ITINERA FIDELIS AD FELIX CIVITAS LAURETANA: sulla “Via per Loreto”

Colfiorito, estremo lembo di terra umbra che s’affaccia sul marchigiano, si protende sull’ampio altopiano di Colfiorito, immensa distesa prativa buona per il pascolo delle greggi e luogo privilegiato ove mangiare del buon formaggio di capra. Nel mezzo, al centro di questa vasta distesa, sorge l’antichissimo complesso della Basilica di Plestia, punto cruciale di fede, storia e spiritualità in quest’angolo di confine ove tutto è silenzio tranne che i belati delle pecore accompagnate dal suono dei campanacci; scarsa, se non addirittura assente, la presenza antropica. Sulla provinciale, a pochi metri, compare il “limite” umbro/marchigiano tra le provincie di Perugia e Macerata; interminabili distese di campi sapientemente curati, determinano un orizzonte che si perde per chilometri. Le poche case della borgata di Taverne, anche se ristrutturate nel complesso, recano ancora le “cicatrici” del terremoto del 2016 che qui ha colpito duramente.

Il cammino tende a raggiungere il termine del pianoro, proprio nel punto in cui questo sbuca sulla rotabile, all’imbocco della stretta valle del Chienti. Solo il rumore del ruscello che scorre in basso a destra e qualche motore di mezzi agricoli, fanno da colonna sonora a questo ambiente. Si attraversa la cortina delle silenziose case di Serravalle del Chienti, il primo centro marchigiano che s’incontra sul tracciato della Via Lauretana; per strada nessuno, e non è per il cattivo tempo, usci di porte chiuse e finestre sbarrate, varchi opportunamente sigillati da travi in legno come temporanea soluzione in previsione di – quando avverrà – una ricostruzione o ristrutturazione del preesistente. Diverse edicole sacre lungo la strada testimoniano da sempre l’importanza (e la frequentazione) storica del passaggio di pellegrini e fedeli sulla via per Loreto. Il cammino penetra sempre di più all’interno della gola del Chienti fino a raggiungere le poche case della borgata di Bavareto, che ha subito la stessa sorte di Serravalle: abitazioni chiuse e nessuno per strada!

Una deviazione a destra consente di lasciare la Provinciale e di raggiungere il Mulino di Malagna, complesso sistema di regolamentazione delle acque del Chienti, ove l’ingegneria idraulica è ben integrata con l’ambiente circostante. Quel poderoso maniero che si staglia sull’orizzonte, appena offuscato dalle nuvole basse, è la Rocca di Varano che domina il caseggiato di Muccia, anch’esso colpito duramente dal sisma del 2016. Da qui optiamo per risalire attraverso boschetti di crinale e vallette scoscese, lungo piste bianche ed ampie vedute paesaggistiche che s’aprono sui campi bagnati dalla pioggia, fino a raggiungere le prime case di Camerino; da non perdere la possente Basilica di San Venanzio, col suo ampio colonnato della facciata. Rinomata località di studi, con la famosa Università, numerose case ed edifici restano chiusi e “sigillati” sempre in seguito al recente terremoto. Si riaggancia nuovamente la strada di fondovalle del Chienti, in prossimità della Rocca Varano (omonima ma non uguale alla prima) passando attraverso le borgate di Bistocco e Valcimarra (disabitate e ingabbiate dal doposisma) fino a raggiungere l’estremità occidentale del lago (un invaso) di Borgiano.

Da qui, lasciati la Statale 77 si costeggia la parte meridionale del lago fino a salire sul borgo di Pievefavera con panorami sulla valle e lo specchio lacustre. Proseguendo lungo il cammino lauretano attraverso un’ampia zona che s’apre al centro della vallata del Chienti si superano, in successione, prima Caldarola e poi Belforte del Chienti. Da qui la strada scorre nuovamente al centro della stretta gola “chientiana” fino ad aprirsi in una spianata eccessivamente antropizzata dalla presenza di un’area industriale e sfiorare un successivo invaso, il lago delle Grazie. Da qui, in breve, si perviene all’imbocco dell’abitato di Tolentino varcando la suggestiva porta d’accesso (con torre) del Ponte del Diavolo che immette nell’antico borgo. Fuori Tolentino si prosegue sulla provinciale 125, attraverso le campagne bagnate dal Chienti, passando per la chiesa rurale della Divina Pastora, fino a raggiungere la Riserva Naturale dello Stato “Abbazia di Fiastra”, area di interesse naturalistico/ambientale, dove giace l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, monumentale complesso monastico di grande interesse storico, architettonico e religioso; da sempre considerato importante luogo di accoglienza e culto per i pellegrini che da secoli solcano la Via per Loreto.

Superati il Passo del Bidollo ecco scorgere da lontano l’abitato di Macerata la cui skyline s’adagia sul crinale di un colle che si erge tra i regolari campi attrezzati a colture cerealicole e frumentacee, e le valli fluviali del Chienti e del Potenza. Con Macerata alle spalle si lascia la valle del Chienti e si attraversano le distese campali della valle del Potenza. Un piacevole e lunghissimo saliscendi attraversa quelle ampie zone agrarie che sono state l’oggetto di una vecchia riforma fondiaria, le cui case coloniche, molto simili per distribuzione degli spazi sia interni che esterni (con ambienti “sottani” adibiti a stalle per animali o depositi per gli attrezzi, e quelli “soprani” utilizzati come principale dimora per gli astanti)  e la dislocazione sul terreno, sono tutte indicate come “isola” accompagnate da un numero progressivo. Così, tra ampi paesaggi agresti, il rumore del trattore che traccia i solchi per le nuove semine, i panni del bucato stesi e agitati – come banderuole impazzite – dai venti dominanti la vallata, fattorie con animali che fanno sentire la propria voce al nostro passaggio, si giunge presso la borgata di San Firmano, la cui sobria (ma bella) facciata dell’omonima Abbazia di San Firmano sembra essere nascosta alla visione perché inglobata tra gli edifici che la circondano; il suo particolare interno merita una visita se non altro per l’altare che giace al culmine di una imponente gradinata e per la sua bellissima cripta con volte a crociera ed archi a sesto acuto tutti in pietra bianca con al centro un altare su cui giace la statua del Santo.

Ed è ancora strada fino ad incrociare nuovamente la trafficata Provinciale 571. L’intuito ci suggerisce di staccare dal principale tracciato indicato per seguire la via, come suggerito da tutti, e di affrontare l’ascesa attraverso la Contrada di San Pietro e puntando decisamente in direzione di Recanati che attraversiamo per tutta la sua interezza attraverso edifici storici, chiese, torri, porticati, piazze, slarghi e antiche porte, tutti elementi architettonici dal sapore “letterario” (patria del famoso poeta Giacomo Leopardi). Una lunga discesa fuori Recanati, conduce in direzione della già ben visibile Loreto che si staglia, oltre l’orizzonte a nord-est, presentandosi con la sua caratteristica skyline “disegnata” dall’inconfondibile sagoma della Cupola e del Campanile del Santuario. Lungo la strada s’incrocia la bella chiesa dell’Addolorata circondata da ampie distese di campi e terreni opportunamente “lavorati” in attesa delle nuove semine stagionali.

Ancora discese, incroci, rotatorie e poi l’ultima, forse la più faticosa, salita che conduce direttamente a Loreto, sfociando nel piazzale caratterizzato da un portico “vanvitelliano” alla cui estremità s’apre la “Porta del Cielo” che immette sulla principale via (lastricata in basoli) che attraversa la parte centrale dell’antico borgo della “Felix Civitas Lauretana” fino a sbucare nel suggestivo scenario della Piazza della Madonna, nel cui centro giace una monumentale fontana circondata da edifici appartenenti al clero le cui facciate sono distribuite su un doppio ordine sovrapposto di portici. Ora è il momento del silenzio, magari anche della meditazione, ripercorrendo con la mente, tutte le fatiche patite, le difficoltà superate, il peso dello zaino, gli imprevisti accorsi, gli indimenticabili incontri con la gente locale, le gambe che non vogliono saperne, tutte le chiese e le cappelle visitate in ogni suo angolo, le articolazioni che scricchiolano e i passi compiuti per giungere – finalmente – sulla soglia della Santa Casa di Maria.

Ora è il momento della felicità, della gioia condivisa, della partecipazione, della presenza. Probabilmente Maria ci ha fatto conoscere il “più grande mistero” della vita che da sempre genera fascino, e devozione: dall’Annunciazione, alla traslazione – mattone su mattone – della sua casa da Nazareth a Loreto; offrendo ad ognuno che si reca in visita (per fede, in pellegrinaggio o per semplice curiosità) a Loreto quella particolare interconnessione che da sempre viene suggellata tra il divino, il “regno” dei cieli e l’intera umanità! (testo ©Andrea Perciato; foto ©Maria Rita Liliano e ©A. Perciato)

“Salento da Camminare” lungo la sua “Via del Mare”… 3 – dalla Marina di Serra a S.M. di Leuca de “Finibus Terrae”

Ci sono cammini che si compiono per puro spirito e piacere di scoperta e conoscenza; cammini che si scelgono per mettere – dopo ripetute scariche di adrenalina – alla prova se stessi, il proprio fisico, la propria mente, quell’ancestrale desiderio di ascoltare la voce del proprio spirito o di dare un senso alla propria esistenza! Altri cammini, invece, si percorrono per semplice desiderio di fede, di spiritualità, attuando una sorta di pellegrinaggio che attraversa – emotivamente – tutto il “cammino interiore” compiuto nel corso della propria esistenza e che termina sulla soglia di un sagrato, o al cospetto dell’immagine sacra in un luogo di culto.

Scegliendo una tra queste opzioni, sarà proprio questo il liet-motive che accompagnerà – passo dopo passo – l’ultima tappa di questo “Cammino del Salento”. Lasciati alle spalle la placida Marina di Serre, per un aspro sentiero su roccia si ascende lungo un pendio avvolto dalla copiosa macchia mediterranea fino a raggiungere la rotabile e guadagnare l’imbocco del sentiero, meglio conosciuto come il “Nemico”. Da qui in poi si lascia alle spalle la frastagliata costa e si penetra attraverso un paesaggio prevalentemente agreste, caratterizzato dagli immancabili muretti a secco in pietra calcare, spesso misti a blocchi squadrati di mattoni in pietra leccese dal tipico color rosato. Per vie campali che consentono di collegare ampi appezzamenti di coltivi (ortaggi, vigneti, uliveti e alberi da frutto) con la vicina borgata, si entra tra le prime case di Tiggiano, tipico paese del Salento ove la principale occupazione – laddove ancora persiste – è l’agricoltura che ancora riesce a soddisfare i primari fabbisogni familiari. Un’ampia piazza circondata da vetusti e moderni edifici, la maggior parte intonacati da colori pastello, prospetta sulla bianca pavimentazione in blocchi di calcare; sulla destra la moderna struttura di una chiesa e del suo campanile. Ancora più verso l’interno e si raggiunge la successiva Piazza Castello su cui prospetta la bella facciata in pietra leccese dell’antico Palazzo Baronale Serafini-Sauli, col particolare balcone finemente scolpito e decorato del 1716.

In pochi minuti si raggiunge il successivo abitato di Corsano dalle tipiche residenze dell’architettura salentina che si contraddistinguono per la distribuzione semplice ed efficace dei suoi vani tra portali d’ingresso ad arco ribassato e terrazzini sfalsati; ambienti spesso angusti e ridotti ma che sono efficacemente arieggiati in modo tale da trattenere il calore durante la stagione invernale e mantenere freschi gli ambienti durante la canicola estiva. Su tutte emerge il Palazzo Feudale dei Capece. Uscendo fuori le ultime case del paese si punta in direzione della costa; se ne avverte già il profumo del mare alimentato dai venti. Tra filari di muretti a secco, uliveti, fichi d’india, agavi, boschetti di eucalipto che si alternano alla pineta, alberi di carrubo e case vacanze tutte intonacate di bianco e d’azzurro (sembra di essere in Grecia!), dopo una lunga discesa si giunge al caseggiato di Novaglie proprio a ridosso della naturale insenatura (scavata nella roccia) della marina di Novaglie, che si caratterizza per le sue torri costiere e le grotte raggiungibili dal mare.

Proprio dalla rada di Novaglie ha inizio la ripida ascesa lungo l’impervio sentiero (tutto su roccia) delle “Cipolliane”; un percorso panoramico che serpeggia lungo la rocciosa costa caratterizzato da passaggi e strettoie tra cespugli di macchia e delimitato da una staccionata realizzata con pali in legno. Si cammina, praticamente, attraverso un paesaggio sospeso fra la terra, il cielo e il mare. Ancor più evidente si avverte, lungo questo tratto di sentiero, la testimonianza della tipica architettura rurale sulla distribuzione del suolo lungo gli impervi pendii e di come la maestria dell’uomo contadino sia riuscito – durante lo scorrere dei secoli – ad “ammaestrare” le difficoltà di questo posto, solo in apparenza aspro e inaccessibile con la realizzazione di elementi lapidei come i “muretti paralupi” che cingevano antiche aie utilizzate come ovili per raccogliere le greggi al pascolo; una dura e impervia lotta per rendere coltivabile ogni metro di terra possibile. Nell’aria si avverte l’essenza delle cipolle selvatiche che indicano la presenza della vicina grotta (detta, appunto) delle Cipolliane, una cavità di difficile accesso sospesa a circa 40 metri sul mare; nelle vicinanze, la numerosa presenza di conchiglie fossili ben visibili sulle rocce testimonia di come questa parte di territorio milioni di anni fa era sommersa dal mare.

Continuando lungo questo sentiero, attraverso paesaggi mozzafiato sospesi a picco sul mare, si giunge all’insenatura di Ciolo, unita tra le due sponde dall’ardito ponte (del Ciolo) ad una campata sospeso ad un’altezza di 40 metri circa sul mare; sulla destra un’impervia gola rocciosa che sembra chiudere il cielo, a sinistra gli splendidi fondali della grotta del Ciolo. Si prende a destra per un sentiero, delimitato da una balaustra con pali in legno, che arranca alla base di alte pareti rocciose, privilegiate palestre per ‘arrampicata, caratterizzate da grotte e falesie fino ad attraversare la gola e sbucare a ridosso delle prime case di Gagliano del Capo, località conosciuta come il punto ove i due mari (lo Ionio e l’Adriatico) si incontrano.

Proseguendo per vie interne e piste vicinali si raggiunge prima il caseggiato di Salignano, poi quello di Castigliano del Capo e, successivamente, l’ampia rotatoria ove la via si congiunge alla statale per Maglie. Qui, nel punto d’incontro, c’è l’Erma antica, una sorta di tabernacolo dove i fedeli in cammino verso Leuca depongono la pietra penitenziale portata fin qui durante il proprio pellegrinaggio; in questo punto convergono ben quattro cammini che terminano tutti alla “Finibus Terræ” ma il “nostro” Cammino del Salento, ignorando la via principale che scorre lungo il dorso della collina ulivata, scende verso destra fino a raggiungere le prime case di Leuca. Da qui, spostandosi ora verso la base della collina, si giunge ai piedi della monumentale cascata, accanto cui scorrono due rampe di gradoni, e sotto cui s’impenna la colonna romana sormontata da un capitello “corinzio”.

L’ultima fatica contempla il superamento di 285 gradoni calcarei che giungono all’ingresso dell’imponente piazzale – meta finale del Cammino del Salento – ove prospetta il Santuario ove due angeli ci accolgono e ci invitano ad accedere in questo luogo di pace. Un ampio spiazzo circondato solo dal silenzio e avvolto dall’immensità del cielo e del mare che qui s’incontrano tra preghiera e meditazione. Con lo sguardo si cerca di scorgere un orizzonte che sembra non aver mai fine, mentre col pensiero ci si rivolge all’ascetico e mistico luogo – il Santuario (Basilica Pontificia) di Santa Maria de “FINIBUS TERRÆ” – in cui si venera la Vergine Maria custodita in una teca e omaggiata da tutti coloro che giungono fin qui.

Una cortina composta da archi in pietra calcarea, racchiudono il lato sud della piazza che al suo interno accoglie la colonna che determina la fine del “cammino” geografico; al di là degli archi si erge il bianco e possente faro della Marina Militare. Negli interstizi degli archi sono possibili scorgere gli stemmi e gli emblemi, scolpiti nella viva roccia calcarea, delle nobili famiglie che, durante i secoli, hanno contribuito alla costruzione del sacro edificio. Appena sotto, giù in basso, è possibile scorgere la scogliera di Punta Meliso che affonda nel punto estremo più a sud del “tacco” d’Italia; qui si congiungono i due mari che sembrano amalgamarsi proprio con due diverse colorazioni d’azzurro; ed è proprio qui che si avverte quello che è il magico concetto di… infinito!

Il timbro sulla credenziale sembra essere l’atto finale di questo Cammino del Salento, ma le sorprese non sono ancora finite poiché una sorella di origini filippine, che cura i “servizi” all’interno del Santuario, che io piacevolmente (e senza conoscere neanche il suo nome) indico come “Suor Celeste”, per via della fascia colorata d’azzurro che le ginge l’abito talare, si diletta – con paziente maestria – a scrivere i nostri nomi sul “testimonium”, il sigillo conclusivo di questa entusiasmante esperienza che ci ha portato a conoscere, per mezzo di questo cammino, una fantastica terra davvero speciale: il Salento! (testo di ©Andrea Perciato; foto ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Un “Salento da Camminare” lungo la sua “Via del Mare”…2 da S. Cesarea terme a Serre marina

Un cammino per convincere ad essere percorso dai viandanti deve necessariamente avere due importanti peculiarità che in esso si riflettono: la bellezza dei luoghi attraversati e le peculiarità, come arte, tradizioni, cucina, folklore, storia, artigianato, sguardi, calore umano, accoglienza, ospitalità e tanto – ma proprio tanto – altro ancora che rendono un cammino, come quello del Salento.

Da Santa Cesarea terme il “cammino” salentino prosegue – sempre verso sud – lungo la fascia costiera fino a giungere, in meno di un chilometro all’insenatura di Porto Miggiano guardato a vista dall’omonima torre. Ancora qualche chilometro che si alterna tra l’asfalto e tratti di sentiero a mezzacosta e si entra nel bellissimo borgo di Castro, un meraviglioso borgo medioevale. Una sosta per apporre il “timbro” ufficiale del cammino sulla nostra credenziale, un caffè preso al volo e si continua sfiorando i bastioni del suo poderoso Castello, tra botteghe multicolori che propongono oggetti nella tradizionale ceramica locale e i lontani ritmi di una “pizzica”, il tipico ballo salentino con andamento danzante che accompagna una poesia, un canto d’amore fra due innamorati; scopriremo, poi, che si tratta dei preparativi di un matrimonio con tanto di balli della tradizione popolare salentina. Si entra attraverso le mura del suggestivo borgo antico fino ad uscirne, con un ampio giro, seguendo l’andamento dei bastioni meridionali fino a scendere verso la marina, costellata da numerosi bar e luoghi di ritrovo all’aperto.

La brezza marina sale fino ad inebriare i nostri polmoni già provati dalla fatica, ma sono i profumi della natura, quelli che richiamano la nostra attenzione. Appena dopo le ultime case di Castro si prosegue lungo un tratto costiero dai ripetuti saltelli (lievi dislivelli), tra rampe. Gradoni e pedane, sviluppati su circa due chilometri di scogliera; siamo all’imbocco della parte più impegnativa di questa tappa, da evitare se si è con zaino a pieno carico e sotto la canicola estiva. Questo articolato tratto termina all’imbocco con la rotabile, appena pochi metri più sopra ma… attenzione! Per via di una frana, e i successivi lavori di ripristino dello stato originario per la viabilità, il transito è impedito da segnaletica, blocchi deviazioni e reti metalliche. Noi pedoni, prestando attenzione, riusciamo a passare, ma non si esita nell’aiutare Rocco, un ciclo-escursionista calabrese che, con la sua pesante bici a pedalata assistita, sta percorrendo la strada litoranea panoramica e deve raggiungere Leuca in giornata.

Si scende così finalmente alla suggestiva cornice paesaggistica della Cala di Acquaviva, una particolare insenatura rocciosa che raccoglie le splendide acque dai fondali multicolori che vanno dal giada allo smeraldo, per il blu cobalto e il turchese, uno spettacolo della natura davvero fuori dal comune; la particolarità di questo fenomeno visivo è dovuta alle sorgenti d’acqua dolce che sbucano direttamente dal fondo. Siamo ai piedi di Serra Marittima e dopo la cala il “Cammino del Salento” prosegue lungo un sassoso sentiero che s’inerpica a mezzacosta tra brulle creste in roccia calcarea determinate dai copiosi cespugli, infiorescenze, pini marittimi piegati dal vento, ulivi dai tronchi attorcigliati sostenuti da muretti a secco (alcuni geometricamente perfetti da sempre utilizzati come recinti e ovili per raccogliere gli animali al pascolo) che si alternano ad alberi di fico, copiosi gruppi di fico d’india e i profumi delle erbe aromatiche come il timo, il rosmarino e la rucola.

Volgendo lo sguardo all’indietro della pista, dal folto della copiosa vegetazione vediamo sbucare – con altalenante andamento – un bandana color arancio che si avvicina sempre di più. Qui si fa l’incontro (prima) e la conoscenza (poi) di Alessia, una camminatrice – ma preferisco chiamarla “viandante” – che compie il nostro stesso percorso, puntando nella stessa direzione; oltre ai saluti, allo scambio di impressioni e i conseguenti consigli, ci si dà appuntamento più in avanti. Superiamo un ampio e panoramico belvedere sulla costa fino ad imboccare un tratto di pista conosciuto come il sentiero della “Serra del Mito” che scorre in falsopiano e sfiora ciò che resta della “Torre del Sasso” e le successive curve delle “sette pajare” fino a scendere tra le prime case del suggestivo borgo marinaro di Tricase porto. Da qui, ignorando il traffico veicolare, sostenuto durante i weekend sulla strada litoranea, si raggiunge finalmente Marina di Serra meta finale di questa tappa, ove incontriamo nuovamente la viandante Alessia che alloggia presso il nostro stesso b&b. Ed anche questi ultimi 24 km ce li siamo finalmente lasciati alle spalle.

Nel tratto finale di questa tappa, consigliamo di prestare molta attenzione (!) al traffico sulla strada panoramica che scorre lungo la costa, in special modo alle comitive di motociclisti che, invogliati dalla scarsa presenza di autoveicoli, tendono a “smanettare” in maniera eccessiva ed a tagliare le curve in velocità come se fossero su una pista; sono anche io motociclista, ma non mi sognerei mai di fare queste cose… alla prossima! (testo Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano e A. Perciato)

SIETI (SA) tra i borghi più belli d’Italia è… il “Paese dell’accoglienza”

Sieti, coi suoi due nuclei alle falde meridionali dei monti Picentini è una tra le borgate che per prima hanno lanciato – in Italia – il progetto di “Paese Albergo” (o albergo “diffuso”) proponendo l’accoglienza in dimore storiche come valore aggiunto di ospitalità.  Quando la Natura e l’Ospitalità si uniscono – in una straordinaria sintesi paesaggistica – all’Ambiente e… al Silenzio! Ecco le prime impressioni colte al volo da chi, viandante curioso o forestiero, per la prima volta si trova a giungere in questi luoghi davvero unici, ricchi di acque e di verde. Protetto da una natura che ha saputo mantenere, inalterati nel tempo, le essenze e gli aromi di una macchia che ricopre di boschi l’intero territorio, l’antico borgo di SIETI (376 m), coi suoi due casali di Soprasieti (425 m) e Sottosieti (348 m), non è un luogo di passaggio, non è ubicato lungo una importante arteria stradale; esso è un luogo che per conoscerlo bisogna andare a scoprirlo di proposito.

Nascosto in una verde vallata, protetto tra le pendici dei monti Picentini, l’abitato ci accoglie nella sua splendida conca. L’itinerario inizia dalla chiesa rurale della Madonna del Carmine (368 m), all’estrema periferia S dell’abitato, adagiata al margine di un castagneto. Giunti in prossimità del paese, si scorge il particolare comignolo di Palazzo De Roberto (del XVI secolo), prima testimonianza dell’aristocratico passato di Sieti. Attraversati la via principale, una breve gradinata sfocia nella piazza principale della borgata bassa del paese: Sottosieti, accanto alla Chiesa di S. Maria delle Grazie (XVII secolo). Quel viottolo che scende verso il torrente nasconde, appena sotto a sx, un antico lavatoio pubblico a tutt’oggi ancora molto frequentato. Il percorso prosegue incamminandosi lungo una stradina che sale verso occidente, dove il cammino trova riposo nella fresca ombra di un arco sotto cui compare, a sx, l’edicola votiva della Santa immagine della Madonna.

Paese le cui dimore sono edificate nella viva roccia, conserva angoli pittoreschi di straordinaria bellezza con giardini pensili, balconi e davanzali ricolmi di variopinti vasi in fiore, orti sapientemente curati da esperte mani contadine e frutteti ingegnosamente attrezzati lungo gli scoscesi pendii. Lungo le ruvide pareti delle mura, qualche porta in legno semiaperta rompe la monotona sequenza di pietre e conci e restituisce vedute rurali dimenticate, forse, nelle memorie del tempo. Dopo l’arco compare, in fondo, il poderoso Palazzo Fortunato II (del XVI secolo) con la sua facciata orientale sormontata dalla meridiana che ancora oggi segna lo scorrere del tempo. Volgendo a dx inizia, subito dopo l’arco, uno stretto viottolo che sale attraverso alti edifici dalle grezze facciate di abitazioni contadine le cui mura, rampe e supportici sono impregnate dalle secolari essenze del mosto, dell’acre odore della sanza e dall’intenso profumo del legno bagnato.

Si transita accanto all’ingresso (sulla dx) di un “trappeto” al cui interno fa bella mostra di sé un antico frantoio con macine e vasche perfettamente funzionanti. Poco più avanti e si sbuca nella piazza intermedia del paese che ospita la splendida facciata della Chiesa di Maria SS del Paradiso (del XV secolo) col suo Campanile tinto in ocra e la cupola maiolicata, sviluppato secondo un ordine di quattro sezioni. Una ripida salita a dx della chiesa passa sotto l’austera facciata del Convento dell’Ordine dei Servi di Maria (del XV secolo), il più antico complesso conventuale (fu anche lazzareto)  del Meridione che ospitò il giovane poeta Sannazzaro.

La salita prosegue lungo una stradina che s’insinua tra vecchie case abbellite con vivaci colori pastello. A sx, quando la curva piega a dx, parte una pista campale che attraversa coltivazioni di nocciolo. Prendendo a dx il percorso prosegue in una cornice di campi delimitati da antichi muretti a secco edificati sfruttando pietre locali con tecniche costruttive di efficace manifattura. Alla seconda traversa si volge a dx e si transita presso il Palazzo Pennasilico (del XVI secolo), una delle più antiche famiglie di Sieti; nel suo cortile prospetta uno scalone in pietra che si biforca con due rampe “porticate” colleganti ad alloggi tra i più belli di tutto il paese come la singolare “Camera dell’Alcova”, pareti e soffitti affrescati. Si oltrepassa un arco ed all’incrocio con una fontana si volge a dx. Poco più avanti s’apre, a dx, il portale di Palazzo dei Baroni Fortunato (XI secolo), a tutt’oggi abitato dai discendenti della più nota e numerosa famiglia di tutta Sieti.

Sbucati in uno slargo il nostro itinerario volge a dx e transita sotto un arco fino a sbucare nella Piazza principale di Soprasieti (o Sieti alto); sulla dx prospetta il Palazzo Nobile ((XII secolo), mentre un gigantesco tiglio protegge, con la sua folta chioma, la Chiesa del Salvatore (XI secolo). Sul retro compare una fontana a doppia cannula; nella parte posteriore un interessante lavatoio pubblico. Dalla fontana una gradinata passa sotto un arco e sbuca a ridosso di Via del Pozzo, l’arteria sommitale che chiude l’intero abitato. Portandosi alla periferia N del paese si supera una fontana/lavatoio posta a sx, e si è all’aperto con terrazzamenti intensamente coltivati a nocciolo e uliveto. Volgendo a sx, imboccando una pista carraia, si giunge all’apice sommitale (463 m) del paese ove compare un incrocio: si discende (verso S) lungo gradoni che sfiorano la cinta muraria eretta a difesa del casale, fino a sbucare nuovamente su Via del Pezzo. Poi, presso la piazzetta del Salvatore, il percorso scende lungo la via principale da cui, un cortile sulla sx, lascia ammirare il portale di Palazzo De Pastina (XI secolo) e l’edificio fortificato di Palazzo De Robertis (XIV sec.).

Sieti non aspetta altro che lo andiate a visitare, ma non come semplici turisti o fugacemente durante un pomeriggio d’estate; le sue dimore sapranno come accogliervi e poi… la natura dei monti Picentini, compirà quella magia che avete sempre desiderato: aria pura, momenti di serenità, buona cucina, meraviglie naturalistico e ambientali e la tipica accoglienza di un paese montano del Sud.   (di ©Andrea Perciato; ph Maria Rita Liliano e A. Perciato)

Castelluccio Cosentino (SA), nutrirsi di orizzonti qui… è possibile!

Nessuno se lo immagina… molti pensano che sia difficile raggiungerlo, ma dovè? E’ scomparso…? Prima lo vedevo stagliarsi sul bordo della rocciosa collina, mentre ora…? Nulla di ciò, un borgo non può scomparire alla vista di chi guida sull’autostrada del Mediterraneo… bisogna conoscere le strade interne della provincia per poterlo raggiungere. Posto sull’aspra rupe di uno sperone roccioso dominante la valle del fiume Tanagro, laddove riceve le acque del torrente Bianco che scorre dalla Lucania, dopo aver svalicato sul passo delle antiche “Nares Lucanae” all’altezza dello Scorzo e al termine della lunga discesa di Zuppino ecco che appare, lassù in alto a sinistra erto su un colle, il borgo di Castelluccio Cosentino che ci accoglie con una bella terrazza panoramica che si espande sulla catena dei monti Alburni, il caseggiato di Sicignano e le sue frazioni adagiate alle falde della montagna; in quella spianata verde fatta di campi e masserie, scorre la statale (166 degli Alburni) su quello che fin dall’antichità era la via Annia, divenuta poi Popilia e, sotto i Borboni, strada “Regia per le Calabrie” costellata da quelle che per secoli fungevano da taverne.

Si ha fame di orizzonti e allora che si fa…? Andiamo a conoscere questo borgo più da vicino, nel suo cuore. Sorto su una collina geologicamente separata dalla catena dei Monti Alburni Castelluccio ci accoglie avvolta in un irreale silenzio. Superate le prime case subito si avverte di come il luogo sembri disabitato; case chiuse, portoncini sbarrati, finestre oscurate. Causa di questo silenzio è, sicuramente, il forte spopolamento avuto per via dell’immigrazione; poche decine di anime, per lo più anziani, vivono qui durante l’anno, mentre il borgo si ravviva durante la stagione estiva per quei tanti che vengono qui in cerca di fresco e buona cucina. Il caseggiato ha un andamento longitudinale che si sviluppa da ovest verso est; alle spalle il visibile valico della Nares, dinanzi i rilievi della Lucania. Situato in collina per questioni strategiche, l’origine del borgo risalirebbe al XII secolo. Il paese fu fondato dagli abitanti del Casato Cusentinorum (Cosentini), da cui deriva il nome Castelluccio Cosentino, e conserva quasi intatti elementi tipici di un borgo medievale, come portali in pietra e archi.

Case, palazzine e abitazioni erette sulla viva roccia; terrazzini su cui cresce l’erba del tempo; dislivelli dalle mutevoli pendenze; rampe dalle incredibili traiettorie. Ovunque, accanto all’ingresso delle abitazioni al piano terra, sono addossate alle pareti lunghe lastre in pietra calcarea che fungono da sedile per ritrovarsi la sera, a chiacchierare, sorseggiare in amicizia quel rosso “veramente buono” e – magari – godere del fresco nelle calde serate estive. I suoi stretti e silenziosi vicoli con le pavimentazioni composte da regolari lastroni in pietra calcarea conducono sul luogo più esposto e, panoramicamente, più bello e interessante, laddove è stato realizzato il belvedere, che in origine era il basamento di una Torre di avvistamento: Buccino e i suoi monti che si stagliano in lontananza verso nord; la valle del torrente Bianco (affluente del Tanagro) che scorre dai rilievi lucani da est e la gigantesca muraglia degli Alburni che prospetta a sud. Tutto il resto è un magnifico “nutrirsi di orizzonti” che esalta l’emozione dei luoghi e si alimenta – per 360° – ovunque volga lo sguardo.

Alle spalle della terrazza panoramica sorge la chiesetta di Santa Maria dei Martiri (del 1538) che si presenta ad unica navata, con la porta d’accesso aperta sul lato nord e con tracce di affreschi murali nella volta absidale; una bellissima statua lignea della Madonna col Bambino è situata sull’altare principale; una modesta torre campanaria è posta di fianco al sacro edificio. Prima di lasciare il borgo ci rechiamo nella sua parte più bassa del caseggiato, quella che spiove verso la valle del Tanagro. Qui, appena superate le ultime case compaiono i ruderi che i locali indicano come “i casalin mbier a’ terra” (le piccole case ai piedi della terra), un piccolo gruppo di abitazioni, completamente crollate da secoli e di cui resistono ancora le mura perimetrali fortemente sorrette dalle piante, dai cespugli e dagli alberi che hanno messo radici tra i loro interstizi creando un suggestivo scenario di precarietà e abbandono. Castelluccio Cosentino è un piccolo gioiello di ruralità che resiste al tempo e che val bene una passeggiata attraverso i vicoli, le sue mura, le sue corti, i suoi antichi portali e le rampe in pietra; per il resto, da quassù nutrirsi di orizzonti… è possibile! (di Andrea Perciato; ph Maria Rita Liliano e A. Perciato) 

Cilento… lungo la “Via dei Sanfedisti” da Mercato a Rocca

“Nascette portoghese de’ Lisbona, a Napule campava ‘onna Eleonora… Murette quanno ‘a Napule se more, ‘o millessettecientonovantanove…!”

Tutta l’area che ruota intorno alle pendici del monte della Stella non è altro che la zona più antica della regione cilentana; quella parte di territorio in cui vennero ad incontrarsi le popolazioni autoctone preesistenti in questi luoghi e le nuove genti sbucate dai lontani lidi mediterranei, oltre i confini del mondo conosciuto.

Ma questi territori furono anche il teatro – nel 1799 – di fortissimi ed aspri scontri armati tra i giacobini (che inneggiavano alla Repubblica partenopea di Championnet) e i “conservatori” realisti (fedeli ai Borboni) delle bande sanfediste guidate del Cardinale Tommaso Ruffo. La marcia per liberare il regno dai “giacobini” guidata dal cardinale calabrese, mosse dalla Sicilia e attraversò il regno borbonico risalendo territori, borgate, villaggi e paesi, raccogliendo, durante la sua avanzata verso la capitale borbonica, un numero sempre più corposo di masse popolari fedeli al Regno tanto da farlo diventare un vero e proprio esercito: i “Sanfedisti”.

MERCATO Cilento (600 m) è un paese situato a “cavallo” lungo un crinale da cui si aprono vedute paesaggistiche di straordinaria bellezza tra le valli di Matonti e le marine di Agropoli a ponente, e sulla valle dell’Alento e i rilievi montuosi dell’interno a levante. Antico luogo in cui confluivano e transitavano le rotte carovaniere di uomini, mezzi e animali che dai litorali costieri dovevano raggiungere gli aspri territori montuosi, questo paese oggi è ancora avvolto dai suoi magici silenzi fatti di profumi intensi della macchia mediterranea.

Per un’erta salita si superano le case più antiche della borgata (frazione del comune di Perdifumo) posta ai piedi di una collina; più avanti si passa accanto al poderoso complesso monumentale del Convento di Santa Maria dei Martiri (già monastero dei “carmelitani) con i suoi singolari finestroni e le particolari “torri” angolari. Terminato l’asfalto, inizia uno sterrato che si snoda lungo lo spartiacque. La pista ripercorre fedelmente il tracciato dell’antica via utilizzata il 12 aprile del 1799 dall’esercito dei Sanfedisti per conquistare il castello di Rocca e muovere battaglia contro le forze giacobine che li erano a presidio per impedire la marcia delle truppe del Ruffo.

Lungo questo percorso sono possibili ammirare, su entrambi i versanti, alcuni scenari paesaggistici tra i più belli di tutto il Cilento: ad oriente la valle della Fiumara che va a confluire in quella dell’Alento mentre il Gelbison fa da cornice; a settentrione si stagliano le dorsali calcaree dei monti Chianello, Vesole e Soprano; a ponente invece si estende la valle del Testene, un rigagnolo d’acqua a carattere torrentizio che termina la sua breve corsa sulla costa presso Agropoli. Il cammino si sviluppa generalmente in quota con altezze che variano tra i 660 e i 675 metri; a queste quote i terreni intorno sono ricoperti da boschi di castagno, mentre nelle cespugliaie ai bordi della pista emergono il biancospino, l’erica, la felce, la ginestra e il pungitopo; la brezza dei venti che ascendono dalle vallate sottostanti restituisce gli inebrianti profumi del mirto, del lentisco e dell’origano.

Si continua a camminare tra ampie vedute paesaggistiche e panorami che si estendono oltre ogni possibile orizzonte. Siamo proprio lungo quel tratto di strada che qui vide contrapporsi le avanguardie sanfediste, coi giacobini attestati a difesa della “repubblica” partenopea proprio tra le mura del poderoso Castello. La pista termina quando sull’orizzonte si staglia – improvvisamente – l’imponente mole del Castello di Rocca Cilento (di origine Normanna del XII secolo). Qui, in questi paesi che si sviluppano dalla costa verso l’interno, ancora si evincono le tipiche caratteristiche medioevali riscontrabili negli impianti urbanistici; là, dove i centri arroccati sulle colline, avvolti dalle aromatiche essenze della natura cilentana, regalano ancora scorci paesaggistici ricchi di suggestione tra strette viuzze che s’incuneano fra le ombre dei porticati, delle torri, dei campanili, dei castelli, delle merlature e dei viali alberati. Paesi e villaggi da cui lo sguardo spazia sull’azzurro del mar Tirreno e l’incanto di Punta Licosa col suo isolato scoglio sormontato dal Faro.

ROCCA Cilento (594 m) è una frazione di Lustra; e sicuramente è questo il paese ove è più viva la testimonianza storica del Cilento più antico. Questo borgo fu la sede della baronia fino alla metà del 1500, divenendo il centro propulsore di attività per tutti i casali che ruotava-no lungo le pendici del monte della Stella. Sebbene la presenza di una poderosa fortezza normanna testimonia, forse, l’unico esempio di castello ben conservato di tutto il Cilento, l’intero paese vive e tramanda il ricordo dei tempi che furono con i tipici portoni in pietra prospicienti la via principale che attraversa longitudinalmente l’abitato; i suoi terrazzini e le sue finestre graziosamente abbellite da vasi multicolori; gli arcani silenzi e l’immensità di luoghi lontanissimi che ruotano con vedute paesaggistiche che si perdono fin oltre ogni possibile orizzonte; su una balconata panoramica, quasi un terrazzino, che si protende verso la diga dell’Alento, termina questo nostro percorso, alla scoperta di uno dei luoghi più antichi e storicamente più “coinvolgenti” di questi territori all’interno del Parco Nazionale. (di ©Andrea Perciato; ph di Maria Rita Liliano & A. Perciato)

SCOZIA… le Highlands, i fiordi, i loch, la Skye island; terre da sempre “ribelli” sospese tra cielo e mare…

Strade in mezzo al nulla che scompaiono all’orizzonte, paesaggi pazzeschi, di struggente bellezza e scenari quasi irreali che sembrano essere stati proiettati da mondi lontani, da qui una conclusione logica ed emotiva per chiunque ami davvero viversela la natura, in tutta la sua essenza: qui serve partire e andare a fare trekking! La Scozia è la patria dell’escursionismo per eccellenza e i suoi paesaggi – unici nel loro aspetto e da lasciare senza fiato – ne fanno ben capire la ragione.

Gli appassionati del trekking scelgono di venire a camminare in Scozia per vivere qualche giorno una full-immersion in una natura intrisa dai vividi colori del cardo (fiore simbolo della Sco-zia), allietata dalle lontane note di cornamuse e inebriate dal denso profumo di antiche distillerie per il whysky. In questo estremo lembo dell’isola britannica ci sono sentieri ben segnalati che attraversano paesaggi caratterizzati da montagne, brughiere, prati fioriti, laghi blu cobalto, verdi praterie e magnifici fiordi.

Escursionismo in Scozia significa camminare in una delle terre più belle, naturalistiche e incontaminate del nostro (bellissimo) Nord Europa. I sentieri in Scozia non sempre sono riconoscibili come sentieri, ma si identificano per lo più in “direzioni” da seguire lungo piste ove spesso non sempre c’è un sentiero tracciato. Lo spazio percorribile può essere a volte più ampio altre volte, invece, appena di poche decine di centimetri.

La realtà meteo in Scozia è abbastanza “capricciosa”, con ripetuti e – spesso – improvvisi capovolgimenti di fronte. Nuvole basse, vento, pioggia e cieli coperti possono incontrarsi anche ad agosto. Il lato positivo di queste precipitazioni è che esse possono cambiare di frequente, soprattutto quando si ha la fortuna di godere di qualche ora di sole che improvvisamente spunta dai cieli plumbei o per alcune giornate intere, beh allora in quel caso… si parla di bellezza allo stato puro!

In Scozia, se durante lunghi percorsi escursionistici di più giorni in completa autosufficienza ed autonomia, il modo migliore per trascorrere un bivacco notturno e dormire è il “campeggio libero”; questa forma di accantonamento o bivacco momentaneo in Scozia è sempre consentita su tutto il territorio nazionale.

Se oltre il Vallo di Adriano certi tramonti offrono paesaggi unici al mondo, tra lembi di terra circondati da acque marine e specchi lacustri, dove una macchia generata da erbe aromatiche fa da morbido cuscino – quasi una torbiera – al nostro cammino, allora siamo proprio nel posto giusto: siamo nella “Terra dei Gaeli”. La Scozia, terra di mare e di ripide scogliere, di fiumi e di cascate impetuose, di laghi dal misterioso fascino, di muschio e di torbiera dalle incredibili policromie, di castelli in cui ancora riecheggiano le antiche gesta di impavidi guerrieri ma è, soprattutto, una terra dagli incredibili orizzonti che offre scenari paesaggistici unici al mondo.

Appena fuori le principali città, come la splendida Edimburgo (sua capitale) e la contraddittoria Glasgow (centro industriale), si aprono scenari paesaggistici e ambientali di una bellezza unica, esclusiva, laddove solo il vento e qualche rapace solitario fanno sentire la propria voce riecheggiando attraverso le immense distese di brulli altipiani intervallati dal copioso manto vegetazionale composto da boschi e foreste; solo allora – dopo chilometri di passi completamente circondanti dal nulla e dal silenzio – con ampie vedute panoramiche dagli incredibili orizzonti, si avverte di essere al centro di quel luogo che ha fatto della Scozia una terra leggendaria: le Highland.

Qui i colori della natura sono unici, ovunque si volga lo sguardo oltre tutti i possibili orizzonti si avverte come questa terra riesca ancora ad offrire quel sapore di antico che permea da ogni angolo, dietro ogni pietra di antico villaggio rurale che s’incontra; laddove le capanne dei pastori vengono costruite come un tempo utilizzando solo legna e pietra, mentre quelle dei pescatori lungo le coste vengono dipinte da vivaci colori per essere viste al rientro della pesca. Immensi tappeti d’erba, spiovono fino agli orli di alte scogliere o nel cuore dei più profondi fiordi, ove s’infrangono le impetuose onde dei mari del nord, ambienti ove pascolano pecore dal copioso manto lanoso che ne brucano i filamenti mantenendosi in un precario equilibrio lungo precipitose pareti a picco.

La velocità con cui gli elementi della natura cambiano alternandosi tra copiose nebbie e schiarite, nuvole basse ed ampi squarci di azzurro, piogge improvvise e sferzate da venti impetuosi, qui sono una costante. Attraversando gli sporadici villaggi che si incontrano è possibile sostare presso locali che offrono un buon tè caldo o, per i più esigenti, bevande alcoliche come birra locale e l’immancabile whisky.

Chi, come noi, ha avuto la fortuna di girovagare per la Scozia proverà la magia che ogni centimetro di questa terra riesce a trasmette e la fantasia che scatena in ognuno; il trucco è avere la mente aperta e il cuore pronto a recepire tutte le emozioni possibili. Come scoprire le gotiche rovine della cattedrale di Elgin, le vaste brughiere dipinte di rosa dall’erica e le catene montuose del Cairngorms National Park. Nella parte occidentale della Scozia percorrendo le principali arterie di piste e sentieri colleganti villaggi, borghi e piccoli abitati, si incontrano caratteristici paesini, così come tante antiche chiese che si alternano a storici e tradizionali pub; qui in zona si distillano alcuni tra i più grandi whisky scozzesi. (di ©Andrea Perciato; photo by Maria Rita Liliano & A. Perciato)

GRECIA (ΣΛΛΑΔΞ)… su e giù tra le meraviglie della Macedonia

Non basterebbe un intero Wikipedia per riuscire a trovare le parole per descrivere e illustrare l’estrema bellezza dei luoghi attraversati, esplorati, conosciuti (forse non in profondità come meritavano ma a volte, spesso… il tempo è tiranno!). La Macedonia, quel vasto ed estremo territorio a nord della penisola ellenica, confinante con l’attuale stato della Macedonia settentrionale, altro non è che un immenso, selvaggio e variegato mondo in cui si incrociano le culture della pastorizia con quelle del bosco, quella contadina con quella del tipico agroalimentare e delle produzioni casearie, quella viticultura con quella olearia.

Immagino ancora i vecchi libri di storia che narrano di Filippo il “Macedone”, conquistatore dell’intera penisola greca; di suo figlio Alessandro “Magno” che completò l’opera paterna spostando i confini ellenici fino ad inglobare l’antico regno di Persia (oggi Iran); Dario III conosciuto anche col nome di Artashata… Le lunghe scorribande e la continua lotta da parte di dinastie, eserciti, re, principi e cavalieri per il controllo dei traffici e delle merci, sia via terra che per via mare, tra l’allora mondo occidentale conosciuto e quello orientale oscuro, misterioso e temuto mondo arabo d’indole bellicoso, sempre pronto a conquistare e depredare i miti porti e l’entroterra ellenico…

La Grecia conserva, al suo interno, un intenso ed articolato territorio montuoso (85% della superficie) in cui primeggia la più alta di tutte: quel monte Olimpo con le sue 55 cime che sembrano sempre essere irraggiungibili (occorrono sempre un paio di giorni di cammino per raggiungere la cima!) che gli antichi, al vederlo ricoperto di nubi, roboante di tuoni e circondato dalle folgori, ci misero ben poco per identificare in quell’altura, ben visibile a centinaia di km di distanza, la dimora degli Dei e la potenza espressa dalla loro collera.

Un mondo fatto in verticale invece è quello delle “Meteore” (Μετέωρε), Patrimonio Mondiale dell’Umanità (UNE-SCO), ove rocce a picco si impennano nel cielo e incutono timore reverenziale solo a guardarle dal basso o dalla lontana pianura tessalonica; un vasto “cielo di pietra” su cui troneggiano inaccessibili santuari rupestri in cui è molto sentito (e praticato) il culto della chiesa ortodossa perpetuato da monaci eremiti. Tra monasteri, chiese, cappelle e santuari rupestri è tutto un caleidoscopico alternarsi di icone, quadri, affreschi, miniature (alcune molto preziose) ricche di motivi religiosi e dai colori sgargianti; perdersi in questi silenzi lascia veramente senza parole… si resta, letteralmente, estasiati!

Purtroppo il tempo a disposizione è stato pochissimo, ma una puntatina alla penisola calcidica (Chalkidiki), soprattutto in quell’estremo lembo di terra montuosa che si protende, come un dito medio, verso il mare (Penisola di Sithonia) solo per andare a conoscere da vicino, quel suo particolare vitigno (sistemato a filari bassi) coltivato su terrazzamenti di calcareniti che, importato lungo le coste della “nostrana” Magna Grecia, ed in particolare verso le coste campane di Pithecusa (Ischia) e Positano, tra le prime e più importanti colonie greche, quell’Uva “Pede ‘e Palomma” (Uva Piede di Colombo) oggi meglio conosciuto e apprezzato, soprattutto sul “nostro” Sentiero degli Dei in costa d’Amalfi.

Ecco… sentire il profumo del mare inebriare le foglie dei tralci per restituire quell’essenza così inebriante, è stato davvero… un ritorno alle origini! (di ©Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

Day of Dys 06.06.1944 (Normandie, F) “POINT DU HOC” 30 mt di rocce e di sangue

Se c’è un luogo, in tutta la Normandia che ricordi ciò che avvenne quel 6 giugno 1944 esso è Point du Hoc, trenta metri di ripida roccia diventato, suo malgrado, il promontorio più famoso di tutte le coste francesi. Una falesia che piomba nel mare e caratterizza due scogliere dalle inaccessibili muraglie rocciose. Qui fu allestita la più imponente postazione di batterie di cannoni tedeschi che potevano colpire due tra le più importanti spiagge dello sbarco in Normandia: Utah a ponente e Omaha a levante. Questo fu il luogo che vide l’avvicinarsi delle compagnie del 2° Battaglione degli US Rangers che con scale, corde e rampini avevano il compito (tentando l’impossibile) di scalare la rocciosa scogliera fino all’altopiano e, successivamente, assaltare e distruggere le linee tedesche asserragliate nei bunker in cima.… una volta in cima ai loro occhi si presentò un paesaggio colmo dei crateri lasciati dopo i pesanti bombardamenti dell’artiglieria navale.

Oggi qui si respira una sensazione di calma e raccoglimento, il cielo azzurro si unisce oltre l’immenso sulla linea del mare, e le uniche voci che resistono sono quelle del vento e dei gabbiani. Ancora oggi si riesce a percepire quella terribile sensazione di cosa fu l’alba di quel 6 giugno; si rivive drammaticamente quell’ambientazione del tempo: i bunker, le batterie tedesche, i cannoni, il filo spinato, le falesie, il vento che soffia incessante… tutto contribuisce a rendere questo luogo davvero un posto molto suggestivo. Tutta la zona che sovrasta il promontorio e un luogo fuori dal tempo, sembra di essere proiettati indietro di oltre 70 anni: per volere e/o scelta delle autorità locali e militari, l’area è stata lasciata così come si presentava dopo la guerra, coi prati di falasca a picco sulla scogliera e delimitati ancora da quel filo spinato originale dell’epoca posizionati dai tedeschi per impedire l’assalto, con le postazioni dei bunker distrutti e le grosse buche lasciate dalle esplosioni. La posizione strategica del terreno, la ripida scogliera che sprofonda in mare e che non lascia vedere il fondo, lascia qui intuire di cosa davvero fu lo sbarco e tutta la conseguente operazione militare che ne derivò.

Pointe Du Hoc, una falesia dove i tedeschi avevano costruito dei bunker per cannoni di grosso calibro. Il 6 giugno qui sbarcarono i Rangers statunitensi, che conquistarono il loro obiettivo dopo aver scalato una parete rocciosa alta trenta metri. Oggi il sito è visitabile gratuitamente; alcuni bunker sono accessibili e la vista dalla cima della scogliera è indimenticabile. (di © Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

i “Palmenti” di PIETRAGALLA (PZ): storie di uomini, di pietre e di luoghi… “di-Vini”

Il viaggio in Basilicata è sempre una piacevole scoperta; ma andare alla conoscenza di luoghi davvero fuori dal tempo ha davvero un fascino unico, un’esperienza che lascia il segno, una emozione che difficilmente si dimentica. E sono proprio queste sensazioni che si provano avvicinandosi allo scenario (forse non) unico al mondo, di particolari “cellule” costruttive universalmente conosciute come i “Palmenti”; un quartiere a Pietragalla, un agglomerato di architettura rupestre, che spazia tra arte e ingegno, luogo elevato a simbolo di civiltà contadina.

Il fascino di questo quartiere, posto ai margini della periferia sud-orientale del borgo di Pietragalla, emerge dalla sua strategica posizione adagiato su un pendio scosceso con vedute panoramiche che spaziano lungo un rincorrersi di colli e vallate; alle spalle il borgo, di fronte, paesaggi che s’aprono sull’infinito. Ma come (e perché) sorgono queste nicchie scavate nel terreno grandi più o meno come un moderno disimpegno, o ricavate dai pendii inclinati, e – soprattutto – a cosa servivano? Andiamole a conoscere insieme e scopriamo perché sono così speciali.

Fuori le ultime case del borgo la via (Statale 169) comincia a scendere con una serie di curve e tornanti; dopo aver superato una grossa curva a gomito che piega a destra, ecco che compare in tutto il suo spettacolare scenario in un’atmosfera quasi da fiaba, il quartiere dei “palmenti”, antichi depositi per la trasformazione delle uve, costruiti dai contadini di un tempo in pietra locale. Di sicuro siamo di fronte a forme uniche, del tutto originali, di esemplari d’architettura rupestre che hanno mantenuto – nel corso dei secoli – la propria funzione (non residenziale) di luoghi adibiti alla lavorazione e produzione dei vitigni locali. Le strutture sono grotte ipogee scavate nella pietra arenaria oppure ricavate sfruttando le pendenze.

Anche se possono sembrare strutture costruite da secoli, l’idea di realizzare un quartiere così particolare, e d’importanza fondamentale per l’economia e il commercio della zona, risale – probabilmente – verso la fine del ‘700, di quando i monaci locali producevano in proprio il vino dei loro tenimenti, ma che durante il corso del tempo hanno ampliato ed evoluto la produzione (solo inizialmente) locale, tramutandola in una vera e propria industria vitivinicola. I “palmenti” traggono la propria origine dal verbo latino “paumentum” e cioè l’azione del pigiare, del battere, che ha originato il termine pavimento. I territori che sorgono a oriente del paese sono da sempre stati la privilegiata area di coltivazione dei vitigni locali.

Per secoli la maggior parte dei vigneti è stata coltivata sulle colline e nelle contrade tutte poste ad est di Pietragalla e le continue vendemmie mettevano in azione intere famiglie dedite alla raccolta, al trasporto per mezzo di animali da soma e alla lavorazione (ultima fase) che anticipava la produzione del cosiddetto “Nettare di-Vino” proprio all’interno di queste inconsuete “fabbriche del vino”; autentici laboratori in cui le particolari alchimie di mescite e conservazione, restituivano un prodotto di qualità ancora oggi apprezzato sulle tavole lucane e, specialmente, quelle locali.

L’area che fu individuata per realizzare questi palmenti non fu una scelta a caso, ma il principale motivo che le ha rese così speciali come tipologie costruttive (non residenziali) è stato per la conformazione geologica del pendio su cui sorgono e perché il sottosuolo è ricco di rocce tufacee, quindi piuttosto facili da lavorare. Ma, cosa da non sottovalutare, fu l’intuizione avuta nel realizzarli in modo tale da sfruttare l’orientamento puntato verso sud (le maggiori ore di luce solare) o al massimo verso SE, direzioni che garantivano il massimo afflusso di energia solare durante il corso della giornata ottimo per la fermentazione.

I palmenti sono dei veri e propri esempi di architettura rurale, originali botteghe (e laboratori) per la lavorazione e la produzione del vino, frutto dell’intuito e dell’ingegno dei vignaiuoli locali che pensarono bene di avere nelle vicinanze del borgo una zona appositamente attrezzata e adatta allo scopo. Girovagare tra i palmenti (sono circa 200) genera una piacevole sensazione che sa di antico, di fascino, di mistero, di fatica e sacrifici, di memorie lavorative perse nel tempo e di azioni dell’uomo oggi, sicuramente, sconosciute ai più. Camminare su e giù per i palmenti di Pietragalla non è solo un semplice attraversare luoghi ricchi di storia che hanno fatto della coltura del vino un vanto per l’economia locale, ma che ha restituito un plusvalore di cultura e tradizioni in quest’area della Lucania.

Osservando da vicino e andando a curiosare in ogni angolo, sia all’esterno che all’interno, i particolari costruttivi, i materiali usati, gli spazi adibiti alla lavorazione e la collocazione (con gli accessi tutti rivolti nella stessa direzione) di questi palmenti viene da pensare (ma è solo un’ipotesi) che Tolkien, insieme a sua figlia Priscilla, nel loro viaggio in Italia dell’agosto del 1955 oltre a Venezia e a Roma si spinsero verso il profondo Sud e – ma non si hanno prove – ci piace credere che abbiano potuto sfiorare Pietragalla e visitare i palmenti, traendo così ispirazione nel narrare il villaggio degli “hobbit” nel suo capolavoro letterario della “Terra di Mezzo”.

L’originalità delle architetture rupestri del luogo si unisce alla storia e alla curiosità. Se non uniche, di sicuro sono molto rare come costruzioni. In queste casette gli abitanti di Pietragalla servendosi di asini portavano le uve per poi schiacciarle ed estrarre il vino tramite un articolato sistema di vasche su differenti livelli per poi lasciare il mosto a fermentare anche grazie al particolare microclima, per poi trasferirlo definitivamente nelle botti. Qui ogni contadino aveva il suo palmento, qui si portavano le uve, si faceva fermentare nella parte bassa nella roccia e poi quando il mosto era maturo venivano riempite le botti e portate nelle cantine su in paese.

La caratteristica principale di questi palmenti emerge dal fatto che sono stati costruiti nella terra (ricavati dalle grotte preesistenti in loco) e, successivamente, è stata costruita la facciata in pietra frontale in cui si evidenziano il tufo, il calcare e l’arenaria. Erano strutture fondamentali per i contadini del posto perché proprio lì veniva prodotto il vino locale che ha creato economia fino alla metà degli anni 70 dello scorzo secolo! La fase finale della produzione avveniva col trasporto dei barili che si caricavano a dorso dei muli, oppure degli asini, per poi trasportarli – a loro volta – nelle cantine (le cosiddette “rutte”) su a Pietragalla, dove il vino veniva definitivamente versato nelle botti e messo a conservare.

Qui, le grotte dei palmenti (che non erano le cantine) avevano più o meno un identico spazio di lavorazione che potremo, sinteticamente, individuare così: 1) Vi era una prima fase che era, naturalmente, quella della vendemmia (la “v’nnéggn“); 2) i vitigni raccolti durante la vendemmia venivano introdotti nelle vasche ricavate da vani superiori solitamente accessibili con due aperture tali da consentire l’ingresso (si privilegiavano donne e fanciulli) e poter avviare la fase della pigiatura; 3) su un piano intermedio venivano scartati e depositati i raspi, riutilizzabili successivamente per altre operazioni; 4) l’estratto della pigiatura colava attraverso piccoli fori posti alla base inferiore del vano di pigiatura così da ottenere il mosto che veniva messo a fermentare in apposite vasche; 5) nel fondo della vasca di fermentazione vi è un canale per lo scarico del vino in corrispondenza del quale si trova una buca spaziosa (palm’ndédd) quanto basta per riempire i barili durante la svinatura; 6) al termine della fermentazione del mosto, che avviene dopo circa 20 giorni, si pratica la cosiddetta svinatura (“Sc’bb’ ttà“). In pratica con l’utilizzo della macchina spremitrice, si comprimono le vinacce per ottenere il vino.

Il nostro viaggio alla scoperta e conoscenza di un mondo fatto di fatica, di sudore, di attese, di privazioni, di sacrifici, ma anche di soddisfazioni per l’ottima qualità di un prodotto finale da poter gustare in ogni ricorrenza, termina con l’esplorazione di questo incredibile quartiere rurale. Un posto ove ancora si respira la forza generata dalle secolari produzioni vitivinicole, produzioni – inizialmente adottate per soddisfare solo i fabbisogni familiari – a cui tutte le famiglie di Pietragalla hanno partecipato per secoli avendo un proprio palmento e che hanno fatto conoscere a molti, l’importanza di un luogo, di una storia fatta di uomini e pietre e del vanto di una terra, la Lucania, che merita senz’altro di essere conosciuta e “gustata” soprattutto a tavola. La Lucania saprà come accoglierti, mentre a tavola ci sarà sempre un bicchiere di “quello buono” che non aspetta altro di esaltare le vostre pupille gustative. (di ©Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano e A. Perciato)