il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate, perche le pietre… non dimenticano!

E’ uscito un libro/guida che racconta – attraverso 162 pagine,120 foto a colori e b/n (alcune inedite dell’epoca), 6 cartografie a colori corredate da schede tecniche dettagliate ed Edito da ’’VIESSE’’ in Angri SA – un viaggio attraverso 40 anni di storia di un territorio, di una parte del Sud Italia, distrutta dal tragico evento del terremoto del 23 novembre 1980.

Conoscenza dei luoghi, rispetto per le tradizioni e un approfondito “sguardo selvaggio” per immergersi nel vissuto storico, civile e sociale… questi sono i principali ingredienti che fanno di questo libro/guida un contenitore di esperienze di viaggio a piedi – quasi una sorta di pellegrinaggio – attraverso il tempo e che promuove un turismo escursionistico, naturalistico e ambientale di qualità che spazia lungo l’Appennino meridionale per 360°.

…Un viaggio nella memoria attraverso un cammino distribuito lungo sei tappe sui luoghi del dolore… I 40 anni trascorsi dal sisma del 23 novembre 1980 come non li avete mai letti, visti, raccontati e conosciuti… Un libro che nella sua prima parte narra e racconta storie e testimonianze del terremoto del 1980…

Sette “compagni di strada“, reduci tra i volontari soccorritori dell’epoca, si ritrovano – dopo otto lustri – a camminare nuovamente insieme. Lo scorrere degli anni ha spesso fatto incontrare gli involontari protagonisti dell’epoca e, quasi spontanea, sorge la domanda: “a distanza di anni cosa possiamo fare per quei territori?” Si punta allora tutto ed esclusivamente su un unico obiettivo: quello di poter offrire a queste terre, e alle popolazioni che ancora le abitano, un’idea, una intuizione trasformandola – laddove possibile – in una concreta opportunità di valorizzazione…!

Nella seconda parte la narrazione si trasforma in una guida che propone un viaggio attraverso quelle Terre Violate… Un percorso attraverso borghi e paesaggi per dare valore a quella scommessa fatta: far rinascere questi luoghi distrutti dal sisma grazie al turismo slow, fatto di cammini, di trekking, di viandanza…

Il libro/guida spazia dalle prime concitate fasi dell’intervento dei volontari accorsi in aiuto su quelle zone impervie dell’Appennino fino a focalizzare e rendere concreti gli sforzi messi in opera per mezzo delle operazioni di soccorso; il resto è un viaggio raccontato su un doppio binario – passato/presente – tutto da leggere, da scoprire… da camminare!

Edizione a “tiratura” limitata (solo 200 copie inizialmente)! Per avere/ricevere il libro/guida sul “CAMMINO dell’ARCOBALENO” basta farne richiesta inviando una mail a: info.trekkingcampania@gmail.com specificando proprio nominativo, ed eventuale indirizzo, per concordare modalità di consegna/ricezione ed eventuale spedizione, oppure utilizzando whatsapp al numero (0039) 339 745 6795

a piedi nel CILENTO…3) Terra da Camminare, Terra da Raccontare

Il Cilento ha condizionato – nel corso dei secoli – lo sviluppo geografico in cui sorgono gli abitati delle zone più interne, caratterizzate dalle risorse tipiche della montagna (boschi e pascoli) le quali hanno influenzato, non poco, l’ubicazione degli insediamenti. Ed è in questo pittoresco quadro paesistico che si sviluppano i borghi, o su uno sperone soleggiato, oppure su un elevato pianoro le cui vie d’accesso ai monti sono costellate dalla presenza di boschi e foreste. Questi paesi conservano, ancora oggi (tranne alcune rare eccezioni), quelle dimensioni corrispondenti alla loro massima espansione urbanistica verificatasi, probabilmente, verso la fine dell’800 e, comunque, prima che iniziassero quei grossi flussi migratori tipici di questi desolati territori; modeste estensioni che vengono compensate dalla bellezza di antichi ambienti in cui si sono conservate e mantenute quelle condizioni di semplicità e genuinità del vivere quotidiano.

I monti del Cilento hanno – da sempre – avuto un ruolo unico, sia nel territorio che nel vissuto storico: luoghi di lavoro duro, paziente e a volte avaro; riparo dalle incursioni; ricovero per gli armenti; sicuro nascondiglio per i briganti. Queste montagne sono “parte viva” nell’animo delle genti cilentane ove i pastori ne sono i “padroni” ed esplicano, attraverso particolari rituali identificabili nel linguaggio, nella gestualità e nella musica  quella accanita devozione per le immagini sacre da cui l’erezione di cappelle e Santuari.

Oggi la presenza di nuove strade di comunicazione ha ulteriormente isolato l’antico sistema viario, tortuoso e impraticabile, che un tempo era articolato intorno agli altipiani o nelle vallate e che mettevano in collegamento passi e valichi d’importanza strategica, oppure evidenziavano una straordinaria varietà di scorci paesistici sia verso la costa che verso l’interno (Vallo del Diano). Alcuni di questi, come il Passo della Sentinella (956 m) o la Sella del Corticato (1026 m) testimoniano, ancora oggi, come il sistema degli accessi in questo territorio montuoso fu governato con estrema prudenza fin dall’antichità. Questo isolamento favorì, molto spesso, quegli insediamenti religiosi che si richiamavano non solo ai Santuari rupestri e a quei Conventi e Monasteri sparsi tra le colline e le vallate, ma anche a piccole chiese arroccate su inaccessibili e tortuose creste montuose.

E’ la storia di un territorio, questa del Cilento, in cui i profili montuosi e i pellegrinaggi che si svolgono lungo i loro pendii sono il filo conduttore di uno stesso sistema nato senza precisi confini. In primavera, l’immagine “santa” va sulla montagna per “vegliare” sui luoghi di lavoro dei fondovalle; mentre in autunno si torna al piano per consolidare i forti legami esistenti tra Santo e fedeli. Il rito continua con i pastori transumanti, i quali non solo compiono lo stesso percorso ma vivono un identico rapporto con il territorio, difficile e impervio, ove il “ruolo” della montagna assume molteplici aspetti di “carattere sacrale” e, molto spesso, “penitenziale”. Si avverte, in queste zone, come ancora oggi la giornata sia regolata misurandosi con gli eventi presenti in natura: il sole, le lune, le stagioni; di come questo paesaggio e la sua gente siano ancora rimasti così austeri e fieri, senza mai alterare le loro abitudini e con quel forte attaccamento a questa estrema zona sud della Campania. Questa regione conserva ancora immagini segrete e misteriose, mentre lungo i litorali della vicina costa il paesaggio, pur cambiando, si accresce di nuove e diverse suggestioni: pareti a strapiombo, scogliere rocciose e spiagge bianche contro cui s’infrangono le profumate onde di un mare così incredibilmente azzurro. (tratto dalla guida “CILENTO, Terra da Camminare… Terra da Raccontare” 50 itinerari escursionistici nel Cilento, di ©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione 2002, SA)

monte Tubenna (Picentini)… un balcone tra Salerno e l’immenso!

Quando le brezze naturali rivestono di policrome coloriture il copioso manto vegetazionale delle propaggini meridionali dei monti Picentini, la natura qui assume un aspetto davvero fiabesco. I territori che ruotano tra Castiglione del Genovese, S. Cipriano Picentino e S. Mango Piemonte, nell’immediato entroterra a pochi chilometri da Salerno, offrono una fantasmagorica allegoria di selve incontaminate ove il verde manto forestale delle giogaie domina su tutto, con folti boschi di ceduo (querce, aceri) e intensi castagneti nei valloni o lungo le pendici settentrionali, alternandosi – nella parte bassa dei crinali – agli argentei uliveti.

Da un lato, verso oriente, l’ampia valle del fiume Picentino; immediatamente a occidente valloni, fossi e fiumare che determinano i solchi torrentizi da cui si ergono le aspre e grigie pareti rocciose di pizzi e montagne dalle modeste levatu-re. Tra queste, il più singolare risulta essere senz’altro il monte Tubenna (o Tobenna, come indicato sulle carte), una mole rocciosa formata a strati (sedimenti geologici inclinati di 30° da S verso N), quasi una perfetta piramide che, come un naturale baluardo, chiude – a oriente – l’abitato di Salerno e le sue frazioni alte, e funge da spartiacque tra la valle del Picentino a levante e la valle dell’Irno a occidente. La pista termina (631 m) sull’ampia balconata panoramica da cui si ergono i ruderi di quella che un tempo doveva essere una importante presenza monastica della zona: l’abbazia benedettina di Santa Maria de Tubenna.

Ridotta a uno stato di rudere essa fu eretta probabilmente sui resti di un tempio pagano. Una massiccia torre campanaria posizionata lungo una bella balconata panoramica domina quelli che sono i ruderi di un grande complesso: la Chiesa (suddivisa in 2 navate che comunicano attraverso due arcate a sesto acuto molto ribassate) più altri edifici adibiti a magazzini e a residenza per i frati intervallati da piccole corti (presumibilmente chiostri!) chiuse da mura di recinzione. La vista da quassù offre notevoli spunti di osservazione lungo vedute paesaggistiche davvero belle.

Volendo, allora, completare questo panoramico itinerario, si consiglia di incamminarsi lungo i sassosi pendii (rarissime tracce di sentiero) che arrancano sul versante occidentale della montagna, prima portandosi verso sinistra e poi spostandosi a destra fino a guadagnare la sommità del monte Tubenna (837 m) da cui si aprono incantevoli vedute panoramiche sulla piana del Sele e su tutto l’arco costiero del golfo di Salerno, dal promontorio di Licosa fino alla rupe di Capo d’Orso, propaggine dei Lattari che spiove direttamente nell’azzurro intenso del mare; mentre alle spalle – verso N – un immenso orizzonte fatto di monti e foreste, valloni e aspri crinali, pianori carsici e vette esposte determina quello straordinario paesaggio ambientale e naturalistico che è il “Paradiso Verde” dell’Appennino Campano: i monti Picentini. (tratto dalla guida “PICENTINI, Paradiso Verde della Campania“, di ©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione 2007 Salerno)

lungo la “Costa degli Dei” 3) …Quando gi anziani narrano!

Gli abitanti di queste terre, sospese tra la verticale e l’obliquo, durante lo scorrere dei secoli si sono adattati a saper fare di tutto; un po’ per necessità, molto per abilità.

Questa terra nascosta ai più, magica e spettacolare nel suo insieme, incantevole per i suoi paesaggi, fiabesca per i suoi panorami mozzafiato intrisi di profumi e di colori è sempre stata, per lunghi secoli, tagliata fuori dal resto della terraferma viste le asperità che preservano i territori a monte delle marine prospicienti la frastagliata costa; e solo intorno alla metà del XIX secolo che, grazie alla costruzione della rotabile (con gallerie e arditi ponti), fu possibile rompere questo millenario isolamento riuscendo ad aprire nuovi e continui contatti tra le città distribuite lungo la costa ed i paesi situati al di là del promontorio collegabili, fino ad allora, solo ed esclusivamente per mezzo di incredibili mulattiere.

Tutto ciò rivive ancora oggi, ora più che mai, sotto l’incredibile azzurro di un “cielo ellenico” la cui luce s’intreccia e si sviluppa coi “misteri” di un vicino oriente e il “fascino” di civiltà qui intrecciatesi nel corso del tempo e riscontrabili, appena dietro l’angolo, ora in un chiostro, o in un vicolo, oppure su di una parete maiolicata.

Non ci sarà da meravigliarsi infine se, durante le lunghe giornate di canicola estiva sotto un fresco pergolato di limoni, al calar del meriggio viene offerta questa tipica (e frugale) cena: mozzarella avvolta in foglie di limone e abbrustolita; piccantina di vitello al limone; babà inzuppato di limoncello e fettine di limone con zucchero, o profiteroles alla crema di limone… e allora risulta quasi incredibile poter esclamare spontaneamente “Allah Akbar”  e per chi ascolta, non sarà certo un peccato! (tratto dalla guida “ORIZZONTI SARACENI” itinerari escursionistici in Costa d’Amalfi di ©Andrea Perciato)

valle del Tanagro (SA, South Italy)… tra curiosità e sapori

Lo “spopolamento” di questi territori durante il corso degli ultimi decenni, oltre alle reali asperità orografiche è dovuto, quasi certamente, al forte tasso di emigrazione per cui le più ricorrenti “forme viventi” da queste parti sono donne, vecchi, bambini e animali. Personaggi “vivi” di una natura avvolta nei silenzi ancora intatti ed incontaminati; “ombre” che vivacizzano i grandi ed immensi spazi aperti; “anime” che conducono una vita dura, ma che alle volte – in fondo – riescono ad essere anche così semplici e genuine. I centri di questo comprensorio, soprattutto in quelle località più interne, si presentano al visitatore come tranquille località di montagna. I suoi abitanti sono di indole ospitale, sempre gentili e subito pronti ad “offrirsi” per scambiare qualche parola col forestiero di transito. La gran parte di loro sono gente legata a questi territori, alla montagna, alle sue tradizioni e a tutte quelle attività economiche derivanti da essa: mulattieri e pastori, tagliaboschi e contadini, allevatori e bovari.

Nel quotidiano (così come nelle più simboliche ricorrenze locali), l’uomo  “tanagrino” (soprattutto i più anziani) ama spesso vestirsi col suo caratteristico abbigliamento: calzature robuste; pantaloni in velluto a coste larghe di colore  scuro (nero o marrone) e stretto in vita da improbabili cinture (a volte solo  dei semplici lacci) in cuoio nero; camicia bianca smanicata sotto un gilè; giacca blu; cappello a falde o “coppole” color nero in testa e l’immancabile cicca senza filtro stretta e racchiusa tra le labbra. I loro luoghi di sosta preferiti sono la piazza (per chiacchierare) oppure i tavolini del bar in centro per giocare a carte o sorseggiare un buon cicchetto di rosso-rubino.

Durante i giorni delle più importanti festività sono principalmente le donne che perpetuano i riti religiosi, mentre gli uomini continuano il proprio lavoro soprattutto nei campi. La domenica viene “vissuta” come un qualsiasi altro giorno della settimana, così come anche per il Natale, la Pasqua e le altre principali festività dell’anno; questo non per mancanza di rispetto verso la ricorrenza, ma perchè la “cura” della propria terra ha la precedenza su tutto! Il “tanagrino” si presenta al forestiero con un carattere mite, disponibile e lavoratore, molto pratico ed essenziale, cordiale e prudente con tutti, semplice e riservato nei momenti che contano.

Degli uomini, soprattutto quelli non più tanto giovani, sono pochi che si vedono in giro. Figure ricurve su se stesse vestono con abiti pesanti (sono ancora possibili vedere in giro quei lunghi mantelli neri caratteristici dei montanari!) e nel ricondurre all’ovile le loro greggi, o gli altri animali al riparo nella stalla, agitano grossi bastoni nelle mani, urlando incomprensibili forme dialettali che solo gli animali intuiscono. Con gli stivali sporchi di fango e che gli arrivano all’altezza del ginocchio, la maggior parte di essi indossano una semplice giacca col bavero alzato per ripararsi dal freddo; masticano spesso cicche di sigaro che si mimetizzano tra il labbro inferiore e i folti baffi, ed hanno berretti con la visiera posta a coprire quasi per intero le grosse sopracciglia, oppure a proteggere dal freddo fronti scolpite da centinaia di rughe.

I caratteri di queste genti tanagrine, riflessi secondo varie gerarchie sociali che raccordano insieme gastronomia, manufatti, feste e riti, tracciano un ideale itinerario da seguire che passa attraverso i sentieri dell’archeologia (sia essa civile che rurale), un percorso che si rifà a tutto ciò che è il mondo contadino. Qui i “mestieri” sono stati sempre tramandati di padre in figlio ed anche la tradizione gastronomica della famiglia “tanagrina” evidenzia come il cibo sia espressione di desiderio, di unità, dello stringere ulteriormente i rapporti, soprattutto quelli tra più famiglie.

L’odierna alimentazione, non più povera, si presenta ricca e variegata avendo – nel corso dei secoli – subìto influenze sia lucane che campane. Ancora oggi si evidenzia come nella cucina tradizionale locale si siano conservate sia la genuinità dei prodotti e degli ingredienti che la cultura del sapore; simbolismi da recuperare e restituire ai posteri, forti legami e scelte di vita espresse come autentici custodi dell’intima semplicità di un popolo. Ecco allora che sono possibili trovare, sulle tavole dei paesi del Tanagro, i tipici piatti della semplice arte culinaria locale come: la cicoria e le fave; i fusilli (o cavatielli); le lagane e i ceci (considerato il “Piatto del Brigante”) e il maiale alla contadina. (tratto dalla guida “OLTRE LE NARES” itinerari escursionistici nella valle del Tanagro di ©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione SA, 2005)

valle del Tanagro (SA, South Italy)… tra curiosità e sapori

Lo “spopolamento” di questi territori durante il corso degli ultimi decenni, oltre alle reali asperità orografiche è dovuto, quasi certamente, al forte tasso di emigrazione per cui le più ricorrenti “forme viventi” da queste parti sono donne, vecchi, bambini e animali. Personaggi “vivi” di una natura avvolta nei silenzi ancora intatti ed incontaminati; “ombre” che vivacizzano i grandi ed immensi spazi aperti; “anime” che conducono una vita dura, ma che alle volte – in fondo – riescono ad essere anche così semplici e genuine. I centri di questo comprensorio, soprattutto in quelle località più interne, si presentano al visitatore come tranquille località di montagna. I suoi abitanti sono di indole ospitale, sempre gentili e subito pronti ad “offrirsi” per scambiare qualche parola col forestiero di transito. La gran parte di loro sono gente legata a questi territori, alla montagna, alle sue tradizioni e a tutte quelle attività economiche derivanti da essa: mulattieri e pastori, tagliaboschi e contadini, allevatori e bovari.

Nel quotidiano (così come nelle più simboliche ricorrenze locali), l’uomo  “tanagrino” (soprattutto i più anziani) ama spesso vestirsi col suo caratteristico abbigliamento: calzature robuste; pantaloni in velluto a coste larghe di colore  scuro (nero o marrone) e stretto in vita da improbabili cinture (a volte solo  dei semplici lacci) in cuoio nero; camicia bianca smanicata sotto un gilè; giacca blu; cappello a falde o “coppole” color nero in testa e l’immancabile cicca senza filtro stretta e racchiusa tra le labbra. I loro luoghi di sosta preferiti sono la piazza (per chiacchierare) oppure i tavolini del bar in centro per giocare a carte o sorseggiare un buon cicchetto di rosso-rubino.

Durante i giorni delle più importanti festività sono principalmente le donne che perpetuano i riti religiosi, mentre gli uomini continuano il proprio lavoro soprattutto nei campi. La domenica viene “vissuta” come un qualsiasi altro giorno della settimana, così come anche per il Natale, la Pasqua e le altre principali festività dell’anno; questo non per mancanza di rispetto verso la ricorrenza, ma perchè la “cura” della propria terra ha la precedenza su tutto! Il “tanagrino” si presenta al forestiero con un carattere mite, disponibile e lavoratore, molto pratico ed essenziale, cordiale e prudente con tutti, semplice e riservato nei momenti che contano.

Degli uomini, soprattutto quelli non più tanto giovani, sono pochi che si vedono in giro. Figure ricurve su se stesse vestono con abiti pesanti (sono ancora possibili vedere in giro quei lunghi mantelli neri caratteristici dei montanari!) e nel ricondurre all’ovile le loro greggi, o gli altri animali al riparo nella stalla, agitano grossi bastoni nelle mani, urlando incomprensibili forme dialettali che solo gli animali intuiscono. Con gli stivali sporchi di fango e che gli arrivano all’altezza del ginocchio, la maggior parte di essi indossano una semplice giacca col bavero alzato per ripararsi dal freddo; masticano spesso cicche di sigaro che si mimetizzano tra il labbro inferiore e i folti baffi, ed hanno berretti con la visiera posta a coprire quasi per intero le grosse sopracciglia, oppure a proteggere dal freddo fronti scolpite da centinaia di rughe.

I caratteri di queste genti tanagrine, riflessi secondo varie gerarchie sociali che raccordano insieme gastronomia, manufatti, feste e riti, tracciano un ideale itinerario da seguire che passa attraverso i sentieri dell’archeologia (sia essa civile che rurale), un percorso che si rifà a tutto ciò che è il mondo contadino. Qui i “mestieri” sono stati sempre tramandati di padre in figlio ed anche la tradizione gastronomica della famiglia “tanagrina” evidenzia come il cibo sia espressione di desiderio, di unità, dello stringere ulteriormente i rapporti, soprattutto quelli tra più famiglie.

L’odierna alimentazione, non più povera, si presenta ricca e variegata avendo – nel corso dei secoli – subìto influenze sia lucane che campane. Ancora oggi si evidenzia come nella cucina tradizionale locale si siano conservate sia la genuinità dei prodotti e degli ingredienti che la cultura del sapore; simbolismi da recuperare e restituire ai posteri, forti legami e scelte di vita espresse come autentici custodi dell’intima semplicità di un popolo. Ecco allora che sono possibili trovare, sulle tavole dei paesi del Tanagro, i tipici piatti della semplice arte culinaria locale come: la cicoria e le fave; i fusilli (o cavatielli); le lagane e i ceci (considerato il “Piatto del Brigante”) e il maiale alla contadina. (tratto dalla guida “OLTRE LE NARES” itinerari escursionistici nella valle del Tanagro di ©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione SA, 2005)

Qui le pietre hanno “un’ANIMA”… nel Vallo del DIANO (SA, South Italy)

L’elemento “litico” è il filo conduttore che accompagna il viaggiatore durante tutta la sua permanenza dei periodi di vacanza in questi bellissimi ed interessanti ambienti dell’entroterra dianese immersi tra storia e natura. In un mondo fatto tutto di pietra, come quello in cui “vive” l’abitato di Teggiano – e un po’ tutto il Vallo di Diano – emerge l’aspetto duro (e aspro) di questa materia lapidea che automaticamente si modella in infinite forme e crea immagini sempre nuove alla continua ricerca di evoluzioni decorative che determinano un paesaggio integro da contaminazioni figurative non proprie di questi territori.

Le pietre di portali, archi, supportici, gradoni, rampe, selciati, palazzi, conventi e chiese, alternandosi presentano – di volta in volta – uno “spazio” inedito e indefinito nel cuore più profondo e segreto della cittadina dianese. Un particolare spazio, questo, che proietta indietro nel tempo quella forte presenza delle esperienze artigianali dei maestri “scalpellini” che in questi luoghi hanno perpetuato una secolare tradizione; scelte di vita che, molto spesso, hanno anche “segnato” (in maniera positiva) l’economia dell’intera zona.

Qui, i “poeti della materia”, hanno sempre posseduto spiccate capacità nell’animare la pietra; magiche mani che da un corpo muto, con paziente maestria, riuscivano a creare impensabili forme decorative, dando così anche un’anima alle ruvide pareti delle case. Le luci danzano sugli ondulati chiaroscurali dei frammenti marmorei di archi, capitelli e stemmi gentilizi in cui si rincorrono e si alternano figure zoomorfe, alati grifoni e felini rampanti, raccordando il tutto in una sorta di spazio culturale, in cui si mescolano le vicende della storia di un territorio, con un’economia modesta e senza pretese, che ha fatto conoscere in tutto il circondario, fino ad oltre i confini del Regno, quello che questi uomini rendevano arte con la semplicità delle proprie mani.

Le costruzioni in pietra evidenziano il “locus” della tipologia residenziale nel cuore antico della Teggiano romanica e medioevale. Forme e rilievi che innestano un fantastico gioco di pieni e di vuoti; di rientranze e di sporgenze; di silenziosi androni e luminosi cortili collegati da porticati che lasciano respirare un clima di antico, amalgamandosi con le tonalità cromatiche dei verdeggianti giardini in cui spiccano le vivaci policromie dei terrazzi fioriti che fanno da proscenio ai tetti rossi delle case più in vista.

Il paese conserva a tutt’oggi, nella sua sistemazione urbana, l’antico (e originario) tracciato viario; un continuo sovrapporsi e intrecciarsi di stradine scolpite (o ricavate) nella viva roccia ove l’essenza del muschio, là dove non giunge mai il sole, diviene il profumo conduttore di un “vissuto” ricco di storia che si rispecchia nella quotidiana semplicità del presente riflettendo arcaiche culture che da secoli sono in continua simbiosi con la natura circostante. (tratto dalla guida “MI’ NI ‘GNANAVA PE’ LU CHIANU ‘E MONTI… Me ne andavo per le Vie ai Monti”, 20 itinerari escursionistici nel Vallo di Diano, di ©Andrea Perciato edizioni ARCI Postiglione, SA 2003)

a piedi nel CILENTO…2) Terra da Camminare, Terra da Raccontare

Il Cilento ha condizionato – nel corso dei secoli – lo sviluppo geografico in cui sorgono gli abitati delle zone più interne, caratterizzate dalle risorse tipiche della montagna (boschi e pascoli) le quali hanno influenzato, non poco, l’ubicazione degli insediamenti. Ed è in questo pittoresco quadro paesistico che si sviluppano i borghi, o su uno sperone soleggiato, oppure su un elevato pianoro le cui vie d’accesso ai monti sono costellate dalla presenza di boschi e foreste. Questi paesi conservano, ancora oggi (tranne alcune rare eccezioni), quelle dimensioni corrispondenti alla loro massima espansione verificatasi, probabilmente, verso la fine dell’800 e, comunque, prima che iniziassero quei grossi flussi migratori tipici di questi desolati territori; modeste estensioni urbanistiche che vengono compensate dalla bellezza di antichi ambienti in cui si sono conservate e mantenute quelle condizioni di semplicità e genuinità del vivere quotidiano.

I monti del Cilento hanno – da sempre – avuto un ruolo unico, sia nel territorio che nel vissuto storico: luoghi di lavoro duro, paziente e a volte avaro; riparo dalle incursioni; ricovero per gli armenti; sicuro nascondiglio per i briganti. Queste montagne sono “parte viva” nell’animo delle genti cilentane ove i pastori ne sono i “padroni” ed esplicano, attraverso particolari rituali identificabili nel linguaggio, nella gestualità e nella musica  quella accanita devozione per le immagini sacre da cui l’erezione di cappelle e Santuari.

Oggi la presenza di nuove strade di comunicazione ha ulteriormente isolato l’antico sistema viario, tortuoso e impraticabile, che un tempo era articolato intorno agli altipiani o nelle vallate e che mettevano in collegamento passi e valichi d’importanza strategica, oppure evidenziavano una straordinaria varietà di scorci paesistici sia verso la costa che verso l’interno (Vallo del Diano). Alcuni di questi, come il Passo della Sentinella (956 m) o la Sella del Corticato (1026 m) testimoniano, ancora oggi, come il sistema degli accessi in questo territorio montuoso fu governato con estrema prudenza fin dall’antichità. Questo isolamento favorì, molto spesso, quegli insediamenti religiosi che si richiamavano non solo ai Santuari rupestri e a quei Conventi e Monasteri sparsi tra le colline e le vallate, ma anche a piccole chiese arroccate su inaccessibili e tortuose creste montuose.

E’ la storia di un territorio, questa del Cilento, in cui i profili montuosi e i pellegrinaggi che si svolgono lungo i loro pendii sono il filo conduttore di uno stesso sistema nato senza precisi confini. In primavera, l’immagine “santa” va sulla montagna per “vegliare” sui luoghi di lavoro dei fondovalle; mentre in autunno si torna al piano per consolidare i forti legami esistenti tra Santo e fedeli. Il rito continua con i pastori transumanti, i quali non solo compiono lo stesso percorso ma vivono un identico rapporto con il territorio, difficile e impervio, ove il “ruolo” della montagna assume molteplici aspetti di “carattere sacrale” e, molto spesso, “penitenziale”.

Si avverte, in queste zone, come ancora oggi la giornata sia regolata misurandosi con gli eventi presenti in natura: il sole, le lune, le stagioni; di come questo paesaggio e la sua gente siano ancora rimasti così austeri e fieri, senza mai alterare le loro abitudini e con quel forte attaccamento a questa estrema zona sud della Campania. Questa regione conserva ancora immagini segrete e misteriose, mentre lungo i litorali della vicina costa il paesaggio, pur cambiando, si accresce di nuove e diverse suggestioni: pareti a strapiombo, scogliere rocciose e spiagge bianche contro cui s’infrangono le profumate onde di un mare così incredibilmente azzurro. (tratto dalla guida “CILENTO, Terra da Camminare, Terra da Raccontare” di ©Andrea Perciato, edizioni ARCI Postiglione, 2002 SA)

monti PICENTINI (SA/AV)… “Paradiso Verde” dell’Appennino Campano

INVITO alla CONOSCENZA Un invito per condurre e far conoscere, a chi ancora non lo sa, le “bellezze” e l’importanza di queste montagne e la “sua” gente. Uno degli scopi per cui si desidera far conoscere questi monti, è quello di presentare in chiave ambientale, culturale, naturalistica, paesaggistica e storica, luoghi interessanti e poco noti dell’interno montuoso della Regione Campania, il suo “Cuore Verde”: i monti Picentini.

Lungo questi poco conosciuti percorsi Picentini appare, dunque, con maggiore evidenza, quello stretto “legame” tra l’uomo e l’ambiente naturale che altrove, in luoghi più affollati dal grande flusso turistico e dagli insediamenti industriali, è ormai scomparso. E’ un legame, questo, che può essere conservato solo con una severa politica di salvaguardia (ecco l’importanza di un Parco o di un’Area Protetta!) dell’ambiente, tanto più utile nel Mezzogiorno, dove forti e antiche si manifestano le interazioni tra storia e territorio, tra forme “offerte” dalla natura e manufatti “creati” dalla mano dell’uomo.  La molteplicità degli scorci paesistici, l’abbondanza dei castagneti, le meravigliose coloriture autunnali del bosco ceduo ed un’economia ancora legata all’agricoltura, alle attività silvo-pastorali ed ai semplici costumi montani, conferiscono alla zona dei Picentini una particolare bellezza che attende ancora “giustamente” di essere evidenziata e rispettata nei suoi valori più autentici.

La vita tra queste contrade, gli isolati borghi e le sconosciute vallate, fino a pochi decenni addietro, era “costruita” ancora su quei ritmi ingenui e naturali che hanno sempre contraddistinto l’animo forte e generoso delle popolazioni di queste terre. Si avverte in queste zone, come ancora oggi le giornate siano regolate misurandosi con gli eventi naturali: il sole, le lune, la cadenza e l’alternarsi delle stagioni, le emozioni scaturite da nascite, matrimoni e morti. Si assapora come questi paesaggi e le sue genti siano ancora rimasti così austeri, fieri e, al tempo stesso, legati alle tradizioni, senza mai alterare le loro abitudini, e con quel forte attaccamento a questa terra che conserva ancora quella immagine segreta e misteriosa, stretta e raccolta intorno ai suoi antichi borghi, isolati quasi sempre tra montagne, oppure a dominio di una valle. Contadini, soldati, pastori, tagliaboschi, pecorai e briganti, percorrendo molto prima di noi questi sentieri, hanno scritto pagine della loro storia di vita quotidiana tra le piste, i cammini e le strade di queste montagne… Le valli, i fiumi, i castelli, la gente oggi sono ancora lì, a testimoniare quella vita semplice e genuina, magari tenuta anche un po’ gelosamente nascosta. Anche un Ministero, quello dei Beni Culturali e Ambientali, si è accorto di queste montagne, emanando un Decreto (28 marzo 1985) in cui si dichiaravano i monti Picentini un “territorio di interesse pubblico, di interesse naturalistico e ambientale perché… un unico e immenso patrimonio di grande e notevole pregio paesaggistico degno di una adeguata tutela…

Fatte queste premesse, ecco che si propone, a tutti gli escursionisti che intendono avvicinarsi a questo “Polmone Verde” della Campania, la possibilità di aprire i propri cuori e le proprie menti ed a seguire il “ritmo dei passi” che, con il loro escursionare, avranno la possibilità di immedesimarsi, anche solo per pochi giorni, con lo stesso spirito che secoli addietro accompagnò quei grandi viaggiatori che mossero i loro passi lungo le antiche strade della storia alla ricerca ed alla conoscenza delle più remote tracce di arcaiche civiltà. Chi percorre i sentieri di queste montagne, vive costantemente le emozioni di un’avventura fantastica e interessante dal primo all’ultimo passo, quasi un ritorno alle origini dove non basta seguire le tracce della pista, ma si deve ricorrere (a volte) alla carta e alla bussola e, molto spesso… anche all’istinto. Tra questi monti, tra queste vallate, si possono ancora provare la “paura” di essersi perduti e la “gioia” di ritrovare un segno certo, sicuro, che indichi la via  (anche un campanile, un profilo di cresta montuosa o panorami a noi familiari). Si può ancora provare oggi, l’esaltante sensazione di camminare giornate intere senza che alcun “rumore” umano giunga agli orecchi, riassaporando i profumi che ancora offre questa incantevole natura. Infatti non bastano pochi giorni di cammino per capire l’importanza e la bellezza di questi luoghi, per conoscere a fondo quei mille piccoli segreti che avvolgono nel mistero e nella leggenda ogni pietra, ogni albero, ogni angolo nascosto di questo immenso paradiso montuoso.

Il piccolo contributo che si vuole offrire attraverso queste parole ed immagini, ma soprattutto di “ricordi”, è rivolto principalmente a chi, in questi paesi, su queste montagne, continua ancora a vivere, e soprattutto a far sì che escursionisti, appassionati di storia, cultura e tradizioni, turisti della domenica ed altri ancora, possano conoscere ed apprezzare quello che oggi questa terra, le sue valli, le sue cime, i suoi fiumi, le sue case e la sua gente riescono ancora a trasmettere con “forti emozioni” e “antichi sentimenti”. (tratto dalla guida “MONTI PICENTINI” Paradiso Verde dell’Appennino di©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione, 2007 SA)

lungo la “COSTA degli DEI” 2) …Quando i pescatori raccontano!

… Sono tanti i fatti, gli spunti e gli aneddoti che possono venir fuori dai semplici racconti di qualche anziano pescatore che è ancora possibile incontrare lungo le cale o nei pressi di piccole baie nascoste. Dai loro racconti escono fuori storie sicuramente sconosciute a quei tanti turisti che riescono, purtroppo, a dedicare solo una fugace visita in questi straordinari luoghi. Popoli della costa e abili navigatori le cui gesta leggendarie sono giunte fino a noi cariche di entusiasmanti emozioni.

Questi, fin dall’antichità, erano in possesso delle più conosciute tecniche dell’andar per mari sia a vela, sospinti dai venti, che per strumentazione, con l’ausilio della bussola e il sestante; esperti maestri d’ascia con una tradizione cantieristica tra le più forti del passato; provetti tecnici d’ingegneria contadina applicata allo sfruttamento delle verticalità dei terreni “sospesi”; artisti completi e creatori di forme (con le ceramiche e le maioliche); astuti commerciati di sete, spezie e velluti che correvano lungo le rotte di tutti i mari esplorati; abili imprenditori ed instancabili lavoratori con le famose produzioni artigiane della carta e delle paste alimentari. A parte l’ampia e fortunatissima parentesi del granducato medioevale e della famosa Repubblica Marinara con l’istituzione dell’Ordine degli Ospedalieri a Gerusalemme (divenuto, più tardi, Ordine dei Cavalieri di Malta) ed il codice di commercio e di navigazione formulato dalle Tabulæ Amalfitanæ, la costa e il suo entroterra vissero per lunghi secoli nell’isolamento più assoluto, tagliata fuori da ogni collegamento sia per mare che per terra.

Solo agli albori dell’epoca dei lumi (tra XVII e XVIII secolo) questi luoghi aspri, da tutti visti brutti e misteriosi, lontani e difficilmente accessibili, cominciarono a destare l’interesse dei più arditi viaggiatori del tempo (artisti, poeti, pittori narratori, geografi, incisori, musicisti) i quali, alla scoperta della solitudine a tutti i costi e all’incontro con se stessi, viste le straordinarie meraviglie che potevano toccare con mano, cominciarono a privilegiare i paesaggi aspri e inviolati visti, ora, in quei contesti come specchio della contemplazione ideale alla ricerca di altre culture, di altre verità, di altre nature. (tratto dalla guida “ORIZZONTI SARACENI” di ©Andrea Perciato)