Hrad DEVIN Castle (Slovensko, Slovacchia), a picco su uno storico confine…!

Erto su una roccia a picco oltre i 200 metri alla confluenza di importanti fiumi come il Danubio e il Morava; estremo lembo di quello che fu un grande impero europeo e massima espansione occidentale del regno ungarico; storica rotta fluviale (e terrestre) per il commercio delle pregiate pietre di ambra; linea di confine e punto cruciale di quella che fu la “Cortina di Ferro” che determinò la massima espansione sovietica nei decenni post-bellici, durante il lungo periodo della cosiddetta “Guerra Fredda”, verso occidente ai margini dell’Europa; simbolica (e pericolosa) via di fuga per la libertà verso quell’Europa che poco alla volta risanava le sue ferite; porta d’ingresso alle propaggini dei Carpazi sud-occidentali… I luoghi e i momenti, succedutesi nel corso del tempo, determinano la storia di questo castello: HRAD DEVIN, un ginepraio di pietre, pareti diroccate, passaggi su più livelli, torri arroccate su precipizi, mura merlate, terrazze sospese nel vuoto… mentre laggiù scorre – lento e silente – il Danubio che accoglie la confluenza delle acque del Morava. Tra le prime presenze in queste terre si ricordano i Celti; poi i Romani da qui riuscivano a controllare i confini orientali della propria espansione; successivamente gli Slavi eressero questa temuta fortezza determinando – nel corso dei secoli – il confine occidentale del Regno d’Ungheria. Più volte conquistato, senza alcun motivo fu raso al suolo dai francesi di Napoleone nel 1809.

Il luogo legato all’impero della Grande Moravia, e lo stesso castello, trasudano di profonda fede e di spiritualità, tant’è che tutta l’area – tra il fiume, la confluenza dei due corsi d’acqua e la rupe da cui si erge il maniero – risulta essere sacra per l’intera popolazione slovacca. Infatti qui vennero accolti e trovarono ospitalità i santi “fratelli” di Salonicco (in Grecia) Cirillo e Metodio che portarono un grande patrimonio di profonda fede, preghiera e religione. I fratelli, giunti qui nel 863 per professare la fede, hanno svolto un ruolo chiave nel diffondere la liturgia – creando l’alfabeto “glagolitico” – il più antico alfabeto slavo conosciuto, riuscendo ad ottenere anche il consenso del Papa, per l’utilizzo dell’antica lingua slava come lingua liturgica. La giornata non è tra quelle ideali, il meteo non minaccia pioggia anche se i basoli e i selciati lungo le strade sono completamente bagnati, ma ciò che non rende esaltante la giornata escursionistica in programma, è quel fastidioso e copioso manto di bruma che sfiora – con i suoi bassi cumuli composti da coltri di nebbie e manti ovattati di foschie – le superfici più elevate tra le colline, i boschi e i campanili. Fortunatamente, per quanto sia possibile, la visibilità è accettabile, ma la stessa non rende giustizia alla bellezza del posto anche se nel complesso si ha una percezione indiretta di ciò che si va a conoscere e scoprire. Un ampio piazzale s’apre alla base della rupe da cui si ergono le mura di ciò che resta di quello che un tempo era un poderoso castello di Devin.

In breve si accede attraverso la porta occidentale della cinta muraria, determinata dai resti di due torri cilindriche. La pista principale, poco alla volta ascende verso una lieve altura; sulla destra, in alto, i resti del castello sono già ben visibili. Molte sono le leggende che circondano queste antiche rovine; una di esse racconta la triste storia di una fanciulla del posto che, rinchiusa in una delle torri, si tolse la vita gettandosi tra i dirupi. Le parole Devín o Devinka identificano un erto punto di osservazione, e la comune radice “div” (spirito maligno) determina un luogo infestato da spiriti maligni; in slavo, tradurre la parola “Devin” (originariamente Dowina), significa “ragazza”. Pertanto Devinsky Hrad (in ungherese) o Hrad Devín (in slovacco) indicava, appunto, il “Castello di una ragazza”. Seguendo la traccia si giunge a un primo incrocio che s’ignora, puntando ancora verso sud (resti di edifici sparsi sulla sinistra) fino a giungere nei pressi di una muratura merlata con porta arcuata; da qui si risale lungo il ripido pendio a destra fino a guadagnare un rilievo collinare da cui s’apre – come una terrazza panoramica – uno splendido scorcio paesaggistico sul corso del più romantico corso fluviale europeo: il “Dunaj” (Danubio). La sponda opposta che si staglia sull’orizzonte è territorio austriaco e la zona alla confluenza dei due fiumi (Morava e Danubio) sotto le rupi di Hrad Devin è molto suggestiva. Qui le acque sono sempre state molto basse e l’occidente era distante solo qualche decina di metri; conosciuta come la “Porta della Libertà” (Brána Slobody), nella Cecoslovacchia comunista l’area (off-limits) era cinta da filo spinato.

Ciò di cui rimane oggi del castello, la cui pianta è molto irregolare, si sviluppa lungo due rupi ravvicinate e suddivise dalla spianata che ruota intorno a un pozzo. Si accede alla spianata attraverso i barbacani del maniero: sulla sinistra le spettrali mura diroccate che – come un labirintico passaggio – chiudono il margine meridionale della rupe, conducono ad un terrazzino circolare che s’apre, nonostante la persistente foschia, su un bellissimo scorcio paesaggistico sul Danubio. Da qui si percepisce l’importanza del luogo e della sua posizione; da un punto di vista strategico, il castello stesso era la protezione naturale della Porta di Devín, l’ingresso geografico che immette al bacino dei Carpazi. L’ampio corso del Danubio determinava la direzione di un’importante via commerciale continentale tra l’est e l’ovest. Siamo esattamente alle porte dell’Europa (lungo il confine tra Austria e Slovacchia) e, riconducendo i pensieri alle memorie storiche di questi territori durante il corso degli ultimi secoli, rivengono in mente i tempi passati: dalla presenza dei Bizantini, per le invasioni Turche fino alla repressiva chiusura della Cortina di ferro. Anche se il tutto resta circoscritto in poche centinaia di metri, intorno non c’è niente, solo aperta campagna e boschi, ma il panorama – nonostante la scarsa visibilità – risulta essere molto suggestivo. Nel volgere di pochi minuti di cammino, superando nuovamente la spianata, risalendo e portandosi verso il margine settentrionale della rupe, si raggiunge il punto più elevato della rocca (210 m) a picco sul fiume; qui s’apre una terrazza circolare che domina i due grandi fiumi europei: Danubio e Morava.

Il fascino di un paesaggio bucolico che sembra, incredibilmente, essere uscito dal quadro di un artista impressionista; la bruma che ci ha accompagnato – per tutto il tempo – durante la giornata escursionistica; le voci, le lingue e i dialetti di tutto il mondo (dalla Cina al Sud America) che, come fossero accompagnate dal vento, s’incrociano sul ciglio di questa rupe, lasciano facilmente intuire quanto sia grande l’interesse (per curiosi e appassionati), o semplicemente per godere solo delle bellezze naturalistiche e ambientali nel conoscere e scoprire questo angolo nel cuore dell’Europa orientale che tanto ha significato durante lo scorrere del tempo. Da quassù è possibile restare per lungo tempo incantati dalla grande bellezza in cui ci si trova al cospetto di un paesaggio davvero unico nel suo genere; un viaggio a ritroso nel tempo che vale davvero la pena di vivere. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

PALERMO (Sicilia), l’altra “capitale”… quattro passi nel suo centro storico tra suoni, gusti, incanto, sapori, voci, stupore e profumi

(dedicato a tutti i miei cari amici siculi!)

Provate a camminare in una città calorosa, solare, vera, autentica… attraverso un mondo bellissimo, fatto di cultura, di profumi, di storia, di sapori, e di stuzzicanti curiosità. Compiendo una intensa camminata nel centro storico di questa II “capitale” di un Regno si avverte di come questa abbia determinato le sorti ed abbia scritto la storia nel Mediterraneo: PALERMO. Il suo Cento Storico ci accoglie in un viaggio che, per magia, ci trasporta indietro nel tempo. Il cuore pulsante del suo Cento Storico ci guida attraverso un muoversi spazio/temporale; un camminare curioso osservando ogni angolo della città, quasi come di sentirla, di immaginare ogni singolo passaggio delle diverse culture che l’hanno caratterizza nel tempo in un vortice di storia, che s’intreccia tra curiosità e aneddoti legati alla sua vita. Grazie alla sua millenaria storia Palermo possiede uno straordinario patrimonio artistico e architettonico di elevato spessore culturale: splendidi edifici storici, palazzi barocchi, templi grechi, teatri neoclassici, ville e stupende chiese. Diversi sono gli stili decorativi che si rispecchiano lungo gli assi viari principali, tra cui via Maqueda che consente di passeggiare tranquillamente ammirando le chiese, i palazzi e i tanti negozi, tra cui quelli bellissimi che espongono le tipiche ceramiche.

Ecco allora riflettersi lo stile “liberty” che – spesso – si accosta al barocco, lo stile normanno che si alterna a quello arabo, più ancora altri stili che sono tutti da scoprire passo dopo passo. Si va alla scoperta di quello che, forse, è l’animo più vero (e poco conosciuto) della Sicilia, esplorando quello che – forse – è il lato più autentico dell’intera città, attraverso la conoscenza di: chiese (in pietra rosa); palazzi gentilizi e nobiliari. Numerosi sono gli edifici sacri e laici d’origine medioevale che si alternano in vivacissime piazze ricolme di gente; mercati rionali che brulicano di bancarelle ove l’urlo dei venditori si rincorre, tra spezie e tipicità locali, come il richiamo alla preghiera da un minareto in un suk arabo, esaltando le prelibatezze che esaltano il gusto e stuzzicano il palato dei più curiosi; vivaci fontane ornate in marmo bianco. Muovendosi dal classicheggiante piazzale del Teatro Politeama, s’imbocca via Ruggiero Settimo fino a guadagnare il bel rettifilo di Via Maqueda (o Makeda). Scrutando ogni possibile angolo che attiri la nostra curiosità, s’apre lo slargo di Piazza G. Verdi in cui giace, alla sua destra, l’impianto settecentesco del Teatro Massimo. Proseguendo ancora per Via Maqueda, si giunge in quello che viene considerato il “vero” centro della città e del suo centro storico: la Piazza dei Quattro Cantoni”, conosciuta anche come Piazza dei “Quattro Canti”, Piazza “Vigliena” o Piazza “Villena”, oppure ancora “Ottagono del Sole”.

Insomma mille nomi per una piazza (“Quattro Cantoni”, “Vigliena” o “Ottagono del Sole”) tutta da scoprire, da conoscere e – soprattutto – da fotografare. Una piazza ottagonale che sorge all’incrocio di 2 importanti viali: Maqueda e Cassaro (oggi via Vittorio Emanuele). Il curioso incrocio di Piazza Vigliena trae la sua origine dall’appellativo dato al principio: il nome esatto è Villena in onore del vicerè Pacheco de Villena y Escalon, ma le antiche fonti ricordano questo incrocio anche come Ottangolo o Teatro del Sole perché durante le ore del giorno almeno una delle quinte viene illuminata dal sole; fotografarla dal basso la prospettiva restituisce la visione di un ottagono perfetto. I suoi quattro cantoni sembrano dei palcoscenici; quattro storici palazzi dalle facciate convesse tutte uguali che ospitano, al centro, le bellissime fontane sormontate dalle statue raffiguranti le quattro stagioni. La piazza (degli inizi del XVII secolo in puro stile barocco), questo particolare centro (nel centro) cittadino, costituito dall’accostamento di quattro quartieri (il Monte di Pietà/Seracaldaio, la Loggia, la Kalsa e l’Albergheria) che confinano – appunto – con i Quattro Canti, nel punto (centro) esatto in cui vanno ad incrociarsi anche le due suddette vie: Maqueda e Corso V. Emanuele, un fondamentale punto di snodo. Poco più avanti s’apre, sulla sinistra, l’ampio palcoscenico urbano che accoglie Piazza Pretoria, con al centro – di poco elevata al di sopra di una gradinata – la monumentale Fontana Pretoria, conosciuta anche come Fontana della Vergogna, costruita (e qui collocata) in puro stile rinascimentale nella seconda metà del XVI secolo.

Ancora pochi metri e si sbuca in Piazza Bellini ove si stagliano, in tutta la loro imponenza, la Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio e la singolare chiesa di San Cataldo; la prima (in puro calcare/arenaria rosa) con una bella Torre della metà del XII secolo, dalle singolari bifore che si eleva evidenziandosi per i suoi stili bizantino, normanno e barocco al di sopra di una gradinata; la seconda, riconoscibilissima per le sue tre cupole rosse “allineate”, eretta verso la metà del XII secolo, lascia scorgere stili decorativi e architettonici che vanno dal bizantino all’arabo/normanno. Via Ponticello e, successivamente, Via Casa Profesa, sono due arterie minori che, distaccandosi sulla destra immettono in uno dei luoghi “cult” della capitale peloritana: l’incredibile Mercato storico di Ballarò. Immergendosi nel cuore della Palermo più “verace” si entra in stretto contatto con le tradizioni locali, soprattutto in quelli che sono l’anima pulsante, dalle caratteristiche e dal folclore più evidenti dei due mercati più antichi della città: il “Ballarò” e la “Vucciaria” (o “Vucciria”). Sono luoghi, questi, deputati alla degustazione di uno dei cibi di strada più amati della città: il pesce appena pescato preparato al momento in tutte le sue possibili varianti. Camminare tra le bancarelle che espongono – con incredibili geometrie in apparente equilibrio – è un’apoteosi del gusto, ove i profumi densi delle fritture di pesce, si amalgamano con quelli aromatici delle spremute di melograno; un suk magrebino o un bazar di Medina non saprebbero offrire di meglio!

Guadagnati piazzetta Naso si percorre, in tutta la sua interezza, il vicolo Case Nuove avvolto nella sua misteriosa ombra, sicuro riparo dalla canicola; qui, su un muro a destra di una casa, compare il singolare dipinto (quasi un affresco) che raffigura la Santa “patrona” di Palermo, Santa Rosalia, che – affacciandosi dai crinali del monte Pellegrino – dispensa fiori (rose) benedicendo i devoti che a lei si rivolgono in preghiera; anche noi, come segno di rispetto e osservanza del padrone di casa che giace sulla soglia, ci fermiamo ad omaggiare con un saluto questa importante figura religiosa venerata in tutta la Sicilia. Sbucati nuovamente su Via Maqueda, il percorso a ritroso ci riporta nuovamente verso la Piazza (Vigliena/Villena) dei “Quattro Canti”, per poi proseguire sul C.so V. Emanuele, superare Piazzetta Bologni col piedistallo da sui s’impenna la regale statua di Carlo V, fino a sfociare nell’immensa spianata da cui prospetta – sulla destra – l’imponente facciata (col suo ingresso principale) della Cattedrale di Santa Rosalia. In essa sono raccolte le spoglie della Santa patrona di Palermo. Dichiarata Patrimonio mondiale dell’UNESCO ed eretta nella seconda metà del XII secolo, in essa si riscontrano stili decorativi, plastici e architettonici che si rifanno al periodo bizantino, romanico, normanno, islamico, gotico e – specificatamente al suo interno – rinascimentale, barocco e neoclassico.

Percorrendo brevemente Via Bonello, si sfiora la possente struttura del Palazzo della Diocesi che s’affaccia sulla Piazza Indipendenza nella splendida cornice dei giardini di Villa Bonanno determinati dalle geometriche aiuole che raccolgono varietà botaniche di numerose specie arboree. Sul lato opposto chiude – come una gigantesca muraglia di mattoni rossi – il monumentale Palazzo dei Normanni (eretto nel IX secolo è, anch’esso Patrimonio mondiale dell’UNESCO) che oggi è sede permanente della seduta della giunta Regionale siciliana. Il palazzo accoglie, al suo interno, la Cappella Palatina (eretta nella prima metà del XII secolo) che si distingue per i suoi stili arabo/normanno/bizantino. Nuovamente in cammino lungo il C.so V. Emanuele, qui si alternano, con vivaci colori, i numerosi negozietti di souvenir che si alternano a fugaci fast-food, negozietti di antiquariato locale, librerie, laboratori di ceramiche e diverse botteghe di produzioni artigianali come quelle del cuoio. La skyline delle facciate di antichi palazzi e dimore storiche che prospettano sulla strada ogni tanto viene interrotta dai bellissimi giardini e i cortili interni di questi edifici. In prossimità del porto s’apre la Piazzetta delle Dogane determinata dalla presenza dell’antica Chiesa di Santa Maria della Catena, dalla facciata in calcare ed arenaria si esprime per il suo stile gotico/catalano e rinascimentale facendo risalire la sua costruzione tra il XV e il XVI secolo.

Eccoci finalmente giunti sul margine del porticciolo, sovrastato dalla mole di monte Pellegrino, che accoglie le barche da diporto tutte ancorate agli ormeggi e disposte ordinatamente una accanto all’altra. Guardandosi intorno lungo la facciata di un moderno edificio color ocra, giganteggia un murales che raffigura il volto di due tra i più “iconici” personaggi (uomini delle istituzioni) che negli ultimi decenni del XX secolo hanno determinato la storia della città e dell’intera isola col loro impegno nella lotta alla mafia: Falcone e Borsellino che sussurrano tra loro. Poche decine di metri ancora a spasso lungo il margine del porticciolo sul lungomare della ‘A Cala e si sfocia su una piccola spiaggetta dal bianco arenile – l’antico Porto Borbonico – e dai fondali ciottolosi in cui si rispecchiano le numerose tinte di un mare sempre trasparente e così incredibilmente azzurro; uno scorcio paesaggistico sulla costa che va a chiudere, in un’autentica cornice ambientale, questo meraviglioso e intrigante giro a piedi attraverso le bellezze del centro storico di Palermo. Ciao Sicilia “bedda”… alla prossima! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

JERUSALEM (Israele), “Città Santa” per eccellenza e capitale “contesa” da millenni di pregiudizi e incomprensioni, di odio etnico e sopraffazioni…

(immagini e report di un viaggio a piedi compiuto 4 mesi prima del 7 ottobre 2023)

Camminando attraverso le sue strette viuzze, i porticati, i millenari lastricati in pietra calcarea e la presenza di tracce di un “qualcosa” che cambiò – per sempre – il volto della storia, abbiamo cercato (almeno in parte) di scoprire la magnificenza di questa città… unica al mondo! All’interno delle mura della Città Vecchia di GERUSALEMME si celano monumenti ed opere d’arte d’incredibile bellezza, simboli della fede e tradizioni religiose che qui si perpetuano da millenni, così come l’archeologia e la storia che ci coinvolge e ci appassiona. Camminare tra i vicoli, le rampe, i basoli (calpestati da oltre 3000 anni), i portali, gli androni, i cunicoli e i supportici della Città Vecchia è come provare ad ascoltare il battito pulsante del cuore di questa incredibile città che sembra davvero essere l’autentico “centro del mondo”.   Un melting-pot fatto di popoli, razze, dialetti, usanze, colori, profumi, suoni, costumi, credi e religioni che caratterizzano la capitale (contesa da millenni) dei Palestinesi e degli Ebrei; ed è proprio qui, a Gerusalemme, che elementi, valori, sensazioni e pensieri sono qualcosa che difficilmente si trova in qualsiasi altra parte del mondo. Per come è complessa e diversificata la coesistenza in questa città/capitale (“santa” per almeno sette diverse fedi religiosi), indipendentemente dal proprio credo, le emozioni che si provano calpestando queste bianche pietre (in calcare) levigate dal tempo e sfiorando con le mani pareti intrise di fascino e mistero, sono incredibilmente intense e difficilmente esprimibili a parole. In meno di 2 kmq, la Città Vecchia è – da sempre – divisa, storicamente e culturalmente, in “Quattro Quartieri” residenziali: Armeno, Cristiano, Ebraico e Musulmano che costituiscono l’essenza della città. Quattro mondi fra loro ben distinti ma attigui, che sconfinano l’uno nell’altro senza i limiti di barriere fisiche.

Altra grande attrazione della Città Vecchia sono le sue porte d’accesso, ognuna con una storia particolare. Qui, il contrasto delle culture nella Città Santa è più palpabile che mai nei quattro quartieri della Città Vecchia, ognuno con un colore, un aroma e dei suoni diversi. Visitare la Città Vecchia di Gerusalemme è il modo migliore per scoprire il fascino della città, sia a livello monumentale che culturale. I contrasti tra i quartieri e il multiculturalismo della città si respirano in ogni strada, dove convergono musulmani, ebrei, pellegrini cristiani e turisti, camminanti, viaggiatori e viandanti da tutto il mondo. Qui è possibile godersi la tranquilla atmosfera del quartiere armeno, oppure immergersi nel vivace suq del quartiere mussulmano, o essere destati dal rintocco delle campane del quartiere cristiano, oppure camminare per le strade d’impianto romano del quartiere ebraico; e il tutto… racchiuso in circa un chilometro quadrato! Questi quartieri accolgono le famiglie di quattro diverse comunità, ognuna con una forte identità culturale che si evince nel modo di vestire della gente e nell’architettura degli edifici, così come si distingue nei suoni o si percepisce nei profumi di essenze aromatiche che impregnano l’aria di ognuno di questi. Entrare e camminare attraverso l’intricato reticolo di vicoli e stradine nella Città Vecchia significa compiere un viaggio indietro nel tempo di oltre 3000 anni e poter sentire, comprendere, vedere, e (quasi) toccare con mano i contrasti di questa “Città Santa”, presenti in ogni angolo, nascosti dietro ogni spigolo o nel buio di portoni di cui non s’intuisce il fondo. La matrice antropica di questi quartieri è esistita per millenni rappresentando – fino al 1860 – la massima estensione dell’intera area urbana. Le mura che la circondano furono erette, nel 1538, dal sultano Solimano il Magnifico con l’intento di proteggere il perimetro della città. Contesa dai diversi conflitti che l’hanno accompagnata per secoli, la Città Vecchia di Gerusalemme è la zona più bella e intrigante della capitale israeliana.

Andando a conoscere più da vicino questi quartieri, scopriamo il “Quartiere Armeno” situato nella parte sud-occidentale della Città Vecchia. Esso è il più piccolo dei quattro e contiene il minor numero di residenti. La maggior parte del quartiere è costituita da un’area privata chiusa di proprietà del monastero armeno e circondata da mura. Per intuizione emotiva lo considero il quartiere più “tranquillo”, con circa 500 membri, ed è anche il meno conosciuto, pur essendo presente nella Città Santa da secoli. Qui è possibile scoprire la bellezza delle interessanti botteghe artigianali di ceramica, del legno scolpito, dei vimini, delle cantine, oltre a piccole cappelle e musei sulla storia degli armeni in città. C’è poi il “Quartiere Cristiano” ubicato nella parte nord-ovest della Città Vecchia. Il quartiere ospita la Chiesa del Santo Sepolcro, uno dei luoghi più sacri della cristianità mondiale. Esso si estende tra la Porta di Damasco, la Porta Nuova e la Porta di Giaffa, ed è il secondo più antico della città. Attraverso il reticolo delle sue stradine molti pellegrini iniziano la Via Crucis seguendo gli stessi passi compiuti da Gesù, arrivando al tesoro del quartiere cristiano: il Santo Sepolcro. La basilica è il luogo più sacro per i cristiani ed è uno dei monumenti più visitati di Gerusalemme. Il quartiere cristiano è la zona più visitata della Città Santa, un crogiuolo di commercio, cibo da asporto e spiritualità. Entrando nella Città Vecchia attraverso la Porta di Jaffa, si percorre una lunghissima e stretta via in discesa dove si sussegue un’infinità di botteghe e negozietti che propongono chincaglierie, souvenir e tanto altro ancora di ogni genere.  Questa via conduce alla Chiesa del Santo Sepolcro, il luogo più sacro per i cristiani. C’è poi “Quartiere Ebraico” che si espande nella parte meridionale della Città Vecchia abitato per secoli da Ebrei.

Il quartiere ebraico fu distrutto durante la guerra del 1948 ma ricostruito dal governo israeliano dopo il 1967. Entrando dalla Porta del Letame, il quartiere ebraico è la parte più elegante della zona fortificata. Le sue vie sembrano immerse in una calma e una tranquillità interrotte solamente da qualche ebreo ortodosso (riconoscibili per il particolare abbigliamento) che avanza di fretta, schivando turisti e pellegrini. In esso sorgono numerose sinagoghe e yeshivah (scuole dedicate allo studio della Torah). Il tracciato urbano del quartiere ebraico evidenzia lo stile romano di Gerusalemme. Sono ancora ben visibili alcune colonne originali che segnano l’inizio del “cardo”, antica via commerciale romana su cui prospettano gallerie d’arte, negozi e appartamenti. La maggior attrazione resta il celeberrimo Muro del Pianto (chiamato anche Kotel) gremito di fedeli ad ogni ora del giorno e della notte. Vicino ai resti del secondo tempio di Gerusalemme, si possono ascoltare ogni giorno le orazioni di migliaia di ebrei raccolti in preghiera. Al di là di questo muro si erge “Haram esh-Sharif” (recinto del nobile santuario) o Monte del Tempio, ancor più noto come Spianata delle Moschee, luogo di culto da sempre conteso dalle tre principali religioni monoteiste, laddove si erge la scintillante Cupola della Roccia tanto sacra ai musulmani. Il quartiere ebraico è senz’altro il più ortodosso e conservatore.  

Scopriamo, infine, il “Quartiere Musulmano” collocato nella parte nord-est della Città Vecchia, è il più grande, esteso e popolato dei quartieri con residenti principalmente musulmani. Esso occupa l’area dietro al Muro del Pianto fino alla Porta di Erode (raggiungibile anche dalla Porta dei Leoni o dalla Porta di Damasco). Al suo interno scorre la Via Dolorosa (la Via Crucis), luogo di pellegrinaggio cristiano, così come il Monte del Tempio, dove si trova il terzo dei luoghi sacri dell’Islam, ovvero la Cupola della Roccia. Perdersi attraverso gli stretti e labirintici vicoli si rincorrono gli aromi delle spezie e del caffè, gli echi del suq e la varietà di merce esposte sulle bancarelle, i sapori delle tisane e gli intensi fumi dei narghilè ove primeggiano bellissimi tappeti, stoffe multicolorate, succhi di frutta appena fatti, oggetti di antiquariato e cibo da strada dai molteplici gusti, praticamente… di tutto! Vicoli e stradine sono sempre piene di vita praticamente a qualsiasi ora del giorno. Anche se appare caotica, trafficata e – solo in apparenza – sporca, è proprio per questo che è la più viva ed animata; stracolma di negozietti di souvenir di vario genere ed oggetti religiosi: dai presepi in legno d’ulivo ai crocifissi in plastica. Gerusalemme è una città viva, ma le incomprensioni che in essa coesistono lasciano spazio solo all’odio, alla rabbia e al rancore. Ritornerà ad essere nuovamente una “città santa”? Forse… ci vorrà ancora molto tempo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ACQUARIO di Genova: 20000 leghe tra cielo, terra, traffico negli abissi e dintorni…!

È indescrivibile lo stupore, la meraviglia, l’incredulità di trovarsi a camminare in gallerie d’acqua circondati da squali curiosi, foche giocherellone, delfini acrobati e tutto ciò che le multicromatiche creature marine, tutto il mondo che ruota intorno all’acqua, sia dal cielo, sia in superficie che nel sottofondo… riescono a trasmettere a chi giunge – per la prima volta – in visita all’ACQUARIO MARINO di GENOVA, presso il molo antico della stessa città. I profumi del mare, le cromie viventi e i suoni provenienti dall’abisso poi… sono la più bella colonna sonora che la natura riesca ad offrire… Visitare l’Acquario di Genova è come immergersi in un viaggio attraverso i mari del mondo. Essendo la struttura più grande d’Europa per numero di ecosistemi, l’itinerario segue un percorso obbligato che si snoda tra la struttura storica e il più recente Padiglione Cetacei. Si punta verso il Pianeta Blu e la Grotta delle Murene; qui il percorso comincia con una spettacolare proiezione immersiva che subito conduce nella zona dedicata al Mar Mediterraneo. Qui la protagonista principale è la “Grotta delle Murene”, un’enorme vasca cilindrica alta oltre 6 metri dove questi animali nuotano tra gli scogli. Segue poi la Laguna delle Sirene, mentre più avanti s’incontra la zona dei “Lamantini”, rari mammiferi acquatici erbivori che hanno dato origine al mito delle sirene.

L’Acquario di Genova è una delle poche strutture in Europa che non solo lo ospita, ma che riesce anche a farli riprodurre. Ecco la Baia degli Squali; e qui si entra nel vivo adrenalinico del predatore dei mari. La vasca degli squali ospita diverse specie, tra cui lo “squalo grigio” e lo “squalo nutrice” ed è – praticamente – un privilegiato punto di osservazione per poter ammirare questi predatori da diverse angolazioni. Ma le meraviglie non si esauriscono solo con la visita all’acquario ed a tutte le straordinarie creature che lo popolano… appena adiacente una gigantesca cupola trasparente accoglie tutto ciò che identifica e rende viva una foresta sul mare tra uccelli dallo splendore (e dal canto) unico e piante tropicali che si nutrono dell’acqua. Nelle adiacenze dell’Acquario un galeone offre la visione della vita per mare al tempo dei pirati; mentre spostandoci di appena una darsena siamo alla Galata, il Museo del Mare, cinque piani di antichi magazzini portuali risalenti al ‘500 in cui sono raccolti elementi, immagini, ricostruzioni di vita, commercio, trasporti, migranti, esplorazioni (c’è la tenda/canotto del naufragio oceanico del noto esploratore italiano Ambrogio Fogar nel 1978…) su tutto ciò che è il pianeta mare!  Con l’obbligo di indossare un casco siamo invitati ad entrare nelle viscere dell’elemento blu a bordo del “mitico” sommergibile Nazario Sauro qui ancorato.

Alla prima stretta rampa di scale ecco apparire un mondo che avevamo sempre immaginato (tra letteratura e cinematografia) fin da bambini sul come avveniva la vita tra gli abissi: strette cabine, cuccette ridotte al minimo, spazi asfissianti, periscopi, sala comando, quadrato ufficiali, servizi appena ricavati laddove è stato possibile, siluri e relative bocche di fuoco… tutto avvolto in un affascinante mistero verniano che ci riporta al Capitano Nemo e le 20000 leghe sotto i mari! L’Isola delle Foche e il Regno dei Ghiacci rendono più morbida la visita osservando le foche comuni. Subito dopo, si entra nell’area dedicata all’Antartide (unica in Italia), dove sono possibili ammirare i “Pinguini di Magellano” e i “Pinguini Gentoo” nel loro habitat refrigerato. Il Padiglione dei Cetacei (con la presenza dei delfini), progettato dal noto architetto Renzo Piano, è l’autentico cuore pulsante i tutto l’Acquario. Grazie a quattro vasche a cielo aperto, sono possibili ammirare i *tursiopi* (famiglia dei delfini) sia dall’alto, come se davvero si stesse affacciati dal ponte di una nave, sia da una prospettiva subacquea attraverso un tunnel vetrato tale da permettere una visuale davvero mozzafiato. C’è il Padiglione della Biodiversità e la Vasca Tattile quest’ultimo collocato all’interno della “Nave Italia“, da cui ha inizio un percorso che diventa interattivo.

Nella “Vasca Tattile” è possibile (con le dovute cautele e seguendo scrupolosamente le regole) accarezzare le razze; la “Foresta Tropicale” un’area dedicata a rettili, anfibi e uccelli esotici; la “Barriera Corallina” infine offre un’esplosione di colori con pesci pagliaccio, anemoni e una quantità di coralli vivi. Una passeggiata agli antichi magazzini del cotone (quelli della leggendaria storia che ha dato origine – oltre oceano – alla nascita del più popolare capo d’abbigliamento: i blue jeans) ci porta a far conoscere la tentacolare e avveniristica struttura (il “Bigo”) realizzata dall’architetto Renzo Piano. Questa struttura fu donata (nel 1992) alla “Superba” città della Lanterna in occasione delle celebrazioni del cinquecentesimo anniversario della scoperta delle Americhe ad opera di Cristoforo Colombo. Qui, un “Bigo” che ricorda le antiche gru portuali per il carico/scarico delle merci dalle navi conduce viaggiatori, visitatori e appassionati a 40 metri d’altezza facendo scoprire le bellezze, con una visuale a “volo d’uccello”, sui tetti dei quartieri, dei campanili e delle torri appena prospicienti la marina e l’area dell’antico porto.

Il Museo Nazionale dell’Antartide mi coinvolge pienamente (per la mia smisurata passione per i “Poli” e, in particolare, per il continente antartico), luogo di cui ho approfondito la conoscenza attraverso una letteratura dedicata (fonti e archivi biblio/fotografici) per le mi ricerche in seguito alla mia intervista con l’alpinista/esploratore Reinhold Messner quando fece ritorno dalla sua traversata al Polo Sud; documentazioni utili per le mie presentazioni su tutto ciò che può essere utile alla conoscenza del continente di ghiaccio; indossando le pesanti giacche dei ricercatori alla base italiana dell’Antartide, scoprendo storie già vissute per aver divorato letteratura sull’argomento (le spedizioni di Scott e Amundsen al Polo Sud) , posso dire di essermi veramente… trovato a casa! Si ritorna nuovamente al porto, ammirando quelle che erano le antiche strutture murarie della vecchia sistemazione con blocchi in pietra e anelli per l’ancoraggio di navi. L’itinerario alla scoperta e conoscenza dell’Acquario di Genova, ha il suo termine vicino alla “Biosfera” e al “Bigo”, situati proprio nel luogo di quello che fu il Porto Antico. Che altro aggiungere se non invitare tutti, ma proprio tutti a venire a visitare l’acquario sicura-mente più bello del mar Mediterraneo; non è un parco giochi, e neanche un luogo di intrattenimento; qui si fa la conoscenza (e si viene direttamente coinvolti) del mare e tutto ciò che lo rende vivo in ogni sua forma. Per distogliere – infine – un pò l’interesse dal mare, consigliamo di puntare nell’immediato centro storico adiacente il porto; qui tra gli strettissimi vicoli (meglio conosciuti come) dei “carrugi” s’impenna lo splendido campanile della Cattedrale dedita al culto di San Lorenzo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

monte ARGENTARIO (lagun di Orbetello GR, Toscana), scrutando il mare tra i profumi della macchia!

L’incanto di un blu tra i più belli e intensi del Mediterraneo, fondali marini che parlano di meraviglia, un mare così aperto che lascia spazio all’immaginazione più profonda, la suggestiva bellezza di un’esplosione di colori offerti dalla macchia… Questo è il paesaggio che fa del monte ARGENTARIO e della laguna di ORBETELLO, un’autentica meraviglia della natura, gioiello di protezione ambientale e patrimonio di biodiversità dei tre mondi: acquatico, terrestre ed aereo. L’Argentario è un promontorio in terra toscana, dalle incredibili bellezze paesaggistiche e panoramiche, incastrato tra la Maremma e l’alto Lazio. Un lembo di terra che fu prima etrusco, poi romano, toccata dagli spagnoli, sfiorata dagli austriaci e posseduta dai francesi; un gigantesco scoglio al largo della laguna di Orbetello, costellato da torri difensive, rocche inaccessibili e ardite fortificazioni, il tutto circondato da una splendida, intensa e profumata macchia mediterranea.

L’Argentario è – scuramente – uno dei promontori più belli della lunga fascia costiera tirrenica; luogo che conserva in sé incredibili bellezze naturalistiche e ambientali e manufatti creati da mani umane, costruiti (e qui ritrovati) nel corso dei secoli a testimonianza delle innumerevoli dominazioni che si susseguirono in questo angolo di costa Toscana. L’isola è una meraviglia della natura, ancor prima del paesaggio, luogo magico collegato alla terraferma grazie a tre piccole strisce di terra. Il monte Argentario è un’antica isola del Mediterraneo appartenente all’arcipelago toscano, saldata nel corso dei millenni alla terraferma da due cordoni sabbiosi indicati “Tomboli” che racchiudono, al loro interno, la Laguna di Orbetello. La sua cima si erge, rocciosa e boscosa, proprio di fronte alle isole del Giglio e di Giannutri e culmina nella Punta Telegrafo (653 m). L’ambiente è prevalentemente roccioso, e precipita in mare in una cornice ambientale esaltata dai profumi della macchia.

Un tempo l’Argentario era un’isola, successivamente l’abbassamento del livello del mare ha consentito di creare un collegamento con la terraferma tramite il Tombolo della Feniglia a sud e il Tombolo della Giannella a nord; due strisce di terra, formate dall’azione delle correnti marine e dall’accumulo di materiale proveniente dai corsi d’acqua dell’entroterra, fino ad originare la Laguna di Orbetello, aggiungendo così un terzo collegamento terrestre nei pressi dell’omonima cittadina. Il complesso e variegato territorio dell’Argentario si eleva dal livello del mare fino a toccare i 635 metri del Monte Telegrafo, il suo punto più alto di tutto il promontorio. Esso presenta due ben distinte fasce costiere: un tratto di costa dall’andamento basso e sabbioso si stende nella parte orientale, mentre in quella occidentale spiovono scogliere e dirupi creando silenziose calette che si riflettono in specchi d’acqua limpidi e dalle mille tonalità d’azzurro.

Da Orbetello quel lembo di terra che emerge appena sopra il pelo dell’acqua della laguna compare – poco accanto sulla sinistra (laguna di ponente) e già ben visibile in tutta la sua caratteristica – il “Mulino”, struttura a forma cilindrica e con la ruota dalle piccole pale di sicura origine spagnola; ben oltre si scorge la sottile striscia di terra della “Giannella”. Quel caseggiato visibile sullo sfondo è Terrarossa, un cruciale punto di snodo tra Porto Ercole (a sud) e Porto Santo Stefano (ad ovest). Ma l’Argentario non è solo una elevazione montuosa ricoperta dalla macchia che emerge dal mare: esso custodisce una lunghissima storia strettamente legata al suo profilo morfologico, un luogo che – nel corso del tempo – ha visto un susseguirsi di culture, di popoli e di dominazioni che hanno eretto, tra queste pendici e le sue alture, possenti sistemi di difesa con torri e maestose fortificazioni a guardia degli orizzonti lungo le proprie coste.

Questo promontorio, che – dall’alto – somiglia molto più a un’enorme isola, non offre solo le incantevoli calette che s’aprono su di un mare dalle incredibili tonalità d’azzurro; all’interno c’è un entroterra ricco di sentieri che tagliano la macchia e narrano, attraverso le numerose fortificazioni presenti, la storia delle dominazioni senese e spagnola. Molti percorsi per mezzo di ripide scalinate, danno l’accesso a splendidi arenili: Cala dei Gessi è una tra le più belle di tutta la Toscana. Non a caso, lungo la costa settentrionale e quella orientale dell’isola, sorgono i due principali insediamenti che caratterizzano il promontorio dell’Argentario: Porto Santo Stefano, frequentato già fin dall’antichità da popoli di navigatori ed abili marinai operanti nel Mediterraneo; sul caseggiato domina l’imponente Fortezza Spagnola e il Forte del Pozzarello; e Porto Ercole, sorto in epoca etrusca e classificato come uno dei borghi più belli d’Italia, protetto dal Forte Filippo e dalla Rocca.

Il percorso che sale da Terrarossa al Convento dei Passionisti è lungo e impegnativo; esso va a svilupparsi attraverso una rete di sentieri che solcano appezzamenti di terreni che un tempo i contadini usavano percorrere salendo a dorso d’asino per raggiungere le terrazze coltivate a vitigni e oliveti, terreni delimitati da muretti a secco, i cui camminamenti vengono abbondantemente circondati da esemplari di agavi in fiore e copiosi “cespugli” di fico d’india. L’Argentario è uno dei luoghi ideali per chi ama le immersioni. I fondali del promontorio sono l’ideale dimora per gorgonie bianche, gialle e rosse, così come anche per le spugne e per una flora molto variegata; sotto queste limpide acque ci si sente come circondati da popoli che abitano il mare. Il territorio del promontorio rappresenta, inoltre, l’estremità meridionale del “Santuario dei mammiferi marini”, una grande area protetta internazionale particolarmente ricca di cetacei.

Numerosi sono quei sentieri naturalistici e quei percorsi escursionistici che girano – in lungo e in largo – o risalgono dalle fasce costiere, passando per i promontori montuosi fino alle più nascoste baie e calette, quasi tutte raggiungibili o a piedi o solo via mare, e che consentono di vivere appieno della bellezza paesaggistica, degli ambienti – fortunatamente – ancora integri e degli scorci panoramici che si possono godere da qualsiasi punto dell’isolotto; scoprire l’Argentario a piedi è possibile! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

TALLIN (Estonia) la “taani-linna” danese che affaccia sul Baltico…

Attraverso la porta settentrionale (quella prospiciente il porto) delle mura che cingono l’antico cuore di TALLIN sembra di varcare una soglia spazio/temporale e poter essere proiettati indietro in epoche remote che raccontano di un passato tra saghe norreniche e misteri legati alle culture dei popoli nordici. Davanti a noi s’apre il cuore medievale di Tallinn, tra guglie dorate, antiche dimore gentilizie e strade acciottolate che si concentrano sulla collina di Toompea (ove sorge la città alta) e sulle spettacolari mura difensive che – scorrendo lungo i dolci pendii verso la costa – circondano la città bassa. A pochi minuti di cammino c’è il Castello di Toompea, praticamente il centro del potere estone. Il castello è un’antica fortezza, che oggi ospita la sede del Riigikogu (il Parlamento dell’Estonia), edificio che si presenta una facciata barocca tinta in rosa e che nasconde le sue origini medievali. Sempre nelle vicinanze si raggiunge la Torre di Pikk Hermann (cioè di Ermanno “il lungo”). Questa torre è più alta del Castello ed ogni mattina – all’alba – vi viene issata la bandiera estone sulle note dell’inno nazionale.

A pochi passi dal castello si incontrano due simboli che hanno scritto la storia estone: la Cattedrale Aleksandr Nevskij, una maestosa cattedrale di culto ortodosso che si presenta con cupole dorate a forma di cipolla, testimonianza del periodo imperialista sovietico. C’è poi il Giardino del Re di Danimarca che si estende proprio accanto alle mura; proprio qui è il luogo dove – secondo la leggenda – cadde dal cielo la bandiera danese durante una battaglia nel 1219; ed è ancora qui, in questo giardino, che sono possibili vedere tre suggestive statue di monaci in bronzo. Scendendo verso la città bassa, si ha la possibilità di poter visitare un imponente sistema difensivo: il Kiek in de Kök, che altro non è che una massiccia (e antica) torre d’artiglieria il cui nome significa letteralmente “sbirciata in cucina“, perché era da quassù, dai suoi piani alti, che i soldati potevano letteralmente vedere dentro i camini delle case sottostanti. Proprio nelle vicinanze c’è il Passaggio nei Bastioni. Da qui è possibile accedere ai tunnel sotterranei costruiti nel XVII secolo per proteggere la città dagli attacchi e usati come rifugi antiaerei durante la Seconda Guerra Mondiale.

Dirigendosi verso il lato nordoccidentale della Città Vecchia è possibile vivere una insolita esperienza compiendo una passeggiata lungo le antiche Mura (tratto Nunna, Sauna e Kuldjala). Camminare lungo questo si evidenzia come si passa lungo uno dei tratti di mura meglio conservati della vecchia città. É possibile anche salire sulla camminata di ronda che mette in collegamento le torri Nunna, Sauna e Kuldjala. Da quassù la vista sui tetti rossi della città bassa e sulle altre torri della cinta muraria è una delle più iconiche di Tallinn. Si raggiunge, infine, la Terrazza Panoramica Patkuli e la Porta di Viru, che sono i due punti estremi della vecchia città. Il punto panoramico che s’apre dalla Terrazza Patkuli è una magnifica sorpresa; con sguardi oltre l’orizzonte e fino al mare, dopo aver compiuto il giro delle meraviglie offerte dal centro antico di Tallin e prima di scendere definitivamente da Toompea, fermarsi su questa terrazza offre una vista mozzafiato che abbraccia le torri delle mura, il porto e la Chiesa di Sant’Olaf (o Sant’Olav). Raggiunti infine la città bassa e muovendosi verso l’uscita orientale si varca la Porta di Viru. Le sue due torri cilindriche ricoperte d’edera rappresentano l’ingresso fiabesco a Tallinn e il punto di confine tra il mondo medievale e la città moderna. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

BOVA (Aspromonte, RC), laddove ancora si respirano le atmosfere di un tempo

BOVA, dall’alto dei suoi oltre 900 metri d’altezza, risulta essere uno tra i “Borghi più belli d’Italia”. La strada per raggiungerlo però non è tra le più agevoli, una serpentina con stretti tornanti che arrancano lungo i ripidi pendii attraverso profondi valloni e rupi calcaree che si alternano a calanchi in arenaria. Il caseggiato di Bova, altro non è, che la “Chòra” dell’Area Grecanica, considerato uno dei borghi più belli d’Italia ed è proprio qui – nella “wild” dell’Aspromonte – che esso esprime il cuore pulsante delle tradizioni greco/calabre.

Bova è un paese di antiche origini, e la patria della cultura grecanica della Calabria. Negli ultimi anni torna a vivere grazie a numerosi interventi di recupero edilizio e di valorizzazione del patrimonio storico-artistico, culturale e paesaggistico. Passeggiare per le stradine del centro storico di Bova risulta essere davvero molto piacevole, immersi completamente nella pace, nei silenzi dei tortuosi vicoli, nei colori delle case e del verde che le addobba, laddove – da sempre – si respira la tradizione grecanica che connota profondamente il borgo.

Tra alcuni dei più bei borghi dell’area aspromontana, soprattutto quelli di matrice “grecanica”, sono stati fatti ottimi lavoro di recupero, ripristino e di restauro architettonico in alcune parti del paese. Qui la gente, chiusa e scostante a prima vista, all’inizio sembra essere timida nei confronti del forestiero, ma bastano pochi minuti di approccio per accorgersi che sono molto gentili, disponibili e ospitali nei confronti del viaggiatore, il che risulta essere davvero un bel biglietto di presentazione nei confronti dei visitatori.

Raggiungerlo è già di per sé un’impresa, ma appena giunti tra le sue prime case, un itinerario a piedi attraverso i suoi vicoli e gli slarghi permette di respirare un’atmosfera come fosse davvero sospesa nel tempo. Abbastanza curato il borgo oggi, tra i residenti della sua modesta popolazione, accoglie anche ospiti che – giungendo dalle più lontane regioni del nord Europa – hanno scelto di stabilirsi e vivere definitivamente qui. Ordinato e pulito, ben conservato, il borgo di Bova val bene una visita, e non solo per gli splendidi panorami che si godono da quassù.

Giunti nella sua piazza centrale (Piazza Ferrovieri d’Italia), ideale punto di partenza alla conoscenza di Bova, compare – improvvisa – la mastodontica e insolita presenza (?) di una locomotiva a vapore (del 1912): la n. 740.054. Ma cosa ci fa un treno a circa 1000 metri d’altezza laddove le rotaie di una linea ferroviaria sarebbero impensabili e fuori oltre ogni logica ingegneristica e geologica…? Nulla, nel merito dei collegamenti da un posto all’altro; molto scenografica e rappresentativa invece è lì a testimoniare gli spostamenti che nel corso dei decenni hanno determinato lo spopolamento del luogo favorendo un gigantesco flusso migratorio e il totale abbandono di queste terre.

Oltre alla Piazza e alla monumentale locomotiva, Bova ha ancora altro da offrire al viaggiatore che si appropinqua tra le contrade dell’Aspromonte come il Museo della Lingua Greco-Calabra “Gerhard Rohlfs”, tappa fondamentale per comprendere l’identità del luogo e la persistenza della lingua greca di Calabria, studiata profondamente dal filologo tedesco a cui il museo è intitolato. Oppure muoversi dalla Piazza Roma (il “salotto buono” di Bova) e perdersi nel cuore del centro. Da qui, è facile lasciarsi guidare dall’istinto tra i vicoli tortuosi e gli edifici in pietra; si passa per il Palazzo Mesiani, dimora gentilizia costruita a ridosso dell’antica cinta muraria.

Laddove riecheggiano i passi sugli antichi basoli in pietra, camminando tra gli slarghi, le rampe e finestre sospese nel vuoto, si nota la segnaletica per il “Sentiero della Civiltà Contadina”. Seguendo le indicazioni si raggiunge facilmente una sorta di museo all’aperto che espone antichi strumenti di lavoro (come macine, presse per olio) sparsi tra i vicoli, trasformando il semplice camminare in un racconto della vita rurale aspromontana. Così come raggiungere anche il Santuario di San Leo (del XVI secolo), un luogo di grande spiritualità e silenzio.

Senza tralasciare di conoscere la Concattedrale dedicata a Santa Maria della “Presentazione” (o Isodia), un sacro edificio di antichissime origini che offre momenti di forte spiritualità e meditazione; esso presenta al suo interno opere d’arte di pregiato valore artistico, come la statua della Madonna con Bambino risalente al 1584. Ma lo spirito esplorativo alla conoscenza di Bova non si ferma soltanto al perimetro urbano del suo centro storico; volgendo lo sguardo all’insù sono possibili scorgere le rovine di ciò che resta della sua importante rocca: il Castello Normanno.

Bova è un borgo dai tratti medievali che domina il paesaggio circostante dall’alto, attraverso il dedalo dei suoi vicoli si respira ancora l’atmosfera di antico, di rustico, e le sue caratteristiche casette coi fiori e le piante aromatiche sono davvero belle da vedere. Ma l’itinerario non può che concludersi nel punto più alto: con la “Grotta degli Innamorati” dove la tradizione vuole che le coppie vadano a promettersi amore eterno, e i ruderi del Castello con il “crocione” nella sua parte più elevata; questo castello ha dato origine anche a diverse leggende locali.

Su un macigno, tra le rovine del maniero, è ancora ben visibile l’impronta (“Orma della Regina”) del piede di una donna che – come narra la leggenda – sarebbe appartenuto alla Contessa Matilde di Canossa che aveva ricevuto il castello in dono dal Pontefice Gregorio VII. Se l’orma corrispondeva con quella del piede di una fanciulla, quest’ultima avrebbe scoperto di discendere dalla famiglia della Contessa, oppure la roccia si sarebbe improvvisamente aperta facendo scoprire a quest’ultima un tesoro custodito da tempo.

Ed è proprio nella sua parte alta con la “Grotta degli Innamorati” e i ruderi del “Castello” e il “Crocione” che Bova trova il suo massimo splendore, sia per i panorami che offre, sia per le immagini da cartolina del sottostante borgo che si possono avere. Sebbene ne restino solo dei ruderi scenografici, la salita è ripagata da una vista a 360 gradi (per i panorami e le immagini da cartolina sul borgo) che abbraccia l’Etna in Sicilia, le cime dell’Aspromonte e l’azzurro dello Ionio. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

LUSSEMBURGO, “Chemine de la Croniche”… come camminare attraverso un paesaggio da favola e lasciarsi ipnotizzare dalla bellezza!

Da sempre, nei nostri ricordi di geografia, noi immaginiamo il LUSSEMBURGO (Granducato del Luxembourg) quel piccolo punto, al centro della carta geografica, nel cuore dell’Europa Centrale, cerniera tra le più grandi nazioni di sempre e scelta dalla Comunità Europea per le sedi del Parlamento e delle Commissioni Europee come un “qualcosa” di minuscolo e poco interessante…! Un avvincente contrasto di vecchio e nuovo, il passato di Città del Lussemburgo viene celebrato dal suo status di patrimonio dell’umanità; il suo presente è influenzato dalla sua posizione come sede centrale di parecchie importanti istituzioni europee. Silenzioso, panoramico e suggestivo, il CHEMIN de la CORNICHE è il luogo perfetto per rallentare e lasciarsi incantare. Una balconata sospesa tra cielo e storia. Da qui Lussemburgo si mostra in tutta la sua bellezza: mura antiche, tetti fiabeschi e la valle dell’Alzette che si estende ai piedi.

Ebbene… questo lembo di terra val bene una visita – ma non fugace – per poterne apprezzare intensamente tutte le sue peculiarità, non solo naturalistiche e paesaggistiche, ma anche e soprattutto storiche, culturali e artistiche. Incantevoli specchi lacustri in cui si riflette una splendida tavolozza colorata generata dalla copiosa e rigogliosa vegetazione il cui foliage, indossando i suoi abiti autunnali, riesce a poter offrire scorci paesaggistici da fiaba; scenari che sembrano uscir fuori da una tela di maestri impressionisti. Sufficientemente piccola da poter essere esplorata a piedi, questa città compatta offre numerosissime attrazioni, incluso il sensazionale promontorio Bock, i passaggi sotterranei a Petrusse Casemates, il palazzo dei Gran Duchi e il Museo nazionale. Innumerevoli banche sul boulevard Royal, un tempo fortezza con fossato, indicano la ricchezza del ducato.

Camminare lungo lo Chemin de la Corniche in Lussemburgo è stato come scoprire una gemma nascosta sospesa tra storia e panorami mozzafiato. Conosciuto come “il balcone più bello d’Europa”, questo sentiero sopraelevato offre ampi panorami sulla valle del fiume Alzette, con le sue pittoresche case antiche e le strade tortuose sottostanti. Il contrasto tra le antiche mura cittadine e il verde lussureggiante della valle crea un senso di bellezza senza tempo. Ogni curva lungo lo Chemin de la Corniche rivela qualcosa di nuovo, che si tratti della vista dell’affascinante quartiere Grund del Lussemburgo o del tranquillo flusso del fiume sottostante. Questa passeggiata serena e panoramica, con il suo mix di cultura, storia e bellezze naturali, ci ha lasciati veramente affascinati dal cuore del Lussemburgo. Si tratta di un percorso panoramico, piacevole da percorrere, che parte dalla chiesa di San Michele e si affaccia sul quartiere di Grund dove spicca la chiesa di St-Jean.

I suoi appena 2600 kmq riescono a contenere e ad offrire una variegata peculiarità di paesaggi che si distribuiscono dagli ambienti tipicamente rurali delle campagne, con una miriade di piccoli e grandi villaggi tutti raccolti intorno ai campanili che ne caratterizzano le skye-line dei panorami, alle copiose foreste dei margini orientali delle Ardenne. Lo chiamano “il balcone più bello d’Europa” per un motivo. Chemin de la Corniche a Città di Lussemburgo è uno di quei luoghi che si sente tirato dritto da un muro di pietra da favola, sentieri tortuosi e viste panoramiche che si estendono sul fiume Alzette, le casematte Bock e gli affascinanti tetti del Grund sottostante. Camminare in giro tra vicoli e piazze della città vecchia, senza accorgersene, ci si accorge che non si è mai lontani da dove si è partiti.

Fino al 1870, alcuni pendii ripidi della Corniche erano ancora dotati di scale, oggi – invece – per superare tali pendenze si può usufruire di un ascensore pubblico. Una balconata sospesa tra cielo e storia. Da qui Lussemburgo si mostra in tutta la sua bellezza: mura antiche, tetti fiabeschi e la valle dell’Alzette ai tuoi piedi. Ma il suo gioiello e la rocca da cui si erge il borgo medioevale fortificato della omonima capitale eretto a strapiombo su una cornice paesaggistica davvero unica. Riuscire infine ad avere la possibilità di essere poi ricevuti a poter dire la “propria” all’interno di una Commissione Europea (e, nello specifico, quella del turismo…) davvero non ha prezzo! Questa ghiotta occasione, davvero non ce la siamo lasciata scappare…! Lussemburgo, sembra che non esista, ma se riuscite a trovarvi nelle vicinanze, non esitate di apprezzarne le sue bellezze compiendo il più classico dei… giri “fuori porta“. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

DUNKERQUE (DUNKIRK, F), “Operazione DYNAMO” camminando sulla spiaggia (Malo-les-Bains) della fuga impossibile…!

Studiare è una cosa meravigliosa, la storia – soprattutto – è un qualcosa che ti coinvolge… ma è quando ti trovi al centro di essa che si diventa protagonisti assoluti di eventi che hanno lasciato il segno per sempre, e qui – su questa immensa spiaggia di DUNKIRK dai bassi fondali – sono state scritte alcune delle più sanguinose pagine della II Guerra Mondiale ed è avvenuta una tra le più imponenti operazioni di salvataggio (coinvolgendo anche civili) per strappare alla morte migliaia di giovani vite; praticamente, tutto l’esercito inglese!

Dunkerque/Dunlirk è quella lunghissima spiaggia di bianca e finissima sabbia (molto più sottile della farina!) che affaccia sul Canale della Manica ad un centinaio di km dalle coste inglesi. Camminarci sopra fa quasi paura e di certo bisogna stare attenti alle maree che qui non scherzano prima di avventurarsi troppo in profondità e prima di restare sorpresi dall’alzarsi delle acque. Camminare in questo scenario è un’esperienza entusiasmante, la vastità del posto il susseguirsi impetuoso di nuvole e cielo azzurro sono da non perdere.

Molto toccante e a pochi passi dal luogo dove tutto è accaduto. Consiglio di fare anche una passeggiata sulle spiagge che sono state il vero teatro della storia. L’operazione Dynamo ha segnato davvero le sorti della seconda guerra mondiale. Qui, nella primavera del 1940, quando la guerra infuriava nel cuore dell’Europa, l’esercito britannico e parte di quello francese si trovavano in una situazione disperata. Migliaia di uomini circondati: davanti a loro l’esercito di Hitler, dietro il mare del Canale della Manica.

Mentre per i francesi la guerra era già persa per la maggior parte dei soldati britannici la situazione era diversa. in quel momento, erano bloccati in Francia. Il 21 maggio gli anglo-francesi si accorsero di essere circondati. Il 26 maggio i tedeschi ricominciarono ad attaccare con carri armati, fanteria e aerei. La sera del giorno prima il governo britannico aveva preso la sua decisione: una gigantesca operazione di soccorso via mare; l’esercito britannico in Francia sarebbe stato evacuato via mare.

L’operazione venne chiamata “Dynamo” e fin dal primo momento tutti i partecipanti si resero conto che sarebbe stata un’operazione ai limiti dell’impossibile. Una volta arrivate al porto francese di Dunkerque, Dunkirk in inglese, le navi avrebbero dovuto avvicinarsi ai due lunghi moli frangiflutti che dal porto si allungavano verso il mare per più di un chilometro. E avrebbero dovuto caricare i soldati in attesa, pigiati gli uni sugli altri gomito a gomito lungo i moli, per poi ripartire.

Sulle spiagge, in quel momento, c’erano 400 mila soldati in attesa di essere portati in salvo: chi sarebbe rimasto sarebbe stato catturato o ucciso. Il 27 maggio, meno di 8 mila soldati vennero imbarcati. Le operazioni dovevano essere accelerate e venne dato ordine di iniziare a imbarcare gli uomini anche lungo le spiagge: squadre della marina furono mandate a requisire migliaia di piccole imbarcazioni civili e un appello fu lanciato a tutti i proprietari di barche del sud dell’Inghilterra perché corressero in soccorso all’esercito intrappolato.

Il giorno dopo centinaia di piccole imbarcazioni civili, a volte guidate dai loro proprietari, si affiancarono ai cacciatorpediniere della marina nelle operazioni di salvataggio. Il 28 maggio, quando appena 25 mila soldati erano stati evacuati, l’esercito belga – alleato dei britannici – si arrese. Il 29 maggio gli evacuati salirono a 45 mila, mentre i tedeschi riuscirono ad affondare 19 navi britanniche e francesi. Grazie agli sforzi dei francesi via terra, degli aerei in cielo e dei marinai e dei civili in mare, nei tre giorni cruciali dell’operazione furono messi in salvo almeno altri 120mila soldati.

Dal 2 giugno effettuare evacuazioni di giorno divenne impossibile, tanto i tedeschi erano arrivati vicino alle spiagge. Gli ultimi quattromila soldati britannici vennero messi in salvo la notte del 3-4 giugno. La mattina dopo, 40 mila soldati francesi che avevano difeso accanitamente Dunkerque si arresero ai tedeschi. In tutto, nel corso di nove giorni di operazioni, 338 mila soldati furono portati in salvo, circa 240 mila britannici e altri 100 mila francesi.

Furono affondate più di duecento imbarcazioni, tra cui decine di piccole barche di privati.  L’esercito britannico si salvò ma dovette lasciare in Francia tutto il suo equipaggiamento. Lungo la strada seguita dall’esercito britannico in ritirata fino alle spiagge di Dunkerque, i tedeschi trovarono 2.400 cannoni, 20 mila motociclette, 65 mila veicoli di altro tipo, 75 mila tonnellate di munizioni e 147 mila di carburante.

L’Operazione “Dynamo” si conclude con il discorso che il primo ministro britannico Winston Churchill fece al Parlamento al termine delle operazioni di soccorso: è il discorso divenuto famoso come “We shall fight on the beaches”, “li combatteremo sulle spiagge”. Quel giorno Churchill riconobbe che quella che era avvenuta era una fuga in seguito a una sconfitta: ma fece capire che il Regno Unito non aveva intenzione di arrendersi e che avrebbe continuato a combattere i tedeschi fino alla fine del regime nazista.

Andremo avanti fino alla fine. Combatteremo in Francia, combatteremo sui mari e sugli oceani, combatteremo in aria con crescente forza e sicurezza, combatteremo in difesa della nostra isola, qualunque sarà il prezzo che dovremo pagare. Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sulle teste di sbarco, combatteremo nei campi e nelle strade, combatteremo sulle colline. E non ci arrenderemo mai…!” (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

RODI (isola Greca nell’Egeo), Croci e Mezzaluna attraverso “atmosfere” medioevali…!

Chi giunge per la prima volta sull’isola di RODI (Rodes in greco), la principale del Dodecaneso nel mar Egeo, e quasi alle porte con la Turchia, non ha immediatamente la sensazione delle meraviglie che si aspetta di conoscere e scoprire. Un viaggio alla scoperta di quelle “finestre” spazio/temporali di storia che hanno fatto di Rodi un luogo leggendario; laddove culture ed etnie diverse si sono incrociate – spesso combattendosi e, successivamente, amalgamandosi – in un melting-pot di colori, profumi, suoni, dialetti, razze, religioni… Qui a Rodi, nel cuore del Mediterraneo, ha avuto la sua origine la “sublimazione” del Medioevo espressa attraverso tutte le sue incredibili forme. Ma come si fa a conoscere ed apprezzare ciò che un luogo, da sempre, affascina per le sue molteplici peculiarità? Semplicemente camminando a piedi. Il nostro urban-walk attraverso la città capoluogo comincia dalla sua marina, un tratto di costa che si protende nel punto più a settentrione dell’isola. Da qui, puntando verso sud-est, si superano storici edifici che – nei colori e nei disegni – ricalcano le interpretazioni architettoniche e decorative dello stile veneziano. Siamo sul mare e a poche decine di metri compaiono i due bracci del molo che racchiudono il porto sormontati da due enormi colonne recanti, sulla sommità, un cervo e una cerva: questo è il punto da cui si ergeva il leggendario “Colosso” di Rodi.

Continuando verso sud, si sfiora la Cattedrale dell’Annunciazione (Ιερός Καθεδρικός Ναός Ευαγγελισμού της Θεοτόκου) che si ispira alla Chiesa di San Giovanni dei Cavalieri di Rodi convertita in moschea nel 1522 e distrutta da un fulmine che nel novembre 1856 aveva colpito i sotterranei utilizzati come deposito di polvere da sparo; questa esplosione causò la morte di 800 persone mentre oggi, quello luogo sacro è stato convertito al culto greco ortodosso. Le mura settentrionali dell’antica città, già si scorgono sull’orizzonte verso sud. Attraversati il lungo viale dei “Sette Martiri”, a destra compare la singolare facciata dell’area mercatale, la “Nuova Agorà”; si aggirano le darsene del porto di Mandraki, ove ormeggiano le imbarcazioni che offrono il giro turistico lungo le coste isolane, e si giunge sul braccio da cui spiccano i pittoreschi Mulini “a vento” di Rodi, o di Verer (Ανεμόμυλοι Ρόδου), torri cilindriche costruite in pietra e risalenti ad epoca bizantina; essi venivano principalmente utilizzati per macinare il grano che giungeva dalle navi che attraccavano al porto; il luogo è davvero suggestivo con la Torre del Faro di San Nicola che si staglia sullo sfondo e i mulini sono una delle attrazioni paesaggistiche più fotografate di Rodi.

Finalmente giunti sotto le mura, scelgo di entrare nella città antica attraverso la Saint Paul’s Gate, la Porta di San Paolo (Πύλη Αγίου Παύλου) costruita nella seconda metà del XV secolo per collegare direttamente la città vecchia con il porto; qui era ubicata l’antica armeria. Il suggestivo transito attraverso questa porta in pietra, rimanda ai fasti degli assedi e della difesa da parte degli isolani per tutte le minacce che giungevano dal mare; una scalinata (senza parapetto) in pietra consente di raggiungere il camminamento che scorre lungo il perimetro da cui si scorgono le strutture portuali. Dentro la città, alla prima porta che compare sulla destra, si entra – finalmente – nella città vecchia. Alcuni ruderi sparsi sulla sinistra sono tutto ciò che resta del Tempio di Afrodite. Una breve salita che piega a sinistra e s’apre il piazzale della Square of the Hebrew Martyrs (la piazzetta dei Martiri ebrei). Subito dopo un portico ad arco ribassato introduce in uno slargo che immette nella piazzetta su cui prospettano a sinistra la spoglia facciata della chiesa di Nostra Signora del Castello (Παναγία του Κάστρου); alle sue spalle una fontanina con effigi di matrice islamica, mentre a destra si erge il possente edificio del Museo Archeologico di Rodi (Αρχαιολογικό Μουσείο Ρόδου); ma, come per incanto, tra la facciata della chiesa e lo spigolo destro del palazzo museale compare l’essenza di Rodi, laddove il Medioevo si respira attraverso ogni singola pietra: la Via dei Cavalieri di Rodi (Οδός των Ιπποτών της Ρόδου).

Appena all’inizio, sulla destra, c’è la Casa del Sultano Cem, il rifugio medievale del principe ottomano Cem, che cercò asilo qui mentre fuggiva da suo fratello. Un viaggio nel tempo camminando lungo la strada più bella e famosa di Rodi; attraversandola si viene coinvolti dalle atmosfere di epoche antiche. La toponomastica rodense identifica questa Via dei Cavalieri anche come “Odos Ippoton” (oppure come Ritterstraße) e la prima impressione che si ha è quella di sentirsi catapultati direttamente nel Medioevo; una via da percorrere assolutamente a piedi (le auto, e altro di motorizzato, sono vietate) circondata dal fascino e dall’atmosfera d’altri tempi osservando – semplicemente – i vari edifici, i loro portali, i loro balconi e le finestre; i loro stemmi sulle facciate sono un autentico “bagno” di storia. Stiamo percorrendo l’antica strada che congiunge l’Ospedale dei Cavalieri di San Giovanni (l’attuale Museo Archeologico), e che termina alla maestosa Porta di Santa Caterina adiacente al Palazzo del Grande Maestro. La strada presenta davvero una bella atmosfera medievale; essa è giunta fino a noi conservata in ottime condizioni ed è sopravvissuta nella sua forma immutata fino ad oggi, il che la rende unica al mondo.

Una via lunga che sale in lieve pendenza, dalla pavimentazione acciottolata, su cui prospettano le facciate di antichi palazzi nobiliari, sedi delle tante locande dei Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni o chiamati anche “Cavalieri di Rodi” che un tempo occupavano questa via come, punti di ristoro al ritorno dalle Crociate oppure utilizzate come alloggi per offrire ospitalità ai pellegrini che, per raggiungere Gerusalemme, passavano da Rodi. Lunga 200 metri per una larghezza di 6, si tratta di una strada dritta e stretta con una piccola salita e pavimentata dal sistema acciottolato a “lingua di gatto”; un luogo che ovunque respira di storia. Lo stile architettonico è puramente Gotico e ai giorni nostri dei sette edifici che rappresentavo le “sette nazioni” e le “sette lingue” (Alvernia, Provenza, Francia, Aragona, Germania, Inghilterra ed Italia) ne sopravvivono solo quattro; si può intuire come quasi tutti i paesi cristiani d’Europa a quel tempo erano rappresentati qui. Le antiche locande sono state trasformate in consolati ed uffici delle ambasciate estere, ed ognuna è riconoscibile dai propri stemmi sulle facciate. Volgendo lo sguardo all’insù cercando di catturare quanti più dettagli stilistico/decorativi o prospettici/architettonici possibili, si avverte chiaramente lo “spirito del passato”.

La più’ grande quella di Francia (Κατάλυμα Γαλλίας) sulla destra e la si riconosce per l’iscrizione datata 1492 dedicata ad Emery D’Amboise Gran Priore di Francia e Gran Maestro dal 1503 al 1512. Il tetto è bordato da teste di coccodrilli in onore del Gran Maestro Dieudonnè de Gozon che uccise un’esemplare scappato da una nave egiziana terrorizzando la città. Sempre a destra la Church of Holy Trinity (Ιερός Ναός Αγία Τριάδα) Chiesa della Santissima Trinità, fondata dagli Ospitalieri e consacrata alla fede cattolica. La sua storia risale agli anni 1365-1374 e a quel tempo apparteneva alla Lingua d’Inghilterra (i cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme erano divisi in sette nazioni, chiamate “Lingue“: Provenza, Alvernia, Francia, Italia, Spagna , Germania e Inghilterra). Sempre sulla destra, l’Ambasciata Italiana costruita nel 1519 dall’architetto e Gran Maestro Fabrizio del Carrette con lo stemma armato al centro. La scultura della Vergine Maria con il Bambino risale probabilmente alla fine del XV e XVI secolo, costruita tra il 1365 e il 1374, e fu dedicata all’Arcangelo Michele, ma successivamente dedicata alla Santissima Trinità. Durante il dominio turco ottomano sull’isola, fu trasformata in moschea con il nome di Khan Zade Mescidi e, successivamente, trasformata in chiesa ortodossa quando le isole del Dodecaneso furono annesse alla Grecia dopo la seconda guerra mondiale. 

Sulla sinistra invece troviamo Katalima Ispanias (Κατάλυμα Ισπανίας) l’Ambasciata di Spagna, un edificio in pietra a due piani con ingresso ad arco con un giardino al suo interno che sembra ricordare quelli di Alhambra, il “paradiso islamico” di Granada, una sala riunioni di circa centocinquanta metri quadrati e lo stemma spagnolo. Esso si collega con la residenza/locanda della Provenza (che è di fronte) da una transizione sotto forma di un arco. In queste locande, che inizialmente erano otto, i Cavalieri Ospitalieri iniziarono come ordine di Ospitalieri e col tempo divennero una delle confraternite cavalleresche più influenti. Operavano infatti a scopo di lucro: bottini di guerra, possedimenti terrieri, tratta degli schiavi, operazioni finanziarie sospette, trasporti di pellegrini. Anticipati dalla Loggia of St. John (Λότζια Αγίου Ιωάννου), imponente portico ad archi con volte a botte e a “crociera” eccoci finalmente davanti al cancello che introduce al possente Palazzo dei Gran Maestri dei Cavalieri di Rodi (Παλάτι του Μεγάλου Μαγίστρου των Ιπποτών της Ρόδου) una bellissima fortificazione di dimensioni imponenti collocata nel cuore della città medioevale.

Superati l’ingresso sostenuto dalle imponenti torri merlate, s’apre un ampio cortile interno su cui s’affacciano i vari ambienti della fortezza vissuta dai Cavalieri e i loro maestri, per ben 213 anni continuativi (1309/1522): rampe e gradinate, portici con archi ogivali, fontane, grandi e maestose sale con interni finemente decorati, arredi, magnifici esemplari di mosaici, statue e manifatture di pregio valore artistico. Passeggiando alla base delle sue mura restituisce arcane sensazioni di un tempo in cui s’incrociavano lame di lunghi spadoni e riecheggiavano le cavalcature di cavalli bardati. Spostandosi brevemente verso sud sulla sinistra una breve elevazione lascia prospettare quelle che sono le rovine di St John Of The Collachio, proprio nel luogo di quella che fu la Turkish School (Τουρκικό Σχολείο) un’opera architettonica di matrice ottomana: Suleymaniye Madrasa costruita da Fethi Pasha. Ahmed Midhat Efendi ed Ebuziyya Tevfik Bey, che erano i n esilio a Rodi, decisero di aprire questa scuola, che sarebbe stata conosciuta come Süleymaniye High School.

Pochi passi e siamo proprio a ridosso della Torre medioevale dell’Orologio (Ενετικός Πύργος Ρολογιού) che si erge tra il Palazzo del Gran Maestro e la Moschea di Solimano e da cui si gode di una bellissima vista sulla città. E’ un luogo molto caratteristico, reso tale anche dai grossi vecchi ingranaggi dell’orologio che danno il nome alla struttura. La torre fu costruita dagli Ottomani nel XIX secolo sui resti di una precedente costruzione bizantina. Proprio accanto s’impenna – nella sua elegante e sottile forma – il “minareto” della Moschea di Solimano (Τέμενος του Σουλεϊμάν) racchiusa all’interno di un modesto cortile. Essa caratterizza il centro dell’antica città. La grande Moschea di Solimano sorge nel noto quartiere popolare chiamato Chora, e di sicuro è una delle costruzioni più famose ed importanti della città vecchia. Fatta costruire nel 1522 dopo la vittoria del sultano ottomano Solimano ottenuta sui Cavalieri di San Giovanni, che si rifugiarono a Malta in seguito alla sconfitta, fu eretta sulla base dell’antica chiesa dei SS. Apostoli, di cui ancora si può scorgere il portale tinto di un inconsueto colore rosa; alle sue spalle una porta, con enorme scritta islamica sul timpano, consente di accedere nel cortile della Biblioteca musulmana.

Proseguendo lungo la sinuosa stradina ..di Ippodamou presso un arco, volgendo a sinistra, si scende attraverso un singolare passaggio – vicolo Arhelaou – che passa sotto archetti che sorreggono le facciate di antichi edifici in pietra; in breve si raggiunge Arionos square, con al cento un gigantesco albero (forse un tiglio) che offre una copiosa ombreggiatura di circa 40 metri. Una muratura con cancellata (chiusa da tempo) in ferro, consente di poter scrutare all’interno e ammirare tutta la bellezza di un edificio dalla facciata tinta in ocra e che racchiude nel prospetto frontale la simbiosi di più stili architettonici: Sultan Mustafa Mosque (Σουλτάν Μουσταφά Τζαμι), una moschea ottomana fatta costruire dal sultano Mustafà III; iniziata da Ebûbekir Pasha nel 1610-1620, ma la struttura non fu mai completata. Secondo l’iscrizione sulla porta principale della moschea c’è scritto “Bismillah”, ed è datata 1765. Una vecchia fontana (Reinigungsbrunnen) al centro della piazza, eretta su un balzo/gradone (che un tempo sorreggeva, tramite colonnine, una cupola) di forma ottagonale formato da pietre irregolarmente squadrate, presenta bordi con lastre scolpite in pietra a motivi floreali. Nella sua forma precedente era coperto da una cupola sorretta da otto colonne con capitelli a voluta, collegate da archi a sesto acuto.

Ai lati del serbatoio d’acqua in marmo a dodici angoli della fontana, ci sono cipressi su entrambi i lati del rubinetto e vasi decorati con rose, tulipani e garofani. Poco più a lato, verso sud compare un’altra piccola moschea, Hamza Bey Mosque (Τέμενος Χάμζα Μπέη), dedicata al comandante della flotta ottomana fino al 1456 e a cui fu affidata la guida dei navigli e la successiva conquista delle isole del Dodecaneso. Imbros, Lemnos e Thasos si arresero, ma poi qualcosa andò storto. Bloccato dagli Ospitalieri di Rodi, Hamza non riuscì a conquistare il resto delle isole dell’arcipelago. Si tratta di una tipica moschea con coronamento a cupola, la cui originalità – almeno per quanto riguarda altri esempi di architettura musulmana prevalenti sull’isola – consiste nel fatto che la cupola è stata rivestita con piastrelle rosse in stile bizantino. In molti ritengono che sia stata forse costruita sulle fondamenta di una precedente chiesa cristiana di rito greco-ortodosso o cattolico romano, e che fosse dedicata al culto della Trasfigurazione del Salvatore. Volgendo per un vicoletto (Ergiou) ad est, e superando un dedalo di negozietti e botteghe d’ogni genere, si raggiunge la principale via (Sokrathous) che scende dalla Moschea e in pochi minuti raggiunge quella che può essere considerata – a ben ragione – il centro pulsante di tutta la vecchia città: Piazza Ippocrate (Πλατεία Ιπποκράτους) che ha sempre ospitato – fin dall’antichità – botteghe e negozi (antico mercato del pesce) e dove avvenivano tutti i tipi di traffici commerciali.

Questa è la principale piazza di Rodi vecchia; tutt’intorno si avverte l’essenza mediorientale delle varie epoche succedutesi sull’isola ampiamente espresse attraverso le architetture che vi si prospettano. Il posto è molto bello, dalla vivace atmosfera, interessante a tal punto che se ci si siede, magari sulle gradinate di una scala rampante, ad osservare il mondo che passa sotto i propri occhi, allora questo è sicuramente uno dei più bei posti di Rodi. Tutt’intorno è un alternarsi (quasi come un affascinante mix) di stili architettonici dalle molteplici influenze: da quelle medievali a quelle ottomane e persino italiane. Al centro della piazza si trova una suggestiva fontana (forse di matrice araba), sormontata da una civetta e spesso ornata da vasi di fiori. Storicamente, le fontane servivano sia a scopi estetici che pratici negli spazi pubblici, e questa non fa eccezione. Aggiunge un tocco atmosferico alla zona e funge da popolare punto d’incontro. Siamo a pochi metri dal mare che si scorge appena oltre gli edifici storici; tutto questo all’interno delle mura del castello con diverse attrazioni proprio sul mare. Da qui si vede già la torre della porta e si continua lungo via Ermou, barcamenandosi nell’intricato ginepraio costituito da botteghe e negozietti che vendono di tutto, fino a raggiungere il varco della Porta di Arnauld, che sbuca proprio alla base delle mura che affacciano sul porto di Kolona.

Queste possenti mura, per come sono state realizzate e strutturate, sembrano somigliare molto a quelle che circondano la città vecchia di Gerusalemme, in Israele; ciò lascia facilmente intuire come una simile costruzione difensiva sia stata introdotta dai cavalieri Crociati quando, sconfitti da Salha ‘Addin, furono costretti a lasciare la città del Santo Sepolcro e a trovar rifugio proprio su quest’isola di Rodi ove poterono continuare a mercanteggiare ed a stringere commerci con tutte le popolazioni che affacciavano sul mare. Gli echi lontani delle cavalcature dei cavalieri, si perdono attraverso gli angoli più lontani e nascosti dei vicoli; il nitrire dei cavalli determina il riposo dopo aver cavalcato per chilometri, quasi una sorta di ringraziamento per esser nuovamente rientrato nella stalla a meritarsi la propria biada; i suoni metallici delle armature e delle spade ricollocate al proprio posto; il vociare concitato delle ultime azioni commesse, inebriandosi davanti a un boccale ricolmo di idromele e l’intrecciarsi di imprecazioni e (forse) qualche bestemmia, lascia facilmente scorrere la mente ai ricordi di come questi uomini “monaci guerrieri” – meglio conosciuti come Crociati – potessero vivere e trascorrere le proprie giornate su quest’isola. Per il resto… aggiungete a vostra discrezione tutti i gli ingredienti emotivi risalenti a quell’epoca e fateli balenare tra la vostra mente e il vostro cuore! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)