John O’Goates Cape (SCOTLAND). In cima all’UK, sulle scogliere di Duncansby Head

Lungo un orizzonte verde smeraldo che si protende verso il Mare del Nord, si giunge fino alle basse e grigie case della città di Thurso, la più settentrionale della Gran Bretagna; abitazioni che compaiono improvvisamente dal nulla in mezzo ad un paesaggio solitario, spazzato solo da venti gelidi provenienti da nord. Un breve tratto ancora e si raggiunge il vicino Capo di Duncansby Head e le spettacolari scogliere di John o’Groats, piccolo villaggio posto all’estremo NE della Gran Bretagna nonché punto d’imbarco per le vicine (appena 13 miglia) isole Orcadi.

Per raggiungere il Faro di Duncansby Head è possibile prendere il sentiero che dal villaggio di John O’Groat conduce fino a qui. Il percorso parte dal piccolo paese percorrendo una lunghezza totale di 8 km per circa tre ore di cammino. Il luogo è considerato erroneamente il punto più a settentrione del Regno Unito, ed è la principale base del turismo verso le isole Orcadi. Dal suo faro si gode di una vista spettacolare sulle isole, tanto vicine che se ne vedono le ripide coste e sull’estensione illimitata d’erba dove gli unici abitanti sono le centinaia di pecore che pascolano tranquille e pacifiche in questo paradiso nordico; da qui – durante i gelidi inverni ove il tratto di mare che separa la costa dalle isole si ghiaccia – è possibile coprire la distanza che divide le due coste, con una slitta trainata dai cani.

Dal Faro, scendiamo lungo un dolce pendio coperto dalla torbiera e da prati verdi sferzati dal vento attraverso un paesaggio bucolico e seguiamo un sentiero che costeggia la scogliera, scorrendo lungo i saliscendi e le profonde e strette spaccature che s’aprono da essa sul mare. Poco alla volta mentre si superano cigli esposti, profili erbosi, pecore “marchiate” di colori che brucano l’erba – in precario equilibrio – sull’orlo di incredibili precipizi, avvicinandoci poco alla volta, si iniziano a scrutare da lontano, gli enormi faraglioni di Duncansby Stacksche, qui meglio conosciuti come “stacks”, enormi guglie rocciose che diventano sempre più spettacolari emergendo dal mare in tempesta come dei giganteschi coni di roccia scura, umida, ricoperta in buona parte dal muschio; un paesaggio che genera terrificanti sensazioni di mondi lontani (di pianeti lontani), fuori dal tempo e non di natura terrestre; qui sembra davvero di aver raggiunto il confine estremo del mondo!

I due stacks sono composti in roccia arenaria rossa, di sicura origine vulcanica e la loro geometria, la loro imponenza e la loro maestosità lasciano sicuramente estasiati di fronte a così tanta crudele e selvaggia bellezza. Durante l’escursione sull’orlo della scogliera, gli uccelli marini che nidificano negli anfratti delle impervie scogliere ci tengono compagnia svolazzando sopra le nostre teste e gracchiano osservando, incuriositi, i colori sgargianti delle nostre giacche a vento. Sulla scogliera il vento soffia con forza; le nuvole basse compaiono per dissolversi qualche istante dopo.

Come sempre il Regno Unito non stanca mai di meravigliare, come spesso accade in questo estremo angolo di terra caledone, anche questa volta la natura continua letteralmente a stupirci regalando, a chi transita lungo queste impetuose scogliere, vedute panoramiche caratterizzate da una inaudita bellezza con le immagini di orizzonti in cui si riflette una natura primordiale che si rifà alle origini del pianeta Terra e che difficilmente si riesce a vedere altrove; emozioni che difficilmente si dimenticano! (di ©Andrea Perciato)

Perchè ASSISI…? Perchè San FRANCESCO…? Da Assisi a Santa Maria degli Angeli e Porziuncola

Giungere ad Assisi, come per altri “luoghi” o particolari “posti” nel mondo (Santiago, Lourdes, Fatima, Gerusalemme, San Pietro…), ove raccoglimento e pensieri incrociano le stesse vibranti sensazioni, che tu sia ateo, buddista, cattolico, ebreo, islamico, ortodosso non conta… qui, ad Assisi, sei parte integrante di un progetto divino chiamato “Creato”.

I panorami della valle Umbra offrono orizzonti davvero incredibili; una sky-line che – soprattutto durante i tramonti – restituiscono profili e volti molto familiari a chi percorre queste contrade a piedi. Camminare dal tramonto all’alba, uscendo a notte fonda anche solo per andare a catturare – col “magico” occhio della fotocamera – gli angoli più suggestivi, poco conosciuti e inconsueti di questa città universalmente conosciuta come “ombelico della Pace”. Fin dalla notte inoltrata e così – tirando – fino all’alba, girovagando per i basoli e i lastricati della cittadina umbra, si fanno sempre più vicini gli echi dei rintocchi e il “canto” delle imponenti campane che ci avvertono che siamo nel “cuore” di quella ASSISI da sempre riconosciuta come capitale mondiale della “pace” e dell’amore. Nella città in cui Francesco ebbe i natali, al tramonto e con l’accendersi delle prime luci che restituiscono atmosfere lontane, le ombre si alternano lungo un percorso che si snoda attraverso le vie medievali, prima su Via Borgo Aretino per raggiungere la Basilica di Santa Chiara, luogo deputato a raccogliere le spoglie di quella “sorella” minore tanto amata dal Poverello e che insieme sposarono le “lodi del Creato”.

Si continua quindi su Corso Mazzini, poi in Piazza del Comune con la fontana e il Tempio della Minerva. Si prosegue infine su Via Portica, Via Fortini, via del Seminario e, quindi, su via San Francesco, per raggiungere la meta tanto ambita di questo peregrinare: la Tomba di San Francesco presso la Basilica Inferiore di San Francesco. Ma in fondo qual è il “vero” miracolo che San Francesco offre di vivere a chi si reca (anche se non credente e non prega) in pellegrinaggio sulla sua tomba? Quello di creare e contribuire a far nascere tante belle “famiglie di viandanti” che riescono a costituirsi lungo le piste, le strade e i sentieri percorrendo questo cammino in amicizia e fratellanza che conclude la sua apoteosi sulla spianata della Basilica. Nessuno può riuscire ad immaginare quale fascino offre questa cittadina umbra avvolta dalle ombre di “sorella” notte; tanti sono i luoghi legati alla vita terrena di San Francesco, alcuni sono veri e propri capolavori della storia dell’arte, altri – più umili – sembrano preservare la memoria del Poverello e testimoniarla ai posteri, comunque tutti da vedere, da vivere, da scoprire…

L’ultimo atto di un cammino che davvero lascia per sempre il suo segno è quello di compiere (e concludere) i chilometri finali che dividono la basilica di Francesco ad Assisi con la Basilica di Santa Maria degli Angeli, eretta per accogliere al suo interno la singolare cappella della Porziuncola. La monumentale Basilica di Santa Maria degli Angeli (ai piedi di Assisi, dista 4 km dal Santuario francescano) racchiude, protegge e custodisce la suggestiva cappella della Porziuncola, primo nucleo di convento francescano. L’enorme basilica, molto bella e con pregevoli affreschi, ha la particolarità di contenere al suo interno la chiesina della Porziuncola, affrescata dal Perugino. La chiesa venne costruita fra il 1565 ed il 1685, l’interno è volutamente semplice per far risaltare il suo tesoro più prezioso, la piccola chiesa della Porziuncola. Nel complesso si possono vedere la Cappella, dove il Santo compose il Cantico dei Cantici e dove morì il 3 ottobre 1226, ed il roseto luogo del famoso “miracolo” (ancora oggi il roseto fiorisce senza spine!).

La Porziuncola, una piccola chiesetta contenuta all’interno della Basilica, tra le cui mura San Francesco comprese la sua vocazione, accolse Santa Chiara insieme ai primi frati e ricevette il “Perdono di Assisi”. Legato a questa chiesa è appunto quest’ultimo (detto anche “Indulgenza della Porziuncola“), che inizia la mattina del primo giorno d’agosto e si conclude alla sera del giorno 2 agosto, giorni nei quali l’indulgenza, qui concessa tutti i giorni dell’anno, si estende alle chiese parrocchiali e francescane di tutto il mondo. E’ un particolare luogo sacro, ricco di intimità spirituale, bello, rasserenante e intenso; qui l’anima ritrova un benessere che deriva dalla fede, ed è qui che la stessa si rinnova viva e coinvolgente. Non si può restare indifferenti e non entrare al suo interno. È un luogo unico, che genera sensazioni di pace. Qui si avverte subito che c’è qualcosa di diverso, di fantastico, di unico, di intenso. Trovarsi al cospetto di questa cappella della Porziuncola, dall’aspetto semplice, quasi spoglia di elementi che la identificano come tale, è una emozione infinita; una piccola cappella dentro a una chiesa maestosa.

Bellissima nella sua unicità. Al suo interno si percepisce con quanto amore San Francesco abbia risposto alla chiamata del suo innamoramento per offrire la sua anima al servizio di Dio. Da queste mura, apparentemente spoglie, Francesco è riuscito a testimoniare di quanti frutti abbia riempito il suo amore per l’umanità intera. La Porziuncola è un luogo di culto di significativa densità spirituale; come una porta terrena che apre una via verso il Cielo e che ha determinato il percorso compiuto di San Francesco e Santa Chiara, praticamente un profondo tuffo nel cuore dell’umanità. Se uno vuole un momento di raccoglimento e ritrovare se stesso, questo sacro luogo è l’ideale. La Porziuncola si trova all’interno della Basilica e, quando varchi la soglia, ti assale una grande emozione e non puoi fare a meno di inginocchiati e chiedere perdono al Signore.

La Porziuncola all’interno della Basilica è qualcosa di molto suggestivo; un luogo che genera una grande energia e che offre un’emozione fortissima, laddove tutto è iniziato. Qui davvero si respira un’aria mistica intorno alla figura di Francesco. Qui nel 1211 Chiara ricevette da Francesco il saio e sul pavimento della Cappella del Transito il 3 ottobre del 1226 “sorella morte” accolse a sé le spoglie del “Poverello” mentre i cieli tutti spalancarono le porte per accogliere il suo “spirito” a gloria perenne; qui l’estasi diviene l’emozione di un “dono” ed esalta l’ascesa al cielo dell’animo di Francesco! PAX ET BONUM a tutti Voi e al mondo intero! (di ©Andrea Perciato)

BUCCINO (valle del Tanagro, SA): tra la città del Sopra e quella del Sotto… “parlano solo le pietre”!

Vista da lontano BUCCINO sembra essere un grappolo di pietre che estende i suoi tralci a ridosso del crinale. Conosciuta in antichità come Ager Volceianus, il centro fungeva da cerniera tra le più importanti arterie del tempo: dal Valico di Compsa (sullo spatiacque appenninico) al Campus Athinate (nel Vallo di Diano); dalla piana di Paestum a Potentia. Una bretella attraversava il borgo, da Porta Consina, verso ponente, costeggiava il lato meridionale dell’ex bacino lacustre di Palo (Palomonte) ponendo l’abitato come una città di frontiera in rapporto ai territori della vicina Lucania e che univa i centri dell’alta Valle del Sele con quelli della Valle del Tanagro.

Buccino affascina per i suoi tesori fatti di strade lastricate, porte, edifici monumentali, stretti vicoli acciottolati, eleganti portali in pietra; un borgo medioevale in luogo del preesistente tessuto urbano di matrice lucana e romana. La città sotterranea nascosta nelle viscere della terra, è – sicuramente – questa la “duplice anima” di Buccino; un intricato labirinto fatto di templi, pavimenti mosaicati, cinte murarie, necropoli, botteghe, edifici termali, taverne e quant’altro. Il borgo volceiano, è uno scrigno di straordinarie bellezze storico, artistiche e architettoniche che caratterizzano l’intero impianto urbanistico del centro antico.

Superati il Convento degli Eremitani di S. Agostino (del 1467) e la chiesa di S. Antonio, s’imbocca Via Roma fino a portarsi al Palazzo Ducale. Qui, lungo Via Portella si aggira la chiesa di S. Maria Solidictae e, superando Piazza IV Novembre, si raggiunge la singolare Porta Consina. Imboccati Via Roma si passa accanto al Palazzo Forcella e poi nella zona delle antiche Tabernae romane fino alla Piazza Amendola (antica area del Foro) dalla caratteristica pavimentazione selciata con un intreccio di basoli squadrati. Da qui, verso la Chiesa Madre, si attraversa ciò che resta di un’antica strada romana nelle cui vicinanze, al lato opposto della chiesa, vi è il bellissimo pavimento mosaicato (IV sec. a.C.-VII sec. d.C.).

Su Via Roma si scende verso levante superando l’Antiquarium (che accoglie reperti archeologici ritrovati in zona) sulla destra, e il Palazzo Del Plato sulla sinistra, fino a giungere alla chiesa di S. Nicola dal particolare Campanile su tre ordini eretto con il riutilizzo di materiale lapideo proveniente dalle mura, dai templi e dalle colonne. Presso Porta S. Mauro si volge a settentrione superando il Palazzo Torella fino a risalire e portarsi in prossimità del Castello Imperiali (IV sec. a.C.), da cui si possono ammirare splendidi panorami su tutto il circondario. Dal Castrum si giunge a Via Egito transitando accanto ai resti delle mura lucane e, per il caratteristico complesso rupestre, si raggiunge Via Roma fino a concludere questo giro nuovamente nei pressi del Palazzo Ducale.

Un girovagare tra vicoli in ombra e pietre che “profumano” d’antico che si rincorre e si sovrappone tra pieni e vuoti, tra sprazzi di luce e labili penombre, tra cortili nascosti e singolari scorci paesaggistici. Tutto ciò contribuisce alla conoscenza di questa splendida cittadina che, tra fascino e mistero, è giunta intatta fino ad oggi come un autentico parco archeologico urbano, un’immensità di episodi storici qui concentrati tra i più interessanti del mondo antico. (di Andrea Perciato)

LITUANIA: “KRYŽIŲ KALNAS”, la Collina delle Croci… tra fascino, mistero, dolore e fede!

Avete mai provato ad immaginare oltre 400.000 croci tutte raccolte ed erette in un solo luogo? A mia memoria, neanche il Vaticano ne contiene così tante! Ai confini con la Lettonia si erge la Kryžių Kalnas, universalmente conosciuta come la “Collina delle Croci“, mistico luogo di pellegrinaggio all’aperto unico al mondo.

La Lituania, detta anche il “paese” delle croci, evidenzia la fede cristiana della popolazione pur avendo le proprie radici nelle tradizioni pagane. Fin da tempi immemori, le croci venivano intagliate nel legno di quercia (albero sacro ai pagani) o di abete, ed erano collocate ai margini delle strade, accanto alle fattorie, presso incroci o in prossimità di ponti. Oltre ad essere dedicate a defunti, la popolazione le erigeva anche per chiedere intercessioni, a protezione dei raccolti o dei familiari, o semplicemente per rendere gratitudine; la decorazione scultorea delle croci dipendeva appunto dal soggetto cui erano dedicate; tutte le croci che s’incontrano ai margini della strada, sembrano tante sentinelle ossequiose.

Narra la storia, che spesso sfocia nella leggenda, che qui – in questo luogo – la prima croce fu piantata nel Medioevo, in seguito alla distruzione per opera di Cavalieri Teutonici, di un avamposto difensivo lituano che si ergeva dalla collina. Quelle più vecchie risalgono al 1830 poste qui in memoria degli insorti uccisi durante la fallita rivolta contro le forze zariste. Un secondo gruppo di croci viene datato nel 1863 sempre in seguito al fallimento di una seconda insurrezione. In origine le croci venivano piantate solo sulla parte più elevata della collina, ma negli anni ’50 del XX secolo i Lituani di ritorno dai gulag siberiani, cominciarono ad erigere croci tutt’intorno per ricordare i propri cari che non hanno fatto più ritorno dall’esilio.

Questo simbolo cristiano, sotto l’egemonia del potere sovietico, assumeva anche valenza di rivendicazione dell’autonomia del paese. Nel 1961 i sovietici mandarono in zona decine di bulldozer per spianare la collina e dare fuoco a tutte le croci (quelle in legno furono bruciate, quelle in metallo si fusero), lasciando a pattugliare sul posto un presidio di soldati e polizia segreta. Ma le croci, comunque, riuscivano a comparire anche se per altre tre volte le autorità sovietiche intervennero drasticamente per demolirle. Quando ebbe termine il regime sovietico, le croci si moltiplicarono a vista d’occhio, tale da far sembrare quella collina una altura ricoperta da una foresta di sacralità, talmente sono così fitte le croci erette, tant’è che in molti cominciano anche ad occupare lo spazio adiacente le pendici della collinetta.

Giunti presso il villaggio di SILUVA, decido di continuare a piedi e da solo. Accompagnati da un sole che gioca a nascondino, la scenografia di ampi orizzonti, caratterizzati dalle fioriture della conza e dal grano, dalle macchie di abeti (rossi e bianchi) che s’intervallano alle betulle e da isolate querce che sembrano controllare tutto, fa da scenografia al camminare. Non ci sono sentieri, piste tracciate e percorsi segnalati, ci si orienta con carte e bussola ma, soprattutto con la direzione del sole; ogni tanto qualche gigantesco carro agricolo si ferma e vuole offrirci un passaggio ringrazio, ma l’attenzione è tutta volta a scoprire la bellezza e i significati di queste croci. Il fascino delle cicogne poi, si mostra in tutta la sua straordinaria bellezza e te le trovi ora appollaiate proprio sulle croci, ora volteggiare in eleganti piroette per poi vederle piombare al suolo alla ricerca di cibo (vermi, insetti e piccoli roditori).

Continuando per ampi orizzonti in cui non si determina, a vista d’occhio, la fine, il cammino ci porta fino ad un filare di gigantesche betulle che, ai margini di una stradina, indicano che la nostra meta è stata raggiunta. Da lontano, si scorge un brulicare di persone su una modesta altura e man mano che accorcio la distanza, riesco a vedere un gigantesco ammasso di croci che si erge su una specie di terrapieno. Uscendo da Siluva camminando per un filare di copiose betulle, compare – già ben visibile da lontano – un ammasso di croci che si erge su un terrapieno. Difficile poter raccontare, per chi non c’è mai stato, l’impressionante spettacolo, l’emozione e la sensazione che si prova avendo di fronte un qualcosa come 400.000 croci di tutte le fattezze e in qualsiasi forma. Riesce difficile non lasciarsi coinvolgere dalla commozione che coinvolge un pò tutti i visitatori di questo luogo; l’incredibile sta nell’essere testimoni diretti di un qualcosa di veramente impensabile; mai viste tante croci tutte insieme piantate in un solo luogo!

Qui le croci si presentano in varie forme, nelle più svariate misure e realizzate in tutti i tipi di materiali conosciuti ma su tutto prevale il legno le cui sculture sembrano monumentali rappresentazioni. Al centro della spianata ai piedi della collina, si erge la grande croce donata dal Papa Giovanni Paolo II che ricorda la sua venuta in pellegrinaggio nel 1993 benedicendo il sacro luogo ed erigendolo a culto e pellegrinaggio mondiale. Molte di queste croci ricordano propri cari defunti, altre sono – semplicemente – professioni di fede o ex voto; ben visibili sono anche le tradizionali sculture lignee di matrice lituana: i “koplytstulpis” ricoperte da piccole tettoie e dalle infinite raffigurazioni “rupintojelis” del Cristo Addolorato o “pensante“.

Barcamenandomi in questo intricato, ma bellissimo, labirinto di croci, superando lievi dislivelli su passerelle in legno, con passamani e gradini appositamente così sistemati da poter permettere a tutti di poter vivere le spettacolari sensazioni di attraversare questo “deserto di croci”, anche io non ho saputo resistere alla tentazione di piantare (e lasciare) qui, in questo luogo sacro all’aperto, un “pezzo” di me, della mia vita a memoria perenne di questo mio passaggio in terra lituana; qui, sicuramente… l’anima del mio caro papà, si sentirà meno sola! (di ©Andrea Perciato)

Montesantangelo (FG, Gargano) “Itinera Lonbobardorum” alla sacra grotta di San Michele

Onore al “Principe” delle armate celesti… “Santo Protettore” della Polizia di Stato ed auguri ai Michele, Gabriele, Arcangelo e Raffaele

Una veglia d’armi alla “Porta verso il Cielo”Pregare in solitudine al cospetto della Casa di DioQui, i Cavalieri si accostavano ai Sacramenti.Qui, ogni peccato veniva loro perdonato…!

La Montagna Sacra più venerata in tutto l’Occidente Cristiano da oltre 1500 anni, quella dell’Arcangelo che qui, a Monte Sant’Angelo, apparve nel 490, stabilendo la sua dimora e trasformando il Gargano in uno dei luoghi di culto e di pellegrinaggio più frequentati del Medioevo. Papi, Imperatori e Cavalieri hanno percorso chilometri per recare omaggio all’Arcangelo, incamminandosi lungo quell’antichissimo tratto conosciuto oggi come la Via Sacra Longobardorum. Bianche case le cui pareti narrano di storie lontane, di traffici commerciali e miscellanee culturali, in un ideale ponte sospeso dall’Africa all’Asia; mute pietre che hanno visto l’avvicendarsi di incursioni e saccheggi da parte di saraceni, normanni, francesi e iberici.

Avvicinandosi o dalle pianure del Tavoliere, o sbucando dalla Foresta Umbra, ecco comparire, dall’alto della sua dorsale calcarea, il bianco abitato di Monte Sant’Angelo, ultima meta di una traversata garganica. Comincia una lieve discesa che in breve porta a ridosso di alcune case adagiate proprio lungo la nazionale n. 528 ma, anziché guadagnare subito l’asfalto, prima di queste case, parte sulla destra una comoda pista che aggira dall’alto (e poi porta ad attraversare) il lungo Pianoro della Castagna evitando così l’asfalto. Il sentiero segue tutto lo sviluppo di questo pianoro lungo la sua destra orografica e termina sulla Statale, nei pressi di una croce. Seguendo ora la strada ancora per un chilometro e mezzo, si giunge all’incrocio con la Statale n. 272 che, proveniente da S. Giovanni Rotondo (dimora di Padre Pio), si apre proprio al centro della desertica Valle di Carbonara.

Un ultimo sforzo e si continua a camminare in direzione di Monte Sant’Angelo salendo lungo quel breve tratto finale di strada che ripercorre fedelmente la “Via Sacra Longobardorum”, l’antico cammino di pellegrinaggio che da San Severo, risalendo la Valle di Stignano, portava al Santuario e alla Grotta dedicata all’Arcangelo Michele, massimo luogo di culto dei cavalieri Crociati al tempo del ducato longobardo di Benevento. Raggiunti finalmente MONTE Sant’ANGELO si passa accanto alle possenti mura del Castello medioevale per poi scendere lungo una serie di gradinate in pietra che portano a sfiorare l’ex Convento dei Cappuccini fino a raggiungere la piazza centrale tutta alberata e panoramica. Immediatamente sotto la piazza riprendiamo il cammino che porta ad attraversare alcuni tra gli angoli più caratteristici del paese con le sue basse case tutte tinte in bianco, sistemate a schiera, che creano un fantastico labirinto in cui vanno ad intrecciarsi stretti vicoli ed archi rampanti.

L’interesse di tutto il paese ruota intorno al Santuario di S. Michele Arcangelo edificato sulla Grotta dell’Apparizione con la possente Torre campanaria ottagonale. Tra i devoti più celebri che sono giunti fin quassù in pellegrinaggio alla Grotta, si ricordano l’abate di Cluny Odone; il monaco francese Bernardo di Chiaravalle; sovrani e imperatori come Ottone III, Enrico II, Federico II di Svevia e Carlo d’Angiò; santi e beati come Guglielmo (da Montevergine), Francesco d’Assisi, Alfonso dei Liguori e Anselmo; e infine, numerosi pontefici tra cui Leone IX, Celestino V e Giovanni Paolo II. Come per i più importanti pellegrinaggi di tutti i tempi, anche quello al Gargano ha il proprio simbolo caratteristico; come la palma per Gerusalemme e la conchiglia per Santjago de Compostela, a Monte Sant’Angelo figurano i bastoni crociati con in cima i rametti di pino, detti “mazzareddi“.

Risalendo verso il centro del borgo si transita nei pressi del complesso monumentale di S. Pietro, ove è collocata la Tomba di Rotari (antico re Longobardo); più su, un ampio slargo offre un sicuro riparo dalla forte calura estiva; spazio, questo, in cui si affacciano diverse botteghe artigiane. Da qui parte una gradinata realizzata in pietra che va a sbucare ai piedi della Torre angioina (a sezione ottagonale); al lato sinistro della torre c’è un cancello che permette l’accesso nell’atrio in cui si apre la facciata della Basilica di S. Michele con un doppio portale gotico che poggia su un basamento scolpito a figure leonine nel cui frontone è posta una nicchia contenente la statua marmorea del Santo.

L’ingresso avviene attraverso il portale di destra e, come appena si varca l’uscio, si è subito proiettati in una incredibile ambientazione medioevale: una enorme scalinata (d’epoca angioina) scavata direttamente nella roccia scende precipitosamente verso il basso attraversando ambienti privi di luce, quasi bui, le cui pareti sono tutte affrescate con figure di Santi, mercanti e Cavalieri. Immagini, queste, che sono accompagnate da centinaia di frasi “incise” sulla viva pietra scritte in antichi linguaggi; remoti messaggi e citazioni (di saluti, di invocazioni, di preghiere) che ripercorrono un excursus storico emotivo/devozionale che si tramanda dall’alba del Cristianesimo all’epoca dei “lumi”, lettere e parole compiute affiancate spesso da incomprensibili incisioni raffiguranti le mani.

Più giù, compare sulla sinistra, un baldacchino trilobato con colonnine tortili contenente la statua in marmo di una Madonna i cui occhi neri sono di una straordinaria penetrazione espressiva. La lunga gradinata (86 scalini) termina in un atrio, nella parte interna del Santuario: a sinistra vi è l’ingresso al Museo e a destra si apre una piccola corte porticata sul cui ciglio scorre una loggetta; a destra e a sinistra, antichi sarcofagi contenenti le spoglie mortali di nobiluomini e prelati. Di fronte si para una gradinata formata da sei scalini semicircolari che immettono a un grande portale marmoreo di fattura romanica con due enormi ante bronzee (realizzate a Costantinopoli nel 1076).

E qui, prima di entrare nella grotta, ci viene (purtroppo!) imposto di non eseguire sia riprese fotografiche che video. Rispettiamo a malincuore questo divieto, ma più che altro per l’accortezza da noi mostrata nei riguardi di quei pellegrini e quei devoti giunti fin qui a pregare il Santo nella sua Sacra dimora; con la scaltrezza che caratterizza tutti coloro in cerca di conoscere, scoprire ed esplorare poi… si è riusciti benevolmente a “rubare” qualche scatto! Per il resto… qui di seguito lascio una breve descrizione su come appaiono gli ambienti interni alla grotta. Varcato l’ingresso, si para una enorme navata gotica divisa in tre campate e chiusa da una volta a crociera. A destra c’è l’altare di S. Francesco, giunto qui in pellegrinaggio nel 1216. Qualche passo ancora e sempre a destra si apre la “sacra” spelonca, una sinuosa caverna la cui volta rocciosa si presenta irregolare e a differenti livelli.

E così, osservando la Grotta da sinistra si riconoscono un primo altare (di S. Pietro); un secondo altare (del Crocifisso); un trono regale scolpito nel marmo; diverse statue e bassorilievi in pietra protette da teche trasparenti; un altare (con baldacchino) dedicato alla Madonna del Soccorso e, situato nel suo retro, una piccola insenatura nella roccia detta il Pozzetto nel cui interno, in una vaschetta, si raccoglie la “stilla”, il gocciolìo d’acqua che scende dalla roccia calcarea. Ecco, infine, il Sagrato che si presenta da sinistra con una Cattedra episcopale (dell’XI secolo) in marmo, finemente decorata e con lo schienale a cuspide; al centro, il Presbiterio con l’altare dell’Arcangelo e infine, al suo margine destro, una statua in pietra raffigurante il Santo martire Sebastiano.

Con la visita ai luoghi più interessanti della grotta di San Michele ha termine il mio  itinerario attraverso il Gargano in un’apoteosi di paesaggi incontaminati persi in un tempo senza fine, là dove natura e storia s’intrecciano in un misticismo che si rifà ad arcaiche tradizioni medioevali, in uno dei luoghi della cristianità mondiale ove, intimamente, sono riposti gli entusiasmi, le speranze, gli amori; strumenti, questi, che sono i cardini fondamentali di un cammino e di un’avventura vissuti profondamente attraverso questo sito garganico. Luogo in cui tutti cercano di leggere i “segni” qui lasciati da altri prima di noi, di comprendere le emozioni che ci portiamo dentro e che, probabilmente, tracciano quei particolari “sentieri” che conducono all’incontro più intimo e, forse, più vasto con il Creato. (di ©Andrea Perciato)

Val VENY (AO, la Valleè) al lago Miage, quando bellezza e colori si fondono con la maestosità!

Una tra le valli più belle della Val d’Aosta (la Velleè) che si estendono ai piedi del monte Bianco è, sicuramente, quella della Val Veny; una valle molto bella che restituisce un piacevole senso di pace per gli incredibili panorami che si possono ammirare ai piedi di questi giganti delle Alpi. La Val Veny è una delle due valli laterali di Courmayeur ed è quella con la natura più selvaggia ed aspra. Lo stesso corso d’acqua fluviale della Dora di Veny in alcuni tratti rispecchia le asperità del terreno (ghiaia e detriti) assumendo un regime torrentizio spesso anche a carattere precipitoso.

Muovendosi da Courmayer in meno di due ore di cammino sull’unica strada (inizialmente asfaltata), si attraversa questa valle caratterizzata da un paesaggio davvero molto bello laddove una natura – fortunatamente ancora – incontaminata restituisce emozioni e sensazioni dell’incredibile spettacolo dell’alta montagna tant’è, che in alcuni angoli, è possibile alzare lo sguardo e poter scorgere anche stambecchi e camosci che saltano lungo incredibili pendenze.

La val Veny è una vallata d’origine glaciale, così ricca di acque che vanno ad alimentare laghi e ruscelli e che mette in comunicazione l’Italia con la Francia. Essa orograficamente scorre ai piedi del settore occidentale del massiccio del monte Bianco svelandone il settore più aspro e, forse, più coreografico dovuto al susseguirsi di una fantastica sky-line che offre la visione di guglie, piramidi e pareti a picco, teatri di leggendarie ascese alpinistiche intervallate da maestosi ghiacciai.

Dopo circa 7 km di cammino, al termine naturale della vallata, presso il Pont Combal, s’apre una platea naturalistica degna dei migliori documentari della montagna e degli ambienti alpinistici; si giunge nei pressi di un bivio: a sinistra si prosegue in un’ampia vallata, in direzione del rifugio Elisabetta che, affacciandosi sul lago, si erge su un colle alla sinistra orografica della valle; mentre a destra, poco più oltre, si raggiunge – all’altezza di un lieve colle – la Cabane du Combal, sorta di piccolo rifugio a disposizione di tutti.

Dal bivio la pista a sinistra va aprendosi in un suggestivo scenario paesaggistico che non ha eguali e prosegue in direzione delle Pyramides Calcaires che chiudono – laggiù in fondo – la suggestiva distesa del lago del Combal (1957 m) con le sue acque multi-cromatiche dovute dallo scioglimento dei ghiacciai circostanti, dai riflessi del cielo che si rispecchia sulla superficie e dal limo che emerge dai suoi fondali. Quassù i colori della natura assumono una dimensione irreale, sono estremamente stupendi. Essi vanno dal verde ancora più intenso dei prati d’altura, al giallo e rosso degli alberi che già assumono un foliage quasi autunnale, fino al grigio delle doline moreniche e all’abbagliante bianco dei numerosi ghiacciai.

Dai pressi della “Cabane” la vista sembra quasi toccare (con la mano) l’immensa catena del monte Bianco. Da qui, seguendo le indicazioni con un’appropriata segnaletica, in 10/15 minuti circa il sentiero serpeggia tra gli ultimi esemplari di abeti, dalle radici ancora così ostinatamente attaccate alla roccia, e si comincia a salire lungo piccole, ma facili, tracce di sentieri fino a raggiungere gli specchi lacustri dei laghetti du Miage (2017 m) originati dallo scioglimento del ghiacciaio del Miage che scorre, a qualche decina di metri più in alto, sulle nostre teste.

Una singolare leggenda avvolge di fascino e mistero questo luogo. “Qui, in un tempo lontano, immemore da qualsiasi datazione, questi ambienti erano territori avvolti esclusivamente dalla meraviglia della natura; un luogo talmente così bello che le fate decisero di sceglierlo a propria dimora. Esaltando la bellezza di questi paesaggi, spesso le fate omaggiavano la natura eseguendo canti e balli. Nel tempo queste festose esternazioni cominciarono a risvegliare i demoni della montagna racchiusi nelle granitiche rocce del monte Bianco. Destati da così tanto festoso entusiasmo, queste armoniose esecuzioni di canti e balli cominciarono a piacere ai demoni; essi decisero dalle millenarie oscurità rocciose e di scendere giù per incontrare le fate chiedendo loro di ballare insieme su queste note. Ma le fate – impaurite – rifiutarono l’invito, un’azione che irritò molto i demoni tant’è che, ritirandosi nell’eterno livore al buio delle rocce, resero questo luogo e questi ambienti così spogli, aridi, privi di vita, ruvidi ed aspri…” Ecco allora perché oggi questi scenari si presentano così ardui e impegnativi da scoprire ed esplorare!   

Naturalmente la curiosità spinge oltre il nostro spirito esplorativo e si decide di superare gli ultimi (non difficili, ma…) particolari gradini e balze rocciose che consentono di guadagnare e raggiungere il profilo della destra orografica dell’immenso ghiacciaio del Miage, impressionante per il suo letto/fondo roccioso (determinato dalla morena) alimentato dai numerosi canali di deiezione detritici ed ultime lingue di ghiaccio che spiovono da entrambi i versanti del bacino morenico. Il Miage è più grande “ghiacciaio nero” delle Alpi Italiane; esso prende forma dal ghiacciaio di Bionnassay e, attraverso la sua lunga discesa, viene alimentato dal ghiacciaio del Dôme e dal ghiacciaio del Monte Bianco. La parte superiore del ghiacciaio è solcata da crepacci e serraccate mentre la parte inferiore è completamente ricoperta da detriti morenici. La cresta del Bianco si erge lassù, in alto, in direzione nord!

Qui, lungo le sponde del ghiacciaio del Miage, è possibile assistere al singolare fenomeno del distacco di piccoli iceberg dalla falesia di ghiaccio che entra in contatto con le acque. Nel 2009 in questo luogo, proprio lungo queste sponde, si sfiorò una tragedia. Praticamente una porzione – quasi una enorme parete – del ghiacciaio omonimo, improvvisamente sì staccò cadendo nelle acque del lago ove sostava una folla di turisti, alzando una gigantesca ondata alta più di due metri. Gli incauti visitatori del luogo, che – probabilmente – avevano scelto un punto d’osservazione troppo vicino e pericoloso, furono tutti travolti dall’onda e trascinati in acqua; incidente che – per fortuna – ebbe esito felice poiché si riportarono solo numerosi feriti subito dimessi. Raggiungere il bordo del ghiacciaio e poter vedere da vicino il fronte morenico del Miage è davvero una bella (e impegnativa) impresa escursionistica, ma il livello di prudenza da adottare non deve mai scendere la sua asticella al di sotto della soglia di attenzione! (di ©Andrea Perciato)

CANALE MONTERANO (Roma)… dagli Etruschi al Barocco un tuffo tra magia, mistero e storia

Compiere tanti km e qualche ora da Roma sono possibili scoprire e conoscere alcune tra le bellezze di quell’Italia “minore” spesso lontana dai circuiti più frequentati dal grande pubblico. A nord della capitale, tra i monti della Tolfa ed il lago di Bracciano si trovano le rovine dell’antica Monterano, uno dei più suggestivi luoghi della cosiddetta Maremma Laziale; una città perduta, un borgo fantasma che offre bellezze scenografiche d’altri tempi ove la curiosità e il senso di scoperta travalicano confini oltre l’immaginario…

Giunti a Canale Monterano (solo pochi anziani seduti davanti al locale bar) si lasciano le ultime case del paese e si procede in discesa in un paesaggio costellato da villette e piccole masserie fino a raggiungere e superare gli impianti sportivi. Raggiungere le rovine dell’antica Monterano è già di per sé un camminare con attenzione; seguendo un’appropriata cartellonistica (non sempre efficace!) si giunge all’ultima area di sosta prima di accedere nell’area. Qui un vecchio cancello in legno consente di entrare in questo luogo che sa di antico.

Si percorrono gli ultimi 800 metri e lo spettacolo di un posto fuori dal tempo compare in tutta la sua straordinaria bellezza per la presenza di un acquedotto d’epoca romana, che collega un versante della collina con le mura del borgo, e un fontanile con vasche posto sulla destra; alcune grotte dalle pareti con colori sgargianti (forse intrise dello zolfo che si mescola al calcare), testimoniano, già in epoche remote, la presenza etrusca in questa zona; nei pressi della fontana e delle vasche sono possibili scorgere numerose specie di anfibi e qualche serpente che stazionano in zona.

Si sale per un sentiero attraversando sotto gli archi dell’Acquedotto e si sfiorano le mura di contenimento del borgo fino a raggiungere il lato opposto del perimetro, proprio nei pressi della Porta Gradella, caratterizzata dalla presenza di una torre quadrata, che s’apre sulla sinistra. Si penetra in quel che resta del borgo attraverso la Via Gradella fino a sbucare nell’ampio spiazzo che s’apre alla base del Castello ove siamo – letteralmente – circondati dalla storia… e che storia!

Monterano poggia su un altopiano di tufo, sul quale la presenza umana è testimoniata fin dall’età preistorica grazie al rinvenimento di vari reperti dell’età della pietra. Più volte abbandonata nel corso dei secoli, visse nuovamente un momento di rilevanza storica in epoca alto-medioevale quando diventò capoluogo episcopale di una vasta diocesi che si estendeva dal lago di Bracciano ai monti della Tolfa. C’è una particolare essenza, quasi un’ispirazione, nell’aria che sembra avvolgere il borgo come fosse attraversato da uno scenario uscito direttamente da un film fantasy; sensazione che si avverte dal fantastico connubio tra il verde incontaminato della natura e le rovine del borgo; ciò che resta di una città fantasma che nei tempi antichi è stata popolata prima da genti etrusche e, successivamente, da popoli che vivevano del taglio della legna.

I ruderi di un Campanile, forse quello della Cattedrale, compaiono sulla destra, mentre invece a sinistra s’impenna – in tutta la sua maestosità – la facciata del Palazzo Baronale da cui spicca la fontana con la statua del Leone. Nella seconda metà del XVII sec. Monterano fu acquistata dai familiari di papa Clemente X Altieri, i quali, grazie a Gian Lorenzo Bernini, trasformarono l’abitato in una piccola capitale Barocca. La monumentale fontana, detta la “Capricciosissima“, fu realizzata dal Bernini sfruttando le fondamenta rocciose della struttura, collocando la statua del Leone sulla sommità della parete che raffigura l’atto di scuotere con una zampa la roccia per farne uscire l’acqua. Il Bernini, chiamato dalla famiglia che aveva oramai acquistato i feudi di Monterano, Oriolo e Veiano, ridisegnò la facciata del Palazzo Ducale, inserendo le due torri a pianta quadrata e rotonda collegate da una splendida loggia a sei arcate; ma il capolavoro si evidenzia – quando c’era la portata dell’acqua – per la Cascata del Leone.

L’architetto posò in opera un’idea tipica del suo pensiero di paesaggio, dove arte e natura si fondono, insieme, con armonia. Egli utilizzò le fondamenta rocciose del sito e costruì alla base della ripida parete una fontana splendidamente incastonata nello sfondo naturale. Sulla sommità della parete e sopra la fontana pose una statua raffigurante un leone nell’atto di scuotere con una zampa la roccia per farne uscire l’acqua: da qui lo zampillo scendeva nella vasca della fontana. Accanto vi sono i ruderi della Chiesa di San Rocco ed altri vari ambienti tutti facente parte del monumentale complesso del Castello/Palazzo Baronale.

Ma perché un borgo talmente così bello ed in favorevole posizione dominante ampie zone di territorio fu abbandonato…? L’abbandono di Monterano risale già dalla fine del ‘700, quando queste terre cominciarono ad essere devastate dalla malaria; furono luoghi di scontri, questi, tra i sostenitori del Papa e i giacobini francesi, protettori della Repubblica Romana. Tra le solitarie rovine del borgo molte sono le tracce di animali al pascolo, mentre le uniche forme viventi… qualche gatto; qui la fitta ed intricata vegetazione viene interrotta solo da ampie vallate dove pascolano – liberamente – greggi, bovini e cavalli. Qui vi sono sistemate, al fresco dell’ombra di grossi alberi, delle panchine ove poter riposare e ogni monumento è ampiamente spiegato con locandine pensili.

Ma le sorprese di Monterano non finiscono qui! Fuori dal borgo, c’è una spianata sul cui sfondo compare la monumentale facciata di una chiesa con una fontana in bella mostra davanti alla sua facciata. Di solito si scoprono borghi medioevali spesso sperduti, con poche case magari distribuite intorno alle rovine di un castello oppure di una chiesetta; ma una chiesa barocca (Convento di San Bonaventura) progettata sempre dal Bernini e la fontana “ottagonale” nella piazza antistante la facciata sembrano davvero così insolite, diverse da ciò che ci si aspetterebbe di trovare su una collina che si erge in mezzo ai boschi, rovine che sembrano davvero maestose e fuori dal tempo. In questa location furono girate alcune scene del “Marchese del Grillo” con Alberto Sordi. A completare la spettacolarità del luogo ci ha pensato anche la natura facendo crescere – nel corso degli ultimi 200 anni – un curioso albero di fico ormai secolare all’interno della chiesa abbandonata, ed un gelso altrettanto vecchio ed adagiato alla sinistra dell’edificio; di originale nella chiesa è rimasto solo il pavimento in cotto colorato.

Ritrovarsi ad osservare ogni angolo di questo posto, ogni suo orizzonte, ogni suo scorcio fin dove giunge lo sguardo le sensazioni si accavallano; da un lato il fascino di trovarsi vicino ad un luogo unico, ancestrale, misterioso e dall’altro viene da chiedersi come mai così tanta bellezza (non solo paesaggistica, naturalistica e ambientale) possa essere lasciata nell’incuria più totale e nel più assoluto abbandono…? Monterano e le sue rovine, valgono davvero la pena di essere visitate, ma non fugacemente; capire l’importanza e la bellezza di questo posto, credetemi… davvero non ha eguali! (di ©Andrea Perciato)

“CASTRUM OLIBANON” (Picentini, SA) tra i ruderi del Castello Longobardo di Olevano sul Tusciano)

C’è un singolare montagna, tra le valli fluviali del Picentino a occidente, e quella del Tusciano a oriente, una montagna dalla caratteristica orografia che si erge con due rupi simili alle gobbe di un cammello, al cui centro sono ben visibili i ruderi di un poderoso castello longobardo lassù eretto, ben nascosto e protetto, già fin dall’alto Medioevo: il Castrum Olibani.  

Sicuramente lungo le sponde di questo fiume (il Tusciano) doveva esistere uno stazionamento di colonizzatori etruschi spinti fino a queste latitudini, chiamati TUSCIANENSES, da cui l’attuale nome della zona che separava due aree distinte: la presenza di un centro abitato e di una guarnigione militare che vigilava lungo il fiume; “Amina” l’antica Pontecagnano di origini etrusche non era poi così lontana. La presenza antropica in queste zone, garantiva il controllo delle postazioni adibite a posti di rifornimento e di ristoro per le cavalcature e i loro cavalieri che di qui transitavano; lungo le rive del Tusciano esistevano vie che collegavano la zona Picentina costiera, superando lo spartiacque appenninico, con quella interna fino all’Apulia.  

Tracce ancora evidenti (il sentiero che stiamo percorrendo e che fin dall’antichità collegava Acerno ad Olevano e viceversa) indicano l’esistenza di una sistemazione viaria tra il Castello e il monte Raione lungo il corso del fiume. È sicuramente, questa, la traccia di una via oneraria i cui traffici (trasporto di carichi e mercanzie varie) avevano come punto di collegamento una direttrice che conduceva ad Acerno, in funzione di raccordo tra la Via APPIA (che transitava per le dorsali montuose interne dell’Appennino), e la Via POPILIA (Annia) che lambiva le pendici meridionali dei Picentini, fino a seguirne le direttrici dei passi, valichi e valli (lo “Scorzo” ed il “Diano”) fino alle “Terre del Brutium” (Calabria) Quindi, non solo la valle è stata interessata da traffici commerciali, ma le sue direttrici sono state fondamentali e strategici punti di riferimento per gli spostamenti di truppe ed eserciti.  

Per raggiungere il Castello, provenienti da Ariano (sede comunale di Olevano), proponiamo di salire dalla fiume anziché da Salitto (frazione superiore del comune olevanese). Si raggiunge l’area attrezzata a pic-nic del Parco di San Michele e da qui, arrivati nei pressi del Ponte dell’Angelo, lo si varca proseguendo lungo la strada in terra battuta (e in brecciolino), fino a guadagnare quota superando una lunga serie di tornanti. Il sottostante paesaggio della vallata assume, con le sue varianti, nuove forme (rocce strapiombanti e pareti a picco), nuovi colori (l’onnipresente, ma sempre piacevole verde, dei fitti boschi che “arrossiscono” durante l’autunno) e nuovi profumi (l’aria fresca e frizzante del mattino, il rigoglio delle acque e l’aroma delle essenze di piante officinali).  

Aggirando sotto i pinnacoli calcarei della Rupe di Pappalondo si giunge ad un grande piazzale in località Cannabosto (473 m). Qui, un altare è stato eretto per dire messa all’aperto in occasione delle festività in onore di S. Michele (8 maggio e 29 settembre), santo patrono di Olevano. Di fronte, verso E, lungo la rocciosa parete a strapiombo del monte Raione, si può ammirare la cavità della Grotta di San Michele (450 m). Si riprende il cammino proseguendo lungo la strada in terra battuta che costeggia il monte per un lungo tratto (S) e che porta fin sotto alla rupe del Castello. Giù in basso, alla nostra destra, si proiettano le case della frazione di Salitto, le verdi colline coltivate a ulivi e vigneti, l’abitato di Montecorvino Rovella e, sullo sfondo, i paesi vicinali. Se la giornata è abbastanza nitida, si possono ammirare la “seghettata” catena dei monti Lattari e l’isola di Capri a occidente, il golfo di Salerno sotto di noi, la piana del Sele e la mole calcarea degli Alburni fino a Punta Licosa verso “libeccio”.  

Una terrazza prativa con una piccola pineta attrezzata con tavolati in legno per il pic-nic, invita a fare una breve sosta. Un reticolato con filo spinato ed una cancellata in legno (apribile) sono stati messi lì per evitare il transito degli animali. Avvertendo la presenza di campanacci e belati, bisogna fare molta attenzione ai cani i quali, pur abbaiando insistentemente, non s’avvicinano mai a tal punto da rendersi pericolosi. Lungo un sentierino, in poche decine di minuti, si arriva al primo dei tre ordini di mura che cinge l’antico villaggio fortificato longobardo costituenti il “CASTRUM  OLIBANI” (detto anche “Olibanon“) per poi giungere, infine, varcato l’ingresso sotto un arco in pietra, all’interno del vero castello situato al centro di due grossi bastioni rocciosi molto simili alle gobbe di un cammello.  

Osservando attentamente la distribuzione dei ruderi del Castello tra queste rupi calcaree si avverte la sensazione, per la sua particolare posizione, di come sia un vero nido d’aquile che incute timore e rispetto. I suoi abbondanti ruderi sono distribuiti a cavaliere tra due spaventosi precipizi costituiti da rocce inaccessibili che si perdono nel baratro più profondo. Racchiuso tra due pareti di roccia calcarea che si ergono maestosi verso il cielo, esso era praticamente imprendibile ed inespugnabile. Dominava tutti gli accessi all’interno della vallata. Appartenuto ai Longobardi fin dal secolo VIII, la sua custodia e la sua difesa venivano affidate, soprattutto, ad una milizia territoriale permanente, guidata dal “PROVISOR CASTRI”, cioè il castellano. Al sostentamento si provvedeva facendo scorte alimentari per tutto l’anno di frumento, orzo, fave, ceci, olio, vino, miglio, lievito, sugna e lardo. Questo Provisor Castri sosteneva a proprie spese all’approvvigionamento di cibo e all’acquisto delle armi per la guarnigione che, periodicamente, vi presidiava.  

Dell’antico Castello medioevale restano oggi solo pietre sparse, grandiosi rovine che testimoniano un antico e glorioso passato ricco di memorie storiche. Dopo secoli di abbandono questi ruderi si presentano ancora così maestosi e imponenti, e arrivare ad essi è comunque un’avventura, voluta solo da una profonda e accanita passione per la conoscenza storica e geografica dei nostri territori, poiché ogni traccia di accesso vi è stata cancellata. Un’ultima raccomandazione va assolutamente fatta per quegli escursionisti che amano avventurarsi e muoversi autonomamente: bisogna fare molta attenzione (!), tra le pietre di questo vetusto maniero, per la massiccia presenza di numerose specie di rettili: la mia prima volta quassù – nel lontano 1975 – ne contai 13 di varie specie, livree e lunghezze; caricarsi di una buona dose di prudenza, in questi casi, è sempre meglio. Buoni passi a tutti voi tra natura e storia (di ©Andrea Perciato)

HINTERZARTEN (Schwarzwald, DE)… a spasso nella torbiera, tra copiose foreste e specchi lacustri

Un viaggio – con un collegamento in treno – da Friburgo attraverso le pianure porta ad attraversare una serie di impervie vallate, ove da secoli aleggia la leggenda del “cervo bianco” sulla rupe (quello a cui si rifà una nota casa di liquori!) che, dall’alto, domina forre e gole in cui scorrono le impetuose acque del torrente Hollenbach, conduce fino a raggiungere la stazioncina di Hinterzarten, rinomata località montana e base per gli sport invernali.

Provenienti da Friburgo, in auto o in treno, il piccolo comune di Hinterzarten che s’adagia nella sua splendida vallata ricoperta da enormi distese di pendii prativi, proprio nel cuore della Schwarzwald, è un autentico scrigno di bellezze naturalistico-ambientali che esaltano la magnificenza del luogo riuscendo ad offrire piacevoli momenti di relax e benessere per gli ospiti che scelgono di trascorrere qualche giorno di vacanza in quest’angolo di Germania.

Qui la natura rende tutti protagonisti offrendo la possibilità di vivere esperienze all’aperto in paesaggi (come la montagna e il bosco) dal sapore unico, ambienti – solo in apparenza bucolici – sempre in continuo rinnovo e senza mai essere noiosi. L’elemento presente in natura che meglio esalta e caratterizza la località, sono le sue ampie zone determinate dalla “torbiera” (soffice cuscino d’erbe, radici, terra e acqua) che si alterna alle fitte macchie forestali (abetaie e laricete). Il principale paesaggio della cittadina è quello della montagna in cui vanno ad espandersi le copiose foreste, circondate da ampie zone prative, specchi d’origine lacustre e la misteriosa brughiera, qui ampiamente presente fin dall’ultima era glaciale; essa permette, lungo perimetri di stagni e fossati, la formazione di torbiera.

La zona, Hinterzartener Hochmoor, contiene al suo interno la più alta concentrazione di brughiere della Foresta Nera e viene considerata una delle torbiere meglio conservate e più facilmente accessibili d’Europa. La “brughiera”, che riceve i suoi nutrienti esclusivamente dall’aria o dall’acqua piovana, ospita alcune specie vegetazionali sopravvissute alle glaciazioni come il “muschio di torba”, “sundew” a foglie tonde (conosciuto anche come il “tocco della Luna” fiore di origini australiane la cui essenza è utile in caso di svenimenti o perdita temporanea della memoria), il “ruffberry” (specie di fungo appartenente alla famiglia dei mirtilli), il rosmarino, il mirtillo ed altre ancora. a foglie tonde, il “ruffberry”, il rosmarino, il mirtillo ed altre ancora.

Raggiunte le alture che circondano l’abitato, si penetra proprio nel cuore della Foresta Nera fino a trovarsi ai 1017 m del Leslerhorne, modesta altura da cui si godono i panorami sulle vallate circostanti e qualche primo scorcio sullo specchio lacustre del Titisee. Il Leslerhorne emerge da una lunghissima dorsale ricca di boschi da cui è possibile scorgere l’orizzonte che ne racchiude la skyline sullo sfondo. Tra campi coltivati, belle case in legno, di cui molte trasformate in fattorie o in aziende agricole, cappelline votive private poste lungo il cammino e ville nascoste tra i boschi, si raggiunge il lago di origini glaciali del Titisee meglio conosciuto come la “perla” della Foresta Nera.

Per godersi lo spettacolo offerto da questo specchio lacustre alimentato da copiosi corsi fluviali, conviene muoversi presto al mattino, poichè la zona richiama, in qualsiasi periodo dell’anno, numerosi turisti e vacanzieri che scelgono quest’area come zona privilegiata per i loro soggiorni. Titisee è un piccolo paese, molto tranquillo che in poche ore ha la capacità di trasformarsi in una brulicante metropoli affollata da turisti e gitanti provenienti da ogni dove (soprattutto dalle vicine Francia e Svizzera). Molto singolari sono i tipici costumi popolari della Foresta Nera messi (e indossati) in bella mostra da figuranti locali di tutte le età come attrattiva folkloristica; famiglie che non si sottraggono a qualche foto ricordo e che forniscono utili indicazioni su cosa vedere e/o comprare a Titisee, cittadina (famosa in tutto il mondo) soprattutto perchè ricca di botteghe e laboratori per la lavorazione, produzione, riparazione e vendita di orologi a cucù. (di ©Andrea Perciato)

Dolomiti: “DREI ZINNEN” l’anello di Lavaredo… Tre Cime di spettacolari emozioni!

E’ da quando l’uomo è stato attratto dalla magnificenza delle montagne (e che montagne) che le Dolomiti, ed in particolare le Drei Zinnen (le Tre Cime di Lavaredo), hanno da sempre catturato lo spirito – quel particolare fascino di lasciarsi avvolgere dall’immenso – di chi per godere di questo spettacolo, giunge fin quassù da tutto il mondo.

Per raggiungere questo paradiso fatto di roccia e paesaggi unici, si risale dal lago di Misurina fino a raggiungere, dopo un’aspra salita lungo tornanti che sembrano mai finire, il rifugio Auronzo; siamo ai piedi delle Tre Cime, ma la loro iconica immagine da qui non è ancora ben visibile. Senza esitare, si prende una pista sterrata che, per lievi falsipiani, sorvolando paesaggi dominati da vette dalle incredibili sfumature orografiche, tocca la piccola (e graziosa) cappella dedicata al culto di Maria Ausiliatrice; il rifugio Lavaredo (nostra base per tutte le escursioni in zona: “consigliato”!) – già ben visibile in lontananza – viene raggiunto (2344 m) in pochi minuti; ed è proprio qui che le Tre Cime (siamo ai piedi dei loro versanti meridionali) cominciano ad offrire alcuni dei loro scorci tra i più belli. Al rifugio Lavaredo si viene accolti proprio come a casa: calore, profumi intensi, amicizia, buona cucina e simpatica compagnia. Le camerate del rifugio, tutte in legno, offrono quel tepore in più che quassù, come un valore aggiunto oltre le nuvole, davvero non guasta.

L’alba dal Rifugio Lavaredo è qualcosa di spettacolare; il sole comincia poco alla volta a “pennellare” la punta delle Tre Cime fino ad alzarsi in cielo e abbagliare tutto il candore di queste rocce bianche (e rosse) la cui vena calcarea si riflette in tutte le sfumature del grigio.

Si è pronti a partire per effettuare una tra le escursioni più belle di tutte le Dolomiti con scenari unici al mondo: il giro ad “anello” intorno alle Drei Zinnen. Dal rifugio si ignora la traccia (una pista) che risale sulla destra e si comincia a camminare proseguendo sulla ben visibile traccia del sentiero che ascende sulla sinistra e che taglia, diagonalmente, i conoidi detritici alla base della Torre Piccola.

Dopo pochi minuti si è alla Forcella Lavaredo (2454 m), lasciandoci alle spalle il Veneto, ed entrando in territorio del Trentino Alto Adige; qui il paesaggio cambia completamente scenario: tutt’intorno, decine e decine di omini in pietra caratterizzano (molto utili in caso di nebbia o nuvole basse, per potersi orientare!) la zona circostante. Siamo proprio nel punto da cui si gode il più classico panorama offerto dalle Tre Cime di Lavaredo ove è d’obbligo fermarsi per ammirare – in tutta la loro magnificenza – la più famosa delle vedute sulle imponenti e strapiombanti pareti (versanti settentrionali) delle Tre Cime; e qui davvero la vista corre alla ricerca dell’angolo più bello per riuscire a scattare la foto più “ad effetto” di questo intenso panorama che s’apre – da sinistra a destra – con la maestosità delle Tre Cime di Lavaredo, di fronte si ergono il Teston Rudo (2737 m), la Croda dei Rondoi (2800 m), la Torre dei Scarperi (2687 m), il monte Mattina (2464 m), la Torre Toblino (2617 m) ed il Sasso di Sesto (2539 m) ai piedi del quale giace il Rifugio Locatelli. Ed ancora, a destra: il monte Paterno (2744 m) con le sue gallerie della Prima Guerra Mondiale, e la Croda Passaporto (2701 m). 

Dalla Forcella, una pista in leggera discesa conduce direttamente al Rifugio Locatelli. Lungo la strada per un breve tratto, poi, appena superata la sbarra metallica, si abbandona la strada sterrata per imboccare il sentiero di destra che giunge al Rifugio. Il sentiero, prima pianeggiante, sfiora le pendici del monte Paterno, e infine – per lieve salita – raggiunge il rifugio Locatelli a 2.438 m, molto frequentato durante l’estate. Anche da qui la vista sugli imponenti giganti rocciosi che circondano tutto l’orizzonte è semplicemente unica, un panorama da sogno, difficile da dimenticare; nelle vicinanze si trova una chiesetta che ricorda i caduti delle cruenti battaglie combattute tra queste meravigliose montagne durante il primo conflitto mondiale. Spostandosi leggermente dal Rifugio e risalendo verso il crinale alla sua destra, s’apre il meraviglioso scenario ambientale dell’Alpe dei Piani con i due specchi lacustri dei Piani e, più oltre verso l’orizzonte, la stretta Valle Sassovecchio che scende verso la Val Fiscalina e Val di Sesto. Presso i prati e le radure erbose che circondano i laghetti non è raro riuscire a scorgere le marmotte sbucare dalle loro tane e poter udire da vicino i loro richiami; mentre sui crinali rocciosi degli spigoli settentrionali del vicino monte Paterno, non sono rari vedere ciurme di coloratissimi climber che si spingono, come tante formiche, ad arrampicare lungo pilastri di rocce aspre e dagli incredibili verticalismi.

Dopo aver bevuto del te caldo (o, in alternativa, una buona birra) ed aver gustato le specialità dolciarie che lo stesso offre, magari sulle panche del terrazzino con lo sfondo delle Tre Cime, dal Rifugio Locatelli si prosegue scendendo per la stradina di destra rispetto a chi guarda le Tre Cime di Lavaredo. Il primo tratto è su un buon sentiero (tracciolino) in leggera discesa e si prosegue, verso sinistra, seguendo le indicazioni per raggiungere il Rifugio Auronzo. Intorno la natura lungo il sentiero offre una “macchia” d’altura caratterizzata da fasciumi d’erbe spontanee e da copiosi cespugli di pino mugo; non è raro scorgere anche qualche radice di ginepro. Nel punto in cui la stradina comincia a risalire, la si abbandona scendendo lungo il largo sentiero di destra per continuare – successivamente – alla biforcazione sul sentiero di sinistra che, in un susseguirsi di brevi saliscendi e ripide discese, porta alle sorgenti del fiume Rienza.

Poco oltre già è possibile scorgere la “Malga Lunga/Lange Alm” un rifugio a gestione austriaca, con un bel porticato ed un caratteristico fontanile ricavato nel legno; poco sopra a questo piccolo ristoro si trova la sorgente del torrente Rienza e gli specchi lacustri alpini in cui si riflettono le Tre Cime delle, un luogo splendido per una sosta ed un rinfrescante bagno dei piedi in un’acqua la cui limpidezza riflette il cielo. Da qui il sentiero prosegue ancora verso ovest, e per continui saliscendi sotto la Cima Ovest, con alcuni tratti un po’ più esposti, raggiunge il Col Forcellina. Da qui c’è da attraversare l’imponente ghiaione occidentale delle Tre Cime fino a raggiungere la Forcella di Mezzo (2315 m) ove il paesaggio cambia definitivamente e si ritornano nuovamente a scorgere le cime che circondano le sponde del Misurina. Il sentiero ora scorre lungo il precipitoso pendio fino a raggiungere il Rifugio Auronzo (2320 m). Qui, dopo una breve sosta per un rinfresco e pochi minuti di riposo, si riprende l’Hike Trailhead che riconduce nuovamente al rifugio Lavaredo, concludendo questo incredibile e bellissimo giro che ci ha portato alla conoscenza di uno dei luoghi più belli al mondo: le Drei Zinnen. Per chi vuole davvero conoscere le Dolomiti in tutta la loro “essenza” questo è l’itinerario più bello e significativo. (di ©Andrea Perciato)