Etna (Sicilia), “Walking on the Moon”… sulle polverose piste di lava

Sicilia, pendici meridionali del più grande (e attivo) vulcano d’Europa, l’ETNA, siamo intorno ai 2000 metri d’altezza e, raggiunti una volta questo luogo, non si ha che da scegliere quale esplorazione del vulcano si desidera compiere. Si opta per i “Silvestri” e si può decidere se visitare il Cratere Superiore (con una salita ripida e scivolosa) oppure quello Inferiore, adatto a tutti. Entrambi si sono formati in seguito all’eruzione del 1892 che durò 173 giorni e percorse circa 7 chilometri. Parti integranti di un ambiente di straordinario valore paesaggistico e naturalistico, si tratta probabilmente dei crateri più noti (e frequentati) dell’Etna poiché essi si trovano nei pressi dell’area del Rifugio Sapienza e nelle vicinanze della Funivia dell’Etna.

Giungendo da una terra che ruota tutta intorno al vulcano più famoso al mondo, il Vesuvio, quella “Campania Felix” che ha ricevuto tanto dalle eruzioni e dai fiumi/fontane di lava e lapilli del “Sommo” non potevamo farci mancare una visita, anche se per una breve escursione, al fumaiolo gigante d’Europa per eccellenza: l’Etna, laggiù al centro del Mediterraneo. Il poco tempo a disposizione (mezza giornata) ci ha comunque permesso di conoscere l’immensità di questo vulcano e di esplorare alcuni suoi crateri “minori” sorti – durante il corso degli anni – lungo le sue pendici in seguito alle ripetute eruzioni che qui avvengono da sempre.

L’Etna è imponente, simile a una donna che ti affascina e, al tempo stesso, si infervora con un temperamento spesso irrequieto. Una esplorazione lungo le pendici dei crateri “Silvestri” (solidificatisi in seguito all’eruzione del 2001) consente di avvicinarsi a quello straordinario mondo che è il “fuoco della Terra”; un sentirsi immediatamente catapultati in un altro mondo, attraverso una inedita dimensione spazio/temporale. La natura del vulcano qui – ai crateri “Silvestri” – ha modellato montagne, creato valli, sprofondato in antiche voragini, offrendo panorami tali da mozzare il fiato per l’incredibilità dei paesaggi che riescono ad offrire, tali da farci sentire piccoli, minuscoli in un ambiente da sempre ostile all’uomo, inquietante, quasi da togliere il fiato!

L’Etna è sicuramente una formidabile e incredibile “macchina geologica” a cui la fantasia popolare ha, da sempre, accostato poteri e magie “soprannaturali” generando miti e leggende. L’immaginazione popolare, sempre impotente di fronte a fenomeni del genere che non riescono a comprendere, ha sempre accostato tali fenomeni a forze trascendentali e a poteri soprannaturali. Uno tra i primi miracoli attribuiti all’intervento di santi per osteggiare tali e violenti fenomeni naturali viene ricordato il 5 febbraio dell’anno 253 l’anno successivo al martirio di Agata a Catania. Avvenne che vedendo avanzare il fiume di lava verso la città etnea, gli abitanti stesero sul fronte della colata il velo che copriva il sepolcro di Sant’Agata; ciò divise la colata e la lava si fermò.

Dall’insolito titolo – la “salita della capra” – che identifica i “crateri Silvestri” gli scarponcini si immergono, arrancando lungo il pendio, in un terreno roccioso e completamente rosso (rocce laviche solidificatesi). Da qui è possibile compiere una breve salita ad anello, lunga appena 1 km, ma – credeteci – ne vale davvero la pena, soprattutto per i panorami che si riescono a godere. La non difficile salita, solo in apparenza erta e dura perché composta da roccia smossa, impone di salire a passo lento, piano e quasi fermi. Giunti finalmente sul ciglio del cratere, sin da subito offrono l’idea di ritrovarsi in un ambiente lunare; alle spalle l’Etna è potente, magico, uno dei luoghi più iconici della Sicilia nel mondo.

Salendo fin quassù (lungo la strada è ben visibile una casa parzialmente ricoperta dalla lava), ad eccezione delle poche costruzioni (rifugio, stazione della funivia e baracche comprendenti negozietti di souvenir e ristorazione) è un deserto che sembra molto accostarsi a un paesaggio irreale ove la vegetazione scompare fino a diventare quasi un panorama lunare circondati da niente altro che lava. Si può camminare per ore vedendo solo lava e crateri. La bellezza del posto è incredibilmente spettacolare; dal ciglio dei “crateri Silvestri” lo sguardo abbraccia tutta la costa orientale della Sicilia mentre, alle nostre spalle verso nord, il “gigante” (mai addormentato) Etna sbuffa col suo ciuffetto di fumi e vapori.

Contemplare l’immenso camminando semplicemente sul ciglio di un vulcano ha un qualcosa di veramente incredibile. Altra esperienza unica, da provare sicuramente, è quella di camminare all’interno di un cratere; e il Silvestri si presta bene a questa esperienza. Il luogo è decisamente suggestivo e ciò permette di entrare in stretto contatto con gli aspetti più crudi della natura; pareti rocciose con cromature che vanno dal grigio più cupo al rosso più brillante, i rari cuscini di erba (dal giallo più acceso al verde più intenso) che attecchiscono lungo le pareti interne alla caldera poi, donano quel tocco di vivacità che rendono meno aspro il paesaggio circostante. Camminare all’interno dei crateri offre delle sensazioni forti; anche tutto il contesto non è da meno, sembra quasi di essere su di un altro pianeta, sembra di essere su Marte.

Quella dei “crateri Silvestri” sono – a nostro modesto parere – la parte più suggestiva dell’Etna. Sarà la tipica e sparsa vegetazione “a chiazze”, che spunta dalle ruvide rocce, molto simili a licheni (un esperto in botanica saprebbe certo dire di quali piante si tratta) che ricopre i pendii dei crateri; sarà l’atmosfera, magica e irreale al tempo stesso, una sensazione un po’ fatata che si genera quando le nuvole di foschia cominciano ad abbassarsi e a ricoprire i crateri, sarà il luogo in sé, ma questa dei “crateri Silvestri” è – senz’altro – una delle zone più belle e suggestive del vulcano perché offre la possibilità e l’emozione di entrare e camminare all’interno di queste enormi caldere (la parte interna dei crateri) ormai non più attivi e con le pareti dalle diverse colorazioni; il panorama nelle giornate senza umidità e nuvole è spettacolare.    

I “Silvestri” sono splendidi crateri circolari perfettamente conservati e modellati nel tempo. Qui si avverte subito l’idea di che cosa sono le bocche dei vulcani; la vista, poi, è bella su tutte le colate circostanti. Quello più basso è accessibile in modo semplice dalla strada principale, per visitare quello superiore, invece, occorre compiere una salita a piedi su sabbia lavica, fine e scivolosa, per circa mezz’ora, ma poi la vista da lassù e il contesto naturale in cui ci si immerge, ripagano dello sforzo compiuto. I “nostri” crateri consentono di conoscere da vicino le asperità di un vulcano come l’Etna, così ricco di crateri come questi, da dove un tempo sgorgavano lapilli e fiumi di lava. Calarsi al loro interno, sfiorando con le mani la prepotenza della natura vulcanica, si avverte la forza e la bellezza di come “Gaia” è sempre in continua evoluzione. Anche nelle più calde e soleggiate estati salire quassù è doveroso proteggersi adeguatamente dal freddo, poiché ci si trova pur sempre in alta montagna ed inevitabilmente si è esposti ai forti venti che colpiscono questa zona della Sicilia. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Morigerati (Cilento, SA): un “Viaggio al centro della Terra” nella grotta del fiume Bussento

Morigerati, immerso in un paesaggio aspro e selvaggio, questo incantevole borgo nascosto tra verdeggianti colline ed alte montagne appare su uno sperone roccioso come un grappolo di tetti rossi raccolti intorno al campanile, facilmente riconoscibile a chilometri di distanza per le insolite forme che presenta. Il suo centro storico cattura l’attenzione per quel suo fascino antico, così misterioso e suggestivo, ove intrufolarsi tra i minuscoli e stretti vicoli baciati dai sottili raggi del sole, non è difficile cogliere e scoprire i “segni” di quella impercettibile ricchezza nascosta tra le mura di questo piccolo centro: le viuzze, i palazzi gentilizi, i portali decorati da fregi sui portoni, le minuscole cappelle, i caratteristici cortili risalenti al ‘700 e, dall’alto dei tetti, le torri “colombare”. Esso conserva, nel suo territorio, gli incantevoli spettacoli di una natura brulla e carsica che ancora preserva ambienti di rara bellezza come le gole del Bussento.

Mai nessun luogo come le Grotte del Bussento, in prossimità di Morigerati, rievocano adolescenziali avventure di matrice “verniana”. Come il famoso viaggio ideato dalle straordinarie intuizioni emotive e realizzato, con sapiente maestria scientifica e dovizia di particolari geologici, dalla “magica” penna dello scrittore francese Jules Verne eccoci partire, con questi presupposti, alla conoscenza di questo fantastico mondo ipogeico, fiore all’occhiello del paesaggio carsico che caratterizza il territorio comunale di Morigerati nelle estreme, e poco conosciute terre, del basso salernitano.

Siamo nel cuore del Cilento, ai suoi confini meridionali, nell’immediato entroterra alle spalle del Golfo di Policastro. Là dove una splendida natura caratterizzata dalla macchia mediterranea e bagnata dalle turchesi acque del Tirreno, cui dietro i bianchi arenili si aprono argentee distese ulivate ecco comparire, all’improvviso, paesaggi di straordinaria bellezza che si esprimono attraverso una natura aspra e selvaggia, ove la storia geologica del pianeta ha lasciato importanti tracce e testimonianze ricche di fascino, attraverso ambienti suggestivi e ancora così poco conosciuti.

Dalla piazza centrale di Morigerati (272 m) parte in leggera discesa verso W, attraversando declivi con uliveti a basso fusto, un tracciato viario che fin dall’antichità metteva in collegamento, per l’angusto paesaggio determinato dalla forra scavata dalle impetuose acque del fiume Bussento, il borgo con l’abitato di Sicilì. Questo percorso scende ripidamente portandosi verso il fondo del vallone ove si aprono le Gole di Morigerati, in un magico mondo caratterizzato dallo scrosciare delle cascate che sovrastano qualsiasi altro rumore presente. Intorno regna, solenne, una rigogliosa foresta evidenziata dalla lecceta che fa da cortina boscosa alle splendide vedute paesaggistiche della gola lungo il versante di Sicilì.

Quaggiù l’irreale silenzio viene lacerato dal canto delle cicale che ci accompagna per l’intera giornata mentre, al calare del sole dietro i profili montuosi della rupe di S. Michele i grilli, con il loro gracchiare, continuano questa meravigliosa sinfonia della natura insieme all’intenso fragore delle acque che scorrono poco sotto. Giunti sul fondo della forra, qui il percorso si biforca: proseguendo in avanti e volgendo verso destra si attraversa un ponte. Arrivati sulla sponda opposta vi sono, nascosti dalla fitta vegetazione, i ruderi del mulino Gallotta che fino a diversi anni fa, con una enorme ruota azionata dalle acque del rio Bussento, macinava graminacee e frumenti; oggi, di quella struttura, non restano altro che poche tracce individuabili dai pericolanti resti in muratura.

Proseguendo invece nell’altra direzione, giù in basso a sinistra, si perviene all’imboccatura della “Grotta del Bussento” da cui si accede, per mezzo di una stretta gradinata, attraverso un cunicolo scavato nella roccia alla cui fine, superati un traballante ponticello con i passamani in legno, raggiunti la parete opposta, altri scalini conducono a un ramo nascosto della cavità ipogea percorribile a piedi per non più di un centinaio di metri. Per visitare l’antro occorre essere muniti di una torcia elettrica e, preferibilmente, essere accompagnati da qualche guida locale che conosce bene il posto e sa dove “mettere” i piedi. Infatti, poco più avanti il cammino si apre su di una galleria principale i cui gradini scavati nella roccia, sfiorano le impetuose acque sotterranee che scorrono poco più in basso a sinistra; uno scivolone in questo punto potrebbe risultare abbastanza pericoloso!

Spettacoli di incomparabile bellezza catturano l’attenzione; qui i colori riflessi dall’acqua si infrangono sulle infinite rientranze delle pareti in roccia calcarea dalle molteplici tonalità cromatiche; un senso di vuoto si impadronisce di tutto lo spazio che ruota intorno. Le ombre si perdono verso il buio più profondo, nel cuore più oscuro della montagna, ove il più assoluto silenzio viene spesso turbato dallo stillicidio dell’acqua che proviene dal soffitto e dove si cela il tratto iniziale del corso fluviale bussentino che proprio qui, in questo punto, ritorna allo scoperto dopo un percorso sotterraneo di circa 6 km dopo essersi inabissato, più a monte, presso l’abitato di Caselle. Fuori dalla cavità ipogea l’ambiente è ricco di spunti paesaggistici con una rigogliosa vegetazione che va a sfiorare il pelo dell’acqua, e con numerose sorgenti e cascatelle che spuntano lungo le sponde, ora sabbiose oppure acciottolate.

Raggiunti il ponte ove sono presenti i ruderi del mulino, si continua a camminare risalendo i brevi tornanti formati dal sentiero che ora avanza lungo la sponda opposta della gola pervenendo, in pochi minuti, presso una masseria. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Caledonia Waterfall (Cipro): l’incanto della foresta attraverso il “Kalidonia Nature Trail”

Per chi ha avuto la fortuna di conoscere l’entroterra di Amalfi e i suoi valloni (dei Mulini e delle Ferriere) riuscirà facilmente a paragonare questa valle di Caledonia, nel cuore del geo-parco dei monti Troodos, (ΓΕΩΠΑΡΚΟ Ͳροόδους) sull’isola di Cipro con i più blasonati valloni della Costiera Amalfitana poiché offrono similitudini paesaggistiche di pregiato valore naturalistico e ambientale come le particolari infiorescenze, i corsi torrentizi, i salti d’acqua, i ponticelli e le passerelle in legno, le numerose cascatelle e la cascata finale che, a monte, chiude la valle.

Lungo la tortuosa strada che attraversa i monti Troodos l’’accesso nella valle del “Caledonia Falls Trail” è facilmente individuabile. Nei pressi di un allevamento di trote ha inizio (primo tratto in cemento) il sentiero che costeggia un torrente che compie diversi salti formando numerose cascate di diversa altezza. Il percorso, nella sua interezza, è agevolato da scale e ponticelli (se ne possono contare ben 8); solo in alcuni punti raggiunge una pendenza piuttosto notevole. Lungo il sentiero si trovano alcune targhe esplicative che informano sulla presenza delle specie floreali e sulla natura geologica del sito.

Tuttavia, se si è in cerca di un cambio di scena dalle solite immagini di atmosfere da spiaggia che si propongono per Cipro, allora questa valle vale davvero la pena conoscerla e scoprirla. Tutto il percorso è lungo circa 2.5 km (solo in andata) ma essendo totalmente avvolto dalla foresta e ombreggiato è – sicuramente – una bella esperienza per sfuggire alla canicola. É un bel percorso che attraversa una natura lussureggiante di tutto rispetto, una piacevole escursione che permette di poter stare in mezzo ad una molteplicità di elementi naturali come l’acqua, il verde dei boschi, il sottobosco e la fauna; come un ritrovarsi improvvisamente immersi in una natura suggestiva e rilassante fino alla cascata principale.

Compiere l’escursione attraverso la valle Kalidonia è, certamente, un’esperienza da fare. Con gran stupore non ci si aspetta un paesaggio così carico di meraviglie, non si riesce ad immaginare che un ambiente, così aspro e selvaggio, ma altrettanto così bello e ricco di diverse specie floro/faunistiche, possa contenere al suo interno piante monumentali, uccelli, farfalle, mammiferi, libellule, rettili; gli alberi e il ruscello ad ogni metro superato creano splendide cortine scenografiche di una natura al massimo del suo splendore. È un vero e proprio bosco colmo di sorprese (addirittura alberi da frutto come il corbezzolo), ambienti ideali che – come per incanto – lasciano immaginare la presenza di ninfe e folletti, praticamente uno dei sentieri più belli dell’isola.

Il sentiero passa su rocce (spesso scivolose!), attraversa fusti d’albero (autentiche colonne della foresta), supera intricati labirinti di radici basse e sporgenti, scavalca salti e pozze d’acqua e transita su ponticelli in legno fino a raggiungere la testa della vallata. A piedi, nel bosco in leggera salita che supera un dislivello di poco inferiore ai 450 metri, seguendo il sentiero ben definito che costeggia il ruscello, esso raggiunge in meno di 100 minuti il grande salto (appena 30 metri) della cascata; l’acqua cade in un laghetto sottostante, formato da una conca naturale e la sua temperatura, ovviamente, anche nelle più calde delle estati, riesce a mantenersi fredda.

Tutto sommato il “Kalidonia nature trail” altro non è che una bella e piacevole escursione, lontani dalla folla, attraverso una natura così altrettanto meravigliosa; certamente non è – come ci si immagina – uno spettacolo che possa impressionare da un punto di vista paesaggistico e ambientale, di questi ce ne sono di simili al mondo, ma è davvero un bel cambio di vista, un piacevole e immediato colpo di scena se si è stanchi delle proposte di svago offerte dal mare e dalle città. I sentieri sono rinfrescanti e offrono la possibilità di ritemprarsi soprattutto da un punto di vista fisico e mentale; ideale per una mezza giornata lontani dal caos… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ORTIGIA, l’antica Siracusa… da Archimede a Indiana Jones!

Chi ha visto l’ultimo (il 5°) capitolo del famoso archeologo, ideato da Spielberg e Lucas, resta piacevolmente sorpreso dall’ultima scena che vede il nostro precipitare – da una “finestra” spazio/temporale – proprio nel bel mezzo dell’assedio di Ortigia da parte dei Romani. La scelta della produzione di girare il finale nell’antico “cuore” di Siracusa non poteva essere omaggio più bello alla storia antica della Trinacria, al genio matematico di Archimede e alla tenacia e alla fantasia del personaggio di Indiana. Ortigia è uno dei più bei luoghi che si possano visitare in Sicilia, un borgo antichissimo proprio nel cuore di Siracusa, da cui ha avuto la stessa origine di città e in cui si sommano, strato su strato, millenni di storia della civiltà trinacria.

Siracusa, con la sua bellissima isola di Ortigia, che altro non è la splendida estensione della città verso il mare, è – sicuramente – uno dei posti più belli, incantevole e suggestivi in Sicilia. Ortigia è il centro storico di Siracusa, ma in realtà è un’isola unita alla terraferma per mezzo di due ponti. In esso esplode la massima concentrazione di epoche, di stili, di colori, di profumi, di essenze aromatiche che giungono dai fasti della Magna Grecia, passando per le testimonianze “federiciane”, fino all’esplosione del Barocco; tutto l’isolotto è ricchissimo di cose da vedere.

L’isolotto è davvero accogliente ed è facilmente percorribile a piedi. Attraversati il ponte Umbertino, in  breve si raggiunge la piazza che accoglie al suo interno i resti dell’Apollonion (il Tempio di Apollo) i cui basamenti, squadrati nel loro rigore geometrico, ancora risplendono del bianco calcare. Da qui si diramano numerose viuzze da percorrere tutte a piedi, piene di negozi e tanti locali dove sono possibili gustare le tipicità culinarie siciliane. Vicoli che si incrociano tra loro, che si succedono di cortile in portone, pieni di ristoranti, negozi del tipico artigianato locale; traverse e strettoie che alla fine sfociano su piazze e slarghi ove prospettano le splendide facciate di edifici storici.   

Il percorso da noi proposto continua seguendo in successione le strette vie Apollonion e Resalibera, nel cuore del quartiere arabo, laddove le strade tortuose lastricate da antichi basoli e le strette viuzze attutiscono (e distribuiscono) le violenti refole dei venti che giungono dal mare durante le burrasche e i luminosi raggi del sole che sferzano, dal ciglio di un terrazzino al davanzale di una finestra, andando a creare un alternarsi di ambienti – spesso bui – che generano una piacevole frescura e che si ravvivano, durante la giornata, da un susseguirsi di giochi di luci e di ombre.

Si raggiungono i Bastioni di Forte S. Giovannello. E qui già si avverte lo splendore di Ortigia perché è una città ricca di luce, dall’architettura espressa dai vari stili succedutesi nel tempo, lasciandosi trasportare dalle emozioni visive che non stancano mai di offrire spunti e riflessioni sulle epoche vissute dai suoi abitanti; qui non ci si stanca mai di passeggiare per le sue stradine; il cibo, ovunque ci si fermi, è squisito per cui vale la pena visitarla a piedi.

Dai Bastioni si estende una pittoresca promenade che ha, nel suo apice, la chiesa di San Filippo Neri che era, in origine, parte integrante dell’Oratorio di San Filippo Neri posto a sinistra dell’edificio. L’attuale Monastero di San Filippo Neri (già Palazzo Interlandi) si trova sulla destra della costruzione. Consacrata nel 1770, si presenta con una pianta ottagonale davvero bella, arricchita dai pavimenti in arenaria bianca intarsiati da lastre in basalto e da un disegno semplice e, al tempo stesso, raffinato. Al suo interno, nei suoi sotterranei, proprio sotto la chiesa c’è una fonte nella quale le donne andavano a purificarsi.

La storia di Ortigia è essenzialmente la storia di una isola-fortezza il cui problema dominante, diluito nel tempo, è sempre stato la difesa dal mare. La cartografia pervenuta e l’analisi delle tracce di mura ancora visibili, nonché i numerosi resti ancora oggi ben visibili, hanno permesso di ben definire quello che era il suo articolato sistema difensivo. Tutto il lungomare di Levante, anche se spesso battuto dal mare aperto e da venti sostenuti, conserva ancora buona parte degli avamposti militari: il bastione di S. Giovannello, la piattaforma Cannella (o di S. Domenico) e quella di S. Giacomo si ergono pressoché intatti. La parte terminale del lungomare di Levante viene animata ogni mattina dallo svolgersi del mercato della frutta e del pesce.

Dal Belvedere S. Giacomo (nelle adiacenze c’è il Museo del Papiro) attraverso la via della Maestranza, si sbuca in Piazza Archimede, un capolavoro di piazza con al centro la fontana di Artemide; un luogo, anche se piccolo, ma che consente di poter gustare le vivaci facciate di storici edifici che completano la meravigliosa prospettiva intorno alla piazza; qui l’atmosfera è stupenda, soprattutto la sera ove compare, in tutta la sua magnificenza, la Fontana di Diana. Essa incanta per la sua bellezza senza tempo.; l’acqua che, delicatamente, sgorga e la statua di Diana che si erge in tutta la sua grazia, sono un tributo all’arte e alla natura.

Proseguendo lungo Via Roma si raggiunge la balconata del Lungomare di Ortigia che s’affaccia a ridosso della spiaggia di Cala Rossa, una bellissima caletta spesso molto affollata in estate, ma che presenta un mare stupendo dagli splendidi e trasparenti fondali ricolmi di ciottoli. Dal Lungomare di Ortigia si continua per una passeggiata panoramica dalla quale si può ammirare lo splendido mare aperto che circonda la città. Tra gli edifici storici più interessanti che s’affacciano sul lungomare di Ortigia c’è la splendida facciata della chiesa dello Spirito Santo. Edificata durante la dominazione spagnola della Sicilia, attualmente è chiusa e non è visitabile. L’edificio, ritenuto sconsacrato (!) presenta sulla facciata numerose nicchie vuote, sembra che le statue ivi giacenti siano state – durante il tempo – asportate; la principale sensazione che si avverte è di un totale abbandono, ma resta comunque un luogo da vedere.

Dopo l’affaccio dedicato ad Enzo Majorca, lungo via Gaetano Abela si sfiorano le mura della Facoltà di Architettura dell’Università di Catania, fino a sbucare nelle adiacenze dell’edificio (zona militare) che ospita il Soggiorno Marino dell’Esercito. Da qui si supera il cancello che immette nella larga spianata del Castello; spostandosi lievemente verso sinistra si raggiunge lo spettacolare ponte che consente l’accesso (cancellata in ferro) al Castello Miniace. Il fossato consente di ammirare i bastioni esterni che sprofondano in mare e le postazioni dei cannoni; un posto molto suggestivo per effettuare le foto. Bellissima fortezza di stampo “federiciano” il castello, per la sua particolare posizione proteso sul mare e per la sua storia, risulta essere davvero affascinante. Belle le sue mura in bianco calcare con finestre a “sesto acuto” in puro stile medioevale. Esso si erge in tutta la sua magnificenza proprio all’estremità della punta dell’isolotto di Ortigia; da qui la vista sul mare è molto suggestiva, meravigliosa, quasi contemplativa e la veduta sull’orizzonte marino risulta essere davvero spettacolare, soprattutto durante il transito delle navi all’orizzonte.

Lasciamo il Castello Miniace e rientrando all’interno dell’isolotto si percorre la via del Castello Miniace. Qui si tocca con le mani l’essenza dell’isola di Ortigia, lasciando scivolare lo sguardo su alcuni scorci tra i più belli e incantevoli. Sembra quasi di attraversare un sogno a occhi aperti con le sue architetture barocche, gli slarghi, le piazze, i vicoli, gli antichi portali di palazzi nobiliari; un excursus emotivo che ci trascina attraverso un arco spazio/temporale in cui le suggestioni si sposano con l’eternità del luogo mentre gli spazi – anche un semplice altarino all’incrocio di due vicoli – sembrano proprio non lasciarci andare via.

Eccoci finalmente giunti nel luogo (forse) più spettacolare da un punto di vista leggendario di Ortigia: la Fonte Aretusa, laddove ancora aleggia il mito di Alfeo e Aretusa in uno specchio di acqua dolce che sgorga tra papiri, pesci di grosse dimensioni e anatre dai colori vivaci. Aretusa è una fontana unica al mondo, generata in un singolare punto ove l’acqua dolce sgorga proprio sul mare; la fonte è oggi ospitata all’interno di uno stagno delimitato da mura presso il lungomare di Ortigia. Uno dei pochi posti al mondo dove le piante di papiro crescono naturalmente che insieme alle oche, ai cigni, alle papere e ai pesci rossi, creano un’abbondanza di elementi, tra flora e fauna, che conferiscono un inedito fascino a questo luogo davvero molto singolare.

Dalla Fonte s’imbocca sulla destra via Pompeo Picherali su cui s’intersecano vicoli che si incrociano tra loro, pieni di accoglienti locali, negozi di artigianato tipico e su cui prospetta l’imponente facciata di Palazzo Migliaccio, splendido esempio di architettura rinascimentale siciliana caratterizzata dai portali d’ingresso di forma arcuata e finestre ad arco (alcune sono bifore), nonché dai bassorilievi e dalle merlature zigzagate in pietra lavica. Le meraviglie stilistico, decorative e architettoniche di questa palazzo ci accompagnano fino a sfociare nel cuore più autentico dell’isola: Piazza del Duomo che s’apre, poco alla volta, con una incredibile cortina di edifici storici molto belli.

Appena approdati in piazza, subito alla destra compare la facciata della chiesa di Santa Lucia alla Badia, autentico gioiello del barocco spagnolo presente in Sicilia; al suo interno c’è una copia della “sepoltura di Santa Lucia” del Caravaggio eseguita durante il suo soggiorno a Siracusa. L’architettura barocca della facciata si inquadra straordinariamente con le altre architetture monumentali che prospettano sulla principale piazza cittadina. Pochi passi ancora e sulla destra compare – in tutta la sua magnificenza – l’imponente facciata del Duomo di Siracusa, ufficialmente Cattedrale Metropolitana della Natività di Maria Santissima, che sorge in luogo di quello che fu il principale tempio dorico della polis di Syrakousai, dedicato ad Atena/Minerva. Di origini bizantine e poi normanne esso è un capolavoro architettonico del barocco siciliano del XVII secolo; ai lati della sua incredibile facciata, tutta in bianco calcare, compaiono – su piedistalli – le statue dei SS Apostoli Pietro e Paolo.

Superati l’edificio del comune, alla sinistra della Cattedrale, sul lato opposto si staglia il portale, che attira subito l’attenzione, del Palazzo Beneventano Del Bosco, in puro stile barocco e rococò, uno dei palazzi più belli della città, che con la sua imponente facciata e le sue decorazioni scenografiche sollecita lo sguardo a scorrere sulle linee prospettiche e i particolari stilistico/decorativi su cui si possono percepire i dettagli artistici presenti in ogni angolo del palazzo. Il suo interno è suddiviso da due cortili, un grande scalone centrale e una cappella gentilizia; ma ciò che colpisce subito lo sguardo è l’androne la cui articolata pavimentazione in acciottolato dai disegni geometrici in bianco e nero, risalta per gusto ed estetica.

Tra i vicoli lastricati in pietra bianca, come Via Saverio Landolina, s’affaccia la Chiesa del Collegio dei Gesuiti, dalla maestosa facciata in stile barocco, stretta in uno spazio angusto caratterizzato da vivaci locali e dai tipici ristorantini da strada. Il centro storico viene caratterizzato dall’intricato reticolo di vicoli e viuzze su cui s’affacciano varie trattorie, i numerosi caffè e le immancabili bancarelle di souvenir. Percorrendo via Cavour questa ci porta direttamente sul principale Corso Matteotti; ma è altrettanto bello poter anche uscire fuori dai percorsi stereotipati e offerti alla massa dei turisti, per immergersi alla scoperta di dettagli e di qualche altro inedito scorcio che – spesso – sfuggono ad una prima occhiata. Si sfocia, infine, nell’ampio catino di Piazza XXV luglio, ove è tutto un piacevole crogiolo di vivaci attività legate al turismo e al commercio.

Dalla Piazza, proseguendo lungo via Chindemi, si respira un’aria magica con vie e vicoli che si diramano tra bancarelle ambulanti e i tantissimi locali che offrono pietanze con le tipicità ittiche del luogo: il pescato appena issato dalle reti. In breve si è in vista del nuovo Ponte di Santa Lucia che supera l’isolotto della darsena; qui le barche dei pescatori ormeggiate fanno da cornice allo slargo (isolotto artificiale) da cui si erge – al di sopra di una platea in pietra bianca – la statua bronzea, molto stilizzata, di Archimede, omaggio di Siracusa al suo più illustre concittadino.

Il nostro “Ortigia urban-walk” termina qui, anche se – per mancanza di tempo – non siamo riusciti a scoprire ed apprezzare tutti gli altri angoli meno conosciuti dell’isola, soprattutto lungo i camminamenti prospicienti il mare. Siracusa presenta sicuramente altri gioielli d’arte, storia e archeologia, ma è camminare tra le bianche pietre dei vicoli di Ortigia, ripararsi all’ombra di androni dalla canicola estiva o dai venti che giungono dal mare, oppure scrutare insoliti particolari di un isolotto che si lascia ammirare in ogni sua piccola sfaccettatura; è questo il segreto di Ortigia, farti sentire come a casa tua…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

‘E BUTTEGLIE ‘E PUMMAROLA… quando sapori e tradizioni durano nel tempo. Un “viaggio” nel mondo dell’oro rosso italiano.

Fortuna vuole che Cristoforo Colombo riuscì a portare dalle Americhe quel frutto (un ortaggio) che ben presto è divenuto – durante il tempo – il vanto della cucina tradizionale italiana, soprattutto al Sud ove, disteso su un disco composto da farina e acqua (la pizza), oppure fatto ribollire per ore a fuoco lento in una pentola che genera un profumo invidiato in tutto il mondo; stiamo parlando, ovviamente, dell’oro rosso italiano: il pomodoro. Nelle parole che seguono però, cercherò, con parole semplici e immediate, soprattutto anche in base ai ricordi che ho avuto la fortuna di vivere fin dall’infanzia, di condurvi a fare un viaggio nella tradizione riguardo la sua “preparazione” realizzata della salsa fatta in casa (nelle corti, nei sottoscala, negli androni, sotto i porticati, sui terrazzi, ovvero… ‘e butteglie ‘e pummarola vullute (le bottiglie di pomodoro bollite). Una operazione, questa, spesso eseguita da tutta la famiglia (nonni e nipoti compresi) riunitasi per l’occasione, che vede coinvolti grandi e piccini e segue regole precise con ritmi scanditi dal rincorrersi delle operazioni che si susseguono durante le fasi di tutta la lavorazione, dalla scelta dei pomodori allo svuotamento del bidone.

La “passata di pomodoro” o i pomodori fatti in casa, altro non è che un antico rituale ben radicato nella cultura qui al Sud e, spesso, funge anche da collante sociale ove si riuniscono due o anche più famiglie; questo per preparare la passata insieme. Le bottiglie, poi, vengono distribuite un po’ a tutti. Questa “Festa dell’Oro Rosso” come un rituale in cui ognuno è protagonista assoluto ricoprendo un ruolo e svolgendo un compito ben preciso, si organizza dalla metà di agosto fino a tutto settembre in un tempo che resta sospeso, per due o tre giorni. Il pomodoro fatto in casa è un classico della tradizione culinaria meridionale che, puntualmente, coinvolge intere famiglie. Ecco allora che girovagando per le strade, vagare tra i vicoli dei quartieri – soprattutto nell’hinterland della Campania – sale lentamente quell’intenso odore del pomodoro tramutato in sugo e pronto per il ragù, come un piacevole ribollire che cuoce lentamente nel pentolone, fino ad incontrare il profumo del basilico. Il rito della salsa fatta in casa, è tutto un rinnovarsi di creatività che si alterna ad un’attenta manualità, tra incredibili rumori di pentolame, mestoli, passini e il tintinnio delle bottiglie e dei barattoli di vetro.

Un lavoro, questo, che spesso ha inizio quando è ancora notte, poco prima dell’alba del giorno fissato; ogni membro della famiglia comincia ad assumere un compito ben preciso occupando una postazione all’interno dello spazio rituale, azioni che coinvolgono grandi e piccini. Ogni operazione ha una funzione ben precisa e tutti i partecipanti sono – al tempo stesso – attori e spettatori dello “spazio sacrale” di una tradizione che si rinnova nel tempo. Un modo non solo per assicurarsi la preziosa passata per tutto l’anno, ma anche per mantenere viva quella socialità tra i membri della famiglia e tra i generosi vicini che – spesso – aiutano nelle operazioni; un rituale lungo e faticoso, un modo per stare tutti insieme, una filosofia che si traduce in un cerimoniale coinvolgente che annovera familiari, amici e parenti. Ci fu un tempo in cui le anziane donne “proibivano” alle ragazze e alle donne interessate dal ciclo mestruale, di partecipare a tutto il lavoro perchè dicevano che questa “condizione” comprometteva la buona riuscita delle bottiglie di pomodoro. Oggi, purtroppo, questo rituale rischia di scomparire per tanti motivi, primo fra tutti le famiglie che tendono ad essere sempre meno numerose ed unite rispetto al passato.

Per chi non ha mai assistito a questo ciclo produttivo può sembrare un semplice lavoro fatto in casa, ma la passata di pomodoro preparata con le proprie mani ha un significato molto simbolico, quasi ancestrale, che va oltre il prodotto finale. Nella cultura meridionale si tratta di lasciare un ricordo per la fredda stagione, di quando le giornate sono molto corte e fa buio presto, un bene di prima necessità – almeno qui al Sud – che profuma d’estate e riporta indietro i pensieri, ai mesi più caldi. Prima, forse fino a qualche decennio fa, era un bisogno per le famiglie contadine, oggi – oltre alla necessità – è diventato anche un “gustoso” piacere; come il piacere di ritrovarsi, di passare insieme ore. Come dicevo, ognuno ricopre un ruolo ben preciso all’interno della “catena di produzione”; i più grandi gestiscono il fuoco (sotto i fusti) e le cotture, i giovani solitamente vengono impiegati nei tagli e nel passaggio dei pomodori al passa-verdure, i più piccoli invece sono addetti al lavaggio: il tutto, oltre ad essere visto come un lavoro, viene vissuto anche come una festa.

Ma come avviene questo singolare ciclo produttivo del pomodoro fatto in casa? Prima di partire, occorre però essere in possesso delle attrezzature specifiche al riguardo che, nell’ordine, sono: un fusto (di quelli per i carburanti, o bidone); un fornellone o legname quanto basta; un tripode (o trespolo); vari pentoloni o casseruole; macchina per tappare le bottiglie; concole in plastica o tinozze in alluminio; mestoli di varia grandezza; imbuti di vario spessore; scolapasta; passaverdure (molto usato quello elettrico ricavato dal motore di una lavatrice); bottiglie di birra o barattoli di passate vuote; tappi in alluminio o in sughero (con spago); coperte; sacchi di juta o canovacci.

Mentre gli ingredienti, dalla materia prima (i pomodori) fino alle fasi evolutive per ottenere il prezioso sugo, sono: i “pomodori” (20 chili o 4 casse di pomodori del tipo “San Marzano” tra i più pregiati) che devono essere maturi al punto giusto, controllando che siano sodi al tatto, profumati e, preferibilmente, senza nessuna ammaccatura in superficie; segue un accurato lavaggio dei pomodori preferibilmente sotto l’acqua corrente; succede un’attenta selezione per scartare le parti marce; dopo la cernita i pomodori possono essere tagliati in quattro parti (losanghe bislunghe), le “pacche” e svuotati delle parti interne (i semi). Le parti così tagliate e lavate vanno poi inserite nella macina per essere tritate e da cui si ricava il “primo” sugo; secondo i canoni di un’antica economia domestica, ogni cosa può essere riusata fino al suo esaurimento; e così avviene anche per le polpe (le pellicine) della cosiddetta 1a passata a cui può seguire fino ad una 4a passata per ottenere quanto più sugo dalla spremitura delle stesse.

Il sugo così ottenuto viene poi inserito nei contenitori in vetro (bottiglie o barattoli) ove, diverse abitudini locali o scuole di pensiero culinario, inseriscono qualche losalga fino all’orlo chiudendolo/tappandolo col basilico a foglia larga (qb) ed un pizzico di sale fino (ma anche il “doppio” può andare); segue la chiusura coi tappi d’alluminio o quelli in sughero con spago; ancora un accurato lavaggio delle bottiglie ripiene e si passa alla successiva fase del riempimento del “bidone” (il fusto). Questo va riempito nel fondo dai sacchi di juta o da stracci; poi vengono riposte accuratamente e adagiate le bottiglie coricandole in posizione orizzontale così fino all’orlo sommitale riempiendo, alla fine, il tutto con l’acqua. Qui, infine, si accende il fuoco e comincia la fase finale del rito, quello della cottura, durante il quale l’atmosfera profuma di incontro, di risate e di amicizie. Il tempo necessario per la cottura occorre per creare il sottovuoto; ultimo e fondamentale passaggio per garantirne la lunga conservazione; 24 ore dopo, le bottiglie saranno pronte per essere riposte in un luogo fresco e asciutto.

Provate, infine, a passare verso l’ora di pranzo in alcuni vicoli del “quartieri” di Napoli, spronate il senso dell’olfatto fino alla sua estrema espansione, potreste cogliere l’essenza di un profumatissimo sugo al ragù che – inebriandovi fino all’estremo stordire – scatenerà in voi una piacevolissima provocazione, mista ad una forte eccitazione (sia fisica che mentale) tale da farvi esclamare volgendo lo sguardo all’insù: “signò ‘o mettite n’atu piatte a tavula cu duje maccarune che abballano ind ‘o sugo? M’arraccumanne, nun ve scurdate ‘o furmaggio!” (Signora lo mettete un altro piatto a tavola, con due maccheroni intrisi nel sugo? Mi raccomando, non dimenticatevi il formaggio!) (testi ©Andrea Perciato; photo tratte dalla rete)

TURKU (Finlandia-Suomy) su e giù tra canali fluviali, Castelli e Cattedrali

Turku è, sicuramente, la città finlandese più antica, la prima che ha avuto una sede universitaria e – cosa sconosciuta a tanti – l’antica capitale del paese. Questi elementi, appena elencati, hanno la loro importanza fin da epoche remote poiché la città ha un suo “porto fluviale” con sbocco a mare ed è da sempre un punto strategico per gli scambi commercial; da non perdere le tipiche imbarcazioni locali (le barche-ristorante) che sono ormeggiate lungo le sponde del fiume Aurajoki. L‘indole cordiale della popolazione “stona” con gli abituali orari che scandiscono la giornata; uno su tutti, si pranza intorno alle 11,00. Città di media grandezza con uno sviluppo urbanistico abbastanza disciplinato (i finlandesi non hanno problemi di spazio!), tutti i principali luoghi sono facilmente raggiungibili a piedi ove sono possibili notare l’alternanza di stili architettonici, o la particolare fusione che ben si amalgama fra tradizione e modernità. Tra le cose più interessanti da vedere a Turku sono: la passeggiata lungo le sponde fluviali dell’Aurajoki, il Castello e la Cattedrale (di culto luterano) dedicata alla Vergine Maria e a Sant’Enrico.

Il lungo tratto che scorre lungo le sponde del fiume Aurajoki, determina una passeggiata tra le siepi che consente di partire dai bastioni del Castello fino a raggiungere il centro della città. Camminando lungo il bordo, oltre alle singolari e belle imbarcazioni (alcune anche di matrice militare) ormeggiate lungo il fiume, compare – in tutta la sua imponente fierezza – un grande veliero (trialbero) bianco, proprio di fronte a quelli che un tempo erano i magazzini ove si depositavano le merci da caricare in partenza o quelle appena giunte (e da smistare) nel porto fluviale.

Già dall’esterno, la possente struttura delle mura perimetrali del Castello, incute un certo timore reverenziale. La sua struttura è ben mantenuta e le sue pietre ripercorrono una storia, che giunge fino a noi, già dal primo medioevo. Eretto a ridosso dell’imboccatura portuale il Castello è una delle strutture più antiche della città; anche se, esteticamente, non presenta il solito clichè di castello fortificato, esso primeggia per la sua imponente struttura. Di grandi dimensioni, il maniero si presenta con una caratteristica estetica marcatamente medioevale; molto belli risultano essere gli ambienti interni, distribuiti su più livelli (spesso) sfalsati, e i principali cortili interni dalle pavimentazioni in pietra. La struttura, completamente ristrutturata dopo il bombardamento sovietico del 26 giugno 1941, è l’esempio perfetto di come dovrebbe essere un castello: dagli interni in cui primeggiano materiali decorativi e strutturali principalmente in pietra e legno.

Altro gioiello di “caratura” storica e la Cattedrale di rito luterano, posta in riva al fiume proprio al centro della città. Immersa tra giardini alberati ricchi di verde svetta – su tutto – la Torre campanaria, sostenuta da mura compatte evidenziate da solide pietre che vanno dal rosso, all’ocra fino al grigio scuro. La sua costruzione risulta imponente, mentre su tutto primeggia uno stile gotico abbastanza essenziale che lascia poco spazio all’immaginazione restituendo un’atmosfera austera e severa. Dopo un’erta gradinata sulla facciata principale che determina l’accesso, appena varcati il portale d’ingresso, volgendo la testa all’insù, lo sguardo rincorre le altissime volte che vanno ad incrociarsi quasi in cielo. Edificio costruito secondo lo stile gotico-baltico essa presenta tre navate, con una possente Torre campanaria al centro e due ambienti larghi con tetto spiovente ai lati che continuano, raccordandosi poi, con il tetto sulla navata centrale.

Poi l’occhio scorre lungo le bellezze artistiche che abbelliscono le navate laterali, composte da affreschi, dipinti, mosaici e sculture marmoree di pregiato valore decorativo, il tutto avvolto da un’atmosfera davvero suggestiva. Santuario nazionale è uno dei pochi monumenti storici della città risalente al 1300. Tipica cattedrale luterana essa si presenta un pò spoglia negli arredi ma ricca di sepolture di personaggi famosi che hanno fatto la storia di Turku e della Finlandia; come la tomba dell’unica regina finlandese, che è stata in carica per meno di un mese, ma alla quale i Finlandesi sono molto affezionati: Karin Månsdotter. All’ingresso del sacro edificio, spostandosi appena a destra, una cancellata racchiude un particolare spazio dedicato ai pellegrini (spesso qualcuno giace accovacciato a riposarsi) che sostano prima di mettersi in viaggio per compiere – a piedi – il lungo tracciato del “Cammino di Salt’Olav” che proprio da questa Cattedrale ha il suo inizio; qui è possibile ricevere il “pilgrim’s staff” (bastone del pellegrino), richiedere la “credenziale”, ed apporre il primo timbro. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SUOMENLINNA island (FIN) la “fortezza” delle 6 isole

Chiunque giunga ad Helsinki, in Finlandia, non può rinunciare ad andare a conoscere quest’isola che – in pochi chilometri quadrati – racchiude l’essenza storica della stessa Finlandia. 15 sono i minuti in battello che occorrono da Helsinki per raggiungere quest’isola, in qualsiasi stagione dell’anno tranne… quando ghiaccia il Baltico!  Appena approdati si avverte subito della splendida bellezza offerta dagli scorci dell’isola; qui ogni angolo sembra un quadro, ogni paesaggio assume visioni prospettiche davvero molto intense, laddove i colori dell’intensa macchia boschiva della vegetazione che copre l’arcipelago, si fonde con l’intenso azzurro del mar Baltico. L’isola è davvero molto bella, per certi aspetti intrigante, sia per la parte paesaggistica, naturalistica e ambientale sia per la parte storica. C’è molto da camminare ed è molto grande con vari punti distanti e separati tra loro da poter visitare. In un continuo scenario mozzafiato si gode del silenzio della natura, del verde, dell’aria pulita e della vista del mare.

Suomenlinna è una destinazione ricca di storia con le particolari architetture che sono parti integranti della stessa natura dell’arcipelago di cui essa si compone. Si tratta di un posto davvero molto importante per la storia della Finlandia ed è un esempio unico tra le architetture fortificate europee dell’epoca. Per conoscerla è possibile fare una bella escursione (occorrono almeno un paio d’ore) in modo da poterla girare tutta e scoprire i suoi angoli più suggestivi, come poter sostare seduti sulle rocce davanti al mare nonché fare la conoscenza della popolazione locale: appena 800 anime che godono di questo paradiso! Storicamente quest’isola trae origini dalle frequentazioni che l’hanno interessata nel tempo; le ben evidenti tracce succedutesi nei secoli, lasciano facilmente intuire come si sono amalgamate le culture svedesi, russa, anglo-francese con quella finlandese. L’isola è una delle fortezze marine più grandi del mondo.

La storia di questa isola è ricca di vicissitudini, e quasi da non credere che fosse stata, per secoli (lo è ancora a tutt’oggi) una base militare, poiché su tutto l’arcipelago regna una pace assoluta. Ricca di verde, fauna locale offre numerose specie soprattutto di volatili; qui i finlandesi vengono a trascorrere i picnic, abituati ad avere la fortuna di questa bellezza naturalistica a portata di mano. Questa affascinate isola/fortezza è stata per secoli il più importante baluardo difensivo di Helsinki; su di essa la natura selvaggia del nord e l’opera dell’uomo si fondono in maniera unica. Compiendo un giro esplorativo alla conoscenza dell’isola sono ancora possibili vedere le vecchie postazioni dei cannoni e scendere nelle viscere delle sue fortificazioni come i camminamenti “coperti” delle guarnigioni militari a protezione dell’ingresso nella baia di Helsinki. La fortezza infatti è un posto da visitare assolutamente; essa contempla una ricca combinazione di storia, architettura e natura.

Antica fortificazione militare sull’acqua, nel XVII secolo Suomenlinna era la base navale più importante durante il regno di Svezia e poi nel successivo periodo di dominazione russa. Qui le stradine sterrate conducono ai bastioni fronte mare dove sono ancora presenti i cannoni di difesa; l’isola è stata dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità dal 1991. Camminando attraverso le sue piste queste mettono in collegamento (unendole) le diverse sponde dell’arcipelago; superando i numerosi pontili e canali sono possibili vistare il colorato villaggio dalle case tutte in legno, le fortificazioni, la chiesa/faro di matrice ortodossa (dalle reminiscenze russe); oltre a diversi reperti storici come gigantesche ancore e un interessante sottomarino (il “Vesikko“). Forse due ore non bastano (bisogna sempre tener d’occhio l’orario per il rientro ad Helsinki) per godere di una vista mozzafiato del mare che la circonda, ma di sicuro soggiornare qui – almeno per un weekend in questo arcipelago – permette di vivere e godere dello straordinario fascino della natura e conoscere da vicino l’indole più autentica dei popoli del nord; dal molo dell’isola si gode con lo sguardo la skyline della capitale Finlandese e l’isola è un posto da non mancare nei taccuini di viaggio. Alla prossima, Terve! Minä olen… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“ANTECE” (monti Alburni, Cilento): come un dio/guerriero volle farsi pietra e incutere paura

Girovagando per gli altipiani carsici dei monti Alburni, si attraversa una natura, spesso aspra e inospitale, ancora in continua evoluzione per i fenomeni ipogeici di natura carsica come grotte, cavità ed inghiottitoi. Una tra le sorprese più suggestive, quasi incredibili, dell’intero comprensorio, è quel grande masso eroso che reca scolpita, sulla sua superficie protesa verso S, una figura rupestre antropomorfa a grandezza naturale.

Molti indicano questa (quasi) terrazza – luogo di antico culto, preghiera o cerimoniale – che s’affaccia su un ampio paesaggio tra i più caratteristici del Cilento interno, come una semplice pietra lastricata (o scolpita) chissà da chi e chissà da quando è lì impressa, su quella roccia di bianco calcare che prospetta verso ponente, quasi ad accompagnare il sole mentre scivola sull’orizzonte. Durante alcune campagne di scavo e diverse esplorazioni speleo-archeologiche condotte in collaborazione tra la Sezione del CAI di Napoli e l’Università di Siena, ai piedi di questa imponente scultura sono stati ritrovati dei resti (cocci!) in ceramica i quali lasciano interpretare che qui, periodicamente, vi stanziava una comunità di pastori nomadi e che recassero con loro, durante i continui spostamenti, contenitori, olle e recipienti in terracotta smaltata; tracce, queste, che probabilmente lascerebbero inquadrare questa comunità al periodo dell’era del Bronzo (medio!). Tenendo allora presente che il massiccio calcareo degli Alburni è situato in posizione strategica alla confluenza (o agli incroci) di importanti vie di comunicazione che collegavano la costa verso l’interno, molte sono le interpretazioni date alla presenza di questo monolito, abilmente scolpito da mano umana, è qui presente da millenni a testimoniare la presenza antropica (e la frequentazione di questi luoghi) tra queste aspre e selvagge alture dei monti Alburni.

Il masso è situato in zona Costa Palomba (1125 m), a 4 km da S. Angelo a Fasanella, in direzione N lungo la carrozzabile che collega il paese agli altipiani e, sul fronte opposto, a Petina. Non è difficile raggiungere questo luogo così particolare. Dalla rotabile, basta seguire l’apposita segnaletica lungo il sentiero e, dopo una macchia boscosa, si esce allo scoperto su una cresta rocciosa da cui prospetta la veduta panoramica sui paesaggi circostanti, dalle creste sommitali alle vallate e i rilievi che si protendono verso la costa. In prossimità della cima di Costa Palomba e a poche centinaia di metri sulla destra si erge, in una natura brullo-calcarea, questa “stele” posizionata in un particolare punto d’osservazione posto all’ingresso degli altipiani il che lascia intuire che il luogo in antichità doveva essere l’ideale sito per un insediamento di genti dedite alla pastorizia transumante oppure cacciatori isolati. Il rozzo bassorilievo, di difficile datazione storica, si ritrova qui scolpito (probabilmente inciso da qualcuno, ma non si sa da chi!) sulla viva roccia calcarea e rappresenta una figura dalle sembianze umane (il Dio guerriero “ANTECE”).

È possibile riconoscere una “figura” antropomorfa ricoperta da una corta tunica (una daga) stretta in vita e da cui pende una spada. Con la mano destra questa figura regge un’asta (una lancia) che, alla base, poggia su una specie di scudo. Durante alcune campagne di scavo, ai piedi di questa scultura sono stati ritrovati resti in terracotta che possono lasciar intuire la presenza di comunità pastorali che – spostandosi lungo precise rotte tratturali che mettevano in collegamento le pianure con gli altipiani – frequentavano questi rilievi. Diversi possono essere i significati da attribuire al Dio Antece. Alcune interpretazioni datano presumibilmente la stele in un’epoca molto più recente (oltre 2000 anni fa), e potrebbe indicare la testimonianza visiva di un abitante del luogo (pastore o contadino rifugiatosi tra i monti) che, alla vista delle avanguardie (da “Antece”, colui che precede, che viene o passa per primo, oppure come antico) di un grosso esercito abbia avuto paura e, sentendosi in pericolo, abbia deciso di cercare rifugio scappando tra i boschi dei vicini monti. Nel realizzare questa scultura, egli (l’autore del manufatto) non ha fatto altro che testimoniare questo episodio, visto e vissuto personalmente, quasi come uno scatto fotografico del tempo, lasciando ai posteri la facoltà di interpretare dubbi e perplessità sulle genti che transitavano per queste montagne. Lascio aperta la facoltà di “leggere” emotivamente ed intuitivamente il “guerriero” Antece; egli sarà sempre lì, al suo posto, pronto a sorprendere e ad infondere dubbi, perplessità, interrogativi e, perchè no, lasciar spazio anche alla fantasia di ognuno di noi. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Camminando Zaino in Spalla attraverso le “TERRE ALTE” in Campania

BENVENUTI… NELLE TERRE ALTE! Potrà sembrare eccessivo, sicuramente in molti non lo crederanno mai, ma i territori attraversati da questo nostro vagabondare in quella Campania “appenninica” tra il Matese, l’alto Sannio, la Daunia, l’alta Irpinia e la Baronia, passando per le terre del Negro e così fino ai margini della Lucania hanno il privilegio, forse unico in Italia, che con una sola visuale panoramica a 360° sui vastissimi e infiniti orizzonti si affacciano, quasi a comporre un magico intreccio fatto di culture, etnie e civiltà diverse, quattro tra le più interessanti Regioni del Mezzogiorno italiano: Puglia, Molise, Campania e Basilicata. Le popolazioni (e i paesi) che vivono tra le valli del Fortore, del Calore, dell’Ufita, dell’Ofanto, del Miscano e del Cervaro, è gente dell’Appennino meridionale, un crogiolo di tempi, di luoghi e di eventi che hanno visto l’avvicendarsi e il rincorrersi di civiltà e dominazioni fra culture diverse (gli Hirpini, i Dauni, i Sanniti, gli Apuli) ai cui margini spiccano quelle più conosciute degli Etruschi e dei Greci, più tardi contaminate da “arberesche” e saraceni, normanni e longobardi, svevi e angioini, aragonesi, francesi e borbonici. Questi paesaggi, questi territori oggi si presentano ancora integri e incontaminati, con una piacevole alternanza di scenari naturali e ambientali di straordinaria bellezza lì dove, senza continuità di soluzioni, tra le immensità e le asperità di luoghi deserti e (apparentemente) disabitati, contrastano con le valli scavate lungo lo scorrere dei millenni – laddove ancora persistono – dai numerosi corsi d’acqua. Non c’è da meravigliarsi infine, nell’attraversare questi straordinari scenari agresti, se le brezze al mattino restituiscono ai nostri polmoni l’acre e frizzante odore dell’erba verde bagnata dalla rugiada, là dove le vacche al pascolo ciondolano scampanando dietro l’abbaiare dei cani, oppure l’attraversare il cortile di una masseria ove i grossi tavoli al fresco dei porticati emanano, densi e profumati, gli stuzzicanti odori di una ricotta ancora fumante. Emozioni e sensazioni, queste, che incredibilmente accompagnano chiunque desideri avventurarsi tra queste contrade, alla ricerca di un insolito camminare tra storia e natura, ove la prima cede volentieri il passo alla seconda senza che entrambi creino alcun contrasto visivo ed emotivo. I luoghi raccontati in questo diario di viaggio, raccolti in un arco temporale distribuito lungo tre decenni, restituiscono quell’autentico, puro e semplice gesto dell’incontrarsi e del camminare insieme, percorrendo gli stessi itinerari che da millenni ci guidano alla conoscenza di quell’Italia più vera… quell’Italia da “gustare” semplicemente a piedi. (©Andrea Perciato)

“LEFKOSIA” Nicosia Sud, la parte greca di Cipro da Ledra Street al Crossing Point

Questa famosa via collega Nicosia Sud (nella zona cipriota a giurisdizione greca) con Nicosia Nord (nella zona turca). Percorrendo questa strada, piena di negozi di ogni genere, si arriva a un’area “check point” dove – mostrando una semplice carta d’identità – è possibile uscire dall’area cipriota per entrare nella zona turca. Il tutto è molto affascinante, a volte quasi surreale, visto che è l’unica capitale al mondo ancora divisa in due parti; comunque sia è un’esperienza da provare, si passa da una città orientale ma fortemente moderna e d’impronta europea, ad una completamente diversa, più tradizionalista e turca (ovviamente di matrice musulmana) a tutti gli effetti, due mondi completamente diversi, ma così affascinanti al tempo stesso. La strada è densa di locali con negozi di ogni genere in stile tipicamente occidentale. Per seguirne il tracciato principale, basta osservare sulla pavimentazione del piano di calpestio le piastrelle in acciaio, appositamente sistemate con disegni che indicano la direzione del flusso pedonale verso il punto ove s’incontra il check point che consente l’ingresso nella parte turca della città in un ambiente decisamente diverso, comunque da vedere; un confine che va visitato anche per capire meglio la storia di quest’isola.

Chi viaggia in Europa non è più abituato a parlare di confini e di posti di controllo, fa perciò strano che per passare da una parte all’altra della capitale di Cipro ci sia questa necessità. É pur vero comunque che le formalità sono ridotte al minimo: una verifica della carta d’identità è sufficiente da parte di (spesso) svogliati poliziotti (il passaporto non è richiesto). Ciò che invece impressiona è come possa cambiare l’ambiente nel raggio di pochi metri: la parte greca, Lefkosia, è la classica città europea, con i suoi negozi europei e non solo, con bei ristoranti e bar; pochi passi, invece, e Nicosia turca si presenta con gli stessi marchi europei, ma taroccati, con il suk dove si vende di tutto, con una moschea che dovrebbe essere interessante ma purtroppo lasciata andare: un mondo completamente diverso e soprattutto impermeabile alla diversità. Molti tra noi occidentali non sono più abituati alle frontiere terrestri, e purtroppo questa è una frontiera molto particolare; essa divide due mondi molto diversi e simboleggia processi di divisione che dovremmo cercare di superare. prendiamo spunto per riflettere dalle scritte che si trovano sui muri, volantini e manifesti appesi (ovviamente solo dal lato sud) e conoscere meglio la storia del nostro secolo e del nostro continente.

Capitale di Cipro, Nicosia impone di essere visitata. Lo si fa con un attraversamento pedonale partendo da Nicosia Sud fino ad arrivare al posto di blocco che separa, con la famosa “green line”, la Grecia dalla Turchia. Nicosia (o Lefkosia) è decisamente europea, ovunque si cammini sono presenti murales stupendi, moschee storiche e tanto spazio con scuole dedicate all’arte. Nella zona turca vi si apre un mondo completamente diverso. Si nota immediatamente l’assenza di donne che non siano turiste o africane, oltre a quel senso di militarizzazione dei confini in cui ovunque sono affissi cartelli che confermano l’interdizione della zona che non può essere fotografata, oltrepassata o avvicinata. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)