CAMMINI DI CAPODANNO, QUELLI BELLI…
Come da tradizione, abbiamo cercato – anche quest’anno, e nonostante tutto – di percorrere qualche chilometro lungo un tratto di cammino, qui al sud, che stuzzica interesse e curiosità, soprattutto dal punto di vista storico, geografico, paesaggistico e ambientale. È il caso dell’antica VIA POPILIA (di matrice romana), meglio conosciuta come VIA REGIA DELLE CALABRIE (d’impostazione borbonica); ed è proprio il tratto che abbiamo voluto esplorare, dopo il nostro primo passaggio (nel giugno 1976) e la nostra ultima presenza in questi luoghi (nel settembre 1991).
Si transita, lungo la strada tra le case del borgo di Zuppino (siamo sotto Sicignano degli Alburni, nel PNCVD); tra le case che si scorgono ai bordi della Statale, sono facilmente riconoscibili i portali in pietra e le tipiche facciate di alcune antiche “taverne”. Proseguendo ancora, e per ripida salita, si giunge al Valico dello Scorzo (o “Scuorzo” – 473 m), le antiche “NARES LUCANAE” (le Narici della Lucania); questo nome viene, appunto, suggerito dall’aspetto del valico.
Il luogo evidenzia l’importanza naturale che il valico assunse fin dall’antichità nelle comunicazioni tra la Lucania e la Campania. Attraverso le “Nares”, la chiusa ed impervia Lucania respirava e il suo orizzonte si dilatava verso la pianura e il mare. Le Nares erano il punto d’incontro di due diverse regioni, e questo ancora avverte il viaggiatore che oggi giunge allo Scorzo: da un lato, verso occidente, si aprono le colline coltivate ad ulivi e vigneti che degradano verso la piana del fiume Sele, lambita dal mare, ricca di piantagioni e densamente popolata; dall’altro lato si estende un paesaggio dominato dalla montagna col fondovalle solcato dal fiume, in cui si riversano i torrenti che discendono dalle alture. Allo Scorzo, una delle antiche taverne per molti anni è stata adattata a tipico ristorante, conservando così – al suo interno – la caratteristica struttura e riprendendo, in un certo senso, la sua antica funzione originaria: luogo di sosta e di ristoro.
Superati il valico dello Scorzo si cammina continuando lungo la SS 19 delle Calabrie; ad 1,5 km parte, distaccandosi dalla Statale (in basso a destra), una carraia che segue fedelmente il tracciato dell’antica Via Popilia. Superate le case dei Vignali e i ruderi della Torre più avanti, in contrada Zancuso, si transita per la omonima masseria e, 1 km dopo, si giunge nei pressi di un trivio: siamo Contrada Duchessa (318 m). Ed è proprio qui, che la presenza di ruderi sulla destra e di una taverna a sinistra, attira la nostra attenzione. Cominciando ad esplorare i dintorni, scopriamo subito la differenza tipologica e costruttiv tra i vari ruderi (e di ciò che resta coperto dalla vegetazione) presenti in zona.
La Taverna Duchessa per estensione era la più grossa presente tra il fiume Sele ed il valico; le pietre che si ergono a destra (verso N) appartengono alla struttura originaria d’epoca romana, mentre quella a sinistra (lato a sud) testimonia la sua presenza qui, dopo un salto temporale di quasi 1600 anni, della sistemazione borbonica della storica via ripresa dagli ingegneri del reame “carolino”. Nell’andare ancora in giro alla ricerca (e scoperta) di curiosità che possano attrarre la nostra attenzione, ecco che ci viene incontro il proprietario dei terreni su cui giacciono queste strutture: il sig. Giovanni D. P. L’impatto tra noi risulta immediatamente positivo e amichevole, e viene subito espresso da un cordiale saluto e dalla comune affinità di interessi per questo luogo che esprime storia per mezzo di ogni sua (piccola o grande che sia) pietra.
Giovanni si presta volentieri nell’accompagnarci a visitare la sua proprietà e a farci da cicerone nel descrivere ogni angolo, nel farci conoscere ogni curiosa interpretazione di questi ambienti e ci apre le porte di quella che – sicuramente – doveva essere una cappella dal tetto crollato e dalla presenza di nicchie alle pareti laterali; il tutto ricoperto da pietre, calcinacci, tegole in totto e travi in legno. Ci mostra alcuni “miliari” che determinano l’accesso di una pista che mena all’interno di boschi e terreni; nonché ci indica gli ambienti sepolti da cumuli di terreno e gli archi portanti dell’originaria struttura d’epoca romana. È un bel piacere ascoltare le storie narrate dal sig. Giovanni, storie fatte di sacrifici e amore per queste terre e per tutto ciò che esse riescono ad esprimere.
Il suo parlare cattura il nostro interesse spingendoci a porgere domande al quale Giovanni riesce – a modo suo – a rispondere con arguta precisione. Non pago di ciò che finora ci ha mostrato, illustrato e fatto conoscere, Giovanni ci apre anche il cancello invitandoci ad entrare, in quella che era la taverna del ‘700 sistemata dal progetto borbonico di ripristino e funzionalità dell’arteria che dalla capitale partenopea doveva raggiungere Reggio di Calabria. E così il tempo trascorre tra la scoperta di luoghi e ambienti che parlano di vita vissuta, di pietre che narrano di storie e di tempi antichi, di uomini e di azioni che avvenivano lungo questa importante via del sud; anche Garibaldi sostò presso questa antica taverna.
Nel congedarci da Giovanni D. P. non possiamo far altro che ringraziarlo per la sua gentile disponibilità nell’averci guidato attraverso questo “pezzo” di storia, promettendogli che saremo ritornati nuovamente a trovarlo per il piacere di poter continuare ad ascoltarlo mentre narra storie di vita davvero… fuori dal tempo. Grazie Giovanni D. P. ed auguri per tutto! (di ©Andrea Perciato)
