Triaspol (TRANSNISTRIA, Europa orientale)… tra Moldavia e Ucraina un viaggio nel “paese che non c’è!”

Negli ultimi tempi le nostre curiosità nell’andare alla scoperta di luoghi geografici che sulla carta non “compaiono” e la conoscenza di nuovi territori – molto spesso – inesplorati o lontani dalle più tradizionali rotte di viaggiatori e camminatori, ci induce ad intraprendere viaggi in terre sconosciute. Puntare il dito sul mappamondo e scoprire che ci sono luoghi (paesi o nazioni…?) che non sono rappresentati, né conosciuti (o riconosciuti), da nessun organo istituzionale al mondo (ONU in testa!) ma che si sono autoproclamati indipendenti dalla madrepatria e – in alcuni casi – hanno anche coniato moneta propria. È, questo, il caso della TRANSNISTRIA {Приднестро́вье (Pridnestróvie) in lingua locale}, una striscia di terra compresa tra la Moldavia e l’Ucraina. Ma in effetti dov’è la Transnistria… dove si trova? La Repubblica Moldava di Pridniestrov, è un territorio della Repubblica di Moldova. Alla fine dello smembramento del grande impero delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, questo territorio aveva avanzato formale richiesta di riconoscimento della propria indipendenza, ma – come comprensibile – le pretese non furono ascoltate. In effetti continua ad essere una Repubblica autoproclamatasi indipendente dalla Moldavia e a tutt’oggi viene sostenuta dalla Russia, nonostante neanche il Cremlino ne riconosca ufficialmente la legittimità; praticamente una complicata situazione ancora da chiarire! Avere la possibilità di visitarlo permette di poter fare un salto nel passato!

La Transnistria legalmente fa parte della Moldavia ma è di fatto una Repubblica “indipendente”; un “non stato” che non è riconosciuto dalla comunità internazionale. Questa striscia di terra è collocata nella parte est della Moldavia, tra il fiume Dnestr e l’Ucraina. Popolata da circa 480mila abitanti (di cui 135mila solo nella capitale Tiraspol), ha una sua Costituzione, istituzioni proprie, una lingua “ufficiale” e una propria moneta. La bandiera è a strisce orizzontali rosse e verdi, con falce e martello in alto a sinistra; praticamente una – se non l’unica – bandiera che al suo interno contiene ancora i simboli della rivoluzione russa. Dopo il 1991, due anni dopo la caduta del famoso “Muro di Berlino” e la fine della “Cortina di Ferro” la Transnistria rifiutò sia l’annessione alla Romania – che ne pretendeva la territorialità – sia il nazionalismo moldavo di cui, legalmente, appartiene. La ferma volontà degli abitanti sarebbe stata quella di rimanere territorio russo, entrando a far parte della nascente Federazione Russa. La popolazione della Transnistria è prevalentemente formata da russi, ucraini e moldavi; tutte queste tre lingue sono ufficialmente riconosciute dallo Stato e sono tutte scritte in cirillico. Esistono poi presenze minoritarie di bulgari, rom e gagauzi (gruppo etnico di matrice turca).

La Transnistria è un paese dalle mille sfaccettature, un territorio fatto di persone (la popolazione anziana prevale su quella giovanile), di etnie differenti (rom, gitani, polacchi, ucraini, russi), con – alle spalle – incredibili storie che sanno di un passato che si perde nel tempo. Un paese, questa Transistria, tra i più sconosciuti in Europa di quelli che prospettano (ma non si bagna) sul mar Nero; un luogo sospeso a metà tra la realtà e la fantasia. In molti pensano che non accettino stranieri e dove fanno capire che sia meglio non andare perché risulta pericoloso (cosa non vera…!) o, in molti dei casi, perché non c’è proprio nulla da vedere. Di solito la Transnistria viene descritta come “una terra fuori dal tempo. Gli abitanti di questo stato-non-stato nelle cronache giornalistiche non sono mai citati e spesso restano muti. La Transnistria viene definita una terra pericolosa per “noi occidentali”, praticamente una “terra di nessuno” abitata in maggioranza da delinquenti, cosa non affatto vera. Di solito degli abitanti non si parla mai, se non nei termini di nostalgici comunisti che vivono in una sorta di “buco nero dell’Europa”. Mentre invece qui abbiamo trovato gentilezza, ospitalità ma – soprattutto – tanta curiosità; la domanda che più spesso ci è stata rivolta (in senso di meraviglia) è stata: ma cosa ci fate voi italiani qui? Molti capiscono l’italiano (poiché lavorano in Italia), mentre qualche ragazzino, con nostra meraviglia, intona le rime note di “Bella Ciao”.

Avvicinandoci sulla linea di confine, dopo aver passato un check-point moldavo (presenza di polizia doganiera), si attraversa un km di terra di nessuno fino a raggiungere il casotto, con sbarre e militari, dell’ingresso in Transnistria. La domanda per noi occidentali, in uno strampalato inglese/russofono è: “quanto tempo vi fermate qui in Transistria?” Per un solo giorno ti rilasciano una sorta di biglietto/scontrino (permesso provvisorio) valido – come permanenza – fino alla mezzanotte dello stesso giorno d’entrata nel paese; al contrario se sono più giorni allora le pratiche per entrare si dilungano e si ha bisogno di un permesso speciale che rilasciano stesso al check-point d’entrata. Finalmente si raggiunge TIRASPOL, la sua capitale; questa città ama da sempre sognare di essere russa. L’amore per la Federazione, però, è a senso unico, visto che Mosca sembra non avere alcuna intenzione di annettersi la piccola repubblica, ma che continua a sostenere economicamente pur non riconosce come stato indipendente. Ma andiamo alla conoscenza di questa terra e della gente che la popola! Nella nostra indole di viaggiatori (esploratori di luoghi spesso insoliti), ci interessa molto sapere com’è si svolge qui la vita di tutti i giorni in Transnistria? Oltre a scoprire, naturalmente, perchè questa piccola isola nel cuore di una parte d’Europa orientale sia sempre di più contesa?

La Transnistria è un groviglio di popoli, di etnie e di nazionalità. Un luogo dove i simboli del Comunismo sono presenti ancora un po’ dappertutto, ma in cui – soprattutto i giovani – non tutti ancora credono davvero. In giro per le strade della capitale TIRASPOL, si possono ancora ammirare grandi statue di Lenin, monumenti raffiguranti la falce e il martello e nei ristoranti si gustano i tipici prodotti della lontana (ma non troppo) Russia. La Transnistria è reale, non è una sorta di luna-park per nostalgici o, meglio – per restare in tema – non è il classico villaggio della steppa costruito sul nulla; non è solo l’ultimo baluardo sovietico abitato da nostalgici e fanatici, ma un territorio molto ambiguo, dalle mille sfaccettature e, troppo spesso, dimenticato. Ma il principale scopo della nostra esplorazione è, soprattutto, capire e comprendere un angolo di Europa (quella orientale) troppo dimenticato. Dalla stazione ferroviaria di Tiraspol ha inizio il nostro viaggio a piedi per la capitale. A circa 10 minuti a piedi dalla stazione, proseguendo verso il centro città, si passa attraverso un’area simile a un parco pieno di alberi, e panchine; quasi dal nulla compare – sulla destra – l’abside della Chiesa completamente tinta in rosso e con le guglie (a forma di “cipolla”) tutte in oro zecchino dedica al culto di малыш Иисус (malysh Iisus, Gesù Bambino). Alle sue spalle la singolare struttura della Колокольня (Kolokol’nya, Torre delle Campane). Per vie laterali raggiungiamo finalmente il boulevard principale che attraversa tutta la città.

Procedendo a piedi si trova, sulla destra, si trova la bianca chiesa ortodossa dedicata al culto dei Двенадцать апостолов (Dvenadtsat’ apostolov, dodici apostoli); al suo interno tante scenografiche raffigurazioni della bella e interessante arte sacra orientale (di stampo bizantino/ortodosso). Finalmente si arriva alla piazza principale della capitale della Transnistria ove sventolano – un po’ dappertutto – le bandiere della Transnistria accostate a quella della Federazione russa. Vicino ci sono – che sventolano in successione – le otto bandiere delle rispettive città di riferimento della Transnistria tra cui, ovviamente, Bender e Tiraspol. Inoltre è possibile scorgere, ai suoi piedi, l’ultimo anno festeggiato dall’indipendenza della Transnistria. Dove il tempo si è fermato… Non è vero che a Tiraspol non ci sia nulla da vedere; la città capitale vale comunque una visita se non altro per l’atmosfera da Unione Sovietica che si respira nelle sue larghe vie e nelle sue immense piazze, enormi e vuote, con qualche statua di bronzo qua e là. Tiraspol è una città piacevole con una miscela di vecchio e nuovo. La gente è cordiale e disponibile. Non ci sono siti turistici ma comunque vale la pena conoscerla. Proprio sulla destra, in tutta la sua imponenza, compare una grande statua equestre che raffigura Aleksander Vasil’evic Suvorov considerato uno dei più grandi generali russi d’epoca napoleonica; egli vinse diverse battaglie sia contro i turchi che i polacchi. Egli è il simbolo nazionale di tutta la Transnistria e la sua immagine figura sulle banconote locali.

Sul lato opposto della piazza compare uno dei tanti simboli di Tiraspol: un carro armato (classificato come танк Т-34, tank T-34) posizionato su un terrapieno leggermente rialzato. Si dice che la terra sotto il tank, o almeno in parte, provenga dal campo di battaglia di Stalingrado, dove l’Armata Rossa sconfisse i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Di per sé, seppur scenografico, esso e un piccolo vecchio carro armato sovietico con il cannone puntato al cielo e una scritta sul bordo: за. Родины (za. Rodiny). Subito dietro al carro armato c’è uno spiazzo dove i ragazzi si allenano sullo skateboard. Da lì, per un piccolo e stretto ponte, si gode di una bella vista sul fiume Dniestr. Vicino al carro armato compare una chiesetta dalla cupola dorata che abbaglia quando il sole ci picchia contro. Essa la часовня Сан-Джорджо (chasovnya San-Dzhordzho, cappella di San Giorgio) dedicata al culto del santo cavaliere. Fuori dalla cappella, a pochi metri, arde la fiamma perenne di un memoriale che ricorda le vittime di tutte le guerre di questo lembo di (ex) impero sovietico. Il monumento dedicato alle vittime della guerra civile, della Seconda Guerra Mondiale e della guerra della Transnistria (1992). Il Мемориал Славы (Memorial Slavy, Memoriale della Gloria) è un complesso commemorativo che celebra gli eroi delle guerre in Transnistria, in Afghanistan e della tragedia di Chernobyl. I transnistriani sono un popolo molto orgoglioso ed hanno un grande valore per i soldati caduti nella lotta per la loro libertà.

La fiamma perenne che arde nel Memoriale della Gloria è un ricordo costante nel tempo di coloro che hanno dato tutto per il loro paese. Questo monumento ai caduti è suddiviso in sezioni dedicate alle diverse guerre. Le fiamme eterne sono sempre fonte di riflessione e commozione, indipendentemente da dove ci si trovi nel mondo, o da come sia quel particolare paese o città. I monumenti, qui a Tiraspol, sono emozionanti quanto quelli occidentali, anche se possono rappresentare guerre e/o lotte con cui è difficile per noi occidentali relazionarsi. Il monumento marmoreo è dedicato a tutti coloro che sono morti (dentro e) lontano dalla patria, e luoghi come questo sono molto rispettati. Dal Memoriale lo sguardo viene subito catturato sull’opposto marciapiede dall’imponente mole del Soviet supremo, Здание парламента (Zdaniye parlamenta, il Palazzo del Parlamento), simbolo di Tiraspol, un simbolo e la grande statua di Lenin posta su un alto piedistallo di fronte all’ingresso, sono elementi a cui le persone locali tengono molto. Il Soviet supremo è un brutto palazzone d’epoca sovietica che non è stato abbattuto; da quando la Transnistria si è autoproclamata indipendente, questo edificio funge da Parlamento. L’edificio non è aperto al pubblico e ci si deve limitare a poterlo ammirarne dalla facciata. Certamente non si può rimanere indifferenti di fronte alla vista, che potrebbe sembrare anche una visione di tempi andati, del Soviet Supremo della Transnistria.

Ma l’elemento che richiama l’attenzione non è tanto il Palazzo del Soviet, quanto la Статуя Ленина (Statuya Lenina, statua di Lenin) che c’è di fronte. Particolare è il soprabito di Lenin, che appare sollevato dal vento, in linea con la città di Tiraspol, dove soffia sempre una leggera brezza grazie alla presenza del vicino fiume. Alcuni viaggiatori che – come noi – si sono spinti fin quaggiù, osservando l’apertura del mantello di Lenin, hanno ironicamente soprannominato la statua come il “Batman della steppa”. Fino a qualche tempo fa era vietato fotografare sia il Soviet supremo e che la statua di Lenin; noi non abbiamo riscontrato alcun problema a fotografare edifici e simboli che ricordano il passato sovietico di queste terre. Di sicuro, durante tutto il nostro viaggio, abbiamo spesse volte avuto sempre la sensazione di essere osservati o, quanto meno, di essere seguiti (da lontano) a vista d’occhio; anche se ben visti noi italiani siamo, comunque, sempre degli stranieri! Il nostro camminare alla scoperta di questa “Terra che non c’è!” termina con la visita di tutti questi elementi che fanno della Transnistria, e della sua capitale Triaspol, tra le statue di Lenin ed altri personaggi locali, le enormi strade copi palazzoni in puro stile architettonico post rivoluzionario che riportano alla mente il vecchio impero dell’URSS, l’incontro – nonostante le difficoltà di comunicare con lingue lontane tra loro – di un paese più volte demonizzato dai giornali, di un paese sconosciuto ai più. Un ultimo pezzo di quella che fu l’Unione Sovietica; un Paese tra i più sconosciuti in Europa, un territorio a metà strada tra realtà, modernità, tradizioni e fantasia, dove si dice sia meglio non andare perché pericoloso o, in ogni caso, perché non c’è nulla da vedere… questo non è assolutamente vero! Un viaggio laggiù offre la possibilità di scoprire cose mai scritte sui libri di storia e, per gli appassionati come noi, è un’autentica sorpresa tutta da scoprire. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

CAPRI, al “Salto” di Tiberio; uno “Spicchio” di terra avvolto d’Immenso…

Una spettacolare passeggiata dalla vivace Piazzetta di Capri ai ruderi ove sorgeva il sontuoso Palazzo di Tiberio (o Villa Jovis) che s’affaccia su un paesaggio sospeso tra cielo e mare. Il percorso a piedi dalla Piazzetta di Capri (Piazza Umberto I) a Punta Tiberio (dove sorgono i resti di Villa Jovis e il leggendario “SALTO di TIBERIO”) è una delle passeggiate più celebri e spettacolari dell’isola. Si sviluppa interamente in salita verso la parte orientale dell’isola, allontanandosi gradualmente dal glamour del centro mondano per immergersi nella natura più incontaminata e nella storia di matrice imperiale.

Quello che si propone viene considerato – a ben ragione – il principale percorso turistico-escursionistico più conosciuto dell’isola; quello di primo impatto, dove il turista, appena giunto in Piazzetta, chiede di andare a visitare il “leggendario” Salto di Tiberio. La famosissima Piazzetta (cuore pulsante della Capri glamour), risulta essere il naturale punto d’incontro di tutte le stradine che collegano il paese alle varie zone dell’isola. Appena superati la Torre con l’Orologio, nella Piazzetta si entra passando sotto l’Arco del Campanile e, portandosi accanto al palazzo del Municipio, si esce su Via delle Botteghe.

Un agglomerato di curiosità, come una “casbah” densa di profumi e di colori, in cui è possibile incontrare vetrine maiolicate; traballanti mensole stracolme di oggetti; botteghe di profumi dalle aromatiche fragranze; tipiche cantine che espongono (e propongono) vini bianchi e rossi delicati, sempre freschi, dagli intensi profumi e dai sapori morbidi, asciutti e aromatici sapientemente aromatizzati con essenze di terra caprese: finocchio e mirto. Tipiche locande che si rifanno alla fusione di due civiltà (l’una contadina e l’altra marinara) così diverse e complementari tra salse e sughi dai condimenti tutti a base di pomodoro (la “chiummenzana”, la “aumm aumm” e la saporita “sciuè sciuè”).

Dalla Piazzetta (142 m), fulcro dell’intensa vita mondana dell’isola, si procede spostandosi gradualmente verso il caseggiato di CAPRI che si estende verso la parte orientale dell’isola. Superati il Municipio camminando in lieve ascesa attraverso vicoli silenziosi dove le pareti delle abitazioni sembrano quasi toccarsi, poco alla volta si lascia il chiassoso e mondano centro fino ad entrare in un paesaggio dominato dai muretti di recinzione in pietra a secco, passando accanto a giardini dai particolari pergolati fioriti. Piastrelle in ceramica caratterizzano un po’ tutti gli ingressi delle case private. S’imbocca Via Longano oppure la parallela Via Le Botteghe; entrambi i vicoli sono stretti e caratteristici, pieni di negozietti e architetture tipiche capresi.

Si prosegue dritto seguendo le indicazioni (molto chiare, spesso impresse su maioliche colorate) verso Villa Jovis. Da qui le stradine confluiscono tutte verso Via Fuorlovado e, successivamente, in Via Croce. Poco dopo aver superato l’antica croce in pietra, la strada diventa ufficialmente Via Tiberio, ove – poco alla volta – ha inizio la salita tra le ville e la macchia mediterranea. Da questo momento in poi la salita si fa più evidente ma regolare. Il panorama cambia radicalmente: i negozi lasciano il posto a muretti a secco, giardini privati protetti da fioriti pergolati di bouganville, orti e uliveti. Continuando a salire incrocerai la piccola Chiesa di San Michele.

Mentre gli scorci cominciano ad aprirsi lungo livelli sfalsati tra macchie verdi e l’intenso azzurro tra cielo e mare, dai bianchi tetti delle volte a botte delle case emergono le splendide e inconsuete forme dei suggestivi “comignoli” di Capri, particolari canne fumarie dagli inediti stili architettonici e decorativi. Giunti alla biforcazione della “Croce” con Via Matermania (che, proseguendo a destra, non va presa), senza indugiare si prende a salire sulla sinistra imboccando la rampa di Via Tiberio. Subito a destra compare la bianca chiesetta del XV secolo, dalle particolari forme a volta, di San Michele Arcangelo completamente circondata da aiuole sistemate su più livelli.

Si cammina ancora in salita sfiorando case dai tetti ricolmi di fiori e i giardini ter-razzati di ville spesso irraggiungibili. Superati i caseggiati di Mongiardino e Moneta, l’asse viario principale (sfiorato sul lato destro, verso ponente, da una copiosa pineta) perviene alla parte estrema nord-orientale dell’isola, in località Lo Capo, proprio sotto la rupe dove si erge quella che un tempo fu la Villa di Tiberio. Qui una balconata panoramica lascia scorrere lo sguardo su panorami mozzafiato con burroni e profondi precipizi (il “Salto di Tiberio”) a picco su un mare i cui fondali assumono molteplici tonalità d’azzurro.

A destra una casetta funge da biglietteria d’ingresso all’area archeologica, mentre a sinistra compare la scala che permette l’accesso alla poderosa struttura della Villa Romana: il Palazzo di TIBERIO (conosciuto anche come Villa Jovis) fu la residenza dell’imperatore romano che qui trascorse molti anni della sua vita. Per un articolato sistema di rampe, cunicoli, cisterne, gallerie, vasche e camminamenti la visita alla villa trova il suo culmine in cima alla Cappella di Santa Maria del Soccorso (335 m) da cui si gode un panorama di incredibili bellezze paesaggistiche che spaziano dal golfo dominato dal Vesuvio alla Penisola Sorrentina col “Promontorio Ateneo” di Punta Campanella. (testi ©Andrea Perciato; photo ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

“PAΦOS” (Cipro): tra gli splendidi mosaici di Kato Paϕos e le misteriose Tombe dei Re

KATO PAPHOS (o PAΦOS), l’Archaeological Park e i suoi mosaici. I mosaici sono come libri illustrati; essi raccontano storie scritte millenni fa. Varcata quella labile frontiera (Green-Line) che divide in due Cipro, si va alla scoperta delle meraviglie che offre questa parte sud dell’isola. In antichità qui a Cipro i greci e i romani hanno lasciato belle e interessanti testimonianze di questa forma di arte. La “città dei mosaici” di Kato Paϕos è a pochi chilometri dal centro di PAΦOS, sul mare. Ci sono 4 ville romane con mosaici veramente belli, come quelli della “casa di Dioniso”, della “casa di Aion”, quelli della “casa di Teseo” e quelli della “casa di Orfeo”.

Intorno al III secolo dopo Cristo un terremoto danneggiò la città decretando l’inizio del suo declino e il definitivo abbandono. Un sito archeologico che si protende sul mare è una meraviglia, molto simile all’area di Posidonia/Paestum in Magna Grecia. Oltre alle ville, l’area contiene anche uno spettacolare “Faro” bianco che si staglia sulla scogliera all’orizzonte, un teatro e rare tracce di pavimentazioni lastricate. Molti appezzamenti raccolti da mura perimetrali (piccoli blocchi in arenaria e calcareniti) sono come vasche ricolme da ciottoli in ghiaia; sotto vi sono nascosti altri mosaici e la ghiaia li protegge dalle intemperie, dalla salsedine e dal sole.

Quest’area è esposta completamente al sole. Naturalmente cappellini, occhiali da sole e protezione solare sono altamente consigliabili, oltre a scarpe comode e abbigliamento adatto. La “Tomba dei Re”, splendore e mistero di una necropoli. Altra meraviglia archeologica di Paphos è la cosiddetta “Tomba dei Re”, un insieme di tombe affacciate sul mare in una location è molto bella. Questa necropoli, in realtà, accoglieva le sepolture di personaggi importanti del patriziato locale e loro servitù, ma mai re. Si tratta di tombe monumentali tutte scavate nella roccia, calcarea e arenaria e – spesso – allocate al di sotto del piano di calpestio, simili alle catacombe romane.

Il nome dato alla necropoli fu dato, probabilmente, per la loro particolarità e spettacolarità; pare, comunque, che accogliessero le spoglie di alti dignitari e aristocratici di Paphos, risalenti al periodo ellenistico e romanico. Tutta l’area, oggi riconosciuta come Patrimonio Mondiale UNESCO, giace in un terreno quasi desertico e a poca distanza dal mare e la loro particolarità è quella di essere sepolture e camere sotterranee mantenutesi straordinariamente intatte durante il corso del tempo. Le tombe (quasi cappelle familiari!) sono numerate e collocate in un percorso di visita molto particolare. Scendere al di sotto di esse è come scoprire un mondo particolare in cui il silenzio e la penombra regnano sovrani.

Loculi, cunicoli, archi, stretti passaggi in cui s’avanza carponi, rampe, colonne e capitelli consumati dal tempo e dagli agenti atmosferici sono gli spazi tombali. Si può solo immaginare di come le sepolture avessero un cerimoniale molto singolare, vista la cornice paesaggistica e ambientale molto particolare in cui erano inserite; mentre ancora oggi, chi giunge qui e scopre questo particolare “mondo della penombra”, sembra quasi di rievocare i fasti di un tempo. Paphos è un’altra tappa obbligata di chi giunge qui a Cipro; perdere la visita in queste aree archeologiche è altamente sconsigliabile, come lasciare l’amaro in bocca; praticamente è come finire un pranzo… senza aver gustato il dolce! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

Alpeggio AVERTA, alta Val Codera (SO)… lasciarsi accogliere dalla maestosità delle montagne: dal Rif. Brasca alle baite di Averta

“Ah… io vorrei tornare anche solo per un dì, lassù nella valle alpina… Lassù tra gli alti abeti ed i rododendri in fior, distendermi a terra e sognar…!”

Con in testa le simpatiche note e le semplici parole di questo splendido canto della tradizione scout, di quella “parte” di scoutismo che – anche se solo per un giorno – si riesce a vivere tra le magiche atmosfere della Val Codera, “mitico” rifugio per le attività clandestine delle Aquile Randagie, muoviamo di buon mattino i primi passi lasciandoci alle spalle il pianoro al cui margine giace il Rifugio BRASCA. Dal Rifugio si segue il buon tracciato di un percorso che attraversa una copiosa foresta caratterizzata dalla presenza di laricete e abetaie, fino a raggiungere le baite di Coeder. Ci troviamo proprio alla “testa” dell’alta Val Codera, quel suo ramo che si protende verso nord e che s’incunea fino a raggiungere il Pe del Sass e Sivigia, incastrati tra le alte cime del Vallon, a sinistra, e del Pizzo Badile sulla destra.

Appena superati l’alpe di Coeder si lascia il fondovalle della Val Codera e, sulla destra compare una palina con cartelli che indicano le direzioni che si desiderano raggiungere. Senza indugiare, si prende l’imbocco del sentiero che sale verso Est, affrontando i primi ripidi pendii che risalgono nella Valle dell’Averta tra fasciumi d’erba e roccette, su una traccia non sempre visibile ma ben segnalata. Passo dopo passo si superano metri di foresta arrancando lungo i pendii di detriti morenici determinati dai ghiaioni in superficie; qua e là, tra la copiosa cortina di larici e un successivo bosco di abeti che determinano il versante sinistro idrografico della valle, non desta preoccupazioni se qualche sassolino (anche quando non c’è vento) rotola giù lungo il pendio: sono causati dal distacco di roccette dal timido passaggio dei camosci.

Continuando a salire per dolci pendii prativi si sfiora il margine di un bosco composto da splendidi esemplari di abete rosso, laddove la salita ora comincia a farsi più decisa. Poco più sopra ancora si attraversa una radura pietrosa, ed appena superato un grosso masso si rientra nuovamente nel fitto del bosco. Mentre il fiato serra la cadenza dei passi, il battito del cuore determina il ritmo da tenere riuscendo a catturare spunti di osservazione del circondario. Si continua per un pendio erboso, fino a che il sentiero prosegue con tornanti e raggiunge il margine di una parete rocciosa attraverso una piccola valle. Siamo al Punt del Valà; qui due ponticelli superano un corto canalino al margine di un salto roccioso. Poi la salita riprende nel bosco di larici che, poco alla volta, divengono via via più radi, fino a lasciare del tutto libera la vista sul circo terminale della Valle dell’Averta con le tre cime dell’Averta, l’aguzza Cima del Barbacan (2738 m) e, alla sua destra, l’inconfondibile profilo della Punta Milano.

Siamo in una radura dove si erge un grosso macigno, più volte utilizzato in passato come alpeggio. Qui una sosta consente di poter ammirare la maestosità delle cime e delle creste che circondano – come un naturale anfiteatro – questa parte di territorio. Osservando in alto sono ben visibili i due passi che caratterizzano la cresta, irta di guglie e torrioni. Da qui le baite in pietra sono già ben visibili; un pietroso saliscendi supera i greti di torrenti originati dai nevai e risale la costa erbosa fino a raggiungere le baite dell’AVERTA (1957 m). Le casupole dell’Averta, tutte in pietra, coi tetti caratterizzati da lastre in ardesia “tagliate” per poter essere sistemate a spioventi, circondati dalla estrema bellezza di imponenti montagne hanno accolto – per secoli – i pastori d’alta montagna che qui conducevano una vita rude, priva di comfort, dediti principalmente al lavoro d’alpeggio e – quando se ne avvertiva la necessità – alla lavorazione di prodotti caseari utili a soddisfare i fabbisogni della famiglia.

Da quassù, da questo terrazzino roccioso dell’alpeggio Averta, si ammira un paesaggio che si estende lungo tutto l’orizzonte, ovunque lo sguardo pone la sua direzione: laggiù in fondo, il “cuore” della Val Codera con le case di Bresciadega; a Nord i passi della Bocchetta di Teggiola e del Trubinasca, lungo il confine con la Svizzera, valichi che durante l’ultima guerra hanno consentito il passaggio (a contrabbandieri e perseguitati) di trovar rifugio oltralpe. Null’altro da aggiungere se non godersi il momento e potersi distendere – anche solo per qualche minuto – dopo la faticosa ascesa, per ammirare la straordinaria bellezza di questi paesaggi e questi silenzi rotti soltanto da qualche folata di vento ascensionale che s’incunea tra le rocce e i detriti di queste maestose montagne. Questo particolare posto, durante le estati, è molto frequentato dagli scout per i loro campi mobili in Val Codera.

“E quando questo inverno qui la neve scenderà, bianca sarà la valle; ma sotto il pino antico un bel giglio fiorirà, il giglio dell’esplorator…!” (testi ©Andrea Perciato; photo ©Mario Luciano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

SCANNO (Abruzzo, AQ): luogo senza tempo o… borgo perso nel tempo?

Qui, in questo borgo racchiuso tra i monti dell’Appennino, il respiro del tempo sembra non essersi mai fermato. Più volte sono stato in quest’angolo d’Abruzzo e si ritorna sempre con piacere a SCANNO, per ripercorrere ancora una volta quel “viaggio nel tempo” camminando alla scoperta di angoli e insolite spigolature, per riscoprire – senza mai stancarsi – quel particolare fascino di un tempo passato per mezzo delle salite, le discese, i bei portali e le tante (piccole e grandi) chiese. Una cascata di case a “grappolo” – tutte edificate in pietra e sulla pietra – sono addossate l’una sull’altra, laddove il “pavimento del sopra” funge anche da “tetto del sotto”; vicoli, stradine e strettoie che, insinuandosi tra muri e selciati in ombra, superano dislivelli altrove impensabili. E ancora… scale che si arrampicano con incredibili verticalismi, edifici storici molto interessanti, rendono il tutto davvero bello da vedere; qua e là sbucano fontanelle d’acqua fresca e sempre limpida! Qui a Scanno è sempre bello passeggiare per i suoi vicoli e poter ammirare come il luogo venga tenuto così incredibilmente intatto nel tempo, mantenendo il fascino della sua storia anche con la bella esposizione delle vecchie insegne dei negozi.

Scanno non è altro che l’insieme di antiche case arroccate su uno sperone roccioso e per il suo tessuto urbano caratterizzato da case in pietra da cui sporgono balconcini in ferro battuto, i vicoli sfociano nelle piazzette, le fontane determinano gli slarghi, gli archi e le scalinate s’aprono all’improvviso verso suggestivi scorci panoramici. Tra le più caratteristiche arterie che serpeggiano nel centro storico c’è la strada Ciorla, su cui s’affacciano una serie di palazzi gentilizi abbelliti da originali portali in stile barocco. Qui a Scanno l’artigianato ha un ruolo davvero importante, ben radicato nella tradizione, come l’oreficeria e il ricamo con la lavorazione del tombolo. La produzione del prezioso “merletto a tombolo”, giunge da tempi lontani e da sempre risulta essere il frutto delle abilità manuali, della creatività e delle esperienze – tramandate da nonna a nipote – delle donne scannesi; produzioni, queste, tutte fatte a mano e che si distinguono per la delicatezza, la ricercatezza e la raffinatezza delle trame e dei disegni.

La spettacolarità di questo paese e del suo fascino emerge dall’atmosfera che si respira, girovagando per le strette vie, tra antichi palazzi dagli splendidi portoni tutti finemente decorati e dalle mura annerite dal tempo; è un pò come immergersi nel passato e farsi prendere dalla quiete del luogo. Come in una perla incastonata nel cuore di un incredibile paesaggio, qui a Scanno (e nei suoi immediati dintorni) da sempre la vita è pulsante in ogni stagione dell’anno. Tutto il centro storico, raccolto nel suo antico perimetro d’impianto medioevale è da vivere passeggiando, semplicemente, senza una meta precisa, senza fretta, a passo ‘uomo e ai ritmi del proprio cuore e del proprio respiro, riuscendo così ad apprezzare quei tanti, e particolari, scorci che il paese riesce sempre ad offrire. Immerso in un bellissimo contesto naturale, il paese è circondato da alte montagne. Il suo centro storico presenta un aspetto piuttosto autentico e riporta alle lontane atmosfere di un tempo. Percorrendo i suoi vicoli si ha la possibilità di ammirare diversi palazzi gentilizi con i loro portali finemente decorati, le tipiche abitazioni con le tradizionali scale esterne (qui conosciute come le “cimmause” o “cimmose”), ballatoi quasi sempre abbelliti con vasi di fiori o vivacizzati dai panni stesi del bucato.

Oltre al tradizionale tombolo, Scanno si distingue anche per la lavorazione delle “presentose“, le “circeglie” e le “ciacquaje”, strani e incomprensibili parole che identificano i bottoni, oggetti molto usati – che vengono esposti soprattutto durante gli eventi che contano – in quest’angolo d’Abruzzo come i tradizionali gioielli femminili locali; manufatti tutti realizzati con diversi materiali, alcuni anche con pietre preziose. Come ebbe a definirla il “Vate” (D’Annunzio) la “presentosa” non è altro che “una grande stella di filigrana con in mezzo due cuori” che sta a simboleggiare un forte legame di fedeltà ed un amore eterno. Questo monile veniva regalato, dai genitori dello sposo, il giorno della promessa di matrimonio, oppure dallo stesso sposo donato alla sua donna, dal significativo “pegno d’amore” offerto prima di partire per i lunghi periodi della transumanza. Come tramandato dalla tradizione locale, si narra che il curioso nome di questo gioiello derivi dal fatto che le future spose, appena ricevuto il dono dal proprio uomo, andassero in giro per le strade del paese mostrando – con fierezza e determinazione – il prezioso ciondolo accompagnato da civettuoli atteggiamenti oltre a darsi delle arie.

Decine e decine di bottoni, monili, spille sono esposti in bella mostra in molte delle vetrine dei negozietti d’artigianato per le vie del centro. Il borgo colpisce subito il visitatore per la cura che – nel tempo – è stata messa in ogni dettaglio o particolare costruttivo; elementi, questi, che rendono interessanti tutti gli angoli, anche quelli più nascosti, di questa incredibile cittadina. Passeggiare per le sue stradine si avverte, si percepisce – quasi al tatto – l’armonia urbanistica del paese. Potendosi immergere nella realtà locale vi sono caratteristici negozietti aperti fino a tarda notte dove gli anziani spontaneamente raccontano un po’ del loro passato e di ciò che un tempo era il loro paese. Chi va via da Scanno, lascia qui un forziere carico di sensazioni, di ricordi e di emozioni mai conosciute altrove; preziosi elementi che caratterizzano questo angolo d’Abruzzo e che fanno di questo paese una luogo fuori dal tempo; ove farsi avvolgere dalla bellezza di boschi e montagne, dalla lucentezza delle sue acque, dal calore, dall’accoglienza e dall’ospitalità della sua gente rende – transitare per questi luoghi – un viaggio nel tempo alla scoperta del proprio animo… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

istmo di PARNIDŽIO (Lituania-Lietuva), tra deserti e dune “danzanti”

Si conosce poco della regione baltica della LITUANIA (con lunghe spiagge di bianca e finissima sabbia, le dune “danzanti”, come quelle di PARNIDŽIO e i fondali d’ambra), entrata nell’UE dal 2004. La storia di questi luoghi, di questa gente, di questi territori, s’intreccia con quella delle più grandi nazioni vicine come Germania, Polonia e Russia. Le regioni Baltiche, anche se sembrano lontanissime, sono una parte viva, pulsante del cuore più vero e autentico dell’Europa.

Fare escursionismo, incamminandosi lungo questa striscia di terra composta esclusivamente da pinete e da sabbia, tra boschi di conifere, lagune, figure tribali, barche incagliate e risalire dune di sabbia che danzano alla velocità del vento. Secondo un’antica leggenda baltica la laguna e la penisola di Curlandia sono state create da Nida (o Neringa), figlia di un pescatore che raccogliendo la sabbia nel suo grembiule, costruì la barriera per permettere ai pescatori, e anche al padre, di svolgere la propria attività senza subire le onde del mare aperto.

Il vento battente e le correnti marine hanno modellato questo lembo incastonato tra le acque, contribuendo anche a fornire materiale per la tradizione mitologica lituana. La penisola diventò nel corso dei secoli lo snodo iniziale della cosiddetta “Via dell’Ambra”, la quale, secondo un altro classico della mitologia lituana, fu scoperta in seguito all’esplosione del castello marino della dea Jūratė, causata dall’ira del dio del tuono Perkūnas, il quale non aveva accettato che la dea si fosse innamorata di Kastytis, comune pescatore mortale.

Vera riserva naturale ricca di boschi, insenature, villaggi di pescatori e splendidi sentieri che conducono alle dune di sabbia in continue trasformazioni geologiche e naturalistiche. Nida è il paese delle banderuole. Le banderuole sono i segnavento, e qui ne hanno fatto una vera e propria cultura. In passato le banderuole erano sulle barche a vela e i colori e i disegni di ciascuna di essa identificavano esattamente a quale paese e a quale famiglia appartenesse la barca.

Le casette sono tutte di legno colorate, ricoperte di assi dipinte, con piccoli cancelli di legno, siepi e giardini. La penisola è l’unico posto nel Parco Nazionale Kuršių Nerija dove ancora ci sono dune mobili che, a causa dei venti occidentali prevalenti, si spostano ogni anno da 50 cm a 10 m verso est. Nelle aree che non sono calpestate dalle persone la superficie mostra le tipiche increspature del vento; le erbe riescono a crescere anche nelle sabbie in movimento creando un paesaggio suggestivo.

Quello che più colpisce di questa lingua di sabbia è sicuramente l’ambiente naturale composto da mare, laguna, foreste, boschi, spiagge e dune. Da un punto di vista naturalistico è uno dei luoghi più affascinanti del paese, e dal 2000 è divenuto anche Patrimonio Mondiale dell’Umanità. La penisola Curlandese è una lunga lingua di sabbia che si estende per 98 km tra il mar Baltico e il bacino separato dalla terraferma da una tranquilla laguna formata, esclusivamente, da sabbia e da enormi dune mobili alte fino a 60 metri.

Per giungere alla duna partendo da Nida ci sono due possibilità: o attraversare il paese seguendo un simpatico segnale con un alce che fa trekking; oppure seguire la pista che attraversa la pineta e raggiungere le passerelle del sentiero didattico di Parnidis. Lungo il sentiero è possibile incontrare animali in piena libertà come daini, lepri e caprioli. Attraverso il bosco anche il respiro si fa leggero. Squarci di cielo si allargano oltre il bosco fino a superare alcuni incroci; mantenendosi sempre a sinistra si raggiungono le basi di alcune passerelle in legno che permettono di arrivare alla sommità dunale.

Camminando sulla passerella si evita di danneggiare il delicato ecosistema dunale, sembra quasi di camminare sulla luna, di ritrovarsi al centro di un deserto, di vivere una esperienza davvero unica. Una volta giunti in cima, il panorama che s’apre è incredibilmente bello con paesaggi che dominano la verde laguna da un lato, e l’azzurro mar Baltico dall’altro. Quassù non c’è assolutamente niente, si è nel mezzo del nulla; tutt’intorno immense dune di sabbia si estendono a perdita d’occhio fino a dominare un panorama quasi siderale. La cima è un posto particolare da cui si può vedere il sole sorgere dal mare e calare sempre nel mare.

Non a caso qui c’è una meridiana alta più di 5 m, particolarmente precisa, che segue il corso del sole, indicando ora, giorni, mesi e anni con simboli che ricordano disegni di matrice runica dando al luogo un aspetto magico, quasi sacrale. La duna Parnidžio tra le più grandi del parco, è classificata come una duna viva o mobile, cioè in perenne in movimento, che avanza e si modifica modellata dagli agenti atmosferici, tant’è che è obbligatorio procedere sulle passerelle poiché un passo fuori di esse può portare alla base della duna anche una tonnellata di sabbia. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

cascate del CARPINONE (IS), le “MERAVIGLIE” di quel MOLISE che “effettivamente”… c’è!

Nel cuore dell’Appennino centro meridionale, in quell’angolo di silenzio e di profumi nascosti tra montagne e valli profonde, laddove si respira l’autentico senso della vita in cui tutti gli elementi concorrono a generare la sublimazione della selvaggia bellezza della natura, i suoni dell’acqua creano – da sempre – una perfetta armonia tra paesaggio e ambiente. Siamo nel Molise, sì… proprio quel Molise che in tanti dicono che “non c’è”, ma se non ci siete mai stati, ritagliatevi la possibilità di avere tempo per venire a conoscerlo e, soprattutto, nel venire a scoprire le sue innumerevoli bellezze offerte da una natura ancora in continua evoluzione e sempre pronta a generare emozionanti esperienze.

       CARPINONE, in provincia di Isernia, è un caratteristico borgo montano il cui centro storico (davvero bello e intrigante) ruota tutto intorno al vecchio Castello, purtroppo poco praticabile poiché al suo interno ci sono macerie e materiali da risulta e a queste condizioni spesso risulta essere pericoloso. La gente del luogo, invece, è molto gentile e i prodotti locali buoni. Tutt’intorno il borgo è avvolto dalla copiosa vegetazione delle montagne circostanti e dal rigoglioso manto forestale che ricopre i profondi valloni scavati dalle acque del torrente Carpino che solcano la rupe da cui si erge il paese. Negli ultimi tempi il borgo è famoso per la presenza – nel suo territorio – di cascate che generano meravigliosi scenari di natura.

       Se finalmente si è convinti che il Molise esiste, allora questo luogo è da conoscere. Trascorrere ore in mezzo ai boschi, ascoltare il rumore delle acque, sedersi su una panchina e rilassarsi di fronte ad un ruscello… Il tutto in mezzo ad un paese in cui sembra che il tempo si sia fermato; l’escursione merita e va fatta senza orologio per godere di ogni attimo. Volendo andare a conoscere e scoprire questi scorci naturalistici e ambientali, si parte proprio dalla piazzetta centrale del paesino (qui in estate i giovani presso un gazebo forniscono indicazioni). Osservando con attenzione si seguono le relative indicazioni di un’approssimata segnaletica per raggiunge le cascate ove è necessario seguire un sentiero in discesa.

       In pochi minuti di cammino si viene inghiottiti dalla copiosa vegetazione del vallone e si discende verso il centro. Il percorso dura circa mezz’ora ed è quello un tantino più tortuoso dovuto dalla pendenza. Alla fine compare una radura che s’apre ai margini delle sponde, con tanto spazio intorno e un ponticello che raggiunge la sinistra orografica del torrente. Il paesaggio circostante sembra uscito da un racconto di fiabe, un misto tra ruralità, espressione e forza della natura e luogo adattato all’impervio ambiente circostante. Siamo finalmente all’inizio del sentiero principale che conduce alla cascata del Carpino dove a monte una radura ospita l’area pic-nic mentre le prime rapide a valle introducono allo stupore…

       Dal ponticello parte, sulla destra, un sentiero nel bosco abbastanza impervio con ripidi scalini appena accennati; mentre per aiutare le persone nella progressione c’è un corri-mano realizzato con cavi in ferro e corde. Il sentiero è tutto salite e discese con eventuali gradini, ma il tutto è circoscritto da paletti, cavo di acciaio o corde utili per far da leva. Si percorre il sentiero che ha volte fa paura, per la ripidità della pendenza, specialmente i primi 150 metri e gli ultimi 20 metri, per poi giungere finalmente alla cascata. Lungo il percorso è possibile ascoltare il rumore dell’acqua che scorre attraverso le montagne circostanti oltre ad avere la possibilità di ammirare il bellissimo scorcio del paese di Carpinone.

       Ad un primo tratto in discesa compare, giù nel fondo a destra, un bacino che raccoglie le acque del torrente Carpinone utili per generare una modesta centrale idroelettrica; questo bacino presenta, lungo il suo margine verso valle, uno sfiatatoio da cui hanno origine i due salti delle sottostanti cascate ma… pur ascoltando il suono, ancora non si vedono! Un passaggio per un vecchio cancelletto in ferro e – successivamente – sotto il tronco di un albero sporgente, consente ora di lambire, sulla sinistra, la base di una ripida parete in roccia calcarea mentre sul bordo destro scorre un cavo d’acciaio che funge da balaustra scorrimano per facilitare la ripida discesa che porta alle cascate.

       Ed eccole finalmente le cascate, laggiù in fondo sulla destra, un paesaggio bucolico determinato da angoli di natura incontaminati dove l’incontro di due corsi d’acqua genera questo meraviglioso scrosciare d’acqua; una cascata doppia molto scenica con un salto di circa 30 metri alla cui base ristagna un laghetto dove in estate i più temerari possono fare il bagno. Già dall’alto si comincia a vedere, ma quando si giunge ai piedi della cascata si rimane estasiati da tanta bellezza e a bocca aperta; quaggiù, nonostante la canicola dei mesi estivi, il gran bel salto della cascata e la carica del volume d’acqua che precipita, è davvero imponente. Si può restare ore ad ammirarla facendosi rinfrescare dagli schizzi d’acqua.

       Al termine del percorso si giunge ai piedi della cascata artificiale dove si forma una piccola pozza d’acqua gelida. Quaggiù è tutto molto suggestivo; è possibile fermarsi e godere, al fresco, lo spettacolo della cascata. Risalire il percorso e un po’ un’impresa ma vale la pena cimentarsi considerato che comunque la salita è sempre all’ombra del bosco. Le cascate – per quanto originate da un modesto corso d’acqua – sono estremamente suggestive e l’orrido in cui si gettano a strapiombo sembra ritagliato in una cornice paesaggistica avvolta da storie e leggende locali. Gli sforzi e le fatiche per raggiungerne il fondo (e, soprattutto quelle da compiere per “tornare in quota”) valgono tutto ciò per cui si compiono.

       Un Molise che riesce ad offrire scenari, paesaggi e ambienti del genere, merita sicuramente di poter essere conosciuto, frequentato e apprezzato per la potenza espressa dalla sua natura, poiché tutto concorre alla magnificenza con cui il “Creato” si è davvero impegnato per rendere, questo angolo di paradiso, un luogo in cui poter riuscire a ritrovare sé stessi! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

KINDERDIJK (NL): una culla travolta dalle onde, un coraggioso gatto, questa è l’incredibile leggenda… della meravigliosa valle dei “Mulini a Vento”

Come un luogo può entrarti definitivamente nell’animo e… restarci per sempre! Ecco, questa è la sensazione che si prova chi attraversa questo luogo davvero unico! Camminare lungo gli argini e i sentieri di questa valle è possibile godere dei ritmi lenti dei luoghi delle periferie tipiche e apprezzare il fascino dei canali che scorrono lenti tra il verde dei campi e l’argenteo dell’acqua. Ed è proprio a pochi chilometri da Rotterdam che sorge – forse – la più vera e autentica icona paesaggistico-naturale che ben rappresenta il paesaggio olandese in tutto il mondo: quella dei Mulini a vento nella valle di KINDERDIJK. I Paesi Bassi e l’acqua sono da sempre un legame indissolubile, ben comprensibile soprattutto nelle terre all’interno del paese in cui si celano scorci bucolici che generano affascinanti paesaggi composto da fossi, navigli, canali, stagni, laghi e fiumi laddove ogni metro quadrato di terra è stato duramente conquistato con l’ingegno e le fatiche del popolo olandese. Narra un’antica leggenda olandese che la parola Kinderdijk significa “diga del bambino”; una storia che ebbe origine dalla terribile alluvione – quella del 1421 – la Saint Elizabeth Flood (Diluvio di Santa Elisabetta), di quando… “una culla in legno cadde nelle acque della diga e prima che fosse travolta, fu coraggiosamente difesa da un gatto, che cercò con tutte le forze di tenerla a galla…”  “…Quando finalmente la tempesta cessò, la culla giunse a riva nelle vicinanze di un villaggio di contadini. Questi, uditi i gemiti corsero a salvare bimbo e gatto…”

Fu così che la diga prese il nome di Kinderdijk. Nel tardo Medioevo la zona era soggetta a ripetute inondazioni e poichè il paesaggio olandese, privo di rilievi, ha sempre dovuto lottare contro le maree e l’innalzamento del livello dei fiumi, per limitare il problema fu ideato e progettato un sistema di canali e dighe che col tempo formarono i cosiddetti “polders”, le terre strappate al mare e alle paludi costiere e rese abitabili e coltivabili; Kinderdijk si trova presso il polder Alblasserwaard. Dichiarata patrimonio dell’Unesco dal 1997, nella valle è possibile camminare a piedi o in bicicletta fino alla confluenza dei fiumi Noord e Lek; una bella passeggiata di circa 12 chilometri lungo piste e sentieri naturali. Ciò che rende speciale questo luogo sono le perfette condizioni di mantenimento e funzionalità degli antichi mulini a vento e la natura incontaminata. Lo scenario di Kinderdijk è selvaggio e incontaminato caratterizzato dai “windmolens” (mulini a vento appunto) che sono qui da quasi 3 secoli: i primi 8 furono costruiti nel 1738 insieme ad un efficiente e complesso sistema di pompaggio dell’acqua; gli altri 8 qualche anno dopo. Tutti quelli visibili e presenti nella valle, anche i successivi 3, assolvono al principale scopo di drenare i “polder” (cioè le aree emerse e salvate dall’acqua) e coprire i differenti livelli delle “boezems”, le pozze di drenaggio.

I mulini di Kinderdijk furono costruiti nella prima metà del 1700 allo scopo di mantenere asciutto il bassopiano Alblasserwaard. Eretti uno di fronte all’altro, rappresentano la tipica immagine cartolina del paesaggio olandese. Camminando lungo le facili piste e i sentieri ben sistemati che scorrono (e collegano) sui terrapieni che formano la valle e che dividono i Mulini dai canali, è possibile ammirare i numerosi corsi d’acqua solcati dai battelli e piccole imbarcazioni; gli argini determinati da giunchi e canneti, copioso fogliame in cui trovano riparo numerose specie di volatili (anatre, aironi, cigni, gabbiani). Gli estesi campi che ogni aprile accolgono le meravigliose fioriture dei tulipani; i ponti in legno e acciaio con le chiuse e scoprire – infine – di come gli Olandesi sfruttano l’acqua a proprio vantaggio da oltre mille anni. I Mulini a vento della valle di Kinderdijk oltre ad essere estremamente fotogenici, permettono di capire, e toccare con mano, la vera storia di questo paese. E se si ha tempo a disposizione per poterli ammirare al tramonto (non lasciatevi sfuggire questa occasione…) sembra davvero di essere capitati al centro di un quadro impressionista, talmente così incredibili la bellezza, la suggestione, i profumi e i colori che generano questa intensa natura di terre sapientemente strappate alle acque. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

“Stairway to Heaven” walking on PEN-y-FAN (GALLES, Wales/Cymru), in UK

Percorrere l’itinerario compiendo questa escursione in ascesa alla cima del PEN-y-FAN, nel cuore del Brecon Beacons Natural Park, in territorio del Galles (antico territorio di Cymru) sembra di salire proprio lungo una scalinata che porta verso il Paradiso. Led Zeppelin a parte, siamo proprio al centro di un paesaggio ove il nulla persiste per chilometri, oltre tutti i possibili orizzonti di confini che si perdono in lontananza. Superati una cancellata in legno si comincia a salire con un ritmo di passo molto lento; al mattino presto qui, anche se il cielo è terso, libero da nubi e talmente così nitido da scrutare il paesaggio oltre decine di chilometri in lontananza, fa un freddo che falcia il viso e – se non si è ben protetti a riguardo – questo vento gelido del nord può anche far perdere l’equilibrio!

Sostanzialmente il percorso non presenta notevoli difficoltà tecniche, anche perché la progressione viene costantemente catturata dai paesaggi mozzafiato che circondano l’area. Le refole del vento costringono a coprirsi per bene, ma, se la giornata volge al bello totale, lo spettacolo dei panorami che si conquistano metro dopo metro – credetemi – davvero non ha eguali! Volgendo lo sguardo, di tanto in tanto, alle nostre spalle, è possibile ammirare la brughiera; queste dolci elevazioni montuose, nelle parti sommitali, vengono caratterizzate da estesi tratti di torbiera, mentre alla base di queste, soprattutto lungo i solchi vallivi, si estendono copiose foreste formate da querce, frassini, ontani e faggi con un ricco sottobosco di mirtilli ed altre pregiate bacche. Il solco della pista si alterna a tratti battuti con parti formate da listelli di bauxite che originano una lunga serie di gradoni rocciosi che vanno sì ad addolcire l’ascesa, ma che incidono (facendo molta attenzione nella progressione!), sollecitano e mettono a dura prova tutte le articolazioni inferiori.

Il vento qui assume una condizione sublimale e sembra quasi essere al centro di un concerto musicale; l’effetto che se ne trae è che i ripetuti cambiamenti di direzione del vento, emettono labili fruscii che producono suoni e vibrazioni che cambiano ritmo all’improvviso. Superati un cancelletto in legno, dopo una breve discesa si giunge presso l’alveo di un torrente (il Blaen Taf Fawr) la cui sorgente viene originata dal cuore della torbiera. Qui la vegetazione arborea è assente quasi del tutto, tranne che per le praterie d’altura, licheni e specie di cespugli con steli diritti (simili a sottili canne) della lunghezza di 40/50 cm; tutt’intorno, ovunque volge lo sguardo, sulle creste e sulle cime più alte del parco che circondano come un gigantesco anfiteatro, domina la brughiera; mentre nelle aree più riparate sono presenti estesi boschi.

Raggiunti alcuni margini di creste elevate, sono facilmente individuabili e si possono ammirare i segni delle erosioni glaciali risalenti a remote epoche preistoriche; le forme concave di enormi vallate ed il muschio e la torba che ne ricoprono le superfici, rendono questo scenario davvero unico, molto suggestivo come dimostrano gli specchi lacustri che compaiono un po’ dappertutto e, proprio sotto di noi, giace il Llyn Cwm Llwch. Affacciarsi lungo queste creste si ha la sensazione di farsi avvolgere dall’infinito, sembra quasi di essere parte di quell’immenso “immaginario” ed immaginifico che ha sempre elevato lo status emotivo di chi va in montagna. I venti che ascendono da queste vallate ti prendono e ti avvinghiano, facendoti leggermente barcollare, ma basta fare qualche passo indietro dai cigli più esposti ed ecco che tutto si placa in un inteso e incredibile silenzio. Solo i passi degli scarponi sul selciato sorreggono il ritmo altalenante della progressione, per il resto – basta volgere lo sguardo ovunque intorno – che l’animo si riappropria della sua condizione di “misuratore” di emozioni.

Giunti su una prima cima “piatta” (il Corn Du, 873 m) lo spettacolo della natura assume una dimensione paradisiaca; ovunque volga lo sguardo coi nostri occhi, è possibile catturare i profili di monti e vallate che si perdono all’infinito. Ad ogni modo la vetta del Pen-y-Fan è lì vicino, verso NE, a portata di gambe. Guadagnati la dolce sella rocciosa che divide le due elevazioni, per una breve impennata su sentiero roccioso si arriva finalmente sulla vetta più elevata del National Park of Brecon Beacons, il monte PEN-y-FAN (886 m). Sì… siamo proprio nel punto più in alto e al centro di una vasta area montuosa fatta di dolci elevazioni erbose e di estese vallate che si perdono a vista d’occhio verso tutte le direzioni. Il monte Pen-y-Fan è il punto più elevato dei monti Brecon Beacons, ed è una delle mete più interessanti di tutto il parco per i suoi spettacolari panorami.

Nei punti più nascosti, laddove lo sguardo si confonde tra valli e pianure, s’aprono grotte, gole impervie, cascate, caverne, foreste, laghi e corsi d’acqua; un’alternanza di zone umide che sono tra le più importanti caratteristiche geo-morfologiche dell’area, principali elementi del paesaggio di questo Parco, un territorio abitato dall’uomo sin dalla preistoria e che ha lasciato nel corso degli anni numerosi segni delle civiltà che lo hanno “vissuto” come le testimonianze romane, castelli, fortificazioni e chiese medievali, case e fabbricati dell’archeologia industriale; La zona è inoltre ricca di giacimenti di carbone ed in passato furono sfruttati in modo intensivo. Tra la fauna presente su queste montagne primeggiano i volatili, riconoscibili per mezzo di rapaci come allocchi, gheppi, falchi e corvi, numerose specie di passeriformi dai caratteristici piumaggi e mammiferi, come la volpe e il tasso, di cui si riconoscono le impronte e le tracce di feci.

Le vedute paesaggistiche che sono possibili godere da quassù valgono la fatica fatta per arrivare fino in cima, e – soprattutto durante la stagione invernale – con il freddo e il ghiaccio persistente fino alla fine di marzo, rendono il tutto veramente mistico, come se si venisse avvolti da una autentica atmosfera celtica! Raggiungere questa vetta è il completamento di più stati emotivi che conducono alla felicità in assoluto perché – come abbiamo sognato all’inizio prima di compiere l’ascesa sulle note dei Led Zeppelin – siamo riusciti a salire pian piano lungo la “scala che porta verso il Paradiso”; e, credetemi… che Paradiso! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

SHKODRA (Skutari, ALBANIA)… lontani dal caos, attraverso luoghi avvolti solo dal silenzio e circondati dall’immenso, camminando lungo rupi da cui si ergono inaccessibili fortezze come quella di Kalaja e Rozafës…

Se si desiderano conoscere luoghi e posti davvero, suggestivi, incredibili, spettacolari, coinvolgenti e interessanti all’estero, necessita assolutamente avere un’auto al seguito poiché – come nel caso dell’Albania – alcuni luoghi davvero molto belli, possono solo essere raggiunti con collegamenti stradali (qui le ferrovie sono dismesse!) SHKODER o SHKODRA, meglio conosciuta come SCUTARI, è una bella località dell’estremo nord del paese; bagnata da un grande lago (Skadarsko Jezero/Liqeni i Shkodrës) le cui acque sono condivise (cioè confinanti) col Montenegro. Le montagne che la circondano, sono aree protette dai Parchi Naturali di Thethi e Valbona, disegnano quel naturale confine tra l’Albania ed il Kosovo. Tito Livio, e le cronache di storia, ne ricordano il principale ruolo di capitale degli Illiri, sotto il mandato di re Gentius (ante currum ducti Gentius rex cum conjuge et liberis, et caravantius frater regis, et aliquot nobiles Illyrii). Città di frontiera, l’antica Scutari (Scodrinon) fu soggetta alle influenze e alle dominazioni che si sono succedute durante il corso dei secoli: da quelle veneziane, passando per le slave fino a quelle ottomane, conservando – quindi – radici etniche e intrecci di cultura che si succedono quella islamica e cattolica, italiana e turca.

Città caotica Scutari, vivace, molto frenetica e dall’indole spiccatamente commerciale (posta lungo una tra le principali rotte/collegamenti tra il nord e il sud dei Balcani) si cerca di evitare il congestionato traffico che la avvolge per andare a scoprire – nelle vicinanze – alcune delle sue bellezze storiche, architettoniche, paesaggistiche e ambientali che ne caratterizzano il territorio: lo spettacolare e singolare Ponte di Mes (o di Mesi, in italiano il Ponte di Mezzo), pochi km più a nord della sua periferia in una zona estremamente rurale, e la panoramica spianata in cui sorgono le possenti mura di cinta del Castello di Kalaja/Rozafë. Poco fuori le ultime case del villaggio di Mes c’è il bellissimo Ponte di Mes altro che è un vecchio ponte in pietra costruito nel periodo della dominazione ottomana in Albania. Sorretto da diverse piccole arcate che si collegano alle due sponde presenta una grande arcata centrale che le conferisce la tipica “schiena d’asino”. Questo ponte fu ponte costruito nel XVIII secolo dal Pascià ottomano dell’epoca e presenta alcune caratteristiche che lo rendono particolare come gli archi asimmetrici della struttura, la singolare forma e il fatto che esso non sia lineare ma curva lievemente; esso è percorribile solo a piedi e risulta essere ben conservato essendo stato ristrutturato di recente.

Questo suggestivo ponte, sotto cui scorrono le acque del fiume Kir mette in collegamento Scutari con l’antica Drivasto (in albanese Drisht) città che nel 1478 fu conquistata e saccheggiata dagli Ottomani e in seguito cadde in rovina. Circondato da catene montuose di considerevole altezza, il Ponte di Mes è un luogo circondato dall’immenso e avvolto esclusivamente dal silenzio più assoluto, rotto – di tanto in tanto – dai mezzi agricoli che rientrano dai campi dei vicini altipiani. Questo di Mes è, sicuramente, il più antico ponte di matrice ottomana, il più lungo, il più grande in tutta l’Albania ed è l’unico che presenta una curva. Poco lontani dal caos di Scutari, verso sud, posta alla confluenza dei fiumi Boiana e Drini si staglia l’altura calcarea su cui spicca l’assolata spianata che accoglie il duplice ordine delle mura di cinta dell’inaccessibile fortezza di Kalaja/Rozafës. L’imponente struttura del castello che domina Scutari, data la sua posizione strategica, qui si erge da migliaia d’anni. In alcuni parti delle sue mura sono ben visibili tratti delle mura ciclopiche risalenti all’epoca degli Illiri, che si alternano a strutture in stile veneziano, una Chiesa/Moschea coi resti ben visibili del suo minareto. Da quassù, oltre all’interesse storico, si possono godere bellissime viste panoramiche sulla piana e sul lago con i fiumi che lo alimentano.

Il Castello, abitato fin dall’età del Bronzo, fu roccaforte degli Illiri e, successivamente, conquistato dai Romani; nel XV secolo passò sotto il diretto controllo dei Veneziani, fino alla resa ed essere consegnato – dopo cruenti battaglie – ai Turchi. La chiesa di Santo Stefano, successivamente trasformata in Moschea, con il minareto, si erge proprio al centro tra i suoi principali resti. Osservando con attenzione, proprio all’interno delle mura, è possibile vedere subito in prossimità dell’entrata, la statua con la bella dama murata viva che allatta un poppante, spunto cruciale che origina una singolare leggenda. La leggenda del Castello di Rozafa si articola tra finzione e realtà; essa narra di tre fratelli impegnati nella costruzione di questa bellissima fortezza. Ogni giorno mettevano su le pietre mentre ogni notte, puntualmente, esse crollavano. Disperati, questi si recarono a consulto da un oracolo: il vecchio saggio spiegò loro che per assicurare la costruzione del castello, una delle loro mogli avrebbe dovuto sacrificarsi. La scelta doveva avvenire in maniera casuale, senza che le donne lo sapessero. La prima che quella sera avrebbe portato la cena ai tre fratelli sarebbe stata la “prescelta”, condannata – secondo il sacrificio – ad essere murata viva nel castello.

I tre giurarono di mantenere il silenzio, ma i due fratelli più grandi non resistettero allo stress e rivelarono tutto alle loro mogli. I primi due fratelli, mancando fede al segreto loro imposto, confidarono tutto alle loro consorti, pregandole di non preparare la cena. Il terzo fratello, invece, non disse nulla a sua moglie Rozafa. Così fu proprio a Rozafa, moglie del più giovane, che toccò portare il pranzo l’indomani; ma il destino che l’attendeva fu sconvolgente. La giovane donna accettò di farsi murare viva all’interno delle mura, ma volle rendere il suo sacrificio più dolce, chiedendo di lasciare nel muro un varco per i suoi occhi, per il seno, il braccio e una gamba, per poter almeno vedere, allattare, abbracciare e cullare il figlioletto amato; e così fu! Una statua dello scultore Skender Kraja ricorda oggi quel crudele sacrificio. Oltre all’importanza storica e alla conseguente (e suggestiva) leggenda, uno dei motivi per visitare il Castello di Rozafa è sicuramente la sua vista spettacolare. Dai suoi terrazzamenti, dai suoi bastioni, dalle sue torri merlate si ha la possibilità di poter ammirare una vista panoramica su Scutari, con splendide vedute paesaggistiche sulla confluenza dei due fiumi e sulle colline circostanti. Al tramonto, poi, qui tutto assume una luce (e una cornice) particolare; sembra quasi di vivere in un’epoca senza tempo, luoghi fuori da ogni dove… Qui, quando il sole cade oltre l’orizzonte, la mente si lascia facilmente trasportare lontano dai ritmi frenetici imposti dalla quotidianità, mentre l’animo… comincia a godersi il momento! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG: