PEST (Hungary), la moderna e vivace metropoli magiara.

C’è un fiume, tra i più belli e romantici di tutto il mondo che divide in due una città, proprio nel cuore di quell’Europa che più volte è stato crocevia dei transiti di commerci, o spostamenti di eserciti, laddove uomini spinti dal desiderio di scoperta aprivano il proprio orizzonte ora verso oriente, ora verso occidente. Il Danubio divide in due una tra le città capitali più belle del vecchio continente: Budapest, la capitale magiara dell’impero ungherese, crocevia di culture e di etnie, porta sull’oriente o finestra sull’occidente, elegante e aristocratico centro di cultura e di vita ha visto, durante lo scorrere dei secoli fin dalla sua nascita risalente ad oltre 2000 anni fa, l’unione di tre località (BUDA, PEST e Obuda).

Due sole curiosità emergono su tutto, soprattutto per coloro che sono amanti dell’arte, della cultura e del gusto estetico: Budapest è sicuramente la capitale con il più alto numero di librerie, tra negozi e bancarelle sparse agli angoli tra le piazze e i viali; ma Budapest è anche la città con il più alto numero di botteghe dedite all’edonismo con barberie e saloni di bellezza maschili con vetrine disegnate da noti stilisti e arredate secondo i canoni della moderna architettura. Seguendo la particolare congiuntura dei viali radiali caratterizzanti la città di Pest, ci si muove dai margini della Sinagoga (quartiere ebraico e Museo dell’arte Giudaica) punto nevralgico del centro di Pest. Superati il Magyar Memzeti Muzeum (Museo Nazionale della Pannonia), si raggiunge il suggestivo mercato coperto – distribuito su due livelli – di Nagy Vásárcsarnok ove è possibile trovare di tutto, dal prodotto dell’artigianato locale (pellame, tessuti, quadri su tela, vetri, ceramiche), agli oggetti militari risalenti all’occupazione russa, fino alle pietanze tipiche della cucina magiara.

Tenendo alla nostra sinistra il Danubio, senza mai raggiungerlo, per vie interne in direzione nord, passando per strade ricche di negozi, enormi murales che raffigurano momenti della storia della città, e i locali per la ristorazione (sempre aperti) che restituiscono all’esterno, odori, profumi e sapori di una cucina estremamente speziata tale da annichilire l’olfatto, dopo aver superato la frenetica arteria (una via delle “griffe”) dei negozi più in, come la Condotti a Roma o la Montenapoleone a Milano, si giunge a ridosso del ponte (hid) di Arpád. Incamminandoci lungo esso in direzione di Buda, proprio al centro vi è – giù in basso a sinistra – l’accesso alla Margitsziget (isola Margherita) il più grande polmone verde, posto tra Buda e Pest al centro del fiume, ci accoglie permettendoci una bella e rilassante camminata, in direzione sud, attraverso i suoi viali alberati con esemplari di tronchi ultrasecolari, abbelliti dal manto vegetazionale coi vivacissimi colori autunnali dal verde intenso, per il giallo in tutte le tonalità, fino al rosso più acceso. Due chilometri e mezzo di lunghezza attraverso viali che superano aree appositamente allestite secondo tematiche storico, geografiche e culturali come il Giardino “Giapponese”, il Teatro all’aperto, le Terme, le rovine del Monastero delle Domenicane ed altri punti di interesse tutti immersi nel verde e circondati dal silenzio.

Cala il buio quando si raggiunge la parte opposta dell’isola, a ridosso del ponte Margit e la città, su entrambe le sponde, si mostra nella sua veste più bella e spettacolare; con gli edifici storici, civili e religiosi più rappresentativi, tutti in pietra bianco-calcareo illuminati dalle splendide luci che ne risaltano le strutture ed evidenziano le bellezze artistico/decorative secondo stili che si rincorrono dal gotico, al rinascimentale, dal classico al barocco, fino all’ottocento imperiale che tanto esaltava la casta degli Asburgo, Dal ponte Margit hid un bel viale scorre a margine della sponda sinistra orografica del Danubio fino a condurci sotto i portici dell’imponente Kossuth Parlament (il Palazzo del Parlamento), enorme edificio neogotico, simbolo principale della capitale ungherese. Girandovi intorno si possono ammirare tutte le sue fattezze stilistico/decorative caratterizzate da statue, pinnacoli, finestroni e sormontato dalla gigantesca cupola; al suo interno sono esposti la Corona, il “globo” e lo scettro di Santo Stefano. Dal Parlamento, infine, si raggiunge il più bello e caratteristico dei ponti danubiani: lo Széchenyi lánchìd, lo spettacolare “Ponte delle Catene”; simbolo stesso della città e primo ponte costruito per collegare le sponde del Danubio. Sulla sponda opposta, quella del lato di Buda, si ergono gli edifici civili e religiosi più vetusti della capitale, ma questa è… tutta un’altra storia! (di ©Andrea Perciato; ph Maria Rita Liliano e A. Perciato)

Civita Bagnoregio (VT)… borgo sospeso nel tempo tra fascino, mistero e magia…

Il borgo di Civita di Bagnoregio, su cui spicca lo snello campanile romanico della chiesa madre, si erge – come un’isoletta – nella fragile immensità dei calanchi, come un “mare” increspato ma immobile che dona la surreale sensazione di assistere ad una “tempesta” in continua evoluzione.

Le suggestive atmosfere intrise d’antico, si alternano fra l’incanto e i silenzi che avvolgono la sensibilità di chi capita qui per la prima volta. Mentre gli occhi scorrono attraverso una singolare sky-line lungo le circostanti (e instabili) rupi d’argilla e arenaria, modellate – durante il corso dei millenni – dalle acque dei torrenti e delle piogge; elementi, questi, che pian piano contribuiranno allo sfaldamento e scivolamento a valle ciò che ancora il borgo riesce a conservare, già colpito e danneggiato dagli innumerevoli terremoti e smottamenti avvenuti nel corso dei secoli: per questo Civita di Bagnoregio oggi è universalmente famosa e conosciuta come la “città che muore”.

Fu proprio l’abbondanza di acque, assieme alla copiosa vegetazione, ad attrarre e convincere gli uomini, sin dalle epoche più remote, a vivere e stabilirsi in questi luoghi. Furono gli Etruschi, i principali artefici dell’importanza di questa località, che fecero di Civita (di cui ancora non si conosce l’antico nome) una fiorente città. Questa fu favorita dalla posizione strategica in cui sorgeva, grazie anche alla vicinanza con le più importanti vie di comunicazione del tempo.

Il ritorno alla vita… In seguito ai ripetuti abbandoni durante il tempo, la Civita divenne per molti anni quasi come un “borgo fantasma”. Civita oggi è collegata alla sorella Bagnoregio, e al “resto del mondo”, grazie a un sottilissimo e lunghissimo viadotto in cemento. Questo fu ricostruito due volte, dopo l’abbattimento del vecchio ponte in muratura, fatto saltare dai tedeschi durante la Seconda Guerra mondiale. La prima volta il lavoro non venne fatto in maniera accurata, tant’è che nel 1964, quando ennesimi smottamenti colpirono la collina di Civita e la Valle dei Calanchi, l’ardito cavalcavia appena edificato crollò poco prima della sua inaugurazione.

Conosciuta ormai da decenni come la “città che muore”, in realtà negli ultimi tempi Civita di Bagnoregio sta ritornando nuovamente a vivere, grazie soprattutto ad un flusso turistico cospicuo e sempre crescente, anche di provenienza straniera; presenze che hanno riportato grande vitalità e nuove risorse all’antico villaggio. Il borgo, con accurate operazioni di recupero nel suo aspetto originario, poco alla volta sta nuovamente ripopolandosi.

Luoghi immutati nel tempo… Ai meravigliosi panorami e alla bellezza del paesaggio, fa da contraltare l’incredibile e suggestiva atmosfera del borgo. Un borgo, diremo oggi, “musealizzato”; un esempio, forse unico in Italia, di villaggio tardo-medievale rimasto immutato nel tempo. Al termine del lungo ponte si accede attraverso la scenografica Porta Santa Maria, aperta da un arco in peperino e sormontata da una loggetta. La porta reca due bassorilievi che raffigurano un leone che tiene un uomo con gli artigli, (metafora della cacciata dei Monaldeschi). Oltrepassato il varco scavato nella viva roccia, subito si ammira una prima piazzetta; slargo circondato da bei palazzi signorili e da residenze più modeste; di un edificio, invece, resta visibile soltanto la facciata, con le finestre che lasciano intravedere il cielo.

La piazza centrale e il Duomo di San Donato… Continuando per l’arteria principale, dopo pochi metri si sbuca nella pittoresca Piazza San Donato. Qui, al posto dell’originaria pavimentazione, si calpesta una breccia mista a terriccio che da la sensazione di essere improvvisamente piombati indietro almeno di cinquecento anni. In questo spazio s’affaccia la mole del Duomo di San Donato, sorto – probabilmente su un preesistente tempio pagano – nel VIII secolo, ma dall’aspetto cinquecentesco. Nella stessa Piazza San Donato, a giugno si svolge il simpatico (quanto inconsueto) “Palio della Tonna“, una festa di origine medievale che vede i fantini sfidarsi in un’acerrima e rocambolesca corsa ad anello.

Un borgo antico ove il Medioevo è ancora presente… tra botteghe artigiane, angusti cortili e stretti vicoli, tipologie architettoniche che fanno di Civita di Bagnoregio, un contenitore urbanistico caratterizzato da archetti, cortili e piazzette, da case medievali e rinascimentali ornate da bifore, “profferli” (tipiche rampe arcuate medioevali) e portali in peperino. Spesso al loro interno si trovano graziose botteghe artigiane, in cui si può entrare ed assistere alla procedura di antichi mestieri. Camminando in questo tortuoso dedalo, fatto di spazi inconsueti e di viuzze affacciate sul vuoto, lo sguardo viene rapito dalla varietà di scorci paesaggistici e ambientali che s’aprono verso la Valle dei Calanchi. Ma è verso sera che Civita (e la sua rupe) assume la sua veste più bella. Al tramonto il borgo si tinge di incredibili livree dalle inconsuete tonalità del rosso, offrendo un’alternanza di curiosi e originali giochi di luci ed ombre distribuite tra gli affilati crinali in tufo e arenaria e la copiosa vegetazione, andando così a formare un quadro paesaggistico ancor più suggestivo. (di ©Andrea Perciato)

Romagnano al monte; pietre sospese nel vuoto

ROMAGNANO al Monte (641 m) è un vecchio caseggiato le cui abitazioni si aprono lungo particolari scorci paesaggistici di straordinaria bellezza. Antico borgo edificato intorno a una “torre” di avvistamento che fu, successivamente trasformata in castello. L’antico abitato (oggi abbandonato in seguito al disastroso sisma del novembre 1980) si eleva dall’alto di un dirupo roccioso che domina l’angusta valle (detta la Gola di Romagnano) in cui, nel fondo di precipitose pareti calcaree, scorrono le (a volte turbolente, ma spesse volte prosciugate) acque del torrente Platano.

Questo borgo è uno tra i più piccoli comuni della regione Campania, a margine dei confini con la Basilicata. Molto suggestivo, e con un timore quasi reverenziale, ci si incammina a piedi lungo la principale arteria che attraversa il suo vecchio centro storico; il borgo – sorto sul ciglio di una rupe – si presenta arroccato proprio su un crinale sospeso nel vuoto che, spiovendo, si affaccia a picco sulle gole del fiume Platano, rivolo torrentizio che proprio in quel tratto segna il confine amministrativo tra la Campania e la Basilicata.

La sua originale cornice paesaggistica lo inquadra in uno tra gli ambienti più belli, interessanti, suggestivi e meno conosciuti del Mezzogiorno. Qui in epoca longobarda, dalla vicina Volcei/Buccino, giunse un nucleo consistente di abitanti che venne ad insediarsi laddove oggi sorge il vecchio centro storico. Incredibili scenografie di un paese “fantasma”, con le sue case sventrate, completamente disabitate, e sottoposte all’incessante logorio delle intemperie, esso oggi conserva, nel suo eterno silenzio, frammenti di una vita contadina bruscamente interrotta dagli sconvolgimenti orografici (il disastroso sisma del 1980 e un perenne spostamento franoso appena percettibile) e testimoniata dalla durezza e dalle asperità del luogo.

Case vuote dai solai crollati e dai tetti sventrati, vengono spesso “visitate” dalla presenza di falchi e poiane o ricovero di gatti randagi; rocce a strapiombo, antri ipogeici, precipitosi baratri che scivolano verso il fiume, tutti elementi – questi – che offrono atmosfere intrise di mistero. Qui i vicoli e i portoni del centro urbano abbandonato testimoniano l’improvvisa scomparsa – e definitivo abbandono – dei suoi operosi e vivaci abitanti (contadini, boscaioli, allevatori e pastori) così bruscamente interrotta dall’ultimo terremoto del novembre 1980 che colpì questa zona montuosa, così impervia ed assai scoscesa.

L’armoniosa distribuzione dei suoi spazi abitativi sono la più autentica testimonianza dell’organizzazione della vita collettiva del passato con le sue semplici casette, le sue viuzze basolate, i suoi punti di osservazione panoramica, la vecchia chiesa, il municipio, la scuola elementare, i vecchi portali con i vari stemmi gentilizi, le grotte/cantine per conservare il vino, ecc. E’, questo, il classico “paese presepe” su cui si è abbattuta la furiosa violenza dell’evento tellurico di cui sopra. Esso è, insieme ad Atrani sulla costa amalfitana, il più piccolo paese della Provincia di Salerno, il cui abitato oggi è stato completamente ricostruito ex-novo a pochi km di distanza da quello abbandonato.

i dintorni sono circondati da un’intensa flora caratterizzata dalla presenza del carpino, della quercia, della cerreta, dalla macchia mediterranea, dal bosco ceduo, dalla ginestra e dal castagno. Mentre per la fauna, vengono segnalate (tracce ben evidenti del loro passaggio) la presenza della volpe, del corvo, della poiana, della lepre, della civetta, di vari uccelli migratori e stanziali.

Laggiù in fondo al vallone s’aprono le gole del Fiume Platano, che per un tratto segnano il confine tra la Regione Campania e la Regione Basilicata; esse si presentano come un profondo canyon scavato, durante il corso dei millenni, dall’incessante scorrere dell’acqua attraverso la bianca roccia calcarea. Nel periodo primaverile e in estate, quando il fiume è in magra, questo canyon può anche essere percorso a piedi, immergendosi in un ambiente ancora più suggestivo e selvaggio.

Dalla confluenza tra il fiume Platano e il fiume Melandro, nei pressi della stazione ferroviaria di Romagnano al Monte, ha origine il fiume Bianco, il cui nome si dice sia dato dal colore bianco delle rocce calcaree che formano e caratterizzano il fondo del suo alveo. Il percorso fluviale è caratterizzato da diverse anse con sponde ricche di vegetazione e da una variegata fauna ittica. (di ©Andrea Perciato)

           

           

           

           

the “foxhole” al Bojs Jacques; “le buche delle volpi” al bosco di Jacques (Ardenne, Belgio)

Siamo a Bastogne, la “simbolica capitale” delle Ardenne (Belgio meridionale al confine col Lussemburgo e non lontana dalla Germania), punto cruciale di quella che fu – durante la II Guerra Mondiale – uno tra i più violenti scontri armati fra i Tedeschi e l’avanzata degli Americani con un assedio avuto inizio dal dicembre 1944 ed ebbe un’importanza decisiva sull’esito complessivo del conflitto.

In molti si recano a Bastogne per conoscere e visitare le reali posizioni assunti dagli americani nelle vicinanze del villaggio di Foy, a 4 km da Bastogne; così anche noi – un po’ per curiosità, molto per aver visto la trasposizione cinematografica (Band of Brothers) di quei luoghi e di quegli avvenimenti – ci rechiamo alla scoperta del Bojs Jacques e delle famose “Foxhole” (buche delle volpi) in cui tentarono di trovar riparo i paracadutisti della 101° US Airborne della 5aEasy Company” guidati dal Capt. Winter, che giunsero nella foresta il 21 dicembre 1944 rimanendovi fino agli inizi del gennaio 1945. La foresta del Bojs Jacques è proprio il luogo ove la Easy Company affrontò la controffensiva degli attacchi tedeschi lungo il perimetro di Bastogne, per oltre una settimana. Il Bois Jacques è ovviamente una foresta coltivata, quello che vediamo ora alcuni sono alberi interamente piantati, mentre altri – quelli più vetusti – come i pini e gli abeti sono, con molta probabilità, quelli che erano ancora in vita e scampati alla pioggia di fuoco fino alla fine del 1944.

Siamo ai margini della foresta delle Ardenne, e osservando verso un pascolo che scende lungo un dolce pendio prativo che guarda le bianche case di Foy, è possibile notare come tutte le strade secondarie conducono attraverso le foreste. Tuttavia, oggi sembra che gli alberi all’interno del Bois Jacques vengano periodicamente, e regolarmente, raccolti e reimpiantati. Attraversando la foresta sono ancora possibili vedere i resti delle buche scavate dagli americani ed altre tracce di quella battaglia; con comprensibile emozione, direi che mentre attraversiamo lungo questi sentieri, stiamo sicuramente vedendo (e vivendo) la stessa identica foresta di “quella” battaglia vissuta dagli americani.

Camminando tra i buchi, le fosse e gli avvallamenti, oggi – quello che attraversiamo – scopriamo un luogo irreale, quasi come se fosse fermo nel tempo; tutt’intorno un orizzonte fatto di verde intenso e avvolto da un tombale silenzio. Un monumento (una stele marmorea coi nomi dei parà della 5a Easy Company deceduti) evidenzia l’inizio del sentiero che penetra nel bosco; all’epoca della battaglia, la linea degli alberi si estendeva molto più di quanto non lo sia come la vediamo noi oggi; il Bojs Jacques fungeva un po’ da campo base della compagnia, sottoposta sempre ai ripetuti attacchi dell’artiglieria tedesca attestatasi tra le case del vicino villaggio di Foy, mentre gli attacchi americani muovevano dai boschi sia ad ovest che ad est del villaggio, tenendo ben consolidata la posizione lungo la Foy-Bizory road, alla periferia di Bastogne. Quasi in punta di piedi e con doveroso rispetto, ci addentriamo nella foresta vivendo – in prima persona – quello che è stato per davvero uno storico (ed aspro) campo di battaglia in cui uomini coraggiosi giunti da oltre oceano sono morti difendendo la libertà dell’intera umanità.

Sono ancora ben evidenti le centinaia di “foxhole” sparse tra il sottobosco e le radici degli abeti ove si possono soltanto intuire le sofferenze patite dai soldati americani per la brutalità della guerra. Oggi questa foresta è silenziosa e pacifica mentre si ascoltano i suoni della vita dentro (uccelli e piccoli mammiferi) e intorno ad essa (i trattori che arano i campi, le motoseghe). Gli uccelli cantano, gli agricoltori si arrotolano il fieno e le mucche pascolano sui verdi prati. Avendo più volte visto il film (Band of Brothers) sembra quasi di stare in prima linea e immaginare di toccarsi, spalla a spalla, con gli uomini della Easy, quasi sentire il loro respiro, percepire i loro gemiti di paura, ascoltare le loro grida di dolore e sofferenza dopo ogni pioggia dei (piccoli o grandi) proiettili di artiglieria tedesca che piombavano attraverso questi alberi distruggendo ogni cosa. Questi giovani soldati guardavano le vicine case di Foy prima dell’assalto finale avvenuto il 13 gennaio 1945; Foy – visibile a meno di 1 km dall’ultima cortina di alberi – all’epoca dei fatti era un piccolo villaggio occupato dai tedeschi già dalle prime fasi della Battaglia delle Ardenne e si trova a soli 4 chilometri a nord di Bastogne sulla strada per Houffalize.

Girovagando tra le buche e i ripari di fortuna si avverte di come fu grande il sacrificio pagato dai soldati americani per riconquistare la libertà perduta e rendere una società europea molto più prospera. E’ stato davvero molto toccante, emozionante… attraversare questo “pezzo” di storia! (di ©Andrea Perciato)  

Tra Vallonia e Ardenne (Belgio) …lungo il Cammino delle Abbazie “trappiste”

Si cammina attraverso un’area poco conosciuta: le Ardenne. Qui le abbazie ancora custodiscono le secolari produzioni di birra artigianale, tra ampi paesaggi, castelli, monasteri isolati, borghi nascosti, foreste, villaggi rurali, su tutto le essenze di una bevanda: la birra (preparata con ingredienti della tradizione trappista) che qui, più che un dissetarsi, è una cultura, un modo di essere, una scelta di vivere bene, una filosofia.

Nel cuore delle Ardenne, land della Vallonia in Belgio, si va alla conoscenza delle principali abbazie che producono le famose birre trappiste. Si cammina con brevi tratti su asfalto alternati a sentieri attraverso boschi e foreste, su piste campali che raggiungono piccoli, isolati e tranquilli villaggi.

Fuori da ogni tempo, lontani da qualsiasi altrove, in un paesaggio da favola, il Belgio ac-coglie il mondo degli escursionisti con tutta una serie di sorprese che lasciano, letteralmente, senza fiato! Questa è, sicuramente, la prima impressione quando – raggiunti il cuore della foresta delle Ardenne (che si sviluppa a macchia di leopardo) – capita di ritrovarsi al centro di un qualcosa che sembra rincorrersi tra fiaba e leggenda: attraverso questi orizzonti, che si perdono oltre qualsiasi limite, aleggiano le nebbie mattutine che nascondono qualsiasi punto di riferimento; sparsi e isolati mulini a vento; campanili dalle forme più bizzarre che si stagliano ovunque sulle estese praterie; interminabili campi sistemati a frumento, con biada, segale e graminacee in genere; macchie prative adibite a pascolo; case tutte con facciate in pietra e legno (coi graticci); ampi cortili di granai e masserie (spesso simili a quelle del nostro sud) che sembrano accogliere il visitatore come la vetrina del perfetto agricoltore ove trovi di tutto, dagli attrezzi alle piante da coltivare.

Centinaia di bianche croci, in legno o in pietra, compaiono all’improvviso tra i boschi, a testimoniare tombe (o tumuli) dimenticate, poichè quest’area fu teatro di violenti scontri armati sia durante la 1a che la 2a Guerra Mondiale; edicole votive, croci isolate, sparse un pò dappertutto ad indicare direzioni da seguire o, semplicemente, a determinare il reticolo di piste e sentieri distribuiti su un ampio territorio; grappoli di case sparse lungo crinali ondulati che si alternano tra copiose foreste e boschi impenetrabili; cimiteri isolati  lungo le sponde e le anse di fiumi; nessun rumore per chilometri. In autunno qui le foreste indossano il loro abito migliore assumendo cromature vegetazionali che vanno dal giallo al rosso, passando per l’ocra, il carminio, l’arancio, l’amaranto e il vermiglio!

Ci troviamo a camminare tra i boschi e le pianure nella regione della Vallonia, nel cuore della foresta delle Ardenne, una grande macchia vegetazionale (composta da abeti, querce, larici e betulle) che si estende lungo un’ampia area distribuita tra Francia, Belgio e Lussemburgo; un bucolico paesaggio in cui gli orizzonti si alternano come onde di un gigantesco oceano, e che cambiano spesso colore del manto forestale di valle in valle, ognuna solcata da un torrente, un fiume o uno stagno. Luoghi della memoria agricola locale che sembrano abbandonati ma che invece si popolano al tramonto col rientro dai campi e il ritorno dei fanciulli da scuola. Qui le birre, oltre ad essere una tradizione, sono una filosofia, quasi una scelta del buon vivere; la sera, al rientro delle attività ci si ritrova nel piccolo locale al centro del villaggio, oppure lungo la strada principale, a sorseggiare birre; naturalmente queste vanno tutte gustate con l’aggiunta di pane e formaggio (tipico locale) e servite obbligatoriamente in giare di vetro oppure in boccali di terracotta.

Fu durante l’estate del 1850 che un piccolo gruppo di monaci venne a stabilirsi sull’altopiano di Scourmont, presso Chimay ove giace l’Abbazia di Notre-Dame, immersa in una silenziosa campagna, ove il silenzio è rotto solo da cori gregoriani; il monastero offre ospitalità con annessa una locanda, l’Auberge de Poteaupré, e l’Espace Chimay Experience che illustra la creazione dell’Abbazia e il processo di produzione della birra e del formaggio. Da Chimay, dopo 5 giorni di cammino tra paesaggi bucolici e borghi dimenticati dal tempo, continuando sempre verso est, si superano masserie e villaggi sparsi – come Couvin, Mazée, Hastière, Furfòoz, Chevetogne, Forzèe e Buissonville – che si alternano tra ampie radure e prati, campagne sistemate a foraggi (buone per i pascoli) e copiose distese forestali; anse e meandri di fiumi come la Mosa e come la Lesse (tributario della Mosa). Lungo questo tratto sono possibili incontrare diverse stele commemorative e croci isolate; si superano caselli ferroviari e antichi castelli arroccati; si passa per aziende agricole, mulini ad acqua e filari di pale eoliche; si attraversano riserve naturali e demani forestali provinciali, nonché cappelle isolate e caratteristiche chiese (alcune di culto bizantino) dai singolari campanili acuminati. Finalmente si raggiunge Rochefort.

La cittadina medievale si sviluppa lungo piacevoli saliscendi determinati dall’orografia del territorio ove s’affacciano bei palazzi. A 3 km dal centro giace, adagiata su un pianoro tra campi e vigneti, l’Abbazia di Notre Dame de Saint Remy sorta nel 1230, dove la birra viene prodotta dal 1595 utilizzando l’acqua di un pozzo all’interno dello stesso monastero. Qui i monaci sono specializzati nella produzione di birre la cui vendita è finalizzata esclusivamente al sostentamento della comunità monastica e alla manutenzione delle strutture. Le dolci ondulazioni prative disegnano l’orizzonte determinato, qua e là, da cortine boscose di un verde intenso. Qui i colori si alternano e cambiano livrea di stagione in stagione e i profumi agresti inondano ampi ettari di territorio. Superati un torrente si lascia un’antica grotta e si sbuca fuori dalla cittadina verso sud ove una pista comincia a serpeggiare lungo distese prative e per lievi saliscendi tocca e – spesso – attraversa piccole fattorie ai margini delle radure. Si sfiora prima la foresta del Fond St. Martin e, successivamente, per una discesa lambisce il bosco di Tienne St. Iral. Appena fuori dal bosco, siamo in un’autentica conca carsica a forma di anfiteatro, alla periferia orientale del caratteristico villaggio di Han-sur-Lesse. Superato quest’ultimo si attraversa l’intensa valle di La Lesse solcata dalle acque dell’omonimo fiume.

Raggiunti Daverdisse, circondata dai boschi delle Ardenne, si lascia la valle della Lesse fino a toccare Bertrix, nota per le cave di ardesia e continuare così fino a Florenville, ridente cittadina sorta su poggio da cui si ammira l’ampio paesaggio che s’apre sulla valle del fiume Semois. Dalla chiesa della St. Vierge si punta alla periferia sud e per la Rue de Bensirvaut si superano ampie radure fino a guadagnare la foresta; la pista si congiunge con la principale traccia di una sconnessa rotabile che attraversa un bosco, autentica galleria vegetazionale. Si sfiora il confine di stato con la Francia fino alla ridente valletta di Chameleix: qui, su un terrazzamento a sinistra sorgono i ruderi dell’antico sito d’origine gallo-romana. Sulla sponda opposta si entra, per breve tratto, in Francia proseguendo per la carraia Grande Fontaine attraverso la foresta; al termine di questa un sentiero si stacca a sinistra rientrando nuovamente in Belgio. Da qui si sfiorano prima ampie radure e poi, nuovamente attraverso la foresta, si scende fino a sbucare nella radura dell’Hostellerie d’Orval. La valle (come l’antica leggenda che la definì d’Oro, da cui il nome Orval) si apre con un enorme stagno. Per la stradina che lo sfiora si raggiunge finalmente l’ingresso dell’enorme complesso monastico di Notre-Dame d’Orval (del 1132) una delle abbazie cistercensi più significative del Belgio. Qui la fontana, il rosone secolare ed il giardino di piante medicinali sono i punti forti della visita; a margine del complesso c’è Les Communs Abraham, un edificio ristrutturato dell’antica abbazia dove sono illustrati i segreti del “savoir-faire” brassicolo dei monaci trappisti; l’intero complesso architettonico si caratterizza per le imponenti rovine che ricordano la nostra San Galgano e le facciate color ocra. (di ©Andrea Perciato; ph Maria Rita Liliano & A. Perciato)

VIA FRANCIGENA le mille curiosità di una storica via dove il senso del camminare, sta nel “guardare con occhi” nuovi dove si cammina.

il cammino lungo la Francigena è un cammino riservato esclusivamente a chi ha spirito di adattamento alla vita pratica “itinerante”, camminando in ambienti che si diversificano giornalmente (dai borghi medioevali non eccessivamente popolati, all’immensa solitudine di ambienti campali, agresti, boschivi), con pernottamenti – di volta in volta – sempre in luoghi diversi… una esperienza affascinante, sicuramente da compiere ma, probabilmente, non per tutti!

Metterci in cammino e ripercorrere – anche se solo per 90 km in 4 giorni – la rotta compiuta da Sigerico, è stato il principale intento di capire cosa sarebbe stato in grado di rilevare un occhio moderno lungo la traccia di una simile via che attraversa la storia. Scoprire cosa è rimasto di quei tempi lontani, non avendo la benché minima idea che tale percorso potesse essere stata la principale arteria che fin dall’antichità collegava Roma alle Isole Britanniche.

A tutt’oggi questo itinerario rimane ancora poco conosciuto, o sottovalutato, nella sua portata storica; tant’è che lo stesso itinerario non consiste semplicemente in una comune viabilità territoriale ma, piuttosto, nella via che più di ogni altra ha formato il carattere dei territori da essa attraversati, e che ha dunque giocato un ruolo fondamentale soprattutto nella formazione culturale dell’antica Europa. L’emozione di percorrere strade che, di fatto, sono vere e proprie “arterie” del sistema circolatorio della Cultura; si tratta, infatti, delle principali arterie che hanno creato l’Europa e consentito ai paesi che la compongono di integrarsi.

Il prezioso testo raccolto in una sorta di diario di viaggio, noto come “Itinerario di Sigerico”, ci è pervenuto ed è conservato nella British Library di Londra. La Francigena, che altro non era una direttrice della Via Romea (tutte quelle direttrici che i pellegrini percorrevano per recarsi a Roma, sulla tomba di Pietro, percorrendo la cosiddetta “Via del Paradiso”). Esso conserva, documenta, descrive e illustra di un viaggio di ritorno – da Roma a Canterbury – come il percorso via terra fosse più rapido, diretto e conveniente possibile a quei tempi che, con molta probabilità, era anche il più frequentato tra la Britannia e l’Italia.

Sigerico giunse a Roma nel luglio del 990. Qui viene ricevuto dal papa Giovanni XV (989-996) e visita ben 23 chiese e basiliche della Città eterna. Era consuetudine che gli Arcivescovi anglosassoni – a differenza di altri prelati del continente europeo – fossero obbligati a recarsi a Roma per l’investitura ufficiale, la quale aveva effetto dopo aver ricevuto il “pallio”, la fascia dell’investitura, direttamente dalle mani del Pontefice stesso. Dopodiché fa immediato ritorno in Inghilterra seguendo l’itinerario più breve, descritto appunto nel documento sopracitato e che, scoperto nel XIX secolo da William Stubbs, fu tradotto nella sua interezza; l’intero viaggio ebbe una durata di almeno 165 giorni.

Ciò che si conosce in dettaglio dell’itinerario romeo dell’arcivescovo britannico, sono i toponimi di 79 delle 80 sub-mansiones elencando – con tutta probabilità – i luoghi di pernottamento del suo viaggio di ritorno verso Canterbury. Il percorso (assieme alla registrazione delle distanze fra ogni tappa) annotato dal prelato evidenzia – con tutta probabilità – anche come e dove avesse alloggiato con il proprio entourage al seguito. In questa maniera, come si evince dalle distanze percorse giornalmente, è stato possibile anche conoscere implicitamente quali tratte siano state compiute a piedi e quali a cavallo. Le tappe di questo percorso sono state trascritte da mano ignota (probabilmente uno scrivano al seguito di Sigerico) in appendice ad un elenco di papi del X secolo.

Stesso e identico itinerario percorso dall’abate vichingo Nikulas di Munkathvera, il quale compì, nel 1154, un lungo pellegrinaggio muovendosi dall’Islanda a Roma per continuare, poi, lungo la “Regina Viarum” (o ciò che ne restava) e imbarcandosi lungo le coste pugliesi verso Gerusalemme. Il termine “Via Francigena” oggi è ampiamente usato (forse eccessivamente) ed è divenuto sinonimo della principale “via di pellegrinaggio” del Medioevo. Lo dimostra il fatto che, camminando nell’Appennino, si incrocia spesso anche una cosiddetta “Via Francigena di San Francesco”. Mentre oggi troviamo “altre” Vie Francigene (sorte, o appositamente “costruite”) a Sud di Roma, come il riutilizzo della stessa Via Appia che in molti la identificano (!!!) come una Via Francigena, e ne troviamo diramazioni che si sviluppano sia verso la Puglia che finanche in Sicilia.

L’itinerario che abbiamo percorso (dal San Miniato fino a Siena) muovendoci in direzione di Roma, e che abbiamo conosciuto con occhi misti tra lo stupore e la curiosità, corre vicino a un percorso naturale che si sviluppa lungo una successione di crinali spartiacque che dividono valli fluviali e borgate di matrice medioevale. Lungo una interminabile successione di orizzonti che si rincorrono di crinale in crinale, per la maggior parte si sviluppa un allineamento di basse colline caratterizzate dall’arenaria e dall’argilla, alternandosi tra dolci declivi ammantati dai regolari filari di vigneti e gli argentei uliveti dal basso fusto; dalle dolci catene montuose determinate dai ciuffi di cipressi, a tutte le circostanti creste che hanno determinato – fin dall’antichità – un sistema viario molto efficace, che offre il percorso più breve collegando pievi e borgate, punti di sosta e rifornimento come un tempo per gli antichi viaggiatori, così anche oggi per i moderni camminatori, pellegrini o semplici viandanti.

LA NOSTRA FRANCIGENA… Oltrepassato il fiume Arno nei pressi di Faucecchio, qui si trovava un crocevia tra la “via che menava” per Pisa e la Via Francigena; lungo quest’ultima, per tenersi a distanza di sicurezza dai domini bizantini, i Longobardi scelsero di utilizzare per gli spostamenti il preesistente tracciato di una viabilità etrusca che percorreva il crinale sulla sinistra orografica del torrente Elsa. Nella pianura sotto San Miniato giaceva una città perduta la cui cattedrale è ancora oggi oggetto di studio di campagne di scavi archeologici nei pressi di un campo di girasoli. Si scopre subito di come l’abitato di San Miniato sia andato sviluppandosi – lungo il corso dei secoli – lungo la linea di displuvio dello spartiacque di un crinale, permettendo così alla Francigena di attraversare zone più sicure di quelle in fondo alle vallate, nelle paludose pianure o lungo i corsi fluviali. San Miniato ha da sempre esercitato un controllo strategico sulla via Francigena che si snoda attraverso le colline della Val d’Elsa offrendo vedute panoramiche mozzafiato lungo tutti i possibili orizzonti.

Un’alternanza di bellissimi e intensi paesaggi agresti distribuiti lungo un raggio di 24 km dividono San Miniato da Gambassi (area a forte presenza termale). La località, fin dai tempi antichi, veniva considerata per gli Etruschi una “terra di passo“, trovandosi appunto sulla direttrice (e nel dominio) di Volterra; per i Romani invece era in relazione alla via Clodia che si sviluppava tra Siena e Lucca. Qui nell’alto Medioevo i viaggiatori, e in particolare per i pellegrini che percorrevano la via Francigena verso Roma, trovavano un sicuro punto di rifornimento e sosta.

Sono 14 invece i chilometri che dividono Gambassi da San Gimignano. Qui si attraversano ambienti naturali e scenari paesaggistici di inaudita bellezza. È un percorso facile (non vi sono salite di rilievo) ed attraversa aree dal particolare interesse storico, artistico e religioso, come la visita e scoperta degli edifici costruiti appositamente per far aumentare il numero di pellegrini in sosta lungo la via, come il Santuario di Pancole, il caratteristico abitato di Collemucioli e l’incantevole Pieve di Cellole. In vista della “Città delle Torri” si prova il fascino dell’antico pellegrinaggio attraversando la sua “Porta Settentrionale” e percorrendo la “ruga maestra” cioè la strada centrale che mena ad attraversare la città, corrispondente all’originario tracciato urbano della Francigena, percorsa da Sigerico di Canterbury dopo la mansione di Santa Maria a Chianni e prima di quella di San Martino ai Fosci. Qui a San Gimignano è localizzata la XVIII submansio incontrata da Sigerico.

La più lunga tappa (appena 31 km) collega San Gimignano a Monteriggioni. Lasciando la città turrita uscendo dalla sua porta meridionale il cammino conduce alla pieve romanica di Santa Maria a Coneo. Più avanti si attraversa il ponte sull’Elsa e – attraverso distese di campi sistemati a frumento che si alternano ad appezzamenti di vigneti, si giunge così alla chiesa romanica di San Martino di Strove. Subito dopo pochi km raggiungiamo il poderoso complesso monumentale di Abbadia a Isola, prima di scorgere in lontananza – lassù in cima a un colle ulivato – Monteriggioni, circondata dalle sue poderose mura e l’inconfondibile corona di torri merlate che dominano un paesaggio di straordinaria bellezza.

L’ultima tappa, di appena 19 km, conduce da Monteriggioni a Siena percorrendo una serie di strade bianche che portano verso l’antico borgo medievale di Cerbaia. Si attraversa la boscaglia fino ai castelli della Chiocciola e di Villa, prima di scendere nell’alveo bonificato nel XVIII secolo di Pian del Lago con la presenza di un epitaffio chiamato anche “colonna”. Successivamente si attraversa poi il bosco dei Renai prima di raggiungere la “Città del Palio” e attraversare Porta Camollia, tradizionale accesso della via Francigena a Siena. La città deve la sua esistenza al traffico medioevale sviluppato lungo la via Francigena nei punti in cui era incrociata dai tratturi dei pastori transumanti che dagli Appennini si recavano in autunno verso i pascoli invernali della Maremma, posseduti da Siena che godeva di diritti assai lucrativi.

Siena infatti si è arricchita coi tributi pagati dai pastori per i diritti di pascolo nella Maremma senese. La banca più antica d’Italia, il Monte dei Paschi di Siena, significa letteralmente “i risparmi derivanti dall’affitto dei pascoli”. Il più grande pittore di Siena, Simone Martini era probabilmente un francese da Tours, giunto a Siena per la via di Francia. In città si discende via Banchi di Sopra per poi risalire verso il punto tappa attraverso la Via dei Pellegrini fino a sbucare nello splendido catino di Piazza del Campo, “nostro” punto d’arrivo di questo incredibile e bellissimo viaggio compiuto a piedi attraverso il tempo. Da Siena in direzione di Roma la Via Francigena continua ricalcando fedelmente la Via Cassia romana.

Qui ha termine la nostra Francigena…! Quali le nostre impressioni…? Alla fine del viaggio, alla fine di un cammino, alla fine di un qualsiasi itinerario percorso a piedi in piena autosufficienza… secondo noi il pellegrino sarà una persona sicuramente più ricca. Ed anche noi, un misto di umanità che si divide tra l’essere credenti e la laicità, ci sentiamo più elevati, spiritualmente soddisfatti dalle emozioni provate, dall’esperienza vissuta, dai luoghi visti, scoperti e conosciuti, dalle acquisizioni e dalle conoscenze riguardanti principalmente noi stessi e ciò che ci ha circondato. Tutte esperienze, queste, non raggiungibili in maniera diversa se non dal camminare, lungo quel fiume della storia che da sempre ci attrae e ci coinvolge: capire il passato per operare meglio nel futuro. (di ©Andrea Perciato; ph Mary Liliano e A. Perciato; notizie storiche ispirate da Giovanni Caselli)

il “Sentiero dei 4 Stazzi” dal Passo Godi un “circuito” intorno al monte Marsicano (Abruzzo)

Questo è un itinerario particolarmente interessante sia per l’ambiente selvaggio che esso attraversa (siamo nel cuore del Parco Nazionale d’abruzzo, Lazio e Molise) che per il tratto che si avvicina alla zona di riserva integrale, laddove più frequente risulta essere la presenza dell’orso marsicano e nella quale il passaggio degli escursionisti turberebbe irrimediabilmente l’equilibrio della popolazione superstite di questa specie. A questi elementi naturalistici si aggiunge lo splendido panorama che si offre a chi giunge sulla maggiore elevazione di questo comprensorio montuoso: il monte Godi.

Da Villetta Barrea si segue la strada rotabile che conduce a Scanno, fino a raggiungere l’accesso “Y” del Parco, laddove inizia il nostro sentiero, che sccorre lungo il confine del Parco nazionale. Si valica il passo Godi (1547 m) ove sorge un albergo e, superati quest’ultimo poco più avanti, si parcheggia in corrispondenza di una strada sterrata che parte sulla sinistra: qui è la capanna dell’accesso “Y”. Da questa sterrata, all’inizio c’è uno spiazzo e lo stradello è chiuso al traffico veicolare da una sbarra (1540 m); da qui c’è l’inizio dei sentieri Y del PNALM (Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise).

A piedi si prosegue lungo la carrareccia con facile percorso che si sviluppa in falsopiano (segnavia “Y1”), con bel colpo d’occhio sui paesaggi della valle del Tasso che si apre in basso verso settentrione. La strada, all’inizio in salita ma poi continua in leggera discesa, offre un’ottima vista sul cocuzzolo piramidale di Serra Capra Morta (1937 m), e procede dapprima verso W, piegando successivamente in direzione S-W fino a raggiungere lo “stazzo” di Ziomas/Ziomax (1583 m).

Caratteristica di questi stazzi (o jazzi) d’alta montagna è la loro peculiare struttura capace di asservire a molteplici funzionalità. Solitamente sono formati da un unico vano (esternamente in pietra grezza) al cui interno vi è il ricovero per i pastori transumanti mentre in un angolo, oltre al focolare, è situato il giaciglio per gli animali. Lo stazzo generalmente viene usato durante l’estate; all’esterno è sempre presente un recinto squadrato fatto con pietre calcaree e sistemato con pali e recinzioni alte a “prova” di orso marsicano (sono ben visibili le sue tracce!) pronto a buttarsi sulle facili prede come pecore e capre.

La pista ogni tanto, soprattutto dopo abbondanti acquazzoni, regala la possibilità di scorgere le impronte lasciate dal lupo nel fango che corre alla caccia di cervi o cinghiali. Si continua sulla sterrata principale che inizia a salire e attraversa la Serra di Ziomàs, e poco dopo a un bivio si tralascia la sterrata di destra che scende e si prosegue ancora in direzione di un secondo bivio da cui si può prendere indifferentemente una delle due sterrate che più avanti si ricongiungono a un quadrivio.

Si va a destra (la sterrata di sinistra porta verso la cresta occidentale del Monte Godi),  fino a giungere a quota 1735 metri ove la carrareccia inizia ad aggirare il Monte del Campitello da sud scendendo leggermente (sulla sinistra compare un grande altopiano racchiuso da montagne: il Ferrojo di Scanno). Raggiunto il versante orientale (1715 m) di Monte del Campitello si abbandona la sterrata e si inizia a salire (verso ponente) seguendo un evidente vallone incassato. La via non è obbligata, si sceglie a vista il percorso migliore per risalire il costone erboso che porta sulla vetta del Monte del Campitello (2014 m).

Da qui s’apre uno scenario molto suggestivo con vedute paesaggistiche sulle creste circostanti e le doline interne ricoperte da prati ove si raccoglie un particolare tipo d’erba (simile a una bacca) molto usato nelle pietanze della cucina locale; laggiù in fondo alla conca si ergono i ruderi dello Stazzo Vado di Corte (1900 m). Si prende il sentiero in direzione NNE fino a solcare i margini di un anfiteatro naturale che si espande tra ampi orizzonti e faggete in lontananza. Continuando sempre a scendere si raggiunge l’altopiano di Camporotondo (1700 m) da cui s’aprono ampi panorami sulle tutte le vette circostanti; e qui la magnificenza della montagna abruzzese si esprime al massimo della sue selvaggia bellezza!

Da Campo Rotondo successivamente si prosegue (in direzione E) verso macchie boscose in cui prevale la cerreta e la faggeta. La pista scende ancora in leggera discesa fino a divenire sassosa e, quando termina il bosco, esce all’aperto con panorami mozzafiato che si estendono fino a Scanno. Una bianca sterrata sale (proveniente da Scanno) fino a lambire le irte Serre di Ziomas, che si sporgono sulle nostre teste in alto sulla destra, fino a ricongiungersi (1617 m) alla pista fatta per l’andata. Da qui non resta altro da fare che proseguire nuovamente verso lo Stazzo Ziomas lasciando alle nostre spalle un autentico paradiso della montagna, e ripercorrere lo stesso itinerario compiuto per l’andata fino al cancello d’ingresso dell’itinerario Y1. (di ©Andrea Perciato)

ORVIETO (TR)… quando il “culto” per i defunti valorizza la bellezza dei luoghi

Se per qualche ora, desiderate immergervi e provare l’ebbrezza di trovarsi proiettati indietro nel tempo di oltre 2500 anni fa, non c’è che da recarsi ad Orvieto, quella splendida cittadina medioevale eretta sulla sommità di una poderosa rupe tufacea, alle cui basi giace – nel misterioso e perpetuo silenzio di millenni – una particolare necropoli etrusca.

La Orvieto “turisticamente” più conosciuta per le sue splendide bellezze storiche, artistiche e architettoniche, colme di preziosi tesori stilistico decorativi e religiosi, una su tutte la splendida facciata mosaicata del suo Duomo del 1290, accoglie il visitatore in un’aurea di magnificenza che stuzzica la curiosità, incrementa la voglia di scoperta ed eleva sia l’animo che lo spirito. Ma è proprio qui che si esalta quella parte più intima che fin da fanciulli ci ha sempre affascinato spronando le nostre curiosità adolescenziali sollecitate dal gusto della scoperta e dall’adrenalinico desiderio dell’esplorazione – un po’ come i moderni archeologi/avventurieri in stile Indiana Jones – che conduce tutti noi ad approfondire la conoscenza di questi luoghi andando a visitare le “dimore dei defunti” di matrice etrusca realizzate proprio alla base della mole tufacea…

Sotto la rupe della città di Orvieto, si trova una vera e propria chicca archeologica: la Necropoli Etrusca. Un buon percorso, opportunamente segnalato, conduce seguendo le pendici della rupe fino a scendere a valle, proprio in prossimità della necropoli; un antichissimo luogo in cui si esalta la “sacrale” devozione per i defunti risalente al periodo degli Etruschi. Proprio camminsndo a piedi, in pochi minuti, tramite un buon sentiero (necessita informarsi per l’accesso, poiché spesso è chiuso) che scende dalla cittadina, si raggiunge la necropoli etrusca. La Necropoli del Crocifisso, che risale al VI secolo a.C. e prende nome da un “crocifisso” cinquecentesco scolpito nel tufo e conservato in una cappellina sottostante la zona di San Giovenale, fu scoperta nell’Ottocento; essa rappresenta un prezioso e straordinario documento storico sulla cultura e sulla civiltà degli Etruschi.

Ciò che principalmente caratterizza questa necropoli è la sua organizzazione architettonica degli spazi, il suo impianto urbanistico. Difatti le tombe sono tutte raggruppate in isolati (insule) e costituite da camere, per lo più singole, a pianta squadrata (rettangolare). Le piccole tombe dette a “camera”, tutte realizzate in blocchi squadrati di tufo, si mostrano allineate lungo le principali “vie sepolcrali”. Su ogni tomba della necropoli sono ancora possibili leggere lastre in tufo con inciso (scolpito a mano) il nome di appartenenza della famiglia etrusca a cui apparteneva il defunto. Girovagando per i suoi cardi e decumani la necropoli affascina per il suo aspetto di intima sacralità e restituisce arcane suggestioni lasciando scoprire al visitatore, poco alla volta, quali potevano essere i rituali delle sepolture di un tempo.

Le tombe (la maggior parte tutte a camera), interamente realizzate in tufo sono quasi tutte accessibili, sono quasi tutte accessibili e ci si può entrare usando la massima cautela; al loro interno le camere si presentano fredde, umide, spoglie, prive di affreschi con le pareti ricoperte dal muschio, ma sono estremamente interessanti per la loro forma costruttiva realizzata (nel senso coperta) da una volta acuta chiusa al centro. Continuando a camminare (fare attenzione ai rovi e ai blocchi sconnessi; è consigliabile utilizzare apposite scarpe da escursionismo) ci si rende veramente conto di come gli etruschi furono abili costruttori nell’edificare le proprie dimore sepolcrali, la maggior parte delle quali sono ad una camera sola (i più ricchi e agiati, invece, si potevano permettere tombe a due camere colleganti tra loro) , due “banchine“ (giacigli) ove deporre i defunti e, sopra la porta di ingresso, poter scolpire (oggi ancora ben leggibili) le scritte che lasciavano identificare il nome del titolare della tomba, il ruolo che ricopriva in vita o quello della famiglia a cui esso apparteneva.

Recarsi ad Orvieto e limitarsi a visitare solo il suo centro storico, non risulta essere sufficiente per una scoperta totale delle bellezze in essa contenute; approfondire la conoscenza delle sue peculiarità più significative, quelle autenticamente più intrinseche non espressamente raccolte nel suo impianto urbanistico e – spesso – poco conosciute e frequentate, è come se mancasse “qualcosa” alla scoperta delle nostre radici più intime. Orvieto, oltre allo splendido Duomo e al singolare Pozzo di San Patrizio, la Necropoli etrusca non può essere ignorata! (di ©Andrea Perciato)

Firenze… tra arte, colori, profumi ed emozioni perse nel tempo!

Riesce un tantino audace parlare di Firenze, di questa meravigliosa città che ho imparato a conoscere studiando sui libri di Storia dell’Arte Italiana (Carlo Giulio Argan) le cui pagine ho consumato fra tratteggi di matite e appunti… Passeggiare tra le sue vie, strette e adombre quelle del centro storico, ma ricche della presenza di ottimi locali come le tipiche trattorie, bar e pub con tavolini lungo gli stretti marciapiedi e le tradizionali botteghe artigiane che – alternandosi – rievocano i gusti, i sapori, i saperi e i mestieri (pellame, ceramiche, cuoio, cornici, antiquari) di un tempo, è un viaggio che vale davvero la pena vivere!

Qui il tempo sembra davvero essersi fermato… Rivedere la storia dell’arte, toccarla quasi con mano, assaporarne l’essenza è – credetemi – una tra le sensazioni più belle mai provate! Attraversata dal fiume Arno, la cui furia – nel novembre del 1966 – causò danni, lutti e distruzioni con l’esondazione delle acque, è divisa in due parti ben distinte; una raccolta tra le bellezze storiche, artistiche e architettoniche del suo centro storico; l’altra (extra-moenia) con le sue bellezze naturalistiche e paesaggistiche di giardini terrazzati, fortezze e camminamenti che fanno di Firenze una città dove sognare non è affatto proibito!

Scendendo dai “Giardini di Boboli” considerati l’autentico cuore verde della città, splendido esempio di giardino all’italiana, voluto dai Medici, esso sale lungo la collina di Boboli riuscendo ad offrire una incredibile e spettacolare vista panoramica dall’alto su tutta la città; dal 2013 sono Patrimonio UNESCO. Si raggiunge la sponda sud dell’Arno e si attraversa il “Ponte delle Grazie” che consente di entrare nel cuore del centro storico della città. La bellissima cortina di palazzi qui eretti tra il XV e il XVI secolo, alcuni dei quali con le facciate finemente affrescate e ornati di decorazioni, caratterizza il lungo rettilineo di Via dei Benci.

Quasi per incanto s’apre, sulla destra, l’ampia piazza su cui s’affaccia la “Basilica di Santa Croce” che al suo interno contiene affreschi di Giotto e le tombe di artisti del calibro di Michelangelo e Galileo. Da Piazza Santa Croce, la strada (ora conoscouta come via G. Verdi) continua sempre verso il centro fino ad incontrare, sulla sinistra, la sbilenca piazzatta Salvemini, ricca di locali e bistrot; per la via che sale a destra, la fetta di cielo consente di aprire uno scorcio sull’imponente “Cupola” del Brunelleschi (del XV secolo, la più grande del mondo) che sormonta la Cattedrale di Santa Maria del Fiore.

Proseguiamo risalendo la stretta via che attraversa il Borgo degli Albizi, fino ad incrociare (e prendere sulla destra) Via del Proconsolo per sbucare – definitivamente – in Piazza del Duomo, nel suo angolo di SE, proprio alla base della gigantesca cupola. Qui la presenza di numerosi locali invita a fare una piacevole sosta per godere dell’incanto di così tante bellezze artistiche. Piazza del Duomo può essere considerata, a tutti gli effetti, come un museo a cielo aperto laddove la bellezza del rinascimento si esprime in tutta la sua maestosità; tanti elementi geometrici, artistici e architettonici, sapientemente incastrati in una cornice paesaggistica davvero unica.

E poi come si fa a non rimanere incantati dalla spettacolarità della monumentale facciata del Duomo incastrata in un tessuto/reticolo visivo di perfette geometrie affiancata dal bellissimo “Campanile di Giotto” che s’impenna, coi suoi 85 metri di altezza e i 15 metri di larghezza,  alternandosi tra policrone decorazioni marmoree che si rincorrono dal bianco all’ocra, dal rosso al verde esaltando una costruzione considerata la massima perfezione della geometria. Davanti alla facciata del Duomo si erge il caratteristico Battistero di San Giovanni dove il marmo esalta la monumentalità dell’edificio religioso; da non perdere di vedere la “Porta del Paradiso”.

Da Piazza del Duomo, per una lieve variante si entra nel Borgo di San Lorenzo fino a raggiungere il sagrato della Basilica di San Lorenzo. Questo luogo di culto in passato è stata la vecchia cattedrale della città, mentre oggi è facilmente riconoscibile per la sua ruvida facciata rimasta incompiuta. Ed è proprio all’interno di questo quartiere che si esprime al meglio la presenza dei Medici a Firenze, quella Firenze fatta di popolani e mercanti, di commercianti e uomini d’affari. L’area che ruota intorno al Mercato Centrale offre la possibilità di fare shopping curiosando tra le bancarelle di oggettistica varia e produzioni artigianali in cuoio tra borse e giubbini in pelle.

Si fa sera… e ritornando nuovamente in Piazza del Duomo, ci dirigiamo alla scoperta e conoscenza di quell’intricato dedalo di vicoli, strette rampe, corti appena baciate dalla luce diurna che caratterizzano il quartiere a sud della Cattedrale e che mena verso quel punto da cui si erge la torre “merlata” di Palazzo della Signoria. Eccoci così giunti in “Piazza della Signoria” consoderata il centro pulsante della vita civile e sociale dell’intera città. La Piazza della Signoria è il “cuore” della Firenze storica, laddove ad ogni ora del giorno e della sera si incrociano e si affollano centinaia di persone (turisti in gran parte), i fiorentini la attraversano a passo sostenuto. La piazza geomentricamente ha assunto la forma di “L” su cui si affaccia uno degli edifici simbolo della città: “Palazzo Vecchio”.

All’interno della Piazza della Signoria, spicca la statua equestre in bronzo di Cosimo I de’ Medici del 1594. Appena all’angolo, sullo spigolo NW del Palazzo sgorga la grandiosa “Fontana del Nettuno” (del XVI secolo) con sculture marmoree del Nettuno e cavalli marini. Eccoci, infine, di fronte alla monumentale facciata del trecentesco Palazzo Vecchio, che oggi accoglie il potere amministrativo della città. Ma prima di entrare al suo interno, proprio accanto all’ingresso troneggia la statua (copia marmorea) del “David” di Donatello, mentre varcata la soglia d’ingresso, ci accoglie un chiostro riccamente affrescato in ogni suo angolo dalle riproduzioni panoramiche (a “volo d’uccello”) di città e capitali dell’antico continente Europa; il suo interno è visitabile e spicca, su tutto, il Salone dei Cinquecento.

A lato della facciata di Palazzo Vecchio, c’è la “Loggia dei Lanzi”, antico edificio cerimoniale del ‘300 , una galleria a cielo aperto che al suo interno contiene sculture bronzee e marmoree che vanno dal mito di Ercole e Nessuno, al Perseo con la testa mozzata di Medusa realizzato nel ‘500 dal Cellini. Eccoci finalmente sbucare nello spettacolare (e stretto) Piazzale degli Uffizi, la cui Galleria è uno dei musei più visitati al mondo. Fondata nel 1581 dai Medici al suo interno sono raccolte di collezioni di opere di artisti (pittori e scultori) che hanno operato dal XII al XVIII secolo, come Giotto e Botticelli, Raffello, Michelangelo e tanti altri ancora. Lo stretto cortile è caratterizzato, lungo le sue ali, dalla presenza di sculture in marmo dei più conosciuti e famosi artisti che hanno opere presenti all’interno della Galleria.

Ed eccoci finalmente sbucare sulla loggetta degli Uffizi che s’affaccia sulla sponda settentrionale dell’Arno; qui lo spettacolo serale sul fiume lascia senza respiro! I riflessi delle luci esaltano la bellezza architettonia del famosissimo “Ponte Vecchio”, (che compare poco distante a destra) e che collega le due sponde dell’Arno; il ponte viene considerato come il simbolo indiscusso della città nel mondo; da molti considerato come uno dei luoghi più romantici al mondo ove le coppie amano scrutare tra le vetrine di gioielli ed affacciarsi sul fiume potendo ammirare gli scorci paesaggistici che da esso si vedono. Il Ponte Vecchio, d’origini romane ma ultimato nel Medioevo, poggia su un basamento di tre campate di archi sul cui dorso scorre una sorta di naturale prosecuzione della strada; ai due lati del ponte sorgono decine di botteghe artigiane per la gran parte gioiellerie e oggetti d’artigianato.

Con l’immagine del tramonto visto dal Ponte Vecchio si chiude questa straordinaria “lettura” di una città davvero unica. Un giorno non basta per poterla visitare tutta ed ammirare le altre sue spettacolari bellezze che, purtroppo, abbiamo dovuto “saltare”, ma la voglia e il desiderio di ritornarci spinge la nostra fantasia a lasciare ancora aperte le pagine di quel libro di Storia dell’Arte Italiana che fin da ragazzi, ci ha completamente fatto innamorare della bellezza e dell’arte (di ©Andrea Perciato)

alla ricerca dell’oro giallo, lungo i “SENTIERI dell’ULIVO” (Caiazzo, CE)

Il nostro itinerario ripercorre un po’ la storia del fiume Volturno, alle spalle di Caserta, introducendoci in un’atmosfera del tutto particolare. L’olio, che è il protagonista assoluto (e non solo!) dei territori attraversati dal nostro cammino, è una delle più importanti piante per l’uomo di tutti i tempi.

Da ricerche storiche effettuate, si evidenzia che la varietà olivicola di Caiazzo, ossia la “CAIATHANA”, sia stata importata direttamente dalle regioni agricole dell’antico Egitto. Coltivato dalle epoche più remote nell’intero bacino mediterraneo, ha costituito nel passato una sicura fonte di ricchezza e di sostentamento per intere popolazioni. Tra le numerose varietà olivicole, una delle più conosciute è la “CAIATINA” (da Caiazzo) ove ancora oggi, questa viene coltivata nella sua zona d’origine. Il suo “aroma” risulta essere ottimo e gustoso e va a “sposarsi” per bene con ogni sorta di pasto o condimento; il suo “profumo” denso e aromatico, risulta essere unico e inconfondibile. Aiutano a conservare queste caratteristiche di alta qualità, il sistema detto di “molitura a freddo” e, quello più tradizionale, detto “molitura a pietra”, che risulta essere, in ogni caso, il migliore in assoluto. Oggi si va invece diffondendo, tra i produttori locali, una qualità ottenuta tramite raffinazione per “decantazione naturale” o, come viene più comunemente detto, per “affioramento”; sistema tradizionale questo, conosciuto fin dall’epoca romana.

Questa operazione appena descritta, comporta l’esclusione dell’ultima fase meccanica di raffinazione detta “centrifugazione”; e così facendo, si riescono a mantenere inalterati, e per molto tempo, tutti gli aromi e gli odori dell’olio. Alcuni esemplari d’ulivo ultrasecolari presentano, alla base di essi, un tronco pietrificato, divenendo così, in un certo senso, dei veri e propri “monumenti” della natura. La raccolta dell’oliva caiatina avviene tra ottobre e dicembre quando il frutto, di ottima qualità, risulta essere ancora molto polposo. Esso è soprattutto buono anche a tavola, matura presto e si riesce a raccoglierlo prima che arrivino i freddi invernali. Le olive vengono strappate dai rami totalmente a mano per mezzo della “brucatura” (dei lunghi bastoni con la punta uncinata) e le fronde più copiose si raggiungono con delle alte e sottili scale che a volte superano i 10 metri. L’oliva viene fatta cadere e raccolta su dei teli di paracadute (o reti), e poi il frutto viene separato dalle foglie tramite una meticolosa operazione che avviene, o subito sotto le piante, oppure a casa, accanto ad un camino acceso.

Il frutto, al 90% è privo di pesticidi, e questo perchè la civiltà contadina caiatina ha sempre rifiutato somministrare alle piante della zona, qualsiasi additivo chimico, preservando così, integralmente, la natura biologica del prodotto. Tutte queste operazioni portano ad una riscoperta dell’antico legame esistente tra uomo e natura; un legame che fa ritornare l’uomo verso quei valori più autentici dimenticati ormai da tempo.

Si cammina attraverso un ameno paesaggio che va ad aprirsi tra olivi, frutteti, boschi cedui ove regnano il rovere e il leccio, fino a giungere sulla strada comunale (la “nazionale” sannitica n. 87) ove appare, disteso su di uno sperone culminante con la rupe dominata dal Castello, il borgo di CAIAZZO (200 m). Abitata in epoca preistorica fu fondata dagli Osci (resti di mura megalitiche) col nome di KAHATA, detta poi KAIATIA e, successivamente, CAIATIA. Occupata dagli Etruschi (847 a.C.) e poi espugnata dai Sanniti (V secolo a.C.), fu definitivamente fedele a Roma divenendo Municipio. Più volte distrutta dai Saraceni (843 d.C.), nell’XI secolo fu occupata dai Longobardi che vi eressero il Castello. I Normanni donarono alla città le “insegne” adottate durante la Prima Crociata che divennero, poi, i simboli dell’attuale stemma comunale: una croce rossa in campo azzurro con quattro gigli d’oro, sormontati da mani congiunte, col motto “TA-PRO” (Coronata Pro Fide) e sopra, una corona reale.

L’arteria principale che attraversa il paese, è caratterizzata dalle pittoresche facciate di varie case ornate in stile rococò (‘600/’700) che vanno a creare una policroma cortina ricca di fregi, stucchi e ornati allineandosi lungo il decumano major ma, volendosi perdere in quel dedalo di viuzze, rampe, archi, cortili e giardini, la memoria storica porta subito il ricordo alle remote origini di questo sito. Tracce romane e medioevali, classiche e rinascimentali, si accavallano e si contrappongono in fregi, murature e stili architettonici. Magnifici esempi di portali in stile durazzesco-catalano sono costruiti con archi in pietra a sesto ribassato e ornati da stemmi agli angoli. Il Municipio ha la sua sede in un Convento Francescano (del XIV secolo) col pittoresco chiostro dominato dal Campanile. Bellissima è la platea prospettica offerta dal Vescovado (del 1564) che sorge nel luogo di un’antica cisterna (“impluvium”) romana, per la raccolta delle acque meteoriche, sita a 5 metri di profondità.

A due chilometri fuori dell’abitato di Caiazzo, verso oriente sorge, sui declivi di una collinetta, il paesino di SS. Giovanni e Paolo (270 m). A poche decine di metri prima dell’ingresso al villaggio, lungo la dissestata strada comunale, sulla destra, vi è la sorgente del “Formale” da cui, in epoca romana, veniva incanalata l’acqua tramite una condotta creata da tubi in terracotta, e che andava ad alimentare la cisterna posta proprio sotto la Piazza del Vescovado, al centro di Caiazzo. Di questa fonte, oggi si possono ancora ammirare gli antichi archi (in cotto) di sostegno della vasca e, per mezzo di una zattera, potervi anche accedere. Il circondario è ricco di secolari uliveti, e il cammino giunge nei pressi della Masseria Sangiovanni (224 m), unico frantoio in zona nel raggio di 20 km. All’olio prodotto in queste zone viene dato l’attributo di “vergine” e questo significa che l’essenza deriva solo dalla spremitura della polpa del frutto: l’oliva. Qui intorno i terreni delle colline presentano caratteristiche calcareo-argillose, le cui falde sono scarsamente alimentate; tutto ciò, non permette l’uso di particolari macchine agricole.

Ed ecco allora perchè questa pianta sopporta benissimo i terreni rocciosi e compatti che si presentano “poveri” e, quindi, privi di fertilità. L’ultimo tratto di questo fantastico viaggio nel regno dell’ulivo ci porta verso la piana fluviale in cui si aprono le sinuose anse del Volturno, lungo un percorso che si snoda attraverso aie, case coloniche e masserie, e dove ogni tanto spuntano dalla vegetazione, tratti di antiche vie e resti in pietra di sicura origine romana; nelle vicinanze scorre la Via Latina ove transitò Annibale quando, col suo poderoso esercito, diresse su Roma. Dalla Masseria Sangiovanni (in contrada Montemilo) ci muoviamo lungo la pista che scende verso il Vallone Grande. Superati il Rio (156 m), si devia a destra e si prende la pista che si mantiene in quota (160 m). Terreni sconnessi si presentano un po’ ovunque e tutto ciò caratterizza, in gran parte, l’intero territorio dell’ “Ager Caiatino”. Puntando verso levante si attraversano le case di contrada Calanice (273 m) e si guadagnano le verdi pendici del monte Alifano (280 m) ove, dopo aver facilmente raggiunto la sua sommità, si possono notare intorno i resti di mura con pietre poligonali che testimoniano l’esistenza di un “oppidum” (roccaforte) risalente al periodo della dominazione sannita.

Dai circostanti villaggi si attraversava quest’altura per poi scendere ai campi e alle pianure bagnate dal Volturno. In tutta la zona, la vita e la viabilità, dovevano già essere presenti in antichissima età. A giudicare dalle scoperte archeologiche effettuate nel sito, queste testimoniano che il posto era attivo almeno fino al medioevo. L’intera zona, al di là della rilevanza storica, risulta essere tra le più suggestive del territorio caiatino. La dolcezza del paesaggio viene scandita dai diversi insediamenti abitativi: case singole (con murature in pietra) sparse sui crinali; masserie isolate; aie e cortili attraversati dalle piste e dai tratturi; capanni e stalle; covoni e ovili; tutti elementi, questi, che preannunciano i silenzi, i profumi e la solitudine dei casali situati nella media valle del Volturno, posti alle pendici meridionali del Matese. Ancora oggi, nelle campagne circostanti, si lavora (anche di Domenica) con metodi tradizionali: l’erba tagliata e il foraggio vengono ancora trasportati sulle “traule”, singolari slitte trainate da bovi e cavalli che, simili a quelle delle pianure russe, scivolano lungo i pendii erbosi.

Dalle alture dell’Alifano ora, si punta giù verso la piana del Volturno (verso SE), ove si sbuca su una carrozzabile che costeggia, per un lungo tratto, la destra orografica della valle fluviale. Qui termina il nostro cammino a piedi e, per raggiungere nuovamente i grossi centri abitati basta servirsi delle autolinee pubbliche, che di qui transitano, e che in mezz’ora conducono ai centri abitati delle città sannita (a settentrione) e carolina (a mezzogiorno). (di ©Andrea Perciato)