BÜYÜK HAN (a Nicosia/ Lefkoşa), la “Grande Locanda” a Cipro: cosa ci fa un caravanserraglio su un’isola al centro del Mediterraneo…?

Se si capita di esplorare l’isola di Cipro, nel cuore del Mediterraneo, ma vicino alle terre del Medioriente, in quella parte di mondo conosciuta geograficamente come “Eurasia”, non si disdegni di girovagare per la sua capitale Nicosia, letteralmente divisa in due (una, se non l’unica città che ancora è divisa da mura e recinzioni) zone ben distinte: quella turca a nord e quella di matrice greca a sud. Varcati l’accesso alla zona turca, a pochi metri compare il caravanserraglio di BÜYÜK HAN (che significa “Grande Locanda“), uno dei gioielli architettonici più significativi di Cipro e rappresenta una tappa imprescindibile per chi desidera immergersi nella storia e nella cultura ottomana dell’isola.

L’imponente edificio fu costruito nel 1572 sotto Muzaffer Pasha, primo governatore ottomano dell’isola, appena un anno dopo la conquista di Cipro a scapito dei Veneziani. Fu occupato dai turchi poco dopo la conquista dell’isola da parte degli Ottomani, e a tutt’oggi viene considerata la più antica struttura turca presente sull’isola. Progettato sul modello del celebre Koza Han di Bursa (Turchia), nacque per offrire rifugio, vitto e alloggio ai commercianti, ai viaggiatori e ai loro animali che giungevano a Nicosia dalle rotte commerciali del Mediterraneo orientale.

In epoca ottomana la “Han”, il vocabolo che in lingua turca identifica la locanda, era utilizzata come albergo per i mercanti e i viaggiatori del tempo. Il profumo del fieno che saliva dai depositi, l’olezzo del letame delle cavalcature che esalava dalle stalle, le essenze e i profumi di una cucina a base di carni ovine e verdure, le concitate urla dei mercanti per richiamare l’attenzione ed invitare all’acquisto, l’ombra dei porticati eretti con blocchi in arenaria che offrono perenne frescura dalla canicola; attraverso queste considerazioni spazio/temporali viene esaltata la bellezza (non solo storica) di questo luogo.

Durante il corso dei secoli, il caravanserraglio di Büyük Han non ha ospitato solo mercanti, viaggiatori, viandanti, pellegrini ed eserciti. Sotto l’amministrazione britannica, a cominciare dal 1878, fu utilizzato anche come la principale prigione centrale di Nicosia. Successivamente, verso la metà del XX secolo, divenne un rifugio economico per offrire ospitalità e accoglienza alle famiglie in difficoltà, prima di essere – definitivamente – sottoposto a un importante restauro durante il corso degli anni ’90 che ha restituito, all’edificio, il suo splendore originale.

Visitare oggi il Büyük Han offre una visione profonda di come Nicosia sappia conciliare il suo passato, stratificato nel tempo, con una vitalità moderna e accogliente. Esso si trova a breve distanza dal varco pedonale di Ledra Street, rendendolo facilmente accessibile per chi esplora la capitale divisa. Posto a pochi minuti dall’ingresso nella parte turca della città esso è da visitare assolutamente. Varcando il suo arco d’accesso si penetra in un mondo ove ancora oggi si respirano le atmosfere di un tempo in cui il commercio era fiorente lungo le principali rotte del Mediterraneo, tra i fasti di un occidente in decadenza e un oriente sempre più prodigo di meraviglie.

Il Büyük Han riflette la classica struttura fortificata dei caravanserragli orientali. Il Cortile Centrale s’apre con una spaziosa piazza quadrata circondata da un elegante porticato a due piani sorretto da pilastri e archi in pietra. Al centro del cortile sorge una rara moschea ottomana a pianta ottagonale, sollevata su pilastri, al cui interno – o al di sotto – si trova una fontana per le abluzioni rituali (lavaggio dei piedi) prima della preghiera. 68 invece sono le stanze; fin dalla sua istituzione, i locali al piano terra fungevano da stalle e depositi per le merci, mentre le stanze al primo piano (tutte munite di camino) ospitavano i mercanti per la notte.

Il caravanserraglio fungeva principalmente da ostello per i viaggiatori del tempo. Luogo in cui i mercanti, uomini di fede, pellegrini e uomini d’arme sostavano, e i carovanieri spesso cambiavano anche i cammelli o le cavalcature. Il caravanserraglio di Nicosia oggi si presenta con la sua architettura originale del XVI secolo, sicuramente restaurata, ma che non ha perso nulla del suo fascino. Nati come luoghi per assicurare il ricovero dei viandanti, adesso sono una sorta di monumento con una vocazione simile: quella di accogliere i turisti per invitarli a pranzare le tipiche pietanze locali ed invogliare ad acquistare oggetti del locale artigianato.

All’interno delle sue spesse e possenti mura, si era davvero al sicuro dai ladri, quindi anche per le merci al seguito e gli animali da soma per il trasporto erano in un posto sicuro. Il Büyük Han (Han è la parola turca per indicare il caravanserraglio) di Nocosia si presenta con due piani: al piano terra venivano ospitati gli animali ed alcune piccole botteghe, al piano superiore invece c’era la zona notte dei viaggiatori che potevano alloggiare in particolari e fresche cellette. L’ampio cortile centrale fungeva principalmente da mercato e luogo di scambio per le numerose merci provenienti dal vicino oriente e dalle lontane terre occidentali.

Si comprende subito che il complesso non è più un albergo ma è stato riconvertito in un vibrante centro culturale e artistico. Le antiche celle dei mercanti ospitano gallerie d’arte, laboratori artigianali e negozietti dove acquistare i tradizionali merletti ciprioti, ceramiche di pregiato valore artistico, gioielli fatti a mano, saponi, essenze e “autentici” souvenir. Al piano terra ci sono caffè all’aperto, dove rilassarsi all’ombra dei porticati è possibile assaggia-re i piatti tipici della tradizionale cucina turco/cipriota, oppure bere un caffè tradizionale o gustare un tè aromatico. Il cortile ospita regolarmente spettacoli di danza folkloristica, musica dal vivo, recital e il tipico teatro d’ombre turco.

Oggi, come ieri, il caravanserraglio pulsa continuamente di vita, ma la sua anima più autentica resta immutata (e ferma) nel tempo dal XVI secolo. Poter vivere – anche se per poche ore – gli spazi, la storia, gli ambienti e i profumi del caravanserraglio è un’esperienza immersiva dove l’architettura ottomana si manifesta in tutta la sua solennità e purezza, senza le distrazioni della vita commerciale. Scoprire il Lefkoşa Büyük Hamam, nel cuore di Nicosia lì, tra i vapori e le pietre storiche, si avverte la sensazione di come se il tempo sembra essersi fermato davvero, offrendo quel silenzio e percependo quella maestosità che completano definitivamente la scoperta dell’Han. Un autentico tuffo nella storia di Nicosia che merita di davvero di essere vissuta in toto.

Per poterlo visitare ed apprezzarne tutte le sue peculiarità che in esso risaltano, è consigliabile recarsi molto presto al mattino, oppure nel tardo pomeriggio, questo affinché non termina la massiccia frequentazione delle numerose – e chiassose – comitive di turisti; solo allora lo sguardo può tranquillamente concentrarsi a scorgere gli aspetti più salienti di questa struttura, mentre i suoi particolari architettonici e decorativi offrono lo spunto di poter fare delle belle foto. Ancora una sosta al fresco per riprendersi dal caldo prima di ricominciare a camminare ed andare alla scoperta di altre, e interessanti, storie (e cose belle) da raccontare di Cipro. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

TRIESTE… città sospesa tra Mediterraneo e Mitteleuropa!

TRIESTE offre un mix unico di atmosfere mitteleuropee e fascino intriso di tradizioni marinare. La sua enorme Piazza Unità d’Italia, una piazza che affaccia direttamente sul mare, risulta essere la più grande d’Europa. Volendo conoscere la città, al di là della skyline offerta dal litorale, Trieste permette di scoprire una città elegante che si rincorre tra atmosfere Mitteleuropee e culture del Mediterraneo, città ricca di storia, di caffè storici e panorami marittimi mozzafiato. Poco distante c’è il Molo Audace, una lunga passeggiata in pietra che si protende per oltre 200 metri nel mare, ideale per ammirare il profilo delle rive e respirare la brezza marina.

Il mare e l’immediato centro storico attirano subito la nostra attenzione. La scoperta della città non può che iniziare da Piazza Unità d’Italia, considerata la piazza aperta sul mare più grande d’Europa; considerata il salotto buono della città, impreziosito dalla Fontana dei Quattro Continenti e dai suoi caffè storici. Gli imponenti palazzi che vi prospettano, in puro stile neoclassico e viennese, si affacciano direttamente sul golfo, offrendo un impatto visivo davvero straordinario. A ridosso della piazza s’apre quel dedalo di vicoli, rampe, strettoie e viuzze che introducono alla conoscenza del suo centro storico: la città vecchia.

Si giunge così – tra antiche viuzze – all’Arco di Riccardo, un antico arco romano del I secolo a.C. situato poco distante, nel cuore del quartiere di Cavana. Il centro storico, molto vivace e frequentato dai triestini durante l’arco della giornata, è costellato dai numerosi “caffè storici” che qui – a Trieste – vantano una tradizione ben consolidata che dura da sempre, un rituale che si perpetua da sempre: senza fretta, basta prendersi del tempo per fermarsi in un locale d’epoca come il Caffè degli Specchi (in piazza) o il Caffè Tommaseo per ordinare e gustare una tazza del buon “nero” (nomignolo che i triestini danno all’espresso); se lo si vuole macchiato si chiede un “capo“, e se lo si desidera in un bicchiere di vetro basta dire un “capo in B“.

Oltre ad essere celebre per la sua cultura legata al caffè, Trieste è una città ideale da esplorare a piedi grazie al suo centro storico compatto e ricco di contrasti tra l’eleganza asburgica e l’atmosfera mediterranea. La Città Vecchia e l’immediato quartiere di Cavana sono l’autentico cuore pulsante del cuore storico; camminare al suo interno è come muoversi in un affascinante labirinto costellato dalla ramificazione di vicoli pedonali su più livelli, con scorci e strettoie – laddove il sole giunge per poche ore al dì – che si alternano alle vecchie case colorate e alle diverse botteghe artigiane; viuzze basolate che si arrampicano fino al Colle di San Giusto, con la mole del suo poderoso Castello e l’imponente Cattedrale.

Alle pendici del colle giacciono i resti del Teatro Romano; situato ai piedi del colle, esso è una testimonianza dell’antica Tergeste. Il Castello di San Giusto, altro non è che una fortezza del XV secolo che racchiude – al suo interno – musei storici, armerie e un camminamento di ronda lungo le sue mura. Proprio accanto al maniero si erge la Cattedrale di San Giusto, il principale edificio di culto cattolico di tutta la città, noto per la sua affascinante facciata asimmetrica e i preziosi mosaici custoditi al suo interno. Dalla cima del colle si gode di una visuale impareggiabile con vedute panoramiche che s’aprono dai tetti della città fino all’intero arco costiero che determina il golfo.

Proseguendo a piedi verso nord, si entra nel vivace Borgo Teresiano, caratterizzato da un’architettura settecentesca ordinata e suggestiva. Questo elegante quartiere del XVIII fu voluto da Maria Teresa d’Austria. Esso è celebre per i suoi canali, i maestosi palazzi neoclassici che vi prospettano e la splendida vista dal Canal Grande verso la chiesa (tempio in puro stile neoclassico) di Sant’Antonio Taumaturgo e la vicina chiesa di rito serbo/ortodosso dedicata a San Spiridione. Il Canal Grande di Trieste è un canale navigabile che penetra direttamente nel cuore della città; esso un tempo veniva utilizzato per il carico e lo scarico delle merci; qui c’è la statua dello scrittore James Joyce e il vivace Ponte Rosso.

A settentrione dell’abitato s’apre la zona costiera prediletta dai triestini: Barcola e la Riviera. Questa passeggiata offre un meraviglioso lungomare alberato che si alterna ad una fresca pineta con viste mozzafiato sul mare e sul celebre Castello di Miramare, raggiungibile in pochi minuti. Il Castello di Miramare: Una fiabesca residenza del XIX secolo, voluta da Massimiliano d’Asburgo, eretta a picco sulla scogliera che caratterizza il Golfo di Trieste; i suoi vasti giardini e le labirintiche siepi offrono viste mozzafiato sull’intero arco costiero. Al suo interno sono custoditi ambienti dalle atmosfere regali, oggetti rari, collezioni private e oggetti d’arte di pregiata fattura; perdersi tra le regali atmosfere della potenza asburgica è come compiere un viaggio a ritroso nel tempo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Valle dell’ORFENTO (Abruzzo, PE): silenzio… qui la “Natura ci parla!”

Un itinerario che attraversa uno degli scenari ambientali e paesaggistici più incredibili d’Italia, unico nel suo genere, esso si apre nel cuore dell’Appennino Centrale, lungo i versanti della Majella. Questa montagna, rispetto agli altri “giganti” dell’Appennino, offre intensi scorci panoramici che spaziano dagli estesi altipiani alle copiose foreste. Regno indiscusso del camoscio, del lupo e dell’orso, ma anche di valli nascoste laddove – i più fortunati e pazienti – potranno scorgere il muso della lontra, nascosta tra le rocce sporgenti e le fronde a pelo d’acqua. Siamo nella Riserva Naturale all’interno del Parco Nazionale della Majella, rinomata per il suo ambiente puro ed incontaminato, caratterizzato da una profonda gola scavata dalle limpide e fredde acque del fiume ORFENTO.

Qui la natura risulta essere estremamente meravigliosa, vivibile con percorsi che raggiungono fino a sfiorare il pelo dell’acqua, camminando su sentieri che scorrono lungo le sponde del fiume le cui acque limpide e cristalline preservano una flora e una fauna unica. Tra gole scavate nella roccia, ponti, salite e discese, l’itinerario è davvero bellissimo, coinvolgente e bisogna assolutamente percorrerlo. Imboccando il “sentiero delle Scalelle” si cammina lungo uno dei percorsi più suggestivi di tutta la Valle dell’Orfento, situata nel cuore del Parco Nazionale della Majella, vicino a Caramanico Terme. Questo itinerario, estremamente naturalistico, offre una full-immersion totale attraverso ambienti selvaggi e incontaminati, caratterizzato da gole strette, vegetazione rigogliosa e il costante scorrere del fiume.

Il sentiero, spesso indicato come Itinerario “Scalelle”, prende il nome dai passaggi scavati nella roccia che permettono di risalire o discendere lungo le pareti della gola, affiancandosi – spesso – lungo il corso d’acqua. Una volta raggiunti il fondo si comprende come l’ambiente circostante viene caratterizzato una profonda forra fluviale, circondata da copiosi boschi di faggi e scoscese pareti rocciose. La valle è nota per essere un prezioso e privilegiato habitat che accoglie – al suo interno – diverse specie animali, tra cui i lupi (possono scorgersi le tracce lasciate nel fango) e la rara lontra; mentre invece tra la vegetazione si possono osservare numerose piante e fioriture selvatiche, tipici degli ambienti delle montagne appenniniche.

Camminando lungo le sue sponde orografiche il percorso si alterna facilmente per mezzo di ponti realizzati con belle strutture lignee; Il luogo è davvero stupendo, l’atmosfera si tramuta subito in meraviglia lasciandosi avvolgere – ripetutamente – dal suono delle acque e ammirando i colori di una rigogliosa natura che non stanca mai di lasciarsi ammirare. L’Orfento è, sicuramente, uno dei percorsi fluviali più belli che caratterizzano l’Appennino; molto ombreggiato, il fiume ci accompagna per gran parte del percorso tanto da doverlo attraversare diverse volte grazie ai diversi ponti in legno presenti lungo il percorso. Gli scorci paesaggistici, che si susseguono di metro in metro, non stancano mai di sorprendere accompagnando lo sguardo attraverso ambienti naturali di rara bellezza e grande biodiversità.

La curiosità di riuscire a scrutare con gli occhi, quasi a scovare l’impensabile, induce i pensieri a scoprire (e comprendere) come, durante il corso dei millenni, un modesto corso d’acqua abbia potuto così incidere e modellare queste profonde gole, le cui incredibili pareti – che troneggiano lassù in alto – sembrano chiudere la volta celeste scavando grotte e rientranze; mentre i zampilli di cascatelle creano melodie sonore di inaudita bellezza. La sorpresa, l’incanto, la meraviglia, l’incredulità… sono le prime emozioni e sensazioni che si provano raggiungendo il fondo di questa valle; è davvero un qualcosa di incredibile riuscire a visitare questa valle.

Discendendo per l’impervia (ma non difficile) traccia di sentiero che scorre lungo le cosiddette “Scalelle” e un continuo immergersi in questa natura incontaminata (evitando di smuovere le acque) per vedere – più che scoprire – come un fiume, nel corso dei millenni, è riuscito a scavare una gola che lascia senza respiro, per ascoltare lo scorrere (a volte lento e spesso) impetuoso delle acque, per assaporare l’odore della rigogliosa vegetazione. Quaggiù “madre natura” detta le sue regole, come un affascinante intrigo di scorci naturalistici in cui le varie ambientazioni si rincorrono, si intrecciano, si susseguono… vivendo – da protagonisti – quella magica atmosfera di potersi subito immergere (quasi lasciarsi avvolgere) nella natura.

La Valle dell’Orfento è una delle tante “perle” che offre la grande montagna della Majella. La magia di un paesaggio che ad ogni angolo superato presenta scenografiche platee naturalistiche di pregiato valore ambientale. Camminare quaggiù, anche nelle giornate più torride, si gode di una totale freschezza, con una flora (determinata dalle infiorescenze, da bacche, radici, piante officinali) resa così incredibilmente spettacolare, perché – appunto – bagnata dalle acque di un fiume che rinfresca, e rende frizzante, l’aria; mentre infine, la cascata che vien giù, poco prima della risalita nei pressi del ponte, è davvero qualcosa di magico. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

KERID crater (Islanda), camminare attraverso un’intensa tavolozza di colori…

La Road 35, una lunga strada che solca un paesaggio determinato da km e km di deserti di lava, da aspre montagne e vulcani e – in lontananza – distese ghiacciate (come il Langjökull) che chiudono l’orizzonte; questa strada è un lungo nastro d’asfalto che attraversa – praticamente – il nulla e che scorre lungo quel celebre “circuito” più conosciuto (e frequentato) d’Islanda: il “Golden Circle”. Un circuito in cui tutti gli elementi dell’isola possono essere scoperti, conosciuti e vissuti in maniera tale da comprendere come gli elementi della natura qui, da sempre, hanno determinato gli ambienti, i territori e la vita di quei pochi abitanti che popolano quest’isola, per certi versi… fuori dal mondo; e il KERID CRATER è proprio una di queste principali attrazioni.

Dalla strada non lo si percepisce a vista d’occhio, ma una lieve salita sul crinale di una collina a destra, porta presso il suo accesso. Ed eccolo il Kerid che compare in tutta la sua magnificenza; qui lo spettacolo della natura offre la visione di uno tra i principali protagonisti della natura e dell’ambiente dell’isola: sembra quasi una perla nel nulla, con le sue pareti rossastre e col lago verdastro che giace in fondo ad esso. Si può percorrere il sentiero di cresta e poter raggiungere le trasparenti acque di questo laghetto. Sia dall’alto che dal basso il contrasto dei colori dell’acqua, della terra vulcanica e del verde del muschio sono un qualcosa di unico e straordinariamente spettacolare.

Formatosi oltre 6500 anni fa, il Kerid un vero paradiso per gli appassionati di geologia, vulcanologia e geografia che qui trovano sicuramente molto da conoscere, scoprire e osservare come, d’altronde, molte altre cose in tutta l’Islanda. Originariamente era la caldera di un vulcano che – crollando – ha generato al suo interno questo splendido laghetto dai colori, a dir poco, mozzafiato. Il luogo è molto suggestivo e di una bellezza inaudita, forse uno tra i posti più emozionanti dell’isola, per via dei suoi colori mozzafiato – dal rosso alle pareti interne, dall’acqua di un color azzurro/verde, dalle macchie di verde intenso e il sentiero color nero opaco; chiudere gli occhi per qualche attimo e l’immaginazione lascia il posto allo stupore e alla meraviglia.

Dopo l’interessante giro di crinale, è possibile compiere la discesa in accentuata pendenza, sistemata da gradoni in legno opportunamente sistemata lungo il sentiero, fino a raggiungere il bordo delle acque del laghetto. Un bellissimo specchio d’acqua formatosi sul fondo di un cratere occluso. Al suo interno le pareti sono piuttosto alte e ripide e quindi il laghetto in fondo sembra davvero un gioiellino racchiuso, gelosamente custodito da madre natura. I colori sono stupendi dato che si fondono l’azzurro dell’acqua con quello del cielo, il marrone della terra con il verde dell’erba muschiata e anche i tenui colori di qualche lichene sparso qua e là.

Dopo aver percorso la circonferenza che lambisce le creste sommitali, una volta raggiunti il laghetto compiere il periplo camminando lungo il sentiero che ne cinge il fondo è un qualcosa di veramente unico e spettacolare: quaggiù il particolare il colore rosso della terra riesce a fa risaltare ancor di più il blu del lago all’interno. Tutta la zona intorno è ricca di materiale lavico dai cromatismi più svariati, in cui si evidenziano tutte le tonalità che vanno dal rosso al nero, circondati da un caleidoscopio di iridescenti muschi verdissimi; è, praticamente, come camminare attraverso una tavolozza di colori e poter ammirare un quadro dal suo interno… una meraviglia della natura e dell’ambiente dell’Islanda da non perdere assolutamente! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

DOLOMITI LUCANE: “Vivere in Verticale… Camminare in Obliquo”

E’ possibile poter “vivere in verticale”…? E’ possibile “camminare in obliquo”…? Potremo scoprirlo solo andando a conoscere una meraviglia del sud in terra lucana che ne ha fatto – della verticale e dell’obliquo – una propria ragione di vivere: le DOLOMITI LUCANE. Solo pochi luoghi al mondo (le Dolomiti, la Cappadocia in Turchia, le Meteore in Grecia…) riescono ad offrire simili emozioni e sensazioni come i paesaggi offerti dalle Dolomiti lucane, a Castelmezzano e Pietrapertosa, uno dei posti della Basilicata che devono assolutamente essere visitati per gli incredibili paesaggi e i caratteristici paesi sorti lungo le pareti oblique con le case addossare alle rocce, gli stretti vicoli e le percettibili tracce della antica presenza dei saraceni. Qui i paesaggi sono meravigliosi avvolti da una natura incontaminata, con borghi cresciuti seguendo l’andamento delle montagne.

Una terra magica che da sempre riesce ad incantare e far innamorare anche i viaggiatori, gli escursionisti e i camminatori più esigenti. Le Dolomiti lucane sono una perla di suggestiva bellezza, che riescono ancora a conservare un proprio e particolare alone di fascino e mistero; ergendosi tra altipiani adibiti al pascolo, vallate che si alternano ad ampie distese di verde, antichissimi borghi d’origine medioevale, le Dolomiti Lucane sono parte integrante del Parco di “Gallipoli/Cognato” delle Piccole Dolomiti Lucane; un fantastico paesaggio, più unico che raro, paesaggio che viene esaltato dalla presenza dei due bellissimi borghi incastonati nella pietra.

Cosa raccontare delle Dolomiti Lucane e dei loro principali borghi di Castelmezzano e Pietrapertosa sorti lungo le loro aspre pendici? Credo che qualsiasi racconto sia superfluo; per apprezzarne la bellezza, per provare l’incanto e la meravigliosa bellezza di paesaggi che si perdono nel vuoto, per vivere l’infinito e comprendere come si possa “vivere in verticale” occorre necessariamente andarci per ammirare questi luoghi da sogno, davvero unici qui al Sud. Laddove sembra che il tempo si sia fermato da sempre, qui tutto è rimasto come era centinaia di anni fa tra paesaggi fiabeschi e orizzonti mozzafiato.

Trascorrere un week in questa “fetta verticale” di terra lucana sospesa tra cieli e abissi, è un pò come il richiamo delle sirene omeriche, come un “canto che ammalia” e fa di tutto per attirare la nostra attenzione e la nostra curiosità! Eccoci qui, in Basilicata, in quella parte di territorio della Lucania così aspra e disomogenea nella sua particolare orografia, che attrae per il suo aspetto nudo e selvaggio, caratteristiche che ne hanno fatto – durante il corso dei secoli – privilegiati luoghi di riparo e protezione dalle incursioni forestiere giunte dal mare o via terra.

Non attraversata da arterie principali, un pò difficili (ma non impossibili) da raggiungere, i “twin villages”, questo angolo di wild accoglie, custodisce e protegge i “paesi gemelli” di Castelmezzano e Pietrapertosa, aggrappati a quelle incredibili verticalità caratterizzate da una lunga teoria di pizzi, guglie, camini, punte, torri, piramidi, campanili, diedri… Tutti elementi in roccia calcarea – questi – che ne hanno favorito e determinato la conoscenza di questi paesaggi conosciuti in tutto il mondo come le Dolomiti Lucane, molto simili per skyline a quelle più universalmente conosciute come le Dolomiti.

Luoghi incantevole, dove natura, sport, buon cibo e cultura si fondono armoniosamente. Chi giunge qui per la prima volta si trova davanti uno scenario mozzafiato inaspettato, dove le guglie in roccia calcare delle dolomiti lucane sono le protagoniste del panorama determinandone i paesaggi e gli orizzonti. Uniche nel loro genere, conservano nella loro aurea di isolamento il profumo di roccia e di vento che si alternano alle essenze aromatiche mentre l’armonia che ne determina il locus; esse hanno una particolarità che le rende uniche: quelle di essere state – durante il corso dei millenni – antropizzate fino ai possibili margini della verticale erigendo ripari e/o accoglienze nei punti più incredibili e impossibili per la concezione abitativa.

Sì, è proprio così, chi giunge per la prima volta in questa parte di Lucania, viene attratto proprio da questo aspetto: vivere in verticale, con le case costruite fino a ridosso delle pareti rocciose, con stradine strette e vicoli che, con una miriade di gradini e terrazzamenti collegano in verticale le varie case dei paesi; laddove a distanza di poche centinaia di metri si superano (o si sprofonda per) centinaia di metri di dislivello tra impervi burroni, profondi valloni ed improbabili terrazzamenti che s’affacciano su baratri e precipizi di cui non s’intravede il fondo. Un luogo veramente unico, da visitare. Come sentinelle nel cielo offrono riparo e sicurezza, calore e segretezza, scatenando la fantasia. Alte, originali, multiforme, scolpite dal tempo, dalla pioggia, dal vento e dal sole, sembrano i personaggi di varie figure, a volte elfiche, a volte spaziali, a volte celestiali.

Qui l’aspra e selvaggia natura ha regalato accoglienza e protezione; qui l’uomo, accolto da questa natura, ne ha saputo trarre vantaggio ed opportunità nel poter vivere (di verticale) pur se in apparenza isolato, ma di sicuro in un angolo di paradiso che altrove non ha eguali. Un bellissimo itinerario escursionistico che parte dal centro abitato (nei pressi della Chiesa Madre), conduce a compiere un suggestivo anello immersi in una natura inviolata, tra copiose foreste e valloni colmi di vegetazione arbustiva su cui svettano le verticali pareti delle creste rocciose che sembrano somigliare ora a sfingi, ora a mascheroni, ora a figure zoomorfe.

La natura verdissima piena di fiori e profumi completa questo capolavoro paesaggistico. I paesaggi lasciano, letteralmente, a bocca aperta per la maestosità delle sue montagne e per l’incredibile unione di case e di rocce. I borghi sono da fiaba, luoghi in cui tutto sembra essersi fermato per sempre; qui gli anziani del posto sono socievoli e pronti a mettersi a disposizione nel rispondere alle richieste del viaggiatore. Se sulle Dolomiti si sono cimentati gli eroi della verticale, con scalate e arrampicate ai limiti dell’impossibile, è qui al Sud – nelle Dolomiti Lucane – che l’Angelo… ha scelto di aprire le sue ali e spiccare in volo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

GIETHOORN (NL): lungo le vie d’acqua delle “Punters”

C’è un luogo, nell’Olanda settentrionale, situato nella provincia dell’Oversijssel nella regione del Friesland, ben oltre l’immaginario di qualsiasi orizzonte, che – praticamente – galleggia sull’acqua: GIETHOORN, posto ai margini di una sezione del Parco Nazionale Weerribben-Wieden, in una vasta area paludosa. Esplorare Giethoorn, conosciuta anche come la “Venezia dei Paesi Bassi“, è un’esperienza davvero magica. Questo fiabesco villaggio non ha strade nel suo centro storico, ma solo – ed esclusivamente – canali d’acqua e ci si sposta esclusivamente a piedi, in bicicletta oppure navigando lungo i suoi canali incontaminati.

Tutto costruito sull’acqua, il luogo trae la sua origine da una vasta area paludosa un tempo utilizzata per la raccolta di torba e giunchi; sorto, appunto, come insediamento degli estrattori di torba. Tale attività generò la formazione di stagni e laghi nell’ambiente circostante col prosciugamento di zone asciutte ove la gente iniziò a costruire le case sugli isolotti tra un bacino e l’altro. I canali attuali non sono naturali; essi vennero scavati a mano dai primi abitanti che popolavano quest’area per estrarre e trasportare la torba, utilizzata soprattutto come combustibile. Molte delle abitazioni sono ricoperte da tetti formati da un copioso spessore composto da canne e da giunchi.

Sì, perché qui si ha davvero la sensazione di poter camminare sul pelo dell’acqua in un luogo così incredibilmente fuori dal solito; un villaggio che sembra uscito fuori da un’altra dimensione naturale, con case e giardini ricavati da insule inserite in un perfetto reticolo geometrico determinato dal reticolo di canali d’acqua in cui scivolano, leggere, piccole e lunghe imbarcazioni intelligentemente azionate da motori elettrici tali che gli unici rumori che s’odono in giro sono le piccole onde che s’infrangono sulle sponde, il battito d’ali delle anatre e il cinguettio di passeri, per il resto… un incredibile silenzio che avvolge il tutto!

Attraversare questo villaggio è un continuo alternarsi di scorci e scenari paesaggistici che mettono a dura prova il sensazionalismo emotivo del nostro apparato cardiaco. Il nome originale del villaggio, fondato intorno al XIII secolo, deriva dal ritrovamento di centinaia di corna di capra selvatica (Geytenhoren) rimaste qui sepolte nel terreno a seguito di una travolgente e devastante inondazione subita dall’intera regione. Una esaltante esperienza è quella di poter camminare lungo il Binnenpad: il principale sentiero/percorso pedonale che attraversa il cuore del villaggio, perfetto per ammirare i giardini curatissimi e i tradizionali tetti in paglia risalenti a secoli fa.

Potendo fare a meno di prendere l’imbarcazione l’istinto suggerisce di poter godere di questi straordinari ambienti attraversandoli esclusivamente a piedi; durante l’escursione le scenografie cambiano come le quinte di un palcoscenico ove si celebra la meraviglia di questo luogo naturale. Ecco ammirare allora le decine di fattorie storiche, che si alternano alle abitazioni settecentesche e ottocentesche con i caratteristici tetti in paglia (torba) spioventi. Poi ancora un susseguirsi alternato tra ponti in legno e le oltre 176 passerelle storiche che collegano le case private ai principali vialetti pedonali; oltre a poter godere della vista di giardini fioriti, dai prati perfettamente curati che finiscono direttamente a ridosso dell’acqua.

Come in un gigantesco reticolo, le insule sono formate da piccoli appezzamenti di terre emerse che sono facilmente raggiungibili solo mediante ponticelli o collegati dalle tipiche barche locali in legno dal fondo piatto chiamate “punter”, strette imbarcazioni che venivano condotte dai “punteraar” con l’ausilio di lunghi bastoni di legno e che in passato i contadini utilizzavano anche per il trasporto delle mucche, dei bidoni in alluminio per la raccolta del latte e piccole balle di fieno. I caratteristici ponticelli di legno superano i canali e conducono nelle incantevoli fattorie, con le finestre abbellite dalle tendine ricamate con bei disegni geometrici, e si alternano nell’attraversare giardini adorni da meravigliose ortensie.

Il canale principale sfocia, infine, nel grande lago di Bovenwijde, con le ben visibili isolette – sullo sfondo – che offrono riparo a numerose specie di volatili, soprattutto durante la stagione delle rotte migratorie. Il tutto contribuisce a rendere splendido e accogliente questo luogo davvero insolito; elementi, questi, che fanno da magico sfondo a questo pittoresco percorso che si sviluppa tra il verde di prati e giardini ben mantenuti e le argentee atmosfere create dall’acqua di fiordi e canali. Una località dell’Olanda davvero fuori dal comune e che val bene un viaggio per raggiungerla, per conoscerla ma, soprattutto… per viverla! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

KILCOOLEY Abbey (IRELAND)… l’abbazia di Excalibur persa tra le nebbie!

L’Irlanda è ricca di abbazie, cappelle (molte sono isolate) cattedrali (ben rifinite), chiese (spesso rupestri), conventi e monasteri (tanti di loro in rovina); in alcuni di questi luoghi non è raro immaginare di potersi trovare nel bel mezzo di una tra le più singolari location ove hanno girato scene di film a trama medioevale (“Excalibur e i Cavalieri della Tavola Rotonda“). Ebbene… la KILCOOLEY Abbey è proprio uno di questi luoghi, una gemma nascosta tra boschi e blasonate proprietà terriere; ciò che resta di un’antica abbazia sperduta nella campagna irlandese, con all’interno diversi bassorilievi e sculture in pietra.

Chiedere indicazioni alla gente del posto è imperativo, poiché anche se le strade principali e le vie interne risultano avere un’appropriata segnaletica, con la bruma e la nebbia che copre ogni possibile orizzonte, risulta davvero difficile individuare il bellissimo e scenografico viale d’accesso alberato, con grandi cancelli, che immette nella tenuta (privata) in cui giace l’Abbazia. Le mura che cingono la tenuta e l’alta copertura del manto forestale naturalmente nascondono la vista dell’Abbazia. Il viale principale dopo una enorme curva conduce, aggirandola, fino al piazzale d’ingresso su cui prospetta il monumentale campanile (a sezione quadra e sormontato da guglie in marmo) della bella chiesa protestante del parco di Kilcooley Church; nelle adiacenze sono antiche sepolture di chi – nel tempo – ha governato la tenuta.  

Questa struttura cistercense è un vero gioiello nascosto tra le Midlands irlandesi. Non è lontano da South Laois, ed è nelle vicinanze di Urlingford presso Kilkenny, appena oltre il confine della contea a Tipperary. Nel campo adiacente la nuova chiesa è possibile scoprire un cimitero più piccolo con lastre tombali finemente scolpite, dominato dal Mausoleo eretto a forma di piramide della famiglia Burke e la vecchia parete di un edificio con arco gotico a sesto acuto. É sbalorditiva la suggestione che genera un luogo così ricco di storia e di solitudine, racchiuso all’interno di vasti terreni pianeggianti distribuiti tra la chiesa, i due cimiteri e l’abbazia vera e propria di cui si scorgono i ruderi in lontananza. Qui c’è abbastanza da vedere e scoprire.

Un cancelletto, chiuso per impedire il transito di autoveicoli e/o di animali che qui pascolano liberamente come mucche e cavalli, permette l’accesso ad una vasta radura erbosa; l’accesso al pubblico è libero per tutti (naturalmente a piedi), e possono accedervi solo gli automezzi “agricoli” (come trattori) ed operai forestali impegnati nella gestione e nei lavori di manutenzione all’interno della tenuta che sono al diretto servizio dei proprietari di Kilcooley. Superati il cancello ha così inizio una passeggiata attraverso un campo spesso quasi sempre bagnato dalla rugiada o dalla forte umidità; in questo caso è consigliabile avere ai piedi pedule escursionistiche adatte a questi tipi di terreni.

Le rovine dell’antica abbazia sono già ben visibili sullo sfondo. Una breve camminata lungo un sentiero ben marcato dal passaggio di uomini e animali attraverso un campo, consente di raggiungere l’ingresso pedonale dell’Abbazia. Mentre si avanza in direzione della stessa una singolare struttura a forma di grosso alveare, desta la nostra curiosità. Un’apertura sul lato, consente di osservare dall’interno questa curiosa costruzione che, in realtà, doveva essere una vecchia colombaia. Non è noto se questo fosse utilizzato come colombario per conservare le ceneri o come colombaia per i piccioni; ma molto probabilmente si trattava di una colombaia poiché nel soffitto c’è un buco largo meno di un metro, da cui entravano e uscivano i piccioni.

Eccoci finalmente giunti al cospetto dell’abbazia di Kilcooley, un luogo fantastico che – avvolto dalle nebbie e dalla foschia – genera stupore e meraviglia per le bellezze architettoniche, stilistiche, scultoree e decorative che in essa si riscontrano. A prima vista la struttura sembra essere in un buono stato di conservazione, ma l’amarezza prevale quando, avvicinandosi, si scopre che l’accesso è precluso perché alcune parti della struttura sono pericolanti o in uno stato di precario equilibrio statico. Questa Abbazia cistercense risale originariamente al 1182 e fu ricostruita nel 1445. La tenuta su cui si trova l’Abbazia è privata ma l’Abbazia è un Monumento Nazionale e dal febbraio 2019 l’accesso è libero e ben segnalato, situazione – questa – che consente di poter ammirare da vicino questo autentico gioiello (anche se nascosto) dell’arte sacra irlandese.

Fondata dal re di Thomond, Donal Mor O’Brien, nel 1182 circa e nel giro di due anni l’abbazia divenne una fondazione figlia dell’abbazia cistercense di Jerpoint nella contea di Kilkenny. Bruciata in seguito ad un incendio nel 1445, e in seguito ricostruita, fu spesso abitata come residenza occasionale dalla famiglia Barker quando ne divenne la proprietà. L’Abbazia stessa risulta essere una imponente struttura con un’enorme finestra che s’apre sul lato orientale. Scorrendo con lo sguardo al di là della grata in ferro per impedire l’accesso, al suo interno sono possibili scorgere bellissime tombe, particolari effigi in pietra, sculture e bassorilievi a carattere sacro; alzando lo sguardo verso il soffitto si vedono le orditure di alcuni imponenti archi che sorreggono la volta e un fonte battesimale posto all’ingresso principale dell’Abbazia.

Considerata uno fra i tesori nascosti in questo angolo remoto della contea di Tipperary, l’abbazia si trova all’interno di un podere murato. Da un lato, verso occidente, la foresta chiude l’orizzonte del campo visivo, mentre girando intorno a queste mura che sanno di antico, di duro lavoro, di preghiera e di contemplazione, si avverte come questo luogo sia – da sempre – uno dei posti più tranquilli che si possano desiderare, laddove la meditazione esalta l’animo alla sublimazione del semplice e del concreto. Circondata da boschi e fattorie, pochissimi suoni del mondo moderno e rumori che giungono dall’esterno penetrano nel campo in cui essa giace. Per tutte queste sue caratteristiche è possibile immaginare, quasi percepire, quelli che potevano essere i tempi in cui questa abbazia fu dapprima abitata e, successivamente, utilizzata quotidianamente come rifugio e luogo di culto per i monaci cistercensi che qui dimoravano.

Fra le tante curiosità che avvolgono di fascino e mistero queste rovine, dialogando con alcuni tagliaboschi locali, si scopre che Kilcooly Abbey fu stata utilizzata, negli anni ’80, anche come location per la realizzazione del film di John Boorman “Excalibur” basato sulla leggendaria spada di Re Artù e della saga dei “Cavalieri della Tavola Rotonda”. Anche quest’ultima è una tra le “perle” di rara bellezza poco conosciuta, poco conosciuta dal grande pubblico, di questa meravigliosa terra che è l’Irlanda; la sua visita ed una escursione per raggiungerla, non possono mancare nel taccuino dei viaggiatori, degli escursionisti e dei backpacker… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

PRIZREN (Призрен, Kosovo): un arazzo vivente intriso di fascino, storia e cultura…

Secondo la Costituzione serba il Kosovo è una provincia della Serbia (e non v’è ad oggi la volontà politica, a Belgrado, di riconoscere pienamente l’indipendenza del Kosovo). Sono poco meno della metà i paesi del mondo che hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, e non va dimenticata la presenza di varie organizzazioni internazionali con le loro rispettive missioni: le Nazioni Unite (Unmik), l’Ue (Eulex) e la Nato (K-For), che continuano ad operare insieme ad altre organizzazioni non governative. Il Kosovo rimane impantanato in un limbo diplomatico di cui solo in parte è responsabile; mentre per qualcuno non è che una pedina da muovere sullo scacchiere della geopolitica mondiale in una partita a tutto campo ancora tutta da giocare. A pagarne le conseguenze sono soprattutto i cittadini kosovari rinchiusi senza scampo in un angolo remoto dei Balcani da cui non riescono e non possono uscire. Queste sono le considerazioni emerse durante il breve viaggio che, in circa un’ora d’autobus, porta da Prishstina e conduce a PRIZREN. Arrivando alla stazione degli autobus, il centro della città è facilmente raggiungibile a piedi in circa 20 minuti. Il primo impatto alla città (già vecchia capitale kosovara) lo volgiamo in direzione del quartiere Shadervan; pochi minuti di cammino e costeggiamo le sponde del fiume Lumbardhi (conosciuto anche come Bistrica).

Osservando la skyline del posto, s’intuisce la sovrapposizione e l’alternanza di campanili, minareti, mercati che inducono ad accelerare il passo per non sprecare tempo per scoprire questo meraviglioso intreccio di lingue e culture così diverse; l’eccitazione sale e fa subito venir voglia di buttarsi immediatamente in quel dedalo di viuzze del centro storico pieno di cupole, ponti, caffè e case di matrice turca. Prizren è una città del Kosovo molto intrigante da visitare camminando zaino in spalla: viene definita come un piccolo gioiello, pulita, curata nei particolari, accogliente e molto attenta ai viaggiatori. La cosiddetta città delle tre lingue (le lingue ufficiali qui sono albanese, serbo/bosniaco e turco) facilmente distinguibile nelle indicazioni stradali, conserva anche qualche edificio ortodosso, nonostante attualmente la popolazione sia a maggioranza albanese/musulmana. La regola che ci siamo imposti per esplorare le bellezze di questa città, è quella di immergerci lentamente nel cuore della Old Town of Prizren; vagabondando tra antichi bazar e tradizionali cafè, muovendoci a passo lento, fermandoci e godendo ogni singolo momento, cercando di essere attenti osservatori ai molteplici particolari che il popolo kosovaro riesce ad offrire.

La scelta da dove cominciare la nostra esplorazione è davvero imbarazzante viste le molteplici peculiarità presenti tra edifici pubblici e religiosi, piazze, fontane, cappelle isolate e fortezze arroccate. Raggiungiamo il pittoresco ponte di Ura E Gurit, un antico ponte in pietra a “schiena d’asino” che scavalca il fiume Lumbardh/Bistrica. Esso divide la città in due parti ben distinte: la vecchia città tra il fiume e la montagna, e la nuova città oltre il fiume e la pianura. Situato proprio nel centro della città vecchia, esso fu costruito da Ali Beu nel XVI secolo in stile orientale ed aveva una forma sferica ma, distrutto a causa delle ripetute inondazioni, fu ricostruito nel 1982 subendo importanti e significative modifiche architettoniche. Per raggiungere il centro storico, bisogna attraversare questo ponte in pietra che divide in due la città. Sebbene non si conosca con esattezza la sua costruzione, sulla base del materiale (pietre di qualità lavorate e legate insieme con calcare), dello stile, della tecnica di costruzione, gli storici presumono che il ponte risalga alla fine del XV secolo, o all’inizio del XVI secolo, e testimonia l’abilità tecnica e architettonica d’epoca ottomana.

Questo è un ponte ricostruito dove un tempo sorgeva un ponte molto più antico, ma oggi è perfettamente incantevole e molto pittoresco, così ben incastrato nella suggestiva cornice paesaggistica che ha reso celebre Prizren. Una volta superato il ponte esso conduce nella vivace piazza principale di Prizren, la bella Piazza Shatravan, un ampio spiazzo che ci invita ad entrare nel mondo dell’epoca ottomana. Essa è il cuore pulsante del centro storico di Prizren; la piazza è circondata dalle facciate delle tradizionali case in stile ottomano e dalle strette vie acciottolate tipiche di Prizren. Proprio al centro di essa si trova una piccola e antica fontana divenuta, nel tempo, monumento culturale protetto dall’Unesco; una curiosa leggenda dice che chi beve l’acqua della fontana tornerà sicuramente a Prizren. Per quanto gli eventi della vita li abbiano messi a dura prova, i kosovari possiedono un decoro umano che lascia senza parole. La fatica, il dolore, la sofferenza hanno temprato il loro sangue e rinforzato la loro indole, portandoli a guardare in avanti, senza però mai dimenticare il passato.

Puntiamo a raggiungere il punto più lontano già ben visibile dalla piazza, la fortezza in cima alla montagna: KALAJA. Per raggiungerla si ascende per una salita molto ripida, ma una volta raggiunta offre un incredibile punto panoramico su tutta Prizren e sulle sue zone circostanti. La sua costruzione risale al XI secolo ed ancora oggi è possibile camminare lungo le sue incredibili mura che si estendono per oltre 1 km e poter ammirare le rovine di torri e bastioni.  Fu costruita su una collina sopra la città, sotto la quale Prizren si sviluppò gradualmente in una grande città. La fortezza di Prizren è un posto straordinario! È un castello storico, una delle attrazioni più famose della città e offre viste mozzafiato oltre che sulla città, sull’intera regione circostante. Essa ha una lunga storia ed è un importante sito culturale. Rientrati in città, attraversiamo i giardini che cingono la possente MOSQUE di SINAN PASHA, la principale moschea di Prizren, il punto di riferimento e di orientamento per tutti gli abitanti. Essa si presenta molto suggestiva e imponente; una fontana sul retro permette ai fedeli di potersi pulire i piedi prima e dopo l’ingresso.

Ben posizionata, si affaccia sulla città e crea uno sfondo mozzafiato se vista dal vecchio ponte di pietra sottostante; la sua presenza aggiunge un tocco suggestivo allo skyline essendo il punto di riferimento della zona. Moschea ottomana costruita nel 1615 nel centro della città, si appoggia fra le case ottomane del centro storico e a pochi passi dal fiume; una delle attrazioni principali da non mancare qui a Prizren, in una zona affollata a pochi passi da Sabeel, è una fonte pubblica d’acqua fredda; il suo atrio d’ingresso si raggiunge superando alti scaloni. Sulla sponda opposta al centro storico cittadino compare l’edificio che ospita i bagni turchi, costruito nel XVI secolo da Gazi Mehmet Pasha, governatore della provincia Ottomana di Scutari e pronipote di Dukaginzade Ah-med Pasha, Gran Visir dell’Impero Ottomano. L’hammam fa parte dell’insieme architettonico fondato da Gazi Mehmet Pasha, che comprende la moschea Bayraklia, la scuola secondaria (madrasa), la scuola elementare (mejtep), la biblioteca e il mausoleo. La particolarità di questo edificio, nonostante il passare di molti secoli, è che risulta ancora ben conservato e vanta meravigliosi tetti a cupola, piastrelle decorate e intricate opere in pietra.

Oggi giorno, l’edificio ottomano è stato riconvertito in centro culturale per saperne di più sulla sua storia secolare e le caratteristiche di questa regione kosovara. Oggi molti kosovari hanno anche il passaporto dell’Albania (terra alla quale sono attaccati da stretti vincoli parentali e di sangue) o della Macedonia che consente loro da tempo di spostarsi liberamente in Europa. Cinque paesi membri, tra cui Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna per “proprie” ragioni interne non hanno mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Così il Kosovo continua a restare confinato in un ghetto, sprofondato in un buco nero, l’unico fra i paesi della regione a non godere di una libertà concessa a tutti gli altri cittadini della ex Jugoslavia già dal 2010. Il Kosovo non è una terra di nessuno ma uno stato sovrano che ambisce ad essere europea, così come espresso (e disegnato) nella sua bandiera: le sei stelle su sfondo azzurro, rappresentano le sei diverse etnie che compongono la nazione, una terra che cerca – da tempo – di entrare a far parte dell’Europa… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ORHEIUL Vechi (MOLDAVIA), come sentieri sospesi… in un multiverso bi-dimensionale!

Crocevia di più culture che vanno dalla mitteleuropea alla caucasica, dalla turca alla baltica, dalla russa alla rumena, dalla mongola alla greca. Come un luogo – così tanto particolare – in una terra poco conosciuta, ancor meno frequentata dai turisti se non qualche appassionato viaggiatore o viandante alla ricerca di storia, cultura, natura e paesaggi in un posto che sembra essere narrato da un racconto fantasy o uscito fuori rotta da una “time machine”. Una terra che mostra ancora le mille sfaccettature di un paese rimasto fermo nel tempo e radicato così fortemente alle sue tradizioni dal sapore gitano. “Come mai avete scelto la Moldavia per il vostro viaggio…?” Questa è stata la domanda che spesso, tra stupore e meraviglia, ci hanno rivolto! Questa è l’antica terra dei “Rom”, questa è ciò che resta di un’antica Repubblica Socialista dei Soviet, questa è… la MOLDAVIA. Per raggiungere questo particolare e inconsueto scenario paesaggistico e ambientale ci si avvale di un trasporto (spesso non proprio pubblico!) che, dalla zona mercatale (Naf-Naf) della capitale moldava Chişinău, a bordo di traballanti minibus (i “marshrutka”) coprono i circa 60 km per raggiungere ORHEIUL VECHI, mistico luogo di culto sorto su una dorsale calcarea che si erge tra le sinuose anse del fiume Răut, in una cornice paesaggistica della Moldova unica al mondo, così autentica e dal carattere prettamente agricolo (alta densità di campi coltivati a vigneti).

I viaggiatori non rinunciano a compiere un’escursione qui perché la valenza di Orheiul Vechi non sfugge ai più attenti. D’altronde anche il dossier sul tavolo dell’Unesco lo evidenzia: ricerche archeologiche sul promontorio Peştera hanno portato alla luce numerosi insediamenti ben conservati; tra questi, un campo del tardo paleolitico (circa 30/20.000 anni prima di Cristo) ma anche numerosi insediamenti rurali individuati sulle dolci e – spesse volte – aspre pendici che genera il promontorio. Della Moldova si parla come di una gemma che per la sua posizione strategica è stata inevitabilmente spesso contesa e più volte conquistata durante il corso dei secoli, divenendo così nel tempo una sorta di cerniera tra culture e diverse etnie (come Cina, Carpazi, Anatolia e Mar Baltico) che oggi meritano di essere conosciute. Beh, Orheiul Vechi è tutto questo: un paesaggio che assomiglia incredibilmente ad un incastro di anfiteatri emisferici ampio più di 5 km2, solcato dalle ripide sponde del fiume Răut il cui corso, estremamente tortuoso, ha scavato nel corso dei millenni, sinuosi meandri incastonati attraverso la roccia calcarea. Dal punto di vista ambientale, paesaggistico e panoramico già la sua peculiarità vale il viaggio per raggiungerlo: in questo luogo trovano il loro punto d’incontro tre grandi zone geografiche come la steppa eurasiatica, la steppa forestale dell’Europa orientale e il bacino del Carpato-Danubiano.

Chi giunge per la prima volta quaggiù scopre di trovarsi nel mezzo di un’area protetta (Rezervaţia Cultural-Naturalǎ) e in un territorio condiviso fra tre villaggi: Butuceni, Morovaia e Trebujeni. Orhei Vechi è proprio nel mezzo dell’insenatura che funge anche da promontorio tra le anse del fiume; un complesso archeologico, artistico, culturale, religioso e storico davvero unico. Al di là dell’imponente e incredibile paesaggio naturale, un gruppo di (non ben definite quante) grotte troglodite, singolari luoghi sacri che testimoniano una fede antichissima, e che – nel corso dei secoli – hanno ospitato, nei suoi anfratti e gli antichi monasteri, numerose comunità di monaci eremiti che professano sia il culto bizantino che quello ortodosso, in una cornice naturale generata dall’erosione del fiume Rǎut; è un pò come potersi affacciare su di un universo sospeso nel tempo quando si getta lo sguardo su Orheiul Vechi, il complesso storico e archeologico più importante della Moldova. Il paesaggio naturale che circonda il territorio è in gran parte di roccia calcarea, strato che durante il corso dei millenni è stato eroso dallo scorrere del fiume. Un ambiente così austero e – al tempo stesso – contemplativo che si combina con vestigia archeologiche dell’antica civiltà “trypilliana (cultura neolitica risalente a oltre 7000 anni fa), con strati culturali che riconducono a diverse epoche, fino all’età del ferro.

Questo promontorio calcareo, conosciuto anche come Butuceni, contiene tracce di diverse civiltà, tra cui resti di fortezze realizzate in legno e terra come la fortezza Geto-Daci (del VI-I secolo a.C.); il forte dell’Orda d’oro Shehr al-Jedid o Yangi-Shehr (del XIV secolo); una fortezza (del XIV-XVI secolo), il monastero ortodosso (secolo XIV) e la città di Orhei (del XIV-XVI secolo). Di grande suggestione è la chiesa rupestre ricavata in grotte ancora utilizzate come cappelle, in cui si ritrovano una serie di reperti storici e iscrizioni slave risalenti al 1690, che testimoniano come l’Hajduk, sorta di bandito, fuorilegge) locale si era rifugiato nelle caverne, nascondendosi dall’Impero Ottomano. Raggiunti la spianata formata dalle anse del fiume, ha inizio un bel percorso a piedi che porta fino al crinale ove si ergono, già ben visibili, le guglie del monastero e della cappella rupestre. Orheiul Vechi è un monumento naturale, di notevole importanza storica ed archeologica, protetto come “patrimonio nazionale” moldavo, situato su una dorsale formata dal bordo del fiume Răut; esso ha conosciuto, nel tempo, numerosissime civiltà storiche tra cui: i Goti, gli Unni, gli Slavi, e gli Ungheresi. Incastrato al centro di un incredibile paesaggio esso si trova tra due enormi altopiani. Quello che ospita i luoghi religiosi ha una funzione geologica molto particolare; l’altopiano di Butuceni, appunto, conserva fortificazioni rupestri antichissime come: grotte dove i monaci conducevano un’ascetica esistenza fatta di preghiere e contemplazioni.

Una bianca croce in calcare troneggia dall’alto della rupe che s’affaccia sul fiume; essa indica la posizione in cui giace un santuario scavato nella grotta sottostante con l’ultimo vecchio monaco che accoglie visitatori e pellegrini. Un piccolo campanile custodisce, con una sottostante porta d’accesso, l’ingresso (caratterizzato da bassorilievi lapidei raffiguranti S. Giorgio e S. Michele) che conduce al Monastero rupestre. Si discende per una scala (attenzione al soffitto) ricavata nella roccia; il denso profumo di incensi che sale dal basso è intriso di preghiera e di silenzio mentre sullo sfondo si apre, man mano che si scende, un ambiente che ha ospitato, per secoli, comunità di monaci eremiti raccolti in preghiera e contemplazione. Oggi un padre guardiano caratterizzato dalla sua lunga (austera e fiera) barba bianca è sempre lì, presente, ad accogliere chiunque si rechi quaggiù a conoscere questo luogo (una sorta di cella), apparentemente al buio e illuminato dalla luce delle candele: a destra, una nicchia più ampia accoglie una sorta di altare con leggio impreziosito da arredi sacri e le tante coloratissime icone di santi e beati della tradizione ortodossa; un luogo, la cui autenticità, trasuda di storia e di fede. La luce entra da una finestrella e, poco accanto, una porta che s’apre sull’immenso con incredibili vedute panoramiche.

Pochi passi oltre la porta (in legno scolpita da figure geometriche) conducono sul ciglio di un dirupo; oltre, è praticamente impossibile procedere, c’è il baratro che precipita nel sottostante fiume! Guardando la parete calcarea gli occhi scorgono le tante monetine e i bigliettini (intenzioni di preghiera o speranzosi desideri) incastrati tra le fessure rocciose lasciate dai tanti pellegrini che hanno raggiunto questo posto; sotto i piedi, invece, si calpestano le migliaia di buchi lasciati, nel corso dei millenni, da (piccole e grandi) conchiglie fossili di natura marina, ciò a dimostrare che milioni d’anni fa questo paesaggio era immerso dalle acque. Rientrando nell’anfratto rupestre, appena dietro la porta sulla destra, s’apre – nel buio – una nicchia allestita (sorta di cella) con un giaciglio, diverse coperte colorate e una mensola con portacandela in terracotta: questa è la cella del padre/guardiano ricavata nella viva roccia calcarea e fatta su misura secondo lo spazio occorrente ai bisogni del monaco. Usciti nuovamente all’aperto si continua a camminare lungo il crinale; laggiù in fondo a sinistra il fiume serpeggia lento attraverso un mare di verde (coltura intensiva di vigneti) contornato da due morene ad anfiteatro. Poche centinaia di metri su per la dorsale si raggiunge una chiesa locale: il Monastero di ORHEIUL VECHI (con bellissime guglie a “cipolla” tutte d’oro zecchino) tinta in bianco e a tutt’oggi attiva in quella che sembra essere una vecchia missione di matrice spagnola.

Qui la natura circostante assume la veste di un insolito complesso museale mentre l’interno della chiesa sembra le “Porte del Paradiso”. Varcato un cancello in ferro compare un giardino ben curato; intorno al perimetro esterno della chiesa c’è una colombaia e alcuni ambienti che ospitano, all’occorrenza, un giovane monaco che cura la manutenzione del luogo, e delle donne che accolgono e assistono pellegrini e viaggiatori in visita alla chiesa. Qui la natura, sembra come essere sospesa nel tempo; siamo nella Valle del Raut e tutt’intorno oltre all’eremo, ai luoghi di culto e al monastero, nel sottostante villaggio di BUTUCENI la vita scorre tranquilla tra le vecchie abitazioni. Per un sentiero sterrato si raggiungono le prime case di Butucenu. Tra gli impenetrabili silenzi della via principale che attraversa il villaggio, riecheggiano il calpestio dei nostri passi e il ritmo del nostro respiro. Subito rimbalza agli occhi la bellezza dei cancelli e dei portali d’ingresso delle modeste abitazioni che compongono questo villaggio; autentiche opere d’arte locali della falegnameria e dell’incisione: colorate, disegnate con figure geometriche, richiamano – nello stile e nella raffigurazione – oltre alla semplicità, anche la spiritualità (quasi ascetica) del luogo con tante stelle dalle molteplici grandezze. Butuceni è un villaggio molto pittoresco dove è ancora possibile mangiare gustando le prelibatezze della cucina locale (spesso a base di verdure e carni bianche) oppure pernottare in una location unica nella più assoluta tranquillità.

A Butuceni si scopre la tipica architettura rurale moldava, con le belle case colorate, i pozzi (l’acqua è freschissima, spesso c’è anche un bicchiere per bere!) e i portoni delle case, ognuno diverso, ognuno con un suo motivo decorativo. Orheiul Vechi e Butuceni sono le autentiche perle naturalistiche, paesaggistiche, ambientali, storiche e religiose che valorizzano l’aspetto culturale di un territorio con un rigido passato vissuto all’ombra del Kremlino; un passato vissuto tra precarietà e privazioni; un passato che ancora oggi si riesce difficile da mettere da parte lasciando aperte possibilità e prospettive per uno sviluppo – non solo sociale – che possa condurre una terra come la Moldavia (Moldova) tra le più prestigiose mete da visitare durante il corso dei prossimi decenni. Qui c’è tanta cultura, qui la gente è ospitale oltre l’immaginario, qui l’aria è salubre, qui la natura di prim’ordine, qui c’è un intreccio di religioni che t’affascina e ti scompiglia lasciandoti indelebili segni di curiosità e di conoscenza da approfondire. La Moldavia è tutto ciò e tanto altro ancora; la MOLDAVIA (o Moldova) non aspetta altro di incontrare viaggiatori (camminatori mossi da curiosità e sete di scoperta) come noi che amano il semplice gusto delle tradizioni locali ove accoglienza e ospitalità sono le principali caratteristiche di un territorio così complesso e della gente che lo popola. La Moldavia aspetta di fare anche la vostra conoscenza… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

nuraghe PALMAVERA (Alghero, SS); uno dei 7000… tra i più gandi di tutta l’isola!

È una terra lontana… dal fascino ancestrale, la cui indole è caratterizzata da mute pietre di un tempo remoto, attraverso luoghi plasmati dalla forza dei venti e dall’acqua!

La costa a nord di Alghero (SS) custodisce numerose e interessanti bellezze naturalistiche e paesaggistiche ma oltre a ciò, chi è anche appassionato di storia e – soprattutto – delle antichità legate all’archeologia qui, in terra Sarda, non ha che l’imbarazzo della scelta. A pochi chilometri da Alghero, muovendosi in direzione di Porto Conte e Capo Caccia, il litorale costiero che s’apre a sinistra comprende ampie spiagge di finissima sabbia bianca e tranquille calette con a ridosso rigogliose pinete che si spingono fino a lambire il mare. In fondo a un lungo rettilineo, sulla destra compare – protetto da una cancellata – l’area in cui sorgono i resti di un nuraghe, quello di PALMAVERA che, per la sua estensione, può considerarsi uno tra i più grandi (e meglio conservati) di tutta l’isola.

Varcato l’ingresso, si viene subito proiettati – come moderni Indiana Jones – in un salto nel tempo, che si rincorre tra fascino e mistero. L’architettura dell’intera costruzione testimonia le straordinarie abilità costruttive dei primi abitanti di queste terre nonchè dell’affascinante e misteriosa civiltà nuragica. Il complesso nuragico di Palmavera, uno dei circa 7000 presenti in tutta l’isola, sorge sull’omonimo promontorio a un chilometro e mezzo dal mare. Muovendosi attraverso il labirinto delle sue pietre si viene coinvolti come in una specie di caccia al tesoro ove l’ambito premio è mosso dalla curiosità e dalla passione di conoscere e scoprire come, in spazi così angusti ma collocati in posizioni ambientali e naturalistiche di pregiato valore paesaggistico, i popoli della civiltà nuragica abbiano potuto erigere costruzioni così interessanti, soprattutto dal punto di vista architettonico.

Va da dire subito che tali costruzioni venivano usate poco come soluzioni abitative e che, nella maggior parte dei casi, esse assolvevano più a scopi di utilizzo sociale per l’intera comunità che le frequentava. Si avverte subito la percezione di come tuti i resti della struttura ruotino intorno alla “torre” centrale, l’edificio probabilmente più importante dell’intera zona. Sporgendosi dal punto più elevato dell’area è possibile notare come la torre “principale, la più importante quella al centro, sia inserita nel contesto di una perimetrazione dalla forma geometrica pentagonale con un muro che la distingue dalle numerose basi di capanne esterne. Quando la fantasia lascia spazio alla curiosità allora – mossi dalla passione – si proiettano i ricordi delle reminiscenze accademiche fatte di studi e approfondimenti.

Ma, andiamo a conoscere più da vicino questa civiltà nuragica. Costruzioni come queste assolvevano a molteplici funzioni; se la società nuragica era basata su un sistema tribale, la dimora principale veniva occupata dal gruppo familiare dominante. La sua imponente torre centrale assolveva, sicuramente, al principale edificio le cui funzioni erano prettamente a carattere sociale (molto meno all’aspetto religioso); sul lato meridionale di questa fu eretta la grande capanna delle riunioni. Per accedere alla torre ci si deve abbassare visto l’ingresso stretto e angusto; una volta al suo interno addentrandosi poco alla volta nel labirintico percorso che collega gli ambienti della torre principale, risulta essere molto divertente girare fra di esse e immaginare la vita degli antichi abitanti.

Questo nuraghe risale all’età del Bronzo e la sua sala principale aveva il tetto a “Tholos” (chiusura a cupola ogivale) dove si radunavano intorno al fuoco. Per alcuni rocamboleschi passaggi, tra stretti cunicoli in pietra ed incredibili punti luce che illuminano dall’alto questi ambienti intrisi di fascino e mistero, si riesce a salire per angusti gradini in pietra fino a trovare il varco d’accesso che conduce alla balaustra panoramica posta sul punto più alto della sala grande ben conservata. Da lassù si avverte dell’imponenza della struttura e sono possibili osservare, in tutta la loro splendida bellezza, i resti che ruotano tra il pendio ulivato collinare a nord e la strada principale che scorre a sud. Spostandosi di qualche chilometro si giunge in vista dell’insenatura determinata dalla baia di Porto Conte. (testi ©Andrea Perciato; photo Maria Rita Liliano & A. Perciato)