“Ciclovia del Volturno”, pedalando da S. Vincenzo al Volturno (IS) a Capua (CE)

150 km in bici e mountainbike, dalle Mainarde (in Abruzzo) fino alla “Terræ Felix” di ro-mana memoria, lungo tutta la valle solcata dalle acque del fiume Volturno, attraverso terri-tori ricchi di scorci paesaggistici, bellezze naturali ed emergenze storiche. La Ciclovia del Volturno, prima pista ciclabile al Sud, è un percorso per cicloturisti con una segnaletica direzionale che ne facilita l’individuazione. Il tracciato si sviluppa su stradine secondarie ai margini delle campagne bagnate dal fiume, e parte dalle sorgenti del Volturno per terminare a Capua.

UN FIUME CHE ATTRAVERSA LA STORIA

Le sponde fluviali vengono doppiate più volte, così come gli ampi appezzamenti di allevamenti di bufale. Qui un’arcaica civiltà contadina e le reminiscenze borboniche s’intrecciano più volte durante il percorso, alternandosi a fortificazioni medioevali e tracce dell’antica presenza di Roma. I paesaggi che si aprono lungo le sponde orografiche offrono vedute che si alternano dalle dolci colline – dove regnano secolari uliveti e gustosissimi vitigni, il “Pallagrello”, di matrice reale – ai rilievi montuosi più lontani, come le propaggini del massiccio dei monti del Matese e l’impervia valle Telesina. La Ciclovia offre all’escursionista su due ruote la possibilità di osservare numerose attrattive paesaggistiche, ambientali e culturali di territori sapientemente conservati, dove l’antica civiltà contadina ha qui lasciato indelebili tracce ancora presenti nelle popolazioni locali. Ex riserve di caccia reali appartenute ai Borboni si alternano a viali completamente avvolti dalla frescura offerta dagli intensi filari di platani secolari. Città come Vairano, Alife e Caiazzo sono ricche di testimonianze romane, medioevali e barocche, mentre antiche fontane del Settecento si susseguono a tracce di opus reticularum ai bordi della pista, lungo un territorio che ha rappresentato da sempre un autentico corridoio tra le pianure campane e gli aspri rilievi abruzzesi. La Ciclovia del Volturno è un tuffo nella storia, semplicemente… pedalando!

AMPI ORIZZONTI TRA AZZURRO, VERDE E ARGENTO

Dalle sorgenti fino alla pianura campana il Volturno è uno dei fiumi più importanti del Sud Italia. I colori sono quelli della terra irradiata dal sole, delle antiche case in pietra di borghi e casali, dei campi coltivati dove la danza dei girasoli rende tutto più magico e luminoso, dei covoni di paglia come turrite sentinelle di un orizzonte che sembra non finire mai, delle argentee e luminose acque fluviali. I profumi sono quelli dei frutti selvatici, more e lamponi, colti al volo ai bordi della pista, del pane cotto a legna nel forno comune di un’antica corte. I suoni sono quelli dell’aratro che solca una terra apparentemente dura e inospitale, dei campanacci di bufale al pascolo, dei rintocchi dei campanili di pievi lontane. La Ciclovia del Volturno si percorre senza particolari difficoltà tecniche: si presenta pianeggiante, tendenzialmente in discesa dalla sorgente fino a Capua, minimi i dislivelli sostenuti a Cerro al Volturno e Colli al Volturno, ancora più lievi a Ruviano e Castel Campagnano. Una ciclovia adatta a tutti i ciclisti e cicloturisti, soprattutto alle famiglie e a quelli che il Sud desiderano scoprirlo (e sentirlo) su due ruote. Da Rocchetta al Volturno (IS), dove hanno origine le limpide e cristalline acque alla base del massiccio delle Mainarde (già Parco Nazionale d’Abruzzo), ci si immerge subito attraverso una natura rigogliosa: nella prima parte si toccano piccoli insediamenti abitativi, molto caratteristici, e guadagnando la discesa si raggiunge un fondovalle in cui trionfa la campagna (masserie isolate e case coloniche) in tutto il suo massimo splendore, costeggiando campi e orti le cui sistemazioni sono vere e proprie opere d’arte rurale!

Ciclovia del Volturno

Località di partenza: Rocchetta al Volturno (IS), sorgenti del Volturno (m 567)

Località di arrivo: “Ponte Romano” di Capua (CE) (m 28)

Difficoltà: medio-facile

Dislivello: + 492 m↑       – 1106 m↓

Tempo di percorrenza: 3 giorni

Fondo stradale: asfalto 50% sterrato 50%

Il percorso non presenta particolari difficoltà tecniche. I dislivelli abbordabili mostrano un profilo altimetrico tendenzialmente in continua (e leggera) discesa, salvo alcuni saliscendi abbastanza ripidi nel comune di Cerro al Volturno e Colli al Volturno, e alcuni più lievi a Ruviano e Castel Campagnano. Il traffico su queste strade è talmente poco sostenuto da non rappresentare alcun problema.

La Ciclovia ha inizio dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, alle pendici delle Mainarde, da cui hanno origini le sorgive del Volturno. Lungo la prima parte del percorso si pedala su una sterrata che segue il fiume per i suoi primi 3 chilometri; si costeggia l’area archeologica degli scavi di Castel San Vincenzo e continua attraverso appezza-menti di campi coltivati a graminacee. Dopo un breve e facile guado si procede su asfalto attraverso la piccola frazione di Cartiera, continuando sulla strada proveniente da Pizzone, fino a raggiungere il centro abitato di Cerro al Volturno. Da qui si sale per i villaggi di Petrara e Valloni. Una stradina asfaltata di 6 chilometri circa, fondo sconnesso, scende e poi risale fino a un lavatoio nella fra-zione di Casale: da qui si prende una ripida discesa fino al centro di Colli al Volturno. Lasciata la strada per Fornelli, presso Ponte Rosso riappare nuovamente il fiume: si costeggia la sinistra orografica il corso d’acqua fino ad attraversarlo sulla diga di Ripaspaccata, nel comune di Montaquila. Procediamo fino a Taverna di Roccaravindola attraverso una piana coltivata.

Superato il ponte dei Venticinque Archi, si lascia la strada percorrendo un facile saliscendi su sterrato che in breve giunge al grazioso villaggio di Campo della Fontana (Monteroduni). Costeggiando il fiume si raggiunge il Ponte del Re, dove si dirama una variante sulla riva sinistra di 12,5 km (Ciorlano, Pratella, Ailano), che si ricongiunge al percorso principale della riva destra (comune di Vairano Patenora), dopo aver attraversato il grazioso e tranquillo villaggio di Mastrati (comune di Pratella). Si prosegue sui tratti pianeggianti che attraversano i co-muni di Venafro, Sesto Campano e Presenzano. Il centro visite della centrale Enel di Presenzano è a 500 metri dal percorso che costeggia per 300 metri l’invaso inferiore. Si attraversa la SS85 Venafrana e si prosegue su stradine interne, tra i campi coltivati della Bonifica nel comune di Vairano Patenora. Siamo a circa 65 chilometri dalla partenza e questo può essere considerato il punto di arrivo della prima tappa: si trovano strutture ricettive, servizi bike friendly, mezzi di trasporto pubblico (treno, auto e bus) da Napoli, Roma e Pescara, nonchè l’uscita autostradale di Caianello della A1. A tre chilometri dal centro di Vairano si congiunge il percorso della riva sinistra della Ciclovia, con il percorso principale della riva destra, che si era diviso precedentemente in località Ponte del Re, nel comune di Ciorlano.

Si prosegue ora per Pietravairano, costeggiando un canale di irrigazione del Consorzio di Bonifica su tratto sterrato si attraversa il territorio dei comuni di Raviscanina, Sant’Angelo d’Alife e Alife (il centro storico è circondato da una imponente opera muraria di epoca romana e dista 2 chilometri dal percorso della Ciclovia). Dopo Ali-fe si entra nel comune di Gioia Sannitica e ci si inerpica lungo i saliscendi di Ruviano che sovrastano il fiume (punti panoramici sulla valle). Proseguendo per Castel Campagnano si supera la caratteristica frazione di Squille, con lievissime variazioni altimetriche si susseguono coltivazioni ulivate fino a Caiazzo, dove è possibile sostare e far tappa in uno degli accoglienti agriturismi della zona. Ci apprestiamo ora a compiere l’ultimo e più facile tratto della Ciclovia: da Caiazzo si pedala attraverso la Piana di Montverna, superato il centro abitato si procede per Castel di Sasso toccando Pontelatone e Bellona. Prima di oltrepassare il Ponte di Annibale, una lieve deviazione (poche centinaia di metri) porta alle splendide sorgenti minerali di Triflisco. Dopo Sant’Angelo in Formis e la sua splendida abbazia interamente affrescata, Capua è a portata di pedale. Le prime case del paese ci accolgono attraverso un dedalo di viuzze basolate ed archi di portali finemente decorati; la segnaletica locale ci obbliga a compiere una serpentina attraverso vicoli e cardi fino a costeggiare il grande fiume campano e raggiungere così, finalmente, l’imbocco del Ponte Romano sul Volturno ove termina la ciclovia. (testo e photo ©Andrea Perciato)

DAY OF DAYS… 06.06.1944 “OVERLORD” WALKING ON THE BEACHES OF BLOOD

UTAH BEACH: LA NOTTE CHE CAMBIO’ IL MONDO… PER SEMPRE! Sorge l’alba proprio dalla spiaggia che per prima fu interessata dalle operazioni dello sbarco in Normandia, quella ove i primi soldati americani toccarono suolo: Utah Beach. Ma già dopo 30 minuti al trascorrere della mezzanotte tra il 5 e il 6 giugno, oltre 1500 aerei paracadutavano, sulla zona della penisola del Cotentin, migliaia di uomini della 82a Divisione Airborne, che avrebbe preso il borgo di Sainte Mére Eglise, e della 101a Divisione Airborne che avrebbe protetto e reso sicuro i collegamenti tra la testa di ponte di Utah Beach e l’interno. Oggi si supera la gigantesca duna, ove sono presenti un Museo (a forma di paracadute), che raccoglie numerosi reperti dello sbarco, compreso un aereo e, sparsi intorno, diversi pezzi di artiglieria (batterie campali, un carro armato Sherman, ed un mezzo da sbarco), stele, lapidi, targhe in marmo e monumenti in bronzo che ricordano cosa avvenne nelle prime ore del giorno del 6 giugno 1944; un “Albero della Pace” si evidenzia per le sue foglie pluricromatiche. Lontani dalle spiagge e penetrando verso i territori interni si attraversano ampie zone di “marais” (le complicate paludi in cui molti paracadutisti persero la vita), qui un cippo marmoreo con statua in bronzo che ricorda le azioni del ten. Winter (protagonista della serie Band of Brother, realmente esistito!) che coi suoi uomini della 506a “Easy” Company riuscì a mettere fuori combattimento, dopo aver toccato suolo tra le campagne di Mére Eglise e Marie du Mont, quattro batterie di cannoni tedeschi che puntavano ad ostacolare le operazioni di sbarco terrestri.

SAINTE MERE EGLISE, LA PIAZZA DEL MASSACRO! Raggiunti il piccolo borgo di Sainte Marie du Mont, si punta decisamente verso Sainte Mére Eglise ove sbuchiamo al centro di quella piazza immortalata nelle scenografie del più famoso film sull’argomento; qui perirono centinaia di paracadutisti ancor prima che questi toccassero terra, ad accezione di un soldato (John Steele) che, durante la discesa, rimase impigliato con il paracadute al campanile della Chiesa di questo piccolo borgo e di cui, ancora oggi, un manichino raffigura l’episodio. L’interno dell’antica chiesa che ha un particolare pulpito scolpito in legno ed uno scenografico altare; ma è nella facciata posteriore, che la coloratissima vetrata raffigura un bellissimo mosaico con un cristo “benedicente” tra due paracadutisti dell’Airborne a simboleggiare gli “Angeli” della libertà piovuti dal cielo!

POINT DU HOC (NORMANDIE, F) 40 METRI DI ROCCE E DI SANGUE Se c’è un luogo, in tutta la Normandia che ricordi ciò che avvenne quel 6 giugno 1944 esso è Point du Hoc, quaranta metri di ripida roccia diventato, suo malgrado, il promontorio più famoso di tutte le coste francesi. Qui fu allestita la più imponente postazione di batterie di cannoni tedeschi che avevano sotto tiro due tra le più importanti spiagge dello sbarco in Normandia: Utah a ponente e Omaha a levante. Questo fu il luogo che vide l’avvicinarsi delle compagnie del 2° Battaglione degli US Rangers che con scale, corde e rampini avevano il compito (tentando l’impossibile) di scalare la rocciosa scogliera, assaltare e distruggere le linee tedesche asserragliate nei bunker in cima. Oggi qui si respira una sensazione di calma e raccoglimento, il cielo azzurro si unisce oltre l’immenso sulla linea del mare, e le uniche voci che resistono sono quelle del vento e dei gabbiani. Ancora oggi si riesce a percepire quella terribile sensazione di cosa fu l’alba di quel 6 giugno. Tutta la zona che sovrasta il promontorio e un luogo fuori dal tempo, sembra di essere proiettati indietro di oltre 70 anni: per volere e/o scelta delle autorità locali e militari, l’area è stata lasciata così come si presentava dopo la guerra, coi prati di falasca a picco sulla scogliera e delimitati ancora da quel filo spinato originale dell’epoca posizionati dai tedeschi per impedire l’assalto, con le postazioni dei bunker distrutti e le grosse buche lasciate dalle esplosioni.

OMAHA (BLOOD) BEACH – DOG GREEN & EASY RED SECTOR Ci avviciniamo a quella che, in più di qualche trasposizione cinematografica, è stato il racconto e la narrazione dei fatti svolti e avvenuti qui, in Normandia. Due opere su tutto: come il “Giorno più Lungo” e “Salvate il Soldato Ryan” restituiscono visivamente ciò che realmente è accaduto qui. I varchi “Dog Green” ed “Easy Red” aperti dopo estenuanti ore di battaglia su 8 km di spiagge tinte dal rosso sangue della 1a e della 29a Divisione di Fanteria Americana che qui, durante la prima ora dello sbarco, dei 2400 uomini che tentarono di mettere piede a terra, più del 50% lasciarono sull’arenile le proprie giovani vite falciate dalle micidiali MG42 tedesche (25 colpi al secondo ad una velocità di 900 km all’ora) praticamente… un plotone d’esecuzione! Stare qui, voltarsi intorno cercando di capire le varie posizioni dei belligeranti sul terreno; chi difendeva e chi attaccava, vedere coi propri occhi, il solamente intuire, comprendere e conoscere ciò che è avvenuto su questa spiaggia fa davvero rabbrividire. Bloody Omaha (Sanguinosa Omaha) fu definita la spiaggia; oggi sull’arenile dalla sabbia dorata di Omaha è stato eretto un monumento commemorativo intitolato “Les Braves” (i Coraggiosi) composto da tre stele d’acciaio simili a vele spiegate al vento che simboleggiano la speranza, la libertà e la fraternità. A margine della maledetta spiaggia, a pochi chilometri si giunge a Colleville sur Mer ove s’apre la spianata del più grande cimitero monumentale militare di sempre: il Normandy American Cemetery. Al suo interno sono accolte le 9386 croci di marmo di Carrara tutte allineate in geometrica sequenza e avvolte da un impressionante silenzio. Nell’asse del viale centrale s’innalza quel “Muro dei Dispersi”, su cui sono iscritti 1557 nomi di ragazzi mai più ritrovati. Sembra di “vivere” le scene iniziali e finali del Capt. Miller di Save Ryan Soldier; tra i viali un attempato ultranovantenne (sicuramente uno dei reduci di Omaha) a passo lento e dondolante col bastone, accompagnato dalla consorte sono affidati alle amorevoli cure di una guida che illustra loro le bianche lapidi; dal film alla realtà la differenza sembra davvero non esistere! Non vi sono parole per descrivere questo luogo carico di storia ma, al tempo stesso, che esprime immenso dolore e profonda tristezza. Splendidamente tenuto in ogni cura (il suolo è territorio americano donato dalla Francia) particolarmente qui il silenzio è d’obbligo; qui giacciono le migliaia di spoglie di coloro che hanno dato la vita per la nostra libertà. La suggestione di questo luogo si esprime anche attraverso i suoi colori: il blu del cielo, il verde smeraldo dei prati, il bianco abbagliante delle croci, il silenzio…! Dinanzi a questa infinità di bianche croci (diverse le Stelle di Davide) si rimane sbalorditi al solo pensiero che ricordano i tantissimi ragazzi morti per aver dato a noi tutti oggi la libertà. Prima di andar via resta dentro solo un grande senso di vuoto e di impotenza, mentre fuori la sensazione è quella di godere solo di un grande senso di gratitudine rendendo onore a tutti questi eroi. La guerra… tutte le guerre… da che mondo è mondo restano sempre, e solamente, la più grande e orribile azione creata dall’uomo.

GOLD BEACH: L’INCREDIBILE MOLO GALLEGGIANTE DI ARROMANCHES. Le banchine portuali fluttuanti di Arromanches sono una delle più straordinarie elaborazioni ingegneristiche applicate all’utilizzo bellico: il porto artificiale. Durante lo sbarco in Normandia, dopo che gli inglesi ebbero conquistato la spiaggia (nome in codice: Gold Beach), diedero subito inizio alla costruzione di un grande porto artificiale, destinato ad accogliere l’enorme mole di uomini e materiali necessari per l’avanzata degli alleati verso l’interno. Arromanche fu un prioritario obiettivo durante le operazioni dello sbarco poiché gli stessi alleati individuarono la possibilità di realizzare, nella sua rada, una imponente opera portuale artificiale per poter garantire, in tempo utile, la fornitura di armi e munizioni alle truppe sbarcate; i componenti di questo porto furono trasportati a pezzetti attraverso il mare e, successivamente, assemblati di fronte ad Arromanche. Le forme bizzarre dei cassoni, a volte anche misteriose, di ciò che resta del gigantesco porto artificiale, determinano la skyline lungo l’orizzonte laddove il cielo e il mare s’incontrano. I giochi delle maree garantiscono spettacoli davvero unici e con la giusta luce solare che bacia le sabbie dorate del lungo arenile, creano sfondi paesaggistici di notevole bellezza, dove – come in un miraggio – possono contemplarsi i silenzi, mentre in lontananza i rombi delle onde si infrangono sulle scogliere di Cap Monvieux.

Un “SAN BENEDETTO”… di tutto RISPETTO! 5 giorni da Norcia (Umbria) a Rieti (Lazio)

Ingredienti: (sembran pochi) solo 5 giorni a disposizione; le prime 5 tappe del “cammino” da superare; quell’irrefrenabile desiderio di ricominciare a camminare; la scelta dei luoghi, nel cuore dello stivale, di quell’Italia ancora coi “segni” delle ferite di calamità naturali (il terremoto dell’agosto 2016); zaini utraleggeri e carichi solo dell’indispensabile; un ginocchio sinistro che ha spesso bisogno di più di qualche pit-stop; cartine dei luoghi e bussola (analogica) in caso di necessità (il mio “vangelo” è l’azimuth); un ripasso sulle interessanti ed esaustive esplicazioni – lasciando a casa il peso di un libro – dell’ideatore di questo cammino (il buon Simone); un personale atto devozionale nel raggiungere Cascia a piedi; conoscere il luogo che ha dato i natali a colui da cui ha avuto inizio l’idea di Europa (quella “unita” però, non solo commerciale); lasciarsi avvolgere dalle antiche pietre che hanno segnato importanti momenti di storia e di fede; scoprire gli antichi confini territoriali tra vecchi stati (del Pontificato) e laici regni (Borbonico) lungo i crinali di dorsali montuose che si estendono dal Tirreno all’Adriatico. Questo cammino per me non è stato un pellegrinaggio, non è un cammino di fede; mi sono vestito degli umili panni di un viandante che va alla ricerca dell’autentico spirito del peregrinare, per me inteso come atto di scoperta e di conoscenza di una terra ancora martoriata e che non merita di essere parcheggiata nel dimenticatoio della storia. Fatte queste premesse, ebbene… si parte.

NORCIA, ci accoglie con i ben visibili segni della tremenda scossa dell’estate 2016; la Basilica ingabbiata da cui appena si scorge ciò che resta della facciata e l’allucinante vuoto che è al suo interno (purtroppo non riesco ad immaginare quando potrà riprendere la sua originaria funzione). Al centro della piazza giganteggia la statua di San Benedetto che, con la posizione delle sue mani, con la sua austera presenza sembra indicarci che “qui” ha avuto origine il tutto e che da qualche parte laggiù, “oltre”, fu spianata la strada di un’Europa più giusta e coesa. Fanno impressione le decine e decine di porte divelte, saracinesche abbassate, locali chiusi, e mura crollate o lesionate dall’onda tellurica; qualche locale ha ripreso e qualche accoglienza riesce ad offrire ospitalità, ma la situazione che ho visto è davvero drammatica. Lasciamo alle spalle la terra natia di San Benedetto e puntiamo ad attraversare la Piana di Santa Scolastica (sorella di Benedetto) coni suoi bei campi coltivati a graminacee, le sue distese di papaveri, fino a toccare il villaggio di Popoli e il successivo borghetto. La pista sterrata che si alterna a sentieri scorre lungo piacevoli crinali e falsipiani da cui si godono ampi orizzonti sulle montagne circostanti. Ocricchio (del tutto abbandonato) e poi Fogliano (qualcuno affacciato alle finestre) conservano vedute di un paesaggio dall’aria bucolica così tanto cara a chi attraversa questi luoghi. La strada continua fino a raggiungere i piedi di Cascia ove una gigantesca statua della Santa dell’Impossibile accoglie turisti e pellegrini. Una cascata di case tutte in pietra scorre lungo il crinale di un colle da cui spiccano le guglie della facciata in bianco calcare della Basilica di Santa Rita: il suo interno un Paradiso di sensazioni e stati d’animo in cui si alternano l’arte e la fede, la devozione e la preghiera; la teca che raccoglie il corpo della Santa riposa a sinistra mentre lo sguardo all’insù proietta l’animo oltre ogni possibile orizzonte emotivo.

Lasciamo CASCIA seguendo il bellissimo “Sentiero di Santa Rita” – che scorre in falsopiano tra copiosi boschi e rocce sospese – che attraversa la destra orografica del fiume Corno, fino a raggiungere la stretta gola in cui sorge Roccaporena, il borgo che ha dato i natali a Santa Rita. Lassù in alto a sinistra si erge la mole rocciosa dello “Scoglio” di Santa Rita; sulla strada s’affacciano le antiche case in pietra dove Rita è nata, dove ha vissuto con la famiglia ed altri luoghi ancora legati alla santa. Alle porte di borgo Capanne stacca una bella pista campestre che conduce fino a Monteleone di Spoleto, transitando per il Colle del Capitano ove si viene accolti con attenzione, gentilezza e premura; qui, su questo cole, fu trovata un’antica “biga” d’origine romana.

Per un’antica porta in pietra ad arco, si entra in MONTELEONE di Spoleto; lassù, sullo sfondo, si staglia – al di sopra di una gradinata – l’antica Torre dell’orologio per poi scendere nell’ampia valle solcata dal greto del fiume Corno. Raggiunte le case del borgo di Ruscio si prende la strada che scorre verso sud, attraverso un’estesa vallata in cui scorrono i profili di dolci crinali montuosi ed intense aree boschive dalle policrome tonalità di verde; la pista lambisce il confine amministrativo (siamo ancora in Umbria) del vicino Lazio, appena oltre il lato opposto dei pianori. Villa Pulcini è un borgo, come spesso accade in questi territori, di case vuote, con le finestre sbarrate e poche (se non, addirittura, rare) anime in giro, spesso pelosetti a 4 zampe che ci guardano curiosi o che rimbalzano saltellando tra i nostri passi. Si superano una serie di villaggi in successione fino a raggiungere le mura di Leonessa. Per un’antica porta in pietra (due fontane “leonine” alla base dell’arco erogano acque di una freschezza unica) si accede lungo la via principale, tra facciate di palazzi gentilizi, cappelle private, antichi locali, si giunge nella principale piazza (qui fanno una pizza buonissima!) su cui prospettano edifici di stampo medioevali con porticati e chiusa, nel suo lato opposto, dalla superba facciata della Chiesa di S. Pietro.

Ci lasciamo alle spalle LEONESSA e, dopo aver imboccato una strada che risale la selvaggia e verdeggiante valle che porta al Terminillo, una statua scolpita nel legno raffigurante San Benedetto che indica la strada da seguire, s’imbocca la pista sterrata che comincia a salire attraverso la copiosa faggeta. Serie di tornanti arrancano lungo il pendio mentre il verso del cuculo annuncia che stiamo attraversando il “suo” territorio. Raggiunti la considerevole quota intorno ai 1400 m, ad un primo pianoro si sussegue la faggeta che s’alterna a sporadiche macchie di pino, fino a sbucare sull’ampia radura di San Bartolomeo, ove un frassino sbuca tra le pietre di quello che, probabilmente, in antichità doveva essere un antico romitorio. Ora il sentiero arranca per continui saliscendi fino a sbucare su un crinale prativo da cui si erge un cippo in pietra; esso reca da un lato le “chiavi incrociate” che indicano lo Stato Pontificio e dall’altro il “giglio” raffigura il Regno Borbonico; questo cippo rappresentava, nella metà dell’800, il limitare tra i due stati. Da qui ha inizio una precipitosa discesa, su fondo sassoso, che dopo chilometri immersi tra boschi, crinali scoscesi, profondi valloni e rocce (gli “scogli” di Francesco) sporgenti, raggiunge il Convento di San Giacomo (in ristrutturazione per i danni subiti dal sisma) appena sopra l’antico abitato di Poggio Bustone.

POGGIO BUSTONE è un crogiuolo di vicoli, rampe, gradini, terrazzini, scale, fontane, portali, archi, porticati… tutti grappoli di case in pietra le cui pavimentazioni fanno da solaio/tetto a quella sottostante. Si lascia questo singolare abitato medioevale e per piste tra boschi e campi si superano in successione le borgate di San Liberato, il suggestivo agglomerato di Cantalice (ove si viene piacevolmente accolti dala simpatica Micaela del locale ufficio turistico) le cui incredibili pendenze vengono superate, tra chiese, portici, rampe in pietra e piazzette sospese sul vuoto, fino a sbucare sotto la facciata della Basilica di San Felice. Lasciati il Castello alle spalle, la via procede in discesa fino alla Chiesa di San Gregorio ove il simpatico “custode” ci accoglie offrendoci ciliegie appena raccolte e ci ad ascoltare, illustrandoci in breve, la storia di questo vetusto luogo di culto. La valle Santa si staglia sul nostro orizzonte, ed è ancora il bosco che ci offre riparo dall’eccessiva calura, fino a condurci al bellissimo Santuario Francescano di Santa Maria della Foresta, un bellissimo ed incredibile luogo di culto e preghiera, ritrovo per ritiri spirituali. Qui veniamo accolti e accompagnati a visitare il luogo (la casa e il bellissimo chiostro) ove Francesco, giunto qui per curarsi la vista, fu involontariamente coinvolto nel compiere il singolare miracolo della vigna, i cui grappi furono raccolti in una vasca in pietra ove lo stesso Francesco li pigiò coi suoi piedi fino a ricavarne l’inebriante succo da fermentare in vino.

RIETI è laggiù, nel fondo, ad appena ad un tiro di schioppo; la fatica (soprattutto per l’eccessivo e inconsueto calore) e la sofferenza provata ad ogni passo compiuto, ad ogni gradino superato; la moltitudine di pensieri e di sensazioni che hanno affollato – dal principio alla fine – questi giorni di cammino (le prime 5 tappe del San Benedetto) sembravano pesare molto di più del carico dello zaino sulle spalle il cui sudore ha tracciato le ali tramutando le nostre schiene in probabili “angeli del cammino”. Questo è, forse, l’autentico senso del camminare, compierlo così come viene, con tutte le sue varianti che presenta, le gioie che riesce a donarti, i sacrifici da superare e le “invisibili” croci che riesce a caricarti, senza tanti complimenti. Compiere queste prime 5 tappe del Cammino di San Benedetto ci ha fatto sentire parte di un qualcosa molto più grande di noi; sensazioni ed emozioni che hanno caratterizzato ogni nostro passo, ogni metro superato; vivendo la percezione di sentirsi sperduti tra l’immensità dei boschi e degli orizzonti superati, ma luoghi in cui non ci siamo sentiti mai veramente soli perché la pace, credeteci… regnava tutto intorno a noi!

Queste prime cinque tappe del cammino – per il poco tempo che abbiamo avuto a disposizione – terminano qui, ma certamente riprenderemo più in là nel compiere i successivi tratti che, passo dopo passo, ci condurranno fino a Montecassino. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

INVERNESS (Scotland)

Inverness è, sicuramente, la città più a nord della Scozia ed è la capitale delle Highlands. Non è una città di particolare bellezza (in essa prevale l’aspetto commerciale), ma la zona più pittoresca è – sicuramente – lungo il fiume Ness. Passeggiare lungo le sue sponde è indubbiamente un ottimo punto di partenza per visitare gli splendidi d’intorni, ricchi di storia e scorci emozionanti. La cittadina si presta bene per delle camminate a piedi, con facili passeggiate che si distribuiscono dall’incantevole fiume Ness fino all’Inverness Castle e alla Cattedrale di St Andrews, senza dimenticare il vivace Mercato vittoriano. Principale base di partenza per le esplorazioni nelle Highlands; in pochi minuti d’auto si è – praticamente – lungo le sponde del “misterioso” Loch Ness (dimora del leggendario Nessie), dal campo di battaglia di Culloden e dai tumuli di pietre di Clava Cairns, risalenti all’Età del Bronzo.

Città spesso avvolta dalle nebbie che la nascondono per intere giornate, oppure dalle foschie del mattino che ne elevano il fascino, Inverness ha il vantaggio di essere, anche se relativamente piccola, un luogo molto ospitale; per queste sue caratteristiche attira sempre di più il gusto di turisti alla ricerca del particolare, dell’insolito e – perché no – degli spettacoli della storia, così come della natura. Bella, piacevole e distensiva risulta essere la passeggiata accanto al fiume; lungo essa non si disdegna di vistare le molte chiese che s’incontrano, così come anche la salita al Castello che offre una splendida vista panoramica sull’intera città. Il fiume (Ness) che l’attraversa nasce proprio dall’omonimo lago di Ness e sfocia direttamente nel mare.

Nella sua parte terminale, in quel tratto tra la fine del lago e prima di raggiungere il mare, esso scorre attraverso la città e lambisce la base della collina da cui si erge l’Inverness Castle; lungo il fiume è anche possibile vedere il Teatro Eden Court, uno dei più grandi teatri della Scozia. Nel tratto metropolitano il fiume viene superato da diversi ponti che collegano le due parti della città divise da questa via d’acqua; tra i più significativi di questi ponti spicca il Greig Street Bridge, ponte sospeso realizzato nel 1881. La città è molto rinomata per la pesca al salmone, principale pietanza sulle tavole locali; la cattura del prezioso pesce viene praticata presso le isole Ness che – molto frequentate per piacevoli passeggiate nella natura e per la copiosa vegetazione – si ergono a monte del centro di Inverness, oppure direttamente dalle sponde cittadine.

Non è raro veder nuotare tra i flutti del fiume le foche, così come è sorprendente veder volteggiare, tra i lunghi filari di tiglio che sporgono dalle rive, una particolare avifauna caratterizzata dagli aironi e dai gabbiani. Le skyline che sono possibili godere al tramonto lungo il fiume sono di una spettacolare bellezza paesaggistica mentre il vento, per la gran parte della giornata, evidenzia lo splendore naturalistico delle montagne che si stagliano sull’orizzonte in un’austera immensità di scorci panoramici. (testo ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & A. Perciato)

Portogallo, nella “Terra dei Semplici” tra fede e mistero comparve Nossa Senhora de Fátima… un luogo da non mancare!

Il Portogallo del 1917 era, come altre poche nazioni dell’epoca, coinvolto – anche se marginalmente – dal 1° conflitto mondiale poiché se ne chiamò fuori dichiarandosi neutrale. Ma la storia avrebbe avuto – per questa terra e la sua gente – un cambiamento epocale, soprattutto per i fedeli professanti il Cattolicesimo. Più nello specifico, nella regione di Estremadura, nella provincia di Cova da Iria, in un orizzonte brullo/carsico, determinato da terreno arido e sassoso ove a stento ramificano piccoli appezzamenti d’ulivo e si praticava la pastorizia, presso la borgata di Fatima accade un “evento” che cambiò le sorti per milioni di cattolici in tutto il mondo, turbando gli animi di atei e miscredenti.

Narra la storia, nota alle cronache del tempo, che due bambine (Jacinta Marto e Lucia dos Santos) e un fanciullo (Francisco Marto, fratellino di Jacinta) che muovendosi da Aljustrel e recandosi a pascolare il gregge loro affidato presso Cova da Iria, furono involontari testimoni di un fenomeno a cui, impressionati (o forse impauriti) dalla forte emozione di ciò che videro, non seppero dare una spiegazione. Una coltre di nubi si abbassò all’altezza di un cespuglio dove pascolavano e – dissolvendosi – da essa videro comparire, improvvisamente, in tutto il suo magnifico spendore una sorridente “Signora” vestita completamente di bianco che aveva tra le mani un “rosario”. Impauriti per ciò che stavano vivendo, la Signora con voce e fare materno esclamò, rivolgendosi a loro, di non avere timore. I bambini identificarono in questa signora la Madonna e ciò avvenne il 13 maggio del 1917.

Da questa data ci furono altri successivi incontri, fra i pastorelli e la “Signora” che invitò loro a recarsi nel luogo della prima apparizione per il giorno 13 di tutti i successivi mesi. I ragazzi, come naturale che fu, testimoniarono questi eventi agli adulti loro familiari, notizie che raggiunsero anche sia le autorità civili che religiose; e mentre i primi volevano chiudere subito la vicenda indicandola come “qualcosa” al di fuori dell’ordine pubblico, i secondi – dal locale parroco all’Arcivescovo di quella Diocesi – vollero approfondire le fondamenta e la veridicità di quanto testimoniato dai fanciulli cercando di non infangare la credibilità dei racconti visti e vissuti dai tre pastorelli.

Durante l’ultima apparizione, che avvenne mesi dopo, il 13 di ottobre del 1917, una gigantesca folla di circa 80000 persone, proveniente da ogni dove e da altre nazioni europee, si raccolse in preghiera nell’ampia spianata con al centro il “miracoloso” cespuglio della 1a apparizione. Quel giorno il tempo era piovoso, il cielo plumbeo con temporali che coprivano tutto il cielo; molti dei presenti scivolavano tra le zolle di terra resa fangosa dall’acqua, fino a quando – improvvisamente – 160000 occhi furono diretti testimoni di quello che ancora oggi viene ricordato come il “Miracolo del Sole” che avvenne con l’improvviso aprirsi delle nubi e la fine della pioggia, mentre l’astro solare cominciò a roteare vorticosamente avvicinandosi sempre di più sull’orizzonte fin quasi a raggiungere le teste dei presenti assumendo definitivamente la forma di una sfera colorata, sospesa nell’aria, da cui partivano raggi di luce diretti verso la Terra.

A distanza di oltre un secolo da quegli eventi, il luogo (la spianata) durante il corso dei decenni è stato completamente trasformato, con la costruzione di un poderoso Santuario (la Basilica di Nostra Signora del Rosario) che ogni anno accoglie milioni di fedeli provenienti da tutto il mondo, e la Cappella delle Apparizioni, che simboleggia la comparsa della Madonna di fronte ai pastorelli. La Cappella delle Apparizioni fu costruita intorno agli anni ’20 dello scorso secolo, proprio nel luogo esatto (quel grosso cespuglio) in cui Jacinta, Lucia e Francisco affermarono di aver ricevuto le apparizioni della Madonna.

Recarsi oggi in visita in Portogallo, non può mancare una visita in questo sacro luogo molto particolare; gli abitanti di Fatima e borgate limitrofe (ma in generale un pò tutti i portoghesi) sono gente semplice e senza pretese, molto raccolti in preghiera e dediti alle proprie attività lavorative come la produzione di ceramiche e terrecotte e di prodotti legati alla terra, come l’olio, il vino e i formaggi. Risulta essere curioso, e al tempo stesso emozionante, vedere gruppi di fedeli – spesso intere famiglie con bimbi al seguito – che si avvicinano ai luoghi sacri di Fatima percorrendo il tragitto che attraversa la spianata inginocchiati, in mesta e silenziosa riverenza come atto penitenziale, sfiorando con la viva carne la ruvida e fredda pietra dei lastricati dei viali d’accesso. La semplicità di questa gente e proprio nella spontaneità dei loro gesti, come quelli di un saluto col bianco fazzoletto agitato al “passaggio” della Madonna in processione e la sofferenza provata come espiazione dei propri peccati avvicinandosi in ginocchio al luogo delle apparizioni. Fatima non è solo un “mistero”, per chi ci crede… essa è anche una certezza! (di ©Andrea Perciato)

ITINERA FIDELIS AD FELIX CIVITAS LAURETANA: sulla “Via per Loreto”

Colfiorito, estremo lembo di terra umbra che s’affaccia sul marchigiano, si protende sull’ampio altopiano di Colfiorito, immensa distesa prativa buona per il pascolo delle greggi e luogo privilegiato ove mangiare del buon formaggio di capra. Nel mezzo, al centro di questa vasta distesa, sorge l’antichissimo complesso della Basilica di Plestia, punto cruciale di fede, storia e spiritualità in quest’angolo di confine ove tutto è silenzio tranne che i belati delle pecore accompagnate dal suono dei campanacci; scarsa, se non addirittura assente, la presenza antropica. Sulla provinciale, a pochi metri, compare il “limite” umbro/marchigiano tra le provincie di Perugia e Macerata; interminabili distese di campi sapientemente curati, determinano un orizzonte che si perde per chilometri. Le poche case della borgata di Taverne, anche se ristrutturate nel complesso, recano ancora le “cicatrici” del terremoto del 2016 che qui ha colpito duramente.

Il cammino tende a raggiungere il termine del pianoro, proprio nel punto in cui questo sbuca sulla rotabile, all’imbocco della stretta valle del Chienti. Solo il rumore del ruscello che scorre in basso a destra e qualche motore di mezzi agricoli, fanno da colonna sonora a questo ambiente. Si attraversa la cortina delle silenziose case di Serravalle del Chienti, il primo centro marchigiano che s’incontra sul tracciato della Via Lauretana; per strada nessuno, e non è per il cattivo tempo, usci di porte chiuse e finestre sbarrate, varchi opportunamente sigillati da travi in legno come temporanea soluzione in previsione di – quando avverrà – una ricostruzione o ristrutturazione del preesistente. Diverse edicole sacre lungo la strada testimoniano da sempre l’importanza (e la frequentazione) storica del passaggio di pellegrini e fedeli sulla via per Loreto. Il cammino penetra sempre di più all’interno della gola del Chienti fino a raggiungere le poche case della borgata di Bavareto, che ha subito la stessa sorte di Serravalle: abitazioni chiuse e nessuno per strada!

Una deviazione a destra consente di lasciare la Provinciale e di raggiungere il Mulino di Malagna, complesso sistema di regolamentazione delle acque del Chienti, ove l’ingegneria idraulica è ben integrata con l’ambiente circostante. Quel poderoso maniero che si staglia sull’orizzonte, appena offuscato dalle nuvole basse, è la Rocca di Varano che domina il caseggiato di Muccia, anch’esso colpito duramente dal sisma del 2016. Da qui optiamo per risalire attraverso boschetti di crinale e vallette scoscese, lungo piste bianche ed ampie vedute paesaggistiche che s’aprono sui campi bagnati dalla pioggia, fino a raggiungere le prime case di Camerino; da non perdere la possente Basilica di San Venanzio, col suo ampio colonnato della facciata. Rinomata località di studi, con la famosa Università, numerose case ed edifici restano chiusi e “sigillati” sempre in seguito al recente terremoto. Si riaggancia nuovamente la strada di fondovalle del Chienti, in prossimità della Rocca Varano (omonima ma non uguale alla prima) passando attraverso le borgate di Bistocco e Valcimarra (disabitate e ingabbiate dal doposisma) fino a raggiungere l’estremità occidentale del lago (un invaso) di Borgiano.

Da qui, lasciati la Statale 77 si costeggia la parte meridionale del lago fino a salire sul borgo di Pievefavera con panorami sulla valle e lo specchio lacustre. Proseguendo lungo il cammino lauretano attraverso un’ampia zona che s’apre al centro della vallata del Chienti si superano, in successione, prima Caldarola e poi Belforte del Chienti. Da qui la strada scorre nuovamente al centro della stretta gola “chientiana” fino ad aprirsi in una spianata eccessivamente antropizzata dalla presenza di un’area industriale e sfiorare un successivo invaso, il lago delle Grazie. Da qui, in breve, si perviene all’imbocco dell’abitato di Tolentino varcando la suggestiva porta d’accesso (con torre) del Ponte del Diavolo che immette nell’antico borgo. Fuori Tolentino si prosegue sulla provinciale 125, attraverso le campagne bagnate dal Chienti, passando per la chiesa rurale della Divina Pastora, fino a raggiungere la Riserva Naturale dello Stato “Abbazia di Fiastra”, area di interesse naturalistico/ambientale, dove giace l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, monumentale complesso monastico di grande interesse storico, architettonico e religioso; da sempre considerato importante luogo di accoglienza e culto per i pellegrini che da secoli solcano la Via per Loreto.

Superati il Passo del Bidollo ecco scorgere da lontano l’abitato di Macerata la cui skyline s’adagia sul crinale di un colle che si erge tra i regolari campi attrezzati a colture cerealicole e frumentacee, e le valli fluviali del Chienti e del Potenza. Con Macerata alle spalle si lascia la valle del Chienti e si attraversano le distese campali della valle del Potenza. Un piacevole e lunghissimo saliscendi attraversa quelle ampie zone agrarie che sono state l’oggetto di una vecchia riforma fondiaria, le cui case coloniche, molto simili per distribuzione degli spazi sia interni che esterni (con ambienti “sottani” adibiti a stalle per animali o depositi per gli attrezzi, e quelli “soprani” utilizzati come principale dimora per gli astanti)  e la dislocazione sul terreno, sono tutte indicate come “isola” accompagnate da un numero progressivo. Così, tra ampi paesaggi agresti, il rumore del trattore che traccia i solchi per le nuove semine, i panni del bucato stesi e agitati – come banderuole impazzite – dai venti dominanti la vallata, fattorie con animali che fanno sentire la propria voce al nostro passaggio, si giunge presso la borgata di San Firmano, la cui sobria (ma bella) facciata dell’omonima Abbazia di San Firmano sembra essere nascosta alla visione perché inglobata tra gli edifici che la circondano; il suo particolare interno merita una visita se non altro per l’altare che giace al culmine di una imponente gradinata e per la sua bellissima cripta con volte a crociera ed archi a sesto acuto tutti in pietra bianca con al centro un altare su cui giace la statua del Santo.

Ed è ancora strada fino ad incrociare nuovamente la trafficata Provinciale 571. L’intuito ci suggerisce di staccare dal principale tracciato indicato per seguire la via, come suggerito da tutti, e di affrontare l’ascesa attraverso la Contrada di San Pietro e puntando decisamente in direzione di Recanati che attraversiamo per tutta la sua interezza attraverso edifici storici, chiese, torri, porticati, piazze, slarghi e antiche porte, tutti elementi architettonici dal sapore “letterario” (patria del famoso poeta Giacomo Leopardi). Una lunga discesa fuori Recanati, conduce in direzione della già ben visibile Loreto che si staglia, oltre l’orizzonte a nord-est, presentandosi con la sua caratteristica skyline “disegnata” dall’inconfondibile sagoma della Cupola e del Campanile del Santuario. Lungo la strada s’incrocia la bella chiesa dell’Addolorata circondata da ampie distese di campi e terreni opportunamente “lavorati” in attesa delle nuove semine stagionali.

Ancora discese, incroci, rotatorie e poi l’ultima, forse la più faticosa, salita che conduce direttamente a Loreto, sfociando nel piazzale caratterizzato da un portico “vanvitelliano” alla cui estremità s’apre la “Porta del Cielo” che immette sulla principale via (lastricata in basoli) che attraversa la parte centrale dell’antico borgo della “Felix Civitas Lauretana” fino a sbucare nel suggestivo scenario della Piazza della Madonna, nel cui centro giace una monumentale fontana circondata da edifici appartenenti al clero le cui facciate sono distribuite su un doppio ordine sovrapposto di portici. Ora è il momento del silenzio, magari anche della meditazione, ripercorrendo con la mente, tutte le fatiche patite, le difficoltà superate, il peso dello zaino, gli imprevisti accorsi, gli indimenticabili incontri con la gente locale, le gambe che non vogliono saperne, tutte le chiese e le cappelle visitate in ogni suo angolo, le articolazioni che scricchiolano e i passi compiuti per giungere – finalmente – sulla soglia della Santa Casa di Maria.

Ora è il momento della felicità, della gioia condivisa, della partecipazione, della presenza. Probabilmente Maria ci ha fatto conoscere il “più grande mistero” della vita che da sempre genera fascino, e devozione: dall’Annunciazione, alla traslazione – mattone su mattone – della sua casa da Nazareth a Loreto; offrendo ad ognuno che si reca in visita (per fede, in pellegrinaggio o per semplice curiosità) a Loreto quella particolare interconnessione che da sempre viene suggellata tra il divino, il “regno” dei cieli e l’intera umanità! (testo ©Andrea Perciato; foto ©Maria Rita Liliano e ©A. Perciato)

“Salento da Camminare” lungo la sua “Via del Mare”… 3 – dalla Marina di Serra a S.M. di Leuca de “Finibus Terrae”

Ci sono cammini che si compiono per puro spirito e piacere di scoperta e conoscenza; cammini che si scelgono per mettere – dopo ripetute scariche di adrenalina – alla prova se stessi, il proprio fisico, la propria mente, quell’ancestrale desiderio di ascoltare la voce del proprio spirito o di dare un senso alla propria esistenza! Altri cammini, invece, si percorrono per semplice desiderio di fede, di spiritualità, attuando una sorta di pellegrinaggio che attraversa – emotivamente – tutto il “cammino interiore” compiuto nel corso della propria esistenza e che termina sulla soglia di un sagrato, o al cospetto dell’immagine sacra in un luogo di culto.

Scegliendo una tra queste opzioni, sarà proprio questo il liet-motive che accompagnerà – passo dopo passo – l’ultima tappa di questo “Cammino del Salento”. Lasciati alle spalle la placida Marina di Serre, per un aspro sentiero su roccia si ascende lungo un pendio avvolto dalla copiosa macchia mediterranea fino a raggiungere la rotabile e guadagnare l’imbocco del sentiero, meglio conosciuto come il “Nemico”. Da qui in poi si lascia alle spalle la frastagliata costa e si penetra attraverso un paesaggio prevalentemente agreste, caratterizzato dagli immancabili muretti a secco in pietra calcare, spesso misti a blocchi squadrati di mattoni in pietra leccese dal tipico color rosato. Per vie campali che consentono di collegare ampi appezzamenti di coltivi (ortaggi, vigneti, uliveti e alberi da frutto) con la vicina borgata, si entra tra le prime case di Tiggiano, tipico paese del Salento ove la principale occupazione – laddove ancora persiste – è l’agricoltura che ancora riesce a soddisfare i primari fabbisogni familiari. Un’ampia piazza circondata da vetusti e moderni edifici, la maggior parte intonacati da colori pastello, prospetta sulla bianca pavimentazione in blocchi di calcare; sulla destra la moderna struttura di una chiesa e del suo campanile. Ancora più verso l’interno e si raggiunge la successiva Piazza Castello su cui prospetta la bella facciata in pietra leccese dell’antico Palazzo Baronale Serafini-Sauli, col particolare balcone finemente scolpito e decorato del 1716.

In pochi minuti si raggiunge il successivo abitato di Corsano dalle tipiche residenze dell’architettura salentina che si contraddistinguono per la distribuzione semplice ed efficace dei suoi vani tra portali d’ingresso ad arco ribassato e terrazzini sfalsati; ambienti spesso angusti e ridotti ma che sono efficacemente arieggiati in modo tale da trattenere il calore durante la stagione invernale e mantenere freschi gli ambienti durante la canicola estiva. Su tutte emerge il Palazzo Feudale dei Capece. Uscendo fuori le ultime case del paese si punta in direzione della costa; se ne avverte già il profumo del mare alimentato dai venti. Tra filari di muretti a secco, uliveti, fichi d’india, agavi, boschetti di eucalipto che si alternano alla pineta, alberi di carrubo e case vacanze tutte intonacate di bianco e d’azzurro (sembra di essere in Grecia!), dopo una lunga discesa si giunge al caseggiato di Novaglie proprio a ridosso della naturale insenatura (scavata nella roccia) della marina di Novaglie, che si caratterizza per le sue torri costiere e le grotte raggiungibili dal mare.

Proprio dalla rada di Novaglie ha inizio la ripida ascesa lungo l’impervio sentiero (tutto su roccia) delle “Cipolliane”; un percorso panoramico che serpeggia lungo la rocciosa costa caratterizzato da passaggi e strettoie tra cespugli di macchia e delimitato da una staccionata realizzata con pali in legno. Si cammina, praticamente, attraverso un paesaggio sospeso fra la terra, il cielo e il mare. Ancor più evidente si avverte, lungo questo tratto di sentiero, la testimonianza della tipica architettura rurale sulla distribuzione del suolo lungo gli impervi pendii e di come la maestria dell’uomo contadino sia riuscito – durante lo scorrere dei secoli – ad “ammaestrare” le difficoltà di questo posto, solo in apparenza aspro e inaccessibile con la realizzazione di elementi lapidei come i “muretti paralupi” che cingevano antiche aie utilizzate come ovili per raccogliere le greggi al pascolo; una dura e impervia lotta per rendere coltivabile ogni metro di terra possibile. Nell’aria si avverte l’essenza delle cipolle selvatiche che indicano la presenza della vicina grotta (detta, appunto) delle Cipolliane, una cavità di difficile accesso sospesa a circa 40 metri sul mare; nelle vicinanze, la numerosa presenza di conchiglie fossili ben visibili sulle rocce testimonia di come questa parte di territorio milioni di anni fa era sommersa dal mare.

Continuando lungo questo sentiero, attraverso paesaggi mozzafiato sospesi a picco sul mare, si giunge all’insenatura di Ciolo, unita tra le due sponde dall’ardito ponte (del Ciolo) ad una campata sospeso ad un’altezza di 40 metri circa sul mare; sulla destra un’impervia gola rocciosa che sembra chiudere il cielo, a sinistra gli splendidi fondali della grotta del Ciolo. Si prende a destra per un sentiero, delimitato da una balaustra con pali in legno, che arranca alla base di alte pareti rocciose, privilegiate palestre per ‘arrampicata, caratterizzate da grotte e falesie fino ad attraversare la gola e sbucare a ridosso delle prime case di Gagliano del Capo, località conosciuta come il punto ove i due mari (lo Ionio e l’Adriatico) si incontrano.

Proseguendo per vie interne e piste vicinali si raggiunge prima il caseggiato di Salignano, poi quello di Castigliano del Capo e, successivamente, l’ampia rotatoria ove la via si congiunge alla statale per Maglie. Qui, nel punto d’incontro, c’è l’Erma antica, una sorta di tabernacolo dove i fedeli in cammino verso Leuca depongono la pietra penitenziale portata fin qui durante il proprio pellegrinaggio; in questo punto convergono ben quattro cammini che terminano tutti alla “Finibus Terræ” ma il “nostro” Cammino del Salento, ignorando la via principale che scorre lungo il dorso della collina ulivata, scende verso destra fino a raggiungere le prime case di Leuca. Da qui, spostandosi ora verso la base della collina, si giunge ai piedi della monumentale cascata, accanto cui scorrono due rampe di gradoni, e sotto cui s’impenna la colonna romana sormontata da un capitello “corinzio”.

L’ultima fatica contempla il superamento di 285 gradoni calcarei che giungono all’ingresso dell’imponente piazzale – meta finale del Cammino del Salento – ove prospetta il Santuario ove due angeli ci accolgono e ci invitano ad accedere in questo luogo di pace. Un ampio spiazzo circondato solo dal silenzio e avvolto dall’immensità del cielo e del mare che qui s’incontrano tra preghiera e meditazione. Con lo sguardo si cerca di scorgere un orizzonte che sembra non aver mai fine, mentre col pensiero ci si rivolge all’ascetico e mistico luogo – il Santuario (Basilica Pontificia) di Santa Maria de “FINIBUS TERRÆ – in cui si venera la Vergine Maria custodita in una teca e omaggiata da tutti coloro che giungono fin qui.

Una cortina composta da archi in pietra calcarea, racchiudono il lato sud della piazza che al suo interno accoglie la colonna che determina la fine del “cammino” geografico; al di là degli archi si erge il bianco e possente faro della Marina Militare. Negli interstizi degli archi sono possibili scorgere gli stemmi e gli emblemi, scolpiti nella viva roccia calcarea, delle nobili famiglie che, durante i secoli, hanno contribuito alla costruzione del sacro edificio. Appena sotto, giù in basso, è possibile scorgere la scogliera di Punta Meliso che affonda nel punto estremo più a sud del “tacco” d’Italia; qui si congiungono i due mari che sembrano amalgamarsi proprio con due diverse colorazioni d’azzurro; ed è proprio qui che si avverte quello che è il magico concetto di… infinito!

Il timbro sulla credenziale sembra essere l’atto finale di questo Cammino del Salento, ma le sorprese non sono ancora finite poiché una sorella di origini filippine, che cura i “servizi” all’interno del Santuario, che io piacevolmente (e senza conoscere neanche il suo nome) indico come “Suor Celeste”, per via della fascia colorata d’azzurro che le ginge l’abito talare, si diletta – con paziente maestria – a scrivere i nostri nomi sul “testimonium”, il sigillo conclusivo di questa entusiasmante esperienza che ci ha portato a conoscere, per mezzo di questo cammino, una fantastica terra davvero speciale: il Salento! (testo di ©Andrea Perciato; foto ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Un “Salento da Camminare” lungo la sua “Via del Mare”…2 da S. Cesarea terme a Serre marina

Un cammino per convincere ad essere percorso dai viandanti deve necessariamente avere due importanti peculiarità che in esso si riflettono: la bellezza dei luoghi attraversati e le peculiarità, come arte, tradizioni, cucina, folklore, storia, artigianato, sguardi, calore umano, accoglienza, ospitalità e tanto – ma proprio tanto – altro ancora che rendono un cammino, come quello del Salento.

Da Santa Cesarea terme il “cammino” salentino prosegue – sempre verso sud – lungo la fascia costiera fino a giungere, in meno di un chilometro all’insenatura di Porto Miggiano guardato a vista dall’omonima torre. Ancora qualche chilometro che si alterna tra l’asfalto e tratti di sentiero a mezzacosta e si entra nel bellissimo borgo di Castro, un meraviglioso borgo medioevale. Una sosta per apporre il “timbro” ufficiale del cammino sulla nostra credenziale, un caffè preso al volo e si continua sfiorando i bastioni del suo poderoso Castello, tra botteghe multicolori che propongono oggetti nella tradizionale ceramica locale e i lontani ritmi di una “pizzica”, il tipico ballo salentino con andamento danzante che accompagna una poesia, un canto d’amore fra due innamorati; scopriremo, poi, che si tratta dei preparativi di un matrimonio con tanto di balli della tradizione popolare salentina. Si entra attraverso le mura del suggestivo borgo antico fino ad uscirne, con un ampio giro, seguendo l’andamento dei bastioni meridionali fino a scendere verso la marina, costellata da numerosi bar e luoghi di ritrovo all’aperto.

La brezza marina sale fino ad inebriare i nostri polmoni già provati dalla fatica, ma sono i profumi della natura, quelli che richiamano la nostra attenzione. Appena dopo le ultime case di Castro si prosegue lungo un tratto costiero dai ripetuti saltelli (lievi dislivelli), tra rampe. Gradoni e pedane, sviluppati su circa due chilometri di scogliera; siamo all’imbocco della parte più impegnativa di questa tappa, da evitare se si è con zaino a pieno carico e sotto la canicola estiva. Questo articolato tratto termina all’imbocco con la rotabile, appena pochi metri più sopra ma… attenzione! Per via di una frana, e i successivi lavori di ripristino dello stato originario per la viabilità, il transito è impedito da segnaletica, blocchi deviazioni e reti metalliche. Noi pedoni, prestando attenzione, riusciamo a passare, ma non si esita nell’aiutare Rocco, un ciclo-escursionista calabrese che, con la sua pesante bici a pedalata assistita, sta percorrendo la strada litoranea panoramica e deve raggiungere Leuca in giornata.

Si scende così finalmente alla suggestiva cornice paesaggistica della Cala di Acquaviva, una particolare insenatura rocciosa che raccoglie le splendide acque dai fondali multicolori che vanno dal giada allo smeraldo, per il blu cobalto e il turchese, uno spettacolo della natura davvero fuori dal comune; la particolarità di questo fenomeno visivo è dovuta alle sorgenti d’acqua dolce che sbucano direttamente dal fondo. Siamo ai piedi di Serra Marittima e dopo la cala il “Cammino del Salento” prosegue lungo un sassoso sentiero che s’inerpica a mezzacosta tra brulle creste in roccia calcarea determinate dai copiosi cespugli, infiorescenze, pini marittimi piegati dal vento, ulivi dai tronchi attorcigliati sostenuti da muretti a secco (alcuni geometricamente perfetti da sempre utilizzati come recinti e ovili per raccogliere gli animali al pascolo) che si alternano ad alberi di fico, copiosi gruppi di fico d’india e i profumi delle erbe aromatiche come il timo, il rosmarino e la rucola.

Volgendo lo sguardo all’indietro della pista, dal folto della copiosa vegetazione vediamo sbucare – con altalenante andamento – un bandana color arancio che si avvicina sempre di più. Qui si fa l’incontro (prima) e la conoscenza (poi) di Alessia, una camminatrice – ma preferisco chiamarla “viandante” – che compie il nostro stesso percorso, puntando nella stessa direzione; oltre ai saluti, allo scambio di impressioni e i conseguenti consigli, ci si dà appuntamento più in avanti. Superiamo un ampio e panoramico belvedere sulla costa fino ad imboccare un tratto di pista conosciuto come il sentiero della “Serra del Mito” che scorre in falsopiano e sfiora ciò che resta della “Torre del Sasso” e le successive curve delle “sette pajare” fino a scendere tra le prime case del suggestivo borgo marinaro di Tricase porto. Da qui, ignorando il traffico veicolare, sostenuto durante i weekend sulla strada litoranea, si raggiunge finalmente Marina di Serra meta finale di questa tappa, ove incontriamo nuovamente la viandante Alessia che alloggia presso il nostro stesso b&b. Ed anche questi ultimi 24 km ce li siamo finalmente lasciati alle spalle.

Nel tratto finale di questa tappa, consigliamo di prestare molta attenzione (!) al traffico sulla strada panoramica che scorre lungo la costa, in special modo alle comitive di motociclisti che, invogliati dalla scarsa presenza di autoveicoli, tendono a “smanettare” in maniera eccessiva ed a tagliare le curve in velocità come se fossero su una pista; sono anche io motociclista, ma non mi sognerei mai di fare queste cose… alla prossima! (testo Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano e A. Perciato)

SIETI (SA) tra i borghi più belli d’Italia è… il “Paese dell’accoglienza”

Sieti, coi suoi due nuclei alle falde meridionali dei monti Picentini è una tra le borgate che per prima hanno lanciato – in Italia – il progetto di “Paese Albergo” (o albergo “diffuso”) proponendo l’accoglienza in dimore storiche come valore aggiunto di ospitalità.  Quando la Natura e l’Ospitalità si uniscono – in una straordinaria sintesi paesaggistica – all’Ambiente e… al Silenzio! Ecco le prime impressioni colte al volo da chi, viandante curioso o forestiero, per la prima volta si trova a giungere in questi luoghi davvero unici, ricchi di acque e di verde. Protetto da una natura che ha saputo mantenere, inalterati nel tempo, le essenze e gli aromi di una macchia che ricopre di boschi l’intero territorio, l’antico borgo di SIETI (376 m), coi suoi due casali di Soprasieti (425 m) e Sottosieti (348 m), non è un luogo di passaggio, non è ubicato lungo una importante arteria stradale; esso è un luogo che per conoscerlo bisogna andare a scoprirlo di proposito.

Nascosto in una verde vallata, protetto tra le pendici dei monti Picentini, l’abitato ci accoglie nella sua splendida conca. L’itinerario inizia dalla chiesa rurale della Madonna del Carmine (368 m), all’estrema periferia S dell’abitato, adagiata al margine di un castagneto. Giunti in prossimità del paese, si scorge il particolare comignolo di Palazzo De Roberto (del XVI secolo), prima testimonianza dell’aristocratico passato di Sieti. Attraversati la via principale, una breve gradinata sfocia nella piazza principale della borgata bassa del paese: Sottosieti, accanto alla Chiesa di S. Maria delle Grazie (XVII secolo). Quel viottolo che scende verso il torrente nasconde, appena sotto a sx, un antico lavatoio pubblico a tutt’oggi ancora molto frequentato. Il percorso prosegue incamminandosi lungo una stradina che sale verso occidente, dove il cammino trova riposo nella fresca ombra di un arco sotto cui compare, a sx, l’edicola votiva della Santa immagine della Madonna.

Paese le cui dimore sono edificate nella viva roccia, conserva angoli pittoreschi di straordinaria bellezza con giardini pensili, balconi e davanzali ricolmi di variopinti vasi in fiore, orti sapientemente curati da esperte mani contadine e frutteti ingegnosamente attrezzati lungo gli scoscesi pendii. Lungo le ruvide pareti delle mura, qualche porta in legno semiaperta rompe la monotona sequenza di pietre e conci e restituisce vedute rurali dimenticate, forse, nelle memorie del tempo. Dopo l’arco compare, in fondo, il poderoso Palazzo Fortunato II (del XVI secolo) con la sua facciata orientale sormontata dalla meridiana che ancora oggi segna lo scorrere del tempo. Volgendo a dx inizia, subito dopo l’arco, uno stretto viottolo che sale attraverso alti edifici dalle grezze facciate di abitazioni contadine le cui mura, rampe e supportici sono impregnate dalle secolari essenze del mosto, dell’acre odore della sanza e dall’intenso profumo del legno bagnato.

Si transita accanto all’ingresso (sulla dx) di un “trappeto” al cui interno fa bella mostra di sé un antico frantoio con macine e vasche perfettamente funzionanti. Poco più avanti e si sbuca nella piazza intermedia del paese che ospita la splendida facciata della Chiesa di Maria SS del Paradiso (del XV secolo) col suo Campanile tinto in ocra e la cupola maiolicata, sviluppato secondo un ordine di quattro sezioni. Una ripida salita a dx della chiesa passa sotto l’austera facciata del Convento dell’Ordine dei Servi di Maria (del XV secolo), il più antico complesso conventuale (fu anche lazzareto)  del Meridione che ospitò il giovane poeta Sannazzaro.

La salita prosegue lungo una stradina che s’insinua tra vecchie case abbellite con vivaci colori pastello. A sx, quando la curva piega a dx, parte una pista campale che attraversa coltivazioni di nocciolo. Prendendo a dx il percorso prosegue in una cornice di campi delimitati da antichi muretti a secco edificati sfruttando pietre locali con tecniche costruttive di efficace manifattura. Alla seconda traversa si volge a dx e si transita presso il Palazzo Pennasilico (del XVI secolo), una delle più antiche famiglie di Sieti; nel suo cortile prospetta uno scalone in pietra che si biforca con due rampe “porticate” colleganti ad alloggi tra i più belli di tutto il paese come la singolare “Camera dell’Alcova”, pareti e soffitti affrescati. Si oltrepassa un arco ed all’incrocio con una fontana si volge a dx. Poco più avanti s’apre, a dx, il portale di Palazzo dei Baroni Fortunato (XI secolo), a tutt’oggi abitato dai discendenti della più nota e numerosa famiglia di tutta Sieti.

Sbucati in uno slargo il nostro itinerario volge a dx e transita sotto un arco fino a sbucare nella Piazza principale di Soprasieti (o Sieti alto); sulla dx prospetta il Palazzo Nobile ((XII secolo), mentre un gigantesco tiglio protegge, con la sua folta chioma, la Chiesa del Salvatore (XI secolo). Sul retro compare una fontana a doppia cannula; nella parte posteriore un interessante lavatoio pubblico. Dalla fontana una gradinata passa sotto un arco e sbuca a ridosso di Via del Pozzo, l’arteria sommitale che chiude l’intero abitato. Portandosi alla periferia N del paese si supera una fontana/lavatoio posta a sx, e si è all’aperto con terrazzamenti intensamente coltivati a nocciolo e uliveto. Volgendo a sx, imboccando una pista carraia, si giunge all’apice sommitale (463 m) del paese ove compare un incrocio: si discende (verso S) lungo gradoni che sfiorano la cinta muraria eretta a difesa del casale, fino a sbucare nuovamente su Via del Pezzo. Poi, presso la piazzetta del Salvatore, il percorso scende lungo la via principale da cui, un cortile sulla sx, lascia ammirare il portale di Palazzo De Pastina (XI secolo) e l’edificio fortificato di Palazzo De Robertis (XIV sec.).

Sieti non aspetta altro che lo andiate a visitare, ma non come semplici turisti o fugacemente durante un pomeriggio d’estate; le sue dimore sapranno come accogliervi e poi… la natura dei monti Picentini, compirà quella magia che avete sempre desiderato: aria pura, momenti di serenità, buona cucina, meraviglie naturalistico e ambientali e la tipica accoglienza di un paese montano del Sud.   (di ©Andrea Perciato; ph Maria Rita Liliano e A. Perciato)

Castelluccio Cosentino (SA), nutrirsi di orizzonti qui… è possibile!

Nessuno se lo immagina… molti pensano che sia difficile raggiungerlo, ma dovè? E’ scomparso…? Prima lo vedevo stagliarsi sul bordo della rocciosa collina, mentre ora…? Nulla di ciò, un borgo non può scomparire alla vista di chi guida sull’autostrada del Mediterraneo… bisogna conoscere le strade interne della provincia per poterlo raggiungere. Posto sull’aspra rupe di uno sperone roccioso dominante la valle del fiume Tanagro, laddove riceve le acque del torrente Bianco che scorre dalla Lucania, dopo aver svalicato sul passo delle antiche “Nares Lucanae” all’altezza dello Scorzo e al termine della lunga discesa di Zuppino ecco che appare, lassù in alto a sinistra erto su un colle, il borgo di Castelluccio Cosentino che ci accoglie con una bella terrazza panoramica che si espande sulla catena dei monti Alburni, il caseggiato di Sicignano e le sue frazioni adagiate alle falde della montagna; in quella spianata verde fatta di campi e masserie, scorre la statale (166 degli Alburni) su quello che fin dall’antichità era la via Annia, divenuta poi Popilia e, sotto i Borboni, strada “Regia per le Calabrie” costellata da quelle che per secoli fungevano da taverne.

Si ha fame di orizzonti e allora che si fa…? Andiamo a conoscere questo borgo più da vicino, nel suo cuore. Sorto su una collina geologicamente separata dalla catena dei Monti Alburni Castelluccio ci accoglie avvolta in un irreale silenzio. Superate le prime case subito si avverte di come il luogo sembri disabitato; case chiuse, portoncini sbarrati, finestre oscurate. Causa di questo silenzio è, sicuramente, il forte spopolamento avuto per via dell’immigrazione; poche decine di anime, per lo più anziani, vivono qui durante l’anno, mentre il borgo si ravviva durante la stagione estiva per quei tanti che vengono qui in cerca di fresco e buona cucina. Il caseggiato ha un andamento longitudinale che si sviluppa da ovest verso est; alle spalle il visibile valico della Nares, dinanzi i rilievi della Lucania. Situato in collina per questioni strategiche, l’origine del borgo risalirebbe al XII secolo. Il paese fu fondato dagli abitanti del Casato Cusentinorum (Cosentini), da cui deriva il nome Castelluccio Cosentino, e conserva quasi intatti elementi tipici di un borgo medievale, come portali in pietra e archi.

Case, palazzine e abitazioni erette sulla viva roccia; terrazzini su cui cresce l’erba del tempo; dislivelli dalle mutevoli pendenze; rampe dalle incredibili traiettorie. Ovunque, accanto all’ingresso delle abitazioni al piano terra, sono addossate alle pareti lunghe lastre in pietra calcarea che fungono da sedile per ritrovarsi la sera, a chiacchierare, sorseggiare in amicizia quel rosso “veramente buono” e – magari – godere del fresco nelle calde serate estive. I suoi stretti e silenziosi vicoli con le pavimentazioni composte da regolari lastroni in pietra calcarea conducono sul luogo più esposto e, panoramicamente, più bello e interessante, laddove è stato realizzato il belvedere, che in origine era il basamento di una Torre di avvistamento: Buccino e i suoi monti che si stagliano in lontananza verso nord; la valle del torrente Bianco (affluente del Tanagro) che scorre dai rilievi lucani da est e la gigantesca muraglia degli Alburni che prospetta a sud. Tutto il resto è un magnifico “nutrirsi di orizzonti” che esalta l’emozione dei luoghi e si alimenta – per 360° – ovunque volga lo sguardo.

Alle spalle della terrazza panoramica sorge la chiesetta di Santa Maria dei Martiri (del 1538) che si presenta ad unica navata, con la porta d’accesso aperta sul lato nord e con tracce di affreschi murali nella volta absidale; una bellissima statua lignea della Madonna col Bambino è situata sull’altare principale; una modesta torre campanaria è posta di fianco al sacro edificio. Prima di lasciare il borgo ci rechiamo nella sua parte più bassa del caseggiato, quella che spiove verso la valle del Tanagro. Qui, appena superate le ultime case compaiono i ruderi che i locali indicano come “i casalin mbier a’ terra” (le piccole case ai piedi della terra), un piccolo gruppo di abitazioni, completamente crollate da secoli e di cui resistono ancora le mura perimetrali fortemente sorrette dalle piante, dai cespugli e dagli alberi che hanno messo radici tra i loro interstizi creando un suggestivo scenario di precarietà e abbandono. Castelluccio Cosentino è un piccolo gioiello di ruralità che resiste al tempo e che val bene una passeggiata attraverso i vicoli, le sue mura, le sue corti, i suoi antichi portali e le rampe in pietra; per il resto, da quassù nutrirsi di orizzonti… è possibile! (di Andrea Perciato; ph Maria Rita Liliano e A. Perciato