Bulgaria: SOFIA (София), allegorie di luci e colori tra chiese, moschee e sinagoghe

SOFIA (София), capitale della Bulgaria, non è una megalopoli, piuttosto una grande città, bella accogliente, modera ma – al tempo stesso – ricca di contraddizioni. Il suo bellissimo centro, fatto di sontuosi palazzi e belle chiese (di rito ortodosso) ricche di opere d’arte sia religiosa che popolare, nonché i suggestivi resti (area archeologica) d’epoca romana della “città del sotto” con le sue terme e le sorgenti che ancora oggi erogano fontanili d’acqua termale, possono essere scoperti camminando semplicemente a piedi…

Singolare è la presenza, nel raggio di meno di 300 metri, dei luoghi di culto delle principali religioni monoteiste: la Sinagoga (costruita nei primi anni del XX secolo è la più grande sinagoga sefardita d’Europa), la Moschea (di Banja Baši, costruita dal celebre architetto ottomano Sinān nel XVI secolo, è la principale testimonianza della dominazione turca sulla città) e la Cattedrale (di Santa Domenica, costruita nella seconda metà del XIX secolo, andò distrutta nel corso di un sanguinoso attentato nel 1925).

Qua e là spuntano cupole dorate, moschee d’origine turca e palazzoni grigi (quasi tetri) di stampo architettonico puramente sovietico. Le principali (e più interessanti) cose da vedere, sono tutte raccolte nel centro, lungo la principale via acciottolata di Tsar Osvoboditel e la bella, viva e accogliente area pedonale del principale corso (boulevard) di Vitosha. Sofia è una città ricca di aree verdi, con diversi parchi ben curati e montagne ricche di boschi appena nella circostante area periferica, a pochi chilometri dal centro. Gli abitanti della città non perdono occasione di rilassarsi bevendo nei bar all’aperto per le strade del centro e passeggiare in uno dei tanti spazi verdi.

Tra le cose assolutamente da non perdere a Sofia ci sono sicuramente:

Cattedrale dedicata al principe russo Alexandar Nevsky: con le sue cupole d’oro, la cattedrale è la più grande chiesa ortodossa del paese (può contenere fino a 5000 persone!), principale monumento della città. Questa chiesa fu costruita nei primi anni del ‘900 per commemorare i 200000 soldati russi che persero la vita combattendo per l’indipendenza bulgara. Da lontano sembra una bomboniera con le sue cupole dorate, con uno stile architettonico che si rifà all’oriente (richiamo alle moschee). Lo stile è neobizantino e all’interno, che si presenta maestoso e imponente, risaltano splendidi affreschi, dei bei mosaici, grandi lampadari e troni in alabastro; nei sotterranei, invece, la cripta ospita le tombe dei re bulgari ed antiche e preziose icone. Di sera, illuminata dai fari che la circondano, crea una skyline molto suggestiva. Nella parte verde che circonda la cattedrale c’è un piccolo mercatino molto carino con delle bancarelle che vendono icone e vecchi cimeli sovietici.

Chiesa russa di San Nicola (Tsurkva Sveta Nikolai) Chiesetta immersa nel verde molto graziosa che si trova in un punto particolarmente pittoresco, essendo stata costruita all’inizio del XX secolo nello spazioso boulevard dedicato allo zar Osvoboditel. Piccola e splendida chiesetta ortodossa, realizzata in puro stile russo, nei primi decenni del 900′. La chiesa è troppo carina, con le sue splendide cupole dorate all’esterno e i fantastici affreschi all’interno, l’ingresso è gratuito e merita assolutamente una visita. In questa chiesa si avverte, più che altrove, quel forte senso di fede da parte dei suoi fedeli di rito ortodosso; le donne vi accedono tutte con il capo coperto e tutti partecipano intensamente alla funzione. Al suo interno, molto singolare risulta essere il rito dei “bigliettini dei desideri” su cui possono essere scritti i desideri dei fedeli che poi si imbucano in una urna appositamente predisposta; narra la tradizione che poi, questi… si avverino!

Chiesa di Boyana, ai piedi dei monti… Ad appena 12 km a sud della periferia di Sofia, compare questa chiesetta chiesa del ‘200, patrimonio dell’UNESCO posta ai piedi della montagna. Piccola, bella, con numerosi affreschi dell’arte medievale. In quanto piccola, è consentito entrare poche persone alla volta e per breve tempo. Essa conserva, al suo interno, affreschi e particolari risalenti a moltissimi secoli fa. Patrimonio UNESCO e testimonianza dell’incredibile patrimonio artistico della Bulgaria, questa meravigliosa chiesetta è da non perdere assolutamente. L’edificio è davvero impressionante, non tanto per le sue dimensioni (in realtà piuttosto piccole) quanto per la bellezza dei numerosi strati di affreschi che ne decorano l’interno. La chiesa è circondata da un grazioso giardino, nel cui cimitero è sepolta la zarina Eleonora di Reuss-Köstritz (1860-1917). Atmosfera particolarissima, ciò che si vede, unito all’atmosfera di serenità, risulta essere davvero impagabile: quelli alle pareti sono affreschi che risalgono al 1200; fuori, alla base di giganteschi alberi, singole croci in pietra finemente scolpite in stile ortodosso emergono tra i fili d’erba, e ricordano vecchie sepolture nei prati adiacenti la chiesa. (testi ©Andrea Perciato; foto ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CILENTO, a spasso tra vigneti e cantine nella Valle del Calore

Una cultura che appartiene intimamente al territorio campano: dalla costa al suo cuore più interno la viticultura diventa la massima espressione dell’incredibile armonia che esiste fra terra, clima e uomini capaci di trasformare i frutti della natura in “nettare degli dei”.

Avvicinarsi alle secolari tradizioni vinicole in Campania, e – in special modo – nella valle del fiume Calore (cuore del Cilento) – significa scoprire un mondo inaspettato che conserva una complessa varietà di produzioni enologiche dai caratteri unici. Per raccontare al meglio cultura e atmosfere di questa terra del vino, abbiamo intrapreso un viaggio attraverso le “Terre del Rosso” doc e alla gente che qui, in questi territori, ci vive e lavora. Sono proprio loro ad accompagnare il lettore ed il viaggiatore presso singole zone di produzione avvicinando curiosi e appassionati alla scoperta e conoscenza dei pregiati vitigni locali.

L’Aglianico, così come anche altri pregiati vitigni come il Barbera, il Lambrusco, il Malvasia, il Piedirosso e il Trebbiano, è un vino d’eccellenza. Eccellenze, appunto, questo è il termine che viene in mente riferendosi ai vitigni che ammantano le sponde della valle del fiume Calore, nel suo tratto intermedio, proprio nel cuore del Cilento. Questo vitigno ottiene il prestigioso marchio D.O.C. (Denominazione di Origine Controllata), per decisione della commissione regionale che riscontra il suo “particolare pregio”, in seguito a indagini sui campioni di cinque annate a partire dal 1987.

Il vino si ottiene dalla vinificazione di uve prodotte dal vitigno Aglianico. La zona di produzione di questo vino si estende nella bassa valle del fiume Calore. Tutto intorno si estendono i vigneti di Aglianico, che ricoprono le dolci colline del paesaggio cilentano. Non mancano le suggestioni di un’urbanistica che ha conservato il fascino sottile e coinvolgente dei borghi medievali, tra antichi palazzi nobiliari e la storia di questi luoghi, dal fascino suggestivo e – per certi versi – ancora misterioso, che affonda le radici in una forte e intensa tradizione popolare che rende leggenda ogni pietra, ogni zolla di terra, ogni profilo montuoso, ogni ansa fluviale che caratterizza questo territorio; siamo a pochi chilometri dalla città d’origini lucane di Poseidon/Paestum che influì, per secoli, l’intera zona. In paese sono pienamente funzionanti diverse cantine, alcune a conduzione familiare, ognuna con le sue inconfondibili caratteristiche, che invitano a scegliere tra le tante bottiglie particolari, che regalano la possibilità di abbinare gusti diversi a piatti diversi.

Castel San Lorenzo (m 358) vanta una fama internazionale per l’intensa coltivazione della vite e per la produzione dei suoi vini DOC. Dalle adiacenze del locale campo sportivo (m 266) ha inizio un sentiero che corre, tra la vegetazione, fino a guadare il torrente Lumugno (m 136) circondato da un’intensa macchia mediterranea. Sulla riva opposta del fiume c’è una pista carraia che prosegue lungo il sentiero che costeggia il torrente fino al punto di confluenza (m 141) con il fiume Calore dove – visto il basso fondale – è possibile guadare e raggiungere la sponda opposta completamente immersa nel verde dei vigneti e nell’argento degli uliveti.

Presso alcune case isolate compare la struttura di un ponte in ferro che permette il collegamento alla riva opposta del fiume. Da qui un sentiero attrezzato con passamani in legno raggiunge (m 159) la rotabile che porta a Felitto. Si prosegue ancora tra vitigni, masserie e casolari di campagna fino al ponte sul Calore in contrada Vigna, superato il quale, si attraversano ampi filari di vigneti in un’apoteosi di vitigni tra cui aglianico, barbera, piedirosso, lambrusco, malvasia e trebbiano. Dal ponte, si risale nuovamente passando per l’antica Cappella della Madonna della Stella e raggiungere, così Castel San Lorenzo all’altezza di Palazzo Vigna, concludendo questo splendido circuito intenso di profumi, di odori, di spezie, di sapori e di colori. (testo e fotografie di ©Andrea Perciato)

Bulgaria: Седем рилски езера, Sedem rilski ezera… una meraviglia nel cuore dei Balcani!

Come sette gemme che riflettono i colori del cielo, sono un gruppo di laghi di origine glaciale  sono dei gioielli incastonati tra le montagne che sorgono a circa 100 km da Sofia (2h in auto, nel NW della Bulgaria). L’altitudine di questi 7 laghi varia fra i 2.100 e i 2.500 metri sul livello del mare e sono una delle attrattive principali di tutto il paese e dell’area balcanica. Essi traggono la loro toponomastica dalle caratteristiche naturali e ambientali che li contraddistinguono: “Salzata” (la lacrima), “Okoto” (l’occhio), “Babreka” (il rene), “Bliznaka” (il gemello), “Trilistnika” (il trifoglio), “Ribnoto Ezero” (lago pesce), “Dolnoto Ezero” (lago inferiore). Queste sono le attrazioni naturali più famose del paese. Situati nella parte settentrionale della catena montuosa del Rila e formatisi in seguito a processi di fusione dei ghiacci.

Queste montagne sono abbastanza facili da raggiungere e relativamente semplici da percorrere. Il periodo migliore per visitare le montagne della Bulgaria è d’estate perché durante le stagioni più fredde l’acqua ghiaccia fino a raggiungere i due metri di spessore. Non è il nostro caso perché siamo in luglio e la giornata è meravigliosa. Raggiunti il piccolo villaggio di Spareva Banya, l’ultima località ai piedi del massiccio, c’è la base di una seggiovia. Si sale sul sedile a due posti e in meno di mezz’ora – si viene accolti tra i profumi intensi dei boschi di abete, di larici e di betulle e dal silenzio assoluto che si rincorre in ogni angolo della foresta – si raggiunge finalmente il Rifugio, base di partenza per tutte le escursioni in quota: e poi… benvenuti in paradiso!

Da quassù, basta volgere lo sguardo a 360° per rimanere estasiati dalla bellezza offerta dai panorami mozzafiato e dai paesaggi che si rincorrono di orizzonte in orizzonte; qui l’aria è limpida e cristallina, la natura meravigliosa delle montagne circostanti rende i panorami mutevoli ad ogni passo compiuto. Dal rifugio, che qui chiamano capanna… ci sono due diverse opzioni per compiere un’escursione, una (a sinistra del cartello) che per breve discesa conduce solo a vedere un lago e tornare al rifugio; l’altro percorso (alla destra del cartello ingiallito, porta in salita), arranca per una serie di gradoni sistemati con listelli in pietra (ardesia, calcare) mentre il resto del sentiero, appena guadagnati quota si addolcisce divenendo subito dopo piatto.

La vegetazione scompare quasi del tutto, se non la presenza di sporadiche macchie di pino mugo, di erbe officinali, di cespugli di timo e qualche singolo esemplare di orchidea selvatica. Passo dopo passo si gode della vista sulla destra del profilo di creste rocciose che ondeggiano nel cielo azzurro, mentre sulla destra una comoda palizzata realizzata con palificazioni in legno, consente di poter ammirare delle vedute panoramiche lungo il sentiero davvero stupende, con – laggiù in fondo – i due specchi lacustri che riflettono le cime circostanti come in un anfiteatro naturale (simili per paesaggi a qualche nostra  montagna dell’Appennino): quello più in basso, sulla sinistra è “Okoto” (l’Occhio), un autentico paradiso per gli appassionati di fotografia.

Potrebbe sembrare difficile l’aver superato il primo tratto in ascesa perché il primo crinale, a vista d’occhio, sembra essere davvero molto ripido. Ma, guadagnando quota passo dopo passo, e dopo aver superato il primo ostacolo, diventa più facile camminare in quota. Il “Lago Inferiore” che si vede laggiù in fono sulla sinistra è, come è ovvio dal nome, il più basso di tutti i sette laghi di Rila, il che significa che raccoglie l’acqua da tutti loro, attraverso numerosi corsi d’acqua e cascate che, incanalate secondo naturali ruscelli di deflusso, alimentano le acque del lago. Dal primo lago la vista è mozzafiato e sotto di noi lo specchio d’acqua di origine glaciale riflette le montagne innevate.

Si prosegue orientandosi grazie alle poche rocce segnate con tratti di colore giallo che si susseguono ad una segnaletica che riflette i colori nazionali della bandiera bulgara (bianco, verde e rosso) che ritroviamo percorrendo salite tra pietre (spesso) pericolanti e ruscelletti, fango e – fino a tarda primavera – neve sciolta. Alcuni tratti sono in salita, altri invece scendono per alcuni metri. Giunti in quota, presso un bivio si prende (alcuni metri su una passerella in legno) a destra e in pochi minuti si raggiungono le sponde dello specchio lacustre che, sicuramente, si aggiudica la medaglia d’oro per essere il più bello: il “Babreka” (il rene). Il primo lago che si vede da vicino, nel senso che si toccano le sponde e la superficie, da vicino si chiama il “rene”, per la sua particolare forma simile all’organo; camminando verso il rene, si possono scorgere il lago inferiore, il lago dei pesci e il trifoglio dall’alto.

Il Kidney Lake (cioè il “rene”) ha le rive che si dividono in due parti differenti; dal lato occidentale sono più ripide, con conoidi di deiezione, residui di ghiacciaio e pareti rocciose che sprofondano direttamente nelle acque, mentre sulla sponda orientale, laddove scorre il sentiero, sono possibili toccare le acque e percepirne la temperatura, oltreché scorgere particolari specie ittiche che vivono in questi fondali. Questo lago è molto popolare, parzialmente a causa del suo nome, parzialmente perché qui si convergono i due possibili percorsi intorno ai laghi. Quindi, raggiungendo questo punto dell’escursione, spesso ci si trova di fronte a un dilemma: compiere una piccola svolta, continuare a camminare e tornare al rifugio e alla seggiovia, oppure superare un altro ostacolo e raggiungere, per un impervio sentiero, i due specchi lacustri superiori (non visibili) della “Salzata” (la lacrima), e dell’ “Okoto” (l’occhio). La risposta viene data dal sopraggiungere improvviso di un acquazzone che impedisce di salire e vedere gli ultimi due specchi lacustri del famoso “giro” dei 7 laghi.

Siamo sul crinale del “rene” e si decide per la via del ritorno e quale pista prendere per proseguire il circuito. I Sette laghi di Rila fanno parte del Patrimonio mondiale dell’UNESCO, e tra le curiosità che li circondano, oltre alla loro bellezza e particolarità, vengono considerati “sacri” per la “Fratellanza bianca” fondata dal Maestro Petar Danov (col nome spirituale Benissa Duno) e richiamano ogni anno – dal 20 al 23 agosto – seguaci di tutto il mondo che danzano ripetutamente in cerchio, seguendo i ritmi e la direzione del sole; il suo insegnamento spirituale è tutt’oggi molto seguito e venerato. Per il rientro, in base alle condizioni meteo in quota, consigliamo di prendere la seconda via, passando accanto al Twin, si vede il Trefoil da vicino, e dopo aver superato il Fish Lake e il rifugio “Seven lakes“, si ritorna nuovamente al rifugio “Rila lakes“, e da lì, dopo una piacevole sosta presso il rifugio/capanna, prendere la seggiovia per il rientro.

Per chi dovesse trovarsi a trascorrere qualche giorno in Bulgaria i “Sette Laghi di Rila” meritano una visita, da non perdere assolutamente, perché offrono l’opportunità di vivere in profondità tutte le peculiarità di questo piccolo angolo di paradiso montano. I laghi sono come gemme ben nascoste nel cuore della catena dei monti Rila, sono come quei particolari tesori, custoditi quasi in segreto, tenuti ben nascosti al pubblico degli escursionisti, degli amanti della montagna e degli appassionati di fotografia naturalistica. Sono solo questi che hanno il coraggio di percorrere l’intero percorso ed il piacere di vedere tutti gli specchi lacustri. Il fatto che queste gemme esistono da migliaia di anni dimostra che la natura, qui come altrove, è potente ed ha ancora molto da insegnarci! (testo di Andrea Perciato; photo Maria Rita Liliano & A. Perciato)

Bulgaria: Рилски Манастир, Rilski Manastir, un luogo di culto che ci riporta indietro nel tempo

C’è un luogo in Bulgaria, nel cuore dei monti Rila a meno di 150 km dalla capitale Sofia, che accoglie una tra le strutture religiose – per fascino, bellezza, storia, arte, religione – più incredibili al mondo: il Monastero di Rila. Immerso tra le montagne è un luogo suggestivo e di rara bellezza. Un posto veramente particolare, che sorge risalendo la valle fino al suo termine ove non ci si aspetterebbe mai di trovare una simile costruzione. Incastonato alla fine di una valle, in un posto magico dove regnano la quiete e la più assoluta tranquillità, compare questo spettacolare edificio sacro con i suoi profumi e i suoi colori ove si resta veramente incantati dalla bellezza e dal senso di pace interiore che si respira in questo luogo. il posto è molto bello e dagli inizi degli anni ’80 è stato dichiarato Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Stiamo parlando, naturalmente, dello spettacolare monastero “fortificato” di Rila un piccolo gioiello incastonato tra le montagne; un’oasi di pace e serenità in una posizione suggestiva circondata da boschi e piccoli corsi torrentizi, incastonato in una valle del Parco Naturale dei Monti Rila a 1147 metri d’altezza; arrivandoci non si avverte la benché minima sensazione di quanto sia grande e di cosa riservi all’interno. Un’autentica atmosfera di pace, immersi nella natura circostante e avvolti dalla bellezza dell’arte, aleggia tutt’intorno.

Visto da fuori, non sembra affatto che la struttura – con alte e possenti mura in pietra levigate – possa ospitare, al suo interno, un gioiello di così rara bellezza. Entrando dalla porta centrale, a prima vista si rimane a bocca aperta; nel centro si erge – in tutta la sua monumentale bellezza architettonica – la chiesa contornata dal un porticato a dir poco stupefacente, tutto affrescato. Quando si entra dalla porta principale che consente di accedere nello spiazzo interno al cui centro si erge – in tutta la sua spettacolarità – la massiccia mole del Monastero, caratterizzata dalla pavimentazione in basoli irregolari e dalla volta a botte tutta dipinta del monastero si resta, letteralmente, a bocca aperta. Una cortina di piani, ballatoi, supportici, verande gazebo, tutti realizzati in pietra e legno e tutti sovrapposti secondo un preciso ordine geometrico, avvolto da archi, colonne e balconate, racchiude uno spazio interno ampio come una piazza. Il più grande e celebre monastero di tutta la Bulgaria giace nel fondo di una valle caratterizzata da copiose foreste, corsi d’acqua e imponenti cime montuose: un luogo che restituisce sensazioni di fascino e mistero.

Vuole la tradizione che intorno agli inizi del X secolo, un giovane nobile si sia trasferito tra questi monti per darsi all’eremitaggio e che fu poi seguito da altri discepoli insieme ai quali, qualche anno più tardi, fondarono il primo nucleo di questo monastero. L’originario edificio di questo monastero ortodosso vide la nascita nel 927 ad opera dell’eremita Ivan Rilski, capo di una colonia di monaci. Successivamente fu poi spostato nel 1335, distrutto e saccheggiato dagli ottomani, successivamente devastato da un incendio fu restaurato – e completamente ricostruito – nel XIX secolo, periodo al quale risalgono le imponenti cupole, gli affreschi che ricoprono l’esterno della chiesa, le balconate e gli eleganti archi. Durante i cinque secoli di dominazione turca è stato custode della cultura bulgara e sostegno spirituale per il popolo. Ricostruito grazie anche alle tantissime donazioni giunte da tutte le popolazioni dei Balcani, dal 1983 è Patrimonio dell’Unesco. Costituito da un corpo centrale, la Chiesa dedicata alla Natività, costruita tra 1884 e 1887, fu abbondantemente arricchita di affreschi (restaurati, durante il corso del tempo, con eccessivo sfarzo di forme e colori rendendo quasi innaturale ogni piccolo dettaglio) dai diversi pittori che si sono succeduti nel corso degli anni, tra cui Zograf. Una gigantesca esplosione di colori che esaltano la tradizione dei popoli balcanici, la loro storia e le tipiche architetture. È un luogo non luogo fuori da ogni possibile immaginazione.

La sua storia è lunga e ricca. Negli affreschi della chiesa compaiono le rappresentazioni di Dio Padre e dell’inferno, cosa molto insolita. In tutto il monastero regna la pace. Un ampio cortile immette su quella che può considerarsi la piazza ed intorno alla quale si sviluppa tutto il monastero. Durante il corso dei secoli il Santuario ha raccolto un numero sempre più elevato di monaci (fino a settecento), diventando anche un importante e significativo luogo per lo studio ed il mantenimento delle tradizioni religiose bulgare (in particolare durante la dominazione turca); mentre oggi la popolazione residente non conta più di 11 persone tra cui 6 monaci e restanti addetti ai servizi per il mantenimento dello stesso. Di particolare rilievo la chiesa dedicata alla natività della Vergine, dov’è conservata un’icona considerata sacra; e dove tutto è affrescato con scene della vita della Vergine, di Santi e scene bibliche. Attorno alla chiesa gira un alto muro con balconate che si sovrappongono sorrette da archi che scaricano tutta la forza statica dell’imponente struttura.

Ogni singolo centimetro quadrato del porticato di facciata, le sue volte dalle imperfette geometrie e le pareti che compongono la parte esterna del nucleo centrale del Santuario, sono affrescate con scene che si rifanno a santi di matrice iconoclasta, a passi/episodi della Bibbia (Nuovo e Vecchio Testamento), alla discesa degli inferi sulla terra, alla potenza del Dio onnipotente e all’alternanza di scene che si alternano/rincorrono fra i Bene e il Male. All’interno casca giù, in tutta la sua imponenza, un gigantesco lampadario circolare in ottone che sembra quasi sfiorare le nostre teste; di fronte l’altare maggiore tutto dorato a forme di icone con figure di Cristo e Santi, gli affreschi invece sono tutti affumicati tranne le due cappelle laterali a destra e sinistra. L’interno del Santuario è la magnificenza assoluta del culto di matrice ortodossa. Assolutamente vietato fotografare (ma se si è astuti, con un buon smartphone posizionato nelle giuste traiettorie, è possibile avere una collezione di immagini, tutte a carattere sacro, di come sono suddivisi gli spazi all’interno e di come l’incredibile ciclo pittorico delle pareti interne restituiscano mistiche sensazioni fuori dal tempo.

All’esterno del Santuario ci sono: un Museo (collezione di oggetti sacri, come le bibbie e con il famoso Codice di Rila, un fantastico crocifisso intagliato in legno, le armi dei 40 soldati di guardia, le 5 chiavi del tesoro, le storiche opere dei monaci, senza contare i numerosi oggetti e paramenti sacri per le funzioni religiose; un Museo Etnografico; la Torre Hreliova del 1335, alta 23 m, unica parte originale di tutto il Monastero e con in cima una piccola cappella finemente decorata; una cucina del 1816 che, con un camino di 22 m sviluppato su più piani, riusciva a preparare contemporaneamente enormi quantità di cibo per sfamare le migliaia di pellegrini che giungevano al Monastero. Ogni giorno un gran numero di persone (provenienti anche da Romania, Grecia, Turchia, Polonia, Ungheria) visitano questo monastero, non tanto per turismo ma per testimoniare tutto il senso della loro profonda spiritualità verso questo luogo sacro.

Se vi trovate ad attraversare la regione balcanica a meno di 150 km dalla capitale bulgara, nel cuore del Parco Naturale dei monti Rila, non bisogna assolutamente lasciarsi sfuggire una visita a questo gioiello di arte, storia, tradizioni popolari, natura, fede e cultura perché siamo convinti che chiunque giunga fin quassù, oltre a ritemprarsi nello spirito e nel corpo, ritornerà ai luoghi d’origine consapevole di aver vissuto un’esperienza davvero fuori dal comune. (testo Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

Loch NESS (Highland, Scotland): un lago, un mistero e l’anima inquieta di Nessie

Il lago di Ness, meglio conosciuto come Loch Ness, è un lungo lago d’acqua dolce che scorre tra le Highlands scozzesi fino a sbucare verso il mare all’altezza della città di Inverness. Non si ha la percezione di essere giunti lungo le sponde del lago di Ness fino a quando non siamo presso lo sbocco del Caledonian Canal che immette le acque del lago direttamente nel mare. Al margine nordoccidentale della Scozia si estendono le acque scure di questo lago di Ness; ma, a pensarci bene, questo nome – Ness (o Nessie) – ci ricorda qualcosa, qualcuno…? Chi non ha mai sentito parlare, almeno una volta nella vita, del celebre mostro di Loch Ness, meglio conosciuto come Nessie?

Torcreck, piccola località a sud di Inverness, posta tra la brughiera e il canale, è il nostro punto di partenza. La traccia di un buon sentiero (il South Loch Ness Trail) passa per il villaggio di Cullaird e sfiora la macchia boschiva di Drumaschie Plantatide, per riportarsi sulla via principale fino a raggiungere finalmente l’acqua a Dores, panoramicissima terrazzata che offre già una prima impressionante veduta del paesaggio che s’apre sul Loch Ness. Da più di 1500 anni questa misteriosa creatura scatena la fantasia di milioni di persone, l’interesse dei ricercatori, la creatività di pittori e scrittori e la rocambolesca fortuna di fotografi. La maggior parte della comunità scientifica afferma si tratti solo di una leggenda; ma cosa c’è di sbagliato nell’immaginare un animale preistorico che nuota in assoluta libertà, indisturbato e trascorre la sua esistenza accanto a quella dell’uomo?

Muovendosi ora lungo la strada che sfiora la sponda orientale del lago si raggiunge Whitefield. Da qui si lascia la rotabile e si risale a sinistra lungo la traccia di un buon sentiero che, inerpicandosi tra la copiosa boscaglia, conduce fino al Fair Haired Lad’s Pass, bellissimo punto panoramico sul lago, all’altezza della sua metà; sulla sponda opposta, che sembra essere così vicina, sono ben visibili i ruderi del poderoso castello di Urquhart. Dal passo la pista comincia a scendere passando prima per Balchraggan, fino a raggiungere nuovamente le acque lacustri presso Inverfarigaig. Il mostro, comunque, non è l’unica attrattiva del luogo. Le rovine dell’Urquhart Castle edificato nel XIV secolo, ma distrutto nel 1689 e mai più ricostruito, offrono la visione di un paesaggio suggestivo che va distribuendosi tra i vari saliscendi del promontorio su cui si ergono le mura e la torre principale.

Il castello di Urguhart è posto nelle vicinanze del villaggio di Drumnadrochit ed è uno dei pochi castelli che mantiene un fascino esclusivamente tutto medioevale in una cornice paesaggistica straordinariamente unica e bella; è un luogo fiabesco, questo, e sicuramente la location rende il tutto molto suggestivo. Un fornitissimo negozio di souvenir e un self service con vista panoramica sul sito archeologico, concedono momenti di assoluto relax nel tepore della Gatehouse, edificio posto all’ingresso per il castello. La fantasia – come ben si sa – è il pepe della vita, senza di quella il mondo sarebbe veramente triste; inoltre il fascino di questo lago lo si deve proprio a Nessie. Il luogo è universalmente noto per le presunte apparizioni del cosiddetto “mostro” di Nessie, il mitico mostro acquatico che – come narra la leggenda – vive nelle profonde, tenebrose e placide acque del lago, incastrato in un paesaggio silenzioso che avvolge di fascino e di mistero questo angolo di Scozia. (testo ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & A. Perciato)

“Ciclovia del Volturno”, pedalando da S. Vincenzo al Volturno (IS) a Capua (CE)

150 km in bici e mountainbike, dalle Mainarde (in Abruzzo) fino alla “Terræ Felix” di ro-mana memoria, lungo tutta la valle solcata dalle acque del fiume Volturno, attraverso terri-tori ricchi di scorci paesaggistici, bellezze naturali ed emergenze storiche. La Ciclovia del Volturno, prima pista ciclabile al Sud, è un percorso per cicloturisti con una segnaletica direzionale che ne facilita l’individuazione. Il tracciato si sviluppa su stradine secondarie ai margini delle campagne bagnate dal fiume, e parte dalle sorgenti del Volturno per terminare a Capua.

UN FIUME CHE ATTRAVERSA LA STORIA

Le sponde fluviali vengono doppiate più volte, così come gli ampi appezzamenti di allevamenti di bufale. Qui un’arcaica civiltà contadina e le reminiscenze borboniche s’intrecciano più volte durante il percorso, alternandosi a fortificazioni medioevali e tracce dell’antica presenza di Roma. I paesaggi che si aprono lungo le sponde orografiche offrono vedute che si alternano dalle dolci colline – dove regnano secolari uliveti e gustosissimi vitigni, il “Pallagrello”, di matrice reale – ai rilievi montuosi più lontani, come le propaggini del massiccio dei monti del Matese e l’impervia valle Telesina. La Ciclovia offre all’escursionista su due ruote la possibilità di osservare numerose attrattive paesaggistiche, ambientali e culturali di territori sapientemente conservati, dove l’antica civiltà contadina ha qui lasciato indelebili tracce ancora presenti nelle popolazioni locali. Ex riserve di caccia reali appartenute ai Borboni si alternano a viali completamente avvolti dalla frescura offerta dagli intensi filari di platani secolari. Città come Vairano, Alife e Caiazzo sono ricche di testimonianze romane, medioevali e barocche, mentre antiche fontane del Settecento si susseguono a tracce di opus reticularum ai bordi della pista, lungo un territorio che ha rappresentato da sempre un autentico corridoio tra le pianure campane e gli aspri rilievi abruzzesi. La Ciclovia del Volturno è un tuffo nella storia, semplicemente… pedalando!

AMPI ORIZZONTI TRA AZZURRO, VERDE E ARGENTO

Dalle sorgenti fino alla pianura campana il Volturno è uno dei fiumi più importanti del Sud Italia. I colori sono quelli della terra irradiata dal sole, delle antiche case in pietra di borghi e casali, dei campi coltivati dove la danza dei girasoli rende tutto più magico e luminoso, dei covoni di paglia come turrite sentinelle di un orizzonte che sembra non finire mai, delle argentee e luminose acque fluviali. I profumi sono quelli dei frutti selvatici, more e lamponi, colti al volo ai bordi della pista, del pane cotto a legna nel forno comune di un’antica corte. I suoni sono quelli dell’aratro che solca una terra apparentemente dura e inospitale, dei campanacci di bufale al pascolo, dei rintocchi dei campanili di pievi lontane. La Ciclovia del Volturno si percorre senza particolari difficoltà tecniche: si presenta pianeggiante, tendenzialmente in discesa dalla sorgente fino a Capua, minimi i dislivelli sostenuti a Cerro al Volturno e Colli al Volturno, ancora più lievi a Ruviano e Castel Campagnano. Una ciclovia adatta a tutti i ciclisti e cicloturisti, soprattutto alle famiglie e a quelli che il Sud desiderano scoprirlo (e sentirlo) su due ruote. Da Rocchetta al Volturno (IS), dove hanno origine le limpide e cristalline acque alla base del massiccio delle Mainarde (già Parco Nazionale d’Abruzzo), ci si immerge subito attraverso una natura rigogliosa: nella prima parte si toccano piccoli insediamenti abitativi, molto caratteristici, e guadagnando la discesa si raggiunge un fondovalle in cui trionfa la campagna (masserie isolate e case coloniche) in tutto il suo massimo splendore, costeggiando campi e orti le cui sistemazioni sono vere e proprie opere d’arte rurale!

Ciclovia del Volturno

Località di partenza: Rocchetta al Volturno (IS), sorgenti del Volturno (m 567)

Località di arrivo: “Ponte Romano” di Capua (CE) (m 28)

Difficoltà: medio-facile

Dislivello: + 492 m↑       – 1106 m↓

Tempo di percorrenza: 3 giorni

Fondo stradale: asfalto 50% sterrato 50%

Il percorso non presenta particolari difficoltà tecniche. I dislivelli abbordabili mostrano un profilo altimetrico tendenzialmente in continua (e leggera) discesa, salvo alcuni saliscendi abbastanza ripidi nel comune di Cerro al Volturno e Colli al Volturno, e alcuni più lievi a Ruviano e Castel Campagnano. Il traffico su queste strade è talmente poco sostenuto da non rappresentare alcun problema.

La Ciclovia ha inizio dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, alle pendici delle Mainarde, da cui hanno origini le sorgive del Volturno. Lungo la prima parte del percorso si pedala su una sterrata che segue il fiume per i suoi primi 3 chilometri; si costeggia l’area archeologica degli scavi di Castel San Vincenzo e continua attraverso appezza-menti di campi coltivati a graminacee. Dopo un breve e facile guado si procede su asfalto attraverso la piccola frazione di Cartiera, continuando sulla strada proveniente da Pizzone, fino a raggiungere il centro abitato di Cerro al Volturno. Da qui si sale per i villaggi di Petrara e Valloni. Una stradina asfaltata di 6 chilometri circa, fondo sconnesso, scende e poi risale fino a un lavatoio nella fra-zione di Casale: da qui si prende una ripida discesa fino al centro di Colli al Volturno. Lasciata la strada per Fornelli, presso Ponte Rosso riappare nuovamente il fiume: si costeggia la sinistra orografica il corso d’acqua fino ad attraversarlo sulla diga di Ripaspaccata, nel comune di Montaquila. Procediamo fino a Taverna di Roccaravindola attraverso una piana coltivata.

Superato il ponte dei Venticinque Archi, si lascia la strada percorrendo un facile saliscendi su sterrato che in breve giunge al grazioso villaggio di Campo della Fontana (Monteroduni). Costeggiando il fiume si raggiunge il Ponte del Re, dove si dirama una variante sulla riva sinistra di 12,5 km (Ciorlano, Pratella, Ailano), che si ricongiunge al percorso principale della riva destra (comune di Vairano Patenora), dopo aver attraversato il grazioso e tranquillo villaggio di Mastrati (comune di Pratella). Si prosegue sui tratti pianeggianti che attraversano i co-muni di Venafro, Sesto Campano e Presenzano. Il centro visite della centrale Enel di Presenzano è a 500 metri dal percorso che costeggia per 300 metri l’invaso inferiore. Si attraversa la SS85 Venafrana e si prosegue su stradine interne, tra i campi coltivati della Bonifica nel comune di Vairano Patenora. Siamo a circa 65 chilometri dalla partenza e questo può essere considerato il punto di arrivo della prima tappa: si trovano strutture ricettive, servizi bike friendly, mezzi di trasporto pubblico (treno, auto e bus) da Napoli, Roma e Pescara, nonchè l’uscita autostradale di Caianello della A1. A tre chilometri dal centro di Vairano si congiunge il percorso della riva sinistra della Ciclovia, con il percorso principale della riva destra, che si era diviso precedentemente in località Ponte del Re, nel comune di Ciorlano.

Si prosegue ora per Pietravairano, costeggiando un canale di irrigazione del Consorzio di Bonifica su tratto sterrato si attraversa il territorio dei comuni di Raviscanina, Sant’Angelo d’Alife e Alife (il centro storico è circondato da una imponente opera muraria di epoca romana e dista 2 chilometri dal percorso della Ciclovia). Dopo Ali-fe si entra nel comune di Gioia Sannitica e ci si inerpica lungo i saliscendi di Ruviano che sovrastano il fiume (punti panoramici sulla valle). Proseguendo per Castel Campagnano si supera la caratteristica frazione di Squille, con lievissime variazioni altimetriche si susseguono coltivazioni ulivate fino a Caiazzo, dove è possibile sostare e far tappa in uno degli accoglienti agriturismi della zona. Ci apprestiamo ora a compiere l’ultimo e più facile tratto della Ciclovia: da Caiazzo si pedala attraverso la Piana di Montverna, superato il centro abitato si procede per Castel di Sasso toccando Pontelatone e Bellona. Prima di oltrepassare il Ponte di Annibale, una lieve deviazione (poche centinaia di metri) porta alle splendide sorgenti minerali di Triflisco. Dopo Sant’Angelo in Formis e la sua splendida abbazia interamente affrescata, Capua è a portata di pedale. Le prime case del paese ci accolgono attraverso un dedalo di viuzze basolate ed archi di portali finemente decorati; la segnaletica locale ci obbliga a compiere una serpentina attraverso vicoli e cardi fino a costeggiare il grande fiume campano e raggiungere così, finalmente, l’imbocco del Ponte Romano sul Volturno ove termina la ciclovia. (testo e photo ©Andrea Perciato)

DAY OF DAYS… 06.06.1944 “OVERLORD” WALKING ON THE BEACHES OF BLOOD

UTAH BEACH: LA NOTTE CHE CAMBIO’ IL MONDO… PER SEMPRE! Sorge l’alba proprio dalla spiaggia che per prima fu interessata dalle operazioni dello sbarco in Normandia, quella ove i primi soldati americani toccarono suolo: Utah Beach. Ma già dopo 30 minuti al trascorrere della mezzanotte tra il 5 e il 6 giugno, oltre 1500 aerei paracadutavano, sulla zona della penisola del Cotentin, migliaia di uomini della 82a Divisione Airborne, che avrebbe preso il borgo di Sainte Mére Eglise, e della 101a Divisione Airborne che avrebbe protetto e reso sicuro i collegamenti tra la testa di ponte di Utah Beach e l’interno. Oggi si supera la gigantesca duna, ove sono presenti un Museo (a forma di paracadute), che raccoglie numerosi reperti dello sbarco, compreso un aereo e, sparsi intorno, diversi pezzi di artiglieria (batterie campali, un carro armato Sherman, ed un mezzo da sbarco), stele, lapidi, targhe in marmo e monumenti in bronzo che ricordano cosa avvenne nelle prime ore del giorno del 6 giugno 1944; un “Albero della Pace” si evidenzia per le sue foglie pluricromatiche. Lontani dalle spiagge e penetrando verso i territori interni si attraversano ampie zone di “marais” (le complicate paludi in cui molti paracadutisti persero la vita), qui un cippo marmoreo con statua in bronzo che ricorda le azioni del ten. Winter (protagonista della serie Band of Brother, realmente esistito!) che coi suoi uomini della 506a “Easy” Company riuscì a mettere fuori combattimento, dopo aver toccato suolo tra le campagne di Mére Eglise e Marie du Mont, quattro batterie di cannoni tedeschi che puntavano ad ostacolare le operazioni di sbarco terrestri.

SAINTE MERE EGLISE, LA PIAZZA DEL MASSACRO! Raggiunti il piccolo borgo di Sainte Marie du Mont, si punta decisamente verso Sainte Mére Eglise ove sbuchiamo al centro di quella piazza immortalata nelle scenografie del più famoso film sull’argomento; qui perirono centinaia di paracadutisti ancor prima che questi toccassero terra, ad accezione di un soldato (John Steele) che, durante la discesa, rimase impigliato con il paracadute al campanile della Chiesa di questo piccolo borgo e di cui, ancora oggi, un manichino raffigura l’episodio. L’interno dell’antica chiesa che ha un particolare pulpito scolpito in legno ed uno scenografico altare; ma è nella facciata posteriore, che la coloratissima vetrata raffigura un bellissimo mosaico con un cristo “benedicente” tra due paracadutisti dell’Airborne a simboleggiare gli “Angeli” della libertà piovuti dal cielo!

POINT DU HOC (NORMANDIE, F) 40 METRI DI ROCCE E DI SANGUE Se c’è un luogo, in tutta la Normandia che ricordi ciò che avvenne quel 6 giugno 1944 esso è Point du Hoc, quaranta metri di ripida roccia diventato, suo malgrado, il promontorio più famoso di tutte le coste francesi. Qui fu allestita la più imponente postazione di batterie di cannoni tedeschi che avevano sotto tiro due tra le più importanti spiagge dello sbarco in Normandia: Utah a ponente e Omaha a levante. Questo fu il luogo che vide l’avvicinarsi delle compagnie del 2° Battaglione degli US Rangers che con scale, corde e rampini avevano il compito (tentando l’impossibile) di scalare la rocciosa scogliera, assaltare e distruggere le linee tedesche asserragliate nei bunker in cima. Oggi qui si respira una sensazione di calma e raccoglimento, il cielo azzurro si unisce oltre l’immenso sulla linea del mare, e le uniche voci che resistono sono quelle del vento e dei gabbiani. Ancora oggi si riesce a percepire quella terribile sensazione di cosa fu l’alba di quel 6 giugno. Tutta la zona che sovrasta il promontorio e un luogo fuori dal tempo, sembra di essere proiettati indietro di oltre 70 anni: per volere e/o scelta delle autorità locali e militari, l’area è stata lasciata così come si presentava dopo la guerra, coi prati di falasca a picco sulla scogliera e delimitati ancora da quel filo spinato originale dell’epoca posizionati dai tedeschi per impedire l’assalto, con le postazioni dei bunker distrutti e le grosse buche lasciate dalle esplosioni.

OMAHA (BLOOD) BEACH – DOG GREEN & EASY RED SECTOR Ci avviciniamo a quella che, in più di qualche trasposizione cinematografica, è stato il racconto e la narrazione dei fatti svolti e avvenuti qui, in Normandia. Due opere su tutto: come il “Giorno più Lungo” e “Salvate il Soldato Ryan” restituiscono visivamente ciò che realmente è accaduto qui. I varchi “Dog Green” ed “Easy Red” aperti dopo estenuanti ore di battaglia su 8 km di spiagge tinte dal rosso sangue della 1a e della 29a Divisione di Fanteria Americana che qui, durante la prima ora dello sbarco, dei 2400 uomini che tentarono di mettere piede a terra, più del 50% lasciarono sull’arenile le proprie giovani vite falciate dalle micidiali MG42 tedesche (25 colpi al secondo ad una velocità di 900 km all’ora) praticamente… un plotone d’esecuzione! Stare qui, voltarsi intorno cercando di capire le varie posizioni dei belligeranti sul terreno; chi difendeva e chi attaccava, vedere coi propri occhi, il solamente intuire, comprendere e conoscere ciò che è avvenuto su questa spiaggia fa davvero rabbrividire. Bloody Omaha (Sanguinosa Omaha) fu definita la spiaggia; oggi sull’arenile dalla sabbia dorata di Omaha è stato eretto un monumento commemorativo intitolato “Les Braves” (i Coraggiosi) composto da tre stele d’acciaio simili a vele spiegate al vento che simboleggiano la speranza, la libertà e la fraternità. A margine della maledetta spiaggia, a pochi chilometri si giunge a Colleville sur Mer ove s’apre la spianata del più grande cimitero monumentale militare di sempre: il Normandy American Cemetery. Al suo interno sono accolte le 9386 croci di marmo di Carrara tutte allineate in geometrica sequenza e avvolte da un impressionante silenzio. Nell’asse del viale centrale s’innalza quel “Muro dei Dispersi”, su cui sono iscritti 1557 nomi di ragazzi mai più ritrovati. Sembra di “vivere” le scene iniziali e finali del Capt. Miller di Save Ryan Soldier; tra i viali un attempato ultranovantenne (sicuramente uno dei reduci di Omaha) a passo lento e dondolante col bastone, accompagnato dalla consorte sono affidati alle amorevoli cure di una guida che illustra loro le bianche lapidi; dal film alla realtà la differenza sembra davvero non esistere! Non vi sono parole per descrivere questo luogo carico di storia ma, al tempo stesso, che esprime immenso dolore e profonda tristezza. Splendidamente tenuto in ogni cura (il suolo è territorio americano donato dalla Francia) particolarmente qui il silenzio è d’obbligo; qui giacciono le migliaia di spoglie di coloro che hanno dato la vita per la nostra libertà. La suggestione di questo luogo si esprime anche attraverso i suoi colori: il blu del cielo, il verde smeraldo dei prati, il bianco abbagliante delle croci, il silenzio…! Dinanzi a questa infinità di bianche croci (diverse le Stelle di Davide) si rimane sbalorditi al solo pensiero che ricordano i tantissimi ragazzi morti per aver dato a noi tutti oggi la libertà. Prima di andar via resta dentro solo un grande senso di vuoto e di impotenza, mentre fuori la sensazione è quella di godere solo di un grande senso di gratitudine rendendo onore a tutti questi eroi. La guerra… tutte le guerre… da che mondo è mondo restano sempre, e solamente, la più grande e orribile azione creata dall’uomo.

GOLD BEACH: L’INCREDIBILE MOLO GALLEGGIANTE DI ARROMANCHES. Le banchine portuali fluttuanti di Arromanches sono una delle più straordinarie elaborazioni ingegneristiche applicate all’utilizzo bellico: il porto artificiale. Durante lo sbarco in Normandia, dopo che gli inglesi ebbero conquistato la spiaggia (nome in codice: Gold Beach), diedero subito inizio alla costruzione di un grande porto artificiale, destinato ad accogliere l’enorme mole di uomini e materiali necessari per l’avanzata degli alleati verso l’interno. Arromanche fu un prioritario obiettivo durante le operazioni dello sbarco poiché gli stessi alleati individuarono la possibilità di realizzare, nella sua rada, una imponente opera portuale artificiale per poter garantire, in tempo utile, la fornitura di armi e munizioni alle truppe sbarcate; i componenti di questo porto furono trasportati a pezzetti attraverso il mare e, successivamente, assemblati di fronte ad Arromanche. Le forme bizzarre dei cassoni, a volte anche misteriose, di ciò che resta del gigantesco porto artificiale, determinano la skyline lungo l’orizzonte laddove il cielo e il mare s’incontrano. I giochi delle maree garantiscono spettacoli davvero unici e con la giusta luce solare che bacia le sabbie dorate del lungo arenile, creano sfondi paesaggistici di notevole bellezza, dove – come in un miraggio – possono contemplarsi i silenzi, mentre in lontananza i rombi delle onde si infrangono sulle scogliere di Cap Monvieux.

Un “SAN BENEDETTO”… di tutto RISPETTO! 5 giorni da Norcia (Umbria) a Rieti (Lazio)

Ingredienti: (sembran pochi) solo 5 giorni a disposizione; le prime 5 tappe del “cammino” da superare; quell’irrefrenabile desiderio di ricominciare a camminare; la scelta dei luoghi, nel cuore dello stivale, di quell’Italia ancora coi “segni” delle ferite di calamità naturali (il terremoto dell’agosto 2016); zaini utraleggeri e carichi solo dell’indispensabile; un ginocchio sinistro che ha spesso bisogno di più di qualche pit-stop; cartine dei luoghi e bussola (analogica) in caso di necessità (il mio “vangelo” è l’azimuth); un ripasso sulle interessanti ed esaustive esplicazioni – lasciando a casa il peso di un libro – dell’ideatore di questo cammino (il buon Simone); un personale atto devozionale nel raggiungere Cascia a piedi; conoscere il luogo che ha dato i natali a colui da cui ha avuto inizio l’idea di Europa (quella “unita” però, non solo commerciale); lasciarsi avvolgere dalle antiche pietre che hanno segnato importanti momenti di storia e di fede; scoprire gli antichi confini territoriali tra vecchi stati (del Pontificato) e laici regni (Borbonico) lungo i crinali di dorsali montuose che si estendono dal Tirreno all’Adriatico. Questo cammino per me non è stato un pellegrinaggio, non è un cammino di fede; mi sono vestito degli umili panni di un viandante che va alla ricerca dell’autentico spirito del peregrinare, per me inteso come atto di scoperta e di conoscenza di una terra ancora martoriata e che non merita di essere parcheggiata nel dimenticatoio della storia. Fatte queste premesse, ebbene… si parte.

NORCIA, ci accoglie con i ben visibili segni della tremenda scossa dell’estate 2016; la Basilica ingabbiata da cui appena si scorge ciò che resta della facciata e l’allucinante vuoto che è al suo interno (purtroppo non riesco ad immaginare quando potrà riprendere la sua originaria funzione). Al centro della piazza giganteggia la statua di San Benedetto che, con la posizione delle sue mani, con la sua austera presenza sembra indicarci che “qui” ha avuto origine il tutto e che da qualche parte laggiù, “oltre”, fu spianata la strada di un’Europa più giusta e coesa. Fanno impressione le decine e decine di porte divelte, saracinesche abbassate, locali chiusi, e mura crollate o lesionate dall’onda tellurica; qualche locale ha ripreso e qualche accoglienza riesce ad offrire ospitalità, ma la situazione che ho visto è davvero drammatica. Lasciamo alle spalle la terra natia di San Benedetto e puntiamo ad attraversare la Piana di Santa Scolastica (sorella di Benedetto) coni suoi bei campi coltivati a graminacee, le sue distese di papaveri, fino a toccare il villaggio di Popoli e il successivo borghetto. La pista sterrata che si alterna a sentieri scorre lungo piacevoli crinali e falsipiani da cui si godono ampi orizzonti sulle montagne circostanti. Ocricchio (del tutto abbandonato) e poi Fogliano (qualcuno affacciato alle finestre) conservano vedute di un paesaggio dall’aria bucolica così tanto cara a chi attraversa questi luoghi. La strada continua fino a raggiungere i piedi di Cascia ove una gigantesca statua della Santa dell’Impossibile accoglie turisti e pellegrini. Una cascata di case tutte in pietra scorre lungo il crinale di un colle da cui spiccano le guglie della facciata in bianco calcare della Basilica di Santa Rita: il suo interno un Paradiso di sensazioni e stati d’animo in cui si alternano l’arte e la fede, la devozione e la preghiera; la teca che raccoglie il corpo della Santa riposa a sinistra mentre lo sguardo all’insù proietta l’animo oltre ogni possibile orizzonte emotivo.

Lasciamo CASCIA seguendo il bellissimo “Sentiero di Santa Rita” – che scorre in falsopiano tra copiosi boschi e rocce sospese – che attraversa la destra orografica del fiume Corno, fino a raggiungere la stretta gola in cui sorge Roccaporena, il borgo che ha dato i natali a Santa Rita. Lassù in alto a sinistra si erge la mole rocciosa dello “Scoglio” di Santa Rita; sulla strada s’affacciano le antiche case in pietra dove Rita è nata, dove ha vissuto con la famiglia ed altri luoghi ancora legati alla santa. Alle porte di borgo Capanne stacca una bella pista campestre che conduce fino a Monteleone di Spoleto, transitando per il Colle del Capitano ove si viene accolti con attenzione, gentilezza e premura; qui, su questo cole, fu trovata un’antica “biga” d’origine romana.

Per un’antica porta in pietra ad arco, si entra in MONTELEONE di Spoleto; lassù, sullo sfondo, si staglia – al di sopra di una gradinata – l’antica Torre dell’orologio per poi scendere nell’ampia valle solcata dal greto del fiume Corno. Raggiunte le case del borgo di Ruscio si prende la strada che scorre verso sud, attraverso un’estesa vallata in cui scorrono i profili di dolci crinali montuosi ed intense aree boschive dalle policrome tonalità di verde; la pista lambisce il confine amministrativo (siamo ancora in Umbria) del vicino Lazio, appena oltre il lato opposto dei pianori. Villa Pulcini è un borgo, come spesso accade in questi territori, di case vuote, con le finestre sbarrate e poche (se non, addirittura, rare) anime in giro, spesso pelosetti a 4 zampe che ci guardano curiosi o che rimbalzano saltellando tra i nostri passi. Si superano una serie di villaggi in successione fino a raggiungere le mura di Leonessa. Per un’antica porta in pietra (due fontane “leonine” alla base dell’arco erogano acque di una freschezza unica) si accede lungo la via principale, tra facciate di palazzi gentilizi, cappelle private, antichi locali, si giunge nella principale piazza (qui fanno una pizza buonissima!) su cui prospettano edifici di stampo medioevali con porticati e chiusa, nel suo lato opposto, dalla superba facciata della Chiesa di S. Pietro.

Ci lasciamo alle spalle LEONESSA e, dopo aver imboccato una strada che risale la selvaggia e verdeggiante valle che porta al Terminillo, una statua scolpita nel legno raffigurante San Benedetto che indica la strada da seguire, s’imbocca la pista sterrata che comincia a salire attraverso la copiosa faggeta. Serie di tornanti arrancano lungo il pendio mentre il verso del cuculo annuncia che stiamo attraversando il “suo” territorio. Raggiunti la considerevole quota intorno ai 1400 m, ad un primo pianoro si sussegue la faggeta che s’alterna a sporadiche macchie di pino, fino a sbucare sull’ampia radura di San Bartolomeo, ove un frassino sbuca tra le pietre di quello che, probabilmente, in antichità doveva essere un antico romitorio. Ora il sentiero arranca per continui saliscendi fino a sbucare su un crinale prativo da cui si erge un cippo in pietra; esso reca da un lato le “chiavi incrociate” che indicano lo Stato Pontificio e dall’altro il “giglio” raffigura il Regno Borbonico; questo cippo rappresentava, nella metà dell’800, il limitare tra i due stati. Da qui ha inizio una precipitosa discesa, su fondo sassoso, che dopo chilometri immersi tra boschi, crinali scoscesi, profondi valloni e rocce (gli “scogli” di Francesco) sporgenti, raggiunge il Convento di San Giacomo (in ristrutturazione per i danni subiti dal sisma) appena sopra l’antico abitato di Poggio Bustone.

POGGIO BUSTONE è un crogiuolo di vicoli, rampe, gradini, terrazzini, scale, fontane, portali, archi, porticati… tutti grappoli di case in pietra le cui pavimentazioni fanno da solaio/tetto a quella sottostante. Si lascia questo singolare abitato medioevale e per piste tra boschi e campi si superano in successione le borgate di San Liberato, il suggestivo agglomerato di Cantalice (ove si viene piacevolmente accolti dala simpatica Micaela del locale ufficio turistico) le cui incredibili pendenze vengono superate, tra chiese, portici, rampe in pietra e piazzette sospese sul vuoto, fino a sbucare sotto la facciata della Basilica di San Felice. Lasciati il Castello alle spalle, la via procede in discesa fino alla Chiesa di San Gregorio ove il simpatico “custode” ci accoglie offrendoci ciliegie appena raccolte e ci ad ascoltare, illustrandoci in breve, la storia di questo vetusto luogo di culto. La valle Santa si staglia sul nostro orizzonte, ed è ancora il bosco che ci offre riparo dall’eccessiva calura, fino a condurci al bellissimo Santuario Francescano di Santa Maria della Foresta, un bellissimo ed incredibile luogo di culto e preghiera, ritrovo per ritiri spirituali. Qui veniamo accolti e accompagnati a visitare il luogo (la casa e il bellissimo chiostro) ove Francesco, giunto qui per curarsi la vista, fu involontariamente coinvolto nel compiere il singolare miracolo della vigna, i cui grappi furono raccolti in una vasca in pietra ove lo stesso Francesco li pigiò coi suoi piedi fino a ricavarne l’inebriante succo da fermentare in vino.

RIETI è laggiù, nel fondo, ad appena ad un tiro di schioppo; la fatica (soprattutto per l’eccessivo e inconsueto calore) e la sofferenza provata ad ogni passo compiuto, ad ogni gradino superato; la moltitudine di pensieri e di sensazioni che hanno affollato – dal principio alla fine – questi giorni di cammino (le prime 5 tappe del San Benedetto) sembravano pesare molto di più del carico dello zaino sulle spalle il cui sudore ha tracciato le ali tramutando le nostre schiene in probabili “angeli del cammino”. Questo è, forse, l’autentico senso del camminare, compierlo così come viene, con tutte le sue varianti che presenta, le gioie che riesce a donarti, i sacrifici da superare e le “invisibili” croci che riesce a caricarti, senza tanti complimenti. Compiere queste prime 5 tappe del Cammino di San Benedetto ci ha fatto sentire parte di un qualcosa molto più grande di noi; sensazioni ed emozioni che hanno caratterizzato ogni nostro passo, ogni metro superato; vivendo la percezione di sentirsi sperduti tra l’immensità dei boschi e degli orizzonti superati, ma luoghi in cui non ci siamo sentiti mai veramente soli perché la pace, credeteci… regnava tutto intorno a noi!

Queste prime cinque tappe del cammino – per il poco tempo che abbiamo avuto a disposizione – terminano qui, ma certamente riprenderemo più in là nel compiere i successivi tratti che, passo dopo passo, ci condurranno fino a Montecassino. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

INVERNESS (Scotland)

Inverness è, sicuramente, la città più a nord della Scozia ed è la capitale delle Highlands. Non è una città di particolare bellezza (in essa prevale l’aspetto commerciale), ma la zona più pittoresca è – sicuramente – lungo il fiume Ness. Passeggiare lungo le sue sponde è indubbiamente un ottimo punto di partenza per visitare gli splendidi d’intorni, ricchi di storia e scorci emozionanti. La cittadina si presta bene per delle camminate a piedi, con facili passeggiate che si distribuiscono dall’incantevole fiume Ness fino all’Inverness Castle e alla Cattedrale di St Andrews, senza dimenticare il vivace Mercato vittoriano. Principale base di partenza per le esplorazioni nelle Highlands; in pochi minuti d’auto si è – praticamente – lungo le sponde del “misterioso” Loch Ness (dimora del leggendario Nessie), dal campo di battaglia di Culloden e dai tumuli di pietre di Clava Cairns, risalenti all’Età del Bronzo.

Città spesso avvolta dalle nebbie che la nascondono per intere giornate, oppure dalle foschie del mattino che ne elevano il fascino, Inverness ha il vantaggio di essere, anche se relativamente piccola, un luogo molto ospitale; per queste sue caratteristiche attira sempre di più il gusto di turisti alla ricerca del particolare, dell’insolito e – perché no – degli spettacoli della storia, così come della natura. Bella, piacevole e distensiva risulta essere la passeggiata accanto al fiume; lungo essa non si disdegna di vistare le molte chiese che s’incontrano, così come anche la salita al Castello che offre una splendida vista panoramica sull’intera città. Il fiume (Ness) che l’attraversa nasce proprio dall’omonimo lago di Ness e sfocia direttamente nel mare.

Nella sua parte terminale, in quel tratto tra la fine del lago e prima di raggiungere il mare, esso scorre attraverso la città e lambisce la base della collina da cui si erge l’Inverness Castle; lungo il fiume è anche possibile vedere il Teatro Eden Court, uno dei più grandi teatri della Scozia. Nel tratto metropolitano il fiume viene superato da diversi ponti che collegano le due parti della città divise da questa via d’acqua; tra i più significativi di questi ponti spicca il Greig Street Bridge, ponte sospeso realizzato nel 1881. La città è molto rinomata per la pesca al salmone, principale pietanza sulle tavole locali; la cattura del prezioso pesce viene praticata presso le isole Ness che – molto frequentate per piacevoli passeggiate nella natura e per la copiosa vegetazione – si ergono a monte del centro di Inverness, oppure direttamente dalle sponde cittadine.

Non è raro veder nuotare tra i flutti del fiume le foche, così come è sorprendente veder volteggiare, tra i lunghi filari di tiglio che sporgono dalle rive, una particolare avifauna caratterizzata dagli aironi e dai gabbiani. Le skyline che sono possibili godere al tramonto lungo il fiume sono di una spettacolare bellezza paesaggistica mentre il vento, per la gran parte della giornata, evidenzia lo splendore naturalistico delle montagne che si stagliano sull’orizzonte in un’austera immensità di scorci panoramici. (testo ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & A. Perciato)

Portogallo, nella “Terra dei Semplici” tra fede e mistero comparve Nossa Senhora de Fátima… un luogo da non mancare!

Il Portogallo del 1917 era, come altre poche nazioni dell’epoca, coinvolto – anche se marginalmente – dal 1° conflitto mondiale poiché se ne chiamò fuori dichiarandosi neutrale. Ma la storia avrebbe avuto – per questa terra e la sua gente – un cambiamento epocale, soprattutto per i fedeli professanti il Cattolicesimo. Più nello specifico, nella regione di Estremadura, nella provincia di Cova da Iria, in un orizzonte brullo/carsico, determinato da terreno arido e sassoso ove a stento ramificano piccoli appezzamenti d’ulivo e si praticava la pastorizia, presso la borgata di Fatima accade un “evento” che cambiò le sorti per milioni di cattolici in tutto il mondo, turbando gli animi di atei e miscredenti.

Narra la storia, nota alle cronache del tempo, che due bambine (Jacinta Marto e Lucia dos Santos) e un fanciullo (Francisco Marto, fratellino di Jacinta) che muovendosi da Aljustrel e recandosi a pascolare il gregge loro affidato presso Cova da Iria, furono involontari testimoni di un fenomeno a cui, impressionati (o forse impauriti) dalla forte emozione di ciò che videro, non seppero dare una spiegazione. Una coltre di nubi si abbassò all’altezza di un cespuglio dove pascolavano e – dissolvendosi – da essa videro comparire, improvvisamente, in tutto il suo magnifico spendore una sorridente “Signora” vestita completamente di bianco che aveva tra le mani un “rosario”. Impauriti per ciò che stavano vivendo, la Signora con voce e fare materno esclamò, rivolgendosi a loro, di non avere timore. I bambini identificarono in questa signora la Madonna e ciò avvenne il 13 maggio del 1917.

Da questa data ci furono altri successivi incontri, fra i pastorelli e la “Signora” che invitò loro a recarsi nel luogo della prima apparizione per il giorno 13 di tutti i successivi mesi. I ragazzi, come naturale che fu, testimoniarono questi eventi agli adulti loro familiari, notizie che raggiunsero anche sia le autorità civili che religiose; e mentre i primi volevano chiudere subito la vicenda indicandola come “qualcosa” al di fuori dell’ordine pubblico, i secondi – dal locale parroco all’Arcivescovo di quella Diocesi – vollero approfondire le fondamenta e la veridicità di quanto testimoniato dai fanciulli cercando di non infangare la credibilità dei racconti visti e vissuti dai tre pastorelli.

Durante l’ultima apparizione, che avvenne mesi dopo, il 13 di ottobre del 1917, una gigantesca folla di circa 80000 persone, proveniente da ogni dove e da altre nazioni europee, si raccolse in preghiera nell’ampia spianata con al centro il “miracoloso” cespuglio della 1a apparizione. Quel giorno il tempo era piovoso, il cielo plumbeo con temporali che coprivano tutto il cielo; molti dei presenti scivolavano tra le zolle di terra resa fangosa dall’acqua, fino a quando – improvvisamente – 160000 occhi furono diretti testimoni di quello che ancora oggi viene ricordato come il “Miracolo del Sole” che avvenne con l’improvviso aprirsi delle nubi e la fine della pioggia, mentre l’astro solare cominciò a roteare vorticosamente avvicinandosi sempre di più sull’orizzonte fin quasi a raggiungere le teste dei presenti assumendo definitivamente la forma di una sfera colorata, sospesa nell’aria, da cui partivano raggi di luce diretti verso la Terra.

A distanza di oltre un secolo da quegli eventi, il luogo (la spianata) durante il corso dei decenni è stato completamente trasformato, con la costruzione di un poderoso Santuario (la Basilica di Nostra Signora del Rosario) che ogni anno accoglie milioni di fedeli provenienti da tutto il mondo, e la Cappella delle Apparizioni, che simboleggia la comparsa della Madonna di fronte ai pastorelli. La Cappella delle Apparizioni fu costruita intorno agli anni ’20 dello scorso secolo, proprio nel luogo esatto (quel grosso cespuglio) in cui Jacinta, Lucia e Francisco affermarono di aver ricevuto le apparizioni della Madonna.

Recarsi oggi in visita in Portogallo, non può mancare una visita in questo sacro luogo molto particolare; gli abitanti di Fatima e borgate limitrofe (ma in generale un pò tutti i portoghesi) sono gente semplice e senza pretese, molto raccolti in preghiera e dediti alle proprie attività lavorative come la produzione di ceramiche e terrecotte e di prodotti legati alla terra, come l’olio, il vino e i formaggi. Risulta essere curioso, e al tempo stesso emozionante, vedere gruppi di fedeli – spesso intere famiglie con bimbi al seguito – che si avvicinano ai luoghi sacri di Fatima percorrendo il tragitto che attraversa la spianata inginocchiati, in mesta e silenziosa riverenza come atto penitenziale, sfiorando con la viva carne la ruvida e fredda pietra dei lastricati dei viali d’accesso. La semplicità di questa gente e proprio nella spontaneità dei loro gesti, come quelli di un saluto col bianco fazzoletto agitato al “passaggio” della Madonna in processione e la sofferenza provata come espiazione dei propri peccati avvicinandosi in ginocchio al luogo delle apparizioni. Fatima non è solo un “mistero”, per chi ci crede… essa è anche una certezza! (di ©Andrea Perciato)