Cilento… lungo la “Via dei Sanfedisti” da Mercato a Rocca

Nascette portoghese de’ Lisbona, a Napule campava ‘onna Eleonora… Murette quanno ‘a Napule se more, ‘o millessettecientonovantanove…!”

Tutta l’area che ruota intorno alle pendici del monte della Stella non è altro che la zona più antica della regione cilentana; quella parte di territorio in cui vennero ad incontrarsi le popolazioni autoctone preesistenti in questi luoghi e le nuove genti sbucate dai lontani lidi mediterranei, oltre i confini del mondo conosciuto.

Ma questi territori furono anche il teatro – nel 1799 – di fortissimi ed aspri scontri armati tra i giacobini (che inneggiavano alla Repubblica partenopea di Championnet) e i “conservatori” realisti (fedeli ai Borboni) delle bande sanfediste guidate del Cardinale Tommaso Ruffo. La marcia per liberare il regno dai “giacobini” guidata dal cardinale calabrese, mosse dalla Sicilia e attraversò il regno borbonico risalendo territori, borgate, villaggi e paesi, raccogliendo, durante la sua avanzata verso la capitale borbonica, un numero sempre più corposo di masse popolari fedeli al Regno tanto da farlo diventare un vero e proprio esercito: i “Sanfedisti”.

MERCATO Cilento (600 m) è un paese situato a “cavallo” lungo un crinale da cui si aprono vedute paesaggistiche di straordinaria bellezza tra le valli di Matonti e le marine di Agropoli a ponente, e sulla valle dell’Alento e i rilievi montuosi dell’interno a levante. Antico luogo in cui confluivano e transitavano le rotte carovaniere di uomini, mezzi e animali che dai litorali costieri dovevano raggiungere gli aspri territori montuosi, questo paese oggi è ancora avvolto dai suoi magici silenzi fatti di profumi intensi della macchia mediterranea.

Per un’erta salita si superano le case più antiche della borgata (frazione del comune di Perdifumo) posta ai piedi di una collina; più avanti si passa accanto al poderoso complesso monumentale del Convento di Santa Maria dei Martiri (già monastero dei “carmelitani) con i suoi singolari finestroni e le particolari “torri” angolari. Terminato l’asfalto, inizia uno sterrato che si snoda lungo lo spartiacque. La pista ripercorre fedelmente il tracciato dell’antica via utilizzata il 12 aprile del 1799 dall’esercito dei Sanfedisti per conquistare il castello di Rocca e muovere battaglia contro le forze giacobine che li erano a presidio per impedire la marcia delle truppe del Ruffo.

Lungo questo percorso sono possibili ammirare, su entrambi i versanti, alcuni scenari paesaggistici tra i più belli di tutto il Cilento: ad oriente la valle della Fiumara che va a confluire in quella dell’Alento mentre il Gelbison fa da cornice; a settentrione si stagliano le dorsali calcaree dei monti Chianello, Vesole e Soprano; a ponente invece si estende la valle del Testene, un rigagnolo d’acqua a carattere torrentizio che termina la sua breve corsa sulla costa presso Agropoli. Il cammino si sviluppa generalmente in quota con altezze che variano tra i 660 e i 675 metri; a queste quote i terreni intorno sono ricoperti da boschi di castagno, mentre nelle cespugliaie ai bordi della pista emergono il biancospino, l’erica, la felce, la ginestra e il pungitopo; la brezza dei venti che ascendono dalle vallate sottostanti restituisce gli inebrianti profumi del mirto, del lentisco e dell’origano.

Si continua a camminare tra ampie vedute paesaggistiche e panorami che si estendono oltre ogni possibile orizzonte. Siamo proprio lungo quel tratto di strada che qui vide contrapporsi le avanguardie sanfediste, coi giacobini attestati a difesa della “repubblica” partenopea proprio tra le mura del poderoso Castello. La pista termina quando sull’orizzonte si staglia – improvvisamente – l’imponente mole del Castello di Rocca Cilento (di origine Normanna del XII secolo). Qui, in questi paesi che si sviluppano dalla costa verso l’interno, ancora si evincono le tipiche caratteristiche medioevali riscontrabili negli impianti urbanistici; là, dove i centri arroccati sulle colline, avvolti dalle aromatiche essenze della natura cilentana, regalano ancora scorci paesaggistici ricchi di suggestione tra strette viuzze che s’incuneano fra le ombre dei porticati, delle torri, dei campanili, dei castelli, delle merlature e dei viali alberati. Paesi e villaggi da cui lo sguardo spazia sull’azzurro del mar Tirreno e l’incanto di Punta Licosa col suo isolato scoglio sormontato dal Faro.

ROCCA Cilento (594 m) è una frazione di Lustra; e sicuramente è questo il paese ove è più viva la testimonianza storica del Cilento più antico. Questo borgo fu la sede della baronia fino alla metà del 1500, divenendo il centro propulsore di attività per tutti i casali che ruotava-no lungo le pendici del monte della Stella. Sebbene la presenza di una poderosa fortezza normanna testimonia, forse, l’unico esempio di castello ben conservato di tutto il Cilento, l’intero paese vive e tramanda il ricordo dei tempi che furono con i tipici portoni in pietra prospicienti la via principale che attraversa longitudinalmente l’abitato; i suoi terrazzini e le sue finestre graziosamente abbellite da vasi multicolori; gli arcani silenzi e l’immensità di luoghi lontanissimi che ruotano con vedute paesaggistiche che si perdono fin oltre ogni possibile orizzonte; su una balconata panoramica, quasi un terrazzino, che si protende verso la diga dell’Alento, termina questo nostro percorso, alla scoperta di uno dei luoghi più antichi e storicamente più “coinvolgenti” di questi territori all’interno del Parco Nazionale. (di ©Andrea Perciato; ph di Maria Rita Liliano & A. Perciato)

SCOZIA… le Highlands, i fiordi, i loch, la Skye island; terre da sempre “ribelli” sospese tra cielo e mare…

Strade in mezzo al nulla che scompaiono all’orizzonte, paesaggi pazzeschi, di struggente bellezza e scenari quasi irreali che sembrano essere stati proiettati da mondi lontani, da qui una conclusione logica ed emotiva per chiunque ami davvero viversela la natura, in tutta la sua essenza: qui serve partire e andare a fare trekking! La Scozia è la patria dell’escursionismo per eccellenza e i suoi paesaggi – unici nel loro aspetto e da lasciare senza fiato – ne fanno ben capire la ragione.

Gli appassionati del trekking scelgono di venire a camminare in Scozia per vivere qualche giorno una full-immersion in una natura intrisa dai vividi colori del cardo (fiore simbolo della Sco-zia), allietata dalle lontane note di cornamuse e inebriate dal denso profumo di antiche distillerie per il whysky. In questo estremo lembo dell’isola britannica ci sono sentieri ben segnalati che attraversano paesaggi caratterizzati da montagne, brughiere, prati fioriti, laghi blu cobalto, verdi praterie e magnifici fiordi.

Escursionismo in Scozia significa camminare in una delle terre più belle, naturalistiche e incontaminate del nostro (bellissimo) Nord Europa. I sentieri in Scozia non sempre sono riconoscibili come sentieri, ma si identificano per lo più in “direzioni” da seguire lungo piste ove spesso non sempre c’è un sentiero tracciato. Lo spazio percorribile può essere a volte più ampio altre volte, invece, appena di poche decine di centimetri.

La realtà meteo in Scozia è abbastanza “capricciosa”, con ripetuti e – spesso – improvvisi capovolgimenti di fronte. Nuvole basse, vento, pioggia e cieli coperti possono incontrarsi anche ad agosto. Il lato positivo di queste precipitazioni è che esse possono cambiare di frequente, soprattutto quando si ha la fortuna di godere di qualche ora di sole che improvvisamente spunta dai cieli plumbei o per alcune giornate intere, beh allora in quel caso… si parla di bellezza allo stato puro!

In Scozia, se durante lunghi percorsi escursionistici di più giorni in completa autosufficienza ed autonomia, il modo migliore per trascorrere un bivacco notturno e dormire è il “campeggio libero”; questa forma di accantonamento o bivacco momentaneo in Scozia è sempre consentita su tutto il territorio nazionale.

Se oltre il Vallo di Adriano certi tramonti offrono paesaggi unici al mondo, tra lembi di terra circondati da acque marine e specchi lacustri, dove una macchia generata da erbe aromatiche fa da morbido cuscino – quasi una torbiera – al nostro cammino, allora siamo proprio nel posto giusto: siamo nella “Terra dei Gaeli”. La Scozia, terra di mare e di ripide scogliere, di fiumi e di cascate impetuose, di laghi dal misterioso fascino, di muschio e di torbiera dalle incredibili policromie, di castelli in cui ancora riecheggiano le antiche gesta di impavidi guerrieri ma è, soprattutto, una terra dagli incredibili orizzonti che offre scenari paesaggistici unici al mondo.

Appena fuori le principali città, come la splendida Edimburgo (sua capitale) e la contraddittoria Glasgow (centro industriale), si aprono scenari paesaggistici e ambientali di una bellezza unica, esclusiva, laddove solo il vento e qualche rapace solitario fanno sentire la propria voce riecheggiando attraverso le immense distese di brulli altipiani intervallati dal copioso manto vegetazionale composto da boschi e foreste; solo allora – dopo chilometri di passi completamente circondanti dal nulla e dal silenzio – con ampie vedute panoramiche dagli incredibili orizzonti, si avverte di essere al centro di quel luogo che ha fatto della Scozia una terra leggendaria: le Highland.

Qui i colori della natura sono unici, ovunque si volga lo sguardo oltre tutti i possibili orizzonti si avverte come questa terra riesca ancora ad offrire quel sapore di antico che permea da ogni angolo, dietro ogni pietra di antico villaggio rurale che s’incontra; laddove le capanne dei pastori vengono costruite come un tempo utilizzando solo legna e pietra, mentre quelle dei pescatori lungo le coste vengono dipinte da vivaci colori per essere viste al rientro della pesca. Immensi tappeti d’erba, spiovono fino agli orli di alte scogliere o nel cuore dei più profondi fiordi, ove s’infrangono le impetuose onde dei mari del nord, ambienti ove pascolano pecore dal copioso manto lanoso che ne brucano i filamenti mantenendosi in un precario equilibrio lungo precipitose pareti a picco.

La velocità con cui gli elementi della natura cambiano alternandosi tra copiose nebbie e schiarite, nuvole basse ed ampi squarci di azzurro, piogge improvvise e sferzate da venti impetuosi, qui sono una costante. Attraversando gli sporadici villaggi che si incontrano è possibile sostare presso locali che offrono un buon tè caldo o, per i più esigenti, bevande alcoliche come birra locale e l’immancabile whisky.

Chi, come noi, ha avuto la fortuna di girovagare per la Scozia proverà la magia che ogni centimetro di questa terra riesce a trasmette e la fantasia che scatena in ognuno; il trucco è avere la mente aperta e il cuore pronto a recepire tutte le emozioni possibili. Come scoprire le gotiche rovine della cattedrale di Elgin, le vaste brughiere dipinte di rosa dall’erica e le catene montuose del Cairngorms National Park. Nella parte occidentale della Scozia percorrendo le principali arterie di piste e sentieri colleganti villaggi, borghi e piccoli abitati, si incontrano caratteristici paesini, così come tante antiche chiese che si alternano a storici e tradizionali pub; qui in zona si distillano alcuni tra i più grandi whisky scozzesi. (di ©Andrea Perciato; photo by Maria Rita Liliano & A. Perciato)

GRECIA (ΣΛΛΑΔΞ)… su e giù tra le meraviglie della Macedonia

Non basterebbe un intero Wikipedia per riuscire a trovare le parole per descrivere e illustrare l’estrema bellezza dei luoghi attraversati, esplorati, conosciuti (forse non in profondità come meritavano ma a volte, spesso… il tempo è tiranno!). La Macedonia, quel vasto ed estremo territorio a nord della penisola ellenica, confinante con l’attuale stato della Macedonia settentrionale, altro non è che un immenso, selvaggio e variegato mondo in cui si incrociano le culture della pastorizia con quelle del bosco, quella contadina con quella del tipico agroalimentare e delle produzioni casearie, quella viticultura con quella olearia.

Immagino ancora i vecchi libri di storia che narrano di Filippo il “Macedone”, conquistatore dell’intera penisola greca; di suo figlio Alessandro “Magno” che completò l’opera paterna spostando i confini ellenici fino ad inglobare l’antico regno di Persia (oggi Iran); Dario III conosciuto anche col nome di Artashata… Le lunghe scorribande e la continua lotta da parte di dinastie, eserciti, re, principi e cavalieri per il controllo dei traffici e delle merci, sia via terra che per via mare, tra l’allora mondo occidentale conosciuto e quello orientale oscuro, misterioso e temuto mondo arabo d’indole bellicoso, sempre pronto a conquistare e depredare i miti porti e l’entroterra ellenico…

La Grecia conserva, al suo interno, un intenso ed articolato territorio montuoso (85% della superficie) in cui primeggia la più alta di tutte: quel monte Olimpo con le sue 55 cime che sembrano sempre essere irraggiungibili (occorrono sempre un paio di giorni di cammino per raggiungere la cima!) che gli antichi, al vederlo ricoperto di nubi, roboante di tuoni e circondato dalle folgori, ci misero ben poco per identificare in quell’altura, ben visibile a centinaia di km di distanza, la dimora degli Dei e la potenza espressa dalla loro collera.

Un mondo fatto in verticale invece è quello delle “Meteore” (Μετέωρε), Patrimonio Mondiale dell’Umanità (UNE-SCO), ove rocce a picco si impennano nel cielo e incutono timore reverenziale solo a guardarle dal basso o dalla lontana pianura tessalonica; un vasto “cielo di pietra” su cui troneggiano inaccessibili santuari rupestri in cui è molto sentito (e praticato) il culto della chiesa ortodossa perpetuato da monaci eremiti. Tra monasteri, chiese, cappelle e santuari rupestri è tutto un caleidoscopico alternarsi di icone, quadri, affreschi, miniature (alcune molto preziose) ricche di motivi religiosi e dai colori sgargianti; perdersi in questi silenzi lascia veramente senza parole… si resta, letteralmente, estasiati!

Purtroppo il tempo a disposizione è stato pochissimo, ma una puntatina alla penisola calcidica (Chalkidiki), soprattutto in quell’estremo lembo di terra montuosa che si protende, come un dito medio, verso il mare (Penisola di Sithonia) solo per andare a conoscere da vicino, quel suo particolare vitigno (sistemato a filari bassi) coltivato su terrazzamenti di calcareniti che, importato lungo le coste della “nostrana” Magna Grecia, ed in particolare verso le coste campane di Pithecusa (Ischia) e Positano, tra le prime e più importanti colonie greche, quell’Uva “Pede ‘e Palomma” (Uva Piede di Colombo) oggi meglio conosciuto e apprezzato, soprattutto sul “nostro” Sentiero degli Dei in costa d’Amalfi.

Ecco… sentire il profumo del mare inebriare le foglie dei tralci per restituire quell’essenza così inebriante, è stato davvero… un ritorno alle origini! (di ©Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

Day of Dys 06.06.1944 (Normandie, F) “POINT DU HOC” 30 mt di rocce e di sangue

Se c’è un luogo, in tutta la Normandia che ricordi ciò che avvenne quel 6 giugno 1944 esso è Point du Hoc, trenta metri di ripida roccia diventato, suo malgrado, il promontorio più famoso di tutte le coste francesi. Una falesia che piomba nel mare e caratterizza due scogliere dalle inaccessibili muraglie rocciose. Qui fu allestita la più imponente postazione di batterie di cannoni tedeschi che potevano colpire due tra le più importanti spiagge dello sbarco in Normandia: Utah a ponente e Omaha a levante. Questo fu il luogo che vide l’avvicinarsi delle compagnie del 2° Battaglione degli US Rangers che con scale, corde e rampini avevano il compito (tentando l’impossibile) di scalare la rocciosa scogliera fino all’altopiano e, successivamente, assaltare e distruggere le linee tedesche asserragliate nei bunker in cima.… una volta in cima ai loro occhi si presentò un paesaggio colmo dei crateri lasciati dopo i pesanti bombardamenti dell’artiglieria navale.

Oggi qui si respira una sensazione di calma e raccoglimento, il cielo azzurro si unisce oltre l’immenso sulla linea del mare, e le uniche voci che resistono sono quelle del vento e dei gabbiani. Ancora oggi si riesce a percepire quella terribile sensazione di cosa fu l’alba di quel 6 giugno; si rivive drammaticamente quell’ambientazione del tempo: i bunker, le batterie tedesche, i cannoni, il filo spinato, le falesie, il vento che soffia incessante… tutto contribuisce a rendere questo luogo davvero un posto molto suggestivo. Tutta la zona che sovrasta il promontorio e un luogo fuori dal tempo, sembra di essere proiettati indietro di oltre 70 anni: per volere e/o scelta delle autorità locali e militari, l’area è stata lasciata così come si presentava dopo la guerra, coi prati di falasca a picco sulla scogliera e delimitati ancora da quel filo spinato originale dell’epoca posizionati dai tedeschi per impedire l’assalto, con le postazioni dei bunker distrutti e le grosse buche lasciate dalle esplosioni. La posizione strategica del terreno, la ripida scogliera che sprofonda in mare e che non lascia vedere il fondo, lascia qui intuire di cosa davvero fu lo sbarco e tutta la conseguente operazione militare che ne derivò.

Pointe Du Hoc, una falesia dove i tedeschi avevano costruito dei bunker per cannoni di grosso calibro. Il 6 giugno qui sbarcarono i Rangers statunitensi, che conquistarono il loro obiettivo dopo aver scalato una parete rocciosa alta trenta metri. Oggi il sito è visitabile gratuitamente; alcuni bunker sono accessibili e la vista dalla cima della scogliera è indimenticabile. (di © Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

i “Palmenti” di PIETRAGALLA (PZ): storie di uomini, di pietre e di luoghi… “di-Vini”

Il viaggio in Basilicata è sempre una piacevole scoperta; ma andare alla conoscenza di luoghi davvero fuori dal tempo ha davvero un fascino unico, un’esperienza che lascia il segno, una emozione che difficilmente si dimentica. E sono proprio queste sensazioni che si provano avvicinandosi allo scenario (forse non) unico al mondo, di particolari “cellule” costruttive universalmente conosciute come i “Palmenti”; un quartiere a Pietragalla, un agglomerato di architettura rupestre, che spazia tra arte e ingegno, luogo elevato a simbolo di civiltà contadina.

Il fascino di questo quartiere, posto ai margini della periferia sud-orientale del borgo di Pietragalla, emerge dalla sua strategica posizione adagiato su un pendio scosceso con vedute panoramiche che spaziano lungo un rincorrersi di colli e vallate; alle spalle il borgo, di fronte, paesaggi che s’aprono sull’infinito. Ma come (e perché) sorgono queste nicchie scavate nel terreno grandi più o meno come un moderno disimpegno, o ricavate dai pendii inclinati, e – soprattutto – a cosa servivano? Andiamole a conoscere insieme e scopriamo perché sono così speciali.

Fuori le ultime case del borgo la via (Statale 169) comincia a scendere con una serie di curve e tornanti; dopo aver superato una grossa curva a gomito che piega a destra, ecco che compare in tutto il suo spettacolare scenario in un’atmosfera quasi da fiaba, il quartiere dei “palmenti”, antichi depositi per la trasformazione delle uve, costruiti dai contadini di un tempo in pietra locale. Di sicuro siamo di fronte a forme uniche, del tutto originali, di esemplari d’architettura rupestre che hanno mantenuto – nel corso dei secoli – la propria funzione (non residenziale) di luoghi adibiti alla lavorazione e produzione dei vitigni locali. Le strutture sono grotte ipogee scavate nella pietra arenaria oppure ricavate sfruttando le pendenze.

Anche se possono sembrare strutture costruite da secoli, l’idea di realizzare un quartiere così particolare, e d’importanza fondamentale per l’economia e il commercio della zona, risale – probabilmente – verso la fine del ‘700, di quando i monaci locali producevano in proprio il vino dei loro tenimenti, ma che durante il corso del tempo hanno ampliato ed evoluto la produzione (solo inizialmente) locale, tramutandola in una vera e propria industria vitivinicola. I “palmenti” traggono la propria origine dal verbo latino “paumentum” e cioè l’azione del pigiare, del battere, che ha originato il termine pavimento. I territori che sorgono a oriente del paese sono da sempre stati la privilegiata area di coltivazione dei vitigni locali.

Per secoli la maggior parte dei vigneti è stata coltivata sulle colline e nelle contrade tutte poste ad est di Pietragalla e le continue vendemmie mettevano in azione intere famiglie dedite alla raccolta, al trasporto per mezzo di animali da soma e alla lavorazione (ultima fase) che anticipava la produzione del cosiddetto “Nettare di-Vino” proprio all’interno di queste inconsuete “fabbriche del vino”; autentici laboratori in cui le particolari alchimie di mescite e conservazione, restituivano un prodotto di qualità ancora oggi apprezzato sulle tavole lucane e, specialmente, quelle locali.

L’area che fu individuata per realizzare questi palmenti non fu una scelta a caso, ma il principale motivo che le ha rese così speciali come tipologie costruttive (non residenziali) è stato per la conformazione geologica del pendio su cui sorgono e perché il sottosuolo è ricco di rocce tufacee, quindi piuttosto facili da lavorare. Ma, cosa da non sottovalutare, fu l’intuizione avuta nel realizzarli in modo tale da sfruttare l’orientamento puntato verso sud (le maggiori ore di luce solare) o al massimo verso SE, direzioni che garantivano il massimo afflusso di energia solare durante il corso della giornata ottimo per la fermentazione.

I palmenti sono dei veri e propri esempi di architettura rurale, originali botteghe (e laboratori) per la lavorazione e la produzione del vino, frutto dell’intuito e dell’ingegno dei vignaiuoli locali che pensarono bene di avere nelle vicinanze del borgo una zona appositamente attrezzata e adatta allo scopo. Girovagare tra i palmenti (sono circa 200) genera una piacevole sensazione che sa di antico, di fascino, di mistero, di fatica e sacrifici, di memorie lavorative perse nel tempo e di azioni dell’uomo oggi, sicuramente, sconosciute ai più. Camminare su e giù per i palmenti di Pietragalla non è solo un semplice attraversare luoghi ricchi di storia che hanno fatto della coltura del vino un vanto per l’economia locale, ma che ha restituito un plusvalore di cultura e tradizioni in quest’area della Lucania.

Osservando da vicino e andando a curiosare in ogni angolo, sia all’esterno che all’interno, i particolari costruttivi, i materiali usati, gli spazi adibiti alla lavorazione e la collocazione (con gli accessi tutti rivolti nella stessa direzione) di questi palmenti viene da pensare (ma è solo un’ipotesi) che Tolkien, insieme a sua figlia Priscilla, nel loro viaggio in Italia dell’agosto del 1955 oltre a Venezia e a Roma si spinsero verso il profondo Sud e – ma non si hanno prove – ci piace credere che abbiano potuto sfiorare Pietragalla e visitare i palmenti, traendo così ispirazione nel narrare il villaggio degli “hobbit” nel suo capolavoro letterario della “Terra di Mezzo”.

L’originalità delle architetture rupestri del luogo si unisce alla storia e alla curiosità. Se non uniche, di sicuro sono molto rare come costruzioni. In queste casette gli abitanti di Pietragalla servendosi di asini portavano le uve per poi schiacciarle ed estrarre il vino tramite un articolato sistema di vasche su differenti livelli per poi lasciare il mosto a fermentare anche grazie al particolare microclima, per poi trasferirlo definitivamente nelle botti. Qui ogni contadino aveva il suo palmento, qui si portavano le uve, si faceva fermentare nella parte bassa nella roccia e poi quando il mosto era maturo venivano riempite le botti e portate nelle cantine su in paese.

La caratteristica principale di questi palmenti emerge dal fatto che sono stati costruiti nella terra (ricavati dalle grotte preesistenti in loco) e, successivamente, è stata costruita la facciata in pietra frontale in cui si evidenziano il tufo, il calcare e l’arenaria. Erano strutture fondamentali per i contadini del posto perché proprio lì veniva prodotto il vino locale che ha creato economia fino alla metà degli anni 70 dello scorzo secolo! La fase finale della produzione avveniva col trasporto dei barili che si caricavano a dorso dei muli, oppure degli asini, per poi trasportarli – a loro volta – nelle cantine (le cosiddette “rutte”) su a Pietragalla, dove il vino veniva definitivamente versato nelle botti e messo a conservare.

Qui, le grotte dei palmenti (che non erano le cantine) avevano più o meno un identico spazio di lavorazione che potremo, sinteticamente, individuare così: 1) Vi era una prima fase che era, naturalmente, quella della vendemmia (la “v’nnéggn“); 2) i vitigni raccolti durante la vendemmia venivano introdotti nelle vasche ricavate da vani superiori solitamente accessibili con due aperture tali da consentire l’ingresso (si privilegiavano donne e fanciulli) e poter avviare la fase della pigiatura; 3) su un piano intermedio venivano scartati e depositati i raspi, riutilizzabili successivamente per altre operazioni; 4) l’estratto della pigiatura colava attraverso piccoli fori posti alla base inferiore del vano di pigiatura così da ottenere il mosto che veniva messo a fermentare in apposite vasche; 5) nel fondo della vasca di fermentazione vi è un canale per lo scarico del vino in corrispondenza del quale si trova una buca spaziosa (palm’ndédd) quanto basta per riempire i barili durante la svinatura; 6) al termine della fermentazione del mosto, che avviene dopo circa 20 giorni, si pratica la cosiddetta svinatura (“Sc’bb’ ttà“). In pratica con l’utilizzo della macchina spremitrice, si comprimono le vinacce per ottenere il vino.

Il nostro viaggio alla scoperta e conoscenza di un mondo fatto di fatica, di sudore, di attese, di privazioni, di sacrifici, ma anche di soddisfazioni per l’ottima qualità di un prodotto finale da poter gustare in ogni ricorrenza, termina con l’esplorazione di questo incredibile quartiere rurale. Un posto ove ancora si respira la forza generata dalle secolari produzioni vitivinicole, produzioni – inizialmente adottate per soddisfare solo i fabbisogni familiari – a cui tutte le famiglie di Pietragalla hanno partecipato per secoli avendo un proprio palmento e che hanno fatto conoscere a molti, l’importanza di un luogo, di una storia fatta di uomini e pietre e del vanto di una terra, la Lucania, che merita senz’altro di essere conosciuta e “gustata” soprattutto a tavola. La Lucania saprà come accoglierti, mentre a tavola ci sarà sempre un bicchiere di “quello buono” che non aspetta altro di esaltare le vostre pupille gustative. (di ©Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano e A. Perciato)

ore 06,00 del 06.06.44 Day of Days UTAH BEACH: la notte che cambiò il mondo… per sempre!

Sorge l’alba proprio dalla spiaggia che per prima fu interessata dalle operazioni dello sbarco in Normandia (il D-Day della II Guerra Mondiale), quella ove i primi fanti americani toccarono suolo: Utah Beach. Ma già dopo 30 minuti al trascorrere della mezzanotte tra il 5 e il 6 giugno, oltre 1500 aerei paracadutavano, sulla zona della penisola del Cotentin, migliaia di uomini della 82a Divisione Airborne, che avrebbe preso il borgo di Sainte Mére Eglise, e della 101a Divisione Airborne che avrebbe protetto e reso sicuro i collegamenti tra la testa di ponte di Utah Beach e l’interno.

Con lo stesso spirito emotivo ripercorriamo le stesse direttrici compiute dalle truppe sbarcate ad Utah. Oggi qui, dopo aver toccato e fatto scorrere tra le dita, la bianca e soffice sabbia della spiaggia, la stessa spiaggia che fu insanguinata dagli americani, ci incamminiamo verso l’interno superando la gigantesca fascia dunale, ove sono presenti un Museo (a forma di paracadute), che raccoglie numerosi reperti dello sbarco, compreso un aereo e, sparsi tutt’intorno, diversi pezzi di artiglieria (batterie campali, un carro armato Sherman, ed un mezzo da sbarco), stele, lapidi, targhe in marmo e monumenti in bronzo che ricordano cosa avvenne nelle prime ore del giorno del 6 giugno 1944; un “Albero della Pace” si evidenzia per le sue foglie pluri-cromatiche.

Allontanandosi dalle spiagge e penetrando verso i territori interni si attraversano ampie zone di “marais” (le complicate paludi in cui molti paracadutisti persero la vita); si supera il cippo marmoreo sormontato dalla statua in bronzo che ricorda le azioni del ten. Dick Winter (autore del libro e protagonista della serie Band of Brother, realmente esistito!) che coi suoi uomini della 506a “Easy” Company riuscì a mettere fuori combattimento, dopo aver toccato suolo tra le campagne di St Mére Eglise e St Marie du Mont, quattro batterie di cannoni tedeschi che puntavano ad ostacolare le operazioni di sbarco terrestri.

Dopo aver attraversato il piccolo borgo di Sainte Marie du Mont, si punta decisamente verso Sainte Mére Eglise ove sbuchiamo al centro di quella piazza immortalata nelle scenografie del più famoso film sull’argomento; una piazza che nelle prime ore del 6 giugno – abbagliata dalle fiamme di un vicino edificio – rischiarò il buio di quella triste notte favorendo la reazione dei tedeschi che annientarono centinaia di paracadutisti ancor prima che questi toccassero terra, ad accezione di un soldato (John Steele) che, durante la discesa, rimase impigliato con il paracadute alle guglie del campanile della Chiesa di questo piccolo borgo e di cui, ancora oggi, un manichino ne raffigura l’episodio.

Una piazza carica di ricordi e di memorie, quella di Sainte Mére Eglise; non possiamo fare a meno di visitare l’interno dell’antica chiesa che ha un particolare pulpito scolpito in legno ed uno scenografico altare; ma è nella facciata posteriore, quella verso l’abside, che presenta una coloratissima vetrata che raffigura un bellissimo mosaico con un Cristo “benedicente” tra due paracadutisti dell’Airborne. Sulla piazza s’affacciano decine di negozi di souvenir e/o cimeli, affiancati da bar e “patisserie”, strutture ricettive, l’ufficio turistico locale e l’ampio prato su cui è allestito l’Airborne Museum con automezzi, veicoli, carri armati e cannoni che, in bella mostra, ricordano gli eventi di quei giorni.

Si conclude questa nostra giornata escursionistica attraverso il tempo e la storia della Normandia, ove tutto ruota intorno a quella gigantesca operazione militare (“Overlord”, il D-Day… quel “Giorno più Lungo”) che liberò l’Europa dalle dittature; ma è stato anche un interessante viaggio compiuto andando alla scoperta e alla conoscenza della natura, dell’arte e della cultura di questa parte settentrionale della Francia che s’affaccia sul Canale della Manica… Il tutto nel ricordo e nella memoria di quei tantissimi giovani (americani, inglesi, canadesi, australiani, neozelandesi, scozzesi, danesi, norvegesi, francesi…) che sacrificarono la propria vita in quella notte che cambiò la storia… per sempre! (di©Andrea Perciato)

APICE (BN) tra Via Appia e fiume Calore, la città che disse NO… per 2 volte

Posta – è il caso di dirlo – all’apice di uno spuntone roccioso che si erge alla destra orografica della valle del Calore, ai margini di territori determinati da bianchi calanchi in arenaria, giace questo borgo “abbandonato” tra i più caratteristici del mezzogiorno italiano.

Appropinquarsi nel raggiungere la rupe dominata dalla poderosa fortezza normanna di Castello dell’Ettore è come immergersi in un affascinante viaggio a ritroso nel tempo ove tutto è rimasto fermo a quella sera di agosto del 1962 quando una forte scossa di terremoto colpì la zona, causando crolli e disagi alla popolazione – che qui contò 17 vittime – che, per decreto, fu costretta a lasciare il borgo ed a sistemarsi, poco lontano, sul ciglio di un crinale prativo determinando la nascita della nuova Apice.

Ma questo abbandono, anche se concordato con le autorità, non fu così semplice, poiché diverse famiglie che avevano attività commerciali all’interno del borgo, oppure perché non volevano in alcun modo lasciare il vecchio abitato, decisero di contravvenire all’ordinanza e di restare all’interno del vecchio paese continuando a vivere e a lavorare tra le case vuote. Ma la permanenza durò appena 18 anni, fino a quella maledetta sera del 23 novembre 1980 che fece “ballare” nuovamente la rupe determinando ulteriori crolli tra le vecchie case ancora rimaste in piedi.

Questa volta l’abbandono del paese fu definitivamente sancito a causa della pericolosità della gran parte degli edifici risultati lesionati e poco affidabili nella loro efficacia strutturale. Giunti al piazzale d’ingresso del borgo, ci accoglie il suggestivo scenario del Castello dell’Ettore, di matrice normanna, coi suoi barbacani, la torre merlata e il belvedere. Appena accanto compare la skyline del paese fantasma. Un primo “curioso” cancello aperto, immette in Contrada Marroni, lungo il selciato della vecchia pavimentazione.

E subito si avverte di trovarsi coinvolti dai silenzi dei vuoti di portali, terrazzini e finestre rotti – nelle giornate ventose – dalle refole e dagli ululati del vento che volteggiano e si aggrovigliano attraverso gli androni e le porte della vecchia macelleria, oppure di quella piccola officina, o la bottega del salumaio; tutto fermo e definitivamente congelato ai primi anni ’80. Il paese è tutto pericolante ed è per questo motivo che non sono tutti visitabili i quertieri che ne compongono il perimetro urbano.

Purtroppo ci sono cancelli ovunque che impediscono di accedere e vedere – forse – la parte più interessante del borgo, quella che si protende verso sud. Ma, senza scoraggiarci, cerchiamo di proseguire affidandoci al nostro istinto, soprattutto quello visivo, cercando di scoprire il più possibile, scorci, particolari e spaccati di vita “fermi” nel tempo; continuiamo a camminare immaginando di essere avvolti in una magica atmosfera intrisa di vita tranquilla, ove ogni ritmo seguiva una propria traccia, ove ogni azione veniva determinata dallo scandire del tempo.

Anche se la parte resa visitabile (ci sono, purtroppo, troppi cancelli chiusi che impediscono di accedere attraverso vicoli e corti di cui possiamo solo immaginare la dislocazione… peccato) risulta essere comunque suggestiva, il borgo ha sempre qualcosa di spettrale. Lo sguardo ci proietta indietro nel tempo… sbirciando dalle vuote finestre si scorgono mobili alle pareti, sedie impolverate, suppellettili appese ai muri, “forme di vita” perse nel tempo che hanno tantissimi anni. Le pareti con pietre in faccia a vista, i vivaci intonaci appena “spelacchiati”, ritagli di manifesti e proclami politici, oppure di persone decedute, sembrano raccontare di quella quotidianità d’un tempo che raccoglieva – e coinvolgeva – tutte le famiglie del borgo. Si possono ancora vedere le insegne dei negozi, le vecchie case piene di lesioni o mezze crollate.

Si può solo ipotizzare di come poteva svolgersi la quotidianità all’interno di Apice vecchia. Un borgo rimasto immobile nel tempo con le sue strade, le sue case, la chiesa, i suoi negozi. Insegne ancora intatte come quella del “Salone” oppure della sala biliardi, gli scaffali della farmacia, le mensole del bar, il banco della macelleria e del forno, gli odori del mosto di antiche cantine o le tipiche essenze delle cucine. Una grande piazza dove si faceva il mercato e sulla quale si affacciavano tutte le principali attività. Nelle case abbandonate ancora tavoli (che sembrano aspettare i commensali per il pranzo) e credenze con foto, documenti e vettovaglie sparse; non mancano i giocattoli dei bambini. un intreccio di strade ben tenute con case ben adornate che fanno capire di come la gente del paese viveva bene e con serenità in armonia con le bellezze naturali del circondario.

È una vera e propria “ghost town” anche se la città – ferma nel tempo – risulta essere ancora in ottimo stato, con le case che ancora offrono vibranti emozioni di vita vissuta nonostante la natura, con le sue radici incordate e le rampicanti piante, stia prendendo il sopravvento; in questo luogo si provano strane sensazioni di un’atmosfera da fiaba è – al tempo stesso – intrigante nella sua maestosità, in un paesaggio incantevole, dove storia e leggende s’intrecciano rendendo ancora più magica l’aurea di fascino e mistero. La cosa impressionante è che qui tutto è rimasto fermo a quegli anni dell’abbandono.

Ad ogni modo Apice, bella ed affascinante, accogliente e familiare presenta troppi cancelli chiusi. In sostanza al culmine del momento in cui la passione del luogo ci avvolge la delusione arriva dai limiti di accesso ovunque; allo stato attuale (gennaio 2022) resta – sich – visitabile solo 1/5 dell’intero perimetro urbano. (di ©Andrea Perciato)

Trentinara (Parco Nazionale Cilento, Alburni e Val Diano, SA), unione tra cielo e montagna

I rumori del trattore e della sega elettrica sono le uniche testimonianze di vita nell’immenso mare di verde che si estende sull’altopiano boscoso. L’uomo combatte ogni giorno contro l’inesorabile scorrere del tempo il quale proietta i ricordi di un glorioso passato. Con la tenacia e l’ingenuità proprie della razza cilentana, gli occhi dell’anziano contadino hanno guardato per tanti, troppi… lunghi anni l’evolversi e la trasformazione di questo “paradiso” verde proteso sul Cilento; occhi che si focalizzano sui ricordi trasmessi per generazioni; occhi che rifletto quei lontani giorni di un doloroso passato contadino denso di sacrifici. Eppure il vecchio dell’altopiano continua ancora oggi a scrutare, coi suoi piccoli ma luminescenti occhi incassati in un bronzeo volto rugato, quegli infiniti orizzonti che si estendono al di là della verde piana di Paestum, recuperando non solo le armonie del silenzio, che avvolge le magiche atmosfere di questa rupe o le policromie della luce così intensa e profumata, ma anche la malinconia dei tempi andati e che forse non ritorneranno mai più.  

Tutto proteso lungo il suo sperone roccioso che domina dall’alto, con straordinari e incredibili orizzonti, alcuni tra i più suggestivi panorami del Cilento interno: dal Monte Sacro alla “rupe” di Agropoli; dalla piana di Paestum, per tutto l’arco costiero del golfo di Salerno con la muraglia dei monti Lattari che si protende fino a Capri, la “perla” del Mediterraneo. Così si presenta, al forestiero che si appropinqua su per i monti di Capaccio e Roccadaspide e volge verso la Valle dell’Alento, il caseggiato di TRENTINARA (604 m), sospeso tra cielo ed aspre montagne ricoperte da spessi manti boschivi (leccete, faggi e castagni), a dominio di rupi e valloni che s’innalzano – aspri e imponenti – dal dolce paesaggio collinare delle campagne pestane coi loro terreni ricchi di pascoli (per l’allevamento delle bufale) e i coltivi che offrono abbondanti raccolti (carciofi, tabacco, grano, ulivo e vigneti). Catene montuose a settentrione; valli ombrose che scivolano a Sud; possenti giogaie (regno di briganti e teatri di duri scontri durante i moti rivoluzionari dell’800) che s’innalzano a levante si contrappongono agli assolati litorali di una costa (tra le più belle della Campania) che si estende a ponente.

Gli spicchi di sole che per pochi minuti al dì illuminano gli stretti vicoli che si aggrovigliano intorno a quella massa di volumi sfalsati, di superfici degradanti e di morfologie diversificate costituenti il nucleo del centro storico del paese. Un borgo, questo, che solo in apparenza si presenta addormentato nel suo perenne isolamento, ma che è vivo grazie a quel continuum storico sancito dalle arcaiche testimonianze degli anziani, autentici baluardi di un vivere rurale giunto intatto e senza alterazioni fino ad oggi. Vecchie sedie impagliate addossate a candide pareti intonacate dai vivaci colori pastello fanno da sfondo a sguardi assorti nel vuoto, immobili a rimembrare quei fasti di una lontana e gloriosa civiltà contadina; volti rugati impressi in un mutismo irreale, sono questi gli autentici testimoni di una esistenza votata al sacrificio e alla dura, paziente e orgogliosa vita dei campi che da sempre, qui, segna e determina il passare delle ore. Anziani ricurvi sul bastone altalenante; donne intente a scambiarsi il pettegolezzo della giornata raccolte sul terrazzino, affacciate alle finestre o semplicemente sedute nel cortile a bisbigliare tra un diritto e un rovescio di “punta-croce”; l’attesa del rientro dai campi che perpetua, da secoli, quella semplice e maniacale gestualità del ritorno dalle cosiddette fatiche… questi, e quanti altri, gli elementi di un vissuto consolidatosi nel corso dei secoli, mentre i giovani…?

Pochi sono quelli che hanno avuto il grosso coraggio di restare e di perpetuare, nel segno del più assoluto spirito di sacrificio, ciò che i propri cari (e i propri avi) hanno loro lasciato: la cura dei terreni e il magro profitto che questi raccolti riescono a concedere. Molti giovani, invece, sono quelli che scelgono di andare via, magari lontano; i più per studiare fuori, quei pochi per cercare fortuna – laddove è possibile – anche oltre confine. Ed allora, nel segno di una civiltà rurale che orgogliosamente tenta di restare al passo coi tempi nonostante tutto qui – dalle pietre all’aria che si respira – è impregnato di Medioevo, ecco che si propone un originale itinerario che tenta di offrire, al turista escursionista che desidera conoscere questo “insolito” angolo di Cilento, la possibilità di poter toccare con mano tutte le molteplici varianti di un paesaggio e di un ambiente che si protendono dagli ombrosi castagneti di monte Vesole e di monte Soprano fino alle colline cilentane che circondano l’antica piana pestana, avvolgendo il tutto con il dolce clima di una natura ancora inviolata e gli autentici sapori di una semplice e genuina arte culinaria che non ha eguali nel circondario.

L’abitato di TRENTINARA che è proteso – come il ponte di una nave – in cima ad uno sperone roccioso tutto circondato da dirupi, da burroni, da foreste, quasi come se fosse un nido di rapaci. E difatti, volgendo lo sguardo all’insù, non è raro veder volteggiare esemplari di avifauna locale quali poiane e piccoli falchi. Il silenzio qui è una costante fissa; esso avvolge ogni angolo di questo esteso altopiano sospeso tra le montagne e le serre; una solitudine immensa, un infinito quasi palpabile s’impossessa in chi (escursionista, montanaro, pecoraio o contadino) si accinge ad attraversare queste contrade. Attraversando gli stretti vicoli che s’inerpicano, verso l’alto, si transita lungo androni e portali che si fronteggiano tra indescrivibili giochi di penombra ed in breve si perviene nella piazza grande di Trentinara. Punto centrale di un agglomerato semplice e complesso al tempo stesso, tutto ruota intorno allo spazio determinato dalla Piazza dei Martiri in cui confluisce l’intricato dedalo di vicoli contorti determinati dalle più scoscese pendenze.

Angoli e spigolature sfalsate rifletto quegli effetti chiaroscurali determinati dalle rientranze dei pieni e dei vuoti e dalla luce del sole che porta ad evidenziare quei cromatismi delle facciate più in vista e che si fronteggiano in scenografiche platee dal sapore antico. Si percepisce, in tutto ciò, quello che è l’aspetto più emergente su ogni cosa, qui tra le abitazioni del borgo di Trentinara: il Medioevo, un’epoca storica che forse non ha mai lasciato questi luoghi. La cultura di un lontano passato che si permea attraverso la concezione visiva di uno spazio antico (e nonostante tutto attivo) viene riletta attraverso i vecchi portali in pietra finemente decorati; i viottoli lastricati o basolati; i supportici e gli androni nascosti; le rampe sospese; le finestre e i terrazzini che si toccano; i cortili e i giardini recintati, nascosti e distribuiti su più livelli… Sono questi – e tanti altri ancora – i simboli e gli elementi di una radice medioevale facilmente intuibile nella distribuzione armonica dei vuoti e dei pieni, in un autentico accavallarsi di spazi perduti nelle memorie del tempo, lì dove il culto (qui non solo inteso come momento deputato alla preghiera e luogo riservato al raccoglimento) riveste un ruolo molto importante, fondamentale, se non unico in quell’intricato, complesso e arcaico mondo contadino generato dall’indole del trentinarese.

La settecentesca Chiesa dell’Assunta, che in un remoto passato doveva essere il luogo di culto al servizio dell’adiacente camposanto (sotto l’attuale perimetro della piazza), ci accoglie con la sua semplice e luminosa facciata in cui spicca il portale in pietra; il suo interno, buio e tenebroso, viene “tagliato” dai raggi del sole pomeridiano che s’irradiano attraverso l’ingresso e le piccole aperture laterali. Qui, poche anime all’interno della “casa” di Dio, innalzano lodi e preghiere con la recita del Santo Rosario; mani tremolanti che – leggermente – fanno scivolare i grani della corona, col capo chino in una sorta di atto penitenziale, aspettano l’inizio della lettura del Vangelo; due file di panche, a destra le donne col capo avvolto in scuri fazzoletti, sulla sinistra gli uomini con le loro pesanti giacche in velluto, le guance rosse, i folti baffi e le grosse mani callose ringraziano l’Onnipotente che continua a concedere loro il privilegio di vivere il questo “paradiso”. All’esterno della Chiesa, invece, il modesto campanile non supera più di tanto i tetti delle case adiacenti.

Dalla Piazza centrale è possibile portarsi in cinque minuti sulla piazzetta panoramica da cui si aprono ampie e suggestive vedute paesaggistiche che vanno dalle aspre montagne dell’interno ai dolci litorali costieri: e da quassù la luce e si silenzi, più di qualsiasi altro elemento e sentimento, caratterizzano la complessa natura del sito trentinariota le cui finestre si rifletto nel “rosso” disco solare, soprattutto quando l’astro diurno è lì per tuffarsi tra i marosi diffondendo gli ultimi raggi di luce e cedendo la scena celeste al luminoso spicchio lunare che compare, lento e ovattato, tra le folte chiome dei boschi del Vesole. Dalla balconata panoramica ci si porta lungo il suo margine sudorientale fino a raggiungere (angolo attrezzato con panche e fontana) il luogo detto della Preta ‘ncatenata (pietra incatenata), un sito ove si consumò una tra le più incredibili tragedie sentimentali dell’epoca. Durante il periodo del brigantaggio, la figlia del farmacista locale si innamorò del brigante che spadroneggiava su per queste montagne. Com’era prevedibile il loro legame affettivo fu ripetutamente osteggiato. In seguito ai numerosi e continui rifiuti che impedivano loro di frequentarsi e di manifestarsi, solo dopo che furono tentate tutte le vie per costringere gli amanti a troncare quel rapporto che non avrebbe mai dovuto nascere; solo allora, dunque, fu presa da entrambi la drastica (e tragica) decisione di porre fine – e per sempre – a quella loro travagliata unione: insieme, forse tenendosi anche per mano, decisero di saltare giù dal ciglio della rupe e di gettarsi nel vuoto…

Per un aspro vallone (la Serra di Tremonti) che fin dall’antichità è stato il più breve (ma anche il più duro) tratto che permetteva di collegare direttamente la piana pestana con la rupe trentinariota; si scende verso Giungano. Attraverso il periglioso sentiero avvenivano i più importanti traffici per il trasporto di mercanzie dall’altopiano alle vallate per mezzo di animali da soma; ed è proprio su questo sentiero che sono passate le ricotte e le castagne dell’altopiano, oppure le “pezze” di formaggio e i frutti di fico, oppure ancora i sacchi contenenti le olive per la molitura o le gerle stracolme di uva per il vino. Il paesaggio circostante, quasi come se percepisse la nostra presenza, ci saluta facendoci ascoltare le “correnti” ascensionali che si aggrovigliano tra le aspre pareti della gola facendo ondeggiare i ciuffi cespugliosi della lecceta mentre da lontano, verso la piana, si odono i campanacci delle ultime bufale al pascolo che rientrano, poco prima della sera, verso la stalla. Il cielo di pietra sopra le nostre teste ancor privo di stelle comincia a riempirsi di punti luminosi ma, attenzione! Gli astri non sono ancora ben visibili poiché il meriggio sta per tramutarsi in vespero e, successivamente, in tramonto; quei luccichii che dalla piana si scorgono lassù, non sono altro che le luci dei trentinaresi (anziano, massaia, contadino, o pecoraio che esso sia) che si accingono al rientro nelle proprie dimore, a conclusione di una giornata vissuta in uno straordinario e insolito paradiso sospeso tra cielo, monti e valli. (di ©Andrea Perciato)

alla Taverna della Duchessa, sulla Via POPILIA/Regio Capuam (Via Regia per le Calabrie)

CAMMINI DI CAPODANNO, QUELLI BELLI…

Come da tradizione, abbiamo cercato – anche quest’anno, e nonostante tutto – di percorrere qualche chilometro lungo un tratto di cammino, qui al sud, che stuzzica interesse e curiosità, soprattutto dal punto di vista storico, geografico, paesaggistico e ambientale. È il caso dell’antica VIA POPILIA (di matrice romana), meglio conosciuta come VIA REGIA DELLE CALABRIE (d’impostazione borbonica); ed è proprio il tratto che abbiamo voluto esplorare, dopo il nostro primo passaggio (nel giugno 1976) e la nostra ultima presenza in questi luoghi (nel settembre 1991).

Si transita, lungo la strada tra le case del borgo di Zuppino (siamo sotto Sicignano degli Alburni, nel PNCVD); tra le case che si scorgono ai bordi della Statale, sono facilmente riconoscibili i portali in pietra e le tipiche facciate di alcune antiche “taverne”. Proseguendo ancora, e per ripida salita, si giunge al Valico dello Scorzo (o “Scuorzo” – 473 m), le antiche “NARES LUCANAE” (le Narici della Lucania); questo nome viene, appunto, suggerito dall’aspetto del valico.

Il luogo evidenzia l’importanza naturale che il valico assunse fin dall’antichità nelle comunicazioni tra la Lucania e la Campania. Attraverso le “Nares”, la chiusa ed impervia Lucania respirava e il suo orizzonte si dilatava verso la pianura e il mare. Le Nares erano il punto d’incontro di due diverse regioni, e questo ancora avverte il viaggiatore che oggi giunge allo Scorzo: da un lato, verso occidente, si aprono le colline coltivate ad ulivi e vigneti che degradano verso la piana del fiume Sele, lambita dal mare, ricca di piantagioni e densamente popolata; dall’altro lato si estende un paesaggio dominato dalla montagna col fondovalle solcato dal fiume, in cui si riversano i torrenti che discendono dalle alture. Allo Scorzo, una delle antiche taverne per molti anni è stata adattata a tipico ristorante, conservando così – al suo interno – la caratteristica struttura e riprendendo, in un certo senso, la sua antica funzione originaria: luogo di sosta e di ristoro.

Superati il valico dello Scorzo si cammina continuando lungo la SS 19 delle Calabrie; ad 1,5 km parte, distaccandosi dalla Statale (in basso a destra), una carraia che segue fedelmente il tracciato dell’antica Via Popilia. Superate le case dei Vignali e i ruderi della Torre più avanti, in contrada Zancuso, si transita per la omonima masseria e, 1 km dopo, si giunge nei pressi di un trivio: siamo Contrada Duchessa (318 m). Ed è proprio qui, che la presenza di ruderi sulla destra e di una taverna a sinistra, attira la nostra attenzione. Cominciando ad esplorare i dintorni, scopriamo subito la differenza tipologica e costruttiv tra i vari ruderi (e di ciò che resta coperto dalla vegetazione) presenti in zona.

La Taverna Duchessa per estensione era la più grossa presente tra il fiume Sele ed il valico; le pietre che si ergono a destra (verso N) appartengono alla struttura originaria d’epoca romana, mentre quella a sinistra (lato a sud) testimonia la sua presenza qui, dopo un salto temporale di quasi 1600 anni, della sistemazione borbonica della storica via ripresa dagli ingegneri del reame “carolino”. Nell’andare ancora in giro alla ricerca (e scoperta) di curiosità che possano attrarre la nostra attenzione, ecco che ci viene incontro il proprietario dei terreni su cui giacciono queste strutture: il sig. Giovanni D. P. L’impatto tra noi risulta immediatamente positivo e amichevole, e viene subito espresso da un cordiale saluto e dalla comune affinità di interessi per questo luogo che esprime storia per mezzo di ogni sua (piccola o grande che sia) pietra.

Giovanni si presta volentieri nell’accompagnarci a visitare la sua proprietà e a farci da cicerone nel descrivere ogni angolo, nel farci conoscere ogni curiosa interpretazione di questi ambienti e ci apre le porte di quella che – sicuramente – doveva essere una cappella dal tetto crollato e dalla presenza di nicchie alle pareti laterali; il tutto ricoperto da pietre, calcinacci, tegole in totto e travi in legno. Ci mostra alcuni “miliari” che determinano l’accesso di una pista che mena all’interno di boschi e terreni; nonché ci indica gli ambienti sepolti da cumuli di terreno e gli archi portanti dell’originaria struttura d’epoca romana. È un bel piacere ascoltare le storie narrate dal sig. Giovanni, storie fatte di sacrifici e amore per queste terre e per tutto ciò che esse riescono ad esprimere.

Il suo parlare cattura il nostro interesse spingendoci a porgere domande al quale Giovanni riesce – a modo suo –  a rispondere con arguta precisione. Non pago di ciò che finora ci ha mostrato, illustrato e fatto conoscere, Giovanni ci apre anche il cancello invitandoci ad entrare, in quella che era la taverna del ‘700 sistemata dal progetto borbonico di ripristino e funzionalità dell’arteria che dalla capitale partenopea doveva raggiungere Reggio di Calabria. E così il tempo trascorre tra la scoperta di luoghi e ambienti che parlano di vita vissuta, di pietre che narrano di storie e di tempi antichi, di uomini e di azioni che avvenivano lungo questa importante via del sud; anche Garibaldi sostò presso questa antica taverna.

Nel congedarci da Giovanni D. P. non possiamo far altro che ringraziarlo per la sua gentile disponibilità nell’averci guidato attraverso questo “pezzo” di storia, promettendogli che saremo ritornati nuovamente a trovarlo per il piacere di poter continuare ad ascoltarlo mentre narra storie di vita davvero… fuori dal tempo. Grazie Giovanni D. P. ed auguri per tutto! (di ©Andrea Perciato)

Eilean Donan Castle (SCOTLAND) l’ultimo degli Highlander…

Mai vista una così grande miriade di specchi lacustri in una sola prospettiva; questa è un’altra delle magie offerte dalla natura scozzese. Da Loch Cluanie a Goats & Deer, passando per il campo della Battle of Glenshield; un lungo pendio erboso scivola verso l’azzurro ove centinaia di “omini”, qui meglio conosciuti come “cairm” – piccole piramidi sassose – in pietra, erette da chi ne conosce la storia del luogo, segnano e determinano le anime catturate dei morti in battaglia avvenute secoli fa in questi luoghi.

Con gli occhi pieni del verde di questa meravigliosa foresta e degli arbusti, dei muschi, dei manti erbosi e dei licheni che ricoprono tutti i fianchi delle montagne scozzesi, ci avviciniamo sempre di più al pittoresco villaggio di pescatori di Dornie dove qui – all’improvviso – sorge, in tutta la sua straordinaria bellezza paesaggistica, uno dei castelli più visitati, famosi e tra i più romantici di tutta la Scozia: Eilean Donan Castle. Qui, ad Eilean Donan gli “ultimi” Highlander fissarono la propria dimora; qui, sulle sponde all’incrocio di un lago e due fiordi, gli “immortali” decisero di affrontarsi in un’ultima battaglia.

Questo castello si trova su un isolotto dove incrociano le acque di tre laghi: Loch Duich, Loch Alsch e Loch Long vi convergono, e l’isolotto è unito alla terraferma per mezzo di un lungo ponte sorretto da archi in pietra. Un’apoteosi di verde e di azzurro restituisce armonia e riflessione in un paesaggio unico. Come in un quadro, è possibile incastrare il Castello nella rigogliosa vegetazione che si getta nelle acque in fondo al fiordo, indescrivibile sky-line della magia sprigionata da questa magnifica fortezza del 1200. Tanti occhi blu piovuti dal cielo in un’apoteosi di verde e d’azzurro che restituiscono armonie, pace e riflessione in un paesaggio altrove introvabile.

Ampi orizzonti; pendici erbose di monti e valli che si riflettono sulle superfici acquatiche; lingue di mare che – come profondi fiordi – penetrano molto all’interno; il profumo insistente del muschio delle umide terre del nord; le nubi che si rincorrono sospinte dai venti e, su tutto, gli echi di battaglie e scontri di lame incrociate tra spade e scudi. Qui gli Highlander fissarono la propria dimora; qui, sulle sponde di Skye gli immortali decisero di affrontarsi in un’ultima, epica battaglia. più avanti, oltre l’orizzonte, è già ben visibile un lungo e incredibile ponte arcuato collega, con un’unica campata, l’isola di Skye alla “terraferma” scozzese.  

Osservando l’Eilan Donan Castle la fantasia si scatena e inizia ad immaginare guerrieri in tartan e capi clan su magnifici cavalli che attraversano al trotto il ponte, dame riccamente vestite che passeggiano nell’area interna della fortezza protetta dalle possenti mura di difesa. Non è possibile organizzare un viaggio/trekking in Scozia senza includere la visita di questo luogo, a detta di molti, uno tra i castelli più belli della Scozia. L’Eilan Donan Castle è stato costruito all’inizio del 1200 dagli scozzesi per difendersi dagli attacchi dei vichinghi provenienti dal mare.

Dopo una storia lunga e travagliata esso è andato quasi completamente distrutto nel 1719 per mano degli inglesi e le sue rovine sono rimaste abbandonate fino agli inizi del 1900 quando un esponente del clan dei MacRae (che poi erano gli antichi proprietari dello stesso) decise di comprare l’isola e di ricostruire la fortezza che ora risplende in tutta la sua imponente bellezza. Come in un quadro, è possibile incastrare il Castello nella rigogliosa vegetazione che si getta nelle acque in fondo al fiordo, indescrivibile sky-line della magia sprigionata da questa magnifica fortezza. Qui, a Eilean Donan Castle terminò la saga e nacque una leggenda che si perpetua nel tempo ricordando ad ognuno che… NE RESTERÁ UNO SOLO! (di ©Andrea Perciato)