tra fascino e mistero nella “Palude del Capitano” (S. Isidoro di Nardò, Salento, LE)

Senza ombra di dubbio è uno dei posti più suggestivi di tutto il Salento, quel tratto di costa in cui s’apre la cosiddetta Palude del Capitano situata all’interno dell’area del Parco Naturale Regionale di Porto Selvaggio (a S. Isidoro di Nardò); il luogo offre ai visitatori uno scenario a dir poco incantevole. All’interno dell’area, dalla particolare conformazione geo-morfologica, giace una vegetazione rigogliosa con diverse piante ormai rare, oltre che testimonianze dell’uomo preistorico.

Negli ultimi anni, in seguito a campagne di scavi archeologici, sono stati riportati alla luce i resti di una villa romana ed è stato ritrovato anche un antico “unguentario” colmo di monete d’argento.

All’interno della palude (di interesse Comunitaria) s’aprono diversi specchi d’acqua dolce (dovuti al fenomeno carsico delle “doline di crollo”, meglio conosciute nel dialetto locale come “spundulate”) che hanno origine dalle fredde sorgenti dalla roccia che si amalgama alle acque salate provenienti da piccoli canali sotterranei che dal vicino mare si congiungono fino all’interno della palude.

Il fenomeno del carsismo genera delle cavità sotterranee che in alcuni casi si aprono in superficie a causa dello sprofondamento (da qui il nome spunnulata) della volta della grotta. All’interno di questo specchio acquatico si mescolano l’acqua salata proveniente dal mare e l’acqua dolce della falda freatica offrendo riparo e habitat ad una moltitudine di specie ittiche come cefali e spigole che risalgono dal vicino mare attraverso le condotte sotterranee e qui crescono indisturbati.

L’incontaminato panorama cattura lo sguardo e rasserena l’animo dei visitatori che qui trovano un ambiente in cui la pace e la natura regnano sovrane. Difficile descrivere con le parole la sublime bellezza del luogo che sicuramente merita di essere visitato seppure non è facilmente individuabile.

In questo contesto paradisiaco creato dalla natura, per mezzo di una camminata di terra e pietrisco si arriva in breve alla casetta del Capitano, da cui il posto prende il nome. La leggenda locale narra di un marinaio che, ormai stanco della vita di mare, decise di costruire lungo le sponde del laghetto una casetta in cui vivere completamente immerso in un ambiente dagli scorci suggestivi, allora come oggi, incontaminati ed unici.

Tutto intorno, vicino alle spiagge di Porto Cesareo, al comprensorio di Sant’Isidoro e nelle marine di Nardò crescono importantissime piante, come la solicornia, il limonio endemico salentino e il rarissimo “Spinaporci” (Sarcopoterium spinosum). Piante che si riflettono su di un azzurro così intenso che non è semplicemente un mare, ma che è una filosofia di vita, uno stile di pensiero, freschezza e libertà, elementi che caratterizzano questo particolare luogo lungo la costa salentina del golfo di Taranto. Nonostante la Palude del Capitano sia così suggestiva, non è consentito fare immersioni, ma basta spostarsi di pochissimo per trovarsi dinanzi a una costa talmente così selvaggia e dalle acque così trasparenti che basteranno a rinfrancare e ad offrire stati d’animo e sensazioni davvero uniche.

Al centro della baietta si apre la spiaggia del Frascone, raggiungibile dal parcheggio con una breve passeggiata, un pezzo di costa che presenta sia un tratto con scogli bassi e agevoli, sia qualche metro di arenile in cui è possibile distendersi al sole. A poche decine di metri dalla riva sorge un isolotto, a cui si può facilmente arrivare facendo una bella nuotata; e il bello della zona è che consente, se ci si sposta leggermente, di trovare anfratti e luoghi perfetti per coloro che non amano la folla, ma che al contrario vogliano godere della natura impervia e selvaggia in totale isolamento. (di ©Andrea Perciato)

Parco Nazionale del Triglav (Slovenia): lago di Bohijnsky tra leggende e fiori miracolosi;

Il regno dei Sette laghi del Triglav è un paesaggio senza tempo, né confini di spazio, poichè così profonde, determinate e serie sono le forze della natura quando plasmano il suo volto e quando sceglie i suoi colori…

Il Parco Nazionale del Triglav fu proclamato tale in Slovenia già dal 1924 e comprende-va, allora, la valle dei Sette laghi del Triglav, o – come meglio conosciuta – del Tricorno. Man mano che si penetra all’interno dei territori del Parco Nazionale del Triglav, gli orizzonti assumono contorni sempre più alti rispetto alla nostra visuale.

La LEGENDA dell’AURICORNO e del FIORE MIRACOLOSO. Narra di una fiaba in cui l’auricorno, mitico animale (tra uno stambecco e un cervo) del Parco Nazionale di Triglav, fu ucciso da un cacciatore innamorato e cieco dall’avidità. La sua ferita guarì con l’aiuto di un miracoloso fiore che sboccia esclusivamente tra i monti del Triglav. La vendetta dell’auricorno fu tremenda… quella di lasciare per sempre questo meraviglioso posto e portarsi via con sé tutte le ricchezze e le bellezze naturalistiche, paesaggistiche e ambientali; ma, osservando attentamente coi nostri occhi la natura circostante, sembra essere il contrario!

Raggiungendo le sponde del lago, improvvisamente ci accoglie, sulla destra, ai margini orientali dello stesso, la pittoresca Chiesa di S. Giovanni Battista. Dalla chiesa, insieme al vicino ponte, è possibile scorgere una tra le più splendide vedute su tutto lago di Bohinj; la chiesa, che rappresenta il simbolo di Bohinj, fu costruita prima del 1300 e, successivamente, fu ricostruita e arredata con altari in stile barocco. La chiesa risulta essere tra i più begli esempi di edilizia e pittura medievale di tutta la Slovenia.

Case e masserie sparse sono distribuite sui densi e copiosi tappeti di prati verdi che circondano il lago; esse conservano ancora quella tipica e caratteristica edilizia rurale fatta esclusivamente di pietra e legno. Qui è possibile avere contatti e interessanti incontri con la popolazione locale che si mostra spesso aperta e gentile col forestiero di passaggio; tutt’intorno, esplodono 360° di natura intatta, ove è possibile fare belle e interessanti escursioni nei dintorni, rilassarsi e ritrovare se stessi. Abbandonarsi all’armonia della coesistenza tra uomo e natura qui… è possibile; ma anche sentire la genuinità della campagna slovena, ammirare le creste rocciose delle Alpi Giulie che, riflettendo la loro rosea livrea, superano di poco i 2800 metri d’altezza e fanno da corona – improvvisamente – al più bello e intenso spettacolo della natura carsica che caratterizza il Parco Nazionale del Triglav: BOHINJ…

Il bacino lacustre di Bohinj inoltre, con le sue limpide e trasparenti acque che riflettono i profili delle circostanti montagne – per certi aspetti, mistiche – è il posto ideale per tutti coloro in cerca di pace e di rilassamento avvolti in una natura così bella riscontrabile – forse – solo in altri rari luoghi al mondo; tutt’intorno solo silenzio rotto appena dal flebile fruscio del vento che, soffiando, scivola dai rocciosi pendii per disegnare singolari correnti di superficie sullo specchio lacustre. Qui, in inverno, quando le montagne si rivestono del candore della neve e il lago si ricopre col ghiaccio, numerosa è la presenza di appassionati delle attività sciistiche alpine e di fondo, che hui hanno la possibilità di poter vivere da entusiastici protagonisti questi paesaggi invernali davvero unici.

Il LAGO di BOHINJ è il lago più grande della Slovenia e si estende fino ai 4100 metri in lunghezza, per i 1200 metri in larghezza fino a toccare i 45 metri di profondità; tra i pesci che qui hanno trovato casa per la salubrità delle acque vi è anche il salmerino alpino. Un soggiorno, compiendo belle e intense escursioni attraverso i boschi e i monti nei dintorni lungo queste sponde, cambia davvero la vita e restituisce energie mai provate prima… potete crederci! (di ©Andrea Perciato)

INVERNESS (Scozia, UK)… accogliente e misteriosa capitale delle Highlands

Inverness è la città più a nord della Scozia ed è la capitale delle Highlands. Non è una città di particolare bellezza, ma la zona più pittoresca è – sicuramente – lungo il fiume Ness, che è indubbiamente un ottimo punto di partenza per visitare gli splendidi d’intorni, ricchi di storia e scorci emozionanti.

La cittadina si presta bene per delle camminate a piedi, con facili passeggiate che si distribuiscono dall’incantevole fiume Ness fino al Castello di Inverness e alla Cattedrale di Sant’Andrea, senza dimenticare il vivace Mercato “vittoriano“. Principale base di partenza per le esplorazioni nelle Highlands; in pochi minuti d’auto si è – praticamente – lungo le sponde del “misterioso” Loch Ness (col leggendario mostro Nessie), nei pressi del campo di battaglia di Culloden e vicino ai tumuli di pietre di Clava Cairns, risalenti all’Età del Bronzo.

Città spesso avvolta dalle nebbie, che la nascondono per intere giornate oppure dalle foschie del mattino che ne esaltano il fascino, Inverness ha il vantaggio di essere, anche se relativamente piccola, un luogo molto ospitale; per queste sue caratteristiche attira sempre di più il gusto di turisti e appassionati alla ricerca del particolare, dell’insolito e – del perché no – degli spettacoli offerti dalla storia, così come dalla natura. Bella, piacevole e distensiva risulta essere la passeggiata accanto alle sponde del fiume; lungo essa non si disdegna di visitare le molte chiese che s’incontrano, così come anche la salita al Castello che offre una splendida vista panoramica sull’intera città.

Il fiume (Ness) che l’attraversa nasce proprio dall’omonimo lago di Ness e sfocia direttamente nel mare. Nella sua parte terminale, in quel tratto tra la fine del lago e prima di raggiungere il mare, esso scorre attraverso la città e lambisce la base della collina da cui si erge il Castello di Inverness. Lungo il fiume è possibile vedere il Teatro Eden Court, uno dei più grandi teatri della Scozia e la St. Andrews Chatedral. Nel tratto metropolitano il fiume viene superato da diversi ponti che collegano le due parti della città divise da questa via d’acqua; tra i più significativi di questi ponti spicca il Greig Street Bridge, ponte sospeso realizzato nel 1881.

La città è molto rinomata per la pesca al salmone, principale alimento sulle tavole di case e ristoranti locali; la cattura del prezioso pesce viene praticata presso le Ness islands che – molto frequentate per piacevoli passeggiate nella natura vista la copiosa vegetazione – si ergono a monte del centro di Inverness, oppure direttamente dalle sponde cittadine. Non è raro veder nuotare tra i flutti del fiume le foche, così come è sorprendente veder volteggiare, tra i lunghi filari di tiglio che sporgono dalle rive, una particolare avifauna caratterizzata dagli aironi e dai gabbiani dalle enormi dimensioni. Le sky-line che possono godersi al tramonto lungo il fiume sono di una spettacolare bellezza paesaggistica mentre il vento, per la gran parte della giornata, evidenzia lo splendore naturalistico delle montagne che circondano la città e che si stagliano sull’orizzonte in un’austera immensità che scorci panoramici davvero unici. (di ©Andrea Perciato)

pedalando lungo la “CICLOVIA del VOLTURNO” dal Molise a Capua (CE)

La Ciclovia del Volturno, prima pista ciclabile al Sud, è un percorso per cicloturisti con una segnaletica direzionale che ne facilita l’individuazione. Il tracciato si sviluppa su stradine secondarie ai margini delle campagne bagnate dal grande fiume, ed ha inizio dalle sorgenti del Volturno (IS) per terminare a Capua (CE). La Ciclovia del Volturno è un tuffo nella storia, semplicemente… pedalando!

UN FIUME CHE ATTRAVERSA LA STORIA… Le sponde fluviali vengono doppiate più volte, così come gli ampi appezzamenti di allevamenti di bufale. Qui un’arcaica civiltà contadina e le reminiscenze borboniche s’intrecciano più volte durante il percorso, alternandosi a fortificazioni medioevali e tracce dell’antica presenza di Roma. I paesaggi che si aprono lungo le sponde orografiche offrono vedute che si alternano dalle dolci colline – dove regnano secolari uliveti e gustosissimi vitigni, il “Pallagrello”, di matrice reale – ai rilievi montuosi più lontani, come le propaggini del massiccio dei monti del Matese e l’impervia valle Telesina.

La Ciclovia offre all’escursionista su due ruote la possibilità di osservare numerose attrattive paesaggistiche, ambientali e culturali di territori sapientemente conservati, dove l’antica civiltà contadina ha qui lasciato indelebili tracce ancora presenti nelle popolazioni locali. Ex riserve di caccia reali appartenute ai Borboni si alternano a viali completamente avvolti dalla frescura offerta dagli intensi filari di platani secolari. Città come Vairano, Alife e Caiazzo sono ricche di testimonianze romane, medioevali e barocche, mentre antiche fontane del Settecento si susseguono a tracce di opus reticularum ai bordi della pista, lungo un territorio che ha rappresentato da sempre un autentico corridoio tra le pianure campane e gli aspri rilievi abruzzesi.

AMPI ORIZZONTI TRA AZZURRO, VERDE E ARGENTO… Dalle sorgenti fino alla pianura campana il Volturno è uno dei fiumi più importanti del Sud Italia. I colori sono quelli della terra irradiata dal sole, delle antiche case in pietra di borghi e casali, dei campi coltivati dove la danza dei girasoli rende tutto più magico e luminoso, dei covoni di paglia come turrite sentinelle di un orizzonte che sembra non finire mai, delle argentee e luminose acque fluviali. I profumi sono quelli dei frutti selvatici, more e lamponi, colti al volo ai bordi della pista, del pane cotto a legna nel forno comune di un’antica corte. I suoni sono quelli dell’aratro che solca una terra apparentemente dura e inospitale, dei campanacci di bufale al pascolo, dei rintocchi dei campanili di pievi lontane. La Ciclovia del Volturno si percorre senza particolari difficoltà tecniche: si presenta pianeggiante, tendenzialmente in discesa dalla sorgente fino a Capua, minimi i dislivelli sostenuti a Cerro al Volturno e Colli al Volturno, ancora più lievi a Ruviano e Castel Campagnano. Una ciclovia adatta a tutti i ciclisti e cicloturisti, soprattutto alle famiglie e a quelli che il Sud desiderano scoprirlo (e sentirlo) su due ruote.

Da Rocchetta al Volturno (IS), dove hanno origini le limpide e cristalline acque alla base del massiccio delle Mainarde (già Parco Nazionale d’Abruzzo), ci si immerge subito attraverso una natura rigogliosa: nella prima parte si toccano piccoli insediamenti abitativi, molto caratteristici, e guadagnando la discesa si raggiunge un fondovalle in cui trionfa la campagna (masserie isolate e case coloniche) in tutto il suo massimo splendore, costeggiando campi e orti le cui sistemazioni sono vere e proprie opere d’arte rurale!

Il percorso non presenta particolari difficoltà tecniche. I dislivelli abbordabili mostrano un profilo altimetrico tendenzialmente in continua (e leggera) discesa, salvo alcuni saliscendi abbastanza ripidi nel comune di Cerro al Volturno e Colli al Volturno, e alcuni più lievi a Ruviano e Castel Campagnano. Il traffico su queste strade è talmente poco sostenuto da non rappresentare alcun problema.

La Ciclovia ha inizio dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, alle pendici della catena delle Mainarde, ai piedi di monte Azzone, da cui hanno origini le acque del Volturno. Lungo la prima parte del percorso si pedala su una piacevole sterrata che segue il fiume per i suoi primi 3 chilometri; si costeggia l’area archeologica degli scavi della città monastica di Castel San Vincenzo e si continua attraverso appezzamenti di campi erbosi e coltivati a graminacee. Dopo un breve e facile guado si procede su asfalto attraverso la piccola frazione di Cartiera, continuando sulla strada proveniente da Pizzone, fino a raggiungere il centro abitato di Cerro al Volturno.

Da qui si sale e si attraversano i graziosi villaggi di Petrara e Valloni. Una stradina asfaltata di 6 chilometri circa, con fondo sconnesso, scende e poi risale fino a un lavatoio nella frazione di Casale: da qui si prende una ripida discesa fino al centro abitato di Colli al Volturno. Lasciata la strada per Fornelli, presso il Ponte Rosso riappare nuovamente il fiume: si costeggia sulla sinistra orografica il corso d’acqua fino ad attraversarlo sulla diga di Ripaspaccata, nel comune di Montaquila. Procediamo fino a Taverna di Roccaravindola attraverso una piana coltivata. Superato il ponte dei Venticinque Archi, si lascia la strada percorrendo un facile saliscendi su sterrato che in breve giunge al grazioso villaggio di Campo della Fontana (Monteroduni).

Costeggiando il fiume si raggiunge il Ponte del Re, dove si dirama una variante sulla riva sinistra di 12,5 chilometri (Ciorlano, Pratella, Ailano), che si ricongiunge al percorso principale della riva destra (comune di Vairano Patenora), dopo aver attraversato il grazioso e tranquillo villaggio di Mastrati (comune di Pratella). Si prosegue sui tratti pianeggianti che attraversano i comuni di Venafro, Sesto Campano e Presenzano. Il centro visite della centrale Enel di Presenzano è a 500 metri dal percorso che costeggia per 300 metri l’invaso inferiore. Si attraversa la SS85 Venafrana e si prosegue su stradine interne, tra i campi coltivati della Bonifica nel comune di Vairano Patenora. Siamo a circa 65 chilometri dalla partenza e questo può essere considerato il punto di arrivo della prima tappa: si trovano strutture ricettive, servizi bike friendly, mezzi di trasporto pubblico (treno, auto e bus) da Napoli, Roma e Pescara, nonchè l’uscita autostradale di Caianello della A1.

A tre chilometri dal centro di Vairano si congiunge il percorso della riva sinistra della Ciclovia, con il percorso principale della riva destra, che si era diviso precedentemente in località Ponte del Re, nel comune di Ciorlano. Si prosegue ora per Pietravairano, costeggiando un canale di irrigazione del Consorzio di Bonifica su tratto sterrato si attraversa il territorio dei comuni di Raviscanina, Sant’Angelo d’Alife e Alife (il centro storico è circondato da una imponente opera muraria di epoca romana e dista 2 chilometri dal percorso della Ciclovia). Dopo Alife si entra nel comune di Gioia Sannitica e ci si inerpica lungo i saliscendi di Ruviano che sovrastano il fiume (punti panoramici sulla valle). Proseguendo per Castel Campagnano si supera la caratteristica frazione di Squille, e con lievissime variazioni altimetriche si susseguono coltivazioni di ulivi fino a Caiazzo, dove è possibile sostare e far tappa in uno degli accoglienti agriturismi della zona.

Ci apprestiamo ora a compiere l’ultimo e più facile tratto della Ciclovia. Da Caiazzo si pedala attraverso la Piana di Monteverna, superato il centro abitato si procede per Castel di Sasso toccando Pontelatone e Bellona. Prima di oltrepassare il Ponte di Annibale, una lieve deviazione (poche centinaia di metri) porta alle fresche sorgenti minerali di Triflisco. Dopo aver sostato a Sant’Angelo in Formis per scoprire la sua splendida abbazia interamente affrescata, Capua è a portata di pedale. Le prime case del paese ci accolgono attraverso un dedalo di viuzze basolate ed archi di portali finemente decorati; la segnaletica locale ci obbliga a compiere una serpentina attraverso vicoli e cardi fino a costeggiare il grande fiume campano e raggiungere così, finalmente, l’imbocco del Ponte Romano sul Volturno, punto terminale di questa ciclovia. (di ©Andrea Perciato)

al fiordo di Crapolla (costa d’Amalfi), sulle orme dell’Apostolo Pietro…

E’ noto che quello di Furore sia molto famoso, per cultura e attività sportive, ma c’è anche un altro (più piccolo) fiordo che caratterizza la costa: dopo Positano, una precipitosa scalinata conduce in uno degli angoli più suggestivi dell’intera penisola dei Lattari; una spettacolare escursione conduce al Fiordo di Crapolla, tra le bellezze sconosciute della costiera. Paesaggi mozzafiato, panorami che si perdono all’infinito e suggestive emozioni di matrice omerica completano questa bella e insolita escursione dai monti al mare. PS il costume è d’obbligo.

Muovendosi da SANT’AGATA dei Due GOLFI (390 m) è quell’agglomerato di case che sorge a cavallo della dorsale della penisola sorrentina e, come dalla sua toponomastica, consente di affacciarsi su entrambi i golfi di Napoli, a N e di Salerno, a S. All’altezza di un albergo ha inizio una ripida discesa (Via Pigna) imboccando la strada verso la costa che mena in direzione di Torca. Appena una decina di metri e si volge subito a destra lungo la I traversa di Via Pigna, uno stretto corridoio che va ad insinuarsi tra le case isolate e terreni recintati (orti, vigneti e uliveti).

Seguendo l’arteria principale (Via Iarito) il percorso gradualmente si addolcisce passando tra case sparse e lievi terrazzamenti; un passaggio sotto un ponticello determina l’uscita dalla borgata, mentre un gigantesco pino marittimo sulla destra caratterizza questa parte inziale del percorso per raggiungere la costa. Nella piccola boscaglia che s’apre sulla sinistra, improvvisamente si ode lo scrosciare delle acque del rivo Iarito che, per salti d’acqua e cascatelle, accompagna buona parte del nostro cammino attraverso macchie ulivate).               

Lasciati alle spalle l’ultima villetta la pista continua a scendere superando ancora due ponticelli fino ad entrare in un’autentica galleria vegetazionale (composta da macchia e roveti) ove il ruscello scorre giù in basso alla sinistra del percorso. Questo ultimo tratto costeggia il torrente con un muretto di contenimento (brevi passamani in legno consentono il passaggio); mentre la folta boscaglia lentamente si dirada lasciando affacciare un immenso orizzonte fatto solo di cielo e di mare completamente abbagliato dalla luce del sole.

Siamo a ridosso di un promontorio brullo e scosceso determinato da particolari pareti calcaree e cavità ipogeiche. La pista si tramuta in brecciolino e subito dopo ha inizio (presenza di una panca in pietra sulla destra) la lunga discesa determinata sa gradini in roccia (circa mille scalini) che porta fin giù al piccolo fiordo di Crapolla. Questi gradini sono numerati – a una distanza di 50 metri tra loro – con piastrelle in ceramica secondo un ordine decrescente che parte dal fondo della Marina di Crapolla; tra il 650° e il 600° scalino parte sulla destra, a ridosso dello scosceso pendio, il sentiero dell’Alta Via dei Monti Lattari del CAI che scorre lungo la costa di Recommone.

Il sentiero continua a scendere lungo l’accidentata teoria di gradoni in roccia che serpeggia attraverso gli interminabili tornanti; di fronte, forse lo spettacolo più incantevole di tutto il Mediterraneo: verso oriente, prospettano gli isolotti delle Sirenuse (i “Galli”), la Torre di guardia costiera spagnola a controllo dell’imbocco del fiordo e lo scoglio di Vetara, mentre a occidente la selvaggia costa di Recommone con lo splendido isolotto Isca (di proprietà dei De Filippo), lo scoglio di Scruopolo e le rupi di Montalto. Circondati da questo incantevole paesaggio costiero si giunge alla piccola spianata da cui si erge la cappellina dedita al culto di San Pietro, eretta sui ruderi di una più antica badia benedettina.

Vuole la tradizione popolare che l’apostolo Pietro, proveniente via mare dalla Palestina, qui approdò proprio sulla ciottolosa spiaggia della Marina di Crapolla e proseguì a piedi fino a Roma. Lasciati alle spalle la cappella di San Pietro ha inizio l’ultimo tratto in discesa – ora ombreggiato da una copiosa vegetazione spontanea – che conduce fin giù alla pittoresca spiaggetta della Marina di CRAPOLLA. La voce tonante del mare spumeggia lungo le precipitose scogliere che caratterizzano l’ingresso del fiordo, mentre in fondo alla gola, volgendo lo sguardo in alto, si resta incantati dalla selvaggia bellezza del luogo: alte pareti con incredibili verticalismi che sembrano chiudere il cielo sopra le nostre teste, mentre le acque del torrente Iarito piombano con una piccola cascata per mezzo di un salto di oltre cento metri; se tutto ciò non è il Paradiso…!

Raggiunti la spiaggia (larga appena 20 metri) ricoperta di ciottoli con le barche dei pescatori ormeggiate al riparo dei marosi, osservando attentamente la caratteristica insenatura della montagna vi si possono scorgere – addossati alle pareti in calcare ed arenaria – ruderi di antiche strutture d’epoca romana (probabilmente resti di ville e magazzini) come i “monazeni” (depositi e basi di appoggio) dei pescatori locali; tutto il resto è scoprire l’emozione di trovarsi sperduti in così poco spazio al centro di un luogo “vissuto” da millenni, una suggestione che per bellezza e natura davvero non ha eguali! Durante la stagione estiva, per la balneazione è consigliabile sfruttare la cosiddetta “sfera ‘e sole” che (illuminando il fiordo e la spiaggetta) dura poco più di trenta minuti. (di ©Andrea Perciato)

Foresta Nera/Schwarzwald (DE): tra i mulini della valle di Gutach Kaiserstuhl Rhein

Un crogiuolo di piste e itinerari per far scoprire quanto sia importante questo micro cosmo fatto di natura intensa e creature fiabesche che sbucano da ogni dove: suoni, profumi, odori, essenze, colori, emozioni… questo è il fascino della Foresta Nera (Schwarzwalden) in Germania, questa è la valle del Gutach ove l’energia dei mulini genera forza e lavoro.

la Foresta Nera (meglio conosciuta come Schwarzwalden) in Germania è un concentrato di itinerari e percorsi escursionistici giornalieri che, per compierli tutti, non basterebbe una vita! Chilometri di terra battuta e superficie arborea che compongono un autentico cuscino di verde cupo da cui si ergono, maestose – e non sempre aspre – le montagne del circondario.

Negli angoli più nascosti e poco accessibili riecheggiano il magico suono delle acque di ruscelli, fiumi, torrenti e cascate che alimentano le ruote dei pittoreschi mulini in legno, singolari reminiscenze di un passato medioevale che qui difficilmente tende a scomparire.

Le pittoresche abitazioni in pietra e legno coi tetti in paglia o torbiere e le facciate a “graticcio” riconducono le emozioni a secoli passati in cui dalla natura si riusciva ad ottenere ogni cosa di cui l’uomo avesse bisogno. Tutto ciò concorre a formare quell’autentico paradiso naturale che aspetta soltanto di ricevere le impronte dei nostri scarponcini e vivere del silenzio attraversato dai nostri passi!

Scopriamo l’incanto di una tra le più belle vallate della Foresta Nera: la GUTACH Valley che si sviluppa per circa 16 chilometri. Spostandosi in treno da Friburgo, si scende alla fermata di Gutach Haltestelle. Attraversati la cittadina, tra fabbriche di legname (la foresta ne è ricchissima) e distillazione della birra, laboratori artigianali, balconate abbellite da vasi e fiori, nidi con le cicogne in amore sui camini più in alto o sul campanile, appena fuori il caseggiato, superati un ponte e alcuni impianti sportivi parte, sulla destra (ben visibile un’antica croce in pietra), una pista sterrata che penetra all’interno della foresta.

Qui il fiume – che scorre accanto al sentiero – scende lento, tra rivoli e gorgoglii; ai lati della valle scivolano torrenti con rapide e scogli a pelo d’acqua sulle cui sponde primeggiano vigneti e frutteti. L’uniformità dei colori di una natura pluviale, rendono ancor più magico il paesaggio tra borghi da cartolina, con le case dai tetti sistemati a graticcio, villaggi medioevali, antichi campanili nascosti tra boschi e fattorie dai caratteristici tetti spioventi. Qui il ciclo dell’acqua si rincorre dalla notte dei tempi con torrenti che da placidi ruscelli, dopo copiose piogge, si trasformano in autentiche forze della natura generando cascate e rapide che mutano continuamente nel corso del tempo, mentre lungo le rive passeggiano – indisturbati – ed è facile scorgere bellissimi ed eleganti esemplari di aironi cenerini dalle incredibili livree che, spaventati dall’avvicinarsi del cinghiale, si alzano velocemente in volo.

Si cammina lungo la principale pista che attraversa la valle lasciandoci guidare, ora su una sponda, ora sul lato opposto, semplicemente dall’istinto superando, in successione, case in legno, pendii erbosi, prati coltivati, appezzamenti, cataste di legno, radure, abetaie, creste montuose che si alternano a borgate e villaggi che si perdono sull’orizzonte. Come per incanto la pista passa vicino a quelli che sono (rimasti in pochi) gli antichi mulini della zona; un percorso punteggiato da luoghi fatti di storia, di tradizione e di duro lavoro, di tipiche produzioni locali e di commercio con le vicine regioni (i “land”), di antiche fabbriche e moderni laboratori di artigianato che da sempre raccontano la vita di un popolo fiero e orgoglioso, come solo i tedeschi sanno essere.

I mulini sembrano sbucare dalle fiabe e la magia degli orologi a cucù rendono ancor più vivace la vita nella vallata; questi – e tanti altri ancora – sono solo alcuni degli ingredienti che rendono unica una terra come la Foresta Nera (la Schwarzwald) ed in particolar modo la valle di Gutach; attraversarla a piedi, in uno scenario paesaggistico davvero fuori dal tempo, ove la natura sprigiona al massimo tutte le sue energie tramutando un paesaggio (solo in apparenza) silente, ricco di colori ed essenze aromatiche, riuscendo ad offrire emozioni, stati d’animo e sensazioni forse dimenticate e mai apprezzate in profondità. (di ©Andrea Perciato)

PALINURO (costa del Cilento, SA)… dal leggendario nocchiero alle spiagge del mito!

La leggenda narra che lo sfortunato pilota della flotta di Enea non perì subito, ma dopo che egli raggiunse a nuoto la scogliera qui, stremato dalle forze, svenne, e quando fu ritrovato dagli abitanti del vicino villaggio di pescatori questi, credendolo una “creatura” sconosciuta (proveniente dalle onde, dalle profondità del mare e, quindi, non terrena), lo presero a percuotere fino a causarne la morte.

Simile alla maggior parte dei promontori montuosi che si protendono verso il mare (vedi monti Lattari, Gargano, Cinque Terre, ecc.), quello di Palinuro va soggetto a continue e violente tempeste marine e in due occasioni – in passato – fu teatro di disastrosi naufragi a danno della flotta Romana. Palinuro una volta era un minuscolo villaggio di locali pescatori; mentre oggi le numerose strutture ricettive presenti – come villaggi, alberghi, residence, b&b e camping dotati di tutti i comfort – rendono più gradevole la visita e il soggiorno in quest’incantevole luogo frequentato, ogni anno, da decine di migliaia di turisti. Presso il pittoresco porticciolo non è raro trovare le barche che rientrano dalla pesca notturna (la famosa “lamparada”) ed avere la possibilità di acquistare direttamente sul molo le numerosissime specialità di pesce fresco appena issato con le reti.

Nelle vicinanze, a ridosso della scogliera c’è Punta del Fortino coi ruderi di un’antica postazione fortificata. Da questo punto lo sguardo spazia sull’infinita fascia costiera cilentana. Osservando attentamente la frastagliata scogliera del capo, verso occidente, è possibile scorgere sul pelo dell’acqua l’apertura della famosa (e suggestiva) Grotta Azzurra dalle straordinarie tonalità cromatiche generate dal riflesso delle acque dei suoi fondali.

All’altezza di Punta della Quaglia sono appena visibili i ruderi di un’altra torre costiera; di fronte, verso ponente, si estende quello che è uno dei tratti di mare più belli del Mediterraneo. In questo punto il promontorio s’innalza con una scogliera dai lineamenti piuttosto frastagliati; essa, imponente e precipitosa verso il mare, cala a picco nell’immensità dell’azzurro più intenso sprofondando con un dislivello che oscilla tra i 20/30 metri fino a toccare un banco sabbioso che viene completamente ricoperto di alghe. I fondali in cui s’immerge Capo Palinuro sono ricchissimi di una policroma flora e abitati da una variopinta fauna marina tra cui spugne, spirografi, stelle marine (rosse), “pharazoantus” (animaletti, organismi viventi, simili a microinfiorescenze) che si presentano come tanti fiorellini colorati di giallo, e numerose altre specie meno note.

Lungo i crinali e le ripide pareti della scogliera sono possibili ammirare il giglio marino e la ruchetta di mare dalle infiorescenze colo lilla chiaro. A settentrione il promontorio è ricco di pinete e si alterna ad una macchia bassa composta dal ginepro, mirto, lentisco, rosmarino e cisto; mentre le rocce a picco sul mare ospitano i finocchi di mare, la stecade (dall’intenso profumo di liquirizia) e l’endemica “Primula Palinuri” tipica di questo luogo e assurta a “simbolo” ufficiale del Parco Nazionale del Cilento.

Il Faro di Palinuro (dall’alto dei suoi 203 metri) è il punto più elevato sulla scogliera; naturale apice in cui confluiscono i crinali di Punta Iacco e l’impressionante muraglia di Punta Spartivento; entrambe queste propaggini racchiudono il mitico luogo ove approdò Palinuro, che cadde in mare mentre contemplava il cielo stellato. Soffermandosi lungo il promontorio fino al calar del sole, offre il meraviglioso e incredibile spettacolo dei famosi “tramonti di Palinuro” che (e c’è da crederlo) sono una espressione della natura cilentana di struggente bellezza che forse non ha eguali in tutto il bacino del Mediterraneo.

Dal Faro di Palinuro si rientra ora verso l’interno camminando lungo la strada sommitale; la scogliera in alcuni tratti sembra davvero una ciclopica muraglia calcarea con il profondo baratro di Cala della Lanterna. Si passa accanto alla bianca struttura della Stazione Meteo (posta a 188 metri) per poi imboccare una pista che raggiunge i ruderi di una grossa cascina fortificata risalente al XVIII secolo da dove si ammira – laggiù in basso verso il mare – il famoso “archetiello” (un enorme buco formatosi nella frastagliata costa rocciosa di natura calcarea) dove la rada giù in fondo raccoglie il gorgoglio di particolari acque che abbondano di idrogeno solforato, da cui l’appellativo “cala fetente” (cattivo, sgradevole, maleodorante); più in là, verso occidente, sprofonda la dorsale di Punta Mammone.

Rientrati nuovamente su nuovamente su Via Faro, proseguendo a destra, verso via F.lli Capozzoli, si raggiunge un bellissimo punto panoramico da cui è possibile godere della vista sull’isolotto (scoglio) del “Coniglio” e le famose spiagge del “Buon Dormire” della “Molpa” con l’omonimo promontorio che sormonta il famoso “arco naturale”. Appena oltre la foce del fiume Mingardo, si estende la lunga “spiaggia dei Ciclopi” che – negli anni ’60 del XX secolo – fu la naturale location del film mitologico “gli Argonauti”. Dalla sommità di Capo Palinuro, oppure in prossimità della punta estrema del promontorio, non perdetevi uno dei famosi e suggestivi tramonti sul mare; aspettare il calar del sole oltre l’orizzonte del mare, ne vale davvero la pena e non è raro, qualche volta, riuscire a scorgere anche il “raggio di Morgana”. (di ©Andrea Perciato)

“SENTIERO degli DEI” (Costa d’Amalfi, Italy), vagabondare in Paradiso alla ricerca del “tralcio perduto”

Un continuo camminare attraverso tutte le tonalità del blu fa da cornice al sentiero che serpeggia attraverso un autentico paradiso fatto di mare, di roccia, di macchia, di cielo… di verticale! Qui da millenni una vite attecchisce sospesa tra i vuoti e le pietre dei terrazzamenti ed è uno tra i vini più pregiati (ricercati e introvabile) della costa. Questo percorso stupisce per il paesaggio costiero ove la dorsale dei monti Lattari scivola e sprofonda nell’azzurro del mare verso l’isola di Capri. L’incredibile itinerario racconta millenni di storia, e ancora oggi è vivo (tra miti e leggende) nell’animo della gente che lo abita. Ricco di macchia mediterranea, di erbe spontanee aromatiche e piante (radici) officinali, tra cui il rosmarino, il timo, la salvia, la rucola, il lentisco e la mortella, il principale frutto che qui più si coltiva è quello della vite.

Si attraversano – superando numerosi saliscendi di terrazzamenti – i filari che producono un particolare tipo di uva detta Pede ‘e Palomma (piede di colomba) tipico vitigno della zona, dalla particolare forma del tralcio e dal color roseo che ne caratterizza la vite, rarissima da trovare. La radice di questo vitigno fu importata dai coloni Greci provenienti dalla penisola Calcidica durante l’invasione Dorica sulle coste elleniche, insieme con altre note specie di viti. Introdotte le prime colture di questa vite sulle pendici dell’Epomeo/Tifeo a Pithecusa (Ischia), ed essendo stata Positano una colonia di origini greche, il tralcio di questa fu probabilmente piantato a ridosso dei terreni, lungo i declivi terrazzati appositamente creati per favorire lo sviluppo e la produzione di questa vite, favorendo così quel gusto speciale che ne determina l’essenza e ne caratterizza la sostanza. Oggi questo vino così “speciale” viene prodotto in modiche quantità al solo, ed esclusivo, utilizzo delle tavole di chi lo lavora. Trovarlo in giro, o chiedendo di poterne acquistare una bottiglia è – praticamente – impossibile; e la vendita al pubblico è addirittura vietata! Ciò che oggi rimane di quel tralcio storico, di quel frutto, di quella essenza, viene “accoppiata” (fatta mescolare) con altre viti del luogo e ciò ne ha fatto perdere le tracce di chi, da secoli, ne ha avuto cura coltivandola col duro sacrificio di lavoro, pazienza e perseveranza.

Pinnacoli che sbucano dalla copiosa vegetazione, guglie di roccia calcarea e profonde gole si perdono in un vertiginoso verde, ponendosi subito all’attenzione dell’escursionista. Su entrambi i lati, appezzamenti di terreno sistemati a terrazzo accolgono – oltre ad agrumi, fichi, meleti e frutteti in genere – la vite favorendo così la principale fonte di reddito agricolo che qui avviene da secoli. Qui da sempre terrazzamenti, abilmente realizzati da mani contadine e dai boscaioli, sono distribuiti su più livelli con muretti di contenimento in pietra calcarea a secco misti a malta e calce. Oggi, purtroppo, molti di questi, sono in un totale stato di abbandono e – non più curati come un tempo – sono anche fonte di pericolo causati dagli agenti atmosferici, dal passaggio degli animali che qui pascolano liberamente e dalla continua (ed eccessiva!) presenza antropica con il passaggio quotidiano di centinaia di turisti (escursionisti?) giunti da ogni dove che hanno inevitabilmente alterato lo stato originario dei luoghi, rendendo quasi impraticabile alcuni tratti dello stesso.

Avendo avuto la fortuna di conoscere e frequentare questo sentiero già fin dal 1985 le persone che si incrociavano lungo esso erano principalmente gente del posto che quassù lavorava i propri appezzamenti di terreno con l’ausilio di muli o cavali quali unici (e possibili) “mezzi” di trasporto; dialogando con loro si ha avuto la possibilità di raccogliere, direttamente dalla propria voce, le testimonianze su come veniva “vissuto” questo sentiero e di come si trascorreva una giornata lavorativa lungo esso; ricordi di un tempo ed atmosfere bucoliche che rendono ancor più leggendario il sentiero. Questo sentiero, fin dall’antichità assolveva a un importante ruolo di collegamento; vi si svolgevano, infatti, intensi traffici commerciali via terra tra i villaggi distribuiti lungo la costa (Positano, colonia ellenica) e gli insediamenti dell’entroterra (l’altopiano di Agerola, di origini romane). Unica via terrestre sul versante meridionale dei monti Lattari, tra l’aspro litorale costiero e i dolci declivi dell’interno, permetteva il transito e lo scambio di mercanzie come: crusca, carbone, latte, spezie, legname, tessuti, pietre preziose, ceramiche, vini e oli.

Diversi esempi di quell’architettura tipica della fascia costiera che s’affaccia lungo le sponde del Mediterraneo, con sicuri richiami al mondo arabo, sono – ciò che ancora è ben visibile – i ruderi di antiche case distribuiti lungo tutto il percorso; oggi, molte di queste, laddove è stato possibile ripristinarne le strutture, vengono ancora utilizzate come ricovero per animali (stalle) oppure come depositi per attrezzature occorrenti alle lavorazioni dei terreni. Uno tra gli aspetti “curiosi” di questo Sentiero degli Dei (e che a molti sfugge!) è che esso – a differenza di come dovrebbe essere per tutti i sentieri di montagna che partono dal basso e ascendono alle quote più alte – parte da una certa altitudine (Bomerano di Agerola, a 632 m) e scende di quota fino a raggiungere i 420 m della piazzetta del borgo di Nocelle, per poi proseguire fino a raggiungere Positano percorrendo una lunga discesa di oltre 1700 alzate tra rampe, scale e gradoni. Si continua a camminare in un ambiente sospeso tra guglie, profonde gole, dirupi e precipizi, quercete, grotte, felci, rovi, e ginestre ammirando un paesaggio che si protende verso l’immenso.

Diverse testimonianze storiche lasciano intuire come questi luoghi siano stati conosciuti, con molta probabilità, da alcuni dei più noti e famosi viaggiatori dell’epoca del Grand Tour (dal XVIII al XIX secolo) tra cui Goethe, Lenormant, Mendelsson, Wagner ed altri ancora che, visitandoli durante le loro peregrinazioni, ne hanno decantato le straordinarie bellezze paesaggistiche, naturalistiche e ambientali; ed è probabile che da questo incrocio di esperienze e testimonianze possa essere stato coniato l’appellativo “Sentiero degli Dei”, perché un luogo così, sulla terra, non ha paragoni se non in un mondo celeste (e ancestrale) come la dimora degli Dei. Ma il Sentiero degli Dei conserva anche le testimonianze di racconti e tradizioni popolari che, spesso, sfociano nella leggenda. Altre storie, tramandate di padre in figlio, narrano di come il sentiero sia stato utilizzato da briganti, malviventi e contrabbandieri che qui trovarono rifugio, nascondiglio e sicurezza per l’inaccessibilità del luogo da parte delle forze dell’ordine. Si narra infatti di persone dette i “Fatati” (taumaturgi dalle facoltà soprannaturali) tra cui vi era ‘U Magio (il mago) che – pur essendo analfabeta – conservava, su di un enorme libro, scritti di lieti eventi e nefasti presagi. Si racconta anche di una “scrofa” che, coi suoi sei piccoli, durante le notti di luna piena si trasformava in essere satanico incutendo paura ai malcapitati passanti che di qui transitavano.

È un passaggio questo, tra la costa e l’entroterra, che fin dall’antichità ha testimoniato, lungo tutto il suo percorso, quella cultura locale che tanto caratterizza questi luoghi: agreste, contadina e rurale, proprio a picco sul mare. Qui la gente, soprattutto gli anziani, vive e lavora in sintonia col paesaggio naturale: chi raccoglie frutta dai campi coltivati a terrazzo; chi trasporta sulle spalle nuove sementi da piantare; chi, a dorso di mulo o cavallo, raccoglie e trasporta fascine di legna; chi ancora trasporta  sulle spalle taniche d’alluminio contenenti latte fresco di capra appena munto, percorrendo due volte al giorno l’intero sentiero. Tutto ciò fa sembrare quasi come se il tempo non fosse mai trascorso. Un ritaglio di natura che ha vissuto fino ad oggi tra miti, realtà, storie e che è giunto integro fino ai nostri giorni con un patrimonio storico e culturale che ci invita a riscoprire da una parte le remote origini di quei nobili, fieri e liberi popoli marinari, mentre dall’altra evidenzia le radici della dura, paziente, ospitale ed orgogliosa gente di montagna. (di ©Andrea Perciato)

il “Sentiero di Merlino” (Cornovaglia, UK)… tra leggende e naufragi da Boscastle a Tintagel

Incastonato all’apice dell’unico fiordo che s’apre lungo la costa settentrionale della Cornovaglia, sorge questo caratteristico e pittoresco villaggio di pescatori di BOSCASTLE affacciato sull’oceano Atlantico. La parte superiore dell’abitato è circondata da bucolici paesaggi intrisi di tutte le sfumature del verde; baite, piccole farm, intensi pascoli ed un porto naturale in cui le maree giocano con le piccole imbarcazioni. Qui, nell’estate del 2004 un violento alluvione distrusse molte abitazioni, causando danni sia a persone, a beni mobili e immobiliari; le acque del torrente Valency, dopo 4 lunghe ore di incessanti acquazzoni, si ingrossarono e strariparono invadendo le case del borgo. La piena attraversò le strade del villaggio travolgendo almeno 50 automobili (si contarono 15 dispersi) e oltre un centinaio furono evacuate grazie all’intervento degli elicotteri.

Il pittoresco borgo si sviluppa intorno al porticciolo a margine di una grossa fenditura tra le scogliere, e le sue graziose abitazioni rendono la località davvero molto bella, con coloratissimi negozietti e localini ove è possibile gustare la tipica english breakfast, superando i pittoreschi ponti che attraversano il torrente che va a sfociare nel vicino molo; pochi minuti per respirare la brezza oceanica e godere del libero volteggiare dei gabbiani che l’itinerario comincia portandosi in alto lungo la scogliera da cui si ammira, dall’alto dell’ingresso del fiordo, il dondolio delle barche che – a seconda delle maree – cambia intensità.

Appena imboccati il tracciato del SW Coast Path, si prosegue verso SW; sul vicino promontorio troneggia il bianco edificio della Coastwatch Station (NCI) di Boscastle. Camminare sull’orlo di impressionanti scogliere non ha prezzo; cale nascoste, rupi a picco che precipitano nel profondo azzurro, scogli e isolotti su cui spumeggiano le onde oceaniche, promontori erbosi che scivolano tra le rocce sospese nel vuoto, piccole spiagge inaccessibili e valli nascoste. Un piacevole saliscendi, tra campi e prati verdi ove pascolano liberamente le tipiche pecore britanniche che brucano l’erba intrisa dell’aria salmastra del mare, numerosi steccati e cancelli da superare e accompagnati dalle refole dei veti oceanici, ci porta in vista del poderoso Camelot Castle che altro non è un albergo.

Aggirando il margine della scogliera si giunge in vista del leggendario promontorio di TINTAGEL, ove storia e leggenda si rincorrono da secoli. Fermandosi un attimo a riprender fiato, scegliendo il tempo giusto per una inquadratura e respirando l’intensità dell’oceano, si possono ammirare – quasi toccandole con mano – i resti in muratura della leggendaria residenza “arturiana” dove secondo la tradizione fu concepito il leggendario re britannico. Anticamente il luogo fu una comunità portuale multiculturale di un certo rilievo e i ritrovamenti di reperti (calici e coppe provenienti dall’attuale Turchia) sembrano confermare che Tintagel era una base (porto commerciale) lungo le rotte di navigazione atlantica dell’antico continente.

Ritenuta la sede del Re di Cornovaglia, dopo la caduta dell’Impero romano d’occidente, nella Britannia post romana persisteva una buona alfabetizzazione. Come narra la leggenda fu questo il luogo dove il sovrano fu concepito grazie a un sortilegio del Mago Merlino, che permise ad Uther Pendragon di sedurre sua madre. L’atmosfera che aleggia su queste rupi in ardesia che – come giganteschi artigli di draghi o demoni – affondano nelle onde, è davvero unica. È come essere proiettati indietro in un tempo lontano e poter immaginare, come un improvviso materializzarsi di dame, cavalieri, combattimenti a cavallo, giostre, lance e spade vibranti, le numerose favole di cui sono intrise ogni pietra di questo luogo e dove si resta estasiati dagli splendidi panorami che si possono ammirare dalle scogliere, da cui si ergono un crogiuolo di ruderi, secondo alcuni studiosi di origine celtica, secondo altri archeologi di chiara impronta romana.

Purtroppo sono possibili aggirare soltanto le perimetrazioni meridionali della prima rupe, collegata alla seconda tramite una vertiginosa rampa di scale ed un ponte sospeso nel vuoto, poiché per alcuni crolli di placche d’ardesia avvenuti di recente e la permanenza di cantieri e impalcature, allo stato attuale la zona è stata preclusa il transito di pedoni e alle visite per il ripristino dello stato attuale dei luoghi antecedenti la frana. Ciò non toglie il piacere di proseguire lungo il sentiero principale inerpicandosi su per la scogliera che aggira la sommità del castello; su per gradoni lastricati in ardesia ove lo stridere dei gabbiani accompagna lo sguardo sulla impressionante vista della baia, ove laggiù in fondo, il rombo tonante dei flutti oceanici che si infrangono sulla scogliera, restituiscono gli echi di un luogo che incute timore.

Laggiù in fondo, verso la spiaggia ai piedi del castello, una piccola cascata si getta dalla scogliera ove sono presenti diverse grotte e anfratti tra cui la Merlin’s Cave (Caverna di Merlino) in cui si dice che l’antico mago praticava le sue scienze occulte e che rifugiò il piccolo Artù proteggendolo dalla vista dei suoi nemici; accostandosi all’ingresso si ha la sensazione che lo spirito “arturiano” cammini ancora al suo interno, e che a volte si possa addirittura sentire la sua voce che bisbiglia formule magiche e antichi rituali alchemici!

Lasciati alle spalle l’atmosfera dei Cavalieri della Tavola Rotonda, in poche decine di minuti si raggiunge la singolare chiesa di matrice normanna dedicata al culto di Santa Materiana; al suo interno una bella navata con struttura in legno che sorregge lastre di ardesia, fonti battesimali, lapidi, cappelle nascoste, sedie e leggii in legno di pregiato valore artistico e storico, resti di una balaustra d’epoca romana e – con nostra grande meraviglia – in una teca è custodito un salvagente bianco con su scritto il nome di una nave e la località da cui essa proviene: “IOTA”, Napoli…!

Si immagini ora la sorpresa di veder scritto il nome di una grande città italiana come Napoli ad oltre 3000 km di distanza; e subito cominciano a ronzare per la testa una serie di domande sul perché quel salvagente si trova qui…? Perché è chiuso in quella teca di vetro e posto all’interno di un’antichissima chiesa sulle sponde dell’oceano Atlantico…? A questi interrogativi troviamo subito una risposta nell’adiacente cimitero locale che, nel corso del tempo, accoglie da sempre le spoglie di tutti gli abitanti di Tintagel. Proprio all’ingresso del camposanto, un altro salvagente sempre bianco (lo stesso, ma con sfilacciature bardate color arancio), incastrato su una croce in legno (ricavata da ciò che rimase del naufragio), reca sul bordo così scritto: “IOTA 1893 NAPOLI – CATANESE DOMENICO AGE 14”

Ora, dopo la sorpresa e le prevedibili emozioni nel leggere tutto ciò, chiedendo qualche informazione in giro veniamo subito a ricevere le risposte ai nostri interrogativi fatti finora, nel ricostruire la breve storia del tutto. Oltre un secolo fa avvenne che… “una nave, la “Iota” (classe brigantino a “palo”), costruita/armata nei cantieri di Bideford UK e censita negli elenchi navali di Procida (NA), proveniente dalla Sicilia trasportava 900 tonnellate di zolfo destinate a Bristol. Svuotate le stive ripartiva da Swansea il 19 dicembre 1893 con un carico di 1000 tonnellate di carbone destinato a Castellammare di Stabia. Fuori dai porti sicuri il bastimento incontrò violente tempeste di vento in balia di un forte moto ondoso. Verso mezzogiorno del 20 dicembre del 1893 costeggiava le coste settentrionali della Cornovaglia ma, colta da una incredibile tempesta oceanica con onde alte decine di metri, la stessa – dopo aver rotto i motori, le vele ed altri pezzi che ne governavano la rotta – che iniziava pericolosamente a “scarrocciare”, flagellata dal vento fu costretta a fracassarsi sulle ripide scogliere di Great Lye Rock, un gigantesco faraglione spaccato a metà nei pressi di Tintagel catapultando, tra i marosi e le rocce, gran parte del suo equipaggio.

La popolazione di Tintagel si trovò ad assistere attonita e impotente, dalle alture circostanti, ai disperati tentativi dell’equipaggio di lasciare la nave e aggrapparsi alle rocce. Nel soccorrere gli scampati, riuscirono a trarre in salvo quasi tutti gli uomini (molti riportarono gravi ferite!) della nave, tranne un disperso ed il giovane mozzo Domenico (detto Minicucciu) il cui corpo fu recuperato – con non poche difficoltà – il giorno dopo incastrato tra gli scogli. Il corpo dello sfortunato Domenico, dopo solenni funerali, come se fosse un membro di quella comunità, fu sepolto nel ventoso cimitero della locale chiesa parrocchiale di Santa Materiana in Tintagel; il colore rosso dei suoi capelli lo accomunava a molti ragazzi di quel villaggio.

Da allora le spoglie di questo giovane marinaio siciliano giacciono nel locale cimitero e da quei giorni fino a tutt’oggi, la gente del luogo si è avvicendata nella cura e nel mantenimento (con pulizia e cambio dei fiori) della tomba di questo sfortunato ragazzo perito tra i flutti di Tintagel. L’itinerario termina tra i pascoli, i prati, le case e le viuzze di Tintagel che spicca per il suo antichissimo edificio postale (ora patrimonio nazionale), la sua chiesa e le decine di negozi di souvenir e prodotti tipici della Cornovaglia. (di ©Andrea Perciato)

VALLO di DIANO (SA, Italy)… tra BASILICHE e CERTOSE alla scoperta del “bello”

Rimanere estasiati, letteralmente travolti da un insolito fascino, dal grande mistero e dall’intensa monumentalità di così tanta bellezza (storica, artistica, archeologica, religiosa…), tutta concentrata in un sol luogo e a poche centinaia di metri di distanza, è davvero un qualcosa di incredibile e, difficilmente, riscontrabile altrove.

Dopo che i Romani operarono la bonifica del Vallo, regolando le “chiuse” di Polla, trasformarono lo stagno del Tanagro in un letto fluviale dalla normale portata. Caduto l’Impero il Vallo segnò un graduale spopolamento e ritornò, nuovamente, a formarsi la palude. Esistevano, in quell’epoca senza precisi riferimenti storici, nel cuore del Vallo importanti tracce e testimonianze storiche e artistiche intrise soprattutto di fede e di alta spiritualità. Ma anche l’avanzato stato di civiltà comincio a rendere conosciuta questa parte di territorio tra Campania e Lucania. Alcune testimonianze scritte del VI secolo d.C. riportano che qui – durante la festa dedicata a San Cipriano – aveva luogo, presso la sorgiva di una fonte ritenuta miracolosa, una importante fiera che si svolgeva ogni anno, un evento festaiolo che contemplava lo scambio di beni commerciali di varia natura, la vendita di pellame e manufatti artigianali, nonché la vendita di animali.

La località era conosciuta come Marcellianum, casale situato a margine della romana Cosilinum; ed è proprio l’origine da cui trae il nome – quello di un Papa – che qui viene istituita una diocesi con l’edificazione di questo particolare edificio sacro che diviene, ben presto, uno tra i principali luoghi di culto e pellegrinaggio, sulle rotte terrestri da nord a sud e dal mare, verso l’intero: il singolare BATTISTERO di San GIOVANNI in FONTE, unico esempio in Italia di un impianto religioso cosiddetto “ad immersione” (risalente al V-VI secolo). Esso fu eretto per volere del Pontefice Marcello I, e la sua straordinaria edificazione avvenne in luogo di una preesistente fonte ritenuta miracolosa; le sue acque attraversano le fonda-menta del complesso tra archi, volte e possenti mura, secondo un preciso e ingegnoso sistema di canalizzazione la cui portata, come da secoli tramanda la leggenda, aumenterebbe (se non, addirittura, salire di livello) durante le celebrazioni della Passione del Sabato “Santo”. Intorno all’anno 1000 questo luogo di culto non fu più “funzionale” al rito del battesimo.

Proprio qui, alle falde delle alture orientali del Vallo, nei pressi della Certosa, tra il complesso monumentale ed il Battistero paleocristiano di S. Giovanni in Fonte, c’era una Statio romana che, subito abbandonata, durante il medioevo divenne un riferimento per la sosta dei carriaggi e il riposo di uomini e animali, dopo che questi sopportavano le dure fatiche e i rischi della traversata del Vallo per condurre le loro mercanzie nelle impervie terre del Brutium, lungo i porti marini della costa ionica. Comparve la malaria e i contadini cominciarono ad abbandonare i casali nelle campagne e i villaggi sparsi nella pianura del Diano. Allora il conte Tommaso Sanseverino di Marsico pensò bene di chiamare a sé i monaci certosini affinché provvedessero a riorganizzare la bonifica delle terre incolte e ad offrire a questi la possibilità di poter ricominciare, con una prima sistemazione del riassetto territoriale, gettando le basi per edificare quella che diverrà poi la Certosa, edificio religioso tra i più grandi in Italia.

La monumentale CERTOSA dedita al culto di San Lorenzo, fu realizzata seguendo il modello di quella di Trisulti (sui monti Ernici, nel frusinate) il cui primo Soprintendente fu Padre Michele da Trisulti. La Certosa seguiva fedelmente la “Regola dell’Ordine”, quella di San Lorenzo, con gran spiegamento di spazi, vuoti, pieni, ombre e luci. Gli ambienti vennero suddivisi da una netta distinzione tra funzioni esterne e luoghi destinati all’isolamento, alla contemplazione e alla preghiera tra fratelli conversi, che si occupavano della condizione di questa grande “macchina conventuale” e padri certosini, che vivevano in un più rigoroso isolamento nelle loro celle riunendosi solo per le preghiere comuni, o durante particolari momenti di fede. Tra le attività che esercitavano i religiosi all’interno del sacro edificio, una di queste era quella della raccolta del latte fresco.

Pochi decenni dopo la costruzione i monaci avevano stretto rapporti di collaborazione con le popolazioni della zona e in particolare coi bovari e i pastori che pascolavano sugli altipiani dei vicini monti della Maddalena. I verdi prati di Mandrano offrivano ottimo cibo per mandrie e greggi che quassù pascolavano per lunghi periodi l’anno. I monaci avevano bisogno di latte sempre fresco, però le difficoltà di approvvigionamento iniziarono quando il prodotto doveva essere trasportato giù a valle, poiché non c’erano sentieri abbastanza frequentati per consentire un facile trasporto del nutriente liquido. Questi, allora, pensarono bene di far realizzare da alcune maestranze locali un ingegnoso sistema per incanalare, con pietre levigate e cocci squadrati, il prodotto appena raccolto in maniera tale che, dagli altipiani il latte, seguendo le direttrici della pendenza che scorreva sfruttando gli alvei prosciugati di ruscelli e torrenti, poteva riversarsi attraverso questa canalizzazione, direttamente nelle cucine e nei depositi della Certosa.

Oggi, di questo sistema d’ingegneria idraulica non resta più alcuna traccia; solo qualche anziano pastore riesce ancora a ricordarsi di quando i padri dei loro padri raccontavano di come i monaci ricevevano direttamente il latte in Certosa senza che il prezioso liquido fosse sottoposto a difficoltosi spostamenti. Nel 1535 il complesso conventuale venne visitato da Re Carlo V d’Aragona nel suo viaggio di ritorno da Reggio verso Napoli. Si racconta che nelle cucine in suo onore fu preparata dai monaci della Certosa una enorme frittata utilizzando oltre 1000 uova, pietanza così passata alla storia dell’arte culinaria. Nel ‘600, la Certosa ebbe il suo periodo di massimo splendore. Protetta dai Papi, visitata dai Reali e occupata dai Francesi (con oltre 20.000 soldati) all’inizio dell’800, fu purtroppo depredata di molti dei suoi tesori (oggi presenti al Louvre di Parigi).

Dichiarata Monumento Nazionale nel 1882, ha visto l’incuria e l’indifferenza umana abbattersi sulle sue ricchezze peggio di un maglio. Durante le ultime due guerre mondiali fu utilizzata come campo di concentramento ospitando 30.000 prigionieri. La Certosa in cifre presenta: 52.000 mq d’estensione (12.000 solo per il Chiostro Grande); il portico è sorretto da 84 pilastri; 1200 m di porticato sono sorretti da 300 archi; 41 fontane e 600 stanze… tutto ciò basta a rendere l’idea di questo immenso monumento d’arte e architettura. La Certosa ha la singolare pianta a forma di graticola; in onore del martire San Lorenzo, a cui l’ordine monastico si riferisce: al suo interno sono conservati pregevolissimi legni intarsiati in madreperla, stucchi barocchi della tesoreria e l’affascinante “mistero” della scala a chiocciola con gli scalini di marmo incastrati direttamente nella parete, senza punti d’appoggio. Al suo interno oggi vi è anche un’area dedicata al Museo Archeologico della Lucania. Nel cortile antistante, uscendo dal sacro edificio, fuori in alto a sinistra, si staglia il grappolo di case dell’abitato di Padula; ma questa… è un’altra storia! (di ©Andrea Perciato)