valle del Tanagro (SA, South Italy)… tra curiosità e sapori

Lo “spopolamento” di questi territori durante il corso degli ultimi decenni, oltre alle reali asperità orografiche è dovuto, quasi certamente, al forte tasso di emigrazione per cui le più ricorrenti “forme viventi” da queste parti sono donne, vecchi, bambini e animali. Personaggi “vivi” di una natura avvolta nei silenzi ancora intatti ed incontaminati; “ombre” che vivacizzano i grandi ed immensi spazi aperti; “anime” che conducono una vita dura, ma che alle volte – in fondo – riescono ad essere anche così semplici e genuine. I centri di questo comprensorio, soprattutto in quelle località più interne, si presentano al visitatore come tranquille località di montagna. I suoi abitanti sono di indole ospitale, sempre gentili e subito pronti ad “offrirsi” per scambiare qualche parola col forestiero di transito. La gran parte di loro sono gente legata a questi territori, alla montagna, alle sue tradizioni e a tutte quelle attività economiche derivanti da essa: mulattieri e pastori, tagliaboschi e contadini, allevatori e bovari.

Nel quotidiano (così come nelle più simboliche ricorrenze locali), l’uomo  “tanagrino” (soprattutto i più anziani) ama spesso vestirsi col suo caratteristico abbigliamento: calzature robuste; pantaloni in velluto a coste larghe di colore  scuro (nero o marrone) e stretto in vita da improbabili cinture (a volte solo  dei semplici lacci) in cuoio nero; camicia bianca smanicata sotto un gilè; giacca blu; cappello a falde o “coppole” color nero in testa e l’immancabile cicca senza filtro stretta e racchiusa tra le labbra. I loro luoghi di sosta preferiti sono la piazza (per chiacchierare) oppure i tavolini del bar in centro per giocare a carte o sorseggiare un buon cicchetto di rosso-rubino.

Durante i giorni delle più importanti festività sono principalmente le donne che perpetuano i riti religiosi, mentre gli uomini continuano il proprio lavoro soprattutto nei campi. La domenica viene “vissuta” come un qualsiasi altro giorno della settimana, così come anche per il Natale, la Pasqua e le altre principali festività dell’anno; questo non per mancanza di rispetto verso la ricorrenza, ma perchè la “cura” della propria terra ha la precedenza su tutto! Il “tanagrino” si presenta al forestiero con un carattere mite, disponibile e lavoratore, molto pratico ed essenziale, cordiale e prudente con tutti, semplice e riservato nei momenti che contano.

Degli uomini, soprattutto quelli non più tanto giovani, sono pochi che si vedono in giro. Figure ricurve su se stesse vestono con abiti pesanti (sono ancora possibili vedere in giro quei lunghi mantelli neri caratteristici dei montanari!) e nel ricondurre all’ovile le loro greggi, o gli altri animali al riparo nella stalla, agitano grossi bastoni nelle mani, urlando incomprensibili forme dialettali che solo gli animali intuiscono. Con gli stivali sporchi di fango e che gli arrivano all’altezza del ginocchio, la maggior parte di essi indossano una semplice giacca col bavero alzato per ripararsi dal freddo; masticano spesso cicche di sigaro che si mimetizzano tra il labbro inferiore e i folti baffi, ed hanno berretti con la visiera posta a coprire quasi per intero le grosse sopracciglia, oppure a proteggere dal freddo fronti scolpite da centinaia di rughe.

I caratteri di queste genti tanagrine, riflessi secondo varie gerarchie sociali che raccordano insieme gastronomia, manufatti, feste e riti, tracciano un ideale itinerario da seguire che passa attraverso i sentieri dell’archeologia (sia essa civile che rurale), un percorso che si rifà a tutto ciò che è il mondo contadino. Qui i “mestieri” sono stati sempre tramandati di padre in figlio ed anche la tradizione gastronomica della famiglia “tanagrina” evidenzia come il cibo sia espressione di desiderio, di unità, dello stringere ulteriormente i rapporti, soprattutto quelli tra più famiglie.

L’odierna alimentazione, non più povera, si presenta ricca e variegata avendo – nel corso dei secoli – subìto influenze sia lucane che campane. Ancora oggi si evidenzia come nella cucina tradizionale locale si siano conservate sia la genuinità dei prodotti e degli ingredienti che la cultura del sapore; simbolismi da recuperare e restituire ai posteri, forti legami e scelte di vita espresse come autentici custodi dell’intima semplicità di un popolo. Ecco allora che sono possibili trovare, sulle tavole dei paesi del Tanagro, i tipici piatti della semplice arte culinaria locale come: la cicoria e le fave; i fusilli (o cavatielli); le lagane e i ceci (considerato il “Piatto del Brigante”) e il maiale alla contadina. (tratto dalla guida “OLTRE LE NARES” itinerari escursionistici nella valle del Tanagro di ©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione SA, 2005)

Qui le pietre hanno “un’ANIMA”… nel Vallo del DIANO (SA, South Italy)

L’elemento “litico” è il filo conduttore che accompagna il viaggiatore durante tutta la sua permanenza dei periodi di vacanza in questi bellissimi ed interessanti ambienti dell’entroterra dianese immersi tra storia e natura. In un mondo fatto tutto di pietra, come quello in cui “vive” l’abitato di Teggiano – e un po’ tutto il Vallo di Diano – emerge l’aspetto duro (e aspro) di questa materia lapidea che automaticamente si modella in infinite forme e crea immagini sempre nuove alla continua ricerca di evoluzioni decorative che determinano un paesaggio integro da contaminazioni figurative non proprie di questi territori.

Le pietre di portali, archi, supportici, gradoni, rampe, selciati, palazzi, conventi e chiese, alternandosi presentano – di volta in volta – uno “spazio” inedito e indefinito nel cuore più profondo e segreto della cittadina dianese. Un particolare spazio, questo, che proietta indietro nel tempo quella forte presenza delle esperienze artigianali dei maestri “scalpellini” che in questi luoghi hanno perpetuato una secolare tradizione; scelte di vita che, molto spesso, hanno anche “segnato” (in maniera positiva) l’economia dell’intera zona.

Qui, i “poeti della materia”, hanno sempre posseduto spiccate capacità nell’animare la pietra; magiche mani che da un corpo muto, con paziente maestria, riuscivano a creare impensabili forme decorative, dando così anche un’anima alle ruvide pareti delle case. Le luci danzano sugli ondulati chiaroscurali dei frammenti marmorei di archi, capitelli e stemmi gentilizi in cui si rincorrono e si alternano figure zoomorfe, alati grifoni e felini rampanti, raccordando il tutto in una sorta di spazio culturale, in cui si mescolano le vicende della storia di un territorio, con un’economia modesta e senza pretese, che ha fatto conoscere in tutto il circondario, fino ad oltre i confini del Regno, quello che questi uomini rendevano arte con la semplicità delle proprie mani.

Le costruzioni in pietra evidenziano il “locus” della tipologia residenziale nel cuore antico della Teggiano romanica e medioevale. Forme e rilievi che innestano un fantastico gioco di pieni e di vuoti; di rientranze e di sporgenze; di silenziosi androni e luminosi cortili collegati da porticati che lasciano respirare un clima di antico, amalgamandosi con le tonalità cromatiche dei verdeggianti giardini in cui spiccano le vivaci policromie dei terrazzi fioriti che fanno da proscenio ai tetti rossi delle case più in vista.

Il paese conserva a tutt’oggi, nella sua sistemazione urbana, l’antico (e originario) tracciato viario; un continuo sovrapporsi e intrecciarsi di stradine scolpite (o ricavate) nella viva roccia ove l’essenza del muschio, là dove non giunge mai il sole, diviene il profumo conduttore di un “vissuto” ricco di storia che si rispecchia nella quotidiana semplicità del presente riflettendo arcaiche culture che da secoli sono in continua simbiosi con la natura circostante. (tratto dalla guida “MI’ NI ‘GNANAVA PE’ LU CHIANU ‘E MONTI… Me ne andavo per le Vie ai Monti”, 20 itinerari escursionistici nel Vallo di Diano, di ©Andrea Perciato edizioni ARCI Postiglione, SA 2003)

a piedi nel CILENTO…2) Terra da Camminare, Terra da Raccontare

Il Cilento ha condizionato – nel corso dei secoli – lo sviluppo geografico in cui sorgono gli abitati delle zone più interne, caratterizzate dalle risorse tipiche della montagna (boschi e pascoli) le quali hanno influenzato, non poco, l’ubicazione degli insediamenti. Ed è in questo pittoresco quadro paesistico che si sviluppano i borghi, o su uno sperone soleggiato, oppure su un elevato pianoro le cui vie d’accesso ai monti sono costellate dalla presenza di boschi e foreste. Questi paesi conservano, ancora oggi (tranne alcune rare eccezioni), quelle dimensioni corrispondenti alla loro massima espansione verificatasi, probabilmente, verso la fine dell’800 e, comunque, prima che iniziassero quei grossi flussi migratori tipici di questi desolati territori; modeste estensioni urbanistiche che vengono compensate dalla bellezza di antichi ambienti in cui si sono conservate e mantenute quelle condizioni di semplicità e genuinità del vivere quotidiano.

I monti del Cilento hanno – da sempre – avuto un ruolo unico, sia nel territorio che nel vissuto storico: luoghi di lavoro duro, paziente e a volte avaro; riparo dalle incursioni; ricovero per gli armenti; sicuro nascondiglio per i briganti. Queste montagne sono “parte viva” nell’animo delle genti cilentane ove i pastori ne sono i “padroni” ed esplicano, attraverso particolari rituali identificabili nel linguaggio, nella gestualità e nella musica  quella accanita devozione per le immagini sacre da cui l’erezione di cappelle e Santuari.

Oggi la presenza di nuove strade di comunicazione ha ulteriormente isolato l’antico sistema viario, tortuoso e impraticabile, che un tempo era articolato intorno agli altipiani o nelle vallate e che mettevano in collegamento passi e valichi d’importanza strategica, oppure evidenziavano una straordinaria varietà di scorci paesistici sia verso la costa che verso l’interno (Vallo del Diano). Alcuni di questi, come il Passo della Sentinella (956 m) o la Sella del Corticato (1026 m) testimoniano, ancora oggi, come il sistema degli accessi in questo territorio montuoso fu governato con estrema prudenza fin dall’antichità. Questo isolamento favorì, molto spesso, quegli insediamenti religiosi che si richiamavano non solo ai Santuari rupestri e a quei Conventi e Monasteri sparsi tra le colline e le vallate, ma anche a piccole chiese arroccate su inaccessibili e tortuose creste montuose.

E’ la storia di un territorio, questa del Cilento, in cui i profili montuosi e i pellegrinaggi che si svolgono lungo i loro pendii sono il filo conduttore di uno stesso sistema nato senza precisi confini. In primavera, l’immagine “santa” va sulla montagna per “vegliare” sui luoghi di lavoro dei fondovalle; mentre in autunno si torna al piano per consolidare i forti legami esistenti tra Santo e fedeli. Il rito continua con i pastori transumanti, i quali non solo compiono lo stesso percorso ma vivono un identico rapporto con il territorio, difficile e impervio, ove il “ruolo” della montagna assume molteplici aspetti di “carattere sacrale” e, molto spesso, “penitenziale”.

Si avverte, in queste zone, come ancora oggi la giornata sia regolata misurandosi con gli eventi presenti in natura: il sole, le lune, le stagioni; di come questo paesaggio e la sua gente siano ancora rimasti così austeri e fieri, senza mai alterare le loro abitudini e con quel forte attaccamento a questa estrema zona sud della Campania. Questa regione conserva ancora immagini segrete e misteriose, mentre lungo i litorali della vicina costa il paesaggio, pur cambiando, si accresce di nuove e diverse suggestioni: pareti a strapiombo, scogliere rocciose e spiagge bianche contro cui s’infrangono le profumate onde di un mare così incredibilmente azzurro. (tratto dalla guida “CILENTO, Terra da Camminare, Terra da Raccontare” di ©Andrea Perciato, edizioni ARCI Postiglione, 2002 SA)

monti PICENTINI (SA/AV)… “Paradiso Verde” dell’Appennino Campano

INVITO alla CONOSCENZA Un invito per condurre e far conoscere, a chi ancora non lo sa, le “bellezze” e l’importanza di queste montagne e la “sua” gente. Uno degli scopi per cui si desidera far conoscere questi monti, è quello di presentare in chiave ambientale, culturale, naturalistica, paesaggistica e storica, luoghi interessanti e poco noti dell’interno montuoso della Regione Campania, il suo “Cuore Verde”: i monti Picentini.

Lungo questi poco conosciuti percorsi Picentini appare, dunque, con maggiore evidenza, quello stretto “legame” tra l’uomo e l’ambiente naturale che altrove, in luoghi più affollati dal grande flusso turistico e dagli insediamenti industriali, è ormai scomparso. E’ un legame, questo, che può essere conservato solo con una severa politica di salvaguardia (ecco l’importanza di un Parco o di un’Area Protetta!) dell’ambiente, tanto più utile nel Mezzogiorno, dove forti e antiche si manifestano le interazioni tra storia e territorio, tra forme “offerte” dalla natura e manufatti “creati” dalla mano dell’uomo.  La molteplicità degli scorci paesistici, l’abbondanza dei castagneti, le meravigliose coloriture autunnali del bosco ceduo ed un’economia ancora legata all’agricoltura, alle attività silvo-pastorali ed ai semplici costumi montani, conferiscono alla zona dei Picentini una particolare bellezza che attende ancora “giustamente” di essere evidenziata e rispettata nei suoi valori più autentici.

La vita tra queste contrade, gli isolati borghi e le sconosciute vallate, fino a pochi decenni addietro, era “costruita” ancora su quei ritmi ingenui e naturali che hanno sempre contraddistinto l’animo forte e generoso delle popolazioni di queste terre. Si avverte in queste zone, come ancora oggi le giornate siano regolate misurandosi con gli eventi naturali: il sole, le lune, la cadenza e l’alternarsi delle stagioni, le emozioni scaturite da nascite, matrimoni e morti. Si assapora come questi paesaggi e le sue genti siano ancora rimasti così austeri, fieri e, al tempo stesso, legati alle tradizioni, senza mai alterare le loro abitudini, e con quel forte attaccamento a questa terra che conserva ancora quella immagine segreta e misteriosa, stretta e raccolta intorno ai suoi antichi borghi, isolati quasi sempre tra montagne, oppure a dominio di una valle. Contadini, soldati, pastori, tagliaboschi, pecorai e briganti, percorrendo molto prima di noi questi sentieri, hanno scritto pagine della loro storia di vita quotidiana tra le piste, i cammini e le strade di queste montagne… Le valli, i fiumi, i castelli, la gente oggi sono ancora lì, a testimoniare quella vita semplice e genuina, magari tenuta anche un po’ gelosamente nascosta. Anche un Ministero, quello dei Beni Culturali e Ambientali, si è accorto di queste montagne, emanando un Decreto (28 marzo 1985) in cui si dichiaravano i monti Picentini un “territorio di interesse pubblico, di interesse naturalistico e ambientale perché… un unico e immenso patrimonio di grande e notevole pregio paesaggistico degno di una adeguata tutela…”

Fatte queste premesse, ecco che si propone, a tutti gli escursionisti che intendono avvicinarsi a questo “Polmone Verde” della Campania, la possibilità di aprire i propri cuori e le proprie menti ed a seguire il “ritmo dei passi” che, con il loro escursionare, avranno la possibilità di immedesimarsi, anche solo per pochi giorni, con lo stesso spirito che secoli addietro accompagnò quei grandi viaggiatori che mossero i loro passi lungo le antiche strade della storia alla ricerca ed alla conoscenza delle più remote tracce di arcaiche civiltà. Chi percorre i sentieri di queste montagne, vive costantemente le emozioni di un’avventura fantastica e interessante dal primo all’ultimo passo, quasi un ritorno alle origini dove non basta seguire le tracce della pista, ma si deve ricorrere (a volte) alla carta e alla bussola e, molto spesso… anche all’istinto. Tra questi monti, tra queste vallate, si possono ancora provare la “paura” di essersi perduti e la “gioia” di ritrovare un segno certo, sicuro, che indichi la via  (anche un campanile, un profilo di cresta montuosa o panorami a noi familiari). Si può ancora provare oggi, l’esaltante sensazione di camminare giornate intere senza che alcun “rumore” umano giunga agli orecchi, riassaporando i profumi che ancora offre questa incantevole natura. Infatti non bastano pochi giorni di cammino per capire l’importanza e la bellezza di questi luoghi, per conoscere a fondo quei mille piccoli segreti che avvolgono nel mistero e nella leggenda ogni pietra, ogni albero, ogni angolo nascosto di questo immenso paradiso montuoso.

Il piccolo contributo che si vuole offrire attraverso queste parole ed immagini, ma soprattutto di “ricordi”, è rivolto principalmente a chi, in questi paesi, su queste montagne, continua ancora a vivere, e soprattutto a far sì che escursionisti, appassionati di storia, cultura e tradizioni, turisti della domenica ed altri ancora, possano conoscere ed apprezzare quello che oggi questa terra, le sue valli, le sue cime, i suoi fiumi, le sue case e la sua gente riescono ancora a trasmettere con “forti emozioni” e “antichi sentimenti”. (tratto dalla guida “MONTI PICENTINI” Paradiso Verde dell’Appennino di©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione, 2007 SA)

lungo la “COSTA degli DEI” 2) …Quando i pescatori raccontano!

… Sono tanti i fatti, gli spunti e gli aneddoti che possono venir fuori dai semplici racconti di qualche anziano pescatore che è ancora possibile incontrare lungo le cale o nei pressi di piccole baie nascoste. Dai loro racconti escono fuori storie sicuramente sconosciute a quei tanti turisti che riescono, purtroppo, a dedicare solo una fugace visita in questi straordinari luoghi. Popoli della costa e abili navigatori le cui gesta leggendarie sono giunte fino a noi cariche di entusiasmanti emozioni.

Questi, fin dall’antichità, erano in possesso delle più conosciute tecniche dell’andar per mari sia a vela, sospinti dai venti, che per strumentazione, con l’ausilio della bussola e il sestante; esperti maestri d’ascia con una tradizione cantieristica tra le più forti del passato; provetti tecnici d’ingegneria contadina applicata allo sfruttamento delle verticalità dei terreni “sospesi”; artisti completi e creatori di forme (con le ceramiche e le maioliche); astuti commerciati di sete, spezie e velluti che correvano lungo le rotte di tutti i mari esplorati; abili imprenditori ed instancabili lavoratori con le famose produzioni artigiane della carta e delle paste alimentari. A parte l’ampia e fortunatissima parentesi del granducato medioevale e della famosa Repubblica Marinara con l’istituzione dell’Ordine degli Ospedalieri a Gerusalemme (divenuto, più tardi, Ordine dei Cavalieri di Malta) ed il codice di commercio e di navigazione formulato dalle Tabulæ Amalfitanæ, la costa e il suo entroterra vissero per lunghi secoli nell’isolamento più assoluto, tagliata fuori da ogni collegamento sia per mare che per terra.

Solo agli albori dell’epoca dei lumi (tra XVII e XVIII secolo) questi luoghi aspri, da tutti visti brutti e misteriosi, lontani e difficilmente accessibili, cominciarono a destare l’interesse dei più arditi viaggiatori del tempo (artisti, poeti, pittori narratori, geografi, incisori, musicisti) i quali, alla scoperta della solitudine a tutti i costi e all’incontro con se stessi, viste le straordinarie meraviglie che potevano toccare con mano, cominciarono a privilegiare i paesaggi aspri e inviolati visti, ora, in quei contesti come specchio della contemplazione ideale alla ricerca di altre culture, di altre verità, di altre nature. (tratto dalla guida “ORIZZONTI SARACENI” di ©Andrea Perciato)

“Impressioni di Settembre”… nel Vallo del DIANO (SA, Campania South Italy)

…Settembre, perché può essere considerata senz’altro la migliore stagione per vivere il Vallo, nella sua veste ambientale, paesaggistica e naturalistica più bella, così come nel suo rincorrersi di eventi e ricorrenze che lasciano alle spalle un anno di sacrifici spesi nel curare l’amata terra ed aprono, per il futuro, certezze e speranze dense di propositi costruttivi. Gli enormi fazzoletti campestri sono già stati tutti falciati; l’aratro (oggi sostituito dal più moderno, veloce e maleodorante trattore) fino a qualche decennio fa scorreva lento dietro il flemmatico passo dei bovi che, immersi nel terreno fangoso, tracciava i solchi per le nuove semine mentre la soffice brezza del vento, che di tanto in tanto in queste zone cambia direzione, accompagnava quel dolce sapore di fertile terra appena rimossa.

E ancora il vento che, come una leggera mano, accarezza i morbidi cuscini cespugliosi irrorando profumi campestri anche negli angoli più nascosti e lontani di questo immenso Vallo, così le sue impercettibili refole piegano dolcemente i canneti che delimitano gli acquitrini; qualche animale domestico spaventa gli uccelli che cercano riparo all’ombra del folto fogliame mentre in alto, nel cielo terso d’azzurro, si vedono danzare grossi volatili che seguono le lunghe rotte della migrazione. Le oche starnazzano nell’aia mentre polli, pulcini e galline corrono all’impazzata da un angolo all’altro dei cortili.

La donna di questi territori (anziana o fanciulla che sia) col suo “maccaturo” avvolto tra i capelli, è intenta a gestire le quotidiane operazioni domestiche; il suo uomo, invece, ha di che essere impegnato. La sua giornata è vissuta senza scadenze orarie; l’orologio è superfluo… basta il sole. I tempi di lavoro seguono un preciso alternarsi di attività che a seconda di come si presentano le condizioni meteorologiche possono tanto avere inizio nella stalla, a pulire e curare le sue amate bestie, oppure tra i campi, intento a zappare o a realizzare qualche particolare innesto. I bimbi giocano felici a rincorrersi e a nascondersi tra l’erba alta, mentre i più grandicelli amano acquattarsi tra le rive dei canali e i canneti lungo le sponde del fiume alla ricerca di rospi e rane da catturare con i loro “coppi”. Un’anziana nonna, dagli occhi azzurri incastrati in un volto scolpito da infinite sfumature rugose, col suo corpo ricurvo ci racconta che non ha mai visto il mare, ed ella ingenuamente immagina che questo sia raccolto in una enorme bagnarola (o “gguara”) contenente una grande massa d’acqua colorata d’azzurro.

E’ mezzogiorno, e i lontani rintocchi dei campanili di chiese e cappelle segnano il trascorrere del tempo. In contrada Trinità, all’altezza dello storico 77° miglio della Via Regia delle Calabrie (l’antica Via Popilia/Regio-Capuam) proprio sotto l’abitato di Sala Consilina, fervono i preparativi e i festeggiamenti per un matrimonio. Dopo la celebrazione del Sacramento, ci si dà tutti appuntamento all’aperto. Già le lunghe tavolate sistemate tra i cortili e ricoperte di succulenti pietanze tutte rigorosamente preparate in casa emanano densi, aromatici e stuzzicanti profumi che rendono l’atmosfera più sobria, coinvolgendo tutti gli invitati (parenti, amici e compari di podere confinante) in un’autentica allegoria festaiola a cui nessuno si sottrae divenendo così, al di là dei novelli coniugi, i protagonisti assoluti dell’evento; momenti in cui tutti offrono il meglio di se stessi: suonatori, danzatori e il continuo vociare delle comari, si alternano ai ritmi cadenzati delle tarantelle e delle polke, delle tammurriate e delle mazurke.

Pochi decenni addietro, prima che in queste contrade passasse il grigio nastro d’asfalto dell’Autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, i trasporti e le comunicazioni avvenivano ancora a misura d’uomo: carretti e torpedoni correvano in lungo e in largo tra le fangose vie campestri (che divenivano pozzanghere dopo i temporali) e le polverose strade maestre (inondate dalla calura estiva). Lungo questi tragitti vi era sempre un attimo dedicato alla sosta presso quelle locande e quelle trattorie adiacenti le antiche taverne e situate lungo la Statale. I carri in legno a quattro ruote trainati dalla coppia di bovi erano un bene prezioso per le genti che abitavano i poderi e le fattorie sparse in quest’immenso altopiano; il calesse a due ruote trainato dal cavallo, invece, permetteva di velocizzare gli spostamenti tra la campagna e la città. Il torpedone, che raccoglieva studenti, professionisti e dipendenti pubblici, tutti uniti dalla stessa condizione di pendolari, impiegava più di una giornata di viaggio per raggiungere la città capoluogo di provincia.

Ieri come oggi, è il giorno dedicato al mercato. Vicoli, strade e piazze cominciano a vivacizzarsi quando il buio della notte lentamente cede il passo alle prime luci dell’aurora; il vociare aumenta cominciando pian piano a moltiplicarsi, mentre spazi di memoria non troppo lontani portano il ricordo di quando i viottoli acciottolati, o ricoperti di basoli, fungevano da cassa armonica restituendo gli echi delle scalcinature provocate dai muli che, carichi di mercanzie provenienti dalle campagne del Vallo, arrancavano lungo le precipitose stradine vendendo primizie di portone in portone.

Ma ciò che più coinvolge le popolazioni di questo Vallo, nell’ultima decade del mese, sono i festeggiamenti del Patrono: San Michele, il Santo Longobardo che, trascorsi i mesi della calda stagione a proteggere le case e gli uomini di questa terra, fa ritorno tra le sue alture. In quasi ogni angolo di queste contrade compaiono effigi, stampe, immagini e altarini che inneggiano al culto dell’Arcangelo; i preparativi sono intensi e vissuti con rituali che si perpetuano da generazioni, segni di una fede vissuta nel profondo e tramandatasi di padre in figlio. Tradizioni che hanno fondate radici nell’indole sana e genuina degli abitanti di questi luoghi; tutto questo, in un turbinio di suoni e colori per rendere omaggio all’Arcangelo liberatore del male, affinché anche quest’anno, come quelli passati e quelli ancora da venire, dispensi gaudio, salute e protezione a quanti, con fervida devozione, ad Egli innalzano e invocano ogni sorta di preghiera. (tratto dalla guida “MI NI ‘GNANAVA PE’ LU CHIANI ‘E MUNTI, Me ne Andavo per le Vie ai Monti” di ©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione, SA 2003)

a piedi nel CILENTO…1) una terra da camminare, una terra da raccontare!

In una Terra dove il senso del camminare si integra con un “vissuto” dalle arcaiche tradizioni… Là dove gli spazi assumono dimensioni senza confini mentre il tempo, come per incanto, sembra essersi fermato per l’eternità…

Per lunghi secoli, la sicurezza del Cilento è venuta proprio dal suo interno; monti e catene a fare da baluardo, strade quasi inesistenti, fiumi a regime torrentizio. Goethe, che amava misurarsi con l’ignoto, quando giunse per la seconda volta a Paestum, nel 1787 affermò che “nulla di più” lo attirava nel meridione dopo aver visitato la pianura pestana e i monti che coronano il suo circostante territorio. Renàn invece, nel 1850 considerò Salerno l’ultimo “confine della civiltà verso il Sud” perché al di là di Faiano (Pontecagnano) tutto era palude e pericolo. Il Lenormant, infine, che fu un insigne archeologo francese ed un accanito viaggiatore, sul finire del secolo XIX (1883) intraprese un lungo viaggio che lo portò ad attraversare le contrade, i paesi, i monti, i fiumi e le vallate di quell’immenso e disarticolato territorio che, partendo dalla piana del Sele ed estendendosi fino a Sapri, nel golfo di Policastro, prende il nome di “CILENTO”.

Attraversare queste zone poste all’estremo meridione della regione Campania, oggi come allora, è una continua emozione che va esaltandosi con un alternarsi di stati d’animo, momenti in cui s’intrecciano stupori e meraviglie nel continuo incanto e nelle suggestioni offerte da quegli isolati borghi montani che emergono tra i profumi e i colori di questa meravigliosa natura mediterranea. Le escursioni e i trekking che si propongono portano a scoprire tutte quelle meravigliose bellezze che riesce ad offrire il PARCO NAZIONALE del CILENTO-VALLO DIANO in cui spiccano le catene montuose degli Alburni, del Cervati, del Sacro-Gelbision e del Bulgheria fino a giungere lungo quei tratti di costa ancora intatti come l’incantevole Baia di Punta degli Infreschi.

Il Cilento, l’antico “CIS-ALENTUM” (al di qua del fiume Alento) dei Romani, fu in origine abitato dalle popolazioni lucane dell’interno. Fin dall’antichità gli insediamenti abitativi (di piccole dimensioni) dislocati nel territorio erano arroccati intorno ai rilievi montuosi, mentre lungo i litorali costieri bassi e sabbiosi sorsero antiche città come YELE/ELEA (Velia) e BUXENTIUM (Policastro-Bussento); insediamenti, questi ultimi, che determinarono fin da allora, quelle principali arterie d’accesso che, sviluppatesi dal mare verso l’interno (l’antica Via del Sale, la Via del Grano, la storica Via del Ferro) ricordavano, a quei primi coloni ellenici giunti in queste zone, quelle forme montuose e collinari della loro patria lontana: la Grecia. (tratto dalla guida “CILENTO, terra da camminare, terra da raccontare” di © Andrea Perciato edizioni ARCI Postiglione, 2002)

“Lacryma Christi” la vite del fuoco… Vesuvio (NA, Campania, South Italy)

Il leggendario vino vesuviano. La Campania è la terra dove ogni espressione riferita alla natura assurge a dimensioni superlative, oggi apprezzabili nel Parco Nazionale del Vesuvio. Già dai primi coloni Greci giunti dalla Tessaglia l’uva è la protagonista delle masserie e degli orti ai piedi del vulcano: falanghina, coda di volpe (confusa con l’uva caprettone), piedirosso (noto come Per ’e Palummo), sciascinoso e, naturalmente, l’aglianico sono i vitigni più diffusi e conosciuti nell’area vesuviana; come la catalanesca, ottima uva bianca da tavola importata dagli spagnoli e ancora coltivata lungo le falde del monte Somma. Dal mix delle varietà su elencate nasce il Lacryma Christi, tra i vini italiani più conosciuti all’estero. Sembra che l’appellativo di questo vitigno, e della terra da cui trae linfa, sia stato originato da più di una leggenda.

Si racconta del Maligno che, scacciato dall’Inferno, per dispetto rubò un pezzo di Paradiso per plasmare il golfo di Napoli. Cristo, alla vista di tale scempio, riversò sul Vesuvio le lacrime del proprio pianto donando così fertilità e prosperità. Le lacrime di Gesù, toccando il suolo, impreziosirono a tal punto queste terre tali da permettere la crescita di questo nobile vitigno. Altra antica leggenda vesuviana narra che il Cristo, passando da queste terre, abbia incontrato un anziano eremita cui fece dono di questo nettare. Altro racconto, anch’esso legato a un eremita, narra una storia diversa. L’eremita coltivava un vitigno abbondante e intensamente profumato da cui produceva il pregiato vino. Qui un giorno passò Satana e vide l’eremita al lavoro; lo indusse in tentazione ubriacandolo col suo stesso vino. Quasi riuscito nella malefica intenzione, sul Vesuvio si abbatté un uragano di piogge torrenziali; Lucifero, impaurito, scappò terrorizzato lasciando per sempre quella terra. Il diluvio che si abbatté generò un buon vino dal gusto acido e quasi insapore, mentre le intense preghiere dell’eremita contribuirono a rendere quel vino ancor più buono restituendogli il primitivo sapore e quelle lacrime, versate come atto devozionale per intercessione divina, determinarono il miracoloso cambiamento. Da allora quel vino assunse l’attuale nome.

Dal fuoco il colore, dalla cenere il sapore. Tra i principali vulcani della Campania (Somma-Vesuvio, Campi Flegrei, Ischia e Roccamonfina) persistono millenarie tracce dei vitigni che hanno reso questa terra un’area di coltivazione dell’uva conosciuta e apprezzata da tempi immemori. Nella Casa del Centenario, a Pompei, su una parete primeggia un bell’affresco raffigurante Bacco sul Vesuvio; nella scena si scorgono le pendici vulcaniche ricoperte dai vigneti. Il Vesuvio, considerato in antichità come il vulcano che “fabbrica tutte le nuvole del mondo” ha reso, questo angolo di mondo ed il vino che se ne produce, un luogo leggendario. Un vino che sa di sacro ed è intriso di antico; un vino  dall’essenza forte e delicata, riconoscibile per l’aroma sfumato e dal sapore delle erbe selvatiche, dall’intenso e misterioso colore del fuoco e dall’aspro sapore di lava, un’essenza fatta di lapilli e di cenere, quelle stesse ceneri che seppellirono Pompei ed Ercolano. Ottenuto principalmente da uve Piedirosso in uvaggio con altre uve rosse autoctone questo vino, come molti altri della Campania, è caratterizzato dalla natura vulcanica dei terreni sui quali le uve vengono coltivate. Queste rocce sott’acqua raggiungono l’isola di Ischia (importante per la produzione di vini, caratterizzata dal tipo di viticultura praticata, disagiata a causa dei ripidi terrazzamenti e paragonabile a quella di altre zone, come la Val d’Aosta, Valtellina e Cinqueterre). Vino fragrante dal sapore inconfondibile, accoppia in sé la freschezza dei bianco e la corposità del rosso giovane. Il suo gradevole profumo ricorda la ginestra e la zagara; dal sapore asciutto e armonico di ciliegia con una lievissima nota mandorlata. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

lungo la “COSTA degli DEI” 1) introduzione a un viaggio di scoperta, di profumi… di emozioni!

Al centro del Mediterraneo, lungo la costa tirrenica bagnata dall’esteso litorale campano, esiste un promontorio montuoso – sospeso tra cielo e mare – che si protende con straordinari paesaggi verticali i quali offrono le meraviglie di una natura forse unica al mondo; ambienti di rara bellezza che formano la penisola dei monti Lattari, una granitica dorsale che divide due tra le più belle coste che possano affacciarsi nell’azzurro del Mare Nostrum.

Questa è una terra ove l’Oriente ha lasciato preziose testimonianze della sua presenza… I popoli di queste “terre sospese” o di questi “mondi in obliquo” sono intrisi di Medioevo e di cultura araba, di mondi, tradizioni e culture giunti da lontano. Un carattere esotico, quasi “moresco”, aleggia dal loro modo di agire, di esprimersi, di essere… Nel cuore della Penisola dei monti LATTARI, sulla Costiera Amalfitana, tra lo splendore dei suoi orizzonti, tra il profumo dei suoi boschi e il silenzio delle sue valli… nei colori della sua terra andavano a svilupparsi insoliti itinerari frequentati dagli antichi commerciati che provvedevano al trasporto e alla lavorazione del pregiato prodotto che qui veniva scambiato lungo precise rotte di scambi terrestri: dal mare alla montagna e viceversa. Questi scritti, queste testimonianze, questi ricordi, questi disegni, queste foto… ripercorrono, lungo uno straordinario viaggio nel tempo, la vita, le abitudini, le case, i vicoli, la conoscenza del territorio e gli sviluppi di un’economia essenziale basata soprattutto sulle tipiche produzioni locali e le lavorazioni artigianali della carta, della pasta, dei dolciumi, del vino e dei liquori.

Questa è una terra ove l’oriente ha lasciato preziose testimonianze di stili, di architetture e decorazioni arabo-siculo con chiostri e campanili, case cubiche tinte in bianco con archi e vicoli attraverso i quali pulsa una vita ricca di stimoli e di sensazioni, ove la coesistenza di due civiltà così tanto distanti genera infinite contraddizioni e imprevedibili ambiguità le quali, poi, non sono estranee a quelle atmosfere di mistero e di magia che solo qui, e difficilmente altrove, riescono a farsi sottile incantamento. Una terra (e una costa) abitata da gente semplice, ostinata, fiera e orgogliosa; rinunciataria al superfluo, concreta nelle decisioni…! (tratto dalla guida “ORIZZONTI SARACENI” di ©Andrea Perciato)

nella valle dei mulini dell’Ermice (Eboli, monti Picentini, SA)

A volte non ci si crede delle particolari bellezze naturalistiche che un territorio possiede, bellezze paesaggistico/ambientali incastrate in un’autentica oasi di verde, ricche di acque e di profumi intensi generati da una macchia che fa da sfondo alle fustaie più estese, con un sottobosco che emana densi profumi di erbe aromatiche da cui s’aprono cornici paesaggistiche di inaudita bellezza con vasche naturali in cui spiovono le acque di fonti e ruscelli formati da cascate e pozze dai fondali così trasparenti entro cui nuotano girini, mentre le salamandre fanno a gara a nascondersi tra il copioso fogliame: la Valle dell’Ermice ad Eboli.

Ecco una piccola “goccia” di paradiso creata dalla natura e a portata di… piede! Una piccola oasi sorta a pochi km dal centro antico di Eboli (SA), dalle più importanti vie d’accesso (autostrada, statale e ferrovia) e facilmente accessibile da tutti. Tra i versanti meridionali dei monti Picentini, s’apre questa valle in prossimità della collina di San Donato. Siamo all’apice, nel punto più elevato del centro storico di Eboli, alle spalle del Castello dei Colonna; qui, dalla Chiesa dei SS Cosma e Damiano (XVIII secolo) sale, tra antiche mura che da secoli dividono terrazzamenti sistemati a coltura (uilveto) e proprietà ecclesiastiche, lasciando a sx il poderoso complesso conventuale della Basilica di S. Pietro alli Marmi (del 1159), una stretta via che in breve raggiunge al Serbatorio dell’Ermice (presenza di un fontanile).

Da qui parte un piacevole percorso naturalistico, recentemente inaugurato dalla locale amministrazione, per favorire la fruizione, la scoperta e la conoscenza di uno degli angoli più caratteristici di questo territorio: quello della Valle dei Mulini. Superati il varco d’accesso un viale, con balaustra il legno sulla dx, attraversa il primo tratto pianeggiante, fino al primo mulino detto di “Zì Matteo“. Da qui, poi, il facile tracciato si tramuta in sentiero e, tra la copiosa vegetazione formata da boschi di acero e cerro, con un rigoglioso sottobosco di ginestre, lentisco ed altre componenti della macchia, in pochi minuti raggiunge lo storico “ponticello sull’Ermice” da cui sono possibili ammirare due scenografiche platee naturalistiche di pregio valore ambientale.

A valle, scendendo subito a destra del ponticello, c’è una “scaletta in trincea” (scivolosa per la presenza di muschio!), scavata nel pendio roccioso e che porta a ciò che resta di un’antica struttura (fontanino in muratura) qui sistemato alla fine dell’800; affacciandosi con la massima cautela è possibile scorgere una bella cascata formata da molteplici salti conosciuta come “u butto ru cianciuso” (che dovrebbe significare il fondo in cui si lavavano i cenci, gli stracci!). Proseguendo a monte del ponticello il sentiero sfiora una solida struttura in muratura (conci e pietre); laggiù in fondo al torrente s’aprono singolari polle d’acqua trasparente conosciute come “e quatt laghetti” (quattro piccole pozze d’acqua). A poca distanza già è possibile scorgere il sentiero che passa sotto una poderosa struttura in pietra ad arco (“Mulino dell’Arco”), struttura che sorregge e permette di raccogliere l’acqua incanalata dalle sorgenti a monte per distribuirla, con industriosi accorgimenti di tecnica idraulica e irrigua, ai terreni più a valle sistemati a coltura.

L’operosità dell’arte molitoria e la cultura dei frantoi in questa valle ha origini molto antiche avendo inciso notevolmente, per oltre un millennio, ad indicare percorsi, erigere strutture produttive nelle vicinanze di ruscelli e corsi d’acqua, a determinare abitudini protratte per secoli, tutte legate al sapiente utilizzo dell’acqua come il lavaggio della biancheria, l’irrigazione nei campi, macinare cereali e graminacee per ricavarne farine, per molare le olive e incrementare la produzione di olio di cui, questo territorio, è un privilegiato punto di riferimento.

Ancora un po’ più avanti e per uno stretto sentiero si raggiungono prima i ruderi (ben visibili sulla sponda opposta) del “Mulino della Torre” e le vicine sorgenti dell’Ermice ove è possibile ammirare la cosiddetta “Buatta“, una bellissima ed ampia pozza d’acqua dai fondali trasparenti che vanno dal color giada al turchese. Oltre alle preziose gemme storiche, artistiche e culturali conservate nel centro storico della città “eburina”, i dintorni riescono ad offrire notevoli spunti per una visita a stretto contatto con una natura che si rinnova di stagione in stagione; qui, nella valle dei Mulini dell’Ermice l’acqua è la protagonista assoluta mentre i ruderi dei mulini assurgono ad austeri testimoni di un passato fermo nelle memorie del tempo, che tramandano ai posteri le tradizioni di una cultura popolare che ha reso questi luoghi… immortali! (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)