidioso e copioso manto di bruma che sfiora – con i suoi bassi cumuli composti da coltri di nebbie e manti ovattati di foschie – le superfici più elevate tra le colline, i boschi e i campanili. Fortunatamente, per quanto sia possibile, la visibilità è accettabile, ma la stessa non rende giustizia alla bellezza del posto anche se nel complesso si ha una percezione indiretta di ciò che si va a conoscere e scoprire. Un ampio piazzale s’apre alla base della rupe da cui si ergono le mura di ciò che resta di quello che un tempo era un poderoso castello di Devin.
In breve si accede attraverso la porta occidentale della cinta muraria, determinata dai resti di due torri cilindriche. La pista principale, poco alla volta ascende verso una lieve altura; sulla destra, in alto, i resti del castello sono già ben visibili. Molte sono le leggende che circondano queste antiche rovine; una di esse racconta la triste storia di una fanciulla del posto che, rinchiusa in una delle torri, si tolse la vita gettandosi tra i dirupi. Le parole Devín o Devinka identificano un erto punto di osservazione, e la comune radice “div” (spirito maligno) determina un luogo infestato da spiriti maligni; in slavo, tradurre la parola “Devin” (originariamente Dowina), significa “ragazza”. Pertanto Devinsky Hrad (in ungherese) o Hrad Devín (in slovacco) indicava, appunto, il “Castello di una ragazza”. Seguendo la traccia si giunge a un primo incrocio che s’ignora, puntando ancora verso sud (resti di edifici sparsi sulla sinistra) fino a giungere nei pressi di una muratura merlata con porta arcuata; da qui si risale lungo il ripido pendio a destra fino a guadagnare un rilievo collinare da cui s’apre – come una terrazza panoramica – uno splendido scorcio paesaggistico sul corso del più romantico corso fluviale europeo: il “Dunaj” (Danubio). La sponda opposta che si staglia sull’orizzonte è territorio austriaco e la zona alla confluenza dei due fiumi (Morava e Danubio) sotto le rupi di Hrad Devin è molto suggestiva. Qui le acque sono sempre state molto basse e l’occidente era distante solo qualche decina di metri; conosciuta come la “Porta della Libertà” (Brána Slobody), nella Cecoslovacchia comunista l’area (off-limits) era cinta da filo spinato.
Ciò di cui rimane oggi del castello, la cui pianta è molto irregolare, si sviluppa lungo due rupi ravvicinate e suddivise dalla spianata che ruota intorno a un pozzo. Si accede alla spianata attraverso i barbacani del maniero: sulla sinistra le spettrali mura diroccate che – come un labirintico passaggio – chiudono il margine meridionale della rupe, conducono ad un terrazzino circolare che s’apre, nonostante la persistente foschia, su un bellissimo scorcio paesaggistico sul Danubio. Da qui si percepisce l’importanza del luogo e della sua posizione; da un punto di vista strategico, il castello stesso era la protezione naturale della Porta di Devín, l’ingresso geografico che immette al bacino dei Carpazi. L’ampio corso del Danubio determinava la direzione di un’importante via commerciale continentale tra l’est e l’ovest. Siamo esattamente alle porte dell’Europa (lungo il confine tra Austria e Slovacchia) e, riconducendo i pensieri alle memorie storiche di questi territori durante il corso degli ultimi secoli, rivengono in mente i tempi passati: dalla presenza dei Bizantini, per le invasioni Turche fino alla repressiva chiusura della Cortina di ferro. Anche se il tutto resta circoscritto in poche centinaia di metri, intorno non c’è niente, solo aperta campagna e boschi, ma il panorama – nonostante la scarsa visibilità – risulta essere molto suggestivo. Nel volgere di pochi minuti di cammino, superando nuovamente la spianata, risalendo e portandosi verso il margine settentrionale della rupe, si raggiunge il punto più elevato della rocca (210 m) a picco sul fiume; qui s’apre una terrazza circolare che domina i due grandi fiumi europei: Danubio e Morava.
Il fascino di un paesaggio bucolico che sembra, incredibilmente, essere uscito dal quadro di un artista impressionista; la bruma che ci ha accompagnato – per tutto il tempo – durante la giornata escursionistica; le voci, le lingue e i dialetti di tutto il mondo (dalla Cina al Sud America) che, come fossero accompagnate dal vento, s’incrociano sul ciglio di questa rupe, lasciano facilmente intuire quanto sia grande l’interesse (per curiosi e appassionati), o semplicemente per godere solo delle bellezze naturalistiche e ambientali nel conoscere e scoprire questo angolo nel cuore dell’Europa orientale che tanto ha significato durante lo scorrere del tempo. Da quassù è possibile restare per lungo tempo incantati dalla grande bellezza in cui ci si trova al cospetto di un paesaggio davvero unico nel suo genere; un viaggio a ritroso nel tempo che vale davvero la pena di vivere. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
