CASTELPAGANO (BN, appennino Sannita): la gogna dell’infamia… “flagello stultus sapientor fit”

CASTELPAGANO sorge nella parte settentrionale della provincia di Benevento, a ridosso del Molise, nel cuore più antico del Sannio. Il caseggiato viene circondato da ampie ed estese vedute paesaggistiche, caratterizzate dai dolci crinali tipici dei rilievi della vicina Puglia e dell’Appennino meridionale, piccoli corsi torrentizi, spesso tutti in secca, e pianori che si perdono all’infinito intervallati da estese macchie boschive (cerrete e quercete); il tutto in un’autentica cornice naturale caratterizzata dalla bellezza degli orizzonti. Questi luoghi sono stati frequentati da millenni; essi vengono inquadrati nella cosiddetta fascia tratturale, perché attraversati da numerose direttrici di greggi transumanti. Il territorio si identifica con la tribale cultura sannitica dei Pentri (VI-III secolo a.C.) distribuiti lungo quei percorsi ove si concentravano la gran parte degli scambi commerciali basati sulle principali economie locali sia agricole che pastorali. Conosciuto in antichità anche come Castelsaraceno, per via dei Saraceni in fuga da Bari dopo la riconquista (871) da parte di Ludovico II, le più evidenti tracce del Medioevo qui presenti primeggiano per il bellissimo Palazzo Feudale e la cosiddetta colonna detta “della gogna”. La parte superiore del paese viene caratterizzata da un’edilizia residenziale, con case basse, tutte in pietra locale e col vano d’accesso rialzato sul livello di calpestio stradale, tecnica costruttiva che si rifà alla “matrice” contadina e pastorale di fine ‘800 che per secoli ha caratterizzato la casa del pastore/contadino transumante.

Mentre per conoscere l’anima più antica del caseggiato, basta scendere e approdare nello splendido catino della Piazza del Municipio, attraversato dalla SP 54, con al centro una bella fontana all’ombra di un albero, e su cui prospettano i palazzi e i monumenti più importanti della parte vecchia del paese. Sul lato settentrionale compare il Palazzo Municipale, mentre gli edifici più antichi fanno da skyline sul prospetto meridionale della stessa piazza come: il già citato Palazzo Feudale d’epoca Normanna che domina il caseggiato con la sua possente mole in muratura. All’apice di due rampe di scale si erge la colonna detta della “Gogna o dell’Infamia” laddove, secondo tradizioni popolari, venivano legati i colpevoli di reati commessi per essere così esposti alla pubblica infamia, e su cui si legge la seguente iscrizione in latino: “flagello stultus sapientor fit” (Con questo flagello lo stolto diventa savio). La Chiesa Madre del SS. Salvatore (risalente al VII secolo), con un singolare portale d’accesso in pietra. Sempre sul prospetto meridionale della piazza s’affacciano altri edifici sicuramente di matrice medioevale ma che – durante il corso dei secoli – hanno subito rifacimenti strutturali presentandoli nella veste odierna.

Prima del vicoletto di San Rocco che mena giù verso un gruppo di case (con cantine e piani sottani) di matrice rurale, colpisce una singolare rampa di gradoni in pietra calcarea che portano all’ingresso della “canonica” del SS. Salvatore; accanto al portale, in basso a destra, compare un fregio marmoreo che testimonia tutto ciò che resta dell’antico orologio che compariva sulla torretta in alto della stessa canonica. Ma Castelpagano non è solo storia, cultura e tradizioni; il suo circondario riesce ad offrire spunti per trascorrere brevi periodi di vacanza, come le numerose vigne distribuite, un pò dappertutto, nel suo territorio. Cappelle isolate sperse nella campagna o giù in fondo a valloni; antichi ponti in pietra che superano improbabili corsi torrentizi, sempre più in secca; distese infinite di campi sistemati e coltivati a foraggio; la coltura intensiva di prodotti dell’orto, la lavorazione di prodotti caseari, l’accurata preparazione di marmellate, l’apicoltura, il già citato e gustoso vino, la poca presenza di uliveti e tanta – ma proprio tanta – presenza di pascoli per greggi e mandrie di bovini. Cos’altro aggiungere, se non avere il tempo (magari nell’arco di un weekend) per venire a conoscere questo angolo di Sannio che, come sempre, riesce a sorprenderti con tutte queste sue ricchezze, mentre Castelpagano non aspetta altro di accoglierti e farti sentire proprio come a casa tua. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

HINTERZARTEN (Schwarzwald, DE)… a spasso nella torbiera, tra copiose foreste e specchi lacustri…

Un viaggio – con un collegamento in treno – da Friburgo attraverso le pianure porta ad attraversare una serie di impervie vallate, ove da secoli aleggia la leggenda del “cervo bianco” sulla rupe (quello a cui si rifà una nota casa di liquori!) che, dall’alto, domina forre e gole in cui scorrono le impetuose acque del torrente Hollenbach, conduce fino a raggiungere la stazioncina di HINTERZARTEN, rinomata località montana e base per gli sport invernali. Provenienti da Friburgo, in auto o in treno, il piccolo comune di Hinterzarten che s’adagia nella sua splendida vallata ricoperta da enormi distese di pendii prativi proprio nel cuore della Schwarzwald, è un autentico scrigno di bellezze naturalistico-ambientali che esaltano la magnificenza del luogo riuscendo ad offrire piacevoli momenti di relax e benessere per gli ospiti che scelgono di trascorrere qualche giorno di vacanza in quest’angolo di Germania.

Qui la natura rende tutti protagonisti offrendo la possibilità di vivere esperienze all’aperto in paesaggi (come la montagna e il bosco) dal sapore unico, ambienti – solo in apparenza bucolici – sempre in continuo rinnovo e senza mai essere noiosi. L’elemento presente in natura che meglio esalta e caratterizza la località, sono le sue ampie zone determinate dalla torbiera che si alterna a fitte macchie forestali (abetaie e laricete). Il principale paesaggio della cittadina è quello della montagna in cui si espandono fitte e copiose foreste, ampie zone prative, specchi d’origine lacustre e la misteriosa brughiera, qui ampiamente presente fin dall’ultima era glaciale; essa permette, lungo perimetri di stagni e fossati, la formazione di torbiera. La zona, Hinterzartener Hochmoor, contiene al suo interno la più alta concentrazione di brughiere della Foresta Nera e viene considerata una delle torbiere meglio conservate e più facilmente accessibili d’Europa.

La “brughiera”, che riceve i suoi nutrienti esclusivamente dall’aria o dall’acqua piovana, ospita alcune specie vegetazionali sopravvissute alle glaciazioni come il “muschio di torba”, il “sundew” a foglie tonde (conosciuto anche come il “tocco della Luna” fiore di origini australiane la cui essenza è utile in caso di svenimenti o perdita temporanea della memoria), il “ruffberry” (specie di fungo appartenente alla famiglia dei mirtilli), il rosmarino, il mirtillo ed altre ancora. Raggiunte le alture che circondano l’abitato, si penetra proprio nel cuore della Foresta Nera fino a trovarsi ai 1017 m del Leslerhorne, modesta altura da cui si godono i panorami sulle vallate circostanti e qualche primo scorcio sullo specchio lacustre del Titisee. Il Leslerhorne emerge da una lunghissima dorsale ricca di boschi da cui è possibile scorgere l’orizzonte che ne racchiude la skyline sullo sfondo. Tra campi coltivati, belle case in legno, di cui molte fattorie trasformate in aziende agricole, cappelline votive private poste lungo il cammino e ville nascoste tra i boschi, si raggiunge il lago di origini glaciali del Titisee meglio conosciuto come la “perla” della Foresta Nera.

Per godersi dello spettacolo offerto da questo specchio lacustre alimentato da copiosi corsi fluviali, torrenti e ruscelli, conviene muoversi presto al mattino, poichè la zona richiama, in qualsiasi periodo dell’anno, numerosi turisti e vacanzieri che scelgono quest’area come zona privilegiata per i loro soggiorni. Titisee è un piccolo paese, molto tranquillo che in poche ore ha la capacità di trasformarsi in una brulicante metropoli affollata da turisti e gitanti provenienti da ogni dove (Germania, Francia e Svizzera). Molto singolari sono i tipici costumi popolari della Foresta Nera messi (e indossati) in bella mostra da figuranti locali di tutte le età come attrattiva folkloristica; famiglie che non si sottraggono a qualche foto ricordo e che forniscono utili indicazioni su cosa vedere e/o comprare a Titisee, cittadina (famosa in tutto il mondo) ricca di botteghe e laboratori per la lavorazione, produzione, riparazione e vendita di orologi a cucù. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SANTIAGO (España), camminando sul “tratto francese”: da SARRIA a PORTOMARIN in Spagna. Nella Galizia rurale, l’incanto dei boschi tra muretti a secco, “horrejos” e il cippo dei “100 km”; un mix di sorprese e meraviglia…

Da Sarria a Portomarín sono 115 km ed è forse questa la tappa più emblematica dell’intero Cammino Francese. Ed è proprio da questa località che molti pellegrini, ma nel nostro caso siamo – a tutti gli effetti – viandanti e camminatori, iniziano il loro viaggio (essendo Sarria a poco più di 100 km da Santiago, il “minimo” per ottenere la Compostela) ove l’atmosfera si fa vibrante, conviviale, emozionante. Questo è il tratto più frequentato e percorso del pellegrinaggio lungo il quale si godono paesaggi rurali di rara bellezza, copiose foreste e minuscoli e accoglienti villaggi.

Uscendo da Sarria ci si inebria del respiro della Galizia rurale, si cammina all’ombra di enormi quercete e secolari castagneti. Si esce da Sarria salendo la scalinata monumentale (la “Rúa Maior”) vicino alla chiesa di San Salvador. È una partenza che subito mette in moto e riscalda i muscoli. La pista altro non è che una “corredoiras”: cioè un corridoio scavato che attraversa muretti a secco ricoperti da ampie macchie di felci e di licheni; mentre passo dopo passo, sotto i piedi s’ode il rumore della ghiaia calpestata e delle radici affioranti.

Da qui, da SARRIA, ha inizio un itinerario facile e adatto alla maggior parte dei pellegrini. In questi primi 21 km si attraversano fiumi e foreste, si incontrano piccole chiese e si attraversano piccoli villaggi; molti sono i posti (soste) per fermarsi e bere qualcosa. Successivamente si passa accanto alla Chiesa di Santa Mariña e al Castello (di cui resta solo la presenza di una Torre); qui l’aria del mattino è solitamente fresca e umida, tipica della Galizia, mentre si superano piccoli ponti in pietra sopra ruscelli che scorrono nel silenzio della campagna.

Lungo il percorso si superano minuscole frazioni come “Barbadelo” (con la sua bellissima chiesa romanica di Santiago) e “Morgade”. I pellegrini dicono che questa è una delle tappe più belle del percorso francese. L’itinerario inizierà con questo tratto che va snodandosi lungo piste tratturali e tranquilli sentieri che attraversano secolari quercete che formano autentici tunnel naturali toccando granai storici di pregiato valore architettonico. Subito dopo l’abitato, il sentiero si immerge nella natura più autentica. Ecco attraversare le “Carballeiras” (quercete); camminando sotto tunnel naturali di giganteschi tronchi d’albero secolari che lasciano filtrare raggi di luce creando un’atmosfera che sa di magico.

Giunti a Ferreiros (un punto sosta sul cammino) qui la pista acciottolata diventa molto più irregolare. Poco accanto giace un muretto di pietra dove i pellegrini lasciano sassi, foto e messaggi; da qui in poi – come prevedibile – si potranno incontrare lungo la pista molte più persone che camminano. Si superano piccoli orti privati dove gli anziani coltivano i “grelo” (le cime di rapa) e s’incontrano i famosi “hórrejos”, piccoli e grandi granai in pietra e legno con tetti a falde spioventi, sollevati da terra, che poggiano su pilastri a forma di fungo, particolare struttura utilizzata per proteggere il grano dai topi.

Poco dopo l’incrocio di Ferreiros, tenendo gli occhi ben fissati sul vicino orizzonte della pista, si giunge all’altezza del famosissimo “mojón” (cippo in pietra bianca) che segna esattamente gli ultimi 100 km da percorrere fino a Santiago; questo è il punto più fotografato del percorso, ed è spesso circondato da numerosi pellegrini (o viandanti/camminatori) in attesa di farsi una foto ricordo. Gli intensi profumi della natura circostante determinano il tipico odore della Galizia; un mix di eucalipto, terra bagnata e stalle, attraverso una zona agricola, dove le mucche pascolano a pochi metri dal sentiero.

Dopo chilometri di dolci saliscendi, ha inizio una discesa. Gli ultimi 3 chilometri sono una ripida discesa su asfalto e sterrato in picchiata giù verso la valle; all’improvviso, tra gli alberi, apparirà una vista mozzafiato, la “valle del fiume Miño” e il bacino di Belesar. Sulla sponda opposta, arroccata sulla collina, si scorge Portomarín. Se c’è nebbia (in queste zone molto comune al mattino), che si alterna alla rugiada, il villaggio appare come un fantasma sopra l’acqua del bacino, e la vista di Portomarín con le bianche case e i tetti di ardesia che si riflettono sul colle opposto è davvero iconica.

L’ingresso a Portomarín avviene attraversando un lungo ponte e superando un’ardita scalinata. Per entrare in città si dovrà attraversare un lungo, moderno e alto ponte che sovrasta il bacino fluviale. Appena terminato il ponte, ci si trova davanti a un’imponente scalinata (la “Scalinata della Neve”, ciò che resta di un vecchio ponte romano) in pietra che sale verso il centro del caseggiato. Portomarín (conosciuta anche come la “Città Spostata”) è una città con una storia davvero incredibile. Negli anni ’60, a causa della costruzione di una diga, il vecchio paese fu completamente sommerso. Gli abitanti smontarono pietra su pietra i monumenti principali e li ricostruirono in cima alla collina.

Superando gli ultimi tornanti, si raggiunge l’arteria principale di PORTOMARÍN. Sulla destra s’apre un bel corridoio porticato che conduce alla piazza da cui si erge la mole quadrata e massiccia della Chiesa/Fortezza di San Nicolás. Scrutando le pareti del sacro edificio e osservando attentamente le pietre della facciata, sono possibili vedere dei numeri incisi: questi servivano ai costruttori/restauratori per rimontare correttamente il “puzzle” delle pietre quando la chiesa fu spostata dal vecchio sito sommerso fino in cima alla collina. Qui l’Empanada Gallega (un ripieno di tonno o carne), il principale rustico locale, così come anche la “Tarta” (celebre torta di mandorle) e l’Aguardiente (tipico liquore locale) celebrano i primi 20 km del cammino; e… siamo appena al principio! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

LUBJANA (Slovenia, Balcani)… destinazione meraviglia!

Un tesoro di stile e raffinatezza dei Balcani davvero ancora poco conosciuto… Siamo in Slovenia e nessuno parla davvero di visitare LUBIANA, di andare alla scoperta di questa bella e insolita città e “non” per una buona ragione; e sapete il perché? Il piacevole e delizioso nucleo pedonale che ruota all’interno della città vecchia invita camminatori, viandanti, viaggiatori o semplici curiosi ad entrare ed a scoprire i suoi meravigliosi angoli fatti di raffinatezza e charme e promette ore di esplorazione da compiere tutto a piedi. È una bella città Lubiana ed il suo centro storico esalta la bellezza della cultura Slovena, i cui palazzi nei tetti, nell’architettura e nelle impostazioni decorative richiamano lo stile Austriaco. Piccola, comoda da girare facilmente a piedi, elegante quanto basta, raffinata nei minimi particolari, di una incredibile finezza, davvero molto bella!!

Nulla da dire; il consiglio per andarla a conoscere attraverso i suoi angoli più caratteristici è quello di recarsi al Castello passando dal “Ponte dei Draghi” e di godere del panorama per poi ridiscendere dal lato opposto, in modo da visitare tutto il piccolo centro. Ricca di storia, l’architettura della città è un mix di stili che attraversano secoli di arte, architettura e archeologia, dalle rovine romane al periodo medievale, culminando nell’influenza barocca fino ad esaltarsi con quella austriaca. Con la sua vivace atmosfera, il centro storico curato in ogni suo dettaglio e le varie attrazioni, come il Castello, il “Ponte dei Draghi” e le varie piazze in cui confluiscono le caratteristiche strade, Lubiana è – comunque – una delle città più eleganti tra le capitali europee, pulita e con un mix di architettura storica e moderna.

La “città vecchia” di Lubiana è un misto di bella architettura, ricche pagine di storia, fantastici negozi e rinomati ristoranti. Essa viene divisa da un fiume con molti ponti che collegano le sponde in più punti; strutture architettoniche e ingegneristiche con stili costruttivi e decorativi davvero inusuali, tutti affascinanti e destano interesse. Potendo avere la fortuna di alloggiare sulla sponda del fiume in un istituto di cultura (Biblioteca) che alloggia – al suo interno – un ostello, si resta incantati per lo stupendo centro antico, appena fuori la soglia d’accesso. Nella capitale slovena è possibile compiere un fantastico itinerario a piedi, lineare e ad anello, che tocca le tappe più iconiche e affascinanti del centro storico di Lubiana.

Il centro della capitale slovena è completamente pedonale, il che lo rende ideale da esplorare camminando con calma semplicemente a piedi. Il vero e proprio cuore pulsante della città è la vivace Piazza Prešeren da cui si ammira la facciata rosa della Chiesa Francescana dell’Annunciazione, il monumento dedicato al più celebre poeta romantico sloveno, France Prešeren, e i bellissimi palazzi in stile Art Nouveau che incorniciano lo spiazzo. Dalla vicina piazza del mercato (Krekov trg), è possibile salire, per delle rampe gradonate, sulla collina da cui s’impenna il maestoso Castello di Lubiana che domina – dall’alto – la città coi suoi lussureggianti palazzi, i campanili di chiese e cappelle, le piazze e i boschi che circondano la città. Dal cortile del Castello, e dalla sua imponente Torre di osservazione, è possibile godere di una vista mozzafiato a 360 gradi sui tetti rossi di Lubiana e sulle montagne circostanti.

Il ritorno nel centro di Lubiana avviene – dopo aver attraversato un bellissimo bosco – discendendo dalla collina per un facile sentiero che ritorna verso il principale fiume, il Cankarjevo Nabrežje, camminando lungo i suoi argini pedonali. All’estremità del mercato si trova il leggendario “Ponte dei Draghi”. Costruito agli inizi del ‘900 in stile Art Nouveau, esso è “sorvegliato” – ai quattro angoli – da maestose statue di draghi alati, la creatura mitologica eretta a simbolo ufficiale di Lubiana. Il centro storico di Lubiana è quasi interamente pedonale e raccoglie le principali attrazioni della città. Esso è molto ordinato, ma – al tempo stesso – anche vivace e frequentato sia dai turisti, che dai locali, in particolare molti giovani. Il Castello che li sovrasta ed il fiume che lo circonda sono, ovviamente, i due elementi che maggiormente caratterizzano la skyline della città.

Percorrerlo in lungo ed in largo semplicemente a piedi, sia di giorno che di sera, risulta essere davvero un gran piacere di stupore e di bellezza. Il suo centro è abbastanza compatto: la parte medievale, quella addossata al castello, viene separata dal fiume dalla parte stilisticamente in Art Noveau. Il centro urbano, nell’insieme, risulta essere gradevole e possiede un particolare carattere centroeuropeo e – spesso – con qualche sfumatura tipicamente “meridionale”. Non bisogna aspettarsi nulla di simile rispetto alle grandi capitali europee, ma la città vecchia di Lubiana merita davvero di essere visitata percorrendola a piedi attraverso i suoi più caratteristici (e, spesso, nascosti) angoli. Lubiana è davvero una piacevole scoperta. I suoi vicoli e i ponti dislocati nel centro della città rendono un pò retrò l’atmosfera paragonabile, a nostro modesto avviso, a quella di Parigi o alle più famose città europee.

Il suo centro viene attraversato dall’iconico Triplo Ponte (Tromostovje), uno dei capolavori dell’architetto Jože Plečnik. Questa struttura – unica nel suo genere – unisce il vecchio centro medievale alla parte più moderna della città con tre eleganti rampe (“balaustrate”) pedonali separate che scavalcano il fiume Ljubljanica. Vista la vicinanza all’Italia, Lubiana val davvero la pena di essere conosciuta, anche avendo a disposizione un weekend. La sua tranquillità, la sua estrema pulizia la rendono davvero unica; mentre il suo aspetto esteriore è meraviglioso, l’atmosfera che si percepisce è ancora migliore. Il fiume che l’attraversa è fiancheggiato su entrambi i lati da caffè che fungono – per la gran parte dell’anno – da centro sociale della città. Qui la gente del posto è molto cordiale e, cosa non da poco, molto disponibile. Se tutto ciò non è meraviglioso…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

Hrad DEVIN Castle (Slovensko, Slovacchia), a picco su uno storico confine…!

Erto su una roccia a picco oltre i 200 metri alla confluenza di importanti fiumi come il Danubio e il Morava; estremo lembo di quello che fu un grande impero europeo e massima espansione occidentale del regno ungarico; storica rotta fluviale (e terrestre) per il commercio delle pregiate pietre di ambra; linea di confine e punto cruciale di quella che fu la “Cortina di Ferro” che determinò la massima espansione sovietica nei decenni post-bellici, durante il lungo periodo della cosiddetta “Guerra Fredda”, verso occidente ai margini dell’Europa; simbolica (e pericolosa) via di fuga per la libertà verso quell’Europa che poco alla volta risanava le sue ferite; porta d’ingresso alle propaggini dei Carpazi sud-occidentali… I luoghi e i momenti, succedutesi nel corso del tempo, determinano la storia di questo castello: HRAD DEVIN, un ginepraio di pietre, pareti diroccate, passaggi su più livelli, torri arroccate su precipizi, mura merlate, terrazze sospese nel vuoto… mentre laggiù scorre – lento e silente – il Danubio che accoglie la confluenza delle acque del Morava. Tra le prime presenze in queste terre si ricordano i Celti; poi i Romani da qui riuscivano a controllare i confini orientali della propria espansione; successivamente gli Slavi eressero questa temuta fortezza determinando – nel corso dei secoli – il confine occidentale del Regno d’Ungheria. Più volte conquistato, senza alcun motivo fu raso al suolo dai francesi di Napoleone nel 1809.

Il luogo legato all’impero della Grande Moravia, e lo stesso castello, trasudano di profonda fede e di spiritualità, tant’è che tutta l’area – tra il fiume, la confluenza dei due corsi d’acqua e la rupe da cui si erge il maniero – risulta essere sacra per l’intera popolazione slovacca. Infatti qui vennero accolti e trovarono ospitalità i santi “fratelli” di Salonicco (in Grecia) Cirillo e Metodio che portarono un grande patrimonio di profonda fede, preghiera e religione. I fratelli, giunti qui nel 863 per professare la fede, hanno svolto un ruolo chiave nel diffondere la liturgia – creando l’alfabeto “glagolitico” – il più antico alfabeto slavo conosciuto, riuscendo ad ottenere anche il consenso del Papa, per l’utilizzo dell’antica lingua slava come lingua liturgica. La giornata non è tra quelle ideali, il meteo non minaccia pioggia anche se i basoli e i selciati lungo le strade sono completamente bagnati, ma ciò che non rende esaltante la giornata escursionistica in programma, è quel fastidioso e copioso manto di bruma che sfiora – con i suoi bassi cumuli composti da coltri di nebbie e manti ovattati di foschie – le superfici più elevate tra le colline, i boschi e i campanili. Fortunatamente, per quanto sia possibile, la visibilità è accettabile, ma la stessa non rende giustizia alla bellezza del posto anche se nel complesso si ha una percezione indiretta di ciò che si va a conoscere e scoprire. Un ampio piazzale s’apre alla base della rupe da cui si ergono le mura di ciò che resta di quello che un tempo era un poderoso castello di Devin.

In breve si accede attraverso la porta occidentale della cinta muraria, determinata dai resti di due torri cilindriche. La pista principale, poco alla volta ascende verso una lieve altura; sulla destra, in alto, i resti del castello sono già ben visibili. Molte sono le leggende che circondano queste antiche rovine; una di esse racconta la triste storia di una fanciulla del posto che, rinchiusa in una delle torri, si tolse la vita gettandosi tra i dirupi. Le parole Devín o Devinka identificano un erto punto di osservazione, e la comune radice “div” (spirito maligno) determina un luogo infestato da spiriti maligni; in slavo, tradurre la parola “Devin” (originariamente Dowina), significa “ragazza”. Pertanto Devinsky Hrad (in ungherese) o Hrad Devín (in slovacco) indicava, appunto, il “Castello di una ragazza”. Seguendo la traccia si giunge a un primo incrocio che s’ignora, puntando ancora verso sud (resti di edifici sparsi sulla sinistra) fino a giungere nei pressi di una muratura merlata con porta arcuata; da qui si risale lungo il ripido pendio a destra fino a guadagnare un rilievo collinare da cui s’apre – come una terrazza panoramica – uno splendido scorcio paesaggistico sul corso del più romantico corso fluviale europeo: il “Dunaj” (Danubio). La sponda opposta che si staglia sull’orizzonte è territorio austriaco e la zona alla confluenza dei due fiumi (Morava e Danubio) sotto le rupi di Hrad Devin è molto suggestiva. Qui le acque sono sempre state molto basse e l’occidente era distante solo qualche decina di metri; conosciuta come la “Porta della Libertà” (Brána Slobody), nella Cecoslovacchia comunista l’area (off-limits) era cinta da filo spinato.

Ciò di cui rimane oggi del castello, la cui pianta è molto irregolare, si sviluppa lungo due rupi ravvicinate e suddivise dalla spianata che ruota intorno a un pozzo. Si accede alla spianata attraverso i barbacani del maniero: sulla sinistra le spettrali mura diroccate che – come un labirintico passaggio – chiudono il margine meridionale della rupe, conducono ad un terrazzino circolare che s’apre, nonostante la persistente foschia, su un bellissimo scorcio paesaggistico sul Danubio. Da qui si percepisce l’importanza del luogo e della sua posizione; da un punto di vista strategico, il castello stesso era la protezione naturale della Porta di Devín, l’ingresso geografico che immette al bacino dei Carpazi. L’ampio corso del Danubio determinava la direzione di un’importante via commerciale continentale tra l’est e l’ovest. Siamo esattamente alle porte dell’Europa (lungo il confine tra Austria e Slovacchia) e, riconducendo i pensieri alle memorie storiche di questi territori durante il corso degli ultimi secoli, rivengono in mente i tempi passati: dalla presenza dei Bizantini, per le invasioni Turche fino alla repressiva chiusura della Cortina di ferro. Anche se il tutto resta circoscritto in poche centinaia di metri, intorno non c’è niente, solo aperta campagna e boschi, ma il panorama – nonostante la scarsa visibilità – risulta essere molto suggestivo. Nel volgere di pochi minuti di cammino, superando nuovamente la spianata, risalendo e portandosi verso il margine settentrionale della rupe, si raggiunge il punto più elevato della rocca (210 m) a picco sul fiume; qui s’apre una terrazza circolare che domina i due grandi fiumi europei: Danubio e Morava.

Il fascino di un paesaggio bucolico che sembra, incredibilmente, essere uscito dal quadro di un artista impressionista; la bruma che ci ha accompagnato – per tutto il tempo – durante la giornata escursionistica; le voci, le lingue e i dialetti di tutto il mondo (dalla Cina al Sud America) che, come fossero accompagnate dal vento, s’incrociano sul ciglio di questa rupe, lasciano facilmente intuire quanto sia grande l’interesse (per curiosi e appassionati), o semplicemente per godere solo delle bellezze naturalistiche e ambientali nel conoscere e scoprire questo angolo nel cuore dell’Europa orientale che tanto ha significato durante lo scorrere del tempo. Da quassù è possibile restare per lungo tempo incantati dalla grande bellezza in cui ci si trova al cospetto di un paesaggio davvero unico nel suo genere; un viaggio a ritroso nel tempo che vale davvero la pena di vivere. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

PALERMO (Sicilia), l’altra “capitale”… quattro passi nel suo centro storico tra suoni, gusti, incanto, sapori, voci, stupore e profumi

(dedicato a tutti i miei cari amici siculi!)

Provate a camminare in una città calorosa, solare, vera, autentica… attraverso un mondo bellissimo, fatto di cultura, di profumi, di storia, di sapori, e di stuzzicanti curiosità. Compiendo una intensa camminata nel centro storico di questa II “capitale” di un Regno si avverte di come questa abbia determinato le sorti ed abbia scritto la storia nel Mediterraneo: PALERMO. Il suo Cento Storico ci accoglie in un viaggio che, per magia, ci trasporta indietro nel tempo. Il cuore pulsante del suo Cento Storico ci guida attraverso un muoversi spazio/temporale; un camminare curioso osservando ogni angolo della città, quasi come di sentirla, di immaginare ogni singolo passaggio delle diverse culture che l’hanno caratterizza nel tempo in un vortice di storia, che s’intreccia tra curiosità e aneddoti legati alla sua vita. Grazie alla sua millenaria storia Palermo possiede uno straordinario patrimonio artistico e architettonico di elevato spessore culturale: splendidi edifici storici, palazzi barocchi, templi grechi, teatri neoclassici, ville e stupende chiese. Diversi sono gli stili decorativi che si rispecchiano lungo gli assi viari principali, tra cui via Maqueda che consente di passeggiare tranquillamente ammirando le chiese, i palazzi e i tanti negozi, tra cui quelli bellissimi che espongono le tipiche ceramiche.

Ecco allora riflettersi lo stile “liberty” che – spesso – si accosta al barocco, lo stile normanno che si alterna a quello arabo, più ancora altri stili che sono tutti da scoprire passo dopo passo. Si va alla scoperta di quello che, forse, è l’animo più vero (e poco conosciuto) della Sicilia, esplorando quello che – forse – è il lato più autentico dell’intera città, attraverso la conoscenza di: chiese (in pietra rosa); palazzi gentilizi e nobiliari. Numerosi sono gli edifici sacri e laici d’origine medioevale che si alternano in vivacissime piazze ricolme di gente; mercati rionali che brulicano di bancarelle ove l’urlo dei venditori si rincorre, tra spezie e tipicità locali, come il richiamo alla preghiera da un minareto in un suk arabo, esaltando le prelibatezze che esaltano il gusto e stuzzicano il palato dei più curiosi; vivaci fontane ornate in marmo bianco. Muovendosi dal classicheggiante piazzale del Teatro Politeama, s’imbocca via Ruggiero Settimo fino a guadagnare il bel rettifilo di Via Maqueda (o Makeda). Scrutando ogni possibile angolo che attiri la nostra curiosità, s’apre lo slargo di Piazza G. Verdi in cui giace, alla sua destra, l’impianto settecentesco del Teatro Massimo. Proseguendo ancora per Via Maqueda, si giunge in quello che viene considerato il “vero” centro della città e del suo centro storico: la Piazza dei “Quattro Cantoni”, conosciuta anche come Piazza dei “Quattro Canti”, Piazza “Vigliena” o Piazza “Villena”, oppure ancora “Ottagono del Sole”.

Insomma mille nomi per una piazza (“Quattro Cantoni”, “Vigliena” o “Ottagono del Sole”) tutta da scoprire, da conoscere e – soprattutto – da fotografare. Una piazza ottagonale che sorge all’incrocio di 2 importanti viali: Maqueda e Cassaro (oggi via Vittorio Emanuele). Il curioso incrocio di Piazza Vigliena trae la sua origine dall’appellativo dato al principio: il nome esatto è Villena in onore del vicerè Pacheco de Villena y Escalon, ma le antiche fonti ricordano questo incrocio anche come Ottangolo o Teatro del Sole perché durante le ore del giorno almeno una delle quinte viene illuminata dal sole; fotografarla dal basso la prospettiva restituisce la visione di un ottagono perfetto. I suoi quattro cantoni sembrano dei palcoscenici; quattro storici palazzi dalle facciate convesse tutte uguali che ospitano, al centro, le bellissime fontane sormontate dalle statue raffiguranti le quattro stagioni. La piazza (degli inizi del XVII secolo in puro stile barocco), questo particolare centro (nel centro) cittadino, costituito dall’accostamento di quattro quartieri (il Monte di Pietà/Seracaldaio, la Loggia, la Kalsa e l’Albergheria) che confinano – appunto – con i Quattro Canti, nel punto (centro) esatto in cui vanno ad incrociarsi anche le due suddette vie: Maqueda e Corso V. Emanuele, un fondamentale punto di snodo. Poco più avanti s’apre, sulla sinistra, l’ampio palcoscenico urbano che accoglie Piazza Pretoria, con al centro – di poco elevata al di sopra di una gradinata – la monumentale Fontana Pretoria, conosciuta anche come Fontana della Vergogna, costruita (e qui collocata) in puro stile rinascimentale nella seconda metà del XVI secolo.

Ancora pochi metri e si sbuca in Piazza Bellini ove si stagliano, in tutta la loro imponenza, la Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio e la singolare chiesa di San Cataldo; la prima (in puro calcare/arenaria rosa) con una bella Torre della metà del XII secolo, dalle singolari bifore che si eleva evidenziandosi per i suoi stili bizantino, normanno e barocco al di sopra di una gradinata; la seconda, riconoscibilissima per le sue tre cupole rosse “allineate”, eretta verso la metà del XII secolo, lascia scorgere stili decorativi e architettonici che vanno dal bizantino all’arabo/normanno. Via Ponticello e, successivamente, Via Casa Profesa, sono due arterie minori che, distaccandosi sulla destra immettono in uno dei luoghi “cult” della capitale peloritana: l’incredibile Mercato storico di Ballarò. Immergendosi nel cuore della Palermo più “verace” si entra in stretto contatto con le tradizioni locali, soprattutto in quelli che sono l’anima pulsante, dalle caratteristiche e dal folclore più evidenti dei due mercati più antichi della città: il “Ballarò” e la “Vucciaria” (o “Vucciria”). Sono luoghi, questi, deputati alla degustazione di uno dei cibi di strada più amati della città: il pesce appena pescato preparato al momento in tutte le sue possibili varianti. Camminare tra le bancarelle che espongono – con incredibili geometrie in apparente equilibrio – è un’apoteosi del gusto, ove i profumi densi delle fritture di pesce, si amalgamano con quelli aromatici delle spremute di melograno; un suk magrebino o un bazar di Medina non saprebbero offrire di meglio!

Guadagnati piazzetta Naso si percorre, in tutta la sua interezza, il vicolo Case Nuove avvolto nella sua misteriosa ombra, sicuro riparo dalla canicola; qui, su un muro a destra di una casa, compare il singolare dipinto (quasi un affresco) che raffigura la Santa “patrona” di Palermo, Santa Rosalia, che – affacciandosi dai crinali del monte Pellegrino – dispensa fiori (rose) benedicendo i devoti che a lei si rivolgono in preghiera; anche noi, come segno di rispetto e osservanza del padrone di casa che giace sulla soglia, ci fermiamo ad omaggiare con un saluto questa importante figura religiosa venerata in tutta la Sicilia. Sbucati nuovamente su Via Maqueda, il percorso a ritroso ci riporta nuovamente verso la Piazza (Vigliena/Villena) dei “Quattro Canti”, per poi proseguire sul C.so V. Emanuele, superare Piazzetta Bologni col piedistallo da sui s’impenna la regale statua di Carlo V, fino a sfociare nell’immensa spianata da cui prospetta – sulla destra – l’imponente facciata (col suo ingresso principale) della Cattedrale di Santa Rosalia. In essa sono raccolte le spoglie della Santa patrona di Palermo. Dichiarata Patrimonio mondiale dell’UNESCO ed eretta nella seconda metà del XII secolo, in essa si riscontrano stili decorativi, plastici e architettonici che si rifanno al periodo bizantino, romanico, normanno, islamico, gotico e – specificatamente al suo interno – rinascimentale, barocco e neoclassico.

Percorrendo brevemente Via Bonello, si sfiora la possente struttura del Palazzo della Diocesi che s’affaccia sulla Piazza Indipendenza nella splendida cornice dei giardini di Villa Bonanno determinati dalle geometriche aiuole che raccolgono varietà botaniche di numerose specie arboree. Sul lato opposto chiude – come una gigantesca muraglia di mattoni rossi – il monumentale Palazzo dei Normanni (eretto nel IX secolo è, anch’esso Patrimonio mondiale dell’UNESCO) che oggi è sede permanente della seduta della giunta Regionale siciliana. Il palazzo accoglie, al suo interno, la Cappella Palatina (eretta nella prima metà del XII secolo) che si distingue per i suoi stili arabo/normanno/bizantino. Nuovamente in cammino lungo il C.so V. Emanuele, qui si alternano, con vivaci colori, i numerosi negozietti di souvenir che si alternano a fugaci fast-food, negozietti di antiquariato locale, librerie, laboratori di ceramiche e diverse botteghe di produzioni artigianali come quelle del cuoio. La skyline delle facciate di antichi palazzi e dimore storiche che prospettano sulla strada ogni tanto viene interrotta dai bellissimi giardini e i cortili interni di questi edifici. In prossimità del porto s’apre la Piazzetta delle Dogane determinata dalla presenza dell’antica Chiesa di Santa Maria della Catena, dalla facciata in calcare ed arenaria si esprime per il suo stile gotico/catalano e rinascimentale facendo risalire la sua costruzione tra il XV e il XVI secolo.

Eccoci finalmente giunti sul margine del porticciolo, sovrastato dalla mole di monte Pellegrino, che accoglie le barche da diporto tutte ancorate agli ormeggi e disposte ordinatamente una accanto all’altra. Guardandosi intorno lungo la facciata di un moderno edificio color ocra, giganteggia un murales che raffigura il volto di due tra i più “iconici” personaggi (uomini delle istituzioni) che negli ultimi decenni del XX secolo hanno determinato la storia della città e dell’intera isola col loro impegno nella lotta alla mafia: Falcone e Borsellino che sussurrano tra loro. Poche decine di metri ancora a spasso lungo il margine del porticciolo sul lungomare della ‘A Cala e si sfocia su una piccola spiaggetta dal bianco arenile – l’antico Porto Borbonico – e dai fondali ciottolosi in cui si rispecchiano le numerose tinte di un mare sempre trasparente e così incredibilmente azzurro; uno scorcio paesaggistico sulla costa che va a chiudere, in un’autentica cornice ambientale, questo meraviglioso e intrigante giro a piedi attraverso le bellezze del centro storico di Palermo. Ciao Sicilia “bedda”… alla prossima! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

JERUSALEM (Israele), “Città Santa” per eccellenza e capitale “contesa” da millenni di pregiudizi e incomprensioni, di odio etnico e sopraffazioni…

(immagini e report di un viaggio a piedi compiuto 4 mesi prima del 7 ottobre 2023)

Camminando attraverso le sue strette viuzze, i porticati, i millenari lastricati in pietra calcarea e la presenza di tracce di un “qualcosa” che cambiò – per sempre – il volto della storia, abbiamo cercato (almeno in parte) di scoprire la magnificenza di questa città… unica al mondo! All’interno delle mura della Città Vecchia di GERUSALEMME si celano monumenti ed opere d’arte d’incredibile bellezza, simboli della fede e tradizioni religiose che qui si perpetuano da millenni, così come l’archeologia e la storia che ci coinvolge e ci appassiona. Camminare tra i vicoli, le rampe, i basoli (calpestati da oltre 3000 anni), i portali, gli androni, i cunicoli e i supportici della Città Vecchia è come provare ad ascoltare il battito pulsante del cuore di questa incredibile città che sembra davvero essere l’autentico “centro del mondo”.   Un melting-pot fatto di popoli, razze, dialetti, usanze, colori, profumi, suoni, costumi, credi e religioni che caratterizzano la capitale (contesa da millenni) dei Palestinesi e degli Ebrei; ed è proprio qui, a Gerusalemme, che elementi, valori, sensazioni e pensieri sono qualcosa che difficilmente si trova in qualsiasi altra parte del mondo. Per come è complessa e diversificata la coesistenza in questa città/capitale (“santa” per almeno sette diverse fedi religiosi), indipendentemente dal proprio credo, le emozioni che si provano calpestando queste bianche pietre (in calcare) levigate dal tempo e sfiorando con le mani pareti intrise di fascino e mistero, sono incredibilmente intense e difficilmente esprimibili a parole. In meno di 2 kmq, la Città Vecchia è – da sempre – divisa, storicamente e culturalmente, in “Quattro Quartieri” residenziali: Armeno, Cristiano, Ebraico e Musulmano che costituiscono l’essenza della città. Quattro mondi fra loro ben distinti ma attigui, che sconfinano l’uno nell’altro senza i limiti di barriere fisiche.

Altra grande attrazione della Città Vecchia sono le sue porte d’accesso, ognuna con una storia particolare. Qui, il contrasto delle culture nella Città Santa è più palpabile che mai nei quattro quartieri della Città Vecchia, ognuno con un colore, un aroma e dei suoni diversi. Visitare la Città Vecchia di Gerusalemme è il modo migliore per scoprire il fascino della città, sia a livello monumentale che culturale. I contrasti tra i quartieri e il multiculturalismo della città si respirano in ogni strada, dove convergono musulmani, ebrei, pellegrini cristiani e turisti, camminanti, viaggiatori e viandanti da tutto il mondo. Qui è possibile godersi la tranquilla atmosfera del quartiere armeno, oppure immergersi nel vivace suq del quartiere mussulmano, o essere destati dal rintocco delle campane del quartiere cristiano, oppure camminare per le strade d’impianto romano del quartiere ebraico; e il tutto… racchiuso in circa un chilometro quadrato! Questi quartieri accolgono le famiglie di quattro diverse comunità, ognuna con una forte identità culturale che si evince nel modo di vestire della gente e nell’architettura degli edifici, così come si distingue nei suoni o si percepisce nei profumi di essenze aromatiche che impregnano l’aria di ognuno di questi. Entrare e camminare attraverso l’intricato reticolo di vicoli e stradine nella Città Vecchia significa compiere un viaggio indietro nel tempo di oltre 3000 anni e poter sentire, comprendere, vedere, e (quasi) toccare con mano i contrasti di questa “Città Santa”, presenti in ogni angolo, nascosti dietro ogni spigolo o nel buio di portoni di cui non s’intuisce il fondo. La matrice antropica di questi quartieri è esistita per millenni rappresentando – fino al 1860 – la massima estensione dell’intera area urbana. Le mura che la circondano furono erette, nel 1538, dal sultano Solimano il Magnifico con l’intento di proteggere il perimetro della città. Contesa dai diversi conflitti che l’hanno accompagnata per secoli, la Città Vecchia di Gerusalemme è la zona più bella e intrigante della capitale israeliana.

Andando a conoscere più da vicino questi quartieri, scopriamo il “Quartiere Armeno” situato nella parte sud-occidentale della Città Vecchia. Esso è il più piccolo dei quattro e contiene il minor numero di residenti. La maggior parte del quartiere è costituita da un’area privata chiusa di proprietà del monastero armeno e circondata da mura. Per intuizione emotiva lo considero il quartiere più “tranquillo”, con circa 500 membri, ed è anche il meno conosciuto, pur essendo presente nella Città Santa da secoli. Qui è possibile scoprire la bellezza delle interessanti botteghe artigianali di ceramica, del legno scolpito, dei vimini, delle cantine, oltre a piccole cappelle e musei sulla storia degli armeni in città. C’è poi il “Quartiere Cristiano” ubicato nella parte nord-ovest della Città Vecchia. Il quartiere ospita la Chiesa del Santo Sepolcro, uno dei luoghi più sacri della cristianità mondiale. Esso si estende tra la Porta di Damasco, la Porta Nuova e la Porta di Giaffa, ed è il secondo più antico della città. Attraverso il reticolo delle sue stradine molti pellegrini iniziano la Via Crucis seguendo gli stessi passi compiuti da Gesù, arrivando al tesoro del quartiere cristiano: il Santo Sepolcro. La basilica è il luogo più sacro per i cristiani ed è uno dei monumenti più visitati di Gerusalemme. Il quartiere cristiano è la zona più visitata della Città Santa, un crogiuolo di commercio, cibo da asporto e spiritualità. Entrando nella Città Vecchia attraverso la Porta di Jaffa, si percorre una lunghissima e stretta via in discesa dove si sussegue un’infinità di botteghe e negozietti che propongono chincaglierie, souvenir e tanto altro ancora di ogni genere.  Questa via conduce alla Chiesa del Santo Sepolcro, il luogo più sacro per i cristiani. C’è poi “Quartiere Ebraico” che si espande nella parte meridionale della Città Vecchia abitato per secoli da Ebrei.

Il quartiere ebraico fu distrutto durante la guerra del 1948 ma ricostruito dal governo israeliano dopo il 1967. Entrando dalla Porta del Letame, il quartiere ebraico è la parte più elegante della zona fortificata. Le sue vie sembrano immerse in una calma e una tranquillità interrotte solamente da qualche ebreo ortodosso (riconoscibili per il particolare abbigliamento) che avanza di fretta, schivando turisti e pellegrini. In esso sorgono numerose sinagoghe e yeshivah (scuole dedicate allo studio della Torah). Il tracciato urbano del quartiere ebraico evidenzia lo stile romano di Gerusalemme. Sono ancora ben visibili alcune colonne originali che segnano l’inizio del “cardo”, antica via commerciale romana su cui prospettano gallerie d’arte, negozi e appartamenti. La maggior attrazione resta il celeberrimo Muro del Pianto (chiamato anche Kotel) gremito di fedeli ad ogni ora del giorno e della notte. Vicino ai resti del secondo tempio di Gerusalemme, si possono ascoltare ogni giorno le orazioni di migliaia di ebrei raccolti in preghiera. Al di là di questo muro si erge “Haram esh-Sharif” (recinto del nobile santuario) o Monte del Tempio, ancor più noto come Spianata delle Moschee, luogo di culto da sempre conteso dalle tre principali religioni monoteiste, laddove si erge la scintillante Cupola della Roccia tanto sacra ai musulmani. Il quartiere ebraico è senz’altro il più ortodosso e conservatore.  

Scopriamo, infine, il “Quartiere Musulmano” collocato nella parte nord-est della Città Vecchia, è il più grande, esteso e popolato dei quartieri con residenti principalmente musulmani. Esso occupa l’area dietro al Muro del Pianto fino alla Porta di Erode (raggiungibile anche dalla Porta dei Leoni o dalla Porta di Damasco). Al suo interno scorre la Via Dolorosa (la Via Crucis), luogo di pellegrinaggio cristiano, così come il Monte del Tempio, dove si trova il terzo dei luoghi sacri dell’Islam, ovvero la Cupola della Roccia. Perdersi attraverso gli stretti e labirintici vicoli si rincorrono gli aromi delle spezie e del caffè, gli echi del suq e la varietà di merce esposte sulle bancarelle, i sapori delle tisane e gli intensi fumi dei narghilè ove primeggiano bellissimi tappeti, stoffe multicolorate, succhi di frutta appena fatti, oggetti di antiquariato e cibo da strada dai molteplici gusti, praticamente… di tutto! Vicoli e stradine sono sempre piene di vita praticamente a qualsiasi ora del giorno. Anche se appare caotica, trafficata e – solo in apparenza – sporca, è proprio per questo che è la più viva ed animata; stracolma di negozietti di souvenir di vario genere ed oggetti religiosi: dai presepi in legno d’ulivo ai crocifissi in plastica. Gerusalemme è una città viva, ma le incomprensioni che in essa coesistono lasciano spazio solo all’odio, alla rabbia e al rancore. Ritornerà ad essere nuovamente una “città santa”? Forse… ci vorrà ancora molto tempo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ACQUARIO di Genova: 20000 leghe tra cielo, terra, traffico negli abissi e dintorni…!

È indescrivibile lo stupore, la meraviglia, l’incredulità di trovarsi a camminare in gallerie d’acqua circondati da squali curiosi, foche giocherellone, delfini acrobati e tutto ciò che le multicromatiche creature marine, tutto il mondo che ruota intorno all’acqua, sia dal cielo, sia in superficie che nel sottofondo… riescono a trasmettere a chi giunge – per la prima volta – in visita all’ACQUARIO MARINO di GENOVA, presso il molo antico della stessa città. I profumi del mare, le cromie viventi e i suoni provenienti dall’abisso poi… sono la più bella colonna sonora che la natura riesca ad offrire… Visitare l’Acquario di Genova è come immergersi in un viaggio attraverso i mari del mondo. Essendo la struttura più grande d’Europa per numero di ecosistemi, l’itinerario segue un percorso obbligato che si snoda tra la struttura storica e il più recente Padiglione Cetacei. Si punta verso il Pianeta Blu e la Grotta delle Murene; qui il percorso comincia con una spettacolare proiezione immersiva che subito conduce nella zona dedicata al Mar Mediterraneo. Qui la protagonista principale è la “Grotta delle Murene”, un’enorme vasca cilindrica alta oltre 6 metri dove questi animali nuotano tra gli scogli. Segue poi la Laguna delle Sirene, mentre più avanti s’incontra la zona dei “Lamantini”, rari mammiferi acquatici erbivori che hanno dato origine al mito delle sirene.

L’Acquario di Genova è una delle poche strutture in Europa che non solo lo ospita, ma che riesce anche a farli riprodurre. Ecco la Baia degli Squali; e qui si entra nel vivo adrenalinico del predatore dei mari. La vasca degli squali ospita diverse specie, tra cui lo “squalo grigio” e lo “squalo nutrice” ed è – praticamente – un privilegiato punto di osservazione per poter ammirare questi predatori da diverse angolazioni. Ma le meraviglie non si esauriscono solo con la visita all’acquario ed a tutte le straordinarie creature che lo popolano… appena adiacente una gigantesca cupola trasparente accoglie tutto ciò che identifica e rende viva una foresta sul mare tra uccelli dallo splendore (e dal canto) unico e piante tropicali che si nutrono dell’acqua. Nelle adiacenze dell’Acquario un galeone offre la visione della vita per mare al tempo dei pirati; mentre spostandoci di appena una darsena siamo alla Galata, il Museo del Mare, cinque piani di antichi magazzini portuali risalenti al ‘500 in cui sono raccolti elementi, immagini, ricostruzioni di vita, commercio, trasporti, migranti, esplorazioni (c’è la tenda/canotto del naufragio oceanico del noto esploratore italiano Ambrogio Fogar nel 1978…) su tutto ciò che è il pianeta mare!  Con l’obbligo di indossare un casco siamo invitati ad entrare nelle viscere dell’elemento blu a bordo del “mitico” sommergibile Nazario Sauro qui ancorato.

Alla prima stretta rampa di scale ecco apparire un mondo che avevamo sempre immaginato (tra letteratura e cinematografia) fin da bambini sul come avveniva la vita tra gli abissi: strette cabine, cuccette ridotte al minimo, spazi asfissianti, periscopi, sala comando, quadrato ufficiali, servizi appena ricavati laddove è stato possibile, siluri e relative bocche di fuoco… tutto avvolto in un affascinante mistero verniano che ci riporta al Capitano Nemo e le 20000 leghe sotto i mari! L’Isola delle Foche e il Regno dei Ghiacci rendono più morbida la visita osservando le foche comuni. Subito dopo, si entra nell’area dedicata all’Antartide (unica in Italia), dove sono possibili ammirare i “Pinguini di Magellano” e i “Pinguini Gentoo” nel loro habitat refrigerato. Il Padiglione dei Cetacei (con la presenza dei delfini), progettato dal noto architetto Renzo Piano, è l’autentico cuore pulsante i tutto l’Acquario. Grazie a quattro vasche a cielo aperto, sono possibili ammirare i *tursiopi* (famiglia dei delfini) sia dall’alto, come se davvero si stesse affacciati dal ponte di una nave, sia da una prospettiva subacquea attraverso un tunnel vetrato tale da permettere una visuale davvero mozzafiato. C’è il Padiglione della Biodiversità e la Vasca Tattile quest’ultimo collocato all’interno della “Nave Italia“, da cui ha inizio un percorso che diventa interattivo.

Nella “Vasca Tattile” è possibile (con le dovute cautele e seguendo scrupolosamente le regole) accarezzare le razze; la “Foresta Tropicale” un’area dedicata a rettili, anfibi e uccelli esotici; la “Barriera Corallina” infine offre un’esplosione di colori con pesci pagliaccio, anemoni e una quantità di coralli vivi. Una passeggiata agli antichi magazzini del cotone (quelli della leggendaria storia che ha dato origine – oltre oceano – alla nascita del più popolare capo d’abbigliamento: i blue jeans) ci porta a far conoscere la tentacolare e avveniristica struttura (il “Bigo”) realizzata dall’architetto Renzo Piano. Questa struttura fu donata (nel 1992) alla “Superba” città della Lanterna in occasione delle celebrazioni del cinquecentesimo anniversario della scoperta delle Americhe ad opera di Cristoforo Colombo. Qui, un “Bigo” che ricorda le antiche gru portuali per il carico/scarico delle merci dalle navi conduce viaggiatori, visitatori e appassionati a 40 metri d’altezza facendo scoprire le bellezze, con una visuale a “volo d’uccello”, sui tetti dei quartieri, dei campanili e delle torri appena prospicienti la marina e l’area dell’antico porto.

Il Museo Nazionale dell’Antartide mi coinvolge pienamente (per la mia smisurata passione per i “Poli” e, in particolare, per il continente antartico), luogo di cui ho approfondito la conoscenza attraverso una letteratura dedicata (fonti e archivi biblio/fotografici) per le mi ricerche in seguito alla mia intervista con l’alpinista/esploratore Reinhold Messner quando fece ritorno dalla sua traversata al Polo Sud; documentazioni utili per le mie presentazioni su tutto ciò che può essere utile alla conoscenza del continente di ghiaccio; indossando le pesanti giacche dei ricercatori alla base italiana dell’Antartide, scoprendo storie già vissute per aver divorato letteratura sull’argomento (le spedizioni di Scott e Amundsen al Polo Sud) , posso dire di essermi veramente… trovato a casa! Si ritorna nuovamente al porto, ammirando quelle che erano le antiche strutture murarie della vecchia sistemazione con blocchi in pietra e anelli per l’ancoraggio di navi. L’itinerario alla scoperta e conoscenza dell’Acquario di Genova, ha il suo termine vicino alla “Biosfera” e al “Bigo”, situati proprio nel luogo di quello che fu il Porto Antico. Che altro aggiungere se non invitare tutti, ma proprio tutti a venire a visitare l’acquario sicura-mente più bello del mar Mediterraneo; non è un parco giochi, e neanche un luogo di intrattenimento; qui si fa la conoscenza (e si viene direttamente coinvolti) del mare e tutto ciò che lo rende vivo in ogni sua forma. Per distogliere – infine – un pò l’interesse dal mare, consigliamo di puntare nell’immediato centro storico adiacente il porto; qui tra gli strettissimi vicoli (meglio conosciuti come) dei “carrugi” s’impenna lo splendido campanile della Cattedrale dedita al culto di San Lorenzo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

monte ARGENTARIO (lagun di Orbetello GR, Toscana), scrutando il mare tra i profumi della macchia!

L’incanto di un blu tra i più belli e intensi del Mediterraneo, fondali marini che parlano di meraviglia, un mare così aperto che lascia spazio all’immaginazione più profonda, la suggestiva bellezza di un’esplosione di colori offerti dalla macchia… Questo è il paesaggio che fa del monte ARGENTARIO e della laguna di ORBETELLO, un’autentica meraviglia della natura, gioiello di protezione ambientale e patrimonio di biodiversità dei tre mondi: acquatico, terrestre ed aereo. L’Argentario è un promontorio in terra toscana, dalle incredibili bellezze paesaggistiche e panoramiche, incastrato tra la Maremma e l’alto Lazio. Un lembo di terra che fu prima etrusco, poi romano, toccata dagli spagnoli, sfiorata dagli austriaci e posseduta dai francesi; un gigantesco scoglio al largo della laguna di Orbetello, costellato da torri difensive, rocche inaccessibili e ardite fortificazioni, il tutto circondato da una splendida, intensa e profumata macchia mediterranea.

L’Argentario è – scuramente – uno dei promontori più belli della lunga fascia costiera tirrenica; luogo che conserva in sé incredibili bellezze naturalistiche e ambientali e manufatti creati da mani umane, costruiti (e qui ritrovati) nel corso dei secoli a testimonianza delle innumerevoli dominazioni che si susseguirono in questo angolo di costa Toscana. L’isola è una meraviglia della natura, ancor prima del paesaggio, luogo magico collegato alla terraferma grazie a tre piccole strisce di terra. Il monte Argentario è un’antica isola del Mediterraneo appartenente all’arcipelago toscano, saldata nel corso dei millenni alla terraferma da due cordoni sabbiosi indicati “Tomboli” che racchiudono, al loro interno, la Laguna di Orbetello. La sua cima si erge, rocciosa e boscosa, proprio di fronte alle isole del Giglio e di Giannutri e culmina nella Punta Telegrafo (653 m). L’ambiente è prevalentemente roccioso, e precipita in mare in una cornice ambientale esaltata dai profumi della macchia.

Un tempo l’Argentario era un’isola, successivamente l’abbassamento del livello del mare ha consentito di creare un collegamento con la terraferma tramite il Tombolo della Feniglia a sud e il Tombolo della Giannella a nord; due strisce di terra, formate dall’azione delle correnti marine e dall’accumulo di materiale proveniente dai corsi d’acqua dell’entroterra, fino ad originare la Laguna di Orbetello, aggiungendo così un terzo collegamento terrestre nei pressi dell’omonima cittadina. Il complesso e variegato territorio dell’Argentario si eleva dal livello del mare fino a toccare i 635 metri del Monte Telegrafo, il suo punto più alto di tutto il promontorio. Esso presenta due ben distinte fasce costiere: un tratto di costa dall’andamento basso e sabbioso si stende nella parte orientale, mentre in quella occidentale spiovono scogliere e dirupi creando silenziose calette che si riflettono in specchi d’acqua limpidi e dalle mille tonalità d’azzurro.

Da Orbetello quel lembo di terra che emerge appena sopra il pelo dell’acqua della laguna compare – poco accanto sulla sinistra (laguna di ponente) e già ben visibile in tutta la sua caratteristica – il “Mulino”, struttura a forma cilindrica e con la ruota dalle piccole pale di sicura origine spagnola; ben oltre si scorge la sottile striscia di terra della “Giannella”. Quel caseggiato visibile sullo sfondo è Terrarossa, un cruciale punto di snodo tra Porto Ercole (a sud) e Porto Santo Stefano (ad ovest). Ma l’Argentario non è solo una elevazione montuosa ricoperta dalla macchia che emerge dal mare: esso custodisce una lunghissima storia strettamente legata al suo profilo morfologico, un luogo che – nel corso del tempo – ha visto un susseguirsi di culture, di popoli e di dominazioni che hanno eretto, tra queste pendici e le sue alture, possenti sistemi di difesa con torri e maestose fortificazioni a guardia degli orizzonti lungo le proprie coste.

Questo promontorio, che – dall’alto – somiglia molto più a un’enorme isola, non offre solo le incantevoli calette che s’aprono su di un mare dalle incredibili tonalità d’azzurro; all’interno c’è un entroterra ricco di sentieri che tagliano la macchia e narrano, attraverso le numerose fortificazioni presenti, la storia delle dominazioni senese e spagnola. Molti percorsi per mezzo di ripide scalinate, danno l’accesso a splendidi arenili: Cala dei Gessi è una tra le più belle di tutta la Toscana. Non a caso, lungo la costa settentrionale e quella orientale dell’isola, sorgono i due principali insediamenti che caratterizzano il promontorio dell’Argentario: Porto Santo Stefano, frequentato già fin dall’antichità da popoli di navigatori ed abili marinai operanti nel Mediterraneo; sul caseggiato domina l’imponente Fortezza Spagnola e il Forte del Pozzarello; e Porto Ercole, sorto in epoca etrusca e classificato come uno dei borghi più belli d’Italia, protetto dal Forte Filippo e dalla Rocca.

Il percorso che sale da Terrarossa al Convento dei Passionisti è lungo e impegnativo; esso va a svilupparsi attraverso una rete di sentieri che solcano appezzamenti di terreni che un tempo i contadini usavano percorrere salendo a dorso d’asino per raggiungere le terrazze coltivate a vitigni e oliveti, terreni delimitati da muretti a secco, i cui camminamenti vengono abbondantemente circondati da esemplari di agavi in fiore e copiosi “cespugli” di fico d’india. L’Argentario è uno dei luoghi ideali per chi ama le immersioni. I fondali del promontorio sono l’ideale dimora per gorgonie bianche, gialle e rosse, così come anche per le spugne e per una flora molto variegata; sotto queste limpide acque ci si sente come circondati da popoli che abitano il mare. Il territorio del promontorio rappresenta, inoltre, l’estremità meridionale del “Santuario dei mammiferi marini”, una grande area protetta internazionale particolarmente ricca di cetacei.

Numerosi sono quei sentieri naturalistici e quei percorsi escursionistici che girano – in lungo e in largo – o risalgono dalle fasce costiere, passando per i promontori montuosi fino alle più nascoste baie e calette, quasi tutte raggiungibili o a piedi o solo via mare, e che consentono di vivere appieno della bellezza paesaggistica, degli ambienti – fortunatamente – ancora integri e degli scorci panoramici che si possono godere da qualsiasi punto dell’isolotto; scoprire l’Argentario a piedi è possibile! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

TALLIN (Estonia) la “taani-linna” danese che affaccia sul Baltico…

Attraverso la porta settentrionale (quella prospiciente il porto) delle mura che cingono l’antico cuore di TALLIN sembra di varcare una soglia spazio/temporale e poter essere proiettati indietro in epoche remote che raccontano di un passato tra saghe norreniche e misteri legati alle culture dei popoli nordici. Davanti a noi s’apre il cuore medievale di Tallinn, tra guglie dorate, antiche dimore gentilizie e strade acciottolate che si concentrano sulla collina di Toompea (ove sorge la città alta) e sulle spettacolari mura difensive che – scorrendo lungo i dolci pendii verso la costa – circondano la città bassa. A pochi minuti di cammino c’è il Castello di Toompea, praticamente il centro del potere estone. Il castello è un’antica fortezza, che oggi ospita la sede del Riigikogu (il Parlamento dell’Estonia), edificio che si presenta una facciata barocca tinta in rosa e che nasconde le sue origini medievali. Sempre nelle vicinanze si raggiunge la Torre di Pikk Hermann (cioè di Ermanno “il lungo”). Questa torre è più alta del Castello ed ogni mattina – all’alba – vi viene issata la bandiera estone sulle note dell’inno nazionale.

A pochi passi dal castello si incontrano due simboli che hanno scritto la storia estone: la Cattedrale Aleksandr Nevskij, una maestosa cattedrale di culto ortodosso che si presenta con cupole dorate a forma di cipolla, testimonianza del periodo imperialista sovietico. C’è poi il Giardino del Re di Danimarca che si estende proprio accanto alle mura; proprio qui è il luogo dove – secondo la leggenda – cadde dal cielo la bandiera danese durante una battaglia nel 1219; ed è ancora qui, in questo giardino, che sono possibili vedere tre suggestive statue di monaci in bronzo. Scendendo verso la città bassa, si ha la possibilità di poter visitare un imponente sistema difensivo: il Kiek in de Kök, che altro non è che una massiccia (e antica) torre d’artiglieria il cui nome significa letteralmente “sbirciata in cucina“, perché era da quassù, dai suoi piani alti, che i soldati potevano letteralmente vedere dentro i camini delle case sottostanti. Proprio nelle vicinanze c’è il Passaggio nei Bastioni. Da qui è possibile accedere ai tunnel sotterranei costruiti nel XVII secolo per proteggere la città dagli attacchi e usati come rifugi antiaerei durante la Seconda Guerra Mondiale.

Dirigendosi verso il lato nordoccidentale della Città Vecchia è possibile vivere una insolita esperienza compiendo una passeggiata lungo le antiche Mura (tratto Nunna, Sauna e Kuldjala). Camminare lungo questo si evidenzia come si passa lungo uno dei tratti di mura meglio conservati della vecchia città. É possibile anche salire sulla camminata di ronda che mette in collegamento le torri Nunna, Sauna e Kuldjala. Da quassù la vista sui tetti rossi della città bassa e sulle altre torri della cinta muraria è una delle più iconiche di Tallinn. Si raggiunge, infine, la Terrazza Panoramica Patkuli e la Porta di Viru, che sono i due punti estremi della vecchia città. Il punto panoramico che s’apre dalla Terrazza Patkuli è una magnifica sorpresa; con sguardi oltre l’orizzonte e fino al mare, dopo aver compiuto il giro delle meraviglie offerte dal centro antico di Tallin e prima di scendere definitivamente da Toompea, fermarsi su questa terrazza offre una vista mozzafiato che abbraccia le torri delle mura, il porto e la Chiesa di Sant’Olaf (o Sant’Olav). Raggiunti infine la città bassa e muovendosi verso l’uscita orientale si varca la Porta di Viru. Le sue due torri cilindriche ricoperte d’edera rappresentano l’ingresso fiabesco a Tallinn e il punto di confine tra il mondo medievale e la città moderna. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)