PITIGLIANO (GR, Toscana)… tra i profumi e i silenzi della “piccola” Gerusalemme

I riconoscimenti che identificano la bellezza e le caratteristiche di un luogo davvero unico li possiede tutti: “Bandiera Arancione” del TCI, insignito del prestigioso marchio tra i “Borghi più belli d’Italia”, riconosciuto come “Città del Vino” e tra le principali “Città dell’Olio” dell’intera Toscana; questa è PITIGLIANO. Il suo caratteristico abitato si adagia sopra uno sperone in roccia tufacea che domina un paesaggio solo in apparenza aspro, ma dall’incredibile bellezza paesaggistica che ne identifica la salubrità locale, con profonde vallate ricche di vegetazione e la copiosità delle sue acque torrentizie. Le colture della vite e dell’ulivo caratterizzano – fin dai tempi degli Etruschi – le campagne circostanti. Le qualità del vino locale e le specialità dell’olio d’oliva sono i principali prodotti sulle tavole della zona; il “Bianco di Pitigliano” è stata una tra le prime D.O.C. riconosciute (dal 1966) in Italia. La morfologia del borgo, col suo impianto urbanistico, trae origini dalla sua particolare posizione strategica che, fin dalla preistoria, ha favorito la possibilità di stabilire insediamenti umani. Il reticolo dei suoi vicoli (che sono più di 60), l’intreccio di passaggi, supportici, slarghi, rampe, piazzole sono tutti elementi – questi – che caratterizzano un borgo di pura matrice medioevale. Fin dal passato, questi ambienti scavati nella viva roccia, sono sempre stati utilizzati come depositi e magazzini per la conservazione dei cereali, ai vani superiori; mentre i “butti” (cosiddetti vani sottani) vengono adibiti a cantine per la conservazione del vino.

La gran parte di questi ambienti, oggi, sono stati recuperati e riproposti come botteghe e negozietti che offrono prodotti di artigianato locale, oppure caratteristici localini (di sera illuminati da torce e lanterne) ove trascorrere qualche ora tra una buona lettura, oppure chiacchierando tra amici, o gustare pietanze della tradizione culinaria locale. Qui ogni vicolo, ogni rampa, ogni balconata termina o s’affaccia sul vuoto; le mura tufacee, dal giallo ocra al rosso ruggine, raccontano delle tracce di un passato vissuto intensamente, celano curiosità e stimolano le fantasie di luoghi solo in apparenza inospitali, ma che da sempre hanno accolto intere famiglie dedite alla raccolta, produzione e commercio dei principali prodotti del circondario: la vite e l’ulivo. Infatti in tutte le case – completamente realizzate/scavate nel tufo modellando e ricavando, secondo le proprie esigenze – sono stati ricavati vani rialzati (gli spazi abitativi) raggiungibili per scale dalle incredibili alzate e pendenze; oppure le profonde cantine, da sempre adibite a depositi per il vino, per l’olio e altro ancora. Queste due caratteristiche sull’utilizzo dei vani delle case o, nel complesso, dei corpi di fabbrica, sono facilmente intuibili a prima vista osservando attentamente le differenze degli accessi che prospettano lungo le due principali arterie del borgo antico: Via Roma (il Corso) e Via Zuccarelli (che attraversa il Ghetto ebraico): se la soglia d’ingresso è caratterizzata da uno o, al massimo, due gradini, allora… si sale. Mentre invece se la soglia è solo una piatta lastra in marmo (o calcare), allora… si scende!

Entrambe le arterie s’incontrano davanti alla facciata della chiesa patronale dedita al culto di San Rocco. Pitigliano è anche conosciuta con l’appellativo di “Piccola Gerusalemme”, non solo perché somiglia alla celebre “capitale” delle 3 più importanti religioni monoteiste, ma anche per la presenza di un quartiere (il ghetto) d’origini ebraiche che fin dal XVI secolo accolse intere famiglie di religione giudaica che si trasferirono in questa contea conosciuta come “Ursinea” per sottrarsi alle persecuzioni ed alle restrizioni imposte dai propri paesi d’origine.  Oggi, una Sinagoga e un museo di “Cultura Ebraica” ne ricordano questa presenza con il “Macello Kasher”, il “Forno delle Azzime”, la Cantina e il Miqvè (bagno rituale purificatorio) che guidano – e illustrano – il visitatore accompagnandolo in un percorso esperienziale attraverso la cultura e la religione ebraica. Non si va via da Pitigliano se non si compie una bellissima passeggiata lungo il viale alberato di San Michele che prospetta – per mezzo di una suggestiva e incredibile skyline – sulla promenade della rupe tufacea da cui s’impenna l’abitato che affaccia verso sud. Da qui, in condizioni meteo favorevoli e con la giusta luce riflessa al tramonto, una serie di potenti fari, alla loro accensione, generano una tra le più incredibili scenografie ambientali abbagliando, dal basso, la balconata tufacea e l’intero borgo rendendo il paesaggio e il circondario un luogo fuori dal tempo, sospeso tra mito e bellezza. Pitigliano, se ancora non la conoscete, non perdete occasione di andarla a visitare, ma… senza scappare via subito; a Pitigliano ci si lascia il cuore e non solo, ma qui sono soprattutto l’animo e il palato che ne traggono giovamento! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

MØNS KLINT island (DK), colori e profumi dei mari del Nord, tra faggete, bianche scogliere di gesso e mare turchese…

Vivere la Danimarca, la terra più a meridione dei paesi scandinavi, è un affascinante girovagare, attraverso orizzonti e paesaggi da fiaba, a piedi o in bicicletta, sospinti dai venti del nord; proprio come un volteggiare di farfalle che – danzando – si piroettano in un regno di isole – come quella di MØNS KLINT – che si alterna tra insediamenti vichinghi, flotte di navi pirata, possenti castelli, sirene in attesa, copiose faggete, bianche scogliere di gesso e un mare arcobaleno che va dal turchese, al giada, dall’azzurro al cobalto.

Ovunque si giri per la Danimarca, qualsiasi ambientazione che si possa incontrare, si vive tra incanto e magia ove l’escursionista fa sua l’essenza di ambienti, di città, di luoghi, di sentieri, come quella di vivere attraverso una infinita serie di fiabe e racconti che aleggiano tra misteri e leggende, tra natura e sogno!  La Danimarca è una terra che si divide a nord, dalla penisola dello Jutland e a sud tra la regione della Selandia, con le sue decine di affascinanti isole, area poco turistica, più economica della prima e caratterizzata dalle incredibili scogliere a picco sul mare.

I danesi non sono un popolo di escursionisti, pochissimi quelli che in giro camminano anche se sono presenti numerosi negozi di articoli tecnici per il trekking e il backpacking; ai danesi piace esplorare i luoghi più reconditi di questa terra con la bicicletta, le cui piste dedicate che attraverso campi, boschi ed alte scogliere, si distinguono per il simbolo della margherita con centinaia di km che serpeggiano tra la dolce natura e villaggi cullati dal tempo, lungo strade piccole e, fortunatamente, poco trafficate.

La parte meridionale della regione invece è dominata dalle scogliere più alte della Danimarca con incantevoli aree naturali, tra faggete e precipizi, tutte da esplorare; ovunque si giri, si aprono panorami mozzafiato. Passeggiando all’aperto tra copiosi boschi, estese brughiere, campi di colza, dune e paludi si avverte la stessa armonia di poter camminare sulle strade acciottolate di borghi, città e villaggi; questo è ciò rende la Danimarca un paese davvero unico e particolare nel contesto europeo.

Ed è così che ha inizio un’avventura nel tempo e nello spazio; una lunga storia che dura da oltre 80 milioni di anni. Un’isola, MØNS KLINT, la cui altezza supera appena i 152 metri (il punto più elevato dell’intera Danimarca) e che raccoglie in se tutta una serie di sorprese naturalistico-ambientali che si rincorrono lungo tutti i possibili orizzonti che riescono ad offrire le coste e le sue particolari scogliere. Raggiungere Mǿn Klint, un’isola che profuma di mare, è circondata da un mare che offre un pescato davvero di prim’ordine tra gamberi del Baltico e salmoni del Mare del Nord.

Al suo interno, invece, l’isola offre e racchiude autentiche oasi naturalistiche che si alternano dalle copiose macchie boschive (faggio, betulla, e altre), con radure erbose, tra specchi d’acqua dolce circondati dal canneto, alle immense distese di campi coltivati a foraggio, patate, barbabietole e zootecnia affiancata agli allevamenti e ai pascoli; su tutto primeggia l’intenso giallo dei fiori della conza (o colza) che qui, più che altrove, viene raccolta e prodotta in abbondanza.

Ma l’aspetto più caratteristico che presenta l’isola, sono le sue bianche scogliere di Mǿns Klint, formazioni in gesso, che sprofondano nell’azzurro del mar Baltico. La loro superficie è ricoperta di fossili risalenti all’ultima glaciazione, di quando queste ripide coste erano un tutt’uno con le scogliere di Rügen sulla sponda opposta, giù in Germania. Scendere ai piedi della scogliera è un’avventura superabile dopo aver percorso oltre 500 gradini di una lunga e ripida passerella in legno che porta a toccare il mare sconfinato attraverso un caleidoscopio di colori che vanno dal verde intenso al turchese, dal giada al cobalto.

Raggiungere la base della scogliera è una incredibile esperienza, mentre il paesaggio che offre questa pate dell’isola è meraviglioso scenario in cui perdersi è incredibilmente bello. Le isole che compongono il modesto arcipelago di Mǿns Klint sono anche conosciute come la “Meraviglia del Baltico”, uno strapiombo in gesso bianco che precipita in modo violento nelle acque dalle mutevoli tonalità cromatiche. Scavando lentamente con un dito sulla bianca scogliera sono possibili trovare, resti di microrganismi marini risalenti ad epoche preistoriche.

Dalle sue scogliere è possibile avvistare il falco pellegrino che volteggia sospinto dai venti; a pelo d’acqua si ha la fortuna di trovare fossili tra le pareti in gesso oppure l’ambra lungo la ciottolosa spiaggia. L’avventura alla scoperta delle meraviglie naturali offerte dall’isola di Mǿns non pone limiti di spazio e di tempo; qui il lento ritmo dei passi è una prerogativa, senza correre, lasciandosi trasportare intensamente dalle emozioni! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

ALTOMONTE (CS), viaggio nella Calabria normanna, dalle tradizioni greco-bizantine alle atmosfere medioevali.

Qui, in questi paesi (oggi, tristemente… spopolati!), il tempo ha lasciato indelebili tracce del suo passato; un passato ricco di arte, di fede, di tradizioni, di storia; enormi contenitori di momenti che si rincorrono dalla notte dei tempi esaltando il loro massimo splendore attra-verso il Medioevo.

Le curve che arrancano lungo le prime propaggini nordorientali della Sila ci portano ad ALTOMONTE un borgo collinare davvero molto bello; un agglomerato di case – tutte in pietra – costruito seguendo le pendici di incredibili pendenze che ruotano tutt’intorno al polo (chiesa, chiostro e museo) religioso della Chiesa della Consolazione ed a quello civico riferito al Castello. Considerato fra i borghi più belli d’Italia, il piccolo paese di Altomonte accompagna al visitatore a fare un tuffo nel passato, attraverso emozioni visive e sensoriali, ed attraversare una realtà a dimensione più umana. Seguire le rampe di scale e gradoni, potendo essere attratti dalle ombre di portali e androni che si perdono in profondi angoli chiusi dalle rocce che arrancano lungo impensabili saliscendi, sembra quasi di camminare attraverso un tortuoso sentiero di montagna, mentre i passi riecheggiano sul selciato di ruvide pietre e antichi basoli e strisce di cielo azzurro sembrano pennellare le gronde di antiche residenze. Dominata del Parco Nazionale del Pollino, affacciata sulla Piana di Sibari, a due passi dai paesi di matrice “arbëreshë” (albanese), Altomonte è entrata a far parte, di diritto, nel circuito dei borghi considerati tra i più belli d’Italia.

È un paese davvero incantevole, in cui aleggiano poetiche atmosfere che spaziano dalla narrazione al romanticismo più autentico; camminare senza meta attraverso i suoi angusti vicoli, è come lasciarsi avvolgere dalle ancestrali atmosfere di un remoto passato in cui, anche i più esperti viaggiatori non sembrano essere abituati; ogni rumore viene proiettato dall’eco che attraversa il silenzio come le ante di finestre che cigolano o i conci dei tetti che si toccano al saltellare di corvi e piccioni. Le viuzze sono talmente così strette che non è possibile immortalare, con l’occhio della fotocamera, gli scorci e le prospettive più belle del borgo. Se la struttura dell’impianto urbanistico medioevale del dentro ruota tutta intorno al Castello, il fulcro principale della vita civile e religiosa si concentra, invece, nello slargo panoramico della piazza centrale di Altomonte: Piazza Campanella. Oltre ad offrire splendide vedute panoramiche sulle prime propaggini del Pollino, in essa prospettano le monumentali facciate della Chiesa (madre) di Santa Maria della Consolazione a cui si accede con una bella gradinata e dell’adiacente edificio del Chiostro dei Domenicani che – al suo interno – ospita anche l’area del locale Museo Civico.

Ma andiamole a scoprire queste meraviglie che ci riportano indietro nel tempo, in quell’epoca ove il Medioevo ha lasciato indelebili tracce del suo passaggio. Dalla Torre del Castello una breve deviazione a destra scorre verso piazza Campanella; laggiù – sullo sfondo – attraverso uno stretto corridoio ove le facciate di antichi edifici sembrano toccarsi, è già ben visibile lo spettacolare “rosone” che caratterizza la facciata della chiesa madre di Santa Maria della Consolazione. Siamo giunti davanti alla magnificenza di questa chiesa dopo una interessante camminata tra i caratteristici vicoli e i portali di Altomonte. Preceduta da una bella scalinata al termine di questa, sulla facciata, oltre al rosone, composto da sedici raggi e una gigantesca Torre Campanaria che si ispira alle più famose “bastides” (chiese fortificate dove, in caso di pericolo, si riusciva a trovare riparo) francesi, il varco d’accesso s’apre con un bel portale a sesto acuto contenente e un gigantesco portone in legno intarsiato. L’accesso al suo interno avviene spostando una tendina, ed ecco comparire – in tutta la sua solenne magnificenza – un austero ambiente esaltato dalle luci e dai silenzi; sullo sfondo il coro ligneo, dove frati usavano eseguire i canti gregoriani, risalente al XVI secolo.

Nonostante risenta dello scorrere del tempo, esternamente è molto bella e ben tenuta. Entrati all’interno, sembra di fare un viaggio (attraverso e) indietro nel tempo grazie ai numerosi elementi artistici e religiosi di notevole valore qui presenti. La struttura, in tutta la sua austera, semplice e monumentale bellezza, rispecchia il più importante esempio del classico stile architettonico gotico/angioino molto influenzato dalle tendenze artistiche franco/senesi presenti qui in Calabria. Essa fu edificata nel 1342 circa da Filippo Sangineto, conte di Altomonte, su autorizzazione di Papa Clemente VI. L’interno a croce latina con unica navata viene esaltato dagli archi e dal soffitto a capriate, dal sarcofago (monumento marmoreo del XIV secolo) contenente le spoglie di un giovane e sconosciuto cavaliere, probabilmente appartenente alla famiglia dei Sangineto; una figura armata di tutto punto in ogni suo minimo particolare, che poggia i piedi su due cagnolini (a simboleggiare la fedeltà), con un volto espressivo e le mani giunte in atto di preghiera. Una porta istoriata della fine del XVI secolo mentre, sulla scarna parete in alto a destra, ciò che rimane di un affresco della Madonna della Consolazione.

Accanto alla Chiesa madre c’è il Chiostro dei Domenicani che accoglie – al suo interno – alcuni ambienti del Museo Civico. Un elegante complesso quadrato caratterizzato dalle arcate a tutto sesto che poggiano su colonne ottagonali, un luogo che, dal 1980, custodisce opere d’arte che vanno dal Medioevo all’età moderna, tra cui un’opera di Simone Martini, oltre ad ospitare la Biblioteca Civica e Storica. È stato per secoli un importante centro culturale, legato a figure come Tommaso Campanella, e oggi è un punto di riferimento per la cultura e la storia locale, con il chiostro che rimane uno degli angoli più suggestivi. Il monumentale Convento dei Frati Domenicani fu edificato nel XV secolo per opera, interessamento ed espressa volontà di Cobella Ruffo, moglie di Ruggiero Sanseverino, che divenne contessa di Altomonte nel 1402. Appena varcati l’androne d’accesso, caratterizzato dal pavimento acciottolato, subito si nota come la struttura non è soltanto un semplice chiostro, ma che per secoli è stata – senza ombra di dubbio – il cuore pulsante di un complesso storico, filosofico e artistico che racconta le vicende legate alla storia e alla cultura di Altomonte, riuscendo così, oggi, ad offrire un percorso che si distribuisce tra arte, spiritualità e conoscenza.

Fuori la chiesa la scoperta di Altomonte ci porta a conoscere altri spunti su cui focalizzare la nostra attenzione. Passeggiare lungo le strette viuzze con le antiche case in cui s’aprono gli splendidi portali in pietra, consente di raggiungere un nuovo belvedere che offre altre vedute panoramiche sulla fascia costiera e la piana di Sibari. All’altezza di un cortile sulla destra compare una figura lapidea zoomorfa, posta su un piedistallo composto da lastre in pietra e ciottoli; sul lato opposto, a sinistra, compare la rampa d’accesso dell’austera facciata di quella che un tempo era il Castello Normanno di Altomonte. La rocca è riuscita a mantenere intatto – nel corso dei secoli – il suo intrigante fascino. Tra le sue imponenti mura in pietra, passato e presente si rincorrono riuscendo ad incontrarsi e seguendo le tracce di quella storia che, attraverso lo scorrere del tempo, ha visto sovrapporsi i segni della modernità che hanno reso questo luogo incredibilmente così vivo e vitale. Risalente al XII secolo, nel tempo ha perso la sua originaria funzione divenendo residenza dei tanti feudatari che si sono avvicendati ad Altomonte e che appartenevano alle più importanti casate nobiliari. Articolata su una corte centrale, assunse titolo di castrum nel 1342 da Clemente VI.

La ristrutturazione del Castello ha rispettato l’identità e la natura dei luoghi del tempo e non ha in alcun modo alterato la sofisticata finezza stilistico/architettonica che ha sempre contraddistinto il maniero. Un’eleganza che si evince sulle parti superstiti delle capriate (a vista), affrescate da scene mitologiche, come anche negli splendidi arazzi raffiguranti il “Ratto d’Europa”, opera di Paolo Veronesi. La facciata del castello è caratterizzata da un bellissimo loggiato panoramico da cui si scorgono i monti del Pollino; una spettacolare terrazza che abbraccia la vallata sottostante e consente di allungare lo sguardo fino al mare. Continuando a camminare attraverso il borgo lungo incredibili saliscendi, le sensazioni di attraversare il tempo sembrano non aver mai fine. Sono ancora tante le chiese (piccole e grandi); i palazzi signorili dalle splendide facciate in pietra; le piazze e gli slarghi che appaiono all’improvviso ove s’intrecciano i saluti e gli scambi di battute in una incomprensibile forma dialettale tipica del luogo; elementi che esaltano – ancor più – quell’intricato dedalo di vicoli, androni cantine e sottani da cui, improvvisamente, aleggia l’intenso profumo del rinomato pane di Altomonte, chiudendo in bellezza la scoperta di un luogo che riesce ad accoglierti con stupore. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

Riflessi walden al TITISEE lach nella Foresta Nera (Schwarzwald, DE)…

Splendido e panoramico itinerario che si svolge intorno al lago di origini glaciali di TITISEE meglio conosciuto come la “perla” della Schwarzwald, la Foresta Nera. Qui a Titisee le prelibatezze locali (come crauti, salsicce, pancetta affumicata, speck) si lasciano gioiosamente accompagnare da fiumi di birra; oltre alla tradizionale produzione artigianale di orologi a cucù. Approdati in paese una piacevole passeggiata lungo le sponde del lago dai fondali cristallini ci introduce, in poche decine di minuti, nel cuore della foresta!

Titisee è un piccolo paese, molto tranquillo che si anima in poche ore trasformandosi in una brulicante metropoli affollata da gitanti provenienti da ogni dove della Germania e dalla vicina Svizzera; turisti e vacanzieri che scelgono quest’area come zona privilegiata per i loro soggiorni. Qui non è raro incontrare, durante alcune festività principali, gente del posto coi costumi tradizionali del luogo ove primeggiano, su tutte, le ciliegie. Dalla cittadina parte una piacevole passeggiata per le sponde del lago dai fondali cristallini e che ci introduce, in poche decine di minuti, nel cuore della circostante foresta!

Il tutto è intriso dalla freschezza di un’aria così sottile da penetrare in fondo ai polmoni; senza dimenticare l’elemento primordiale che – fin dalla notte dei tempi – caratterizza l’incanto di questa foresta: i suoi silenzi! Il percorso a piedi che circuisce il lago è ideale per esplorare i dintorni, tra lo specchio lacustre e la Foresta Nera; questo percorso è conosciuto come il Seerundweg (“Sentiero circolare del Titisee”). Si tratta di un anello classico e accessibile che permette di godere sia della vivace atmosfera cittadina sia della pace dei boschi di abeti.

Ed è subito cammino lungo percorsi ben segnalati che circondano le foreste intorno al lago. È consigliabile evitare, nella prima parte della mattinata, i sentieri dei crinali esposti a Sud, poichè il sole non ci batte prima del mezzogiorno. Comunque, la bellezza del posto si lascia già godere fin dai primi momenti tra i profumi del bosco, delle incredibili abetaie che con le loro chiome chiudono la volta celeste, e del mare di felci che ondeggia dal sottobosco.  

Questo percorso ad anello parte (Seestraße/Kurhaus) proprio dal centro della località di Titisee e – precisamente – nei press del Kurhaus am Titisee. Continuando lungo la sponda sudorientale e il bosco non è raro veder transitare, sulla vecchia linea ferroviaria, locomotive a vapore che trasportano viaggiatori attraverso la foresta. Costeggiando il lago in senso orario, si supera la zona del parco termale e dello stabilimento balneare (Strandbad). Da qui il sentiero attraversa il bosco del Bruggerwald, fino ad incontrare una stazione di idroterapia Kneipp (Wassertretstelle) dove rinfrescare i piedi nell’acqua palustre rigenerante.

Numerose sono le aree destinate ai campeggi, soprattutto lungo la sponda meridionale. Il sentiero ora prosegue camminando all’ombra degli alberi che si estendono lungo la sponda orientale fino a raggiungere l’estremità meridionale del lago, passando così vicino alle aree camping più conosciute e frequentate come Sandbank e Bankenhof. Questa che si attraversa è – sicuramente – la parte più naturale e tranquilla di tutto l’itinerario, con splendidi scorci fotografici sull’acqua cristallina.

Da qui comincia il tratto, tra vialetti, siepi, aiuole attrezzate e prati verdi che si estendono lungo la sponda occidentale e che permette il rientro in città. L’ultimo tratto devia leggermente verso l’interno rispetto alla riva e si snoda su una pista pavimentata condivisa ciclo-pedonale e che in più punti costeggia la strada principale. Superando la piccola cappella di Bruderhalde e lo storico stagno di Eisweiher (un antico laghetto per l’antica produzione artigianale del ghiaccio), si raggiungono le prime case della periferia di Titisee presso la locale stazione ferroviaria e il centro. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

SANTIAGO (España), camminando sul “tratto francese”: da PORTOMARIN a PALAIS de REI, tra storici villaggi e architetture religiose

Molta parte di questa tappa si svolge su “andaderos” (cioè sentieri in terra battuta e ghiaia che costeggiano la strada asfaltata). Sono comodi, ma spesso possono risultare monotoni. La Galizia è umida, e nei tratti esposti il sole può farsi sentire con insistenza; fortunatamente sono presenti numerose fontane e piccoli bar nei borghi che s’incontrano. Questa è una tappa che invita alla riflessione, caratterizzata dal tipico odore di terra bagnata e dagli allevamenti che caratterizzano la Galizia rurale. La tappa da Portomarín a Palas de Rei offre diversi punti di grande interesse storico, artistico e archeologico e numerosi villaggi.

A Gonzar c’è l’Iglesia de Santa María), una piccola chiesa legata ai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, un esempio di romanico rurale molto semplice ma suggestivo. A Ventas de Narón è presente la Capilla de la Magdalena, una minuscola cappella che ricorda l’antico ospedale per pellegrini che sorgeva in questo luogo, teatro di battaglie tra cristiani e arabi nel Medioevo. Questa è una tappa che richiede gambe solide per la prima metà, ma che regala quel silenzio mistico tipico della campagna galiziana laddove ognuno riesce a trovare la propria dimensione. Lungo il tratto sono presenti diversi punti d’acqua, ma il tratto tra Gonzar e Ventas de Narón è quello più impegnativo se si cammina sotto il sole.

La prima parte della tappa è abbastanza coperta, mentre l’altopiano di Ligonde è più esposto ai venti e ai cambiamenti meteo. Si cammina su un terreno molto misto, con sentieri di terra battuta (qui conosciuti come i “corredoiras“), ma anche lungo diverse piste asfaltate che servono le piccole fattorie locali sparse nella Galizia. Mettendoci in cammino si esce dalla splendida cittadina di PORTOMARIN. Poco dopo Portomarín, a circa mezzo chilometro una breve deviazione conduce porta a uno dei siti archeologici (il “Castromaior”) più importanti della Galizia ove l’erba è cortissima perché brucata costantemente dalle pecore. Si tratta di un antico insediamento (castro) di matrice celtica risalente all’Età del Ferro, molto ben conservato, da cui si gode anche una splendida vista panoramica sull’intera vallata.

La tappa inizia decisamente con una salita verso il Monte del Cristo. Lungo questo tratto il sentiero è più largo, di color ruggine tale da sembrare una terra argillosa che diventa rossa sotto dopo le piogge. Si esce attraversando il ponte moderno e affrontando subito una salita nel bosco, che non risulta durissima, ma che – poco alla volta – diviene costante fino a giungere in vista dell’altopiano di Sierra de Ligonde. Superata la salita, il cammino si stabilizza sull’altopiano di Ligonde ove – per chilometri – si cammina lungo una cresta esposta e nel silenzio più assoluto. Da qui è possibile scrutare con lo sguardo, a destra e a manca, ampie distese di prati verdi che si perdono a perdita d’occhio.

I numerosi villaggi che s’incontrano sembrano sbucare fuori dai racconti degli antichi druidi e catapultati lungo questi orizzonti quasi a raccontare delle loro antiche vestigia. Camminando possiamo incontrare piccoli borghi rurali che sembrano sospesi nel tempo come: l’Hospital da Cruz, un piccolo nucleo dove spesso i pellegrini si fermano per una breve sosta prima di affrontare il tratto successivo; oppure il Ventas de Narón che risulta essere uno storico punto di sosta molto importante. Proprio qui, nell’820, avvenne una battaglia tra cristiani e saraceni. Nel punto più alto il percorso si snoda lungo la strada statale (ma sempre protetto dalle siepi) sopra un altipiano esposto; se c’è il vento o il sole, qui si sente davvero molto. Alle numerose quercete si alternano splendide boscaglie tra copiose pinete e folti boschi di castagno ove si incontrano gli “artigiani del sigillo”, punti ove il timbro con ceralacca solo un’icona del luogo.

Ancora altri minuscoli borghi come: Bricko e Gonzar, entrambi di matrice agricola. A Gonzar c’è una chiesa dedicata a Santa Maria oltre ad alcuni punti di ristoro. I villaggi attraversati sono composti da appena tre o quattro case di pietra scura (ardesia), mentre l’odore dominante che si avverte è quello del letame e dell’erba tagliata. A Eirexe non si disdegni di osservare il portale della chiesa: un piccolo e austero gioiello del romanico rurale. E siamo all’apice della discesa verso Ligonde, luogo un tempo importante come punto di sosta per la presenza di un ospedale per pellegrini e dove soggiornarono Carlo V e Filippo II; la Sierra de Ligonde è il punto più alto della tappa. Da qui ha inizio una piacevole discesa verso il fiume Ulloa. Se si ha tempo, a circa 2 km dal percorso principale (vicino a Palas de Rei), c’è un monumento nazionale: l’Iglesia de San Salvador de Vilar de Donas. Questa chiesa romanica è famosa per i suoi affreschi gotici e per essere stata il luogo di sepoltura dei Cavalieri dell’Ordine di Santiago.

Gli ultimi chilometri che ci dividono dalla meta si snodano lungo sentieri che corrono paralleli alla strada principale (N-547). Il paesaggio è un susseguirsi di prati verdi e piccoli corsi d’acqua. E così, dopo un ultimo tratto che alterna sentieri e brevi tratti di asfalto (spesso affiancati dalla strada principale), si entra a PALAIS de REI. L’ingresso a Palas de Rei, ove spicca un portale romanico del XII secolo, unico resto dell’antica struttura medievale, avviene attraverso il quartiere di San Tirso, che conduce direttamente al cuore di questa cittadina. Nei dintorni spicca il Castillo de Pambre, uno dei pochi castelli galiziani sopravvissuti alle rivolte “Irmandiñas” del XV secolo; un magnifico esempio di architettura militare medievale. Palas è una cittadina funzionale e moderna, ma ha un’anima profondamente legata al Cammino; il suo nome deriverebbe da un presunto palazzo del re visigoto Witiza. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

SKOPJE (Macedonia), dalla periferia della città moderna al “Kamen Most” antico ponte in pietra su archi.

SKOPJE, capitale della Macedonia, viene attraversata dal fiume Vardar che ne divide il cen-tro abitato in due parti ben distinte: quella col patrimonio urbanistico impostato secondo cri-teri occidentali e quella – oltre l’altra sponda – di matrice prettamente islamica. Due sono gli elementi architettonici e urbanistici che ne caratterizzano questa distinzione: l’enorme catino di Piazza Macedonia (Macedonia square) e l’antico Ponte in Pietra (Kamen Most) che supe-ra il corso del fiume e collega la parte occidentale con quella islamica. La proposta di oggi si concentra nella sua parte occidentale, quella coi monumentali edifici in puro stile neoclassi-co, con ampi viali alberati, parchi cittadini e giardini ben curati. È una città balcanica unica, dove convivono eredità jugoslava, architettura modernista, monumenti e una vivace vita urbana. La parte occidentale della città che oggi conosciamo è quella che fu ricostruita dopo il terremoto del 1963 e trasformata – negli ultimi anni – dal controverso progetto “Skopje 2014”.

Il risultato è un mix sorprendente in cui vanno ad incastrarsi, come tasselli di un mosaico, elementi di architettura contemporanea, monumenti in puro stile imperiale, le monumentali facciate di edifici in stile neoclassico, enormi centri commerciali, singolari e caratteristici caffè alla moda e i vivaci quartieri decentrati in cui emergono elementi architettonici e sistemi complessi urbanistici che si rifanno alla vecchia cultura della ex Yugoslavia. Church of Saints Constantine and Helena (Црковен храм Св. Константин и Елена). La chiesa si trova lungo la principale zona pedonale di Skopje, quindi è impossibile non vederla. La nuova chiesa ortodossa dei Santi Costantino ed Elena. Offre – al suo interno – una ricchezza di decorazioni, dorature (in oro zecchino) ed enormi e luminosi lampadari. All’esterno, si erge il particolare Campanile che si distingue per la sua forma e le particolari dimensioni.

L’esterno della cattedrale segue uno stile architettonico ortodosso relativamente moderno, mentre l’interno è sobrio, con icone e oggetti sacri, creando un’atmosfera adatta alla preghiera e alla riflessione. Piuttosto che esaltarne la magnificenza, l’interno è più vicino alla profondità della fede e allo spazio per mostrare la cultura religiosa delle comunità locali. La grande chiesa ortodossa moderna, è rivestita in pietra chiara, dedicata all’imperatore San Costantino) che ufficializzò il cristianesimo e a sua madre (Elena), che scoprì le reliquie della croce. La sua splendida architettura doveva far parte del complesso edilizio dell’intera piazza, ma a causa di controversie con la comunità islamica la costruzione ha subito – nel corso del tempo – diverse fasi. Proprio accanto alla chiesa compare la Casa-Museo di Madre Teresa (Спомен-куќа на Мајка Тереза), una insolita struttura avveniristica con una scala a chiocciola che ne consente l’accesso.

Siamo nella nuova costruzione dedicata alla vita della famosa suora posta proprio nel viale principale; qui in effetti giaceva la casa natale della suora, completamente rasa al suolo dal distruttivo terremoto del 1963. Costruita su due livelli, ci sono tanti ricordi, oggetti e vestiari della suora come il letto in cui giaceva e le tante foto, le lettere con il premio Nobel ricevuto nel 1979. L’area espositiva della Casa è stata concepita in modo da sembrare una casa urbana degli inizi del XX secolo. L’obiettivo della mostra è quello di “seguire” la vita di Madre Teresa dall’infanzia trascorsa nella sua natia Skopje, attraverso gli anni trascorsi come Missionaria della Carità, fino alla sua morte e beatificazione. Gli oggetti più importanti di questo museo sono il caratteristico sari bianco a strisce blu (reliquia di seconda classe), l’abito ufficiale delle Missionarie della Carità, una copia del certificato di battesimo della Chiesa cattolica Sacro Cuore di Gesù, copie autorizzate di documenti con la sua calligrafia e i suoi premi.

Al piano superiore, sopra la galleria, è stata allestita una piccola cappella dalle vetrate molto luminose, tale da sembrare un cubo di cristallo, laddove i sacerdoti della Chiesa cattolica celebrano le loro funzioni religiose, e dove – nel 2019 – Papa Francesco è venuto a pregare. La visita è completamente gratis. Camminando ora verso il centro della città possiamo notare come si è espansa la moderna urbanistica della capitale, un contenitore di volumetrie in cui si rispecchia l’architettura modernista del dopoguerra. Il 26 luglio del 1963 Skopje fu colpita da un tremendo terremoto che causò oltre un migliaio di vittime. La solidarietà del mondo intero fu unanime che si adoperò per offrire, al governo jugoslavo del tempo, tutti i fondi, i mezzi e gli aiuti necessari per alleviare le sofferenze della popolazione e per dare avvio alla ricostruzione. Ecco per cui oggi la capitale è un laboratorio urbanistico internazionale come: la Stazione Ferroviaria Vecchia (oggi Museo della Città); il Centro delle Telecomunicazioni; il complesso universitario; vari edifici brutalisti sparsi nel centro.

Molti viaggiatori oggi considerano questa architettura uno degli aspetti più interessanti della città moderna. Attraversando gli ampi e moderni viali si vivono i quartieri contemporanei. Secondo molti abitanti e visitatori, per capire la Skopje di oggi si deve uscire dal centro monumentale e passeggiare tra i quartieri più significativi quali: Debar Maalo, il quartiere dei ristoranti, dei bar e della vita serale; il Karpoš, la zona residenziale moderna e vivace; l’Aerodrom, il quartiere sviluppato in epoca jugoslava, molto rappresentativo della vita quotidiana cittadina. Già ben visibile da lontano compare il monumento ad Alessandro III di Macedonia (Александар Македонски Споменик), una colossale statua del guerriero a cavallo a Skopje, ancor meglio conosciuto come la Fontana di Alessandro Magno oppure come il “Guerriero a cavallo” (Воин на коњ), per evitare tensioni diplomatiche con la Grecia.Inaugurato nel giugno del 2011, nell’ambito del progetto di riqualificazione urbana Skopje 2014, esso è posizionato proprio al centro di Piazza Macedonia (Плоштад Македонија Ploshtad Makedonija), l’autentico cuore della Skopje contemporanea.

Questa enorme statua in piazza Macedonia è stata ovviamente eretta alla memoria di Alessandro Magno, ma la sensibilità con i greci impedisce alla Macedonia (del Nord) di essere troppo sfacciata al riguardo. La statua è la più ostentata di tutte le più alte statue di Skopje. L’imponente statua si trova su una colonna cilindrica coperta in avorio alta 11 m che si erge al centro di una fontana con otto soldati macedoni e otto grandi leoni. Impressionante sia di giorno che di notte, quando viene illuminata con luci che cambiano periodicamente colore. Osservandola più da vicino, per le sue impressionanti dimensioni, si nota che la statua risulta essere troppo grande per gli edifici neoclassici che ruotano intorno alla piazza coi grandi spazi pedonali, e l’uomo raffigurato è più alto del cavallo. La piazza che ruota intorno alla fontana, avendo la pavimentazione in bianco calcare, risulta essere troppo luminosa e abbagliante; durante le giornate ad elevate temperature, ove il caldo diviene asfissiante, la piazza diventa un catino incandescente perché non c’è copertura alberata e – sicuramente – non è un posto dove sostare per più di 5 minuti.

Finalmente si giunge così al Ponte di pietra di Skopje (in macedone Камен Мост, in turco Taşköprü) che è anche conosciuto con il nome di Ponte Dušan (in macedone e serbo: Душанов мост) dedicato all’imperatore serbo Stefano Dušan. Il ponte attraversa il fiume Vardar ed divide e unisce – simbolicamente – due dei punti nevralgici della città: Piazza Macedonia e l’area della città storica, quella del vecchio bazar (di matrice islamica). Presenta monumenti come Filippo II e Alessandro Magno lungo il suo percorso e se ne apprezza la sua struttura senza tempo, cioè l’importanza nel collegare diverse aree di Skopje e il peso della storia che porta. Nel corso della sua lunga storia il ponte ha dovuto affrontare numerose calamità naturali, come le piene del fiume Vardar o i vari terremoti che hanno funestato la regione. Da segnalare il sisma del 1555 che causò il crollo di quattro pilastri. Nel 1689 l’aiduco Petar Karpoš, promotore di una rivolta contro i Turchi, venne impalato sul ponte.

Nel 1909, su ordine del sultano Maometto V, i parapetti di pietra vennero demoliti e sostituiti da ringhiere di ferro al fine di allargare la carreggiata. Durante la seconda guerra mondiale il ponte venne minato dai nazisti, tuttavia con la liberazione di Skopje da parte dei partigiani jugoslavi, il monumento venne sminato e salvato. Il Ponte di Pietra è stato ristrutturato e ampliato nel tempo, ma è ancora solido oggi, con le sue pietre legate insieme da ganci di ferro, piombo fuso e malta. Costruito dagli Ottomani nel XV secolo è divenuto, nei secoli, un simbolo della capitale macedone, comparendo nello stemma cittadino, e rappresentato nella bandiera cittadina. L’attuale ponte venne costruito con il patrocinio del sultano Maometto II tra il 1451 ed il 1469 sulle fondamenta di quello romano. Oggi giorno il ponte viene utilizzato esclusivamente al traffico pedonale che, transitando, accedono (o escono) dalle due “dimensioni cittadine”: la matrice islamica e la moderna occidentale. Quando andremo dall’altra parte del ponte verso il Gran Bazar… continueremo a raccontare la Skopje di matrice islamica! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

Tatrzanskiego Parku Narodowego (POLONIA), ai laghi di “MORSKYE OKO”, specchi di acque color giada e turchesi protesi verso il cielo, nascosti in uno scenario unico al mondo…

Immaginiamo di accostare i paesaggi delle Dolomiti coi romantici tramonti sulle vette alpine e i dolci crinali delle boscose cime appenniniche col rigoglio delle chiare acque di fiumi, torrenti e cascate… ecco la vera indole di queste montagne nel cuore dell’Europa Centro Orientale: i Tatra, in Polonia nel TATRZANSKIEGO PARKU NARODOWEGO. Il territorio dei monti Tatra è costituito in Parco Nazionale (T.P.N. Tatrzanskjego Parku Narodowego) già fin dal 1949 e tutto il comprensorio viene tutelato da vincoli protezionistici che regolano il flusso ed il comportamento degli escursionisti per rispettare e preservare sia la flora che la fauna che in questo particolare habitat persiste. A 23 km da Zakopane si raggiunge la Dolina Bjalki, ove c’è la biglietteria che immette in un lungo rettilineo. A un chilometro si incontrano le cascate di Wodogrzmoty Mickiewicza. Quella che si attraversa è una delle vallate più belle dei monti Tatra: la Valle dei Cinque laghi. Dopo 2 km inizia una lunga serie di tornanti; un sentiero realizzato con gradoni in roccia calcarea permette di superarli e terminano nella Dolina Rybiego Potoku. Più avanti, nascosto tra gli abeti, compare (Wlosienica) un primo rifugio.

I principali sentieri all’interno del Parco, quelli che penetrano nelle vallate, sono larghi e bene attrezzati (omini in pietra sistemai lungo i bordi; ponti tutti realizzati in legno; segnavia e cartelli indicatori dei sentieri bene in vista, ecc.). I tracciati, le carraie e le piste che attraversano queste montagne sono accessibili a tutti e sono percorribili da tutti, anche anziani e bambini. Naturalmente ci sono anche quei particolari sentieri (come vie ferrate su roccia o particolari passaggi) ove i più ardimentosi possono cimentarsi in scalate ed impegnative salite. Salendo ancora per mezzo km si giunge in vista di quello che viene considerato, non a torto, lo spettacolo paesaggistico più bello di tutti i monti Tatra: il grande bacino del lago Morskye Oko (Occhi del Mare) a 1410 m, con un bellissimo rifugio dal caratteristico portico in legno. Incastrato tra le montagne il lago si presenta con le sponde delimitate da ghiaioni originati dallo sfaldamento di grossi massi erratici; le trasparenze dei suoi fondali presentano la ghiaia, la sabbia e un fango di origine melmosa; mentre i colori argenteo/smeraldo della superficie riflettono i profili montuosi.

Le acque sono limpide e pulite, sempre fredde e, a seconda della luce del sole, cobalto/turchesi. Intorno regna un silenzio assoluto intriso del profumo dei boschi. I monti che circondano il bacino superano gli oltre 2000 metri d’altezza. Molti escursionisti che giungono qui per la prima volta non conoscono (poiché nascosto dalla visuale) l’esistenza di un altro lago a un livello superiore. Leggendo con attenzione la carta della zona, con incredibile sorpresa si scopre l’esistenza di un altro specchio lacustre di minore grandezza: il Czarny Staw, ma collocato più in alto (SE) di 350 metri, facilmente raggiungibile con un sentiero che parte dal rifugio lungo le sponde orientali del lago. Numerosa è la presenza, nel lago più grande, di pesci d’acqua dolce come le trote; da cui la vecchia denominazione del bacino (Rybie Jezioro, cioè Lago dei Pesci). MORSKYE OKO significa “Occhio di Mare” e deriva da un’antica leggenda secondo cui il lago era direttamente collegato da un passaggio sotterraneo con il mare. Nel rifugio, sulla riva del lago, è possibile ristorarsi con una calda e squisita minestra (la golonka) e un buon tè bollente, oppure riposarsi all’ombra del suo panoramico porticato in legno. Il ritorno avviene lungo la stessa via fatta per la salita.

Scrutando verso S si riconosce la caratteristica cuspide piramidale in granito del Mnich (il Monaco, 2069 m). Anche una leggenda aleggia tra queste montagne; il suo segno è presente un po’ ovunque, negli oggetti d’uso quotidiano, così come negli arnesi e gli utensili in legno o nei tipici costumi locali. Questi ambienti un tempo offrivano (tra XVII e XVIII secolo) sicuro rifugio alle numerose bande di briganti. Uno tra i più famosi di questi è, a tutt’oggi ancora conosciuto in tutti i Tatra, JANOSIK (una specie di Robin Hood delle montagne) che, per vendicare le ingiustizie e le angherie subite dalla sua famiglia, rubava i ricchi e nobili mercanti che per questi sentieri transitavano, per regalare tutto alle popolazioni locali più disagiate. Amato e protetto dai poveri, emarginati, sbandati, contadini e oppressi fu tradito, condannato e giustiziato dai soldati austriaci nel 1713. A lui, e agli esponenti della sua banda, da tutti conosciuta come i “Bravi ragazzi della Montagna”, sono dedicate antiche romanze, tipici canti popolari della tradizione polacca ed anche alcuni sentieri che attraversano le montagne. Ovunque, in giro, tra le botteghe di souvenir e dei prodotti di artigianato tipico locale, è possibile trovare (e acquistare) una sorta di bastone intagliato che nella parte alta termina con una scure, la Valaska, indicata come l’arma incantata che nelle leggende rendeva forte e invincibile l’amato difensore del popolo, Janosik. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

JERUSALEM (Israel), “HOLY SEPULCHRE”: Santo Sepolcro, se questo non è il “REGNO dei CIELI” non saprei… dove altro cercare!

Risulta complesso e delicato illustrare, attraverso poche immagini e brevi parole, e descrivere la straordinaria bellezza e le suggestioni che suscita uno dei luoghi di culto più importanti al mondo: il Santo Sepolcro in Gerusalemme. Raggiungerlo, soprattutto dopo tre giorni di cammino, resta comunque una incredibile esperienza da fare – se possibile – almeno una volta nella vita! La Basilica del SANTO SEPOLCRO, situata nel Quartiere Cristiano della Città Vecchia, è uno dei luoghi più frequentati di Gerusalemme dalle principali fedi religiose.  Il quartiere, coi suoi numerosi vicoli che salgono e scendono in continuazione, è naturalmente molto affollato da turisti, curiosi, fedeli, viandanti e pellegrini che giungono da ogni dove; anime erranti che sostano nelle piazzette e nei bar adiacenti; laddove i tavolini si alternano ai negozietti che espongono varie mercanzie, mentre dalle finestre e i terrazzini delle case più antiche pendono panni appesi stesi ad asciugare. Volgendo lo sguardo all’insù, al di sopra dei tetti, si comincia a intravedere una delle due cupole grigie del Sepolcro, sormontata da una croce. Per i cristiani è il luogo Santo per eccellenza; ogni anno qui, infatti, giungono in pellegrinaggio milioni di fedeli da tutto il mondo. Per raggiungere la Chiesa il percorso pedonale che serpeggia attraverso i vicoli, le rampe, le strettoie e i gradoni della città vecchia, se si è buoni osservatori (con buona base di orientamento) e si scruta ogni piccolo dettaglio guardandosi intorno, ai lati e, soprattutto, facendo molta attenzione agli incroci, viene facilitato da appositi cartelli indicatori ove la traccia da seguire è: HOLY SEPULCHRE. Da un lato, la singolare porta della Moschea di Omar, con rampe e gradoni che scendono al centro dello slargo della Basilica; dall’altro una fontana in marmo rosato, circondata da una cancellata di ferro, giace al centro di una piazzetta; varcati una porticina, eccoci finalmente alla meta più ambita e sospirata di questo cammino/pellegrinaggio: il Santo Sepolcro. Due porte d’accesso immettono nella piazzetta antistante l’entrata principale ove un paio di gradoni e i resti di basamenti di colonne inducono ad avvicinarsi al grande portale d’ingresso; la pietra che accomuna tutte questi edifici è il bianco calcare. Prima di entrare però sveliamo una curiosa situazione che persiste dalla metà dell’800. Alzando lo sguardo in alto sopra l’ingresso, a destra compare una vecchia scala in legno poggiata alla base di una delle finestre della facciata della basilica che nessun monaco ha mai spostato per timore di rappresaglie da parte dei dirimpettai.  

La scala esiste in quella posizione dal 1852 ed è il simbolo dell’equilibrio tra le varie comunità. La scala di legno appoggiata sulla facciata della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, nota come la scala immobile (Immovable Ladder), è il simbolo vivente dello Status Quo. Si trova lì dal XVIII secolo perché le sei comunità cristiane della basilica non possono spostarla: qualsiasi modifica richiede un accordo unanime – fra tutte e sei – che non c’è. La scala, quindi, è diventata un famoso punto di riferimento per motivi storici e pratici. La scala appare già in un’incisione del 1728 e in documenti del 1757. In origine fu probabilmente portata da un muratore, o da un religioso, per effettuare lavori di manutenzione o per pulire le finestre superiori; da allora nessuno ha più potuto rimuoverla. Nel 1757 un editto ottomano fissò la divisione esatta degli spazi, bloccando così ogni spostamento non autorizzato da tutte le confessioni. Il significato simbolico della scala mostra le divisioni storiche tra le Chiese cristiane (Greca Ortodossa, Armena, Cattolica, Copta, Siriaca ed Etiope). Nel 1964 un monito di Papa Paolo VI definì la scala il simbolo della divisione tra cristiani, chiedendo di lasciarla lì finché non si arriverà a una piena unità e a un accordo comune tra le parti. A tutt’oggi la scala rappresenta il delicato equilibrio politico e religioso che vige a Gerusalemme, dove ogni minimo gesto può scatenare tensioni. Ma è giunto ora il momento di accedere in un luogo carico di emozioni. Varcata la soglia, si accede in un mondo fatto di profumi intensi ed essenze, di sensazioni ed emozioni che si provano in ogni angolo, di voci e imprecazioni che si ripetono, di suoni e litanie che rimbalzano da un angolo all’altro, di colori e cromatismi che racchiudono la semplicità espressiva di chi ha contribuito – nei millenni – a rendere questo luogo accogliente per tutti. Quando si entra dentro è come rimanere avvolti da tanti pensieri ed emozioni che si accumulano gli uni sugli altri. Si rimane completamente estasiati da tutto ciò di cui si è circondati.

La “Chiesa della Resurrezione” di Gerusalemme è di tale grandezza, sia architettonica che emotiva, che chi giunge da lontano per contemplare questo luogo santo, non solo per i cristiani, resta incredibilmente estasiato dall’aurea di misticismo che aleggia intorno. Il Santo Sepolcro è un luogo di grande suggestione, dove innumerevoli stili architettonici, pittorici, scultorei e decorativi si mescolano in modo spesso discordante, a testimoniare ed a raccontare una storia fatta di dissidi e armonie, di sofferenza e di riscatto, ma, soprattutto, una storia intrisa di fede che ha attraversato il tempo. Lasciamo, per qualche istante, la grande confusione che si aggroviglia intorno ad una lastra in pietra rosea, ove tutti si ammassano genuflettendosi e spostiamoci a destra dell’ingresso, ove una rampa di scale porta alla Collina del Calvario. La ripida scala in pietra conduce ad una stanza rialzata, la sala più decorata dell’intera chiesa, che rappresenta il “Monte Golgota” e dove, secondo il Nuovo Testamento, Gesù fu crocifisso. L’ambiente è suddiviso in due cappelle: in quella di sinistra c’è la roccia dove venne innalzata la Croce; un pò più avanti c’è la rotonda con al centro l’edicola del santo sepolcro. La grande roccia ove tutto avvenne è protetta da un cristallo ed è molto venerata dai cristiani. Qui giaceva una cava di pietra che fungeva da luogo delle esecuzioni: questa è la parte più riccamente decorata della chiesa. Risulta incomprensibile a tanti (e anche un po’ triste) notare che il Golgota sia stato spartito tra le diverse confessioni cristiane. La metà a sinistra con l’altare della Crocefissione sotto cui si trova la roccia del Golgota “appartiene” agli ortodossi greci, mentre la metà a destra con a fianco il piccolo altare dedicato all’Addolorata ai latini, anche se il diritto a svolgere alcuni riti è aperto a tutte le comunità della Basilica.  Scendendo, siamo nuovamente nei pressi dell’entrata. Qui giace la “Pietra dell’Unzione”: la famosa pietra dove, secondo i Vangeli, Gesù – deposto dalla Croce – fu unto prima di essere sepolto. Secondo la tradizione cristiana, dopo che il corpo di Gesù fu rimosso dalla croce, fu posto sulla Pietra dell’Unzione per prepararlo alla sepoltura; è consuetudine per i pellegrini baciare la lastra di pietra o ungerla con dell’olio.  

Qui ogni giorno centinaia di fedeli da tutto il mondo si affollano intorno a questa pietra aspettando il proprio turno per inginocchiarsi, baciare questa reliquia, balbettare una preghiera o strofinare qualcosa di personale come pettini o fazzoletti sulla sua superficie. La pietra è sormontata da otto lampade che pendono su di essa; esse vengono accese con l’avvicinarsi del buio, tramite una luminosa fiammella che si alimenta con l’unguento che emana un gradevole profumo. Sulla vicina parete prospetta, in tutta la sua luminosa bellezza, un gigantesco mosaico che raffigura le ultime tre principali fasi della vita terrena del Cristo: crocifissione, deposizione e sepoltura. Spostandoci alla sinistra della pietra, e prima di raggiungere il fulcro della Basilica, accanto a sinistra si erge un’urna su quattro colonnine che accoglie un vaso dorato che alimenta una fiammella perpetua; essa è posta davanti ad un grande mosaico che raffigura il Cristo in croce con la Madonna e S. Giovanni. Subito a destra, eccoci nel cuore pulsante della Basilica ove si erge l’Edicola: la “Tomba di Gesù”. Il grande mausoleo in marmo che corona la navata circolare della basilica è il principale luogo del Santo Sepolcro: la Rotonda, inglobata tra sei pilastri, dodici grosse colonne e quattro colonnette doppie che sorreggono l’imponente cupola di venti metri di diametro. L’edicola del Santo Sepolcro è anche conosciuta come “Anastasis” (Resurrezione), cuore del viaggio di ogni cristiano che viene in pellegrinaggio a Gerusalemme. Ogni giorno qui si formano lunghe code per entrare in questa piccola cappella è l’attesa per accedervi sembra infinita. Sapendo ciò consigliamo di arrivare di prima mattina e compiere questa visita le cui emozioni varcano i confini dell’immaginazione. La capienza al venerato letto di morte è di sole 4 o 5 persone; ci viene concesso di entrare come coppia e di non sostare oltre i 30/40 secondi.  Prima di accedere all’Anastasis vera e propria si entra nella Cappella dell’Angelo in cui è contenuto un frammento della pietra (catino marmoreo di forma squadrata) che l’angelo fece rotolare via dal Sepolcro. Una stretta apertura, alta solamente 1,33 metri, dà accesso al Santo Sepolcro dove, sotto l’altare che si trova sulla destra, è custodita la pietra su cui riposarono le spoglie di Gesù dalla sera del Venerdì Santo al primo mattino di Pasqua; il fondamento della fede cristiana è racchiuso tutto qui: una tomba, vuota, simbolo di speranza certa per chi crede. All’uscita ci sono tantissime candele accese.

Qui le Chiese ortodossa, cattolica e armena hanno diritto di accesso all’interno della tomba, e tutte e tre le comunità vi celebrano quotidianamente la Santa Messa. Immersi in un’atmosfera unica tra odore d’incenso, suoni di campane, cori, voci in lingue sconosciute, processioni religiose di fedi diverse e con gli abiti distintivi dei vari culti, non manchiamo di visitare gli altri spazi all’interno della Basilica. Appena fuori dal Sepolcro ci si sofferma sulle varie vicissitudini della Basilica, sulla realizzazione delle tante cappelle che ne fanno parte, sulla molteplicità delle fedi ivi presenti, sulla suddivisione delle varie zone e dei compiti nell’ambito della gestione ordinaria della Basilica (che si divide o si alterna tra i Francescani, gli Armeni, gli Ebrei ed i Musulmani). Una gestione che da tempo viene affidata a due famiglie musulmane (Judeh e Nuseibeh) che da secoli detengono le chiavi della porta principale della Chiesa e che tutte le mattine e le sere aprono e chiudono uno dei posti più importanti della cristianità mondiale. Qui ogni notte, diversi membri di ciascuna comunità cristiana si rinchiudono nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme e vi dormono, con un duplice obiettivo: proteggere il santuario e salvaguardare le loro zone dall’invidia del resto dei monaci. Suggeriamo di porre attenzione a scrutare le particolari incisioni sulle pareti che circondano il Sepolcro; croci piccole e grandi di varia fattura e disegno testimoniano la presenza di pellegrini e pellegrinaggi che da millenni si sono avvicendati ad inseguire quel sogno chiamato “Regno dei Cieli” che per tradizione è qui in terra, proprio a Gerusalemme, all’interno della Basilica del Santo Sepolcro. Stupore e magnificenza sono le sensazioni che conducono fin quaggiù, in questo estremo lembo di terra palestinese del Medio Oriente, tra Mediterraneo e Mar Morto. Tutto quello che si vede e si vive è talmente così grande che non si riuscirebbero mai a trovare le parole adatte per descrivere gli stati d’animo all’interno della Basilica. Al suo interno si vive, anche se solo per qualche ora, un’alternanza e un rincorrersi di molteplici avvenimenti che si sono succeduti durante lo scorrere degli ultimi 2000 anni; momenti ed eventi a cui ogni mente umana non potrà mai riuscire a dare un senso, ma di cui ne rimarrà sempre avvolto in un rapido susseguirsi di sensazioni, fascino, emozioni… mistero. E tutto ciò – credeteci – rimarrà nel cuore, per sempre! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

CAPRI island (Italy): il “circuito del Paradiso” attraverso uno spicchio di terra avvolto d’immenso…

Uno scoglio calcareo tutto circondato d’azzurro, paesaggi verticali che strapiombano nel vuoto, il suono del vento e il profumo dell’aria salmastra che s’infrange sulle pareti verticali, il canto dei gabbiani che volteggiano sulle scogliere; tutto ciò contribuisce a rendere “magico” questo paradiso piovuto in terra… CAPRI. Sull’isola, anche nei periodi di maggiore affollamento, è possibile trovare sempre un “proprio luogo” solitario, un’isola che non c’è, nel cuore di un’isola unica al mondo! Muovendosi dalla Piazzetta di Capri, fulcro dell’intensa vita mondana dell’isola, si prende per Via Fuorlovado in direzione della zona orientale dell’abitato fino ad incontrare una deviazione: l’itinerario prosegue a destra, in basso, lungo Via Giuliani attraverso giardini terrazzati con orti ricavati in spazi ristretti entro cui dominano specie arboree di ogni genere, soprattutto della macchia mediterranea. Si continua a scendere fino a raggiungere un successivo incrocio: ignorando le tracce di destra e di sinistra il nostro percorso prosegue in avanti lungo una stradina secondaria (Via Tuoro).

Quest’ultima in pochi minuti conduce nei pressi di una splendida balconata panoramica con balaustra in legno che si affaccia, a picco, proprio sui celeberrimi Faraglioni; qui il viottolo pedonale termina e tramuta il suo percorso in una traccia di sentiero. Tra rocce calcaree e bassa vegetazione arbustiva si volge a sinistra lungo tornanti che cingono l’orlo di precipizi; presenza dei resti di mura medioevali con archetti a sesto acuto che prospettano sulla baia di Tragara. Il sentiero costeggia la pineta di monte Tuoro e passa accanto a recinti che nascondono ville private alla vista dei passanti. La pista piega a destra e raggiunge, attraverso una copiosa vegetazione di ginestre e di asfodeli, il viottolo che – in breve salita – conduce al monte Tuoro; la pista è tutta ricolma di muschio scivoloso e conduce davanti all’ex Osservatorio Meteorologico Militare. Qui, alla sinistra del cancello, è ben visibile la traccia di un breve sentiero che attraversa la “Pineta delle Noci” e porta a un primo belvedere che si affaccia con splendide vedute panoramiche sulla Grotta di Matermània e sull’Arco Naturale, tra le principali gemme paesaggistiche che custodisce l’isola.

Tornando indietro per breve tratto si perviene al bivio su Via Matermània. Volgendo a destra si lasciano le ultime case fino a raggiungere un caratteristico ristoro (località Matermània) ricavato nella roccia con terrazze sospese nel vuoto a ridosso di un bivio: proseguendo a sinistra, in pochi minuti si raggiunge lo spettacolare Arco Naturale. Dal bivio l’itinerario prosegue a destra scendendo per una infinita serie di scale attraverso la lecceta di Dentecala da cui si scorgono le insenature che nascondono gli ingressi di grotte che s’aprono direttamente sul mare. Proprio sotto compare la bianca scogliera di Matermanìa. L’impervia discesa termina alla Grotta di Matermània al cui interno sono i resti di un antico luogo di culto d’epoca romana. Dalla grotta il sentiero si addolcisce e lascia intravedere, verso S, il promontorio di Punta Masullo. Tra le numerose infiorescenze della scogliera si riconoscono il mirto, il lentisco, il rosmarino, l’elicriso, il ginepro, l’asfodelo, l’agave, il cisto e la ginestra. La macchia alta, invece, viene dominata dal leccio e dal corbezzolo con la presenza del pino d’Aleppo; giù in basso, a sinistra, la bella insenatura di Cala del Fico viene dominata da Punta Masullo sulla cui rupe sorge la singolare villa del poeta Curzio Malaparte.

Poche decine di metri ancora e il sentiero termina su Via Pizzolungo (dinanzi a una scala in pietra di antica memoria). Sulla destra compare la “guglia” di Pizzolungo su cui nidificano i gabbiani, mentre a sinistra un belvedere sembra quasi far toccare con mano uno tra i paesaggi naturali unici al mondo: la baia di Tragara che fa da scenografia alle spettacolari guglie rocciose dei “Figli delle Onde”, gli enormi monoliti calcarei dello Scoglio del Monacone e dei Faraglioni di Terra, di Mezzo (o Stella) e di Fuori (o Scopolo); lo scenario dominante ora è la parte meridionale dell’isola. Risalendo per Via Tragara si giunge allo splendido balcone panoramico di Tragara dominato dalla baia di Marina Piccola; sullo sfondo, verso ponente, precipita la muraglia di Ventroso che divide il cielo (con l’erta mole di monte Solaro), dal mare (con la scogliera di Punta Ventroso). Risalendo ancora si perviene a Via Camerelle e, volgendo a destra, su Via V. Emanuele costellata da negozi e botteghe ove riaffiorano i trambusti della mondanità caprese tra vociari multietnici e sfarzose vetrine griffate fino a portarsi, nuovamente, nel catino della Piazzetta, passando per l’arco adiacente la Parrocchiale di Santo Stefano. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

KRITINIA Castle (Κάστρο Κρητηνίας, Rodi island, GR)… dominio Templare sulla costa occidentale

Pochi sono quei luoghi al mondo ove lo stupore si lascia avvolgere dalla natura; la meraviglia è un’emozione che ti piglia senza lasciarti mai più, i panorami sono intrisi dell’essenza del mare che si alterna alla macchia circondati da paesaggi che si perdono a vista d’occhio oltre la linea dell’orizzonte. É questa la particolarità del KRITINIA Castle, lungo la costa occidentale dell’isola di Rodi. Già visibile in lontananza, la bellezza di questo castello è che esso si erge – lungo la linea dell’orizzonte – da una rupe al di sopra di una macchia vegetazionale caratterizzata dalle intense coltivazioni dell’olivo e del carrubo.

La maggior parte dei castelli di Rodi sono in realtà delle rovine, spazi aperti dove è possibile passeggiare tra i resti di antichissime fortezze molto spesso in un punto alto, sul mare. Questo è esattamente il caso anche dell’affascinante sito archeologico del castello di Kritinia, sulla costa occidentale dell’isola, di fronte a un piccolo arcipelago di isole tra cui Limonia e Calchi che è possibile osservare dall’alto del castello. La leggenda mitologica vuole che l’insediamento sia stato fondato da Althemenes, figlio del re di Creta, per sfuggire a una profezia oracolare secondo cui avrebbe ucciso suo padre.

Il Castello di Kritinia (noto anche come Kastellos) è un’imponente fortezza medievale si-tuata sulla costa occidentale di Rodi, a circa 55 km dalla città principale. Arroccato su una collina a 131 metri sul livello del mare, è celebre per offrire una delle viste panoramiche a 360 gradi più spettacolare di tutta l’isola, con un affaccio unico sul Mar Egeo e sulle isole di Chalki e Alimia. Progettato e costruito originariamente nel 1472 dall’architetto e scultore di origine veneziana Giorgio Orsini (noto anche come Giorgio da Sebenico) sotto la guida del Gran Maestro Giovanni Battista degli Orsini.

I Cavalieri di San Giovanni lo edificarono come caposaldo difensivo strategico per avvistare e proteggere i villaggi circostanti dalle incursioni della flotta ottomana e dai pirati. Il Villaggio di Kritinia e il MitoIl nome attuale “Kritinia” si traduce letteralmente come “Nuova Creta“. Il villaggio originario si trovava sulla costa (presso l’odierna Kamiros Skala), ma venne spostato nell’entroterra montuoso per trovare rifugio dai pirati. Fu battezzato così dai profughi cretesi fuggiti dall’occupazione turca della propria isola; ancora oggi la comunità locale mantiene vive forti influenze cretesi nei dialetti, nei costumi e nella musica tradizionale.

Appena giunti ai piedi della rupe, l’accesso al castello viene consentito attraverso una rampa (peccato che i gradini siano in cemento!) che serpeggia coi suoi scalini fino a varcare la soglia d’ingresso che immette nella sua parte interna, una disarticolata disposizione degli spazi distribuita su più livelli, ma da cui si ammirano panorami incredibili. Il castello di Kritinia fu progettato da un architetto veneziano, eretto alla fine del quindicesimo secolo circa, e controllato dai cavalieri di Rodi con lo scopo di proteggere i villaggi vicini – quelli sparsi lungo la costa o distribuiti nell’immediato entroterra – dagli attacchi degli Ottomani.

Sembra che fu scelta quella specifica posizione perché da lì era (e lo è a tutt’oggi) possibile avere una visuale a 360 gradi del mare Egeo, di gran parte dell’isola e su alcune piccole isole ad ovest di Rodi. Il luogo è molto suggestivo; qui la storia incrocia le sue trame con la bellezza di panorami mozzafiato. Eretto alla fine del XV secolo dai Cavalieri di Rodi (eredi diretti, per certi versi, dei più “blasonati” Templari) appena pochi decenni prima dell’eroica difesa dell’isola contro i Turchi. Prestando molta attenzione (fondo roccioso piuttosto disagevole!) ci si sposta sulla sinistra fino a raggiungere un primo terrazzino e, successivamente, un secondo a pochi metri distante, da cui s’apre una vista mozzafiato sulle isole Alinnia, Makri, Chalki e Tragousa.

Laggiù in fondo, la risacca del mare (dalle incredibili colorazioni dei suoi fondali) che s’infrange sugli scogli fa sentire la sua voce fino al castello; da quassù, al tramonto, questa porzione di Dodecaneso si mostra in tutto il suo splendore nella sua luce migliore. Una tradizione locale invita a trattenersi quassù al castello fino al tramonto e al successivo sopraggiungere della sera, per godere dell’incredibile bellezza di scorgere l’ultimo raggio di sole che cade oltre l’orizzonte, poiché il Kritinia castle è – sicuramente – uno dei posti più belli e, da un punto di vista panoramico e paesaggistico, tra i più suggestivi dell’intera isola di Rodi. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG: