ad Imlil (امليل, Marocco) tra sperduti villaggi berberi ai piedi dell’Atlas.

Queste vallate che s’aprono alle pendici settentrionali dei monti dell’Atlante sono state abitate fin dal Neolitico, in gran parte da popolazioni di etnia Berbera. Questi popoli riflettono l’essenza di quello spirito che da sempre li identifica, e cioè “Uomini liberi” dall’originario significato della lingua Imazighen che – con lo scorrere del tempo – derivò dal termine “barbaro” di matrice greco-latina. La popolazione del Marocco si sente berbera e non araba e questo è un conflitto che li perseguita da sempre. In particolare, poi, in questa zona del Marocco, vivono esclusivamente popolazioni berbere e, osservando le usanze di questa gente, povera ma molto orgogliosa delle loro tradizioni, queste vengono tramandate di generazione in generazione sempre e soltanto attraverso la parola. Qui, in questa parte d’Africa, la cultura berbera affonda le sue radici nelle sabbie del Sahara che s’apre sull’orizzonte oltre la gigantesca catena di montagne che s’aprono davanti ai nostri occhi. Prima di raggiungere le montagne però abbiamo la possibilità di poter fare una visita a una tipica casa berbera. Appena varcati la soglia d’ingresso, ove una sorta di tenda/tappeto funge da porta, dimentichiamoci qualsiasi tipo di comfort, anche se per i proprietari della casa sembra di possedere una reggia, anche se si fa presto l’abitudine ad essere circondati da insetti e moscerini di varia grandezza.

Le mura, calde d’inverno e fresche nelle più assolate estati, sono realizzati della solita argilla, mista a paglia e qualche mattone misto di sabbia e terracotta; mentre gli ambienti sono divisi tra stanza da letto, una sottospecie di salotto, una piccola stalla vuota, un piccolo frantoio mosso dalla forza di una grossa mola in pietra sospinta dal perpetuo giro di un asinello, e infine la cucina all’aperto con un lavatoio e un forno dove poter cuocere il cibo. Dopo aver ancora superato chilometri di un deserto roccioso, dislivelli non indifferenti fra tornanti polverosi e case fatte tutte di paglia e argilla; le famose “case rosse” del Marocco tutte, rigorosamente, con la parabola satellitare, eccoci proiettati nel bel mezzo di un paesaggio dal sapore alpino. Come attraverso una finestra spalancata, il paesaggio s’apre sulla rigogliosa Valle d’Ourika, famosa per la massiccia presenza di numerosi villaggi sparsi sulle pendici abitati da popolazioni berbere che qui – da sempre – vivono e coltivano i terreni grazie alla presenza delle bellissime acque fiume Ourika, che scorrono attraverso le gole di Asni, un pittoresco villaggio arroccato lassù in alto noto per il suo mercato settimanale del sabato, il percorso prosegue lungo una verde vallata dove i suggestivi profili di bellissime montagne, imponenti bastioni naturali, giocano con i colori della natura dall’alba al tramonto.

Si raggiunge il villaggio di Imlil, a 1740 metri sul livello del mare, ai piedi delle pendici del vicino al monte Toubkal, la cima più alta del Nord Africa, in una cornice paesaggistica all’interno di uno scenario naturalistico di grande fascino. Qui gli abitanti, tutti estremamente gentili ed accoglienti, permettono, a chi raggiunge il villaggio, di scoprire le attività artigianali, di entrare nelle loro case per pranzare insieme, di assaporare il tradizionale tè alla menta, gustare l’ottima cucina locale caratterizzata dal tajine a base di montone o pollo, di saggiare le molteplici varianti del cous cous, di prendere lezioni di cucina e di fare escursioni nelle natura circostante. Il simpatico villaggio di Imlil, nell’Alto Atlante, si trova proprio nel cuore del parco nazionale del Jbel Toubkal. Imlil è una tappa necessaria, se non addirittura fondamentale, prima di cominciare qualsiasi escursione, trekking o tappe di avvicinamento per arrampicare che portano al Toubkal, utile base ove poter acquistare provviste e tutto il necessario per i trekking e le ascensioni.

Molti sono i sentieri che puntano verso l’alto, ma il nostro obiettivo – vista la poca disponibilità di tempo – non è raggiungere la cima dell’Atlante, quel Toubkal che tocca i 4167 metri d’altezza, ma conoscere le bellezze paesaggistiche e ambientali che riesce ad offrire lo spettacolo della natura in questa parte di mondo. Superati un primo forte dislivello, il sentiero sembra quasi planare; tutt’intorno una copiosa foresta di alberi (betulle e conifere) e rocce che s’impennano verso l’alto fino a chiudere quasi l’orizzonte. Si cammina seguendo la direzione di un ruscello canalizzato che, grazie alla forte pendenza, riesce più facilmente a raggiungere i terreni da irrigare. Il sentiero serpeggia tra le rocce e saltella da una sponda all’altra delle rive del torrente; supera inizialmente guadi realizzati con grosse pietre appositamente incastrate nell’acqua e ponti legati con corde, passamani, steccati e passerelle in legno fino a raggiungere la spettacolare cascata di Setti Fatma, il primo di una serie di salti che più a monte raccolgono le acque che giungono dallo scioglimento delle nevi. Osservare il triplice salto che eroga la potenza di queste acque ricostruisce e consolida sempre di più quel rapporto armonico che da sempre si connette tra uomo e natura; la cascata e il sentiero percorso per raggiungerla sono – credetemi – come il paradiso in terra.

Per il rientro ad Imlil appena raggiunti le prime case di un villaggio abbarbicato sulle rupi a ridosso di Imlil si compie un altro percorso raggiungendo il lato opposto (destra orografica) della vallata. Attraversiamo campi coltivati a ortaggi, una folta foresta determinata da giganteschi tronchi le cui basi raggiungono anche gli 8/10 metri di circonferenza, fino a raggiungere case/laboratori (costruzione e vendita di tipici tappeti della cultura berbera), erette sul ciglio di dirupi, che si spalancano sui paesaggi della vallata. Raggiunti la rotabile in pochi minuti di discesa l’intenso profumo della cottura di un tajin ci riconduce nuovamente ad Imlil, termine di questa escursione che per qualche ora ci ha fatto vivere e scoprire le atmosfere delle montagne dell’Atlante; quei profili montuosi che – per qualche decina di minuti prima del rientro – seduto a contemplare su un enorme tappeto berbero, non mi sono mai stancato di osservare. Il “mal d’Africa” passa anche attraverso questi momenti… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Le donne di ZAWIYT NBOHITA (الزاوية نبوحيتة) le “mimose” del deserto; storie di emancipazione, riscatto e orgoglio nel cuore del Marocco

In questa regione dell’Africa occidentale, che affonda le sue sponde nelle acque dell’Oceano Atlantico, emergono storie di donne che ti fanno scoprire e conoscere uno dei lati più belli, misteriosi e affascinanti del mondo islamico femminile: quello delle donne di stirpe BERBERA (quelle del “Popolo Libero”). Storie che, spesso, vengono accostate a quelle della principale produzione che offre questa terra: i semi della pianta di “argan” da cui si estrare il prezioso nettare conosciuto in occidente come olio di Argan e molto usato in cosmesi dalle donne di tutto il mondo.

Le donne berbere e l’olio di argan sono un connubio indivisibile qui in Marocco. Durante una tappa di avvicinamento alle pendici settentrionali dei monti dell’Atlante abbiamo incontrato, presso il villaggio berbero di ZAWIYT NBOHITA nella valle del Ghighaya, alcune di loro riunitesi in cooperativa, ed abbiamo visitato una delle decine di queste imprese (composte da sole donne) sparse – per chilometri – su un ampio territorio ai piedi dell’Atlante. L’argan è un prodotto di tradizione molto antica, realizzato da mani femminili per essere utilizzato dalle donne di tutto il mondo.

L’olio di Argan viene chiamato “l’oro liquido del Marocco” e si estrae a partire dalle bacche verdi degli Argan (pianta conosciuta come Argania spinosa o Argania sideroxylon) che sbocciano sugli alberi su cui – molto spesso – si vedono arrampicare le capre che brucano questi frutti. Il procedimento lavorativo per ottenere il prodotto finale comincia con la raccolta delle bacche da cui si elimina la polpa (ottimo cibo per gli animali) mentre si trattiene, invece, il seme dal cui interno si estrare una specie di mandorla che, sottoposta a molatura, eroga una pasta oleosa.

Tutta la lavorazione segue un tradizionale procedimento – principalmente fatto a mano – che si perpetua fin dalla notte dei tempi e solo, ed esclusivamente, le donne berbere di questi territori sanno come estrarre l’olio. Le aziende cooperativiste nate negli ultimi anni in Marocco offrono lavoro a donne di tutte le età. Diversi anni fa, ancor prima che il prodotto divenisse di largo consumo in cosmetica, le donne producevano l’olio all’interno delle proprie case; mentre i loro mariti lo vendevano sui mercati e si trattenevano i soldi del ricavato. Fin quando, quelle stesse donne non hanno preso consapevolezza delle proprie capacità (lavorative ed imprenditoriali) ed hanno deciso di scendere direttamente in campo per la produzione e vendita di questo prodotto

Ora, queste donne dal nobile e fiero aspetto decise ad impegnarsi a fondo in queste attività che va dalla raccolta al prodotto finito pronto per la vendita (e spedizione in tutto il mondo) non hanno bisogno dei soldi dei loro mariti, li guadagnano direttamente loro gestendo il ricavato in prima persona. Ciò ha portato a risvolti positivi per l’emancipazione delle donne locali e per le intere popolazioni femminili in quest’angolo d’Africa.

Questo ciclo produttivo ha portato indipendenza ed emancipazione nel mondo femminile africano, specialmente nella vita delle tante donne assoggettate da sempre ai propri mariti; questo ha favorito una importante crescita nella scala sociale; un risvolto della medaglia in cui donne componenti (o facenti parte) di comunità spesso emarginate in questo modo hanno guadagnato spazio e credibilità nella scala sociale.

Perciò, ogni volta che una donna occidentale utilizza questo speciale unguento per la propria pelle, ora capirà tutto il mondo, le azioni, le fasi, i momenti… che si celano dietro la produzione dell’olio di Argan. Senza nulla togliere alle altre importanti figure femminili presenti nella nostra società, questo 8 marzo lo dedico a loro, alle “donne berbere!” AUGURI… a tutte voi! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Agafay desert (اكفاي – MAROCCO) un te sotto la tenda e a spasso per il deserto

A poche decine di chilometri a sud di Marrakesh s’apre uno spettacolo naturalistico e ambientale di notevole bellezza: chilometri e chilometri di silenzio tra l’immensità di paesaggi che si perdono all’infinito, mentre nel mezzo… il nulla del deserto di AGAFAY.

Anche se il più ambito (e sabbioso) Sahara si trova a molti chilometri più a sud, questa esperienza “desertica” nell’Agafay si avvicina molto a quella del più celebre deserto. Tutt’intorno, per decine e decine di chilometri non c’è nulla, solo un vasto altopiano roccioso ove ogni tanto, in lontananza, si scorgono muretti di pietre a secco (ovili) e qualche pastore che segue il suo sparuto gregge di capre che pascolano in una distesa di altopiani rocciosi che creano un affascinante luogo, molto simile ad un autentico paesaggio lunare.

L’alto spirito di accoglienza e ospitalità che contraddistingue queste popolazioni stanziali nel deserto, tra berberi e nomadi tuareg, ha dell’incredibile. Appena raggiunti una piccola oasi che – improvvisamente – compare nascosta dietro una duna ecco comparire una piccola oasi; ma più che un’oasi è il risultato di come queste popolazioni riescano a ricavare, in un ambiente così aspro e – all’apparenza – inospitale, un angolo di paradiso davvero inaspettato: campi sapientemente coltivati ad ulivo e sufficientemente irrigati da acqua di pozzo astutamente ricavata da una falda sotterranea. Una grande vasca ricavata in un recinto di pietre a secco contiene centinaia di litri d’acqua che una pompa provvedere a trasferire nei canaletti appositamente ricavati tra i piccoli filari ulivati.

In un ampio spiazzo tra questi alberelli (che sembrano grossi cespugli) si ergono almeno 4 grosse tende, che si rifanno alla tradizione beduina; esse sono state realizzate per accogliere i viaggiatori che si trovano a transitare da queste parti. Qui, prendere parte al rito del te intriso con la menta sorseggiandolo seduti intorno ad un tavolo basso accovacciati su tappeti multicolori e cuscini dagli incredibili disegni, più che una tradizione che evidenzia l’ospitalità di questa gente, esalta la gentilezza dell’accoglienza e la cura che si esprime verso il forestiero per farlo sentire accolto in casa come amici e non come una fugace visita di forestieri di passaggio; oltre al te, coronano questa piacevole sosta anche biscotti preparati al momento, salsine, pane, marmellate, burro, spezie ed olive accuratamente preparate per l’occasione.

Qui i colori, in questa parte dell’Africa, vanno dall’ocra più intenso al rosso più sbiadito, incorniciando – laggiù sullo sfondo a sud – le aree aride della “cordillera atlantica”. Nonostante la loro latitudine, l’altitudine di queste montagne ti permetterà di vedere le cime innevate. Volgendo lo sguardo a mezzogiorno, se la giornata è nitida sono possibili scrutare i profili innevati delle montagne più alte dell’Africa settentrionale; quei monti dell’Atlante su cui domina, su tutti, la cima del Toubkal. Una escursione a dorso di dromedario (non cammelli) è il clou più interessante e divertente della giornata; col suo passo lento e costante l’itinerario attraversa un ambiente naturale perfettamente conservato ove sembra di attraversare un incredibile paesaggio lunare scoprendo, oltre l’orizzonte, delle piccole oasi e ammirando pastori al seguito di centinaia di pecore pronte per il pascolo sulle arse colline incuriositi da cosa mai avrebbero mangiato queste pecore in un territorio così secco, inospitale e senza un filo d’erba.

La particolarità di questo luogo avvolto dal più assoluto silenzio, è che si sta attraversando un deserto di pietra e rocce ove lo sguardo – oltre ogni possibile orizzonte – offre un panorama unico, nel quale si susseguono bianche dune che si alternano a lievi ondulazioni in roccia rossastra, come calanchi in calcarenite, la cui forma e colore ricordano molto da vicino quelle Sahariane di Erg Chebbi. Il capo-carovana guida i passi dei dromedari lungo polverose e assolate piste; in lontananza si scorgono sparuti gruppi di case, più che altro 4 pareti in pietra con il tetto di palme, raccolte all’interno di recinti realizzati con pietre a secco del deserto. Come piccoli villaggi esse sono raccolte intorno ad un palmizio, ciò a testimoniare che in quel luogo la sapiente maestria di chi ci vive e la dura esperienza della vita nel deserto, hanno contribuito nel riuscire a trovare, e a ricavare dal sottosuolo, pozze d’acqua (spesso non potabili) utilissime ad irrigare quei pochi metri di deserto che si riescono a ricavare come colture di bacche, ortaggi e verdure, nonché di ulivi.

L’Agafay, come in molti magari credono di aspettarsi, non è un deserto sabbioso come quello del più blasonato Sahara; esso è, piuttosto, un immenso altopiano di terra arida che – per decine e decine di chilometri – offre una vera, autentica sensazione di deserto da godere soprattutto nei periodi giusti dell’anno. Qui la steppa locale determina anche le contrastanti condizioni climatiche in una terra eccessivamente arida tale da riuscire ad offrire giornate con temperature infernali che si alternano a notti estremamente fredde. Nei periodi più caldi dell’anno in questo deserto le temperature massime riescono a raggiungere (e superare) anche gli spaventosi 40 gradi, per cui queste escursioni su dromedario sono possibili effettuarle o all’alba o al tramonto.

Per il resto, poi, lasciarsi cullare dalla fantasia e sognando ad occhi aperti di poter essere un califfo, o magari l’avventuriero Lawrence d’Arabia o – meglio ancora – l’icona del perfetto cavaliere berbero spesso incarnato dal celebre attore Omar Sharif, riempie di pensieri, di emozioni e di sensazioni il resto dell’escursione ammirando gli splendidi scenari del paesaggio circostante in un’autentica estasi contemplativa. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Marrakesh/Marocco (مراكش)… dal vivace caos della Medina ai silenzi meditativi di Koutoubia

Tre sono i principali luoghi da non perdere in questa magica “città rossa”: il dedalo di vicoli, supportici e traverse del souk che si ramificano nella sua parte più vecchia (la MEDINA) dichiarata – fin dal 1985 – Patrimonio UNESCO; il vivace caos della piazza JEMAA el FNAA; e l’austera (e antica) “Moschea dei Librai” di KOUTOUBIA.

La Medina è un qualcosa di inimmaginabile. Si tratta di uno sterminato numero di vicoli e vicoletti pieni di bancarelle e negozietti. Completamente coperto da tende di vario genere che quando alzi gli occhi in alto è difficile vedere un barlume di cielo e non si vedono punti di riferimento per cui è facilissimo rischiare di perdersi. I silenziosi cortili e i tortuosi vicoli che caratterizzano la MEDINA sono un continuo rincorrersi di souk colorati, che si alterna alla tipica architettura moresca e a giardini accuratamente nascosti.

Quello che noi oggi conosciamo come “città vecchia”, o “centro storico”, è tuttora completamente cinta di mura, che racchiudono al suo interno un universo di colori, odori, rumori; antichi monumenti, mercati (i vari Souk), quartieri (quali la Kasbah e il Mellah), ma anche hotel e dimore (i Riad), oggi ristrutturate e riportate ad un antico splendore un po’ come gli occidentali b&b. In questo intricato labirinto è facile perdersi percorrendo i vicoli dei souk senza una meta precisa; ove si alimenta il fascino per la scoperta, si è coinvolti dalla curiosità che ad essa conduce, riservando – di volta in volta – conquiste inaspettate e scorci di angoli insospettabili; tutto questo alternarsi di momenti alimenta gli occhi e l’anima, contribuendo a edificare nella nostra mente immagini e ricordi che, sicuramente, resteranno per lungo tempo impressi.

Racchiusa entro un cordone di mura rosa (lunghe circa 19 km) che si ripete, come scatole cinesi, fino al margine della città moderna, la Medina altro non è che un contenitore di anime vaganti che si trastullano tra la vivace magia del momento, colori mai uguali a sé stessi e rumori che si rincorrono tra portali finemente decorati e vicoli ove scorgere la luce del sole risulta essere un’ardua impresa. Qui, anche ripassando dalle stesse strade ogni volta si hanno nuovi scorci e nuove sensazioni. Innumerevoli sono negozi che offrono ogni tipo di mercanzia, con particolare riferimento a spezie ed erbe, tappeti, ceramiche, pelletteria, artigianato di metallo battuto e terrecotte grezze o smaltate, cibi locali, colori e odori locali, laddove – trattare sul prezzo richiesto – è la tipica consuetudine locale.

Qui a Marrakech hanno tutti da fare. Chi cuce, chi salda e batte al tornio, chi prega, chi spolvera, chi bagna i pavimenti, chi traina un improbabile calesse ricavato da quattro assi poggiate su due ruote (di auto o di moto) e trainato dal flemmatico passo di muli o asinelli. L’atmosfera che si respira nelle viuzze piene di botteghe di cuscini, tappeti, piadine e frittelle preparate al momento, spezie in sacchi multicolori e vestiti su stampelle agitate dal vento risulta essere autentica, confusa, coinvolgente. Qui tutti vendono, tutti comprano; tutti corrono all’affannosa ricerca di qualcosa ma, spesso, nessuno sa che cosa! In questo allegorico caos di frenetici momenti ed elementi, due sole cose rendono calma e quieta l’atmosfera: la voce del Muezzin, che invita alla preghiera, e i gatti che si trastullano nei luoghi più impensabili. La prima segna il tempo che sembra non esistere; per i secondi, invece, dormire infischiandosene del tutto è la più salutare delle azioni.

Eccoci finalmente giunti in quel luogo considerato come un vero teatro all’aperto, l’anima pulsante di questa città: la Piazza JEMAA el FNAA, ove tutti sono attori e recitano una parte rendendo il posto unico nel suo genere: suonatori; danzatori; incantatori di serpenti; chioschi di spremute d’arancia, con bancarelle da cui salgono piramidi di agrumi e frutti d’ogni genere; banchetti che (espongono ed) offrono ogni sorta di cibo, dalle fritture di pesce alle carni sulla brace; tatuatori occasionali; domatori di scimmie. Una miriade di prodotti in vendita, tutti esposti senza il prezzo (qui in Marocco, e soprattutto a Marrakesh, la trattativa è una consuetudine); i tanti e coloratissimi tappeti che si alternano ai costumi tipici della tradizione locale; e poi ancora i profumi, le essenze, gli olezzi dei cibi cotti al momento e i ritmi alienanti della musica popolare che si ripetono all’infinito. La piazza è il centro della vita (turistica, economica e commerciale) cittadina, mentre di sera, dal tramonto in poi – al calar del sole – si anima incredibilmente divenendo un autentico palcoscenico all’aperto in cui la musica tradizionale fa da colonna sonora con vari gruppi di “artisti” intorno a cui si raccolgono capannelli di gente coinvolti ad ascoltare con esibizioni di cantastorie, astrologi, suonatori, incantatori di serpenti, mercanti di qualunque genere di merce; qui l’atmosfera è indimenticabile, irresistibile, unica al mondo!

In fondo all’ampio viale che, partendo dalla piazza, si protende verso sudest, si staglia Il Minareto della Moschea di Koutoubia che è sicuramente uno tra i più alti dell’Africa settentrionale; esso è ben visibile da ogni angolo della città e, come un faro, è un sicuro punto verso cui orientarsi. Considerata una vera “icona” di Marrakesh essa è una delle principali moschee islamiche ed è, senza dubbio, la più importante della città. Il suo nome, che in arabo significa “moschea dei librai”, indicherebbe l’esistenza, negli immediati dintorni, di un antico souk di botteghe in cui si vendevano libri e testi sacri sin dalla sua costruzione. Com’è risaputo, ma d’altronde non poteva essere diversamente, l’accesso alla moschea è preclusa ai non musulmani (noi ci contentiamo di ammirarne le fattezze, i colori e i materiali), e quindi la sua parte visitabile è limitata al percorso esterno lungo il suo perimetro. Il Minareto della Moschea, conosciuta anche come il “faro” è una bella torre di epoca almohade simbolo di Marrakech e dell’intero Marocco, è realizzato a pianta quadrata di circa 12 metri di lato, per circa 70 metri di altezza; esso ospita sei sale sovrapposte, ed attorno ad esse, lungo il suo perimetro, corre una rampa, lungo la quale salivano i muli che portavano sulla sommità il materiale necessario alla sua edificazione.

In cima al Minareto, una piattaforma con balaustra merlata, fa da base ad un lanternone alto circa 16 metri, che porta sulla sommità quattro sfere sovrapposte di diametro decrescente, realizzate in rame dorato. Una locale leggenda narra di come, inizialmente, le sfere fossero state fuse in oro, utilizzando i gioielli della moglie del sultano, accusata di aver rotto il digiuno del Ramadan. Le quattro facciate del Minareto sono diverse tra loro, e presentano fini decorazioni con archi intrecciati, maioliche verdi e azzurre, pitture e stucchi. Ai suoi piedi si aprono i suoi splendidi giardini ricchi di palme, aranci e panchine su cui rilassarsi e prendere fiato dal caos della piazza principale e dei souk. Qui un tempo, dall’alto della sua sommità, il muezzin (sorta di sacerdote) richiamava l’attenzione, con la voce distorta dal megafono, invitando alla preghiera tutta la popolazione; oggi invece una voce preregistrata, quasi come un canto/lamento, invita lo stesso alla preghiera ed anche se i musulmani sono intenti nelle loro faccende quotidiane, non hanno necessità di fermarsi e pregare, basta scorgere con lo sguardo indiscreto il loro labiale, siate certi che stanno pregando!

Marrakesh, autentico biglietto da visita per scoprire uno degli infinitesimi angoli dell’Africa; ma siamo sicuramente certi che addentrandosi verso le desolate terre dell’interno, fra deserti in roccia e terra rossa e montagne oltre i 4000 metri d’altezza, questa terra riserva ancora innumerevoli sorprese. Follow me..! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

JERUSALEM: הכותל המערבי, HaKotel HaMa’aravi, Kotel, Ḥāʾiṭ al-Burāq, Muro di al-Burāq “Muro del Pianto” (o Muro Occidentale del Tempio)

Il principale monumento che più si identifica con lo spirito di Israele e che celebra la magnificenza della città santa di Gerusalemme, non può essere che questo: il Muro del Pianto, un luogo dal grande impatto emotivo, ancor prima che religioso. Nel contesto, quello che è visibile ancor oggi ai nostri occhi altro non è che l’antico “tratto” di mura del Monte del Tempio – più o meno ove oggi sorge la “Spianata delle Moschee” – principale luogo di pellegrinaggio e preghiera che attira fedeli, pellegrini e viaggiatori da ogni parte del mondo.

Raggiungere la grande spianata che si estende ai piedi del muro è già di per sé un’impresa nell’impresa. Per visitare il Muro del Pianto di Gerusalemme è necessario passare uno severo controllo di sicurezza prima di accedere alla piazza principale. Da qualsiasi angolazione della città vecchia si accede, si dovrà passare attraverso un metal detector ove le guardie – se lo ritengono – possono anche perquisire gli zaini o le borse al seguito e chiedere documenti di riconoscimento (passaporto) e provenienza. Difatti bisogna superare almeno il controllo di 6 check-point tra polizia (in divisa nera), forze speciali di sicurezza israeliane (in tuta grigio/verde e armate di tutto punto, machete compreso) e guardie armate (in tuta mimetica/sahariana) a difesa del muro. Una parete in blocchi di calcare (conosciuta anche come pietra di Gerusalemme) che si erge nello stesso luogo ove sorgevano il 1° e il 2° Tempio giudaico distrutto dai Romani, un periodo che segnò – inevitabilmente – un prima e un dopo nella travagliata storia di Gerusalemme. Le controversie storiche del muro lasciano intendere che Tito, mettendo a ferro e fuoco la città, volesse lasciare in piedi il muro occidentale per commemorare la vittoria di Roma sulla Giudea, mentre gli Ebrei attribuiscono al muro la “sacra” promessa fatta a Dio per proteggere questa parte di Tempio a sigillare la sua alleanza con il popolo.

Appena entrati nella spianata risalta subito agli occhi tutta la magnificenza di questo monumento religioso; il più sacro per tutto l’ebraismo. Qui, dopo le vicissitudini della “Guerra dei Sei Giorni” del 1967, Gerusalemme fu posta sotto la sovranità amministrativa israeliana, non tenendo affatto conto che la stessa valeva (e vale a tutt’oggi) anche per la parte palestinese che ritiene Gerusalemme come sua capitale sia amministrativa che religiosa; la spianata è sede di raduni e manifestazioni religiose.

Questo luogo sacro resta, da sempre, il punto di riferimento per tutti gli ebrei che vivono al mondo. Giungono qui da tutte le parti per pregare e chiedere l’arrivo del Messia, il ritorno degli esiliati, la ricostruzione del tempio e fare molte altre richieste ancora. Salta subito agli occhi di come la grande spianata sia suddivisa in due parti ben distinte: quella a sud, che occupa un terzo della superficie del muro, è riservata alla preghiera delle donne; mentre la parte a nord, lunga i due terzi dell’intera parete, è riservata al culto e alla preghiera professata dagli uomini. La lunghezza effettiva del muro è di 488 metri, coperti in gran parte dalle case del quartiere musulmano, e ciò che è visibile da tutti sono gli unici 60 metri. Solitamente le preghiere degli uomini risultano essere molto più sorprendenti, poiché questi cantano e recitano i salmi ad alta voce, formano gruppi di preghiera collettivi e scuotono freneticamente la testa, compiendo ripetutamente a tratti il gesto dell’inchino come segno di devozione davanti al muro. Solo recentemente, dal 2013, le donne possono anch’esse pregare ad alta voce e usare gli stessi simboli religiosi degli uomini. Nelle due aree del Muro del Pianto ci sono scaffali (specie di leggii) che sorreggono copie della Torah (i testi sacri delle preghiere ebraiche), messe lì a disposizione per tutti coloro che vogliono pregare e numerose sedie per sedersi davanti al muro. Proprio sotto il muro, invece, sono appoggiati alla parete alcuni tabernacoli in legno (specie di confessionali di matrice cattolica) chiusi con tendine in seta colorata e che al loro interno custodiscono testi sacri della Bibbia “arrotolati”.

Tra i rituali più significativi che possono scoprirsi (e conoscerne la loro origine) è vedere decine e decine di persone pregare ad alta voce ed invocare frasi spesso incomprensibili; oppure restare sorpresi nell’osservare quei tanti (grandi e piccoli fedeli) che appoggiano la propria fronte sui grossi blocchi di pietre che compongono il muro. Altri invece indossano al collo (oppure cingono la testa) una sorta di grande sciarpa color sabbia o bianca sfrangiata ai cui lembi sono due o tre strisce scure; le stesse strisce (in tessuto o in cuoio) che arrotolano intorno al braccio sinistro a simboleggiare il forte legame che esiste tra anima e cuore col proprio Dio. L’accesso alla spianata è consentito a chiunque, di qualsiasi religione esso sia. Avvicinarsi al muro è possibile per tutti coloro che vogliono scoprire più da vicino i particolari rituali che contraddistinguono la religione ebraica. Raccontando questi momenti, visti soltanto dalla parte “maschile” del muro, emerge ancora il fatto che chi non è di religione ebraica e desidera avvicinarsi al muro, è invitato ad indossare la “kippah”, una sorta di papalina (o un cappello che copra il capo) in segno di rispetto per il luogo sacro in cui ci trova. A margine di un angolo della spianata un celebrante consegna i fogliettini su cui scrivere le proprie intenzioni di preghiera; fogliettini che si arrotolano e, trovandosi di fronte al Muro, si rinnova un rituale che si perpetua nel tempo, cercando un interstizio ove poterlo inserire.

Vedere da vicino il fervore espresso dagli ebrei più religiosi e comprendere i rituali degli ortodossi è l’atmosfera unica che qui si respira quel giorno. Il Muro del Pianto è uno dei luoghi più sacri per l’ebraismo. L’accesso è gratuito e chiunque può avvicinarsi al muro per pregare, a qualunque religione esso appartenga. Non ci sono mai abbastanza parole adatte per descrivere l’emozione che si prova alla sola vista di tutto ciò; la magnificenza per queste opere e la suggestione che emerge tra questi luoghi intrisi di santità e pregnanti di storia. Ci si avvicina con la curiosità del viaggiatore (fedele o pellegrino che esso sia) per poi ritrovarsi immerso, pur fra tanta gente di fede diversa, in un profondo momento di raccoglimento così personale e spirituale. Quasi senza accorgersene ci si trova accomunati a pregare nello stesso luogo sacro insieme a tanti fedeli di religioni diverse, ma tutti col pensiero rivolto verso un unico Dio.

Toccare il Muro con le proprie mani, appoggiarle alla ruvida superficie è – credeteci – un’emozione unica, irripetibile che almeno una volta nella vita, se fosse possibile, è da provare; qui riesce davvero impossibile non avvertire la magia e la spiritualità di cui questo luogo è intriso! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

la fortezza di MASADA (Israel) “METZADA’ SHENI’T LO TIPPOL” (mai più Masada cadrà!)

In un ambiente biblico, tra deserti, oasi e cammelli, s’apre un paesaggio che si estende tra gli aspri rilievi del Negev, la profonda depressione del Mar Morto e i lontani monti della Giordania; al centro s’impenna l’isolata rupe rocciosa sul cui “plateau” giacciono i resti di quella che fu la Fortezza di Masada, una città fortificata assediata dai Romani nel 73 d.C.. La rocca fa parte del Parco Nazionale di Masada, e si trova appena a sud della parte centrale di Israele lungo il confine orientale, ai margini della sponda giudaica del Mar Morto. Il parco nazionale comprende un’area di poco più di 1 miglio quadrato. Masada rappresenta un interessante connubio, una incredibile miscela di cultura, arte, storia e natura. L’altopiano era una fortificazione dove Erode il Grande costruì due palazzi per sé.

La rocca da cui si erge Masada è una montagna nel deserto del Negev. La sua fortificazione fu costruita su un “horst” (geologicamente un “pilastro tettonico”) situato dove termina l’altopiano ed è accompagnato da aguzze e precipitose scogliere aguzze; essa è già ben visibile da chilometri di distanza, e si distingue dalle alture circostanti perchè s’impenna ai margini della sponda occidentale del mar Morto. Giunti alla base due sono le possibilità (a seconda dell’ora) per accedervi: o percorrere in meno di un’ora lo “Snake path”, il Sentiero del Serpente che sale – un po’ ardua e faticosa coi suoi ripidi tornanti – lungo i costoni orientali, oppure avvalersi della funivia che in meno di 5 minuti raggiunge l’altopiano. Comunque sia l’ascesa comincia già ad offrire vedute paesaggistiche spettacolari e un panorama… da lasciare senza fiato.

Ma cosa accade una volta giunti in cima all’altopiano? Cosa ci aspetta di vedere? Cosa riusciremo a trovare e, soprattutto, quali potranno essere le risposte alle nostre tante domande di curiosi viaggiatori e appassionati di storia antica e religioni a noi sconosciute? Tanto per cominciare, percorsa una passerella sospesa nel vuoto e varcata una porticina tra le mura compare – in tutta la sua straordinaria magnificenza – un immenso plateau colmo di rovine sparse e circondato, ovunque volga lo sguardo, da incredibili vedute  paesaggistiche. Il luogo è impressionante, a tratti incantevole, con un fascino che aleggia – tra storia e religione – ovunque ci si trovi. Tutt’intorno solo deserto di pietre dai cromatismi che vanno dal rosso al giallo fino al bianco tenue; e poi il silenzio che viene rotto solo dalle folate del vento e dal gracchiare delle decine di quelli che potrebbero sembrare corvi (anime silenziose di antiche presenze), ma non lo sono: questi volatili si chiamano “tristamit” e vivono solo quassù; invece del becco, presentano livree color arancio solo sulle punte delle ali.

Girovagando tra le rovine si avverte che qui giaceva un grande palazzo fondato, nel I secolo a.C. da Erode il Grande. La fortezza era arroccata su tre diversi livelli verso lo strapiombo sul lato nord della rupe; essa era dotata di terme, magazzini sotterranei e ampie cisterne per la raccolta dell’acqua. Le rovine del palazzo di Erode sono qualcosa di unico e spettacolare per la posizione, la vastità e la storia che esse rappresentano; il deserto, poi, ha conservato tutto nel migliore dei modi. L’altopiano su cui sorge la fortezza di Masada, immersa nella depressione del Mar Morto, offre uno scenario storico da brividi. Vale la pena visitarlo tutto e – cosa da non perdere se si ha tempo – scendere le scale per vedere le tre “terrazze” del palazzo distribuite su livelli differenti. Da quassù la vista sul deserto e sul mar Morto merita più di una foto; appena sotto la rupe, e quei pochi chilometri che la dividono dalle sponde del Dead sea, sono bel visibili le suggestive (tali da sembrare un paesaggio lunare) bianche formazioni erose (un tempo sommerse), simili a canyon e a calanchi, emerse durante il lento, e perpetuo, ritiro delle acque eccessivamente salate di questo mare.

Ma perché Masada e così famosa ed è così importante per gli ebrei…? In effetti cosa successe a Masada…? Quassù sorgevano, nel 73 d.C., le fortificazioni e le abitazioni che accolsero 960 (compresi donne e bambini) ebrei “Zeloti” (i più rigorosi), ultimi resistenti alle vittoriose truppe romane che tre anni prima avevano espugnato Gerusalemme e che, con un esercito di 10000 uomini al loro inseguimento, ora assediavano la rocca. Dopo un anno di assedio, senza fretta, i Romani avevano circondato la rupe con un vallo (visibile ancora adesso) ed avevano costruito, sul lato orientale della stessa, un terrapieno che dal basso saliva per 70 metri fin sotto le mura pianificando l’assalto finale alla fortezza di Masada. I difensori capirono subito che il prossimo assalto sarebbe stato quello fatale ed il loro capo, Eleazar Ben Yair, convocò la sua gente e la convinse che una morte onorevole sarebbe stata meglio della schiavitù e sottomissione imposte dai Romani; tutto questo accadeva la notte prima dell’ingresso dei Romani a Masada.

La fede ebraica abiura il suicidio, ma ormai la scelta fu presa e così ciascun guerriero uccise a fil di spada la propria moglie ed i propri figli dopo averli abbracciati e baciati. Tra i superstiti ne vennero sorteggiati dieci che pensarono a bruciare l’avamposto ed ad uccidere gli altri guerrieri che nel frattempo si erano sdraiati vicini ai corpi dei propri cari. Tra i dieci che restarono fu nuovamente sorteggiato l’ultimo guerriero che diede la morte agli altri nove ed infine si gettò sulla sua spada. Quando le truppe romane entrarono in Masada non credettero ai propri occhi e tributarono ai caduti un silenzioso omaggio. Si salvarono solo cinque bimbi e due donne che si erano nascosti per evitare di essere uccisi. Il giorno successivo, quando i Romani dopo aver rotto l’assedio entrano e trovano tutti cadaveri (in realtà quasi tutti, perché rimasero pochi sopravvissuti). Qui durante la notte sono stati scelti 10 uomini per uccidere tutti, di questi 1 avrebbe ucciso i restanti 9 per poi suicidarsi. Essi erano morti credendo di non lasciare ai romani nemmeno uno di loro vivo; invece una donna anziana e una seconda, che era parente di Eleazar e superava la maggior parte delle altre donne per senno ed educazione, si salvarono assieme a cinque bambini nascondendosi nei cunicoli sotterranei che trasportavano l’acqua potabile mentre gli altri erano tutti intenti a consumare la strage: 960 furono le vittime, comprendendo nel numero anche le donne e i bambini, e la data dell’eccidio fu il quindici del mese di Xanthico (antico calendario macedone).

I romani, che s’aspettavano di dover ancora combattere, verso l’alba si apprestarono all’assalto finale e, gettate le passerelle per poter superare i terrapieni, si lanciarono all’attacco. Non vedendo alcun nemico, ovunque attraversarono una silenziosa percezione di paurosa solitudine e poi incontrarono, tra le case, solo fiamme e silenzio; essi non riuscivano a capire che cosa fosse accaduto; alla fine levarono un grido, come quando si dà il segnale di tirar d’arco, per vedere se si faceva ancora vivo qualcuno. Il grido fu udito dalle due donne che, risalite dal sottosuolo, spiegarono ai romani l’accaduto e specialmente una riferì con precisione tutti i particolari sia del discorso sia dell’azione. Ma quelli non riuscivano a prestarle fede, increduli dinanzi a tanta forza d’animo; si adoperarono per domare l’incendio e, apertasi una via tra le fiamme, entrarono nella reggia. Quando furono di fronte alla distesa dei cadaveri, ciò che provarono non fu l’esultanza di aver annientato il nemico, ma l’ammirazione per il nobile proposito e per il disprezzo della morte con cui tanta moltitudine l’aveva messo in atto. […] Questo il racconto di Giuseppe Flavio nel suo “La guerra giudaica”. Ma perché arrivare alla morte? Perché i Romani rubavano, assediavano e rendevano in schiavitù sottomettendo le popolazioni conquistate.

Di questo triste episodio della storia ebraica Israele, per secoli, ne ha taciuto e nascosto (un po’ per pudore, molto per tener lontana l’onta subita) le reali vicissitudini fino alla “Guerra dei Sei giorni” del 1967. É proprio qui, su questa spianata, che dal 1967 dopo la liberazione dell’altura dall’occupazione giordana, per volontà di Moshè Dayan (ex generale e ministro della difesa) ogni anno le reclute di TZAHAL (“Tzavah haganah leisrael”, esercito di difesa israeliano) risalgono a piedi lo “Snake path” e vengono a pronunciare il loro giuramento di attaccamento ad Israele pronunciando, per ben tre volte: Metzadà shenìt lo tippol! (Masada non cadrà una seconda volta!). Qui i futuri soldati, dopo l’addestramento di base e prima dell’incorporazione nei reparti trascorrono la notte, giurando all’alba eterna fedeltà allo Stato ed al popolo ebraico. Il mito di Masada li aiuta a prepararsi al supremo sacrificio, al martirio e alla lotta all’ultimo sangue. Inoltre, il mito di Masada si basa su una potente costruzione sociale di legame ideologico e identificazione coi ribelli ebrei, valicando un abisso di due millenni, un legame di natura etnica, religiosa, nazionale e storica. Il mito di Masada, che rafforza tali legami, fu pensato per fornire un saldo fondamento di eroismo a un nuovo tipo di identità nazionale ebraica. Mentre alcuni archeologi e storici oggi ancora dibattono sulla storia dell’assedio, l’atto finale degli zeloti è diventato un simbolo di eroico martirio; l’eredità di Masada è l’eroismo di opporsi alla tirannia.

Girovagando tra i resti, le mura, i camminamenti e gli edifici che ancora sono rimasti per l’altopiano è possibile compiere un giro completo toccando tutti i principali punti della fortezza un tempo esistente come: i resti del Palazzo del Nord che si trovano all’estremità settentrionale dell’altopiano roccioso; ai margini orientali della spianata si scorgono ciò che resta di una Sinagoga che, a detta degli archeologi che l’hanno scoperta, essa è probabilmente una delle sinagoghe più antiche del mondo (qui si celebra il rituale passaggio dalla fanciullezza alla maggiore età per gli ebrei ortodossi); una delle aree più intatte è la chiesa bizantina con una parte del muro e della finestra, che fu costruita dai monaci bizantini diverse centinaia di anni dopo l’assedio di Masada; il Palazzo Occidentale che si trova all’estremità meridionale dell’altopiano e comprende alcune strutture ancora ben conservate, laddove sono possibili vedere colonne romane e un pavimento a mosaico ben conservato. Tra le curiosità che emergono durante l’esplorazione dell’altopiano sono ben visibili, lungo le pareti (sia interne che esterne agli ambienti) che ancora resistono nel tempo, una linea dipinta (generalmente di colore blu) che serpeggia – in senso orizzontale – lungo queste pietre e strutture murali; essa identifica che tutto ciò che è al di sotto di questa linea sono le strutture originarie di 2000 anni fa, mentre tutto ciò che si vede al di sopra, sono parti ricostruite.

Questa bellissima e interessante esplorazione di Masada si conclude nei pressi dell’accesso principale, laddove un traliccio s’impenna sostenendo una grande bandiera dello stato d’Israele; questo è il principale punto di tutto l’altopiano in cui si raccolgono, in cerchio, le reclute durante il cerimoniale del giuramento “Metzada Sheni’t lo Tippol” (mai più Masada cadrà). E da questa incredibile parte di mondo… è tutto!  (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)    

EIN GEDI (ISRAEL): il rifugio di re DAVID, un’oasi nel deserto tra canyon, gallerie e cascate

Appena fuori Gerusalemme, e lasciati alle spalle gli ultimi palazzoni (“vuoti”) della periferia della capitale ebraica, sembra di essere proiettati indietro nel tempo di oltre 3000 anni fa. Rocce aride, dure, assolate, che vanno dal bianco calcare al roseo calcarenitico, senza alcuna ombra di vegetazione, tranne che per qualche appezzamento – caparbiamente ricavato dai contadini – coltivato a ortaggi o a uliveti. Mentre le numerose tracce di piste e sentieri vengono ancora oggi percorsi, a dorso di asinello, da pastori che guidano le numerose greggi di capre e pecore e da agricoltori che cercano – con ostinata perseveranza – di ricavare qualcosa di buono da questa terra inospitale: il deserto. Volgendo lo sguardo oltre le dune rocciose, lungo i profili di cresta sorprendentemente camminano, a passo lento e in fila indiana, carovane di cammelli che trasportano ogni sorta di mercanzia. Sparse qua e là, di tanto in tanto compaiono piccoli villaggi composti da baracche in legno o tende yurta, abitate soprattutto da popolazioni stanziali e – occasionalmente – nomadi.

Circondata dalle vette rocciose del deserto e dalle rive salate del Mar Morto a est, la Riserva Naturale di Ein Gedi è l’oasi più grande e più bella di tutta Israele. É un posto molto frequentato, soprattutto per la presenza di numerose comitive di escursionisti; il luogo è, storicamente, famoso per la sua importanza biblica poiché, come vuole la tradizione, qui trovò rifugio Davide che si nascose dall’istinto omicida mosso dalla gelosia del primo re di Israele Saul intorno al 1000 a.C. Ein Gedi altro non è che un’oasi formatasi, nel corso del tempo, da numerose valli (“wadi” o “uadi” in arabo) tra cui, le più importanti, quelle di David e di Arugot, bagnate dalle acque di torrenti e cascate che rendono piacevole la sosta. Il sito è custodito (e protetto) proprio per la presenza, al suo interno, di una variegata presenza faunistica (stambecchi, piccoli mammiferi simili a marmotte e numerose specie di volatili) e per accedervi c’è una biglietteria. Tralasciando l’aspetto puramente turistico dell’Oasi, con la presenza di numerose comitive che giungono da tutto il mondo, qui è facile ritagliarsi uno spazio temporale per poter vivere, godere e trascorrere – qualche ora – più da vicino delle bellezze storiche, geologiche, naturalistiche e paesaggistiche. Inizialmente si prosegue lungo un sentiero lastricato che poi diviene un polveroso sterrato. Si comincia a salire superando rare tracce di presenze arboree (cespugli e piccoli alberi) tra ginestre, canne fluviali e giunchi, che caratterizzano questa parte iniziale del percorso.

In breve si giunge alla prima di una serie di cascate, un salto di appena 5 metri. Ein Gedi può essere tradotto come la “Primavera del Bambino“. Come vuole la tradizione ebraica, infatti, qui vengono condotti i giovani figli di Israele che – coi loro singolari e pittoreschi abiti tradizionali – sono invitati a bagnarsi sotto questa cascata per sancire il loro passaggio dalla fanciullezza alla pubertà. L’acqua che vediamo sgorgare dalla roccia e solo una illusione paesaggistica; essa invece esce direttamente dal terreno, e a prima vista si ha la sensazione che possa essere gelata, ma in realtà è lievemente tiepida. Si continua a salire spostandosi, spesso, da un lato all’altro del solco del canyon per mezzo di pontili in legno appositamente attrezzati (e sistemati) per agevolare il passaggio da una sponda all’altra. Il sassoso sentiero si alterna, per la progressione, a gradoni scavati direttamente nella roccia calcarea. Nascoste da copiose cespugliaie formate dalle canne fluviali e dai giunchi che solcano il bordo del torrente, la presenza di acqua, laghetti e cascate in un deserto roccioso tanto arido desta stupore e meraviglia; come risulta facile, nel contempo, immaginare il piacevole ristoro offerto a chi, nel passato, veniva da una traversata del deserto. Nel guadagnare metri in salita non si disdegni, di tanto in tanto, di voltarsi indietro e poter scorgere la suggestiva skyline paesaggistica determinata dal panorama che si staglia laggiù in fondo: il Mar Morto.

Si sale superando, metro dopo metro, le numerose pozze d’acqua che garantiscono piacevoli soste per rinfrescarsi e bagnarsi. Quasi senza accorgersene, il sentiero roccioso penetra (e attraversa) un’autentica galleria vegetazionale formata dalle numerose radici delle piante che sono cresciute appena sopra il livello del solco torrentizio. Qui bisogna prestare molta attenzione per il fondo scivoloso determinato dal millenario scorrere dell’acqua sulle levigate pietre in roccia calcarea che favorisce la crescita di alghe e filamenti d’erba e, se non si hanno buone scarpe da escursionismo, si può facilmente scivolare; risulta essere molto emozionante poter attraversare queste gallerie ove, praticamente, viste le asperità della complessa natura geologica, non s’intuisce l’uscita. Le numerose sorgenti che sgorgano acqua dolce direttamente dalla roccia e che formano una serie di cascate, garantiscono l’irrigazione della sottostante vallata permettendo, così, la crescita di una rigogliosa vegetazione.

Tutto il principale sentiero attraversa, praticamente, un ambiente selvaggio e desertico con alti e profondi canyon costellati, di tanto in tanto, da copiose macchie mediterranee e verdi alberelli che creano, appunto, il paesaggio all’interno dell’oasi; i numerosi passaggi del fiume hanno creato – da sempre – l’alveo principale alimentato dalle numerose pozze d’acqua fresca, dove molta fauna qui viene ad abbeverarsi. E così, alla fine del cammino in fondo al canyon, si raggiungono finalmente le cascate di David (le David’s Waterfall) con salti di circa 15/20 metri che sgorgano direttamente dalla viva roccia calcarea circondata da una copiosa vegetazione di piante acquatiche. La cascata è un fenomeno naturale e viene considerata piuttosto miracolosa; essa viene alimentata da una sorgente naturale, già menzionata nell’Antico Testamento, che risale a circa 3000 anni fa. Qui la narrazione degli antichi, che si alterna tra storia e leggenda, dicono che Davide si rifugiò, tra le grotte e i meandri di questa valle, quando venne perseguitato da Saul, e qui si nascosero i ribelli al suo seguito in fuga da Gerusalemme. Il paesaggio intorno alle cascate è leggendario, quasi mistico; si resta praticamente estasiati nel vedere come l’acqua delle cascate rinfresca umidificando l’aria circostante. Le sorgenti che sgorgano dalle rocce forniscono l’acqua necessaria alla crescita della vegetazione e servono ad irrigare – più a valle – le numerose culture della zona.

Dalla cascata di Davide, ritornando indietro il sentiero si biforca: a sinistra scende e ritorna nuovamente, lungo la destra orografica del canyon, al principale ingresso della Riserva Naturale protetta; mentre a destra il percorso si inerpica gradualmente e risale per un impervio tratto (molto esposto e scosceso) di sentiero su roccia – spesso con gradoni ricavati nella viva roccia calcarea e con passaggi sospesi nel vuoto superabili grazie all’ausilio di alcuni tratti di via ferrata – che porta a superare ed affacciarsi (prestare molta attenzione a dove e come si poggiano i piedi) sull’immenso paesaggio determinato dal Dead sea. Da quassù i panorami che si scorgono dall’alto, sono estremamente spettacolari; essi sono visibili con uno sguardo che lascia posare gli occhi per 270° tutt’intorno e che si estende dalle spoglie e desertiche montagne della Giudea, fino alle estese vedute lungo le rive del Mar Morto, lasciando scorgere – e facilmente distinguere – quel netto contrasto tra i diversi ambienti naturali.

Per decine di chilometri, fin dove l’occhio riesce a posare lo sguardo, non ce nulla, solo arido e assolato deserto! E sembra quasi incredibile come in mezzo al nulla di questo deserto possa essere sorta una lussureggiante oasi come quella di Ein Gedi; e a pensarci bene sembra quasi… un miraggio! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Holy Sepulchre in Jerusalem (Israel): se questo non è il “Regno dei Cieli” non saprei dove altro cercare…

Risulta complesso e delicato illustrare, attraverso poche immagini e brevi parole, e descrivere la straordinaria bellezza e le suggestioni che suscita uno dei luoghi di culto più importanti al mondo: il Santo Sepolcro in Gerusalemme. Raggiungerlo, soprattutto dopo tre giorni di cammino, resta comunque una incredibile esperienza da fare – se possibile – almeno una volta nella vita!

La Basilica del Santo Sepolcro, situata nel Quartiere Cristiano della Città Vecchia, è uno dei luoghi più importanti di Gerusalemme. Il quartiere, coi suoi numerosi vicoli che salgono e scendono in continuazione, è naturalmente molto affollato da turisti, curiosi, fedeli, viandanti e pellegrini giunti da ogni dove, anime erranti che sostano nelle piazzette e nei bar adiacenti; laddove i tavolini si alternano ai negozietti che espongono varie mercanzie, mentre dalle finestre e i terrazzini delle case più antiche pendono panni appesi. Volgendo lo sguardo all’insù, al di sopra dei tetti, si comincia a intravedere una delle due cupole grigie del Sepolcro, sormontata da una croce. Per i cristiani è il luogo Santo per eccellenza; ogni anno qui, infatti, giungono qui in pellegrinaggio milioni di fedeli da tutto il mondo. Per raggiungere la Chiesa il percorso pedonale che serpeggia attraverso i vicoli, le rampe, le strettoie e i gradoni della città vecchia, se si è buoni osservatori (con buona base di orientamento) e si scruta ogni piccolo dettaglio guardandosi intorno, ai lati e, soprattutto, facendo molta attenzione agli incroci, viene facilitato da appositi cartelli indicatori ove la traccia da seguire è: HOLY SEPULCHRE. Da un lato, la singolare porta della Moschea di Omar, con rampe e gradoni che scendono al centro dello slargo della Basilica; dall’altro una fontana in marmo rosato, circondata da una cancellata di ferro, giace al centro di una piazzetta e, varcati una porticina, eccoci finalmente alla meta più ambita e sospirata di questo cammino/pellegrinaggio: il Santo Sepolcro. Due porte d’accesso immettono nella piazzetta antistante l’entrata principale ove un paio di gradoni e i resti di basamenti di colonne inducono ad avvicinarsi al grande portale d’ingresso; la pietra che accomuna tutte questi edifici è il bianco calcare. Prima di entrare, però, desidero svelare una curiosa situazione che persiste dalla metà dell’800. Alzando lo sguardo in alto sopra l’ingresso, a destra compare (!) una vecchia scala in legno poggiata alla base di una delle finestre della facciata della basilica che nessun monaco ha mai spostato per timore di rappresaglie da parte dei dirimpettai. La scala esiste in questa posizione dal 1852 ed è il simbolo dell’equilibrio tra le comunità.

Varcata la soglia, si accede in un mondo fatto di profumi intensi ed essenze, di sensazioni ed emozioni che si provano in ogni angolo, di voci e imprecazioni che si ripetono, di suoni e litanie che rimbalzano da un angolo all’altro, di colori e cromatismi che racchiudono la semplicità espressiva di chi ha contribuito – nei millenni – a rendere questo luogo accogliente per tutti. Quando si entra dentro è come rimanere avvolti da tanti pensieri ed emozioni che si accumulano gli uni sugli altri. Si rimane completamente estasiati da tutto ciò di cui si è circondati. La “Chiesa della Resurrezione” di Gerusalemme è di tale grandezza, sia architettonica che emotiva, che chi giunge da lontano per contemplare questo luogo santo, non solo per i cristiani, resta incredibilmente estasiato dall’aurea di misticismo che aleggia intorno. Il Santo Sepolcro è un luogo di grande suggestione, dove innumerevoli stili architettonici, pittorici, scultorei e decorativi si mescolano in modo spesso discordante, a testimoniare ed a raccontare una storia fatta di dissidi e armonie, di sofferenza e di riscatto, ma, soprattutto, una storia intrisa di fede che ha attraversato il tempo.

Lasciamo, per qualche istante, la grande confusione che si aggroviglia intorno ad una lastra in pietra rosea, ove tutti si ammassano genuflettendosi e spostiamoci a destra dell’ingresso, ove una rampa di scale porta alla Collina del Calvario. La ripida scala in pietra conduce ad una stanza rialzata, la sala più decorata dell’intera chiesa, che rappresenta il “Monte Golgota” e dove, secondo il Nuovo Testamento, Gesù fu crocifisso. L’ambiente è suddiviso in due cappelle: in quella di sinistra c’è la roccia dove venne innalzata la Croce. La grande roccia ove tutto avvenne è protetta da un cristallo ed è molto venerata dai cristiani. Qui giaceva una cava di pietra che fungeva da luogo delle esecuzioni: questa è la parte più riccamente decorata della chiesa. Risulta incomprensibile a tanti (e anche un po’ triste) notare che il Golgota sia stato spartito tra le diverse confessioni cristiane. La metà a sinistra con l’altare della Crocefissione sotto cui si trova la roccia del Golgota “appartiene” agli ortodossi greci, mentre la metà a destra con a fianco il piccolo altare dedicato all’Addolorata ai latini, anche se il diritto a svolgere alcuni riti è aperto a tutte le comunità della Basilica.

Scendendo, siamo nuovamente nei pressi dell’entrata. Qui giace la “Pietra dell’Unzione”: la famosa pietra dove, secondo i Vangeli, Gesù – deposto dalla Croce – fu unto prima di essere sepolto. Secondo la tradizione cristiana, dopo che il corpo di Gesù fu rimosso dalla croce, fu posto sulla Pietra dell’Unzione per prepararlo alla sepoltura; è consuetudine per i pellegrini baciare la lastra di pietra o ungerla con dell’olio. Qui ogni giorno centinaia di fedeli da tutto il mondo si affollano intorno a questa pietra aspettando il proprio turno per inginocchiarsi, baciare questa reliquia, balbettare una preghiera o strofinare qualcosa di personale come pettini o fazzoletti sulla sua superficie. La pietra è sormontata da otto lampade che pendono su di essa; con l’avvicinarsi del buio si accendono tramite una luminosa fiammella che si alimenta con l’unguento che emana un gradevole profumo. Sulla vicina parete prospetta, in tutta la sua luminosa bellezza, un gigantesco mosaico che raffigura le ultime tre principali fasi della vita terrena del Cristo: crocifissione, deposizione e sepoltura. Spostandoci alla sinistra della pietra, e prima di raggiungere il fulcro della Basilica, accanto a sinistra si erge un’urna su quattro colonnine che accoglie un vaso dorato che alimenta una fiammella perpetua; essa è posta davanti ad un grande mosaico che raffigura il Cristo in croce con la Madonna e S. Giovanni.

Subito a destra, eccoci nel cuore pulsante della Basilica ove si erge l’Edicola: la “Tomba di Gesù”. Il grande mausoleo in marmo che corona la navata circolare della basilica è il principale luogo del Santo Sepolcro: la Rotonda, inglobata tra sei pilastri, dodici grosse colonne e quattro colonnette doppie che sorreggono l’imponente cupola di venti metri di diametro. L’edicola del Santo Sepolcro è anche conosciuta come “Anastasis” (Resurrezione), cuore del viaggio di ogni cristiano che viene in pellegrinaggio a Gerusalemme. Ogni giorno qui si formano lunghe code per entrare in questa piccola cappella è l’attesa per accedervi sembra infinita; sapendo ciò noi vi consigliamo di arrivare di prima mattina e compiere questa visita in tranquillità ove cui emozioni varcano i confini dell’immaginazione. La capienza al venerato letto di morte è per sole 4 o 5 persone, ma a noi viene concesso di entrare come coppia e di non sostare oltre i 30/40 secondi. Prima di accedere all’Anastasis vera e propria si entra nella Cappella dell’Angelo in cui è contenuto un frammento della pietra (catino marmoreo di forma squadrata) che l’angelo fece rotolare via dal Sepolcro. Una stretta apertura, alta solamente 1,33 metri, dà finalmente accesso al Santo Sepolcro dove, sotto l’altare che si trova sulla destra, è custodita la pietra su cui riposarono le spoglie di Gesù dalla sera del Venerdì Santo al primo mattino di Pasqua; il fondamento della fede cristiana è racchiuso tutto qui: una tomba, vuota, simbolo di speranza certa per chi crede.

All’uscita ci sono tantissime candele accese. Qui le Chiese delle varie professioni ortodossa, cattolica e armena hanno diritto di accesso all’interno della tomba, e tutte e tre le comunità vi celebrano quotidianamente la Santa Messa. Immersi in un’atmosfera unica tra odore d’incenso, suoni di campane, cori, voci e dialetti in lingue diverse, processioni di religiosi di fedi diverse e con gli abiti distintivi dei vari culti, non manchiamo di visitare gli altri spazi all’interno della Basilica. Appena fuori dal Sepolcro ci si sofferma sulle varie vicissitudini della Basilica, sulla realizzazione delle tante cappelle che ne fanno parte, sulla molteplicità delle fedi ivi presenti, sulla suddivisione delle varie zone e dei compiti nell’ambito della gestione ordinaria della Basilica (che si divide, o si alterna, tra i Francescani, gli Armeni, gli Ebrei e i Musulmani) affidata a due famiglie musulmane (Judeh e Nuseibeh) che da secoli detengono le chiavi della porta principale della Chiesa e che tutte le mattine e le sere aprono e chiudono uno dei posti più importanti della cristianità mondiale. Qui ogni notte, diversi membri di ciascuna comunità cristiana si rinchiudono nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme e vi dormono, con un duplice obiettivo: proteggere il santuario e salvaguardare le loro zone dall’invidia del resto dei monaci. Consiglio di porre attenzione con lo sguardo a scrutare le particolari incisioni sulle pareti che circondano il Sepolcro; croci piccole e grandi di varia fattura e disegno testimoniano la presenza di pellegrini e pellegrinaggi che da millenni si sono avvicendati ad inseguire quel sogno chiamato “Regno dei Cieli” che per tradizione è qui in terra, proprio a Gerusalemme, all’interno della Basilica del Santo Sepolcro.

Stupore e magnificenza sono le sensazioni che ci hanno guidato fin quaggiù, in questo estremo lembo di terra palestinese del Medio Oriente, tra Mediterraneo e Mar Morto. Tutto quello che abbiamo visto e vissuto è talmente così grande che non si riuscirebbero mai a trovare le parole giuste per descrivere gli stati d’animo che ci hanno accompagnato in ogni angolo della Basilica. Abbiamo vissuto, anche se per qualche ora, un’alternanza e un rincorrersi di molteplici avvenimenti che si sono succeduti durante lo scorrere degli ultimi 2000 anni, momenti ed eventi a cui ogni mente umana non potrà mai riuscire a dare un senso, ma di cui ne rimarrà per sempre avvolto in un rapido susseguirsi di sensazioni ed emozioni. E tutto ciò – credeteci – rimarrà nel cuore, per sempre! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

JERUSALEM (Israele), “CITTA’ SANTA” per eccellenza e “CAPITALE CONTESA” da millenni

All’interno delle mura della Città Vecchia di Gerusalemme si celano monumenti ed opere d’arte d’incredibile bellezza, simboli della fede e tradizioni religiose che si perpetuano da millenni, archeologia e storia che ti coinvolgono e ti appassionano. Camminare tra i vicoli, le rampe, i basoli (calpestati da circa 5000 anni), i portali, gli androni, i cunicoli e i supportici della Città Vecchia è come provare ad ascoltare il battito pulsante del cuore di questa incredibile città che sembra davvero essere l’autentico “centro del mondo”. Un melting-pot fatto di popoli, razze, dialetti, usanze, colori, profumi, suoni, costumi, credi e religioni caratterizzano la capitale (contesa da millenni) dei Palestinesi e degli Ebrei; ed è proprio qui, a Gerusalemme, che elementi, valori, sensazioni e pensieri sono qualcosa che difficilmente si trova in qualsiasi altra parte del mondo. Per come è complessa e diversificata la coesistenza in questa città/capitale (“santa” per almeno sette diversi credi religiosi), indipendentemente dal proprio credo, le emozioni che si provano tra queste bianche pietre (in calcare) levigate dal tempo, sono incredibilmente intense e difficilmente esprimibili a parole.

In meno di 2 kmq, la Città Vecchia è – da sempre – divisa, storicamente e culturalmente, in “Quattro Quartieri” residenziali: Armeno, Cristiano, Ebraico e Musulmano che costituiscono l’essenza della città. Quattro mondi fra loro ben distinti ma attigui, che sconfinano l’uno nell’altro senza i limiti di barriere fisiche. Altra grande attrazione della Città Vecchia sono le sue porte d’accesso, ognuna con una storia particolare. Qui, il contrasto delle culture nella Città Santa è più palpabile che mai nei quattro quartieri della Città Vecchia, ognuno con un colore, un aroma e dei suoni diversi. Visitare la Città Vecchia di Gerusalemme è il modo migliore per scoprire il fascino della città, sia a livello monumentale che culturale. I contrasti tra i quartieri e il multiculturalismo della città si respirano in ogni strada, dove convergono musulmani, ebrei, pellegrini cristiani e turisti, pellegrini, viaggiatori e viandanti da tutto il mondo. Qui è possibile godersi la tranquilla atmosfera del quartiere armeno, oppure immergersi nel vivace suq del quartiere mussulmano, o essere destati dal rintocco delle campane del quartiere cristiano, oppure camminare per le strade d’impianto romano del quartiere ebraico; e il tutto… in circa un chilometro quadrato! Questi quartieri accolgono le famiglie di quattro diverse comunità, ognuna con una forte identità culturale che si evince nel modo di vestire della gente e nell’architettura degli edifici, così come si distingue nei suoni o si percepisce nei profumi di essenze aromatiche che impregnano l’aria di ognuno di questi.

Entrare e camminare attraverso l’intricato reticolo di vicoli e stradine nella Città Vecchia significa compiere un viaggio indietro nel tempo di oltre 3000 anni e poter sentire, comprendere, vedere, e (quasi) toccare con mano i contrasti di questa “Città Santa”, presenti in ogni angolo, nascosti dietro ogni spigolo o nel buio di portoni di cui non s’intuisce il fondo. La matrice antropica di questi quartieri è esistita per millenni rappresentando – fino al 1860 – la massima estensione dell’intera area urbana. Le mura che la circondano furono erette, nel 1538, dal sultano Solimano il Magnifico con l’intento di proteggere il perimetro della città. Contesa dai diversi conflitti che l’hanno accompagnata per secoli, la Città Vecchia di Gerusalemme è la zona più bella e intrigante della capitale israeliana.

Andando a conoscere più da vicino questi quartieri, scopriamo il “Quartiere Armeno” situato nella parte sud-occidentale della Città Vecchia. Esso è il più piccolo dei quattro e contiene il minor numero di residenti. La maggior parte del quartiere è costituita da un’area privata chiusa di proprietà del monastero armeno e circondata da mura. Per intuizione emotiva lo considero il quartiere più “tranquillo”, con circa 500 membri, ed è anche il meno conosciuto, pur essendo presente nella Città Santa da secoli. Qui è possibile scoprire la bellezza delle interessanti botteghe artigianali di ceramica, del legno scolpito, dei vimini, delle cantine, oltre a piccole cappelle e musei sulla storia degli armeni in città.

C’è poi il “Quartiere Cristiano” ubicato nella parte nord-ovest della Città Vecchia. Il quartiere ospita la Chiesa del Santo Sepolcro, uno dei luoghi più sacri della cristianità mondiale. Esso si estende tra la Porta di Damasco, la Porta Nuova e la Porta di Giaffa, ed è il secondo più antico della città. Attraverso il reticolo delle sue stradine molti pellegrini iniziano la Via Crucis seguendo i passi di Gesù, arrivando al tesoro del quartiere cristiano: il Santo Sepolcro. La basilica è il luogo più sacro per i cristiani ed è uno dei monumenti più visitati di Gerusalemme. Il quartiere cristiano è la zona più visitata della Città Santa, un crogiuolo di commercio, cibo da asporto e spiritualità. Entrando nella Città Vecchia attraverso la Porta di Jaffa, si percorre una lunghissima e stretta via in discesa dove si sussegue un’infinità di botteghe e negozietti che propongono chincaglierie, souvenir e tanto altro ancora di ogni genere. Questa via conduce alla Chiesa del Santo Sepolcro, il luogo più sacro per i cristiani.

C’è poi “Quartiere Ebraico” che si espande nella parte meridionale della Città Vecchia abitato per secoli da Ebrei. Il quartiere ebraico fu distrutto durante la guerra del 1948 ma ricostruito dal governo israeliano dopo il 1967. Entrando dalla Porta del Letame, il quartiere ebraico è la parte più elegante della zona fortificata. Le sue vie sembrano immerse in una calma e una tranquillità interrotte solamente da qualche ebreo ortodosso (riconoscibili per il particolare abbigliamento) che avanza di fretta, schivando turisti e pellegrini. In esso sorgono numerose sinagoghe e yeshivah (scuole dedicate allo studio della Torah). Il tracciato urbano del quartiere ebraico evidenzia lo stile romano di Gerusalemme. Sono ancora ben visibili alcune colonne originali che segnano l’inizio del “cardo”, antica via commerciale romana su cui prospettano gallerie d’arte, negozi e appartamenti. La maggior attrazione resta il celeberrimo Muro del Pianto (chiamato anche Kotel) gremito di fedeli ad ogni ora del giorno e della notte. Vicino ai resti del secondo tempio di Gerusalemme, si possono ascoltare ogni giorno le orazioni di migliaia di ebrei raccolti in preghiera. Al di là di questo muro si erge “Haram esh-Sharif” (recinto del nobile santuario) o Monte del Tempio, ancor più noto come Spianata delle Moschee, luogo di culto da sempre conteso dalle tre principali religioni monoteiste, laddove si erge la scintillante Cupola della Roccia sacra ai musulmani. Il quartiere ebraico è senz’altro il più ortodosso e conservatore.

Scopriamo, infine, il “Quartiere Musulmano” collocato nella parte nord-est della Città Vecchia, è il più grande, esteso e popolato dei quartieri con residenti principalmente musulmani. Esso occupa l’area dietro al Muro del Pianto fino alla Porta di Erode (raggiungibile anche dalla Porta dei Leoni o dalla Porta di Damasco). Al suo interno scorre la Via Dolorosa (la Via Crucis), luogo di pellegrinaggio cristiano, così come il Monte del Tempio, dove si trova il terzo dei luoghi sacri dell’Islam, ovvero la Cupola della Roccia. Perdersi attraverso gli stretti e labirintici vicoli si rincorrono gli aromi delle spezie e del caffè, gli echi del suq e la varietà di merce esposte sulle bancarelle, i sapori delle tisane e gli intensi fumi dei narghilè ove primeggiano bellissimi tappeti, stoffe multicolorate, succhi di frutta appena fatti, oggetti di antiquariato e cibo da strada dai molteplici gusti, praticamente… di tutto! Vicoli e stradine sono sempre piene di vita praticamente a qualsiasi ora del giorno. Anche se appare caotica, trafficata e – solo in apparenza – sporca, è proprio per questo che è la più viva ed animata; stracolma di negozietti di souvenir di vario genere ed oggetti religiosi: dai presepi in legno d’ulivo ai crocifissi in plastica.

Prossimamente cercheremo di illustrare e trasmettere quali (e quante altre) sensazioni ed emozioni sono ancora possibili vivere, scoprire e comprendere nella monumentalità dei suoi luoghi più interessanti.

PS… viste le recenti escalation della ripresa di attentati e violenze tra fazioni musulmane ed ebraiche che coincidevano con la chiusura della Spianata delle Moschee e la ricorrenza dello Sabbath, non ci è stato possibile accedere e godere delle bellezze e delle meraviglie che questo luogo suscita. Vorrà dire che ritorneremo qui, ma… in tempi più tranquilli! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

PLATJA DEL PORTIXOL (Baia di Porticciolo, SS Sardinia)… camminare incontro al silenzio

Sardegna nordoccidentale; a pochi minuti da Alghero, lungo la provinciale (55 bis) che porta a Stintino, parte – sulla sinistra – una rotabile (strada vicinale Porticciolo) che conduce in un autentico angolo di paradiso sospeso tra cielo, terra e acqua, laddove i silenzi (rotti solo dal vento) e le incredibili trasparenze dei fondali; tutti elementi, questi, che creano una rada conosciuta come la “Platja del Portixol” dalla bianca e finissima sabbia, racchiusa in una cornice paesaggistica dalla Torre del Portixol. La baia del Porticciolo è una piccola spiaggia accessibile esclusivamente a piedi raggiungibile tramite una discesa superando un non semplice (ma non impossibile) percorso tra sassi di varia grandezza.

Raggiunti la spiaggia si avverte subito di come la sabbia qui sia talmente così fina da sembrare una sorta di farina; osservando la natura circostante emergono subito i colori di un paesaggio che ha davvero dell’incredibile, tra stupore e meraviglia, da lasciare senza fiato! La caletta al centro della baia è davvero troppo bella! Con un mare sempre così limpido durante tutte le stagioni dell’anno, dopo le impetuose tempeste marine o al candido splendore di un tramonto che sembra non finire mai; qui l’acqua è freschissima e durante il corso dell’anno – a qualsiasi ora – non c’è per niente folla.

La baia del Porticciolo è un luogo fantastico, il primo di una lunga serie di baie, spiagge e rade che si rincorrono oltre l’orizzonte e, sicuramente, uno tra i più belli di questa parte dell’isola; natura e paesaggi si fondono in una incredibile tavolozza di colori, laddove la sabbia, restituisce i riflessi cromatici derivanti dal rosso (forse bauxite) delle rocce circostanti il mare – dai fondali sassosi – accoglie intere colonie di grossi pesci, molluschi, stelle marine e polpi. In pochi minuti si raggiunge la Torretta (a sezione tonda) del 1500 da cui si gode di una incredibile vista sull’intera baia. Il posto è fantastico e – se vi trovate a transitare in questo angolo di Sardegna – non disdegnate di compiere questa piacevole, facile e rilassante escursione alla spiaggia della Baia del Porticciolo; il luogo merita ed è un toccasana emotivo che per qualche ora riesce ad allontanare pensieri e stanchezza. La Sardegna… non smette mai di meravigliare! (di ©Andrea Perciato; ph Maria Rita Liliano & A. Perciato)