Matilde di CANOSSA: la scomunica, l’umiliazione, la sottomissione, il perdono! Tra Papi e Imperatori una contessa… media tra i poteri!

Siamo sull’Appennino Tosco/Emiliano, in quell’area geografica meglio conosciuta come le “Terre di Matilde”. Mossi dalla curiosità di conoscere questi luoghi avvolti da un alone leggendario, che si dipana tra fascino e mistero, la rupe da cui si ergono i ruderi del Castello di Canossa è la nostra meta. Un breve e significativo itinerario conduce, tra valli e crinali che si perdono all’infinito lungo tutto l’orizzonte, fino alle sue pendici. Casalecchio, borghetto di appena 6 edifici adiacenti la Provinciale 54 che muove da Rossena, dal cui colle si erge uno dei castelli “canossiani” con la dirimpettaia Torre di Rossenella sul colle opposto, è possibile compiere una breve escursione che in un paio d’ore sale lungo i crinali fino al Castello di CANOSSA. Camminare sul bordo strada non comporta difficoltà, visto lo scarso traffico veicolare lungo queste strade che serpeggiano attraverso le valli dell’Appennino. Quando la strada comincia ad ascendere, una serie di tornanti consente di tagliare attraverso pendii prativi e cespugli (località Casalino).  A ridosso delle ultime curve, lasciando la strada principale si segue – sulla sinistra – la ben visibile traccia di un sentiero che in pochi minuti sfiora il ciglio sommitale da cui s’apre uno spettacolare paesaggio lunare: un gigantesco anfiteatro formato dai calanchi del rio di Vico, sotto la rupe ove il sole crea giochi di luci, colori e ombre.

Terra arida durante l’estate, l’erba rinsecchita e le felci essiccate restituiscono le diverse sfumature di rosso; cespugliaie sparse tutt’intorno rendono fastidiosi alcuni tratti di sentiero senza nulla togliere alla bellezza dei paesaggi circostanti; ginestre che colorano di giallo interi crinali determinano un arcobaleno di colori che segnano l’orizzonte fin dove lo sguardo riesce a catturare il panorama dietro l’ultimo colle; Canossa è lì, a portata di piede! L’anfiteatro dei calanchi di Rio Vico, restituisce un paesaggio molto particolare che si distribuisce tra le due imponenti fortezze medievali della Val d’Enza, tra quella di Rossena e quella di Canossa, entrambi sorte su alture di arenaria. Lungo la strada di avvicinamento alla rupe di Canossa la visione dei calanchi rende il panorama ancor più incredibile. Questi calanchi sono detti “cavalli magri” somiglianti a un animale a cui si vede il costato a causa della magrezza. Approdati sulla Provinciale 73, all’altezza del Casale di Villa Marconi, la traccia del sentiero lambisce – sulla sinistra della rotabile – i cigli esposti sui calanchi mentre la strada scorre, con piacevoli saliscendi, lungo un crinale da cui si domina la lunga valle solcata dalle acque del Rio San Biagio. Due pannelli esplicativi, posti sulla sinistra, illustrano sia il paesaggio determinato dai calanchi che la vicina rupe da cui si ergono i ruderi del Castello di Canossa.

Attraversati il borgo che giace ai piedi della rupe canossiana, facciamo la conoscenza di questo luogo. Costruito su una rupe scoscesa che domina la Val d’Enza, il Castello di Canossa gode di una posizione naturalmente fortificata e di grande controllo su tutto il territorio circostante. La sua ubicazione, sull’Appennino reggiano al confine con l’attuale provincia di Parma, è da sempre cruciale per diversi e importanti motivi: sia storica che geografica. Questo Castello è indissolubilmente legato alla figura della Gran Contessa Matilde di Canossa, una influente nobildonna che fu fedele alleata del Papa e che giocò un ruolo fondamentale in uno storico incontro (siamo alla fine del gennaio del 1077). Matilde agì da mediatrice tra le due più potenti figure del tempo: il Papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV, laddove il primo scomunicò il secondo facendo prevalere il “potere spirituale” sul “potere temporale”. Il calpestio dei passi sulle nude pietre che si alternano al lastricato dei blocchi, restituisce gli echi di un antico passato, laddove il potente Enrico IV avendo deposto Gregorio VII, questi subito scomunicò l’imperatore. Per ottenere il ritiro della scomunica e chiedere perdono al Papa, Enrico IV si recò al Castello di Matilde, dove il papa era ospite, e si umiliò pubblicamente per tre giorni e tre notti; qui attese scalzo e vestito di saio nella neve davanti al portone, in segno di penitenza, prima che il Papa potesse riceverlo e gli revocasse la scomunica.

La posizione elevata sulla rupe metteva il Castello in una condizione inespugnabile, fungendo da principale roccaforte di un sistema difensivo che includeva anche le altre fortificazioni di Matilde, come il Castello di Rossena. Da qui il controllo dei territori circostanti permetteva alla rocca di sorvegliare le principali vie di collegamento tra il nord e il sud Italia, rendendo così Matilde un’interlocutrice fondamentale per chiunque volesse attraversare quelle terre, inclusi imperatori e papi; episodi che, tra storia e leggenda, attraversano tutto il Medioevo. Una storia medievale fatta di grandi personaggi ha avuto qui, in questi luoghi avvolti in una cornice naturale davvero unica, un’importanza strategica e fondamentale per le sorti dell’Europa del tempo. Il paesaggio è suggestivo e la vista sull’Appennino è spettacolare, mentre il silenzio – rotto appena da leggere folate di vento e dal richiamo delle cicale – che aleggia tra valli, monti e pianure lo esalta ancora di più. Anche se da lontano l’imponente struttura sembra un rudere essa va, comunque, visitata se non altro per la storia che rappresenta. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

sulla Via di Francesco (tappa da Trevi a Foligno, PG, Umbria): perdersi tra silenzi, minuscoli borghi e paesaggi agresti…

Non è accertato l’anno di fondazione del primo insediamento della comunità francescana nella città di TREVI, tuttavia documenti papali del 1258 (breve di Alessandro IV) e del 1285 (bolla di Onorio IV), attestano l’esistenza del convento e il prestigio che questo aveva già nella seconda metà del XIII sec. La fondazione pertanto si fa risalire a poco dopo la morte di San Francesco. Il primo nucleo del convento, costruito nei pressi della chiesa romanica di Santa Maria, successivamente ampliata e dedicata al Santo fondatore dell’Ordine, ven-ne completamente ricostruito nella metà del XVII sec. La struttura ruota intorno al chiostro centrale, costituito da un portico a pilastri di base ottagonale ed un loggiato superiore. La decorazione pittorica delle lunette con Storie della vita di San Francesco, venne realizzata nel 1645 da Bernardino Gagliardi (1609- 1660), durante il suo soggiorno a Trevi nel 1645. La lettura delle lunette inizia dal lato nord del chiostro da destra: “annuncio della nascita – la nascita – il monito del Crocefisso di San Damiano – la rinuncia degli averi davanti al Vescovo di Assisi – il sogno del Papa Innocenzo III- Onorio III approva la regola- la visione del carro di fuoco- San Francesco predica agli uccelli – visione dei Troni – la predica di San Francesco nella piazza di Trevi – Francesco guarisce i ciechi e gli storpi – tentazione del Santo – il miracolo del bambino – il Santo assiste gli infermi.

Dopo essere stati ospitati presso una struttura conventuale in Trevi, il silenzio mattutino viene nuovamente rotto dal calpestio dei passi sul selciato delle stradine medioevali che attraversano il cuore antico della città. All’uscita di Trevi ci attende un lungo e bellissimo viale alberato, un’autentica galleria vegetazionale composta da folti e secolari platani: sulla skyline che s’apre a sinistra scorre il profilo dell’antico abitato di Trevi mentre sulla destra, verso N, s’intravedono, già in lontananza i, tetti e le torri di Foligno, punto d’arrivo dell’odierna tappa lungo il Cammino sulla Via di Francesco (da Roma ad Assisi). Dopo 100 metri, si gira a sinistra per la traccia di un sentiero in discesa. Il tratto iniziale è sconnesso e ciottoloso, ma molto breve. Superato un portale, con un antico affresco della Vergine con Bambino, si ritorna su asfalto e in discesa, fino ad un fontanile con lavatoio, dove si volta a destra e poi di nuovo a destra, per imboccare una strada sterrata. Il paesaggio sulle colline con i terrazzamenti coltivati ad olivo è al suo massimo splendore in questa zona. Giunti presso la chiesa di Sant’Antonino della Valle si scende a sinistra su via Collecchio. Attraversati l’abitato di Collecchio, con le sue belle edicole votive e i fontanili; giunti nei pressi del n° civico 50, si volge a destra per uscire dall’abitato, seguendo l’apposito segnale.

Il percorso nella campagna alterna tratti su asfalto a tratti su sterrata, ma sempre sotto il sole (il cappello e la scorta d’acqua sono quasi d’obbligo!). Si interseca più volte la strada asfaltata passa Via dei Giardini poi, giunti all’incrocio con via Venezia, si attraversa la strada in salita, proseguendo su una carrareccia in direzione di una pieve di campagna in località San Clemente; qui la chiesetta è collocata su una collina ricoperta di olivi. Il cammino procede piacevolmente, anche se in basso si vedono i segni della modernità: la statale Flaminia e i capannoni industriali. Attraversando ancora bei terrazzamenti ulivati, e superati antichi portali in legno, lungo un piacevole pendio solcato dal bianco selciato della pista, il custode di un maneggio ci invita a visitare le sue bellissime creature: cavalli di tutti i tipi da corsa, sia da trotto che da traino; di cui alcuni impegnati nella famosa e storica rievocazione della “Quintana” di Foligno. I “segni” del Cammino sulla Via di Francesco ci accompagnano ovunque, mentre numerose sono le edicole votive e le cappelle isolate (molte di queste anche dirute!) che segnano il nostro viandare. Col cielo che gioca a fare i capricci, non potevano certamente mancare – all’improvvio – quattro gocce di pioggia, quella tanto cara “Sora Acqua” decantata dal poverello di Assisi.

Sulle colline dall’altra parte della valle si scorge Montefalco. Proseguendo in leggera discesa, si superao alcune belle edicole “mariane”, elemento – questo – caratteristico della campagna umbra. Giunti ad un incrocio, si trova sulla destra un’edicola con una rappresentazione “orientale” della Madonna. Si continua quindi in leggera discesa fino a raggiungere Matigge, dove è possibile servirsi di un bar e un supermercato. Lasciato alle spalle il bar, si prosegue in discesa su asfalto; alla prima biforcazione si gira a destra, in località San Niccolò. Giunti di fronte all’ingresso di una villa, si prende a sinistra, in pianura. All’altezza di una curva, si lascia l’asfalto e si prosegue diritto su una mulattiera, che s’inoltra prima nel bosco e poi ritorna in mezzo agli olivi, fino a raggiungere il vocabolo Formoni. E così, continuando ancora a camminare con l’alternarsi tra edicole votive e masserie, sfiorando antichi casali e attraversando silenzi intrisi dall’intenso profumo dell’ulivo bagnato dalla pioggia coi primi papaveri in fiore, si susseguono lievi salite a leggere discese, sempre in mezzo a distese di olivi. Siamo giunti alle porte l’abitato di Sant’ERACLIO, tra le prime case del minuscolo borgo posto proprio alle porte di Foligno. Una monumentale fontana ci introduce all’antico villaggio, storico punto di sosta lungo la via Flaminia, sviluppatosi intorno al Castello. Entrati nel centro storico dalla porta medievale, lo si attraversa longitudinalmente; si prosegue circondati da antiche mura e da costruzioni medioevali con le sue due grandi porte che s’aprono – lungo l’arteria principale che l’attraversa per intero – in meno di 100 metri da sud a nord, da un punto all’altro del perimetro antico; proprio nel suo centro s’impenna una bella Torre.

Usciti fuori dal borghetto di Sant’Eraclio si volge a destra per raggiungere Via Roma, in direzione di Foligno; da qui, ora, il cammino è interamente in piano e su asfalto. Si prosegue lungo la caotica e (già) trafficata via “Flaminia” che rasenta la periferia meridionale della Città della “Quintana”, fino ad imboccare e giungere a valicare la Porta Romana, nel centro storico di FOLIGNO. Percorrendo l’elegante corso Cavour si raggiunge la celebre piazza con il Duomo di San Feliciano, dove una targa ricorda che in questo luogo Francesco, ancora mercante, vendette le stoffe del padre per restaurare la chiesa di San Damiano. La chiesa di San Francesco venne edificata nel XIX sec. sul luogo occupato da una cappellina dove il Santo si recava spesso quando era di passaggio ad Assisi. A Foligno si trova anche il Santuario della Beata Angela, terziaria francescana e mistica, che visse seguendo l’esempio di Francesco e nell’imitazione di Cristo. Nei pressi di Foligno, numerose città conservano memorie del passaggio di San Francesco, tra queste vanno citate, anche in vista di eventuali deviazioni: Cannara, Pian d’Arca e Bevagna. Il centro storico della città conserva edifici religiosi e palazzi signorili di assoluto pregio. Meritano senz’altro una vista il Duomo, con la splendida facciata romanica, il palazzo Comunale, e il Palazzo Trinci, sede del prezioso Museo della Città; da non perdere, se si ha tempo, una visita alla chiesa romanica di Santa Maria Infraportas e al Palazzo Orfini, dove fu stampata la prima edizione della “Divina Commedia” di Dante. Lo splendido Palazzo Pierantoni ci accoglie per trascorrere la notte. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

VILNIUS (Lituania, Regioni Baltiche): la vecchia città dei lupi..!

VILNIUS è la capitale della Lituania, una delle tre regioni (insieme a Lettonia ed Estonia) baltiche ex repubbliche dell’U.R.S.S. La città trae la sua origine da una leggenda che ha per protagonisti i lupi, e giace proprio alla confluenza dei fiumi Vilnia e Neris, da cui trae il nome. Vilnius, oltre ad essere il principale centro della Lituania, è anche conosciuta come la “capitale dalle mille chiese” e conserva – nel cuore del proprio centro storico – strutture architettoniche di grande valore stilistico/decorativo ove prevale, su tutto, il legno. Fu un tale Kriviu Krivaitis, gran sacerdote pagano della Lituania, che interpretò la visione dei lupi come la rappresentazione di una grande e potente città come – appunto – l’ululato dei lupi; la città vecchia è il suo cuore pulsante. Come tutte le grandi capitali, anche Vilnius ha un cuore pulsante nella propria città vecchia, caratterizzata dai ponti sul fiume, dal Castello e dalla Cattedrale (con la Torre di Gediminas); in esso sorgono oltre mille monumenti tutelati come capolavori di architettura gotica, rinascimentale, barocca e neoclassica.

Oggi la nuova Vilnius si presenta come una vivace metropoli ove, a metà fra storia, tradizione, commercio e cultura, trovi di tutto. La Lituania, coi suoi mille contrasti tra passato e futuro, riesce benissimo a tenere il passo della modernità senza tralasciare ciò che di buono questa terra e la sua gente riescono, da sempre, ad esprimere. Ed è proprio una leggenda che narra la nascita di Vilnius, capitale della Lituania, una leggenda che ha per protagonista i lupi che ululavano, sopra la collina che sovrasta la città, alla confluenza dei fiumi Vilnia e Neris. Entriamo in Vilnius dal ponte Karaliaus Mindaugo tiltas, ove si scorge, in alto a sinistra dal lato opposto al fiume, la collinetta da cui si staglia la Torre di Gediminas; raggiungerla con una breve passeggiata a piedi (o salendo in funicolare), dalla sua è possibile godere della più famosa vista panoramica su Vilnius con una bella skyline sui tetti rossi della Città Vecchia. Ridiscendendo dalla collina si giunge lungo la via pedonale Pilies gatvė, la più antica arteria che attraversa Vilnius, ricca di storici caffè, artisti di strada e negozietti di ambra.

In poche decine di minuti si giunge in vista della già ben visibile torre campanaria (di forma cilindrica) del complesso monumentale della Cattedrale che, con la sua facciata simile a un tempio neoclassico, caratterizza la skyline di tutta la Piazza della Cattedrale. La bianca Cattedrale di Vilnius (arkikatedra bazilika) in evidente stile neoclassico è dedicata ai Santi Šv Stanislovo ir Šv. Vladislovo; mentre la sua imponente Torre Campanaria (Arkikatedros Varpinè) è staccata e isolata. Nei pressi è possibile cercare a terra la celebre mattonella “Stebuklas” (Miracolo), che ricorda la catena umana del 1989. Superati nuovamente il fiume si accede in un particolare quartiere bohémien – Repubblica di Užupis – autoproclamatosi in una sorta di repubblica indipendente. Attraversare il quartiere offre la possibilità di poter ammirare le numerose installazioni d’arte all’aperto; nelle vicinanze c’è la statua dell’Angelo di Užupis ove nei suoi pressi è leggibile, in bella evidenza, la sua divertente “costituzione” tradotta in decine di lingue appesa sui muri di via Paupio come, ad esempio, “Tutti hanno il diritto di essere felici” oppure “Un cane ha il diritto di essere un cane“…

Muovendosi dalle sponde del fiume Neris, s’apre un dedalo di viuzze e traverse che portano in tutte le direzioni; il selciato è caratterizzato da antichi basolati (che richiedono particolari attenzioni nell’attraversare) su cui prospettano bellissimi e caratteristici bistrot ove si incontra di tutto: personaggi stravaganti, venditori di fiori, ragazzi che giocano, bancarelle che espongono qualsiasi tipo di souvenir e, un po’ ovunque, numerose persone che chiedono l’elemosina (quasi nascondendosi) in maniera dignitosa e senza pretese. Le tante chiese dei vari culti rappresentano i credi religiosi che qui s’incontrano (cattolici, cristiani, cristiani-ortodossi, ebrei…) ove prevalgono, su tutto, le bellissime icone di Santi, Madonne e raffigurazioni del Cristo. Numerose sono le botteghe di artigianato locale che offrono molteplici spunti per sostare e apprezzare la qualità dei prodotti locali, mentre le facciate dei palazzi più imponenti ancora mostrano, ben visibili, le tracce del trascorso impero sovietico coi famigerati palazzi/cortina, proiettanti ai lati di ampi viali, che tanto dovevano presentarsi al mondo come la monumentalità di un regime.

Altra meraviglia – non solo architettonica – dal fascino stilistico/decorativo, oltreché strutturale, e coinvolgente è la Chiesa di Sant’Anna (Kościół pw. Świetej Anny). Raggiungere questo capolavoro d’arte e di architettura del gotico fiammeggiante, costruito con ben 33 tipi diversi di mattoni rossi, è una meraviglia per gli occhi che non si stancano mai di scorrere alla scoperta dei suoi angoli più caratteristici. Narra una leggenda che il generale Napoleone se ne innamorò a tal punto da volerla (emotivamente) portare a Parigi sul palmo della propria mano. Il cuore pulsante della città è la zona universitaria con i suoi bellissimi, coinvolgenti e caratteristici locali, ma anche tutti gli altri quartieri adiacenti ove si trova (e si incontra) davvero di tutto. Fermarsi in qualche locale tipico della Città Vecchia è una esperienza da provare; per gli amanti del buon gusto è possibile assaggiare i Cepelinai (grandi gnocchi di patate ripieni di carne) oppure la Šaltibarščiai (la tipica zuppa fredda rosa alla barbabietola).

Girovagando tra le meraviglie nascoste di questa capitale lituana è possibile imbattersi attraverso quel reticolo di viuzze e traverse che caratterizza il Quartiere Ebraico e Vetrai (Stiklių gatvė) ove è facile potersi perdere tra i vicoli acciottolati di quello che un tempo era il cuore della “Gerusalemme del Nord“. Oggi questo quartiere, ammirando le vetrine dei negozi più in vista e abbellite con gusto e sobrietà, risulta essere è una delle zone più eleganti e fotografate della città. Abbiamo iniziato questo viaggio a piedi attraverso le bellezze e le curiosità di una capitale europea (forse) poco conosciuta. Aver avuto la possibilità di scoprirla – in una successione di scorci ed angoli suggestivi – riuscendone ad apprezzare tutte le sue (spesso insolite) curiosità e bellezze, siamo giunti, camminando verso sud, nei pressi della sua periferia meridionale ove si scorge la Porta dell’Aurora (Aušros Vartai), l’unica porta difensiva superstite della città; il suo interno racchiude una cappella con una veneratissima icona della Madonna tutta ricoperta d’oro. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

PANDOSIA-ANGLONA (Tursi, MT, Basilicata): curiosando per le realtà storiche del Sud tra fede, natura, fascino… mistero!

Scegliere di compiere un giro nelle profonde, assolate e deserte terre del Sud può – a volte – riservare sorprese davvero incredibili, esperienze ricche di fascino e bellezza, di suggestioni e splendore. Siamo in Basilicata (o Lucania come a noi piace definire questa terra), tra Policoro e Tursi, tra la costa e i desertici calanchi in tufo/gesso bianco dell’interno, agli estremi lembi della val d’Agri, si erge una modesta elevazione ove un tempo fiorirono antiche città come PANDOSIA ed ANGLONA, cui fece seguito l’erezione di un Santuario dedicato al culto di Maria. L’attuale Cattedrale di Santa Maria d’ANGLONA, datata tra il sec. XI ed il sec. XII, è l’ampliamento di una prima chiesetta, (del VII-VIII sec.), corrispondete all’attuale cappella oratorio.

Il Santuario di Santa Maria Regina di Anglona è un capolavoro di architettura medievale situato su una collina panoramica nel comune di Tursi (MT), in Basilicata. Sorge a 263 metri sul livello del mare, in una posizione strategica tra le valli dei fiumi Agri e Sinni, dominando un suggestivo paesaggio circondato dai famosi calanchi lucani. Questo colle conserva una storia millenaria: fu la sede dell’antica città enotria e magnogreca di Pandosia, poi rifondata nel Medioevo come Anglona prima della sua definitiva scomparsa. Il luogo sacro costituiva un crocevia di transito obbligato per quanti volessero raggiungere la valle del Sinni e il mar Tirreno, e a nord la valle dell’Agri, i monti della Lucania e la città di Roma.

Pandosia (Πανδοσία), collina strategica situata nell’entroterra della Siritide, citata nel documento epigrafico greco della Tavola di Heraklea, avrebbe subito una prima distruzione da parte dei Lucani (il territorio era chiamato dai greci Λευκανία) che la credettero alleata di Alessandro il Molosso che quivi venne ucciso nel 334 a.C. sulle rive del fiume Acheronte (Acheros, Akiris, Agri). La collina è stata abitata fin dall’Età del Ferro. Nell’VIII secolo a.C. Pandosia fu sede di un importante centro della cultura Enotria e poi della Magna Grecia, favorito dalla vicinanza dei fiumi che permettevano ricchi scambi commerciali. Pandosia (ndr che da tutto) sarebbe riconducibile all’omologa città dell’Epiro (Comune di Parga) e alla ninfa rappresentata su alcune monete magno/greche.

Nella mitologia antica sarebbe legata al culto di Demetra denominata la “Pandoteira”, ovvero dispensatrice delle messi che venivano coltivate in località “Conca d’Oro” dove le venne dedicato un recinto sacro. La Siritide era attraversata fino a Pandosia/Anglona da due importanti vie (oidos) o tratturi principali sui lati orientale e occidentale della “Valle Conca d’Oro”. A dimostrazione del ruolo strategico del sito di Pandosia, dominante il basso corso dei fiumi Agri e Sinni, da qui partivano le diramazioni verso la Val d’Agri (durante il periodo romano il prolungamento della via Herculia verso Grumentum) e verso il Golfo di Policastro.

In località Conca d’Oro si sarebbe svolta nel 280 a.C. la battaglia di Heraklea tra le legioni romane di Publio Valerio Levinio e l’esercito di Pirro con l’appoggio dei Tarantini con la vittoria di questi ultimi, mentre nel 214 a.C. vide la presenza di Annibale durante la II guerra punica. Il Santuario è tutto quello che resta dell’antica città di Anglona. La cattedrale è sorta tra l’XI e il XII secolo come ampliamento di un’antica chiesetta, risalente al VII-VIII secolo, corrispondente all’odierna cappella oratorio; nella sua sede vescovile, qui il 20 novembre 1092 sostò papa Urbano II. A seguito di cause perdute nel tempo, la parete nord della cattedrale crollò e andarono perduti gli affreschi che l’adornavano.

Per raggiungere questo gioiello, si compie un breve viaggio (circa 15 km) dalla costa verso l’interno, attraversando un suggestivo scenario paesaggistico caratterizzato da una rigo-gliosa natura (frutteti e uliveti) a cui si alternano le ruvide e bianche pendici dei calanchi (zona di Aliano). Raggiunti lo spiazzo antistante compare la bianca/rosea facciata del sacro edificio che presenta una costruzione, in tufo e travertino, con elementi architettonici di pregiata e notevole importanza stilistico-decorativa. La chiesa si presenta con pianta a “croce latina” e il suo interno si apre con una navata centrale, con un doppio ordine di cinque arcate, pilastri su cui poggiano archi a tutto sesto, ed archi ogivali sul lato sinistro.

Un incredibile gioiello di arte e spiritualità, costruito in travertino e tufo con all’interno splendidi affreschi duecenteschi. La sua posizione isolata che si ammira – soprattutto – al tramonto, ne hanno fatto un luogo da contemplare e da ammirare. Splendida chiesa romanica immersa in un irreale silenzio tra colline brulle dal sapore metafisico. Molto interessante è il portale con splendide formelle figurative in terracotta; bellissima, invece, la Torre campanaria e l’elegante abside finemente decorato. La facciata presenta motivi tipici della manifattura lombarda, come gli archetti ciechi in tufo. L’interno si presenta a 3 navate, con quella centrale coperta da un tetto a volte in legno; le mura sono in nuda pietra e ricoperte, in parte, da bellissimi affreschi medievali con figure di Santi e scene tratte dall’Antico Testamento.

L’Interno, invece, presenta una struttura a croce latina. Le pareti conservano importanti affreschi medievali e cinquecenteschi che raffigurano scene dell’Antico Testamento e immagini di santi (tra cui San Nicola e San Rocco). Oggi, gli affreschi residui si sviluppano, in sequenza, a partire dall’abside, sulla parte alta della parete di destra della navata principale e su parti dell’adiacente navata sinistra (crollata per cause imprecisate e ricostruita) restandone soltanto poche tracce in prossimità della crociera. La decorazione dell’abside centrale è completamente perduta, mentre le absidiole conservano frammenti della testa di Pietro sulla sinistra, dell’Arcangelo Michele sulla destra.

La parete della navata è divisa in due registri; in quello superiore si sviluppano gli episodi della Genesi, con la Separazione della luce dalle tenebre, della terra dalle acque, la Creazione di Adamo ed Eva, il Peccato, la Cacciata dal Paradiso Terrestre, il Lavoro dei progenitori, Caino e Abele, l’Uccisione di Abele, Rimprovero di Caino; nel registro inferiore si susseguono gli episodi dell’Arca, di Noè ebbro, della Torre di Babele, dell’Ospitalità di Abramo, dell’Offerta di Abramo a Melchisedek, del Sacrificio di Isacco, della Benedizione di Giacobbe da parte di Isacco e della Lotta di Giacobbe con l’angelo. Le scene neotestamentarie erano invece raffigurate sulla parete della navata sinistra.

Gli affreschi erano – e ancora in parte lo sono – corredati da iscrizioni greche, su cui se ne sovrapposero altre latine. L’abside esterna è l’elemento più bello della struttura, con intagli e ornamenti, archi pensili, un finestrone centrale, lesene e mensole; mentre sulle pareti esterne si ammirano le numerose formelle con figure zoomorfe a rilievo che creano un bellissimo effetto cromatico. Il suo interno è ricco di pregevoli affreschi databili intorno al XIV secolo che raffigurano storie del vecchio e nuovo testamento, con figure di Santi, scene bibliche come la Torre di Babele, la “creazione” con Adamo ed Eva, l’uccisione di Abele (più altre scene minori), il martirio di San Simone ed altri ancora.

Esternamente, poi, s’apre un paesaggio davvero molto bello. Il posto da cui si erge il Santuario elevato a Pontificia Basilica Minore dal Santo Padre Giovanni Paolo II il 17 maggio 1999 è bellissimo: isolato in un’autentica oasi di pace e silenzio, con un panorama mozzafiato a 360 gradi che si distribuisce tra le aride valli dell’interno e la costa, viene simpaticamente invaso da mucche al pascolo che si annunciano per il caratteristico campanaccio che portano al collo. Raggiungere questo posto val davvero la pena di compiere un lungo e articolato viaggio, ma le sensazioni che si provano nel viverlo attraverso tutte le sue essenze, lasciano davvero quel senso di pienezza e meraviglia, difficilmente riscontrabile altrove! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

the “FOXHOLE” al BOJS JACQUES (foresta delle Ardenne, Belgio); le “Buche delle Volpi” al bosco di Jacques…

Siamo a Bastogne, la “simbolica capitale” delle Ardenne (Belgio meridionale al confine col Lussemburgo e non lontana dalla Germania), punto cruciale di quella che fu – durante la II Guerra Mondiale – uno tra i più violenti scontri armati fra i Tedeschi e l’avanzata degli Americani con un assedio avuto inizio dal dicembre 1944 ed ebbe un’importanza decisiva sull’esito complessivo del conflitto. In molti si recano a Bastogne per conoscere e visitare le reali posizioni assunti dagli americani nelle vicinanze del villaggio di Foy, a 4 km da Bastogne. Noi… andiamo alla ricerca di quello che fu il teatro di una sanguinosa battaglia: il BOJS JACQUES.

Così anche noi – un po’ per curiosità, molto per aver visto la trasposizione cinematografica (Band of Brothers) di quei luoghi e di quegli avvenimenti – ci rechiamo alla scoperta del Bojs Jacques e delle famose “Foxhole” (le buche delle volpi) in cui tentarono di trovar riparo i paracadutisti della 101° US Airborne della 5a “Easy Company” guidati dal Capt. Winter, che giunsero nella foresta il 21 dicembre 1944 rimanendovi fino agli inizi del gennaio 1945. La foresta del Bojs Jacques è proprio il luogo ove la Easy Company affrontò la controffensiva degli attacchi tedeschi lungo il perimetro di Bastogne, per oltre una settimana.

Il Bois Jacques è ovviamente una foresta coltivata, quello che vediamo ora alcuni sono alberi interamente piantati, mentre altri – quelli più vetusti – come i pini e gli abeti sono, con molta probabilità, quelli che erano ancora in vita e scampati alla pioggia di fuoco fino alla fine del 1944. Siamo ai margini della foresta delle Ardenne, e osservando verso un pascolo che scende lungo un dolce pendio prativo che guarda le bianche case di Foy, è possibile notare come tutte le strade secondarie conducono attraverso le foreste. Tuttavia, oggi sembra che gli alberi all’interno del Bois Jacques vengano periodicamente, e regolarmente, raccolti e reimpiantati.

Attraversando la foresta sono ancora possibili vedere i resti delle buche scavate dagli americani ed altre tracce di quella battaglia; con comprensibile emozione, direi che mentre attraversiamo lungo questi sentieri, stiamo sicuramente vedendo (e vivendo) la stessa identica foresta di “quella” battaglia vissuta dagli americani. Camminando tra i buchi, le fosse e gli avvallamenti, oggi – quello che attraversiamo – scopriamo un luogo irreale, quasi come se fosse fermo nel tempo; tutt’intorno un orizzonte fatto di verde intenso e avvolto da un tombale silenzio. Un monumento (una stele marmorea coi nomi dei parà della 5a Easy Company deceduti) evidenzia l’inizio del sentiero che penetra nel bosco; all’epoca della battaglia, la linea degli alberi si estendeva molto più di quanto non lo sia come la vediamo noi oggi.

Il Bojs Jacques fungeva un po’ da campo base della compagnia, sottoposta sempre ai ripetuti attacchi dell’artiglieria tedesca attestatasi tra le case del vicino villaggio di Foy, mentre gli attacchi americani muovevano dai boschi sia ad ovest che ad est del villaggio, tenendo ben consolidata la posizione lungo la Foy-Bizory road, alla periferia di Bastogne. Quasi in punta di piedi e con doveroso rispetto, ci addentriamo nella foresta vivendo – in prima persona – quello che è stato per davvero uno storico (ed aspro) campo di battaglia in cui uomini coraggiosi giunti da oltre oceano sono morti difendendo la libertà dell’intera umanità. Sono ancora ben evidenti le centinaia di “foxhole” sparse tra il sottobosco e le radici degli abeti ove si possono soltanto intuire le sofferenze patite dai soldati americani per la brutalità della guerra.

Oggi questa foresta è silenziosa e pacifica mentre si ascoltano i suoni della vita dentro (uccelli e piccoli mammiferi) e intorno ad essa (i trattori che arano i campi, le motoseghe). Gli uccelli cantano, gli agricoltori si arrotolano il fieno e le mucche pascolano sui verdi prati. Avendo più volte visto il film (Band of Brothers) sembra quasi di stare in prima linea e immaginare di toccarsi, spalla a spalla, con gli uomini della Easy, quasi sentire il loro respiro, percepire i loro gemiti di paura, ascoltare le loro grida di dolore e sofferenza dopo ogni pioggia dei (piccoli o grandi) proiettili di artiglieria tedesca che piombavano attraverso questi alberi distruggendo ogni cosa.

Questi giovani soldati guardavano le vicine case di FOY prima dell’assalto finale avvenuto il 13 gennaio 1945; Foy – visibile a meno di 1 km dall’ultima cortina di alberi – all’epoca dei fatti era un piccolo villaggio occupato dai tedeschi già dalle prime fasi della Battaglia delle Ardenne e si trova a soli 4 chilometri a nord di Bastogne sulla strada per Houffalize. Girovagando tra le buche e i ripari di fortuna si avverte di come fu grande il sacrificio pagato dai soldati americani per riconquistare la libertà perduta e rendere una società europea molto più prospera. E’ stato davvero molto toccante, emozionante… attraversare questo “pezzo” di storia! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

AVIGNONE (Provence, France): dall’imponente presenza papale alle atmosfere provenzali tra arte, cultura e artigianato locale…

AVIGNONE è una città perfetta da esplorare a passo lento, vivendola semplicemente camminando a piedi, attraverso il suo incredibile centro storico tutto racchiuso all’interno delle antiche mura medievali. Camminando attraverso il cuore antico di Avignone, la città permette di scoprire il suo splendido centro storico racchiuso da una imponente cinta muraria medievale perfettamente intatte e ancora in un buono stato di conservazione. Conosciuta come la “Città dei Papi” Avignone è stata la sede ufficiale del papato della Chiesa cattolica per gran parte del XIV secolo (1309 -1377). Durante questo periodo storico, conosciuto come “cattività avignonese“, la curia pontificia lasciò Roma e si trasferì in Provenza. Nel 1309, il pontefice francese Papa Clemente V decise di spostare la sede papale per sfuggire ai continui, ripetuti e violenti conflitti politici tra le famiglie nobili di Roma e per negoziare più facilmente con il re di Francia. Nove furono i pontefici che la città ospito tra il 1305 e il 1429. Sette di questi regnarono durante il periodo ufficiale di trasferimento fino al 1377, quando Gregorio XI decise per il definitivo ritorno a Roma; mentre gli altri due furono i cosiddetti “antipapi” scismatici che rimasero ad Avignone durante il successivo “Scisma dell’Occidente”. Il controllo del territorio veniva gestito e controllato direttamente dai pontefici.

Sebbene circondata dal regno di Francia, Avignone e il suo territorio circostante (conosciuto come il Contado Venassino) appartenevano direttamente al Papa, rimanendo sotto il controllo pontificio fino alla Rivoluzione Francese. La nostra conoscenza e scoperta della città provenzale di Avignone, comincia dalla sua estrema periferia occidentale superando – attraverso i suoi ponti – le isole formate dalle anse del fiume Rodano. Laggiù, verso N, si staglia il Ponte Saint-Bénézet (conosciuto anche come Ponte di San Benedetto) o Pont d’Avignon. Esso è una vera e propria opera di ingegneria! Un tempo collegava le due sponde del Rodano. Portatore di leggende e monumento emblematico della regione, oggi conserva solo 4 delle 22 arcate originali. Dal 1995 è iscritto nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO; la leggenda narra che sarebbe stato costruito nel XII secolo da un giovane pastore del Vivarais, Bénezet, per ordine divino. Eccoci giunti al cospetto dei Bastioni. Essi, dal XIV secolo circondano l’intero perimetro del centro e sono anch’esse tutelate dall’UNESCO. Distribuite lungo un percorso pianeggiante di circa 4,5 km camminando lungo le loro basi è possibile ammirarle (quasi toccarle con mano) da vicino. In poche decine di minuti, districandosi nel labirintico tessuto viario della parte antica di Avignone, si giunge nell’enorme catino della Place de l’Horloge.

Questa vivace piazza è il cuore pulsante della città, dove si trovano il Municipio (Hôtel de Ville) e l’Opera; circondata da caffè all’aperto, le ampie chiome dei platani offrono riparo e frescura.  Pochi passi attraverso la piazza e si giunge in vista di Place du Palais e del Palazzo dei Papi. Il Palazzo dei Papi (Palais des Papes) risulta essere uno dei più grandi e importanti edifici gotici al mondo, residenza dei pontefici nel XIV secolo; questa monumentale fortezza gotica trecentesca, di grande valore storico e architettonico, simbolo indiscusso della città e conserva – al suo interno – maestosi spazi, sale affrescate e i chiostri storici. La monumentale residenza dei pontefici, simbolo dell’influenza della Chiesa nell’Occidente cristiano del XIV secolo, oltre ad essere Patrimonio dell’UNESCO, resta – comunque – il più grande edificio gotico di tutto il Medioevo coi suoi 15.000 mq, pari al volume di 4 cattedrali gotiche. Accanto al palazzo si trova la Cattedrale di Notre-Dame des Doms. Situata proprio accanto al palazzo, si distingue per la grande statua dorata della Vergine che svetta sulla torre campanaria. Costruita nel XII secolo, fu rimaneggiata nel XV e nel XVII secolo, la basilica domina, al fianco del Palazzo dei Papi, la valle del Rodano dal Rocher des Doms. La prima menzione di Notre-Dame des Doms è del 1037. L’edificio attuale è stato costruito nel XII secolo in 3 fasi successive: campanile e navata, quindi cupola a lanterna e infine il portico influenzato dall’architettura antica.

La basilica metropolitana viene ampliata negli ultimi due secoli del Medioevo con l’apertura di cappelle laterali. La cappella con la tomba di papa Giovan-ni XXII custodisce il tesoro diocesano composto da numerosi ornamenti liturgici e vasi sacri. Ma l’atmosfera più coinvolgente che lascia toccare con mano le tradizioni provenzali, si apprezzano nel cuore del centro storico di Avignone, percorrendo la pittoresca Rue des Teinturiers, una delle strade più belle e caratteristiche vie della città. Fiancheggiata dal canale della Sorgue qui sono ancora possibili ammirare le antiche ruote idrauliche di un tempo. Ricca di locali e un’atmosfera “bohémien” molto suggestiva, è il luogo più caratteristico di tutta la città, assolutamente da visitare, passeggiando tra bancarelle, pittoreschi locali, cortili protetti dalla frescura dei platani, passetti, particolari (e singolari) panchine scolpite in arenaria e i vari piccoli teatri; chi la visita fuori stagione può ancora apprezzarne il fascino originario. La Rue des Teinturiers (Via dei Tintori) è la strada più pittoresca, romantica ed emblematica del centro storico di Avignone. Nota anche come “rue des roues” (via delle ruote). Caratterizzata da ciottoli e fiancheggiata da platani secolari, si estende da rue des Lices a rue Guillaume-Puy, ecorre lungo il piccolo canale della Sorgue.

Celebre per le storiche ruote a pale in legno, queste furono utilizzate nei secoli scorsi dalle corporazioni tessili. La via è stata dichiarata monumento naturale e paesaggistico dal 1932. Lungo il percorso sono ancora possibili ammirare le ruote a pale. Qui un tempo ce n’erano ben 23 per alimentare le industrie della seta e del cotone che sorgevano lungo il corso d’acqua; oggi ne restano quattro ancora in funzione. Tra il XIV e il XIX secolo, questa via fu il cuore pulsante dell’industria tessile e manifatturiera di Avignone. Le acque del canale venivano sfruttate dai tintori di stoffe e dalle storiche corporazioni tessili. Nel 1817 la via contava ben 23 mulini ad acqua attivi. Sebbene la maggior parte sia andata distrutta durante la Rivoluzione Francese. Il suo nome deriva dai tintori di seta, lana e cotone che lavoravano qui fin dal Medioevo, mentre oggi la strada è ancora fiancheggiata da ruote idrauliche e resti degli antichi mulini utilizzati per la tintura. Punto di riferimento iconico della città, Rue des Teinturiers è lastricata di ciottoli e punteggiata di caffè, gallerie d’arte e botteghe artigiane. In estate, diventa un vivace centro durante il Festival di Avignone, che offre spettacoli di strada e mostre, da non perdere… assolutamente! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

BUDVA (MONTENEGRO)…quella “ballerina” sullo sfondo del mare!

Alla frontiera col MONTENEGRO compare una sorta di “casamatta” tutta intonacata color ciclamino (su cui spicca un murales di fiori di lavanda), determina l’ingresso in Montenegro, territorio prevalentemente montuoso con ampie gole in cui serpeggiano corsi fluviali a carattere torrentizio e la frastagliata costa adriatica. Circondato da acque cristalline, il luogo crea un contrasto mozzafiato con le case tradizionali in pietra dai caratteristici tetti rossi; un ambiente dove la natura si fonde armoniosamente con l’architettura tradizionale. BUDVA ci accoglie con edifici condominiali tutti riconvertiti in centinaia di strutture ricettive (qui la costa viene presa d’assalto dai turisti e dai vacanzieri durante l’estate). Stavamo quasi rimpiangendo l’essere giunti fin qui e non poter godere delle bellezze naturalistiche, paesaggistiche e ambientali fino a quando, la visione delle antiche mura (i possenti bastioni) che circondano la parte antica della città, attirano il nostro interesse. Tutta l’intera piazza, con le due chiede e vari palazzi molto carini, compresi alcuni palazzi un po’ decadenti, forma una bella scenografia. Qui, appena varcata la principale porta d’accesso che s’apre lungo i bastioni occidentali, si entra nella città vecchia. Fondata nel IX secolo Budva è la città più antica del Montenegro. È circondata da possenti mura difensive che raccoglievano, al loro interno, 400 edifici. Purtroppo dopo il terremoto del 1979, che causò 159 vittime, solo 8 edifici riuscirono a restare intatti senza subire danni. Budva impiegò 9 anni per la ricostruzione utilizzando al meglio i mattoni originali che furono tutti conservati e numerati in modo che potessero essere ricollocati correttamente. Non badate all’eccessivo flusso di turisti e vacanzieri croceristi, è una cosa normale per una bella località come questa. Ma con una buona dose d’astuzia e pragmatismo, ci si può creare il proprio itinerario a piedi per queste stradine della vecchia Budva.

Senza accorgersene si compie un passo indietro nel tempo quando si cammina in questo centro storico murato che sembra perfettamente conservato, con le sue strade acciottolate consumate dal logorio del tempo e, spesse volte, scivolose che sono state calpestate per centinaia di anni. Budva è il cuore pulsante della costa del Montenegro, una destinazione straordinaria che fonde oltre 2.500 anni di storia medievale con spiagge di acqua cristallina e una vivace cultura balneare. Conosciuta come la “regina del turismo montenegrino”, la città si sviluppa attorno a un affascinante centro storico fortificato dai veneziani, estendendosi lungo una riviera ricca di baie sabbiose e isole incontaminate. Con il suo centro storico medievale, le spiagge baciate da un sole così intenso e la vivace spontaneità dei suoi abitanti, subito pronti ad accoglierti e a mostrare i loro prodotti locali (artigianato, piatti tipici della cucina tradizionale), sono le attrazioni principali che si svolgono lungo il litorale montenegrino che catturano l’attenzione del visitatore. Le strade acciottolate della città storica ospitano musei, caffetterie e boutique, mentre lo sfondo dell’Adriatico offre anche tantissime attività in mare. Camminando per i vicoli all’interno della Città Vecchia si ha la sensazione di vivere come avveniva nel IX secolo. Si possono ammirare le strette vie su cui prospettano le facciate di antichi palazzi e le chiese delle varie confessioni. La sua posizione è perfetta vicino al mare, un dedalo di viuzze lastricate che presentano un meraviglioso mix di edifici storici, mura ammuffite, una cittadella racchiusa nelle sue mura interne e molto altro ancora. Davvero molto belle sono le stradine strette che portano nei punti più inconsueti; qui, vale la pena esplorare! Ci è piaciuto molto esplorare e riuscire a trovare nuovi percorsi, insoliti collegamenti all’interno della città vecchia.

Finalmente comincia il nostro camminare e qui abbiamo l’imbarazzo da cui cominciare (se prima la parte storica e culturale, o quella naturalistica, paesaggistica e ambientale)… Optiamo per la seconda, e quindi la nostra esplorazione ci porta ad attraversare la spianata della Trg Budvankh slikara fino a raggiungere il camminamento, ora su sentiero ben marcato, ora su passerella attrezzata, che scorre a bordo costa; in alto – sulle nostre teste – la macchia mediterranea si aggrappa alle rocce rossastre della scogliera. Raggiunti così la stradina costiera Zaliv Kamenoj Mace, puntiamo in direzione delle spiaggette laterali che s’aprono lungo la frastagliata fascia costiera. Gole, anfratti, rocce sporgenti, piccole rientranze, scogli taglienti e ciottoli levigati offrono la visione di un mare davvero bello e intrigante, con fondali che vanno dal verde smeraldo, al giada fino al turchese, lasciando scorrere lo sguardo verso particolari naturalistici di incredibile bellezza. L’insolita statuetta bronzea di una “ballerina” fa da cornice al paesaggio che si prospetta sul promontorio del centro antico della città (Stari Grad), diviso tra l’ampio braccio di mare e l’isolotto di Sveti Nikola. Superati lo sperone di Gospoština s’apre la bellissima spiaggia di Mogren tra le più belle del Montenegro, famosa per le sue acque cristalline e circondata da una lussureggiante vegetazione e da scogliere mozzafiato.  Divisa in due ben distinte parti: la prima offre lidi e diversi servizi, mentre la seconda è moderatamente più libera della prima.

Vari sentieri conducono nei punti più alti della scogliera (ruderi di torri d’avvistamento e antichi casolari) e portano ad affacciarsi con vedute panoramiche davvero molto belle sull’intera fascia costiera con meravigliosi scorci sulla costa che sembrano le stampe di una cartolina. Lo sguardo scorre oltre ogni possibile visuale, fin dove l’occhio riesce a catturare le lunghe spiagge, gli uliveti, le case in pietra, oltre ai viali alberati e gli antichi borghi. Ma è ora di rientrare e puntare verso il cuore pulsante di Budva: la Città Vecchia (Stari Grad); un autentico labirinto di vicoli lastricati in marmo, con piazzette nascoste tra le vestigia di architetture veneziane il tutto racchiuso da imponenti mura medievali. Il suo centro storico (Stari Grad) è famoso per la cinta muraria di stampo medievale, le stradine a basoli squadrati con lastre in calcare e che offrono numerosi spunti per una sosta. Passeggiando lungo i suoi stretti vicoli protetti dall’ombra per ore, tra case in pietra abbellite dai balconi fioriti, si scoprono piazzette, fontanili, botteghe artigianali e caffè nascosti sotto gli archi. È un centro storico molto compatto e moderatamente ricco, in cui ogni scorcio racconta una storia, con chiese d’impianto medievale, effigi e lapidi di matrice romana, ed numerosi elementi architettonici che testimoniano l’alternarsi di dominazioni succedutesi nel tempo come le bizantine, veneziane e ottomane. Passeggiando per le stradine acciottolate, è possibile ammirare le bellezze architettoniche in puro stile veneziano ed immergersi nell’atmosfera vivace e coinvolgente dei suoi abitanti.

Diverse chiese storiche meritano – anche se solo fugacemente – una visita, non solo per la loro bellezza estetica, artistica, decorativa e monumentale, ma per l’atmosfera di raccoglimento che riescono ad offrire. Tra le più importanti incrociamo la Chiesa di San Giovanni (Crkva Svetog Ivana) del VII secolo, molto imponente per il suo campanile che svetta sull’intera città vecchia; al suo interno si ammirano diversi affreschi e suggestive opere in mosaico. Vi è poi la Chiesa della Santa Trinità; di rito ortodosso, il sacro edificio è più piccolo e ricco di colorati, un autentico angolo di quiete. Qui, tra i profumi dell’incenso e le diverse icone dorate, anche una breve e silenziosa sosta ci allontana, per qualche attimo, dal brusio estivo. Poco distante alla bella chiesa ortodossa della Santissima Trinità sorge la chiesa di rito cattolico di Sant’Ivan, detta anche di Santa Maria in Punta; considerata la più antica di Budva, fu costruita dai Benedettini, un bellissimo esempio di architettura gotica/slava con influenze veneziane, essa viene considerata una delle chiese più antiche di tutto l’Adriatico. Al suo interno sono dei mosaici raffiguranti scene bibliche raffiguranti San Giorgio e il Drago; l’architettura è molto semplice, con una suggestiva volta a capanna, mentre il complesso si affaccia su di una piccola, incantevole e spettacolare piazzetta a picco sul mare. La “Old Town” di Budva è davvero molto bella; al suo interno emerge una interessante architettura tra edifici civili, militari e religiosi, che offre al camminatore/viaggiatore quel particolare senso di avventura, di istinto esplorativo, di curiosità, soprattutto quando si fa strada attraverso i tanti diversi percorsi all’interno delle mura; quasi come in una sorta di labirinto. Dedicare il giusto tempo per vedere dove conduce ogni percorso acciottolato… è una straordinaria avventura che attraversa il tempo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) ARTICOLI COMPLETI di ESPERIENZE ZAINO in SPALLA CONTINUANO SUL BLOG:

Rilski Monastir, Рилски Манастир (BULGARIA): dai tre “Regni dell’Oltretomba”, un luogo di culto che ci riporta indietro nel tempo

C’è un luogo in Bulgaria, nel cuore dei monti Rila a meno di 150 km dalla capitale Sofia, che accoglie una tra le strutture religiose – per fascino, bellezza, storia, arte, religione – più incredibili al mondo: il Monastero di RILA (Rilski Monastir). Immerso tra le montagne è un luogo suggestivo e di rara bellezza. Un posto veramente particolare, che sorge risalendo la valle fino al suo termine ove non ci si aspetterebbe mai di trovare una simile costruzione. Incastonato alla fine di una valle, in un posto magico dove regnano la quiete e la più assoluta tranquillità, compare questo spettacolare edificio sacro con i suoi profumi e i suoi colori ove si resta veramente incantati dalla bellezza e dal senso di pace interiore che si respira in questo luogo. il posto è molto bello e dagli inizi degli anni ’80 è stato dichiarato Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Stiamo parlando, naturalmente, dello spettacolare monastero “fortificato” di Rila un piccolo gioiello incastonato tra le montagne; un’oasi di pace e serenità in una posizione suggestiva circondata da boschi e piccoli corsi torrentizi, incastonato in una valle del Parco Naturale dei Monti Rila a 1147 metri d’altezza. Dall’esterno non si avverte la benché minima sensazione di quanto sia grande e di cosa riservi all’interno. Il monastero venne fondato nel X secolo dall’eremita San Giovanni di Rila (Ivan Rilski), che scelse di vivere in ascesi all’interno di una grotta non lontana dall’attuale sito. Inizialmente costruito dai suoi discepoli, il complesso crebbe nei secoli grazie alle donazioni dei sovrani bulgari. Sebbene la comunità sia attiva da oltre mille anni, gran parte degli edifici residenziali che vedi oggi risale alla metà del XIX secolo. Un devastante incendio distrusse la struttura nel 1833, e la ricostruzione successiva diede vita a uno dei massimi capolavori del Risorgimento nazionale bulgaro. Un’autentica atmosfera di pace, immersi nella natura circostante e avvolti dalla bellezza dell’arte, aleggia tutt’intorno. Vista da fuori, non sembra affatto che la struttura – con alte e possenti mura in pietra levigate – possa ospitare, al suo interno, un gioiello di così rara bellezza.

Esternamente il monastero si presenta come una fortezza impenetrabile dalle alte mura in pietra. Una volta varcati i cancelli d’ingresso (la Porta Duplica o la Porta Samokov), si accede a un enorme cortile interno di 8.800 mq caratterizzato da eleganti loggiati in bianco e nero e archi mozzafiato. Entrando dalla porta centrale, a prima vista si rimane a bocca aperta; nel centro si erge, in tutta la sua monumentale bellezza architettonica, la chiesa contornata dal un porticato a dir poco stupefacente, tutto affrescato. Quando si entra dalla porta principale si accede nello spiazzo interno al cui centro si erge – in tutta la sua spettacolarità – la massiccia mole del Monastero, caratterizzata dalla pavimentazione in basoli irregolari e dalla volta a botte tutta dipinta, la cui vista lascia, letteralmente, a bocca aperta. Una cortina di piani, ballatoi, supportici, verande gazebo, tutti realizzati in pietra e legno e tutti sovrapposti secondo un preciso ordine geometrico, avvolto da archi, colonne e balconate, racchiude uno spazio interno ampio come una piazza. Al centro di questo enorme spazio compare. Proprio al centro di questo enorme patio compare la spettacolare Chiesa della Natività della Vergine. Situata nel bel mezzo del cortile, risalta subito agli occhi il suo celebre e spettacolare (interamente affrescato) porticato esterno; qui ogni centimetro quadrato è stato – durante il corso dei secoli – completamente dipinto e rivestito dagli spettacolari affreschi dai colori vividi che raffigurano l’intero ciclo delle scene del “vecchio” e “nuovo” Testamento, oltre a figure di santi e prelati locali. I dipinti, realizzati dai migliori maestri dell’epoca (tra cui Zahari Zograf), illustrano scene bibliche, angeli e dettagliatissime rappresentazioni di demoni e dell’inferno. Al suo interno è custodita l’iconostasi in legno dorato più grande del paese e le reliquie del Santo fondatore. Siamo al cospetto del più grande e celebre monastero di tutta la Bulgaria; esso giace nel fondo di una valle caratterizzata da copiose foreste, corsi d’acqua e imponenti montagne: un luogo che restituisce sensazioni di fascino e mistero.

Vuole la tradizione che intorno agli inizi del X secolo, un giovane nobile si sia trasferito tra questi monti per darsi all’eremitaggio e che fu poi seguito da altri discepoli insieme ai quali, qualche anno più tardi, fondarono il primo nucleo di questo monastero. L’originario edificio di questo monastero ortodosso vide la nascita nel 927 ad opera dell’eremita Ivan Rilski, capo di una colonia di monaci. Successivamente fu poi spostato nel 1335, distrutto e saccheggiato dagli ottomani, successivamente devastato da un incendio fu restaurato – e completamente ricostruito – nel XIX secolo, periodo al quale risalgono le imponenti cupole, gli affreschi che ricoprono l’esterno della chiesa, le balconate e gli eleganti archi. Durante i cinque secoli di dominazione turca è stato custode della cultura bulgara e sostegno spirituale per il popolo. Ricostruito grazie anche alle tantissime donazioni giunte da tutte le popolazioni dei Balcani, dal 1983 è Patrimonio dell’Unesco. Costituito da un corpo centrale, la Chiesa dedicata alla Natività, costruita tra 1884 e 1887, fu abbondantemente arricchita di affreschi (restaurati, durante il corso del tempo, con eccessivo sfarzo di forme e colori rendendo quasi innaturale ogni piccolo dettaglio) dai diversi pittori che si sono succeduti nel corso degli anni, tra cui Zograf. Una gigantesca esplosione di colori che esaltano la tradizione dei popoli balcanici, la loro storia e le tipiche architetture. È un luogo non luogo fuori da ogni possibile immaginazione. La sua storia è lunga e ricca. Negli affreschi della chiesa compaiono le rappresentazioni di Dio Padre e dell’inferno, cosa molto insolita. In tutto il monastero regna la pace. Un ampio cortile immette su quella che può considerarsi la piazza ed intorno alla quale si sviluppa tutto il monastero.

Ogni singolo centimetro quadrato del porticato di facciata, le sue volte dalle imperfette geometrie e le pareti che compongono la parte esterna del nucleo centrale del Santuario, sono affrescate con scene che si rifanno a santi di matrice iconoclasta, a passi/episodi della Bibbia (Nuovo e Vecchio Testamento), alla discesa degli inferi sulla terra, alla potenza del Dio onnipotente e all’alternanza di scene che si alternano/rincorrono fra i Bene e il Male. All’interno casca giù, in tutta la sua imponenza, un gigantesco lampadario circolare in ottone che sembra quasi sfiorare le nostre teste; di fronte l’altare maggiore tutto dorato a forme di icone con figure di Cristo e Santi, gli affreschi invece sono tutti affumicati tranne le due cappelle laterali a destra e sinistra. L’interno del Santuario è la magnificenza assoluta del culto di matrice ortodossa. Accanto alla chiesa s’impenna la Torre di Hrelyo; esso è l’edificio più antico del complesso, l’unico sopravvissuto all’incendio del 1833. Alta 23 metri, la torre di difesa in pietra fu eretta nel 1335 dal signore locale Hrelyo e domina ancora oggi il cortile accanto alla chiesa; in cima c’è una piccola cappella finemente decorata. Durante il corso dei secoli il Santuario ha raccolto un numero sempre più elevato di monaci (fino a settecento), diventando anche un importante e significativo luogo per lo studio ed il mantenimento delle tradizioni religiose bulgare (in particolare durante la dominazione turca); mentre oggi la popolazione residente non conta più di 11 persone tra cui 6 monaci e restanti addetti ai servizi per il mantenimento dello stesso. Di particolare rilievo la chiesa dedicata alla natività della Vergine, dov’è conservata un’icona considerata sacra; e dove tutto è affrescato con scene della vita della Vergine, di Santi e scene bibliche. Intorno alla chiesa gira un alto muro con balconate che si sovrappongono sorrette da archi che scaricano tutta la forza statica dell’imponente struttura.

L’occhio corre fugace alla scoperta delle figure più incredibili da immortalare in uno scatto fotografico; è possibile avere una collezione di immagini, tutte a carattere sacro, di come sono suddivisi gli spazi all’interno e di come l’incredibile ciclo pittorico delle pareti interne restituiscano mistiche sensazioni fuori dal tempo. All’esterno del Santuario ci sono: un Museo (collezione di oggetti sacri, come le bibbie e con il famoso Codice di Rila); la leggendaria Croce di Rafail, una croce in legno millimetrica scolpita dal monaco Rafail utilizzando solo una lente d’ingrandimento e un ago contenente ben 104 scene religiose e 650 miniature di figure umane, le armi dei 40 soldati di guardia, le 5 chiavi del tesoro, le storiche opere dei monaci, senza contare i numerosi oggetti e paramenti sacri per le funzioni religiose. La Torre Hreliova del 1335, alta 23 m, è l’unica parte originale di tutto il Monastero. L’antica cucina (Magernitsa) del 1816 che, con un camino di 22 m sviluppato su più piani, riusciva a preparare, in giganteschi calderoni, contemporaneamente enormi quantità di cibo per sfamare le migliaia di pellegrini che giungevano al Monastero. Qui Ogni giorno un gran numero di persone (provenienti anche da Romania, Grecia, Turchia, Polonia, Ungheria) visitano questo monastero, non tanto per turismo ma per testimoniare tutto il senso della loro profonda spiritualità e devozione verso questo luogo sacro. Se si è in Bulgaria, a meno di 150 km dalla capitale, nel cuore del Parco Naturale dei monti Rila, non bisogna assolutamente lasciarsi sfuggire una visita a questo gioiello di arte, storia, tradizioni popolari, natura, fede e cultura perché siamo convinti che chiunque giunga fin quassù, oltre a ritemprarsi nello spirito e nel corpo, ritornerà ai luoghi d’origine consapevole di aver vissuto un’esperienza davvero fuori dal comune. (testo Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

EIN-GEDI (עֵין גֶּדִ‎ Israel): il rifugio di Re Davide… la “sorgente del Capretto”, un’oasi naturale tra canyon, cascate e gallerie…

Appena fuori Gerusalemme, e lasciati alle spalle gli ultimi palazzoni (“vuoti”) della periferia della capitale ebraica, sembra di essere proiettati indietro nel tempo di oltre 3000 anni fa. Rocce aride, dure, assolate, che vanno dal bianco calcare al roseo calcarenitico, senza alcuna ombra di vegetazione, tranne che per qualche appezzamento – caparbiamente ricavato dai contadini – coltivato a ortaggi o a uliveti. Mentre le numerose tracce di piste e sentieri vengono ancora oggi percorsi, a dorso di asinello, da pastori che guidano le numerose greggi di capre e pecore e da agricoltori che cercano – con ostinata perseveranza – di ricavare qualcosa di buono da questa terra apparentemente inospitale: siamo nel deserto di EN-GEDI (luogo conosciuto anche come “Oasi di Re Davide”). Volgendo lo sguardo oltre le dune rocciose, lungo i profili di cresta sorprendentemente camminano, a passo lento e in fila indiana, carovane di cammelli che trasportano ogni sorta di mercanzia.

Sparse qua e là, di tanto in tanto compaiono piccoli villaggi composti da baracche in legno o tende yurta, abitate soprattutto da popolazioni stanziali e – occasionalmente – nomadi. Circondata dalle vette rocciose del deserto e dalle rive salate del Mar Morto a est, la Riserva Naturale di Ein Gedi è l’oasi più grande e più bella di tutta Israele. É un posto molto frequentato, soprattutto per la presenza di numerose comitive di escursionisti; il luogo è, storicamente, famoso per la sua importanza biblica poiché, come vuole la tradizione, qui trovò rifugio Davide che si nascose dall’istinto omicida mosso dalla gelosia del primo re di Israele Saul intorno al 1000 a.C. Ein Gedi altro non è che un’oasi formatasi, nel corso del tempo, da numerose valli (“wadi” o “uadi” in arabo) tra cui, le più importanti, quelle di David e di Arugot, bagnate dalle acque di torrenti e cascate che rendono piacevole la sosta. Il sito è custodito (e protetto) proprio per la presenza, al suo interno, di una variegata presenza faunistica (stambecchi, piccoli mammiferi simili a marmotte e numerose specie di volatili) e per accedervi c’è una biglietteria.

Tralasciando l’aspetto puramente turistico dell’Oasi, con la presenza di numerose comitive che giungono da tutto il mondo, qui è facile ritagliarsi uno spazio temporale per poter vivere, godere e trascorrere – qualche ora – più da vicino delle bellezze storiche, geologiche, naturalistiche e paesaggistiche. Inizialmente si prosegue lungo un sentiero lastricato che poi diviene un polveroso sterrato. Si comincia a salire superando rare tracce di presenze arboree (cespugli e piccoli alberi) tra ginestre, canne fluviali e giunchi, che caratterizzano questa parte iniziale del percorso. In breve si giunge alla prima di una serie di cascate, un salto di appena 5 metri. Ein Gedi può essere tradotto come la “Primavera del Bambino“. Come vuole la tradizione ebraica, infatti, qui vengono condotti i giovani figli di Israele che – coi loro singolari e pittoreschi abiti tradizionali – sono invitati a bagnarsi sotto questa cascata per sancire il loro passaggio dalla fanciullezza alla pubertà. L’acqua che vediamo sgorgare dalla roccia e solo una illusione paesaggistica; essa invece esce direttamente dal terreno, e a prima vista si ha la sensazione che possa essere gelata, ma in realtà è lievemente tiepida.

Si continua a salire spostandosi, spesso, da un lato all’altro del solco del canyon per mezzo di pontili in legno appositamente attrezzati (e sistemati) per agevolare il passaggio da una sponda all’altra. Il sassoso sentiero si alterna, per la progressione, a gradoni scavati direttamente nella roccia calcarea. Nascoste da copiose cespugliaie formate dalle canne fluviali e dai giunchi che solcano il bordo del torrente, la presenza di acqua, laghetti e cascate in un deserto roccioso tanto arido desta stupore e meraviglia; come risulta facile, nel contempo, immaginare il piacevole ristoro offerto a chi, nel passato, veniva da una traversata del deserto. Nel guadagnare metri in salita non si disdegni, di tanto in tanto, di voltarsi indietro e poter scorgere la suggestiva skyline paesaggistica determinata dal panorama che si staglia laggiù in fondo: il Mar Morto. Si sale superando, metro dopo metro, le numerose pozze d’acqua che garantiscono piacevoli soste per rinfrescarsi e bagnarsi. Quasi senza accorgersene, il sentiero roccioso penetra (e attraversa) un’autentica galleria vegetazionale formata dalle numerose radici delle piante che sono cresciute appena sopra il livello del solco torrentizio.

Qui bisogna prestare molta attenzione per il fondo scivoloso determinato dal millenario scorrere dell’acqua sulle levigate pietre in roccia calcarea che favorisce la crescita di alghe e filamenti d’erba e, se non si hanno buone scarpe da escursionismo, si può facilmente scivolare; risulta essere molto emozionante poter attraversare queste gallerie ove, praticamente, viste le asperità della complessa natura geologica, non s’intuisce l’uscita. Le numerose sorgenti che sgorgano acqua dolce direttamente dalla roccia e che formano una serie di cascate, garantiscono l’irrigazione della sottostante vallata permettendo, così, la crescita di una rigogliosa vegetazione. Tutto il principale sentiero attraversa, praticamente, un ambiente selvaggio e desertico con alti e profondi canyon costellati, di tanto in tanto, da copiose macchie mediterranee e verdi alberelli che creano, appunto, il paesaggio all’interno dell’oasi; i numerosi passaggi del fiume hanno creato – da sempre – l’alveo principale alimentato dalle numerose pozze d’acqua fresca, dove molta fauna qui viene ad abbeverarsi.

E così, alla fine del cammino in fondo al canyon, si raggiungono finalmente le cascate di David (le David’s Waterfall) con salti di circa 15/20 metri che sgorgano direttamente dalla viva roccia calcarea circondata da una copiosa vegetazione di piante acquatiche. La cascata è un fenomeno naturale e viene considerata piuttosto miracolosa; essa viene alimentata da una sorgente naturale, già menzionata nell’Antico Testamento, che risale a circa 3000 anni fa. Qui la narrazione degli antichi, che si alterna tra storia e leggenda, dicono che Davide si rifugiò, tra le grotte e i meandri di questa valle, quando venne perseguitato da Saul, e qui si nascosero i ribelli al suo seguito in fuga da Gerusalemme. Il paesaggio intorno alle cascate è leggendario, quasi mistico; si resta praticamente estasiati nel vedere come l’acqua delle cascate rinfresca umidificando l’aria circostante. Le sorgenti che sgorgano dalle rocce forniscono l’acqua necessaria alla crescita della vegetazione e servono ad irrigare – più a valle – le numerose culture della zona.

Dalla cascata di Davide, ritornando indietro il sentiero si biforca: a sinistra scende e ritorna nuovamente, lungo la destra orografica del canyon, al principale ingresso della Riserva Naturale protetta; mentre a destra il percorso si inerpica gradualmente e risale per un impervio tratto (molto esposto e scosceso) di sentiero su roccia – con gradoni ricavati nella roccia calcarea e passaggi sospesi nel vuoto superabili grazie ad alcuni tratti di via ferrata – che supera, e si affaccia (fare molta attenzione a dove e come si poggiano i piedi) sull’immenso paesaggio determinato dal Dead sea. Da quassù i panorami che si scorgono dall’alto, sono estremamente spettacolari; essi sono visibili con uno sguardo che lascia posare gli occhi per 270° tutt’intorno e che si estende dalle spoglie e desertiche montagne della Giudea, fino alle estese vedute lungo le rive del Mar Morto, lasciando scorgere – e facilmente distinguere – quel netto contrasto tra i diversi ambienti naturali. Per decine di chilometri, fin dove l’occhio riesce a posare lo sguardo, non ce nulla, solo arido e assolato deserto! E sembra quasi incredibile come in mezzo al nulla di questo deserto possa essere sorta una lussureggiante oasi come quella di En Gedi; a pensarci bene sembra quasi… un miraggio! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ISCHIA island (NA, Italy) la “Verde Pithecusa”: al monte Epomeo… dimora del gigante Tifeo!

Fontana-Serrara è il nucleo abitato più alto (452 m) dell’isola d’Ischia. A ridosso della parte orientale delle ultime case, parte la salita che punta alla nostra meta: il monte EPOMEO, grossa mole tufacea posta al centro dell’isola, e interessato da manifestazioni sismiche e vulcaniche. Epomeo è un nome che giunge da lontano e starebbe a significare: “epopon” o “epopos” (io guardo, io miro), oppure da “epechon”, carbone ardente. La ripida salita si presenta con pietre irregolari e scorre attraverso castagneti. Nei pressi di un bivio (582 m) si sale in alto a sinistra per un sentiero scavato nel verde tufo, attraverso ambienti naturali di rara bellezza (boschi di castagno, pinete, dai pioppi, dalle ginestre e un sottobosco ricco di felci).

Al termine della pista compare uno stretto canyon ove lo sguardo s’apre con ampie vedute paesaggistiche. A 680 m sulla sinistra si stacca un sentiero che porta alle creste della Monticella e alla Pietra dell’Acqua. Prendendo a destra, invece, si transita nel solco del canalino; alcuni gradini sistemati con pali in legno conducono in poche decine di minuti allo spiazzo sottostante la cima. Poco più su si superano camminamenti su rocce in tufo e si giunge, così, ai 787 metri del monte Epomeo, il punto più elevato dell’isola. Da qui si godono straordinarie vedute panoramiche: ad E spicca il monte Trippodi (503 m) e, più oltre, l’isolotto del Castello Aragonese ad Ischia Ponte. Poco più sotto, verso N, si aprono i valloni di Bianchetto e di Cantone, da cui emerge la punta di Capo dell’Uomo (721 m); più oltre si vede il frastagliato profilo della costa settentrionale con Casamicciola e il caratteristico “Fungo” (scoglio tufaceo) di Lacco Ameno.

Ad W le ondulazioni della Falanga con il monte Nuovo (513 m) fino alla costa di Punta del Soccorso, il Torrione di Forio e il bianco faro di Punta Imperatore; a S s’apre la bellissima baia di Punta Sant’Angelo. Scrutando oltre l’orizzonte è possibile vedere, le isole Pontine, la costa che va dal golfo di Gaeta fino ai Campi Flegrei, la città di Napoli, il Vesuvio, la Penisola Sorrentina e Capri. Una rete di sentieri sale fino alla vetta; la cima dell’Epomeo è il più alto monte di tufo verde (trachitico) che esista nel Sud Italia, ed occupa un preesistente cratere in cui si riconoscono le pareti boreali. Poco sotto la cima giace, nella roccia tufacea, l’Eremo di S. Nicola (XV secolo), complesso rupestre sorto nel 1400, eretto forse sui resti di una preesistente costruzione. Il complesso ospitò piccole comunità cenobite che, in cerca di isolamento, preferivano località difficilmente accessibili.

Fin dalle origini il luogo costituì un buon osservatorio per lanciare allarmi di pericoli provenienti dal mare. Al suo interno, una cappella ricavata nella roccia scavata secondo una precisa geometria di archi a volte, mentre marmi e maioliche policromate decorano le pareti interne, statue ed immagini del Santo sono sul piccolo altare da cui spicca la bianca balaustra in marmo. Questi abbellimenti decorativi furono voluti dal più noto degli eremiti che vissero quassù: il fiammingo frà Giuseppe d’Argut, che nel ‘700 fu Governatore dell’isola e, come narra la storia, in seguito ad un voto fatto a S. Nicola, si ritirò a vita su nell’eremo in cima all’Epomeo, conferendogli l’aspetto che tutti noi oggi ammiriamo. Dalla cima dell’Epomeo si scende ora superando le creste della Falanga fino a raggiungere la cima di Pietra dell’Acqua (730 m). L’itinerario ora attraversa un’area di singolare bellezza, dall’aspetto quasi “lunare” con pinnacoli di tufo verde che si stagliano in alto a sinistra verso il cielo.

Nelle zone circostanti, invece, il terreno si presenta con le caratteristiche colorazioni rossastre creando tutt’intorno un habitat favorevole alla vita di rare specie vegetali. Volgendo lo sguardo intorno si può riconoscere lo sperone roccioso, che si protende come un bastione, di “Pietra dell’Acqua”. Allineata col monte Epomeo (787 m), questa roccia era di sicuro un punto strategico di riferimento e osservazione, ed il suo accesso era possibile mediante una rustica scalinata scavata direttamente nella roccia. Da qui, ora, il sentiero diventa sempre più difficoltoso per l’aumentata pendenza in discesa che attraversa un copioso sottobosco in cui primeggia la felce e la pista, sempre cosparsa di polvere tufacea (molto fastidiosa se si alza il vento), prosegue lungo gli infiniti tornanti che lambiscono altri massi di roccia lavica trasformati – nel tempo – in abitazioni (317 m).

Il percorso, che presenta particolari interessi sia paesaggistici che geologici, conduce fino alla antica “chiesa nella roccia” di Santa Maria al Monte (del XVI secolo), ove convergono e si congiungono numerose altre piste provenienti da diverse direzioni dell’isola. Da quassù si ammirano i panorami di Forio ed il promontorio col Faro di Punta Imperatore. L’itinerario lungo i versanti nord-occidentali si svolge lungo forti pendii assolati, tra rocce laviche e case scavate nella pietra, coltivazioni di viti sistemate a terrazzo, precipizi e burroni nei tratti più esposti, piste polverose, boschi fitti ed ombrosi. Questo è un percorso che riporta indietro nel tempo, di quando inquieti giganti di pietra (il Tifeo), incatenati al sottosuolo, provocati e irritati, erano la causa scatenante di fenomeni vulcanico-sismici.

Fu sicuramente uno sprofondamento tettonico a causare il crollo dell’intera parete nord-occidentale del cono vulcanico dell’Epomeo, facendo così “rotolare” a valle i giganteschi massi di roccia lavica fin quasi a giungere in prossimità della costa. Queste rocce furono ben presto utilizzate per un uso abitativo in modo da poter rendere possibile la principale attività agricola ed economica dell’isola: la coltivazione della vite. Ed è qui, nelle vicinanze, in questo profumato “polmone verde” posto al centro dell’isola, che si possono incontrare le cosiddette “Fosse della Neve”, buche più o meno profonde dove gli uomini di un tempo, salendo dai sottostanti borghi, raccoglievano la neve posatasi in quota per depositarla in queste “vasche-freezer”, ricavate in grosse cavità scavate nella roccia. Il ghiaccio veniva quindi ricoperto da frasche di castagno e poi custodito fino all’arrivo della stagione calda per essere poi venduto giù nei paesi lungo la costa.

Situata in un punto nodale di confluenza sorge questa chiesa di Santa Maria del Monte (409 m) che favorì, fin dall’inizio della sua fondazione, incontri e scambi tra nuclei rurali sparsi sui rilievi dell’interno e le popolazioni della costa sottostante; i suoi ambienti interni sono tutti rigorosamente scavati nel tufo. Districandosi nella copiosa foresta tra muschi, basse cespugliaie di felci ed un sottobosco tutt’altro che facile da superare, si continua sempre a scendere fino a sbucare – quasi all’aperto – e raggiungere, in breve, la cappella (che si staglia sulla destra) dedicata a Sant’Antonio Abate (138 m), eretta dai contadini che da tempo qui transitano trasportando fascine e tronchi in legno a dorso dei muli; nelle vicinanze c’è una fontana che, lentamente, sgorga acqua salubre (non sempre fresca!). Il percorso è in discesa (spesso, per il gran caldo, necessita fare qualche sosta in più) e attraversa la località detta Pannoccia (125 m).

Questo tratto può essere senz’altro considerato come il “Sentiero dell’Uva”, per la prevalenza di questa coltura estesa tutta intorno, ed esso viene caratterizzato da poderi sparsi alternati a numerosi “massi-cellaio”. Curiosando intorno e scrutando nel particolare, è possibile notare le tracce di attività lavorative risalenti a un passato contadino fatto di vasche di raccoglimento, gradini scavati nella roccia di tufo, sistemi di canalizzazione per raccogliere ed incanalare l’acqua piovana, la mola per affilare gli attrezzi e le “parracine”, piccole muraglie di pietra a secco che determinano i terrazzamenti del terreno. Si è giunti, ormai, in vicinanza della costa in località Citara, presso le cosiddette “Pietre Rosse” ove lungo il litorale ha termine questa traversata. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)