Bucureşti (Bucarest, Romania) a spasso per “Lipscani”

Passeggiare per il quartiere più antico della capitale rumena, LIPSCANI, è come attraversare in un arco spazio/temporale la storia di un paese. Col termine “Lipscani” (città vecchia) si identifica il centro storico che si estende al di sotto di Plata Universitatii e che risale al XV e al XVI secolo. Il nome deriva da Lipsia, città della Sassonia da dove provenivano molti mercanti tedeschi che giungevano a Bucarest per sbrigare i loro affari. Il quartiere si racchiude in un quadrilatero di circa 100 metri ove in pochi minuti di cammino si toccano – con mano – la storia, le tradizioni e l’autentica essenza dei “bucuresteni“. Ancora oggi la toponomastica di molte delle strade che fanno parte del quartiere hanno nomi derivati dalle attività artigianali e commerciali che vi si svolgevano. Una magico intreccio, una piacevole intersezione di vie, vicoli e slarghi in cui sono raccolti tanti ristoranti, numerosi locali e i vivaci colori di pub e negozi che si animano durante il giorno e così fino a tarda sera…

Chi per la prima volta giunge a Bucarest non puoi non andare in questo quartiere; pittoresco e particolare al tmpo stesso. Lipscani è l’arteria principale, ed è più nota e più turistica della stessa città vecchia. Sebbene sia una città ancora poco conosciuta, negli ultimi anni la città ha assistito a un incremento del turismo e, a poco a poco, si sta trasformando in un punto di riferimento turistico. Ci si sente subito coinvolti in questa esplosione di vita, di voci, di colori, di suoni, di canti e di festevole bolgia; si mangia, poi, veramente con poco e c’è l’imbarazzo della scelta dei locali. Bucarest possiede un ricco passato tale da offrire al visitatore curioso che, ad ogni passo per la capitale, ha la possibilità di immergersi in un viaggio attraverso la storia e la memoria di una città, nel cuore dell’europa orientale, dal fascino tutto particolare. L’aspetto generale della città, che oggi è un mix unico di palazzi novecenteschi, con ampi parchi e giardini, risulta ancora immaginare un bel po’ di atmosfera post-sovietica.

Lipscani è – non ha torto – considerato un pò come il “cuore medievale di Bucarest“; pittoresco e raccolto al tempo stesso, dove è piacevole passeggiare e scoprire sempre nuovi angoli. Il centro storico di Bucarest è un mix di locali all’ultima moda, distribuiti un pò ovunque e che si alternano a meravigliosi edifici storici di pregiato valore artistico e culturale. Anche in bassa stagione qui, a Bucarest, c’è sempre movimento: artisti di strada, luci, locali sempre aperti, chi legge alla fermata dei bus, chi per strada vende (per raccogliere qualche spicciolo alla giornata) utensili in legno fatti a mano; insomma, non c’è da annoiarsi! Molto interessante è fare un giro nella città vecchia, che oggi è il centro turistico della città, e compiere una visita alle numerose chiese ortodosse, imponenti dall’esterno, straordinariamente belle dall’interno. Da notare in giro, agli spigoli dei palazzi più vetusti, apposite targhette marroni sui muri, stanno ad indicare che i palazzi sono di interesse storico!

Bucarest è bella di giorno, con edifici d’epoca parzialmente ristrutturati e piccoli shops di prodotti artigianali; ma ancor più bella la sera quando s’illumina delle luci dei tanti locali, ristoranti e pub che animano le serate rumene. Il centro storico di Bucarest è uno straordinario mix architettonico, che sorprende per le sue molteplici varietà stilistiche e decorative: dalle ville borghesi alle residenze gentilizie di grandissimo splendore che ci ricordano le remote epoche imperiali, le contraddizioni sociali e gli sconvolgimenti politici, fino ad arrivare presso le gigantesche costruzioni di foggia comunista, testimoni dei capitoli più bui del dittatoriale passato rumeno.

Il “quadrilatero” di Lipscani, non troppo grande ma comunque pieno di interessanti palazzi e locali bellissimi, sembra che racchiuda davvero un sacco di cose al suo interno: cominciando a partire dalle tracce della storia della città, più o meno recuperate per quello che la storia ha permesso, e tanta vita e gioia di vivere, che si manifesta da tarda sera in poi nei tanti locali che affollano le poche vie di questo simpatico isolato. Bucarest è da vedere ma, soprattutto, vivere sia di giorno che di sera… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ROMANIA (antica “DACIA”): un tenebroso viaggio tra le meraviglie della Transilvania

Tra leggendari ed austeri castelli, fiabesche residenze reali, borghi medioevali, foreste incontaminate, immense pianure coltivate a grano e girasoli, un mare “chiuso” che fa da ponte tra oriente e occidente, antichi villaggi rupestri che tramandano gli usi e le tradizioni della Dacia più remota, le imponenti e monumentali architetture di passate dittature, edifici sacri intrisi dell’essenza di aromatici incensi ed impreziositi dagli affreschi di matrice greco/copta/ortodossa. E poi ancora, tanta di quella storia, cultura, arte, religione e tradizioni da riempire interi volumi di geografia; questa è la Romania…

La TRANSILVANIA è, sicuramente, una delle zone più belle e intriganti d’Europa; essa si estende alle pendici dei monti Carpazi ed è la culla di tradizioni e culture storiche da sempre frequentata da Sassoni, Tedeschi, Ebrei e Magiari (ungheresi). Ma più di ogni cosa, la regione è conosciuta in tutto il mondo per le leggende che ruotano intorno al personaggio letterario di Vlad (di Valachia), meglio conosciuto come conte Dracula, ispirata al cupo e tenebroso “VLAD l’impalatore“.

Il viaggio cosiddetto “trasversale” comincia addentrandosi attraverso rigogliose vallate, ricche di acque e di verde che fanno da proscenio al paesaggio della Transilvania. SINAIA è una modesta cittadina cresciuta lungo la principale arteria stradale che attraversa queste vallate; situata ai piedi dei monti Bucegi, durante l’inverno è un’apprezzata stazione sciistica con modesti impianti di risalita, essa rappresenta il varco d’ingresso alla regione transilvanica. Il luogo fu scelto dai reali tedeshi quale privilegiata residenza per le vacanze, tant’è che provvidero a far erigere un bellissimo maniero, il “Castello di PELES

Il Castello di Peles è un magnifico esempio di architettura neo-rinascimentale incastrato nella foresta e che s’apre – con suggestivi scorci ambientali – in un paesaggio da fiaba. Struttura in puro stile svizzero/bavarese esso racchiude un bellissimo giardino (all’italiana) ricco di statue, siepi, camminamenti, aiuole, fontane, giardini e terrazze. Fu costruito per volere di Re Carlo I e commissionato ad un architetto tedesco. Lo stile ricorda molto i castelli delle Alpi svizzere ed austriache; tra i particolari che risaltano, sono le tipche strutture tedesche a “graticcio” con particolari intagli lignei e decorazioni di varie scuole scultoree.

Pochi chilometri e si giunge al più “famoso” dei castelli della Transilvania, da tutti ricordato come la residenza del Conte Dracula: il “Castello di BRAN“, poderosa fortezza medioevale. Uno dei monumenti simbolo della Transilvania, e per estensione di tutta la Romania, questo magnifico castello situato nell’abitato di Bran, a 25 chilometri a sud-ovest di Brașov, è il luogo in cui si dice che Bram Stoker ambientò il suo romanzo Dracula. Per questo motivo, per molti turisti e stranieri questa austera fortezza è nota semplicemente come “Castello di Dracula”. Oggi, il castello di Bran ospita un museo che ospita opere d’arte e arredamenti collezionati dalla Regina Maria.

Non si può dire di aver conosciuto la Transilvania senza scoprire la sua “perla”: BRAZOV. Capitale culturale della Transilvania, un autentico gioiello di ispirazione medievale ed una delle città più turistiche della Romania. Affascinante e un po’ bohémien, Brașov è la principale città della Transilvania per importanza culturale e commerciale e si trova quasi al centro della Romania a 170 chilometri da Bucarest. Fondata dai cavalieri teutonici nel 1211 e fortificata dai Sassoni, la città è un dedalo di stradine, facciate barocche e guglie gotiche. Brașov è anche un ottimo punto di partenza per andare alla scoperta dei magnifici dintorni; circondata su 3 lati dai monti Carpazi, e meravigliosi boschi circostanti sono stati tutelati anche durante l’industrializzazione del dopoguerra.

Il monumento più famoso di Brazov è, sicuramente, la “Chiesa Nera” (Biserica Neagra), tra le chiese gotiche più famose della Romania. L’edificio, lungo 90 metri e con un campanile alto 65 metri, si trova in Piazza del Municipio ed è stata costruita tra il 1385 e il 1477. Nel 1689 un grande incendiò devastò gran parte della città e annerì le mura della chiesa, da allora deve il suo nome quei tragici eventi. L‘interno della chiesa è in stile barocco ed è riccamente decorato: colonne in pietra esagonali dividono le 3 navate. L’edificio ospita una tra le più grandi collezioni di tappeti orientali in Europa: 119 tappeti anatolici donati alla chiesa da alcuni mercanti tedeschi tra il XVII e il XVIII secolo come ringraziamento per essere sopravvissuti nelle terre barbare; oltre all’enorme organo del 1839, con oltre 4 mila canne. La chiesa comprende 6 portali in diversi stili architettonici, dal gotico al rinascimentale.

Girovagando ancora per Brazov, non si deve mancare di far visita alla Piata Sfatului Centrul Vechi. La bella Piata Sfatului, o “piazza del consiglio”, è la piazza centrale del centro storico. Su di essa prospettano case dell’800 e del ‘900, la maggior parte delle quali sono monumenti storici. Tra queste, la più importante in assoluto è la Casa Sfatului, o “Casa del Consiglio” (praticamente il Municipio), che dà il nome alla piazza. Essa risale al 1420 e oggi ospita il museo di storia della contea di Brașov. Dalla piazza si diramano le stradine del centro cittadino, tra cui la pittoresca Strada Republicii, interamente pedonale, e negli immediati dintorni si trovano alcune tra le principali attrazioni di Brașov, come la Chiesa ortodossa, il Muzeul Civilizației Urbane e la bella casa Hirscher.

C’è poi ancora da vedere a Brazov, oltre alla Sinagoga, anche la bella Porta di Caterina Centrul Vechi, o Poarta Ecaterinei, costruita a scopi difensivi nel 1559, per rimpiazzare la vecchia porta distrutta qualche anno prima da un’inondazione. Prende il nome dall’antico monastero di Santa Caterina, che qui si trovava in antichità. Le 4 torrette costruite sulla sua cima stanno a significare l’autonomia giuridica di Brașov nel Medioevo, e il conseguente diritto di applicare la pena capitale. Oggi, la porta di Caterina è l’unica rimasta in piedi tra le antiche porte della città, e si narra che nel medioevo, quando aveva il nome di Porta Valacce, era l’unica entrata per gli abitanti del vicino villaggio di Șcheii Brașovului, ai quali non era concesso di usare le altre 4 porte poichè, durante il regno dei Sassoni dal XIII al XVII secolo, ai romeni era proibito avere una proprietà all’interno delle mura cittadine; pertanto furono costretti a stabilirsi nella vicina Şcheii Braşovului, e potevano entrare a Brașov soltanto pagando un pedaggio all’ingresso della porta di Caterina.

Qui a Brazov termina questo primo “assaggio” di cultura e di bellezze naturalistiche della Romania. A presto con altre storie e raconti di questa straordinaria terra che fu l’antica Dacia romana, il cosiddetto “granaio dell’Impero“. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“CAMPANIA ZAINO in SPALLA” (di Andrea Perciato)

per conoscere, camminando a piedi e con lo zaino, una terra che si espande tra mito, leggende, storia, natura, cultura e tradizioni.

Un libro/guida che raccoglie 30 tra i più bei luoghi, percorsi e itinerari da scoprire, dal Matese al golfo di Sapri, camminando attraverso orizzonti dalle “Emozioni Possibili”. Un libro/guida che raccoglie alcuni tra i sentieri e percorsi più conosciuti e frequentati della regione, ed alcuni itinerari inediti e poco conosciuti al grande pubblico dell’escursionismo.

…quella volta che l’icona di una Madonna fu ritrovata presso un antico ponte romano …quella volta che incontrammo l’ultimo degli Uomini in Nero … quella volta che andammo alla scoperta di una valle dove l’armonia della natura si esalta nella bellezza dei suoni, dei profumi, dei colori … quella volta che seguimmo a piedi scalzi, le gesta e i rituali penitenziali delle antiche compagnie dei pellegrini in ascesa al “sacro” monte … quella volta che ci tuffammo in una baia ove le acque assumono tutte le più incredibili cromature che vanno dal verde e dal blù…

(226 pagine; 346 foto a colori; 1 foto in b/n; 30 itinerari, sentieri e percorsi; 30 schede tecniche dedicate; 30 cartografie a colori redatte dalla geologa dott.sa Paola Napolitano; Edito da ’’VIESSE’’ Angri SA)

I LUOGHI TOCCATI DAGLI ITINERARI contenuti in “CAMPANIA ZAINO IN SPALLA”

*) Itinerario 1: La GALLINOLA (gruppo monti del Matese) ;

*) Itinerario 2: CASA HYRTA (borgo Medioevale di Caserta Vecchia e monte Virgo);

*) Itinerario 3: SANNIO, valle del Calore… una Vergine tra le Janare;

*) Itinerario 4: Monti del PARTENIO: l’ultimo dei “Carbonai” gli uomini in nero;

*) Itinerario 5: PROCIDA… un’isola da camminare!

*) Itinerario 6: “Pithecusa” isola d’Ischia, al monte Epomeo (dimora del gigante Tifeo);

*) Itinerario 7: Capri, cosa c’è nel cuore dell’isola più bella al mondo?

*) Itinerario 8: Punta Campanella, dal monte S. Costanzo alla “Via Minerviæ/Athena”

*) Itinerario 9: “Sentiero degli Dei” camminando sospesi tra cielo e mare;

*) Itinerario 10: La Via maestra dei Villaggi: da Amalfi a San Lazzaro di Agerola;

*) Itinerario 11: al Vallone delle Ferriere, (le antiche “Cartiere” della valle dei Mulini);

*) Itinerario 12: “Phlegrayon Oros” lungo i “cognoli” intorno al Vesuvio;

*) Itinerario 13: al Pizzo San Michele, la sacra altura dei “Picentini occidentali”;

*) Itinerario 14: al monte Terminio, ‘o Muntagnone!

*) Itinerario 15: al monte CERVIALTO, il “principe” dei Picentini;

*) Itinerario 16: Olevano, la Grotta dell’Angelo (di San Michele) o di “Nardantuono”;

*) Itinerario 17: nella Valle della Caccia, “armonie” della natura Picentina;

*) Itinerario 18: Buccino: “quando parlano le pietre” tra città del sotto e città del sopra;

*) Itinerario 19: a Caggiano, per la strada nella roccia sulla “Via dei Templari”;

*) Itinerario 20: sulla “Via delle Taverne” per l’antica “Popilia-Regio/Capuam”;

*) Itinerario 21: “Antece” (Alburni), come un guerriero si tramutò in roccia;

*) Itinerario 22: la “Reneè way” lungo la “Via dei Francesi” al monte Tresino;

*) Itinerario 23: Teggiano, “città Museo”: quando le pietre hanno un’anima;

*) Itinerario 24: al monte Motola, lungo i sentieri dei boscaioli;

*) Itinerario 25: armonie di un Cilento “ritrovato”: Roscigno vecchia, Sammaro e Sacco;

*) Itineraio 26: al monte Cervati, tra le copiose foreste del “gigante” del Cilento;

*) Itinerario 27: al monte Sacro-Gelbison, lungo l’antica “via dei pellegrini”;

*) Itinerario 28: Felitto, al “centro della Terra” nelle gole del fiume Calore;

*) Itinerario 29: al monte e punta Licosa, lungo la costa degli “alberi danzanti”;

*) Itinerario 30: alla Baia di Punta degli Infreschi, ove l’arcobaleno si “tuffa” nel mare.

Per richiedere copia del libro/guida scrivere mail a: campaniazainoinspalla@gmail.com oppure contattare il n. (0039) 339 745 6795

ISCHIA island: nel cuore della verde “PITHECUSA” tra case rupestri in pietra lavica

Camminando alla scoperta delle antiche case in pietra (lavica), i “cellai” opure scavate nel tufo, nascoste nel cuore di questa “isola verde“, sospesa tra cielo e mare, in un azzurro che si perde all’infinito. L’escursione si propone di far conoscere e apprezzare più da vicino, lontani dalla bolgia vacanziera, tra panoramici sentieri da cui si godono paesaggi spettacolari, quegli aspetti così ricchi e misteriosi di un remoto mondo rurale che ha sempre dovuto confrontarsi con una natura spesso aspra e tumultuosa ma pur sempre accogliente, tutti questi segni di una lontana civiltà contadina da sempre protesa nel mare.

Tutta verde e circondata d’azzurro, così si presenta oggi al visitatore la bellissima isola d’Ischia, protesa sul golfo di Napoli a chiudere l’arco costiero dei Campi Flegrei. Originariamente indicata sulle carte come “ENARIA” viene considerata come la più antica presenza della colonizzazione greca del Mediterraneo occidentale, per essere stata fondata, nel 780 a.C. dagli Eubei, coloni ellenici provenienti dalla Caledonia. In relazione alla sua natura di origini vulcaniche le fu dato il nome di “PITHECUSA” che significherebbe “isola delle scimmie“, da identificarsi con i terrificanti Ciclopi, mitiche popolazioni che abitavano – appunto – le zone vulcaniche; il nome potrebbe derivare anche dall’antico “pithon” che in greco significa “vasi di creta“.

Per chi desidera conoscere l’isola d’Ischia e – soprattutto – per chi ha il piacere di poterla ammirare dal suo punto più elevato, questa escursione (con traversata) al monte Epomeo da Serrara Fontana a Forio, è una proposta interessante. L’Epomeo è il punto più elevato dell’isola e domina l’intero golfo di Napoli; è un vulcano spento (fermo dall’ultima eruzione del 1866) completamente circondato da boschi (pinete e castagneti) e meta tra le più frequentate dagli escursionisti. Il suo punto più elevato emerge da una copiosa foresta con le sue bianche e spettacolari creste in tufo. Proprio sotto la sua cima vi è incastrato – da secoli – nella viva roccia tufacea, l’Eremo di San Nicola. Il panorama che si gode dalla cima spazia, per 360° dalle rupi del Circeo, con le isole di Ponza e Ventotene a nord, l’ampio arco costiero del golfo di Napoli a oriente coronato dalle cime appenniniche del Matese, del massiccio del Taburno e l’inconfondibile cono del Vesuvio, la cresta dei monti Lattari e l’Appennino campano, poco più a sud.

Fontana-Serrara è il nucleo abitato più alto (452 m) dell’isola d’Ischia. A ridosso della parte orientale delle ultime case, parte la salita che punta alla nostra meta: il monte Epomeo, grossa mole tufacea posta al centro dell’isola, e interessato da manifestazioni sismiche e vulcaniche. Epomeo sta a significare: epopon o epopos (io guardo, io miro), oppure da epechon, carbone ardente. La ripida salita si presenta con pietre irregolari e scorre attraverso castagneti; Nei pressi di un bivio (582 m) si sale in alto a sinistra per un sentiero scavato nel verde tufo, attraverso ambienti naturali di rara bellezza (boschi di castagno, pinete, dai pioppi, dalle ginestre e un sottobosco ricco di felci).

Al termine della pista compare uno stretto canyon il paesaggio s’apre con ampie vedute paesaggistiche. A 680 m sulla sinistra si stacca un sentiero che porta alle creste della Monticella e alla Pietra dell’Acqua. Prendendo a destra, invece, si transita nel solco del canalino; alcuni gradini sistemati con pali in legno conducono in poche decine di minuti allo spiazzo sottostante la cima. Poco più su si superano camminamenti su rocce in tufo e si giunge, così, ai 787 metri del monte Epomeo, il punto più elevato dell’isola. Da qui si godono straordinarie vedute panoramiche: ad E spicca il monte Trippodi (503 m) e, più oltre, l’isolotto del Castello Aragonese ad Ischia Ponte.

Poco più sotto, verso N, si aprono i valloni di Bianchetto e di Cantone, da cui emerge la punta di Capo dell’Uomo (721 m); più oltre si vede il frastagliato profilo della costa settentrionale con Casamicciola e il caratteristico Fungo (scoglio tufaceo) di Lacco Ameno. Ad W le ondulazioni della Falanga con il monte Nuovo (513 m) fino alla costa di Punta del Soccorso, il Torrione di Forio e il bianco faro di Punta Imperatore; a S s’apre la bellissima baia di Punta Sant’Angelo. Scrutando oltre l’orizzonte è possibile vedere, le isole Pontine, la costa che va dal golfo di Gaeta fino ai Campi Flegrei, la città di Napoli, il Vesuvio, la Penisola Sorrentina e Capri.

Una rete di sentieri sale fino alla vetta; la cima dell’Epomeo è il più alto monte di tufo verde (trachitico) che esista nel Sud Italia, ed occupa un preesistente cratere in cui si riconoscono le pareti boreali. Poco sotto la cima giace, nella roccia tufacea, l’Eremo di S. Nicola (XV secolo), complesso rupestre sorto nel 1400, eretto forse sui resti di una preesistente costruzione. Il complesso ospitò piccole comunità cenobite che, in cerca di isolamento, preferivano località difficilmente accessibili. Fin dalle origini il luogo costituì un buon osservatorio per lanciare allarmi di pericoli provenienti dal mare.

Al suo interno, una cappella ricavata nella roccia scavata secondo una precisa geometria di archi a volte, mentre marmi e maioliche policromate decorano le pareti interne, statue ed immagini del Santo sono sul piccolo altare da cui spicca la bianca balaustra in marmo. Questi abbellimenti decorativi furono voluti dal più noto degli eremiti che vissero quassù: il fiammingo frà Giuseppe d’Argut, che nel ‘700 fu Governatore dell’isola e, come narra la storia, in seguito ad un voto fatto a S. Nicola, si ritirò a vita su nell’eremo in cima all’Epomeo, conferendogli l’aspetto odierno che tutti noi oggi ammiriamo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

S. ANGELO le FRATTE (PZ)… tra incredibili murales e l’essenza del mosto in antiche cantine

Continue catene di monti si alternano ad altipiani e conche carsiche; insieme costituiscono la dorsale di una delle propaggini del frastagliato Appennino meridionale in cui emergono paesaggi forestali intervallati da brulli crinali calcarei dominati dai venti di quota. Nella fascia pedemontana, là dove il bosco si presenta discontinuo, come l’impenetrabile foresta del bosco della Tirata che fa da proscenio all’abitato, ove il paesaggio appare piuttosto frammentato alternando piccoli campi a radura, oppure fasce di macchia a lembi di querceta. Spiccano, su tutte, le cosiddette colture graminacee quali il grano, il granturco, l’orzo, i legumi e il foraggio.

Diffusi, seppure in maniera discontinua, i vigneti, gli uliveti e i frutteti che si alternano all’interno di seminativi. Queste sono le caratteristiche ambientali di Sant’Angelo le Fratte (560 m) uno dei centri più antichi e meglio conservati dell’intero bacino del Melandro. Sicuramente fu un castrum sorto intorno ad un convento di origine basiliana col nome di Sancti Angeli de Fratis. Successivamente si ritrova la stessa località, sorta alla base di irte pareti rocciose, indicata nella Carta Vaticana (del 1572-1585) con un altro nome: S. Agostino de Fratte. Tra le sue mura conservò una delle prime macchine per la tipografia e le stampe presenti nel Mezzogiorno; in uno dei suoi edifici sacri si conserva la statua di Santo Stefano, presente nell’antica cappella di Satrianum fino alla metà del XV secolo e, successivamente, collocata in S. Angelo.

Da non perdere una visita alla Chiesa di Santa Maria ad Nives composta da tre navate e a croce latina; alla Chiesa dell’Annunziata con sculture lignee di stampo fiammingo e – soprattutto – alla singolare “Cupa delle Cantine”, un vicolo che serpeggia nella parte più alta e più antica dell’abitato, ove anche nelle più calde giornate estive sostare di fronte agli ingressi di queste grotte che ospitano le cantine, procura una piacevole sensazione di fresco. Sant’Angelo è un continuo sovrapporsi e intrecciarsi di stradine scolpite (o ricavate) nella viva roccia ove l’essenza del muschio sulle pareti e il profumo del mosto che sale dalle cantine, là dove non giunge mai il sole, diviene l’aroma conduttore di un “vissuto” ricco di storia che si rispecchia nella quotidiana semplicità del presente, riflettendo arcaiche culture che da secoli sono in continua simbiosi con la natura circostante.

Tra gli attrezzi in uso della civiltà rurale di un tempo spiccano “‘O Strasceno”, particolare attrezzo per il trasporto di covoni in fieno lungo le pendici erbosi di Campo di Venere e la “rodda”, un canestro realizzato in ferro per trasportare il fieno a dorso di mulo. La sorpresa per chi giunge la prima volta in queste contrade è quella di poter godere una concentrazione di prodotti artistici, architettonici, storici ed urbanistici; di stili plastici e ornamentali che si respirano tra i vicoli stretti intorno alle case più antiche, tra i silenziosi cortili, i selciati in pietra delle stradine su cui s’affacciano gli androni avvolti dalla penombra, e i portali che si susseguono in pieni e vuoti chiaroscurali ricchi di testimonianze storiche.

Gemme stilistico-decorative e luoghi memori di un glorioso passato (chiese e cappelle di matrice basiliana, palazzi gentilizi, cortili selciati, vicoli adombri, ecc.) sono tesori, questi, che hanno avuto un loro massimo splendore nell’evo antico e che evidenziano, ancora oggi, gli innumerevoli capolavori di arte e di storia nascosti nell’intenso labirinto dei loro tessuti urbani più reconditi, dietro ad ogni angolo, all’incrocio con stradine “incise” nella viva roccia. (testo ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Bulgaria: SOFIA (София), allegorie di luci e colori tra chiese, moschee e sinagoghe

SOFIA (София), capitale della Bulgaria, non è una megalopoli, piuttosto una grande città, bella accogliente, modera ma – al tempo stesso – ricca di contraddizioni. Il suo bellissimo centro, fatto di sontuosi palazzi e belle chiese (di rito ortodosso) ricche di opere d’arte sia religiosa che popolare, nonché i suggestivi resti (area archeologica) d’epoca romana della “città del sotto” con le sue terme e le sorgenti che ancora oggi erogano fontanili d’acqua termale, possono essere scoperti camminando semplicemente a piedi…

Singolare è la presenza, nel raggio di meno di 300 metri, dei luoghi di culto delle principali religioni monoteiste: la Sinagoga (costruita nei primi anni del XX secolo è la più grande sinagoga sefardita d’Europa), la Moschea (di Banja Baši, costruita dal celebre architetto ottomano Sinān nel XVI secolo, è la principale testimonianza della dominazione turca sulla città) e la Cattedrale (di Santa Domenica, costruita nella seconda metà del XIX secolo, andò distrutta nel corso di un sanguinoso attentato nel 1925).

Qua e là spuntano cupole dorate, moschee d’origine turca e palazzoni grigi (quasi tetri) di stampo architettonico puramente sovietico. Le principali (e più interessanti) cose da vedere, sono tutte raccolte nel centro, lungo la principale via acciottolata di Tsar Osvoboditel e la bella, viva e accogliente area pedonale del principale corso (boulevard) di Vitosha. Sofia è una città ricca di aree verdi, con diversi parchi ben curati e montagne ricche di boschi appena nella circostante area periferica, a pochi chilometri dal centro. Gli abitanti della città non perdono occasione di rilassarsi bevendo nei bar all’aperto per le strade del centro e passeggiare in uno dei tanti spazi verdi.

Tra le cose assolutamente da non perdere a Sofia ci sono sicuramente:

Cattedrale dedicata al principe russo Alexandar Nevsky: con le sue cupole d’oro, la cattedrale è la più grande chiesa ortodossa del paese (può contenere fino a 5000 persone!), principale monumento della città. Questa chiesa fu costruita nei primi anni del ‘900 per commemorare i 200000 soldati russi che persero la vita combattendo per l’indipendenza bulgara. Da lontano sembra una bomboniera con le sue cupole dorate, con uno stile architettonico che si rifà all’oriente (richiamo alle moschee). Lo stile è neobizantino e all’interno, che si presenta maestoso e imponente, risaltano splendidi affreschi, dei bei mosaici, grandi lampadari e troni in alabastro; nei sotterranei, invece, la cripta ospita le tombe dei re bulgari ed antiche e preziose icone. Di sera, illuminata dai fari che la circondano, crea una skyline molto suggestiva. Nella parte verde che circonda la cattedrale c’è un piccolo mercatino molto carino con delle bancarelle che vendono icone e vecchi cimeli sovietici.

Chiesa russa di San Nicola (Tsurkva Sveta Nikolai) Chiesetta immersa nel verde molto graziosa che si trova in un punto particolarmente pittoresco, essendo stata costruita all’inizio del XX secolo nello spazioso boulevard dedicato allo zar Osvoboditel. Piccola e splendida chiesetta ortodossa, realizzata in puro stile russo, nei primi decenni del 900′. La chiesa è troppo carina, con le sue splendide cupole dorate all’esterno e i fantastici affreschi all’interno, l’ingresso è gratuito e merita assolutamente una visita. In questa chiesa si avverte, più che altrove, quel forte senso di fede da parte dei suoi fedeli di rito ortodosso; le donne vi accedono tutte con il capo coperto e tutti partecipano intensamente alla funzione. Al suo interno, molto singolare risulta essere il rito dei “bigliettini dei desideri” su cui possono essere scritti i desideri dei fedeli che poi si imbucano in una urna appositamente predisposta; narra la tradizione che poi, questi… si avverino!

Chiesa di Boyana, ai piedi dei monti… Ad appena 12 km a sud della periferia di Sofia, compare questa chiesetta chiesa del ‘200, patrimonio dell’UNESCO posta ai piedi della montagna. Piccola, bella, con numerosi affreschi dell’arte medievale. In quanto piccola, è consentito entrare poche persone alla volta e per breve tempo. Essa conserva, al suo interno, affreschi e particolari risalenti a moltissimi secoli fa. Patrimonio UNESCO e testimonianza dell’incredibile patrimonio artistico della Bulgaria, questa meravigliosa chiesetta è da non perdere assolutamente. L’edificio è davvero impressionante, non tanto per le sue dimensioni (in realtà piuttosto piccole) quanto per la bellezza dei numerosi strati di affreschi che ne decorano l’interno. La chiesa è circondata da un grazioso giardino, nel cui cimitero è sepolta la zarina Eleonora di Reuss-Köstritz (1860-1917). Atmosfera particolarissima, ciò che si vede, unito all’atmosfera di serenità, risulta essere davvero impagabile: quelli alle pareti sono affreschi che risalgono al 1200; fuori, alla base di giganteschi alberi, singole croci in pietra finemente scolpite in stile ortodosso emergono tra i fili d’erba, e ricordano vecchie sepolture nei prati adiacenti la chiesa. (testi ©Andrea Perciato; foto ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CILENTO, a spasso tra vigneti e cantine nella Valle del Calore

Una cultura che appartiene intimamente al territorio campano: dalla costa al suo cuore più interno la viticultura diventa la massima espressione dell’incredibile armonia che esiste fra terra, clima e uomini capaci di trasformare i frutti della natura in “nettare degli dei”.

Avvicinarsi alle secolari tradizioni vinicole in Campania, e – in special modo – nella valle del fiume Calore (cuore del Cilento) – significa scoprire un mondo inaspettato che conserva una complessa varietà di produzioni enologiche dai caratteri unici. Per raccontare al meglio cultura e atmosfere di questa terra del vino, abbiamo intrapreso un viaggio attraverso le “Terre del Rosso” doc e alla gente che qui, in questi territori, ci vive e lavora. Sono proprio loro ad accompagnare il lettore ed il viaggiatore presso singole zone di produzione avvicinando curiosi e appassionati alla scoperta e conoscenza dei pregiati vitigni locali.

L’Aglianico, così come anche altri pregiati vitigni come il Barbera, il Lambrusco, il Malvasia, il Piedirosso e il Trebbiano, è un vino d’eccellenza. Eccellenze, appunto, questo è il termine che viene in mente riferendosi ai vitigni che ammantano le sponde della valle del fiume Calore, nel suo tratto intermedio, proprio nel cuore del Cilento. Questo vitigno ottiene il prestigioso marchio D.O.C. (Denominazione di Origine Controllata), per decisione della commissione regionale che riscontra il suo “particolare pregio”, in seguito a indagini sui campioni di cinque annate a partire dal 1987.

Il vino si ottiene dalla vinificazione di uve prodotte dal vitigno Aglianico. La zona di produzione di questo vino si estende nella bassa valle del fiume Calore. Tutto intorno si estendono i vigneti di Aglianico, che ricoprono le dolci colline del paesaggio cilentano. Non mancano le suggestioni di un’urbanistica che ha conservato il fascino sottile e coinvolgente dei borghi medievali, tra antichi palazzi nobiliari e la storia di questi luoghi, dal fascino suggestivo e – per certi versi – ancora misterioso, che affonda le radici in una forte e intensa tradizione popolare che rende leggenda ogni pietra, ogni zolla di terra, ogni profilo montuoso, ogni ansa fluviale che caratterizza questo territorio; siamo a pochi chilometri dalla città d’origini lucane di Poseidon/Paestum che influì, per secoli, l’intera zona. In paese sono pienamente funzionanti diverse cantine, alcune a conduzione familiare, ognuna con le sue inconfondibili caratteristiche, che invitano a scegliere tra le tante bottiglie particolari, che regalano la possibilità di abbinare gusti diversi a piatti diversi.

Castel San Lorenzo (m 358) vanta una fama internazionale per l’intensa coltivazione della vite e per la produzione dei suoi vini DOC. Dalle adiacenze del locale campo sportivo (m 266) ha inizio un sentiero che corre, tra la vegetazione, fino a guadare il torrente Lumugno (m 136) circondato da un’intensa macchia mediterranea. Sulla riva opposta del fiume c’è una pista carraia che prosegue lungo il sentiero che costeggia il torrente fino al punto di confluenza (m 141) con il fiume Calore dove – visto il basso fondale – è possibile guadare e raggiungere la sponda opposta completamente immersa nel verde dei vigneti e nell’argento degli uliveti.

Presso alcune case isolate compare la struttura di un ponte in ferro che permette il collegamento alla riva opposta del fiume. Da qui un sentiero attrezzato con passamani in legno raggiunge (m 159) la rotabile che porta a Felitto. Si prosegue ancora tra vitigni, masserie e casolari di campagna fino al ponte sul Calore in contrada Vigna, superato il quale, si attraversano ampi filari di vigneti in un’apoteosi di vitigni tra cui aglianico, barbera, piedirosso, lambrusco, malvasia e trebbiano. Dal ponte, si risale nuovamente passando per l’antica Cappella della Madonna della Stella e raggiungere, così Castel San Lorenzo all’altezza di Palazzo Vigna, concludendo questo splendido circuito intenso di profumi, di odori, di spezie, di sapori e di colori. (testo e fotografie di ©Andrea Perciato)

Bulgaria: Седем рилски езера, Sedem rilski ezera… una meraviglia nel cuore dei Balcani!

Come sette gemme che riflettono i colori del cielo, sono un gruppo di laghi di origine glaciale  sono dei gioielli incastonati tra le montagne che sorgono a circa 100 km da Sofia (2h in auto, nel NW della Bulgaria). L’altitudine di questi 7 laghi varia fra i 2.100 e i 2.500 metri sul livello del mare e sono una delle attrattive principali di tutto il paese e dell’area balcanica. Essi traggono la loro toponomastica dalle caratteristiche naturali e ambientali che li contraddistinguono: Salzata” (la lacrima), “Okoto” (l’occhio), “Babreka” (il rene), “Bliznaka” (il gemello), “Trilistnika” (il trifoglio), “Ribnoto Ezero” (lago pesce), “Dolnoto Ezero” (lago inferiore). Queste sono le attrazioni naturali più famose del paese. Situati nella parte settentrionale della catena montuosa del Rila e formatisi in seguito a processi di fusione dei ghiacci.

Queste montagne sono abbastanza facili da raggiungere e relativamente semplici da percorrere. Il periodo migliore per visitare le montagne della Bulgaria è d’estate perché durante le stagioni più fredde l’acqua ghiaccia fino a raggiungere i due metri di spessore. Non è il nostro caso perché siamo in luglio e la giornata è meravigliosa. Raggiunti il piccolo villaggio di Spareva Banya, l’ultima località ai piedi del massiccio, c’è la base di una seggiovia. Si sale sul sedile a due posti e in meno di mezz’ora – si viene accolti tra i profumi intensi dei boschi di abete, di larici e di betulle e dal silenzio assoluto che si rincorre in ogni angolo della foresta – si raggiunge finalmente il Rifugio, base di partenza per tutte le escursioni in quota: e poi… benvenuti in paradiso!

Da quassù, basta volgere lo sguardo a 360° per rimanere estasiati dalla bellezza offerta dai panorami mozzafiato e dai paesaggi che si rincorrono di orizzonte in orizzonte; qui l’aria è limpida e cristallina, la natura meravigliosa delle montagne circostanti rende i panorami mutevoli ad ogni passo compiuto. Dal rifugio, che qui chiamano capanna… ci sono due diverse opzioni per compiere un’escursione, una (a sinistra del cartello) che per breve discesa conduce solo a vedere un lago e tornare al rifugio; l’altro percorso (alla destra del cartello ingiallito, porta in salita), arranca per una serie di gradoni sistemati con listelli in pietra (ardesia, calcare) mentre il resto del sentiero, appena guadagnati quota si addolcisce divenendo subito dopo piatto.

La vegetazione scompare quasi del tutto, se non la presenza di sporadiche macchie di pino mugo, di erbe officinali, di cespugli di timo e qualche singolo esemplare di orchidea selvatica. Passo dopo passo si gode della vista sulla destra del profilo di creste rocciose che ondeggiano nel cielo azzurro, mentre sulla destra una comoda palizzata realizzata con palificazioni in legno, consente di poter ammirare delle vedute panoramiche lungo il sentiero davvero stupende, con – laggiù in fondo – i due specchi lacustri che riflettono le cime circostanti come in un anfiteatro naturale (simili per paesaggi a qualche nostra  montagna dell’Appennino): quello più in basso, sulla sinistra è “Okoto” (l’Occhio), un autentico paradiso per gli appassionati di fotografia.

Potrebbe sembrare difficile l’aver superato il primo tratto in ascesa perché il primo crinale, a vista d’occhio, sembra essere davvero molto ripido. Ma, guadagnando quota passo dopo passo, e dopo aver superato il primo ostacolo, diventa più facile camminare in quota. Il “Lago Inferiore” che si vede laggiù in fono sulla sinistra è, come è ovvio dal nome, il più basso di tutti i sette laghi di Rila, il che significa che raccoglie l’acqua da tutti loro, attraverso numerosi corsi d’acqua e cascate che, incanalate secondo naturali ruscelli di deflusso, alimentano le acque del lago. Dal primo lago la vista è mozzafiato e sotto di noi lo specchio d’acqua di origine glaciale riflette le montagne innevate.

Si prosegue orientandosi grazie alle poche rocce segnate con tratti di colore giallo che si susseguono ad una segnaletica che riflette i colori nazionali della bandiera bulgara (bianco, verde e rosso) che ritroviamo percorrendo salite tra pietre (spesso) pericolanti e ruscelletti, fango e – fino a tarda primavera – neve sciolta. Alcuni tratti sono in salita, altri invece scendono per alcuni metri. Giunti in quota, presso un bivio si prende (alcuni metri su una passerella in legno) a destra e in pochi minuti si raggiungono le sponde dello specchio lacustre che, sicuramente, si aggiudica la medaglia d’oro per essere il più bello: il “Babreka” (il rene). Il primo lago che si vede da vicino, nel senso che si toccano le sponde e la superficie, da vicino si chiama il “rene”, per la sua particolare forma simile all’organo; camminando verso il rene, si possono scorgere il lago inferiore, il lago dei pesci e il trifoglio dall’alto.

Il Kidney Lake (cioè il “rene”) ha le rive che si dividono in due parti differenti; dal lato occidentale sono più ripide, con conoidi di deiezione, residui di ghiacciaio e pareti rocciose che sprofondano direttamente nelle acque, mentre sulla sponda orientale, laddove scorre il sentiero, sono possibili toccare le acque e percepirne la temperatura, oltreché scorgere particolari specie ittiche che vivono in questi fondali. Questo lago è molto popolare, parzialmente a causa del suo nome, parzialmente perché qui si convergono i due possibili percorsi intorno ai laghi. Quindi, raggiungendo questo punto dell’escursione, spesso ci si trova di fronte a un dilemma: compiere una piccola svolta, continuare a camminare e tornare al rifugio e alla seggiovia, oppure superare un altro ostacolo e raggiungere, per un impervio sentiero, i due specchi lacustri superiori (non visibili) della “Salzata” (la lacrima), e dell’ “Okoto” (l’occhio). La risposta viene data dal sopraggiungere improvviso di un acquazzone che impedisce di salire e vedere gli ultimi due specchi lacustri del famoso “giro” dei 7 laghi.

Siamo sul crinale del “rene” e si decide per la via del ritorno e quale pista prendere per proseguire il circuito. I Sette laghi di Rila fanno parte del Patrimonio mondiale dell’UNESCO, e tra le curiosità che li circondano, oltre alla loro bellezza e particolarità, vengono considerati “sacri” per la “Fratellanza bianca” fondata dal Maestro Petar Danov (col nome spirituale Benissa Duno) e richiamano ogni anno – dal 20 al 23 agosto – seguaci di tutto il mondo che danzano ripetutamente in cerchio, seguendo i ritmi e la direzione del sole; il suo insegnamento spirituale è tutt’oggi molto seguito e venerato. Per il rientro, in base alle condizioni meteo in quota, consigliamo di prendere la seconda via, passando accanto al Twin, si vede il Trefoil da vicino, e dopo aver superato il Fish Lake e il rifugio “Seven lakes“, si ritorna nuovamente al rifugio “Rila lakes“, e da lì, dopo una piacevole sosta presso il rifugio/capanna, prendere la seggiovia per il rientro.

Per chi dovesse trovarsi a trascorrere qualche giorno in Bulgaria i “Sette Laghi di Rila” meritano una visita, da non perdere assolutamente, perché offrono l’opportunità di vivere in profondità tutte le peculiarità di questo piccolo angolo di paradiso montano. I laghi sono come gemme ben nascoste nel cuore della catena dei monti Rila, sono come quei particolari tesori, custoditi quasi in segreto, tenuti ben nascosti al pubblico degli escursionisti, degli amanti della montagna e degli appassionati di fotografia naturalistica. Sono solo questi che hanno il coraggio di percorrere l’intero percorso ed il piacere di vedere tutti gli specchi lacustri. Il fatto che queste gemme esistono da migliaia di anni dimostra che la natura, qui come altrove, è potente ed ha ancora molto da insegnarci! (testo di Andrea Perciato; photo Maria Rita Liliano & A. Perciato)

Bulgaria: Рилски Манастир, Rilski Manastir, un luogo di culto che ci riporta indietro nel tempo

C’è un luogo in Bulgaria, nel cuore dei monti Rila a meno di 150 km dalla capitale Sofia, che accoglie una tra le strutture religiose – per fascino, bellezza, storia, arte, religione – più incredibili al mondo: il Monastero di Rila. Immerso tra le montagne è un luogo suggestivo e di rara bellezza. Un posto veramente particolare, che sorge risalendo la valle fino al suo termine ove non ci si aspetterebbe mai di trovare una simile costruzione. Incastonato alla fine di una valle, in un posto magico dove regnano la quiete e la più assoluta tranquillità, compare questo spettacolare edificio sacro con i suoi profumi e i suoi colori ove si resta veramente incantati dalla bellezza e dal senso di pace interiore che si respira in questo luogo. il posto è molto bello e dagli inizi degli anni ’80 è stato dichiarato Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Stiamo parlando, naturalmente, dello spettacolare monastero “fortificato” di Rila un piccolo gioiello incastonato tra le montagne; un’oasi di pace e serenità in una posizione suggestiva circondata da boschi e piccoli corsi torrentizi, incastonato in una valle del Parco Naturale dei Monti Rila a 1147 metri d’altezza; arrivandoci non si avverte la benché minima sensazione di quanto sia grande e di cosa riservi all’interno. Un’autentica atmosfera di pace, immersi nella natura circostante e avvolti dalla bellezza dell’arte, aleggia tutt’intorno.

Visto da fuori, non sembra affatto che la struttura – con alte e possenti mura in pietra levigate – possa ospitare, al suo interno, un gioiello di così rara bellezza. Entrando dalla porta centrale, a prima vista si rimane a bocca aperta; nel centro si erge – in tutta la sua monumentale bellezza architettonica – la chiesa contornata dal un porticato a dir poco stupefacente, tutto affrescato. Quando si entra dalla porta principale che consente di accedere nello spiazzo interno al cui centro si erge – in tutta la sua spettacolarità – la massiccia mole del Monastero, caratterizzata dalla pavimentazione in basoli irregolari e dalla volta a botte tutta dipinta del monastero si resta, letteralmente, a bocca aperta. Una cortina di piani, ballatoi, supportici, verande gazebo, tutti realizzati in pietra e legno e tutti sovrapposti secondo un preciso ordine geometrico, avvolto da archi, colonne e balconate, racchiude uno spazio interno ampio come una piazza. Il più grande e celebre monastero di tutta la Bulgaria giace nel fondo di una valle caratterizzata da copiose foreste, corsi d’acqua e imponenti cime montuose: un luogo che restituisce sensazioni di fascino e mistero.

Vuole la tradizione che intorno agli inizi del X secolo, un giovane nobile si sia trasferito tra questi monti per darsi all’eremitaggio e che fu poi seguito da altri discepoli insieme ai quali, qualche anno più tardi, fondarono il primo nucleo di questo monastero. L’originario edificio di questo monastero ortodosso vide la nascita nel 927 ad opera dell’eremita Ivan Rilski, capo di una colonia di monaci. Successivamente fu poi spostato nel 1335, distrutto e saccheggiato dagli ottomani, successivamente devastato da un incendio fu restaurato – e completamente ricostruito – nel XIX secolo, periodo al quale risalgono le imponenti cupole, gli affreschi che ricoprono l’esterno della chiesa, le balconate e gli eleganti archi. Durante i cinque secoli di dominazione turca è stato custode della cultura bulgara e sostegno spirituale per il popolo. Ricostruito grazie anche alle tantissime donazioni giunte da tutte le popolazioni dei Balcani, dal 1983 è Patrimonio dell’Unesco. Costituito da un corpo centrale, la Chiesa dedicata alla Natività, costruita tra 1884 e 1887, fu abbondantemente arricchita di affreschi (restaurati, durante il corso del tempo, con eccessivo sfarzo di forme e colori rendendo quasi innaturale ogni piccolo dettaglio) dai diversi pittori che si sono succeduti nel corso degli anni, tra cui Zograf. Una gigantesca esplosione di colori che esaltano la tradizione dei popoli balcanici, la loro storia e le tipiche architetture. È un luogo non luogo fuori da ogni possibile immaginazione.

La sua storia è lunga e ricca. Negli affreschi della chiesa compaiono le rappresentazioni di Dio Padre e dell’inferno, cosa molto insolita. In tutto il monastero regna la pace. Un ampio cortile immette su quella che può considerarsi la piazza ed intorno alla quale si sviluppa tutto il monastero. Durante il corso dei secoli il Santuario ha raccolto un numero sempre più elevato di monaci (fino a settecento), diventando anche un importante e significativo luogo per lo studio ed il mantenimento delle tradizioni religiose bulgare (in particolare durante la dominazione turca); mentre oggi la popolazione residente non conta più di 11 persone tra cui 6 monaci e restanti addetti ai servizi per il mantenimento dello stesso. Di particolare rilievo la chiesa dedicata alla natività della Vergine, dov’è conservata un’icona considerata sacra; e dove tutto è affrescato con scene della vita della Vergine, di Santi e scene bibliche. Attorno alla chiesa gira un alto muro con balconate che si sovrappongono sorrette da archi che scaricano tutta la forza statica dell’imponente struttura.

Ogni singolo centimetro quadrato del porticato di facciata, le sue volte dalle imperfette geometrie e le pareti che compongono la parte esterna del nucleo centrale del Santuario, sono affrescate con scene che si rifanno a santi di matrice iconoclasta, a passi/episodi della Bibbia (Nuovo e Vecchio Testamento), alla discesa degli inferi sulla terra, alla potenza del Dio onnipotente e all’alternanza di scene che si alternano/rincorrono fra i Bene e il Male. All’interno casca giù, in tutta la sua imponenza, un gigantesco lampadario circolare in ottone che sembra quasi sfiorare le nostre teste; di fronte l’altare maggiore tutto dorato a forme di icone con figure di Cristo e Santi, gli affreschi invece sono tutti affumicati tranne le due cappelle laterali a destra e sinistra. L’interno del Santuario è la magnificenza assoluta del culto di matrice ortodossa. Assolutamente vietato fotografare (ma se si è astuti, con un buon smartphone posizionato nelle giuste traiettorie, è possibile avere una collezione di immagini, tutte a carattere sacro, di come sono suddivisi gli spazi all’interno e di come l’incredibile ciclo pittorico delle pareti interne restituiscano mistiche sensazioni fuori dal tempo.

All’esterno del Santuario ci sono: un Museo (collezione di oggetti sacri, come le bibbie e con il famoso Codice di Rila, un fantastico crocifisso intagliato in legno, le armi dei 40 soldati di guardia, le 5 chiavi del tesoro, le storiche opere dei monaci, senza contare i numerosi oggetti e paramenti sacri per le funzioni religiose; un Museo Etnografico; la Torre Hreliova del 1335, alta 23 m, unica parte originale di tutto il Monastero e con in cima una piccola cappella finemente decorata; una cucina del 1816 che, con un camino di 22 m sviluppato su più piani, riusciva a preparare contemporaneamente enormi quantità di cibo per sfamare le migliaia di pellegrini che giungevano al Monastero. Ogni giorno un gran numero di persone (provenienti anche da Romania, Grecia, Turchia, Polonia, Ungheria) visitano questo monastero, non tanto per turismo ma per testimoniare tutto il senso della loro profonda spiritualità verso questo luogo sacro.

Se vi trovate ad attraversare la regione balcanica a meno di 150 km dalla capitale bulgara, nel cuore del Parco Naturale dei monti Rila, non bisogna assolutamente lasciarsi sfuggire una visita a questo gioiello di arte, storia, tradizioni popolari, natura, fede e cultura perché siamo convinti che chiunque giunga fin quassù, oltre a ritemprarsi nello spirito e nel corpo, ritornerà ai luoghi d’origine consapevole di aver vissuto un’esperienza davvero fuori dal comune. (testo Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

Loch NESS (Highland, Scotland): un lago, un mistero e l’anima inquieta di Nessie

Il lago di Ness, meglio conosciuto come Loch Ness, è un lungo lago d’acqua dolce che scorre tra le Highlands scozzesi fino a sbucare verso il mare all’altezza della città di Inverness. Non si ha la percezione di essere giunti lungo le sponde del lago di Ness fino a quando non siamo presso lo sbocco del Caledonian Canal che immette le acque del lago direttamente nel mare. Al margine nordoccidentale della Scozia si estendono le acque scure di questo lago di Ness; ma, a pensarci bene, questo nome – Ness (o Nessie) – ci ricorda qualcosa, qualcuno…? Chi non ha mai sentito parlare, almeno una volta nella vita, del celebre mostro di Loch Ness, meglio conosciuto come Nessie?

Torcreck, piccola località a sud di Inverness, posta tra la brughiera e il canale, è il nostro punto di partenza. La traccia di un buon sentiero (il South Loch Ness Trail) passa per il villaggio di Cullaird e sfiora la macchia boschiva di Drumaschie Plantatide, per riportarsi sulla via principale fino a raggiungere finalmente l’acqua a Dores, panoramicissima terrazzata che offre già una prima impressionante veduta del paesaggio che s’apre sul Loch Ness. Da più di 1500 anni questa misteriosa creatura scatena la fantasia di milioni di persone, l’interesse dei ricercatori, la creatività di pittori e scrittori e la rocambolesca fortuna di fotografi. La maggior parte della comunità scientifica afferma si tratti solo di una leggenda; ma cosa c’è di sbagliato nell’immaginare un animale preistorico che nuota in assoluta libertà, indisturbato e trascorre la sua esistenza accanto a quella dell’uomo?

Muovendosi ora lungo la strada che sfiora la sponda orientale del lago si raggiunge Whitefield. Da qui si lascia la rotabile e si risale a sinistra lungo la traccia di un buon sentiero che, inerpicandosi tra la copiosa boscaglia, conduce fino al Fair Haired Lad’s Pass, bellissimo punto panoramico sul lago, all’altezza della sua metà; sulla sponda opposta, che sembra essere così vicina, sono ben visibili i ruderi del poderoso castello di Urquhart. Dal passo la pista comincia a scendere passando prima per Balchraggan, fino a raggiungere nuovamente le acque lacustri presso Inverfarigaig. Il mostro, comunque, non è l’unica attrattiva del luogo. Le rovine dell’Urquhart Castle edificato nel XIV secolo, ma distrutto nel 1689 e mai più ricostruito, offrono la visione di un paesaggio suggestivo che va distribuendosi tra i vari saliscendi del promontorio su cui si ergono le mura e la torre principale.

Il castello di Urguhart è posto nelle vicinanze del villaggio di Drumnadrochit ed è uno dei pochi castelli che mantiene un fascino esclusivamente tutto medioevale in una cornice paesaggistica straordinariamente unica e bella; è un luogo fiabesco, questo, e sicuramente la location rende il tutto molto suggestivo. Un fornitissimo negozio di souvenir e un self service con vista panoramica sul sito archeologico, concedono momenti di assoluto relax nel tepore della Gatehouse, edificio posto all’ingresso per il castello. La fantasia – come ben si sa – è il pepe della vita, senza di quella il mondo sarebbe veramente triste; inoltre il fascino di questo lago lo si deve proprio a Nessie. Il luogo è universalmente noto per le presunte apparizioni del cosiddetto “mostro” di Nessie, il mitico mostro acquatico che – come narra la leggenda – vive nelle profonde, tenebrose e placide acque del lago, incastrato in un paesaggio silenzioso che avvolge di fascino e di mistero questo angolo di Scozia. (testo ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & A. Perciato)