KRAKOW (Cracovia, PL)… la “vecchia” capitale polacca e “antica città” dei Re!

La Polonia, uno tra i più antichi e blasonati regni d’Europa è una terra (patria che ha dato i natali a “Lolek”, quel Karol Wojtyla salito al “soglio” di Pietro in Vaticano col nome di Papa Giovanni Paolo II) che sembra davvero essere stata benedetta dalla mano di Dio. Al di fuori di Re, artisti, condottieri, poeti e musicisti, questa terra ha anche aperto le porte alle prime manifestazioni pacifiche mosse da un sindacato “Solidarność” (Solidarietà) fondato dallo sto-rico sindacalista Lech Wałęsa ancor prima che la temuta “Cortina di Ferro” potesse scalfirsi con la definitiva caduta del “Muro di Berlino”. La vita nelle città, dopo decenni di regime post-sovietico, ha lentamente ripreso i ritmi di una volta mantenendo fede alle tradizioni che si tramandano da tempo ma con lo sguardo proteso alla modernità. Librerie, negozi, luoghi d’arte, di culto e di cultura, centri commerciali, uffici, piccolo e medio commercio, sono i punti cardine su cui si basa l’economia dei centri polacchi più grossi in città come Varsavia, Poznan, Kracow, Katowice. Proprio girovagando per CRACOVIA, si avverte l’essenza di quella mitelleuropa ormai sbiadita nelle memorie del tempo.

Ancor prima di Varsavia, CRACOVIA (KRAKOW) l’antica capitale della Polonia, oggi tutelata dall’UNESCO, è un ricco contenitore di opere artistiche e architettoniche di pregiato valore, un patrimonio strico pressoché intatto in ogni suo minimo dettaglio.  La città deve il suo nome al principe Krak che nel X secolo eresse una fortezza sulla modesta altura di Wawel, la collina che si erge su un’ansa della Vistola (il fiume che attraversa la città) separando il suo centro storico dai quartieri di Stradom e Kasimierz. Girovagando per le strade di Cracovia, si avverte – toccando quasi con mano – l’essenza e il cuore di quella mitelleuropa ormai sbiadita nelle memorie del tempo. Sin dal Medioevo Cracovia è stata una delle città più prospere e colte d’Europa, grazie anche alla celebre Università fondata dagli Jagelloni nel ‘300. Cuore della Città vecchia (quartiere Stare Miasto) è la vastissima piazza del Rynek Główny, considerata – a tutti gli effetti – la più grande piazza d’Europa. L’edificio al centro della piazza, detto Sukiennice, era il mercato dei tessuti e risale al XIV-XVI secolo; ancor oggi è sede di attività commerciali e ospita al primo piano la Pinacoteca (pittura polacca dell’800) del Museo Nazionale di Cracovia.

Qui la sera, all’imbrunire, la piazza si trasforma in un autentico gioiello, quasi una fiaba, con le carrozze bianche trainate dai cavalli che invitano a visitare la città per mezzo di una romantica passeggiata trai i monumenti e i luoghi più celebri al ritmo cadenzato dal passo delle cavalcature su selciati e lastricati. Un’altra importante sezione del Museo si trova nel Palazzo Czartoryski, dove è possibile ammirare la celebre “Dama con l’Ermellino” di Leonardo. L’anima della città (la cui topografia, ed il suo assetto urbanistico, si avvicina di molto ad una forma di cuore) è tutta cinta da una estesa fascia di verde tra prati e boschi a basso fusto; ma, sicuramente, A sud del Wawel ci si lascia trasportare dagli intensi profumi, i ricordi, i colori e le preghiere che si elevano dal ghetto (quartiere) ebraico con le varie sinagoghe e il Museo dell’ebraismo. Cracovia è una città proiettata verso il futuro e fin da ora ne possiede già tutte le caratteristiche: bella, accogliente, pulita, organizzata, di ampio respiro, vivace e trainante, insomma tutto ciò che riesce a soddisfare un soggiorno tra queste bellezze non solo artistiche e storiche; da tenere d’occhio, infine anche la sua particolare cucina in cui primeggiano le verdure, gli insaccati e i formaggi! Sempre sul fiume Rynek sorge la Chiesa di Santa Maria delle alte Torri; l’interno è decorato da maestri del Barocco bavarese come Veit Stoss e Peter Vischer.

Come dicevo, l’anima della città (a “forma” di cuore) è cinta da una fascia di verde, la Stare Miasto racchiude anche il Barbacane, residuo delle vecchie mura cittadine, la Porta Floriańska, il Collegium Maius con il Museo dell’Università, la chiesa e il convento dei francescani, quello dei domenicani e altre chiese minori; c’è anche la casa-museo dove visse il pittore Jan Matejko. Sicuramente il suo monumento più importante, quello che ne caratterizza anche la skyline ammirandolo dalla Vistola, è il Castello sul Wawel, del quale si visitano la Cattedrale, la Camera del Tesoro e il Palazzo Reale al cui interno sono custodite arredi, oggetti d’arte e armature; nonchè al suo centro le tracce (basamenti in pietra) delle prime costruzioni erette sulla collina. A sud del Wawel sono da vedere la chiesa di S. Bernardo e il nucleo storico di Kasimierz, che in origine era una città a sé. Qui si trovano il Vecchio Municipio, sede del Museo Etnografico. Da non dimenticare la Chiesa del Corpus Domini ed altri edifici di importanza religiosa. Qui il “potere” sovietico e del comunismo hanno lasciato evidenti tracce; ma è da quando questa terra ha dato i natali a Papa dagli “occhi di ghiaccio”, che la sua prosperità si è ben consolidata durante lo scorrere degli ultimi decenni; e Cracovia… ha ancora tanto da offrire! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Baia di Porto CONTE (SS, Sardegna): “Ciò che rende bello il deserto è che da qualche parte vi è nascosto un pozzo” (Antoine de Saint Exupérie)

A pochi chilometri da Alghero (provincia di Sassari) in Sardegna, e nelle vicinanze di Capo Caccia s’apre un angolo di natura tra i più spettacolari e significati dell’isola dei “quattro mori”: l’area protetta di Porto CONTE, con un litorale che si distribuisce tra estese spiagge di finissima sabbia bianca, calette mozzafiato che si rispecchiano tra l’azzurro e il turchese del mare, precipitose scogliere da cui sporgono ciuffi di rigogliose pinete d’aleppo. Nella costa nord-occidentale della Sardegna, c’è la suggestiva la baia di Porto Conte, una grande insenatura naturale racchiusa tra i promontori carsici di capo Caccia e punta Giglio.

Il Parco Naturale di Porto Conte vanta una grande varietà di paesaggi naturali, delle suggestive falesie a strapiombo sul mare, dalle spiagge di sabbia bianca, passando per sentieri che attraversano boschi di lecci e aree di copiosa macchia mediterranea. Se si è amanti della letteratura questo è uno dei luoghi più significativi. Avere la possibilità di potersi sedere sugli scogli davanti ad un vecchio faro e ci si immerge tra il respiro del vento e il suono della risacca; solo così facendo si ha la sensazione di incontrare quell’uomo – Antoine de Saint Exupérie, nonché pilota dell’aviazione da ricognizione fotografica – che partorì, dalla sua fantasia, il romanzo del Piccolo Principe.

Una TORRE di matrice catalana (aragonese) e un bianco Faro determinano l’estrema punta che raccoglie – nel suo arco costiero interno – una splendida baia; dalla cima della torre è visibile un panorama mozzafiato sull’intera Baia di Capo Caccia. Dalla scogliera ai piedi un bellissimo faro la baia accoglie i natanti che raggiungono l’interno del golfo; percorrendo un viale nella copiosa pineta costiera si raggiunge il promontorio da cui si ergono queste strutture. In puro stile catalano algherese la Torre del Port del Comte, è una torre costiera appartenente al complesso di strutture fortificate che, dall’alto medioevo sino alla metà del XIX secolo, hanno costituito il sistema difensivo, di avvistamento e comunicazione delle coste della Sardegna.

Il fortilizio, ubicato a una trentina di metri dal mare, si affaccia sull’omonima baia, a poca distanza della frazione di Maristella, a fianco del FARO di Porto Conte. Situata nella Baia di Conte, tra Capo Caccia e punta Giglio, risulta essere una perfetta postazione di osservazione. Queste strutture fungevano – durante il corso del tempo – da postazioni di vedetta inizialmente medioevali, poi aragonesi e, successivamente, prima dai tedeschi e poi dagli inglesi durante l’ultimo conflitto mondiale; la Torre risulta essere una tra le più grandi della zona. La Torre si trova in una posizione bellissima, con una vista panoramica sul mare e sul paesaggio mediterraneo circostante. L’aria fresca e salmastra del mare rende l’atmosfera molto rilassante e piacevole.

La vista sul circondario lascia apprezzare la bellezza del paesaggio, con le rocce scolpite dal vento e dal mare, e la rigogliosa vegetazione che si estende fino alla spiaggia; qui è davvero un luogo molto bello dove godere della magnificenza del mare, del paesaggio e della natura mediterranea. La risacca delle onde che s’infrangono sulla scogliera lascia trasportare la mente nell’intraprendere un viaggio seguendo i pensieri – intrisi di saggezza, amore, rapporto con il mondo, amicizia, sguardo fanciullesco e senso della vita, da coltivare a tutte le età – del Saint-Exupéry che hanno sempre evidenziato l’importanza di guardare oltre le apparenze; quel forte desiderio di poter cominciare un viaggio fatto di curiosità, ricordi, domande, riflessioni, scoperte; quel ricordarsi che “se un bambino non gioca, non  è un bambino; ma l’adulto che non gioca, ha perso per sempre quel bambino che era dentro di sé!” (Pablo Neruda). Buon viaggio a tutti i sognatori e a tutti i viaggiatori… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ALAGADI “turtle” beach, Cipro (settore turco): ove nidificano le tartarughe

Alcuni tratti di costa che circondano la parte turca dell’isola di Cipro, sono il naturale paradiso per la nidificazione delle tartarughe. Andare a percorrere chilometri di sabbia dorata bagnata da un incredibile mare è come sentirsi proiettati in una dimensione ambientale diversa; il rispetto per il luogo, la sensibilità di chi vi abita nelle vicinanze e se ne prende cura, la protezione stessa del luogo fanno di queste spiagge il privilegiato eden per le tartarughe.

Dopo aver camminato lungo chilometri di costa attraverso un paesaggio mai uguale a se stesso e con scorci ambientali che si rinnovano metro dopo metro, dopo aver visitato antiche chiese (di rito greco/ortodosso) abbandonate – dopo l’invasione turca – dalla precipitosa fuga di fedeli e sacerdoti di rito cristiano e rimaste vuote perché circondati all’interno di una “sacca” occupata dalle milizie ottomane si raggiungono – ad est di Kyrenia – spiagge di una particolare bellezza; ed è proprio qui che nidificano e pongono le loro uova le tartarughe; nidi circondati da protezioni mentre tutt’intorno c’è il vuoto.

Nessuna forma antropica (sdraio, cabine, ombrelloni) è visibile lungo chilometri di costa, un litorale che si divide tra sabbia e scogli, ma la balneazione è comunque permessa e si può nuotare in acque limpide e cristalline proprio dove le tartarughine neonate fanno i loro primi incredibili passi. La spiaggia di ALAGADI è una spiaggia libera ed è – quasi certamente – la spiaggia più famosa di tutta Cipro soprattutto per la frequentazione delle tartarughe marine, che qui vi depongono le uova. La Società cipriota per la protezione delle tartarughe marine, grazie ai volontari che fanno osservazioni, proteggono i nidi e fanno attività di divulgazione (tra cui il frequentatissimo turtes watch notturno).

Il paesaggio viene caratterizzato da una spiaggia di sabbia rossa, sovrastata da dune costiere di sabbia più chiara coperte di vegetazione (macchia mediterranea); molto belle da vedere sul litorale sono anche le fioriture dei gigli di mare. Prima di giungere alla spiaggia c’è un punto informazione dove poter trovare tutte le notizie utili per esplorare il luogo. Qui il mare non è particolarmente ricco di pesce, neanche attorno alle rocce o nelle praterie di alghe; bisogna spingersi molto al largo per trovare profondità, laddove l’acqua è molto più limpida, dai fondali estremamente trasparenti, ma comunque la vita marina qui è piuttosto scarsa. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

BISMANTOVA (RE): un’altura, il suo fascino, i suoi misteri, semplicemente… l’immenso!

Siamo al centro dell’Appennino Tosco-Emiliano; qui si eleva una delle montagne più caratteristiche e singolari del circondario; una elevazione rocciosa che fin dai tempi antichi ha sempre suscitato un richiamo ancestrale di luogo irraggiungibile, quasi impossibile da conoscere, da raggiungere, da scoprire, da comprendere. Furono gli Etruschi, i primi ad interessarsi e ad essere attratti dal fascino di questa montagna ove – probabilmente – compivano sacrifici in onore delle divinità del tempo. Successivamente i Romani scelsero la pietra come sorta di roccaforte per il controllo (dei traffici commerciali tra la Liguria e l’Adriatico) e il dominio (militare) dei territori circostanti. Giunse il Medioevo ed il “masso” di BISMANTOVA cominciò a prendere forma anche in senso letterario. Dante cita la Pietra paragonandola ad “un’ardua salita che sembra quasi impossibile, a meno di “volarvi” con “l’ale snelle e con le piume del gran disio“, ovvero con l’aiuto della grazia divina e della speranza; simbolico significato di espiazione. Sono in molti gli studiosi che ritengono che Dante avesse una conoscenza diretta del luogo, avendolo probabilmente visitato durante il suo esilio. La particolare conformazione geologica della Pietra, con le sue pareti a picco che si innalzano da una base più dolce, è stata probabilmente una fonte d’ispirazione per l’immagine del Purgatorio come una montagna a gradoni.

Come il Purgatorio è un luogo di passaggio e purificazione prima del Paradiso, così la Pietra di BISMANTOVA si trova in una posizione di rilievo, visibile da lontano e punto di riferimento per chi attraversa l’Appennino. I suoi sentieri scoscesi sono l’ostacolo iniziale e l’impegno necessario per il cammino di espiazione, che diventa meno gravoso man mano che si sale. Il monolito rupestre della Pietra di Bismantova non è solo un luogo indicato sulle mappe o di passaggio per chi travalica l’Appennino; non è soltanto un semplice paesaggio citato, ma un vero e proprio archetipo sia visivo che simbolico che aiuta Dante a comunicare la sua idea del Purgatorio proprio come un cammino di fatica, speranza e rinascita spirituale. La Pietra di Bismantova è anche presente nella devozione popolare; alla base delle sue pareti sudorientali sorge – incastrato nella roccia – un Eremo, eretto nel 1225, dedito al culto della Madonna della Natività a cui sono stati attribuiti alcuni miracoli. Al suo interno vi sono affreschi del XV secolo, come quello della Madonna di Bismantova a cui il sacro edificio è dedicato. La Pietra da lontano sembra un dente, una nave, e per questo è riconoscibile ed ha da sempre rappresentato un punto di riferimento per i viaggiatori. Il percorso all’inizio (dal piazzale Dante) si presenta abbastanza comodo; ma è soprattutto nel suo tratto finale che risulta impervio poichè bisogna prestare attenzione perché il sentiero si presenta dissestato.

Dall’eremo parte il principale sentiero (dell’anello) che s’immerge in un bosco che offre frescura durante la calura estiva e che giace alla base delle irte pareti in roccia calcarea (con incastri di gessi e arenaria) che si scorgono tra i fusti. Qualche passamano in legno e – nei tratti più impervi – una corda ben ancorata alla parete, agevola il transito degli escursionisti. Si raggiunge una sorta di pianoro (Campo Pianelli) ove una segnaletica indica che questi sentieri sono stati frequentati dalle brigate partigiane; qui alcune pietre squadrate lasciano intendere un antico luogo di culto o di ritrovo. Poche decine di metri ancora e siamo in cima; un pianoro verde lambisce gli strapiombi e lo sguardo spazia tutt’intorno tra monti e pianure. Al termine della salita, si esce fuori dal bosco e si raggiunge il plateau sommitale; pochi metri ancora e si raggiunge il bordo di profondi dirupi. Ma il vero spettacolo è 500 mt più avanti, verso sinistra, ove un tavolato in pietra determina la cima (1041 m) offrendo una spettacolare vista per oltre 180 gradi; come essere in volo visto che davanti e intorno c’è un precipizio di oltre 300 metri. Da quassù si gode un panorama a perdita d’occhio. Le sensazioni che si provano sono di stupore, meraviglia, bellezza e contemplazione. Una volta in cima vi sono numerosi punti panoramici, dai quali si gode uno spettacolo impagabile; il prato che si estende sulla sommità è molto ampio, mentre la vista da qui risulta essere incredibilmente bella. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

la “via di Francesco” da sud: tappa da SPOLETO a TREVI (Umbria, PG)

Da SPOLETO ha inizio il “sogno” di Francesco. “…Subito dopo gli appare in visione uno splendido palazzo, in cui scorge armi di ogni specie e una bellissima sposa. Nel sonno Francesco si sente chiamare per nome e lusingare con la promessa di tutti quei beni. Allora, tenta di arruolarsi per la Puglia e fa ricchi preparativi nella speranza di essere presto insignito del grado di cavaliere. Il suo spirito mondano gli suggeriva una interpretazione mondana della visione, mentre ben più nobile era quella nascosta nei tesori della sapienza di Dio…

E infatti un’altra notte, mentre dorme, sente di nuovo una voce, che gli chiede premurosa dove intenda recarsi. Francesco espone il suo proposito, e dice di volersi recare in Puglia per combattere. Ma la voce insiste e gli domanda “…chi ritiene possa essergli più utile, il servo o il padrone? “Il padrone”, risponde Francesco. “E allora – riprende la voce – perché cerchi il servo in luogo del padrone?” E Francesco: “Cosa vuoi che io faccia, o Signore?” “Ritorna – gli risponde il Signore – alla tua terra natale, perché per opera mia si adempirà spiritualmente la tua visione”. Ritornò senza indugio, fatto ormai modello di obbedienza e trasformato col rinnegamento della sua volontà.

Ha così finalmenteinizio… il CAMMINO sulla Via di FRANCESCO! Dopo le splendide atmosfere medioevali di Spoleto, con la sua poderosa rocca che si erge a guardia della storica via “Flaminia”, tra facili saliscendi si raggiungono le silenziose case del villaggio di Poreta; poche case lungo una strada campale Si prende in direzione nord, costeggiando un campo di calcio e usciti dal caseggiato, all’incrocio con la strada provinciale, si scende brevemente a sinistra fino alla prima deviazione sulla destra imboccando una strada sterrata.  Attraversando numerose macchie coltivate ad ulivo, in breve la strada sterrata curva in salita piegando a sinistra. Si cammina lungo recinzioni di muretti a secco contenenti le coltivazioni d’olivo tipico delle colline dell’Umbria. Si raggiunge nuovamente la tranquilla strada asfaltata, fino ad arrivare nella frazione di Lenano, dove una fonte d’acqua garantisce acque sempre fresche.

Superata una graziosa edicola, la cui presenza è uno dei segni distintivi delle campagne umbre, si prosegue in direzione di Campello Alto, già ben riconoscibile da lontano per le candide mura circolari. Si scende a sinistra su via Don B. Fabbrizi fino a giungere a Campello Alto , in prossimità del Convento dei Padri Barnabiti. Le mura bianche del castello si stagliano nette tra l’azzurro del cielo e il verde degli uliveti della costa del monte Serano, sulla quale il castello è stato edificato. Le origini sembrano risalire al 950 d.C., ad opera di Rovero di Champeaux. All’esterno del castello sorge il Convento dei SS Giovanni Battista e Pietro, dove vivono i Chierici Regolari di S. Paolo, detti Barnabiti. L’intento primario dei Barnabiti è quello di creare una casa di preghiera, un’oasi in cui incontrare il Signore nelle profondità del proprio spirito e nella comunione fraterna. Un luogo di forte spiritualità, il cui protagonista è il silenzio.

Continuando a seguire le indicazioni per Trevi, si lascia la strada principale e si sale su via San Silvestro. La salita ha uno strappo in pendenza, per fortuna breve. Dopo circa 1 km riprende la comoda strada sterrata (km 4,5) e si cammina tra i grandiosi alberi di pino e i terrazzamenti contenenti le piante d’olivo. Si inizia a scendere e si intravede in distanza il grande muro che chiude l’eremo francescano del “Giardino delle Allodole”. Giunti ad una staccionata in legno, si sale prima su sentiero e poi su una carrareccia, attraversando fiorenti uliveti. In alcuni tratti il percorso è ciottoloso e ripido, ma con passo lento si affronta agevolmente, fino a giungere all’eremo francescano, detto delle “allodole”.

Si lascia l’eremo alle spalle e si prosegue sulla comoda carrareccia; prima di giungere al cancello di una proprietà privata, si fa attenzione a prendere a sinistra, costeggiando la recinzione, sulla destra. Superata la località I Falcioni si ritorna su asfalto e si raggiunge la località i Camponi, dove si trova una fonte d’acqua, mentre si scorge in lontananza l’abitato di Bovara, luogo della “visione” di Fra’ Pacifico. Si continua a scendere per attraversare l’abitato di Alvanischio. Superato un incrocio, si giunge in località La Croce, dove si gira a destra e si prosegue per un breve tratto su asfalto. Al segnale giallo-blu si gira a sinistra su carrareccia sterrata e inizia il piacevole tratto verso Trevi già visibile all’orizzonte.

Superato il muro di cinta del santuario della Madonna delle Lacrime, che vale una visita, si raggiunge l’antica porta d’accesso che immette nel centro storico di TREVI. Da qui si può entrare nella città e risalire lungo le scalette dei vicoli del centro, oppure si lascia la porta sulla sinistra e si sale su strada, costeggiando le mura esterne dell’antico comune. Il paese è adagiato su un colle, dominante la valle spoletana. Cantata da Leopardi per la limpidezza della sua forma urbana, la città riserva grandi sorprese per gli amanti dell’arte e della cultura. La chiesa di San Francesco, il quale da qui passò nel 1213, è oggi adibita a museo d’arte e della civiltà dell’olivo: conserva un ricchissimo patrimonio di quadri e di affreschi, oltre ad interessanti monumenti sepolcrali.

Meritano una visita anche la chiesa di Sant’Emiliano e il convento di San Martino. Il santuario della Madonna delle Lacrime, posto lungo la Via di Francesco, fu costruito per tutelare un’immagine miracolosa della Madonna, ed esprime uno dei tratti più caratteristici della terra di Francesco: all’apparenza umile, conserva al suo interno meravigliose opere d’arte del Perugino e dello Spagna. Ma è qui a Trevi che… fu subito FRANCESCO! Non è accertato l’anno di fondazione del primo insediamento della comunità francescana nella città di Trevi, tuttavia documenti papali del 1258 (di Alessandro IV) e del 1285 (bolla di Onorio IV), attestano l’esistenza del convento e il prestigio che questo aveva già nella seconda metà del XIII sec. La fondazione pertanto si fa risalire a poco dopo la morte di San Francesco. Il primo nucleo del convento, costruito nei pressi della chiesa romanica di Santa Maria, successivamente ampliata e dedicata al Santo fondatore dell’Ordine, venne completamente ricostruito nella metà del XVII sec.

La struttura ruota intorno al chiostro centrale, costituito da un portico a pilastri di base ottagonale ed un loggiato superiore; la decorazione pittorica delle lunette – Storie della vita di San Francesco – venne realizzata nel 1645 da Bernardino Gagliardi (1609- 1660), durante il suo soggiorno a Trevi nel 1645. La lettura delle lunette inizia dal lato nord del chiostro e da destra ci sono: annuncio della nascitala nascitail monito del Crocefisso di San Damianola rinuncia degli averi davanti al Vescovo di Assisiil sogno del Papa Innocenzo III Onorio III approva la regolala visione del carro di fuocoSan Francesco predica agli uccellivisione dei Tronila predica di San Francesco nella piazza di TreviFrancesco guarisce i ciechi e gli storpitentazione del Santoil miracolo del bambinoil Santo assiste gli infermi. Essere accolti a Trevi è come ritornare indietro nel Medioevo; profumi, odori, colori tutto porta al ricordo della presenza di Francesco tra queste antiche mura… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

back from “GOLDEN CICLE” (ICELAND, Islanda)… the “Heart of the Earth”

Premesso che se non si ha un’auto al seguito, dell’Islanda si vede e si conosce ben poco. Percorre il famoso “Cerchio d’Oro” in Islanda è un po’ come attraversare tutte le meraviglie che sono contenute in quest’isola: dall’occhio della Terra (il “Kerid crater”), al “sospiro” della Terra (gli incredibili getti di vapore e gas di Geysir)… dal “ruggito” della Terra (il boato delle imponenti e più belle cascate d’Islanda, quelle di GULLFOS), alla “deriva” dei continenti (con le due ben distinte “placche continentali” del Nord America e dell’Eurosiatica), fino al Parco Nazionale di THINGVELLIR. Tante sono le voci che invitano ad ascoltare… il “cuore” della Terra…! E l’Islanda è il palcoscenico per eccellenza di questa incredibile e meravigliosa “sinfonia” della natura. Scoprire le meraviglie naturalistiche e ambientali distribuite lungo questo circuito d’oro è una delle tappe fondamentali per chi giunge qui in Islanda per la prima volta.

Uno tra i più interessanti tesori geologici del Golden Circle e il Pingvellir/Thingvellir National Park, un parco ricco di faglie dovute al movimento delle placche tettoniche, le quali mediamente si separano di un centimetro ogni anno. La faglia principale si chiama Almannagjá, punto di divisione fra le placche del Nord-America e dell’Eurasia; risulta molto suggestivo passeggiare all’interno della faglia circondati da scure muraglie rocciose di lava “accartocciata” su se stessa. Qui siamo al centro dell’Islanda dove, appunto, le placche tettoniche Euroasiatiche e Americane si scontrano ed emergono in superficie. Questa valle, camminare attraverso la faglia che divide le due placche continentali, è un luogo che riassume natura, geologia e storia. Thingvellir significa “pianura del parlamento”, e fu proprio in questo luogo che nell’anno 930 ebbe origine uno dei primi (se non il primo) parlamenti del mondo: Althing.

Esso si riuniva una volta l’anno nei pressi di un emiciclo lavico delimitato da due dirupi rocciosi paralleli. Durante queste sessioni parlamentari si promulgavano nuove leggi, affrontavano le dispute e si organizzavano persino feste. Dal punto di vista geografico il parco si trova su una frattura dovuta alla deriva dei continenti da qui le faglie e i canyon che si possono ammirare e percorrere a piedi. Sia gli amanti della natura che gli appassionati di storia nordica restano estasiati dalla profonda ed immortale bellezza di questi luoghi. È un incredibile parco naturale con tanto verde, ampie vedute paesaggistiche, panorami che si perdono oltre ogni possibile orizzonte, una cascata, un fiume, una bellissima chiesetta e la faglia dove le placche del Nord America da una parte, e quelle dell’Europa e dell’Asia dall’altra, si stanno allontanando.

Quest’ultima è la cosa che più intriga; pensare che si è a cavallo di due continenti, vedere la profonda spaccatura che riporta ad un’epoca primordiale è, al tempo stesso, sconvolgente e affascinate. Camminare all’interno della faglia che divide le placche offre sensazioni uniche. Muovere i propri passi tra una placca e l’altra è un qualcosa di selvaggio, che ci riporta indietro nel tempo di milioni di anni. Si può solo immaginare quel senso di pace, di silenzio, di meditazione… che generano le eterne pietre in roccia lavica che fanno da cornice alla faglia. Le rocce che formano le pareti interne della faglia sembrano guardiani armati a difesa del luogo, circondate dalla loro aurea solennità, imponenti come eterni custodi del tempo e veramente affascinanti per la loro selvaggia bellezza.

Un’escursione all’interno di questa fossa tettonica consente di scendere lungo il sentiero che attraversa le due pareti rocciose fino ad arrivate all’antico anfiteatro (Almannaja) dove in epoche remote si tenevano le assemblee; qui la bandiera islandese sventola dall’alto di un pennone sopra un cumulo di pietre a forma di terrazza. Proseguendo ancora sul sentiero si giunge all’Oxararfoss, una cascata di 20 metri d’altezza; qui era il luogo dove venivano affogate le donne e gli uomini eretici. Vicino c’è la “Flosaja” (altra spaccatura) che forma una pozza dalle acque limpide con – ben visibili – decine di monetine giacenti sul fondo (Peningagja); quella bianca chiesa giù in fondo sorge sulle sponde del grande lago formatosi 9000 anni fa.

Puntando decisamente all’estremo est, verso il “cuore” dell’isola, si raggiungono quelle che – per eccellenza – vengono considerate le cascate più belle (e imponenti) d’Islanda: GULFOSS. Già da lontano le cascate di Gulfoss fanno sentire la propria voce, col fragore determinato da un salto d’acqua di 30 metri all’interno di una gola. Generate dalle acque del fiume Hvita, esse si presentano con un doppio salto incuneandosi in una stretta e profonda gola continuando, poi, la loro corsa verso l’oceano. Le particolarità che rendono unica Gullfoss sono il suo doppio salto e la possibilità di arrivare quasi all’interno della cascata stessa. Si possono ammirare sia dall’alto, con un colpo d’occhio spettacolare, oppure scendendo attraverso dei gradoni proprio alla base delle cascate.

Situata in una immensa e profonda vallata, viene spesso denominata “la regina di tutte le cascate islandesi” per la teatralità dello scenario paesaggistico, l’estrema bellezza e i giochi di luce generati dal suo doppio salto. La cascata di Gullfoss non è solo nota per la sua potenza mozzafiato, ma anche per gli arcobaleni che si possono ammirare in una giornata di sole. Questi si aggiungono ad un panorama già di per sé stupendo: oltre alla spettacolare valle e alle cascate, lo sguardo si affaccia su campi ondulati fino alla magnifica calotta del ghiacciaio di Langjökull. Ritornando lungo la strada fatta per Gulfoss s’apre lo splendido scenario paesaggistico della valle di Haukadalur, in cui giace l’area geotermica di Geysir, famosa per i suoi geyser e le sue numerose sorgenti termali. Trovarsi in una terra che coniuga – in simbiosi – ghiaccio e fuoco, elementi che generano il più spettacolare fenomeno naturale di geotermia: il geyser.

Questo è uno dei luoghi più iconici d’Islanda e la particolarità di questa area è quella di essere uno dei pochissimi posti sulla terra dove si possono osservare da vicino i geyser attivi; basta avere pazienza e attendere dai 4 ai 5 minuti intorno allo Strokkur, il grande geysir. Tutta l’area è costellata di pozzi ove ribollono polle di fango estremamente caldo le quali espellono vapori caldi dal caratteristico odore di zolfo. Tutta l’area circostante offre una intensa colorazione causata dai profondi elementi litici interni alla terra e portati in superficie dall’attività geotermica con sorgenti terminali dalle pozze di un intenso colore azzurro trasparente, uno spettacolo veramente incredibile. Salendo sulle colline circostanti si ammirano i cromatismi delle varie pozze fino a raggiungere le terrazze panoramiche che offrono una visuale su tutta l’area geotermale osservando dall’alto le eruzioni.

Il PINGVELLIR/THINGVELLIR National Park (unitamente al Kerid crater) La cascata GULFOSS, il geyser “STROKKUR” a Geysir sono le principali gemme naturalistiche, paesaggistiche, storiche e ambientali che sorgono lungo il Golden Circle. Poterle vedere magari con escursioni giornaliere di qualche ora di cammino, consente di avere un quadro completo di quello che è realmente l’animo più autentico, quell’indole che pulsa dal centro della terra, di quest’isola dove i principali elementi della natura (acqua, fuoco, ghiaccio, fango, sismicità, lava, geotermia, vulcanismo, vento…) qui giocano un ruolo determinante per le sorti dell’intero pianeta; ecco perché l’Islanda è un’isola da custodire e proteggere con ogni mezzo, e ad ogni costo, per il bene e il futuro di tutta l’umanità… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

“STUPOR MUNDI”, Castel del Monte (BAT, Puglia)… alla corte di Federico II.

Visto da lontano sembra un gigantesco blocco in calcare bianco-roseo della murgia, il territorio che domina per miglia dall’alto della sua modesta altura (540 m). Conosciuto anche come la “Corona degli HohenstaufenCASTEL del MONTE risulta essere uno dei più perfetti edifici “esoterici” presenti in Italia. Questo luogo, questo complesso architettonico, questo scrigno e gioiello fatto di architettura, arte, cultura, religione, scienza, matematica, geometria, mistero… esoterismo, sembra sbucare dal nulla, oltre un orizzonte intriso del giallo dei campi di grano appena raccolti, dell’argenteo degli uliveti e dell’intenso verde dei vigneti; solo qualche refola di vento appena percettibile nell’immensa canicola della Murgia, accompagna il canto delle cicale che qui – più che altrove – fanno sentire la propria voce!

Da sempre ci ha affascinato questo luogo e finalmente… siamo sotto le sue mura. Una costruzione, un edificio che – apparentemente – sembra non servire a nulla. Nel senso che viene sì chiamato Castello ma che di un maniero non presenta alcunchè: ne fossati esterni, ne ponti levatoi, ne merlature, ne torri principali, ne cortili adiacenti per le stalle, le cavalcature e la biada, e per l’alloggiamento della guarnigione… il castello, visto da lontano, somiglia molto alla corona di Federico II di Svevia, costruttore del castello ma Federico nella sua lungimiranza di precursore dei tempi, aveva previsto tutto. Il Castello, edificato nel 1240 risulta essere l’opera architettonica più affascinante realizzata dall’Imperatore svevo; dichiarato, fin dal 1996, come Patrimonio Mondiale dell’Umanità (sotto l’egida dell’UNESCO).

L’architettura dell’edificio, privo di ogni struttura di tipo militare, viene totalmente improntata al “Principio Ottonario“. Durante il corso dei secoli furono molte le sue destinazioni d’uso, circostanze che hanno sempre più contribuito ad alimentarne il fascino insieme ai ripetuti richiami del numero 8 come il suo perimetro ottagonale, come otto sono le torri (ottagonali) che determinano gli spigoli; si tratta della figura intermedia tra il quadrato, simbolo della terra, e il cerchio, che rappresenta l’infinità del cielo, e quindi segnerebbe il passaggio dell’uno all’altro. Privo dal punto di vista architettonico di elementi tipicamente militari e di fossati, posto in una posizione non strategica, in realtà l’edificio non fu probabilmente una fortezza.

In ogni caso si rivela come un’opera architettonica grandiosa, sintesi di raffinate conoscenze matematiche, geometriche ed astronomiche. Il cortile orientato in modo da essere perfettamente illuminato durante gli equinozi e i solstizi forma un perfetto ottagono; otto sono le bifore gotiche, otto i grandi saloni. Alcuni studiosi hanno formulato l’idea che il castello e le sue sale, pur geometricamente perfette, fossero stati progettati per essere fruiti attraverso una sorta di “percorso” obbligato, probabilmente legato a criteri astronomici; mentre altri hanno letto, nelle sue austere geometrie, la coppa (non calice) perfettamente “modesta” simile a quella (il Graal) contenente il sacro sangue del Cristo. Secondo una corrente esoterica che risale ai primi tempi del Cristianesimo, l’8 è infatti il numero prediletto della divinità (“Chi nasce a nuova vita per volere del Cristo, si pone sotto il segno dell’8“) e, come tale, evocatore di mistici poteri.

Simbologie e tecniche costruttive utilizzate nel Castello provengono – con molta probabilità – dal Medio Oriente, importate dai Cavalieri Teutonici, un ordine iniziatico con cui Federico II aveva stretti legami. Il Dio dell’Imperatore era probabilmente uno degli iniziati Sufi, che poteva essere contemporaneamente adorato da Ebrei, Cristiani e Islamici; forse, il vero obiettivo di Federico II, che morì scomunicato due volte nel 1250, era quello di trasformare il Castello in un centro di culto e di politica al tempo stesso, similmente alla mitica Camelot di Re Artù. Nel 1988 un gruppo di studiosi italiani ha scoperto che le sue “divine” proporzioni celano, probabilmente, in una specie di codice segreto, le indicazioni per raggiungere una camera ancora inesplorata all’interno della Grande Piramide!

La visita prosegue tra la magia di ambienti dal misterioso fascino, i profumi delle pietre che ancora profumano d’antico, scale a chiocciola che conducono negli angoli più bui e nascosti della fortezza, e poi ancora tanta, ma propria tanta meraviglia che si rincorre di pietra in pietra, di arco in arco, di capitello in capitello, di volta in volta… fino a compiere un ciclo esatto di ricerca geometrica, di solida compattezza, proprio come la stessa fortezza riesce ad esprimere. Mentre fuori, all’esterno, le numerosissime scritte incise durante il corso dei secoli testimoniano la presenza per i tanti curiosi, turisti o semplici viandanti che di qui sono transitati…

Il mistero non è stato certamente svelato, anche perché non basterebbe una vita per decifrarne ogni centimetro quadrato di questa grande e possente meraviglia architettonica; ma sicuramente la nostra sete di conoscenza e approfondimento per tutto ciò che fa storia, arte e sapienza in questo nostro meraviglioso Sud, ha aggiunto un tassello in più che difficilmente si dimentica. Grazie germanico Hohenstaufen per le tue argute intuizioni, il tuo riuscire a vedere oltre… ha proiettato questo nostro Sud nell’immaginario collettivo di un millenario “melting-pot” fatto di razze, religioni, etnie, culture che da sempre si incrociano e si mescolano attraverso tutte le rotte del Mare Nostrum. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

BRUGES (Brugge, B)… quattro passi attraverso la “perla” delle Fiandre!

Conosciuta anche come la Venezia dei Paesi Bassi, BRUGES (in Belgio) può essere considerata, a tutti gli effetti, anche come un naturale e perenne “quadro”. Per la sua struggente bellezza, per i suoi incantevoli colori godibili durante l’intero arco delle stagioni, per la sua caratteristica urbana, per i suoi suggestivi scorci paesaggistici e per i suoi fiabeschi tramonti, non poteva non essere inglobata tra le celebrità dei Patrimoni Mondiali dell’UNESCO. Bruges ha la forma di un “cuore pulsante” le cui arterie (le acque dei canali) ne alimentano da sempre la sua linfa vitale e potendola immaginare dall’alto, i riflessi sembrano proprio come quelli di una collana di perle che cinge il collo a una bella donna; fenomeno questo che le ha fatto guadagnare l’appellativo di città più romantica delle Fiandre. Sicuramente è una tra le città più fotografate al mondo per le sue stradine acciottolate, gli archi in pietra, le bellissime chiese e i suggestivi ponti sui canali che si riflettono sul pelo d’acqua donano un volto magico alla città; qui è praticamente impossibile scattare una brutta foto. Appena superati l’arco d’ingresso della Kruispoort, l’antico ingresso orientale alla città, si cammina lungo un viale (il Langerstraat) di basoli e sampietrini che serpeggia attraverso edifici dalle facciate in tinta coi colori espressi dalla natura circostante che si riflettono sulle cortine di case e palazzine. In qualsiasi ora si giunge a Bruges, riuscire a perdersi camminando tra le stradine ciottolose e i numerosi ponti che attraversano i canali, è una bellissima e rilassante esperienza.

Tante sono le chiese che si alternano ad importanti monumenti e a palazzi dalle sontuose facciate, ed è praticamente impossibile restare indifferenti al sottile fascino che riescono ad esprimere. Così come sono tanti gli angoli suggestivi e gli scorci da cartolina, i tesori artistici e i monumentali edifici che rendono la bella città fiamminga un vero e proprio museo all’aperto. Giunti finalmente al primo ponte sul canale attraversiamo cortine di alti edifici fino a sbucare nella bellissima piazza del Burg. Considerata la seconda piazza della città in ordine d’importanza. Sviluppata come un regolare quadrato è uno dei punti più antichi della città, un po’ come un salotto chic e luogo di rappresentanza della vita amministrativa religiosa. Nel luogo in cui un tempo sorgevano l’antico castello eretto a protezione degli attacchi dei Vichinghi e la poderosa Chiesa di S. Donaziano testimoniati dalla presenza dei bellissimi edifici storici che oggi vi prospettano come lo Stadhius, il Municipio gotico del ‘300 adornato di guglie, torrette e dalle facciate incredibilmente decorate da stucchi e oro zecchino. Poche decine di metri dividono questa prima dalla più grande piazza della città, la vivacissima Markt (o Grote) place in cui prospetta l’erta guglia della Torre di Belfort, simbolo della città. Circondata da numerosi negozi, botteghe, ristoranti, pub e cioccolaterie; la cortina dei caratteristici palazzi che ne cingono il perimetro, presentano tutte la stessa tipologia costruttiva: il tetto a punta e i vivaci colori pastello.

Queste case un tempo furono la sede di corporazioni e compagnie generali di commercio navale (le Hallen) risalenti già alla fine del 1200. Anticamente il luogo era il centro commerciale della città, mentre oggi assume il ruolo di salotto (il suo cuore) ed uno dei punti di maggior frequentazione turistica. Ma è la sera, sul volgere del calar del sole, che la città indossa la sua veste più bella: quella degli splendidi tramonti che l’hanno resa famosa da sempre in tutto il mondo; colori dall’incredibile fascino che avvolgono la città di un’aurea di magia. I canali, i ponti e gli edifici più caratteristici vengono illuminati da tenue luci di fari che riflettono le facciate degli edifici sul pelo delle placide acque dei canali; camminare attraverso queste platee scenografiche rende il luogo più emotivamente rilassante e accogliente. E sono proprio queste l’ora e il momento per raggiungere a piedi il cosiddetto “Molo del Rosario”, il luogo più frequentato e fotografato della città, laddove lo spazio temporale che divide il turchese del sole calante sull’orizzonte, passando per il rosso dell’ultimo raggio dello stesso dal tramonto fino al buio più completo, genera quell’atmosfera meglio conosciuta come la “magia” di Bruges; ed è proprio qui che la magnificenza assume tutto il suo strepitoso e incredibile fascino della bellezza paesaggistica elevata all’ennesima potenza. Luogo da visitare assolutamente e che fa da sfondo alle coppie di innamorati e non solo…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

DUNLEWEY church (Irlanda): una vecchia e inquietante chiesa nelle selvagge terre del Donegal

Uno tra i luoghi più suggestivi d’Irlanda, un iconico posto che incanta per la bellezza del suo fascino bucolico che emerge – prepotentemente – da un paesaggio che, al succedersi delle stagioni, riesce ad esprimere la sublimazione di una natura aspra e selvaggia che regala paesaggi la cui bellezza, e le suggestioni che riesce ad offrire, si perdono attraverso lo scorrere del tempo. Specchi lacustri, torbiere color verde oro, folti boschetti di querce, pinete e betulle, ampie distese d’erica, cespugli di rododendri che esplodono in mille chiazze rosate, la brughiera color ruggine che si perde tra le nuvole basse, è questa… la cornice paesaggistica in cui sorgono gli spettrali ruderi della DUNLEWEY Church; una sorta della nostrana San Galgano nell’isola dello “Shamrock” simbolo culturale del trifoglio legato al culto di San Patrizio. L’atmosfera che la circonda sembra mettere i brividi, tale da risultare particolarmente tenebrosa soprattutto se le condizioni meteo volgono al peggio con nubi cariche di pioggia e inquietanti temporali.

Un lago, diviso in due distinte parti (Nacung Upper) a valle e (Dunlewy) a monte che serpeggia attraverso rilievi montuosi dominati dalla singolare mole del monte Errigal, la cima più alta del Donegal, definita dai locali come “Ireland’s most iconic mountain” ovvero “la montagna più iconica d’Irlanda”. Uno scenario paesaggistico che cattura i sensi fin dal primo sguardo; qui, alla testa del lago, la pista degrada leggermente in basso verso destra – lungo un pianoro rialzato – ove sorgono le rovine solitarie della “Old DUNLEWEY Church“, una pittoresca chiesa costruita in marmo locale, incastrata in una cornice paesaggistica fuori dal tempo, proprio ai piedi del monte Errigal, in una posizione che domina la valle; al cancelletto d’ingresso entriamo – quasi in punta di piedi – andando alla scoperta della storia di questo luogo; un posto dal fascino tenebroso che trasmette sensazioni di mistero e stupore. se poi sulla testa della torre campanaria volteggiano i corvi che, spesso, si annidano anche al suo interno, allora la leggenda che caratterizza questa vallata merita di essere scoperta e vissuta!

La sua storia ci narra di un forte legame d’amore che ha portato qui – in queste terre – i coniugi Jane Smith e suo marito James Russel, un ricco commerciante di luppolo (fondamentale ingrediente per la produzione di birra!) e proprietario locale. Coi soldi guadagnati decidono di acquistare il terreno ove ora giace la chiesa. Purtroppo il 2 settembre 1848 James morì e, straziata dal dolore, la sua vedova decise di far erigere questa chiesa come monumento all’amore per il marito scomparso che, a tutt’oggi, è lì sepolto in una volta sotto il pavimento della stessa. La chiesa fu consacrata il 1° settembre 1853, costruita in marmo bianco estratto dalle vicine montagne e da quarzite blu, così come i mattoni rossi degli archi prodotti localmente. Col passare del tempo la chiesa fu gradualmente abbandonata e – andando in disuso – nel 1955 fu successivamente privata del tetto e degli arredi cadendo definitivamente in rovina. Sulla testa della torre campanaria se volteggiano i corvi che si annidano anche al suo interno, allora la leggenda che caratterizza questa vallata merita di essere scoperta e vissuta! 

La terrazza prativa da cui si erge, viene spesso sferzata dalle raffiche di vento che, muovendo gli steli dell’erba prativa e le felci che cingono lapidi e antiche sepolture nel perimetro adiacente la chiesetta, producono suoni misteriosi; forse in tanti vedono in questo luogo solo quattro pietre sparse, ma per quelle che sono le prime impressioni questo è, sicuramente, uno dei posti più spirituali ed emozionanti in cui si cammina. I ruderi di questa minuscola chiesa, resistono alla prova del tempo e degli elementi da oltre 150 anni. La presenza di questa vecchia chiesa oggi rimane una testimonianza dello spirito resiliente di coloro che vollero la sua costruzione, la famiglia e le maestranze che eressero questa semplice struttura utilizzando marmo locale e mattoni rossi. Della chiesa rimane oggi soltanto un guscio vuoto che – da qualsiasi punto lo si scorge – appare così magnetico tale da attrarre su di sé occhi e obiettivi fotografici sempre alla ricerca del suo fascino arcano.

Testimone silenziosa dello scorrere del tempo, le sue mura a cielo aperto, l’assenza tetto resistono da tempo agli implacabili venti irlandesi. Nonostante ciò, la chiesa rimane un luogo di estrema bellezza, che sorge in un luogo di serena contemplazione; le sue linee semplici, sobrie e risolutive ricordano la semplice fede dei suoi costruttori. L’atmosfera che la circonda sembra mettere i brividi, tale da risultare particolarmente tenebrosa soprattutto se le condizioni meteo volgono al peggio; se poi sulla testa della torre volteggiano i corvi che, allora la leggenda che caratterizza questa vallata merita di essere scoperta e vissuta! Escursionisti o semplici amanti della natura, backpacker, fotografi o artisti, tutti sono attratti dalla inquietante bellezza di questo luogo. Qualunque sensazione o curiosità che possa attrarre nel venire fin quaggiù, i ruderi della vecchia Chiesa di Dunlewey, in Irlanda, sono una destinazione imperdibile. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Γιγάντιος Μαύρος Πεύκος… Cipro: Pinus Nigra, da 500 anni la sentinella silenziosa dei monti Troodos

Tra le montagne (i TROODOS) e gli altipiani interni dell’isola di CIPRO giace un testimone silenzioso che è parte integrante della stessa storia di Cipro; un luogo – all’altezza del monte Olimpo – che offre la possibilità di godere di panorami mozzafiato e che è riuscito a creare uno stretto legame con la natura lungo il suggestivo circuito del Sentiero di Artemide: stiamo parlando dell’ultra secolare Pino Negro (“PINUS NIGRA“), un fusto vecchio di oltre cinque secoli. Situato nelle vicinanze dei margini del Sentiero di Artemide, questo monumentale albero millenario offre un’opportunità unica per scoprire, comprendere ed entrare in contatto con la natura circostante dei monti Troodos e poterne apprezzare da vicino – quasi toccare con mano – la longevità della vita. Sebbene l’albero stesso sia l’attrazione principale, il percorso per andarlo a conoscere e la bellezza naturale circostante arricchiscono l’esperienza complessiva nel raggiungerlo, offrendo così uno scorcio della ricca biodiversità di Cipro.

Secondo i rilievi di esperti botanici si stima che questo antico pino nero (“Pinus Nigra” pallasiana) abbia più di 500 anni, testimoniando così – oltra alla longeva purezza dell’ambiente – anche i secoli della storia cipriota. Imponente sullo sfondo di vallate e catene montuose cipriote, lo stesso albero incarna elementi che prevalgono in natura come la resistenza e la forza. Questo pino offre molto più di un semplice spettacolo visivo, mentre l’area circostante ospita una flora e una fauna molto diversificate. L’albero rappresenta un incredibile habitat di fondamentale (e vitale) importanza per la fauna locale ed è una parte essenziale dell’ecosistema che ruota intorno alla cima dell’Olimpo. Avvicinandovi a questo luogo simbolo, si viene accolti dalle imponenti (e copiose) chiome dei suoi rami e dagli aghi che qui prosperano da secoli. Che si sia appassionati di storia, o amanti della natura o – semplicemente – alla ricerca di un rifugio tranquillo, il Pino Nero di 500 anni è una meta preziosa che mette in mostra tutta la bellezza naturale e il ricco patrimonio ambientale di Cipro.

Immerso nel Parco Nazionale della Foresta di Troodos, vicino alla cima del monte Olimpo (Chionistra), si erge una sentinella silenziosa che vigila – costantemente – da oltre 5 secoli: un pino nero che si stima abbia più di 500 anni di vita. Il viaggio per poter ammirare questo “matusalemme arboreo” è un’esperienza in sé, che oltre ad ammirare panorami mozzafiato offre l’opportunità di potersi immergere nell’ecosistema unico degli altipiani ciprioti. Il Pino si trova lungo il famoso Sentiero Naturale di Artemis, un percorso circolare di 7 km che si snoda intorno alla cima del monte Olimpo a un’altitudine intorno ai 1850 metri. La traccia del sentiero è relativamente facile, un percorso accessibile a tutti gli escursionisti. Camminando lungo esso, si possono scorgere viste panoramiche davvero molto belle che prospettano su un paesaggio circostante dalle particolari caratteristiche ambientali; un habitat che comprende i villaggi rurali dei distretti di Limassol, Paphos e Nicosia. Quassù l’aria è sempre frizzante, pulita, fresca e profumata dall’aroma di pino e dal delicato profumo della variegata flora che ricopre l’isola; qui la foresta circostante è un paradiso per la biodiversità.

Oltre alla bellezza naturale che il luogo riesce ad esprimere, l’area che circonda il Pino Cinquecentenario ha anche un significato storico di tutto rispetto. Non lontano dal sentiero, si trovano i ruderi delle “Teisia tis Palaias Choras” (Mura della Vecchia Chora), ciò che resta delle rovine delle fortificazioni fatte erigere – nel 1571 – dai generali veneziani nel tentativo di difendersi dalle incursioni degli Ottomani. Questi resti offrono uno scorcio sul turbolento passato dell’isola e sull’importanza strategica (di riparo e difesa) dei monti Troodos. Secondo la mitologia, Artemide, la sorella gemella di Apollo, dedicò la sua vita alle montagne e alla protezione di coloro che intraprendevano pericolose spedizioni. Camminare sulle sue orme, circondati dalla maestosità della catena dei Troodos, evoca un senso di riverenza per il mondo naturale e per le storie che esso custodisce. Il Pino Nero non è solo un albero; è un simbolo di resilienza, di longevità e della forza inesauribile della natura. Una sorta di memorandum sull’importanza di preservare il patrimonio naturale e una testimonianza della bellezza che si può trovare anche nei luoghi più inconsueti.

Il percorso di avvicinamento sul Sentiero di Artemis verso il Pino Cinquecentenario è un’esperienza sensoriale che va al di là di tutte le aspettative; laddove il profumo percepito dagli aghi di pino calpestati sotto i piedi, il suono del vento che sussurra attraverso i rami, la vista della luce offerta dai raggi del sole che filtrano attraverso le copiose chiome degli alberi: tutto contribuisce a creare un arcano senso di tranquillità e di interconnessione con la natura circostante. Non si abbia fretta di andare via subito, è il bosco stesso che invita a respirare profondamente; come un lasciarsi trasportare in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. L’esperienza di salire lungo le pendici del monte Olimpo, andare alla ricerca e alla scoperta per scorgere e visitare il Pino Nero (vecchio di oltre 500 anni) è una incredibile esperienza arricchita principalmente dalla consapevolezza di trovarsi in un luogo di grande importanza sia naturalistica che culturale. La combinazione di storia antica, di una ecologia unica e la diversificazione (e l’alternanza) di paesaggi mozzafiato, rende questa meta davvero speciale, quasi indimenticabile. Questo è un luogo ove è possibile entrare in stretto contatto con la natura, imparare dal passato ed apprezzare la bellezza del presente. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)