BOSFORO (Turchia), navigando attraverso due mondi sulle acque dello stesso canale!

Trovarsi a viaggiare, tra due continenti, è una emozione – per così dire – un po’ insolita. Ma c’è un luogo (non l’unico), sulla terra ove è possibile poter ammirare le peculiarità di due continenti che si fronteggiano; questo è il caso del Canale del BOSFORO. Il nome “Bosforo” deriva dal greco antico Bosphorus, che significa “guado del bue” o “passaggio della vacca“. Secondo la mitologia greca, Io, amante di Zeus trasformata in giovenca, attraversò questo braccio di mare durante la sua fuga. Non c’è migliore modalità per conoscere le due sponde opposte, quella europea e quella asiatica e vedere – dalla superficie dell’acqua – le bellezze che riescono ad offrire queste due sponde che da sempre si fronteggiano. Varchi e passaggi che per secoli hanno determinato gli scambi e le rotte commerciali da una parte all’altra del mondo conosciuto. Il Bosforo è uno degli stretti marini più famosi e strategicamente importanti al mondo. Si tratta di un braccio di mare che, letteralmente, divide la città di Istanbul in due parti ben distinte separando – geograficamente – due tra i più importanti continenti di sempre: l’Europa e l’Asia e collegando il mar Nero al mar di Marmara. A causa delle diverse densità e salinità, il Bosforo ha un sistema di correnti a due strati: l’acqua più salata e densa del mar di Marmara fluisce verso il mar Nero in profondità, mentre l’acqua più dolce del mar Nero scorre in superficie verso il Marmara. Per comprendere e conoscere nel dettaglio questo iconico luogo, qui di seguito alcuni dati. Esso ha una lunghezza pari a circa 30 chilometri per una larghezza che oscilla tra i 700 metri (nel suo punto più stretto) ai circa 3 km e 700 metri nel suo punto più largo; mentre le sue acque vanno da una profondità che varia dai 30 ai 120 metri.

Le sue acque di superficie vengono influenzate da forti e complesse correnti superficiali, caratteristiche che rendono la navigazione piuttosto delicata e – quasi sempre – governata da piloti esperti. Fin dall’antichità il controllo dello stretto del Bosforo è stato sempre al centro di dinamiche geopolitiche essendo una delle rotte marittime più trafficate al mondo. Ogni anno di qui transitano migliaia di petroliere e navi mercantili che trasportano generi di prima necessita e risorse vitali dal mar Nero verso il Mediterraneo e il resto del mondo. Per la caotica Istambul lo stretto del Bosforo non è solo un semplice confine tra due aree ben distinte e due continenti, ma è il cuore pulsante della città. I traghetti (i celebri “vapur”) rappresentano il principale mezzo di trasporto, essenziale e quotidiano, per milioni di pendolari, oltre a essere una originale esperienza turistica per ammirare le due sponde e i diversi profili di una stessa città. Volendo conoscere più da vicino cosa offrono le sponde bagnate dalle acque del Bosforo, immergiamoci nel caotico vortice di una capitale dalle molteplici sfaccettature e partimo a bordo di un traghetto che toccare – quasi con mano – le peculiarità che entrambi le sponde riescono ad offrire. Durante una crociera sul Bosforo a Istanbul, navigando tra due continenti, si gode di una vi-sta straordinaria sui monumenti storici, i palazzi maestosi e le pittoresche residenze costruite in legno. La maggior parte dei viaggiatori parte dai moli europei (come Eminönü o Kabataş), risalendo lo stretto verso nord, costeggiando l’Europa, e riscendere lungo la sponda asiatica. Lungo la sponda Europea (quella alla sinistra risalendo lo stretto) la costa viene caratterizzata da monumenti imponenti, sontuosi, quasi regali, che riflettono – attraverso un perpetuo rincorrersi spazio/temporale – l’opulenza dell’Impero Ottomano del XIX secolo e la vivacità moderna della città.

Ecco, allora, che – partendo dalla Avrupa Yakasi (sponda europea) – subito compare la splendida facciata del DOLMABAHḈE Sarayi, il Palazzo di Dolmabahçe: un monumentale palazzo imperiale in puro stile ottomano, celebre per i suoi cancelli decorati e la poderosa facciata neoclassica chiaramente ben visibili dall’acqua. Subito dopo aver superato il successivo approdo sulla sponda europea di Beşiktaş, si incontra la poderosa mole della facciata del ḈIRAĞAN Sarayi, il Palazzo di Çırağan: un antico palazzo in puro stile imperiale, oggi trasformato in uno dei più lussuosi hotel di Istanbul che ospita congressi ed eventi mondani da tutte le parti del mondo. Si giunge in vista del primo (grande) e importante ponte sul Bosforo che mette in collegamento le due sponde continentali: il TEMMUZ SEHITLER Köprüsü, il Ponte delle Vittime del 15 Luglio (Ponte sul Bosforo): il primo grande ponte sospeso che collega fisicamente l’Europa all’Asia. Sotto di esso giace la splendida moschea di BÜYÜK MECIDIYE ORTAKÖY Camii, la Moschea di Ortaköy: una splendida moschea costruita in puro stile barocco/ottomano, situata proprio sul pelo dell’acqua, ai piedi del primo grande ponte sul Bosforo. La sua cupola e le guglie dei minareti tutti colorati d’azzurro, riflettono lo splendore dei raggi del sole. Superati il villaggio di Arnavutköy compare – in tutta la sua maestosa imponenza – la fabbrica dell’edificio del MISIR KONSOLOSLUĞU (il consolato egiziano); un quasi monolito grigio che viene affiancato dalle pittoresche case del borgo di Bebek, un calmo e tranquillo villaggio sul mare ove i pescatori oziano per ore alla ricerca della preda da far abboccare all’amo. Quelle particolari mura merlate che determinano le torri cilindriche di una poderosa fortezza, altro non sono che i bastioni della RUMELI Hisari, la Fortezza di Rumeli: una imponente fortezza medioevale – apparentemente insepugnabile – completamente realizzata in pietra dalle possenti mura, costruita dal sultano Maometto II prima della conquista di Costantinopoli.

Eccoci così finalmente giunti in vista dell’altro gigantesco ponte sul Bosforo, il FATIH SULTAN MEHMET Köprüsü, il Ponte di Fatih Sultan Mehmet: Il secondo grande ponte sospeso, situato nel punto in cui lo stretto si restringe notevolmente, proprio sopra le merlature della sottostante fortezza di Rumeli. Volgendo il timone sulla rotta opposta finora effettuata, si compie ora il tragitto che costeggia la sponda turca del continente asiatico; una costa asiatica che ora offre un’atmosfera molto più rilassata (e meno vivace) della prima, con pittoreschi quartieri storici che riflettono le tradizionali architetture ottomane, focalizzando la nostra attenzione sulle dimore d’epoca. Ecco subito scorgere la massiccia fortezza dell’ANADOLU Hisari (il Castello) che controllava (e gestiva) le vicende della capitale arroccato lungo le sponde asiatiche di Istambul. Appena accanto di poche centinaia di metri si scorgono le Yali, le celebri e colorate ville storiche in legno costruite sul filo d’acqua, un tempo residenze estive dell’aristocrazia ottomana e oggi tra gli immobili più costosi al mondo. Sempre situato lungo la riva a pelo sull’acqua giace il KÜḈÜKSU KASRI, il Padiglione di Küçüksu, che altro non è che un piccolo – ma riccamente decorato – palazzo di caccia della nobiltà ottomana che s’affaccia proprio sulla sponda asiatica del Bosforo. Si scorgono i profili degli eleganti quartieri di Üsküdar (ricca di moschee storiche), Kuzguncuk (famoso per le case colorate) e Çengelköy. Superati nuovamente il ponte delle “Vittime del 15 luglio” sotto di esso c’è il BEYLERBEYI Sarayi il Palazzo di Beylerbeyi: una sontuosa residenza estiva dei sultani, situata proprio sotto il Ponte sul Bosforo e caratterizzata da splendidi giardini terrazzati.

Costeggiando gli eleganti quartieri si alternano le baie e i lungomari di quartieri residenziali di alto livello. Effettuare una crociera al tramonto o – addirittura – serale, è il momento migliore per godere della vista dei palazzi e dei grandi ponti sospesi che si illuminano creando, così, suggestivi giochi di luce sull’acqua. C’è un altro monumento, che si erge proprio al centro dello stretto, che rappresenta uno dei simboli di unione tra i due continenti: il KIZ Kulesi, la Torre di Leandro (altrimenti conosciuta anche come la Torre della Fanciulla): un antico faro eretto sulla scogliera di un piccolo isolotto roccioso proprio all’imbocco del Bosforo, la cui presenza – da sempre – è avvolta da leggende. L’esperienza sul Bosforo si conclude qui. Lo stretto che funge da confine naturale tra Europa e Asia, rappresenta l’anima pulsante di Istanbul. Viverlo significa immergersi in un panorama in continua evoluzione, dove palazzi ottomani, iconiche moschee e fortezze storiche si susseguono lungo le sue rive. Mischiarsi tra la folla dei cittadini di Istanbul che si muovono da un lato all’altro del canale, è un modo eccellente per sentire il ritmo della città, magari sorseggiando un tè turco (il çay) mentre si attraversano i continenti. Il tardo pomeriggio e il tramonto, invece, regalano una luce magica, perfetta per la fotografia e per vedere la città che si accende di luci; è la “Moschea Blu”, con le sue luci, sembra proprio uscire da una fiaba come quella delle “Mille e una Notte”. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Alta Val CODERA (SO): da Bresciadega al bivaco Valli, per il rifugio Brasca e le cascate Ligoncio

Il villaggio di BRESCIADEGA (1225 m) è l’ultima presenza antropica che si estende nell’alta val Codera tra pianori sfalsati circondati da una cornice paesaggistica che si alterna tra i copiosi boschi di conifere e le ripide pareti delle montagne che si ergono – aspre e rocciose – laddove la pietra… domina su tutto! Sui dolci pendii prativi, invece, si adagiano le modeste case, tutte erette in pietra e con le finestre in legno (abete) tutte realizzate a mano; mentre tutt’intorno, l’acre odore dell’erba bagnata, stuzzica l’olfatto dei cercatori d’erbe officinali e il palato delle tante mucche che pascolano nei dintorni.

Per raggiungere la meta (Bivacco Valli) ci s’incammina verso l’interno della valle – in direzione est – lasciando sfilare, sulla destra, le altre case del villaggio e una chiesetta sulla cui facciata è apposta una lapide marmorea che ricorda, a perenne memoria, il bene ricevuto dalle famiglie di questa valle da don Andrea Ghetti (il prete scout, meglio conosciuto come il “Baden” delle Aquile Randagie). Appena superati una bella fontana con lavatoio, si ripiomba nuovamente nel bosco ove l’essenza delle fragoline del sottobosco rendono vivace questa parte della vallata.  

Terminate le ultime case di Bresciadega si penetra in una folta pineta, completamente avvolta dalle foschie del mattino che rendono umida la zona, come ben visibile dai tanti tappeti di muschi e licheni che si espandono ai lati della pista interrotta – spesse volte – da radure erbose e piccole praterie (1230 m); il greto di un torrente in secca, facilmente guadabile, sbarra il passo. Nelle adiacenze c’è anche una fontana ove l’acqua generata dalle sorgive dei vicini monti confluisce in una vasca completamente realizzata in legno.

Subito dopo – sulla destra – s’apre un ampio pianoro con al centro un “crocifisso” in legno; siamo nei pressi della base scout “La Casera“, punto d’arrivo di molti gruppi di scout da tutta Italia che salgono fin quassù, in alta val Codera, per compiere le proprie attività (soprattutto coi campi e/o le route) estive e poter vivere momenti formativi ma – soprattutto – per scoprire, toccare con mano e conoscere i luoghi della leggenda degli scout clandestini della “mitica” squadriglia delle “Aquile Randagie” che scelse questi luoghi dopo la chiusura dello scoutismo da parte del Fascismo.

Superata la base scout della Casera, si continua a camminare tra l’ampio letto del torrente che scorre alla sinistra e il bosco che avvolge completamente la pista. Si prosegue tranquillamente in piano (1275 m) fino a raggiungere una curva che piega sulla sinistra; qui compare un primo ponticello in legno e – subito dopo – se ne attraversa un altro, che supera il greto del torrente Arnasca. Appena sulla destra, già ben visibile da lontano e dopo aver attraversato una lunga radura prativa tra gli alberi, compare la bianca costruzione del Rifugio BRASCA (1304 m).

Il Rifugio “Luigi Brasca” si erge ai piedi di una conca prativa circondata dai boschi. Qui siamo proprio alla “testa” dell’incontaminata Alta Val Codera; alzando lo sguardo, si viene avvolti da una palpabile impressione – quasi “reverenziale” – di trovarsi al cospetto di maestose cime tra cui, primeggiano su tutte, il Pizzo Ligoncio (3032 m) e la Punta della Sfinge (2802 m) oltre a restare impressionati, tra lo stupore e la meraviglia, dall’incredibile scenario paesaggistico offerto dai salti delle cascate “gemelle” dell’alta valle Arnasca, sormontate dal grande monolite del Sass Carlasc (1950 m) sotto cui è adagiato il Bivacco VALLI (1920 m), la nostra meta.

E qui, al Rifugio Brasca, i ricordi riaffiorano dal nostro passato. “Non potrò mai dimenticare l’accoglienza, l’ospitalità e – soprattutto – l’amorevole assistenza dell’allora gestore del rifugio che si prese cura del mio stato di salute. Proprio qui, davanti al rifugio, durante la mia prima volta (nel settembre del 1983) tra queste montagne, venni colpito (forse per l’altitudine o per lo sforzo fisico) da una forte emorragia nasale che mi procurò violenti perdite di sangue dal naso. Il gestore del tempo fece di tutto per assistermi, farmi accomodare all’interno e sedermi offrendomi una zuppa di legumi, del formaggio locale e del pane cotto a legna nei forni di Bresciadega; un’esperienza indimenticabile…!

Sono fermamente convinto anche della disponibilità dell’attuale famiglia che oggi gestisce il rifugio Brasca; accortezza, la cura dell’ambiente, la dedizione e l’amore per la buona (e tipica) cucina, la scelta di continuare a mantenere vive le tradizioni locali offrendo agli ospiti prodotti genuini convivono – da sempre – con quel senso di accoglienza semplice, genuina e antica che da sempre contraddistingue le genti che vivono in montagna, senza dimenticare le spontanee amicizie che qui nascono e si consolidano nel tempo.

Dal rifugio Brasca ha inizio, alla sinistra della sua facciata, la prima tappa del famoso “Sentiero Roma” tra i più frequentati delle Alpi Retiche; il nostro percorso, invece, continua alla destra – in direzione sud – dello stesso rifugio. Qui si cammina seguendo una traccia attraverso una lunga radura, passa accanto ad un albero e prosegue in direzione delle ultime baite che si vedono tra il bosco e il prato. Si comincia finalmente a salire lungo un erto sentiero di montagna. La valle Arnasca è particolare, scenografica; poco alla volta essa comincia a far scorgere sullo sfondo, in lontananza, il masso sotto cui giace il bivacco Valli.

Le altre “perle” paesaggistiche di questa valle così impervia sono le due “cascate gemelle”, autentica goduria per gli occhi e gli appassionati di fotografia. Oltre ad un’accurata segnaletica verticale che determina e indica le principali mete custodite tra queste montagne, con un “segnavia” ben visibile sopra un masso che suggerisce la direzione da seguire, ha inizio nuovamente la salita. Il sentiero sale a zig-zag tra enormi massi rocciosi, copiosi cuscini di felci e zampilli d’acqua; esso non presenta difficoltà tecniche, ma basta avere un buon passo e prestare attenzione nella progressione poiché si superano alcuni tratti un pò esposti.

Continuando si superano, in successione, tre salti rocciosi molto ripidi e con diverse cascatelle minori, intervallati da due brevi pianori erbosi. La traccia del sentiero non presenta alcuna difficoltà, basta prestare attenzione solo nell’attraversamento di un primo torrente che può risultare molto difficoltoso se viene ingrossato dalle piogge. Infatti il tratto finale della salita che conduce al bivacco Valli può risultare difficoltoso dopo le intense piogge, poiché esso attraversa diversi rivoli torrentizi procedendo, comunque, su rocce coperte da muschi e licheni. Il sentiero costeggia le cascate e porta a un piccolo pianoro.

Non si disdegni – di tanto in tanto – mentre si sale per raggiungere il bivacco, di voltarsi indietro e godere dello splendido scenario paesaggistico determinato dalle cime dei monti che racchiudono l’alta val Codera; laggiù in fondo, è ben visibile l’ampio (e bianco) greto torrentizio in cui scorrono le cristalline acque del torrente Codera circondato, lungo le sue rive, da copiose foreste di abeti. Si sale ancora tra ampi cuscini d’erba (felci) fino a raggiungere un secondo pianoro, poi si attraversa un breve sfasciume, fino a guadagnare (e superare) un ultimo salto e giungere così – finalmente – in vista del bivacco Valli.

La cornice paesaggistica in cui è incastrato il bivacco Valli è di uno spettacolo unico! Il rosso capanno (ben visibile in caso di nebbia o nubi basse) è addossato proprio sotto la parete del Sass Carlasc (1950 m) un gigantesco masso erratico, dal singolare “ciuffo” di cespugli che ne caratterizza la parte superiore. Dal bivacco Valli (che garantisce l’accoglienza per 6 posti letto muniti di coperte e materassi) volgendo lo sguardo tutt’intorno, e approfittando che i grossi cumuli di nubi si disperdono, sono possibili ammirare le bellezze naturalistiche come la grande morena del ghiacciaio dell’Arnasca, ancora ben visibile ma, purtroppo, in fase di riduzione, e le pareti del Pizzo Ligoncio e di Punta della Sfinge… Se non è un angolo di Paradiso questo, ditemi allora dove posso incontrarlo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

GAETA (LT), “ultima frontiera” Borbonica e la montagna “Spaccata” un viaggio tra storia, natura e leggenda…!

Mentre la strada scorre veloce e scivola giù verso la costa, si raggiungono luoghi in cui leggenda e storia, folklore e tradizione, cultura e natura si intrecciano e presentano momenti ed emozioni davvero insolite. L’aspra costa che s’apre dalle fenditure della montagna (monte Orlando) che precipita a mare fu – quasi certamente – toccata nei loro omerici viaggi da Enea e da Ulisse (che, con Circe, ne conobbe la potenza della sua magia). La città, il monte, le sue grotte e la sua montagna, furono luoghi saccheggiati dai Barbari e, successivamente, invasi dalle ripetute incursioni mosse dai Turchi e dai Saraceni; e fu proprio qui che la dinastia dei Borbone, in seguito all’assedio di Gaeta del 1860-1861, ebbe la sua fine spianando la strada all’unità d’Italia. Trascorrere una giornata a GAETA – col suo promontorio diviso tra due coste – che da sempre si pone come il confine naturale fra il Lazio e la Campania, è come compiere un viaggio “sospeso” nel tempo. Un breve excursus ci porta alla conoscenza di luoghi, forse poco conosciuti, come il Santuario della Santissima Trinità, e della Montagna Spaccata, entrambi situati lungo le fiancate occidentali del promontorio di monte Orlando. Il complesso edificio del Santuario sorge su una fenditura nella montagna da cui, per uno stretto passaggio tra le rocce, una precipitosa gradinata scende alla “grotta del Turco” creatasi – come narrano alcune leggende che s’intrecciano con la tradizione popolare – in seguito alla morte del Cristo, contemporaneamente allo squarcio del velo del tempio di Gerusalemme.

Scendendo per una ripida scalinata, qui – sulla parete rocciosa a picco sulla destra – compare (come fosse impresso, appoggiato) il calco di una mano; il luogo viene da sempre conosciuto come la cosiddetta “mano del Turco”, la cui impronta (cinque dita distese nella roccia) ebbe a formarsi nel momento in cui un marinaio turco di fede islamica, col suo atteggiamento schernì la credenza popolare sulla spaccatura e, appoggiandosi con la sua mano alla parete questa – improvvisamente – divenne molle marcando la pressione della sua mano che andò a formare l’impronta che oggi è ben visibile. Come più volte narrato dalla tradizione popolare locale, se la toccate appoggiando la vostra mano in quella impronta e siete puri d’animo, allora vi poterà fortuna… Per i credenti, dunque, tutto ciò è opera di un evento miracoloso; per coloro che non credono invece, vale comunque la pena visitare questi luoghi perché sono un autentico “miracolo” della natura. Alla fine della scalinata, sulla destra, è possibile scorgere il giaciglio dove per breve periodo visse San Filippo Neri. Pochi scalini ancora, che – una volta superati – separano da un angusto terrazzamento nella roccia, e si raggiunge una sorta di balconcino da cui la vista s’apre con un precipizio a picco su di un mare incredibilmente cristallino, laddove le onde infrangendosi sulla scogliera giù in basso rimbombano intorno come cupi colpi di cannone. Qui, in seguito al distacco di un macigno incastratosi tra le pareti nel 1434 fu eretta, nel XVI secolo, una cappella dedicata al Crocifisso.

La Montagna spaccata di Gaeta, è uno dei luoghi più belli che si possono incontrare lungo la fascia costiera tirrenica che si distribuisce dai Campi Flegrei (in Campania) fino all’imponente promontorio calcareo del monte Circeo. Oltre ad essere un luogo dall’aspetto naturalistico, paesaggistico e ambientale di notevole interesse, questa particolare conformazione rocciosa è anche un luogo di culto con la presenza del Santuario della SS. Trinità tra i siti più significativi e (per la sua collocazione) particolari che fanno di Gaeta una meta sicuramente da non mancare. Il giro per Gaeta e dei suoi dintorni continua inerpicandosi lungo i sentieri del promontorio di monte Orlando, nelle cui fenditure della scogliera i gabbiani – da sempre – sono di casa. Al lato opposto del promontorio, invece, è possibile scorgere il borgo antico di Gaeta con le sue bellezze storico, artistiche, religiose e architettoniche, ed – in particolar modo – quella parte della città che fu teatro del disastroso assedio all’ultimo baluardo di resistenza borbonica ad opera dei piemontesi di Cialdini. Da qui i colori del mare al tramonto, infine, si rispecchiano lungo l’orizzonte del golfo di Gaeta coi profili montuosi che si riflettono sulla superficie; scorci che restituiscono immagini e sensazioni di un luogo che – nonostante tutte le vicende che hanno visto coinvolti questi territori – risulta essere davvero bello e piacevole da conoscere, scoprire e visitare. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

il fascino del quartiere hippy di CHRISTIANSHAVN (Patrimonio Mondiale UNESCO a Copenaghen, Danimarca): attraverso un intenso arcobaleno di profumi…!

Altra sorpresa di Copenaghen, questa città dal fascino unico, è il tipico e singolare quartiere di CHRISTIANSHAVN che raccoglie al suo interno la comunità di Christiania, una gigantesca comune in puro stile hippy ove ognuno vive la propria dimensione mettendo le proprie esperienze, il proprio ingegno, i propri averi, le proprie abilità manuali e intellettive, le proprie conoscenze a disposizione di tutti, vivendo in armonia con tutto ciò che li circonda. Nata nel 1971, in piena epoca Vietnam, questa ex base militare fu e riconvertita in comunità autogestita cominciò con l’occupazione di alcuni edifici militari in disuso da parte di giovani hippy dichiarandosi, fin dal principio, come laboratorio sociale di “Città Libera” di Christiania e presentandosi, all’opinione pubblica ed europea, come un “esperimento sociale per restituire centralità alla persona umana” tant’è da essere insignita, dall’UNESCO, come Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Il caratteristico portale ligneo che ne consente il transito recita – uscendo fuori dal quartiere – scolpito nella sua parte superiore: “you are now entering in EU” (tu ora stai entrando in Europa), tanto per contraddistinguere lo spirito che aleggia all’interno di questa tipica, originale (e fuori dalle banali) comunità. È un’area pedonale famosa per l’atmosfera bohémien, le case stravaganti dipinte con murales, l’artigianato locale e la sua particolare filosofia di vita. Appena varcati l’ingresso si approda in “Pusher Street” è la principale arteria che attraversa tutto il quartiere, una via su cui s’affacciano le colorate case e che è resa celebre per le sue bancarelle. Pusher street è la fonte principale della popolarità di questo quartiere, ma anche delle controversie ad esso legate: la tolleranza per la cannabis, e la sua vendita in questo angolo di Christiania, è sempre stato un aspetto marginale della comunità, ma l’interesse, la curiosità e l’attrazione l’ha messo in primo piano.  

La città libera di Christiania ha sempre esercitato una forte attrattiva per chi visita Copenhagen. La sua comunità hippy, le case coperte di graffiti, la filosofia anticonformista che governa il quartiere, i bar, i ristoranti e i negozietti colorati. Altra importante strada che si dirama per il quartiere è la “Green Light District”, l’’area un tempo nota per il mercato della cannabis, e che oggi è trasformata in una zona dove è possibile passeggiare per comprendere lo spirito autonomo della comunità. Qui emerge una forma di architettura alternativa. Passeggiando si ammirano le stravaganti case costruite con materiali di recupero e i coloratissimi e vivaci murales che decorano ogni angolo del quartiere. Alle case si alternano negozi, botteghe artigiane e mercatini, ove e possibile trovare creazioni uniche, bigiotteria fatta a mano, abbigliamento vintage e laboratori creativi. Locali e caffè (come lo storico Nemoland o il Café Månefiskeren) offrono spesso musica dal vivo o una sosta per sorseggiare una birra.

Quando hanno iniziato a costruire il loro quartiere indipendente, gli abitanti di Christiania non hanno pensato solo a case e attività commerciali. A pochi passi dall’ingresso principale si trova lo skatepark di Wonderland, una piccola meraviglia di architettura fai-da-te. Lo si individua facilmente per le rampe in cemento e la statua del troll situati fuori dalla struttura che contiene lo skatepark di legno. Se piace lo stile urban fashion, è consigliabile fare una tappa al negozio Alis, un brand che nasce – rendendola orgogliosa – a Copenhagen. Come ogni buona comunità autonoma, anche Christiania ha proprie regole di comportamento importanti: bisogna però tenere a mente le tre principali regole, affisse all’ingresso del quartiere: 1) divertitevi, 2) non correte, 3) non fate foto nel Green Light District (specialmente lungo la Pusher Street); e non è tollerata la violenza. Una volta fuori dal distretto non ci sono restrizioni sulle foto, ma è comunque un quartiere dove vivono persone, spesso anche famiglie con bambini, ed è molto importante rispettare la loro privacy.

Osservando una mappa si vede come il quartiere si allunghi in una striscia verde separata dal resto di Copenhagen da un canale. Qui non si può girare in auto, il che aggiunge un’ulteriore nota di quiete bucolica; fare una passeggiata a piedi o un giro in bici lungo il canale è una piacevole sensazione. Il lago di Christiania è quel braccio d’acqua che circonda gran parte del quartiere. Situato alle su spalle è un luogo che offre la possibilità di compiere passeggiate in piena tranquillità, completamente immersi nella rigogliosa natura del nord. Sviluppata indipendentemente dal resto di Copenhagen, sempre mantenendo una forte componente hippy nella sua atmosfera, qui ci abitano quasi 1000 persone, seguendo uno stile di vita unico nel suo genere; rallentando il passo si ammirano le case e le strutture create dagli abitanti. Qui la rilassante atmosfera induce ad intrecciare – spesso insoliti – incontri con la gente del posto; prendersi del tempo nel chiacchierare con alcuni di loro, per conoscere le loro vite e le loro storie è una buona (e facile) occasione per rientrare dal viaggio con una foto ricordo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“CIVITA SUPERIORE” di BOJANO (CB): da qui, messere, si domina una valle…!

L’antico borgo di matrice medioevale della Civita Superiore, troneggia sull’abitato di BOJANO, nel Molise da cui – affacciandosi dalla sua terrazza panoramica – si gode dell’immenso panorama che spazia dal corso del Fortore, dalla valle del Tammaro e dalle pendici settentrionali del Matese. Salire per i suoi ripidi pendii è una piacevole scalata che, tra erti sentieri, boschi ed aspre rocce, ci porta tra le prime case all’ingresso del paese; un contesto architettonico che riporta al passato e sfocia sulla balaustra di una terrazza panoramica a dir poco spettacolare.

Appena giunti sopra Bojano è impossibile non rimanere attratti dal bucolico fascino di questo borgo: esso è caratterizzato da un interessante tessuto urbano; attraversare le sue case tutte rigorosamente in pietra, camminando lungo i suoi vicoli stretti e – molto spesso – acciottolati, ci porta indietro nel tempo di quando da quassù, per secoli, gli abitanti scrutavano l’orizzonte seguendo con gli occhi lo spostamento di uomini e di greggi che transitavano lungo quell’antica autostrada verde che scorreva sul “tratturo della transumanza” da Pescasseroli in Abruzzo fino a Candela in Puglia.

Qui, a circa 730 m di altezza, sorge questo particolare borgo ove si respirano atmosfere e sensazioni che vanno dalla tranquillità, che si perde tra i silenzi delle pareti ammuffite e l’ombra dei vicoli, all’armonia della gente del posto (circa 50 anime) sempre disponibile al sorriso e pronti ad offrire una informazione e un saluto al viandante occasionale che improvvisamente scopre l’autentica bellezza di un Molise ancora poco conosciuto e frequentato. Una piacevole sensazione di pace e tranquillità aleggia tra le rampe e i vicoli del borgo qui, ove il fascino (e il mistero) degli antichi Sanniti restituiscono arcane sensazioni di prudenza, di sicurezza, di accoglienza.

Su un crinale roccioso nelle vicinanze alla testa del borgo, appena rivolto verso ponente, si ergono e sono ancora ben visibili – in tutta la loro maestosità, le mute pietre del più vecchio Castello di tutto il Molise, eretto da Federico II intorno al 1220, di cui oggi sono facilmente visibili alcuni ruderi delle mura perimetrali e degli ambienti posti all’interno, divisi in due ampie zone da un fossato. L’ampio spazio antistante – a pianta rettangolare – detto “ricetto” serviva, all’occorrenza, a dare rifugio alla popolazione del borgo sottostante in caso di emergenza; mura che un tempo fungevano da camminamento di ronda ed erano merlate.

Questa prima parte antistante del Castrum si collegava, mediante un ponte levatoio, alla “corte alta” ove si svolgeva la quotidianità di chi viveva all’interno delle mura, presumibilmente di “servientes”, coloro che oltre a presidiare il maniero, provvedevano anche alla normale manutenzione ordinaria. I panorami che si scrutano dal belvedere del Castello, sporgendosi appena poco fuori le mura, sono davvero incredibili per la luminosità e la profondità dello spazio, belli da un punto di vista naturalistico e molto interessanti per il paesaggio che, lungo tutto l’orizzonte, fa da cornice. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

mount SALÉVE (alta Savoia, France)… la “montagna” dei ginevrini!

Raggiungibile in pochi minuti di autobus dal centro di Ginevra (20 km circa), questa montagna, che s’apre come una immensa balconata panoramica su tutto il lago e la valle del fiume Arve, è – per i ginevrini – il simbolo per eccellenza dello svago, del relax e delle attività all’aria aperta come l’escursionismo ed altre ancora. Il mount SALÉVE, anche se si eleva in territorio elvetico – come già detto – simboleggia la skyline di Ginevra e da sempre è un luogo tra i sui simboli più rappresentativi. Per la sua bellezza, ed aspra natura al tempo stesso, è una meta di escursione degna di nota con ampie vedute panoramiche che abbracciano la città di Ginevra, il lago, la catena alpina, il Giura e il Monte Bianco. Appena superata la frontiera compare Veyrier, un villaggio che viene bagnato dalle acque del fiume Arve che nasce nel massiccio del Monte Bianco. A pochi passi, in prossimità dell’inizio del sentiero principale, si passa accanto alla frazione di Sierne, un gruppo di edifici di origini contadine che si alterna alle residenze borghesi del XVII secolo offrendo un paesaggio bucolico in cui si vive come in un viaggio nel tempo. Poco dopo la ferrovia, si prosegue a sinistra sullo Chemin du Bois Mériguet lasciando le ultime case e – superati il ponte dell’Autoroute Blanche – la pista comincia a salire verso destra. L’ambiente cambia improvvisamente; non più prati, non più campi e giardini ma una fitta e copiosa foresta in cui domina l’acero e la faggeta. Gradualmente la pendenza aumenta d’intensità e il sentiero è sempre più roccioso.

Il sentiero continua a salire attraverso il bosco di faggi ed offre – volgendo verso sinistra – splendidi panorami su Ginevra e il lago. L’escursione continua, lungo impervi tornanti, sulla montagna che è l’emblema di Ginevra: il Salève, situato in Francia, offre non solo uno dei più bei panorami della regione ginevrina, ma anche molte sorprese sia dal punto di vista storico che naturale. Piccola nota dolente di questa prima parte di ascensione al Salève che avviene – superando impervi tornanti dalle incredibili pendenze – interamente avvolto dalla copiosa foresta, è il fastidioso rumore (quasi un rombo) generato dal passaggio delle auto nel tratto autostradale giù nel fondo; una balaustra scorrimano in acciaio e qualche fune in metallo aiutano nell’impegnativo superamento delle pendenze. Nella scarpata, prestando molta attenzione tra baratri e profondi valloni, il sentiero prosegue su una scalinata (del XIV secolo) scavata interamente nella roccia. Questa collegava i transiti tra il Salève a Ginevra prima della costruzione (nel XIX secolo) di una ferrovia a cremagliera (Érrembieres), in funzione fino alla metà degli anni ’30 dello scorso secolo; dell’infrastruttura ferroviaria oggi rimane una galleria (interdetta) che s’incrocia lungo il sentiero. Fin dai tempi remoti, la montagna del Salève ancor pima di divenire la meta preferita per l’escursionismo ginevrino, i suoi sentieri permettevano il passaggio e i collegamenti lungo la linea del vicino confine, a traffici commerciali relativamente alle attività boschive, a qualche passaggio illecito di contrabbando e ad essere zona sicura e punto di riferimento per f che fuggivano dalle persecuzioni naziste della II Guerra Mondiale.

Appena superati l’ultimo tornante della galleria interdetta della vecchia ferrovia, incredibilmente l’eco trasmessa dalla sottostante autostrada finalmente termina e si viene circondati dal più assoluto silenzio ove regna, sovrano, il cinguettio degli uccelli del bosco accompagnati dall’intenso profumo delle erbe aromatiche; qualche altro ospite della foresta come alcuni esemplari di scoiattoli rossi, rendono ancor più magica questa atmosfera. La pista spiana presso Le Pas de l’Échelle; a destra un ponticello (che non va preso), a sinistra un portale in pietra (privato) con piccola torretta; si continua appena superata una sbarra che immette su un lungo rettilineo nel bosco (Chemin du Funiculaire). Si esce fuori dal bosco in prossimità della bella chiesa di Saint Pierre aux Liens, al centro del villaggio montano di Monnetier (700 m). Da qui ora una rotabile (Route des Trois Lacs) sale a destra verso la montagna. Seguendola per qualche centinaio di metri, a destra stacca una pista (Chemin des Carrières) che penetra nel bosco fino a raggiungere alcune case isolate, proprio sotto il ben visibile Chalet de la Croix (890 m), che offre uno spettacolare punto panoramico sulla valle dell’Arve, con Ginevra e il suo lago e una fantastica veduta paesaggistica sul Mount Blanche. Dallo Chalet de la Croix parte – sempre attraverso il bosco – un lungo sentiero segue il crinale di cresta, esce dal bosco e continua lungo pendii prativi che ricordano quelli del Giura, a cui il Salève appartiene. A quasi 1100 m il luogo offre una vista sconfinata sull’intera regione ove si riconoscono gli elementi emblematici del paesaggio ginevrino come la rada, il jet d’eau, i fiumi Rodano e Arve; più avanti c’è la stazione d’arrivo della funivia del Salève. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ALCOBAḈA (Portugal), l’essenza della Lusitania, tra silenzi contemplativi, storie d’amore, azulejon e pregiati vini…

Se c’è un luogo ove poter conoscere da vicino l’essenza del Portogallo, questa è la piacevole cittadina di ALCOBAḈA. Quando la si raggiunge si avverte subito che non è per nulla caotica, quasi come se non fosse una città a vocazione turistica; mentre invece spostandosi un po’ verso il suo centro, si ha la meravigliosa scoperta che essa ospita uno delle più belle e interessanti strutture monastiche presenti in terra lusitana.

Il centro storico, davvero molto piccolo, è completamente raccolto ai piedi, e a sinistra, del monastero, la principale attrazione della città, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO e considerato una delle prime opere gotiche del Portogallo, uno dei più grandi monasteri di tutta Europa. Al suo interno spicca la maestosa, ed essenziale, navata centrale, i grandi chiostri (tra cui il Chiostro del Silenzio).

In un’altra ala della monumentale opera cistercense (Monastero del XII secolo) vi è collocata l’enorme cucina con il suo gigantesco camino e la sua possente cappa, le cui superficie è rivestita da una magnifica opera in piastrellato secondo il puro stile delle ceramiche – smaltate e decorate – portoghesi, conosciute come “azulejos” che risaltano per la bellezza dei suoi vivaci colori in cui si leggono tutte le sfumature dell’azzurro.

Immenso monastero che ospita le tombe di Pietro I e la “regina morta” Inés de Castro, soggetti di una grande e travagliata storia d’amore. Consiglio di scoprirne la storia commovente e affascinante. La Cattedrale, contrariamente alla facciata, è sobria ed austera come i Benedettini che in passato ci vivevano; tra le sue immense navate, sulla nuda terra, venivano ospitati i Pellegrini in viaggio lungo il Cammino per Santiago.

Fuori dal centro risaltano le antiche vestigia del Castelo de ALCOBAḈA. Sebbene della struttura originaria medievale restino ormai soltanto alcune rovine sparse, la sua posizione dominante lo rende una tappa consigliata soprattutto per gli amanti della fotografia. Il suo punto panoramico offre una vista spettacolare sulla confluenza dei fiumi Alcoa e Baça e sull’intera cittadina.

E per ultimo, ma non perché meno importante, si va a conoscere l’anima più autentica di ciò che offre la coltura della vite, e la conseguente produzione vinicola, dei famosi terrazzamenti dei vitigni portoghesi. Il Museu do Vinho de Alcobaça (che ospita storici macchinari e la produzione vitivinicola locale e nazionale), risulta essere uno dei più grandi e completi musei enologici del Portogallo, molto interessante per conoscere e approfondire la cultura agraria della regione. (testi & photo ©Andrea Perciato)

Plitvička jezera, laghi di PLITVICE (HRVATSKA/Croazia), camminando per una completa unione con la natura!

Signori… sull’altra sponda opposta dell’Adriatico, c’è la costa della Croazia; oltre un complesso sistema di aspre cime, profonde vallate e strette gole, quel che appare è questo: lo spettacolare, incredibile, suggestivo, fiabesco e meraviglioso mondo dei laghi di PLITVICE (Plitvicka Jezera). Se il mondo delle acque (sia esso di superficie che sotterraneo) avesse il suo “ombelico“, un suo regno di magnificenza di sicuro è qui, a Plitvice, nel cuore della Hrvatska/Croazia. Siamo all’interno di una valle dalla morfologia caratterizzata dal carsismo. Le sponde orografiche sono evidenziate dallo sviluppo di una catena di 16 specchi lacustri, tutti “terrazzati” e collegati da cascate e salti d’acqua che si estendono dentro un canyon.

Così tante cascate, cascatelle, piccole, grandi, una dopo l’altra o le une accanto alle altre, credo che non si siano mai viste tutte insieme. E neppure così tanti laghi e dai colori così brillanti e diversi che, dai livelli superiori a quelli inferiori, si alimentano uno con l’altro; sembra di essere davvero al centro di una favola, un luogo abitato esclusivamente da elfi e fate. Panorami mozzafiato che s’aprono ad ogni scorcio, dietro ogni angolo raggiunto sfiorando pareti a picco, torbiera e camminando quasi sul pelo dell’acqua, consente di toccare con mano la superficie di questi laghi dal colore spettacolare che rendono questo parco un posto unico nel suo genere.

I viali, le passerelle e i sentieri escursionistici si snodano intorno alle sponde dei laghi; una barca, alimentata da motore elettrico, collega i 12 laghi superiori e i 4 laghi inferiori. Questi ultimi – al termine naturale del percorso acquatico – accolgono la Veliki Slap, una cascata con un salto di ben 78 metri. Qui siamo al centro di un mondo fatto esclusivamente di acque verticali, di acque nascoste, di acque sfuggenti e, soprattutto, di acque in movimento. Sì, perchè soprattutto qui a Plitvice, dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità (UNESCO) fin dal 1949, si conoscono i particolari fenomeni di carsismo che consentono alle acque che alimentano i laghi, giacenti a differenti quote, di generare le famosissime cascate dalla roccia tufacea, presente in gran parte nella geologia della zona.

Il processo bio-dinamico della natura circostante è sempre in continua e perpetua evoluzione per i depositi carbonatici generati dal tufo che si depositano in fondo ai laghi, nei fiumi e nei torrenti creando – così – una suggestiva serie di fenomeni carsici da cui prendono forma le incredibili barriere naturali, soglie, salti ed altre incredibili forme. Addentrarsi negli anfratti naturali, come le grotte e districarsi tra passerelle, ponti e passamani in legno vale sempre la pena; qui i paesaggi, all’apparenza simili, differiscono per portata d’acqua, vegetazione e sentieri attraverso i boschi; il colpo d’occhio non annoia mai.

Il millenario scorrere delle sue acque consente l’evolversi del processo di formazione del tufo che, fin dalla notte dei tempi, non ha mai smesso di agire consentendo alle acque di queste magnifiche cascate di cambiare il proprio “percorso” con il passare del tempo, lasciando dietro di sé barriere asciutte che consentono al tufo di crescere su altri punti. I laghi sono meravigliosi, di una trasparenza unica, con colori inimmaginabili che riescono ad offrire una buona visibilità dei suoi fondali. Tutt’intorno si avverte quel senso di pace e tranquillità dato dal connubio verde/azzurro dei boschi che si riflettono sui laghi.

Essendo diversi laghi posti a diverse altitudini, ce ne è per tutte le possibilità. Chi non vuole camminare troppo può accontentarsi di fare un piccolo percorso e osservare da vicino la maestosità della grande cascata. I fenomeni naturali che caratterizzano la zona danno la sensazione che i laghi (e le cascate) di Plitvice non siano mai gli stessi. All’interno del Parco Nazionale spicca una faggeta vergine (una tra le più belle d’Europa) a cui si alternano le laricete, le acerete, le betulle e le abetaie che accolgono specie animali come lontre, orsi, linci e numerose specie di volatili e ittiche d’acqua dolce.

Un articolato reticolo di passerelle in legno consente di avvicinarsi, e sfiorare, il bordo delle acque – dagli incredibili fondali che vanno dal giada allo smeraldo, dal turchese al cobalto – e i ripetuti salti tant’è che sembra davvero di essere nel più spettacolare luna-park (naturale) acquatico che possa esistere al mondo. Questo, e quant’altro ancora, riesce ad offrire lo scenario paesaggistico unico nel suo genere dei laghi e delle cascate di Plitvice; visitarle, attraversarle, esplorarle, semplicemente viverle, vale davvero la pena di affrontare un lungo viaggio per essere partecipi e protagonisti delle loro suggestive evoluzioni acquatiche. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

a spasso lungo le sponde del DANUBIO (Hungary-Slovackja), un fiume… “tra due Stati”  

Furono i Celti a giungere per primi da queste parti, lungo le sponde del “magico” Danubio; successivamente sconfitti dai Romani che, a loro volta, furono allontanati da Attila, re degli Unni. Quanta storia, quanta natura e quanta meraviglia tra queste due sponde ove scorre il confine con la Slovackja. L’apoteosi di paesaggi bucolici esplode con le impressionanti skyline autunnali con boschi dagli inediti cromatismi. Siamo tra le sponde del fiume più bello (e più lungo) d’Europa, quel Danubio che ha fatto da sfondo ad epiche romanze e numerose opere d’arte (soprattutto musicali e letterarie) con-segnate all’umanità come Patrimonio Unesco. Giunti a STRIGONIO-ESZTERGOM, in territorio magiaro, dalla locale stazione ferroviaria ci si sposta verso ovest, attraverso prati e boschi, fino a scorgere – da lontano – le placide acque del Danubio.

Il confine tra la Slovacchia e l’Ungheria si estende per circa 655-677 km, correndo da ovest verso est e in gran parte lungo il fiume Danubio. Entrambi gli Stati fanno parte dello spazio Schengen, consentendo il libero attraversamento e scambio di merci senza controlli doganali. Il tracciato attuale è stato ridefinito più volte dopo la Prima Guerra Mondiale con il Trattato del Trianon del 1920, e successivamente modificato nel secondo dopoguerra. Raggiunta la sponda che si affaccia lungo il confine ungherese, sul fronte opposto compare la sponda slovacca, identica per natura e conformazione orografica. Una sosta tra i giardini che si affacciano a lambire le acque e si decide di attraversare il confine a piedi lungo il poderoso ponte in ferro (Mária Valéria Bridge) che collega l’Ungheria ad est, con la Slovackja ad ovest.

Esztergom (in territorio ungherese) è la ex capitale religiosa del paese magiaro, famosa per la sua Basilica di Sant’Adalberto, che viene considerata – a tutti gli effetti – la chiesa più grande di tutta l’Ungheria. Dal suo centro storico in piro stile barocco è possibile superare il Ponte Maria Valeria e trovarsi, direttamente, a Štúrovo (in territorio slovacco), godendo di una vista spettacolare sulla basilica riflessa nel fiume. Successivamente, sulla sponda opposta in territorio slovacco, si raggiungono le prime case della borgata di ŠTŬROVO cittadina semplice, modesta, che vive di turismo e commercio poi-ché posta proprio lungo la via di confine e da cui transitano la maggior parte delle merci su strada; una camminata tra le case basse, tutte colorate e i primi negozi che aprono al mattino, una calda tazza di te sorseggiata tra un viale di giganteschi platani e si rientra.

Superando nuovamente il grande fiume, si fa rientro in territorio magiaro. Se ci si ferma – lungo il ponte – proprio al centro del Danubio, lì risulta essere proprio la linea di confine tra i due stati, è sporgendosi dal lato nord è possibile ammirare la collina sormontata dalla gigantesca Esztergomi Bazilika (dedicata al culto di Nostra Signora e di Sant’Adalberto), un poderoso complesso monumentale in stile neoclassico che riflette la sua skyline nelle lucenti acque del Danubio. Esztergom, che in Italia viene conosciuta col nome di Strigonio, si trova proprio sul confine slovacco. L’importanza religiosa di questo centro abitato è – da tempo – paragonabile a quella di Canterbury in Inghilterra; proprio per questo, non a caso, le due città sono gemellate. Esztergom si può dividere in due parti: Víziváros, la parte bassa in stile barocco e Várhegy, la collina che ospita la maestosa Cattedrale di Nostra Signora e di Sant’Adalberto, la chiesa più grande d’Ungheria, la 18° nel mondo come dimensioni. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Capo CACCIA (Alghero, SS)… ove poter vivere quel senso dell’infinito

Se esiste un luogo in cui la bellezza del “creato” è stata davvero prodiga di magnificenza questo è Capo CACCIA, estremo lembo di terra – tra pinete, ginestre e falesie – che racchiude a occidente la skyline costiera di Alghero. Raggiungere le sue creste rocciose è un’apoteosi di emozioni visive; un coacervo di sensazioni vissute passo dopo passo tra i profumi delle essenze aromatiche e la salsedine che sale dal mare trasportata dai venti. Questo è uno dei posti più belli (la riviera del corallo) dell’intera fascia costiera dell’isola; se si desidera scoprire un posto panoramico dal quale ammirare uno dei tramonti più belli al mondo, questo è il posto giusto! Un angolo di Sardegna da vedere e rivedere e che non stanca mai; un luogo che offre spettacoli naturali di incomparabile bellezza, soprattutto al tramonto. Guadagnare l’orlo della scogliera e scorgere, passo dopo passo, l’incredibile paesaggio sull’isolotto di Foradada lascia completamente a bocca aperta di fronte a cotanta meraviglia! Sostare quassù si prova un senso di pase assoluta; mentre se il mare comincia a farsi grosso e volge in tempesta, le onde quando s’infrangono alla base della scogliera emanano un “rombo di tuono” (Gigi Riva docet!) che trasmettono quanto impetuosa può essere, a volte, la natura.

Tra la meraviglia provata all’alba ed il romanticismo vissuto fino al tramonto quando il disco solare cade oltre l’orizzonte il belvedere della Faradada s’apre come una balconata su un panorama di ineguagliabile bellezza paesaggistica. Il belvedere sull’isolotto della “Foradada“, è uno dei luoghi più frequentati del “Parco Naturale Regionale di Porto Conte” e della prospiciente “Area Marina Protetta Capo Caccia/Isola Piana“; l’isola “Foradada“, (che sta a significare ” Forata”) è prospiciente alla Cala d’Inferno e rende unico, e incredibilmente bello, il paesaggio che è possibile ammirare sulle strapiombanti falesie tra Capo Caccia e Torre della Pegna. La stessa Isola si può ammirare percorrendo la falesia, seguendo (per circa mezz’ora) un sentiero che sale dal Belvedere, raggiunge la Grotta delle Brocche Rotte e sale ancora verso il “Semaforo” (il faro che funge anche da postazione radio), punto più elevato di Capo Caccia. Volgendo lo sguardo in un caleidoscopio di bellezze naturalistiche che si alternano alle meraviglie di un paesaggio – che spazia dalla rada di Alghero, laggiù in fondo verso sud-est, passando per la baia di Porto Conte e la Punta Giglio, fino a perdersi oltre l’orizzonte verso ponente – ove l’ambiente è al massimo della sua esaltazione espressiva.

Capo Caccia e i suoi tanti punti d’osservazione sull’immenso, valgono la fatica di percorrere qualche chilometro in tutte le possibili condizioni meteo e – credeteci – ne vale davvero la pena! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)