la fortezza di MASADA (Israel) “METZADA’ SHENI’T LO TIPPOL” (mai più Masada cadrà!)

In un ambiente biblico, tra deserti, oasi e cammelli, s’apre un paesaggio che si estende tra gli aspri rilievi del Negev, la profonda depressione del Mar Morto e i lontani monti della Giordania; al centro s’impenna l’isolata rupe rocciosa sul cui “plateau” giacciono i resti di quella che fu la Fortezza di Masada, una città fortificata assediata dai Romani nel 73 d.C.. La rocca fa parte del Parco Nazionale di Masada, e si trova appena a sud della parte centrale di Israele lungo il confine orientale, ai margini della sponda giudaica del Mar Morto. Il parco nazionale comprende un’area di poco più di 1 miglio quadrato. Masada rappresenta un interessante connubio, una incredibile miscela di cultura, arte, storia e natura. L’altopiano era una fortificazione dove Erode il Grande costruì due palazzi per sé.

La rocca da cui si erge Masada è una montagna nel deserto del Negev. La sua fortificazione fu costruita su un “horst” (geologicamente un “pilastro tettonico”) situato dove termina l’altopiano ed è accompagnato da aguzze e precipitose scogliere aguzze; essa è già ben visibile da chilometri di distanza, e si distingue dalle alture circostanti perchè s’impenna ai margini della sponda occidentale del mar Morto. Giunti alla base due sono le possibilità (a seconda dell’ora) per accedervi: o percorrere in meno di un’ora lo “Snake path”, il Sentiero del Serpente che sale – un po’ ardua e faticosa coi suoi ripidi tornanti – lungo i costoni orientali, oppure avvalersi della funivia che in meno di 5 minuti raggiunge l’altopiano. Comunque sia l’ascesa comincia già ad offrire vedute paesaggistiche spettacolari e un panorama… da lasciare senza fiato.

Ma cosa accade una volta giunti in cima all’altopiano? Cosa ci aspetta di vedere? Cosa riusciremo a trovare e, soprattutto, quali potranno essere le risposte alle nostre tante domande di curiosi viaggiatori e appassionati di storia antica e religioni a noi sconosciute? Tanto per cominciare, percorsa una passerella sospesa nel vuoto e varcata una porticina tra le mura compare – in tutta la sua straordinaria magnificenza – un immenso plateau colmo di rovine sparse e circondato, ovunque volga lo sguardo, da incredibili vedute  paesaggistiche. Il luogo è impressionante, a tratti incantevole, con un fascino che aleggia – tra storia e religione – ovunque ci si trovi. Tutt’intorno solo deserto di pietre dai cromatismi che vanno dal rosso al giallo fino al bianco tenue; e poi il silenzio che viene rotto solo dalle folate del vento e dal gracchiare delle decine di quelli che potrebbero sembrare corvi (anime silenziose di antiche presenze), ma non lo sono: questi volatili si chiamano “tristamit” e vivono solo quassù; invece del becco, presentano livree color arancio solo sulle punte delle ali.

Girovagando tra le rovine si avverte che qui giaceva un grande palazzo fondato, nel I secolo a.C. da Erode il Grande. La fortezza era arroccata su tre diversi livelli verso lo strapiombo sul lato nord della rupe; essa era dotata di terme, magazzini sotterranei e ampie cisterne per la raccolta dell’acqua. Le rovine del palazzo di Erode sono qualcosa di unico e spettacolare per la posizione, la vastità e la storia che esse rappresentano; il deserto, poi, ha conservato tutto nel migliore dei modi. L’altopiano su cui sorge la fortezza di Masada, immersa nella depressione del Mar Morto, offre uno scenario storico da brividi. Vale la pena visitarlo tutto e – cosa da non perdere se si ha tempo – scendere le scale per vedere le tre “terrazze” del palazzo distribuite su livelli differenti. Da quassù la vista sul deserto e sul mar Morto merita più di una foto; appena sotto la rupe, e quei pochi chilometri che la dividono dalle sponde del Dead sea, sono bel visibili le suggestive (tali da sembrare un paesaggio lunare) bianche formazioni erose (un tempo sommerse), simili a canyon e a calanchi, emerse durante il lento, e perpetuo, ritiro delle acque eccessivamente salate di questo mare.

Ma perché Masada e così famosa ed è così importante per gli ebrei…? In effetti cosa successe a Masada…? Quassù sorgevano, nel 73 d.C., le fortificazioni e le abitazioni che accolsero 960 (compresi donne e bambini) ebrei “Zeloti” (i più rigorosi), ultimi resistenti alle vittoriose truppe romane che tre anni prima avevano espugnato Gerusalemme e che, con un esercito di 10000 uomini al loro inseguimento, ora assediavano la rocca. Dopo un anno di assedio, senza fretta, i Romani avevano circondato la rupe con un vallo (visibile ancora adesso) ed avevano costruito, sul lato orientale della stessa, un terrapieno che dal basso saliva per 70 metri fin sotto le mura pianificando l’assalto finale alla fortezza di Masada. I difensori capirono subito che il prossimo assalto sarebbe stato quello fatale ed il loro capo, Eleazar Ben Yair, convocò la sua gente e la convinse che una morte onorevole sarebbe stata meglio della schiavitù e sottomissione imposte dai Romani; tutto questo accadeva la notte prima dell’ingresso dei Romani a Masada.

La fede ebraica abiura il suicidio, ma ormai la scelta fu presa e così ciascun guerriero uccise a fil di spada la propria moglie ed i propri figli dopo averli abbracciati e baciati. Tra i superstiti ne vennero sorteggiati dieci che pensarono a bruciare l’avamposto ed ad uccidere gli altri guerrieri che nel frattempo si erano sdraiati vicini ai corpi dei propri cari. Tra i dieci che restarono fu nuovamente sorteggiato l’ultimo guerriero che diede la morte agli altri nove ed infine si gettò sulla sua spada. Quando le truppe romane entrarono in Masada non credettero ai propri occhi e tributarono ai caduti un silenzioso omaggio. Si salvarono solo cinque bimbi e due donne che si erano nascosti per evitare di essere uccisi. Il giorno successivo, quando i Romani dopo aver rotto l’assedio entrano e trovano tutti cadaveri (in realtà quasi tutti, perché rimasero pochi sopravvissuti). Qui durante la notte sono stati scelti 10 uomini per uccidere tutti, di questi 1 avrebbe ucciso i restanti 9 per poi suicidarsi. Essi erano morti credendo di non lasciare ai romani nemmeno uno di loro vivo; invece una donna anziana e una seconda, che era parente di Eleazar e superava la maggior parte delle altre donne per senno ed educazione, si salvarono assieme a cinque bambini nascondendosi nei cunicoli sotterranei che trasportavano l’acqua potabile mentre gli altri erano tutti intenti a consumare la strage: 960 furono le vittime, comprendendo nel numero anche le donne e i bambini, e la data dell’eccidio fu il quindici del mese di Xanthico (antico calendario macedone).

I romani, che s’aspettavano di dover ancora combattere, verso l’alba si apprestarono all’assalto finale e, gettate le passerelle per poter superare i terrapieni, si lanciarono all’attacco. Non vedendo alcun nemico, ovunque attraversarono una silenziosa percezione di paurosa solitudine e poi incontrarono, tra le case, solo fiamme e silenzio; essi non riuscivano a capire che cosa fosse accaduto; alla fine levarono un grido, come quando si dà il segnale di tirar d’arco, per vedere se si faceva ancora vivo qualcuno. Il grido fu udito dalle due donne che, risalite dal sottosuolo, spiegarono ai romani l’accaduto e specialmente una riferì con precisione tutti i particolari sia del discorso sia dell’azione. Ma quelli non riuscivano a prestarle fede, increduli dinanzi a tanta forza d’animo; si adoperarono per domare l’incendio e, apertasi una via tra le fiamme, entrarono nella reggia. Quando furono di fronte alla distesa dei cadaveri, ciò che provarono non fu l’esultanza di aver annientato il nemico, ma l’ammirazione per il nobile proposito e per il disprezzo della morte con cui tanta moltitudine l’aveva messo in atto. […] Questo il racconto di Giuseppe Flavio nel suo “La guerra giudaica”. Ma perché arrivare alla morte? Perché i Romani rubavano, assediavano e rendevano in schiavitù sottomettendo le popolazioni conquistate.

Di questo triste episodio della storia ebraica Israele, per secoli, ne ha taciuto e nascosto (un po’ per pudore, molto per tener lontana l’onta subita) le reali vicissitudini fino alla “Guerra dei Sei giorni” del 1967. É proprio qui, su questa spianata, che dal 1967 dopo la liberazione dell’altura dall’occupazione giordana, per volontà di Moshè Dayan (ex generale e ministro della difesa) ogni anno le reclute di TZAHAL (“Tzavah haganah leisrael”, esercito di difesa israeliano) risalgono a piedi lo “Snake path” e vengono a pronunciare il loro giuramento di attaccamento ad Israele pronunciando, per ben tre volte: Metzadà shenìt lo tippol! (Masada non cadrà una seconda volta!). Qui i futuri soldati, dopo l’addestramento di base e prima dell’incorporazione nei reparti trascorrono la notte, giurando all’alba eterna fedeltà allo Stato ed al popolo ebraico. Il mito di Masada li aiuta a prepararsi al supremo sacrificio, al martirio e alla lotta all’ultimo sangue. Inoltre, il mito di Masada si basa su una potente costruzione sociale di legame ideologico e identificazione coi ribelli ebrei, valicando un abisso di due millenni, un legame di natura etnica, religiosa, nazionale e storica. Il mito di Masada, che rafforza tali legami, fu pensato per fornire un saldo fondamento di eroismo a un nuovo tipo di identità nazionale ebraica. Mentre alcuni archeologi e storici oggi ancora dibattono sulla storia dell’assedio, l’atto finale degli zeloti è diventato un simbolo di eroico martirio; l’eredità di Masada è l’eroismo di opporsi alla tirannia.

Girovagando tra i resti, le mura, i camminamenti e gli edifici che ancora sono rimasti per l’altopiano è possibile compiere un giro completo toccando tutti i principali punti della fortezza un tempo esistente come: i resti del Palazzo del Nord che si trovano all’estremità settentrionale dell’altopiano roccioso; ai margini orientali della spianata si scorgono ciò che resta di una Sinagoga che, a detta degli archeologi che l’hanno scoperta, essa è probabilmente una delle sinagoghe più antiche del mondo (qui si celebra il rituale passaggio dalla fanciullezza alla maggiore età per gli ebrei ortodossi); una delle aree più intatte è la chiesa bizantina con una parte del muro e della finestra, che fu costruita dai monaci bizantini diverse centinaia di anni dopo l’assedio di Masada; il Palazzo Occidentale che si trova all’estremità meridionale dell’altopiano e comprende alcune strutture ancora ben conservate, laddove sono possibili vedere colonne romane e un pavimento a mosaico ben conservato. Tra le curiosità che emergono durante l’esplorazione dell’altopiano sono ben visibili, lungo le pareti (sia interne che esterne agli ambienti) che ancora resistono nel tempo, una linea dipinta (generalmente di colore blu) che serpeggia – in senso orizzontale – lungo queste pietre e strutture murali; essa identifica che tutto ciò che è al di sotto di questa linea sono le strutture originarie di 2000 anni fa, mentre tutto ciò che si vede al di sopra, sono parti ricostruite.

Questa bellissima e interessante esplorazione di Masada si conclude nei pressi dell’accesso principale, laddove un traliccio s’impenna sostenendo una grande bandiera dello stato d’Israele; questo è il principale punto di tutto l’altopiano in cui si raccolgono, in cerchio, le reclute durante il cerimoniale del giuramento “Metzada Sheni’t lo Tippol” (mai più Masada cadrà). E da questa incredibile parte di mondo… è tutto!  (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)    

EIN GEDI (ISRAEL): il rifugio di re DAVID, un’oasi nel deserto tra canyon, gallerie e cascate

Appena fuori Gerusalemme, e lasciati alle spalle gli ultimi palazzoni (“vuoti”) della periferia della capitale ebraica, sembra di essere proiettati indietro nel tempo di oltre 3000 anni fa. Rocce aride, dure, assolate, che vanno dal bianco calcare al roseo calcarenitico, senza alcuna ombra di vegetazione, tranne che per qualche appezzamento – caparbiamente ricavato dai contadini – coltivato a ortaggi o a uliveti. Mentre le numerose tracce di piste e sentieri vengono ancora oggi percorsi, a dorso di asinello, da pastori che guidano le numerose greggi di capre e pecore e da agricoltori che cercano – con ostinata perseveranza – di ricavare qualcosa di buono da questa terra inospitale: il deserto. Volgendo lo sguardo oltre le dune rocciose, lungo i profili di cresta sorprendentemente camminano, a passo lento e in fila indiana, carovane di cammelli che trasportano ogni sorta di mercanzia. Sparse qua e là, di tanto in tanto compaiono piccoli villaggi composti da baracche in legno o tende yurta, abitate soprattutto da popolazioni stanziali e – occasionalmente – nomadi.

Circondata dalle vette rocciose del deserto e dalle rive salate del Mar Morto a est, la Riserva Naturale di Ein Gedi è l’oasi più grande e più bella di tutta Israele. É un posto molto frequentato, soprattutto per la presenza di numerose comitive di escursionisti; il luogo è, storicamente, famoso per la sua importanza biblica poiché, come vuole la tradizione, qui trovò rifugio Davide che si nascose dall’istinto omicida mosso dalla gelosia del primo re di Israele Saul intorno al 1000 a.C. Ein Gedi altro non è che un’oasi formatasi, nel corso del tempo, da numerose valli (“wadi” o “uadi” in arabo) tra cui, le più importanti, quelle di David e di Arugot, bagnate dalle acque di torrenti e cascate che rendono piacevole la sosta. Il sito è custodito (e protetto) proprio per la presenza, al suo interno, di una variegata presenza faunistica (stambecchi, piccoli mammiferi simili a marmotte e numerose specie di volatili) e per accedervi c’è una biglietteria. Tralasciando l’aspetto puramente turistico dell’Oasi, con la presenza di numerose comitive che giungono da tutto il mondo, qui è facile ritagliarsi uno spazio temporale per poter vivere, godere e trascorrere – qualche ora – più da vicino delle bellezze storiche, geologiche, naturalistiche e paesaggistiche. Inizialmente si prosegue lungo un sentiero lastricato che poi diviene un polveroso sterrato. Si comincia a salire superando rare tracce di presenze arboree (cespugli e piccoli alberi) tra ginestre, canne fluviali e giunchi, che caratterizzano questa parte iniziale del percorso.

In breve si giunge alla prima di una serie di cascate, un salto di appena 5 metri. Ein Gedi può essere tradotto come la “Primavera del Bambino“. Come vuole la tradizione ebraica, infatti, qui vengono condotti i giovani figli di Israele che – coi loro singolari e pittoreschi abiti tradizionali – sono invitati a bagnarsi sotto questa cascata per sancire il loro passaggio dalla fanciullezza alla pubertà. L’acqua che vediamo sgorgare dalla roccia e solo una illusione paesaggistica; essa invece esce direttamente dal terreno, e a prima vista si ha la sensazione che possa essere gelata, ma in realtà è lievemente tiepida. Si continua a salire spostandosi, spesso, da un lato all’altro del solco del canyon per mezzo di pontili in legno appositamente attrezzati (e sistemati) per agevolare il passaggio da una sponda all’altra. Il sassoso sentiero si alterna, per la progressione, a gradoni scavati direttamente nella roccia calcarea. Nascoste da copiose cespugliaie formate dalle canne fluviali e dai giunchi che solcano il bordo del torrente, la presenza di acqua, laghetti e cascate in un deserto roccioso tanto arido desta stupore e meraviglia; come risulta facile, nel contempo, immaginare il piacevole ristoro offerto a chi, nel passato, veniva da una traversata del deserto. Nel guadagnare metri in salita non si disdegni, di tanto in tanto, di voltarsi indietro e poter scorgere la suggestiva skyline paesaggistica determinata dal panorama che si staglia laggiù in fondo: il Mar Morto.

Si sale superando, metro dopo metro, le numerose pozze d’acqua che garantiscono piacevoli soste per rinfrescarsi e bagnarsi. Quasi senza accorgersene, il sentiero roccioso penetra (e attraversa) un’autentica galleria vegetazionale formata dalle numerose radici delle piante che sono cresciute appena sopra il livello del solco torrentizio. Qui bisogna prestare molta attenzione per il fondo scivoloso determinato dal millenario scorrere dell’acqua sulle levigate pietre in roccia calcarea che favorisce la crescita di alghe e filamenti d’erba e, se non si hanno buone scarpe da escursionismo, si può facilmente scivolare; risulta essere molto emozionante poter attraversare queste gallerie ove, praticamente, viste le asperità della complessa natura geologica, non s’intuisce l’uscita. Le numerose sorgenti che sgorgano acqua dolce direttamente dalla roccia e che formano una serie di cascate, garantiscono l’irrigazione della sottostante vallata permettendo, così, la crescita di una rigogliosa vegetazione.

Tutto il principale sentiero attraversa, praticamente, un ambiente selvaggio e desertico con alti e profondi canyon costellati, di tanto in tanto, da copiose macchie mediterranee e verdi alberelli che creano, appunto, il paesaggio all’interno dell’oasi; i numerosi passaggi del fiume hanno creato – da sempre – l’alveo principale alimentato dalle numerose pozze d’acqua fresca, dove molta fauna qui viene ad abbeverarsi. E così, alla fine del cammino in fondo al canyon, si raggiungono finalmente le cascate di David (le David’s Waterfall) con salti di circa 15/20 metri che sgorgano direttamente dalla viva roccia calcarea circondata da una copiosa vegetazione di piante acquatiche. La cascata è un fenomeno naturale e viene considerata piuttosto miracolosa; essa viene alimentata da una sorgente naturale, già menzionata nell’Antico Testamento, che risale a circa 3000 anni fa. Qui la narrazione degli antichi, che si alterna tra storia e leggenda, dicono che Davide si rifugiò, tra le grotte e i meandri di questa valle, quando venne perseguitato da Saul, e qui si nascosero i ribelli al suo seguito in fuga da Gerusalemme. Il paesaggio intorno alle cascate è leggendario, quasi mistico; si resta praticamente estasiati nel vedere come l’acqua delle cascate rinfresca umidificando l’aria circostante. Le sorgenti che sgorgano dalle rocce forniscono l’acqua necessaria alla crescita della vegetazione e servono ad irrigare – più a valle – le numerose culture della zona.

Dalla cascata di Davide, ritornando indietro il sentiero si biforca: a sinistra scende e ritorna nuovamente, lungo la destra orografica del canyon, al principale ingresso della Riserva Naturale protetta; mentre a destra il percorso si inerpica gradualmente e risale per un impervio tratto (molto esposto e scosceso) di sentiero su roccia – spesso con gradoni ricavati nella viva roccia calcarea e con passaggi sospesi nel vuoto superabili grazie all’ausilio di alcuni tratti di via ferrata – che porta a superare ed affacciarsi (prestare molta attenzione a dove e come si poggiano i piedi) sull’immenso paesaggio determinato dal Dead sea. Da quassù i panorami che si scorgono dall’alto, sono estremamente spettacolari; essi sono visibili con uno sguardo che lascia posare gli occhi per 270° tutt’intorno e che si estende dalle spoglie e desertiche montagne della Giudea, fino alle estese vedute lungo le rive del Mar Morto, lasciando scorgere – e facilmente distinguere – quel netto contrasto tra i diversi ambienti naturali.

Per decine di chilometri, fin dove l’occhio riesce a posare lo sguardo, non ce nulla, solo arido e assolato deserto! E sembra quasi incredibile come in mezzo al nulla di questo deserto possa essere sorta una lussureggiante oasi come quella di Ein Gedi; e a pensarci bene sembra quasi… un miraggio! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Holy Sepulchre in Jerusalem (Israel): se questo non è il “Regno dei Cieli” non saprei dove altro cercare…

Risulta complesso e delicato illustrare, attraverso poche immagini e brevi parole, e descrivere la straordinaria bellezza e le suggestioni che suscita uno dei luoghi di culto più importanti al mondo: il Santo Sepolcro in Gerusalemme. Raggiungerlo, soprattutto dopo tre giorni di cammino, resta comunque una incredibile esperienza da fare – se possibile – almeno una volta nella vita!

La Basilica del Santo Sepolcro, situata nel Quartiere Cristiano della Città Vecchia, è uno dei luoghi più importanti di Gerusalemme. Il quartiere, coi suoi numerosi vicoli che salgono e scendono in continuazione, è naturalmente molto affollato da turisti, curiosi, fedeli, viandanti e pellegrini giunti da ogni dove, anime erranti che sostano nelle piazzette e nei bar adiacenti; laddove i tavolini si alternano ai negozietti che espongono varie mercanzie, mentre dalle finestre e i terrazzini delle case più antiche pendono panni appesi. Volgendo lo sguardo all’insù, al di sopra dei tetti, si comincia a intravedere una delle due cupole grigie del Sepolcro, sormontata da una croce. Per i cristiani è il luogo Santo per eccellenza; ogni anno qui, infatti, giungono qui in pellegrinaggio milioni di fedeli da tutto il mondo. Per raggiungere la Chiesa il percorso pedonale che serpeggia attraverso i vicoli, le rampe, le strettoie e i gradoni della città vecchia, se si è buoni osservatori (con buona base di orientamento) e si scruta ogni piccolo dettaglio guardandosi intorno, ai lati e, soprattutto, facendo molta attenzione agli incroci, viene facilitato da appositi cartelli indicatori ove la traccia da seguire è: HOLY SEPULCHRE. Da un lato, la singolare porta della Moschea di Omar, con rampe e gradoni che scendono al centro dello slargo della Basilica; dall’altro una fontana in marmo rosato, circondata da una cancellata di ferro, giace al centro di una piazzetta e, varcati una porticina, eccoci finalmente alla meta più ambita e sospirata di questo cammino/pellegrinaggio: il Santo Sepolcro. Due porte d’accesso immettono nella piazzetta antistante l’entrata principale ove un paio di gradoni e i resti di basamenti di colonne inducono ad avvicinarsi al grande portale d’ingresso; la pietra che accomuna tutte questi edifici è il bianco calcare. Prima di entrare, però, desidero svelare una curiosa situazione che persiste dalla metà dell’800. Alzando lo sguardo in alto sopra l’ingresso, a destra compare (!) una vecchia scala in legno poggiata alla base di una delle finestre della facciata della basilica che nessun monaco ha mai spostato per timore di rappresaglie da parte dei dirimpettai. La scala esiste in questa posizione dal 1852 ed è il simbolo dell’equilibrio tra le comunità.

Varcata la soglia, si accede in un mondo fatto di profumi intensi ed essenze, di sensazioni ed emozioni che si provano in ogni angolo, di voci e imprecazioni che si ripetono, di suoni e litanie che rimbalzano da un angolo all’altro, di colori e cromatismi che racchiudono la semplicità espressiva di chi ha contribuito – nei millenni – a rendere questo luogo accogliente per tutti. Quando si entra dentro è come rimanere avvolti da tanti pensieri ed emozioni che si accumulano gli uni sugli altri. Si rimane completamente estasiati da tutto ciò di cui si è circondati. La “Chiesa della Resurrezione” di Gerusalemme è di tale grandezza, sia architettonica che emotiva, che chi giunge da lontano per contemplare questo luogo santo, non solo per i cristiani, resta incredibilmente estasiato dall’aurea di misticismo che aleggia intorno. Il Santo Sepolcro è un luogo di grande suggestione, dove innumerevoli stili architettonici, pittorici, scultorei e decorativi si mescolano in modo spesso discordante, a testimoniare ed a raccontare una storia fatta di dissidi e armonie, di sofferenza e di riscatto, ma, soprattutto, una storia intrisa di fede che ha attraversato il tempo.

Lasciamo, per qualche istante, la grande confusione che si aggroviglia intorno ad una lastra in pietra rosea, ove tutti si ammassano genuflettendosi e spostiamoci a destra dell’ingresso, ove una rampa di scale porta alla Collina del Calvario. La ripida scala in pietra conduce ad una stanza rialzata, la sala più decorata dell’intera chiesa, che rappresenta il “Monte Golgota” e dove, secondo il Nuovo Testamento, Gesù fu crocifisso. L’ambiente è suddiviso in due cappelle: in quella di sinistra c’è la roccia dove venne innalzata la Croce. La grande roccia ove tutto avvenne è protetta da un cristallo ed è molto venerata dai cristiani. Qui giaceva una cava di pietra che fungeva da luogo delle esecuzioni: questa è la parte più riccamente decorata della chiesa. Risulta incomprensibile a tanti (e anche un po’ triste) notare che il Golgota sia stato spartito tra le diverse confessioni cristiane. La metà a sinistra con l’altare della Crocefissione sotto cui si trova la roccia del Golgota “appartiene” agli ortodossi greci, mentre la metà a destra con a fianco il piccolo altare dedicato all’Addolorata ai latini, anche se il diritto a svolgere alcuni riti è aperto a tutte le comunità della Basilica.

Scendendo, siamo nuovamente nei pressi dell’entrata. Qui giace la “Pietra dell’Unzione”: la famosa pietra dove, secondo i Vangeli, Gesù – deposto dalla Croce – fu unto prima di essere sepolto. Secondo la tradizione cristiana, dopo che il corpo di Gesù fu rimosso dalla croce, fu posto sulla Pietra dell’Unzione per prepararlo alla sepoltura; è consuetudine per i pellegrini baciare la lastra di pietra o ungerla con dell’olio. Qui ogni giorno centinaia di fedeli da tutto il mondo si affollano intorno a questa pietra aspettando il proprio turno per inginocchiarsi, baciare questa reliquia, balbettare una preghiera o strofinare qualcosa di personale come pettini o fazzoletti sulla sua superficie. La pietra è sormontata da otto lampade che pendono su di essa; con l’avvicinarsi del buio si accendono tramite una luminosa fiammella che si alimenta con l’unguento che emana un gradevole profumo. Sulla vicina parete prospetta, in tutta la sua luminosa bellezza, un gigantesco mosaico che raffigura le ultime tre principali fasi della vita terrena del Cristo: crocifissione, deposizione e sepoltura. Spostandoci alla sinistra della pietra, e prima di raggiungere il fulcro della Basilica, accanto a sinistra si erge un’urna su quattro colonnine che accoglie un vaso dorato che alimenta una fiammella perpetua; essa è posta davanti ad un grande mosaico che raffigura il Cristo in croce con la Madonna e S. Giovanni.

Subito a destra, eccoci nel cuore pulsante della Basilica ove si erge l’Edicola: la “Tomba di Gesù”. Il grande mausoleo in marmo che corona la navata circolare della basilica è il principale luogo del Santo Sepolcro: la Rotonda, inglobata tra sei pilastri, dodici grosse colonne e quattro colonnette doppie che sorreggono l’imponente cupola di venti metri di diametro. L’edicola del Santo Sepolcro è anche conosciuta come “Anastasis” (Resurrezione), cuore del viaggio di ogni cristiano che viene in pellegrinaggio a Gerusalemme. Ogni giorno qui si formano lunghe code per entrare in questa piccola cappella è l’attesa per accedervi sembra infinita; sapendo ciò noi vi consigliamo di arrivare di prima mattina e compiere questa visita in tranquillità ove cui emozioni varcano i confini dell’immaginazione. La capienza al venerato letto di morte è per sole 4 o 5 persone, ma a noi viene concesso di entrare come coppia e di non sostare oltre i 30/40 secondi. Prima di accedere all’Anastasis vera e propria si entra nella Cappella dell’Angelo in cui è contenuto un frammento della pietra (catino marmoreo di forma squadrata) che l’angelo fece rotolare via dal Sepolcro. Una stretta apertura, alta solamente 1,33 metri, dà finalmente accesso al Santo Sepolcro dove, sotto l’altare che si trova sulla destra, è custodita la pietra su cui riposarono le spoglie di Gesù dalla sera del Venerdì Santo al primo mattino di Pasqua; il fondamento della fede cristiana è racchiuso tutto qui: una tomba, vuota, simbolo di speranza certa per chi crede.

All’uscita ci sono tantissime candele accese. Qui le Chiese delle varie professioni ortodossa, cattolica e armena hanno diritto di accesso all’interno della tomba, e tutte e tre le comunità vi celebrano quotidianamente la Santa Messa. Immersi in un’atmosfera unica tra odore d’incenso, suoni di campane, cori, voci e dialetti in lingue diverse, processioni di religiosi di fedi diverse e con gli abiti distintivi dei vari culti, non manchiamo di visitare gli altri spazi all’interno della Basilica. Appena fuori dal Sepolcro ci si sofferma sulle varie vicissitudini della Basilica, sulla realizzazione delle tante cappelle che ne fanno parte, sulla molteplicità delle fedi ivi presenti, sulla suddivisione delle varie zone e dei compiti nell’ambito della gestione ordinaria della Basilica (che si divide, o si alterna, tra i Francescani, gli Armeni, gli Ebrei e i Musulmani) affidata a due famiglie musulmane (Judeh e Nuseibeh) che da secoli detengono le chiavi della porta principale della Chiesa e che tutte le mattine e le sere aprono e chiudono uno dei posti più importanti della cristianità mondiale. Qui ogni notte, diversi membri di ciascuna comunità cristiana si rinchiudono nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme e vi dormono, con un duplice obiettivo: proteggere il santuario e salvaguardare le loro zone dall’invidia del resto dei monaci. Consiglio di porre attenzione con lo sguardo a scrutare le particolari incisioni sulle pareti che circondano il Sepolcro; croci piccole e grandi di varia fattura e disegno testimoniano la presenza di pellegrini e pellegrinaggi che da millenni si sono avvicendati ad inseguire quel sogno chiamato “Regno dei Cieli” che per tradizione è qui in terra, proprio a Gerusalemme, all’interno della Basilica del Santo Sepolcro.

Stupore e magnificenza sono le sensazioni che ci hanno guidato fin quaggiù, in questo estremo lembo di terra palestinese del Medio Oriente, tra Mediterraneo e Mar Morto. Tutto quello che abbiamo visto e vissuto è talmente così grande che non si riuscirebbero mai a trovare le parole giuste per descrivere gli stati d’animo che ci hanno accompagnato in ogni angolo della Basilica. Abbiamo vissuto, anche se per qualche ora, un’alternanza e un rincorrersi di molteplici avvenimenti che si sono succeduti durante lo scorrere degli ultimi 2000 anni, momenti ed eventi a cui ogni mente umana non potrà mai riuscire a dare un senso, ma di cui ne rimarrà per sempre avvolto in un rapido susseguirsi di sensazioni ed emozioni. E tutto ciò – credeteci – rimarrà nel cuore, per sempre! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

JERUSALEM (Israele), “CITTA’ SANTA” per eccellenza e “CAPITALE CONTESA” da millenni

All’interno delle mura della Città Vecchia di Gerusalemme si celano monumenti ed opere d’arte d’incredibile bellezza, simboli della fede e tradizioni religiose che si perpetuano da millenni, archeologia e storia che ti coinvolgono e ti appassionano. Camminare tra i vicoli, le rampe, i basoli (calpestati da circa 5000 anni), i portali, gli androni, i cunicoli e i supportici della Città Vecchia è come provare ad ascoltare il battito pulsante del cuore di questa incredibile città che sembra davvero essere l’autentico “centro del mondo”. Un melting-pot fatto di popoli, razze, dialetti, usanze, colori, profumi, suoni, costumi, credi e religioni caratterizzano la capitale (contesa da millenni) dei Palestinesi e degli Ebrei; ed è proprio qui, a Gerusalemme, che elementi, valori, sensazioni e pensieri sono qualcosa che difficilmente si trova in qualsiasi altra parte del mondo. Per come è complessa e diversificata la coesistenza in questa città/capitale (“santa” per almeno sette diversi credi religiosi), indipendentemente dal proprio credo, le emozioni che si provano tra queste bianche pietre (in calcare) levigate dal tempo, sono incredibilmente intense e difficilmente esprimibili a parole.

In meno di 2 kmq, la Città Vecchia è – da sempre – divisa, storicamente e culturalmente, in “Quattro Quartieri” residenziali: Armeno, Cristiano, Ebraico e Musulmano che costituiscono l’essenza della città. Quattro mondi fra loro ben distinti ma attigui, che sconfinano l’uno nell’altro senza i limiti di barriere fisiche. Altra grande attrazione della Città Vecchia sono le sue porte d’accesso, ognuna con una storia particolare. Qui, il contrasto delle culture nella Città Santa è più palpabile che mai nei quattro quartieri della Città Vecchia, ognuno con un colore, un aroma e dei suoni diversi. Visitare la Città Vecchia di Gerusalemme è il modo migliore per scoprire il fascino della città, sia a livello monumentale che culturale. I contrasti tra i quartieri e il multiculturalismo della città si respirano in ogni strada, dove convergono musulmani, ebrei, pellegrini cristiani e turisti, pellegrini, viaggiatori e viandanti da tutto il mondo. Qui è possibile godersi la tranquilla atmosfera del quartiere armeno, oppure immergersi nel vivace suq del quartiere mussulmano, o essere destati dal rintocco delle campane del quartiere cristiano, oppure camminare per le strade d’impianto romano del quartiere ebraico; e il tutto… in circa un chilometro quadrato! Questi quartieri accolgono le famiglie di quattro diverse comunità, ognuna con una forte identità culturale che si evince nel modo di vestire della gente e nell’architettura degli edifici, così come si distingue nei suoni o si percepisce nei profumi di essenze aromatiche che impregnano l’aria di ognuno di questi.

Entrare e camminare attraverso l’intricato reticolo di vicoli e stradine nella Città Vecchia significa compiere un viaggio indietro nel tempo di oltre 3000 anni e poter sentire, comprendere, vedere, e (quasi) toccare con mano i contrasti di questa “Città Santa”, presenti in ogni angolo, nascosti dietro ogni spigolo o nel buio di portoni di cui non s’intuisce il fondo. La matrice antropica di questi quartieri è esistita per millenni rappresentando – fino al 1860 – la massima estensione dell’intera area urbana. Le mura che la circondano furono erette, nel 1538, dal sultano Solimano il Magnifico con l’intento di proteggere il perimetro della città. Contesa dai diversi conflitti che l’hanno accompagnata per secoli, la Città Vecchia di Gerusalemme è la zona più bella e intrigante della capitale israeliana.

Andando a conoscere più da vicino questi quartieri, scopriamo il “Quartiere Armeno” situato nella parte sud-occidentale della Città Vecchia. Esso è il più piccolo dei quattro e contiene il minor numero di residenti. La maggior parte del quartiere è costituita da un’area privata chiusa di proprietà del monastero armeno e circondata da mura. Per intuizione emotiva lo considero il quartiere più “tranquillo”, con circa 500 membri, ed è anche il meno conosciuto, pur essendo presente nella Città Santa da secoli. Qui è possibile scoprire la bellezza delle interessanti botteghe artigianali di ceramica, del legno scolpito, dei vimini, delle cantine, oltre a piccole cappelle e musei sulla storia degli armeni in città.

C’è poi il “Quartiere Cristiano” ubicato nella parte nord-ovest della Città Vecchia. Il quartiere ospita la Chiesa del Santo Sepolcro, uno dei luoghi più sacri della cristianità mondiale. Esso si estende tra la Porta di Damasco, la Porta Nuova e la Porta di Giaffa, ed è il secondo più antico della città. Attraverso il reticolo delle sue stradine molti pellegrini iniziano la Via Crucis seguendo i passi di Gesù, arrivando al tesoro del quartiere cristiano: il Santo Sepolcro. La basilica è il luogo più sacro per i cristiani ed è uno dei monumenti più visitati di Gerusalemme. Il quartiere cristiano è la zona più visitata della Città Santa, un crogiuolo di commercio, cibo da asporto e spiritualità. Entrando nella Città Vecchia attraverso la Porta di Jaffa, si percorre una lunghissima e stretta via in discesa dove si sussegue un’infinità di botteghe e negozietti che propongono chincaglierie, souvenir e tanto altro ancora di ogni genere. Questa via conduce alla Chiesa del Santo Sepolcro, il luogo più sacro per i cristiani.

C’è poi “Quartiere Ebraico” che si espande nella parte meridionale della Città Vecchia abitato per secoli da Ebrei. Il quartiere ebraico fu distrutto durante la guerra del 1948 ma ricostruito dal governo israeliano dopo il 1967. Entrando dalla Porta del Letame, il quartiere ebraico è la parte più elegante della zona fortificata. Le sue vie sembrano immerse in una calma e una tranquillità interrotte solamente da qualche ebreo ortodosso (riconoscibili per il particolare abbigliamento) che avanza di fretta, schivando turisti e pellegrini. In esso sorgono numerose sinagoghe e yeshivah (scuole dedicate allo studio della Torah). Il tracciato urbano del quartiere ebraico evidenzia lo stile romano di Gerusalemme. Sono ancora ben visibili alcune colonne originali che segnano l’inizio del “cardo”, antica via commerciale romana su cui prospettano gallerie d’arte, negozi e appartamenti. La maggior attrazione resta il celeberrimo Muro del Pianto (chiamato anche Kotel) gremito di fedeli ad ogni ora del giorno e della notte. Vicino ai resti del secondo tempio di Gerusalemme, si possono ascoltare ogni giorno le orazioni di migliaia di ebrei raccolti in preghiera. Al di là di questo muro si erge “Haram esh-Sharif” (recinto del nobile santuario) o Monte del Tempio, ancor più noto come Spianata delle Moschee, luogo di culto da sempre conteso dalle tre principali religioni monoteiste, laddove si erge la scintillante Cupola della Roccia sacra ai musulmani. Il quartiere ebraico è senz’altro il più ortodosso e conservatore.

Scopriamo, infine, il “Quartiere Musulmano” collocato nella parte nord-est della Città Vecchia, è il più grande, esteso e popolato dei quartieri con residenti principalmente musulmani. Esso occupa l’area dietro al Muro del Pianto fino alla Porta di Erode (raggiungibile anche dalla Porta dei Leoni o dalla Porta di Damasco). Al suo interno scorre la Via Dolorosa (la Via Crucis), luogo di pellegrinaggio cristiano, così come il Monte del Tempio, dove si trova il terzo dei luoghi sacri dell’Islam, ovvero la Cupola della Roccia. Perdersi attraverso gli stretti e labirintici vicoli si rincorrono gli aromi delle spezie e del caffè, gli echi del suq e la varietà di merce esposte sulle bancarelle, i sapori delle tisane e gli intensi fumi dei narghilè ove primeggiano bellissimi tappeti, stoffe multicolorate, succhi di frutta appena fatti, oggetti di antiquariato e cibo da strada dai molteplici gusti, praticamente… di tutto! Vicoli e stradine sono sempre piene di vita praticamente a qualsiasi ora del giorno. Anche se appare caotica, trafficata e – solo in apparenza – sporca, è proprio per questo che è la più viva ed animata; stracolma di negozietti di souvenir di vario genere ed oggetti religiosi: dai presepi in legno d’ulivo ai crocifissi in plastica.

Prossimamente cercheremo di illustrare e trasmettere quali (e quante altre) sensazioni ed emozioni sono ancora possibili vivere, scoprire e comprendere nella monumentalità dei suoi luoghi più interessanti.

PS… viste le recenti escalation della ripresa di attentati e violenze tra fazioni musulmane ed ebraiche che coincidevano con la chiusura della Spianata delle Moschee e la ricorrenza dello Sabbath, non ci è stato possibile accedere e godere delle bellezze e delle meraviglie che questo luogo suscita. Vorrà dire che ritorneremo qui, ma… in tempi più tranquilli! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

PLATJA DEL PORTIXOL (Baia di Porticciolo, SS Sardinia)… camminare incontro al silenzio

Sardegna nordoccidentale; a pochi minuti da Alghero, lungo la provinciale (55 bis) che porta a Stintino, parte – sulla sinistra – una rotabile (strada vicinale Porticciolo) che conduce in un autentico angolo di paradiso sospeso tra cielo, terra e acqua, laddove i silenzi (rotti solo dal vento) e le incredibili trasparenze dei fondali; tutti elementi, questi, che creano una rada conosciuta come la “Platja del Portixol” dalla bianca e finissima sabbia, racchiusa in una cornice paesaggistica dalla Torre del Portixol. La baia del Porticciolo è una piccola spiaggia accessibile esclusivamente a piedi raggiungibile tramite una discesa superando un non semplice (ma non impossibile) percorso tra sassi di varia grandezza.

Raggiunti la spiaggia si avverte subito di come la sabbia qui sia talmente così fina da sembrare una sorta di farina; osservando la natura circostante emergono subito i colori di un paesaggio che ha davvero dell’incredibile, tra stupore e meraviglia, da lasciare senza fiato! La caletta al centro della baia è davvero troppo bella! Con un mare sempre così limpido durante tutte le stagioni dell’anno, dopo le impetuose tempeste marine o al candido splendore di un tramonto che sembra non finire mai; qui l’acqua è freschissima e durante il corso dell’anno – a qualsiasi ora – non c’è per niente folla.

La baia del Porticciolo è un luogo fantastico, il primo di una lunga serie di baie, spiagge e rade che si rincorrono oltre l’orizzonte e, sicuramente, uno tra i più belli di questa parte dell’isola; natura e paesaggi si fondono in una incredibile tavolozza di colori, laddove la sabbia, restituisce i riflessi cromatici derivanti dal rosso (forse bauxite) delle rocce circostanti il mare – dai fondali sassosi – accoglie intere colonie di grossi pesci, molluschi, stelle marine e polpi. In pochi minuti si raggiunge la Torretta (a sezione tonda) del 1500 da cui si gode di una incredibile vista sull’intera baia. Il posto è fantastico e – se vi trovate a transitare in questo angolo di Sardegna – non disdegnate di compiere questa piacevole, facile e rilassante escursione alla spiaggia della Baia del Porticciolo; il luogo merita ed è un toccasana emotivo che per qualche ora riesce ad allontanare pensieri e stanchezza. La Sardegna… non smette mai di meravigliare! (di ©Andrea Perciato; ph Maria Rita Liliano & A. Perciato)

SÆPINIUM/ALTILIA (CB): lungo la storica via delle greggi

Tra le sorgenti del Fortore e la valle del Tammaro s’apre una delle aree archeologiche più interessanti dell’Appennino, una città fortificata che ha determinato la storia di questa parte di territorio, influenzato la sua popolazione ed ha incrementato le attività di scambi e commerci lungo una delle rotte terrestri più influenti a sud di Roma: SÆPINIUM/ALTILIA centro eretto dai Sanniti e, successivamente, ampliato dai Romani. Siamo alle spalle del Matese, lungo i suoi versanti settentrionali, e questa zona l’ho sempre avuto nel “mirino” delle mie esplorazioni. Sapevo, per aver letto poche notizie, di questo sito archeologico ma se non si è sul posto non possiamo immaginare quanta bellezza susciti un’area nascosta tra boschi e monti e di non facile individuazione.

Non c’è cosa migliore nel visitare questi luoghi camminandoci attraverso, utilizzando i piedi e muovendo i propri passi – come 2000 anni fa – sulla scia di coloro che compivano lo stesso percorso come pastori, pellegrini, viandanti, eserciti… Appena un chilometro prima si comincia a camminare calpestando quel tappeto verde che ha fatto da sfondo al passaggio di greggi lungo le rotte transumanti dalle montagne dell’Abruzzo fino alle pianure della Puglia. Questo sito, poco più grande di un moderno isolato, sorge sulla piana lungo quell’importante snodo stradale Sannio Pentro con l’Irpinia a sud, e con un agevole accesso sia alla Campania che alle coste adriatiche.

Un’intuizione che avevano capito molto bene i Sanniti che vedendo transitare animali accompagnati dai propri allevatori su quel tratto di terra pianeggiante, mentre percorrevano le vie della transumanza oggi denominati tratturi, subito intercettarono le necessità degli stessi come ideale posto ove riposarsi e trovar ristoro. Fu così allora che sorse un villaggio semplice, sufficientemente attrezzato con servizi legati all’accoglienza e alle attività correlate alla transumanza stessa; quindi, proprio grazie ai tratturi, con le loro piste erbose percorse periodicamente da greggi ed armenti, e grazie soprattutto all’intuizione dei Sanniti che Sæpinium/Altilia crebbe e si sviluppò diventando un importante centro di collegamento terrestre, di scambio per le merci, di incontro tra mercanti e di mercato per gli affari.

Piccola perla dell’odierno Sannio, Sepino ha visto la sua via principale percorsa dalle greggi durante la transumanza fin dai tempi remoti, calpestata in seguito da mercanti e, successivamente, da notabili ed abitanti della piana in piena epoca romana. La cittadina svolgeva un’importante funzione che oggi può essere accostata ad un autogrill dell’epoca; punto dì incontro, di rifornimenti, di versamenti delle gabelle lungo le arterie terrestri di allora, ovvero i tratturi popolati da pecore, pastori e cani. Dopo poche decine di minuti ecco comparire, in tutta la sua magnificenza, la Porta di Bojano (o di “Bovianum”), gemma architettonica di rara bellezza; imponente e monumentale essa esalta il periodo augusteo con Ercole “protettore delle greggi” oltre a statue di prigionieri barbari con, all’apice, una grande iscrizione dedicatoria perfettamente conservata.

Essa è una delle 4 porte monumentali che consentivano l’accesso all’antica città di Sepino ed – a tutt’oggi – è quella meglio conservata. Parte integrante del complesso delle fortificazioni, questa porta conserva ancora interessanti decorazioni, come il volto di Ercole nella chiave di volta, le statue di due prigionieri barbari ai lati e l’iscrizione sull’attico. A margine della porta si possono altresì osservare i tronconi (muratura in “opus reticolarum”) delle due torri circolari che la fiancheggiavano e la grande scala. Attraversando questa porta si entra nella storia, è un po’ come essere proiettati direttamente ad oltre 2500 anni addietro; lo stato di conservazione dell’intera struttura è fantastico, da lasciare stupiti come da rimanere senza fiato.

La Porta di Boiano è quella attraverso la quale arrivavano i pastori provenienti dall’Abruzzo e che percorrevano il tratturo verso le terre del tavoliere. Lasciati la pista erbosa alle spalle ed entrando in città si calpestano i millenari basoli squadrati del “Decumanus Maximus”; percorrerlo in direzione verso l’area del Foro sulla destra si espandono i resti di antichi edifici si infittiscono come: botteghe, macellum, edifici di culto come il Tempio e le bellissime colonne della Basilica sormontate da splendidi esempi di capitelli in stile “ionico”. Questo piccolo villaggio, sorto principalmente come centro di ristoro, accoglienza e assistenza, divenne in breve tempo una urbe romana vera e propria. Ed è proprio questo che chi giunge per la prima volta a Saepinium avverte: la peculiarità che la città si era imposta era che, nonostante i rigidi canoni urbanistici romani, i due principali assi lungo i quali si è sviluppato il centro non fossero stati ortogonali, proprio per conservare l’originale percorso del tratturo funzionale allo sviluppo economico durante l’epoca sannitica.

Alla sinistra della porta invece, troviamo – lievemente sfalsati – i resti dell’area delle Terme con le visibili canalizzazioni delle reti fognarie e idriche fino a sbucare nel catino del Teatro, uno spazio molto ben conservato, che si presenta nelle sue forme originali; un luogo incredibile ove i silenzi aleggiano fra vie lastricate, le mura, gli archi, le colonne e un bellissimo anfiteatro su cui insistono, con geometrico disposizione, antiche case rurali settecentesche che si alternano alle querce secolari e ad alberi da frutto; un must fra atmosfere bucoliche, paesaggio agreste ed antichità romane. Tutti elementi, questi che sono le autentiche testimonianze di un’epoca di prosperità, di crescita economica e sociale, che è possibile ammirare immergendosi, con spirito di immaginazione, tra curiosità, scoperta e fascino.

Nelle vicinanze, verso NE, s’apre l’arco della Porta Tammaro; ritornati indietro e ripercorrendo il “Cardo Maximus” si raggiunge – praticamente – il centro della città ove si evidenzia come la stessa sia stata strutturata intorno al vecchio passaggio del tratturo, rispettando solo in parte gli orientamenti classici del cardo e del decumano. E proprio all’incrocio, proseguendo verso sud, s’aprono – sulla sinistra – i basamenti del Tempio di Giove con tutti gli ambienti che assolvevano a rendere vivo il culto. A sinistra del Decumano invece, si espande l’ampio piazzale ove giaceva il Foro. Lasciati sulla sinistra la “Fontana del Grifone” si continua lungo il lastricato della strada consumato dalle ruote dei carri e le pietre per l’attraversamento dei pedoni che rimembrano la vita del tempo che fu. Eccoci finalmente al lato opposto della città transitando sotto l’arco della “Porta di Beneventum”; qui il tratturo lascia le mura e continua, tra boschi e campagne, in direzione della “città delle streghe”. (di ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Capo CACCIA (SS, Sardinia)… poter vivere il senso dell’infinito

Se esiste un luogo in cui la bellezza del “creato” è stata davvero prodiga di magnificenza questo è Capo Caccia, estremo lembo di terra – tra pinete, ginestre e falesie – che racchiude a occidente la skyline costiera di Alghero. Raggiungere le sue creste rocciose è un’apoteosi di emozioni visive; un coacervo di sensazioni vissute passo dopo passo tra i profumi delle essenze aromatiche e la salsedine che sale dal mare trasportata dai venti. Questo è uno dei posti più belli (la riviera del corallo) dell’intera fascia costiera dell’isola; se si desidera scoprire un posto panoramico dal quale ammirare uno dei tramonti più belli al mondo, questo è il posto giusto! Un angolo di Sardegna da vedere e rivedere e che non stanca mai; un luogo che offre spettacoli naturali di incomparabile bellezza, soprattutto al tramonto.

Guadagnare l’orlo della scogliera e scorgere, passo dopo passo, l’incredibile paesaggio sull’isolotto di Foradada lascia completamente a bocca aperta di fronte a cotanta meraviglia! Sostare quassù si prova un senso di pase assoluta; mentre se il mare comincia a farsi grosso e volge in tempesta, le onde quando s’infrangono alla base della scogliera emanano un “rombo di tuono” (Gigi Riva docet!) che trasmettono quanto impetuosa può essere, a volte, la natura. Tra la meraviglia provata all’alba ed il romanticismo vissuto fino al tramonto quando il disco solare cade oltre l’orizzonte il belvedere della Faradada s’apre come una balconata su un panorama di ineguagliabile bellezza paesaggistica.

Il belvedere sull’isolotto della Foradada”, è uno dei luoghi più frequentati del “Parco Naturale Regionale di Porto Conte” e della prospiciente “Area Marina Protetta Capo Caccia/Isola Piana“; l’isola “Foradada”, (che sta a significare “Forata”) è prospiciente alla Cala d’Inferno e rende unico, e incredibilmente bello, il paesaggio che è possibile ammirare sulle strapiombanti falesie tra Capo Caccia e Torre della Pegna.  La stessa Isola si può ammirare percorrendo la falesia, seguendo (per circa mezz’ora) un sentiero che sale dal Belvedere, raggiunge la Grotta delle Brocche Rotte e sale ancora verso il “Semaforo” (il faro che funge anche da postazione radio), punto più elevato di Capo Caccia.

Volgendo lo sguardo in un caleidoscopio di bellezze naturalistiche che si alternano alle meraviglie di un paesaggio – che spazia dalla rada di Alghero, laggiù in fondo verso sud-est, passando per la baia di Porto Conte e la Punta Giglio, fino a perdersi oltre l’orizzonte verso ponente – ove l’ambiente è al massimo della sua esaltazione espressiva. Capo Caccia e i suoi tanti punti d’osservazione sull’immenso, valgono la fatica di percorrere qualche chilometro con tutte le possibili condizioni meteo e – credeteci – ne vale davvero la pena! (di ©Andrea Perciato; photo Maria Rita Liliano & A. Perciato)

“CIVITA SUPERIORE” di BOJANO (CB): da qui, messere, si domina una valle…!

L’antico borgo di matrice medioevale della Civita Superiore, troneggia sull’abitato di Bojano, nel Molise da cui – affacciandosi dalla sua terrazza panoramica – si gode dell’immenso panorama che spazia dal corso del Fortore, dalla valle del Tammaro e dalle pendici settentrionali del Matese. Salire per i suoi ripidi pendii è una piacevole scalata che, tra erti sentieri, boschi ed aspre rocce, ci porta tra le prime case all’ingresso del paese; un contesto architettonico che riporta al passato e sfocia sulla balaustra di una terrazza panoramica a dir poco spettacolare. Appena sopra Bojano questo borgo è caratterizzato da un interessante tessuto urbano; attraversare le sue case in pietra, camminando lungo vicoli stretti e – spesso – acciottolati, ci porta indietro nel tempo di quando da quassù, per secoli, gli abitanti scrutavano l’orizzonte seguendo con gli occhi lo spostamento di uomini e greggi che transitavano lungo quell’antica autostrada verde sul tratturo della transumanza da Pescasseroli in Abruzzo fino a Candela in Puglia.

Qui, a circa 730 m di altezza, sorge questo particolare borgo ove si respirano atmosfere e sensazioni che vanno dalla tranquillità, che si perde tra i silenzi delle pareti ammuffite e l’ombra dei vicoli, all’armonia della gente del posto (circa 50 anime) sempre disponibile al sorriso e pronti ad offrire una informazione e un saluto al viandante occasionale che improvvisamente scopre l’autentica bellezza di un Molise ancora poco conosciuto e frequentato. Una piacevole sensazione di pace e tranquillità aleggia tra le rampe e i vicoli del borgo qui, ove il fascino (e il mistero) degli antichi Sanniti restituiscono arcane sensazioni di prudenza, sicurezza, accoglienza. Su un crinale roccioso nelle vicinanze, appena rivolto verso ponente, si ergono e sono ancora ben visibili – in tutta la sua maestosità, le mute pietre del più vecchio Castello di tutto il Molise, eretto da Federico II intorno al 1220, di cui oggi sono facilmente visibili alcuni ruderi delle mura perimetrali e degli ambienti posti all’interno, divisi in due ampie zone da un fossato.

L’ampio spazio antistante – a pianta rettangolare – detto “ricetto” serviva, all’occorrenza, a dare rifugio alla popolazione del borgo sottostante; mura che un tempo fungevano da camminamento di ronda ed erano merlate. Questa prima parte antistante si collegava, mediante un ponte levatoio, alla “corte alta” ove si svolgeva la quotidianità di chi viveva all’interno delle mura, presumibilmente di “servientes”, coloro che oltre a presidiare il maniero, provvedevano anche alla normale manutenzione ordinaria. I panorami che si scrutano dal belvedere del Castrum, sporgendosi appena poco fuori le mura sono davvero incredibili per la profondità dello spazio, belli da un punto di vista naturalistico ed interessanti per il paesaggio che fa da cornice. (di ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

AGNONE (IS): bianca come il latte, dura come la pietra, luminosa come il fuoco…!

Chi raggiunge per la prima volta Agnone, nell’alto Molise in provincia di Isernia, adagiato con le sue case in pietra lungo quel profilo di cresta che determina la valle del fiume Verrino non può restare indifferente di fronte a così tanta bellezza paesaggistica e colma di storia e tradizioni. Agnone è un paesino tranquillo con un bellissimo centro storico attraversato da un lungo corso ove poter trascorrere momenti tranquilli lontano dal caos delle grandi città. I suoi abitanti, gentili ed ospitali, sono sempre pronti ad accogliere il forestiero e ad offrire consigli su cosa vedere, cosa acquistare e – soprattutto – cosa/dove mangiare.

Il borgo si snoda lungo un interessante corso, su cui s’affacciano pregevoli palazzine dai portoni/portali finemente lavorati con la viva pietra locale; vie lastricate in basoli che restituiscono arcane ambientazioni che hanno visto lo scorrere del tempo dal Medioevo, passando per il Barocco, fino alla massima espressione dell’Illuminismo. Il suo interno contiene14 chiese monumentali, palazzi gentilizi, antichi quartieri (come quello “veneziano”) da cui s’aprono ampi scorci panoramici sui paesaggi circostanti, fino alle incredibili forme realizzate dalle antiche fonderie ove le mani di abili artigiani rendono musica il rintocco di bronzei metalli trasformati in campane.

Qualche parola scambiata con la gente del posto e subito la curiosità porta ad assaggiare le prelibatezze locali con dense e profumate degustazioni dei buonissimi formaggi. Dal suo belvedere s’aprono punti panoramici verso cui poter ammirare le immense distese boschive del circondario, un oceano di verde che si estende all’infinito. Ci si muove attraverso stradine e viuzze con un fascino che sa di semplice spontaneità, mentre lo sguardo viene catturato dalla semplice bellezza dei caratteristici portoni – grandi o piccoli che siano – tutti rigorosamente realizzati in pietra; quelli più antichi presentano, sulla soglia d’ingresso, uno o più gradini per accedere all’interno.

Ovviamente il paese deve la sua fama e la sua grande notorietà a livello mondiale, per la presenza della famosissima ed antichissima fabbrica di campane della Fonderia Marinelli. Altra singolare caratteristica per cui Agnone risalta per la sua tradizione è la ‘Ndocciata, considerata un vero e proprio patrimonio culturale che si tiene nel periodo natalizio. Il corteo inizia all’imbrunire dove sfilano gli ‘ndocciatori che portano sulle spalle le ‘ndocce accese che illuminano e riscaldano l’atmosfera destando la curiosità dei visitatori.

La spettacolare “Notte delle Torce”, altro non è che un ancestrale rito tribale d’epoca sannitica che rievoca le tradizioni di una lontana cultura e di una remota civiltà contadina per festeggiare la notte del Natale, quando ci si muoveva con le torce per raggiungere le tante chiese del paese; una scia di fuoco percorre il corso principale del borgo tra ali di folla e figuranti di ogni età, chiusi nelle loro “cappe” nere, che si caricano una torcia singola oppure multiple, con un crescendo di fuochi fino a chi – chiudendo la processione – riesce a portare un pesante ventaglio di ben 24 fuochi!

Qui, ad Agnone, il tempo sembra essersi fermato da molto; quando si cammina lungo le sue stradine basolate, o ci si perde nel dedalo dei suoi vicoli, l’olfatto cattura le essenze emanate dai forni per il pane, l’acre odore delle carni macellate, il denso aroma dei prodotti caseari che qui – più che una tradizione – è una vera e propria cultura. Solo in apparenza sembrano profumi dimenticati, ma se ci assale quel desiderio di andare a percorrere un immateriale percorso olfattivo alla scoperta di questi “gustosi” tesori, si viene immediatamente avvolti da quella piacevole sensazione di potersi fermare e restare qui per sempre, qui… dove tutto era (ed è rimasto) più semplice! (di ©Andrea Perciato; photo Maria Rita Liliano e A. Perciato)

il “Cammino della Libertà” di Carlo Pisacane e la sua “Spedizione dei 300” a Sapri

Ci incamminiamo alla scoperta e alla conoscenza dei luoghi e dei “momenti” che hanno visto protagonisti gli uomini della sfortunata Spedizione (dal 28 giugno al 2 luglio 1857), mossa con l’intento di far rivoltare le popolazioni del Sud contro i reali Borbonici, lungo l’itinerario realmente effettuato dall’ingegnere navale Carlo Pisacane e dai 300 uomini della Spedizione che – giunti via mare – sbarcarono presso la costa di Sapri.

Chissà cosa passò per la mente di Carlo Pisacane quando, in una calda notte tra il 27 e 28 giugno del 1857, si trovò a passare con la sua nave carica di uomini lungo le coste del Cilento e scrutava l’orizzonte ad oriente coi profili montuosi di quelle aspre e inaccessibili montagne che solo qualche anno prima erano state la culla di alcuni moti insurrezionali contro l’oppressione del Regno Borbonico. Questo, non lo sapremo mai…! Spinti dalla curiosità di capire quali impressioni e quali sensazioni provarono ma, soprattutto, quali luoghi attraversarono quegli uomini, anche noi abbiamo voluto scoprire e conoscere quei paesi e quelle contrade, quei monti e quelle vallate così straordinariamente immersi in un paesaggio dalle incredibili bellezze naturali che furono il teatro di una sanguinosa sconfitta repressa dalle forze borboniche e dalle popolazioni locali.

A quei tempi SAPRI era uno sparuto villaggio di case affacciato lungo la ciottolosa marina mentre oggi, la piccola metropoli del basso Cilento ha assunto un ruolo importante per tutte le principali attività nell’intero golfo di Policastro. Grosso centro turistico-commerciale, l’antica SKYDROS di matrice ellenica fu già un punto strategico (Vicum Saprinum) di rilevante importanza per le flotte marine che navigavano lungo la rotta tra Neapolis e Vibo di Valentia. Grosso polo industriale con una buona ricettività alberghiera (hotel, pensioni, villaggi e campeggi) viene favorita dalla presenza di un importante scalo ferroviario, Sapri ospita uno dei principali poli ospedalieri tra Cilento, Lucania ed alto cosentino. Una nutrita flotta di navigli e imbarcazioni determina un altro importante filone per l’economia locale: quello della pesca. Qui l’agricoltura è fortemente caratterizzata da produzioni locali quali l’ulivo (con una squisita specialità olearia), ortaggi, legumi, graminacee e frutta.

Secondo il programma della spedizione, il principale obiettivo era quello di attraversare le prime case, le successive masserie isolate del retrocosta e spingersi oltre le amene campagne che introducevano verso l’interno fino a portarsi a ridosso dei primi ed aspri rilievi montuosi e a raggiungere la Strada delle Calabrie all’altezza del Fortino di Cervara. Così come era nelle intenzioni del patriota partenopeo, anche noi prendiamo la via per l’interno e, movendoci dalla Torre dell’Osservatorio, lungo la spiaggia di Sapri, ove un cippo ricorda il punto dello sbarco (che realmente avvenne presso la spiaggia di un uliveto in territorio di Vibonati) del Pisacane, si attraversa l’abitato saprese in direzione dei monti verso Torraca. Appena superati la ferrovia, una strada interna (lato monte) costeggia i binari (direzione W) fino a lambire le basi del canale Ischitello (26 m). Da qui una comoda pista risale lungo le falde orientali di Colle S. Martino (127 m) fino a portarsi lungo la Strada Provinciale per Casaletto e Caselle; in alto, sulla sinistra, si scorgono (291 m) i ruderi di un antico Seminario.

Il sentiero oltrepassa la strada e prosegue lungo un pendio fortemente marcato da appezzamenti d’ulivo. In poche decine di minuti si è nuovamente a ridosso (280 m) della rotabile principale la quale scorre seguendo il profilo di questi modesti rilievi: qui compare un incrocio di piste e sentieri. Anziché proseguire lungo la via principale (Torraca dista ancora 5 km) si propone di prendere quella traccia di sentiero che al lato opposto della strada conduce (358 m) al seicentesco Santuario dedicato al culto di S. Maria dei Cordici: vedute panoramiche sul vallone del Mulinello e la teoria di monti e vallate che circondano questi territori (poco conosciuti) dell’entroterra saprese. Dal Santuario una via interna punta direttamente verso Torraca e, seguendo (direzione NE) lungo i saliscendi di dorsali collinari avvolte dalla macchia mediterranea che si alterna a copiose boscaglie, prima attraversa un angusto canalone e poi sfocia su un altopiano ulivato.

Quando il Pisacane giunse a Torraca (430 m) questi si trovò ad attraversare un caseggiato in festa la cui popolazione conduceva in processione la statua di S. Pietro. Al loro passare, alcuni giovani del luogo, inghirlandati a festa con nastri e coccarde colorate fecero una generosa offerta di vino (molto rinomato il vitigno locale), qualche forma di pane e delle “pezze” di formaggio ma fu, questa di Torraca, una delusione poiché nessuno degli abitanti accolse l’invito ad associarsi alla spedizione. Le intenzioni del Pisacane erano quelle di raggiungere il Vallo di Diano e Padula attraverso la Serralunga (1480 m) per avviarsi – poi – lungo la Strada Nazionale delle Calabrie che da Lagonegro si dirige a Eboli. Dopo aver lasciato le dolci e tranquille atmosfere dei vicoli di Torraca si riprende il cammino in direzione dei monti dell’interno. Poco fuori il paesino, all’altezza (432 m) del km 11 della strada per Casaletto ha inizio, sulla destra, la salita che conduce al piccolo cimitero locale.

Fu proprio lungo questa salita che passarono gli uomini della spedizione i quali affrontarono ore di durissima marcia attraverso un territorio impervio e un tracciato che più che sembrare una strada era una vera e propria mulattiera di montagna che, ancora oggi, serpeggia lungo i brulli e assolati pendii della montagna fino a raggiungere il costone della Serretella (658 m). Superati questa montagna una natura ancora più selvaggia si presenta agli occhi dell’escursionista. Lasciati giù a valle i dolci crinali ulivati, lungo l’orizzonte ora si para una immensa teoria di altipiani in roccia carsica circondati da aspre gole e orridi canaloni inondati da un manto forestale in cui primeggia il castagno. Dopo una breve discesa la pista attraversa (480 m) il fossato del Lampogna. Sulla sponda opposta compare un bivio: si prende a destra e si costeggia il margine destro del vallone fino ad incontrare (533 m) un gruppo di case. Oltre queste la pista (che consigliamo di non prendere!) continua a seguire la sponda orografica del vallone.

Dalle case parte (verso N) la traccia di un buon sentiero che arranca lungo un boscoso crinale fino a sbucare (635 m) su uno sterrato. Proseguendo lungo questo, ora si giunge a ridosso di un altro bivio (700 m). Presi la direzione a destra si risale lungo l’alveo di un canalino torrentizio fino a raggiungere un successivo gruppo di casolari (770 m). Oltre questi la vegetazione boschiva comincia lentamente a diradarsi e presi il sentiero che sale (direzione NW) lungo i versanti occidentali di monte Cocuzzo, si raggiunge un successivo incrocio (868 m) ove, tralasciando entrambi le piste che salgono sulla destra, proseguendo in lieve discesa a circa 200 metri incontriamo la Fontana dei Perali (830 m); qui una sosta è d’obbligo per dissetarsi e rinfrescarsi. Ritornando indietro verso l’incrocio si prende la prima pista che volge a sinistra e che comincia ad arrancare lungo gli assolati pendii meridionali della montagna; l’aspra cima di monte Cocuzzo si erge sopra le nostre teste (1387 m).

Due chilometri dopo aver lasciato l’ultimo bivio questa pista conduce a sbucare (1100 m) sullo spartiacque che divide la cima del Cocuzzo (verso NW) dall’esteso crinale della Serralunga (1480 m – verso SE). Dallo spartiacque la pista discende verso nord attraversando una fitta coltre forestale fino a quando compare una deviazione (1057 m); qui si volge a destra ed ha inizio una lunga serie di tornanti che attraversano il bosco di S. Ambrogio e solcano le pendici occidentali di monte Salice (1092 m) che si erge a un chilometro in linea d’aria verso levante. Al termine di questa discesa si raggiunge il Rifugio della Forestale (955 m), il quale sorge alla testa del vallone di Lanzaura. Questo rifugio viene raggiunto da una rotabile che sale direttamente dalla Strada Statale n. 19. Ripresi il cammino si avanza in discesa seguendo inizialmente la sinistra orografica del vallone e, senza prendere alcuna deviazione a destra e a sinistra, si giunge fino alla Nazionale per le Calabrie all’altezza del cosiddetto Fortino di Cervara (706 m).

Qui, dopo che il Pisacane coi suoi uomini sbarcò sulla spiaggia di Sapri e raggiunse la strada per le Calabrie, egli si fermò a riposare nei pressi del Fortino. Da questo punto in poi il cammino offriva la possibilità di marciare più speditamente per attraversare tutto il Vallo fino a raggiungere Auletta all’estremità settentrionale dello stesso. Il Fortino (alle pendici occidentali del monte Cervaro 1170 m) a quei tempi era il limite tra il Principato Citeriore e la Terra di Basilicata ed era un punto quasi obbligato per chi, sbarcato sui litorali e nei porti marini del Golfo di Policastro, avesse voluto raggiungere sia l’allora Vallo di Teggiano (oggi Diano) che Lagonegro. Così come all’alba del 30 giugno 1857 questi uomini guidati dal Pisacane presero la decisione di muovere in direzione del Vallo, anche noi seguendo la carrozzabile delle Calabrie ci incamminiamo verso il borgo di Casalbuono (allora villaggio di Casalnuovo). Si attraversa la stretta gola del torrente Gauro fino a raggiungere un piccolo gruppo di case adagiate in un lieve pianoro denominato Accampamento (631 m), appellativo che lascia facilmente presupporre l’accantonamento (per l’allestimento di un campo!) o la sosta di un gruppo di persone che bivaccano.

Il cammino prosegue in lieve discesa sfiorando il margine dei viadotti della vicina autostrada SA-RC che scorre proprio accanto. Questo tratto è tutto un susseguirsi di timpe, di monti e di rupi ora aspre e isolate, ora copiose di forestazione, singolari orografie determinate dal solco di valloni torrentizi o dalle ciottolose sponde di alvei fluviali. Giunti a ridosso della valle del Calore, si supera il fiume all’altezza del Ponte del Re (580 m), superba struttura d’ingegneria borbonica avvolta da vigneti e da campi di girasole. Poco innanzi si erge, a ridosso di una collina e come una grande piramide di case che cascano a grappolo ruotando intorno al turrito Castello, il caseggiato di Casalbuono (655 m). In questo paese, gli uomini della spedizione accampatisi nella piazza principale di Casalbuono si concedettero riposo e ristoro con la speranza di riuscire a trovare, nella popolazione locale, armi, vettovaglie e nuovi compagni per continuare nell’impresa ma… non fu così!

Dislocate nuovamente le pattuglie lungo la strada consolare i luogotenenti del Pisacane chiamati a raccolta il piccolo esercito di rivoltosi mossero alla volta di Padula con la speranza di poter trovare quegli appoggi promessi e – fino ad allora – mai ricevuti e che purtroppo, per paura di ritorsioni perpetrate dai borbonici a danno delle popolazioni locali, non erano riusciti ad avere fin dallo sbarco a Sapri e successivamente nelle località attraversate fino a quel momento (Torraca, Fortino e Casalnuovo). Il fatto che il Pisacane non riuscì a trovare alcun ostacolo militare al suo progetto insurrezionale insospettì il condottiero e i suoi uomini tant’è che queste anomalie strategiche messe in atto dalla Gendarmeria borbonica e dalle guardie urbane dei paesi cominciarono a suonare come un campanello d’allarme, con non poche preoccupazioni nell’animo di quegli uomini che attraversarono un territorio nemico così aspro e inospitale. Soldati regi, doganieri, gendarmi, urbani e quant’altri, ricevendo notizie dell’avanzata di questo manipolo di rivoltosi, ripiegarono verso i centri abitati all’interno del Vallo comunicando ai loro superiori, di volta in volta, gli spostamenti e le posizioni che questi andavano ad assumere sul territorio: era – questo – il principio di un tragico epilogo che stava conducendo gli sfortunati uomini della spedizione di Sapri verso una tremenda trappola.

E via nuovamente in cammino! Lasciati alle spalle l’abitato di Casalbuono si prosegue verso settentrione in direzione del Vallo di Diano. La strada Regia, ora, continua a macinare chilometri serpeggiando in un ambiente solo in apparenza duro e inospitale. Una serie di tempe, che sembrano tutte somigliarsi, determinano il muto paesaggio che circonda il percorso. Superati il torrente Brignacolo (541 m – tributario del Calore) la Statale scorre tranquilla tra la strada ferrata e le sponde del fiume Calore. In questo tratto scrutando con lo sguardo il panorama che s’apre a occidente, ecco apparire la meravigliosa cortina vegetazionale del Bosco della Cerreta, splendido esempio di impianto forestale. Giunti all’altezza del Varco del Pero (510 m), lì dove il Calore riceve le acque del torrente Porcile e proprio all’altezza del Catassano (514 m) si esce dalle impervie gole dei monti che ora cominciano ad aprirsi fino a sbucare nell’ampio Vallo ricco di campi arati, di paesi e di casali. Sulla destra compare Montesano che s’innalza dal Colle della Marcellana (992 m) sulla sinistra, invece, si apre l’ampio Vallone di Sanza.

Da qui in avanti si prosegue speditamente verso l’interno del Vallo avanzando dai suoi estremi confini meridionali. Superati un primo gruppo di case in località Pilone (510 m) si continua sul lungo rettilineo che percorre e attraversa il caseggiato di Montesano Scalo (486 m), fino a raggiungere il bivio per Buonabitacolo (480 m). Continuando lungo la Statale per contrada Pezzalonga (475 m) al successivo bivio, in località Fontanelle (476 m) si lascia la strada nazionale e si devia a destra superando il binario della ferrovia; attraversando successivamente la contrada Noce del Conte (502 m) si raggiungono le case di Belvedere (534 m) per arrivare, infine, alla monumentale Certosa di S. Lorenzo (532 m), posta ai piedi del caseggiato di Padula. Questo paese si arrampica sulle falde sud-orientali di monte Amoroso (1287 m) mentre il sole, tramontando a ponente, restituisce l’immagine cartolina di un angolo di natura tra i più belli dell’Italia meridionale.

Giunti in Padula (696 m) ci rechiamo alla ricerca e alla conoscenza di quei luoghi che hanno visto protagonisti le eroiche e sfortunate gesta del Pisacane e degli uomini della Spedizione di Sapri. Qui a Padula Pisacane e i suoi uomini passarono la notte pernottando un po’ ovunque, come e dove si poteva tra i vicoli, i gradoni, i portoni e le piazzette; per quegli uomini, ormai demoralizzati, quella non fu certamente una notte tranquilla. Sorta l’alba del 1° luglio 1857 nella mente del Pisacane rimbalzò più volte la decisione di passare nei territori della vicina Basilicata e quando cominciò a porre delle sentinelle lungo le pendici di monte Melone (1082 m), indugiando troppo nei preparativi della marcia, non ebbe tempo a sufficienza per riuscire a dare una svolta decisiva a quella empasse quando, all’improvviso, cominciarono a udirsi i primi crepitii della fucileria delle “Guardie locali” ebbe così inizio una cruenta e sanguinosa battaglia. Colti di sorpresa, i rivoltosi subirono un forte sbandamento che li costrinse a disperdersi per i vicoli, i cortili e i portoni di Padula.

Pisacane vide una parte dei suoi dare inizio ad una rocambolesca fuga verso tutte le direzioni possibili. Alcuni si posero in salvo uscendo per lo “Strettolone”, un viottolo molto ripido e angusto che portava fuori dell’abitato attraverso due antiche porte di Padula: Portella e Santo (o Porta dell’Ulivo); da queste si poteva prendere il largo sia verso la Certosa che in qualsiasi altra direzione del Vallo; mentre altri riuscirono a salvarsi scendendo giù per un burrone che s’innesta alla Via S. Vito Nuovo (oggi Francesco De Santis). Dentro l’abitato, alla cruenta battaglia seguì una orrenda caccia all’uomo che culminò in una tremenda carneficina: tra gli sbandati, chi cadde nei viottoli, chi alle porte della cittadina rincorso dalle fucilate sparate da luoghi nascosti o dalle finestre delle case; chi fu colto per le vie e passato per le armi; chi cercò invece scampo nelle case barricando porte e finestre e salendo a sparare fino all’ultima cartuccia ai piani superiori o sui tetti; chi ancora, esaurite le munizioni, si difese fino all’estremo sacrificio usando semplicemente il pugnale. Fu, questa di Padula, la più assurda e incredibile strage di tutto il Risorgimento nelle terre del Sud. Nel frattempo, un centinaio circa di superstiti (tra cui il Pisacane ed altri capi) ritrovatisi giù in fondo al piano e gettandosi di corsa attraverso il Vallo, riuscirono a fuggire verso SW, in direzione di quei monti che si ergono al di là del Calore, propaggini della catena del monte Cervati ai piedi della quale sorge il villaggio di Buonabitacolo.

Muovendoci dalla Certosa di S. Lorenzo, dunque, riprendiamo ad attraversare il Vallo puntando direttamente verso la Strada Nazionale in località Cammarelle (475 m). Da qui una via interna punta ora ad attraversare un ponte sul fiume Tanagro il quale, a più di un chilometro a monte, viene originato dalle acque del fiume Calore e del torrente Peglio. I superstiti della Spedizione, attraversati il Vallo, superarono il corso fluviale del Calore ritrovandosi presso il Cozzo Panella e da qui mossero verso Sud. Infatti, subito dopo il ponte s’incontra una prima strada e, superandola, si perviene ad una strada interna (466 m) che rasenta le pendici dei monti ai margini sud-occidentali del Vallo. Qui si devia a sinistra e un tratturo conduce in cima al Cozzo Panella (581 m). Da questo punto le intenzioni del Pisacane erano quelle di raggiungere Buonabitacolo e guadagnare una via di fuga che lo avrebbe permesso di riparare nel Cilento interno, ma non fu così! Probabilmente egli, per non essere visto dai borbonici si mantenne a ridosso delle alture boscose trovando sicuro nascondiglio in località Chianedda (692 m) e portandosi in prossimità della Fontana della Vescova (776 m).

Nel tardo pomeriggio del 1° luglio 1857 i fuggiaschi giunsero nei pressi delle alture (Mensa della Torre) che circondano il villaggio di Buonabitacolo; sfiniti, affamati, atterriti per quel che era accaduto nella mattinata, non si reggevano più in piedi dalla stanchezza e cercarono – con ogni forza – di trovare un varco attraverso i monti e penetrare nel Cilento per la via di Sanza. Giunti alle porte di Buonabitacolo (Cappella di S. Antonio – 490 m) però, questo manipolo di fuggiaschi, sopravvissuti all’eccidio di Padula, fu costretto a prendere la via dei monti poiché a Buonabitacolo la guardia impedì loro di entrare in paese obbligandoli a dirigersi direttamente verso Sanza. Da qui mossero per aspre selve, sentieri appena tracciati in luoghi impervi e per balze spesso inaccessibili. La probabile via di fuga attraverso i monti e lungo i valloni dell’interno passò attraverso queste località: Madonna di monte Carmelo (845 m); Vallone del Peglio (508 m); Tempetella (588 m); Fossa la Pecora (982 m); Vallone Valleruca (750 m); spartiacque (1008 m); Vallone Polveracchia (800 m); monte Cariusi (1399 m).

Da Buonabitacolo (500 m) si risale in forte ascesa lungo i pendii di Costa S. Elia fino a raggiungere il bianco Santuario della Madonna di Monte Carmelo (845 m), un’autentica balconata sulle estreme propaggini meridionali del Vallo. Da qui si prosegue per ripida discesa fino alla Valle del Peglio. Superati il greto torrentizio (522 m) si perviene all’incrocio con una rotabile che penetra nei monti. Si continua prendendo la carraia che porta ad ovest e attraversa i coltivi della Tempetella (574 m) fino a raggiungere le boscose falde (588 m) delle montagne. Qui compare la biforcazione di due sentieri: si prende la traccia a sinistra e si sale serpeggiando attraverso le pendici della foresta di Petroliera fino a guadagnare le doline sommitali a carattere carsico di Fossa la Pecora (896 m, 982 m, 954 m). Un brullo paesaggio di rocce e detriti si para intorno; l’aspra roccia calcarea appena tappezzata da praterie d’altura emerge dal maestoso mare di verde che caratterizza i boschi e le foreste del circondario. Seguendo la linea di displuvio si scende (direzione W) zigzagando attraverso gli scoscesi pendii fino a penetrare negli angusti valloni di Valleruca e Serratore.

Si risale (direzione N) lungo quest’ultimo per circa 300 metri; lo si attraversa e si continua lungo il versante opposto del vallone (destra orografica) portandosi a ridosso di un sentiero che continua in quota e che in breve conduce allo spartiacque (1008 m) tra i monti e i valloni: a nord c’è il monte Servitore (1200 m); a sud il Colle del Cerro (1081 m) e il Cozzo Trattonale (1006 m); mentre a levante e a ponente orridi valloni ricolmi di vegetazione offrono uno spettacolo di straordinaria bellezza della selvaggia natura cilentana. In questo punto convergono una mezza dozzina di tracce tra piste e sentieri che s’incrociano e si sviluppano attraverso questi ambienti ove regna il più assoluto silenzio. Il cammino riprende proseguendo linearmente (direzione NW) lungo le coste sud-occidentali delle Fosse delle Ardechete (1211 m, 1173 m, 1158 m) che si parano in alto a destra; successivamente il sentiero comincia a piegare (1108 m) verso sinistra sfiorando le pendici meridionali del Colle delle Mele (1202 m) e circuendo, dall’alto, l’aspro anfiteatro naturale determinato dal vallone dei Diavoli. Proseguendo in leggero saliscendi la pista principale (non prendere assolutamente alcuna traccia o che incrocia o che parte dal sentiero!) giunge presso la Piscina di Polveracchia (1141 – presenza di un rudere).

Da qui il sentiero punta decisamente a S e avanzando tra rocce e boschetti si tocca prima la Rupe del Cane (1174 m) mentre, a un centinaio di metri più in avanti, (1221 m), un piccolo varco sulla destra in alto permette il passaggio che, salendo, conduce direttamente in cima al monte Cariusi. In questo luogo, nella notte tra l’1 e il 2 luglio 1857 giunse la colonna degli uomini del Pisacane sopravvissuti all’eccidio di Padula. Si era alle porte del caseggiato di Sanza, ma ormai la stanchezza, il lungo digiuno e la paura fecero cadere nel sonno quel triste e sventurato manipolo di uomini provati nel fisico e nell’animo. Dal monte Cariusi si guadagna il sentiero che scende e porta direttamente a Sanza. A circa 300 metri s’incontra la Fonte dei Cariusi (1213 m) e fu in questo posto che, probabilmente, il Pisacane decise di abbandonare il sentiero e puntare invece nel vallone che s’apriva giù in basso, verso SE. Così, serpeggiando nella folta boscaglia del Filo della Quercia si raggiunge, in precipitosa discesa, dopo un non facile cammino, la testa del Vallone dei Diavoli (668 m).

All’alba del 2 luglio questi scesero verso valle per ritrovare la strada smarrita la sera prima e giunti a meno di un chilometro da Sanza, la guardia urbana locale individuava da lontano i fuggitivi che proseguivano marciando uniti proprio all’altezza del Vallone dei Diavoli in contrada Papaleo lungo le falde di Colle Parmariello (1005 m). In un campo (580 m) di alberi di celso, all’altezza di contrada S. Vito, proprio allo sbocco del Vallone dei Diavoli, sorpresi dai borbonici di Sanza, cominciarono a udirsi le prime scariche di fucileria. I rivoltosi, demoralizzati per le continue sconfitte e distrutti dalla fame e dalla stanchezza, si dispersero scappando all’impazzata verso tutte le direzioni cercando così di correre ai ripari. Il Pisacane e quel che restava dei suoi uomini non risposero al fuoco; vide quella massa inferocita di gente armata di falci, rastrelli, forconi, roncole, picconi, pugnali e bastoni avvicinarsi sempre di più ed egli, fedele ai suoi principi di non recare alcuna ostilità contro i suoi “fratelli del Sud” e credendo ancora di avere una possibilità di potersi salvare insieme a quelle poche decine di uomini (27 in tutto) rimastigli vicino, in quel drammatico momento, si alzò ritto in piedi, con le braccia conserte in posizione di attesa. Non fece in tempo che pronunziare una sola parola: “Fratelli…!” che una scarica di fucileria fu riversata contro quel manipolo di disperati. I bifolchi, eccitati dal fatto che non avevano ormai più un capo che li guidasse, piombarono addosso a quei poveretti e compirono un’autentica carneficina sgozzando e mutilando i poveri resti di quei cadaveri scaraventando i martoriati corpi giù per una scarpata e dando fuoco a ciò che restava degli ultimi componenti della sfortunata Spedizione di Sapri. Fu così che a Sanza il buio calò per sempre su una delle pagine più tristi e dolorose della storia risorgimentale italiana.

Il nostro lungo itinerario a seguito dei luoghi attraversati dagli uomini della Spedizione di Sapri guidati da Carlo Pisacane, dopo aver disceso lungo tutta la sinistra orografica del Vallone dei Diavoli, ha termine all’altezza del km 11 (in contrada S. Vito – 562 m) sulla Strada Statale n. 517, a un chilometro fuori dell’abitato di Sanza. Qui oggi un cippo ricorda il martirio di quegli uomini che sacrificarono la propria vita per gli ideali di libertà.