la “Via Minerviæ” sul promontorio atheneo di Punta della Campanella

Questo bellissimo e panoramico itinerario si svolge, a circuito, lungo l’estremità della dorsale montuosa della Penisola Sorrentina, là dove i monti Lattari si protendono verso l’isola “azzurra” di Capri. Merita, comunque, una sosta iniziale, la panoramicissima balconata che si apre dalla piazzetta di Termini (frazione di Massa Lubrense – NA), ultimo luogo abitato della costa sorrentina prima dell’antico promontorio di Punta Campanella ove passava l’antica Via Minerviae/Athena; nella chiesetta di Termini, vi è custodito un crocifisso ligneo del ‘500 di pregiato valore storico artistico.

Partendo da Termini, a meno di due chilometri in linea d’aria dai “faraglioni” dell’isola di Capri, prendendo in direzione S, comincia a scendere una stradina (inizialmente asfaltata) che porta tra le case del borgo di Petrale. Qui, una serie di tornanti che salgono in cima al monte San Costanzo, vengono attraversati da un viottolo formato da gradoni scavati nella roccia e che permettono di tagliare la forte pendenza. Guadagnati la sella del crinale, nei pressi di una pineta che sfocia sull’opposto versante salernitano della penisola, una deviazione a sinistra conduce, brevemente, alla bianca Cappellina dell’Eremo del monte San Costanzo. Alcuni studiosi ritengono che qui fosse posto l’antico tempio dedicato al culto della dea ellenica Minerva. I due principali golfi campani, da quassù offrono davvero splendide vedute panoramiche: dalle isole de Li Galli (le tre mitiche isolette che gli antichi chiamavano Sirenuse) al Vesuvio.

Muovendoci ora in direzione SW, proseguiamo fra creste esposte, roccette traballanti e fasciumi d’erba filiforme; si transita per una pineta e, immediatamente, si guadagna il brullo crinale che in breve porta a raggiungere, lungo gli scoscesi pendii, la cima del Monte  San Costanzo (497 m); quassù sono presenti alcune installazioni radio militari, per cui la zona della cima è completamente interdetta e racchiusa da un reticolato con filo spinato. Rasentando con prudenza un breve tratto di recinto, si prosegue verso oriente, ove la pista, ora, presenta un cammino che diventa, man mano, più impervio e difficoltoso, dovuto soprattutto alla presenza di precipiti costoni rocciosi che si aprono, con inquietanti e profondi baratri, verso un mare così incredibilmente e meravigliosamente azzurro; più giù, in basso, si apre la stupenda Baia di Jeranto, una naturale insenatura il cui accesso è possibile solo dal mare; una tra le bellezze naturali meno conosciute dell’intera costa e che presenta fondali che vanno dal turchese al giada, dallo smeraldo al cobalto più intenso; domina la baia, un piccolo promontorio sormontato dai ruderi della Torre di Montalto che nasconde i resti di una tramoggia (usata fino al 1945) per l’imbarco di materiale estrattivo. L’intera zona è sottoposta dal vincolo protezionistico del FAI (Fondo Ambiente Italiano).

Dalla cima del monte San Costanzo, parte la labile traccia (appena percettibile) di un sentiero, per lo più battuto dal passaggio delle capre che, attraversando il lungo crinale erboso di Pezzalonga e, proseguendo lungo una interminabile discesa di roccette calcaree, gradatamente si affaccia a mezzacosta con balconate che si aprono su panorami a mozzafiato fino a raggiungere la spianata di Punta della Campanella (36 m), posta sull’estremo punto della Penisola Sorrentina. Proprio di fronte, a poco più di un paio di miglia marine, si stagliano le scogliere dell’isola “azzurra” con i suoi faraglioni. In questo tratto di mare, conosciuto come le “Bocche di Capri”, le acque si presentano quasi sempre agitate, ciò a causa delle forti correnti marine sospinte da venti di bonaccia; qui il Goethe stava per naufragare durante il suo viaggio costiero dai lidi peloritani (dalla Sicilia) verso la capitale borbonica (Napoli) nel 1787.

Questa Punta della Campanella fu detta dai greci PROMONTORIO ATHENEO e, successivamente indicata dai romani, come PROMONTORIUM MINERVIAE o SURRENTIUM, perché vi sorgeva, probabilmente non lontano dall’attuale Torre d’avvistamento, un tempio dedicato al culto della dea Athena (Minerva per i romani); nelle vicinanze sono ancora ben visibili le basi circolari per le batterie d’artiglieria della difesa costiera, qui sistemate dai francesi di Murat per impedire lo sbarco della flotta inglese dell’ammiraglio Nelson a Capri ai principi dell’800. Tutt’intorno si possono facilmente notare i diversi resti delle strutture perimetrali e pavimentazioni d’epoca romana attribuibili, forse, ad una villa o alla sede di un distaccamento militare in servizio presso un faro per comunicazioni con i depositi marittimi di un antico approdo. Vi sorge qui, in una posizione strategica, la mozza TORRE MINERVA (o Saracena), fatta costruire da Roberto d’Angiò nel 1335, rifatta nel 1566 dagli spagnoli, e che faceva parte di un imponente sistema di avvistamento costiero distribuito lungo tutta la fascia tirrenica. Al sopraggiungere delle incursioni saracene provenienti dal mare, questa segnalava l’avvicinamento dei legni pirati, per mezzo del suono di una campana (o col bagliore di grossi fuochi), da cui l’attuale nome dato alla punta. 

Lungo questo promontorio si possono notare dei profondi tagli nella roccia calcarea e la presenza di alcuni tratti di mura di terrazzamento di quella che, con molta probabilità, in antichità doveva essere la “Via Minerviae” con la pavimentazione in basoli ad opus-incertum/reticolarum, tipica sistemazione delle strade romane. Se si sosta sulla spianata della Torre di Punta della Campanella e si volge lo sguardo all’interno verso settentrione, si potrà notare come da questa posizione si intravedono contemporaneamente altre due torri di avvistamento costiero: a sinistra, la torre Fossa di Papara (o di Namonte); mentre a destra, la torre di Montalto. Il più delle volte queste torri, poste a guardia della costa, erano completamente isolate. Non presentavano quasi mai tracce di collegamento verso l’interno; generalmente venivano approvvigionate via mare.

Verso la metà dell’anno 800, il bacino del Tirreno fu devastato dalle scorrerie dei Saraceni che provenivano dalle coste settentrionali africane. I tranquilli siti della Penisola vennero allora anche loro interessati da queste incursioni. Le popolazioni locali, in prevalenza pescatori, agricoltori, coltivatori e pastori, avvertirono il bisogno di potersi difendere da questi Musulmani (detti anche Mori) costruendo fortificazioni e torri distribuite lungo le coste. Solo con l’avvento dei Longobardi, dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi e, infine, degli Spagnoli, nei territori da essi conquistati, si progettò un piano ben definito per la protezione dal mare contro il pericolo dei predoni.

Le torri, situate in postazioni strategiche, a ridosso di scogliere e spiagge, e all’imbocco di fiordi e cale, non avevano nessun tracciato che le collegasse tra loro, ma esercitavano in assoluta autonomia; erano stabilmente occupate da drappelli militari che periodicamente si davano il cambio. Ad oriente della torre, una ripida scala scende per un angusto dirupo che porta fin giù alla selvaggia scogliera. Questa, in parte intagliata nella roccia, ed in parte sistemata da mani umane, conduce ad alcune cavità ipogee sfocianti direttamente sul mare che, affacciandosi nella pittoresca marina di Jeranto, ai piedi della precipitosa scogliera che scende giù dal monte San Costanzo, fungevano, con molta probabilità, sia da approdo dal mare, che da magazzini portuali.

Qui è possibile ammirare gli incredibili ed incantevoli colori che offrono i fondali marini. Un secondo approdo, presumibilmente posto sul lato occidentale della punta, era situato in fondo ad una scala, probabilmente costruita nel luogo di una più antica gradinata. Una considerazione va fatta sugli aspetti morfologici e topografici della penisola. Dal lato della costiera Sorrentina si hanno una maggiore distribuzione di centri lungo il litorale. Immediatamente a ridosso di questi, in leggero falsopiano (tra i 250/400 m), si aprono estese ondulazioni coltivate prevalentemente a vigneti e uliveti. Dal lato opposto, invece, sulla costiera Amalfitana, presso Positano, si possono notare aspetti molto più impervi della fascia costiera. Lungo il ciglio di questa, vi scorre la dorsale più elevata dei monti Lattari con altezze che oscillano tra i 500 ed i 1200 metri. Ciò è dovuto al fatto che questi strapiombi rocciosi precipitanti verso il mare, non hanno permesso l’estensione di coltivi, verso l’interno, così come sul versante opposto, eccezion fatta per la sola Positano che, protetta da alte montagne, ha saputo offrire sempre un sicuro approdo ed un ospitale soggiorno a coloro che su questi litorali svolgevano i loro traffici commerciali.

Spostandosi ora dalla Punta della Campanella verso l’interno, e proseguendo verso settentrione, si ritorna a camminare lungo il basolato dell’antica strada romana che ora, con una luce diversa, offre magnifiche vedute panoramiche dell’isola di Capri, della scogliera, della cala di Mitigliano, delle baie, della Torre di Namonte (o di Papara), delle macchie boschive di querce ed ulivi delle insenature nascoste e delle spiagge che si aprono in uno dei tratti di mare più incantevoli del mondo, e si raggiunge così, nuovamente il borgo Petrale e poi a Termini (punto iniziale del percorso), ove finisce questo bellissimo circuito. (di©Andrea Perciato)

BUDAPEST (Magiari, Hungary)… la romantica, regale e aristocratica “Buda”

BUDAPEST, da sempre capitale dell’Ungheria, della terra dei Magiari e dell’antica Pannonia; le sue sponde che s’affacciano sul Danubio sono state dichiarate Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. La città, nella sua parte più antica, si estende ai piedi di verdeggianti colline (BUDA) di natura calcareo-dolomitica, distribuite sulla destra orografica del fiume, e di immense pianure ove sorge la moderna e vivace Pest; tra le due “parti”, al centro del fiume, si estende la Margitsziget (isola Margherita), autentica oasi e polmone verde della città, mentre le sponde vengono unite dal collegamento di ben otto ponti. Tra le principali etnie che ogni anno, a milioni, raggiungono le “reali” sommità di Buda si contano: al primo posto gli italiani (sparsi in ogni angolo della città); seguiti immediatamente dagli ispanici e dagli orientali (suddivisi tra giapponesi e coreani).

Dal Ponte di Margherita, al centro del fiume, ha inizio il nostro vagabondare per questa splendida città. Se Pest cattura per la sua vivace e frenetica vitalità, Buda subito ci attrae per la sua compostezza. Appena approdati a Buda, seguiamo la principale arteria di Margit körút (Viale Margherita) che in lieve pendenza ascende fino alla spianata di Moszkva ter, ove si concentra la maggior parte del flusso pedonale dei turisti in transito. C’è la possibilità di poter prendere un bus di trasporto pubblico locale ma noi, hiker e backpacker nel dna, preferiamo – naturalmente – raggiungere la Fortezza a piedi. Risalendo la Várfok utca si giunge alla sbarra d’accesso che immette nei quartieri della Fortezza, presso l’antico varco d’accesso di Bécsi kapu tér (la Porta di Vienna), a nord dell’altura.

Questa imponente elevazione calcarea domina, dall’alto dei suoi 60 metri d’altezza sul fiume, tutta la città, e risulta essere l’emblema storico e artistico che rappresenta l’essenza stessa della capitale. Seguendo il flusso pedonale che porta al centro della spianata, lungo la via Táncsics Mihály caratterizzata da edifici in puro stampo gotico e rinascimentale con spiccati richiami alle fattezze plastico/decorative della Serenissima, si perviene nella piazza su cui svetta, a sinistra, l’imponente facciata in stile gotico della Mátyás Templom (Cattedrale di Mattia) detta anche Chiesa dell’Assunta, il più importante edificio sacro della capitale, fulcro principale della Várhegy (collina della Fortezza) che riassume – nella sua evoluzione storica – i momenti salienti dell’intera città; in questa cattedrale fu incoronato, nel 1309, Carlo Roberto d’Angiò.

Alle spalle della Cattedrale compare la suggestiva skyline di Halászbástya, il famoso “Bastione dei Pescatori” che ruota intorno alla statua bronzea equestre di Re Stefano I, fondatore dell’impero magiaro. Singolare composizione architettonica di fattezze militari, i Bastioni furono realizzati in puro stile neo-romanico, con l’intreccio e l’accavallarsi di torrette, balaustre, camminamenti è gradoni; essi offrono al visitatore la possibilità di potersi affacciare e godere dello spettacolare panorama sulla città di Pest. I Bastioni furono eretti, poco più di un secolo fa, nel luogo che – secondo la tradizione – ospitava il mercato ittico, oppure in seguito alla difesa della corporazione dei pescatori per contrastare gli assalti alla Fortezza.

Lasciata questa prima parte della collina fortificata, il viale principale ci porta alla successiva spianata panoramica, la cosiddetta Dísz tér (Piazza d’Onore) ove avvenivano le principali manifestazioni (parate militari ed esecuzioni) e la successiva Szent György tér, con un palazzo (il Sándor Palota) presidiato da guardie armate che si danno il cambio al rullo di tamburi; piazza da cui s’impenna la poderosa mole del Palazzo Reale (monumentale complesso architettonico originato dall’accostamento di più edifici) in cui sono ospitati una Galleria Nazionale ed un Museo e che domina il paesaggio magiaro visibile da chilometri. Spostandosi al margine dei bastioni meridionali, presso il torrino del Buzogany torony, una gradinata scende fino a raggiungere l’imbocco dell’Erzsébet híd (Ponte di Elisabetta), sotto la rupe della Cittadella.

Budapest è quella città su cui il meteo può compiere tutte le bizzarrie che vuole, presentandosi al mattino col cielo azzurro ed il sole e, nel volgere di poche ore, catapultare la situazione offrendo un cielo plumbeo, umido e carico d’acqua. Dal ponte parte una monumentale gradinata che risale per le boscose pendici della Cittadella. Ogni metro superato, ogni siepe lungo lo scosceso sentiero che collega la parte bassa con quella alta di Buda, il giorno cede lentamente il passo all’imbrunire e le ultime luci diurne accolgono le prime ombre della sera restituendo una suggestiva skyline da fiaba lungo le sponde fluviali. Qui il sentiero – con vialetti e gradinate – lascia scorgere, volgendo lo sguardo all’indietro tra i rami e i cespugli, alcune tra le più belle e suggestive visioni panoramiche sull’intera città, con le anse del Danubio.

I ponti, i monumenti e gli edifici principali vengono tutti illuminati in un fantasmagorico gioco fatto di luci e colori che cattura l’attenzione (e le emozioni) in un’aurea di magia, fantasia, stupore… meraviglia! Il sentiero raggiunge la spianata della Cittadella proprio sotto l’imponente statua della Szabadság Szobor, il monumento della “liberazione” dedicato a tutti i martiri caduti per la democrazia e la libertà dell’Ungheria dall’oppressione sovietica. Ovunque gli occhi posano lo sguardo sull’orizzonte è tutto un alternarsi di scenografiche skyline che esaltano il fascino di questa città davvero unica, di questa capitale che si lascia conquistare come una bella donna, riservata quanto basta, eccentrica e vivace nei momenti di festa. Szia Pest… viszontlátásra Buda… Köszönöm…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Alta Irpinia, tra “Daunia” e “Baronia”… lungo il Regio Tratturo

Potrà sembrare eccessivo, sicuramente in molti non lo crederanno mai, ma i territori attraversati da questo mio vagabondare per l’Appennino Dauno ha avuto il privilegio, forse unico in Italia, che con una sola visuale panoramica a 360° sui vastissimi e infiniti orizzonti si affacciano, quasi a comporre un magico intreccio fatto di culture, etnie e civiltà diverse, quattro tra le più interessanti Regioni del Mezzogiorno italiano: Puglia, Molise, Campania e Basilicata. Le zone sono quelle dell’Arianese e della “Baronia” e si distendono a formare le valli solcate da torrenti e fiumare che compongono la ben più importante Valle dell’Ufita. La gente (e i paesi) che vivono tra le valli dell’Ufita, del Miscano e del Cervaro, è gente dell’Appennino meridionale, un crogiolo di tempi, di luoghi e di eventi che hanno visto l’avvicendarsi e il rincorrersi di civiltà e dominazioni fra culture diverse (come gli Hirpini, i Dauni, i Sanniti, gli Apuli) ai cui margini spiccano quelle più conosciute degli Etruschi e dei Greci. Questi paesaggi, questi territori si presentano, oggi, ancora integri e incontaminati, con una piacevole alternanza di scenari naturali e ambientali di straordinaria bellezza là dove, senza continuità di soluzioni, tra le immensità e le asperità dei luoghi deserti e (apparentemente) disabitati, contrastano con le valli scavate lungo lo scorrere dei millenni dai numerosi corsi d’acqua.

Un’antica e importante arteria viaria, solcava questa parte di Appennino: il “REGIO TRATTURO” che collegava l’Abruzzo (Pescasseroli) al Tavoliere apulo (Candela). Da qui, per lunghi secoli, per le antiche “Taverne” che ancora oggi sono possibili vedere, si è visto il passaggio di uomini e armenti lungo quello che era il più importante transito delle greggi dalle montagne abruzzesi alle pianure apule: il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela. La bianca e pietrosa pista che solca alcuni dei centri abitati della zona, ancora oggi, testimoniano quelle arcaiche sensazioni legate al nomadismo pastorale, di quando da lontano si udivano i belati delle greggi ed iniziava il tintinnio dei campanacci, simbolismi di suoni ed elementi ambientali che si mescolavano ai giganteschi polveroni i quali, come cumuli nebulosi, avvolgevano e ricoprivano tutto l’orizzonte. Nel camminare lungo questi scenari agresti, le brezze al mattino restituiscono, ai nostri polmoni, l’acre e frizzante odore dell’erba verde bagnata dalla rugiada, là dove le vacche al pascolo ciondolano scampanando dietro l’abbaiare dei cani, oppure l’attraversare il cortile di una masseria ove i grossi tavoli al fresco dei porticati emanano, densi e profumati, gli stuzzicanti odori di una ricotta ancora fumante. Emozioni e sensazioni, queste, che incredibilmente accompagnano chiunque desideri avventurarsi tra queste contrade, alla ricerca di un insolito camminare tra storia e natura, ove la prima cede volentieri il passo alla seconda senza che entrambi creino alcun contrasto visivo ed emotivo.

Dall’abitato di Buonalbergo il Regio Tratturo attraversa, per brevi saliscendi, i leggeri pendii settentrionali dell’altura dei Monticelli sistemati a uliveti e a colture cerealicole, fino a raggiungere l’abitato di Casalbore, ben individuabile per la sua Torre Medioevale a pianta quadrata. Qui sono facilmente riscontrabili, scrutando at-tentamente intorno, i simbolismi di quella che era un’importante sosta lungo la Via delle greggi: l’aia per il foraggio, la fonte per abbeverarsi, l’accatastamento di legname per alimentare i fuochi del bivacco, l’antico ovile ove porre al riparo le greggi. L’attuale strada variante 90/bis, segue fedelmente la direttrice del Regio Tratturo. Il nostro cammino continua ora verso NE proseguendo lungo una pista ben tracciata dal passaggio di greggi ed automezzi. I panorami cominciano ad aprirsi e i campi di grano e di tabacco ammantano di giallo-verde l’intero oriz-zonte solcato dal corso del torrente Ginestra. Il paesaggio continua ad aprirsi offrendo nuovi orizzonti e inedite vedute panoramiche fino a che la pista degrada leggermente verso il greto del torrente Ginestra. Oltrepassati l’alveo torrentizio si comincia nuovamente a risalire lungo la polverosa pista che attraversa terreni aridi e spogli, ricolmi di siepi e cespugli fino ad incontrare gli sparsi ruderi (edifici, case, torri e masserie) di quello che una volta era l’antico Villaggio della MALVIZZA, praticamente una variante che scorreva un po’ più a monte del tracciato del Regio Tratturo, in un luogo che era un sicuro punto cruciale per piste, antiche arterie stradali e sentieri, tutti di fondamentale importanza per il transito e i collegamenti tra la Campania e la Puglia. Qui il tratturo sfiora prima una piccola masseria con una torre (colombaia) poi la Masseria Stiscia con la Cappella privata di S. Gaetano del 1797 non più agibile e, successivamente, quello che era l’edificio più grosso dell’antica contrada: la TAVERNA del Duca, un imponente caseggiato del ‘600 capace di ospitare numerose persone e bestiame al seguito (con cavalcature e greggi), eretto proprio lungo il tratturo Castelfranco-Montecalvo.

Il nostro cammino continua ed imbocca un tratto di pista ove la larghezza della carreggiata supera addirittura i 40 m; al centro di questo è collocato un pozzo per la raccolta d’acqua, che serviva per dissetare greggi e pastori transumanti, formato da grossi blocchi di pietra sistemati in cerchio. Superati quest’ultimo, l’atmosfera della pista sprofonda nel più arcano dei silenzi: nessun uccello si alza più in volo, ogni canto di cicala scompare improvvisamente, la brezza del vento cala e sembra quasi che qualche malefizio stia per giungere tra le siepi e i cespugli che nascondono i bordi del tratturo. Nulla di tutto ciò, poiché ecco comparire, quasi dal nulla, l’enorme pozza della Mofetta caratterizzata dalle sue “bolle” (piccoli crateri di superficie) che vomitano a intermittenza gorgoglii fangosi di acqua mista a gas metano. Porre i piedi nelle vicinanze di queste bolle è da ritenersi sconsigliabile tranne che si è accompagnati da qualcuno delle vicine masserie della Malvizza. Qui la storia, in un excursus di epoche che si rincorrono dalla notte dei tempi, “dorme” un apparente e infinito sonno tra erbe dorate, alture ingiallite o verdeg-gianti pianori e vallette nascoste. Questo vasto territorio comprende l’estremità orientale dell’avellinese lungo un’area geografica facilmente delimitabile e racchiusa tra i corsi fluviali del Miscano, del Cervaro, del Calaggio, dell’Ufita e del Calore. Proseguendo oltre la Malvizza, la pista piega scivolando leggermente verso la Valle del Miscano, per poi risaleire fino a Montecalvo Irpino. Oggi il sito si presenta come un ameno centro ricco di vestigia e monumenti, col suo interessantissimo antico borgo rupestre situato nella zona detta del Trappeto dove si possono osservare le interessanti abitazioni troglodite delle suggestive e “misteriose” cantine, e dai cortiletti che si aprono tra rampe e soppalchi in un continuo gioco di luci e di ombre in cui s’inseriscono i cromatismi di un vissuto rurale che risale antichissime tradizioni.

Dal Trappeto verso monte S. Felice, parte uno stradello ben visibile ma polveroso che per accentuata pendenza mena a scendere lungo gli argentei pendii ammantati d’ulivo. Ora il paesaggio assume caratteristiche ambientali completamente diverse da quelle vissute in precedenza. Non più dolci orizzonti dai profili monotoni e avvolti dal dorato dei campi di frumento, ma alture discontinue ricoperte di boschi con colture intensive e attraversate da valloni solcati da alvei torrentizi intervallati, qua e là, da pianori prativi. Qui va leggermente scomparendo la sistemazione agraria dei frutteti e subentra, incisivamente, la coltura dell’ulivo e della vite. Case e masserie sono sparse un po’ ovunque e qualche moderna villetta, dalle tinte un po’ vivaci e non troppo consone ad un gradevole impatto ambientale, comincia a fare la sua comparsa in un territorio che inizia ad essere piuttosto antropizzato e che gradualmente va aprendosi con ampi orizzonti ed ampie vedute panoramiche. Si giunge così ad Ariano Irpino, a ridosso della zona ospedaliera della cittadina. In strategica posizione, questa parte di territorio “segna” quel naturale confine tra la Campania e la Puglia, in uno di quei particolari punti dove, dalle più remote epoche, è ubicato uno tra i valichi più agevoli dell’intero Appennino. Con la romanizzazione del territorio l’intera zona si vide al centro dei traffici tra il mar Tirreno e l’Adriatico, e furono le successive epoche barbariche che provocarono l’allontanamento delle famiglie dalle pianure (la Starza ed Aequum Tuticum) e l’arroccamento di queste ultime sui tre colli (il Calvario, il Castello e S. Bartolomeo) dove oggi sorge l’attuale abitato che viene anche indicato come la “Città del Tricolle”.

Il territorio, in gran parte collinoso (o con alture tondeggianti), trae origini dalla civiltà sannitica, come quella appenninica, che sono state sempre caratterizzate da piccole comunità dedite alla pastorizia e a una vita transumante sui grandi tratturi che ancora oggi solcano le zone interne dell’Appennino  e che assolvevano la fun-zione di facilitare i contatti e gli scambi culturali. Dopo la romanizzazione del San-nio i coloni edificarono le loro dimore nelle vallate che giacevano giù in basso, co-stellando il paesaggio di una miriade di pagi (villaggi) i quali determinarono la de-viazione della vecchia strada “EGNAZIA” (che scorreva sui crinali montuosi) e in-dussero a sistemare altri collegamenti tali da comprendere questi nuovi insedia-menti. Successivamente i Romani indicarono una classificazione per queste vie ar-mentizie definendole “calles pubblicae” (cioè vie pubbliche), emanando leggi e decreti che tutelavano lungo il loro percorso mandrie e mandriani, pecore e pastori, intuendo così l’enorme ricchezza che poteva derivare da queste attività (pecunia deriva da “pecus” = pecora) e proteggendo sia i pascoli che i tratturi. Fu così, allora, che il destino dei tratturi divenne strettamente collegato all’evoluzione della transumanza. Le direttrici di questi percorsi sono rimaste inalterate dalla preistoria all’epoca romana; la via “CLAUDIA”, ad esempio, utilizzò il tratturo Aquila-Foggia senza mutare neanche in età bizantina e medioevale. Queste piste erano indispensabili e di vitale importanza per lo sviluppo della pastorizia, e a loro fu destinato un razionale sfruttamento delle locazioni relativo ai territori riservati al pascolo. Su queste vie, numerosi furono quei punti di sosta (conosciuti oggi come Tabernae) individuati come “STATIONES”, cui sono andate formandosi le attuali contrade di campagna lungo i tratturi; precisi punti di riferimento sul territorio che favorirono lo sviluppo e il fiorire di industrie casearie, della lana e dei panni di lana. Fu dal XVI secolo in poi che le tracce dei tratturi cominciarono progressivamente a scomparire dal terreno e ad essere usurpati con coltivazioni. L’architettura di questo paesaggio oggi è costituita essenzialmente da declivi collinari dalle forme tondeggianti e ammantate di vegetazione arborea; un territorio, questo, il cui segno forse più rilevante passa attraverso il transito della storica via “TRAIANA”, praticamente in coincidenza del tracciato del ben più conosciuto Tratturo Regio: il Pescasseroli-Candela.

Si raggiunge finalmente Zungoli, paesino collocato in posizione strategica a controllo delle infinite distese prative che si protendono a settentrione, verso il Tavoliere, e dominante il vallone che scivola a S, è una splendida località distante pochi chilometri dal confine con la Puglia. Qui il Regio Tratturo lasciava i territori irpini, attraversando le immense alture tra i corsi torrentizi del Fiumarella e del Cervaro, salutava l’ultimo lembo di terra campana ed entrava in Puglia fino a terminare il suo tragitto a Candela. Guadagnando un comodo crinale ci permette di poter ammirare le ampie e interessanti vedute panoramiche della zona. La pista che ora si percorre è uno stradello, ben messo, che scorre lungo il crinale e si mantiene in quota puntando in direzione SW. Si attraversano i casolari della Masseria lo Conte e si continua a scendere decisamente sfiorando la Masseria Caputo, fino a raggiungere la confluenza del torrente di Villanova col Fiumarella (a sua volta tributario dell’Ufita) ove di fronte si parano le case della Masseria Molinella. Da qui si apre un paesaggio inaspettatamente insolito per la maestosità di questi ambienti: a un tiro di sasso scorre il grigio nastro d’asfalto dell’autostrada  A16 Napoli-Bari; i declivi delle circostanti alture si aprono con squarci di terra determinati dal solco dei trattori che hanno rimosso il terreno da destinare ai nuovi coltivi, e così appaiono anche i regolari filari di vigneti e uliveti che si alternano ad estesi fazzoletti di frumento; mentre più oltre, a mezzogiorno, si ergono le alture boscose di quell’interessante territorio, ricco di valenze storiche, artistiche ed architettoniche che fin dal Medioevo è conosciuto come la “Baronia”. Per questi territori passavano i tracciati viari della “TRAIANA” che da Benevento portava fino a Brindisi; della “HERCULEA” che da Aufidena conduceva a Potenza e poi giù, attraverso la Val d’Agri, fino allo Ionio (Siris/Heraclea); della “AURELIA AECLANENSIS” che la collegava sulla Via Appia; della “AEMILIA” che dalle valli dell’Ufita e del Calore si collegava o con Lucera o con Aufidena.

Si raggiunge infine il crinale su cui sorge Flumeri, ben visibile sul promontorio posto di fronte, a guardia di un immenso territorio intervallato da pianure e ricolmo di grano, tabacco e uliveti produzioni, queste, che alimentano la modesta economia locale e fanno di questa terra un preciso punto di riferimento agrario per le colture intensive della Campania settentrionale. Lasciamo il paese e si scende attraversando il Piano Ferrante. Al termine della pista uno stradello stacca a sinistra fino a congiungersi con una carraia. Volgendo a destra questa continua a scendere fino ad attraversare nuovamente un ponte dell’autostrada A/16 Napoli-Bari. La pista in breve termina presso la Masseria Ianniciello tra vigneti e frutteti. Ora si prosegue a sinistra, verso W, lungo la sponda sinistra del Fiumarella, e in meno di due chilometri l’itinerario termina all’altezza delle antiche strutture della Dogana Aragonese delle Tre Torri, conosciuta anche come “Palazzo della Bufata“, antica dogana delle pecore e luogo di sosta durante la transumanza dall’Abruzzo verso la Puglia e viceversa. (di ©Andrea Perciato)

Il “SENTIERO dell’AMORE” (Cinque Terre, SP), un’intensa tavolozza di colori sospesa tra cielo e mare!

Il blu del mare che bagna la Liguria non è un blu normale; esso è uno dei mari più belli d’Italia ed assume particolari colorazioni lungo tutta la fascia costiera da levante a ponente, una lunga costa che si alterna tra spiagge ciottolose e strapiombanti rocce, una intensa e fitta macchia che accoglie i mille colori pastello dei tanti paesi e dei borghi distribuiti sapientemente su un territorio complesso ma estremamente orgoglioso delle proprie tradizioni contadine e marinare.

Il “SENTIERO dell’AMORE” è una stupenda passeggiata, molto spettacolare ed unica nel suo genere, quasi come un incredibile gioiello che si lascia ammirare in tutta la sua bellezza. Un’alternanza di profumi ed essenze aromatiche riconoscibili lungo i declivi collinari che ora precipitano a mare con zone brulle o assolate, o che riflettono gli argentei uliveti che risalgono verso i ripidi tornanti dell’Appennino. Splendidi scorci panoramici sulle aspre scogliere, soprattutto durante il tramonto, il sentiero fa parte del complesso sistema dei sentieri e tracciati che serpeggiano lungo le dorsali del Parco Nazionale delle Cinque Terre, attraverso cammini, caruggi, viottoli, piste e sentieri che si distribuiscono lungo percorsi sospesi tra cielo e mare, fra terrazzamenti proiettati sul mare, riviere copiose di fiori, paesi ricchi di fascino, di storia, di colori,di tradizioni, di profumi e di spirituale accoglienza.

La “Via (o Sentiero) dell’Amore” – chiusa dal 2012 e non più praticabile per una frana che ha fatto scivolare placche rocciose – è un suggestivo percorso ricco di scorci mozzafiato, lungo una stradina pedonale che si affaccia, per un’altezza di oltre 30 metri, a picco sul mare. Purtroppo, a tutt’oggi, non è ancora possibile percorrerlo, è impraticabile e resta chiuso per tutta la sua interezza, un divieto messo in atto per cause burocratiche riguardanti la messa in sicurezza di tale percorso, dopo che le frane, anni fa, hanno spazzato se non – addirittura – cancellato via alcuni tratti. Solo da Manarola, azzardando un po’, è possibile percorrerlo per circa 200 metri, poi… più nulla, interdetto! Ciò che scoraggia e delude gli amanti della natura e delle bellissime camminate è la percezione che intorno alla vicenda ci sia ancora molto pressappochismo sulla sua eventuale riapertura ad una frequentazione pubblica; e si paga anche un biglietto d’ingresso! (di ©Andrea Perciato)

Valle della Caccia (Senerchia, AV): sinfonie della natura Picentina!

Se i monti Picentini sono il “Paradiso Verde” dell’Appennino Campano, allora questa valle ne determina il suo cuore pulsante, la sua parte più viva, quella autenticamente più vera. Nascosta in un angolo dell’alta Valle del fiume Sele, al confine tra le province di Salerno e Avellino, lungo la sua destra orografica e al margine delle boscose pendici orientali delle montagne picentine (monte della Croce 1530 m a N e monte La Picciola ad W) questa valle, racchiusa tra le alte cime di irte pareti rocciose, presenta scenari paesaggistici e ambientali davvero unici, incredibili, fantastici; quasi come se fosse una sorta di “laboratorio” della natura a cielo aperto ove tutte le specie della flora e della fauna diventano i protagonisti assoluti di una scena che si ripete dalla notte dei tempi. In questo angolo di Eden naturalistico si riscontrano tutte le sfumature monocromatiche del verde, dal più intenso e cupo dei boschi allo smeraldino delle acque di ruscelli e cascate.

Qui i profumi si intrecciano seguendo il ciclo e l’alternarsi delle stagioni; e mentre il senso dell’olfatto corre alla ricerca di quelli più intensi (tra specie arboree, fiori e macchia), l’altro senso della vista riesce a cogliere la presenza di animali che, in altri luoghi di queste montagne, difficilmente si fanno scorgere (anfibi, rettili e volatili su tutti). Rettili, anfibi, volpi e faine dominano la zona, mentre rara è divenuta la presenza del gatto selvatico, della lontra e della lepre. Ma l’apoteosi dei sensi riesce a raggiungere il culmine per mezzo dell’udito che va alla continua ricerca dei ritmi scanditi dal rigoglio delle cristalline acque delle decine di rivoli e cascatelle che s’aprono la strada tra salti di rocce e strapiombi muschiati. Fin dall’antichità tutto ciò che ricadeva all’interno in questa valle erano possedimenti feudali che appartenevano ai signori Marchesi di Senerchia, i quali ne avevano fatto il loro territorio privilegiato per la caccia alla selvaggina che qui era abbondante; mentre durante il periodo del brigantaggio questi impervi territori, ben lontani e nascosti dalle più importanti vie di comunicazione di un tempo, davano sicuro rifugio ai componenti delle numerose bande che operavano tra questi monti e le aspre selve della vicina Lucania.

Il sentiero che conduce all’interno della valle è stato sapientemente attrezzato dalla mano dell’uomo già fin dall’ingresso per mezzo di ponti, passerelle, passamani, tettoie, bacheche, edicole e gazebo tutti rigorosamente in legno e realizzati grazie all’impegno profuso dal WWF che di quest’Oasi ne ha fatto un fiore all’occhiello sia per la protezione che per la salvaguardia. Due sono gli elementi presenti in natura che si evidenziano su tutto all’interno di quest’area protetta: l’acqua, in tutte le sue più svariate forme tra fonti, sorgenti, ruscelli e cascate e il particolare manto vegetazionale; mentre il silenzio, romantico elemento di riflessione e raccoglimento, regna sovrano e copre in un alone di arcano mistero ogni cosa “viva” o apparentemente inerme.

Camminare all’interno di quest’Oasi è come immergersi in un particolare tempio della natura, al cospetto – forse – del dio Giano, oppure essere gli involontari protagonisti di qualche burla dei folletti dei boschi (elfi e troll su tutti) che qui sembrano “davvero” di casa. I sentieri s’inerpicano sempre più in alto e si restringono a tal punto che la vegetazione lungo i bordi sembra quasi creare una cortina impenetrabile; rocce a stra-piombo che sfidano ogni regola di gravità incombono in alto sulle nostre teste e spesso racchiudono la volta celeste lasciando filtrare qualche lembo di cielo. Seguendo il naturale acclivio orografico che si addentra all’interno della valle, il percorso compie la sua logica conclusione in direzione della cascata.

Volgendo lo sguardo sulle rocce in alto il pino nero estende le sue ramificazioni su ogni cosa, tra rocce a picco e pendii mozzafiato, mentre angoli spesso nascosti preservano decine di particolari specie floreali tra cui le orchidee e l’erica che fanno da platea arborea alle più folte boscaglie di acero. Poco più su a destra compare l’antro ipogeo della Grotta del muschio, continuo richiamo per le esplorazioni speleologiche provenienti da ogni dove. L’impetuoso fragore della cascata che – determinando il naturale culmine della vallata – spumeggia tra le rocce, scorre a strapiombo scaraventando la sua portata di acque ad alimentare il torrente Acqua Bianca; un ponticello in legno che le sta di fronte permette di ammirarne tutta la sua superba e straordinaria bellezza. Per qualche istante liberiamo le nostre menti da qualsiasi ingombro mnemonico e assistiamo da partecipi spettatori a questa incredibile rappresentazione di Gaia! (di ©Andrea Perciato)

Lubiana/Ljubliana (SLOVENIA)… Crocevia della mitteleuropa e “Capitale Verde” d’Europa 2016

LJUBLIANA è la capitale di una bel territorio – la SLOVENIA – incastrato all’apice della regione balcanica e che sorge tra le Alpi e l’Adriatico, nella conca in cui confluiscono i fiumi Sava e Ljubljanica. La sua capitale LUBIANA è una una bellissima città, un crocevia di culture ove, per tradizione, da sempre si respira aria di mitteleuropea. Lubiana ha tutto quello che vantano le più importanti e moderne capitali, ma nel tempo è riuscita a conservare quell’atmosfera cordiale e rilassata di una località piccola che riesce sempre sorprendere e che ha fatto dell’ospitalità e dell’accoglienza un suo fiore all’occhiello.

Il carattere di Lubiana viene definito da due attributi diversi che si complementano in modo felice e originale. Anche se la città è famosa per il suo patrimonio storico, artistico, culturale e tradizionale, essa è una città relativamente giovane (l’età media dei suoi abitanti oscilla intorno ai 30 anni), con un ritmo di vita moderno ed estremamente vivace. Lubiana è stata la Capitale Verde d’Europa per il 2016 ed è stata, orgogliosamente destinataria, del premio Tourism For Tomorrow 2015, praticamente una città dall’anima totalmente verde. La città eccelle per l’elevata sensibilità ambientale che le ha permesso di riuscire a conservare quel suo particolare aspetto city-green.

Il “Sentiero delle Rimembranze e della Solidarietà” che circonda Lubiana, unisce la devozione del popolo che la abita al modo di vivere sano ed alla conservazione della memoria storica. Il sentiero ricreativo, lungo 35 chilometri, si snoda sul trac-ciato dell’antica recinzione militare con filo spinato risalente alla Seconda Guerra Mondiale. Il ponte centrale in pietra del Tromostovje (Triplice ponte) costruito nel 1842 sostituisce il precedente ponte ligneo d’origine medievale, collocato in un luogo strategicamente importante nel cuore della città dato che collegava, ed in cui convergevano, le principali direttrici dei paesi dell’Europa occidentale con i Balcani e/o l’Europa sudorientale.

Il Tromostovje è il punto chiave nel quale si intersecano i due principali assi urbani: quello acquatico e l’altro che collega il colle del Rožnik con la collina da cui si erge il Castello (Ljubljanski grad). Il Ponte dei Draghi (Zmajski most), decorato dalle famose sculture in ferro dei “draghi”, rappresenta una delle immagini “cartolina” più famose di Lubiana. Chi non si è fatto fotografare con uno dei draghi del Ponte dei Draghi, non ha veramente visitato Lubiana. Le sculture dei draghi, che sono un po’ agghiaccianti, incutono timore e sembrano essere quasi reali (per chi crede che i draghi possano essere veri), sono un’autentica opera d’arte che scatena la fantasia e l’immaginazione sia degli abitanti che degli ospiti in visita alla città, dal giorno in cui lo stesso ponte fu eretto. Il ponte è anche, e soprattutto, un’opera d’ingegneria e architettonica creativa unica nel suo genere. Viene considerato monumento tecnico e creazione di spicco dell’architettura in stile “Sezession” a cavallo del XIX e XX secolo.

Lubiana val davvero la pena di un soggiorno, odi poter essere intersecata in alcuni dei più bei trekking che attraversano la regione balcanica, per ammirarne le bellezze della città, per entrare nelle sue botteghe botteghe, per entusiasmarsi della sua vivace gioventù (sede di importante Università), per godere della sua aria salubre e serena, per lasciarsi coinvolgere nelle atmosfere festanti dei suoi locali che sfiorano le sponde fluviali, per gustare dei sapori dei suoi tipici prodotti locali, per immergersi nella sua storia e nella sua cultura, senza tralasciare di esplorare i suoi spettacolari dintorni… (di ©Andrea Perciato)

“Tratturi” abruzzesi, le autostrade verdi dell’Appennino

La libertà di andare oltre… senza confini di tempo e di spazio, dove gli orizzonti non sono mai uguali e dove i tramonti restituiscono arcane sensazioni di fascino, di mistero, di ancestrale e curiosità…

Un affascinante viaggio attraverso il cuore dell’Abruzzo seguendo le tracce di pastori e greggi transumanti. Incamminarsi lungo uno dei più famosi “tratturi” che i pastori percorrevano conducendo le greggi dall’Appennino (Pescasseroli) fino al Tavoliere in Puglia (Candela) e che negli ultimi tempi è stato in parte recuperato e, soprattutto, riconosciuto come Patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Quella del tratturo (“Regio”) è una traccia che sfiora spettacolari balconate panoramiche, gli scarponi che si alternano – senza interruzione – ora sul verde prato, ora sulla nuda roccia: ha inizio così il fascino di una intrigante avventura attraverso irreali e muti paesaggi d’alta montagna fatta cieli tersi sfiorati dal vento e che si perdono all’infinito, senza confini, oltre ogni possibile orizzonte.

Dalle rupi appenniniche, passando per le aspre e possenti giogaie della Marsica, le nude creste del Gran Sasso fino alle incantevoli dorsali della Majella e gli intensi profumi della macchia mediterranea. In tutti questi anni pensavo di conoscere l’Abruzzo ma mai prima di averne percorso, in lungo e in largo, i sentieri, i valichi e i passi che s’aprono attraverso le selvagge montagne della valle del Sagittario, di Scanno, del Passo Godi, della Marsica, di Pescasseroli, di Opi, di Barrea…

Mai prima d’ora ero riuscito ad entrare così profondamente in contatto con questo splendido patrimonio ambientale come quello determinato dai “tratturi”, non solo intriso di una natura che rende viva questa parte paesaggistica dell’Abruzzo più interno ma vissuto, in tutta la sua magnificenza, soprattutto per i suoi aspetti storici e culturali, fatto di ampi panorami e di gente vera, autentica… disponibile! (di ©Andrea Perciato)

Altavilla Silentina (SA) tra vestigia storiche e paesaggi rurali…

Altavilla Silentina sorge poco sotto un’altura intensamente coltivata ad ulivo che domina tutta la pianura segnata dalla valle del fiume Sele, quasi un baluardo occidentale della balconata dei monti Alburni, divisa dal paese per la larga curva solcata dalle acque del fiume Calore che va ad immettersi nel ben più grosso Sele. Famosa per le sue vestigia storiche, risalenti all’epoca Normanna, Altavilla Silentina rappresenta anche un formidabile punto di osservazione con una splendida sky-line che s’apre sull’intero golfo di Salerno e i territori dell’interno. Questo agglomerato urbano, di sicura matrice altomedioevale, basa la propria economia principalmente sulle attività e le produzioni agricole (frutteti, uliveti, vigneti) e lattiero-casearie.

L’abitato altavillese (m 273) domina un territorio collinare caratterizzato da ampie zone coltivate ad ulivi, case coloniche e masserie sparse a carattere rurale. Il circondario di Altavilla Silentina è interamente circondato dai confini del Parco Nazionale del Cilento, Val Diano e Alburni; quasi una terrazza panoramica che, estendendosi, si pone come un baluardo a controllo delle anse fluviali del Sele che accolgono le acque del Calore, nel punto dove questi due fiumi si incontrano. In questa area a vocazione agricola – teatro durante l’ultimo conflitto mondiale di aspri scontri tra gli americani e i tedeschi – si allevano, da secoli, le bufale.

Girovagando per il suo circondario si possono effettuare numerose escursioni che si spingono fin oltre i crinali ulivati, lì dove il vento è la dominante costante e dove la presenza di pale eoliche tramuta la sua forza in energia. Allontanandosi dal centro di Altavilla, si raggiunge l’estrema periferia ove giace il locale cimitero, mentre sulla sinistra una ripida salita conduce presso un antico casolare posto (m 424) a sinistra in cima ad una panoramica collina; quassù c’è una stele commemorativa (Monumento ai caduti di Quota 424) che ricorda la cruenta battaglia tra i soldati tedeschi e americani qui avvenuta tra i campi di grano e gli uliveti di Piano delle Rose, naturale scenario di una tra i più aspri scontri a poche ore dallo sbarco degli Alleati in Italia nel settembre 1943 ma queste legate allo sbarco (in codice Avalanche Operation), sono storie che vi racconterò in seguito…! (di ©Andrea Perciato)

Andar per laghi nel cuore del Lazio. A spasso tra il SALTO e il TURANO (RI)

Ci troviamo al cospetto di due belli, incredibili e rilassanti specchi lacustri (invasi artificiali) nella splendida cornice dei territori – ora aspri, ora montuosi – del medio Appennino Laziale, in provincia di Rieti; cornici ambientali che risaltano – per bellezza degli scorci paesaggistici e le suggestioni offerte da una natura ancora intatta ed incontaminata – i due bacini lacustri del lago SALTO e lago del TURANO.

Terra ospitale e mai banale, questa dell’alto reatino, raccolta in questa cornice paesaggistica fatta di montagne dal copioso manto boschivo, rilievi che si alternano a profondi valloni che nascondono numerosi corsi d’acqua tra ruscelli e piccole cascate. I due invasi sono divisi dalla selvaggia mole caratterizzata dai rilievi montuosi del Nevagna e del Cervia, le cui pendici accolgono ricche macchie di faggete e castagneti ed ospitano popolazioni di diverse specie di avifauna degna di tutto rispetto.

Territori e popolazioni, queste, da sempre ben lontane dalle grosse vie di comunicazione, che affondano le proprie radici attraverso una cultura millenaria agro silvo-pastorale e contadina tramandate da generazioni di pastori, mandriani, boscaioli, taglialegna, carbonai… briganti! Ovunque si cammini, tra le sponde dei laghi fino a raggiungere luoghi impervi a dominio di cieli tersi e orizzonti che si espandono oltre l’immenso, è possibile ammirare un paesaggio completamente avvolto dal verde dei boschi, dall’azzurro del cielo e dagli argentei riflessi delle acque lacustri.

Incontaminati ambienti naturali – fatti di acque e di verde – che vengono esaltati dalle luci riflesse del sole durante l’arco del giorno e che riescono ad offrire scorci di rara bellezza, meta preferita e sempre più ricercata dagli escursionisti, dai trekker e dagli amanti della natura e delle attività outdoor che qui, più che altrove, riescono a vivere e trovare – anche se per poche ore – autentici valori della cultura dell’accoglienza, per la salvaguardia del territorio e di tutte le valenze (come ospitalità, buona cucina, prodotti genuini, artigianato…)  che in esso ricadono e che qui, da sempre, hanno buoni motivi per rinnovarsi! (di ©Andrea Perciato)

da MONTALCINO a S. ANTIMO (Val d’Orcia, SI, Toscana)…

Qui ospitalità e accoglienza sono valori radicati nel tempo! Se non ci siete mai sati, trovate il tempo di andarci a camminare; ne vale davvero la pena… credetemi!

Ritrovarsi ai piedi della splendida rocca medioevale della fortezza di Montalcino (patria del rinomato “brunello“), massima esaltazione dell’architettura militare dell’alto Medioevo, col Palazzo dei Priori e il loggiato… tutto ciò esalta l’autentico spirito di quella terra chiamata Toscana, tutto ciò è quell’incredibile contenitore di sorprese ed emozioni che possono essere vissute solo toccando questi luoghi con un trekking (o, se volete, un cammino) itinerante.

Muovendosi dai bastioni della Rocca di Montalcino ci si porta subito verso la zona dei famosissimi vigneti. La Val d’Orcia è una terra ove i sensi esplodono in tutta la loro estasi; qui il tempo determina gli spazi e l’esaltazione dei sensi, tramutandoli prima in sentimento e, successivamente, in ammirazione; qui, in val d’Orcia, ovunque sia possibile volgere lo sguardo, si apre una natura che riesce ad accoglierti e – trasformandosi nella tua momentanea casa – determinano l’origine e la creazione della filosofia dell’ospitalità e dell’accoglienza.

Durante questo tratto iniziale della tappa si attraversano luoghi modellati dal genio delle mani dell’uomo: i rinomati vigneti. Qui il vignaiolo, che sia egli artista o contadino, riescono a tramutare dai campi alle tavole, dai vitigni ai calici, vere e proprie “alchimie di sapori” tramutandole in autentici capolavori di gusto, benessere e di stili di vita. Tra ampi orizzonti e campi estesi che si perdono oltre l’orizzonte si superano antiche cascine e casali determinate dai filari dei cipressi ove il profumo d’antico s’insinua attraverso ogni pietra, serpeggia lungo i filari sistemati a “festoni” e supera vallete solcate dai basoli di cammini e antiche vie oggi dimenticate dal tempo. Così, superato l’antico “casale” di Tolli, ha inizio una lunga discesa che scorre attraverso boschi intrisi dalla macchia mediterranea, fino a sbucare in una splendida cornice paesaggistica caratterizzata dalla presenza della suggestiva pieve, edificata tutta in pietra calcarea, dedicata al culto di Sant’Antimo.

Un giardino posto all’ingresso viene caratterizzato da secolari uliveti che invitano a una sosta meditativa, mentre da lontano giunge l’eco di musiche antiche che esaltano lo spirito ed elevano l’animo alla contemplazione. Varcati il suo bellissimo portale in pietra tutto finemente decorato, si penetra in un luogo che ci proietta indietro nel tempo, attraverso un arcano silenzio ove tutto contribuisce all’elevazione di canti preghiere, il tutto accompagnato dalle melodiose litanie di canti e cori: gli affreschi, le sculture, le statue e le note dei canti gregoriani che rieccheggian da una navata all’altra della suggestiva abbazia di Sant’Antimo, la cui costruzione viene attribuita a Carlo Magno quando egli si recò in pellegrinaggio a Roma dal Papa per chiedere intercessione a Dio di far cessare la pestilenza. Tutti elementi, questi, che lasciano facilmente intuire che qui, il Medioevo, ha davvero lasciato indelebili tracce della sua epopea… ovunque i nostri occhi posano lo sguardo! (di ©Andrea Perciato)