TURKU (Finlandia-Suomy) su e giù tra canali fluviali, Castelli e Cattedrali

Turku è, sicuramente, la città finlandese più antica, la prima che ha avuto una sede universitaria e – cosa sconosciuta a tanti – l’antica capitale del paese. Questi elementi, appena elencati, hanno la loro importanza fin da epoche remote poiché la città ha un suo “porto fluviale” con sbocco a mare ed è da sempre un punto strategico per gli scambi commercial; da non perdere le tipiche imbarcazioni locali (le barche-ristorante) che sono ormeggiate lungo le sponde del fiume Aurajoki. L‘indole cordiale della popolazione “stona” con gli abituali orari che scandiscono la giornata; uno su tutti, si pranza intorno alle 11,00. Città di media grandezza con uno sviluppo urbanistico abbastanza disciplinato (i finlandesi non hanno problemi di spazio!), tutti i principali luoghi sono facilmente raggiungibili a piedi ove sono possibili notare l’alternanza di stili architettonici, o la particolare fusione che ben si amalgama fra tradizione e modernità. Tra le cose più interessanti da vedere a Turku sono: la passeggiata lungo le sponde fluviali dell’Aurajoki, il Castello e la Cattedrale (di culto luterano) dedicata alla Vergine Maria e a Sant’Enrico.

Il lungo tratto che scorre lungo le sponde del fiume Aurajoki, determina una passeggiata tra le siepi che consente di partire dai bastioni del Castello fino a raggiungere il centro della città. Camminando lungo il bordo, oltre alle singolari e belle imbarcazioni (alcune anche di matrice militare) ormeggiate lungo il fiume, compare – in tutta la sua imponente fierezza – un grande veliero (trialbero) bianco, proprio di fronte a quelli che un tempo erano i magazzini ove si depositavano le merci da caricare in partenza o quelle appena giunte (e da smistare) nel porto fluviale.

Già dall’esterno, la possente struttura delle mura perimetrali del Castello, incute un certo timore reverenziale. La sua struttura è ben mantenuta e le sue pietre ripercorrono una storia, che giunge fino a noi, già dal primo medioevo. Eretto a ridosso dell’imboccatura portuale il Castello è una delle strutture più antiche della città; anche se, esteticamente, non presenta il solito clichè di castello fortificato, esso primeggia per la sua imponente struttura. Di grandi dimensioni, il maniero si presenta con una caratteristica estetica marcatamente medioevale; molto belli risultano essere gli ambienti interni, distribuiti su più livelli (spesso) sfalsati, e i principali cortili interni dalle pavimentazioni in pietra. La struttura, completamente ristrutturata dopo il bombardamento sovietico del 26 giugno 1941, è l’esempio perfetto di come dovrebbe essere un castello: dagli interni in cui primeggiano materiali decorativi e strutturali principalmente in pietra e legno.

Altro gioiello di “caratura” storica e la Cattedrale di rito luterano, posta in riva al fiume proprio al centro della città. Immersa tra giardini alberati ricchi di verde svetta – su tutto – la Torre campanaria, sostenuta da mura compatte evidenziate da solide pietre che vanno dal rosso, all’ocra fino al grigio scuro. La sua costruzione risulta imponente, mentre su tutto primeggia uno stile gotico abbastanza essenziale che lascia poco spazio all’immaginazione restituendo un’atmosfera austera e severa. Dopo un’erta gradinata sulla facciata principale che determina l’accesso, appena varcati il portale d’ingresso, volgendo la testa all’insù, lo sguardo rincorre le altissime volte che vanno ad incrociarsi quasi in cielo. Edificio costruito secondo lo stile gotico-baltico essa presenta tre navate, con una possente Torre campanaria al centro e due ambienti larghi con tetto spiovente ai lati che continuano, raccordandosi poi, con il tetto sulla navata centrale.

Poi l’occhio scorre lungo le bellezze artistiche che abbelliscono le navate laterali, composte da affreschi, dipinti, mosaici e sculture marmoree di pregiato valore decorativo, il tutto avvolto da un’atmosfera davvero suggestiva. Santuario nazionale è uno dei pochi monumenti storici della città risalente al 1300. Tipica cattedrale luterana essa si presenta un pò spoglia negli arredi ma ricca di sepolture di personaggi famosi che hanno fatto la storia di Turku e della Finlandia; come la tomba dell’unica regina finlandese, che è stata in carica per meno di un mese, ma alla quale i Finlandesi sono molto affezionati: Karin Månsdotter. All’ingresso del sacro edificio, spostandosi appena a destra, una cancellata racchiude un particolare spazio dedicato ai pellegrini (spesso qualcuno giace accovacciato a riposarsi) che sostano prima di mettersi in viaggio per compiere – a piedi – il lungo tracciato del “Cammino di Salt’Olav” che proprio da questa Cattedrale ha il suo inizio; qui è possibile ricevere il “pilgrim’s staff” (bastone del pellegrino), richiedere la “credenziale”, ed apporre il primo timbro. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SUOMENLINNA island (FIN) la “fortezza” delle 6 isole

Chiunque giunga ad Helsinki, in Finlandia, non può rinunciare ad andare a conoscere quest’isola che – in pochi chilometri quadrati – racchiude l’essenza storica della stessa Finlandia. 15 sono i minuti in battello che occorrono da Helsinki per raggiungere quest’isola, in qualsiasi stagione dell’anno tranne… quando ghiaccia il Baltico!  Appena approdati si avverte subito della splendida bellezza offerta dagli scorci dell’isola; qui ogni angolo sembra un quadro, ogni paesaggio assume visioni prospettiche davvero molto intense, laddove i colori dell’intensa macchia boschiva della vegetazione che copre l’arcipelago, si fonde con l’intenso azzurro del mar Baltico. L’isola è davvero molto bella, per certi aspetti intrigante, sia per la parte paesaggistica, naturalistica e ambientale sia per la parte storica. C’è molto da camminare ed è molto grande con vari punti distanti e separati tra loro da poter visitare. In un continuo scenario mozzafiato si gode del silenzio della natura, del verde, dell’aria pulita e della vista del mare.

Suomenlinna è una destinazione ricca di storia con le particolari architetture che sono parti integranti della stessa natura dell’arcipelago di cui essa si compone. Si tratta di un posto davvero molto importante per la storia della Finlandia ed è un esempio unico tra le architetture fortificate europee dell’epoca. Per conoscerla è possibile fare una bella escursione (occorrono almeno un paio d’ore) in modo da poterla girare tutta e scoprire i suoi angoli più suggestivi, come poter sostare seduti sulle rocce davanti al mare nonché fare la conoscenza della popolazione locale: appena 800 anime che godono di questo paradiso! Storicamente quest’isola trae origini dalle frequentazioni che l’hanno interessata nel tempo; le ben evidenti tracce succedutesi nei secoli, lasciano facilmente intuire come si sono amalgamate le culture svedesi, russa, anglo-francese con quella finlandese. L’isola è una delle fortezze marine più grandi del mondo.

La storia di questa isola è ricca di vicissitudini, e quasi da non credere che fosse stata, per secoli (lo è ancora a tutt’oggi) una base militare, poiché su tutto l’arcipelago regna una pace assoluta. Ricca di verde, fauna locale offre numerose specie soprattutto di volatili; qui i finlandesi vengono a trascorrere i picnic, abituati ad avere la fortuna di questa bellezza naturalistica a portata di mano. Questa affascinate isola/fortezza è stata per secoli il più importante baluardo difensivo di Helsinki; su di essa la natura selvaggia del nord e l’opera dell’uomo si fondono in maniera unica. Compiendo un giro esplorativo alla conoscenza dell’isola sono ancora possibili vedere le vecchie postazioni dei cannoni e scendere nelle viscere delle sue fortificazioni come i camminamenti “coperti” delle guarnigioni militari a protezione dell’ingresso nella baia di Helsinki. La fortezza infatti è un posto da visitare assolutamente; essa contempla una ricca combinazione di storia, architettura e natura.

Antica fortificazione militare sull’acqua, nel XVII secolo Suomenlinna era la base navale più importante durante il regno di Svezia e poi nel successivo periodo di dominazione russa. Qui le stradine sterrate conducono ai bastioni fronte mare dove sono ancora presenti i cannoni di difesa; l’isola è stata dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità dal 1991. Camminando attraverso le sue piste queste mettono in collegamento (unendole) le diverse sponde dell’arcipelago; superando i numerosi pontili e canali sono possibili vistare il colorato villaggio dalle case tutte in legno, le fortificazioni, la chiesa/faro di matrice ortodossa (dalle reminiscenze russe); oltre a diversi reperti storici come gigantesche ancore e un interessante sottomarino (il “Vesikko“). Forse due ore non bastano (bisogna sempre tener d’occhio l’orario per il rientro ad Helsinki) per godere di una vista mozzafiato del mare che la circonda, ma di sicuro soggiornare qui – almeno per un weekend in questo arcipelago – permette di vivere e godere dello straordinario fascino della natura e conoscere da vicino l’indole più autentica dei popoli del nord; dal molo dell’isola si gode con lo sguardo la skyline della capitale Finlandese e l’isola è un posto da non mancare nei taccuini di viaggio. Alla prossima, Terve! Minä olen(testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“ANTECE” (monti Alburni, Cilento): come un dio/guerriero volle farsi pietra e incutere paura

Girovagando per gli altipiani carsici dei monti Alburni, si attraversa una natura, spesso aspra e inospitale, ancora in continua evoluzione per i fenomeni ipogeici di natura carsica come grotte, cavità ed inghiottitoi. Una tra le sorprese più suggestive, quasi incredibili, dell’intero comprensorio, è quel grande masso eroso che reca scolpita, sulla sua superficie protesa verso S, una figura rupestre antropomorfa a grandezza naturale.

Molti indicano questa (quasi) terrazza – luogo di antico culto, preghiera o cerimoniale – che s’affaccia su un ampio paesaggio tra i più caratteristici del Cilento interno, come una semplice pietra lastricata (o scolpita) chissà da chi e chissà da quando è lì impressa, su quella roccia di bianco calcare che prospetta verso ponente, quasi ad accompagnare il sole mentre scivola sull’orizzonte. Durante alcune campagne di scavo e diverse esplorazioni speleo-archeologiche condotte in collaborazione tra la Sezione del CAI di Napoli e l’Università di Siena, ai piedi di questa imponente scultura sono stati ritrovati dei resti (cocci!) in ceramica i quali lasciano interpretare che qui, periodicamente, vi stanziava una comunità di pastori nomadi e che recassero con loro, durante i continui spostamenti, contenitori, olle e recipienti in terracotta smaltata; tracce, queste, che probabilmente lascerebbero inquadrare questa comunità al periodo dell’era del Bronzo (medio!). Tenendo allora presente che il massiccio calcareo degli Alburni è situato in posizione strategica alla confluenza (o agli incroci) di importanti vie di comunicazione che collegavano la costa verso l’interno, molte sono le interpretazioni date alla presenza di questo monolito, abilmente scolpito da mano umana, è qui presente da millenni a testimoniare la presenza antropica (e la frequentazione di questi luoghi) tra queste aspre e selvagge alture dei monti Alburni.

Il masso è situato in zona Costa Palomba (1125 m), a 4 km da S. Angelo a Fasanella, in direzione N lungo la carrozzabile che collega il paese agli altipiani e, sul fronte opposto, a Petina. Non è difficile raggiungere questo luogo così particolare. Dalla rotabile, basta seguire l’apposita segnaletica lungo il sentiero e, dopo una macchia boscosa, si esce allo scoperto su una cresta rocciosa da cui prospetta la veduta panoramica sui paesaggi circostanti, dalle creste sommitali alle vallate e i rilievi che si protendono verso la costa. In prossimità della cima di Costa Palomba e a poche centinaia di metri sulla destra si erge, in una natura brullo-calcarea, questa “stele” posizionata in un particolare punto d’osservazione posto all’ingresso degli altipiani il che lascia intuire che il luogo in antichità doveva essere l’ideale sito per un insediamento di genti dedite alla pastorizia transumante oppure cacciatori isolati. Il rozzo bassorilievo, di difficile datazione storica, si ritrova qui scolpito (probabilmente inciso da qualcuno, ma non si sa da chi!) sulla viva roccia calcarea e rappresenta una figura dalle sembianze umane (il Dio guerriero “ANTECE”).

È possibile riconoscere una “figura” antropomorfa ricoperta da una corta tunica (una daga) stretta in vita e da cui pende una spada. Con la mano destra questa figura regge un’asta (una lancia) che, alla base, poggia su una specie di scudo. Durante alcune campagne di scavo, ai piedi di questa scultura sono stati ritrovati resti in terracotta che possono lasciar intuire la presenza di comunità pastorali che – spostandosi lungo precise rotte tratturali che mettevano in collegamento le pianure con gli altipiani – frequentavano questi rilievi. Diversi possono essere i significati da attribuire al Dio Antece. Alcune interpretazioni datano presumibilmente la stele in un’epoca molto più recente (oltre 2000 anni fa), e potrebbe indicare la testimonianza visiva di un abitante del luogo (pastore o contadino rifugiatosi tra i monti) che, alla vista delle avanguardie (da “Antece”, colui che precede, che viene o passa per primo, oppure come antico) di un grosso esercito abbia avuto paura e, sentendosi in pericolo, abbia deciso di cercare rifugio scappando tra i boschi dei vicini monti. Nel realizzare questa scultura, egli (l’autore del manufatto) non ha fatto altro che testimoniare questo episodio, visto e vissuto personalmente, quasi come uno scatto fotografico del tempo, lasciando ai posteri la facoltà di interpretare dubbi e perplessità sulle genti che transitavano per queste montagne. Lascio aperta la facoltà di “leggere” emotivamente ed intuitivamente il “guerriero” Antece; egli sarà sempre lì, al suo posto, pronto a sorprendere e ad infondere dubbi, perplessità, interrogativi e, perchè no, lasciar spazio anche alla fantasia di ognuno di noi. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Camminando Zaino in Spalla attraverso le “TERRE ALTE” in Campania

BENVENUTI… NELLE TERRE ALTE! Potrà sembrare eccessivo, sicuramente in molti non lo crederanno mai, ma i territori attraversati da questo nostro vagabondare in quella Campania “appenninica” tra il Matese, l’alto Sannio, la Daunia, l’alta Irpinia e la Baronia, passando per le terre del Negro e così fino ai margini della Lucania hanno il privilegio, forse unico in Italia, che con una sola visuale panoramica a 360° sui vastissimi e infiniti orizzonti si affacciano, quasi a comporre un magico intreccio fatto di culture, etnie e civiltà diverse, quattro tra le più interessanti Regioni del Mezzogiorno italiano: Puglia, Molise, Campania e Basilicata. Le popolazioni (e i paesi) che vivono tra le valli del Fortore, del Calore, dell’Ufita, dell’Ofanto, del Miscano e del Cervaro, è gente dell’Appennino meridionale, un crogiolo di tempi, di luoghi e di eventi che hanno visto l’avvicendarsi e il rincorrersi di civiltà e dominazioni fra culture diverse (gli Hirpini, i Dauni, i Sanniti, gli Apuli) ai cui margini spiccano quelle più conosciute degli Etruschi e dei Greci, più tardi contaminate da “arberesche” e saraceni, normanni e longobardi, svevi e angioini, aragonesi, francesi e borbonici. Questi paesaggi, questi territori oggi si presentano ancora integri e incontaminati, con una piacevole alternanza di scenari naturali e ambientali di straordinaria bellezza lì dove, senza continuità di soluzioni, tra le immensità e le asperità di luoghi deserti e (apparentemente) disabitati, contrastano con le valli scavate lungo lo scorrere dei millenni – laddove ancora persistono – dai numerosi corsi d’acqua. Non c’è da meravigliarsi infine, nell’attraversare questi straordinari scenari agresti, se le brezze al mattino restituiscono ai nostri polmoni l’acre e frizzante odore dell’erba verde bagnata dalla rugiada, là dove le vacche al pascolo ciondolano scampanando dietro l’abbaiare dei cani, oppure l’attraversare il cortile di una masseria ove i grossi tavoli al fresco dei porticati emanano, densi e profumati, gli stuzzicanti odori di una ricotta ancora fumante. Emozioni e sensazioni, queste, che incredibilmente accompagnano chiunque desideri avventurarsi tra queste contrade, alla ricerca di un insolito camminare tra storia e natura, ove la prima cede volentieri il passo alla seconda senza che entrambi creino alcun contrasto visivo ed emotivo. I luoghi raccontati in questo diario di viaggio, raccolti in un arco temporale distribuito lungo tre decenni, restituiscono quell’autentico, puro e semplice gesto dell’incontrarsi e del camminare insieme, percorrendo gli stessi itinerari che da millenni ci guidano alla conoscenza di quell’Italia più vera… quell’Italia da “gustare” semplicemente a piedi. (©Andrea Perciato)

“LEFKOSIA” Nicosia Sud, la parte greca di Cipro da Ledra Street al Crossing Point

Questa famosa via collega Nicosia Sud (nella zona cipriota a giurisdizione greca) con Nicosia Nord (nella zona turca). Percorrendo questa strada, piena di negozi di ogni genere, si arriva a un’area “check point” dove – mostrando una semplice carta d’identità – è possibile uscire dall’area cipriota per entrare nella zona turca. Il tutto è molto affascinante, a volte quasi surreale, visto che è l’unica capitale al mondo ancora divisa in due parti; comunque sia è un’esperienza da provare, si passa da una città orientale ma fortemente moderna e d’impronta europea, ad una completamente diversa, più tradizionalista e turca (ovviamente di matrice musulmana) a tutti gli effetti, due mondi completamente diversi, ma così affascinanti al tempo stesso. La strada è densa di locali con negozi di ogni genere in stile tipicamente occidentale. Per seguirne il tracciato principale, basta osservare sulla pavimentazione del piano di calpestio le piastrelle in acciaio, appositamente sistemate con disegni che indicano la direzione del flusso pedonale verso il punto ove s’incontra il check point che consente l’ingresso nella parte turca della città in un ambiente decisamente diverso, comunque da vedere; un confine che va visitato anche per capire meglio la storia di quest’isola.

Chi viaggia in Europa non è più abituato a parlare di confini e di posti di controllo, fa perciò strano che per passare da una parte all’altra della capitale di Cipro ci sia questa necessità. É pur vero comunque che le formalità sono ridotte al minimo: una verifica della carta d’identità è sufficiente da parte di (spesso) svogliati poliziotti (il passaporto non è richiesto). Ciò che invece impressiona è come possa cambiare l’ambiente nel raggio di pochi metri: la parte greca, Lefkosia, è la classica città europea, con i suoi negozi europei e non solo, con bei ristoranti e bar; pochi passi, invece, e Nicosia turca si presenta con gli stessi marchi europei, ma taroccati, con il suk dove si vende di tutto, con una moschea che dovrebbe essere interessante ma purtroppo lasciata andare: un mondo completamente diverso e soprattutto impermeabile alla diversità. Molti tra noi occidentali non sono più abituati alle frontiere terrestri, e purtroppo questa è una frontiera molto particolare; essa divide due mondi molto diversi e simboleggia processi di divisione che dovremmo cercare di superare. prendiamo spunto per riflettere dalle scritte che si trovano sui muri, volantini e manifesti appesi (ovviamente solo dal lato sud) e conoscere meglio la storia del nostro secolo e del nostro continente.

Capitale di Cipro, Nicosia impone di essere visitata. Lo si fa con un attraversamento pedonale partendo da Nicosia Sud fino ad arrivare al posto di blocco che separa, con la famosa “green line”, la Grecia dalla Turchia. Nicosia (o Lefkosia) è decisamente europea, ovunque si cammini sono presenti murales stupendi, moschee storiche e tanto spazio con scuole dedicate all’arte. Nella zona turca vi si apre un mondo completamente diverso. Si nota immediatamente l’assenza di donne che non siano turiste o africane, oltre a quel senso di militarizzazione dei confini in cui ovunque sono affissi cartelli che confermano l’interdizione della zona che non può essere fotografata, oltrepassata o avvicinata. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“GEBEL-SON” la sacra montagna del CILENTO, tra fede popolare, credenze e misticismo

Trovarci proiettati nel tempo, di fronte alla storia… riscoprendo il fascino del più grande poema della letteratura italiana, nel raccontare il “viaggio” fatto nei tre regni dell’oltretomba da un pellegrino d’eccezione, poema che ci aiuterà a capire il nostro itinerario. Anch’egli mosse da quell’istinto ancestrale, ansietà di purificazione, espiazione, ringraziamento, insomma di ricerca della verità che ancora oggi move l’animo di coloro che (proponendo un intercalare sintetico ma efficace) fanno escursionismo. A volte capita di percorrere vie che evidenziano particolarmente questo retaggio storico-biologico del camminatore/viandante, ed il sentiero per la sommità del monte Sacro Gelbison, al centro del Parco Nazionale del Cilento (in provincia di Salerno), ne è certamente un valido esempio. Qualcuno potrebbe sorriderne, considerando la sua lineare percorribilità, ma in una società di alacre evoluzione e/o dissoluzione, non è più importante un tentativo di “conservazione” (a volte solo fotografico, purtroppo!) per un patrimonio di cultura totale appartenente all’umanità intera?  

Storia e leggenda s’intrecciano continuamente lungo questo cammino. Una tra le più conosciute racconta che… “in epoca longobarda s’incamminarono, lungo la strada che porta fin su al Santuario della Madonna del “Sacro” monte, due cavalieri: uno era credente, mentre l’altro no. Giunti in cima il primo, scendendo da cavallo, si fermò in chiesa a pregare mentre il secondo, in attesa fuori del sacro edificio, lo scherniva sottolineando che ogni atteggiamento di preghiera e devozione avrebbe compromesso la dignità di essere dei “veri” cavalieri. Il cavallo del miscredente s’imbizzarrì e cominciò a disarcionare il cavaliere galoppando nella direzione di un profondo crepaccio; l’armigero peccatore – impaurito – invocò la Madonna ed il cavallo immediatamente si arrestò di scatto sull’orlo di una pietra a pochi metri di distanza dal ciglio di un profondo burrone; cavallo e cavaliere furono entrambi salvi“. Questa pietra da allora viene chiamata “Ciampa di Cavallo” (Zampa di cavallo) e da quel preciso momento i fedeli giungendo in cima al Santuario, hanno gettato nel burrone pietre del sacro suolo cercando di colpire proprio quel punto.

Diversi lo hanno fatto in segno di disprezzo nei confronti del cavaliere ateo, mentre la maggioranza in segno di devozione. Secondo il codice leggendario, la credenza popolare vuole che… “se a colpire la Ciampa del Cavallo è un anziano, egli tornerà al Gelbison anche il prossimo anno; mentre se invece è una donna “da marito”, entro l’anno si sposerà“. Questa montagna non solo è avvolta dalla leggenda, ma un suo forte punto di richiamo e attrazione viene dato anche da quell’alone di mistero che circonda le sue alte creste. Il perpetuarsi delle lotte tra il bene e il male qui non si è mai fermato. Scenografie naturali sono quelle immani sensazioni dei silenzi, del nulla, del mistico che coronano le vicissitudini e la storia di questa Mater Montis (montagna madre). Caratteristica naturale, se non addirittura misteriosa, è la costante presenza della nebbia che avvolge e circonda le irte cime della montagna sacra. Questa, puntualmente intorno alle ore di punta, sale dai sottostanti valloni ed avvolge, come tanti giganteschi veli, la maestosità della vetta coinvolgendo in un tutt’uno fedeli, ritualità, pellegrini e processioni, come se ad un certo punto la presenza del Divino diventasse viva, palpitante.

Emozionante è ripercorrere il comodo sentiero, caratterizzato da tornanti che s’incuneano fin dentro la faggeta, un percorso lastricato al fine di rendere più agevole il cammino agli “scalzi” fedeli, che portano in testa le “cente” (tabernacoli ricolmi di candele e adornati con nastri colorati), rispettosi del sacro suolo che stanno calpestando e, incuranti delle fatiche, cantano incomprensibili litanie tramandate oralmente per secoli da nonno a nipote. Ma chi sono questi fedeli che perpetuano il secolare pellegrinaggio calpestando le pietre di queste antiche vie e inerpicandosi lungo i tortuosi pendii della montagna? Anticamente questi salivano qui solo quando, nel periodo del ciclo del grano, la stagione dei raccolti lo permetteva; oppure per “chiedere grazia” nei riguardi di un parente che soffriva; oppure, chi ancora, per “grazia ricevuta”, saliva fin quassù a sciogliere gli ex voto. Spettacolare e molto pittoresca è la maniera in cui il pellegrino vive e partecipa la sua forte devozione salendo a piedi scalzi lungo l’antico sentiero trasportando nella sua bisaccia, oltre che al modesto tozzo di pane integrale, a qualche pezzo di cacio e all’immancabile vino, anche una pietra (di qualsiasi forma, peso e grandezza) da porre su in cima a testimonianza del pellegrinaggio effettuato. Altra testimonianza è quella di lasciare, invece, sempre da parte del pellegrino, un indelebile segno personale del “suo” passaggio come fazzoletti annodati, pettini, foto con dediche su tutto ciò che è sacro.

Avvicinandoci al Santuario si moltiplicano gli ex voto: protesi, stampelle, vestiti, abiti da sposa, effetti personali, immagini d’ogni tipo (oggi, praticamente, scomparsi del tutto); lasciati qui in segno di una grazia ricevuta o richiesta. Il senso della sofferenza umana, tipica dell’espiazione si avverte in questo luogo/reliquia, e si accomuna al sacrificio di un’ascensione di speranza verso il Divino. Il culto ed il pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Neve al monte Sacro/Gelbison è il punto di riferimento di ben tre distinte aree geografiche: la Campania meridionale, la Basilicata (i lucani chiamavano il Santuario la Madonna del Monte) e la Calabria settentrionale. Le popolazioni di fedeli e pellegrini che serbano devozione nei riguardi della Madonna del Sacro Monte sono distribuiti lungo una vastissima zona di territorio che va dalla provincia di Potenza a quella di Cosenza; dall’intero Cilento al basso Salernitano fino al fiume Sele; e proprio da queste zone provenivano gli antichi monaci di culto italo-greco, i quali fondarono il Santuario nella seconda metà del decimo secolo.

Il valico della Croce di Rofrano (1620 m ), è il luogo da cui ha inizio l’ultimo tratto ascensionale che è certamente il più interessante. A ridosso del Valico della Croce di Rofrano, ci troviamo di fronte a un gigantesco Monte di Gioia, frutto della penitenza impostasi dal pellegrino che, durante il corso dei decenni, ha visto ascendere a questa sacra montagna numerose folle di fedeli che hanno qui condotto il proprio “carico del peccato” (la pietra) per espiare colpe e chiedere grazie e perdoni. Ancora oggi vi è la Sosta del Cammino ed i tre giri effettuati intorno al monte, ritmati da preghiere e invocazioni, ricordano molto da vicino il sofferente cammino al Calvario, sul Golgota. Difatti, dopo essersi purificato lungo i rivoli delle acque torrentizie che scendono dalla montagna, il pellegrino abbraccia anch’egli la “sua” croce: un pesante masso che ha portato per tutto il tragitto dalle pianure fino al valico, e consolida questo suo forte legame annodando un fazzoletto alla croce in ferro; sono questi, alcuni dei segni più “indelebili” della forte testimonianza di fede espressa dai pellegrini dopo aver raggiunto questa divina altura.

Dopo l’ultimo e più significativo tratto, salendo lungo i tornanti coronati dalle edicole della Via Crucis, si giunge all’area del Santuario, mentre un albergo, una trattoria e vari locali commerciali, portano il “segno” dei tempi moderni. Nulla da meravigliarsi poiché il senso speculativo caratterizza – come già detto – da sempre l’animo umano. Nei giorni di festa, ove maggiore è l’affluenza, non potevano mancare i vu cumprà (chiedo scusa per la ridicola espressione). Questi simpatici ragazzi di colore in cerca di un futuro, sono loro gli ultimi veri pellegrini del mondo, sono loro ancora alla ricerca di una verità sociale benedetta, lontani dalle loro case, dalla loro terra, dalle loro famiglie e dopo un viaggiare tribolato. Grazie a loro, tutti i cattivi pensieri scompaiono e riappare il motivo dominante che ci ha accompagnato lungo il monte Sacro Gelbison sino alla sua sacra sommità: l’incontro con il metafisico, la sensazione netta di trovarsi di fronte alla storia… essere protagonisti di un evento, essere al cospetto di un fatto eccezionale.

Quando al Santuario giungono le “compagnie” di pellegrini unitamente alle “congreghe“, l’entrata in chiesa è caratterizzata dalle forme mistiche risalenti a più antiche origini. Ogni gruppo di fedeli è così composto: entra prima il più giovane della compagnia che reca aperto un testo sacro, poi avanzano i suonatori (violino, ciaramelle, zampogne, fisarmonica e, a volte, tammorre), dietro di loro segue lo stendardo raffigurante l’immagine sacra della Madonna, con l’indicazione della contrada o del paese di provenienza e infine, varcato il portale del Santuario, una lunga schiera di fedeli “inginocchiati” che avanzano, pregando e cantando fino all’altare, ove il “Bacio” al manto della Madonna culmina l’ascensione penitenziale di questi pellegrinaggi. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) 

l’Antico “CUORE” del CILENTO, girovagando per borghi e villaggi intorno al monte Stella

In antichità il CIS-ELEUTUM era quella regione posta “al di qua” del fiume Elento o Elete (oggi Alento), corso fluviale che un tempo divideva Posidonia (Paestum) dall’Eleatide (Velia). Tutta l’area che ruota intorno alle pendici del monte della Stella non è altro che la zona più antica della regione cilentana; quella parte di territorio in cui vennero ad incontrarsi le popolazioni autoctone preesistenti in questi luoghi e le nuove genti sbucate dalle foschie lungo gli orizzonti marini provenienti dai lontani lidi mediterranei, oltre i confini del mondo conosciuto. Coste, scogliere, spiagge, valloni, boschi, grotte e foreste sommitali, tutti elementi geografici, questi, in cui fin dalla notte dei tempi si sono riscontrate la presenza di uomini ed il succedersi di civiltà che in questi territori hanno trovato l’habitat più idoneo alle proprie esigenze.

            Qui, in questi paesi che si sviluppano dalla costa verso l’interno, ancora si evincono le tipiche caratteristiche medioevali riscontrabili negli impianti urbanistici; là, dove i centri arroccati sulle colline, avvolti dalle aromatiche essenze della natura cilentana, regalano ancora scorci paesaggistici ricchi di suggestione tra strette viuzze che s’incuneano fra le ombre dei porticati, delle torri, dei campanili, dei castelli, delle merlature e dei viali alberati.

Paesi e villaggi da cui lo sguardo spazia sull’azzurro del mar Tirreno e l’incanto di Punta Licosa col suo isolato scoglio sormontato dal Faro. Di notte, invece, il fascino delle luci dei pagi che grondano lungo le pendici del monte Stella si alternano o, addirittura, si proiettano oltre la costa alternandosi alle lampare dei pescatori che brillano simili a perle luccicanti. Le pendici occidentali di questa montagna si proiettano verso il promontorio di Punta Tresino che fa da scenario alla piccola ma fertile pianura di Castellabate, cui domina dall’alto di un colle l’omonimo paese.

CASTELLABATE (278 m). Conosciuto in antichità come Castro De Sancto Angelo, successivamente mutò la sua toponomastica in Castellum de Abbate, cioè il borgo che tra il 1120 e il 1121 sorse intorno al Castello eretto da Costabile Gentilcore, abate di Cava, per la difesa contro le incursioni piratesce. L’Abate dominava anche sul porto e il litorale, presso cui istituì una piccola flotta di barche (dette “saette”) e legni d’ogni genere governate e dirette, inizialmente, dagli stessi monaci che successivamente, durante il corso dei secoli, diedero inizio ad una prestigiosa e rinomata scuola di maestri d’ascia conosciuti in tutto il bacino del Mediterraneo. Con questa attività i monaci esercitarono profiqui commerci (olio, vino, frutta e cereali) via mare con altre popolazioni stanziate oltre i confini. Nel 1412 re Ladislao ricevette il casato da Papa Gregorio XII che fu ceduto e tramandato, di famiglia in famiglia, durante tutta l’epoca del feudalesimo. Il paese è aggrappato alla cima di una collina, da cui si erge a picco, che si proietta verso la costa, con straordinarie vedute paesaggistiche che s’aprono da Punta Tresino, a settentrione, a Punta Licosa a mezzodì; con in mezzo le basse e lunghe marine di Santa Maria e di San Marco. L’antico abitato si erge da uno splendido (e folto) manto vegetazionale composto prevalentemente dai pini d’Aleppo. Il borgo è armoniosamente distribuito tra piazzette incorniciate da vecchie costruzioni circondate da rampe, scale e gradoni, e sormontate da archi che si vivacizzano di turisti soprattutto durante il periodo estivo.

PERDIFUMO  (425 m). Sorto probabilmente agli inizi del secolo XI, il nucleo originario di questo borgo diviene feudo dei Capece. L’antico casato sorge lungo le pendici nordoccidentali del monte della Stella ed è circondato da fitti ed impenetrabili castagneti. Oggi il paese ha mantenuto completamente intatto il suo originario impianto urbano da cui parte una stradina che porta alla Punta della Carpinina (688 m – una dorsale sud-occidentale del monte Stella), sulla cui sommità vi è installato un ripetitore della RAI. Località a forte matrice rurale con caratteristiche agricole, offre numerosi prodotti artigianali con lavorazioni (presenza di botteghe) in ebanisteria e produzioni ortofrutticole con fichi, olii, vigneti e confetture di castagno, nonchè attività per l’estrazione dell’argilla e per la lavorazione di terrecotte e ceramiche.

SESSA CILENTO (524 m). Antico e rinomato centro di produzioni artigianali (con pregiate realizzazioni in ebanisteria) questo paese ha intrapreso, nel comprensorio che ruota intorno al monte Stella, tutta una serie di attività legate all’arte e al folklore locale che un tempo si potevano ammirare e conoscere durante le locali fiere e le feste patronali come quella dedita all’Immacolata. Nel corso degli anni il paese ha preso a svilupparsi (nonostante il forte problema dell’emigrazione) lungo la strada principale (la Provinciale) che collega quest’ultimo a Mercato Cilento e che si discosta di poco dalla vecchia via lastricata. Nel suo circondario ricade la cima del monte della Stella (1131 m) su cui sorgono, oltre agli ultimi resti dell’antico presidio militare di Lucania (risalente al XI secolo – indicato come Cilento), le orribili antenne determinate sia dai radar della base militare che dai ripetitori di radio e di televisioni; uno scempio paesaggistico, questo,  che ha inciso negativamente su un ambiente che una volta veniva considerato il centro, l’autentico “cuore” del Cilento; mentre oggi invece ha sancito il totale degrado che regna su questa montagna e lungo le sue pendici.

STELLA CILENTO (386 m). Piacevole borgata posta lungo le pendici orientali del monte della Stella e prospiciente la valle fluviale dell’Alento. Già ricordato in documenti risalenti al 1038, anticamente la località veniva indicata come “Porcili”, per via della principale occupazione dei suoi abitanti di allora che consisteva nell’allevamento dei maiali scuri, una rara qualità suina oggi praticamente scomparsa. L’economia del paese, invece, viene oggi determinata in gran parte dalle produzioni olearie, principale coltura della zona.

MATONTI (435 m). Frazione di Laureana Cilento, è una località composta da quattro nuclei abitati ben distinti tra loro di cui due molto antichi: Li Vetrali e Matonti; e due più recenti: Matontielli e Li Spinelli. Il caseggiato si sviluppa lungo la strada comunale che collega alla Statale per Agropoli e culmina con l’antica Chiesa di San Biagio che sorge, isolata, e sovrasta l’abitato. Località a carattere prevalentemente agricolo, con le ricche colline e la salubrità dell’aria, offre una genuina ospitalità fatta di gente semplice e cordiale.

ROCCA Cilento (594 m). Frazione di Lustra, sicuramente è questo il paese ove è più viva la testimonianza storica di quel Cilento più antico. Questo borgo fu la sede della baronia fino alla metà del 1500, divenendo il centro propulsore di attività per tutti i casali che ruotavano lungo le pendici del monte della Stella. Sebbene la presenza di una poderosa fortezza normanna (oggi, purtroppo, trasformata in un resort) testimonia, forse, l’unico esempio di castello ben conservato di tutto il Cilento, l’intero paese vive e tramanda il ricordo dei tempi che furono con i tipici portoni in pietra prospicienti la via principale che attraversa longitudinalmente l’abitato; i suoi terrazzini e le sue finestre graziosamente abbellite da vasi multicolori; gli arcani silenzi e l’immensità dei panorami che si aprono con vedute paesaggistiche e che si perdono fin oltre ogni possibile orizzonte.

LUSTRA (470 m). Questa località è posta in una invidiabile posizione panoramica, proprio lungo quell’antico tracciato viario che metteva in collegamento i territori di Paestum con quelli di Velia, e cioè la Piana del fiume Sele e la Valle del fiume Alento. In tutta la zona prevale l’attività agricola con produzioni tipicamente locali. Non è raro incontrare, lungo le strade del comprensorio, anziani contadini che offrono i propri prodotti lavorati in casa come fichi secchi, insaccati, peperoncini, sottaceti, ortaggi sottolio, ecc.

MERCATO Cilento (600 m). Fu una borgata, questa, già documentata con notizie risalenti al XII secolo. La parte più antica del caseggiato si estende lungo la salita del Carmine che ha il suo apice nell’omonimo Convento e sulla quale sono state edificate alcune tra le case gentilizie più interessanti di tutto il paese. La sua economia si basa essenzialmente sullo sviluppo del commercio, mentre l’agricoltura offre produzioni a carattere prevalentemente familiare.

CASIGLIANO (507 m). Questo è il più piccolo centro di tutto il Cilento, con le sue poche decine di abitanti. Il paese in antichità era noto in tutto il Mezzogiorno perché vi fioriva una tra le più belle e interessanti attività artigianali: quella dei “liutai”, l’antica arte di riparare gli strumenti musicali, soprattutto quelli a corda tesa. Quest’attività ha resistito per lungo tempo fino ai primi anni ’50 del Novecento. In queste case, tra questi vicoli, hanno visto la luce le famose “chitarre battenti”, tipiche dei ritmi alla cilentana e, più in generale, della tarantella e della tammurriata.

San MANGO Cilento (561 m). Già dal X secolo qui in zona era presente un cenobio italo-greco che aveva numerosi possedimenti e che aveva la gestione diretta su molti territori tra cui anche il Porto del Fico, presso la Marina di Pioppi. Oggi il centro (di matrice contadina) vive una realtà paesana con un forte attaccamento a quei valori tradizionali esprimendo iniziative interessanti tra cui: feste, mostre, fiere e attività culturali.

VALLE Cilento (345 m). I tipici rumori degli arnesi usati per lavorare la terra e i particolari e intensi profumi dell’olio che costituisce la principale attività economica e produttiva della zona, sono questi gli “ingredienti” che fanno del piccolissimo paese uno dei borghi cilentani in cui sono meglio conservate (anche se abbandonate) le sue vestigia medioevali con palazzi gentilizi, chiese e vicoli. Una miriade di viuzze dall’intricata distribuzione collega i punti più lontani della borgata.

OGLIASTRO Marina. Antichissimo borgo di origini marinare, le prime notizie risalgono ai primi anni dell’XI secolo. Questa località è ben inserita in un ambiente naturale che si sviluppa nel verde delle pendici ulivate (macchia mediterranea) e nelle pinete lungo la fascia costiera. La parte vecchia del caseggiato offre la tipica struttura di un borgo marinaro dell’800. (testi & photo ©Andrea Perciato)

PORVOO (Finlandia) tra Medioevo e colori, la “vera” Finlandia è qui!

A sud della Finlandia, nella regione dell’Uusimaa, lungo le sponde del fiume Porvoonjoki, s’adagia il villaggio (la sua parte più antica) della cittadina di PORVOO – a poco più di 52 km ad est della capitale Helsinki – una “città di legno” edificata tra pietre acciottolate/levigate dalle acque del fiume e influenzata dalle tre culture che, nel tempo, hanno determinano la sua indole: svedese, russa e finlandese. Poorvoo è, soprattutto, famosa per i suoi magazzini in legno sul fiume (Patrimonio mondiale dell’UNESCO), dal caratteristico colore rosso scuro; in passato, qui arrivavano le navi dal mare per caricare e scaricare le mercanzie, e i depositi fungevano da magazzini dei commercianti. 

L’origine del suo nome “Borgå” deriva dall’accostamento delle parole “borg” (castello) ed “å” (fiume), da cui castello/fortificazione lungo un corso d’acqua. Ma cosa è che attira il viaggiatore qui a Porvoo? Alcuni tra gli elementi più caratteristici che esaltano la particolarità e che rende unico un borgo come questo sono: il castello, una cattedrale, il fiume, la piazza del mercato, le vie lastricate dai ciottoli, le case in legno tinte dei colori pastello ma – più di ogni cosa – Porvoo è una città medioevale. Da sempre il borgo è fonte di ispirazione per molti artisti locali, soprattutto poeti e pittori, così come esso ha sempre avuto importanza fondamentale per lo scambio di merci (legni e pellame) in arrivo dalle regioni del nord, per essere trasportate via mare attraverso il Baltico fino a Tallin, e da qui raggiungere le principali città dell’Europa centrale.

Porvoo sembra un paese finto, come se fosse uscito dai racconti di un libro di fiabe; il borgo è la seconda città più vecchia della Finlandia, mentre il suo centro storico accoglie circa 800 anime. La città vecchia è un vero e proprio salto indietro nel tempo, con le sue casette tutte in legno e le viuzze irregolari su più dislivelli pavimentate coi ciottoli in puro stile medievale. Il suo centro è una pura esplosione di colori: è difficile infatti trovare qui una casa tinteggiata di bianco o senza fiori alle finestre. Due sono i corsi principali, quasi paralleli, in cui si alternano le facciate di casette in legno e pietra che al loro interno ospitano bar, ristoranti e negozi di souvenir; case principalmente di “colore giallo” (con tutte le sue varianti cromatiche), che in quest’angolo di Finlandia rappresenta il colore dell’abitazione principale, mentre il “colore rosso” identifica quello degli opifici.

Le sue caratteristiche come le vie acciottolate; la tipologia delle case; i colori pastello delle case; i giardini condivisi tra due o più case, coi loro alberi stracarichi di mele, di cui si trovano cestini davanti alle case che invitano a prenderne una; la cura e la pulizia delle stradine; i tipici tetti delle case nordiche; le finestre in legno di colore bianco; gli addobbi e i caratteristici negozietti che propongono dai più svariati souvenir alle tipiche delizie dolciarie locali; angoli e cortili fioriti tutti da scoprire; negozi e botteghe di arte, antichità, design, giocattoli “antichi”, gioielli e leggende legate alle saghe nordiche. Tutto ciò avvicina decisamente il borgo all’idea che ci si fa della Finlandia nell’immaginario collettivo.

Qui a Poorvoo c’è il Municipio (oggi museo) più antico della Finlandia; esso risale al 1764, e dalla sua piazza si dirama la stradina che attraversa il vecchio ponte su cui scorreva l’antica via Kuninkaantie, che metteva in collegamento Turku a Vyborg conducendo i viaggiatori qui a Porvoo. Dal ponte si possono ammirare i (già citati) magazzini/depositi lungo la sinistra orografica del fiume: sono i capanni rossi che si affacciano direttamente sulla riva; la loro costruzione risale a tre secoli fa. Inizialmente adibiti a magazzini, rappresentano uno dei simboli di Porvoo e sono tra gli scorci paesaggistici più fotografati di tutta la Finlandia. Porvoo ha anche il Duomo situato nel cuore della vecchia città; edificato all’inizio del 1300 presenta un Campanile che – insieme alla cinta muraria – sono staccati dal corpo della chiesa. Mentre il suo Castello, in cui soggiornò lo Zar Nicola II, accolse le sedute della cosiddetta “Dieta di Porvo” (per dieta s’intendeva l’assemblea legislativa per decidere – nel 1809 – le sorti del Gran Principato di Finlandia).

Dopo aver percorso in lungo e in largo, le stradine, le traverse, i giardini, le case colorate, i ponti e le rive in questo meraviglioso angolo di civiltà finnica, ove la vita sembra essersi fermata agli inizi dell’800, l’atmosfera pare assumere una realtà nordica quasi surreale, come se si stesse al centro di una location cinematografica; il salto tra fantasia e realtà qui, poi, non è… così distante! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

Poseidonia/PAESTUM (CILENTO)… un dio Greco, la sua Città e le sue vicende storiche

Quest’oggi vi portiamo alla scoperta e alla conoscenza della più grande (e meglio conservata) colonia della Magna Grecia presente in Italia: POSIDONIAPAESTUM. Verso il mare, e dal mare, è intriso ogni passo attraverso questi luoghi, ogni traccia di un passato che ci ha tramandato le beltà di territori incontaminati, la finezza di un clima tra i più desiderati, la quiete di ambienti forse rari da trovare altrove. La “piana”, così come viene definita dai locali il basso corso fluviale del Sele, indica da sempre quell’esteso tappeto di verde che si fonde, oltre l’orizzonte e i suoi monumentali templi in arenaria, con l’azzurro spumeggiante del mare e il velato turchese del cielo. “Dopo la foce del Silaris (Sele) ha termine la Campania degli Ausoni ed ha inizio la terra degli Enotri (l’odierna Basilicata) in Lucania… qui è il Santuario di Hera Argiva (Heraion) fondato da Giasone e vicino, a 50 stadi (circa 9 km) Poseidonia…” Così illustrava il “Sinus Pestanus” Strabone nella sua descrizione dei luoghi; ed egli, continuando, precisava che la polis poseidonate si ergeva a ridosso di un banco roccioso di forma irregolare alto appena venti metri sul mare.

Molti storici dell’epoca, ma anche studiosi più recenti, hanno sempre descritto e decantato la magnificenza di questo sito d’origine ellenica, di questa colonia sorta, lungo le coste del Tirreno presso la foce di un fiume, nella prima metà del VI secolo a.C.; ma in tanti, forse dovuto alla mancanza di fonti più precise, hanno superficialmente parlato sul “chi” esistesse in questi luoghi prima dell’arrivo dei Greci provenienti dal mare. Notizie attendibili citano la preesistenza di un tempio collocato nelle vicinanze della foce del Sele dedicato ad Hera Argiva; un santuario che sarebbe sorto, secondo la leggenda, per opera degli Argonauti di Giasone. Furono, con molta probabilità, popolazioni di origine Achea provenienti da Sibari (sullo Ionio) ad aver creato un primo stanziamento che di lì a poco avrebbe dato origine al sorgere di POSEIDONIA, città dedicata al culto del dio del mare Poseidon.

E così, per aver avuto un quadro più chiaro della situazione, grosso modo l’evolversi degli eventi andò sviluppandosi più o meno in questi termini: A) già esistevano in zona, durante la preistoria, gruppi di villaggi sparsi (Civiltà del Gaudo) abitati per lo più da gente nomade, dedita alla pastorizia transumante tra la pianura e le vicine montagne; B) Sibari, colonia greca sulla costa ionica, fu abitata da Achei e Dori Trezeni, e mentre i primi muovendo guerra contro i Dori costrinsero i secondi a lasciare la città, questi ultimi puntando sia per mare che verso l’interno, mossero in direzione delle coste tirreniche; C) quando i Trezeni abbandonarono Sibari giunsero in prossimità della foce del Sele ma, non sbarcando in prossimità dell’attuale sito pestano, pensarono di attestarsi un po’ più a Sud, lungo i pendii di quelle alture bagnate dal mare (l’attuale promontorio di monte Tresino e la Punta di Tresino sulla costa cilentana) non lontano da Agropoli e solo più tardi, poi, avrebbero contribuito al sorgere della città di Poseidon; D) ben presto, nel momento di massimo splendore della città, le popolazioni limitrofe lucane presero ad infiltrarsi poco per volta nella vita culturale e sociale del sito poseidonate, soppiantando il nome greco del luogo con quello lucano di PAISTOM.

Quest’antichissima città ebbe varie denominazioni. Detta Poseidonia dai Greci e Pesto dai Romani, fu indicata anche come NETTUNIA, cioè città dedicata al dio del mare. Ma anche l’ebraico PISTAH, o il caldeo PISTAN, che entrambi significano “lino” identificarono la nostra zona come quel luogo in cui era presente in grande abbondanza e si coltivava il lino. Mentre per i Fenici fu PESITANE, cioè Nettuno. Giasone coi suoi Argonauti giunse nel porto Alburno di Pesto e nelle vicinaze edificò un tempio dedicato a Giunone Argiva, poco distante da un preesistente villaggio indigeno abitato da popoli Tirreni, identificati anche come Etruschi; a tal proposito, durante le storiche campagne di scavi volute dai Reali Borbonici e condotte a partire dalla seconda metà del ‘700, qui sono stati rinvenuti tutta una serie di reperti risalenti, probabilmente, al primo periodo di vita della città: vasi etruschi, monete, urne sepolcrali, lampade, lucerne e diversi utensili in creta.

Quando, allora, sull’orizzonte infinito del mare comparvero le prime vele elleniche (dei Sibariti) dirette a Pesto, questi abbatterono le mura della città che davano verso il mare, prendendo così d’assalto i suoi abitanti i quali furono costretti ad andarsene verso luoghi interni più protetti. Dunque, non furono i Sibariti i “soli” fondatori di Pesto, ma questi l’assediarono e la occuparono scacciandone i primi abitanti stanziati in quel luogo, tutto ciò in contemporanea (509/510 a.C.) con la distruzione della città di Sibari sullo Ionio. 2500 anni or sono, l’Ager Pestanus si presentava come una fertile e rigogliosa pianura ricca di frutti e di animali di cui si rammenta che le anguille abbondavano nel vicino fiume Salso (Sele). La vita scorreva serena, in perfetta armonia tra la terra e il vicino mare; e tra quei Greci coloni che contribuirono alla crescita e allo sviluppo di Poseidon, rara era la presenza di filosofi, di matematici e di legislatori (così come nella non lontana YELE/HELEYA-VELIA); mentre poeti, oratori e storici avevano, in città, una frequentazione più continua rispetto ai primi. I poseidonati coltivavano la pittura, la scultura, la ceramica e l’architettura al pari di tutti gli altri Greci della lontana madrepatria.

Due secoli più tardi, all’incirca nel 311 a.C. i Lucani, che erano gente di stirpe Sannitica stanziati sulle vicine montagne, mossero contro i Sibariti della costa assaltando e impadronendosi della città. In quest’ottica, i Greci della piana definivano Lucani gli abitanti di quei vicini monti (gli Alburni), coperti di neve nella stagione invernale, e bianchi per i riflessi della pietra calcarea durante l’estate. LUCANAE fu la trasposizione latina di “lucus” e cioè bosco, mentre i lucani furono gente di stirpe barbara provenienti dalle foreste dei monti dell’interno: il Sannio.

Quando Pesto divenne colonia dei Romani la città assunse una forma di modello e sviluppo pari a quello di Roma. L’area sacra di Paestum, più o meno l’attuale perimetro degli scavi che ruota intorno ai templi, durante il corso dei secoli e l’avvicendarsi sia di popolazioni che di conquistatori, ha visto l’alternarsi del culto di dei e divinità degli Etruschi, dei Greci, dei Lucani e dei Romani. Nei due templi principali si adoravano Nettuno e Cerere ma, con l’avvento del Cristianesimo, molti furono quelli che in città abbracciarono tale religione. Quando Diocleziano mosse la persecuzione contro i Cristiani, nel 303 Pesto ebbe undici martiri tra i quali il glorioso Santo Vito, di appena quindici anni, che si venera come protettore nella vicina Capaccio ove è conservata la reliquia di un suo braccio. Altra sacra presenza fu quella del Santo Apostolo Matteo, l’Evangelista. Il corpo del Santo proveniente dal medio oriente fu portato in Bretagna e di qui condotto a Paestum, nel 370, da Gavino cittadino pestano e generale dei Bruzj. Successivamente le spoglie di Matteo giaquero in Capaccio Vecchia ove Gisulfo, principe normanno, prelevò i sacri resti e li condusse definitivamente in Salerno ove, per accoglierli, edificò la monumetale Cattedrale che porta il nome dell’Apostolo.

Paestum a quei tempi giaceva in una fertile campagna il cui suolo riusciva a produrre, per ben due volte all’anno, un’abbondanza di frutti; una terra da cui fiorivano continuamente le rose di ogni specie e varietà. Ma i Pestani erano anche grandi e meticolosi agricoltori, dediti in special modo alla semina del grano, di cui il ritrovamento di monete raffigurante la “Spiga” (durante gli scavi ad inizi del ‘700), testimoniano tali attitudini. Altra caratteristica degli abitanti dell’antica Pesto fu la navigazione. Espertissimi naviganti ed abili marinai, riuscivano ad esportare in abbondanza derrate alimentari e merci di vario genere (vasellame, spezie, tessuti, monili, ecc.) commerciando, per rotte marine, con tutte le regioni mediterranee dell’allora mondo conosciuto; il ritrovamento di altre monete (scavi effettuati agli inizi del XVIII secolo) raffiguranti il “Delfino” comprovano queste attività per via mare. Sulla terraferma, invece, i Pestani (soprattutto i benestanti) amavano molto praticare la caccia (altre monete ritrovate con l’effige del “Cinghiale”) all’animale autoctono presente nel luogo in numerosi esemplari tra cui il suino selvatico; e poi ancora ai cervi e ai cani nei vicini boschi dell’entroterra (monti del Cilento e Vallo di Diano).

Quando l’Impero Romano cominciò a scuotersi sotto i primi segni di una lenta decadenza, l’italico suolo conobbe (nel 406) l’invasione dei primi popoli barbari: i Goti, i quali devastarono con ferocia crudeltà numerose città dell’epoca. Le comode e magnifiche strade realizzate dai Romani iniziarono un vertiginoso declino scomparendo, poco alla volta, dalla geografia dei luoghi del tempo. Le deliziose campagne si coprirono di boscaglie, e ciò fu dovuto alle sanguinose carneficine barbariche perpetrate ai danni di contadini e coltivatori. Le terre (uliveti e vigneti), in questo particolare periodo, venivano messe in vendita a bassissimi prezzi; a volte un giardino o un campo si scambiavano facilmente con una spada o con un cavallo. L’abbandono dei suoli agricoli caratterizzò tutta la zona intorno che era ricca di acque (oltre al fiume, numerose sorgenti, pozze e torrentelli) le quali defluirono sulla solidità dei terreni immediatamente circostanti l’abitato pestano, determinando la presenza di laghetti ed il crearsi di paludi che resero l’aria insalubre, rovinando colture e piantaggioni. La portata delle acque fluviali crebbe fino a tracimare, deviando dai loro alvei naturali e distruggendo numerose opere quali ponti in pietra, sistemi di canalizzazione, case coloniche e muretti di recinzione. Il lento ma continuo inselvatichimento (con erbacce, cespugli e rovi) della terra che si alternava alle ripetute inondazioni delle campagne di Pesto fece sì che questi territori, che prima erano splendidi e profumati giardini, misti a deliziosi vigneti e ad argentei uliveti, cambiarono completamente aspetto rendendo la zona aspra e selvaggia con fetide paludi ed impenetrabili boscaglie, privando la città di quella vitalità che l’aveva resa celebre in tutto il bacino del Mediterraneo.

Nel 589 l’urbe pestana (indicata come “Lucania”) apparteneva al Ducato di Benevento ma versava in un pessimo stato per l’incuria e l’abbandono dei propri abitanti; le città limitrofe, invece, come Agropoli e Licosa, appartenevano ancora ad una dominazione di tarda influenza ellenica. Qualche secolo dopo (845) ebbero inizio, al largo delle coste pestane, le scorrerie dei Saraceni provenienti dal nord Africa, e dei Siciliani che sbarcavano ripetutamente da un lato all’altro della costa depredando ogni cosa che incontravano sul loro cammino; di questi territori avevano fatto un punto di riferimento in prossimità del promontorio di Licosa (Leucosia). Nell’882 i Saraceni decisero di accamparsi ai piedi della rocca di Agropoli e ben presto furono ricacciati in mare da nobiluomini (il principe Guaimario) e prelati (il vescovo Attanasio) del Regno che, rientrati in Salerno, recuperarono il ricchissimo bottino accumulato dai pirati.

Presumibilmente la definitiva distruzione di Paestum avvenne per opera delle incursioni dei Saraceni tra l’871 e l’882. Questi assediarono, a ondate successive, per lungo tempo la città e più volte furono respinti dai pestani in prossimità delle mura; ma all’alba del 25 aprile (festività di S. Marco Evangelista) la popolazione uscì dalla città in solenne processione, forse per ringraziare e benedire la riuscita dei coltivi e dei seminati. Essi trascurarono il presidio di Paestum e fu allora che i Saraceni, con un nuovo attacco a sorpresa, ebbero la meglio invadendo le strade e impossessandosi delle case, mettendo a ferro e a fuoco ogni cosa incontrata sul loro avanzare. I pestani superstiti, allora, trovarono rifugio sul vicino monte Calpazio, lontani dalla vista degli accampamenti saraceni, ove edificarono un nucleo abitato oggi conosciuto come Capaccio Vecchia. La distruzione di Paestum e la sua conseguente rovina fu certamente determinata dall’elemento fuoco; questo avvolse e distrusse sia edifici pubblici che privati lasciando in piedi solo le strutture in pietra ed i templi che persero le coperture in legname.

Probabilmente fu così che avvenne la totale rovina di Paestum, questa bellissima città che per mano saracena da allora morì per sempre, senza più sorgere agli antichi splendori di un tempo, punto culminante della cultura e della civiltà ellenica nel mezzogiorno italiano. Gli scampati, nel succedersi di qualche generazione, scomparvero quasi del tutto e con essi furono sepolte definitivamente le notizie di ciò che era rimasto sotto i ruderi e la polvere di Pesto. Ben presto si cominciò ad indicare quella zona nella piana colma di ruderi come l’antico sito di una importante città del passato; pietre sparse e colonnati erano completamente avvolti dalle erbacce, da rovi e piante selvatiche e tutta l’area fu inondata dagli acquitrini; boschi e paludi avvolsero e nascosero per secoli il lontano ricordo di quel sito ove un tempo soggiornavano le belle “Sirene Pestane” e dove fino agli inizi del ‘900 era l’habitat naturale delle mandrie di bovi e bufale al pascolo e luogo incontrastato della mosca malarica, regina delle pestifere esalazioni. (testi & photo ©Andrea Perciato)

HELSINKI (“Helsingfors”, Finlandia/Suomy)… dall’isola di Taivalluoto alla cattedrale ortodossa

Dicono che la Finlandia sia il paese più felice al mondo… Situata in riva al Mar Baltico, la moderna e cosmopolita HELSINKI (in svedese Helsingfors) è stata la capitale mondiale del design per il 2012. La bellezza della natura circostante si fonde perfettamente con il progresso tecnologico e le tendenze contemporanee. Un percorso a piedi attraverso il centro città ci porta alla scoperta della capitale della Finlandia attraverso squarci della sua storia, mentre la moderna architettura e il design all’avanguardia sono l’eccellenza di questa terra e del suo popolo. Helsinki è piccola ed è una città immersa nel verde dei boschi che la circondano, riflessa nel blù di un limpido cielo e del mar Baltico, e nel bianco della sua Cattedrale. È una splendida moderna ed avveniristica città, che ha saputo mantenere, anzi accrescere, il proprio carattere di elegante capitale; laddove la natura è padrona assoluta, regalando ai suoi abitanti quel mondo bucolico che ne arricchisce la sensibilità e la spiritualità, le cui principali componenti sono laghi, foreste e cielo, accompagnati dai silenzi più assoluti. La città, nella sua parte interna, ci accoglie con giardini ed incredibili quartieri da vivere e visitare, mentre col suo fronte mare accoglie decide e decine di isole, tutte da scoprire.

Muovendosi da ovest verso est, dalla spiaggia di Hietaranta, zona occidentale della città, presso una rada circondata da isole, strade e ponti, si superano le colline costellate dalle migliaia di loculi e tombe del cimitero cittadino. Giunti nel centro, in mezzo al caos di piazza Narinkkatori molto frequentata e accanto a un centro commerciale, sorge la curiosa forma della “Kampin Kappeli” (la Cappella del Silenzio), tutta realizzata in legno; al suo interno regna il più assoluto silenzio e la sua idea è quella di accogliere le preghiere di tutte le confessioni religiose; un luogo in cui ritrovare la pace nel frenetico caos di una grande metropoli.

Spostandosi in direzione nord si raggiunge l’incredibile edificio della “Helsingin Keskustakirjasto OODI“, la biblioteca centrale di Helsinki. Vivace luogo d’incontro proprio al centro della città, la biblioteca centrale di Oodi è una meraviglia: la sua struttura in legno e vetro, si espande per mezzo di linee curve che si perdono verso infinite prospettive da un punto all’altro dell’edificio. Al piano terra si trovano due caffé, mentre il piano superiore c’è un magnifico open space in cui, oltre ai libri, sono a disposizione stampanti 3D, sale per il gaming, una zona dedicata ad attività di stiratura e cucito, angolo musicale, stanze insonorizzate per studiare e lavorare. La biblioteca è molto frequentata da persone di tutte le età e vale davvero la pena entrarvi, non solo per visitarla ma anche per prendersi un po’ di tempo per viverla.

A pochi minuti dalla Biblioteca si raggiunge “Helsingin Päärautatieasema“, la monumentale Stazione Ferroviaria di Helsinki. Bellissimo e possente edificio in granito situato proprio nel cuore di Helsinki. La parte esterna è caratterizzata da decorazioni risalenti al primo decennio del XX secolo, la parte interna è molto pulita, ordinata, ed è possibile visitarla in totale tranquillità a qualsiasi ora. Bellissima struttura Art Nouveau in granito si evidenzia per l’alta torre e le gigantesche statue incastrate che sembrano reggere la facciata; davvero notevole! La stazione di Helsinki è un capolavoro di architettura: i quattro possenti uomini che reggono il globo, il grande arco a tutto sesto e la torre dell’orologio dall’inconfondibile profilo ne fanno uno dei monumenti cittadini più interessanti di Helsinki; qui la sera sembra la location di un film del “Cavaliere Oscuro” Batman e questo angolo di città, con un po’ di fantasia, sembra assumere le sembianze delle atmosfere noire di Gotham City.

Raggiunti l’arteria principale si guadagna lo spettacolare viale di Pohjoisesplanadi una promenade cittadina su cui prospettano eleganti e raffinati edifici dell’’800 con negozi dalle principali griffe, musei, gallerie d’arte, bar, ristoranti e caffè, strada che costeggia il principale polmone verde della città: l’Esplanadi, un parco molto frequentato dagli abitanti poiché è il luogo ideale per i pic-nic estivi. Da lontano già s’intravede la linea costiera coi magazzini e le strutture portuali che si stagliano all’orizzonte. Al termine dell’Esplanadi, invece, imboccando a sinistra una traversa (Sofiankatu) dalla pavimentazione lastricata con pietre “a scaglie” d’origine marina, quest’ultima sbuca nell’ampia piazza “Senaatintori” (il salotto della città) su cui svetta “Tuomiokirkko“, la maestosa cattedrale di Helsinki (simbolo della capitale) tutta bianca e di rito luterano compete – per bellezza e scenografia – al Pantheon di Parigi. Questa cattedrale svetta in mezzo alla piazza ed è posta in cima ad una monumentale scalinata completamente bianca contro il cielo azzurro della Finlandia, quasi ricordando i colori della bandiera nazionale; essa domina sulla grande piazza sottostante e da lì sull’intera skyline della città.

E siamo finalmente giunti verso il mare. Crocevia dei suoi intensi traffici (di persone, materiali e merci) è il porto, uno tra i luoghi di interesse e più frequentati della città coi suoi mercati: “Kauppatori” (quello scoperto con le decine di gazebo e tendoni bianchi e color arancio ed il “Kauppahalli” (quello al coperto). Il primo, al termine dei lunghi giardini dell’Esplanade verso il mare, è già ben visibile da lontano ed è caratterizzato per i suoi tendoni che si stagliano sul molo; qui si può trovare di tutto: da oggetti dell’artigianato lappone (cappelli, sciarpe, maglioni) a tutta una serie di souvenir, oltre all’ottimo “street food” della tipica cucina finlandese dall’ottimo salmone, proposto in zuppa e affumicato, alle polpette di renna, i frutti dei boschi finlandesi, il pesce fritto, il tutto a prezzi ragionevoli. L’altro mercato, quello coperto, è un edificio – distante poche decine di metri dal primo – facilmente riconoscibile per le strisce orizzontali che lo caratterizzano e posto adiacente la struttura curvilinee di un ufficio turistico, sempre sul molo.

Con le spalle al mare non si può non notare, posizionata in un punto più alto rispetto al porto, la mole della “Uspenskin Katedraali“, la Cattedrale ortodossa (detta della “Dormizione”), splendida chiesa russo/ortodossa, situata in cima ad una collina su un’isola attaccata al porto. Già da fuori, tutta in blocchi rossi, è stupenda ma ancor di più è la visita al suo interno: inimmaginabile e maestosa essa si protende sulla strada da una parte e sul parco dall’altra. La chiesa è stata costruita su uno sperone di roccia e viene considerata come la chiesa ortodossa più grande d’Europa; anch’essa, come la cugina bianca (luterana), spicca fra i tetti finlandesi. Visibile da qualsiasi punto del centro cittadino spiccano, su tutto, le 13 cupole a forma di “cipolla“, tutte in oro a 22 carati, che luccicano sopra l’imponente struttura in mattoni rossi. La cattedrale è dedicata alla “Dormizione” perché una credenza locale narra che Maria non sia morta ma si sia solo… addormentata! Il suo interno è spettacolare, da lasciare senza fiato per le straordinarie bellezze artistiche, gli stili decorativi, le luci, i colori, i fumi dell’incenso che salgono fino alla cupola, le intriganti iconografie che celebrano la vita dei santi, della Madonna e del Cristo in croce; da non perdere l’iconostasi, che separa la navata, sostenuta da 4 colonne in granito, dove si celebra l’eucarestia e che è adornata da stupende icone.

Una giornata intera è bastata per conoscere, scoprire e “vivere” tutte queste interessanti esperienze di una città del nord. Le lancette dell’orologio sono andate abbondantemente oltre le 20,00 (ora locale; siamo a + 1 ora in avanti rispetto all’Italia), ma qui sembra di essere in un pomeriggio d’estate sulle Alpi dopo un temporale estivo; i colori esplodono in tutta la loro straordinaria bellezza e rendono ancor più magica l’atmosfera nordica di questa capitale della Finlandia. Il viaggio però continua, e prossimamente si andrà alla scoperta delle isole (qui giace l’arcipelago più grande del mondo, con oltre 80.000 isole) che costellano il territorio costiero; ma noi vi proporremo una su tutte… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)