ETRETAT (Normandie, F)… la “Costa d’Alabastro” tra bianco, azzurro e verde!

Simbolo per eccellenza della Normandia turistica, questo antico villaggio di pescatori che s’affaccia sull’immensità del Canale della Manica, da sempre ha ispirato i più illustri artisti sia dell’arte figurativa che del pensiero letterario come Guy de Maupassant, Corot, Eugène Boudin, Gustave Courbet e Claude Monet.

Incastrato in una cornice paesaggistica davvero unica, le sue bianche falesie che si rispecchiano nel Manneporte, nella Courtine o nell’Aiguille di Belval concedono spazio all’immaginazione, laddove l’uomo è strettamente connesso con la natura circostante, con una sky-line che racchiude una tra le scogliere più famose d’Europa, vero e proprio simbolo della Normandia: la “proboscide” dell’elefante che beve nel mare descritta da Maupassant.

Una lunga e ciottolosa spiaggia divide le gigantesche muraglie (in gesso, silicio e calcare) delle scogliere a picco su un mare che, a seconda delle stagioni, muta piacevolmente i colori dei suoi fondali e sembra quasi di camminare sul ciglio di un universo incantato, un fuori dal mondo dove tutto è così straordinariamente bello, piacevole e rilassante… a parte le folate del vento, che da quassù tira forte!

Un suggestivo sentiero a strapiombo sul mare, ne ripercorre il ciglio delle falesie e le sensazioni di stupore e meraviglia, si lasciano trasportare dall’unicità di un paesaggio che non ha eguali (tranne che per il Sentiero degli Dei, in costa d’Amalfi, nel Mediterraneo) al mondo. La struggente e selvaggia bellezza dei luoghi, ha generato scritti e leggende che si perdono nella notte dei tempi, come grotte in cui sono custoditi tesori e passaggi sotterranei.

Il suono dei campanacci delle grosse mucche al pascolo, si alterna al rumoreggiare delle onde che s’infrangono giù in basso sulle scogliere e allo stridio dei gabbiani che sfiorano le nostre teste. Questo lo scenario che s’apre dalla Falaise d’Amont, la cui cima è caratterizzata dalla cuspide della chiesetta in tipico stile normanno dedicata a Notre Dame d’Amont. La vista da quassù è magnifica, da lasciare letteralmente senza fiato; con un unico sguardo, sono visibili i tetti di Etretat e la scogliera dirimpettaia della Falesia di d’Aval; restare per qualche minuto in contemplazione al cospetto di questo spettacolo della natura… non ha eguali!

I colori si alternano durante il correre del sole, le sfumature del silenzio vengono rotte dalle sferzate dei venti marini. Una comoda discesa in poche decine di minuti conduce direttamente sulla spiaggia di Etretat e qui, una deviazione verso il centro abitato, consente di poter ammirare le bellissime case realizzate a graticcio, lo spettacolare mercato coperto realizzato tutto in legno e i davanzali delle case private e delle strutture ricettive tutte abbellite da finestre, verande e terrazzi in fiore. Questa cittadina sembra essere stata proiettata direttamente da un quadro impressionista dell’800 col suo fascino lievemente retrò ed i suoi antichi e brillanti colori che ne rendono ogni sfumatura un gioiello da conservare gelosamente.

Etretat non è stata direttamente coinvolta durante gli avvenimenti bellici del II conflitto mondiale, anche se su questa spiaggia furono realizzati i rostri in acciaio per impedire un eventuale sbarco alleato a difesa di quello che il governo del III Reich hitleriano definì come la difesa del Vallo Atlantico; tant’è che sono ancora ben visibili le costruzioni in cemento di bunker realizzati alla base della precipitosa scogliera.

Ed è proprio da uno di questi bunker che s’affaccia sullo splendido arco costiero di Etretat che parte il sentiero (inizialmente con una progressiva gradinata) che, lentamente, conduce ad ammirare il Manneporte, un arco in pietra naturale alto circa 90 m, alle cui spalle si impenna il gigantesco obelisco calcareo dell’Aiguille, alto circa 70 m; principali gioielli naturalistici della Falaise d’Aval. La lieve ascesa porta ad ammirare vedute mozzafiato sulle sottostanti scogliere, e sulla cittadina normanna; luoghi impervi, da far paura, laddove solo i gabbiani osano sostare per nidificare.

Il panorama che offrono queste falesie soprattutto durante il tramonto, è talmente così bello da lasciare senza fiato; come pure quella sensazione dl brivido che si prova guardando i precipizi delle scogliere che sprofondano in mare… Etretat, non merita una fugace visita, perché è come una bellissima donna che – col tempo – si lascia ammirare e scoprire… poco alla volta! (di ©Andrea Perciato )

“Via di Francesco” (PG, Umbria) da Foligno ad Assisi… ove tutto ruota intorno alla PACE!

Alle prime luci dell’alba, col sole che si profila all’orizzonte, si attraversano le stradine lastricate del centro di Foligno. Percorrendo l’elegante corso Cavour si raggiunge la celebre piazza con il Duomo di San Feliciano, dove una targa ricorda che in questo luogo Francesco, ancora mercante, vendette le stoffe del padre per restaurare la chiesa di San Damiano. Superati il ponte sul fiume che circonda l’abitato folignate, la segnaletica stradale indica direzione Firenze… seguiamo quella!

Il nostro cammino – nella sua parte iniziale – continua ancora tra i sofferenti rumori, le caotiche rotatorie e i gas di scarico della trafficata Via Flaminia… Una lieve pioggerellina genera lo spontaneo fischio che parte dal gruppo: “…se la pioggia cadrà… più divertente ancor sarà!“. Appena fuori la periferia nord di Foligno, si compie un ampio giro nella campagna folignate, e tra belle ville ed ampi campi di frumento, si entra a Spello (città dell’Infiorata) attraversando la monumentale Porta Consolare (d’epoca augustea).

Un mondo tutto intriso di medioevo accoglie il nostro passare, tra botteghe addobbate coi caratteristici vasi fioriti e vicoli adombri il cui profumo intenso dell’infiorata, sembra non essersi mai allontanato; la bellissima chiesa di Santa Maria delle Grazie ci dona la visione degli affreschi del Pinturicchio. Si continua a salire lungo la via Consolare e poi su via Cavour per raggiungere, infine, piazza Garibaldi. La cittadina merita una sosta, per la ricchezza delle sue opere d’arte, mentre da antiche botteghe di maestri fornai e mugnai, una giovane donna con abito tipico delle donne locali, ci offre (e ci invita all’assaggio de) le specialità del luogo di questi prodotti.

Toccando l’apice del borgo si giunge presso un’ampia terrazza panoramica da cui sono già possibili scorgere i campanili di Assisi e la poderosa cupola di Santa Maria degli Angeli. Sempre da un’antica porta d’origini romane (augustea) si esce dalla periferia settentrionale di Spello imboccando subito la suggestiva “Via degli Ulivi“, un tratto molto bello, piacevole, distensivo, contemplativo e rilassante che scorre attraverso ampi panorami che s’aprono sulla valle di Assisi.

Quasi per incanto, ci si accorge che lungo questo tratto, apparentemente deserto, non si è soli; da lontano si odono pronunciare – tra la recita di un “Rosario”, che si alterna al mantra di un Nam-my-oho-ren-gek-yo – spontanee preghiere di giubilo, felicità e amicizia (un grande e intenso file/rouge che cementifica tutti coloro che attraversano la Via degli Ulivi). Alternando tratti su strada asfaltata e su sterrata si giunge alla Maestà di Mascione, un’edicola ricca di ex-voto, dove si trova una fontanella; e qui l’incontro di pellegrini tedeschi che giungono da Friburgo, in Germania… la dice tutta! Un’ultima salita ripaga le nostre fatiche consentendo a tutti di ammirare (in parte) la selvaggia natura del monte Subasio e i panorami della valle Umbra; mentre si fanno più vicini gli echi dei rintocchi e il “canto” delle imponenti campane che ci avvertono che siamo alle porte di ASSISI.

Entriamo nella città di Francesco presso la Porta Nuova. Da qui il percorso si snoda lungo le vie medievali, prima su Via Borgo Aretino per raggiungere la Basilica di Santa Chiara. Si continua quindi su Corso Mazzini, poi in Piazza del Comune con il Tempio della Minerva. Si prosegue infine su Via Portica, Via Fortini, via del Seminario e, quindi, su via San Francesco, per raggiungere la “meta” del cammino: la Tomba di San Francesco presso la Basilica Inferiore di San Francesco. La magia della città francescana si esalta soprattutto dopo il tramonto e al giungere della notte fonda per andare ad ascoltare i canti elevati in preghiera dai frati di Assisi. Di notte il calpestio dei passi riecheggia sui basoli, mente l’occhio scorre alla ricerca di possibili spunti per poter catturare – col “magico” occhio della fotocamera – gli angoli più suggestivi, poco conosciuti e inconsueti di questa città universalmente conosciuta come “ombelico” della Pace.

Nessuno può riuscire ad immaginare quale fascino offre questa cittadina umbra avvolta dalle ombre di “sorella” notte; tanti i luoghi legati alla vita di San Francesco, alcuni sono veri e propri capolavori della storia dell’arte, altri più umili sembrano preservare la memoria del Poverello, comunque tutti da vedere, da vivere, da scoprire… PAX ET BONUM a tutti i camminatori, viandanti e pellegrini e al mondo intero! Se Francesco lo vorrà e la salute lo consentirà… arrivederci al prossimo Cammino. (di ©Andrea Perciato)

il Sentiero di “ABU TABELA” (costa d’Amalfi) da San Lazzaro di Agerola a Furore

ABU-TABELA non è altro che la trasposizione “islamica” del cognome AVITABILE legato a Paolo Avitabile, napoletano di umili origini, nato in terra d’Agerola, soldato di ventura e ufficiale (generale) del Regno delle Due Sicilie che, dopo la caduta del Regno, reclamato per le sue “astuzie” militari a contrastare i sempre più frequenti atti di brigantaggio e assalto alle carovane lungo la via della seta, giunse in Oriente nel XIX secolo, per rimanervi molti anni ed entrare nella leggenda come “il terrore afgano”.

Pochi esempi ci fanno capire di che “pasta” fu questo spietato generale. Un nome per sempre legato al temibile pragmatismo del giustiziere di Pashawar che aveva ghermito i ribelli “pashtun” facendoli uccidere davanti ai suoi occhi, mentre lui, impettito e coperto di alamari, beveva caffè per colazione. Arricchitosi per i servigi recati ai pashià e mahārājà nel salvaguardare loro beni di trasporto sulle vie dei commerci, divenne ricco e acquistò terreni e beni immobiliari ad Agerola facendovi costruire, in San Lazzaro, un poderoso palazzo.

Muovendosi dalla Piazza Avitabile, al centro di San LAZZARO (Comune di Agerola – NA), si passa presso la Masseria (con un bel portale in pietra) appartenuta alla famiglia del Generale Avitabile e si segue per un breve tratto asfaltato superando, in discesa, alcuni tornanti che conducono attraverso le case in contrada Tuoro (625 m), che sporge proprio a picco sul Vallone di Furore. Da qui, seguendo una buona segnaletica allestita dalla F.I.E. (Federazione Escursionisti Italiani) e che indica la direzione per l’Orrido di Pino, si imbocca un sentiero in discesa che sfiora le basi rocciose di una gigantesca parete calcarea sotto cui si aprono diverse cavità ipogeiche che nel tempo hanno ospitato antichi ricoveri rupestri; queste tracce di ruderi addossati sul fianco della rupe in roccia identificano i resti della vecchia “Polveriera”.

La discesa serpeggia fino al centro della gola, alla testa del Vallone di Furore ove, in una intensa cornice paesaggistica (per la presenza di cascatelle, salti d’acqua tra le rocce, scorci vertiginosi sul mare, pozze, anfratti) colma di verde e chiusa da cieli di roccia, con un breve salto sul greto del Rio Penise si supera e si guadagna (460 m) la sinistra orografica del vallone.

Da qui ora ha inizio il sentiero dedicato ad “Abu Tabela” (il leggendario generale Avitabile originario di Agerola che operò nelle lontane terre orientali), attraverso una copiosa vegetazione ricolma di felci e macchia bassa. La pista – con andamento sinuoso e scosceso – termina (500 m) presso le prime case di Pino, proprio a picco sulla gola, all’altezza di Punta Scotelo; sotto una terrazza panoramica s’apre il profondo baratro di Furore con impressionanti conformazioni geo-morfologiche dalle forme più bizzarre. Il sentiero termina sul 3° tornante della rotabile (all’altezza del km 9) di FURORE (503 m), il paese “dipinto”.

Per un po’ si prosegue in lieve ascesa attraversando le case strette e lunghe affacciate sulla strada. Grandi o piccole che siano esse hanno le pareti tutte affrescate e dipinte – nel corso degli anni – da artisti provenienti da ogni dove. Il principale tema raffigurato è Furore con tutti i suoi elementi più significativi come i terrazzamenti, i limoneti, i vigneti, il fiordo, i pescatori, i marinai, i contadini, i muli, Bacco, Nettuno, i fondali marini. Si passa accanto alla Chiesa di San Giacomo (con la sua bella cupola maiolicata) sfiorando terrazzamenti murati, terrazzini ricchi di fiori, piante rampicanti aggrappate ai pergolati, gradoni e vicoli colmi di limonaie fino a raggiungere il termine di questo itinerario tra le case in Contrada Santo Jaco (550 m) e potersi affacciare da una terrazza panoramica, assistendo allo spettacolo del tramonto; più oltre – sparsi come chiazze che emergono dall’intensa vegetazione – alberi di carrubo, fichi tortili, copiosi palmizi e ulivi argentati. (di ©Andrea Perciato)

Vie “Cave nel Tufo”, questi Etruschi… misterioso e incredibile popolo!

COSA SONO LE VIE CAVE nel tufo…? Le Vie Cave sono percorsi, che generalmente non superano i 2 km di lunghezza, di collegamento o vie di comunicazione tagliate nella viva roccia tufacea. Percorsi viari artificiali, forgiati in origine dal fuoco e – successivamente – scavati dalla mano dell’uomo e modellati dagli agenti atmosferici (vento e acqua) che procedono tra due vertiginose pareti in tufo alte, in alcuni casi anche 30 metri, che, seguendo tortuose direttrici, collegano i fondovalle con le sommità dei rilievi ove giacciono borghi come Sorano, Sovana e Pitigliano. La loro lunghezza può oscillare tra i 300 m al 1500 m.

COME SONO STATE REALIZZATE…? Gli Etruschi, considerati dai contemporanei del tempo come “immorali” ma, sostanzialmente, di pensiero, filosofia e cultura differente, fu un popolo capace di sfruttare al meglio le potenzialità dei territori, fertili e rigogliosi, in cui vivevano possedendo grandi capacità di adattarsi alle condizioni ambientali in cui vivevano: la presenza di un materiale lapideo come il tufo, roccia eterogenea, friabile, leggera da trasportare e facilmente modellabile, elemento peculiare che attraversa – in tutte le sue fasi – la civiltà degli Etruschi.

Fu oltre 2500 anni fa che di questa materia, gli Etruschi, ne fecero la propria ricchezza principale cominciando a scavare attraverso le pareti per ricavarne abitazioni, ricoveri per animali, luoghi di culto e, naturalmente, ambienti funebri e le vie che univano questi elementi. Le Vie Cave non vennero costruite lungo alvei torrentizi o naturali canali di scolo, come sembrerebbe a prima vista, ma sono scavi totalmente artificiali dettati per differenti scopi. Al suo interno e ai lati della strada, venivano realizzate delle canalette per espellere l’acqua. La Via Cava, a causa del continuo passaggio di uomini, mezzi e animali, ed essendo una roccia facilmente erodibile, aveva continuamente bisogno di manutenzione, continui livellamenti; proprio per questo motivo oggi conosciamo vie cave profonde tra i 25/30 metri, quando invece, al tempo degli Etruschi, erano interrate solo di un paio di metri.

MA IN EFFETI, QUAL’ERA IL LORO SCOPO…? Ma a che cosa servivano le Vie Cave? A tutt’oggi gli storici, nell’interpretare il senso e l’utilizzo di queste opere, non convergono per una soluzione univoca. Di certo, nel Medioevo furono usate come vie di comunicazione, ma questo utilizzo avveniva già per gli Etruschi per abbreviare i collegamenti da un centro all’altro? In origine non erano così profonde come noi oggi le osserviamo ma sorge spontaneo un altro dilemma: erano forse vie sacre? Ciò riconduce l’attenzione alla presenza, lungo queste, di necropoli e sepolture senza dimenticare la fondamentale componente di come la religione, per gli Etruschi, era così importante. Percorsi per raggiungere luoghi di sepoltura o la via stessa interpretata come un’opera sacra?

Via Cava di San Giuseppe (Pitigliano). Prende il nome dall’affresco presente in una nic-chia che si trova al termine di un tratto in trincea della Via Cava. L’affresco è stato recen-temente ridipinto visto lo stato in cui versava ed è molto importante per i Pitiglianesi. Gli abitanti di Pitigliano sono molto devoti a San Giuseppe. Infatti in terra, nei suoi pressi, è facile trovare lumi accesi, preghiere scritte e dediche religiose. Qui la notte del 19 Marzo si svolge la famosa “Torciata”: è una festa tradizionale in cui un gruppo di persone, partendo proprio dall’edicola di San Giuseppe, portano in spalla una fascina di canne accesa dal fuoco. Arrivati in piazza a Pitigliano danno fuoco all’Invernaccio, un pupazzo fatto di canne. E’ un modo per volersi scrollare l’inverno alle spalle e far posto alla primavera e alla rina-scita della natura.

E’ una via cava spettacolare (almeno nella parte iniziale) perché le pareti di tufo attraverso le quali si snoda raggiungono anche i 20 metri di altezza. Un percorso fantastico in mezzo ai boschi attorno a Pitigliano, dove si snodano questi antichi percorsi vecchi di millenni, usate dagli etruschi fino ai giorni nostri… il continuo percor-so ha creato dei veri e propri canyon artificiali, alti anche decine di metri! Non è inusuale poi trovare tracce di antiche iscrizioni e i resti di antiche necropoli… da vedersi tutte!!! E’ la via cava più lunga nei dintorni di Pitigliano misurando circa un Km. di sviluppo. Prende il nome da un affresco raffigurante il volto di San Giuseppe dipinto in una nicchia in corrispondenza di un punto molto stretto della via dove una delle pareti rocciose in tufo ha avuto un cedimento alla base andando ad appoggiarsi contro la parete opposta.   L’affresco attuale è recente (ridipinto da Licia Formiconi) a confermare una millenaria continuità di devozione religiosa verso questi luoghi. Suggestiva, ombreggiata e silenziosa è una passeggiata da non perdere, un modo diverso per arrivare alla Porta di Sovana dalla quale poi salire in Pitigliano.

Via Cava di Poggio Prisca (Sovana). Una delle Vie Cave meglio conservate, si trova all’interno del Parco Archeologico della Città del Tufo di Sorano insieme alla Via Cava di Poggio Felceto. Al suo interno sono evidenti le numerose nicchie dove erano presenti gli affreschi dei santi. All’inizio della Via Cava è incisa la data 1948 che celebra probabil-mente la fine della Seconda Guerra Mondiale. Nei suoi dintorni si possono ammirare le tombe etrusche più belle: Tomba Pola, Tomba Ildebranda (III/II sec. a.C.), Tomba a Lacunari, Tomba del Sileno, Tomba dei Demoni Alati e Tomba del Tifone. Alcune di queste tombe sono ad Edicola come quella dei Demoni Alati, altre sono un’evoluzione di quelle a Dado Reale come la Tomba di Ildebranda che rappresenta il monumento funebre etrusco più importante. Qui la camera sepolcrale sottostante è piuttosto piccola rispetto al mo-numento funebre esterno. Il tempio venne scolpito direttamente sulla viva roccia tufacea, senza aggiunta di materiali costruttivi estranei, e poi ricoperto da stucchi e colorazioni dal-la sgargiante cromaticità. La tomba è così chiamata perché nel 1925 al momento della sua scoperta venne intitolata al personaggio più importante della storia di Sovana: Papa Gregorio VII, al secolo Ildebrando da Soana. (di ©Andrea Perciato)

Felitto… la suggestione delle sue gole, i suoni e i colori del suo fiume! (Calore, Parco del Cilento, SA, Italy)

Il corso delle argentee acque fluviali del Calore, là dove s’incunea nei pressi dell’abitato di Felitto (nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Val Diano e Alburni in provincia di Salerno) è, sicuramente, uno tra i paesaggi più suggestivi e spettacolari dell’intero Cilento; di quel Parco Nazionale ancora poco conosciuto e, per certi versi (e fortunatamente!), ancora intatto; un particolare habitat situato molto lontano delle rotte di quei turismi cosiddetti “convenzionali”; un angolo di meraviglioso paradiso verde, ove il profumo della terra bagnata dalle acque restituisce emozionanti sensazioni di un territorio integro e della sua gente rimasti ancora così autentici e fieri delle loro tradizioni.

Felitto ci accoglie con austera fierezza dall’alto del suo sperone roccioso, un naturale baluardo che si erge sulla stretta gola ove scorrono, impetuose, le acque del fiume Calore. Arroccato su di un erto colle calcareo, la “Rupe di S. Nicola”, l’abitato domina a strapiombo la valle fluviale. Lungo le sue polverose e lastricate stradine, racchiuse tra i bastioni della vecchia cinta muraria, è ancora possibile scorgere i resti di portali in pietra che restituiscono angoli suggestivi ricchi di antiche memorie; qui dove la natura e la storia sembrano continuamente alternarsi in un incantevole spettacolo così ricco di profumi e di colori, e dove anche per un solo giorno trascorso tra gli stretti vicoli e gli adombri portoni sembra far riaffiorare, tra queste pietre levigate dal tempo, l’eco delle zoccolature di arcane cavalcature.

Nelle immediate vicinanze dell’antico ponte medioevale che collegava gli abitati di Felitto e Castel San Lorenzo, parte la traccia di un sentiero che penetra subito nel cuore della montagna, mantenendosi a mezza costa e articolandosi lungo la sinistra orografica della forra. Uno spettacolo di inaudita bellezza si apre ai nostri occhi: ambienti selvaggi e incontaminati, dove una rara vegetazione forma quella naturale scenografia ricca di vivaci colori e di frizzanti profumi, là dove il “suono tonante” delle acque fa da sottofondo ai guizzi ed ai richiami  di bellissimi uccelli che volteggiano sulle nostre teste.

In alto, invece, si profilano le irte pareti rocciose su cui è adagiato l’abitato di Felitto: tutti questi elementi messi insieme e concentrati in questo particolare luogo, non possono far altro che indicare che questo è il naturale “regno” della lontra, che qui vive indisturbata, libera e protetta. Spostandosi fuori dell’abitato, uno stradello che scende giù, verso destra, conduce in breve, presso una località indicata come Remolino; una modesta radura ciottolosa che si apre lungo le sponde del fiume; nelle vicinanze vi è un’area attrezzata a picnic ed una fontana, il luogo si presta ideale per fare il bagno, la canoa fluviale ed è anche possibile, per coloro che effettuano trekking in piena autosufficienza, montarvi la tendina per trascorrervi la notte.

Da qui parte il nostro itinerario ed in breve giungiamo a un piccolo sbarramento (una diga) posto alla confluenza tra il fiume stesso ed il Fosso Remolino, un alveo torrentizio che si apre sulla sinistra. Poco più avanti, sulla sponda opposta, parte la traccia di un sentierino che in breve conduce alla grotta (o cella) detta di Bernardo (sicuramente una laura di origini basiliane!): questa pista non va assolutamente presa! L’itinerario proposto, invece, prosegue ora attraversando lo sbarramento della diga e continua portandosi sulla destra orografica della gola, lungo un sentiero abbastanza frequentato che penetra a mezza costa nella selvaggia natura che caratterizza la forra.

In alto, sulla sinistra, si ergono le articolate creste ammantate di vegetazione boschiva del monte Ceglie (602 m), mentre sulla destra si parano i costoni meridionali dello Scanno del Mezzogiorno (740 m) alture calcaree che, nascondendo questa gola, hanno contribuito nel corso dei secoli, a mantenere integro ed intatto questo particolare habitat. Qui la natura diviene protagonista assoluta, e numerose sono quelle specie di infiorescenze che s’incontrano lungo il sentiero che attraversa per intero tutta la gola come l’aglio ursino, la valeriana e l’orchidea provincialis (una rara specie selvatica). Più avanti la traccia del sentiero diventa quasi impraticabile per via della fitta vegetazione che lo circonda, ma è abbastanza percorribile perchè il tracciato della pista è molto evidente per il transito degli animali.

Intorno, notevoli sono quelle presenze dell’erica,  delle felci e dei pungitopo che si alternano a piante di cisto (bianco e rosso) e di laconito (dai fiori color blu). Lungo il sentiero, se si è dotati di un buon spirito di osservazione, si riesce facilmente ad individuare le tracce della faina che lascia i “segni” del suo passaggio e delimita, così, anche il suo territorio; oppure le zolle di terreno rimosso che sono quelle del cinghiale che scava per trovare insetti e tuberi. Mentre in alto, nel cielo, non è raro riuscire a scorgere due falchi pellegrini che volteggiano poco sopra le nostre teste; questo loro volare in circolo sono dei precisi movimenti indirizzati agli escursionisti: essi vogliono segnalare che si sta attraversando il “loro” territorio.

Il sottobosco è ricco di vegetazione arbustiva e sembra quasi di attraversare una foresta tropicale, tant’è l’insistenza del fogliame che in alcuni casi impedisce quasi del tutto il riflesso dei raggi solari. Il sentiero è ammantato da foglie di edera e di lauroceraso, e alla base di grossi tronchi di frassino e carpino bianco non è difficile riuscire ad individuare le tane scavate dal tasso. Proseguendo sull’itinerario principale si attraversa questa magnifica vallata, e proprio dal centro della gola (238 m), parte una piccola deviazione (un breve tratto su rocce piuttosto difficoltoso!) che scende in basso a destra e conduce a degli enormi massi levigati dal millenario scrosciare delle acque: questo ammasso viene indicato come il ponte di “Pietra Tetta” (pietra del tetto). Queste gigantesche pietre sono qui franate in epoche remote, incastrandosi proprio al centro della gola, e le loro superfici sono state – per secoli – modellate e levigate dalla forza erosiva delle acque che qui scorrono impetuose durante le piene, lasciando diverse tracce del loro passaggio come tronchi, rami, bidoni, indumenti, plastica ed altro ancora.

Dopo aver visitato il labirinto di Pietra Tetta, si prosegue ora continuando a camminare nella fitta vegetazione del bosco, là dove il sole difficilmente riesce a penetrare il folto fogliame della foresta. Il leccio giovane, detto dai locali elice o ilice (dall’antico ILEX), si alterna alle tortili radici dei tronchi più vecchi, mentre il fogliame sparso del sottobosco è ricco di bacche di mirto e bulbi di giglio selvatico; non è raro riuscire a trovare anche esemplari di olmo e orniello. Nel tratto più impervio della gola si stagliano, in alto sulla sinistra, gli strapiombi calcarei della Rupe Rossa (798 m), mentre sulla destra si profilano le creste boscose della Costa di Magliano (389 m). Dopo quest’ultimo ed impegnativo passaggio, mentre il sentiero aumenta considerevolmente la sua pendenza, si guadagna quota salendo in alto mantenendosi sempre sulla sinistra (ripidissimo versante coperto di erbe scivolose e di ghiaioni: fare molta attenzione nella progressione!).

Camminando,  ci si accorge che all’improvviso la gola termina proprio nel momento di massima impennata, là dove la vegetazione poco alla volta va diradandosi e il bosco va aprendosi cominciando ad offrire bellissime vedute panoramiche lungo il suo tratto a monte. Si compie così un’ultima scarpinata lungo un tratto ghiaioso piuttosto in pendenza che in breve conduce, in alto sulla sinistra, a ridosso di un sentiero che aggira la Costa di Magliano; dall’alto di questa terrazza panoramica è possibile scorgere, all’imbocco a monte della gola del fiume Calore, l’antico ponte medioevale ad arco (schiena d’asino), costruito interamente in pietra, tra due verdeggianti sponde fluviali ricche di vegetazione, il quale ha permesso il collegamento pedonale, per lunghi secoli, tra gli antichi borghi di Magliano e di Felitto: all’orizzonte sullo sfondo, si profila la mole del monte Motola.

Guadagnati il costone, l’itinerario proposto incrocia una sterrata. Si prende ora a salire lungo questa pista carrareccia che porta ad un primo crinale (coltivi, seminati e macchia) e che passa accanto a dei casali, a delle cascine sparse nelle campagne adiacenti e a delle masserie isolate tra campi seminati a frumento che si alternano a distese di frutteti. Qui, all’incrocio tra piste e stradelli distribuiti tra campi trattati a foraggio, tra pozze d’acqua sorgiva e piccoli stagni, c’è la possibilità di incontrare l’ululone dal ventre giallo, un anfibio che, se toccato sotto il suo ventre color giallo, irrita l’epidermide con forti bruciori e pruriti.

La carraia ora s’immette su uno stradello presso contrada Riorci mentre tutt’intorno, lungo i campi ove ondeggiano le spighe di grano, è possibile scrutare le cromatiche e bellissime infiorescenze della “sulla”, una pianta foraggifera presente in tutti quei paesi che, fin dall’antichità, s’affacciano sul bacino mediterraneo; e queste piante, con i loro vivaci colori, caratterizzano non poco l’intero paesaggio nella prima parte della stagione estiva. Volgendo infine sulla sinistra, si continua proseguendo in direzione NE e, attraversando ampie distese coltivate ad uliveti, una breve discesa porta a giungere nuovamente nei pressi della fonte Remolino, punto terminale di questo bellissimo, intenso e non semplice circuito che attraversa uno dei luoghi più incantevoli dell’intero Cilento. (di ©Andrea Perciato)

Amalfi (SA, Italy)… tersori d’arte e di natura custoditi nel Vallone delle Ferriere

Per questo itinerario si consiglia – a chi si reca per la prima volta nella città ducale di AMALFI – di iniziare la visita soprattutto dalle sue bellezze artistiche e culturali come il Duomo, la Cripta, il Chiostro del Paradiso e gli Arsenali. Per accedere invece in quel meraviglioso angolo di “Paradiso Verde” che è la Valle dei Mulini (o delle Ferriere), si parte dalla Piazza principale, quella antistante la gradinata ed il romanico Duomo di Amalfi in cui sono conservate le spoglie del Santo apostolo Andrea.

Da qui si prosegue in avanti verso la periferia N all’interno della cittadina marinara. La via principale attraversa e case e palazzi dalle molteplici fatture architettoniche; superati un arco ribassato e ci si trova immediatamente a monte di Amalfi, nella sua periferia settentrionale, proprio all’altezza delle più grosse (e antiche) cartiere (Marino, Amatruda, Milano, ed altre) fabbriche per la lavorazione e produzione della famosa “carta amalfitana”. Gliamalfitani sono un popolo della costa in possesso delle tecniche dell’andar per mari sia a vela, che per strumentazione; esperti maestri d’ascia con tradizioni cantieristiche tra le più forti del passato; tecnici d’ingegneria contadina applicata allo sfruttamento delle verticalità dei terreni sospesi; artisti completi e creatori di forme (ceramiche e maioliche); astuti commerciati che correvano lungo le rotte di tutti i mari esplorati; abili imprenditori ed instancabili lavoratori con le famose produzioni artigiane della carta e delle paste alimentari.

Da qui ha inizio e si allunga uno stretto vallone, la Valle dei Mulini, una profonda gola incassata ricca di verde, profumi, colori e numerose sorgenti che introduce all’interno della Valle del Canneto. A poche decine di minuti dell’inizio del sentiero compare, ancora maestosa, la prima centrale idroelettrica amalfitana (attiva tra il 1910 e il 1944) ove è possibile fare una breve sosta. Solo tra XVII e XVIII secolo questi luoghi aspri, brutti e misteriosi, lontani e difficilmente accessibili, cominciarono a destare l’interesse dei più arditi viaggiatori del tempo (artisti, poeti, narratori, geografi, filosofi, musicisti) i quali, alla scoperta della solitudine a tutti i costi e all’incontro con se stessi, viste le meraviglie che potevano toccare con mano, cominciarono a privilegiare i paesaggi aspri e inviolati, in quei contesti come specchio della contemplazione ideale alla ricerca di altre culture, di altre verità, di altre nature.

Questa valle una volta era la sede di antichi insediamenti di archeologia rupestre/industriale, le cosiddette “cartiere” che servivano per la lavorazione artigianale della famosa carta detta di “Amalfi” che consisteva ne: la cernita degli stracci di lino, il lavaggio e la fermentazione dei cenci, il taglio degli stracci, i molini per la tritura dei cenci, l’imbianchimento della pasta, la formazione del foglio (o casso), la compressione e l’asciugamento, l’incollatura di pesce, la lisciatura e l’allestimento. In prossimità dei ruderi più grossi (171 m), ove più folta è la presenza di rovi, fitta vegetazione, travi pericolanti e calcinacci, è preferibile evitare di entrare per la instabilità delle strutture portanti (i solai). A poche centinaia di metri dalla centrale, continuando a salire all’interno della valle, si incontra una bella cascata superabile attraverso scalini (attrezzati) posti al margine destro (sx orografica) del percorso.

La vegetazione ora comincia ad infittirsi e, mentre il bosco diventa più rigoglioso accompagnato dal suono delle acque del Canneto, compaiono i ruderi delle fornaci delle antiche fabbriche di ferro. Si risale, passando poi, attraverso i ruderi di antichi acquedotti medioevali (presenza di archi in pietra) mentre la natura del luogo si presenta ombrosa, sempre immersa nel fitto verde della vegetazione, con una notevole ricchezza di chiare e fresche acque provenienti dalle montagne sovrastanti e che formano un infinito numero di piccole e grandi cascate, di rivoli, salti, vasche e torrentelli. La bellissima esplosione di colori e di profumi che emana la natura del posto, porta a far correre gli occhi verso i più particolari angoli che circondano le irte pareti della vallata: vasche naturali, cascate dai fragorosi salti, rocce calcaree dalle sembianze più strane e curiose, vischi e muschi dalle incredibili tonalità di verde, zampilli di ruscelli e fontane naturali d’acqua calcarea. E’ sconsigliabile bagnarsi perchè anche nella più calda delle estati, l’acqua, sempre chiara e fresca, risulta abbastanza gelida.

Il sentiero termina in prossimità di una recinzione posta dal Corpo Forestale dello Stato per preservare la Riserva Naturale al di là del termine della valle del Grevone. L’area protetta è chiusa al transito, per accedervi bisogna contattare il Comune di Scala e prenotare una visita al suo interno!). Una volta varcati l’accesso si arriva così al cospetto di due cascate di cui la più alta compie un salto di circa 60 metri: qui siamo proprio al centro della Valle delle FERRIERE.

Si tenga conto del particolare luogo che si sta attraversando e si rispetti qualsiasi cosa: ruderi, animali come anfibi, rettili e volatili, acque e piante che sono presenti e vivono in questa valle che risulta essere una gola molto incassata, ricca di numerose piccole sorgenti e presenta riunite – nel suo tratto superiore – varie specie di altissimo interesse fitogeografico, oggi tutte estremamente rare e che raggiungono dimensioni gigantesche e lussureggianti: su tutte spicca la rara felce bulbifera Woodwardia Radicans, lunga fino a due metri, che cresce spontaneamente e si sviluppa e sopravvive solo in questa particolare vallata; la “Pteris Vitata” alta fino a 1,5 metri e la “Pteris Cretica” che arriva a 80 centimetri oltre ad esemplari quali la “Carex Grioletus”, la “Pinguicola Hirtiflora” e la “Parnassia Palustris”.

L’area protetta della Riserva Naturale Orientata Protetta ha una bellissima cascata circondata da rocce calcaree ricoperte dal muschio e dalla rarissima felce bulbifera Woodwardia Radicans, che cresce spontaneamente e si sviluppa e sopravvive solo in questa particolare vallata; tutto ciò intriso dai mille rivoli d’acqua che, come una colonna sonora, ne perpetua il ritmo fin dalla notte dei tempi. Nella stessa valle, ma poco più in basso nella sua parte centrale, s’aprono antichi insediamenti di archeologia rupestre/industriale, le cosiddette “cartiere” che servivano per la lavorazione artigianale della famosa carta detta di Amalfi. (di ©Andrea Perciato)

tra Vallonia e Ardenne (Belgio), lungo il… Cammino delle “Birre Trappiste”

Fuori da ogni tempo, lontani da qualsiasi altrove, il Belgio ci accoglie con tutta una serie di sorprese che lasciano, letteralmente… senza fiato! Questa è stata la prima impressione quando ci siamo ritrovati al centro di un qualcosa che sembrava tra fiaba e leggenda: le nebbie mattutine che nascondevano qualsiasi orizzonte; isolati mulini a vento; campanili che si stagliano ovunque sull’orizzonte; interminabili campi di frumento, biada, segale, graminacee in genere; case tutte con facciate in pietra; cortili di granai e masserie (simili a quelle del nostro sud) che sembrano accogliere la vetrina del perfetto agricoltore; e poi ancora…

Centinaia di croci isolate in pietra; edicole votive sparse un pò dappertutto; grappoli di case sparse lungo crinali ondulati che si alternano tra copiose foreste e boschi impenetrabili; cimiteri isolati nel bosco; nessun rumore per centinaia di metri, e poi, in autunno qui le foreste indossano il loro abito migliore assumendo cromature vegetazionali che vanno dal giallo al rosso, passando per l’ocra, il carminio, l’arancio, l’amaranto e il vermiglio!

Siamo nella regione della Vallonia, nel cuore della foresta delle Ardenne, una grande macchia boscosa (composta da abeti, querce, larici e betulle) che si estende tra Francia, Belgio e Lussemburgo; un bucolico paesaggio in cui gli orizzonti si alternano come onde di un gigantesco oceano, cambiano spesso colore vegetazionale di valle in valle, ognuna solcata da un torrente, un fiume o uno stagno.

Ma cosa è che ci ha attratto in un luogo così insolito e poco frequentato dal grande pubblico europeo degli escursionisti…? Semplice, un trekking dedicato alle birre cosiddette “trappiste” cioè prodotte utilizzando ingredienti naturali e realizzate secondo metodi dettati dalle antiche ricette dei monaci trappisti. Ci siam trovati a camminare attraverso quell’intricato reticolo di piste e sentieri (facile perdersi!) che attraversano le Ardenne e – tra questi – spiccano, per originalità, per curiosità ed altro, i due rami (tracciati) che contraddistinguono un lungo trekking (che, ripetiamo, non facile!) seguendo le piste che toccano le principali abbazie che producono le famose birre trappiste.

Si cammina su sentieri non asfaltati, con brevi tratti in asfalto raramente più lunghi di 1 km; si procede – uscendo ora da un bosco ed entrando nella successiva foresta – proseguendo su piste campali che raggiungono e, spesso attraversano, piccoli, isolati e tranquilli villaggi. Luoghi della memoria agricola locale che sembrano abbandonati ma che invece si popolano al tramonto col rientro dai campi e il ritorno dei fan-ciulli da scuola.

Qui, in queste terre le birre, oltre ad essere una tradizione, sono una filosofia, quasi una scelta del buon vivere; la sera, al rientro delle attività e dopo le cosiddette “fatiche” ci si ritrova nel piccolo locale al centro del villaggio, oppure lungo la strada principale, a sorseggiare le birre; naturalmente queste vanno tutte gustate con l’aggiunta di pane e formaggio (tipico locale) e servite obbligatoriamente in contenitori di vetro oppure in terracotta.

Questo trekking in cui ci si lascia guidare dall’olfatto e dal palato è un cammino da compiere come una sorta di pellegrinaggio ed è da fare almeno una volta nella vita. In tutto il mondo esistono almeno 12 birre della tradizione trappista, di cui solo 11 sono riconosciute ufficialmente come autentiche, perché interamente prodotte presso un’abbazia cistercense, sotto il rigido controllo della Comunità Trappista, e solo 3 di queste birre di trovano tutte in Vallonia: Chimay, Rochefort e Orval.

Questo insolito trekking è lungo meno di 300 km, ma per la poca disponibilità di giorni, si è scelto di percorrerne il suo “troncone” meridionale, lungo circa 120 km quello che mette in collegamento l’Abbazia di Orval all’Abbazia di Notre-Dame de Saint-Remy a Rochefort, un insolito e suggestivo camminare attraverso una delle regioni europee meno conosciute: le Ardenne, vissute con una cinque giorni di cammino tra abbazie “trappiste” che ancora custodiscono – gelosamente – le secolari tradizioni della produzione di birra, paesaggi da fiaba dagli incredibili cromature, castelli arroccati nei luoghi più impensabili, monasteri isolati sul ciglio di un pendio erboso, piccoli borghi nascosti dalla foresta, villaggi rurali baciati al tramonto, su tutto… la magia e le profumate essenze di una bevanda: la birra (preparata usando gli ingredienti di un tempo secondo la tradizione dei monaci trappisti) che qui – più che un semplice dissetarsi – è una cultura, è un modo di essere… è una scelta di vivere bene, è una filosofia…! (di ©Andrea Perciato)

SOVANA (GR in Toscana), un Parco Archeologico tra le “Città del tufo”

Antichissimo borgo di origini etrusche il borgo di SOVANA, nel comune di Sorano, è arroccato su uno sperone tufaceo e non può essere ignorato da un itinerario che ne attraversa – e lascia scoprire – le sue caratteristiche principali: il Parco Archeologico della “Città del Tufo”, una vasta area distribuita da una serie di luoghi dalle incredibili rilevanze archeologiche, culturali, naturalistiche e storiche.

Il parco “Città del tufo” si trova a circa a 2 km dalla suggestiva rupe da cui si erge l’abitato di Sovana. Al suo interno esso comprende, oltre a un ticket d’ingresso, un percorso naturalistico molto suggestivo laddove, tra la copiosa vegetazione, giace una tra le più belle necropoli etrusche in Italia; l’intera area è percorribile a piedi, basta avere scarpe comode e tanta acqua, soprattutto nel periodo estivo.

Un parco costituito da una serie di siti di grande rilevanza di cui, la parte più imponente della necropoli etrusca, si trova sulle colline che si ergono a nord del torrente Calesine. Da qui hanno inizio una serie di percorsi immersi nella copiosa vegetazione da cui emergono imponenti costruzioni d’epoca etrusca e monumentali tombe dello stesso periodo, tutto ricavato dalla viva roccia tufacea di cui è composta la morfologia del territorio.

Superati l’accesso compare un bosco meraviglioso che rende la passeggiata fresca e piacevole; un principale percorso che viene intersecato da un insieme di sentieri che si snodano – in più direzioni – attraverso queste meraviglie del passato. Quest’area è un privilegiato luogo per gli appassionati di antichità, autentico paradiso per archeologi e studiosi di storia antica (preromana); un parco ben attrezzato che custodisce moltissime tombe tra cui, le più imponenti, quelle di Ildebranda e dei “Demoni Alati”; queste tombe sono molto particolari e il sito offre accurate descrizioni e le dettagliate ricostruzioni di ognuna di esse.  

Fiore all’occhiello di questo Parco Archeologico è la maestosa Tomba di Ildebranda, una incredibile struttura funeraria databile intorno ai 2500 anni fa, vero e proprio tempio funerario sorretto da una foresta di colonne, seguita – per bellezza e importanza – da quella dei “Demoni Alati”; altre, meno appariscenti, tutte che riemergono da una natura lussureggiante. Purtroppo essendo tutto costruito nel tufo, le strutture sono giunte a noi molto consumate dagli agenti atmosferici ma ancora se ne percepisce la grandezza e l’austera dignità.

Al di là delle magnifiche fattezze con cui sono state realizzate queste tombe etrusche, è la magia che permea all’interno di tutta la necropoli a rendere la visita un’esperienza unica. Sarà forse perché di questo sito si conosce ancora relativamente poco, o sarà per la natura potente e rigogliosa che lo avvolge completamente, ma l’atmosfera che si avverte è quella di essere trasportati in un tempo lontano, inimmaginabile e misterioso.

Visitare le bellezze all’interno di questo parco è come compiere n viaggio nel tempo, un excursus emotivo/sensoriale assolutamente da provare; si tenga però presente che a causa della friabile natura del tufo, poco è rimasto e quindi bisogna armarsi di immaginazione. Ad ogni modo l’ambiente resta comunque altamente suggestivo. È veramente un tuffo nel passato, un salto attraverso la vita e nelle idee degli etruschi, tutto veramente molto suggestivo, al solo pensare di come riuscivano ad allestire le tombe, così sontuose, ricche di oggetti preziosi e simbolici affreschi.

Il Parco delle Città del Tufo” è un luogo che cattura la mente e il cuore; a coloro che piace la storia e i luoghi belli come questo, appartiene a questa categoria di privilegiati. Un posto impossibile da dimenticare una volta che si è passati di qui. Il “culto per la morte” (sepolture) professato dagli Etruschi è un qualcosa di raro, vagamente comprensibile e – a tutt’oggi – ancora poco conosciuto; tra i tanti visitatori che giungono qui a Sovana qualche accanito appassionato del genere, riuscirà, sicuramente, a trovare qualche risposta… forse! (di ©Andrea Perciato)

Via di Francesco, da Trevi a Foligno (PG, Umbria), perdersi tra silenzi e paesaggi agresti

Dopo essere stati ospitati presso una struttura conventuale in Trevi, il silenzio mattutino viene nuovamente rotto dal calpestio dei nostri passi sul selciato delle stradine medioevali che attraversano il cuore antico della città. All’uscita di Trevi ci attende un lungo e bellissimo viale alberato, un’autentica galleria vegetazionale composta da folti e secolari platani: sulla sky-line che s’apre a sinistra scorre il profilo dell’antico abitato di Trevi mentre sulla destra, verso N, s’intravedono in lontananza i tetti e le torri di Foligno, punto d’arrivo dell’odierna tappa lungo il Cammino sulla Via di Francesco (da Roma ad Assisi).

Attraversando bei terrazzamenti ulivati, e superati antichi portali in legno, lungo un piacevole pendio solcato dal bianco selciato della pista, il custode di un maneggio ci invita a visitare le sue bellissime creature: cavalli di tutti i tipi da corsa, da trotto e da traino; di cui alcuni impegnati nella famosa e storica rievocazione della “Quintana” di Foligno. I “segni” del Cammino sulla Via di Francesco ci accompagnano ovunque, mentre numerose sono le edicole votive e le cappelle isolate (molte di queste anche dirute!) che segnano il nostro viandare.

Col cielo che gioca a fare i capricci, non potevano certamente mancare – improvvisamente – quattro gocce di pioggia, quella tanto cara “Sora Acqua” decantata dal poverello di Assisi. E così, continuando ancora a camminare tra edicole votive e masserie, sfiorando antichi casali e attraversando silenzi intrisi dall’intenso profumo dell’ulivo bagnato dalla pioggia coi primi papaveri in fiore, si giunge tra le prime case del minuscolo borgo di Sant’Eraclio, agglomerato industriale posto alle porte di Foligno. Una monumentale fontana ci introduce all’antico villaggio, sviluppatosi intorno al Castello, circondato da antiche mura e costruzioni medioevali con le sue due grandi porte che s’aprono – lungo l’arteria principale che l’attraversa per intero – in meno di 100 metri da nord a sud, da un punto all’altro del perimetro antico; al suo centro s’impenna una bella Torre

Il Cammino prosegue lungo la caotica e (già) trafficata via “Flaminia” e rasenta la periferia meridionale della Città della “Quintana”, fino ad imboccare e giungere a valicare la Porta Romana, nel centro storico di Foligno. Percorrendo l’elegante corso Cavour si raggiunge la celebre piazza con il Duomo di San Feliciano, dove una targa ricorda che in questo luogo Francesco, ancora mercante, vendette le stoffe del padre per restaurare la chiesa di San Damiano. Lo splendido Palazzo Pierantoni ci accoglie per trascorrere la notte. (di ©Andrea Perciato)

PITIGLIANO (GR, Toscana)… tra i silenzi della “piccola” Gerusalemme

I riconoscimenti che identificano la bellezza e le caratteristiche di un luogo davvero belle li possiede davvero tutti: “Bandiera Arancione” del TCI, insignito del prestigioso marchio tra i “Borghi più belli d’Italia”, riconosciuto come “Città del Vino” e tra le principali “Città dell’Olio” dell’intera Toscana.

Il suo caratteristico abitato si adagia sopra uno sperone in roccia tufacea che domina un paesaggio solo in apparenza aspro, ma dalla struggente bellezza paesaggistica che ne identifica la salubrità locale, con profonde vallate ricche di vegetazione e la copiosità delle sue acque torrentizie. Le colture della vite e dell’ulivo caratterizzano – fin dai tempi degli Etruschi – le campagne circostanti. Le qualità del vino locale e le specialità dell’olio d’oliva sono i principali prodotti sulle tavole della zona; il “Bianco di Pitigliano” è stata una tra le prime D.O.C. riconosciute (1966) in Italia.

La morfologia del borgo, il suo impianto urbanistico trae origini dalla sua particolare posizione strategica che, fin dalla preistoria, ha favorito la possibilità di stabilire insediamenti umani. Il reticolo dei suoi vicoli (che sono più di 60), l’intreccio di passaggi, supportici, slarghi, rampe, piazzole sono tutti elementi – questi – che caratterizzano un borgo di pura matrice medioevale. Fin dal passato, questi ambienti scavati nella viva roccia, sono sempre stati utilizzati come depositi e magazzini o come pozzi e cantine; per la conservazione dei cereali, i vani superiori, mentre i “butti” (cosiddetti vani sottani) adibiti a cantine per la conservazione del vino. La gran parte di questi ambienti, oggi, sono stati recuperati e riproposti come botteghe e negozietti che offrono prodotti di artigianato locale, oppure caratteristici localini (di sera illuminati da torce e lanterne) ove trascorrere qualche ora tra una buona lettura, o chiacchierando tra amici, si possono gustare pietanze della tradizione culinaria locale.

Qui ogni vicolo, ogni rampa, ogni balconata qui termina o s’affaccia sul vuoto; raccontano delle tracce di un passato vissuto intensamente, celano curiosità e stimolano le fantasie di luoghi solo in apparenza inospitali, ma che da sempre hanno accolto intere famiglie dedite alla raccolta, produzione e commercio dei principali prodotti del circondario: la vite e l’ulivo. Infatti in tutte le case – completamente realizzate/scavate nel tufo modellando e ricavando, secondo le proprie esigenze – sono stati ricavati vani rialzati (gli spazi abitativi) raggiungibili per scale dalle incredibili alzate e pendenze; oppure le profonde cantine, da sempre adibite a depositi per il vino, per l’olio e altro ancora.

Queste due caratteristiche sull’utilizzo dei vani delle case o, nel complesso, dei corpi di fabbrica, sono facilmente intuibili a prima vista osservando attentamente le differenze degli accessi che prospettano lungo le due principali arterie del borgo antico: Via Roma (il Corso) e Via Zuccarelli (che attraversa il Ghetto ebraico): se la soglia d’ingresso è caratterizzata da uno o, al massimo, due gradini, allora… si sale. Mentre invece se la soglia è solo una piatta lastra in marmo (o calcare), allora… si scende! Entrambe le arterie s’incontrano alla facciata della chiesa patronale dedita al culto di San Rocco.

Pitigliano è anche conosciuta con l’appellativo di “Piccola Gerusalemme”, non solo perché somiglia alla celebre “capitale” delle 3 più importanti religioni monoteiste, bensì per la presenza di un quartiere (ghetto) d’origini ebraiche che fin dal XVI secolo accolse intere famiglie di religione giudaica che si trasferirono in questa contea “Ursinea” per sottrarsi alle persecuzioni ed alle restrizioni imposte dai propri paesi d’origine. Oggi, una Sinagoga e un museo di “Cultura Ebraica” ne ricordano questa presenza con il “Macello Kasher”, il “Forno delle Azzime”, la Cantina e il Miqvè (bagno rituale purificatorio) che guidano – e illustrano – il visitatore accompagnandolo in un percorso attraverso la cultura e la religione ebraica.

Non si va via da Pitigliano se non si compie una bellissima passeggiata lungo il viale alberato di San Michele che prospetta – per mezzo di una suggestiva e incredibile skye-line – sulla promenade della rupe tufacea da cui s’impenna l’abitato che affaccia a sud. Da qui, in condizioni meteo favorevoli e con la giusta luce riflessa al tramonto, una serie di potenti fari, alla loro accensione, generano una tra le più incredibili scenografie ambientali abbagliando, dal basso, la balconata tufacea e l’intero borgo rendendo il paesaggio e il circondario un luogo fuori dal tempo, sospeso tra mito e bellezza. Putigliano, se ancora non la conoscete, non perdete occasione di andarla a visitare, ma… senza scappare via subito; a Pitigliano ci si lascia il cuore… e non solo, ma qui sono soprattutto l’animo e il palato che ne traggono giovamento! (di ©Andrea Perciato)