“GEBEL-SON” la sacra montagna del CILENTO, tra fede popolare, credenze e misticismo

Trovarci proiettati nel tempo, di fronte alla storia… riscoprendo il fascino del più grande poema della letteratura italiana, nel raccontare il “viaggio” fatto nei tre regni dell’oltretomba da un pellegrino d’eccezione, poema che ci aiuterà a capire il nostro itinerario. Anch’egli mosse da quell’istinto ancestrale, ansietà di purificazione, espiazione, ringraziamento, insomma di ricerca della verità che ancora oggi move l’animo di coloro che (proponendo un intercalare sintetico ma efficace) fanno escursionismo. A volte capita di percorrere vie che evidenziano particolarmente questo retaggio storico-biologico del camminatore/viandante, ed il sentiero per la sommità del monte Sacro Gelbison, al centro del Parco Nazionale del Cilento (in provincia di Salerno), ne è certamente un valido esempio. Qualcuno potrebbe sorriderne, considerando la sua lineare percorribilità, ma in una società di alacre evoluzione e/o dissoluzione, non è più importante un tentativo di “conservazione” (a volte solo fotografico, purtroppo!) per un patrimonio di cultura totale appartenente all’umanità intera?  

Storia e leggenda s’intrecciano continuamente lungo questo cammino. Una tra le più conosciute racconta che… “in epoca longobarda s’incamminarono, lungo la strada che porta fin su al Santuario della Madonna del “Sacro” monte, due cavalieri: uno era credente, mentre l’altro no. Giunti in cima il primo, scendendo da cavallo, si fermò in chiesa a pregare mentre il secondo, in attesa fuori del sacro edificio, lo scherniva sottolineando che ogni atteggiamento di preghiera e devozione avrebbe compromesso la dignità di essere dei “veri” cavalieri. Il cavallo del miscredente s’imbizzarrì e cominciò a disarcionare il cavaliere galoppando nella direzione di un profondo crepaccio; l’armigero peccatore – impaurito – invocò la Madonna ed il cavallo immediatamente si arrestò di scatto sull’orlo di una pietra a pochi metri di distanza dal ciglio di un profondo burrone; cavallo e cavaliere furono entrambi salvi“. Questa pietra da allora viene chiamata “Ciampa di Cavallo” (Zampa di cavallo) e da quel preciso momento i fedeli giungendo in cima al Santuario, hanno gettato nel burrone pietre del sacro suolo cercando di colpire proprio quel punto.

Diversi lo hanno fatto in segno di disprezzo nei confronti del cavaliere ateo, mentre la maggioranza in segno di devozione. Secondo il codice leggendario, la credenza popolare vuole che… “se a colpire la Ciampa del Cavallo è un anziano, egli tornerà al Gelbison anche il prossimo anno; mentre se invece è una donna “da marito”, entro l’anno si sposerà“. Questa montagna non solo è avvolta dalla leggenda, ma un suo forte punto di richiamo e attrazione viene dato anche da quell’alone di mistero che circonda le sue alte creste. Il perpetuarsi delle lotte tra il bene e il male qui non si è mai fermato. Scenografie naturali sono quelle immani sensazioni dei silenzi, del nulla, del mistico che coronano le vicissitudini e la storia di questa Mater Montis (montagna madre). Caratteristica naturale, se non addirittura misteriosa, è la costante presenza della nebbia che avvolge e circonda le irte cime della montagna sacra. Questa, puntualmente intorno alle ore di punta, sale dai sottostanti valloni ed avvolge, come tanti giganteschi veli, la maestosità della vetta coinvolgendo in un tutt’uno fedeli, ritualità, pellegrini e processioni, come se ad un certo punto la presenza del Divino diventasse viva, palpitante.

Emozionante è ripercorrere il comodo sentiero, caratterizzato da tornanti che s’incuneano fin dentro la faggeta, un percorso lastricato al fine di rendere più agevole il cammino agli “scalzi” fedeli, che portano in testa le “cente” (tabernacoli ricolmi di candele e adornati con nastri colorati), rispettosi del sacro suolo che stanno calpestando e, incuranti delle fatiche, cantano incomprensibili litanie tramandate oralmente per secoli da nonno a nipote. Ma chi sono questi fedeli che perpetuano il secolare pellegrinaggio calpestando le pietre di queste antiche vie e inerpicandosi lungo i tortuosi pendii della montagna? Anticamente questi salivano qui solo quando, nel periodo del ciclo del grano, la stagione dei raccolti lo permetteva; oppure per “chiedere grazia” nei riguardi di un parente che soffriva; oppure, chi ancora, per “grazia ricevuta”, saliva fin quassù a sciogliere gli ex voto. Spettacolare e molto pittoresca è la maniera in cui il pellegrino vive e partecipa la sua forte devozione salendo a piedi scalzi lungo l’antico sentiero trasportando nella sua bisaccia, oltre che al modesto tozzo di pane integrale, a qualche pezzo di cacio e all’immancabile vino, anche una pietra (di qualsiasi forma, peso e grandezza) da porre su in cima a testimonianza del pellegrinaggio effettuato. Altra testimonianza è quella di lasciare, invece, sempre da parte del pellegrino, un indelebile segno personale del “suo” passaggio come fazzoletti annodati, pettini, foto con dediche su tutto ciò che è sacro.

Avvicinandoci al Santuario si moltiplicano gli ex voto: protesi, stampelle, vestiti, abiti da sposa, effetti personali, immagini d’ogni tipo (oggi, praticamente, scomparsi del tutto); lasciati qui in segno di una grazia ricevuta o richiesta. Il senso della sofferenza umana, tipica dell’espiazione si avverte in questo luogo/reliquia, e si accomuna al sacrificio di un’ascensione di speranza verso il Divino. Il culto ed il pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Neve al monte Sacro/Gelbison è il punto di riferimento di ben tre distinte aree geografiche: la Campania meridionale, la Basilicata (i lucani chiamavano il Santuario la Madonna del Monte) e la Calabria settentrionale. Le popolazioni di fedeli e pellegrini che serbano devozione nei riguardi della Madonna del Sacro Monte sono distribuiti lungo una vastissima zona di territorio che va dalla provincia di Potenza a quella di Cosenza; dall’intero Cilento al basso Salernitano fino al fiume Sele; e proprio da queste zone provenivano gli antichi monaci di culto italo-greco, i quali fondarono il Santuario nella seconda metà del decimo secolo.

Il valico della Croce di Rofrano (1620 m ), è il luogo da cui ha inizio l’ultimo tratto ascensionale che è certamente il più interessante. A ridosso del Valico della Croce di Rofrano, ci troviamo di fronte a un gigantesco Monte di Gioia, frutto della penitenza impostasi dal pellegrino che, durante il corso dei decenni, ha visto ascendere a questa sacra montagna numerose folle di fedeli che hanno qui condotto il proprio “carico del peccato” (la pietra) per espiare colpe e chiedere grazie e perdoni. Ancora oggi vi è la Sosta del Cammino ed i tre giri effettuati intorno al monte, ritmati da preghiere e invocazioni, ricordano molto da vicino il sofferente cammino al Calvario, sul Golgota. Difatti, dopo essersi purificato lungo i rivoli delle acque torrentizie che scendono dalla montagna, il pellegrino abbraccia anch’egli la “sua” croce: un pesante masso che ha portato per tutto il tragitto dalle pianure fino al valico, e consolida questo suo forte legame annodando un fazzoletto alla croce in ferro; sono questi, alcuni dei segni più “indelebili” della forte testimonianza di fede espressa dai pellegrini dopo aver raggiunto questa divina altura.

Dopo l’ultimo e più significativo tratto, salendo lungo i tornanti coronati dalle edicole della Via Crucis, si giunge all’area del Santuario, mentre un albergo, una trattoria e vari locali commerciali, portano il “segno” dei tempi moderni. Nulla da meravigliarsi poiché il senso speculativo caratterizza – come già detto – da sempre l’animo umano. Nei giorni di festa, ove maggiore è l’affluenza, non potevano mancare i vu cumprà (chiedo scusa per la ridicola espressione). Questi simpatici ragazzi di colore in cerca di un futuro, sono loro gli ultimi veri pellegrini del mondo, sono loro ancora alla ricerca di una verità sociale benedetta, lontani dalle loro case, dalla loro terra, dalle loro famiglie e dopo un viaggiare tribolato. Grazie a loro, tutti i cattivi pensieri scompaiono e riappare il motivo dominante che ci ha accompagnato lungo il monte Sacro Gelbison sino alla sua sacra sommità: l’incontro con il metafisico, la sensazione netta di trovarsi di fronte alla storia… essere protagonisti di un evento, essere al cospetto di un fatto eccezionale.

Quando al Santuario giungono le “compagnie” di pellegrini unitamente alle “congreghe“, l’entrata in chiesa è caratterizzata dalle forme mistiche risalenti a più antiche origini. Ogni gruppo di fedeli è così composto: entra prima il più giovane della compagnia che reca aperto un testo sacro, poi avanzano i suonatori (violino, ciaramelle, zampogne, fisarmonica e, a volte, tammorre), dietro di loro segue lo stendardo raffigurante l’immagine sacra della Madonna, con l’indicazione della contrada o del paese di provenienza e infine, varcato il portale del Santuario, una lunga schiera di fedeli “inginocchiati” che avanzano, pregando e cantando fino all’altare, ove il “Bacio” al manto della Madonna culmina l’ascensione penitenziale di questi pellegrinaggi. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) 

l’Antico “CUORE” del CILENTO, girovagando per borghi e villaggi intorno al monte Stella

In antichità il CIS-ELEUTUM era quella regione posta “al di qua” del fiume Elento o Elete (oggi Alento), corso fluviale che un tempo divideva Posidonia (Paestum) dall’Eleatide (Velia). Tutta l’area che ruota intorno alle pendici del monte della Stella non è altro che la zona più antica della regione cilentana; quella parte di territorio in cui vennero ad incontrarsi le popolazioni autoctone preesistenti in questi luoghi e le nuove genti sbucate dalle foschie lungo gli orizzonti marini provenienti dai lontani lidi mediterranei, oltre i confini del mondo conosciuto. Coste, scogliere, spiagge, valloni, boschi, grotte e foreste sommitali, tutti elementi geografici, questi, in cui fin dalla notte dei tempi si sono riscontrate la presenza di uomini ed il succedersi di civiltà che in questi territori hanno trovato l’habitat più idoneo alle proprie esigenze.

            Qui, in questi paesi che si sviluppano dalla costa verso l’interno, ancora si evincono le tipiche caratteristiche medioevali riscontrabili negli impianti urbanistici; là, dove i centri arroccati sulle colline, avvolti dalle aromatiche essenze della natura cilentana, regalano ancora scorci paesaggistici ricchi di suggestione tra strette viuzze che s’incuneano fra le ombre dei porticati, delle torri, dei campanili, dei castelli, delle merlature e dei viali alberati.

Paesi e villaggi da cui lo sguardo spazia sull’azzurro del mar Tirreno e l’incanto di Punta Licosa col suo isolato scoglio sormontato dal Faro. Di notte, invece, il fascino delle luci dei pagi che grondano lungo le pendici del monte Stella si alternano o, addirittura, si proiettano oltre la costa alternandosi alle lampare dei pescatori che brillano simili a perle luccicanti. Le pendici occidentali di questa montagna si proiettano verso il promontorio di Punta Tresino che fa da scenario alla piccola ma fertile pianura di Castellabate, cui domina dall’alto di un colle l’omonimo paese.

CASTELLABATE (278 m). Conosciuto in antichità come Castro De Sancto Angelo, successivamente mutò la sua toponomastica in Castellum de Abbate, cioè il borgo che tra il 1120 e il 1121 sorse intorno al Castello eretto da Costabile Gentilcore, abate di Cava, per la difesa contro le incursioni piratesce. L’Abate dominava anche sul porto e il litorale, presso cui istituì una piccola flotta di barche (dette “saette”) e legni d’ogni genere governate e dirette, inizialmente, dagli stessi monaci che successivamente, durante il corso dei secoli, diedero inizio ad una prestigiosa e rinomata scuola di maestri d’ascia conosciuti in tutto il bacino del Mediterraneo. Con questa attività i monaci esercitarono profiqui commerci (olio, vino, frutta e cereali) via mare con altre popolazioni stanziate oltre i confini. Nel 1412 re Ladislao ricevette il casato da Papa Gregorio XII che fu ceduto e tramandato, di famiglia in famiglia, durante tutta l’epoca del feudalesimo. Il paese è aggrappato alla cima di una collina, da cui si erge a picco, che si proietta verso la costa, con straordinarie vedute paesaggistiche che s’aprono da Punta Tresino, a settentrione, a Punta Licosa a mezzodì; con in mezzo le basse e lunghe marine di Santa Maria e di San Marco. L’antico abitato si erge da uno splendido (e folto) manto vegetazionale composto prevalentemente dai pini d’Aleppo. Il borgo è armoniosamente distribuito tra piazzette incorniciate da vecchie costruzioni circondate da rampe, scale e gradoni, e sormontate da archi che si vivacizzano di turisti soprattutto durante il periodo estivo.

PERDIFUMO  (425 m). Sorto probabilmente agli inizi del secolo XI, il nucleo originario di questo borgo diviene feudo dei Capece. L’antico casato sorge lungo le pendici nordoccidentali del monte della Stella ed è circondato da fitti ed impenetrabili castagneti. Oggi il paese ha mantenuto completamente intatto il suo originario impianto urbano da cui parte una stradina che porta alla Punta della Carpinina (688 m – una dorsale sud-occidentale del monte Stella), sulla cui sommità vi è installato un ripetitore della RAI. Località a forte matrice rurale con caratteristiche agricole, offre numerosi prodotti artigianali con lavorazioni (presenza di botteghe) in ebanisteria e produzioni ortofrutticole con fichi, olii, vigneti e confetture di castagno, nonchè attività per l’estrazione dell’argilla e per la lavorazione di terrecotte e ceramiche.

SESSA CILENTO (524 m). Antico e rinomato centro di produzioni artigianali (con pregiate realizzazioni in ebanisteria) questo paese ha intrapreso, nel comprensorio che ruota intorno al monte Stella, tutta una serie di attività legate all’arte e al folklore locale che un tempo si potevano ammirare e conoscere durante le locali fiere e le feste patronali come quella dedita all’Immacolata. Nel corso degli anni il paese ha preso a svilupparsi (nonostante il forte problema dell’emigrazione) lungo la strada principale (la Provinciale) che collega quest’ultimo a Mercato Cilento e che si discosta di poco dalla vecchia via lastricata. Nel suo circondario ricade la cima del monte della Stella (1131 m) su cui sorgono, oltre agli ultimi resti dell’antico presidio militare di Lucania (risalente al XI secolo – indicato come Cilento), le orribili antenne determinate sia dai radar della base militare che dai ripetitori di radio e di televisioni; uno scempio paesaggistico, questo,  che ha inciso negativamente su un ambiente che una volta veniva considerato il centro, l’autentico “cuore” del Cilento; mentre oggi invece ha sancito il totale degrado che regna su questa montagna e lungo le sue pendici.

STELLA CILENTO (386 m). Piacevole borgata posta lungo le pendici orientali del monte della Stella e prospiciente la valle fluviale dell’Alento. Già ricordato in documenti risalenti al 1038, anticamente la località veniva indicata come “Porcili”, per via della principale occupazione dei suoi abitanti di allora che consisteva nell’allevamento dei maiali scuri, una rara qualità suina oggi praticamente scomparsa. L’economia del paese, invece, viene oggi determinata in gran parte dalle produzioni olearie, principale coltura della zona.

MATONTI (435 m). Frazione di Laureana Cilento, è una località composta da quattro nuclei abitati ben distinti tra loro di cui due molto antichi: Li Vetrali e Matonti; e due più recenti: Matontielli e Li Spinelli. Il caseggiato si sviluppa lungo la strada comunale che collega alla Statale per Agropoli e culmina con l’antica Chiesa di San Biagio che sorge, isolata, e sovrasta l’abitato. Località a carattere prevalentemente agricolo, con le ricche colline e la salubrità dell’aria, offre una genuina ospitalità fatta di gente semplice e cordiale.

ROCCA Cilento (594 m). Frazione di Lustra, sicuramente è questo il paese ove è più viva la testimonianza storica di quel Cilento più antico. Questo borgo fu la sede della baronia fino alla metà del 1500, divenendo il centro propulsore di attività per tutti i casali che ruotavano lungo le pendici del monte della Stella. Sebbene la presenza di una poderosa fortezza normanna (oggi, purtroppo, trasformata in un resort) testimonia, forse, l’unico esempio di castello ben conservato di tutto il Cilento, l’intero paese vive e tramanda il ricordo dei tempi che furono con i tipici portoni in pietra prospicienti la via principale che attraversa longitudinalmente l’abitato; i suoi terrazzini e le sue finestre graziosamente abbellite da vasi multicolori; gli arcani silenzi e l’immensità dei panorami che si aprono con vedute paesaggistiche e che si perdono fin oltre ogni possibile orizzonte.

LUSTRA (470 m). Questa località è posta in una invidiabile posizione panoramica, proprio lungo quell’antico tracciato viario che metteva in collegamento i territori di Paestum con quelli di Velia, e cioè la Piana del fiume Sele e la Valle del fiume Alento. In tutta la zona prevale l’attività agricola con produzioni tipicamente locali. Non è raro incontrare, lungo le strade del comprensorio, anziani contadini che offrono i propri prodotti lavorati in casa come fichi secchi, insaccati, peperoncini, sottaceti, ortaggi sottolio, ecc.

MERCATO Cilento (600 m). Fu una borgata, questa, già documentata con notizie risalenti al XII secolo. La parte più antica del caseggiato si estende lungo la salita del Carmine che ha il suo apice nell’omonimo Convento e sulla quale sono state edificate alcune tra le case gentilizie più interessanti di tutto il paese. La sua economia si basa essenzialmente sullo sviluppo del commercio, mentre l’agricoltura offre produzioni a carattere prevalentemente familiare.

CASIGLIANO (507 m). Questo è il più piccolo centro di tutto il Cilento, con le sue poche decine di abitanti. Il paese in antichità era noto in tutto il Mezzogiorno perché vi fioriva una tra le più belle e interessanti attività artigianali: quella dei “liutai”, l’antica arte di riparare gli strumenti musicali, soprattutto quelli a corda tesa. Quest’attività ha resistito per lungo tempo fino ai primi anni ’50 del Novecento. In queste case, tra questi vicoli, hanno visto la luce le famose “chitarre battenti”, tipiche dei ritmi alla cilentana e, più in generale, della tarantella e della tammurriata.

San MANGO Cilento (561 m). Già dal X secolo qui in zona era presente un cenobio italo-greco che aveva numerosi possedimenti e che aveva la gestione diretta su molti territori tra cui anche il Porto del Fico, presso la Marina di Pioppi. Oggi il centro (di matrice contadina) vive una realtà paesana con un forte attaccamento a quei valori tradizionali esprimendo iniziative interessanti tra cui: feste, mostre, fiere e attività culturali.

VALLE Cilento (345 m). I tipici rumori degli arnesi usati per lavorare la terra e i particolari e intensi profumi dell’olio che costituisce la principale attività economica e produttiva della zona, sono questi gli “ingredienti” che fanno del piccolissimo paese uno dei borghi cilentani in cui sono meglio conservate (anche se abbandonate) le sue vestigia medioevali con palazzi gentilizi, chiese e vicoli. Una miriade di viuzze dall’intricata distribuzione collega i punti più lontani della borgata.

OGLIASTRO Marina. Antichissimo borgo di origini marinare, le prime notizie risalgono ai primi anni dell’XI secolo. Questa località è ben inserita in un ambiente naturale che si sviluppa nel verde delle pendici ulivate (macchia mediterranea) e nelle pinete lungo la fascia costiera. La parte vecchia del caseggiato offre la tipica struttura di un borgo marinaro dell’800. (testi & photo ©Andrea Perciato)

PORVOO (Finlandia) tra Medioevo e colori, la “vera” Finlandia è qui!

A sud della Finlandia, nella regione dell’Uusimaa, lungo le sponde del fiume Porvoonjoki, s’adagia il villaggio (la sua parte più antica) della cittadina di PORVOO – a poco più di 52 km ad est della capitale Helsinki – una “città di legno” edificata tra pietre acciottolate/levigate dalle acque del fiume e influenzata dalle tre culture che, nel tempo, hanno determinano la sua indole: svedese, russa e finlandese. Poorvoo è, soprattutto, famosa per i suoi magazzini in legno sul fiume (Patrimonio mondiale dell’UNESCO), dal caratteristico colore rosso scuro; in passato, qui arrivavano le navi dal mare per caricare e scaricare le mercanzie, e i depositi fungevano da magazzini dei commercianti. 

L’origine del suo nome “Borgå” deriva dall’accostamento delle parole “borg” (castello) ed “å” (fiume), da cui castello/fortificazione lungo un corso d’acqua. Ma cosa è che attira il viaggiatore qui a Porvoo? Alcuni tra gli elementi più caratteristici che esaltano la particolarità e che rende unico un borgo come questo sono: il castello, una cattedrale, il fiume, la piazza del mercato, le vie lastricate dai ciottoli, le case in legno tinte dei colori pastello ma – più di ogni cosa – Porvoo è una città medioevale. Da sempre il borgo è fonte di ispirazione per molti artisti locali, soprattutto poeti e pittori, così come esso ha sempre avuto importanza fondamentale per lo scambio di merci (legni e pellame) in arrivo dalle regioni del nord, per essere trasportate via mare attraverso il Baltico fino a Tallin, e da qui raggiungere le principali città dell’Europa centrale.

Porvoo sembra un paese finto, come se fosse uscito dai racconti di un libro di fiabe; il borgo è la seconda città più vecchia della Finlandia, mentre il suo centro storico accoglie circa 800 anime. La città vecchia è un vero e proprio salto indietro nel tempo, con le sue casette tutte in legno e le viuzze irregolari su più dislivelli pavimentate coi ciottoli in puro stile medievale. Il suo centro è una pura esplosione di colori: è difficile infatti trovare qui una casa tinteggiata di bianco o senza fiori alle finestre. Due sono i corsi principali, quasi paralleli, in cui si alternano le facciate di casette in legno e pietra che al loro interno ospitano bar, ristoranti e negozi di souvenir; case principalmente di “colore giallo” (con tutte le sue varianti cromatiche), che in quest’angolo di Finlandia rappresenta il colore dell’abitazione principale, mentre il “colore rosso” identifica quello degli opifici.

Le sue caratteristiche come le vie acciottolate; la tipologia delle case; i colori pastello delle case; i giardini condivisi tra due o più case, coi loro alberi stracarichi di mele, di cui si trovano cestini davanti alle case che invitano a prenderne una; la cura e la pulizia delle stradine; i tipici tetti delle case nordiche; le finestre in legno di colore bianco; gli addobbi e i caratteristici negozietti che propongono dai più svariati souvenir alle tipiche delizie dolciarie locali; angoli e cortili fioriti tutti da scoprire; negozi e botteghe di arte, antichità, design, giocattoli “antichi”, gioielli e leggende legate alle saghe nordiche. Tutto ciò avvicina decisamente il borgo all’idea che ci si fa della Finlandia nell’immaginario collettivo.

Qui a Poorvoo c’è il Municipio (oggi museo) più antico della Finlandia; esso risale al 1764, e dalla sua piazza si dirama la stradina che attraversa il vecchio ponte su cui scorreva l’antica via Kuninkaantie, che metteva in collegamento Turku a Vyborg conducendo i viaggiatori qui a Porvoo. Dal ponte si possono ammirare i (già citati) magazzini/depositi lungo la sinistra orografica del fiume: sono i capanni rossi che si affacciano direttamente sulla riva; la loro costruzione risale a tre secoli fa. Inizialmente adibiti a magazzini, rappresentano uno dei simboli di Porvoo e sono tra gli scorci paesaggistici più fotografati di tutta la Finlandia. Porvoo ha anche il Duomo situato nel cuore della vecchia città; edificato all’inizio del 1300 presenta un Campanile che – insieme alla cinta muraria – sono staccati dal corpo della chiesa. Mentre il suo Castello, in cui soggiornò lo Zar Nicola II, accolse le sedute della cosiddetta “Dieta di Porvo” (per dieta s’intendeva l’assemblea legislativa per decidere – nel 1809 – le sorti del Gran Principato di Finlandia).

Dopo aver percorso in lungo e in largo, le stradine, le traverse, i giardini, le case colorate, i ponti e le rive in questo meraviglioso angolo di civiltà finnica, ove la vita sembra essersi fermata agli inizi dell’800, l’atmosfera pare assumere una realtà nordica quasi surreale, come se si stesse al centro di una location cinematografica; il salto tra fantasia e realtà qui, poi, non è… così distante! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

Poseidonia/PAESTUM (CILENTO)… un dio Greco, la sua Città e le sue vicende storiche

Quest’oggi vi portiamo alla scoperta e alla conoscenza della più grande (e meglio conservata) colonia della Magna Grecia presente in Italia: POSIDONIA–PAESTUM. Verso il mare, e dal mare, è intriso ogni passo attraverso questi luoghi, ogni traccia di un passato che ci ha tramandato le beltà di territori incontaminati, la finezza di un clima tra i più desiderati, la quiete di ambienti forse rari da trovare altrove. La “piana”, così come viene definita dai locali il basso corso fluviale del Sele, indica da sempre quell’esteso tappeto di verde che si fonde, oltre l’orizzonte e i suoi monumentali templi in arenaria, con l’azzurro spumeggiante del mare e il velato turchese del cielo. “Dopo la foce del Silaris (Sele) ha termine la Campania degli Ausoni ed ha inizio la terra degli Enotri (l’odierna Basilicata) in Lucania… qui è il Santuario di Hera Argiva (Heraion) fondato da Giasone e vicino, a 50 stadi (circa 9 km) Poseidonia…” Così illustrava il “Sinus Pestanus” Strabone nella sua descrizione dei luoghi; ed egli, continuando, precisava che la polis poseidonate si ergeva a ridosso di un banco roccioso di forma irregolare alto appena venti metri sul mare.

Molti storici dell’epoca, ma anche studiosi più recenti, hanno sempre descritto e decantato la magnificenza di questo sito d’origine ellenica, di questa colonia sorta, lungo le coste del Tirreno presso la foce di un fiume, nella prima metà del VI secolo a.C.; ma in tanti, forse dovuto alla mancanza di fonti più precise, hanno superficialmente parlato sul “chi” esistesse in questi luoghi prima dell’arrivo dei Greci provenienti dal mare. Notizie attendibili citano la preesistenza di un tempio collocato nelle vicinanze della foce del Sele dedicato ad Hera Argiva; un santuario che sarebbe sorto, secondo la leggenda, per opera degli Argonauti di Giasone. Furono, con molta probabilità, popolazioni di origine Achea provenienti da Sibari (sullo Ionio) ad aver creato un primo stanziamento che di lì a poco avrebbe dato origine al sorgere di POSEIDONIA, città dedicata al culto del dio del mare Poseidon.

E così, per aver avuto un quadro più chiaro della situazione, grosso modo l’evolversi degli eventi andò sviluppandosi più o meno in questi termini: A) già esistevano in zona, durante la preistoria, gruppi di villaggi sparsi (Civiltà del Gaudo) abitati per lo più da gente nomade, dedita alla pastorizia transumante tra la pianura e le vicine montagne; B) Sibari, colonia greca sulla costa ionica, fu abitata da Achei e Dori Trezeni, e mentre i primi muovendo guerra contro i Dori costrinsero i secondi a lasciare la città, questi ultimi puntando sia per mare che verso l’interno, mossero in direzione delle coste tirreniche; C) quando i Trezeni abbandonarono Sibari giunsero in prossimità della foce del Sele ma, non sbarcando in prossimità dell’attuale sito pestano, pensarono di attestarsi un po’ più a Sud, lungo i pendii di quelle alture bagnate dal mare (l’attuale promontorio di monte Tresino e la Punta di Tresino sulla costa cilentana) non lontano da Agropoli e solo più tardi, poi, avrebbero contribuito al sorgere della città di Poseidon; D) ben presto, nel momento di massimo splendore della città, le popolazioni limitrofe lucane presero ad infiltrarsi poco per volta nella vita culturale e sociale del sito poseidonate, soppiantando il nome greco del luogo con quello lucano di PAISTOM.

Quest’antichissima città ebbe varie denominazioni. Detta Poseidonia dai Greci e Pesto dai Romani, fu indicata anche come NETTUNIA, cioè città dedicata al dio del mare. Ma anche l’ebraico PISTAH, o il caldeo PISTAN, che entrambi significano “lino” identificarono la nostra zona come quel luogo in cui era presente in grande abbondanza e si coltivava il lino. Mentre per i Fenici fu PESITANE, cioè Nettuno. Giasone coi suoi Argonauti giunse nel porto Alburno di Pesto e nelle vicinaze edificò un tempio dedicato a Giunone Argiva, poco distante da un preesistente villaggio indigeno abitato da popoli Tirreni, identificati anche come Etruschi; a tal proposito, durante le storiche campagne di scavi volute dai Reali Borbonici e condotte a partire dalla seconda metà del ‘700, qui sono stati rinvenuti tutta una serie di reperti risalenti, probabilmente, al primo periodo di vita della città: vasi etruschi, monete, urne sepolcrali, lampade, lucerne e diversi utensili in creta.

Quando, allora, sull’orizzonte infinito del mare comparvero le prime vele elleniche (dei Sibariti) dirette a Pesto, questi abbatterono le mura della città che davano verso il mare, prendendo così d’assalto i suoi abitanti i quali furono costretti ad andarsene verso luoghi interni più protetti. Dunque, non furono i Sibariti i “soli” fondatori di Pesto, ma questi l’assediarono e la occuparono scacciandone i primi abitanti stanziati in quel luogo, tutto ciò in contemporanea (509/510 a.C.) con la distruzione della città di Sibari sullo Ionio. 2500 anni or sono, l’Ager Pestanus si presentava come una fertile e rigogliosa pianura ricca di frutti e di animali di cui si rammenta che le anguille abbondavano nel vicino fiume Salso (Sele). La vita scorreva serena, in perfetta armonia tra la terra e il vicino mare; e tra quei Greci coloni che contribuirono alla crescita e allo sviluppo di Poseidon, rara era la presenza di filosofi, di matematici e di legislatori (così come nella non lontana YELE/HELEYA-VELIA); mentre poeti, oratori e storici avevano, in città, una frequentazione più continua rispetto ai primi. I poseidonati coltivavano la pittura, la scultura, la ceramica e l’architettura al pari di tutti gli altri Greci della lontana madrepatria.

Due secoli più tardi, all’incirca nel 311 a.C. i Lucani, che erano gente di stirpe Sannitica stanziati sulle vicine montagne, mossero contro i Sibariti della costa assaltando e impadronendosi della città. In quest’ottica, i Greci della piana definivano Lucani gli abitanti di quei vicini monti (gli Alburni), coperti di neve nella stagione invernale, e bianchi per i riflessi della pietra calcarea durante l’estate. LUCANAE fu la trasposizione latina di “lucus” e cioè bosco, mentre i lucani furono gente di stirpe barbara provenienti dalle foreste dei monti dell’interno: il Sannio.

Quando Pesto divenne colonia dei Romani la città assunse una forma di modello e sviluppo pari a quello di Roma. L’area sacra di Paestum, più o meno l’attuale perimetro degli scavi che ruota intorno ai templi, durante il corso dei secoli e l’avvicendarsi sia di popolazioni che di conquistatori, ha visto l’alternarsi del culto di dei e divinità degli Etruschi, dei Greci, dei Lucani e dei Romani. Nei due templi principali si adoravano Nettuno e Cerere ma, con l’avvento del Cristianesimo, molti furono quelli che in città abbracciarono tale religione. Quando Diocleziano mosse la persecuzione contro i Cristiani, nel 303 Pesto ebbe undici martiri tra i quali il glorioso Santo Vito, di appena quindici anni, che si venera come protettore nella vicina Capaccio ove è conservata la reliquia di un suo braccio. Altra sacra presenza fu quella del Santo Apostolo Matteo, l’Evangelista. Il corpo del Santo proveniente dal medio oriente fu portato in Bretagna e di qui condotto a Paestum, nel 370, da Gavino cittadino pestano e generale dei Bruzj. Successivamente le spoglie di Matteo giaquero in Capaccio Vecchia ove Gisulfo, principe normanno, prelevò i sacri resti e li condusse definitivamente in Salerno ove, per accoglierli, edificò la monumetale Cattedrale che porta il nome dell’Apostolo.

Paestum a quei tempi giaceva in una fertile campagna il cui suolo riusciva a produrre, per ben due volte all’anno, un’abbondanza di frutti; una terra da cui fiorivano continuamente le rose di ogni specie e varietà. Ma i Pestani erano anche grandi e meticolosi agricoltori, dediti in special modo alla semina del grano, di cui il ritrovamento di monete raffigurante la “Spiga” (durante gli scavi ad inizi del ‘700), testimoniano tali attitudini. Altra caratteristica degli abitanti dell’antica Pesto fu la navigazione. Espertissimi naviganti ed abili marinai, riuscivano ad esportare in abbondanza derrate alimentari e merci di vario genere (vasellame, spezie, tessuti, monili, ecc.) commerciando, per rotte marine, con tutte le regioni mediterranee dell’allora mondo conosciuto; il ritrovamento di altre monete (scavi effettuati agli inizi del XVIII secolo) raffiguranti il “Delfino” comprovano queste attività per via mare. Sulla terraferma, invece, i Pestani (soprattutto i benestanti) amavano molto praticare la caccia (altre monete ritrovate con l’effige del “Cinghiale”) all’animale autoctono presente nel luogo in numerosi esemplari tra cui il suino selvatico; e poi ancora ai cervi e ai cani nei vicini boschi dell’entroterra (monti del Cilento e Vallo di Diano).

Quando l’Impero Romano cominciò a scuotersi sotto i primi segni di una lenta decadenza, l’italico suolo conobbe (nel 406) l’invasione dei primi popoli barbari: i Goti, i quali devastarono con ferocia crudeltà numerose città dell’epoca. Le comode e magnifiche strade realizzate dai Romani iniziarono un vertiginoso declino scomparendo, poco alla volta, dalla geografia dei luoghi del tempo. Le deliziose campagne si coprirono di boscaglie, e ciò fu dovuto alle sanguinose carneficine barbariche perpetrate ai danni di contadini e coltivatori. Le terre (uliveti e vigneti), in questo particolare periodo, venivano messe in vendita a bassissimi prezzi; a volte un giardino o un campo si scambiavano facilmente con una spada o con un cavallo. L’abbandono dei suoli agricoli caratterizzò tutta la zona intorno che era ricca di acque (oltre al fiume, numerose sorgenti, pozze e torrentelli) le quali defluirono sulla solidità dei terreni immediatamente circostanti l’abitato pestano, determinando la presenza di laghetti ed il crearsi di paludi che resero l’aria insalubre, rovinando colture e piantaggioni. La portata delle acque fluviali crebbe fino a tracimare, deviando dai loro alvei naturali e distruggendo numerose opere quali ponti in pietra, sistemi di canalizzazione, case coloniche e muretti di recinzione. Il lento ma continuo inselvatichimento (con erbacce, cespugli e rovi) della terra che si alternava alle ripetute inondazioni delle campagne di Pesto fece sì che questi territori, che prima erano splendidi e profumati giardini, misti a deliziosi vigneti e ad argentei uliveti, cambiarono completamente aspetto rendendo la zona aspra e selvaggia con fetide paludi ed impenetrabili boscaglie, privando la città di quella vitalità che l’aveva resa celebre in tutto il bacino del Mediterraneo.

Nel 589 l’urbe pestana (indicata come “Lucania”) apparteneva al Ducato di Benevento ma versava in un pessimo stato per l’incuria e l’abbandono dei propri abitanti; le città limitrofe, invece, come Agropoli e Licosa, appartenevano ancora ad una dominazione di tarda influenza ellenica. Qualche secolo dopo (845) ebbero inizio, al largo delle coste pestane, le scorrerie dei Saraceni provenienti dal nord Africa, e dei Siciliani che sbarcavano ripetutamente da un lato all’altro della costa depredando ogni cosa che incontravano sul loro cammino; di questi territori avevano fatto un punto di riferimento in prossimità del promontorio di Licosa (Leucosia). Nell’882 i Saraceni decisero di accamparsi ai piedi della rocca di Agropoli e ben presto furono ricacciati in mare da nobiluomini (il principe Guaimario) e prelati (il vescovo Attanasio) del Regno che, rientrati in Salerno, recuperarono il ricchissimo bottino accumulato dai pirati.

Presumibilmente la definitiva distruzione di Paestum avvenne per opera delle incursioni dei Saraceni tra l’871 e l’882. Questi assediarono, a ondate successive, per lungo tempo la città e più volte furono respinti dai pestani in prossimità delle mura; ma all’alba del 25 aprile (festività di S. Marco Evangelista) la popolazione uscì dalla città in solenne processione, forse per ringraziare e benedire la riuscita dei coltivi e dei seminati. Essi trascurarono il presidio di Paestum e fu allora che i Saraceni, con un nuovo attacco a sorpresa, ebbero la meglio invadendo le strade e impossessandosi delle case, mettendo a ferro e a fuoco ogni cosa incontrata sul loro avanzare. I pestani superstiti, allora, trovarono rifugio sul vicino monte Calpazio, lontani dalla vista degli accampamenti saraceni, ove edificarono un nucleo abitato oggi conosciuto come Capaccio Vecchia. La distruzione di Paestum e la sua conseguente rovina fu certamente determinata dall’elemento fuoco; questo avvolse e distrusse sia edifici pubblici che privati lasciando in piedi solo le strutture in pietra ed i templi che persero le coperture in legname.

Probabilmente fu così che avvenne la totale rovina di Paestum, questa bellissima città che per mano saracena da allora morì per sempre, senza più sorgere agli antichi splendori di un tempo, punto culminante della cultura e della civiltà ellenica nel mezzogiorno italiano. Gli scampati, nel succedersi di qualche generazione, scomparvero quasi del tutto e con essi furono sepolte definitivamente le notizie di ciò che era rimasto sotto i ruderi e la polvere di Pesto. Ben presto si cominciò ad indicare quella zona nella piana colma di ruderi come l’antico sito di una importante città del passato; pietre sparse e colonnati erano completamente avvolti dalle erbacce, da rovi e piante selvatiche e tutta l’area fu inondata dagli acquitrini; boschi e paludi avvolsero e nascosero per secoli il lontano ricordo di quel sito ove un tempo soggiornavano le belle “Sirene Pestane” e dove fino agli inizi del ‘900 era l’habitat naturale delle mandrie di bovi e bufale al pascolo e luogo incontrastato della mosca malarica, regina delle pestifere esalazioni. (testi & photo ©Andrea Perciato)

HELSINKI (“Helsingfors”, Finlandia/Suomy)… dall’isola di Taivalluoto alla cattedrale ortodossa

Dicono che la Finlandia sia il paese più felice al mondo… Situata in riva al Mar Baltico, la moderna e cosmopolita HELSINKI (in svedese Helsingfors) è stata la capitale mondiale del design per il 2012. La bellezza della natura circostante si fonde perfettamente con il progresso tecnologico e le tendenze contemporanee. Un percorso a piedi attraverso il centro città ci porta alla scoperta della capitale della Finlandia attraverso squarci della sua storia, mentre la moderna architettura e il design all’avanguardia sono l’eccellenza di questa terra e del suo popolo. Helsinki è piccola ed è una città immersa nel verde dei boschi che la circondano, riflessa nel blù di un limpido cielo e del mar Baltico, e nel bianco della sua Cattedrale. È una splendida moderna ed avveniristica città, che ha saputo mantenere, anzi accrescere, il proprio carattere di elegante capitale; laddove la natura è padrona assoluta, regalando ai suoi abitanti quel mondo bucolico che ne arricchisce la sensibilità e la spiritualità, le cui principali componenti sono laghi, foreste e cielo, accompagnati dai silenzi più assoluti. La città, nella sua parte interna, ci accoglie con giardini ed incredibili quartieri da vivere e visitare, mentre col suo fronte mare accoglie decide e decine di isole, tutte da scoprire.

Muovendosi da ovest verso est, dalla spiaggia di Hietaranta, zona occidentale della città, presso una rada circondata da isole, strade e ponti, si superano le colline costellate dalle migliaia di loculi e tombe del cimitero cittadino. Giunti nel centro, in mezzo al caos di piazza Narinkkatori molto frequentata e accanto a un centro commerciale, sorge la curiosa forma della “Kampin Kappeli” (la Cappella del Silenzio), tutta realizzata in legno; al suo interno regna il più assoluto silenzio e la sua idea è quella di accogliere le preghiere di tutte le confessioni religiose; un luogo in cui ritrovare la pace nel frenetico caos di una grande metropoli.

Spostandosi in direzione nord si raggiunge l’incredibile edificio della “Helsingin Keskustakirjasto OODI“, la biblioteca centrale di Helsinki. Vivace luogo d’incontro proprio al centro della città, la biblioteca centrale di Oodi è una meraviglia: la sua struttura in legno e vetro, si espande per mezzo di linee curve che si perdono verso infinite prospettive da un punto all’altro dell’edificio. Al piano terra si trovano due caffé, mentre il piano superiore c’è un magnifico open space in cui, oltre ai libri, sono a disposizione stampanti 3D, sale per il gaming, una zona dedicata ad attività di stiratura e cucito, angolo musicale, stanze insonorizzate per studiare e lavorare. La biblioteca è molto frequentata da persone di tutte le età e vale davvero la pena entrarvi, non solo per visitarla ma anche per prendersi un po’ di tempo per viverla.

A pochi minuti dalla Biblioteca si raggiunge “Helsingin Päärautatieasema“, la monumentale Stazione Ferroviaria di Helsinki. Bellissimo e possente edificio in granito situato proprio nel cuore di Helsinki. La parte esterna è caratterizzata da decorazioni risalenti al primo decennio del XX secolo, la parte interna è molto pulita, ordinata, ed è possibile visitarla in totale tranquillità a qualsiasi ora. Bellissima struttura Art Nouveau in granito si evidenzia per l’alta torre e le gigantesche statue incastrate che sembrano reggere la facciata; davvero notevole! La stazione di Helsinki è un capolavoro di architettura: i quattro possenti uomini che reggono il globo, il grande arco a tutto sesto e la torre dell’orologio dall’inconfondibile profilo ne fanno uno dei monumenti cittadini più interessanti di Helsinki; qui la sera sembra la location di un film del “Cavaliere Oscuro” Batman e questo angolo di città, con un po’ di fantasia, sembra assumere le sembianze delle atmosfere noire di Gotham City.

Raggiunti l’arteria principale si guadagna lo spettacolare viale di Pohjoisesplanadi una promenade cittadina su cui prospettano eleganti e raffinati edifici dell’’800 con negozi dalle principali griffe, musei, gallerie d’arte, bar, ristoranti e caffè, strada che costeggia il principale polmone verde della città: l’Esplanadi, un parco molto frequentato dagli abitanti poiché è il luogo ideale per i pic-nic estivi. Da lontano già s’intravede la linea costiera coi magazzini e le strutture portuali che si stagliano all’orizzonte. Al termine dell’Esplanadi, invece, imboccando a sinistra una traversa (Sofiankatu) dalla pavimentazione lastricata con pietre “a scaglie” d’origine marina, quest’ultima sbuca nell’ampia piazza “Senaatintori” (il salotto della città) su cui svetta “Tuomiokirkko“, la maestosa cattedrale di Helsinki (simbolo della capitale) tutta bianca e di rito luterano compete – per bellezza e scenografia – al Pantheon di Parigi. Questa cattedrale svetta in mezzo alla piazza ed è posta in cima ad una monumentale scalinata completamente bianca contro il cielo azzurro della Finlandia, quasi ricordando i colori della bandiera nazionale; essa domina sulla grande piazza sottostante e da lì sull’intera skyline della città.

E siamo finalmente giunti verso il mare. Crocevia dei suoi intensi traffici (di persone, materiali e merci) è il porto, uno tra i luoghi di interesse e più frequentati della città coi suoi mercati: “Kauppatori” (quello scoperto con le decine di gazebo e tendoni bianchi e color arancio ed il “Kauppahalli” (quello al coperto). Il primo, al termine dei lunghi giardini dell’Esplanade verso il mare, è già ben visibile da lontano ed è caratterizzato per i suoi tendoni che si stagliano sul molo; qui si può trovare di tutto: da oggetti dell’artigianato lappone (cappelli, sciarpe, maglioni) a tutta una serie di souvenir, oltre all’ottimo “street food” della tipica cucina finlandese dall’ottimo salmone, proposto in zuppa e affumicato, alle polpette di renna, i frutti dei boschi finlandesi, il pesce fritto, il tutto a prezzi ragionevoli. L’altro mercato, quello coperto, è un edificio – distante poche decine di metri dal primo – facilmente riconoscibile per le strisce orizzontali che lo caratterizzano e posto adiacente la struttura curvilinee di un ufficio turistico, sempre sul molo.

Con le spalle al mare non si può non notare, posizionata in un punto più alto rispetto al porto, la mole della “Uspenskin Katedraali“, la Cattedrale ortodossa (detta della “Dormizione”), splendida chiesa russo/ortodossa, situata in cima ad una collina su un’isola attaccata al porto. Già da fuori, tutta in blocchi rossi, è stupenda ma ancor di più è la visita al suo interno: inimmaginabile e maestosa essa si protende sulla strada da una parte e sul parco dall’altra. La chiesa è stata costruita su uno sperone di roccia e viene considerata come la chiesa ortodossa più grande d’Europa; anch’essa, come la cugina bianca (luterana), spicca fra i tetti finlandesi. Visibile da qualsiasi punto del centro cittadino spiccano, su tutto, le 13 cupole a forma di “cipolla“, tutte in oro a 22 carati, che luccicano sopra l’imponente struttura in mattoni rossi. La cattedrale è dedicata alla “Dormizione” perché una credenza locale narra che Maria non sia morta ma si sia solo… addormentata! Il suo interno è spettacolare, da lasciare senza fiato per le straordinarie bellezze artistiche, gli stili decorativi, le luci, i colori, i fumi dell’incenso che salgono fino alla cupola, le intriganti iconografie che celebrano la vita dei santi, della Madonna e del Cristo in croce; da non perdere l’iconostasi, che separa la navata, sostenuta da 4 colonne in granito, dove si celebra l’eucarestia e che è adornata da stupende icone.

Una giornata intera è bastata per conoscere, scoprire e “vivere” tutte queste interessanti esperienze di una città del nord. Le lancette dell’orologio sono andate abbondantemente oltre le 20,00 (ora locale; siamo a + 1 ora in avanti rispetto all’Italia), ma qui sembra di essere in un pomeriggio d’estate sulle Alpi dopo un temporale estivo; i colori esplodono in tutta la loro straordinaria bellezza e rendono ancor più magica l’atmosfera nordica di questa capitale della Finlandia. Il viaggio però continua, e prossimamente si andrà alla scoperta delle isole (qui giace l’arcipelago più grande del mondo, con oltre 80.000 isole) che costellano il territorio costiero; ma noi vi proporremo una su tutte… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CILENTO… e il suo ambiente tra passi, valichi, percorsi di fede, boschi, macchia e uliveti secolari

I monti del Cilento hanno – da sempre – avuto un ruolo unico, sia nel territorio che nel vissuto storico: luoghi di lavoro duro, paziente e a volte avaro; riparo dalle incursioni; ricovero per gli armenti; sicuro nascondiglio per i briganti. Queste montagne sono “parte viva” nell’animo delle genti cilentane ove i pastori ne sono i “padroni” ed esplicano, attraverso particolari rituali identificabili nel linguaggio, nella gestualità e nella musica, quella accanita devozione per le immagini sacre da cui l’erezione di cappelle e Santuari.

Oggi la presenza di nuove strade di comunicazione ha ulteriormente isolato l’antico sistema viario, tortuoso e impraticabile, che un tempo era articolato intorno agli altipiani o nelle vallate e che mettevano in collegamento passi e valichi d’importanza strategica, oppure evidenziavano una straordinaria varietà di scorci paesistici sia verso la costa che verso l’interno (Vallo del Diano). Alcuni di questi, come il Passo della Sentinella (956 m) o la Sella del Corticato (1026 m) testimoniano, ancora oggi, come il sistema degli accessi in questo territorio montuoso fu governato con estrema prudenza fin dall’antichità. Questo isolamento favorì, molto spesso, quegli insediamenti religiosi che si richiamavano non solo ai Santuari rupestri e a quei Conventi e Monasteri sparsi tra le colline e le vallate, ma anche a piccole chiese arroccate su inaccessibili e tortuose creste montuose.

E’ la storia di un territorio, questa del Cilento, in cui i profili montuosi e i pellegrinaggi che si svolgono lungo i loro pendii sono il filo conduttore di uno stesso sistema nato senza precisi confini. In primavera, l’immagine “santa” va sulla montagna per “vegliare” sui luoghi di lavoro dei fondovalle; mentre in autunno si torna al piano per consolidare i forti legami esistenti tra Santo e fedeli. Il rito continua con i pastori transumanti, i quali non solo compiono lo stesso percorso ma vivono un identico rapporto con il territorio, difficile e impervio, ove il “ruolo” della montagna assume molteplici aspetti di “carattere sacrale” e, molto spesso, “penitenziale”. Si avverte, in queste zone, come ancora oggi la giornata sia regolata misurandosi con gli eventi presenti in natura: il sole, le lune, le stagioni; di come questo paesaggio e la sua gente siano ancora rimasti così austeri e fieri, senza mai alterare le loro abitudini e con quel forte attaccamento a questa estrema zona sud della Campania. Questa regione conserva ancora immagini segrete e misteriose, mentre lungo i litorali della vicina costa il paesaggio, pur cambiando, si accresce di nuove e diverse suggestioni: pareti a strapiombo, scogliere rocciose e spiagge bianche contro cui s’infrangono le profumate onde di un mare così incredibilmente azzurro.

Fra le tante caratteristiche che presenta il Parco Nazionale del Cilento-Vallo del Diano, vi è quella della massiccia presenza della pianta d’olivo. L’ulivo “Cilentano” (o “Pisciottano”) produce una squisita qualità olearia che viene degustata sulle tavole di tutto il mondo. Per quanto riguarda la flora, si è riusciti ad individuare almeno tre fasce di vegetazione predominanti: la “mediterranea”, caratterizzata dal leccio, fillirea e olivo; la “vegetazione d’altura” formata essenzialmente dal faggio con qualche presenza del tasso, della betulla e dell’abete frammisti a cespugli di agrifoglio; mentre più in basso, la “vegetazione collinare” presenta i castagneti che, coprendo i versanti nordorientali, si alternano ai boschi in cui predominano querce, aceri, cerri, ornielli, carpini, ontani, lecci e sorbi. Più in basso, nelle vicinanze della costa, si alterna una vegetazione che va dalla macchia arida e aromatica con agavi, cisti, corbezzoli, ginestre, lentischi, mirti e pini, agli estesi uliveti con frequenti presenze del carrubo, su cui spicca per tutti la rarissima “Primula Palinuri”. In alto, nel cielo, non è raro veder volteggiare grandi esemplari di picchio nero, poiane, corvi e gracchi. (testi & foto ©Andrea Perciato)

CILENTO (terra da raccontare, terra da camminare): prime impressioni dei viaggiatori

(storie di emozioni, di genti, di luoghi, di tradizioni…)

In una Terra dove il senso del camminare si integra con un “vissuto” dalle arcaiche tradizioni… Là dove gli spazi assumono dimensioni senza confini mentre il tempo, come per incanto, sembra essersi fermato per l’eternità…!

Per lunghi secoli, la sicurezza del Cilento è venuta proprio dal suo interno; monti e catene a fare da baluardo, strade quasi inesistenti, fiumi a regime torrentizio. Goethe, che amava misurarsi con l’ignoto, quando giunse per la seconda volta a Paestum, nel 1787 affermò che “nulla di più” lo attirava nel meridione dopo aver visitato la pianura pestana e i monti che coronano il suo circostante territorio. Renàn invece, nel 1850 considerò Salerno l’ultimo “confine della civiltà verso il Sud” perché al di là di Faiano (Pontecagnano) tutto era palude e pericolo. Il Lenormant, infine, che fu un insigne archeologo francese ed un accanito viaggiatore, sul finire del secolo XIX (1883) intraprese un lungo viaggio che lo portò ad attraversare le contrade, i paesi, i monti, i fiumi e le vallate di quell’immenso e disarticolato territorio che, partendo dalla piana del Sele ed estendendosi fino a Sapri, nel golfo di Policastro, prende il nome di “CILENTO”.

Attraversare queste zone poste all’estremo meridione della regione Campania, oggi come allora, è una continua emozione che va esaltandosi con un alternarsi di stati d’animo, momenti in cui s’intrecciano stupori e meraviglie nel continuo incanto e nelle suggestioni offerte da quegli isolati borghi montani che emergono tra i profumi e i colori di questa meravigliosa natura mediterranea. Le impronte lasciate lungo piste e sentieri di questa terre portano a scoprire tutte quelle meravigliose bellezze che riesce ad offrire il PARCO NAZIONALE del CILENTO-VALLO DIANO, territori in cui spiccano le catene montuose degli Alburni, del Cervati, del Sacro-Gelbision e del Bulgheria fino a giungere lungo quei tratti di costa ancora cos’ incredibilmente intatti come l’incantevole Baia di Punta degli Infreschi.

Il Cilento, l’antico “CIS-ALENTUM” (al di qua del fiume Alento) dei Romani, fu in origine abitato dalle popolazioni lucane dell’interno. Fin dall’antichità gli insediamenti abitativi (di piccole dimensioni) dislocati nel territorio erano arroccati intorno ai rilievi montuosi, mentre lungo i litorali costieri, bassi e sabbiosi, sorsero antiche città come YELE/ELEA (Velia) e BUXENTIUM (Policastro-Bussento). Insediamenti, questi ultimi, che determinarono fin da allora, quelle principali arterie d’accesso che, sviluppatesi dal mare verso l’interno (l’antica Via del Sale, la Via del Grano, la storica Via del Ferro) ricordavano, a quei primi coloni ellenici giunti in queste zone, quelle forme montuose e collinari della loro patria lontana: la Grecia.

Il Cilento ha condizionato – nel corso dei secoli – lo sviluppo geografico in cui sorgono gli abitati delle zone più interne, caratterizzate dalle risorse tipiche della montagna (boschi e pascoli) le quali hanno influenzato, non poco, l’ubicazione degli insediamenti. Ed è in questo pittoresco quadro paesistico che si sviluppano i borghi, o su uno sperone soleggiato, oppure su un elevato pianoro le cui vie d’accesso ai monti sono costellate dalla presenza di boschi e foreste. Questi paesi conservano, ancora oggi (tranne alcune rare eccezioni), quelle dimensioni corrispondenti alla loro massima espansione verificatasi, probabilmente, verso la fine dell’800 e, comunque, prima che iniziassero quei grossi flussi migratori tipici di questi desolati territori; modeste estensioni urbanistiche che vengono compensate dalla bellezza di antichi ambienti in cui si sono conservate e mantenute quelle condizioni di semplicità e genuinità del vivere quotidiano. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

RIGA, Lettonia (LATVIJA)… la capitale dei due Soli!

Mai visto uno spettacolo della natura così bello e suggestivo come quello di scorgere – dallo stesso punto – il sorgere del Sole ed il suo tramonto oltre l’orizzonte. Paesi Baltici, RIGA… la capitale della Lettonia, un dedalo di vie lastricate ed ampie piazze, tetti (rossi) spioventi, campanili acuminati, edifici dalle superbe architetture; tutto ciò fa di questa grande città un favorevole e particolare punto strategico territoriale per l’intera Europa. Fin dall’antichità qui convergevano le più importanti vie commerciali di terra e le rotte marittime sul Baltico. Riga, che per decenni ha subito l’influenza dell’imperialismo sovietico, ha – nel dna della propria popolazione – matrici teutoniche che affondando le proprie origini nella vicina Germania.

Terra più volte ambita fra tedeschi e russi a cominciare dai principi del XX secolo, ha visto ripetutamente l’alternarsi di regimi totalitari subendo stragi e deportazioni. Finita sotto l’influenza Russa diviene una Repubblica Socialista Sovietica. Ma è soltanto dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica che Riga, e l’intera Lettonia, riconquistano nuovamente un ruolo da protagonisti in Europa. Il bellissimo itinerario a piedi ci conduce nel cuore della città vecchia (Vecrijga) per farci conoscere le sue bellezze ed apprezzarne fino in fondo le sue peculiarità di arte, storia e cultura. Si parte dal Ponte Akmens sul Daugava, importante fume che sfocia nel vicino Baltico. Una piazza caratterizzata dall’imponente statua della “libertà” (scultura marmorea raffigurante tre personaggi di sicura matrice sovietica, ma che simboleggia l’identità lettone) s’apre con la bellissima facciata dell’Hotel De Rome.

Tuffandosi nella vivacità dei colori delle facciate degli edifici storici, si giunge nei pressi della gigantesca mole della chiesa – tutta in mattoni rossi – dedita al culto di San Pietro. Qui le sorprese non mancano e in poche decine di metri volgendosi intorno troviamo, il vicoletto che immette attraverso un tipico portone che per decenni ha determinato il confine (ingresso) del ghetto ebraico; ai marigini dei marciapiedi, tutti rigorosamente basolati, si trovano le originali e vivaci bancarelle che vendono, in bella mostra, gli oggetti tipici dell’artigianato locale, dalle bambole in tessuto alle collane e monili forgiate con l’ambra. Qui un curioso gruppo scultoreo dalle figure zoomorfe sovrapposte, rappresenta i “Musicanti di Brema” la famosissima fiaba di matrice tedesca, una simpatica statua in bronzo donata dalla città tedesca a Riga unite in gemellaggio a stringere ulteriormente i rapporti di amicizia (commerciali e religiosi) tra le due città che dura dal XII secolo.

Il percorso sfocia in una grande piazza ove tipici locali, bistrot e pub sono il punto di ritrovo per tutti coloro che amano trascorrere un pò di tempo a bere e chiacchierare; intorno numerosi artisti di strada tra cui alcuni molto giovani. Il labirintico percorso ci conduce nella grande spianata della piazza su cui s’affacciano la mole del Rigas Dome, il duomo; al centro della spianata basolata, un disco bronzeo ci ricorda che stiamo calpestando un luogo sotto tutela Unesco e Patrimonio Mondiale dell’umanità. Appena un paio di case dietro la piazza, lungo la stradina Mazapils iela, si stagliano – quelle che vengono conosciute come – le bellissime facciate di uno dei più suggestivi complessi architettonici dell’antica Riga: i “Tre Fratelli” tre abitazioni corrispondenti ai numeri civici 17, 19 e 21 tra le più antiche residenze della città, conosciute per le loro strutture a “graticcio”.

Il percorso continua a perdersi nella bellezza di case storiche, nelle ombre di palazzi monumentali che profumano d’antico e nello splendore delle prime luci che caratterizzano bar e ristoranti e che preannunciano l’avviarsi al tramonto che può essere goduto proprio dal punto di partenza, e cioè dal ponte sul fiume/canale della Daugava da cui, affacciandosi dalla balaustra, si ammira uno scenario davvero unico: il sole che scivola e irradia il suo ultimo raggio nel cielo prima di scomparire oltre l’orizzonte… e sono appena le 22,15 di sera, ora locale!!! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

QUIRAING, (Skye island, Scozia): la “montagna di fuoco” per la Luna che cadde sulla Terra

“IF I COULD I WOULD COME AND LIVE HERE FOREVER…!” Siamo sull’isola di Skye, nelle Highlands scozzesi e il lontano suono di una cornamusa ci accoglie al valico del Quiraing. Un attempato signore (con meraviglia si scopre che è di origini tedesche ma, come noi, con la Scozia nel cuore) celebra la struggente bellezza di questi luoghi intonando le note di “The Brave” e l’atmosfera diventa subito… magia! Dopo lo stupore per essere stati accolti, una volta raggiunti la base di partenza per l’escursione al QUIRAING, dal suono di questa cornamusa che esegue le note dell’inno scozzese, ci avviamo a percorrere il sentiero che ci porta alla conoscenza di questa incredibile, fantastica e “misteriosa” balconata montuosa che sembra essere proprio un paesaggio lunare piombato quaggiù, sulla Terra.”

Siamo sulla cresta di Trotternish, un gigantesco massiccio che si eleva come un gradino nascondendo pianori e picchi rocciosi. Questo è il Quiraing (“cuith raing“), che starebbe a significare un “recinto a colonne“, ma il nome non rende giustizia a questa straordinaria platea rocciosa composta da blocchi, guglie e pinnacoli. I percorsi sono un po’ impegnativi, difficili in alcuni punti e se c’è nebbia (bassa visibilità) o vento forte è sconsigliato percorrere il sentiero principale che ha inizio dal valico per un ripido tornante che guadagna il crinale con le rocce del Quiraing ben visibili davanti a destra. Il sentiero accidentato, ruvido sotto i piedi con pendii erbosi che si alternano a gradoni rocciosi dalle forti inclinazioni, passa a sinistra di un cuneo in pietra con dirupi rocciosi, da un lato, ed erba dall’altra.

Si cammina seguendo la base di una linea di falesie per 800 metri circa fino a raggiungere il cuore dell’area. Guardando metri in avanti è possibile vedere un ammasso di roccia distaccatosi dal fronte della falesia (che i locali chiamano “la Prigione“), al cui apice s’impenna l’Ago, un pinnacolo alto 36 metri. Subito dopo questo groviglio pietroso composto da guglie e pinnacoli, e mantenendosi sempre con le pareti rocciose a sinistra, si giunge presso una recinzione; qui è possibile superare la recinzione e continuare lungo la base delle falesie; da questo punto molti sono gli escursionisti che ritornano lungo lo stesso percorso. Per completare il circuito è possibile continuare per il sentiero che scorre sul lato sinistro e un ripido pendio erboso a destra per altri 800 metri.

Il percorso sale fino a un muro in pietra (una vecchia diga di contenimento); si attraversa il muro composto da blocchi di pietre a secco e compare un’altra piccola valle (chiamata dai locali “la Tavola“); tracce ben visibili intorno lasciano facilmente intuire che qui era il sicuro rifugio per le popolazioni locali e il loro bestiame che, nascondendosi, si sottraevano alla vista dei pirati (principalmente vichinghi e danesi) che giungevano dal mare per depredare questi territori. Superati l’avvallamento, si continua a camminare lungo ripidi ghiaioni mentre il sentiero diventa piuttosto fangoso. Volgendo sempre a sinistra il sentiero si arrampica fino ad incontrare un’altra rete metallica (semplice da attraversare); e qui è proprio il punto intermedio del circuito.

Girando a sinistra si procede verso l’alto, camminando in quota, molto vicino al bordo della falesia da cui si possono ammirare ampie vedute panoramiche che invitano a sostare per fotografare: verso est si scorge il villaggio di Staffin, più in basso, intervallate da lingue di mare che sembrano incorniciare il paesaggio, si stagliano le isole di Raasay, Rona e più oltre le colline di Torridon sulla terraferma. Proseguendo lungo il crinale del Quiraing, verso sud a sinistra, il sentiero può essere a volte bagnato e fangoso. Con i suoi affascinanti strapiombi e i pinnacoli di roccia, l’altopiano del Quirang è il paradiso degli escursionisti ma anche dei fotografi: si presta ad avventurosi trekking e a scatti da sogno. Il luogo offre alcuni tra i più bei paesaggi dell’isola di Skye, e per conquistarli l’escursione non è delle più agevoli, ma la vista che si gode dalla sommità ripaga, sicuramente, di ogni fatica.

Quando si arriva al vertice (540 m), con un vento che soffia così forte tale da rendere difficile il precario equilibrio di ognuno e dopo una foto ricordo in cresta, da quassù è possibile godere dello spettacolare paesaggio del Tavolo, un pianoro circondato da formazioni rocciose; In questo posto, per molti secoli gli abitanti del luogo nascondevano i greggi di pecore e il bestiame (le singolari mucche dal pelo lungo rossiccio) da pascolo alla vista degli invasori, poiché l’altopiano e ben nascosto e non è visibile dal basso. Da qui, continuando a camminare in discesa, la traccia del sentiero principale scorre per un ripido pendio erboso fino a ricondurre nuovamente al valico, punto di partenza di questa bellissima escursione. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

MØN KLINT (Danimarca)… infiniti orizzonti tra bianche scogliere e un mare turchese

Un’avventura nel tempo e nello spazio… una lunga storia che dura da oltre 80 milioni di anni. Un’isola la cui altezza supera appena i 145 metri (tra i punti più elevati dell’intera Danimarca) e che raccoglie in se tutta una serie di sorprese naturalistico-ambientali che si rincorrono lungo tutti i possibili orizzonti che riescono ad offrire le coste e le sue particolari scogliere… Siamo a Mǿn un’isola che profuma di mare, offrendo un pescato davvero di prim’ordine tra gamberi del Baltico e salmoni del mare del nord; al suo interno, invece, l’isola offre autentiche oasi naturalistiche che si alternano tra copiose macchie boschive (faggio, betulla, felci e altre…), radure erbose tra specchi d’acqua dolce circondati dal canneto, ad immense distese di campi coltivati a foraggio, patate, barbabietole e zootecnia affiancata agli allevamenti e ai pascoli; su tutto primeggia l’intenso giallo dei fiori della “colza” che qui, più che altrove, se ne raccoglie in abbondanza. Ma l’aspetto più caratteristico che presenta l’isola, sono le sue bianche scogliere di Mǿns Klint, formazioni di gesso che sprofondano nell’azzurro del mar Baltico.

La loro superficie è ricoperta di fossili risalenti all’ultima glaciazione, di quando queste ripide coste erano un tutt’uno con le scogliere di Rügen sulla sponda opposta in Germania. Scendere ai piedi della scogliera è un’avventura superabile dopo aver percorso 500 gradini di una passerella in legno che porta a toccare il mare sconfinato attraverso un caleidoscopio cromatismo che raccoglie gli intensi colori che vanno dal verde al turchese; un meraviglioso scenario in cui perdersi è piacevolmente bello. Le Mǿns Klint sono anche conosciute come la “Meraviglia del Baltico”: uno strapiombo in gesso bianco che precipita in modo violento nelle acque dalle mutevoli tonalità che vanno dal giada al turchese, al cobalto e smeraldo. Dalle sue scogliere è possibile avvistare il falco pellegrino che volteggia sospinto dai venti, trovare fossili tra le pareti in gesso oppure l’ambra lungo la ciottolosa spiaggia. L’avventura alla scoperta delle meraviglie naturali offerte dall’isola di Mǿn non pone limiti di spazio e di tempo; qui il lento ritmo dei passi è una prerogativa, senza correre, lasciandosi trasportare intensamente… da tutte le possibili emozioni! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)