dolina KOSCIELISKA (Polonia): nei monti Tatra, una intensa armonia di profumi, stupore, incanto, silenzi e leggende.

Siamo in Polonia nei territori del Tatrzanskiego Parku Narodowego, il Parco Nazionale dei monti TATRA. Qui si estende un immenso oceano di verde si perde all’infinito con numerose ondulazioni di campi coltivati (a frumento) che sembrano variopinti tappeti distesi al sole; da questo oceano, si alzano copiose foreste di betulle, pinete e abetaie. Le case sembrano tutte uguali, coi loro tetti inclinati e tutte costruite in legno, erette su solide basi di muratura in pietra a secco. Le abetaie sono il principale aspetto che colpisce chi si avvicina per la prima volta ai monti Tatra, avvertendo la maestosità di cime aspre e arcigne, coronate dal silenzio dei boschi, dal suono delle acque di ruscelli e delle pianure di fondovalle. Questi ambienti un tempo offrivano (tra XVII e XVIII secolo) sicuro rifugio alle numerose bande di briganti, tra cui – il più famoso di tutti – JANOSIK.

Uno tra i più famosi di questi è, a tutt’oggi, ancora conosciuto in tutti i Tatra, JANOSIK (una sorta di Robin Hood delle montagne carpatiche) che, per vendicare le ingiustizie e le angherie subite dalla sua famiglia, rubava i ricchi e nobili mercanti che per questi sentieri transitavano, per regalare tutto alle popolazioni locali più disagiate. Amato e protetto dai poveri, emarginati, sbandati, contadini e oppressi fu tradito, condannato e giustiziato dai soldati austriaci nel 1713. A lui, e agli esponenti della sua banda, da tutti conosciuta come i “Bravi ragazzi della Montagna”, sono dedicate antiche romanze, tipici canti popolari della tradizione polacca ed anche alcuni sentieri che attraversano queste montagne.

Camminando attraverso la valle KOSCIELISKA è possibile ascoltare i fischi delle marmotte o vedere il volo delle aquile; una buona cartellonistica segnalata anche la presenza dell’orso. Un vocabolo che ricorre spesso nella descrizione dei luoghi è “Dolina”, che in polacco significa valle, pianura; mentre rifugio, invece, si indica come “schronisko”. Nei pressi del villaggio di KIRY c’è l’ingresso che consente di accedere in questa bellissima valle; qua e là sono sparse le tipiche case in legno coi tetti spioventi, abitazioni di montanari che sorgono su un pianoro solcato dalle acque del ruscello Koscieliski Potok; un capanno gestito dai guardia parco funge addirittura da biglietteria e negozio di souvenir. La Dolina Koscieliska si estende per circa 9 km e va a chiudersi fin sotto alle pendici di una delle principali creste dei Tatra: il monte Bistra (2248 m).

Dopo circa  2 km di full-immersion attraverso una natura incontaminata, si giunge nei pressi (Zahradziska) di un primo ponte in legno ove un cartello indica, a sinistra, un sentiero che sale alle vecchie miniere in disuso. Continuando attraverso boschi ombrosi, l’escursionista avverte la presenza delle antiche tradizioni minerarie che risalgono al XVI secolo; alla destra del percorso compare un’edicola votiva in pietra, con tetto spiovente in legno, dedicata alla Madonna; ben visibili sono i simboli dell’attività mineraria da sempre presenti in questa zona. Anticamente, qui, i minatori prima di recarsi al lavoro, sostavano per una preghiera; mentre gli escursionisti che oggi conoscono questa antica tradizione, usano ripetere l’antico gesto devozionale: e cioè, dopo la preghiera, offrono in dono monete lanciandole con le spalle rivolte alla grata dell’edicola, esprimendo così desideri in protezioni e fioretti. Dopo mezzo chilometro si attraversa una stretta gola le cui pareti, in granito e calcare, sembrano quasi toccarsi.

Ancora un chilometro e la gola – poco alla volta – comincia ad aprirsi; qui fanno la loro comparsa una serie di ponti realizzati in legno, mentre lungo gli argini del fiume s’aprono marmitte, sifoni e cavità ipogeiche che danno origine a numerose sorgenti naturali; diversi cartelli indicano la presenza dell’orso bruno che qui staziona spesso. Finalmente si giunge allo Schronisko Ornak (1094 m), nei cui pressi c’è una stazione meteo. Alla sinistra del rifugio parte la traccia di un sentiero che dopo un chilometro e mezzo, attraverso una copiosa abetaia, raggiunge il laghetto Smreczynski Staw (1226 m). L’intera valle è avvolta dai racconti di antiche leggende che parlano di un tesoro custodito in uno dei suoi angoli più nascosti, forse una caverna o una miniera… ma noi – più che rincorrere le indicazioni di una leggenda – preferiamo godere della bellezza e dei silenzi di queste montagne che si riflettono nel sottostante specchio lacustre; tutto il resto… è pace e armonia! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ORTIGIA, l’antica Siracusa… da Archimede a Indiana Jones!

Chi ha visto l’ultimo (il 5°) capitolo del famoso archeologo, ideato da Spielberg e Lucas, resta piacevolmente sorpreso dall’ultima scena che vede il nostro precipitare – da una “finestra” spazio/temporale – proprio nel bel mezzo dell’assedio di Ortigia da parte dei Romani. La scelta della produzione di girare il finale nell’antico “cuore” di Siracusa non poteva essere omaggio più bello alla storia antica della Trinacria, al genio matematico di Archimede e alla tenacia e alla fantasia del personaggio di Indiana. Ortigia è uno dei più bei luoghi che si possano visitare in Sicilia, un borgo antichissimo proprio nel cuore di Siracusa, da cui ha avuto la stessa origine di città e in cui si sommano, strato su strato, millenni di storia della civiltà trinacria. Siracusa, con la sua bellissima isola di Ortigia, che altro non è la splendida estensione della città verso il mare, è – sicuramente – uno dei posti più belli, incantevole e suggestivi in Sicilia. Ortigia è il centro storico di Siracusa, ma in realtà è un’isola unita alla terraferma per mezzo di due ponti. In esso esplode la massima concentrazione di epoche, di stili, di colori, di profumi, di essenze aromatiche che giungono dai fasti della Magna Grecia, passando per le testimonianze “federiciane”, fino all’esplosione del Barocco; tutto l’isolotto è ricchissimo di cose da vedere.

L’isolotto è davvero accogliente ed è facilmente percorribile a piedi. Attraversati il ponte Umbertino, in  breve si raggiunge la piazza che accoglie al suo interno i resti dell’Apollonion (il Tempio di Apollo) i cui basamenti, squadrati nel loro rigore geometrico, ancora risplendono del bianco calcare. Da qui si diramano numerose viuzze da percorrere tutte a piedi, piene di negozi e tanti locali dove sono possibili gustare le tipicità culinarie siciliane. Vicoli che si incrociano tra loro, che si succedono di cortile in portone, pieni di ristoranti, negozi del tipico artigianato locale; traverse e strettoie che alla fine sfociano su piazze e slarghi ove prospettano le splendide facciate di edifici storici. Il percorso da noi proposto continua seguendo in successione le strette vie Apollonion e Resalibera, nel cuore del quartiere arabo, laddove le strade tortuose lastricate da antichi basoli e le strette viuzze attutiscono (e distribuiscono) le violenti refole dei venti che giungono dal mare durante le burrasche e i luminosi raggi del sole che sferzano, dal ciglio di un terrazzino al davanzale di una finestra, andando a creare un alternarsi di ambienti – spesso bui – che generano una piacevole frescura e che si ravvivano, durante la giornata, da un susseguirsi di giochi di luci e di ombre, fino a raggiungere i Bastioni di Forte S. Giovannello.

E qui già si avverte lo splendore di Ortigia perché è una città ricca di luce, dall’architettura espressa dai vari stili succedutesi nel tempo, lasciandosi trasportare dalle emozioni visive che non stancano mai di offrire spunti e riflessioni sulle epoche vissute dai suoi abitanti; qui non ci si stanca mai di passeggiare per le sue stradine; il cibo, ovunque ci si fermi, è squisito per cui vale la pena visitarla a piedi. Dai Bastioni si estende una pittoresca promenade che ha, nel suo apice, la chiesa di San Filippo Neri che era, in origine, parte integrante dell’Oratorio di San Filippo Neri posto a sinistra dell’edificio. L’attuale Monastero di San Filippo Neri (già Palazzo Interlandi) si trova sulla destra della costruzione. Consacrata nel 1770, si presenta con una pianta ottagonale davvero bella, arricchita dai pavimenti in arenaria bianca intarsiati da lastre in basalto e da un disegno semplice e, al tempo stesso, raffinato. Al suo interno, nei suoi sotterranei, proprio sotto la chiesa c’è una fonte nella quale le donne andavano a purificarsi.

La storia di Ortigia è essenzialmente la storia di una isola-fortezza il cui problema dominante, diluito nel tempo, è sempre stato la difesa dal mare. La cartografia pervenuta e l’analisi delle tracce di mura ancora visibili, nonché i numerosi resti ancora oggi ben visibili, hanno permesso di ben definire quello che era il suo articolato sistema difensivo. Tutto il lungomare di Levante, anche se spesso battuto dal mare aperto e da venti sostenuti, conserva ancora buona parte degli avamposti militari: il bastione di S. Giovannello, la piattaforma Cannella (o di S. Domenico) e quella di S. Giacomo si ergono pressoché intatti. La parte terminale del lungomare di Levante viene animata ogni mattina dallo svolgersi del mercato della frutta e del pesce. Dal Belvedere S. Giacomo (nelle adiacenze c’è il Museo del Papiro) attraverso la via della Maestranza, si sbuca in Piazza Archimede, un capolavoro di piazza con al centro la fontana di Artemide; un luogo, anche se piccolo, ma che consente di poter gustare le vivaci facciate di storici edifici che completano la meravigliosa prospettiva intorno alla piazza; qui l’atmosfera è stupenda, soprattutto la sera ove compare, in tutta la sua magnificenza, la Fontana di Diana.

Essa incanta per la sua bellezza senza tempo.; l’acqua che, delicatamente, sgorga e la statua di Diana che si erge in tutta la sua grazia, sono un tributo all’arte e alla natura. Proseguendo lungo Via Roma si raggiunge la balconata del Lungomare di Ortigia che s’affaccia a ridosso della spiaggia di Cala Rossa, una bellissima caletta spesso molto affollata in estate, ma che presenta un mare stupendo dagli splendidi e trasparenti fondali ricolmi di ciottoli. Dal Lungomare di Ortigia si continua per una passeggiata panoramica dalla quale si può ammirare lo splendido mare aperto che circonda la città. Tra gli edifici storici più interessanti che s’affacciano sul lungomare di Ortigia c’è la splendida facciata della chiesa dello Spirito Santo. Edificata durante la dominazione spagnola della Sicilia, attualmente è chiusa e non è visitabile. L’edificio, ritenuto sconsacrato (!) presenta sulla facciata numerose nicchie vuote, sembra che le statue ivi giacenti siano state – durante il tempo – asportate; la principale sensazione che si avverte è di un totale abbandono, ma resta comunque un luogo da vedere.

Dopo l’affaccio dedicato ad Enzo Majorca, lungo via Gaetano Abela si sfiorano le mura della Facoltà di Architettura dell’Università di Catania, fino a sbucare nelle adiacenze dell’edificio (zona militare) che ospita il Soggiorno Marino dell’Esercito. Da qui si supera il cancello che immette nella larga spianata del Castello; spostandosi lievemente verso sinistra si raggiunge lo spettacolare ponte che consente l’accesso (cancellata in ferro) al Castello Miniace. Il fossato consente di ammirare i bastioni esterni che sprofondano in mare e le postazioni dei cannoni; un posto molto suggestivo per effettuare le foto. Bellissima fortezza di stampo “federiciano” il castello, per la sua particolare posizione proteso sul mare e per la sua storia, risulta essere davvero affascinante. Belle le sue mura in bianco calcare con finestre a “sesto acuto” in puro stile medioevale. Esso si erge in tutta la sua magnificenza proprio all’estremità della punta dell’isolotto di Ortigia; da qui la vista sul mare è molto suggestiva, meravigliosa, quasi contemplativa e la veduta sull’orizzonte marino risulta essere davvero spettacolare, soprattutto durante il transito delle navi all’orizzonte.

Lasciamo il Castello Miniace e rientrando all’interno dell’isolotto si percorre la via del Castello Miniace. Qui si tocca con le mani l’essenza dell’isola di Ortigia, lasciando scivolare lo sguardo su alcuni scorci tra i più belli e incantevoli. Sembra quasi di attraversare un sogno a occhi aperti con le sue architetture barocche, gli slarghi, le piazze, i vicoli, gli antichi portali di palazzi nobiliari; un excursus emotivo che ci trascina attraverso un arco spazio/temporale in cui le suggestioni si sposano con l’eternità del luogo mentre gli spazi – anche un semplice altarino all’incrocio di due vicoli – sembrano proprio non lasciarci andare via. Eccoci finalmente giunti nel luogo (forse) più spettacolare da un punto di vista leggendario di Ortigia: la Fonte Aretusa, laddove ancora aleggia il mito di Alfeo e Aretusa in uno specchio di acqua dolce che sgorga tra papiri, pesci di grosse dimensioni e anatre dai colori vivaci. Aretusa è una fontana unica al mondo, generata in un singolare punto ove l’acqua dolce sgorga proprio sul mare; la fonte è oggi ospitata all’interno di uno stagno delimitato da mura presso il lungomare di Ortigia. Uno dei pochi posti al mondo dove le piante di papiro crescono naturalmente che insieme alle oche, ai cigni, alle papere e ai pesci rossi, creano un’abbondanza di elementi, tra flora e fauna, che conferiscono un inedito fascino a questo luogo davvero molto singolare.

Dalla Fonte s’imbocca sulla destra via Pompeo Picherali su cui s’intersecano vicoli che si incrociano tra loro, pieni di accoglienti locali, negozi di artigianato tipico e su cui prospetta l’imponente facciata di Palazzo Migliaccio, splendido esempio di architettura rinascimentale siciliana caratterizzata dai portali d’ingresso di forma arcuata e finestre ad arco (alcune sono bifore), nonché dai bassorilievi e dalle merlature zigzagate in pietra lavica. Le meraviglie stilistico, decorative e architettoniche di questa palazzo ci accompagnano fino a sfociare nel cuore più autentico dell’isola: Piazza del Duomo che s’apre, poco alla volta, con una incredibile cortina di edifici storici molto belli. Appena approdati in piazza, subito alla destra compare la facciata della chiesa di Santa Lucia alla Badia, autentico gioiello del barocco spagnolo presente in Sicilia; al suo interno c’è una copia della “sepoltura di Santa Lucia” del Caravaggio eseguita durante il suo soggiorno a Siracusa. L’architettura barocca della facciata si inquadra straordinariamente con le altre architetture monumentali che prospettano sulla principale piazza cittadina. Pochi passi ancora e sulla destra compare – in tutta la sua magnificenza – l’imponente facciata del Duomo di Siracusa, ufficialmente Cattedrale Metropolitana della Natività di Maria Santissima, che sorge in luogo di quello che fu il principale tempio dorico della polis di Syrakousai, dedicato ad Atena/Minerva.

Di origini bizantine e poi normanne esso è un capolavoro architettonico del barocco siciliano del XVII secolo; ai lati della sua incredibile facciata, tutta in bianco calcare, compaiono – su piedistalli – le statue dei SS Apostoli Pietro e Paolo. Superati l’edificio del comune, alla sinistra della Cattedrale, sul lato opposto si staglia il portale, che attira subito l’attenzione, del Palazzo Beneventano Del Bosco, in puro stile barocco e rococò, uno dei palazzi più belli della città, che con la sua imponente facciata e le sue decorazioni scenografiche sollecita lo sguardo a scorrere sulle linee prospettiche e i particolari stilistico/decorativi su cui si possono percepire i dettagli artistici presenti in ogni angolo del palazzo. Il suo interno è suddiviso da due cortili, un grande scalone centrale e una cappella gentilizia; ma ciò che colpisce subito lo sguardo è l’androne la cui articolata pavimentazione in acciottolato dai disegni geometrici in bianco e nero, risalta per gusto ed estetica. Tra i vicoli lastricati in pietra bianca, come Via Saverio Landolina, s’affaccia la Chiesa del Collegio dei Gesuiti, dalla maestosa facciata in stile barocco, stretta in uno spazio angusto caratterizzato da vivaci locali e dai tipici ristorantini da strada.

Il centro storico viene caratterizzato dall’intricato reticolo di vicoli e viuzze su cui s’affacciano varie trattorie, i numerosi caffè e le immancabili bancarelle di souvenir. Percorrendo via Cavour questa ci porta direttamente sul principale Corso Matteotti; ma è altrettanto bello poter anche uscire fuori dai percorsi stereotipati e offerti alla massa dei turisti, per immergersi alla scoperta di dettagli e di qualche altro inedito scorcio che – spesso – sfuggono ad una prima occhiata. Si sfocia, infine, nell’ampio catino di Piazza XXV luglio, ove è tutto un piacevole crogiolo di vivaci attività legate al turismo e al commercio. Dalla Piazza, proseguendo lungo via Chindemi, si respira un’aria magica con vie e vicoli che si diramano tra bancarelle ambulanti e i tantissimi locali che offrono pietanze con le tipicità ittiche del luogo: il pescato appena issato dalle reti. In breve si è in vista del nuovo Ponte di Santa Lucia che supera l’isolotto della darsena; qui le barche dei pescatori ormeggiate fanno da cornice allo slargo (isolotto artificiale) da cui si erge – al di sopra di una platea in pietra bianca – la statua bronzea, molto stilizzata, di Archimede, omaggio di Siracusa al suo più illustre concittadino.

Il nostro “Ortigia urban-walk” termina qui, anche se – per mancanza di tempo – non siamo riusciti a scoprire ed apprezzare tutti gli altri angoli meno conosciuti dell’isola, soprattutto lungo i camminamenti prospicienti il mare. Siracusa presenta sicuramente altri gioielli d’arte, storia e archeologia, ma è camminare tra le bianche pietre dei vicoli di Ortigia, ripararsi all’ombra di androni dalla canicola estiva o dai venti che giungono dal mare, oppure scrutare insoliti particolari di un isolotto che si lascia ammirare in ogni sua piccola sfaccettatura; è questo il segreto di Ortigia, farti sentire come a casa tua…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)     

il Parco Nazionale di RAS MOHAMMED (Egitto), un viaggio fuori dal tempo attraverso… il “respiro del Sinai”

Se il Sinai genera la sensazione di ritrovarsi al cospetto di Dio, il Parco Nazionale di RAS MOHAMMED genera quella del suo “mistero”. Siamo in Egitto, all’estremità meridionale della Penisola del Sinai, in una successione di spettacolari paesaggi sia terrestri che acquatici, ove l’orizzonte si perde attraverso panorami indimenticabili. Questo è un luogo ove si riesce a comprendere che non tutto ciò che accade ha una spiegazione immediata, ma tutto ha un senso profondo. Il Parco Nazionale di Ras Mohammed è un susseguirsi di paesaggi sorprendenti, tra lagune che cambiano colore, mangrovie uniche al mondo e fondali ricchi di vita; è un po’ come ritrovarsi al cospetto del creato; un luogo, uno spazio perso nel tempo ove è possibile ritrovare (o rinnovare) la propria dimensione terrena.

Siamo alla confluenza tra due importanti bracci di mare (Majma’ al-Bahrayn); un punto dove “i due mari si incontrano“. Geograficamente, il Parco Nazionale di Ras Mohammed è esattamente la punta estrema della penisola del Sinai dove le acque del Golfo di Suez si incrociano con quelle del Golfo di Aqaba. Questo estremo lembo di terra che si protende nel mare non è solo un luogo fisico, ma – simbolicamente – rappresenta l’incontro tra la conoscenza esteriore (la legge di Mosè) e la conoscenza interiore/divina (la saggezza di Khidr), letteralmente “Il Verde” considerato il maestro dei profeti, colui che possiede la conoscenza diretta dei decreti divini che sfuggono alla logica umana; una figura misteriosa che non viene chiamata per nome nel Corano ma che viene indicata come un “servo nostro”.  

Dopo un breve spostamento in auto da Scharm el Sheikh, e superati l’acceso al Parco Nazionale improvvisamente compare sull’orizzonte – quasi dal nulla – La “PORTA di ALLAH”, un luogo che emana un fascino quasi magnetico, una suggestione mai provata finora, come un elemento mistico di congiunzione fra il terreno e il divino. Un poderoso monumento in cemento costruito dopo la guerra del 1973, nella sua interpretazione figurativa offre un “inedito” dettaglio, quasi magico, che riguarda la sua composizione geometria e la percezione sia acustica che visiva. Non è una porta nel senso tradizionale del termine, ma un varco nel bel mezzo del nulla, una struttura scenografica che accoglie i viaggiatori e che determina il passaggio verso un luogo speciale. La sua particolarità è nella forma, progettata come una vera e propria scrittura; le linee riproducono caratteri arabi stilizzati che, osservati da diverse angolazioni, compongono i nomi di Allah e Muhammad.

La Porta è un luogo che emana un fascino quasi magnetico. Questo scenografico ingresso è stato progettato dall’ingegnere egiziano Ali Azzam e costruito dalla Arabian Contractors Company tra il 1989 e il 1990. La struttura si compone di 17 elementi di grandi dimensioni, quasi dei monoliti, in cemento “cavo”. Questa imponente porta di pietra è l’originario ingresso del Parco di Ras Mohammed, prima che l’area protetta venisse estesa nel 1993 fino ai 480 km² complessivi attuali. La Porta di Allah altro non è che una soglia più simbolica che fisica: da qui in poi, verso il mare, il paesaggio cambia notevolmente e si entra in una dimensione ambientale dove la natura diviene la protagonista assoluta. La struttura, nel suo complesso, è composta da enormi blocchi di cemento che, visti da lontano, compongono la parola araba “Allah” (il “respiro del Sinai”).

La cosa straordinaria è che il design non è stato pensato solo per essere letto da terra, ma per interagire con il ciclo solare del deserto. Durante determinati periodi dell’anno, le ombre proiettate dai blocchi massicci si fondono con il terreno in modo tale da creare un effetto di “scrittura dinamica“. L’intera struttura non è solo un monumento statico; essa è più definibile in una sorta di “meridiana spirituale” che cambia spessore e intensità a seconda dell’ora del giorno, simboleggiando l’onnipresenza mutevole ma costante. Progettata da ingegneri egiziani subito dopo la restituzione del Sinai da parte di Israele, il design doveva essere una barriera difensiva, successivamente trasformato in un messaggio di benvenuto. I blocchi danno l’idea che la struttura stia insieme per “volontà divina” o per un equilibrio perfetto delle forze, quasi a sfidare la gravità del deserto.

Poco dopo la porta s’apre, verso ovest, il CANALE delle MANGROVIE, praticamente l’unica forma di vegetazione presente in questo estremo lembo di terra egiziana. Vedere questi cespugli in pieno deserto che per sopravvivere si nutrono di acqua marina è uno spettacolo raro. Le mangrove, piante verdi che crescono nell’acqua salata, danno un tocco di colore al pae-saggio desertico, crescendo in un’acqua limpidissima e dalla sabbia bianca. Esse crescono proprio nella zona dove la terra sembra “spaccata” e l’acqua salata penetra nel deserto. Il Canale delle Mangrovie e nelle vicinanze di alcune spaccature generate dai terremoti. Camminare qui, ascoltando il vento del deserto che incontra l’umidità dei due golfi, aiuta a comprendere perché gli antichi abbiano visto in questa punta di terra il confine tra l’umano e il sovrumano.

Pochi minuti occorrono per raggiungere uno dei punti più incredibili e suggestivi di tutto il parco: la spaccatura del terremoto, una profonda fenditura che segna la roccia e racconta, in modo silenzioso ma potentissimo, la storia geologica di questa parte di Sinai. È una stretta crepa aperta in una barriera corallina fossile rialzata. La frattura risale a migliaia di anni fa; la sua superficie era chiusa fino al 1968, quando un forte terremoto interessò l’area, modificando la superficie e aprendo la spaccatura dove l’acqua del mare entra e scorre sotto la terra. Questo fenomeno visivo richiama molto l’idea coranica del pesce che “prende la sua via nel mare in un tunnel“. La spaccatura è collegata al mare attraverso stretti canali sotterranei, che fanno sì che il livello dell’acqua salga e scenda con il movimento delle maree. La frattura è lunga circa 42 metri, larga da 0,2 a 2 metri e la profondità dell’acqua è di circa 14 metri.

Spostandosi di qualche chilometro verso nordest compare la bella e intensa baia di MARSA BAREIKA, un’enorme baia naturale situata nel parco nazionale di Ras Mohamed, con diversi punti di ormeggio fissi lungo la costa; il luogo è ideale per le immersioni e per le esplorazioni marine a bordo costa per mezzo della pratica dello snorkeling, che porta il viaggiatore a conoscere da vicino le straordinarie bellezze naturalistiche offerte dalla barriera corallina. In questa baia le enormi dune di roccia e sabbia bianca scivolano leggermente fino a lambire la riva; affacciarsi dalla loro sommità si gode del paesaggio offerto dalle decine di piccole e grandi imbarcazioni che scorrono – in lungo e in largo – lungo il cristallino orizzonte. Osservando attentamente il suolo, sono possibili trovare le antiche tracce di fossili marini (felci, spugne e conchiglie) che risalgono a circa 80 milioni di anni fa, a testimonianza che queste terre erano sepolte dal mare.

A ridosso di una duna giace l’ECO CAMPING RAS MOHAMMED, un autentico campeggio all’aria aperta, autorizzato dal governo locale e gestito – direttamente – da più famiglie di nomadi beduini (gli autentici “principi” di questa parte di deserto), con tende in stile coloniale e tendoni per l’accoglienza e il ristoro dei viaggiatori. La location e gli amici del deserto sono gente accogliente, cordiale, educata, disponibile e sempre sorridente; la loro particolare ospitalità fa sentire il viaggiatore proprio come a casa sua. Qui ogni richiesta viene gestita con gentilezza e attenzione, e si percepisce – dialogando soprattutto coi beduini più giovani, un’autentica voglia di far stare bene gli ospiti.

Il campo è molto semplice e ben organizzato, perfettamente in linea con l’ambiente naturale che lo circonda. Le tende sono pulite, funzionali e immerse in uno scenario mozzafiato, tra mare cristallino e deserto. Gli spazi comuni sono ben tenuti e curati ed invitano alla convivialità, soprattutto al tramonto, quando il paesaggio diventa davvero magico; questo è, sicuramente, il posto giusto per staccare dal superfluo e riconnettersi con la natura, senza rinunciare all’essenziale. La percezione che si prova, sedendosi alla maniera beduina, è quella di non avvertire un’ospitalità appositamente costruita, ma il sincero calore di una dimensione umana vissuta insieme e condivisa; è proprio questo che fa la differenza tra accoglienza e ospitalità.

L’aver esplorato questa parte di terra egiziana ci ha fatto comprendere quel forte legame in cui la natura, il creato, la bellezza, la meraviglia, lo stupore, la contemplazione, riescono a fondersi con quel misticismo che da millenni ha determinato la storia di questi territori. Giungere fin quaggiù non da turisti, ma da autentici viaggiatori, regala esperienze inedite e – forse – mai provate prima. Il deserto riesce a catturare le tue emozioni, mentre l’azzurro e cristallino mare riesce a fare delle tue sensazioni, un contenitore di stati d’animo in cui riuscire a conservare – principalmente – lo stupore e la meraviglia di un viaggio davvero… fuori dal tempo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)   

GORIZIA (Friuli), lì dove l’Italia apre le sue porte all’Oriente!

Girovagando attraverso le estreme terre del Nord Est italiano, tra la pianura friulana e la Slovenia, con un piede qui e un piede di là, oltrefrontiera, GORIZIA ci accoglie col suo poderoso e suggestivo Castello che domina, dall’alto, la graziosa città e – senza accorgersi – si valica (all’altezza della latitudine 57/15) il confine con la Slovenia che si prospetta con la monumentale Stazione Ferroviaria di Nova Gorika, imponente struttura in puro stile imperiale ove, tra una chiacchiera e una sigaretta, è possibile bere una varietà di squisitissime birre per tutti i gusti…

Per la sua singolare locazione geografica la città è stata da sempre influenzata (storicamente, culturalmente e religiosamente) dall’intreccio di più civiltà come quelle latina, slava e germanica. Le antiche mura del Castello, sede dei Conti di Gorizia hanno visto, durante lo scorrere dei secoli, il predominio degli Asburgo e brevi occupazioni della Repubblica Veneta sfiorate – successivamente – anche dal passaggio napoleonico. Il trattato di pace del 1947 stabilì che la città, e il suo circostante territorio, fosse divisa in base a trattati politici, in Gorizia e NOVA GORIKA, separate per oltre 55 anni da un muretto.

Cominciamo la nostra conoscenza di questa città di confine con la visita al CASTELLO, simbolo della città, si trova nella sua parte alta – su un piccolo colle – a circa 150 metri d’altezza da cui si gode un panorama con spettacolari vedute sulla città e i suoi dintorni. É una fortificazione risalente all’XI secolo, ma nel cinquecento è stato ristrutturato dai veneziani. Il maniero è bellissimo da fuori, ma anche nei suoi spazi interni (piccole corti e camminamenti); le stanze sono ben conservate, e gli spazi – opportunamente arredati –- offrono un ritorno al Medioevo; mentre il suo interno (composto da varie parti/ambienti che si “incastrano”) è molto ben tenuto.

Dal Castello si discende, attraverso stretti vicoli che serpeggiano tra alti fabbricati d’epoca, laddove il sole s’affaccia per poche decine di minuti al dì, verso il centro della città fino a raggiungere Piazza Vittoria (già Piazza Grande e, ancor prima, Travnik = “prato”) su cui prospetta la monumentale Chiesa Madre di Sant’Ignazio. Eretta a metà del 1600 la chiesa è riconoscibile per le due cupole (tipiche di queste zone alpine) a “cipolla” che affiancano la facciata nella cui nicchia centrale è collocata la statua di Sant’Ignazio da Loyola ideatore e fondatore della “Compagnia di Gesù”.

Ma la particolarità di una città di confine è che essa sorge proprio nel punto dove la “frontiera” – fino a qualche decennio fa – la divide nettamente in due parti. Spostandosi leggermente verso la periferia a nord della città si raggiunge l’ampio piazzale di Piazza Europa, ove la storia di Gorizia come città divisa ha inizio nel 1947. Proprio in questo luogo si stabilì che il “confine” tra l’Italia e la neonata di Jugoslavia doveva correre lungo la città, separando il centro storico, che rimaneva all’Italia, dalla stazione ferroviaria Transalpina e alle zone di periferia, che passavano invece sotto il controllo della Jugoslavia.

A tracciare il confine furono i soldati anglo-americani che, tra il 15 e il 16 settembre 1947, camminarono lungo la città muniti di cartina per innalzare la rete di frontiera. Molti cittadini cercarono di radunare i propri averi e lasciare le loro case per evitare di ritrovarsi in uno Stato a cui sentivano di non appartenere. Il confine, infatti, non teneva conto dell’identità delle persone e delle necessità di chi ci viveva: separava le abitazioni dai propri giardini, le fattorie dai campi, perfino le case, dove da una porta si entrava in Italia e dall’altra si usciva in Jugoslavia.

Questo confine cadde definitivamente il 30 aprile 2004, quando la Slovenia aderì all’Unione Europea; autorità italiane e slovene, insieme ai cittadini e ai giornalisti, si radunarono nella Piazza Transalpina, divisa in due tra Gorizia e Nova Gorica, simbolo indiscusso di quel confine, per abbattere la rete e festeggiare la nuova stella dell’Europa. Alcuni si facevano timbrare per l’ultima volta la loro “propusniza” (il passaggio), come a testimoniare un momento storico. Tuttavia, si dovette aspettare fino al 2007, con l’entrata del Paese nella zona Schengen, perché le persone potessero circolare liberamente come oggi.

L’imponente facciata della Stazione Ferroviaria “Transalpina” di Nova Gorika è proprio lì, sul versante opposto, ad appena 20 metri dal piazzale ove giace il confine tra Italia e Slovenia (dove una lastra commemorativa in metallo, collocata sul pavimento della piazza, determina l’antica linea del confine con la ex Jugoslavia, permette di mettere un piede in uno Stato e l’altro oltre il confine). Più di ogni altro ex valico di frontiera, proprio questo è il luogo simbolo della caduta del vecchio muro – che qui era una rete – abbattuta dal 2004. La stazione è in territorio sloveno, quella che una volta era una importante linea ferroviaria che collegava Vienna a Trieste (laddove Gorizia era considerata la “Nizza d’Austria“).

La stazione ferroviaria dopo la guerra fu assegnata alla Iugoslavia. L’edificio del 1906, il più antico palazzo pubblico della città, sulla linea ferroviaria Vienna/Trieste, la cosiddetta transalpina che attraversa la valle dell’Isonzo, era la più bella e più grande della zona; una stazione austro ungarica, che serviva per collegare Gorizia al centro dell’Impero. Entrando in questa stazione sembra di essere approdati nella macchina del tempo e proiettati indietro, nel passato, agli inizi del Novecento; tutto ciò che si vede è in un perfetto stato di conservazione: colonne di ghisa, tornelli, biglietteria in legno, lampade e sedie da caffè.

La stazione ferroviaria della Görz (Gorizia/Nova Gorica) austriaca è uno splendido esempio, ben conservata e ancora attiva, di stazione ferroviaria dell’Austria imperiale mitteleuropea in puro stile imperiale; un bell’esempio di architettura “secessionista” con gli interni ancora tutti rivestiti di legno scuro, e perfettamente conservati, che ancora oggi restituiscono il fascino di un’atmosfera antica. Essa prospetta sulla bella piazza che, dopo essere stata per decenni un simbolo della divisione dell’Europa oggi è un simbolo di pace e di unità, che può essere celebrata attraversandola con un piede in Slovenia e l’altro in Italia.

E’ da auspicare che questa stazione possa essere utilizzata come punto di incontro tra le due città, Gorizia e Nova Gorica, proponendo – alternativamente – iniziative transfrontaliere mirate, soprattutto, ai fini turistici. Questo “saltellare” poi da un confine all’altro ci ricorda che le guerre – tutte le guerre – non dovrebbero mai avere inizio, mentre i muri (o i reticolati), innalzati per dividere culture, famiglie, razze, fedi religiose, colori della pella, sogni, futuro, speranze… non dovrebbero mai più esistere! Utopia…? Forse…! Ma il bello è proprio in questo: crederci fortemente e sentirlo dentro…!  (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

dal Passo Godi (AQ) un “circuito” nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise) camminando tra quattro stazzi e… l’immenso!

La libertà di andare oltre… senza confini di tempo e di spazio in territori ove gli orizzonti non sono mai uguali e dove i tramonti restituiscono arcane sensazioni di fascino, mistero e curiosità: il sentiero è un amico… il vento, altro non è… che il suo respiro! Mettersi in cammino sulla pista, due gambe e macinare chilometri di sentiero (ora su roccia, ora su pista erbosa); ha inizio così l’intrigante fascino di un’avventura nel cuore del Parco ricca di scoperte, di emozioni e di libertà. Dal Passo GODI (1547 m) si giunge a un accesso con sbarra da cui inizia un facile percorso in falsopiano con scenari sulla valle del Tasso, verso N. Continuando sulla pista in discesa (panorami sulla Serra Capra Morta), si procede fino a giungere in vista dello stazzo di Ziomas (1583 m). Caratteristica di questi stazzi (o jazzi) d’alta montagna è la loro peculiare struttura capace di asservire a molteplici funzionalità.

Due pedule che “mordono” la traccia o che sfiorano appena i bordi di balconate panoramiche mozzafiato, conducono in ambienti remoti così densi di profumi a noi oggi sconosciuti, intrisi da odori mai saggiati e da suoni mai ascoltati: la Natura dell’Abruzzo, insomma! Irreali paesaggi d’alta montagna con cieli tersi e senza confini; gli scarponi che si alternano senza interruzione dal prato erboso alla nuda roccia. Pace, silenzi, profumi, circondati solo dall’immenso…! Solitamente gli “jazzi” si presentano con un unico vano (in pietra grezza) al cui interno c’è il ricovero per i pastori transumanti e in un angolo, oltre al focolare, il giaciglio per gli animali; usato spesso durante l’estate, all’esterno è sempre presente un recinto squadrato fatto con pietre calcaree e sistemato con pali e recinzioni alte (a “prova” di orso marsicano in cerca di facili prede). La pista, dopo forti acquazzoni, offre la possibilità di scorgere le impronte lasciate dal lupo nel fango che corre alla caccia di cervi o cinghiali.

Cerchiamo di ascoltare le autentiche sensazioni di una natura che sussurra la sua continua presenza attraverso i soffi del vento. Dalle rupi appenniniche, passando dalle aspre e possenti giogaie della Marsica, le nude creste del Gran Sasso fino alle incantevoli dorsali della Maiella e gli intensi profumi della macchia mediterranea: pensavamo di conoscere i profili dell’Abruzzo in tutta la sua completezza; non pensavamo di poterlo scoprire fino in fondo scarpinando su e giù per i suoi monti più selvaggi, tra il Godi e le cime della Marsica! Si continua sulla sterrata che sale e attraversa la Serra Ziomàs; a un bivio si ignora la traccia che scende a destra e si prosegue fino a un secondo bivio. Si va a destra, fino a giungere a quota 1735 m ove la pista aggira il Campitello, un altopiano racchiuso dal Ferrojo di Scanno (altro stazzo). Raggiunto il versante E del Campitello (1715 m) si abbandona la pista e si sale (W) per un vallone fino a un valico (1957 m) ove s’aprono scenari paesaggistici su creste esposte e doline in-terne ricoperte da prati ove si raccoglie un particolare tipo di verdura selvatica (orapi) molto usato nelle pietanze della cucina locale.

Quel che si propone è un itinerario particolarmente interessante per gli ambienti selvaggi che si attraversano e il delicato ecosistema floro-faunistico che si va a conoscere; con splendidi panorami che s’aprono per 360° su tutto l’orizzonte del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Laggiù in fondo alla conca i ruderi dello Stazzo Vado di Corte (1900 m). Il sentiero riprende (direzione NNE) fino all’orlo di una balconata che s’apre su ampi orizzonti.  Da qui si scende attraverso un suggestivo scenario ambientale, quasi lunare, fino all’altopiano di Camporotondo (1700 m, altro stazzo) racchiuso come un anfiteatro naturale in un paesaggio dominato solo dai silenzi. Si esce dal campo (verso E) attraverso copiosi boschi (cerreta e faggeta).

La pista scende ancora fino al termine del bosco; poi esce all’aperto con panorami mozzafiato fino a Scanno, e risale fino a lambire le Serre di Ziomas, in alto a dx, fino a ritornare (1617 m) su quella fatta per l’andata. Si prosegue nuovamente verso lo Stazzo Ziomas, lasciandoci alle spalle un autentico paradiso della montagna, ripercorrendo l’itinerario fatto per l’andata. Questo “quasi circuito” è un bellissimo cammino in quota che si svolge tra ampi paesaggi, faggete d’altura e la riserva integrale in cui è possibile ancora scorgere l’orso marsicano; laddove gli escursionisti che da quassù transitano, in punta di piedi e senza mai scostarsi dalle principali tracce dei sentieri segnati, non turbano affatto l’equilibrio di quei pochi esemplari di cui sono ancora possibili trovare le tracce lasciate sulle cortecce degli alberi, oppure le pesanti impronte lasciate nel fango lungo la pista. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

PORVOO, tra Medioevo e silenzi, la “vera” Finlandia… è qui!

A sud della Finlandia, nella regione dell’Uusimaa, lungo le sponde del fiume Porvoonjoki, s’adagia il villaggio (la parte più antica) della cittadina di PORVOO – a poco più di 52 km ad est della capitale Helsinki – una “città di legno” edificata tra pietre acciottolate/levigate dalle acque del fiume e influenzata dalle tre culture che, nel tempo, hanno determinano la sua indole: svedese, russa e finlandese. Porvoo è, soprattutto, famosa per i suoi magazzini sul fiume (Patrimonio mondiale dell’UNESCO), dal caratteristico colore rosso scuro; in passato, qui arrivavano le navi dal mare per caricare e scaricare le mercanzie, e i depositi fungevano da magazzini dei commercianti. L’origine del suo nome “Borgå” deriva dall’accostamento delle parole “borg” (castello) ed “å” (fiume), da cui castello/fortificazione lungo un corso d’acqua. Ma cosa è che attira il viaggiatore qui a Porvoo? Alcuni tra gli elementi più caratteristici che esaltano la particolarità che rende unico un borgo come questo sono: il castello, una cattedrale, il fiume, la piazza del mercato, le vie lastricate dai ciottoli, le case in legno tinte dei colori pastello ma – più di ogni cosa – Porvoo è una città medioevale. Da sempre il borgo è fonte di ispirazione per molti artisti locali, soprattutto poeti e pittori così come esso ha sempre avuto importanza fondamentale per lo scambio di merci (legni e pellame) in arrivo dalle regioni a nord, per essere trasportate via mare attraverso il Baltico fino a Tallin, e da qui raggiungere le principali città dell’Europa centrale.

Porvoo sembra un paese finto, come se fosse uscito dai racconti di un libro di fiabe; il borgo è la seconda città più vecchia della Finlandia, mentre il suo centro storico accoglie circa 800 anime. La città vecchia è un vero e proprio salto indietro nel tempo, con le sue casette tutte in legno e le viuzze irregolari su più dislivelli pavimentate a ciottoli in puro stile medievale. Il suo centro è una pura esplosione di colori: è difficile infatti trovare qui una casa tinteggia di bianco o senza fiori alle finestre. Due sono i corsi principali, quasi paralleli, in cui si alternano le facciate di casette in legno e pietra che al loro interno ospitano bar, ristoranti e negozi di souvenir; case rigorosamente di colore giallo (con tutte le sue varianti), che in quest’angolo di Finlandia rappresenta il colore dell’abitazione principale, mentre il colore rosso identifica quello degli opifici. Le sue caratteristiche come le vie acciottolate; la tipologia delle case; i colori pastello delle case; i giardini condivisi tra due o più case, coi loro alberi stracarichi di mele, di cui si trovano cestini davanti alle case che invitano a prenderne una; la cura e la pulizia delle stradine; i tipici tetti delle case nordiche; le finestre in legno di colore bianco; gli addobbi e i caratteristici negozietti che propongono dai più svariati souvenir alle tipiche delizie dolciarie locali; angoli fioriti tutti da scoprire; negozi e botteghe di arte, antichità, design, giocattoli “antichi”, gioielli e leggende legate alle saghe nordiche. Tutto ciò avvicina decisamente il borgo all’idea che ci si fa della Finlandia nell’immaginario collettivo.

Qui a Porvoo c’è il Municipio (oggi museo) più antico della Finlandia; esso risale al 1764, e dalla sua piazza si dirama la stradina che attraversa il vecchio ponte su cui scorreva l’antica via Kuninkaantie, che metteva in collegamento Turku a Vyborg conducendo i viaggiatori qui a Porvoo. Dal ponte si possono ammirare i (già citati) magazzini/depositi lungo la sinistra orografica del fiume: sono i capanni rossi che si affacciano direttamente sulla riva; la loro costruzione risale a tre secoli fa. Inizialmente adibiti a magazzini, rappresentano uno dei simboli di Porvoo e sono tra gli scorci paesaggistici più fotografati di tutta la Finlandia. Porvoo ha anche il Duomo situato nel cuore della vecchia città; edificato all’inizio del 1300 presenta un Campanile che – insieme alla cinta muraria – sono staccati dal corpo della chiesa. Mentre il suo Castello, in cui soggiornò lo Zar Nicola II, accolse le sedute della cosiddetta “Dieta di Porvo” (per dieta s’intendeva l’assemblea legislativa per decidere – nel 1809 – le sorti del Gran Principato di Finlandia). Dopo aver percorso in lungo e in largo, le stradine, le traverse, i giardini, le case colorate, i ponti e le rive in questo meraviglioso angolo di civiltà finnica, ove la vita sembra essersi fermata agli inizi dell’800, l’atmosfera pare assumere una realtà nordica quasi surreale, come se si stesse al centro di una location cinematografica; il salto tra fantasia e realtà qui, poi… non è così distante! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

PIETRABBONDANTE (IS), quel Molise che c’è… tra le Murge e un antico presidio Sannita

Il borgo di PIETRABBONDANTE si erge, maestoso, tra le sue rocce intorno a cui – nel tempo – è andato a svilupparsi il centro l’abitato. Sulla piazza principale all’ingresso la statua del fiero Guerriero Sannita accoglie il visitatore e da qui, a pochi passi, ci si tuffa nel passato fra i vicoli silenziosi che si inerpicano fino alla Chiesa della Madonna Assunta ed al vicino Castello. Da qui s’apre uno spettacolare panorama a 360° verso le vallate, le montagne e i paesi in lontananza. L’aria frizzante, il silenzio e la pace regalano attimi di serenità ed il piacere di godere di un luogo veramente particolare. Le rocce – meglio conosciute come le “murge” – qui sono l’attrazione principale; mentre il centro storico vanta una interessante e caratteristica tipologia insediativa che senz’altro lascia intuire le origini risalenti all’alto medioevo.

Attraversare a piedi questo borgo sannita si possono respirare gli odori di una volta come il fieno appena tagliato, del pane appena sfornato, oppure del mosto appena “mesciato” nelle cantinole; purtroppo la zona già da moltissimo tempo è spopolata a causa di una crisi atavica legata all’intenso fenomeno dell’emigrazione. Ma il vero “tesoro” di Pietrabbondante è costituito dal complesso ellenistico-italico sito in località Calcatello, ove si trovano i resti di due templi ed un teatro, con sedili in pietra dalla caratteristica forma anatomica, utilizzato come luogo per le assemblee. A pochi minuti d’auto dal borgo ecco paventarsi, in tutta la sua bellezza, l’altro gioiello di questo territorio: l’antico sito sannita che s’adagia su un pianoro leggermente in declivio di monte Saraceno ed offre interessanti spunti, per gli appassionati di storia e di archeologia, per compiere una vista.

Questa bella area archeologica è posta in un angolo poco conosciuto in una delle regioni meno visitate d’Italia, incastonata in un paesaggio davvero splendido. I due templi, uno più piccolo ed uno più grande, appartenenti a due fasi costruttive diverse, presentano uno stato di conservazione meno buono rispetto a quello del teatro. Essendo tuttavia molto vicini ad esso costituiscono un unicum di grande effetto, anche per l’inserimento nel paesaggio dominato dal verde. Una visita tra queste antiche pietre, risulta essere di particolare suggestione! Tutta l’area, nel suo insieme, risulta essere un luogo dove è facilmente intuibile la sovrapposizione della civiltà romana su quella sannitica. Raggiunti l’ingresso emerge, in tutta la sua suggestiva ambientazione, la cavea in cui è collocato il Teatro (italico) con gli spalti rivolti verso il mondo, la costa… l’infinito!

Siamo, letteralmente, al centro di un luogo che sa di magico, con una vista mozzafiato sulla natura circostante, le cui sparse rovine sono conservate abbastanza bene. Il complesso costituisce un’importante testimonianza della civiltà sannita e risale al periodo tra la metà del II secolo a.C. e gli inizi del I sec. a.C. Le gradinate destinate al pubblico sono di forma semicircolare. La prima area dei sedili presenta eleganti braccioli decorati che destano l’attenzione per l’aspetto e la fattezza di ciò che appare ai primi posti, e cioè l’insieme delle linee e delle curve che rispettano l’anatomia del corpo in posizione seduta; ben visibili sono le due sculture di atlanti inginocchiati ai lati delle gradinate che nelle tre file più in basso terminano con delle zampe di grifo. Questo è un sito archeologico dall’architettura molto interessante, per l’originalità della sua creazione, la sua esecuzione e la sua collocazione.

Resta, comunque, una delle principali testimonianze della primissima civiltà dei Sanniti Pentri (VI sec. a.C.), un loro importante centro di culto e simbolo dell’unità tribale. Qui si svolgevano funzioni religiose, attività pubbliche, ludiche e importanti riunioni politiche; il Santuario non veniva utilizzato esclusivamente per ludi scenici, come nella maggior parte degli altri, ma era la sede dei “concilia”, cioè delle adunanze del senato indette in particolari occasioni; quindi il più importante sito Sannitico esistente. Il sito archeologico di Pietrabbondante, la cui sacralità è ben conservata in tutto il suo aspetto per le sue caratteristiche architettoniche e per la sua monumentalità, risulta essere la testimonianza archeologica di maggior rilievo dell’intera cultura Sannitica presente oggi in Italia, e solo per questo la sua conoscenza vale molto di più di una fugace visita. Il Molise, quello vero, quello che in tanti ironicamente dicono che “non esiste” c’è… eccome se c’è! (testi ©Andrea Perciato; photo Maria Rita Liliano e A. Perciato)

AMSTERDAM (NL), la capitale degli “eccessi” tra sex, drugs, cheese, chocolate & beer!

Non si può descrivere la città attraverso poche righe, non si può illustrare la città con pochi scatti rubati al momento e nel volgere di un tramonto… ANSTERDAM è un luogo che bisogna vivere in tutta la sua completa interezza. Un’alternanza di contrapposizioni di pensieri che vanno oltre il lecito da vedere, magari solo da “annusare” ma… attenzione agli eccessi perché qui – nel rincorrersi tra sacro e profano, tra il legale e l’illegale, tra l’amore e il sesso – c’è di tutto, ma proprio di tutto, anche oltre l’impensabile che nessuno può immaginare…!

Il centro della città è un brulichio di anime erranti, tra frotte di turisti di passaggio, studenti e lavoratori che, come una marea, attraversa il geometrico reticolo – quasi un labirinto – attraverso una sorta di “ragnatela” in cui si sviluppa la città vecchia e dove le strade principali vanno ad intersecarsi coi canali. Non c’è un percorso principale, non c’è un boulevard, basta però far riferimento alla Damplace che è, a tutti gli effetti, il centro da cui si diramano tutte le arterie e poter partire alla scoperta della città seguendo semplicemente… il proprio istinto!

Dai tipici localini, coi tavolini addirittura sistemati su vecchie chiatte ormeggiate da anni, che si rispecchiano nelle placide acque dei canali in cui vanno a riflettersi i suggestivi (e tipicamente olandesi) tramonti “rossi”. Le “vie del sesso” a pagamento, laddove decine e decine di ragazze espongono la “propria” mercanzia di corpi ovattati, con ammiccanti movenze e marginalmente coperti da lustrini e paiettes dietro vetrine illuminate da luci rosse invitano i passanti maschi, soprattutto alcolizzati inebriati di birra.

Così come anche i numerosi giovani “fatti” di qualcosa altro e camionisti di passaggio a provare quella mercanzia esposta. Non è raro incontrare particolari musei che espongono “erbe aromatiche”, allucinogeni e droghe di tutti i tipi; pub da cui parte l’assordante musica di gruppi locali alla loro prima esibizione; vie interdette all’utilizzo di bevande alcoliche (soprattutto birre) in luoghi pubblici la cui ammenda (multe di circa 100 €) è ben stampata sul piano di calpestio e, credeteci, qui la Politia in moto circola a tutte le ore, soprattutto quelle serali.

Questa è Amsterdam, dalla sobria bellezza di edifici “a graticcio” dalla particolare architettura di stampo seicentesco, ai grossi centri commerciali; dalla piccola bottega che, praticamente, ti vende di tutto (eh sì… proprio di tutto, anche l’impensabile!), basta solo decidere il momento e i tempi da dedicare alla visita, magari tirando fino a tardi (qui, in Olanda, alle 22,00 c’è ancora luce diurna) in attesa di poter godere dello spettacolare scenario paesaggistico dei tramonti che, con la sua luce rossastra, si riflette sui canali accogliendo le speculari e, coloratissime, facciate degli edifici che vi si prospettano. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

KERNOW (Cornovaglia, England) camminando sul SWCP (South West Coast Path) lungo la costa del ’’Santo Promontorio’’ da Penzance/Land’s End, per Sennen Cove a St Just, tra i leggendari “Royal Life Boat Britain”

Siamo a PENZANCE, estremo luogo abitato della Cornovaglia /Kernow in Inghilterra. Dal punto indicato come LAND’S END (la “fine della terra”) con uno spettacolare scenario costiero e viste mozzafiato sulle campagne circostanti e sulla brughiera, passa il sentiero SWCP (Sout West Coast Path) che parte dall’estremo lembo occidentale dell’isola britannica ed offre qualcosa a tutti coloro che lo percorrono: che sia esso un trekker esperto in cerca di una grande sfida, un escursionista che desidera solo rilassanti passeggiate panoramiche, un giovane backpacker che si imbarca per una insolita un’avventura oppure una famiglia desiderosa di esplorare i grandi spazi aperti. A indicare la via troviamo paletti di legno su cui sono impressi una ghianda, comune a tutti i trekking nazionali, e il nome (in sigla SWCP) del South West Coast Path. Dalla “palina” con la segnaletica di “Land’s End” che indica le direzioni e le distanze chilometriche delle principali località del mondo, ha inizio il cammino lungo la costa in direzione N seguendo la traccia del “SW COAST PATH” il principale sentiero costiero della Cornovaglia.

Qui è impossibile perdersi tra magnifici paesaggi costieri, antichi campi risalenti dell’età del bronzo ed alte brughiere circondate da muretti di recinzioni in pietra; spesso luoghi impervi in cui possono incontrarsi – osservandole dall’alto della scogliera – i relitti di navi incagliate tra gli scogli dopo violenti burrasche marine; scheletri in ferro e acciaio che compaiono all’improvviso o che semplicemente si aggrappano e pendono dalle scogliere che precipitano su un (sempre) turbolento Oceano Atlantico. Dopo aver doppiato una piccola stazione meteo per la misurazione dei venti, e gli spettacolari scorci lungo la scogliera che precipita nell’Atlantico, si giunge al vicino villaggio di pescatori di SENNEN, che giace ai piedi della “Cove Hill”, località balneare preferita dai surfisti e popolata dalla forte presenza di famiglie di pescatori. Qui una stazione dei “mitici” Royal Life Boat Britain garantisce la sicurezza dei natanti in questo tratto di mare.

Sennen è riparata dal promontorio di Pedn-men-du e nascosta nell’angolo meridionale di Whitesand Bay, dove le sabbie dorate corrono per oltre un miglio verso Cape Cornwall.  Sennen è la leggendaria mecca per la comunità del surf che viene qui dagli anni ’60 per cavalcare le onde e i “rulli” offerti dalle acque dell’Atlantico; un villaggio che è composto da appena poche dozzine di case, un bel ristorante sulla spiaggia, un pub popolare come The Old Success che offre pietanze locali a base di pesce e diversi caffè insieme a negozi di souvenir. La Roundhouse e la Captain Gallery, un tempo antichi magazzini (che traevano le barche in secca con l’argano) e depositi per le attrezzature marinare, con la tipica copertura conica ricolma di torba, sono state restaurate e destinate ad un uso espositivo. Al loro interno vengono ospitati dipinti, ceramiche, fotografie e sculture di artisti locali tutti secondo la tradizione marinara di queste coste; qui ogni barca ha una sua storia, un proprio nome.

In Cornovaglia, il culto per il mare ha un sapore antico; tra mito e leggenda, storie e romanzi, Moby Dick e 20000 leghe sotto i mari, tragedie e lieti eventi; il mare qui è stato da sempre fonte di sostentamento per le popolazioni che vivono lungo la costa. Il SWCP prosegue lungo le vecchie tracce dei sentieri utilizzati dalla guardia costiera che nel XIX secolo, erano alla ricerca dei contrabbandieri. A fine estate la costa settentrionale fiorisce di eriche e ginestre; in autunno è il momento migliore per vedere gli uccelli migratori; mentre in inverno, le onde tempestose che battono sugli scogli riecheggiano lungo tutta la costa. L’itinerario continua sul tracciato del “SW COAST PATH” e lambisce il grande arco costiero determinato dal golfo di Whitesand Bay. La lunga spiaggia (bandiera blu) per la sua posizione offre la veduta di incredibili tramonti a fine giornata; mentre la baia altro non è che un’area di straordinaria bellezza naturalistica e ambientale.

Osservando il mare c’è una buona possibilità di veder nuotare in lontananza foche e delfini; come dicono i locali, “a Sennen Bay i delfini giocano“. Per ripetuti saliscendi, e doppiando una successione di rupi e scogliere finalmente si giunge in vista del bellissimo promontorio di Cape Cornwall; da qui, ora, la pista penetra, attraverso campi adibiti al pascolo, verso l’interno, per giungere così alle prime case del borgo di St JUST la cui piazza principale è ricca di pub e negozi di souvenir. Non c’è cosa più bella che dopo aver percorso km e km di cammino, lungo sentieri tra la costa e l’interno, potersi sedere e farsi accogliere dall’avvolgente profumo del legno di panche e sedie di alcuni tra i più bei pub d’Inghilterra e sorseggiare – magari accompagnati dalle note di Loreena Mc Kennitt – alcune tra le più buone e squisite specialità di birre prodotte qui in Cornovaglia. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ΜΣΤΞОΡΣ (Meteore, Grecia), camminando sotto “Cieli di Pietra” attraverso incredibili guglie di roccia sospese nel vuoto…

Lassù, su quelle aride rocce, divenute nel corso del tempo palazzi di meditazione per migliaia di eremiti, i monaci ortodossi impararono ad essere saggi nel pensiero ed umili nella volontà!” (Theocharis M. Provatakis). Così come tra i “fluttuanti pianeti” di Pandora (cit. “Avatar”) anche in Grecia, ai margini della grande pianura tessalica, in quella regione conosciuta fin dall’antichità come la Macedonia, sorge uno degli spettacoli della natura (così come dell’arte e della fede) più interessanti, incredibili e unici al mondo; le METEORE (ΜΣΤΞОΡΣ). Un autentico bosco pietrificato, un ammasso di guglie e pinnacoli, di pandori e rupi inaccessibili dall’aspetto strano e maestoso che per secoli hanno offerto sicurezza e pace come luogo di tranquillità in cui ritirarsi a meditare.

Una singolare oasi spirituale il cui misticismo si avvicina ad una palestra in cui si rafforza l’anima, la fede e il pensiero, il peccato combattuto e la personalità temprata. Le Meteore sono l’esaltazione di un bosco pietrificato visto dai laici e concepito e concepito secondo le interpretazioni del monachesimo ortodosso. Questa fantasia geologica espressa dalla natura ha dato i natali al primo e più gande medico dell’antichità, Esculapio; un luogo ove ha trovato la sua esaltazione la civiltà classica onorata da Bisanzio e dove si esalta la tradizione del monachesimo ortodosso. Un gigantesco ammasso di rocce, alte e ripide da cui si ergono monasteri, eremitaggi, celle in un paesaggio dal fascino unico e che attrae per la sua singolarità. Alle loro pendici s’apre il villaggio di Kastraki, alla periferia di Kalambaka, base di partenza per una tra le più incredibili escursioni a piedi.

Qui, tra i villaggi di Kastraki e Kalambaka, le case sembrano espandersi ad anfiteatro e i suoi abitanti, sempre gentili ed ospitali, offrono con piacere agli ospiti che di qui partono in escursione, i prodotti della propria terra. Superati la bianca chiesa, alle sue spalle, ci si inoltra in un suggestivo passaggio, quasi una galleria, formata dal copioso manto vegetazionale da cui emergono guglie e pinnacoli, appena si volge lo sguardo in alto, lassù nel cielo, si viene coinvolti da una particolare sensazione; una forte impressione che diventa sempre più intensa per il celestiale limite dell’orizzonte, che viene sovrastato dalla cupola del cielo. In ciò comincia a sollevarsi l’anima e volgendo – di tanto in tanto – lo sguardo all’indietro verso la silenziosa piana, una varietà di emozioni prende al cuore.

Un’alternanza di emozioni, di timori e meraviglie genera una incredibile estasi che si tramuta in paura, quasi una sorta di terrore, al solo pensiero se all’improvviso dovesse scoppiare un temporale; qui, quando il vento comincia a soffiare e a colpire con forza le grandi rocce color verde cinereo, l’ululato rumoreggia e riecheggia da un angolo all’altro di questa incredibile dimensione spazio/temporale. Una intricata natura di basse cespugliaie mista alla macchia determina il labile passaggio lungo la traccia di un sentiero caratterizzato per lo più dalla presenza di animali; sono pochi, in verità, gli escursionisti che provano l’ebbrezza di ascendere a questa meraviglia! Pareti che sembrano sfiorarsi, ciuffi d’alberi isolati sorti in un precario equilibrio sull’orlo di precipizi, cime aguzze e frastagliate caratterizzano la suggestiva muraglia di Koziakas.

Sbucati fuori dai valloni sottostanti e raggiunti, con non poche difficoltà, una posizione tale da poter raccogliere con lo sguardo, attraverso un’unica visuale per 360° i più significativi complessi monastici rupestri, ci assale un dilemma: quale visitare? Ed è qui, allora, che ha inizio la vera avventura (questa volta) spirituale di andare alla scoperta e alla conoscenza di quei particolari riti ortodossi tra preghiere e penitenze, tra balconate sull’immenso e la vista a tre metri dal cielo, tra chiese e cappelle, tra biblioteche e sagrestie, fra terrazze panoramiche sentendosi sospesi nel vuoto…! Su tutto, l’incredibile arte pittorica sacra, perpetuata da secoli dagli stessi monaci che realizzano icone e miniature e riprendono – curandone fin nei minimi particolari – gli affreschi donandoli a nuova luce e restituendoli con stupore e meraviglia al culto e alla comprensione dell’intera umanità. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato