mount SALÉVE (alta Savoia, France)… la “montagna” dei ginevrini!

Raggiungibile in pochi minuti di autobus dal centro di Ginevra (20 km circa), questa montagna, che s’apre come una immensa balconata panoramica su tutto il lago e la valle del fiume Arve, è – per i ginevrini – il simbolo per eccellenza dello svago, del relax e delle attività all’aria aperta come l’escursionismo ed altre ancora. Il mount SALÉVE, anche se si eleva in territorio elvetico – come già detto – simboleggia la skyline di Ginevra e da sempre è un luogo tra i sui simboli più rappresentativi. Per la sua bellezza, ed aspra natura al tempo stesso, è una meta di escursione degna di nota con ampie vedute panoramiche che abbracciano la città di Ginevra, il lago, la catena alpina, il Giura e il Monte Bianco. Appena superata la frontiera compare Veyrier, un villaggio che viene bagnato dalle acque del fiume Arve che nasce nel massiccio del Monte Bianco. A pochi passi, in prossimità dell’inizio del sentiero principale, si passa accanto alla frazione di Sierne, un gruppo di edifici di origini contadine che si alterna alle residenze borghesi del XVII secolo offrendo un paesaggio bucolico in cui si vive come in un viaggio nel tempo. Poco dopo la ferrovia, si prosegue a sinistra sullo Chemin du Bois Mériguet lasciando le ultime case e – superati il ponte dell’Autoroute Blanche – la pista comincia a salire verso destra. L’ambiente cambia improvvisamente; non più prati, non più campi e giardini ma una fitta e copiosa foresta in cui domina l’acero e la faggeta. Gradualmente la pendenza aumenta d’intensità e il sentiero è sempre più roccioso.

Il sentiero continua a salire attraverso il bosco di faggi ed offre – volgendo verso sinistra – splendidi panorami su Ginevra e il lago. L’escursione continua, lungo impervi tornanti, sulla montagna che è l’emblema di Ginevra: il Salève, situato in Francia, offre non solo uno dei più bei panorami della regione ginevrina, ma anche molte sorprese sia dal punto di vista storico che naturale. Piccola nota dolente di questa prima parte di ascensione al Salève che avviene – superando impervi tornanti dalle incredibili pendenze – interamente avvolto dalla copiosa foresta, è il fastidioso rumore (quasi un rombo) generato dal passaggio delle auto nel tratto autostradale giù nel fondo; una balaustra scorrimano in acciaio e qualche fune in metallo aiutano nell’impegnativo superamento delle pendenze. Nella scarpata, prestando molta attenzione tra baratri e profondi valloni, il sentiero prosegue su una scalinata (del XIV secolo) scavata interamente nella roccia. Questa collegava i transiti tra il Salève a Ginevra prima della costruzione (nel XIX secolo) di una ferrovia a cremagliera (Érrembieres), in funzione fino alla metà degli anni ’30 dello scorso secolo; dell’infrastruttura ferroviaria oggi rimane una galleria (interdetta) che s’incrocia lungo il sentiero. Fin dai tempi remoti, la montagna del Salève ancor pima di divenire la meta preferita per l’escursionismo ginevrino, i suoi sentieri permettevano il passaggio e i collegamenti lungo la linea del vicino confine, a traffici commerciali relativamente alle attività boschive, a qualche passaggio illecito di contrabbando e ad essere zona sicura e punto di riferimento per f che fuggivano dalle persecuzioni naziste della II Guerra Mondiale.

Appena superati l’ultimo tornante della galleria interdetta della vecchia ferrovia, incredibilmente l’eco trasmessa dalla sottostante autostrada finalmente termina e si viene circondati dal più assoluto silenzio ove regna, sovrano, il cinguettio degli uccelli del bosco accompagnati dall’intenso profumo delle erbe aromatiche; qualche altro ospite della foresta come alcuni esemplari di scoiattoli rossi, rendono ancor più magica questa atmosfera. La pista spiana presso Le Pas de l’Échelle; a destra un ponticello (che non va preso), a sinistra un portale in pietra (privato) con piccola torretta; si continua appena superata una sbarra che immette su un lungo rettilineo nel bosco (Chemin du Funiculaire). Si esce fuori dal bosco in prossimità della bella chiesa di Saint Pierre aux Liens, al centro del villaggio montano di Monnetier (700 m). Da qui ora una rotabile (Route des Trois Lacs) sale a destra verso la montagna. Seguendola per qualche centinaio di metri, a destra stacca una pista (Chemin des Carrières) che penetra nel bosco fino a raggiungere alcune case isolate, proprio sotto il ben visibile Chalet de la Croix (890 m), che offre uno spettacolare punto panoramico sulla valle dell’Arve, con Ginevra e il suo lago e una fantastica veduta paesaggistica sul Mount Blanche. Dallo Chalet de la Croix parte – sempre attraverso il bosco – un lungo sentiero segue il crinale di cresta, esce dal bosco e continua lungo pendii prativi che ricordano quelli del Giura, a cui il Salève appartiene. A quasi 1100 m il luogo offre una vista sconfinata sull’intera regione ove si riconoscono gli elementi emblematici del paesaggio ginevrino come la rada, il jet d’eau, i fiumi Rodano e Arve; più avanti c’è la stazione d’arrivo della funivia del Salève. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ALCOBAḈA (Portugal), l’essenza della Lusitania, tra silenzi contemplativi, storie d’amore, azulejon e pregiati vini…

Se c’è un luogo ove poter conoscere da vicino l’essenza del Portogallo, questa è la piacevole cittadina di ALCOBAḈA. Quando la si raggiunge si avverte subito che non è per nulla caotica, quasi come se non fosse una città a vocazione turistica; mentre invece spostandosi un po’ verso il suo centro, si ha la meravigliosa scoperta che essa ospita uno delle più belle e interessanti strutture monastiche presenti in terra lusitana.

Il centro storico, davvero molto piccolo, è completamente raccolto ai piedi, e a sinistra, del monastero, la principale attrazione della città, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO e considerato una delle prime opere gotiche del Portogallo, uno dei più grandi monasteri di tutta Europa. Al suo interno spicca la maestosa, ed essenziale, navata centrale, i grandi chiostri (tra cui il Chiostro del Silenzio).

In un’altra ala della monumentale opera cistercense (Monastero del XII secolo) vi è collocata l’enorme cucina con il suo gigantesco camino e la sua possente cappa, le cui superficie è rivestita da una magnifica opera in piastrellato secondo il puro stile delle ceramiche – smaltate e decorate – portoghesi, conosciute come “azulejos” che risaltano per la bellezza dei suoi vivaci colori in cui si leggono tutte le sfumature dell’azzurro.

Immenso monastero che ospita le tombe di Pietro I e la “regina morta” Inés de Castro, soggetti di una grande e travagliata storia d’amore. Consiglio di scoprirne la storia commovente e affascinante. La Cattedrale, contrariamente alla facciata, è sobria ed austera come i Benedettini che in passato ci vivevano; tra le sue immense navate, sulla nuda terra, venivano ospitati i Pellegrini in viaggio lungo il Cammino per Santiago.

Fuori dal centro risaltano le antiche vestigia del Castelo de ALCOBAḈA. Sebbene della struttura originaria medievale restino ormai soltanto alcune rovine sparse, la sua posizione dominante lo rende una tappa consigliata soprattutto per gli amanti della fotografia. Il suo punto panoramico offre una vista spettacolare sulla confluenza dei fiumi Alcoa e Baça e sull’intera cittadina.

E per ultimo, ma non perché meno importante, si va a conoscere l’anima più autentica di ciò che offre la coltura della vite, e la conseguente produzione vinicola, dei famosi terrazzamenti dei vitigni portoghesi. Il Museu do Vinho de Alcobaça (che ospita storici macchinari e la produzione vitivinicola locale e nazionale), risulta essere uno dei più grandi e completi musei enologici del Portogallo, molto interessante per conoscere e approfondire la cultura agraria della regione. (testi & photo ©Andrea Perciato)

Plitvička jezera, laghi di PLITVICE (HRVATSKA/Croazia), camminando per una completa unione con la natura!

Signori… sull’altra sponda opposta dell’Adriatico, c’è la costa della Croazia; oltre un complesso sistema di aspre cime, profonde vallate e strette gole, quel che appare è questo: lo spettacolare, incredibile, suggestivo, fiabesco e meraviglioso mondo dei laghi di PLITVICE (Plitvicka Jezera). Se il mondo delle acque (sia esso di superficie che sotterraneo) avesse il suo “ombelico“, un suo regno di magnificenza di sicuro è qui, a Plitvice, nel cuore della Hrvatska/Croazia. Siamo all’interno di una valle dalla morfologia caratterizzata dal carsismo. Le sponde orografiche sono evidenziate dallo sviluppo di una catena di 16 specchi lacustri, tutti “terrazzati” e collegati da cascate e salti d’acqua che si estendono dentro un canyon.

Così tante cascate, cascatelle, piccole, grandi, una dopo l’altra o le une accanto alle altre, credo che non si siano mai viste tutte insieme. E neppure così tanti laghi e dai colori così brillanti e diversi che, dai livelli superiori a quelli inferiori, si alimentano uno con l’altro; sembra di essere davvero al centro di una favola, un luogo abitato esclusivamente da elfi e fate. Panorami mozzafiato che s’aprono ad ogni scorcio, dietro ogni angolo raggiunto sfiorando pareti a picco, torbiera e camminando quasi sul pelo dell’acqua, consente di toccare con mano la superficie di questi laghi dal colore spettacolare che rendono questo parco un posto unico nel suo genere.

I viali, le passerelle e i sentieri escursionistici si snodano intorno alle sponde dei laghi; una barca, alimentata da motore elettrico, collega i 12 laghi superiori e i 4 laghi inferiori. Questi ultimi – al termine naturale del percorso acquatico – accolgono la Veliki Slap, una cascata con un salto di ben 78 metri. Qui siamo al centro di un mondo fatto esclusivamente di acque verticali, di acque nascoste, di acque sfuggenti e, soprattutto, di acque in movimento. Sì, perchè soprattutto qui a Plitvice, dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità (UNESCO) fin dal 1949, si conoscono i particolari fenomeni di carsismo che consentono alle acque che alimentano i laghi, giacenti a differenti quote, di generare le famosissime cascate dalla roccia tufacea, presente in gran parte nella geologia della zona.

Il processo bio-dinamico della natura circostante è sempre in continua e perpetua evoluzione per i depositi carbonatici generati dal tufo che si depositano in fondo ai laghi, nei fiumi e nei torrenti creando – così – una suggestiva serie di fenomeni carsici da cui prendono forma le incredibili barriere naturali, soglie, salti ed altre incredibili forme. Addentrarsi negli anfratti naturali, come le grotte e districarsi tra passerelle, ponti e passamani in legno vale sempre la pena; qui i paesaggi, all’apparenza simili, differiscono per portata d’acqua, vegetazione e sentieri attraverso i boschi; il colpo d’occhio non annoia mai.

Il millenario scorrere delle sue acque consente l’evolversi del processo di formazione del tufo che, fin dalla notte dei tempi, non ha mai smesso di agire consentendo alle acque di queste magnifiche cascate di cambiare il proprio “percorso” con il passare del tempo, lasciando dietro di sé barriere asciutte che consentono al tufo di crescere su altri punti. I laghi sono meravigliosi, di una trasparenza unica, con colori inimmaginabili che riescono ad offrire una buona visibilità dei suoi fondali. Tutt’intorno si avverte quel senso di pace e tranquillità dato dal connubio verde/azzurro dei boschi che si riflettono sui laghi.

Essendo diversi laghi posti a diverse altitudini, ce ne è per tutte le possibilità. Chi non vuole camminare troppo può accontentarsi di fare un piccolo percorso e osservare da vicino la maestosità della grande cascata. I fenomeni naturali che caratterizzano la zona danno la sensazione che i laghi (e le cascate) di Plitvice non siano mai gli stessi. All’interno del Parco Nazionale spicca una faggeta vergine (una tra le più belle d’Europa) a cui si alternano le laricete, le acerete, le betulle e le abetaie che accolgono specie animali come lontre, orsi, linci e numerose specie di volatili e ittiche d’acqua dolce.

Un articolato reticolo di passerelle in legno consente di avvicinarsi, e sfiorare, il bordo delle acque – dagli incredibili fondali che vanno dal giada allo smeraldo, dal turchese al cobalto – e i ripetuti salti tant’è che sembra davvero di essere nel più spettacolare luna-park (naturale) acquatico che possa esistere al mondo. Questo, e quant’altro ancora, riesce ad offrire lo scenario paesaggistico unico nel suo genere dei laghi e delle cascate di Plitvice; visitarle, attraversarle, esplorarle, semplicemente viverle, vale davvero la pena di affrontare un lungo viaggio per essere partecipi e protagonisti delle loro suggestive evoluzioni acquatiche. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

a spasso lungo le sponde del DANUBIO (Hungary-Slovackja), un fiume… “tra due Stati”  

Furono i Celti a giungere per primi da queste parti, lungo le sponde del “magico” Danubio; successivamente sconfitti dai Romani che, a loro volta, furono allontanati da Attila, re degli Unni. Quanta storia, quanta natura e quanta meraviglia tra queste due sponde ove scorre il confine con la Slovackja. L’apoteosi di paesaggi bucolici esplode con le impressionanti skyline autunnali con boschi dagli inediti cromatismi. Siamo tra le sponde del fiume più bello (e più lungo) d’Europa, quel Danubio che ha fatto da sfondo ad epiche romanze e numerose opere d’arte (soprattutto musicali e letterarie) con-segnate all’umanità come Patrimonio Unesco. Giunti a STRIGONIO-ESZTERGOM, in territorio magiaro, dalla locale stazione ferroviaria ci si sposta verso ovest, attraverso prati e boschi, fino a scorgere – da lontano – le placide acque del Danubio.

Il confine tra la Slovacchia e l’Ungheria si estende per circa 655-677 km, correndo da ovest verso est e in gran parte lungo il fiume Danubio. Entrambi gli Stati fanno parte dello spazio Schengen, consentendo il libero attraversamento e scambio di merci senza controlli doganali. Il tracciato attuale è stato ridefinito più volte dopo la Prima Guerra Mondiale con il Trattato del Trianon del 1920, e successivamente modificato nel secondo dopoguerra. Raggiunta la sponda che si affaccia lungo il confine ungherese, sul fronte opposto compare la sponda slovacca, identica per natura e conformazione orografica. Una sosta tra i giardini che si affacciano a lambire le acque e si decide di attraversare il confine a piedi lungo il poderoso ponte in ferro (Mária Valéria Bridge) che collega l’Ungheria ad est, con la Slovackja ad ovest.

Esztergom (in territorio ungherese) è la ex capitale religiosa del paese magiaro, famosa per la sua Basilica di Sant’Adalberto, che viene considerata – a tutti gli effetti – la chiesa più grande di tutta l’Ungheria. Dal suo centro storico in piro stile barocco è possibile superare il Ponte Maria Valeria e trovarsi, direttamente, a Štúrovo (in territorio slovacco), godendo di una vista spettacolare sulla basilica riflessa nel fiume. Successivamente, sulla sponda opposta in territorio slovacco, si raggiungono le prime case della borgata di ŠTŬROVO cittadina semplice, modesta, che vive di turismo e commercio poi-ché posta proprio lungo la via di confine e da cui transitano la maggior parte delle merci su strada; una camminata tra le case basse, tutte colorate e i primi negozi che aprono al mattino, una calda tazza di te sorseggiata tra un viale di giganteschi platani e si rientra.

Superando nuovamente il grande fiume, si fa rientro in territorio magiaro. Se ci si ferma – lungo il ponte – proprio al centro del Danubio, lì risulta essere proprio la linea di confine tra i due stati, è sporgendosi dal lato nord è possibile ammirare la collina sormontata dalla gigantesca Esztergomi Bazilika (dedicata al culto di Nostra Signora e di Sant’Adalberto), un poderoso complesso monumentale in stile neoclassico che riflette la sua skyline nelle lucenti acque del Danubio. Esztergom, che in Italia viene conosciuta col nome di Strigonio, si trova proprio sul confine slovacco. L’importanza religiosa di questo centro abitato è – da tempo – paragonabile a quella di Canterbury in Inghilterra; proprio per questo, non a caso, le due città sono gemellate. Esztergom si può dividere in due parti: Víziváros, la parte bassa in stile barocco e Várhegy, la collina che ospita la maestosa Cattedrale di Nostra Signora e di Sant’Adalberto, la chiesa più grande d’Ungheria, la 18° nel mondo come dimensioni. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Capo CACCIA (Alghero, SS)… ove poter vivere quel senso dell’infinito

Se esiste un luogo in cui la bellezza del “creato” è stata davvero prodiga di magnificenza questo è Capo CACCIA, estremo lembo di terra – tra pinete, ginestre e falesie – che racchiude a occidente la skyline costiera di Alghero. Raggiungere le sue creste rocciose è un’apoteosi di emozioni visive; un coacervo di sensazioni vissute passo dopo passo tra i profumi delle essenze aromatiche e la salsedine che sale dal mare trasportata dai venti. Questo è uno dei posti più belli (la riviera del corallo) dell’intera fascia costiera dell’isola; se si desidera scoprire un posto panoramico dal quale ammirare uno dei tramonti più belli al mondo, questo è il posto giusto! Un angolo di Sardegna da vedere e rivedere e che non stanca mai; un luogo che offre spettacoli naturali di incomparabile bellezza, soprattutto al tramonto. Guadagnare l’orlo della scogliera e scorgere, passo dopo passo, l’incredibile paesaggio sull’isolotto di Foradada lascia completamente a bocca aperta di fronte a cotanta meraviglia! Sostare quassù si prova un senso di pase assoluta; mentre se il mare comincia a farsi grosso e volge in tempesta, le onde quando s’infrangono alla base della scogliera emanano un “rombo di tuono” (Gigi Riva docet!) che trasmettono quanto impetuosa può essere, a volte, la natura.

Tra la meraviglia provata all’alba ed il romanticismo vissuto fino al tramonto quando il disco solare cade oltre l’orizzonte il belvedere della Faradada s’apre come una balconata su un panorama di ineguagliabile bellezza paesaggistica. Il belvedere sull’isolotto della “Foradada“, è uno dei luoghi più frequentati del “Parco Naturale Regionale di Porto Conte” e della prospiciente “Area Marina Protetta Capo Caccia/Isola Piana“; l’isola “Foradada“, (che sta a significare ” Forata”) è prospiciente alla Cala d’Inferno e rende unico, e incredibilmente bello, il paesaggio che è possibile ammirare sulle strapiombanti falesie tra Capo Caccia e Torre della Pegna. La stessa Isola si può ammirare percorrendo la falesia, seguendo (per circa mezz’ora) un sentiero che sale dal Belvedere, raggiunge la Grotta delle Brocche Rotte e sale ancora verso il “Semaforo” (il faro che funge anche da postazione radio), punto più elevato di Capo Caccia. Volgendo lo sguardo in un caleidoscopio di bellezze naturalistiche che si alternano alle meraviglie di un paesaggio – che spazia dalla rada di Alghero, laggiù in fondo verso sud-est, passando per la baia di Porto Conte e la Punta Giglio, fino a perdersi oltre l’orizzonte verso ponente – ove l’ambiente è al massimo della sua esaltazione espressiva.

Capo Caccia e i suoi tanti punti d’osservazione sull’immenso, valgono la fatica di percorrere qualche chilometro in tutte le possibili condizioni meteo e – credeteci – ne vale davvero la pena! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Vagharshapat (ARMENIA Centrale), alla scoperta della Santa Hripsimè in Echmiadzin (Էջմիածին)

L’Armenia, soprattutto nella parte centrale del paese, è un territorio che giace prevalentemente su un immenso altopiano, circondato tra radure e cime innevate da cui emergono, lungo l’orizzonte, dolci rilievi montuosi ricoperti da estesi prati di torbiera ed aspre gole in roccia vulcanica ove scorrono, impetuose, le ripide acque di fiumi e torrenti… Siamo nell’antica capitale di Vagharshapat, l’attuale ECHMIADZIN, considerato il luogo più sacro di tutta l’Armenia nonchè sede Patriarcale del Katholikos, la maggiore autorità della Chiesa Armena.

Qui giace la Santa Hripsimè (del 618 d.C.) e l’ancor più antica Cattedrale di Echmiadzin (del 303 d.C.). In questa immensa area sacra si accede da un moderno portale, per un viale fiancheggiato dalle tipiche stele armene (khachkar) fino alla cattedrale. Echmiadzin è il centro religioso degli Armeni, un po’ come il Vaticano per i cattolici romani.  La chiesa principale è antichissima e abbastanza semplice nella sua struttura geometrica; al suo interno si presenta con un decoro notevole. Un luogo di preghiera davvero magico dove in spazi così austeri riesce ancora a conservare quel fascino di spiritualità.

La Cattedrale di Echmiadzin è il luogo in cui si crede sia la chiesa più antica della Cristianità. Fu costruita nel 303 da San Gregorio l’Illuminatore e il suo nome significa “discese l’Unigenito“. Echmiadzin era la vecchia capitale dell’Armenia al momento in cui Re Tiridate III nel 301 adottò il cristianesimo come religione di stato divenendo il primo paese al mondo che ha fatto così. La chiesa cruciforme ha una cupola centrale posta su quattro pilastri pesanti, con un altare nel centro della chiesa, vicino l’abside orientale. Il piano è di marmo e le pareti interne sono bianche.

Alle pareti ci sono diversi affreschi dipinti senza alcun tipo di cornice, secondo uno stile occidentale; dal punto di vista dell’atmosfera qui si esalta la meditazione. Secondo gli studiosi e la tradizione popolare, questa fu la prima cattedrale (ma non la prima chiesa) costruita nell’antica Armenia; mentre invece è sicuramente considerata la più antica cattedrale al mondo, costruita fra il 301 e il 303 da San Gregorio l’Illuminatore, dopo l’adozione del cristianesimo come religione di stato da parte di re Tiridate III.

A sugellare questo importante avvenimento per la storia di tutto il paese, basta porsi presso l’enorme arco d’ingresso, alzare gli occhi ed osservare le gigantografie in cemento armato e scolpite nella roccia, che raffigurano il Santo “illuminatore” (sulla destra) che porge la “croce” al re armeno (sulla sinistra). La chiesa più antica è sorta sul luogo di una visione miracolosa di San Gregorio Illuminatore (fondatore della Chiesa), Secondo una leggenda locale, tale Gregory Pasko Lusavorich ebbe in visione Gesù che colpiva il posto con un martello dorato per mostrare, appunto, il sito dove sarebbe stata edificata la chiesa. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

Val VENY e lago MIAGE (Valleè d’Aoste), tra lughi leggendari qui è possibile… sognare la montagna!

Una tra le valli più belle della Val d’Aosta (la Velleè) che si estendono ai piedi del monte Bianco è, sicuramente, quella della Val VENY; una valle molto bella che restituisce un pia-cevole senso di pace per gli incredibili panorami … e scenari paesaggistici che si possono ammirare ai piedi di questi giganti delle Alpi. Raggiungere il lago Miage, poi, è – sicura-mente – una fantastica avventura in un ambiente aspro e selvaggio. Lo stesso corso d’acqua fluviale della Dora di Veny in alcuni tratti rispecchia le asperità del terreno (ghiaia e detriti) assumendo un regime torrentizio spesso anche a carattere precipitoso.

Muovendosi da Courmayer in meno di due ore di cammino sull’unica strada (inizialmente asfaltata), si attraversa questa valle caratterizzata da un paesaggio davvero molto bello laddove una natura – fortunatamente ancora – incontaminata restituisce emozioni e sen-sazioni dell’incredibile spettacolo dell’alta montagna tant’è, che in alcuni angoli, è possibile alzare lo sguardo e poter scorgere anche stambecchi e camosci che saltano lungo incre-dibili pendenze. La val Veny è una vallata d’origine glaciale, così ricca di acque che vanno ad alimentare laghi e ruscelli e che mette in comunicazione l’Italia con la Francia.

Una singolare leggenda avvolge di fascino e mistero questo luogo. In un tempo lontano, immemore da qualsiasi datazione, questi ambienti erano territori avvolti esclusivamente dalla meraviglia della natura; un luogo talmente così bello che le fate decisero di sceglierlo a propria dimora. Esaltando la bellezza di questi paesaggi, spesso le fate omaggiavano la natura eseguendo canti e balli. Nel tempo queste festose esternazioni cominciarono a risvegliare i demoni della montagna racchiusi nelle granitiche rocce del monte Bianco. Destati da così tanto festoso entusiasmo, queste armoniose esecuzioni di canti e balli comin-ciarono a piacere ai demoni; essi decisero di scendere giù e di incontrare le fate chiedendo loro di ballare insieme su queste note. Ma le fate – impaurite – rifiutarono l’invito, azio-ne che irritò molto i demoni tant’è che, ritirando nell’eterno livore al buio delle rocce, resero questo luogo e questi ambienti così spogli, aridi, privi di vita, ruvidi ed aspri… ecco allora perché oggi questi scenari si presentano così ardui e impegnativi da scoprire ed esplorare!

Essa orograficamente scorre ai piedi del settore occidentale del massiccio del monte Bianco svelandone il settore più aspro e, forse, più coreografico dovuto al susseguirsi di una fantastica sky-line che offre la visione di guglie, piramidi e pareti a picco, teatri di leggendarie ascese intervallate da maestosi ghiacciai. Dopo circa 7 km di cammino, al termine naturale della vallata, presso il Pont Combal, s’apre una platea naturalistica, degna dei migliori documentari della montagna e degli am-bienti alpinistici; si giunge nei pressi di un bivio: a sinistra si prosegue in un’ampia vallata, in direzione del rifugio Elisabetta che, affacciandosi sul lago, si erge su un colle alla sini-stra orografica della valle; mentre a destra, poco più oltre, si raggiunge – all’altezza di un colle – la Cabane du Combal, sorta di piccolo rifugio a disposizione di tutti.

Dal bivio la pista va aprendosi in un suggestivo scenario paesaggistico che non ha eguali e prosegue in direzione delle Pyramides Calcaires che chiudono – laggiù in fondo – la suggestiva distesa del lago del Combal (1957 m) con le sue acque multi-cromatiche dovute dallo scioglimento dei ghiacciai circostanti, dai riflessi del cielo che si rispecchia sulla superficie e dal limo che emerge dai suoi fondali. Quassù i colori della natura assumono una dimensione irreale, sono estremamente stupendi. Essi vanno dal verde ancora più intenso dei prati d’altura, al giallo rosso degli alberi che già assumono un foliage quasi autunnale, fino al grigio delle doline moreniche e all’abbagliante bianco dei numerosi ghiacciai.

Dai pressi della “Cabane” la vista sembra quasi toccare (con la mano) l’immensa catena del monte Bianco. Da qui, seguendo le indicazioni con appropriata segnaletica, in 10/15 minuti circa il sentiero serpeggia tra gli ultimi esemplari di abeti dalle radici ancora così ostinatamente attaccate alla roccia e si comincia a salire lungo piccole, ma facili, tracce di sentieri fino a raggiungere gli specchi lacustri dei laghetti du MIAGE (2017 m) originati dallo scioglimento del ghiacciaio del Miage che scorre, a qualche decina di metri più in alto, sulle nostre teste.

Naturalmente la curiosità spinge oltre il nostro spirito esplorativo e si decide di superare gli ultimi (non difficili, ma…) particolari gradini e balze rocciose che consentono di guadagnare e raggiungere il profilo della destra orografica dell’immenso ghiacciaio del Miage, impressionante per il suo letto/fondo roccioso (morena) alimentato dai numerosi canali di deiezione detritici ed ultime lingue di ghiaccio che spiovono da entrambi i versanti del bacino morenico. Il Miage è più grande “ghiacciaio nero” delle Alpi Italiane; esso prende forma dal ghiacciaio di Bionnassay e attraverso la sua lunga discesa viene alimentato dal ghiacciaio del Dôme e dal ghiacciaio del Monte Bianco.

La parte superiore del ghiacciaio è sol-cata da crepacci e serraccate mentre la parte inferiore è completamente ricoperta da de-triti morenici. La cresta del Bianco si erge lassù, in alto, in direzione nord! Qui, lungo le sponde del ghiacciaio del Miage, è possibile assistere al singolare fenomeno del distacco di piccoli iceberg dalla falesia di ghiaccio che entra in contatto con le acque. Nel 2009 in questo luogo si sfiorò una tragedia. Praticamente una porzione – quasi una enorme parete – del ghiacciaio omonimo nel versante del monte Bianco improvvisamente sì staccò cadendo nelle acque del lago, ove sostava una folla di turisti, alzando una gigantesca ondata alta più di due metri.

Gli incauti visitatori del luogo, che – probabilmente – avevano scelto un punto d’osservazione troppo vicino e pericoloso, furono tutti avvinghiati dall’onda e trascinati in acqua; incidente che – per fortuna – ebbe esito felice poiché si riportarono solo numerosi feriti subito dimessi. Raggiungere il bordo del ghiacciaio e poter vedere da vicino il fronte morenico del Miage è davvero una bella (e impegnativa) impresa escursionistica, ma il livello di prudenza da adottare, non deve scendere mai la sua asti-cella al di sotto della soglia attenzione! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

LORETO (AN, Marche), attraverso la “Porta” che conduce… al Paradiso!

Fuori TOLENTINO si cammina sulla SP 125, attraverso le campagne bagnate dal fiume Chienti, passando per la chiesa rurale della Divina Pastora, fino a raggiungere la Riserva Naturale dello Stato “Abbazia di Fiastra”, area di interesse naturalistico/ambientale, dove giace l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, monumentale complesso monastico di grande interesse storico, architettonico e religioso; da sempre considerato importante luogo di accoglienza e culto per i pellegrini che da secoli solcano la Via per Loreto. Superati il Passo del Bidollo ecco scorgere da lontano l’abitato di MACERATA la cui skyline s’adagia sul crinale di un colle che si erge tra i regolari campi attrezzati a colture cerealicole e frumentacee, e le valli fluviali del Chienti e del Potenza.

Con Macerata alle spalle si lascia la valle del Chienti e si attraversano le distese campali della valle del Potenza. Un piacevole e lunghissimo saliscendi attraversa quelle ampie zone agrarie che sono state l’oggetto di una vecchia riforma fondiaria, le cui case coloniche, molto simili per distribuzione degli spazi sia interni che esterni (con ambienti “sottani” adibiti a stalle per animali o depositi per gli attrezzi, e quelli “soprani” utilizzati come principale dimora per gli astanti) e la dislocazione sul terreno, sono tutte indicate come “isola” accompagnate da un numero progressivo.

Così, tra ampi paesaggi agresti, il rumore del trattore che traccia i solchi per le nuove semine, i panni del bucato stesi e agitati – come banderuole impazzite – dai venti dominanti nella vallata, fattorie con animali che fanno sentire la propria voce al nostro passaggio, si giunge presso la borgata di San Firmano, la cui sobria (ma bella) facciata dell’omonima Abbazia di San Firmano sembra essere nascosta alla visione perché inglobata tra gli edifici che la circondano. Il suo particolare interno merita una visita se non altro per l’altare che giace al culmine di una imponente gradinata e per la sua bellissima cripta con volte a crociera ed archi a sesto acuto tutti in pietra bianca con al centro un altare su cui giace la statua del Santo.

Ed è ancora strada fino ad incrociare nuovamente la trafficata Provinciale 571. L’intuito ci suggerisce di staccare dal principale tracciato indicato per seguire la via, come suggerito da tutti, e di affrontare l’ascesa attraverso la Contrada di S. Pietro e puntando decisamente in direzione di Recanati che attraversiamo per tutta la sua interezza attraverso edifici storici, chiese, torri, porticati, piazze, slarghi e antiche porte, tutti elementi architettonici dal sapore “letterario” (patria del famoso poeta Giacomo Leopardi). Una lunga discesa fuori Recanati, conduce in direzione della già ben visibile Loreto che si staglia, oltre l’orizzonte a nord-est, presentandosi con la sua caratteristica skyline “disegnata” dall’inconfondibile sagoma della Cupola e del Campanile del Santuario.

Lungo la strada s’incrocia la bella chiesa dell’Addolorata circondata da ampie distese di campi e terreni opportunamente “lavorati” in attesa delle nuove semine stagionali. Ancora discese, incroci, rotatorie e poi l’ultima, forse la più faticosa, salita che conduce direttamente a LORETO, sfociando nel piazzale caratterizzato da un portico “vanvitelliano” alla cui estremità s’apre la “Porta del Cielo” che immette sulla principale via (lastricata in basoli) che attraversa la parte centrale dell’antico borgo della “Felix Civitas Lauretana” fino a sbucare nel suggestivo scenario della Piazza della Madonna, nel cui centro giace una monumentale fontana circondata da edifici appartenenti al clero le cui facciate sono distribuite su un doppio ordine sovrapposto di portici.

Ora è il momento del silenzio, magari anche della meditazione, ripercorrendo con la mente, tutte le fatiche patite, le difficoltà superate, il peso dello zaino, gli imprevisti accorsi, gli indimenticabili incontri con la gente locale, le gambe che non vogliono saperne, tutte le chiese e le cappelle incontrare e visitate in ogni dove, le articolazioni che scricchiolano e i passi compiuti per giungere – finalmente – sulla soglia della Santa Casa di Maria. Qui ora è il momento della felicità, della gioia condivisa, della partecipazione, della presenza.

Probabilmente Maria ci ha fatto conoscere il “più grande mistero” della vita che da sempre genera fascino, e devozione: dall’Annunciazione, alla traslazione – mattone su mattone – della sua casa da Nazareth a Loreto; offrendo ad ognuno che si reca in visita (per fede, in pellegrinaggio o per semplice curiosità) a Loreto quella particolare interconnessione che da sempre viene suggellata tra il divino, il “regno” dei cieli e l’intera umanità! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“KRYŽIŲ KALNAS” (Lituania), perdersi attraverso la Collina delle Croci… tra fascino, mistero e fede!

Avete mai provato ad immaginare oltre 400.000 croci tutte raccolte ed erette in un solo luogo? A mia memoria, neanche il Vaticano ne contiene così tante! Ai confini con la Lettonia si erge la KRYŽIŲ KALNAS, universalmente conosciuta come la Collina delle Croci, mistico luogo di pellegrinaggio all’aperto unico al mondo. La collina ha una sua storia, ma è diventata “famosa” dopo la visita di Papa Giovanni Paolo II. Il luogo, unico al mondo, sprigiona un misticismo ed un’atmosfera davvero speciale. Migliaia e migliaia di croci, di tutte le forme e dimensioni, sono state piantate su questa collina da pellegrini e viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo, dando così vita ad un colpo d’occhio che ha dell’incredibile. La Lituania, detta anche il “paese” delle croci, evidenzia la fede cristiana della popolazione pur avendo le proprie radici nelle tradizioni pagane. Fin da tempi immemori, le croci venivano intagliate nel legno di quercia (albero sacro ai pagani) o di abete, ed erano collocate ai margini delle strade, accanto alle fattorie, presso incroci o in prossimità di ponti.

Oltre ad essere dedicate a defunti, la popolazione le erigeva anche per chiedere intercessioni, a protezione dei raccolti o dei familiari, o semplicemente per rendere gratitudine; la decorazione scultorea delle croci dipendeva appunto dal soggetto cui erano dedicate; tutte le croci che s’incontrano ai margini della strada, sembrano tante sentinelle ossequiose. Narra la storia, che spesso sfocia nella leggenda, che qui – in questo luogo – la prima croce fu piantata nel Medioevo, in seguito alla distruzione per opera di Cavalieri Teutonici, di un avamposto difensivo lituano che si ergeva dalla collina. Quelle più vecchie risalgono al 1830 poste qui in memoria degli insorti uccisi durante la fallita rivolta contro le forze zariste. Un secondo gruppo di croci viene datato nel 1863 sempre in seguito al falli-mento di una seconda insurrezione. In origine le croci venivano pian-tate solo sulla parte più elevata della collina, ma negli anni ’50 del XX secolo i Lituani di ritorno dai gulag siberiani, cominciarono ad erigere croci tutt’intorno per ricordare i propri cari che non hanno fatto più ritorno dall’esilio. Questo simbolo cristiano, sotto l’egemonia del potere sovietico, assumeva anche valenza di rivendicazione dell’autonomia del paese.

Nel 1961 i sovietici mandarono in zona decine di bulldozer per spianare la collina e dare fuoco a tutte le croci (quelle in legno furono bruciate, quelle in metallo si fusero), lasciando a pattugliare sul posto un presidio di soldati e polizia segreta. Ma le croci, comunque, riuscivano a comparire anche se per altre tre volte le autorità sovietiche intervennero drasticamente per demolirle. Quando ebbe termine il regime sovietico, le croci si moltiplicarono a vista d’occhio, tale da far sembrare quella collina una altura ricoperta da una foresta di sacralità, talmente sono così fitte le croci erette, tant’è che in molti cominciano anche ad occupare lo spazio adiacente le pendici della collinetta. Giunti presso il villaggio di SILUVA, decidiamo di continuare a piedi e da solo. Accompagnati da un sole che gioca a nascondino, la scenografia di ampi orizzonti, caratterizzati dalle fioriture della conza e dal grano, dalle macchie di abeti (rossi e bianchi) che s’intervallano alle betulle e da isolate querce che sembrano controllare tutto, fa da scenografia al camminare. Non ci sono sentieri, piste tracciate e percorsi segnalati, ci si orienta con carte e bussola ma, soprattutto con la direzione del sole; ogni tanto qualche gigantesco carro agricolo si ferma e vuole offrirci un passaggio ringrazio, ma l’attenzione è tutta volta a scoprire la bellezza e i significati di queste croci.

Il fascino delle cicogne poi, si mostra in tutta la sua straordinaria bellezza e te le trovi ora appollaiate proprio sulle croci, ora volteggiare in eleganti piroette per poi vederle piombare al suolo alla ricerca di cibo (vermi, insetti e piccoli roditori). Continuando per ampi orizzonti in cui non si determina, a vista d’occhio, la fine, il cammino ci porta fino ad un filare di gigantesche betulle che, ai margini di una stradina, indicano che la nostra meta è stata raggiunta. Da lontano, si scorge un brulicare di persone su una modesta altura e man mano che accorcio la distanza, riesco a vedere un gigantesco ammasso di croci che si erge su una specie di terrapieno. Da Siluva per un filare di copiose betulle, compare un ammasso di croci che si erge su un terrapieno. Difficile poter raccontare, per chi non c’è mai stato, l’impressionante spettacolo, l’emozione e la sensazione che si prova avendo di fronte un qualcosa come 400.000 croci di tutte le fattezze e in qualsiasi forma. Riesce difficile non lasciarsi coinvolgere dalla commozione che coinvolge un pò tutti i visitatori di questo luogo; l’incredibile sta nell’essere testimoni diretti di un qualcosa di veramente impensabile; mai viste tante croci tutte insieme in un solo luogo!

Qui le croci si presentano in varie forme, nelle più svariate misure e realizzate in tutti i tipi di materiali conosciuti ma su tutto prevale il legno le cui sculture sembrano monumentali rappresentazioni. Al centro della spianata ai piedi della collina, si erge la grande croce donata dal Papa Giovanni Paolo II che ricorda la sua venuta in pellegrinaggio nel 1993 benedicendo il sacro luogo ed erigendolo a culto e pellegrinaggio. Molte di queste croci ricordano propri cari defunti, altre sono – semplicemente – professioni di fede o ex voto; ben visibili sono anche le tradizionali sculture lignee di matrice lituana: i “koplytstulpis” ricoperte da piccole tettoie e dalle infinite raffigurazioni “rupintojelis” del Cristo Addolorato o “pensante“. Barcamenandomi in questo intricato, intenso ma bellissimo, labirinto di croci, superando lievi dislivelli su passerelle in legno, con passamani e gradini appositamente così sistemati da poter permettere a tutti di poter vivere le spettacolari sensazioni di attraversare questo “deserto di croci”. Anche io non ho saputo resistere dal piantare (e lasciare) qui, in questo luogo sacro all’aperto, anche un pezzo di me, della mia vita; qui, sicuramente… l’anima del mio caro papà, si sentirà meno sola! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CASTELPAGANO (BN, appennino Sannita): la gogna dell’infamia… “flagello stultus sapientor fit”

CASTELPAGANO sorge nella parte settentrionale della provincia di Benevento, a ridosso del Molise, nel cuore più antico del Sannio. Il caseggiato viene circondato da ampie ed estese vedute paesaggistiche, caratterizzate dai dolci crinali tipici dei rilievi della vicina Puglia e dell’Appennino meridionale, piccoli corsi torrentizi, spesso tutti in secca, e pianori che si perdono all’infinito intervallati da estese macchie boschive (cerrete e quercete); il tutto in un’autentica cornice naturale caratterizzata dalla bellezza degli orizzonti. Questi luoghi sono stati frequentati da millenni; essi vengono inquadrati nella cosiddetta fascia tratturale, perché attraversati da numerose direttrici di greggi transumanti. Il territorio si identifica con la tribale cultura sannitica dei Pentri (VI-III secolo a.C.) distribuiti lungo quei percorsi ove si concentravano la gran parte degli scambi commerciali basati sulle principali economie locali sia agricole che pastorali. Conosciuto in antichità anche come Castelsaraceno, per via dei Saraceni in fuga da Bari dopo la riconquista (871) da parte di Ludovico II, le più evidenti tracce del Medioevo qui presenti primeggiano per il bellissimo Palazzo Feudale e la cosiddetta colonna detta “della gogna”. La parte superiore del paese viene caratterizzata da un’edilizia residenziale, con case basse, tutte in pietra locale e col vano d’accesso rialzato sul livello di calpestio stradale, tecnica costruttiva che si rifà alla “matrice” contadina e pastorale di fine ‘800 che per secoli ha caratterizzato la casa del pastore/contadino transumante.

Mentre per conoscere l’anima più antica del caseggiato, basta scendere e approdare nello splendido catino della Piazza del Municipio, attraversato dalla SP 54, con al centro una bella fontana all’ombra di un albero, e su cui prospettano i palazzi e i monumenti più importanti della parte vecchia del paese. Sul lato settentrionale compare il Palazzo Municipale, mentre gli edifici più antichi fanno da skyline sul prospetto meridionale della stessa piazza come: il già citato Palazzo Feudale d’epoca Normanna che domina il caseggiato con la sua possente mole in muratura. All’apice di due rampe di scale si erge la colonna detta della “Gogna o dell’Infamia” laddove, secondo tradizioni popolari, venivano legati i colpevoli di reati commessi per essere così esposti alla pubblica infamia, e su cui si legge la seguente iscrizione in latino: “flagello stultus sapientor fit” (Con questo flagello lo stolto diventa savio). La Chiesa Madre del SS. Salvatore (risalente al VII secolo), con un singolare portale d’accesso in pietra. Sempre sul prospetto meridionale della piazza s’affacciano altri edifici sicuramente di matrice medioevale ma che – durante il corso dei secoli – hanno subito rifacimenti strutturali presentandoli nella veste odierna.

Prima del vicoletto di San Rocco che mena giù verso un gruppo di case (con cantine e piani sottani) di matrice rurale, colpisce una singolare rampa di gradoni in pietra calcarea che portano all’ingresso della “canonica” del SS. Salvatore; accanto al portale, in basso a destra, compare un fregio marmoreo che testimonia tutto ciò che resta dell’antico orologio che compariva sulla torretta in alto della stessa canonica. Ma Castelpagano non è solo storia, cultura e tradizioni; il suo circondario riesce ad offrire spunti per trascorrere brevi periodi di vacanza, come le numerose vigne distribuite, un pò dappertutto, nel suo territorio. Cappelle isolate sperse nella campagna o giù in fondo a valloni; antichi ponti in pietra che superano improbabili corsi torrentizi, sempre più in secca; distese infinite di campi sistemati e coltivati a foraggio; la coltura intensiva di prodotti dell’orto, la lavorazione di prodotti caseari, l’accurata preparazione di marmellate, l’apicoltura, il già citato e gustoso vino, la poca presenza di uliveti e tanta – ma proprio tanta – presenza di pascoli per greggi e mandrie di bovini. Cos’altro aggiungere, se non avere il tempo (magari nell’arco di un weekend) per venire a conoscere questo angolo di Sannio che, come sempre, riesce a sorprenderti con tutte queste sue ricchezze, mentre Castelpagano non aspetta altro di accoglierti e farti sentire proprio come a casa tua. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)