“CASA HYRTA” (borgo di Caserta vecchia), lì dove sopravvive il Medioevo

Uno dei borghi medioevali meglio “conservati” dell’intero meridione italiano, ed uno dei luoghi di interesse storico-artistico più visitati della Regione Campania. Questo è il quadro ambientale che offre l’antico abitato di Caserta Vecchia (CASA HIRTA), borgo in cui si rincorrono e si mescolano stili decorativi (motivi siculo-arabo) e silenziose armonie che rievocano arcaiche suggestioni. Per conoscere più da vicino la bellezza di queste “insolite” forme di un paesaggio medioevale, unico nel suo genere (la Cattedrale, la Piazza, le Torri, il Castello, i portali, i Campanili, i cortili e i vicoli acciottolati), in cui prevalgono tutte le tonalità cromatiche del tufo, propongo un itinerario che, partendo dall’estrema periferia nordorientale della città “carolina”, immediatamente alle spalle dell’immenso Parco Reale, conduce attraverso un immaginario “viaggio” a ritroso nel tempo, nei pressi della pineta, sotto i ruderi del Castello. Siamo nella zona denominata “Maddalena” ove, in epoche remote vi era il “Foro” e vi si svolgeva la vita pubblica del borgo (sentenze, leggi, decreti, mercati, ecc.).

I monti Tifatini sono quelle brulle alture tondeggianti (non troppo elevate) che fanno da corona all’abitato della città di Caserta “nuova” con la sua monumentale Reggia borbonica  ed il suo immenso Parco. Un ambiente questo, che viene caratterizzato dalla presenza, lungo le falde di questi monti, di borgate e paesi distribuiti a ventaglio sulla linea dell’orizzonte e che cingono, come una invisibile cortina, la città regia. Pievi e caseggiati, che dalle estreme alture come Caserta Vecchia, testimoniano con la loro “vetusta” presenza che, anteriormente alla venuta dei sovrani Borbonici, questi territori già erano popolati fin dall’antichità (epoca longobarda) ed avevano un assetto distributivo molto diverso da quello che noi oggi conosciamo. Incursioni saracene, guerre, invasioni barbariche, eserciti stranieri, pestilenze ed epidemie, generarono il degrado e l’abbandono delle campagne di fondovalle, costringendo le popolazioni a trovare rifugio sulle vicine alture, dando così vita a nuovi insediamenti fortificati.

Grosso modo, così ebbe inizio la storia di CASA HYRTA, una città feudale tutta stretta e raccolta entro la sua cerchia di mura. Piccoli nuclei di famiglie contadine avevano caratterizzato, con la loro presenza, insoliti luoghi d’insediamento come: alture isolate, balconate montuose, vallate fluviali, punti cruciali di tratturi che “disegnavano” il territorio. Ed è in questi punti che sistemarono i loro primi ripari (case in pietra a secco o capanne in legno e paglia), alloggi di fortuna molto semplici, essenziali, senz’altro funzionali per quei tempi. Quando giunsero tempi migliori, periodi lontani da guerre, da carestie e da epidemie, non v’era più necessità di alloggiare all’interno delle fortificazioni. Fu allora che queste famiglie, trasformarono nuovamente l’assetto del territorio, andando a migliorare quei primi ripari per renderli costruzioni stabili in grado di durare nel tempo. Sorsero, in aggiunta a questi agglomerati, anche cappelle e chiesine che riaffermarono una presenza “sacra” determinando, molte volte, anche il nome del luogo stesso.

Fu così allora che sorsero casali e borgate, luoghi che via via andavano ad assumere, o indicazioni d’origine longobarda (Puccianiello, Sala, ecc.), o toponimi che furono determinati dalla morfologia dei luoghi (Piedimonte, Tuoro, ecc.), oppure nomi testimoniati dalla presenza di una figura “Santa” (come San Benedetto, San Clemente, ecc.).

Il Medioevo caratterizzò definitivamente il paesaggio urbano delle campagne del casertano determinando, così, la città fortificata sulle alture e una miriade di borgate, casali e villaggi rurali sparsi nell’immenso territorio della sottostante pianura di Terra di Lavoro. Questi villaggi pedemontani andavano pian piano popolandosi, sviluppando precise direttrici di trasferimento a valle determinate dalle molte famiglie che preferirono abbandonare il borgo fortificato di Casa Hirta, ritenendolo non più sufficiente a garantire i bisogni e le necessità di una vita sociale ormai in continua trasformazione, preferendo così stabilirsi vicino alle più importanti vie di traffico (collegamenti, merci, ecc.) che divenivano, nel corso dei secoli, sicuri punti di riferimento per gli sviluppi e gli interessi socioeconomici di questo vasto territorio. Queste “direttrici di spostamento” verso la pianura e le vallate durarono diversi secoli, alternandosi a floridi periodi di sviluppo sociale, economico e demografico, a periodi di stragi determinate da carestie e micidiali epidemie (come la peste).

Finalmente si giunge sotto le antiche mura che cingono lo splendido borgo medioevale di CASERTA VECCHIA. Il borgo ha preservato in definitiva, quell’antico fascino fatto di luci, armonie, colori e silenzi, giunto “straordinariamente” così intatto fino ad oggi. Il continuo mescolarsi della storia tramandata per secoli ed il presente, sono (forse) le caratteristiche primarie che determinano la principale bellezza dell’antico abitato di Caserta. Emozioni che lasciano scoprire a ogni istante, tra gli archi, i portali in legno, gli antichi battenti, le cancellate in ferro, gli infiniti “sedili” in marmo e le pietre di tufo che sporgono ad ogni angolo dalle mura delle case con le tante iscrizioni marmoree che riscrivono le vicende del borgo; che tutti questi elementi, sono solo alcuni piccoli scorci di storia che testimoniano, con l’essenza dei suoi profumi che sanno d’antico e che si palpano ad ogni angolo nascosto, in ogni vicolo, cortile, chiesa o cappella, quei forti valori ambientali e quell’architettura rurale che esprime ed esalta un particolare periodo storico che qui ha avuto il suo massimo splendore: il Medioevo.

L’itinerario proposto effettua un periplo attraversando i luoghi più belli e significativi dell’antica “CASA HYRTA”. Dirigendoci verso destra, raggiungiamo una leggera salita a gradoni che, dolcemente, attraversa una bellissima pineta. Al culmine di questa, si para l’enorme mastio del Castello, unica struttura superstite di una fortificazione che in origine aveva 6 torri e che dominava, a occidente, la pianura campana mentre a oriente, il corso fluviale del basso Volturno; il tutto inserito in una perimetrazione muraria che cingeva l’antico abitato sviluppato dall’alto di un colle e proteso lungo la sassaia del monte Virgo. L’antico maniero domina dall’alto di una conca ove si scorgono in lontananza, verso NE, i villaggi di Pozzovetere e Sommana. Racconta una leggenda locale che nei sotterranei di questa roccaforte sia nascosta, entro le fondamenta delle sue possenti mura, una chioccia con sei pulcini tutti forgiati nell’oro.

Appena entrati nel borgo si varcano i portali in pietra prospicienti la via principale, e si assapora, immediatamente, quel fascino antico e quell’atmosfera del borgo medioevale, con portali in legno, fregi e stemmi in pietra, piccole volte che attraversano e scavalcano i silenziosi vicoli. E il silenzio, importante caratteristica che determina il ritmo delle ore trascorse, sembra scivolare via. Un tempo scandito da minuziosi particolari, dal gusto dell’essenzialità, e che mostra affetto verso le minuscole cose e che riflette il ritmo dei passi sui selciati di pietra.

Alcuni storici definiscono il colle, ove oggi c’è il borgo di Caserta Vecchia, il luogo ove già esistevano i ruderi di SATICULA, una cittadina eretta dai Sanniti e che di certo già c’era in quelle zone ma, con molta probabilità, situata più verso est. Di certo, il borgo medioevale fu fondato nel VIII secolo dai Longobardi provenienti dalla vicina Capua e diedero il nome, a questo presidio assegnato al Duca di Benevento, di “CASA HYRTA” che starebbe a significare “casa costruita in luogo erto”, oppure dalla parola longobarda Hirte che significa “casa colonica”.

Dal sito del “Castrum” si prosegue in discesa , attraversando sotto un arco in pietra (Porta di Capua) a sesto ribassato e che immette lungo una pittoresca stradina (la via principale) dalla pavimentazione in pietra e su cui ogni passo riecheggia in lontananza tra silenziosi vicoli e profumati cortili. In un angolo in alto a sinistra, un’edicola sacra reca l’immagine Santa della Madonna col Bambino realizzata con piastrelle in maiolica. L’essenza dell’antico si evince dagli splendidi edifici in cui si riscontrano stili decorativi normanno-musulmani che si riflettono nella pluralità dei toni cromatici generati dai policromi (e squadrati) blocchi in tufo. La strada continua a serpeggiare penetrando nel borgo ed evidenziando, ora a destra, ora a sinistra, alcuni tra gli angoli più belli e nascosti con i suggestivi cortili ornati dai coloratissimi balconi  “ingeraniti”.

Discendendo lievemente lungo la via principale, ecco aprirsi sulla destra la gotica chiesetta dell’Annunziata (edificio Angioino del XIII secolo). Sulla facciata d’ingresso si prospetta un portico settecentesco sormontato da tre monofore ogivali e da un rosone; di fianco, a destra, un campanile diviso in tre sezioni. Il suo interno presenta un’unica navata e un’acquasantiera posta su due leoni. Proseguendo, si costeggia la facciata destra della Cattedrale e la via porta ad attraversare , per mezzo di un arco ogivale, il poderoso Campanile (alto 32 m) a pianta quadrata con arcate “cieche” incrociate e bifore distribuite su più piani che ne determinano lo stile architettonico paragonandolo, per bellezza e grandiosità, ai più noti campanili di Amalfi, Gaeta e Monreale. Sotto quest’arco, si ammirano i frammenti marmorei di fregi d’epoca romana e alcune iscrizioni (del ‘700) che testimoniano i “passaggi” di Papa Benedetto XIII.

Eccoci così finalmente giunti nella Piazza del Vescovado, a pianta rettangolare, luogo di raccolta posto al centro del borgo. Su questa piazza si prospetta il duecentesco Palazzo Vescovile con i portali in legno e i due ordini di arcate (sovrapposizione di stili gotico e romanico) in marmo e tufo. Nella stessa piazza, di fronte alla Cattedrale, vi è un palazzo gentilizio, un antico Seminario con all’interno un bellissimo chiostro e all’esterno un portale finemente decorato e sormontato da un fregio recante l’iscrizione “Sol fulget super casam hirtam”, il sole risplende su Caserta. Di fronte, la splendida facciata (che copre per intero un lato della Piazza del Vescovado) della Cattedrale (XII secolo) dedita al culto di San Michele, magnifico esempio di architettura romanico-bizantina. Voluta dal vescovo Rainulfo nel 1113, essa è rivestita da blocchi marmorei e tufacei e presenta, nel suo insieme, motivi cromatici in puro stile siculo-arabo ove s’intrecciano forme e s’intersecano motivi architettonici romanico-pugliesi e benedettini. L’ingresso principale presenta un arco “incorniciato” da motivi floreali che poggia su due leoni retti da mensole. Il suo interno, con pianta a croce latina e davvero maestoso; diviso in tre navate, viene caratterizzato da 18 monolitiche colonne provenienti dal tempio di Giove Tifatino. L’occhio corre veloce ad individuare le finezze stilistico/cromatiche di quest’opera davvero grandiosa: archi intrecciati in più ordini stilistici; decorazioni ad intarsi che riflettono motivi geometrici, floreali e zoomorfi. Le luci, provenienti dal transetto, attraversano finestre ornate dal tipico arco musulmano a “ferro di cavallo”, uno dei rari esempi (e difficilissimo da trovare) in Italia. L’enorme cupola a “motivi” islamici, poggia su un tamburo ottagonale, e determina un sincronismo cromatico su cui spiccano blocchi giallastri e pietre bigie che vanno a comporre fantasiosi e bizzarri stili decorativi.

La scoperta di altre emozionanti vedute offerte dai vicoli, dalle cappelle private, dai giardini, dagli archi, dai silenziosi cortili e dalla suggestiva bellezza della propria “rusticità”, viene esaltata dalle ampie vedute da cui si godono gli infiniti panorami che si estendono sulla Piana Campana, su Caserta “nuova” con la sua monumentale Reggia e il suo immenso Parco, il Somma-Vesuvio, la dorsale brullo-tufacea dei monti Tifatini e, nelle giornate più terse, la linea costiera che si scorge in lontananza, sullo sfondo all’orizzonte. Dalla Piazza del Vescovado si discende, per mezzo di una gradinata, verso la periferia occidentale dell’antico borgo; e proprio qui, nel 1962, durante gli scavi effettuati per riassestare la rete fognaria del paese, affiorarono, nel mezzo del piano della viuzza, numerosi scheletri, qualche armatura e resti ossei sparsi risalenti, con molta probabilità, all’epoca longobarda. Questi furono recuperati e sistemati in alcune urne all’interno del locale cimitero, mentre i corpi meglio conservati furono tumulati all’interno della cattedrale. (di ©Andrea Perciato)

a spasso tra i Casali Vietresi lungo le “Vie della CERAMICA”

Un percorso tra vari paesini all’inizio della costa d’Amalfi attraverso i campi coltivati col sistema tipico della delle terre di costiera (i terrazzamenti).

VIETRI sul Mare è la città famosa in tutto il bacino del Mediterraneo per le sue fabbriche di ceramiche e maioliche. con le sue chiesette dalle cupole maiolicate e le piccole case dalle tegole di cotto; essa appare sospesa come d’incanto tra cielo e mare. Nell’antichità fu “MARCINA” città etrusca che subì, successivamente, la dominazione di Sanniti, Lucani e Romani. Considerata la “Porta della Costiera”, proprio sulla maiolica la cittadina fonda tutte le decorazioni artistiche espresse nelle sue chiese e nella abitazioni più antiche come la bellissima cupola appartenente alla Chiesa madre del XVII secolo dedita al culto di San Giovanni Battista, situata nel punto più alto del centro storico e che si lascia ammirare anche per l’elevato Campanile. Di matrice settecentesca, all’interno conserva un polittico del ‘500. L’industria della ceramica, per cui Vietri è celebre nel mondo, era fiorente già dal Medioevo. Il giallo e il blu, i colori della natura e del mare, i limoni e i grappoli d’uva si ritrovano nelle vivaci decorazioni espresse dalle maestranze della ceramica locale. Una visita tra i vicoli e le vetrine iridate colme di scaffali e mensole, consente di girare, cercare nei numerosissimi negozi e poter magari entrare “direttamente” nelle fabbriche a conoscere da vicino questa antica produzione. Scelte e gusti sono, praticamente, infiniti e ogni bottega si distingue per stile e varietà di decori. La felice posizione della città, la ricchezza d’acqua, le colline ricche di legname, sono tutti elementi che hanno favorito nel corso degli secoli lo sviluppo delle fabbriche di ceramica.

Dalla piazza di Vietri (77 m) su cui prospettano numerose botteghe d’artigianato ceramico, laddove ha inizio il nastro d’asfalto della Statale n. 163 della Costiera Amalfitana, si prende la via alberata (da platani) che scende verso il ponte sul vallone del torrente Bonea. Al primo bivio si sale a dx (67 m) in direzione di Raito, ma prima di raggiungere la località, si prende a dx fino a raggiungere Dragonea (334 m). Portandosi fra le case in contrada Jaconti si prende la pista che scende direttamente al villaggio di Albori (264 m) posto quasi ai piedi di monte Falerio e all’ampia vallata che – come un anfiteatro – si chiude sotto le pendici di questo monte. Paesello sviluppatosi lungo il pendio su cui è situato, il caseggiato si estende per tutto l’arco orografico del declivio di SE interrompendosi proprio a occidente, in modo da sfruttare al massimo l’esposizione alla luce del sole. Il paese, riconosciuto per la sua posizione particolarmente panoramica e le caratteristiche viuzze con le abitazioni praticamente abbarbicate sul crinale di una montagna, viene considerato come uno dei borghi più belli d’Italia. Le abitazioni originarie, tutte realizzate in muratura artigianale, presentano le coperture dai caratteristici tetti “bombati” in bianco, costruiti più per motivi funzionali che estetici: la cosiddetta “lamia a vela”, che costituiva la cupola classica, mentre la “lamia a botte” veniva generalmente utilizzata per locali a pianta rettangolare e adibiti a magazzini o a stalle. Il caseggiato si presenta con una “architettura spontanea” che viene condizionata dalla natura circostante costituendo un perfetto esempio di simbiosi e autonoma organizzazione rurale. Il centro del villaggio è costituito da una ristretta piazza ricavata nell’unico slargo piano del paese e da cui si dipartono una rete di viottoli e gradinate costituite in maniera tale che ogni punto del paese possa essere raggiunto rapidamente e con la massima facilità.

Nella piazza prospetta la Chiesa di Santa Margherita di Antiochia del XVI secolo, ricca di affreschi raffiguranti Santi, Madonne, Beati e Dottori della Chiesa; molto interessanti le “formelle” in stucco affrescato raffiguranti i “Misteri” del Rosario e quelle di San Francesco di Paola. Fuori del paese si prende la pista che conduce direttamente alla splendida Villa Guariglia (179 m). In origine essa fu una casa colonica di proprietà dei Consiglio; con l’annesso parco, l’antica Cappella e la Torretta Belvedere, la villa è ricca di dipinti, preziose suppellettili e di una biblioteca (circa 5000 volumi). Re Vittorio Emanuele III qui soggiornò dal giugno al dicembre del 1944. Nella Torretta Belvedere è visitabile, ed è fruibile dal pubblico, il Museo della Ceramica, prezioso e importante contenitore di manufatti che rappresentano la continuità e la vitalità della produzione ceramica della zona negli ultimi quattro secoli come: maioliche artistiche a sfondo religioso (del ‘600 e ‘700); mattonelle votive; una sezione moderna dedicata alla ceramica del ‘900 con pezzi del “periodo tedesco” (del 1927 con Melamerson, Kowaliska e Gambone).

Dalla villa si risale fino a raggiungere Raito (190 m), un irripetibile belvedere sul golfo di Salerno (264 m). Dalla Chiesa della Madonna delle Grazie con la singolare cappella affrescata dei “Naviganti” si raggiunge la strada costiera, proprio di fronte alla rampa in discesa che porta direttamente fin giù alla Marina di VIETRI. Giù, verso la stretta spiaggia, compare Marina di Vietri, che si estende tra gli scogli dei “Due Fratelli” alla Punta d’Albori. Qui troneggia l’interessante Torre aragonese della “Crestarella”, situata su una piccola sporgenza; opera bellica posta a difesa delle coste contro le incursioni saracene. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

monti del PARTENIO (AV)… l’Ultimo degli “Uomini in Nero”

“… Era questo il monte sacro della greca Partenope, che presso un’ara di Cibele vi adorava i suoi numi protettori Castore e Polluce; era un vecchio nido della gente Osca, prima abitatrice della Campania, dimora più tardi delle tribù irpine di razza sannitica…” così descriveva, nel 1878, la zona dei monti del Partenio il noto meridionalista-escursionista Giustino Fortunato.

Luoghi scarsamente pubblicizzati dalla stampa “specializzata” in proposte di itinerari escursionistici e naturalistici; eppure, quello che può essere considerato, senza ombra di alcun dubbio (vista la sua centralità) il vero “cuore verde” della Campania, oggi riesce ancora ad offrire realtà ambientali (fortunatamente rimaste incontaminate) forse introvabili nel resto del meridione con le stupende vedute paesaggistiche che si estendono per 360° su tutto l’arco dell’Appennino Centro-Meridionale e le impenetrabili faggete d’altura.

L’itinerario ripercorre, fedelmente, quello che era l’antico cammino dei carbonari, gli “Uomini in Nero” della montagna che, carichi del loro prodotto, s’inerpicavano lungo questi sentieri e venivano a trascorrere gran parte delle loro giornate dedite alla lavorazione dei carboni. Un tempo questi sentieri erano pieni di vita, ricchi di essenze profumate; un particolare vissuto ambientale che ha determinato quella piccola economia locale legata allo sfruttamento della montagna; un tutt’uno tra uomo e ambiente che si riscontra ancora oggi, con innocente genuinità, nell’indole e nel tessuto sociale delle popolazioni site ai piedi di queste alture.

Con un po’ di fortuna, non sarà certo difficile incontrare, lungo i boschi di questi monti, l’ultimo dei carbonari, Zi’ Renato, che ancora oggi, come un tempo, conduce su e giù il suo baio carico di tronchi da tramutare in carbone; ed è proprio con lui che andiamo a conoscere un passato ricco di bei ricordi, di emozioni, di attese e di speranze. Muovendosi da un’ampia spianata che s’apre nella faggeta, siamo in uno dei punti più strategici di tutto il comprensorio del Partenio, nel luogo (1130 m) detto delle “Quattro Vie” poiché è in questo posto, crocevia di antichi sentieri e mulattiere, che si concentra la maggior parte delle direttrici di transito che attraversano il territorio. Qui, durante la stagione estiva, il bosco è talmente così fitto che la folta vegetazione copre per intero la volta celeste.

Si lascia la strada asfaltata che sale a sinistra e si prende la traccia di un sentiero che sale a destra, in lieve pendenza, verso SE. Il nostro cammino attraverso questi boschi ci viene sapientemente illustrato dall’ottuagenario Zi’ Renato che riesce a coinvolgere chiunque nei suoi racconti seguiti da ossequioso silenzio. Per questi autentici uomini del bosco amare il proprio lavoro, e gli ambienti in cui essi operano da un’esistenza, è qualcosa di molto più interessante della loro vita stessa. Un rituale sacro accompagnava i ritmi della lavorazione; le donne, che inizialmente salivano coi propri uomini, aiutavano ad individuare un idoneo posto ove porre la “catasta”, e dopo aver assicurato con la loro presenza un minimo di conforto per fra trascorrere al meglio (con pane, vino e formaggio) la permanenza sul posto di lavoro ai loro uomini, discendevano da sole tra le ultime luci del tramonto e le prime ombre del vespero. Ai bordi di una roccia a precipizio si apre un terrazzino che offre vedute panoramiche sulla valle Caudina e sul monte Taburno. Ed è ancora Zi’ Renato, che con tutta la sua enfasi adolescenziale espressa dalla sua instancabile energia, ci guida lungo il sentiero che serpeggia nel bosco e va a svilupparsi lungo i versanti settentrionali del Partenio. Superati alcuni tornanti e attraversati un solco torrentizio il sentiero prosegue (direzione W) mantenendosi in falsopiano attraversando in una foresta colma di vegetazione: ad un sottobosco ricco di cespugli (felci e agrifogli) si viene circondati da gigantesche faggete (con tronchi che superano i 40 m d’altezza) che si alternano, per altezza e cromatismi, a dei giovani esemplari di tasso. Qua e là lungo il sentiero si aprono degli slarghi simili a piazzole; questi spazi sono i punti esatti ove venivano effettuate le cataste di tronchi da tramutare in carboni. E qui Zi’ Renato continuando nei suoi racconti, ci suggerisce di scrutare attentamente sotto il fogliame alla ricerca delle tracce di carbonaie del passato poiché non è raro trovare spezzoni neri che ancora sbucano sotto i nostri piedi. Completamente avvolti da quest’atmosfera di civiltà montanara di un tempo, e accompagnati dai semplici racconti dell’ultimo dei carbonari, è possibile ancora captare, trasportati dalla brezza dei venti, il profumo dei carboni appena fatti e ancora fumanti. Dopo una curva in discesa appare, sulla sinistra, una particolare conformazione rocciosa detta Pietra Ermafrodita.

Superati ancora altri quattro alvei torrentizi, ecco giungere nei pressi della fonte dell’Acqua Fredda: una vasca in blocchi di pietra raccoglie una delle acque più buone e più fresche di tutta la zona. Dalla fonte, un comodo sentiero continua ora in discesa fino a raggiungere (1247 m) un valico posto tra le alture della Croce di Puntone a Sud, ed il monte Trave del Fuoco a Nord; dal valico parte la traccia di un sentiero (che punta in direzione ENE, ma che non va preso!) che, attraversando l’angusto Vallone dell’Acqua Fredda conduce alla fonte Mafariello. Il calcare delle rocce s’illumina al riverbero dei raggi solari e terminate le fitte boscaglie ecco che la traccia del sentiero principale va a sfociare (1236 m) presso il primo dei fazzoletti prativi del Piano di Rapillo, zona più comunemente conosciuta come la “Piana di Lauro”. Qui le ampie radure erbose riescono ad offrire molteplici versioni di un unico paesaggio appenninico che, di stagione in stagione, si presenta o con ambienti innevati dal sapore scandinavo o con verdeggianti lande accompagnate dalla brezza dei venti d’altura; la zona, ampia e spaziosa, offre la possibilità agli animali (cavalli e bovini) di pascolare in piena libertà. Sul fondo del pianoro compare il bianco rifugio in luogo di un più antico bivacco per montanari. Ai margini nord-occidentali del piano si sfocia nel successivo pianoro caratterizzato, sulla sinistra, dalle balze di monte Ciesco Alto (1357 m). La comoda pista prosegue attraversando una pittoresca faggeta che racchiude i versanti settentrionali della terza radura nel cui centro (1223 m) una recinzione in pietre squadrate è tutto ciò che resta di un’antica cisterna. Ad un bivio si lascia la pista che scende a destra e si continua a sinistra verso i margini meridionali di un altro pianoro. In pochi minuti, nei pressi del bivio detto il Valico (‘o Vatico – 1213 m) una deviazione a sinistra conduce sull’orlo delle balze meridionali del Partenio. Uno spettacolo di incredibile bellezza lascia meravigliati chiunque si affacci da quassù: l’intensità di un cielo turchino rischiarato da uno splendido sole evidenziano le scure sagome di montagne famose quali il “cono” del Vesuvio, il “molare” del Faito, le principali cime dei Lattari e la cuspide del S. Michele, che galleggiano in un bianco e ovattato mare di nebbie e foschie che coprono, come un oceano silenzioso, le immense pianure dell’agro sarnese, dalle falde vesuviane ai coltivi di Terra di Lavoro. Zi’ Renato, il nostro “nocchiero” del Partenio, ancora riesce ad emozionarsi alla vista di così tanta bellezza; sensazioni che egli stesso ci indica, ci illustra e ci descrive fin da quando egli era bambino. Il luogo e il momento meritano una sosta che permette di bivaccare al cospetto di quest’affascinante montagna e nel rispetto di chi, lungo le piste e i sentieri di questi boschi, ne ha fatto una scelta di vita, traendone – fin quando sarà ancora possibile – anche una fonte di sostentamento. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

Zagabria-Zagreb (HR, CROAZIA)… un “intreccio” fra Oriente e Occidente!

ZAGABRIA, la bellissima “ZAGREB“, come mai vista in tutta la sua splendida e raffinata eleganza, è una città/capitale fatta di belle strade, palazzi d’epoca, ampi viali e giardini, vivaci mercati.

Essa riflette la sua complessa e travagliata storia: è proprio qui, al centro della regione balcanica, che fin dall’antichità si sno sempre intrecciate le millenarie culture tra oriente e occidente, laddove si incrociano le reminiscenze del suo passato medievale, si esaltano i fasti del periodo austro-ungarico e ancora si evidenziano, a tutt’oggi, i segni del recente passato comunista. Situata sulle rive del fiume Sava, la città è completamente circondata da boschi e parchi.

Attraversando le sue vie del centro, sono ancora possibili ammirare il suo particolare impianto urbanistico che è diviso in due ben distinte parti: tra la sua parte “alta“, quella più antica di origine medievale, e la sua parte “bassa“, di recente impianto urbanistico.

Sicuramente risulta essere molto caratteristico il suo variopinto Mercato di Dolac: un intreccio/scambio e vendita di mercanzie che qui raccoglie numerosissimi espositori e venditori di frutta e verdura provenienti da ogni angolo della Croazia; riuscire a perdersi fra mille variopinte e profumate bancherelle alla scoperta delle antiche tradizioni culinarie della città e delle prelibatezze locali, è davvero una esperienza unica, da provare!

Kaptol Trg: è il cuore della Zagabria medievale, un antico quartiere che si raccoglie intorno ad una magnifica piazza dominata da antichi palazzi, tra cui la Porta di Pietra, che da sempre determina l’ingresso orientale alla città.

La parte più antica di Zagabria invece è Gornji Grad, dove si trova la famosa e meravigliosa Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine, dalle bellissime guglie “gemelle” realizzata nel XII° secolo insieme alla Torre fortificata del XIII° secolo. Nelle vicinanze si trova la via Tkalčićeva, un’ampia strada pedonale tutta caratterizzata da bistrot e costellata dai caffè con decine di tavolini all’aperto.

La Chiesa di San Marco, situata in Trg Svetog Marka, del XIII secolo, è uno tra gli edifici più simbolici di Zagabria: tutta avvolta da una livrea multicromatica che ne esalta l’imponente tetto, realizzato nel 1880 con piastrelle smaltate policrome in cui primeggiano i colori del bianco, del rosso e il celeste/azzurro; esso presenta, guardando la facciata principale, sul lato destro l’emblema di Zagabria, mentre sul lato opposto gli stemmi della Croazia, della Dalmazia e della Slovenia. La chiesa risale al XIII° secolo, e conserva una finestra romanica sul suo lato meridionale all’altezza della base del Campanile, mentre il portale gotico, composto da 15 figure poste in nicchie poco profonde, è stato scolpito nel XIV° secolo.

La Città “bassa” di Zagabria, Donji Grad, si raccoglie intorno alla principale piazza Ban Jelačić, punto cardine di numerosi negozi, parchi e musei; essa giace proprio al centro di quella vallata che si estende tra Kantol e Gradec ed accoglie anche la Piazza Preradovića, dove si svolge il tipico mercato dei fiori. (tratto dalla guida “EUROPA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

Val FORTORE (Sannio)… tra “echi” del vento e “rotte” della transumanza!

tra la Val Fortore (alto Sannio), il basso Molise e i monti della Daunia, ci ritroviamo in cammino lungo le “Vie della Transumanza“; sono itinerari, questi, che ci invitano alla conoscenza e alla comprensione di questo vasto territorio. Qui avvennero i primi scambi tra genti lontane e popolazioni sconosciute che s’incontravano per la prima volta lungo le dorsali dell’Appennino Centro-Meridionale; il ritrovamento di un’antica stele (detta appunto “stele dauna”) marmorea che raffigura una “scena di commiato” (di incontro e di saluto) ne attesta la veridicità.

BASELICE… SAN BARTOLOMEO in GALDO… SAN MARCO dei CAVOTI… sono solo alcuni tra i più belli, interessanti e caratteristici borghi che emergono dal pae-saggio della Val Fortore. Da qui transitavano le rotte della “transumanza” di quando i belati delle pecore o i muggiti delle mucche, accompagnati dall’incessante scampanellio delle centinaia di campanacci al collo, rendevano impossibili dormire per il ripetersi dei continui passaggi che – a volte – duravano anche oltre una settimana.

Ed era una grande festa per i numerosi bambini che popolavano questi villaggi, quando la transumanza volgeva al termine poichè tutti ricevevano in dono, dagli uomini che avevano “guidato” queste greggi e queste mandrie su e giù lungo i ventosi crinali di questa parte d’Appennino, piccole formelle in pasta di caciocavallo raffiguranti asinelli, girandole, cagnolini e stelline; ed era proprio allora – in un tempo ormai dimenticato, ma ancora scolpito nelle memorie dei più anziani – che tutti i bimbi si sentivano (e immaginavano) di poter essere, anche solo per poche ore, cavalieri, maghi, fatine e principesse!

Era da tempo che desideravamo esplorare questa zona, sconosciuta (nel senso poco frequentata!) al grande pubblico degli escursionisti, dei trekker, dei viandanti e dei camminatori; territori poco conosciuti ma intrisi da un fascino bucolico e, spesse volte, ancestrale che richiama ai fasti di un passato mondo rurale – ormai scomparso da tempo – evolutosi nella moderna tecnologia che è riuscita a convertire l’agricoltura e l’allevamento nelle più moderne concezioni offerte dalle tecnologie sviluppatesi a favore dell’ambiente.

Paesi dai gruppi di case sapientemente distribuiti lungo i crinali, invitano ad un interessante e affascinante viaggio spazio/temporale che accoglie il visitatore in un’atmosfera dal tipico sapore medioevale, tra vetusti palazzi nobiliari, portali cuspidali in pietra, archi a sesto acuto e ribassato, lapidi marmoree che ricordano importanti passaggi, rosoni in stile catalano, selciati e lastricati in pietra che restituiscono gli echi delle cavalcature, tipiche costruzioni d’origine provenzale, torri merlate e castelli, chiese madri e chiostri conventuali, balconate panoramiche ove s’aprono orizzonti e skye-line di tutto rispetto da cui sono possibili ammirare il calar del giorno che restituisce inediti tramonti difficilmente riscontrabili altrove…

Queste sono solo alcune tra le prime impressioni per chi si trova a percorrere piste e sentieri battuti ormai da millenni; tracciati verdi che hanno visto scorrere non solo il tempo, ma che hanno gettato le basi della moderna società tra scambi commerciali, incontri, sviluppo e favorire quella cultura della ruralità qui riscontrabile in molti angoli di questo vasto e immenso territorio, solo in apparenza aspro e inospitale, distribuito fra tre regioni (Campania, Molise e Puglia), ma che raccoglie al suo interno una quantità considerevole di esperienze di vita, di storie, di momenti che hanno consentito ad elevare il Fortore quale principale funzione di territorio/cerniera tra le due sponde italiche: l’Adriatico e il Tirreno.

Un territorio solo in apparenza collinare (con dolci rilievi che esaltano quote altimetriche al di sopra dei 1000 m) a forte vocazione agricola con colture specializzate di cereali, frutteti, noccioleti, oliveti, piantagioni di tabacco e vigneti, dove il mondo rurale di un tempo favorisce una crescita imprenditoriale mirata agli sviluppi industriali e artigianali. Terra da sempre generosa, l’indole ospitale dei suoi abitanti cattura il visitatore e lo fa sentire come a casa sua.

Un vasto orizzonte di rilievi addolciti e modellati dal vento che si distribuisce tra paesaggi rurali, vallate, corsi fluviali, copiose macchie boschive, specchi lacustri, centri storici di matrice medioevale, una gastronomia ricca di prelibatezze e – su tutto – le “Fattorie del Vento” (i parchi eolici) formate da turbine e tralicci d’acciaio che hanno elevato quest’area a terra dell’energia pulita prodotta con il vento che quassù soffia da sempre.

I monti della Daunia e le valli del Fortore sono terre ove le antiche civiltà contadina e pastorale (legate alla transumanza) oggi convivono armoniosamente con lo sviluppo industriale e tecnologico e i “parchi eolici” distribuiti lungo i crinali sono ormai una costante del paesaggio, un motivo in più per riuscire a comprendere come la natura, mai doma ne piegata e violentata, risulti essere – con sapiente maestria – la migliore alleata dell’uomo.

Tra gli itinerari più interessanti che invitano alla conoscenza e alla comprensione di questo vasto territorio, troviamo: il primo, che parte da Baselice, superando crinali e rilievi in successione, attraverso il bosco della Mazzocca fino allo specchio lacustre di Decorata compiendo, così, anche una breve puntatina a Riccia, in territorio molisano; il secondo, invece, parte da Roseto Valfortore per il monte Cornacchia fino al laghetto Pescara ove la vista sul Tavoliere apulo spazia all’infinito. Il tutto attraverso un’autentica allegoria di profumi, di colori e di essenze che hanno rendono piacevole poter vivere, in qualsiasi stagione dell’anno, questi territori in tutta la loro essenza. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

GUBBIO (PG, Umbria) tra “Via Flaminia” e “Corridoio Bizantino”

In una fetta di territorio che serpeggia tra valli e fiumi attraverso l’intricato l’Appennino centrale, lungo il confine tra le Marche e l’Umbria proteso fino al Lazio, vanno ad incastrarsi gioielli fatti di natura, storia, tradizioni, folclore, antiche strade, fortificazioni, presidi militari, monasteri, abbazie, santuari, crogiolo di popoli ed etnie… tutti elementi – questi – che determinarono, fin dall’alto Medioevo quell’area, o fetta di territorio, meglio conosciuta dagli storici come “Corridoio Bizantino” che si sviluppava tra Ravenna (a nord) e Roma (a sud), e percorso – spesso intrecciato – dagli assi viari della Via Flaminia, sotto il controllo Longobardo, e la Via Amerina, sotto controllo Bizantino.

Un viaggio nella storia – dunque – ma anche un viaggio attraverso la conoscenza di popoli e culture distribuiti lungo la dorsale appenninica in un’area geografica fin da sempre apparsa aspra e di difficile controllo dalle ripetute dominazioni succedutesi durante il corso dei secoli.

Ai piedi di monte Cucco s’adagia Sigillo, antico paese d’origine romana eretto lungo la Flaminia; qui un bellissimo Ponte Romano formato da grossi blocchi in pietra calcare determina il paesaggio verso la pianura a margine della via storica.

Camminando attraverso filari di alberi sistemati, secondo precise geometrie campali, adottando la tecnica a “festoni”, ai margini di piste campestri si raggiunge la vicina Costacciaro, antico “castrum” d’impianto Longobardo sfiorato dalla via consolare. Superati il villaggio di Scheggia si risale guadagnando il valico della Madonna della Cima fino a raggiungere l’imponente Basilica dedicata al culto di Sant’Ubaldo “patrono” di Gubbio che s’apre, appena sotto, sul versante opposto.

La città “eugubita” ci accoglie con tutto il suo splendido fascino Medioevale; non a torto considerata appunto come la città medioevale più bella d’Italia, Gubbio si lascia scoprire poco alla volta; dal suo splendido teatro Romano, al suggestivo scorcio dei “Tre Ponti” in pietra lungo il torrente Camignano ove operava un Mulino per la macina del grano e due forni per il pane; dai suoi portali e camminamenti tra rampe e ardite scale, alla bellissima chiesa di San Francesco; dal gotico Palazzo dei Consoli (sede del Museo Civico) al dirimpettaio Palazzo Pretorio (sede del comune di Gubbio) entrambi separati dal panoramico Piazzale della Signoria.

Perdersi attraverso tutti questi monumenti è un po’ come girovagare alla Indiana Jones, una continua e ripetuta meraviglia (fatta di arte, storia e religione) che si nasconde dietro ad ogni angolo, lungo ogni percettibile scorcio, mescolandosi al profumo di una “crescia” (forma di tipico pane locale) appena sfornata, magari intrisa dall’olio delle terre umbre e farcita di tutte le prelibatezze della norcineria locale.

L’Umbria è soprattutto un caleidoscopico contenitore di colori, di profumi, di essenze, di sorprese, di meraviglie… e attraversare queste terre senza tempo è come perdersi (e ritrovarsi) in un limbo fatto di emozioni, di sensazioni, di percezioni.

Qui la natura a volte si presenta dura e sfrontata, susseguendosi con eventi calamitosi, ma gli uomini che popolano questi territori hanno da sempre imparato a convivere coi “capricci” che questa terra, di tanto in tanto, esterna anche in maniera violenta. L’Umbria aspetta solo di accoglierti, poi… lascia fare ai tuoi istinti e alle tue passioni, tutto il resto… è un incredibile viaggio attraverso le emozioni!(tratto dalla guida “ITALIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

Gallinola (monti del Matese, CE) bianco siderale lungo crinali di confine

Sembra il Trentino, ma… siamo in Campania! Parlare del Matese, ultimo tra i grandi giganti della dorsale appenninica, è un po’ come raccontare tutta la storia delle esplorazioni e dell’escursionismo nel Mezzogiorno italiano. Antichi sentieri e piste della transumanza, presenti con le tracce dei tratturi intersecavano, si rincorrevano o si accavallavano lungo le pendici di questo gigante dell’Appennino. Il Matese è anche questo: profumi, odori, sapori, cultura, tradizioni… vita! Il massiccio si colloca, per buona parte, in terra molisana con copiose giogaie e valli profonde e da esso s’impenna la cima più alta: quel poderoso Miletto (2050 m) che reca tracce, nelle conche sommitali, di antichi bacini glaciali. Ma la nostra meta è un’altra, curiosamente chiamata Gallinola!

Inediti itinerari sulla neve posti al di fuori dei luoghi consacrati al culto dello sci domenicale. Se si osserva una foto scattata dal satellite quando orbita all’altezza dell’emisfero settentrionale e viene a trovarsi sull’azimut dell’Appennino, all’altezza dei crinali di confine tra la Campania e il molise, col cielo terso e senza nubi, zoomando lungo la dorsale montuosa, è possibile riconoscere alcune “macchie” bianche di paesaggi montani a noi familiari ma sconosciuti alla stragrande maggioranza degli appassionati di escursionismo invernale italiani: i monti del gruppo del Matese.

Considerata l’autentico “tetto” della Campania, la cima si raggiunge da una balconata posta ai margini della conca di Piano della Corte (1643 m); un’alternanza di pianori e sconfinate praterie montane, attraverso verdi pascoli, con tracce di un antico stazzo che un tempo fungeva da riparo per le greggi. Qui la sporadica presenza antropica, laddove uomo e natura sono riusciti a convivere in perfetta armonia per secoli, si evidenzia tra l’ingegno dell’uno e la bellezza dell’altra. Ogni sosta è buona per guardarsi intorno e provare la sensazione di meraviglia e smarrimento.

La neve, così come noi la immaginiamo, è possibile viverla anche lasciando le tute griffate e gli ultracostosi sci o gli snowboard colorati a casa. Considerando che la Campania non ha mai avuto stagioni invernali con eccezionali imbiancate la regione, durante quei pochi giorni di freddo glaciale, sottoposti alle correnti del nord, riesce ad offrire uno spessore nevoso oscillante tra gli 80 e 150 centimetri. Preparandosi per un trekking in zone innevate, bisogna essere forniti di un’adeguata attrezzatura e dell’equipaggiamento adatto per muoversi con sicurezza e agilità sui pendii innevati.

L’idea sarebbe di attraversare questi luoghi avvolti da bianco candore con le racchette da neve (consigliate per i nostri ambienti appenninici), ma l’esperienza induce a suggerire di provare a vivere la neve con attrezzature impensabili dalle nostre parti fino a qualche anno fa, come le “ciaspole” affiancate dai ramponi e dalla piccozza. Per non affondare e proseguire senza timore, bisogna calzare le racchette da neve (di origini scandinava e canadese, usate soprattutto lungo tutto l’arco alpino) e farsi aiutare, per mantenersi in equilibrio, dai bastoncini telescopici, meglio ancora quelli da sci da fondo.

Ritrovarsi proiettati sull’immenso, in questo angolo di Appennino meridionale, non c’è scenario tra i più belli dell’ambiente montano che riesca ad offrire sensazioni ed emozioni oggi difficilmente riscontrabili altrove. Come era prevedibile, la magnificenza di un limpido orizzonte appare ai nostri occhi in tutta la sua straordinaria bellezza: laggiù in fondo, il lago del Matese e, poco oltre, la pianura campana; a settentrione, come da una terrazza naturale s’apre, in un crogiuolo di elementi che s’alternano tra altipiani boscosi, valli, contrafforti e declivi, la piana del Volturno.

I paesaggi sono molto belli; in fondo, l’enorme vallata solcata dal lago si adagia al centro di una teoria di monti avvolti dalle foschie mentre, volgendo lo sguardo in alto gli occhi, increduli, scorgono la volta celeste tersa nel suo arcano splendore pulita e dalle nubi. Passando dalla faggeta alle radure assolate, la brulla vetta si avvicina per un sassoso sentiero che arranca lungo i ripidi versanti orientali della montagna. Si attraversano conche carsiche sommitali che sembrano appartenere ad un paesaggio lunare; con tracce appena visibili, lungo piste battute da pascoli d’altura, si continua per assolate pietraie che giungono fino in cima alla Gallinola (1923 m) da cui s’aprono, improvvisamente, ampie vedute panoramiche.

La neve disciolta e ricongelata, ottimo terreno per le escursioni, aderisce meglio sui pendii più ripidi; più dura e ghiacciata è, le ciaspole (soprattutto quelle “ramponate” sono preferibili) aderiscono meglio alla superficie, indispensabili quando gli scarponi non hanno più presa sulla neve; si procede meglio lasciandosi aiutare dall’utilizzo della piccozza molto efficace in caso di scivolata. Alcuni di questi itinerari bianchi dell’entroterra campano presentano paesaggi di matrice scandinava, ove una natura intatta, incontaminata e – raramente – ancora inviolata, propone un inconsueto modo di vivere la neve, molto al di fuori e lontano dal grande baccano che vedeva, durante i giorni festivi delle normali stagioni di una volta, gli impianti di risalita presi d’assalto e invasi da chiassose frotte di sciatori occasionali.

Chi percorre i sentieri di queste montagne, vive costantemente le emozioni di un’avventura fantastica e interessante dal primo all’ultimo passo, quasi un ritorno alle origini dove non basta seguire le tracce della pista, ma si deve ricorrere (a volte) alla carta e alla bussola e, molto spesso, anche all’istinto. Con la fortuna di partire in buone condizioni meteorologiche, sono possibili effettuare avventurose escursioni. Mentre il sole irradia i suoi raggi e riscalda l’ambiente della cima permettendo ai ranuncoli e alle bianche margheritine di uscire dalla coltre ghiacciata e di rizzarsi sugli steli, la luce fulge splendida in ogni angolo dell’orizzonte; e questa è solo una delle infinitesime magie che riescono ad offrire i meravigliosi ambienti del Matese: laggiù verso nord, s’innalza la cima del Miletto. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

Castel del Monte (BT – Puglia) “STUPOR MUNDI” l’incredibile fortezza di Federico II

Visto da lontano sembra un gigantesco blocco in calcare bianco-roseo tipico della murgia, il territorio che domina per miglia e miglia dall’alto della sua modesta altura (540 m). Conosciuto anche come la “Corona degli Hohenstaufen” Castel del Monte risulta essere uno dei più riusciti e perfetti edifici di matrice “esoterica” presenti in Italia.

Questo luogo, questo enorme e possente complesso architettonico, questo scrigno contenente gioielli fatti di architettura, arte, cultura, religione, scienza, matematica, geometria, mistero… esoterismo, sembra – improvvisamente – sbucare dal nulla, oltre un orizzonte intriso del giallo dei campi di grano appena raccolti, dell’argenteo delle immense distese ulivate e dell’intenso e profumato verde dei vitigni; solo qualche refola di vento, appena percettibile, siavverte nell’immensa canicola della Murgia, accompagna il canto delle cicale che qui – più che altrove – fanno sentire la propria voce!

Da sempre ci ha affascinato questo luogo e finalmente… dopo averlo tanto sperato, siamo sotto le sue mura. Una costruzione, un edificio che – apparentemente – sembra non servire a nulla. Nel senso che viene sì chiamato Castello ma che di un maniero non presenta alcunchè: ne fossati esterni, ne ponti levatoi, ne merlature, ne torri principali, ne cortili adiacenti per le stalle, le cavalcature e la biada, e per l’alloggiamento della guarnigione… il castello, visto da lontano, somiglia molto alla corona di Federico II di Svevia, costruttore del castello ma Federico nella sua lungimiranza di precursore dei tempi, aveva previsto tutto.

Il Castello, edificato nel 1240 risulta essere l’opera architettonica più affascinante realizzata dall’Imperatore svevo; e per queste peculiarità è stato dichiarato, fin dal 1996, come Patrimonio Mondiale dell’Umanità (sotto l’egida dell’UNESCO). L’architettura dell’edificio, privo di ogni struttura di tipo militare, viene totalmente improntata al “Principio Ottonario“. Durante il corso dei secoli furono molte le sue destinazioni d’uso, circostanze che hanno sempre più contribuito ad alimentarne il fascino insieme ai ripetuti richiami del numero 8 come il suo perimetro ottagonale, come otto sono le torri (ottagonali) che determinano gli spigoli; si tratta della figura intermedia tra il quadrato, simbolo della terra, e il cerchio, che rappresenta l’infinità del cielo, e quindi segnerebbe il “passaggio” dell’uno all’altro.

Privo dal punto di vista architettonico di elementi tipicamente militari e di fossati, posto in una posizione non strategica, in realtà l’edificio non fu probabilmente una fortezza. In ogni caso si rivela come un’opera architettonica grandiosa, sintesi di raffinate conoscenze matematiche, geometriche ed astronomiche. Il cortile orientato in modo da essere perfettamente illuminato durante gli equinozi e i solstizi forma un perfetto ottagono; otto sono le bifore gotiche, otto i grandi saloni. Alcuni studiosi hanno formulato l’idea che il castello e le sue sale, pur geometricamente perfette, fossero stati progettati per essere fruiti attraverso una sorta di “percorso” obbligato, probabilmente legato a criteri astronomici; mentre altri hanno letto, nelle sue austere geometrie, la “coppa” (non un calice) perfettamente modesta, simile a quella (il Graal) che secondo la leggenda ha raccolto e contiene il sacro sangue del Cristo morto in croce.

Secondo una corrente esoterica che risale ai primi tempi del Cristianesimo, l’8 è, infatti, il numero prediletto della divinità (“Chi nasce a nuova vita per volere del Cristo, si pone sotto il segno dell’8“) e, come tale, evocatore di mistici poteri. Simbologie e tecniche costruttive utilizzate nel Castello provengono – con molta probabilità – dal Medio Oriente, importate dai Cavalieri Teutonici, un ordine iniziatico con cui Federico II aveva stretti legami. Il Dio dell’Imperatore era probabilmente uno degli iniziati Sufi, che poteva essere contemporaneamente adorato da Ebrei, Cristiani e Islamici; forse, il vero obiettivo di Federico II, che morì scomunicato due volte nel 1250, era quello di trasformare il Castello in un centro di culto e di politica al tempo stesso, similmente alla mitica “Camelot” di Re Artù.

Nel 1988 un gruppo di studiosi italiani ha scoperto che le sue “divine” proporzioni celano, probabilmente, in una specie di codice segreto, le indicazioni per raggiungere una camera ancora inesplorata all’interno della Grande Piramide! La visita prosegue tra la magia di ambienti in cui si viene avvolti dal misterioso fascino, dalle essenze emanate dalle pietre che ancora profumano d’antico, scale a chiocciola che conducono negli angoli più bui e nascosti della fortezza, e poi… ancora tanta, ma propria tanta meraviglia che si rincorre di pietra in pietra, di arco in arco, di capitello in capitello, di volta in volta, fino a compiere un ciclo esatto di ricerca geometrica, di solida compattezza, proprio come la stessa fortezza riesce ad esprimere. Mentre fuori, all’esterno, le numerosissime scritte incise durante il corso dei secoli testimoniano la presenza per i tanti curiosi, turisti o semplici viandanti che di qui sono transitati…

Il mistero non è stato certamente svelato, anche perché non basterebbe una vita per decifrarne ogni centimetro quadrato di questa grande e possente meraviglia architettonica; ma sicuramente la nostra sete di conoscenza e approfondimento per tutto ciò che fa storia, arte e sapienza in questo nostro meraviglioso Sud, ha aggiunto un tassello in più che difficilmente si dimentica. Grazie germanico Hohenstaufen per le tue intuizioni, per il tuo vedere oltre… Sei riuscito a proiettare questo nostro meraviglioso Sud nell’immaginario collettivo di un millenario “melting-pot” fatto di razze, religioni, etnie, culture che da sempre si incrociano e si mescolano attraverso le rotte del Mediterraneo. (tratto dalla guida “ITALIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

“ROTA” di Mercato Sanseverino (SA) un antico Castello, a dominio di valli e a controllo… di antiche vie!

Capire le funzionalità di un castello, soprattutto di un maniero d’epoca medioevale risulta essere sempre una piacevole scoperta. Il “nostro” è posto a guardia e controllo di uno tra i più importanti crocevia dell’antichità, e di transiti per traffici commerciali ed eserciti: il poderoso Castello dei San Severino, che si erge sull’attuale centro di Mercato Sanseverino; un’autentica fortezza, un qualcosa di complesso e molto particolare.

E’ sempre stato considerato come uno tra i più importanti complessi monumentali di architettura militare dell’Italia meridionale (forse il secondo in Italia, per ampiezza e distribuzione degli ambienti)… Raggiungere le sue mura non comporta eccessivi sforzi, ma capire l’importanza di questa rocca, le strutture spazio-dimensionali, sia interne che esterne, ed inquadrandola nella distribuzione territoriale dell’epoca (tra il X e il XII secolo), è come scoprire le straordinarie vicende di chi, per secoli, si è alternato alla sua vita.

L’ampia distribuzione degli ambienti, così come si sono succeduti nel tempo, è un’alternanza e sovrapposizione di stili architettonici e strutturali composti da un originario nucleo di fondazione longobarda, a cui si sovrappone un secondo accostamento normanno ed un successivo ampliamento di un terzo nucleo svevo/angioino/aragonese. I Sanseverino furono una tra le più importanti (e potenti) famiglie del regno, secondi – per discendenza dinastica – solo ai regnanti aragonesi e fu per questo che, per i loro servigi resi al cospetto della corona, ebbero l’importante locazione posta a controllo dei territori che si sviluppano tra la storica via che collegava i “Due Principati” (quello di Benevento a nord, e quello di Salerno a sud) e quella proveniente – per mezzo del varco di Codola, da occidente – dalle terre della Pianura Campana ove scorreva la più antica arteria romana della Popilia.

Qui, fin dall’antichità, i Romani esigevano un pedaggio per il transito: il “Rotaticum“. Questa pratica, nel corso del tempo, fece divenire ben presto il “locus” come uno tra i nodi (collegamenti) principali per il commercio, a sud della “Caput Mundi“, proprio a ridosso tra l’antico tracciato della consolare Capua/Regium. La città che ebbe a svilupparsi lungo le pendici ai piedi delle sue mura e il nodo viario, trae la sua fondazione dal villaggio di origine conosciuto col toponimo di “ROTA” a cui si affiancò, successivamente, l’appellativo di “Mercato” proprio perchè qui, all’incrocio di queste due importanti arterie, avveniva un mercato che favoriva il commercio e lo scambio di merci che giungevano da più parti.

Giunti in prossimità del maniero, un originario muro di cinta esterno ed uno steccato immettono attraverso il varco d’ingresso nord-occidentale delle mura e subito compare quello che è l’ambiente più caratteristico di una fortezza medioevale: la Piazza d’Armi. A ridosso del mastio quadrato e sotto il secondo ingresso principale, quest’area veniva sicuramente utilizzata per le importanti operazioni militari di difesa e di attacco. Un perimetro interno viene caratterizzato da piccole “torrette” le quali accoglievano le installazioni di macchine da guerra coi caratteristici camminamenti di ronda, i quali ancora oggi conservano le merlature originali erette tra l’XI e il XII secolo.

Completano la bellezza dell’imponente struttura militare, la “cisterna” per la captazione dell’acqua con galleria interna; la Cappella gentilizia e la principale residenza dei signori.

Camminare tra queste antiche pietre, riporta alla mente i gloriosi fasti di leggendarie battaglie per il controllo ed il governo del territorio. Conoscere la storia di un territorio e tutto l’evolversi delle vicende che lo hanno contraddistinto è importante, e riuscire a testimoniare le sue peculiarità nel trasmette curiosità e stupore, non fa altro che incrementare quel gusto per la scoperta che è insita nella natura umana di ognuno. (tratto dalla guida “CAMPANIA ZAINO IN SPALLA” di©Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate. 6a tappa: Abbazia del Goleto, Lioni, Bosco della Difesa, Caposele, Santuario di San Gerardo Materdomini

Lasciati i silenzi meditativi dell’Abbazia del GOLETO, attraverso campagne e terreni coltivati, per una via interna a Sud si attraversano campi coltivati fino a raggiungere un bivio vicino alla SP 270; si prende a sinistra passando sotto il ponte e si raggiunge la SP 154. Di fronte scende un sentiero che sfiora un filare d’alberi, si volge a destra per campi di ortaggi vicino a una masseria fino a sbucare su una via interna. A sinistra c’è un bivio, si prende a destra attraversando l’area industriale e commerciale di Lioni; così facendo si evita il traffico veicolare che scorre sulla vicina SS 400. Giunti sulla Statale, senza prenderla, s’imbocca la carraia di fronte superando villette e case isolate che si alternano a depositi. Più avanti si è nuovamente sulla Statale, dopo aver superato – in successione – capannoni, case, negozi e villette, fino a giunge ancora sulla Statale.

Già si scorgono le prime case di LIONI (AV), località anch’essa molto colpita dalla tremenda onda tellurica. All’altezza di una rotatoria si sale a sinistra lungo Via Nittoli, superando un distributore e un cinema multisala, fino a una successiva rotatoria (Chiesa di S. Bernardino a sinistra). Completamente ricostruita Lioni ha visto la sua espansione urbanistica protendersi verso le periferie mentre il suo centro storico ruota, da sempre, tra la vivace Piazza San Rocco e la ricostruita chiesa di Santa Maria Assunta, degno esempio di uno splendido recupero architettonico che ha restituito ai posteri la loro amata chiesa; ciò che ricorda i tremendi giorni di 40 anni fa è il suo Campanile, rimasto miracolosamente intatto e per niente scalfito dalla potente scossa.

Continuando avanti per la SP 176 (Viale L. Da Vinci) c’è un’altra rotatoria che, a destra, continua per Via Medaglie D’Oro. Alla prima traversa a destra sulla Statale 400 fino a incontrare, dopo 30 metri a sinistra, una rampa di gradoni (Via Garofalo) che va a sbucare in Piazza V. Emanuele III; qui un leone in pietra fa bella mostra di sé davanti al Municipio, mentre il Campanile che svetta lassù in fondo è quello (unica parte originaria sopravvissuta alla distruzione) della ricostruita Chiesa di S. Maria Assunta a margine di Piazza della Vittoria. Si risale leggermente fino alla successiva Piazza S. Rocco che chiude poco più su. Alla prima traversa sulla destra, presso il Centro Polifunzionale “Pertini” e la locale ASL, si sbuca nella piazzetta A. Moro e si devia a destra per la traversa S. Rocco. Da qui si giunge in Piazza S. Carlo, volgendo a sinistra in lieve discesa si prosegue su Via Roma fino a incontrare, sulla sinistra, una piccola “edicola” votiva ricoperta da piastrelle in ceramica raffigurante S. Giuseppe; la via piega a destra e dopo pochi metri, presso una palazzina a due piani con un bel murales, si prende a sinistra su Via S. D’Acquisto e poi subito a destra su Via Napoli. Percorrendo quest’ultima fino in fondo si raggiunge nuovamente la SS 400.

Si esce fuori dal paese prendendo la strada che supera e attraversa la vecchia linea ferroviaria Avellino-Rocchetta-Candela e subito si penetra in un paesaggio agreste fatto di campi coltivati, stalle, masserie, ampie vedute panoramiche tra l’Ofanto e i monti e le numerose case coloniche che costellano un paesaggio bucolico davvero interessante. Superata la Statale si continua in avanti scendendo per la SP 368 (segnaletica per Laceno e Oppido); dopo il passaggio a livello (sempre aperto, senza sbarre ma fare sempre, e comunque, attenzione) si esce definitivamente da Lioni. Si passa sotto il ponte della SS 7 e si prosegue tra campi aperti, boschi e filari d’albero. Si attraversa Contrada S. Maria del Piano e senza mai lasciare la pista, si giunge a un incrocio. Si lascia la Provinciale che sale a destra e si devia a sinistra per campi coltivati e boschetti con ampie vedute paesaggistiche sui monti Picentini e i crinali della Valle dell’Ofanto. Presso un ponte con balaustre in ferro, a sinistra compare una bella (e antica) cappellina dedita al culto di S. Gerardo.

Si risale a destra attraverso paesaggi agresti di notevole bellezza; case sparse e masserie isolate determinano la skyline di orizzonti dall’atmosfera tipicamente rurale, mentre la via si sviluppa tra ombrose gallerie vegetazionali ed aerei tornanti lasciando spaziare lo sguardo lungo orizzonti che si perdono a vista d’occhio. Il rosso della terra argillosa, passando per il giallo (delle ginestre), fino al dorato dei campi di grano, sono la tavolozza dei colori in cui si rispecchia questa parte di territorio: Valle delle Mole. Presso un bivio ignorare la rampa che sale a sinistra e continuare a destra attraverso le case sparse di Masseria Ciccone. Raggiunti un copioso filare di querce, con vedute paesaggistiche sulla valle dell’Ofanto, si devia a destra (Contrada Bosco) per una via di crinale che scorre tra campi arati e frutteti; da qui si comincia a scorgere, verso Sud, l’alta Valle del Sele. Superati una casa isolata, per la prima deviazione si scende a sinistra attraverso il copioso manto forestale del Bosco della Difesa, in cui è possibile sostare al fresco presso l’area attrezzata (Bosco Difesa) con fontane e tavolati. Si continua lungo questa autentica galleria vegetazionale fino a sbucare (casa colonica sulla sinistra) presso un incrocio.

Da qui ora si scende (per Corso Europa) e si raggiunge CAPOSELE in Piazza Sanità; sulla destra si scende per Corso Europa fino a imboccare Via Roma (palazzina rossa con farmacia a destra). Tra le prime case a monte del borgo, nascono le famose sorgenti che alimentano uno tra i più interessanti corsi fluviali del sud: il Sele. Al successivo bivio si continua a destra sbucando in Largo Di Masi con la ricostruita Chiesa di S. Lorenzo Martire. Più avanti Vico Garibaldi scende a sinistra per Corso Garibaldi fino a quella casa rossa in fondo e a sinistra, per case ricostruite e tinte dai vivaci colori pastello, si giunge al Ponte sul fiume Sele. Appena superati il ponte sul fiume compare a destra un’antica fontana. Dalla fontana, per una casa con cinque croci, parte la rampa (inizialmente in cemento) che conduce, per un sentiero di fede (la Via Sacra) che – dopo ripetuti tornanti – termina proprio davanti al sagrato del poderoso Santuario di SAN GERARDO a MATERDOMINI (AV) concludendo questo Cammino… attraverso le “Terre Violate” (©Andrea Perciato)

(La parte descritta di questo itinerario, completo di illustrazioni, foto a colori scheda tecnica dettagliata e cartina completa del percorso, sono contenuti tra le pagine del libro/guida il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” di ©Andrea Perciato per le edizioni Viesse, Angri (SA) 2020. Per chi desidera ricevere il libro può farne richiesta scrivendo mail a: info.trekkingcampania@gmail.com o whatsapp 339.7456795)