Un viaggio in Egitto, soprattutto nelle terre che ruotano intorno alla regione del Sinai, porta inevitabilmente alla scoperta e alla conoscenza di una realtà antropica (fuori dal e) sospesa nel tempo, presenti qui: i “BEDUINI del Sinai”, una popolazione nomade e seminomade di lingua araba che – da sempre – abita questa parte di mondo dell’Egitto. Famiglie tribali che conservano tradizioni secolari e un forte legame (quasi un morboso attaccamento) con il deserto. Queste popolazioni discendono da tribù arabe migrate principalmente dalla penisola arabica. La tribù di cui abbiamo il piacere di incontrare è quella dei JABALIYA (o Jebeliya), un nome che – sicuramente – deriva dalla parola araba Jebel (che significa montagna); infatti, in tutta la regione essi sono universalmente conosciuti come “la gente della montagna“. La loro origine è intrisa di fascino e mistero perché è unica in tutto il mondo arabo e beduino. A differenza delle altre tribù beduine che vantano le proprie origini nella Penisola Arabica, i Jabaliya affondano le proprie radici nel vecchio continente: l’Europa. Nel VI secolo d.C., l’imperatore bizantino Giustiniano inviò circa 200 famiglie provenienti dal Mar Nero e dall’Egitto per costruire e, soprattutto, per proteggere il Monastero di Santa Caterina santa che i beduini considerano una sorta di “matrona” protettrice.
Ancora oggi molte famiglie beduine portano i loro neonati al monastero per ricevere una simbolica benedizione. Con lo scorrere del tempo, queste famiglie – com’era prevedibile – si sono convertite all’Islam e si sono integrate con le popolazioni locali, pur mantenendo tratti somatici e tradizioni distinte. Oggi, i Jabaliya si considerano autentici “discendenti dei romani” (Rum), termine con cui in Medio Oriente si riferiva ai bizantini. Questo legame storico è il motivo per cui, ancora oggi, il monastero affida quasi esclusivamente a loro i lavori di manutenzione e la gestione del turismo religioso e l’accoglienza di fedeli e pellegrini. Da sempre lo stretto legame tra i Beduini e il Monastero di Santa Caterina viene regolato da un meticoloso sistema di turni per la gestione della maggior parte delle attività che ruotano intorno al sacro luogo. Le famiglie dei Jabaliya oggi si alternano per fornire servizi come le “Guardie della Porta”, ove solo determinati membri possono sorvegliare l’ingresso; e i “Lavoratori dei Giardini che si occupano degli uliveti e dei vigneti del monastero. La vita dei Jabaliya viene regolata dal diritto consuetudinario (URF), un sistema legale tradizionale gestito dagli anziani della tribù. L’ospitalità è il valore sacro dei Beduini. Ogni ospite viene accolto con il tradizionale caffè con cardamomo, il “Thyme” (timo selvatico) o il tè alla salvia (conosciuto anche come “habak” la menta del deserto).
Spesso ne raccolgono un po’ lungo la strada per prepararsi il tè durante la marcia. Accettare con semplice gesto di ringraziamento il tè in una delle capanne lungo la pista, è come ripetere un ancestrale rito di gratitudine. Questo è un grande (non affatto formale) gesto di ospitalità. Il tè servito risulta essere molto dolce e, spesso, aromatizzato con erbe locali; ed è perfetto sia per adattarsi all’altitudine che sopportare il freddo. Tra i piccoli gesti che contano (e che fanno sempre la differenza) c’è la condivisione soprattutto di bevande ed alimenti leggeri: se si possiedono degli snack al seguito (come frutta secca, cioccolato, biscotti…), è buona consuetudine offrirne un po’ alla guida beduina. La condivisione del cibo, invece (pane e sale), è alla base del codice d’onore beduino. I Jabaliya parlano un dialetto arabo che contiene molti termini arcaici e, curiosamente, paro-le che derivano dal greco bizantino e dalle lingue balcaniche antiche, specialmente nei nomi di attrezzi agricoli o di piante medicinali; si resta davvero meravigliati – quasi stupiti – dalle incredibili storie narrate che essi raccontano durante le cene. I Jabaliya sono gli autentici custodi di un immenso repertorio che riguardano le leggende sui “Jinn” (gli spiriti del deserto) che abitano le valli, oppure le storie sui loro antenati che vivevano in queste montagne molto prima che arrivassero le strade asfaltate.
In passato questi si spostavano costantemente – da un punto all’altro tra deserti e montagne – con cammelli e capre al seguito alla continua ricerca di fonti d’acqua e pascoli. Oggi molti di loro sono seminomadi. La loro incredibile capacità di adattarsi alle asperità di questi territori li ha definiti come i “Custodi del Sinai” e soltanto loro sono gli indiscussi maestri dei sentieri che ruotano e ascendono lungo le pendici intorno al Monte Sinai e al Monte Caterina. Essi conoscono ogni anfratto, grotta e sorgente che si nascondono in queste terre, lavorando come guide alpine, gestendo le carovane dei cammelli e i numerosi punti di ristoro distribuiti lungo i sentieri sacri. Ancora oggi, i Jabaliya sono ritenuti i responsabili della sicurezza dei monaci; se un monaco deve viaggiare nel deserto, viene spesso accompagnato da un membro della tribù. Questo non è solo un lavoro, ma è, soprattutto, un dovere morale ereditato dai loro antenati cristiani del VI secolo. Oggi molti Beduini lavorano come guide nel deserto, gestiscono direttamente accampamenti eco-friendly o offrono safari in cammello.
La loro economia ruota molto intorno alle escursioni guidate. Quando si sale sulle montagne con una guida Jabaliya, non si vede solo un “accompagnatore turistico“, ma l’autentico discendente di una guardia scelta imperiale che ha cambiato fede senza mai abbandonare la propria postazione; e se desiderate avere una foto di loro (accampamento, lavoro, stato sociale) chiedete sempre il permesso prima di fotografare soprattutto le persone. Poter vivere e trascorrere qualche giorno in compagnia di questi “Signori delle Sabbie” è una particolare, indimenticabile e – spesso – insolita esperienza che ci riporta indietro nel tempo, agli albori della civiltà, di quando gli incontri lungo le piste che attraversavano i deserti e i sentieri che ascendevano sulle aspre cime montuose suggellavano amicizia, consolidavano i rapporti, favorivano gli scambi. Senza poter vivere queste esperienze e queste testimonianze è come sentirsi ai margini di un mondo che – spesso – vediamo e consideriamo solo “diverso” ma che, inconsapevolmente, è proprio “parte di noi”! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano, ©A. Perciato & mondo della rete)
