GUBBIO (PG, Umbria) tra “Via Flaminia” e “Corridoio Bizantino”

In una fetta di territorio che serpeggia tra valli e fiumi attraverso l’intricato l’Appennino centrale, lungo il confine tra le Marche e l’Umbria proteso fino al Lazio, vanno ad incastrarsi gioielli fatti di natura, storia, tradizioni, folclore, antiche strade, fortificazioni, presidi militari, monasteri, abbazie, santuari, crogiolo di popoli ed etnie… tutti elementi – questi – che determinarono, fin dall’alto Medioevo quell’area, o fetta di territorio, meglio conosciuta dagli storici come “Corridoio Bizantino” che si sviluppava tra Ravenna (a nord) e Roma (a sud), e percorso – spesso intrecciato – dagli assi viari della Via Flaminia, sotto il controllo Longobardo, e la Via Amerina, sotto controllo Bizantino.

Un viaggio nella storia – dunque – ma anche un viaggio attraverso la conoscenza di popoli e culture distribuiti lungo la dorsale appenninica in un’area geografica fin da sempre apparsa aspra e di difficile controllo dalle ripetute dominazioni succedutesi durante il corso dei secoli.

Ai piedi di monte Cucco s’adagia Sigillo, antico paese d’origine romana eretto lungo la Flaminia; qui un bellissimo Ponte Romano formato da grossi blocchi in pietra calcare determina il paesaggio verso la pianura a margine della via storica.

Camminando attraverso filari di alberi sistemati, secondo precise geometrie campali, adottando la tecnica a “festoni”, ai margini di piste campestri si raggiunge la vicina Costacciaro, antico “castrum” d’impianto Longobardo sfiorato dalla via consolare. Superati il villaggio di Scheggia si risale guadagnando il valico della Madonna della Cima fino a raggiungere l’imponente Basilica dedicata al culto di Sant’Ubaldo “patrono” di Gubbio che s’apre, appena sotto, sul versante opposto.

La città “eugubita” ci accoglie con tutto il suo splendido fascino Medioevale; non a torto considerata appunto come la città medioevale più bella d’Italia, Gubbio si lascia scoprire poco alla volta; dal suo splendido teatro Romano, al suggestivo scorcio dei “Tre Ponti” in pietra lungo il torrente Camignano ove operava un Mulino per la macina del grano e due forni per il pane; dai suoi portali e camminamenti tra rampe e ardite scale, alla bellissima chiesa di San Francesco; dal gotico Palazzo dei Consoli (sede del Museo Civico) al dirimpettaio Palazzo Pretorio (sede del comune di Gubbio) entrambi separati dal panoramico Piazzale della Signoria.

Perdersi attraverso tutti questi monumenti è un po’ come girovagare alla Indiana Jones, una continua e ripetuta meraviglia (fatta di arte, storia e religione) che si nasconde dietro ad ogni angolo, lungo ogni percettibile scorcio, mescolandosi al profumo di una “crescia” (forma di tipico pane locale) appena sfornata, magari intrisa dall’olio delle terre umbre e farcita di tutte le prelibatezze della norcineria locale.

L’Umbria è soprattutto un caleidoscopico contenitore di colori, di profumi, di essenze, di sorprese, di meraviglie… e attraversare queste terre senza tempo è come perdersi (e ritrovarsi) in un limbo fatto di emozioni, di sensazioni, di percezioni.

Qui la natura a volte si presenta dura e sfrontata, susseguendosi con eventi calamitosi, ma gli uomini che popolano questi territori hanno da sempre imparato a convivere coi “capricci” che questa terra, di tanto in tanto, esterna anche in maniera violenta. L’Umbria aspetta solo di accoglierti, poi… lascia fare ai tuoi istinti e alle tue passioni, tutto il resto… è un incredibile viaggio attraverso le emozioni!(tratto dalla guida “ITALIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

Gallinola (monti del Matese, CE) bianco siderale lungo crinali di confine

Sembra il Trentino, ma… siamo in Campania! Parlare del Matese, ultimo tra i grandi giganti della dorsale appenninica, è un po’ come raccontare tutta la storia delle esplorazioni e dell’escursionismo nel Mezzogiorno italiano. Antichi sentieri e piste della transumanza, presenti con le tracce dei tratturi intersecavano, si rincorrevano o si accavallavano lungo le pendici di questo gigante dell’Appennino. Il Matese è anche questo: profumi, odori, sapori, cultura, tradizioni… vita! Il massiccio si colloca, per buona parte, in terra molisana con copiose giogaie e valli profonde e da esso s’impenna la cima più alta: quel poderoso Miletto (2050 m) che reca tracce, nelle conche sommitali, di antichi bacini glaciali. Ma la nostra meta è un’altra, curiosamente chiamata Gallinola!

Inediti itinerari sulla neve posti al di fuori dei luoghi consacrati al culto dello sci domenicale. Se si osserva una foto scattata dal satellite quando orbita all’altezza dell’emisfero settentrionale e viene a trovarsi sull’azimut dell’Appennino, all’altezza dei crinali di confine tra la Campania e il molise, col cielo terso e senza nubi, zoomando lungo la dorsale montuosa, è possibile riconoscere alcune “macchie” bianche di paesaggi montani a noi familiari ma sconosciuti alla stragrande maggioranza degli appassionati di escursionismo invernale italiani: i monti del gruppo del Matese.

Considerata l’autentico “tetto” della Campania, la cima si raggiunge da una balconata posta ai margini della conca di Piano della Corte (1643 m); un’alternanza di pianori e sconfinate praterie montane, attraverso verdi pascoli, con tracce di un antico stazzo che un tempo fungeva da riparo per le greggi. Qui la sporadica presenza antropica, laddove uomo e natura sono riusciti a convivere in perfetta armonia per secoli, si evidenzia tra l’ingegno dell’uno e la bellezza dell’altra. Ogni sosta è buona per guardarsi intorno e provare la sensazione di meraviglia e smarrimento.

La neve, così come noi la immaginiamo, è possibile viverla anche lasciando le tute griffate e gli ultracostosi sci o gli snowboard colorati a casa. Considerando che la Campania non ha mai avuto stagioni invernali con eccezionali imbiancate la regione, durante quei pochi giorni di freddo glaciale, sottoposti alle correnti del nord, riesce ad offrire uno spessore nevoso oscillante tra gli 80 e 150 centimetri. Preparandosi per un trekking in zone innevate, bisogna essere forniti di un’adeguata attrezzatura e dell’equipaggiamento adatto per muoversi con sicurezza e agilità sui pendii innevati.

L’idea sarebbe di attraversare questi luoghi avvolti da bianco candore con le racchette da neve (consigliate per i nostri ambienti appenninici), ma l’esperienza induce a suggerire di provare a vivere la neve con attrezzature impensabili dalle nostre parti fino a qualche anno fa, come le “ciaspole” affiancate dai ramponi e dalla piccozza. Per non affondare e proseguire senza timore, bisogna calzare le racchette da neve (di origini scandinava e canadese, usate soprattutto lungo tutto l’arco alpino) e farsi aiutare, per mantenersi in equilibrio, dai bastoncini telescopici, meglio ancora quelli da sci da fondo.

Ritrovarsi proiettati sull’immenso, in questo angolo di Appennino meridionale, non c’è scenario tra i più belli dell’ambiente montano che riesca ad offrire sensazioni ed emozioni oggi difficilmente riscontrabili altrove. Come era prevedibile, la magnificenza di un limpido orizzonte appare ai nostri occhi in tutta la sua straordinaria bellezza: laggiù in fondo, il lago del Matese e, poco oltre, la pianura campana; a settentrione, come da una terrazza naturale s’apre, in un crogiuolo di elementi che s’alternano tra altipiani boscosi, valli, contrafforti e declivi, la piana del Volturno.

I paesaggi sono molto belli; in fondo, l’enorme vallata solcata dal lago si adagia al centro di una teoria di monti avvolti dalle foschie mentre, volgendo lo sguardo in alto gli occhi, increduli, scorgono la volta celeste tersa nel suo arcano splendore pulita e dalle nubi. Passando dalla faggeta alle radure assolate, la brulla vetta si avvicina per un sassoso sentiero che arranca lungo i ripidi versanti orientali della montagna. Si attraversano conche carsiche sommitali che sembrano appartenere ad un paesaggio lunare; con tracce appena visibili, lungo piste battute da pascoli d’altura, si continua per assolate pietraie che giungono fino in cima alla Gallinola (1923 m) da cui s’aprono, improvvisamente, ampie vedute panoramiche.

La neve disciolta e ricongelata, ottimo terreno per le escursioni, aderisce meglio sui pendii più ripidi; più dura e ghiacciata è, le ciaspole (soprattutto quelle “ramponate” sono preferibili) aderiscono meglio alla superficie, indispensabili quando gli scarponi non hanno più presa sulla neve; si procede meglio lasciandosi aiutare dall’utilizzo della piccozza molto efficace in caso di scivolata. Alcuni di questi itinerari bianchi dell’entroterra campano presentano paesaggi di matrice scandinava, ove una natura intatta, incontaminata e – raramente – ancora inviolata, propone un inconsueto modo di vivere la neve, molto al di fuori e lontano dal grande baccano che vedeva, durante i giorni festivi delle normali stagioni di una volta, gli impianti di risalita presi d’assalto e invasi da chiassose frotte di sciatori occasionali.

Chi percorre i sentieri di queste montagne, vive costantemente le emozioni di un’avventura fantastica e interessante dal primo all’ultimo passo, quasi un ritorno alle origini dove non basta seguire le tracce della pista, ma si deve ricorrere (a volte) alla carta e alla bussola e, molto spesso, anche all’istinto. Con la fortuna di partire in buone condizioni meteorologiche, sono possibili effettuare avventurose escursioni. Mentre il sole irradia i suoi raggi e riscalda l’ambiente della cima permettendo ai ranuncoli e alle bianche margheritine di uscire dalla coltre ghiacciata e di rizzarsi sugli steli, la luce fulge splendida in ogni angolo dell’orizzonte; e questa è solo una delle infinitesime magie che riescono ad offrire i meravigliosi ambienti del Matese: laggiù verso nord, s’innalza la cima del Miletto. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

Castel del Monte (BT – Puglia) “STUPOR MUNDI” l’incredibile fortezza di Federico II

Visto da lontano sembra un gigantesco blocco in calcare bianco-roseo tipico della murgia, il territorio che domina per miglia e miglia dall’alto della sua modesta altura (540 m). Conosciuto anche come la “Corona degli HohenstaufenCastel del Monte risulta essere uno dei più riusciti e perfetti edifici di matrice “esoterica” presenti in Italia.

Questo luogo, questo enorme e possente complesso architettonico, questo scrigno contenente gioielli fatti di architettura, arte, cultura, religione, scienza, matematica, geometria, mistero… esoterismo, sembra – improvvisamente – sbucare dal nulla, oltre un orizzonte intriso del giallo dei campi di grano appena raccolti, dell’argenteo delle immense distese ulivate e dell’intenso e profumato verde dei vitigni; solo qualche refola di vento, appena percettibile, siavverte nell’immensa canicola della Murgia, accompagna il canto delle cicale che qui – più che altrove – fanno sentire la propria voce!

Da sempre ci ha affascinato questo luogo e finalmente… dopo averlo tanto sperato, siamo sotto le sue mura. Una costruzione, un edificio che – apparentemente – sembra non servire a nulla. Nel senso che viene sì chiamato Castello ma che di un maniero non presenta alcunchè: ne fossati esterni, ne ponti levatoi, ne merlature, ne torri principali, ne cortili adiacenti per le stalle, le cavalcature e la biada, e per l’alloggiamento della guarnigione… il castello, visto da lontano, somiglia molto alla corona di Federico II di Svevia, costruttore del castello ma Federico nella sua lungimiranza di precursore dei tempi, aveva previsto tutto.

Il Castello, edificato nel 1240 risulta essere l’opera architettonica più affascinante realizzata dall’Imperatore svevo; e per queste peculiarità è stato dichiarato, fin dal 1996, come Patrimonio Mondiale dell’Umanità (sotto l’egida dell’UNESCO). L’architettura dell’edificio, privo di ogni struttura di tipo militare, viene totalmente improntata al “Principio Ottonario“. Durante il corso dei secoli furono molte le sue destinazioni d’uso, circostanze che hanno sempre più contribuito ad alimentarne il fascino insieme ai ripetuti richiami del numero 8 come il suo perimetro ottagonale, come otto sono le torri (ottagonali) che determinano gli spigoli; si tratta della figura intermedia tra il quadrato, simbolo della terra, e il cerchio, che rappresenta l’infinità del cielo, e quindi segnerebbe il “passaggio” dell’uno all’altro.

Privo dal punto di vista architettonico di elementi tipicamente militari e di fossati, posto in una posizione non strategica, in realtà l’edificio non fu probabilmente una fortezza. In ogni caso si rivela come un’opera architettonica grandiosa, sintesi di raffinate conoscenze matematiche, geometriche ed astronomiche. Il cortile orientato in modo da essere perfettamente illuminato durante gli equinozi e i solstizi forma un perfetto ottagono; otto sono le bifore gotiche, otto i grandi saloni. Alcuni studiosi hanno formulato l’idea che il castello e le sue sale, pur geometricamente perfette, fossero stati progettati per essere fruiti attraverso una sorta di “percorso” obbligato, probabilmente legato a criteri astronomici; mentre altri hanno letto, nelle sue austere geometrie, la “coppa” (non un calice) perfettamente modesta, simile a quella (il Graal) che secondo la leggenda ha raccolto e contiene il sacro sangue del Cristo morto in croce.

Secondo una corrente esoterica che risale ai primi tempi del Cristianesimo, l’8 è, infatti, il numero prediletto della divinità (“Chi nasce a nuova vita per volere del Cristo, si pone sotto il segno dell’8“) e, come tale, evocatore di mistici poteri. Simbologie e tecniche costruttive utilizzate nel Castello provengono – con molta probabilità – dal Medio Oriente, importate dai Cavalieri Teutonici, un ordine iniziatico con cui Federico II aveva stretti legami. Il Dio dell’Imperatore era probabilmente uno degli iniziati Sufi, che poteva essere contemporaneamente adorato da Ebrei, Cristiani e Islamici; forse, il vero obiettivo di Federico II, che morì scomunicato due volte nel 1250, era quello di trasformare il Castello in un centro di culto e di politica al tempo stesso, similmente alla mitica “Camelot” di Re Artù.

Nel 1988 un gruppo di studiosi italiani ha scoperto che le sue “divine” proporzioni celano, probabilmente, in una specie di codice segreto, le indicazioni per raggiungere una camera ancora inesplorata all’interno della Grande Piramide! La visita prosegue tra la magia di ambienti in cui si viene avvolti dal misterioso fascino, dalle essenze emanate dalle pietre che ancora profumano d’antico, scale a chiocciola che conducono negli angoli più bui e nascosti della fortezza, e poi… ancora tanta, ma propria tanta meraviglia che si rincorre di pietra in pietra, di arco in arco, di capitello in capitello, di volta in volta, fino a compiere un ciclo esatto di ricerca geometrica, di solida compattezza, proprio come la stessa fortezza riesce ad esprimere. Mentre fuori, all’esterno, le numerosissime scritte incise durante il corso dei secoli testimoniano la presenza per i tanti curiosi, turisti o semplici viandanti che di qui sono transitati…

Il mistero non è stato certamente svelato, anche perché non basterebbe una vita per decifrarne ogni centimetro quadrato di questa grande e possente meraviglia architettonica; ma sicuramente la nostra sete di conoscenza e approfondimento per tutto ciò che fa storia, arte e sapienza in questo nostro meraviglioso Sud, ha aggiunto un tassello in più che difficilmente si dimentica. Grazie germanico Hohenstaufen per le tue intuizioni, per il tuo vedere oltre… Sei riuscito a proiettare questo nostro meraviglioso Sud nell’immaginario collettivo di un millenario “melting-pot” fatto di razze, religioni, etnie, culture che da sempre si incrociano e si mescolano attraverso le rotte del Mediterraneo. (tratto dalla guida “ITALIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

“ROTA” di Mercato Sanseverino (SA) un antico Castello, a dominio di valli e a controllo… di antiche vie!

Capire le funzionalità di un castello, soprattutto di un maniero d’epoca medioevale risulta essere sempre una piacevole scoperta. Il “nostro” è posto a guardia e controllo di uno tra i più importanti crocevia dell’antichità, e di transiti per traffici commerciali ed eserciti: il poderoso Castello dei San Severino, che si erge sull’attuale centro di Mercato Sanseverino; un’autentica fortezza, un qualcosa di complesso e molto particolare.

E’ sempre stato considerato come uno tra i più importanti complessi monumentali di architettura militare dell’Italia meridionale (forse il secondo in Italia, per ampiezza e distribuzione degli ambienti)… Raggiungere le sue mura non comporta eccessivi sforzi, ma capire l’importanza di questa rocca, le strutture spazio-dimensionali, sia interne che esterne, ed inquadrandola nella distribuzione territoriale dell’epoca (tra il X e il XII secolo), è come scoprire le straordinarie vicende di chi, per secoli, si è alternato alla sua vita.

L’ampia distribuzione degli ambienti, così come si sono succeduti nel tempo, è un’alternanza e sovrapposizione di stili architettonici e strutturali composti da un originario nucleo di fondazione longobarda, a cui si sovrappone un secondo accostamento normanno ed un successivo ampliamento di un terzo nucleo svevo/angioino/aragonese. I Sanseverino furono una tra le più importanti (e potenti) famiglie del regno, secondi – per discendenza dinastica – solo ai regnanti aragonesi e fu per questo che, per i loro servigi resi al cospetto della corona, ebbero l’importante locazione posta a controllo dei territori che si sviluppano tra la storica via che collegava i “Due Principati” (quello di Benevento a nord, e quello di Salerno a sud) e quella proveniente – per mezzo del varco di Codola, da occidente – dalle terre della Pianura Campana ove scorreva la più antica arteria romana della Popilia.

Qui, fin dall’antichità, i Romani esigevano un pedaggio per il transito: il “Rotaticum“. Questa pratica, nel corso del tempo, fece divenire ben presto il “locus” come uno tra i nodi (collegamenti) principali per il commercio, a sud della “Caput Mundi“, proprio a ridosso tra l’antico tracciato della consolare Capua/Regium. La città che ebbe a svilupparsi lungo le pendici ai piedi delle sue mura e il nodo viario, trae la sua fondazione dal villaggio di origine conosciuto col toponimo di “ROTA” a cui si affiancò, successivamente, l’appellativo di “Mercato” proprio perchè qui, all’incrocio di queste due importanti arterie, avveniva un mercato che favoriva il commercio e lo scambio di merci che giungevano da più parti.

Giunti in prossimità del maniero, un originario muro di cinta esterno ed uno steccato immettono attraverso il varco d’ingresso nord-occidentale delle mura e subito compare quello che è l’ambiente più caratteristico di una fortezza medioevale: la Piazza d’Armi. A ridosso del mastio quadrato e sotto il secondo ingresso principale, quest’area veniva sicuramente utilizzata per le importanti operazioni militari di difesa e di attacco. Un perimetro interno viene caratterizzato da piccole “torrette” le quali accoglievano le installazioni di macchine da guerra coi caratteristici camminamenti di ronda, i quali ancora oggi conservano le merlature originali erette tra l’XI e il XII secolo.

Completano la bellezza dell’imponente struttura militare, la “cisterna” per la captazione dell’acqua con galleria interna; la Cappella gentilizia e la principale residenza dei signori.

Camminare tra queste antiche pietre, riporta alla mente i gloriosi fasti di leggendarie battaglie per il controllo ed il governo del territorio. Conoscere la storia di un territorio e tutto l’evolversi delle vicende che lo hanno contraddistinto è importante, e riuscire a testimoniare le sue peculiarità nel trasmette curiosità e stupore, non fa altro che incrementare quel gusto per la scoperta che è insita nella natura umana di ognuno. (tratto dalla guida “CAMPANIA ZAINO IN SPALLA” di©Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate. 6a tappa: Abbazia del Goleto, Lioni, Bosco della Difesa, Caposele, Santuario di San Gerardo Materdomini

Lasciati i silenzi meditativi dell’Abbazia del GOLETO, attraverso campagne e terreni coltivati, per una via interna a Sud si attraversano campi coltivati fino a raggiungere un bivio vicino alla SP 270; si prende a sinistra passando sotto il ponte e si raggiunge la SP 154. Di fronte scende un sentiero che sfiora un filare d’alberi, si volge a destra per campi di ortaggi vicino a una masseria fino a sbucare su una via interna. A sinistra c’è un bivio, si prende a destra attraversando l’area industriale e commerciale di Lioni; così facendo si evita il traffico veicolare che scorre sulla vicina SS 400. Giunti sulla Statale, senza prenderla, s’imbocca la carraia di fronte superando villette e case isolate che si alternano a depositi. Più avanti si è nuovamente sulla Statale, dopo aver superato – in successione – capannoni, case, negozi e villette, fino a giunge ancora sulla Statale.

Già si scorgono le prime case di LIONI (AV), località anch’essa molto colpita dalla tremenda onda tellurica. All’altezza di una rotatoria si sale a sinistra lungo Via Nittoli, superando un distributore e un cinema multisala, fino a una successiva rotatoria (Chiesa di S. Bernardino a sinistra). Completamente ricostruita Lioni ha visto la sua espansione urbanistica protendersi verso le periferie mentre il suo centro storico ruota, da sempre, tra la vivace Piazza San Rocco e la ricostruita chiesa di Santa Maria Assunta, degno esempio di uno splendido recupero architettonico che ha restituito ai posteri la loro amata chiesa; ciò che ricorda i tremendi giorni di 40 anni fa è il suo Campanile, rimasto miracolosamente intatto e per niente scalfito dalla potente scossa.

Continuando avanti per la SP 176 (Viale L. Da Vinci) c’è un’altra rotatoria che, a destra, continua per Via Medaglie D’Oro. Alla prima traversa a destra sulla Statale 400 fino a incontrare, dopo 30 metri a sinistra, una rampa di gradoni (Via Garofalo) che va a sbucare in Piazza V. Emanuele III; qui un leone in pietra fa bella mostra di sé davanti al Municipio, mentre il Campanile che svetta lassù in fondo è quello (unica parte originaria sopravvissuta alla distruzione) della ricostruita Chiesa di S. Maria Assunta a margine di Piazza della Vittoria. Si risale leggermente fino alla successiva Piazza S. Rocco che chiude poco più su. Alla prima traversa sulla destra, presso il Centro Polifunzionale “Pertini” e la locale ASL, si sbuca nella piazzetta A. Moro e si devia a destra per la traversa S. Rocco. Da qui si giunge in Piazza S. Carlo, volgendo a sinistra in lieve discesa si prosegue su Via Roma fino a incontrare, sulla sinistra, una piccola “edicola” votiva ricoperta da piastrelle in ceramica raffigurante S. Giuseppe; la via piega a destra e dopo pochi metri, presso una palazzina a due piani con un bel murales, si prende a sinistra su Via S. D’Acquisto e poi subito a destra su Via Napoli. Percorrendo quest’ultima fino in fondo si raggiunge nuovamente la SS 400.

Si esce fuori dal paese prendendo la strada che supera e attraversa la vecchia linea ferroviaria Avellino-Rocchetta-Candela e subito si penetra in un paesaggio agreste fatto di campi coltivati, stalle, masserie, ampie vedute panoramiche tra l’Ofanto e i monti e le numerose case coloniche che costellano un paesaggio bucolico davvero interessante. Superata la Statale si continua in avanti scendendo per la SP 368 (segnaletica per Laceno e Oppido); dopo il passaggio a livello (sempre aperto, senza sbarre ma fare sempre, e comunque, attenzione) si esce definitivamente da Lioni. Si passa sotto il ponte della SS 7 e si prosegue tra campi aperti, boschi e filari d’albero. Si attraversa Contrada S. Maria del Piano e senza mai lasciare la pista, si giunge a un incrocio. Si lascia la Provinciale che sale a destra e si devia a sinistra per campi coltivati e boschetti con ampie vedute paesaggistiche sui monti Picentini e i crinali della Valle dell’Ofanto. Presso un ponte con balaustre in ferro, a sinistra compare una bella (e antica) cappellina dedita al culto di S. Gerardo.

Si risale a destra attraverso paesaggi agresti di notevole bellezza; case sparse e masserie isolate determinano la skyline di orizzonti dall’atmosfera tipicamente rurale, mentre la via si sviluppa tra ombrose gallerie vegetazionali ed aerei tornanti lasciando spaziare lo sguardo lungo orizzonti che si perdono a vista d’occhio. Il rosso della terra argillosa, passando per il giallo (delle ginestre), fino al dorato dei campi di grano, sono la tavolozza dei colori in cui si rispecchia questa parte di territorio: Valle delle Mole. Presso un bivio ignorare la rampa che sale a sinistra e continuare a destra attraverso le case sparse di Masseria Ciccone. Raggiunti un copioso filare di querce, con vedute paesaggistiche sulla valle dell’Ofanto, si devia a destra (Contrada Bosco) per una via di crinale che scorre tra campi arati e frutteti; da qui si comincia a scorgere, verso Sud, l’alta Valle del Sele. Superati una casa isolata, per la prima deviazione si scende a sinistra attraverso il copioso manto forestale del Bosco della Difesa, in cui è possibile sostare al fresco presso l’area attrezzata (Bosco Difesa) con fontane e tavolati. Si continua lungo questa autentica galleria vegetazionale fino a sbucare (casa colonica sulla sinistra) presso un incrocio.

Da qui ora si scende (per Corso Europa) e si raggiunge CAPOSELE in Piazza Sanità; sulla destra si scende per Corso Europa fino a imboccare Via Roma (palazzina rossa con farmacia a destra). Tra le prime case a monte del borgo, nascono le famose sorgenti che alimentano uno tra i più interessanti corsi fluviali del sud: il Sele. Al successivo bivio si continua a destra sbucando in Largo Di Masi con la ricostruita Chiesa di S. Lorenzo Martire. Più avanti Vico Garibaldi scende a sinistra per Corso Garibaldi fino a quella casa rossa in fondo e a sinistra, per case ricostruite e tinte dai vivaci colori pastello, si giunge al Ponte sul fiume Sele. Appena superati il ponte sul fiume compare a destra un’antica fontana. Dalla fontana, per una casa con cinque croci, parte la rampa (inizialmente in cemento) che conduce, per un sentiero di fede (la Via Sacra) che – dopo ripetuti tornanti – termina proprio davanti al sagrato del poderoso Santuario di SAN GERARDO a MATERDOMINI (AV) concludendo questo Cammino… attraverso le “Terre Violate” (©Andrea Perciato)

(La parte descritta di questo itinerario, completo di illustrazioni, foto a colori scheda tecnica dettagliata e cartina completa del percorso, sono contenuti tra le pagine del libro/guida il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” di ©Andrea Perciato per le edizioni Viesse, Angri (SA) 2020. Per chi desidera ricevere il libro può farne richiesta scrivendo mail a: info.trekkingcampania@gmail.com o whatsapp 339.7456795)

il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate. 5a tappa: Cappella San Vito, Sant’Angelo dei Lombardi, Abbazia del Goleto

Dalla Cappella di S. VITO, verso occidente, parte in discesa la buona traccia di una pista sterrata che porta fin giù a una valletta in direzione di campi e radure erbose. A ridosso di quest’ultima si prende brevemente a destra, si aggira il boschetto e si comincia a salire attraverso distese di campi aperti. Col fondo della pista dal terreno sconnesso (con fango in inverno e polvere d’estate) e sfiorando, sulla sinistra, i pali dell’elettricità divelti dal vento, si risale fino a prendere, sempre a sinistra, la traccia di un sentiero in pietra che consente di tagliare, ed evitare, l’enorme curvone della carraia che piega in senso antiorario; questo sentiero sbuca proprio a ridosso dei ruderi abbandonati di case diroccate, antiche testimonianze di crolli e distruzioni risalenti al sisma.

Camminando tra vallette cespugliose, guadi e rivoli torrentizi appena accennati, piste (fangose dopo le piogge) e sterrati (polverosi durante la canicola), superando ciò che ancora resta – sparsi nelle campagne – delle mura diroccate di case coloniche (e abbandonate) in seguito alla scossa con ante di porte divelte, tetti crollati, solai sprofondati e terrazzini pensili. Senza mai lasciare questa via secondaria che più avanti diviene asfaltata, ed ignorando tutte le deviazioni e la successiva biforcazione a destra, si giunge alle porte di S. ANGELO dei LOMBARDI (tra i paesi più colpiti dal terremoto) proprio a ridosso dell’enorme traliccio della banda larga.

Salendo sulla destra per via Colagallina si raggiunge l’enorme slargo di Piazza F. De Sanctis col viale alberato e la fontana monumentale. Imboccati Via Roma si entra nel cuore del centro storico dell’antico borgo, oggi completamente ricostruito dopo il terremoto, con rifacimenti architettonici che hanno tenuto in considerazione della bellezza delle tipologie edilizie preesistenti. Continuando per Corso Vittorio Emanuele II si scende in direzione della Cattedrale di Sant’Antonio Martire e, proseguendo per via Caracciolo, si sfiora la facciata della Cattedrale fino a transitare per un portico sotto la Torre del Campanile della stessa e sbucare su uno spiazzo panoramico che si espande dal Castello Imperiali fino alla valle dell’Ofanto.

Qui, a differenza di altri centri distrutti, la ricostruzione si è mostrata molto più attenta che altrove nel riuscire a recuperare e rivalutare parti lapidee di antichi edifici dal glorioso passato che hanno fatto conoscere il borgo fin dal lontano Medioevo. Infatti, il cuore pulsante del suo centro antico è stato completamente recuperato lasciando inalterata la sua struttura urbanistica sapientemente inglobata nel reticolo topografico originale. Palazzine rimesse a nuovo, cortili recuperati, così come anche gli antichi portali e i lastricati di vicoli e rampe, basi di colonne e fregi di facciate storiche riposizionate come elementi decorativi più che strutturali. In un’insula all’interno del borgo è stato ricavato – dall’asportazione delle macerie di palazzine crollate – uno spazio ricreativo con arena all’aperto distribuito su più livelli degradanti; un portale ad arco inglobato nelle mura in pietra testimonia l’antico ingresso di una preesistente palazzina, unica traccia evidente del disastroso terremoto.

Dal sagrato della monumentale facciata dai vivaci colori della Cattedrale si prosegue in discesa per Via Belvedere fino al Borgo Piaggio (presenza di una bella fontana) e si guadagna Via Mura delle Monache. Sulla destra presso una casa con veranda in facciata, si scende a sinistra per una via secondaria fino a passare sotto la SP 279. Allo svincolo della Provinciale si volge subito a destra per una interpoderale che attraversa ampi campi coltivati fino a raggiunge una successiva strada. Prendendo ora a destra in lieve salita si è sulla SP 250. Qui, a 80 metri sulla sinistra presso una baracca in lamiera, si devia a destra fino a raggiungere la Strada Statale 400.

Superando quest’ultima, subito a sinistra si scende per una via interna (Contrada San Guglielmo), passando accanto al recinto di una centrale elettrica fino a sbucare su Via San Guglielmo. La vista di quattro tralicci determina il termine della quarta tappa del Cammino proprio sotto le poderose mura dell’Abbazia del GOLETO, splendido e suggestivo complesso monumentale religioso del XII secolo in cui ancora si respira un’aurea di misticismo, estasi e raccoglimento.

(La parte descritta di questo itinerario, completo di illustrazioni, foto a colori scheda tecnica dettagliata e cartina completa del percorso, sono contenuti tra le pagine del libro/guida il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” di ©Andrea Perciato per le edizioni Viesse, Angri (SA) 2020. Per chi desidera ricevere il libro può farne richiesta scrivendo mail a: info.trekkingcampania@gmail.com o whatsapp 339.7456795)

il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate. 4a tappa: Conza della Campania, cappella San Vito di Sant’Angelo

Il luogo ove sorge la moderna CONZA della CAMPANIA nel corso degli ultimi anni, soprattutto durante la ricostruzione post-sismica, è stato studiato da numerosi gruppi di studiosi di architettura e di urbanistica sul come si è evoluta l’espansione urbana del paese nata (e progettata) ex-novo. Dalla bianca scultura marmorea posta al centro della rotatoria di Conza della Campania si transita per il Corso 23 novembre 1980 superando in successione la chiesa, una seconda scultura e una successiva rotatoria. Proseguendo lungo il corso principale verso N, si supera il locale cimitero e si confluisce su una via secondaria; dopo circa 150 metri alla destra c’è un altro bivio con rotatoria.

Ignorando la via che sale a destra, e che conduce a ciò che resta del vecchio paese, si prende a sinistra passando sotto un ponte; lassù in alto prospetta le facciate crollate, òesionate e i ruderi sparsi di ciò che ancora resta dell’antico abitato di “Compsa”. La via prosegue incassata, quasi come una trincea, tra alti muraglioni in cemento lasciando Conza alle spalle. Un lungo ponte di circa 800 metri supera l’alveo del fiume Ofanto generato dalle chiuse della diga che si scorge a sinistra; quel caseggiato lassù in alto sulla rupe a forma “piramidale” sulla destra è Cairano. Un enorme curvone piega a sinistra fino a un bivio determinato da un isolato platano.

Lasciando Conza alle spalle si viene completamente avvolti dalla bellezza paesaggistica di quel curioso slang toponomastico molto usato in questa zona della Campania, meglio conosciuto come la “verde Irpinia”. Si continua a sinistra e appena superati lo svalicamento della diga compare un paesaggio di straordinaria bellezza, quasi bucolico, determinato dallo specchio lacustre (lago di Conza) generato dalla diga.

Tutt’intorno ovunque lo sguardo cattura l’orizzonte si rincorrono una interminabile successione di crinali prativi intervallati da estesi campi di frumento; giù in basso il ponte della ferrovia (Avellino-Rocchetta S.Antonio, Lacedonia) oggi in disuso. A un incrocio si devia a destra e raggiunte due case isolate, con le dovute accortezze (chiedere cortesia di transito) si prosegue attraverso campi arati verso N fino a sbucare presso altre case; qui la pista principale volge a destra risalendo per sparsi villaggi, mentre il cammino riprende a sinistra seguendo per una carraia fino a raggiungere una successiva biforcazione.

Campi di grano e di frumentacee che si perdono a vista d’occhio lungo le dolci ondulazioni di rilievi appena accennati, senza che alcun rumore si percepisca da lontano se non quello del trattore che scorre su e giù per i crinali a sistemare il terreno per le nuove semine; solitari casali distribuiti tra i campi, nuove villette realizzate durante la ricostruzione, isolate masserie con animali da cortile che vagano liberamente tra l’aia e il fienile, attrezzi per l’agricoltura e il lavoro nei campi disseminati un po’ in giro dappertutto. Continuando a destra la sterrata attraversa estesi coltivi distribuiti lungo i declivi della valle tra alberi isolati e campi di graminacee.

Senza scendere oltre al primo incrocio si volge a destra risalendo per un sentiero che attraversa una macchia boschiva e che sfocia su una polverosa sterrata. Al primo incrocio, nel bel mezzo di uno sconfinato orizzonte di crinali prativi che si alternano a campi coltivati, si continua in avanti verso W. Tra frutteti e vigneti la pista continua attraverso le case sparse di Contrada Borraccielli. Il successivo incrocio supera la via principale e risale – sempre verso W per masserie isolate – fino al successivo incrocio con altra strada (baracca in lamiera sulla destra). Senza esitare si continua in avanti per la discesa in Contrada Case Mariani.

E poi ancora recinzioni e filari di vigneti, uliveti da curare e orti da zappare, sono tutte le “cartoline” di un mondo agricolo e contadino che contraddistinguono questa parte di paesaggio splendidamente incorniciata dagli argentei riflessi delle acque del lago di Conza. Continuando sempre verso ponente tra vigneti, campi arati e casette sparse, superando le contrade di Orcomone e la successiva Arcoli si giunge – in direzione W – fino a un bivio. Si continua a scendere a destra per poi risalire fino a portarsi sulla SP 150 che giunge da destra. Si continua ora a sinistra salendo fino a raggiungere la SP 102 proprio sotto l’abitato di Morra De Sanctis.

Si prende a sinistra e, per una carraia che scende a sinistra da questa (evitando il lungo tornante), si sbuca nuovamente sulla Provinciale prendendo lo stradello di fronte che mena attraverso campagne. Raggiunti quella casa visibile sul fondo, alla sua destra compare un sentiero che attraversa prima un boschetto e poi radure sistemati a coltivi, fino a sbucare su una carraia.

Un piacevole saliscendi che ci porta a raggiungere la borgata di SAN VITO (AV) con l’omonima (e antica) chiesa, dai cui secolari cipressi s’apre una terrazza panoramica di inaudita bellezza sullo specchio lacustre del Conza che, si ricorda, raccoglie (e imbriglia) le acque del fiume Ofanto. Dalla Chiesa di San Vito Martire s’aprono ampie vedute paesaggistiche che spaziano sul lago di Conza e la valle dell’Ofanto.

(La parte descritta di questo itinerario, completo di illustrazioni, foto a colori scheda tecnica dettagliata e cartina completa del percorso, sono contenuti tra le pagine del libro/guida il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” di ©Andrea Perciato per le edizioni Viesse, Angri (SA) 2020. Per chi desidera ricevere il libro può farne richiesta scrivendo mail a: info.trekkingcampania@gmail.com o whatsapp 339.7456795)

il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate. 3a tappa: Laviano, Santomenna, Castelnuovo di Conza, sella di conza, Conza della Campania

Dalla piazza di LAVIANO, chiusa da palazzine intorno alla “Fontana del Tritone”, si segue in leggera salita per la SP 381 (direzione Pescopagano) superando una cortina di nuove palazzine. A 300 metri compare, a sinistra, l’antica Chiesa di S. Maria della Libera.

Alle sue spalle ha inizio Via S. Agata che conduce fuori paese; lasciando una prima deviazione che volge a destra e una successiva, sempre a destra, si continua a seguire la strada che serpeggia in salita fino a un incrocio. Volgendo a sinistra ora si scende in precipitosa discesa per la copiosa boscaglia della Guardia; superati il centro del vallone si continua attraverso panoramici saliscendi fino a sbucare sulla rotabile principale (SP 33) che – a destra – prosegue attraverso una sinuosa strada scavata nella roccia in direzione di Santomenna, già ben visibile lassù in alto a sinistra.

Serpeggiando per una copiosa vegetazione tra stradine e piste carraie si raggiunge un ponte da cui si risale fino ad un bivio: lasciando la provinciale a destra, si prende la salita a sinistra che raggiunge Piazza Di Majo, lo slargo centrale di SANTOMENNA (SA) su cui prospetta la monumentale facciata della Chiesa di S. Maria delle Grazie proprio di fronte al Palazzo Municipale, dalla cui terrazza panoramica sull’alta valle del Sele possiamo scorgere, sul fianco del pendio ove sorgeva l’antico nucleo abitato, le vuote abitazioni (non tutte abitate) solo in parte ricostruite e tinte da vivaci colori pastello ben incastrate nella volumetria di spazi aerei distribuiti lungo l’asse di Via Roma. La piazzetta s’apre – come una terrazza panoramica – su tutta l’alta valle del Sele coi monti Picentini che si stagliano sull’orizzonte. Si continua proseguendo lungo la panoramica Via Di Majo fino a un’ampia curva che piega a destra; qui s’apre, a sinistra, la suggestiva skyline sulle principali località che costellano la parte alta della val Sele.

Fuori il paese prospetta, lassù in alto sul crinale, ciò che resta dell’abitato di Castelnuovo di Conza, tra vecchie abitazioni ricostruite e nuovi edifici realizzati ex novo. Superati il Ponte del Diavolo la strada (ora Viale XXIII Novembre 1980) giunge a una prima biforcazione e, poco più avanti, si è in largo Pavera a Castelnuovo di Conza tra le moderne costruzioni del doposisma. Si lascia a sinistra il viale principale e si risale a destra per Via F. Di Donato (oggi Viale Padre Pio) tra filari di platani; a destra compare la facciata di una villa adibita a struttura ricettiva. Proseguendo lungo un tratto panoramico che si perde a vista d’occhio tra l’alto Sele e i rilievi montuosi dei Picentini, si raggiungono le prime case di CASTELNUOVO di CONZA (SA) tra vetuste facciate e portali in pietra di residenze gentilizie.

Dalla rupe ove sorgeva il vecchio nucleo urbano, prospettano le facciate dei vecchi edifici ricostruiti seguendo logiche stilistiche decorative spesso di dubbio valore estetico ma sempre piacevoli da vedere se non altro per le vivaci colorazioni; l’unico denominatore che accomuna queste facciate sono gli ampi vuoti determinati dai balconi e dalle finestre chiuse che stonano con lo sventolio dei panni stesi al sole di chi ha scelto di continuare a vivere tra i ricordi. Il viale termina all’incrocio con un ampio piazzale; si continua ora salendo a destra per quartieri di baracche (in legno) e villini realizzati dopo la ricostruzione. Superando gli agglomerati extraurbani della ricostruzione (casette in legno e container riadattati a villette/cottage) si lascia Castelnuovo e si guadagna il crinale di confine, naturale spartiacque fra il Tirreno e l’Adriatico, tra la provincia salernitana e quella irpina. Raggiunti un successivo bivio (località Perillo, presenza di un fontanino) a monte del paese si prosegue a sinistra in direzione Contrada Sesta uscendo definitivamente fuori da Castelnuovo; lassù, sul crinale, svettano le gigantesche pale eoliche.

Poche decine di metri e si prende la prima deviazione che sale a destra attraversando un paesaggio tipicamente rupestre (Via della Seta), ampio e soleggiato, caratterizzato da terreni incolti, aridi e non sempre curati. La linea dell’orizzonte, proprio sopra i nostri occhi, è costellata dalle pale eoliche che scorrono sul crinale di confine con la Basilicata. Raggiunte le pale eoliche che determinano il profilo orografico, autentiche “sentinelle del vento”, il panorama cambia completamente offrendo alla vista paesaggi bucolici di notevole bellezza: la verde Irpinia e il bacino lacustre del lago di Conza. Finalmente si giunge al cospetto delle “bianche sentinelle di crinale” che – come austeri gendarmi – controllano (e catturano i venti tramutandoli in fonte energetiche) gli incredibili orizzonti che s’aprono a S, verso l’alta valle del Sele, e a N sulla valle dell’Ofanto con l’omonimo lago (Oasi WWF lago di Conza) ricavato dall’invaso; quassù, durante le giornate ventose, le eliche di queste pale fanno sentire il proprio ululato, mentre ripararsi dalle raffiche è impossibile.

Per lieve discesa a sinistra lungo la sterrata, e con lo sguardo su paesaggi di straordinaria bellezza, al primo incrocio si devia a destra scendendo fino a raggiungere la SS 7. Si supera la strada e si guadagna la sterrata che conduce presso alcune case campali. All’ultimo cancello sulla destra, avendo come riferimento i pali della corrente, si prosegue in discesa lungo la traccia di una via vicinale che serve i terreni coltivati e giunge presso alcune case a ridosso di una via interna. Si prende a destra in lieve discesa passando per alcune case e baracche campali poi la strada scivola tranquilla tra silenziosi paesaggi disegnati dal vento e dall’aratro fino a raggiungere un bivio. Per piacevoli saliscendi, si superano vecchie masserie e nuove villette sparse per la campagna irpina fino a raggiungere – volgendo a sinistra – Corso 23 Novembre 1980. Lo si percorre tutto fino in fondo, raggiungendo il centro del moderno abitato di Conza (antica Compsa) della Campania, eretto più a valle dell’antico borgo, i cui resti sono ancora ben visibili sul colle.

Eccolo il nuovo centro abitato di CONZA della CAMPANIA (AV) ove ci accoglie il sindaco che mette a nostra disposizione uno spazio di accoglienza (vecchio centro sociale) per feste parrocchiali e incontri culturali. Qui siamo proprio al centro di quello che ancora si ricorda come l’Occhio del Cratere che scatenò la violenta onda tellurica che distrusse per sempre questi luoghi ed ha termine la terza tappa del Cammino. Una bella scarpinata serale ci consente di raggiungere a piedi la rupe ove sorgeva l’antico abitato di “Compsa” completamente distrutto dal sisma e che ha restituito le antiche tracce della presenza di Roma a queste latitudini; luoghi già frequentati dai Romani che da qui controllavano il transito di merci e carovane lungo la vicina “consolare” Appia; lo spettacolo che offre il tramonto sul lago di Conza è di una bellezza unica.

il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate. 2a tappa: Calabritto, ponte Sele, Laviano

Si lascia Calabritto per il fondovalle. Al bivio posto all’altezza della “Croce” missionaria, presso la fermata bus di viale della Resistenza, si lascia la SP 91 e si scende a sinistra per via S. Vito. Questa strada un tempo menava ai terreni della parte bassa della valle, per campi coltivati principalmente a uliveto, mentre oggi
prospettano – lungo essa – le facciate di moderni edifici costruiti dopo il sisma del 1980. Giunti al primo incrocio, sulla destra compare la moderna struttura di un edificio (centro sociale). Accanto, sempre a destra, si prende lungo via Stati Uniti d’America, arteria che scende leggermente lasciando vedere il lungo viadotto della strada a scorrimento veloce “Fondovalle Sele”.

Al primo bivio si devia a ancora a destra, così come anche al successivo bivio, fino ad immettersi su una rotabile di recente sistemazione che scende attraverso campi ulivati sulla strada principale SP 261 in contrada Ponte Oliveto, accanto al rudere di una vecchia casa cantoniera. Prendendo ora a sinistra si supera il ponte sul fiume Sele e si giunge a un bivio; ignorando la SS 165 che sale a sinistra, si prosegue a destra (enorme area di materiali estrattivi per edilizia) fino a quattro giganteschi alberi (2 platani e 2 querce) che sono a destra della strada. Continuando sempre lungo quest’ultima si giunge alla base dei piloni della “Fondovalle Sele”, si lascia la via principale e si volge a destra per un viottolo sconnesso, inizialmente cementato, che scende fino ai margini del fiume.

Si piega a sinistra passando sotto il viadotto e, spostandosi di poco a destra, si arriva al ciottoloso greto di un torrente in secca. Guadagnati la sponda opposta, si segue la labile traccia di una carraia che risale attraverso il bosco fino a raggiungere un gruppo di case isolate, circondate da campi arati e seminati a foraggio. All’altezza di un gande traliccio si continua a destra sempre sulla sterrata che attraversa, e supera, ampie distese di campi coltivati. Ancora un’altra casa rurale e la pista ora sale diretta fino a raggiungere la SP 9e che collega Valva a Laviano. Qui, due grossi cippi in pietra sono posti all’ingresso della pista. A circa 50 metri nella curva a destra, presso due enormi querce, sulla sinistra parte uno sterrato che risale lungo pendici avvolte da copiosa vegetazione.

A circa 400 m, sulla sinistra parte la traccia di un buon sentiero che mena attraverso il bosco; giù in basso una cava per estrazione di pietrame per uso edilizio. Questo sentiero, dopo aver guadagnato un lieve pianoro erboso continua per piacevoli saliscendi e, senza mai lasciare la pista principale, giunge a un bivio nelle vicinanze di una struttura adibita ad agriturismo, circondato da vigneti e uliveti. Si continua prendendo la strada in discesa a destra attraverso il solito ambiente caratterizzato da masserie sparse e case isolate che si alternano a capanni in cemento e baracche in lamiera; la visione di un paesaggio solo in apparenza placido e silente, circondata dalle modeste – ma pur sempre brulle ed aspre – cime appenniniche a ridosso della vicina Lucania. Al terzo bivio si volge a destra (ringhiera color verde), sfiorando quelli che per anni sono stati i campi – località Ponte S. Donato – con baracche in legno e tettoia in lamierino, che hanno ospitato e dato ricovero agli scampati del sisma del 1980, fino a sbucare sulla SP 381 nei pressi di un ponticello.

Volgendo a destra, appena superati quest’ultimo, si prende subito a salire sulla destra fino a raggiungere la Provinciale all’altezza di una cappellina. Proprio da qui, sulla destra, parte un sentiero che consente di superare i primi tornanti e si ricongiunge alla Provinciale, ora indicata anche come via F. Tedesco. Risalendo per questa, al successivo 3° tornante, sulla destra parte la ben evidente traccia di un sentiero che risale, aggira e raggiunge – attraverso un boschetto – la bianca pista carraia che cinge quel che un tempo era il perimetro del borgo da cui prospettava l’antico caseggiato di Laviano, oggi… completamente raso al suolo. Nuovi casermoni in cemento armato, dai colori pastello e tecnicamente ben rifiniti, eretti in luogo del vecchio abitato, hanno preso il posto delle strette viuzze, degli antichi portoni e delle palazzine rurali; elementi destinati ad essere popolati, ma che sono ancora completamente disabitati. Raggiunti la vicina rampa di gradoni si sale ai ruderi del poderoso Castello di Laviano, meta finale della seconda tappa del Cammino.

il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate. 1a tappa: Oliveto Citra, Senerchia, Calabritto

“voltare pagina spesso conviene… ma è cambiando le prospettive, che fanno della meta… il principale obiettivo da raggiungere!” (Andrea Perciato)

La partenza da OLIVETO CITRA (SA) ci riserva la curiosità delle anziane donne a sbirciare da dietro le ten-dine delle finestre incuriosite dal nostro vociare nel sotto piazza Garibaldi sul tornante di Via Vittorio Emanuele II. Il cuore del centro storico sostanzialmente non ha subìto evidenti trasformazioni, la ricostruzione ha in-teressato più che altro la risistemazione di vecchi edifici che ruotano intorno al Castello Guerritore e l’ampliamento di servizi a sud dell’abitato.

Dalla Piazza del Monumento ai Caduti di Oliveto Citra si prende Via Bellini aggirando la sua periferia nord ed uscendo dal centro abitato. Lungo la panoramica strada sono possibili ammirare i campi, le case isolate e le masserie sparse che caratterizzano il paesaggio dell’alta valle del Sele. La via confluisce fuori paese sulla SP 9b. Volgendo a destra si passa accanto a caratteristici archi in pietra (vecchia canalizzazione aerea per l’acqua!) e si giunge presso il locale cimitero. Lasciati la Provinciale, si prende a destra del cimitero per Via Vicinale Serra di Calice continuando lungo piacevoli scollinamenti che lasciano scorgere ampi paesaggi su una vasta fetta di territorio che si espande dagli Alburni ai Picentini. A un primo bivio si prende a destra (sempre su Via Vicinale Serra di Calice) ma – attenzione – si resta sempre sulla destra attraverso paesaggi agresti. Dopo un km, a un successivo bivio, si devia scendendo a destra e dopo un altro km, al bivio si volge a sinistra risalendo sulla Strada Comunale Spaccatore. Ad appena 150 m si prende a destra e superando un gruppo di case si guadagna Strada Acquabianca.

Mantenendosi su questa, mentre la via curva a destra, dopo circa 1,2 km sulla sinistra si sale per una strada seguendo le indicazioni (segnaletica) che portano all’ingresso dell’Oasi WWF di Valle della Caccia. Giunti sulla Strada della Selva l’accesso all’Oasi e a mezzo km scendendo a sinistra, mentre il cammino prosegue a destra risalendo per la tortuosa (ora chiusa e impraticabile) Strada della Selva, con piacevoli saliscendi che – poco alla volta – lasciano scoprire inedite visioni paesaggistiche su estesi campi coltivati e animali che pascolano liberamente. Al termine della salita il cammino ora si immette sulla Strada della Caccia; volgendo a sinistra, ad appena 70 m, si prende subito a destra per Via Serrapiano percorrendola tutta fino ad incrociare un sentiero (segnali CAI) che giunge dalla sinistra. Si prendere la direzione che sale a sinistra per un tratto roccioso che sale fino ad una croce in ferro tinta in bianco; il sentiero sbuca tra le case diroccate dell’antico abitato diSenerchia, e per vicoli, ponticelli e stradine in pendenza sfocia nella nuova Piazza V. Emanuele III, al centro di Senerchia, tra quella parte di abitato di recente costruzione e la parte vecchia del paese ove ancora persistono le testimonianze del sisma dell’80.

Giungere a SENERCHIA (AV) attraversando le mute pietre delle case diroccate distribuite tra le rampe, i vicoli e i portali del suo vecchio Borgo medioevale, ci riporta alla mente di quanto doveva essere bello e accogliente questo centro nella valle del Sele, ove sembra ancora di ascoltare il vociare delle anziane donne dirimpettaie che si raccontavano gli eventi dalla ringhiera di un terrazzino al davanzale di una finestra; mentre oggi, sono numerosi gli edifici ricostruiti o realizzati ex novo, ma tutti completamente vuoti. La piazza è delimitata da aiuole, panche e muretti con una scultura avveniristica, quasi una gigantesca clessidra di colore azzurro, al centro di una vasca. Mentre più in là, un arco squadrato in cemento sorregge una struttura in ferro (come il traliccio di un campanile) con al centro un orologio fermo con le lancette sulle ore 19,34 a memore ricordo di quella lontana tragedia del 1980: margine della struttura sono scolpiti, su una lastra marmorea, i nomi degli abitanti che quella sera persero la vita. A poche decine di metri, e dopo la moderna struttura di un anfiteatro realizzato in pietra bianca, è ben visibile – in tutta la sua cruda realtà – ciò che resta della parte antica del paese con le case crollate avvolte da silenziosi spazi abbandonati da tempo, frammenti di una lontana quotidianità violati per sempre; mentre lassù in alto, le antiche pietre del maniero che sovrasta la Chiesa di San Michele sorvegliano – a imperitura memoria – l’abitato e la valle sottostante. Dalla piazza compare una rampa che risale fino a portarsi su Via Castagni. Ora da qui, senza mai lasciare quest’ultima, si attraversano le case dei nuovi quartieri e si lascia alle spalle l’abitato di Senerchia imboccando la Strada Comunale (vecchia interpoderale) che mette in collegamento Senerchia con Calabritto.

Una lunga e piacevole sgroppata attraversa ampie distese di terreni sistemati a uliveti, case sparse, masserie isolate, macchie boschive, filari di vigneti. Per ampi terrazzamenti ulivati si raggiunge CALABRITTO (AV) completamente trasformata della sua ricostruzione, ma avendo mantenuto – sostanzialmente – i punti cardini della vecchia tipologia urbanistica. Senza mai lasciare questa si giunge finalmente a Calabritto, proprio a ridosso della SP 91, meglio conosciuta come Viale della Resistenza; volgendo a sinistra del viale, di fronte compare il monumento ai caduti. Il cammino risale a destra su Via S. Allende superando cortine di nuovi edifici, una panoramica piazzetta sulla destra e l’edificio delle Scuole Elementari a sinistra fino a raggiungere l’imbuto di Corso F.lli Cervi e sbucare – definitivamente – in Piazza G. Matteotti.

La piazza funge sempre da punto cardine anche se l’abitato – un tempo raccolto tra la piazza e la chiesa madre – per le nuove esigenze urbanistiche, è stato suddiviso in più nuclei residenziali disgregando quell’assetto sociale di unità andato per sempre in frantumi all’indomani del sisma. In un angolo della piazza è ben visibile una scultura in ferro che simboleggia ciò che qui accadde durante il sisma del 1980. Moderni edifici circondano il periplo della piazza e, laddove compariva il quartiere “alto” da cui svettava la Torre con l’orologio, oggi c’è un grosso albero con panche e aiuole che immette – su Via Roma – attraverso una moderna teoria di bassi edifici che prospettano su lunghi porticati. Percorrendo Via Roma fino in fondo si sbuca nell’ampia Piazza Papa Giovanni XXIII su cui prospetta, a destra, il moderno edificio della Chiesa principale del paese nella cui facciata è stato incastrato l’originale portale in pietra della chiesa distrutta dal terremoto. Tracce del passato sono l’antico portale in pietra della chiesa e vecchie traversine in ferro divelte riutilizzate come scultura; qui in piazza veniamo accolti dal rappresentante (Saverio Perna) di una locale associazione di promozione territoriale e invitati a deporre un fascio di fiori sulla lapide che ricorda le vittime causate dal terremoto mentre il sindaco (Gelso-mino Centanni) ci riceve nell’aula consiliare per un saluto di benvenuto. Qui ha termine la prima tappa del Cammino.