Beduini (penisola del Sinai Egitto), tra rocciose montagne e incredibili dune, sono loro… i veri “Signori delle Sabbie”!

Un viaggio in Egitto, soprattutto nelle terre che ruotano intorno alla regione del Sinai, porta inevitabilmente alla scoperta e alla conoscenza di una realtà antropica (fuori dal e) sospesa nel tempo, presenti qui: i “BEDUINI del Sinai”, una popolazione nomade e seminomade di lingua araba che – da sempre – abita questa parte di mondo dell’Egitto. Famiglie tribali che conservano tradizioni secolari e un forte legame (quasi un morboso attaccamento) con il deserto. Queste popolazioni discendono da tribù arabe migrate principalmente dalla penisola arabica. La tribù di cui abbiamo il piacere di incontrare è quella dei JABALIYA (o Jebeliya), un nome che – sicuramente – deriva dalla parola araba Jebel (che significa montagna); infatti, in tutta la regione essi sono universalmente conosciuti come “la gente della montagna“. La loro origine è intrisa di fascino e mistero perché è unica in tutto il mondo arabo e beduino. A differenza delle altre tribù beduine che vantano le proprie origini nella Penisola Arabica, i Jabaliya affondano le proprie radici nel vecchio continente: l’Europa. Nel VI secolo d.C., l’imperatore bizantino Giustiniano inviò circa 200 famiglie provenienti dal Mar Nero e dall’Egitto per costruire e, soprattutto, per proteggere il Monastero di Santa Caterina santa che i beduini considerano una sorta di “matrona” protettrice.

Ancora oggi molte famiglie beduine portano i loro neonati al monastero per ricevere una simbolica benedizione. Con lo scorrere del tempo, queste famiglie – com’era prevedibile – si sono convertite all’Islam e si sono integrate con le popolazioni locali, pur mantenendo tratti somatici e tradizioni distinte. Oggi, i Jabaliya si considerano autentici “discendenti dei romani” (Rum), termine con cui in Medio Oriente si riferiva ai bizantini. Questo legame storico è il motivo per cui, ancora oggi, il monastero affida quasi esclusivamente a loro i lavori di manutenzione e la gestione del turismo religioso e l’accoglienza di fedeli e pellegrini. Da sempre lo stretto legame tra i Beduini e il Monastero di Santa Caterina viene regolato da un meticoloso sistema di turni per la gestione della maggior parte delle attività che ruotano intorno al sacro luogo. Le famiglie dei Jabaliya oggi si alternano per fornire servizi come le “Guardie della Porta”, ove solo determinati membri possono sorvegliare l’ingresso; e i “Lavoratori dei Giardini che si occupano degli uliveti e dei vigneti del monastero. La vita dei Jabaliya viene regolata dal diritto consuetudinario (URF), un sistema legale tradizionale gestito dagli anziani della tribù. L’ospitalità è il valore sacro dei Beduini. Ogni ospite viene accolto con il tradizionale caffè con cardamomo, il “Thyme” (timo selvatico) o il tè alla salvia (conosciuto anche come “habak” la menta del deserto).

Spesso ne raccolgono un po’ lungo la strada per prepararsi il tè durante la marcia. Accettare con semplice gesto di ringraziamento il tè in una delle capanne lungo la pista, è come ripetere un ancestrale rito di gratitudine. Questo è un grande (non affatto formale) gesto di ospitalità. Il tè servito risulta essere molto dolce e, spesso, aromatizzato con erbe locali; ed è perfetto sia per adattarsi all’altitudine che sopportare il freddo. Tra i piccoli gesti che contano (e che fanno sempre la differenza) c’è la condivisione soprattutto di bevande ed alimenti leggeri: se si possiedono degli snack al seguito (come frutta secca, cioccolato, biscotti…), è buona consuetudine offrirne un po’ alla guida beduina. La condivisione del cibo, invece (pane e sale), è alla base del codice d’onore beduino. I Jabaliya parlano un dialetto arabo che contiene molti termini arcaici e, curiosamente, paro-le che derivano dal greco bizantino e dalle lingue balcaniche antiche, specialmente nei nomi di attrezzi agricoli o di piante medicinali; si resta davvero meravigliati – quasi stupiti – dalle incredibili storie narrate che essi raccontano durante le cene. I Jabaliya sono gli autentici custodi di un immenso repertorio che riguardano le leggende sui “Jinn” (gli spiriti del deserto) che abitano le valli, oppure le storie sui loro antenati che vivevano in queste montagne molto prima che arrivassero le strade asfaltate.

In passato questi si spostavano costantemente – da un punto all’altro tra deserti e montagne – con cammelli e capre al seguito alla continua ricerca di fonti d’acqua e pascoli. Oggi molti di loro sono seminomadi. La loro incredibile capacità di adattarsi alle asperità di questi territori li ha definiti come i “Custodi del Sinai” e soltanto loro sono gli indiscussi maestri dei sentieri che ruotano e ascendono lungo le pendici intorno al Monte Sinai e al Monte Caterina. Essi conoscono ogni anfratto, grotta e sorgente che si nascondono in queste terre, lavorando come guide alpine, gestendo le carovane dei cammelli e i numerosi punti di ristoro distribuiti lungo i sentieri sacri. Ancora oggi, i Jabaliya sono ritenuti i responsabili della sicurezza dei monaci; se un monaco deve viaggiare nel deserto, viene spesso accompagnato da un membro della tribù. Questo non è solo un lavoro, ma è, soprattutto, un dovere morale ereditato dai loro antenati cristiani del VI secolo. Oggi molti Beduini lavorano come guide nel deserto, gestiscono direttamente accampamenti eco-friendly o offrono safari in cammello.

La loro economia ruota molto intorno alle escursioni guidate. Quando si sale sulle montagne con una guida Jabaliya, non si vede solo un “accompagnatore turistico“, ma l’autentico discendente di una guardia scelta imperiale che ha cambiato fede senza mai abbandonare la propria postazione; e se desiderate avere una foto di loro (accampamento, lavoro, stato sociale) chiedete sempre il permesso prima di fotografare soprattutto le persone. Poter vivere e trascorrere qualche giorno in compagnia di questi “Signori delle Sabbie” è una particolare, indimenticabile e – spesso – insolita esperienza che ci riporta indietro nel tempo, agli albori della civiltà, di quando gli incontri lungo le piste che attraversavano i deserti e i sentieri che ascendevano sulle aspre cime montuose suggellavano amicizia, consolidavano i rapporti, favorivano gli scambi. Senza poter vivere queste esperienze e queste testimonianze è come sentirsi ai margini di un mondo che – spesso – vediamo e consideriamo solo “diverso” ma che, inconsapevolmente, è proprio “parte di noi”! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano, ©A. Perciato & mondo della rete)

Lago di GHEDINA (Cortina d’Ampezzo BL, Veneto): tra ninfe e rituali magici…

A pochi chilometri da Cortina d’Ampezzo, tra la copiosa foresta di larici e abeti, s’apre uno specchio lacustre la cui cornice paesaggistica restituisce uno spettacolo della natura davvero pittoresco. Il minuscolo lago è facilmente raggiungibile con una piacevole passeggiata attraverso i boschi, nella suggestiva location formata dalle cime dolomitiche che si rispecchiano sull’acqua. La buona posizione e la possibilità di accedervi senza difficoltà ne fanno una meta molto frequentata. Il Lago di GHEDINA è uno splendido specchio d’acqua alpino situato a circa 1.457 metri di altitudine, incastonato tra i boschi di conifere alle falde delle Tofane, a nord-ovest di Cortina d’Ampezzo.

È una delle mete più suggestive e facilmente accessibili della zona, ideale per chi cerca una passeggiata rilassante immersa nella natura dolomitica. Il luogo è celebre per le sue acque cristalline, il cui colore varia dal verde smeraldo al turchese a seconda della luce e delle condizioni meteorologiche. Dopo una bella camminata tra i boschi, appena si giunge lungo le sue sponde completamente circondate dalla foresta, si avverte subito la sensazione di trovarsi in un luogo che sa di magia. Lo sguardo spazia lungo tutto il circondario offrendo la visione (e la sensazione) di trovarsi al centro di un luogo incantevole, spettacolare, suggestivo, un posto davvero lontano da ogni contaminazione umana (ad eccezione di un posto di ristoro lungo le sue sponde!)

In realtà, il sito è composto da due piccoli bacini: uno principale, dove sorge il rifugio, e uno più piccolo situato poco più in basso. È descritto spesso come un luogo “fiabesco” e tranquillo, circondato da una fitta vegetazione. Durante l’estate, le rive sono perfette per godersi il sole e il panorama, mentre in inverno il lago si copre di neve, offrendo un’atmosfera bucolica che sa di magia, silenzio… contemplazione! Anche se lo specchio lacustre, a prima vista, sembra essere davvero di piccole dimensioni, l’atmosfera – e il contesto naturale – che emana il paesaggio che lo circonda, restituisce la sensazione di trovarsi in un luogo incantato, che al tempo stesso sa di magia e di mistero.

Le sue acque verdissime e trasparenti offrono la possibilità di far scorgere le specie ittiche che nuotano al suo interno; e camminando intorno alle sue sponde è uno spettacolo della natura avvolto solo dai silenzi e dai profumi. Qui, potersi distendere lungo le sue rive e godersi delle meraviglie che circondano il bellissimo laghetto è una esperienza da fare, soprattutto quando c’è poca gente e i silenzi si riappropriano della foresta. Nello specchio lacustre, oltre i profili disegnati dalle chiome degli alberi che circondano il lago e che si riflettono sull’intera superficie, si stagliano – come granitiche unghie rocciose – le aspre, incredibili e imponenti muraglie dei rilievi montuosi delle Tofane.

Ma questo laghetto di Ghedina, oltre ad essere un luogo magico – sia per la sua misteriosa bellezza della cornice paesaggistica in cui è incastrato, sia perché il luogo sembra essere davvero uscito dalle pagine di una fiaba – è anche avvolto da una serie di leggende che interessano le Dolomiti. Si narra, per esempio, di fatti e di episodi che qui hanno visto il principe guerriero Ey-de-Net che qui si recò, sulle sue sponde, per interrogare con un rituale notturno le ninfe del lago sul futuro del regno. Data l’esigua distanza che lo divide dal centro ampezzano e la facilità del suo percorso, dopo una tranquilla camminata circondati dalla foresta, il laghetto è una classica meta raggiungibile a piedi dal centro di Cortina.

Piccolo e in una bella posizione, il grazioso specchio d’acqua dolce è circondato da boschi che, nei periodi di minore frequentazione, lo rendono molto intimo e incredibilmente raccolto in un contesto naturale che esercita quel particolare fascino di luoghi e di storie perse nelle memorie del tempo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

FARFA (Rieti)… piccolo borgo, tra due porte, nel cuore della Sabina!

Visitare l’area di Farfa, nel cuore della Sabina, significa immergersi in un territorio dove spiritualità, storia medievale e cultura dell’olio si intrecciano perfettamente. Spesso, quando si parla di “borgo di Farfa“, ci si riferisce a due realtà distinte ma vicine: l’antico borgo sorto attorno all’Abbazia e il vicino comune di Castelnuovo di Farfa. Siamo in quella parte di Appennino Centrale, laddove transitava il cosiddetto Corridoio Bizantino, che dall’Adriatico, attraverso l’Umbria, collegava al soglio di Pietro. A FARFA, in provincia di Rieti, c’è una Abbazia benedettina, gioiello benedettino e monumento nazionale, autentico scrigno di meraviglie storico, architettoniche, artistiche e religiose. Appena varcati il portale d’accesso, esploriamo il suo chiostro rinascimentale, la cripta altomedievale e la basilica.

L’Abbazia di Santa Maria di Farfa è il “cuore spirituale” del luogo e conserva elementi di architettura carolingia unici in Italia; è possibile partecipare a visite guidate per scoprire la storia monastica e i preziosi affreschi. Entrare al suo interno, sembra davvero attraversare secoli di storia, di arte e di fede; qui, chiunque si sia inginocchiato a pregare, ha trovato il suo privilegiato luogo di culto, proprio sulla “Via per Roma“. I numerosi artisti (scultori, pittori, incisori, mosaicisti…) che si sono succeduti all’abbellimento del suo interno, hanno lasciato indelebili segni di un glorioso passato che rende questa Abbazia davvero un contenitore straordinariamente bello e intenso nella sua autenticità; poche decine di minuti al suo interno o nei giardini adiacenti, e la mente corre lontano…

Circa 200 metri di borgo, attraverso questo piccolo centro pedonale ricco di botteghe artigiane, negozietti di prodotti tipici e caratteristici vicoletti in pietra racchiuso da due porte, hanno accolto – durante lo scorrere dei secoli – proprio davanti alla monumentale facciata dell’Abbazia, mercanti e scambi commerciali provenienti dalle due sponde italiane del mediterraneo: dal Tirreno e dell’Adriatico. Qui mercanti, pellegrini, viandanti, eserciti, Imperatori, Papi, re, principi, uomini d’arme e uomini di fede… tutti sono transitati per i basoli e i selciati di questo borgo che ha subito anche le incursioni saracene. Il complesso abbaziale, formato da una Torre, un Campanile e un Monastero, ruota intorno alla bellissima Chiesa dedita al culto di Santa Maria.

Il borgo di Farfa, situato nel comune di Fara in Sabina, è un luogo intriso di storia dove il tempo sembra essersi fermato. Il cuore spirituale è l’Abbazia di Farfa, un monumentale complesso benedettino, mentre il borgo adiacente, che si è sviluppato intorno al monastero, è un piccolo gioiello di viuzze silenziose e botteghe artigiane. Passeggiare tra le case in pietra del borgo offre un’esperienza di pace quasi monastica. Tutt’intorno il silenzio regna sovrano, mentre il relax sembra alimentare la vena creativa (arte, poesia, scrittura, narrazione…) di chiunque decida di trascorrere qui qualche ora di serenità. Farfa… un borgo che val davvero la pena visitare, ma senza lasciarsi trasportare dal frenetico ritmo, o lasciarsi logorare dalla velocità imposta dai tempi moderni. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

TURKU (Finlandia) su e giù tra canali fluviali e i primi “passi” sul Saint Olav

TURKU è, sicuramente, la città finlandese più antica, la prima che ha avuto una sede universitaria e – cosa sconosciuta a tanti – l’antica capitale del paese. Questi elementi, appena elencati, hanno la loro importanza fin da epoche remote poiché la città ha un suo “porto fluviale” con sbocco a mare ed è da sempre un punto strategico per gli scambi commercial; da non perdere le tipiche imbarcazioni locali (le barche-ristorante) che sono ormeggiate lungo le sponde del fiume Aurajoki.

L‘indole cordiale della popolazione “stona” con gli abituali orari che scandiscono la giornata; uno su tutti, si pranza intorno alle 11,00. Città di media grandezza con uno sviluppo urbanistico abbastanza disciplinato (i finlandesi non hanno problemi di spazio!), tutti i principali luoghi sono facilmente raggiungibili a piedi ove sono possibili notare l’alternanza di stili architettonici, o la particolare fusione, che ben si amalgama fra tradizione e modernità. Tra le cose più interessanti da vedere a Turku sono; la passeggiata lungo le sponde fluviali dell’Aurajoki, il Castello e la Cattedrale (di culto luterano) dedicata alla Vergine Maria e a Sant’Enrico.

Il lungo tratto che scorre lungo le sponde del fiume Aurajoki, determina una passeggiata tra le siepi che consente di partire dai bastioni del Castello fino a raggiungere il centro della città. Camminando lungo il bordo, oltre alle singolari e belle imbarcazioni (alcune anche di matrice militare) ormeggiate lungo il fiume, compare – in tutta la sua imponente fierezza – un grande veliero (trialbero) bianco, proprio di fronte a quelli che un tempo erano i magazzini ove si depositavano le merci da caricare in partenza o quelle appena giunte (e da smistare) nel porto fluviale. Già dall’esterno, la possente struttura delle mura perimetrali del Castello, incute un certo timore reverenziale.

La sua struttura è ben mantenuta e le sue pietre ripercorrono una storia, che giunge fino a noi, già dal primo medioevo. Eretto a ridosso dell’imboccatura portuale il Castello è una delle strutture più antiche della città; anche se, esteticamente, non presenta il solito clichè di castello fortificato, esso primeggia per la sua imponente struttura. Di grandi dimensioni, il maniero si presenta con una caratteristica estetica marcatamente medioevale; molto belli risultano essere gli ambienti interni, distribuiti su più livelli (spesso) sfalsati, e i principali cortili interni dalle pavimentazioni in pietra.

La struttura, completamente ristrutturata dopo il bombardamento sovietico del 26 giugno 1941, è l’esempio perfetto di come dovrebbe essere un castello: dagli interni in cui primeggiano materiali decorativi e strutturali principalmente in pietra e legno. Altro gioiello di “caratura” storica e la Cattedrale di rito luterano, posta in riva al fiume proprio al centro della città. Immersa tra giardini alberati ricchi di verde svetta – su tutto – la Torre campanaria, sostenuta da mura compatte evidenziate da solide pietre che vanno dal rosso, all’ocra fino al grigio scuro.

La sua costruzione risulta imponente, mentre su tutto primeggia uno stile gotico abbastanza essenziale che lascia poco spazio all’ immaginazione restituendo un’atmosfera austera e severa. Dopo un’erta gradinata sulla facciata principale che determina l’accesso, appena si varcati il portale volgendo la testa all’insù, lo sguardo rincorre le altissime volte che vanno ad incrociarsi quasi in cielo. Edificio costruito secondo lo stile gotico-baltico essa presenta tre navate, con una possente Torre campanaria al centro e due ambienti larghi con tetto spiovente ai lati che continuano, raccordandosi poi, con il tetto sulla navata centrale.

Poi l’occhio scorre lungo le bellezze artistiche che abbelliscono le navate laterali, composte da affreschi, dipinti, mosaici e sculture marmoree di pregiato valore decorativo, il tutto avvolto da un’atmosfera davvero suggestiva. Santuario nazionale è uno dei pochi monumenti storici della città risalente al XIV secolo. Tipica cattedrale luterana essa si presenta un pò spoglia negli arredi ma ricca di sepolture di personaggi famosi che hanno fatto la storia di Turku e della Finlandia; si può trovare la tomba dell’unica regina finlandese, che è stata in carica per meno di un mese, ma alla quale i Finlandesi sono molto affezionati: Karin Månsdotter.

All’ingresso del sacro edificio, spostandosi appena a destra, una cancellata racchiude un particolare spazio dedicato ai pellegrini (spesso qualcuno giace accovacciato a riposarsi) che sostano prima di mettersi in viaggio per compiere – a piedi – il lungo tracciato del “Cammino di Saint’Olav” che proprio da questa Cattedrale ha il suo inizio; qui è possibile ricevere il “pilgrim’s staff” (bastone del pellegrino), richiedere la “credenziale”, ed apporre il primo timbro. Questa è solo una parte di Finlandia; ma… credeteci, c’è ancora tanto da scoprire in queste terre! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

LOCOROTONDO (BA, Puglia): sarà mica forse… l’ombelico del mondo?

Incantevole, coinvolgente e stupefacente sono le prime impressioni che si avvertono giungendo per la prima volta a LOCOROTONDO, tranquillo borgo adagiato su un’altura. Le sue tipiche casette imbiancate dai tetti aguzzi, evocano quelle dei villaggi sparsi nel nord Europa. Disposte in senso circolare intorno al centro, queste sono circondate da un preciso perimetro che raccoglie – al suo interno – i quartieri più vivaci.

Passeggiare tra i vicoli di questo borgo (“Bandiera Arancione” del TCI) è un’esperienza dal fascino bucolico, fatta di continui scorci da fotografare; qui i balconi sono tutti in ferro battuto, abbelliti da vasi fioriti, coi cactus disposti agli angoli, le scale e le porte dipinte, le ceramiche esposte e i panni stesi al sole.

Già da lontano, avvicinandosi dall’immensa pianura determinata dalle ampie macchie ulivate e caratterizzate da chilometri di muretti in pietra a secco, Locorotondo appare in tutta la sua imponente bellezza, ergendosi – dall’alto del suo colle – in un paesaggio assolato che ne risalta il bianco candore delle sue case raccolte in quel labirinto di vicoli, slarghi e portali, esaltando una magnificenza architettonica che giunge dalla preistoria fino al tardo barocco; un luogo e un paesaggio unici nel loro genere.

Camminando attraverso il centro storico, nella sua parte più antica, ci si immerge – in un percorso spazio/temporale – attraverso il suo labirinto di vicoli bianchi, puliti, profumati e soprattutto fioriti (una sorta di “Vicoli/Giardino”); laddove i venti dell’est serpeggiano trasportando i profumi di essenze attraverso le cosiddette “Cummerse”, le tipiche case locali coi tetti spioventi realizzati con la tecnica delle “chiancarelle”, piccole lastre in pietra calcarea locale, montate a secco, in modo da poter veicolare l’acqua sotto la dimore.

Prima di addentrarsi alla conoscenza del borgo c’è un belvedere da cui è possibile godere di un panorama mozzafiato sull’intera Valle d’Itria, una bella vallata dagli orizzonti ondulati e caratterizzati da nuclei sparsi di trulli, oltre ad antiche masserie circondati da boschi e campi in terra rossa, da cui emergono vigneti e uliveti. Questo belvedere offre la sensazione di poter ammirare – durante i giorni di foschia in valle d’Itria – i cumuli di nubi ondeggianti che sembrano il mare; e già questo rende Locorotondo è uno dei borghi più belli della Puglia.

Il suo centro storico si sviluppa in una perfetta forma circolare; ed è proprio da questa sua particolare forma urbana che ha origine la sua toponomastica. Con le case tutte tinte di bianco esalta la sua bellezza artistica, urbanistica e architettonica in tutto il suo splendore, soprattutto sotto l’azzurro del cielo; come un’intricata ragnatela, dal suo centro (che ruota intorno alla principale chiesa madre di San Giorgio) si diramano le tante viuzze strette che esaltano i mille colori dei fiori esposti sui tanti balconcini del centro e le splendide ceramiche locali.

Sembra di camminare attraverso un paesaggio fiabesco, immersi nel bianco candore delle case tra singolari negozietti e antichi locali. Girovagare senza una precisa meta, esalta quel senso di scoperta, quella piacevole sensazione di esplorare, i tanti angoli e gli scorci pittoreschi sparsi un po’ tutt’intorno, coi suoi bei palazzi e le singolari chiesette – spesso nascoste – tra le viuzze imbiancate; perdersi in questo dedalo di vicoli e di slarghi, lasciandosi avvolgere dai colori e dalla penombra, risulta essere davvero molto affascinante.

Quando il dì giunge al tramonto il sole infuoca talmente il paesaggio tale da trasformare l’orizzonte in un indimenticabile scenario da lascare incantati per lo stupore e la suggestione che riesce ad evocare. Da qui si articola la “Scalinata dei Templari” che, attraversando i vigneti e gli uliveti, costeggia le scarpate che girano intorno al paese. Tra le emergenze architettoniche più in vista spunta il barocco del palazzo Morelli, la chiesa madre di San Giorgio con la facciata neoclassica, e la chiesa di Santa Maria la Greca (del XV secolo) che, in contrasto alla sua linea sobria ed essenziale, presenta – nella sua facciata – un articolato rosone moderno.

Non si può andare via da Locorotondo se non si compie – ad appena pochi chilometri dal centro – una breve e piacevole sgambata camminando lungo piste campali che attraversano secolari uliveti e campi di ortaggi tutti circondati dai muretti a secco che conducono alla scoperta del trullo più antico di tutta la regione, risalente al 1509, e recentemente restaurato con discutibili interventi stilistico/architettonici di dubbio gusto (!) Esso, purtroppo, non è visitabile al pubblico perché privato, ed è visibile solo da lontano. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

STALLER Sattel, OBERSEE (Austria), quattro passi a spasso nel cielo…!

Il Passo STALLE, situato a 2.052 metri di altitudine, è un suggestivo valico alpino che collega la Valle di Anthölz/Anterselva, in Alto Adige, e si chiude – a monte – con lo STALLER Sattel (in tedesco) con la Defereggental, nel Tirolo, segnando il confine naturale (una sorta di spartiacque) con l’Austria (Tirolo orientale). In passato, il passo è stato utilizzato come via di contrabbando. Nei pressi del lago sono stati effettuati importanti ritrovamenti archeologici, tra cui una barca (canoa) scavata nel tronco di pino cembro risalente a circa 1.000 anni fa, che testimonia la pratica della pesca in quota in epoche remote.

Qui, fin dai tempi antichi, montanari, boscaioli, produttori, allevatori, pastori, minatori, artigiani, rifugiati politici e religiosi, contrabbandieri… in tanti hanno valicato Passo Stalle, un luogo magico in cui il cielo e la terra si uniscono e riflettendosi nei suoi specchi lacustri; scoprire le sue bellezze, vale tutta la fatica fatta per raggiungerlo. Appena varcato il confine, a poche centinaia di metri nel versante austriaco, si trova l’Obersee, un pittoresco lago alpino che determina la bellezza del paesaggio circostante. È una meta molto amata per rilassanti escursioni – o per le ascensioni lugo le vicine montagne – e, grazie al sentiero circolare agevole, è accessibile anche alle famiglie.

Il Passo Stalle è un ottimo punto di partenza per numerose escursioni, come il giro intorno all’OBERSEE o percorsi verso le malghe circostanti e le vette della zona. In inverno, la stra-da dal lato italiano è chiusa al traffico automobilistico per pericolo valanghe, ma il passo rimane una meta per gli appassionati di sci di fondo e, per chi ama l’avventura, è possibile scendere a valle con lo slittino. Dall’Italia, per raggiungere il passo c’è una strada che sale da Anterselva che si presenta ricca di tornanti, stretta e tortuosa; questo ha determinato – negli anni – rendere necessaria una particolare distribuzione del traffico. Il traffico veicolare, infatti, viene regolamentato da un semaforo a senso unico alternato, questo per garantirne la transitabilità e la sicurezza.

Dal Rifugio sull’antico posto doganale (ancora visibili i cippi di confine e la stazione dei “frontalieri” della GdF), si ha la completa visuale di entrambi i laghi di frontiera: l’Anterselva, giù in fondo a ponente, e l’Obersee poco sotto, a levante. Bacini lacustri che riflettono i colori del cielo e dai policromi fondali che vanno dal giada, al turchese fino al blu cobalto. Tutt’intorno si elevano, come muraglie, le aspre cime di montagne, ghiaioni, doline e ghiacciai: la Croda Rossa (2818 m a sud) e l’Almerhorn (2986 m che si eleva a nord), montagne che racchiudono uno straordinario scenario paesaggistico tipico delle Alpi; un paradiso fatto di bellissime cime.

Da Passo Stalle il paesaggio cambia notevolmente e sembra di ritrovarsi al cospetto di montagne che hanno raccontato la storia di popoli (uomini d’arme, di fede e di commer-cio); un passaggio che da sempre ha permesso il transito di eserciti e carovane, nonché l’incrocio di idee, prodotti d’artigianato e maestranze che con le loro energie hanno reso possibile lo scambio attraverso questi luoghi. Volgendo lo sguardo intorno, sembra davvero di compiere quattro passi a spasso nel cielo! Un sentiero parte al margine nord del Passo e raggiunge l’Alpengasthaus Oberseehütte, un tipico rifugio che si affaccia sulla sponda dell’Obersee. Si continua verso est, avendo il lago in basso a destra, fino a scendere leggermente alla Malga Staller (1956 m) e le successive Malghe Hinterpassler e Ausserweger, completando – così – il circuito del lago. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

John O’GROATES Cape (SCOTLAND)… lassù, in cima all’UK, sulle scogliere di Duncansby Head

Ma poi, come si fa a dire che il Nord… non piace? DUNCANSBY HEAD e le incredibili scogliere di JOHN O’GROATS, sono – per chi decide di fare un viaggio in Scozia – davvero un luogo da vedere, con qualsiasi condizione meteo/ambientale, e da non perdere assolutamente!Lungo un orizzonte verde smeraldo che si protende verso il Mare del Nord, si giunge fino alle basse e grigie case della città di Thurso, la più settentrionale della Gran Bretagna; abitazioni che compaiono improvvisamente dal nulla in mezzo ad un paesaggio solitario, spazzato solo da venti gelidi provenienti da nord. Un breve tratto ancora e si raggiunge il vicino Capo di Duncansby Head e le spettacolari scogliere di John o’Groats, piccolo villaggio posto all’estremo NE della Gran Bretagna nonché punto d’imbarco per le vicine (appena 13 miglia) isole Orcadi. Per raggiungere il Faro di Duncansby Head è possibile prendere il sentiero che dal villaggio di John O’Groat conduce fino a qui. Il percorso parte del piccolo paese co-prendo una lunghezza totale di 8 km per circa tre ore di cammino. Il piccolo paese è considerato erroneamente il punto più a nord del regno unito, base principale del turismo verso le isole Orcadi.

Dal suo faro si gode di una vista spettacolare sulle isole, tanto vicine che se ne vedono le ripide coste e sull’estensione illimitata d’erba dove gli unici abitanti sono le centinaia di pecore che pascolano tranquille e pacifiche in questo paradiso; da qui – durante i gelidi inverni ove il tratto di mare che separa la costa dalle isole si ghiaccia – è possibile coprire la distanza che divide le due coste, con una slitta trainata dai cani. Scendiamo lungo un dolce pendio coperto dalla torbiera e da prati verdi attraverso un paesaggio bucolico e seguiamo un sentiero che costeggia la scogliera, scorrendo lungo i saliscendi e le profonde e strette spaccature che s’aprono da essa sul mare. Poco alla volta mentre si superano cigli esposti, profili erbosi, pecore “marchiate” che brucano l’erba – in precario equilibrio – sull’orlo di incredibili precipizi, iniziamo a scrutare da lontano, avvicinandoci poco alla volta, gli enormi faraglioni di Duncansby Stacksche, qui conosciuti come “stacks”, enormi guglie rocciose che diventano sempre più spettacolari emergendo dal mare in tempesta come dei giganteschi coni di roccia scura, umida, ricoperta in buona parte dal muschio; qui sembra davvero di aver raggiunto il confine estremo del mondo!

I due stacks sono composti in roccia arenaria rossa, di sicura origine vulcanica e la loro geometria, la loro imponenza e la loro maestosità lasciano sicuramente estasiati di fronte a così tanta crudele e selvaggia bellezza. Durante l’escursione sull’orlo della scogliera, gli uccelli marini che nidificano negli anfratti delle impervie scogliere ci tengono compagnia svolazzando sopra le nostre teste e gracchiano osservando, incuriositi, i colori sgargianti delle nostre giacche a vento. Sulla scogliera il vento soffia con forza; le nuvole basse compaiono per dissolversi qualche istante dopo. Come sempre il Regno Unito non stanca mai di meravigliare, come spesso accade in questo estremo angolo di terra caledone, anche questa volta la natura continua letteralmente a stupirci regalando, a chi transita lungo queste impetuose scogliere, vedute panoramiche caratterizzate da una inaudita bellezza con le immagini di orizzonti in cui si riflette una natura primordiale che si rifà alle origini del pianeta Terra e che difficilmente si riesce a vedere altrove; emozioni che difficilmente si dimenticano! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ZAGABRIA (Croazia, HRVATSKA), dai bucolici scorci alle vivaci e colorate piazze!

ZAGABRIA (capitale della Croazia) offre il perfetto connubio tra quell’antico fascino mitteleuropeo e una pimpante vivacità moderna. La città si estende tra gli agglomerati e le storiche residenze della “Città Alta” (GORNIJ Grad) fino ad esplorare – perdendosi tra i vicoli acciottolati e i pittoreschi mercati – la “Città Bassa” (DORNIJ Grad) visitando i suoi musei, le chiese, la cattedrale e il castello. Ma partiamo dalla scoperta della parte alta della città, facilmente raggiungibile con un breve tratto di funicolare (volendo scegliere, anche dei gradoni portano su) una delle più corte al mondo, e godere della vista dalla Torre Lotrščak; a mezzogiorno, un colpo di cannone viene sparato dalla sua sommità.

Muovendosi dalla Città Alta si cammina – praticamente – nel cuore pulsante di una città dalla matrice urbanistica e architettonica in puro stampo medioevale. L’attenzione viene subito attratta dalla pittoresca Chiesa di San Marco (Crkva sv. Marka), celebre per lo spettacolare tetto in tegole colorate che raffigura, come un iconico simbolo di riconoscimento, gli stemmi della Croazia, della Dalmazia, della Slavonia e della città stessa. Questa chiesa secondo me non esiste foto che le può dar giustizia, meravigliosa, splendida… unica! In poche parole, va semplicemente visitata.

Questa chiesa (Crkva sv. Marka) si trova nell’omonima piazza (San Marco), nella Città Alta. Non è solo un luogo di culto ma è uno dei simboli più suggestivi dell’intera città, grazie al suo tetto realizzato con piastrelle colorate di bianco, rosso e blu. Il lato destro del tetto rappresenta l’emblema di Zagabria, mentre il lato sinistro è riprodotto lo stemma della Croazia, Dalmazia e Slavonia. Non è una chiesa molto grande, ma è molto particolare, curata, in puro stile gotico, risalente al XIII sec. Intorno alla chiesa e alla piazza prospettano le facciate di importanti edifici quali il Parlamento, il Municipio ed altri palazzi governativi.

Ora non resta altro che andare a scoprire la parte bassa di Zagabria. Vicoli basolati, porticati in ombra con altarini e lapidi ove la gente del posto si ferma per lasciare una preghiera, colpiscono l’attenzione per il fervore con cui la popolazione di questa parte della Croazia esprime – così profondamente – la propria fede, il proprio attaccamento alla religione cristiana. Continuando a scendere risalta subito all’attenzione come questa parte bassa della città (Via Tkalčićeva), sia attraversata da questa strada pedonale ricca di caffè, ristoranti e ricca di locali dove cenare o bere una birra; spazi pieni di giovani e frotte di visitatori, ma pur sempre ordinata, pulita, sicura.

Le piazze di Zagabria si prestano a belle passeggiate alternate a soste nei numerosissimi bar aperti tutto il giorno, estate ed inverno! Gli abitanti di questa città sono molto cordiali ed amano sedersi a bere un caffè dedicandogli il giusto tempo per godersi la vita, magari contemplando la vista di questa città che offre innumerevoli scorci austro-ungarici. Nelle piazze non mancano manifestazioni artistiche, musicali e culinarie spesso rivolte alla valo-rizzazione del proprio patrimonio nazionale!

Eccoci giunti finalmente nella Piazza del Mercato “Plac” (o “Dolac”), luogo molto particolare, che oltre ad essere abbastanza vivace, ti attrae per i suoi profumi ed il suo vociare, risulta essere così ben organizzata (esaltano i colori vivi della frutta e delle verdure coperte – e riparate dal sole – da enormi ombrelloni rossi). Qui, tra queste bancarelle, si trova di tutto; dalla vendita di frutta, verdura e formaggi, all’esposizione del pesce e dell’artigianato della regione. Ben visibili i contadini (signori/e di una certa età) che vendono i prodotti stagionali del proprio orto (a km 0) usando – cosa insolita – ancora la bilancia tradizionale con i pesi.

Altra piazza sempre frequentata da un movimentato mercato e la Piazza Ban Josip Jelačić il vero cuore di Zagabria, la piazza più grande, più importante, più coreografica; punto d’incontro dei cittadini e dei turisti, ornata da palazzi multicolore, vecchi ma ben ristrutturati a due passi dai famosi mercatini di fiori, frutta e verdura con i loro caratteristici ombrelloni rossi. È il “centro” del centro di Zagabria; una piazza davvero molto grande dove ci concentra la maggior parte del flusso turistico della città. C’è la statua equestre di Ban Jelacic che la domina e da lì parte via Ilica con tanti bei negozi e scorci davvero unici.

Piazza Jelacic è la piazza centrale della città, in cui si rispecchia l’impronta mitteleuropea; di forma rettangolare, in stile austro-ungarico segna il confine tra l’alto abitato medievale e la bassa città ottocentesca. Grazie agli edifici che su di essa prospettano, costruiti con differenti stili architettonici, offre ai visitatori uno scorcio panoramico che non lascia indifferenti. La statua equestre di Jelacic, il valoroso governatore che nel diciannovesimo secolo guidò le truppe croate contro l’Ungheria, svetta nel centro della piazza dandole, così, un’atmosfera suggestiva difficilmente dimenticabile.

La piazza Preradovica invece è rinomata per il mercato dei fiori, da qui, risalendo per una breve scalinata, si raggiunge il Dolac, il colorato e vivacissimo mercato di frutta e verdura che si tiene tutti i giorni, raggiungendo così anche il quartiere Kaptol, vicinissimi in zona Cattedrale. Poco distante, appunto, compare la splendida e possente facciata della Cattedrale di Zagabria dove l’architettura neogotica esprime tutta la sua massima imponenza con le due altissime torri a guglia; essa è dedicata all’Assunzione della Beata Vergine Maria e ai santi Stefano e Ladislao. Il suo interno è un articolato spazio che si alterna tra luminosi pieni (finestroni e rosoni) con ampi e adombri spazi (quasi bui) ricchi di elementi che esprimono la sacralità del luogo: molto frequentata da fedeli in preghiera. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Muzeul Naţional al Satului “Dimitrie Gusti” (Bucarest): tutta la Romania… in un villaggio!

Nella travagliata storia di Bucarest, tra monumenti che si rifanno al passato “satellite” oltre cortina e una sempre più crescente voglia di riscatto e di mostrarsi al mondo intero come una capitale europea che dimentica il totalitarismo di un tempo e punta tutto sulle atmosfere della “belle epoque”, la città conserva – al suo interno – uno tra i musei all’aperto più interessanti d’Europa: il Muzeul Naţional al Satului “Dimitrie Gusti”, un bellissimo luogo che più che un museo, sembra un viaggio a ritroso nel tempo attraverso la civiltà contadina e la cultura agreste delle aree rurali (vicine e lontane) sparse per l’intero paese. E’ come se fosse un gigantesco villaggio; ci sono tante case vere (e da vedere) provenienti da tutte le remote regioni della Romania (l’antico “granaio” della Dacia, regione già conosciuta dai Romani) e visitarle, conoscere la tipologia costruttiva, i materiali usati, la disposizione degli ambienti (di vita e di lavoro) è un pò come viaggiare attraverso la storia dell’intero paese!

Al suo interno s’apre un’ampia area verde che accoglie moltissime case ed alcune chiese storiche che sono state ricostruite dando vita ad uno spettacolare villaggio rurale dove sembra veramente di tornare indietro nel tempo, di quando le abitazioni erano costruite tutte in legno, argilla e paglia e i ritmi della vita erano stabiliti dalla semplicità delle cose. Storicamente in Romania, come in generale nelle aree dell’Europa orientale e balcanica, la maggior parte delle persone abitava in villaggi di campagna, agli estremi margini delle grandi città.

Unico nel suo genere, il cosiddetto “Museo del Villaggio” si trova praticamente nel parco Herăstrău e sulla riva del lago con lo stesso nome, nella zona nord di Bucarest. Si tratta di un museo etnografico dedicato alle tradizioni romene. La visita non è altro che una bellissima passeggiata tra casette in legno ricostruite, che documentano diverse epoche della storia romena, è un vero e proprio tuffo nel passato. Le case, i mulini, le chiese in legno, le stalle, i fienili e tutte le altre costruzioni con gli oggetti domestici collegati alla vita rurale della Romania dei secoli scorsi non sono riproduzioni, ma è tutto originale, direttamente dal passato!

Ed è stato proprio questo lo scopo di aver creato, in una zona un po’ decentrata di Bucarest, questo interessante museo all’aperto, che ospita, offre la possibilità di poter visitare ed illustrare le ottime ricostruzioni dei villaggi delle varie zone rurali sparse per la Romania. Tra le principali attrazioni della capitale rumena, risulta essere molto interessante per chi è appassionato di storia della vita quotidiana, di architettura e di ingegneria ed avrà la possibilità di poter apprezzare le minuziose e particolari ricostruzioni degli edifici e delle infrastrutture; in alcune case, che sono aperte a rotazione, c’è la possibilità di poter anche entrare.

Il Museo del Villaggio di Bucarest è un luogo speciale, potremmo quasi dire che possiede un’anima: passeggiando tra le diverse costruzioni, si ha la sensazione di essere veramente proiettati indietro nel tempo in alcuni angoli remoti delle campagne rumene… La particolarità, nonché la popolarità di questo grande villaggio, è dovuta alla presenza di circa 300 diversi tipi di case e chiese in legno che sono state portate qui nel 1936 da ogni parte del Paese per illustrare la storia e le tradizioni dei villaggi contadini e delle campagne rurali di un tempo.

Questo museo/villaggio è un autentico spaccato della vita vissuta nelle campagne rumene durante un periodo compreso tra il XVII e il XX secolo. Una testimonianza storica e diretta dal passato che in alcuni casi rispecchia la realtà presente a tutt’oggi nelle aree più sperdute della Romania, dove le case vengono ancora realizzate con il tetto in paglia e il tempo ha preservato antichi mestieri ed arti come quelle della tessitura, della falegnameria, della carpenteria, della molitura, della mietitura e della ceramica…Tutte le strutture erette all’interno di questo villaggio, sono edifici originali, prelevati nel loro ambiente naturale e inseriti all’interno di uno spazio che, fin dalle origini, ha da sempre voluto ricreare – anche se solo virtualmente – alcuni momenti di vita della campagna rumena.

Questi “monumenti” dell’antica cultura agreste della Dacia (case, fattorie, fienili, mulini ad acqua e a vento, chiese…) sono collocati ai lati dei percorsi, spesso autentici sentieri, che si diramano all’interno delle recinzioni del museo, proprio a stretto contatto con i visitatori che hanno la possibilità di avvicinarsi, toccarli e varcare le soglie delle abitazioni per osservarle da vicino, in modo da poter vedere al loro interno come erano arredate, come vivevano le famiglie che le abitavano, quali utensili usavano. 72 di questi edifici, tra capanne, case in pietra e argilla e con tetto in torba o fieno, sono stati dichiarati monumenti storici.

Nessuna è una copia degli originali; sono tutti autentici, essendo stati acquistati dai contadini nei loro villaggi d’origine, smantellati pezzo per pezzo, trasportati a Bucarest e poi riassemblati all’interno del museo all’aperto. All’interno del villaggio sono presenti case, chiese in legno, mulini ad acqua, mulini a vento, pozzi, croci trasversali, varie macchine (per fare tessuti di lana e per spremere uva e semi per l’olio), officine, recinti, ovili e ottantamila oggetti di arte popolare come mobili, elementi d’arredo, tessuti, tappeti, stoviglie, icone sacre.

Il museo è un “viaggio nel tempo“; effettuare un excursus attraverso i suoi vialetti e i corridoi (spesso lastricati in pietra o lasciati appositamente in erba) è come riscoprire l’autenticità della cultura e della civiltà della vita agreste in Romania, una sorta di mondo bucolico che si ripete di casa in casa, di recinto in recinto, di fienile in capanna. Un invito emotivo che accompagna il visitatore al modo di vivere tradizionale di questa regione, ove si esalta quel senso artistico e – al tempo stesso – lo spirito inventivo del contadino rumeno, ma è anche uno dei più attivi e affascinanti centri di ricerca, restauro e conservazione del patrimonio culturale nazionale.

È un museo all’aria aperta che si estende per centomila metri quadri, in cui sorgono 340 edifici tra case, fattorie e mulini, oltre a circa 50.000 oggetti d’uso quotidiano: una minuziosa e dettagliata ricreazione di differenti villaggi rurali della Romania. Tra le strutture più interessanti presenti all’interno del villaggio/museo c’è la chiesa greco-cattolica proveniente dalla regione di Dragomireşti, sui Carpazi settentrionali. Al suo interno le pareti sono tutte decorate e affrescate; costruita nel 1722 fu smontata pezzo per pezzo per il trasporto, e poi riassemblata in questo museo all’aperto di Bucarest. Un autentico capolavoro dell’ingegneria rurale, così come dell’arte, della fede e della cultura contadina.

Camminare attraverso i viali alberati, spingersi fin quasi a sfiorare le sponde del lago, entrare nel vivo della cultura popolare di questa regione balcanica, offre uno spaccato di vita che ha attraversato i secoli e che è riuscito – tra le mille difficoltà del corso della storia passata e recente – a mantenere integro quello spirito che restituisce l’autenticità di un popolo: operosa, disponibile, accogliente, ospitale… proiettata verso un positivo cambiamento nel futuro, ma senza dimenticare le sue arcaiche tradizioni che ne hanno fatto una tra le più interessanti regioni del vecchio continente. Se passate per Bucarest, non perdete conoscere e scoprire questo gioiello d’arte, di natura e di cultura; la sua visita sarà sicuramente uno tra i ricordi più belli e interessanti che vi porterete indietro dal viaggio in Romania. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

TRAPANI (Sicilia), una città… tra i “due mari”

Un lembo di terra proteso nell’azzurro, laddove l’incontro tra due mari (il Tirreno a nord e il “Mare Nostrum” a sud) determina – da tempo – confini e incontri tra popoli e antiche civiltà. Conosciuta come la “città del sale e della velaTRAPANI è posta in un punto cruciale dell’isola; in uno di quei vertici della “Trinacria” occidentale tra vestigia di matrice greca, i trasparenti fondali marini, spiagge incontaminate e orizzonti solcate da isole da sogno. La città, che si divide tra i due orizzonti marini, da un lato – a sud – con le strutture portuali e dall’altro – a nord – coi suoi antichi quartieri dei pescatori e i muraglioni di tramontana che s’affacciano su bianchi litorali sabbiosi, può essere visitabile nell’arco della giornata; ma è nel tardo pomeriggio, quando il sole comincia a calare verso l’orizzonte, che esprime il massimo della sua bellezza.

Calzando delle buone e comode scarpe da ginnastica, munendosi di una bella macchina fotografica, è possibile buttarsi a capofitto alla scoperta e alla conoscenza di questo bel centro storico, un’autentica meraviglia dove immergersi tra storia, tradizioni, una cucina semplice e – al tempo stesso – ricercata; ma è soprattutto nell’atmosfera di questa città, da secoli crocevia di culture e storia, che si scopre la sua essenza, quell’autenticità più vera e autentica. Girovagando attraverso i suoi vicoli e le stradine lastricate in basoli di bianco calcare, è lungo la sua principale arteria – il Corso V. Emanuele II – che prospettano le facciate tardo barocche di eleganti edifici del tardo ’600 inizi XVIII secolo; una skyline da cui si eleva la Chiesa del Collegio e la Cattedrale di San Lorenzo, mentre a poche decine di metri si trova la Chiesa del Purgatorio che custodisce i Misteri, le statue portate in processione durante uno dei più famosi riti pasquali qui a Sud.

Trapani ha un centro storico a dir poco meraviglioso, un quartiere che si visita camminando facilmente a piedi. Oltrepassato il “bastione spagnolo” il lungomare è lì, a pochi passi; mentre compiere la passeggiata sulle “Mura di Tramontana”, tra gli incredibili colori del tramonto, risulta essere un’esperienza indimenticabile da non perdere. Per gli amanti della fotografia dei tramonti e delle passeggiate sul lungomare queste sono esperienze che non possono assolutamente perdersi; dalle Mura di Tramontana è possibile ammirare la skyline sul panorama più bello della città di Trapani. Ma è proprio il suo centro storico, una sorta di “piccolo gioiello” fatto d’arte e architettura, un luogo in cui s’incrociano gli stili e le fattezze di passate civiltà che qui hanno retto le sorti della città; un contenitore di bellezze che risalta subito all’occhio per i suoi tratti decorativi molto ben curati, e i lineamenti rinascimentali che s’intrecciano col barocco delle facciate di palazzi abilmente restaurati con stile e gusto.

Quando cala il sole e la luce fioca dei lampioni illumina le vie, il centro di Trapani diventa ancora più affascinante. Il centro storico di Trapani si trova su una penisola circondata dal mare. Nelle giornate molto ventose, oltre a ricevere le raffiche che oltrepassano le case e attraversano i vicoli, è possibile compiere la passeggiata lungo le Mura di Tramontana. Queste Mura furono costruite durante il periodo di dominazione spagnola per difendere la città dagli attacchi dal mare; oggi ne rimane solo un chilometro percorribile con una bella e suggestiva camminata fino alla sua estremità. Per compiere questa camminata, il percorso ha inizio dall’emiciclo della “Piazza Mercato del Pesce” fino a terminare presso il “Bastione Conca”. Questo particolare camminamento attraversa da un lato il mare e le piccole calette sabbiose, dall’altro le vecchie case dei pescatori affiancate le une alle altre.

Quando il vento soffia e i gabbiani si lasciano trasportare in un volo planare, il sole che tramonta oltre l’orizzonte lasciando il posto alla luna che splende sempre di più, fermarsi un attimo e godere di tutte queste sensazioni è come lasciarsi trasportare da una magica atmosfera senza tempo, un’emozione che si respira solo camminando lungo queste Mura. Il camminamento lungo le Mura di Tramontana termina nei pressi del Bastione di Conca; oltre non si può più proseguire sul lungomare mentre – per proseguire – occorre deviare verso l’interno. Pochi passi ancora e s’imbocca il viale delle Sirene/via Torre di Ligny; qui ci si trova ancora sul mare anzi, su una stretta lingua di terra che si protende proprio nel mezzo del mare. Se Trapani è detta “la Città dei due mari”, è proprio qui – presso la Torre di Ligny – che si incontrano il mar Tirreno e il mar Mediterraneo, l’esatto punto geografico (una scogliera) dove ciò avviene. Tutto il resto, poi… è solo pura magia! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)