ove il Mito si “tinge” d’azzurro… il “periplo” di Capo PALINURO

Sull’orizzonte australe della pittoresca Marina di Pisciotta si apre quel naturale anfiteatro che, proteso nel mare, viene determinato dal promontorio calcareo di Capo Palinuro; un toponimo, questo, che evoca il ricordo (tramandatoci dalla leggenda) del nocchiero di Enea caduto in mare durante il sonno e la cui tradizione vuole che nei pressi della sua punta, alla base delle sue ripide pareti, fosse ubicata una specie di tomba. Si narra che lo sfortunato pilota della flotta di Enea non perì quasi subito, ma dopo che egli raggiunse a nuoto la scogliera qui, stremato dalle forze, svenne, e quando fu ritrovato dagli abitanti del vicino villaggio di pescatori questi, credendolo fosse una “creatura” sconosciuta (proveniente dalle onde e quindi non terrena), lo presero a percuotere fino a causarne la morte.

Simile alla maggior parte dei promontori montuosi (vedi monti Lattari, Gargano, ecc.), quello di Palinuro va soggetto a continue e violente tempeste marine e in due occasioni fu teatro di disastrosi naufragi a danno della flotta Romana: il primo avvenne nel 253 a.C. quando la squadra navale al comando dei consoli Servilio Cepione e Sempronio Bleso, di ritorno dalle campagne in terra d’Africa, naufragò sulla costa preso Palinuro causando la perdita di 150 legni compresi l’intero bottino che questi recavano; il secondo incidente avvenne, invece, nel 36 a.C. quando un grosso numero di navi della squadra di Augusto destinata alla Trinacria, costretta a ripararsi da una tempesta nella rada di Velia, andò a schiantarsi sulle rocce tra la città eleatica e l’adiacente Capo di Palinuro.

Ci muoviamo alla conoscenza di questa meravigliosa “perla” del Mediterraneo che è PALINURO e la sua costa. Dal porto ha inizio un comodo sentiero (attrezzato con balaustre e passamani in legno) che sale lungo la dirupata scogliera fino a giungere a ridosso della Punta del Fortino ove sono presenti i ruderi di un’antica postazione fortificata. Da questo punto lo sguardo spazia lungo l’infinita fascia costiera settentrionale che culmina nel monte Stella, mentre osservando attentamente la frastagliata scogliera del capo, verso occidente, è possibile scorgere sul pelo dell’acqua l’apertura della Grotta Azzurra. Questa splendida cavità ipogea deve la sua fama alle straordinarie tonalità cromatiche dei suoi fondali che la natura del luogo le ha conferito. Infatti essa si espande al suo interno con un ampio lago in cui si riflette il riverbero turchese della luce proveniente da un’apertura sommersa che s’apre al lato opposto di quello a cui accedono le barche.

Il comodo sentiero che sale dal porto termina all’altezza del Fortino. Da qui, ora, ci si arrampica leggermente – effettuando delle serpentine – risalendo lungo i crinali delle Mazare. Si continua così seguendo grosso modo il profilo costiero fino a guadagnare il piccolo promontorio, sotto cui s’apre la Grotta Azzurra, all’altezza della Punta della Quaglia ove sono appena percettibili i ruderi di un’altra torre costiera; di fronte a noi, verso ponente, si estende quello che è uno dei tratti di mare più belli del Mediterraneo. In questo punto il promontorio s’innalza con una scogliera dai lineamenti piuttosto frastagliati; essa, imponente e precipitosa verso il mare, cala a picco nell’immensità dell’azzurro più intenso sprofondando con un dislivello che oscilla tra i 20/30 metri fino a toccare un banco sabbioso che viene ricoperto di alghe. Quaggiù si espande non solo il regno delle alghe, ma anche quello di milioni di microrganismi acquatici, elementi di una natura poco conosciuta che detta le sue regole determinando quelle incredibili colorazioni dei fondali e della superficie che si alternano in base al fantastico gioco delle correnti sottomarine, e ciò in concomitanza all’alternarsi delle stagioni e al rincorrersi delle maree.

I fondali in cui s’immerge il Capo Palinuro sono ricchissimi di una policroma flora e abitati da una variopinta fauna marina tra cui spugne, spirografi, stelle marine (rosse), pharazoantus (animaletti simili a microinfiorescenze) che si presentano come fiorellini colorati di giallo, e numerose altre specie meno note. Lungo questi crinali sono possibili ammirare il profumatissimo giglio marino e la ruchetta di mare dalle infiorescenze lilla chiaro. Nella parte settentrionale il promontorio è ricco di pinete e si alterna ad una macchia bassa composta dal ginepro, dal mirto, dal lentisco, dal rosmarino e dal cisto; mentre le rocce a picco sul mare lasciano danzare (agitati dai venti) i finocchi di mare, la stecade (dall’intenso profumo di liquirizia) e l’endemica “Primula Palinuri” tipica di questo luogo e assurta a “simbolo” del Parco Nazionale del Cilento.

Risalendo per il pendio delle coste di Mazare, portandosi (in località Trappetelle) a ridosso del Faro di Palinuro (203 m) siamo al punto più elevato sulla scogliera; tra gli aspri crinali della Punta Iacco (estremità occidentale) e l’impressionante muraglia calcarea della Punta Spartivento (che si protende a SW); entrambe queste propaggini racchiudono, in una incredibile scenografia fatta di strapiombanti pareti calcaree bagnate dalle impetuose onde marine, quel mitico luogo ove la leggenda indica il punto in cui approdò Palinuro, di quando – come narra Virgilio nella sua Eneide – in una tragica notte il fido timoniere di Enea fu travolto dai marosi mentre era assorto a contemplare il magico cielo sul promontorio, luminoso e palpitante di astri celesti.

Da quassù si ha l’esatta sensazione di una immensa massa calcarea che scende a picco a bagnarsi in un mare la cui scogliera forma numerose cale e punte; e l’insieme di tutti questi promontori costituiscono quello che viene indicato come il Frontone di Palinuro alla cui base si aprono numerose grotte, alcune piccolissime, altre molto vaste ma, comunque, tutte ricchissime di stalattiti e di scenografici effetti abissali. Se si capita di soggiornare in questo incantevole luogo per qualche giorno, nulla di più straordinariamente emozionante è poter assistere a quel meraviglioso spettacolo offerto dai “famosi” tramonti di Palinuro che (e c’è da crederlo) sono una espressione della natura cilentana di struggente bellezza che forse non ha eguali in tutto il bacino del Mediterraneo.

Dal Faro di Palinuro si rientra ora verso l’interno camminando lungo la strada sommitale; giù in basso, a mezzodì, si aprono gli impressionanti scenari di una scogliera tra le più aspre dell’intera costa cilentana che in alcuni tratti sembra davvero una ciclopica muraglia calcarea le cui sole forme viventi sono gli interi nuclei di gabbiani ed altri volatili marini che tra queste pietre trovano il loro sicuro riparo lungo le rotte delle trasvolate migratorie. Superati il profondo baratro di Cala della Lanterna si passa accanto alla bianca struttura della Stazione Meteo (188 m) per poi imboccare una pista che prende a destra e raggiunge i ruderi di una grossa cascina fortificata del ‘700, erto proprio sulla gobba di monte d’Oro (183 m). Scendendo verso S lungo una dirupata si raggiungono i ruderi della Torre di Calafetente da dove si ammira il famoso “archetiello” (un enorme buco nella frastagliata costa rocciosa) dove la rada giù in fondo raccoglie il gorgoglio di particolari acque che abbondano di idrogeno solforato, da cui l’appellativo “fetente” (cattivo, sgradevole, maleodorante); più in là, verso W, sprofonda la dorsale di Punta Mammone.

Per una stradina che degrada tra villette e uliveti si scende leggermente verso l’arenile in cui sfociano le acque del fiume Lambro (anticamente indicato come Molpa): proprio di fronte si para la modesta altura della Molpa mentre sullo sfondo, verso il mare, si erge l’isolotto del Coniglio. Dopo aver ammirato dal basso l’impressionante scogliera di Capo Palinuro si risale il fiume fino a raggiungere la prima ansa (che piega a destra) tra le sponde sistemate a uliveti; lassù si scorgono i ruderi di ciò che resta del Castello della Molpa (citato da Omero nella sua Odissea proprio a ridosso della Spiaggia delle Sirene; Molpa, infatti, è il nome di una di queste affascinanti creature marine) posto a guardia dell’antica via di penetrazione che attraversava l’angusta valle del fiume Mingardo e si collegava coi territori interni della Lucania. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

           

PANDOSIA-ANGLONA (MT)… Contemplando il nulla. Antichità in un profondo Sud tra fede, mistero e natura…

Scegliere di compiere un giro nelle profonde, assolate e deserte terre del Sud può – a volte – riservare sorprese davvero incredibili, esperienze che ti coinvolgono e ti catturano così ricche di fascino e bellezza, di suggestioni e splendore. Siamo in Basilicata, tra Policoro e Tursi, tra la costa e i desertici calanchi in tufo/gesso bianco delle vallate più interne; agli estremi lembi tra la val d’Agri e la val Sinni, si erge una modesta elevazione ove un tempo fiorirono antichi centri come la greca Pandosia e – successivamente – la medioevale Anglona, cui fece seguito l’erezione di un Santuario dedicato al culto di Maria; quassù, a 263 metri d’altezza, è un posto magico, un luogo dell’anima da cui si gode di una vista mozzafiato, con tanto verde tutt’intorno.

L’attuale Cattedrale di Santa Maria “Regina” d’Anglona, datata tra il sec. XI ed il sec. XII, è l’ampliamento di una prima chiesetta, (del VII-VIII sec.), corrispondete all’attuale cappella oratorio. Chiesa con pianta a “croce latina” il suo interno si apre con una navata centrale, con un doppio ordine di cinque arcate, pilastri su cui poggiano archi a tutto sesto, ed archi ogivali sul lato sinistro. Per raggiungere questo gioiello, si compie un breve viaggio, attraversando un suggestivo scenario paesaggistico davvero fuori dal comune, caratterizzato da una rigogliosa natura (frutteti e uliveti) a cui si alternano le ruvide e bianche pendici, come fossero quasi lamelle o i drappi di una tenda agitata dai venti – dei “calanchi” (in zona di Aliano), surreali formazioni litologiche che trasformano il paesaggio in un “altrove metafisico”.

La via che da Tursi, attraversa i calanchi e porta ad Anglona/Pandosia è totalmente asfaltata ed attraversa un ambiente fuori dal tempo; talmente priva di traffico la stessa permette di camminare letteralmente tra queste aspre colline in un ambiente desertico tale da sembrare di camminare su un pianeta sconosciuto. Toccando queste conformazioni rocciose (argilla, arenaria e limo) si avverte – al tatto – la friabilità e la delicatezza della loro struttura geologica: molto somiglianti alla corteccia di un loricato, si sfaldano facilmente al tatto tramutandosi in polvere grigia quasi come se fosse fango essiccato, bellissime e misteriose al tempo stesso!

Raggiunti lo spiazzo – una spianata prativa – che degrada verso una pineta che quasi nasconde la facciata in pietra calcare bianco/rosea del Santuario; spostandosi lievemente a destra si presentano una serie di nicchie (camere a schiera coperte da “volte a botte” simili a cappelle votive, ma) che erano adibite per ospitare le “celle” per i monaci eremiti d’origine bizantina che assumevano un ruolo sacrale provvedendo a perpetuare il culto del vicino Santuario. Queste fanno da platea introduttive alla facciata d’ingresso del Santuario di Santa Maria d’Anglona, l’antica “Pandosia”.

La costruzione (risalente all’XI/XII secolo) si evidenzia per il suo Campanile in stile romanico dalle bifore a colonnine, in tufo e travertino, con elementi architettonici di pregiato e notevole importanza stilistico-decorativa. L’entrata si presenta con un grande portico del XIII secolo, sul cui arco troneggiano bassorilievi in tufo raffiguranti l’agnello “crucifero” (della simbologia “Templare”) e i simboli dei quattro evangelisti, appena sotto un arco di testine zoomorfe. L’abside esterna, che si evidenzia per i motivi arabeggianti è l’elemento più bello della struttura, con intagli e ornamenti, archi pensili, un finestrone centrale, lesene e mensole; mentre sulle pareti esterne si ammirano le numerose formelle con figure zoomorfe a rilievo che creano un bellissimo effetto cromatico.

Il suo interno – a tre navate con pilastri ad archi ogivali e a tutto sesto – raccoglie un bellissimo ciclo di pregevoli affreschi databili tra il XIV e il XVI secolo raffiguranti vicende storiche del vecchio e nuovo testamento, con figure di Santi, scene bibliche come la Genesi, la Torre di Babele, Noè con la fiasca del vino, la “creazione” con Adamo ed Eva, l’uccisione di Abele (più altre scene minori), il martirio di San Simone ed altri ancora. Alla destra dell’altare giace la statua della Madonna con Bambino. In un ottimo stato di conservazione, invece, sono gli affreschi di Santi, Beati e Vescovi che decorano e caratterizzano i pilastri che dividono le navate; simboliche figure della fede tra cui primeggiano San Sebastiano, Sant’Antonio di Padova, San Rocco, San Giovanni Battista, San Vito martire e San Biagio; molto particolare il soffitto a cassettoni.  Facendo scorrere lo sguardo nello scrutare con più attenzione le scritte e le diciture sui pilastri, si evidenziano iscrizioni di matrice araba.

Esternamente, poi, s’apre un paesaggio davvero molto bello. Dalla collina su cui si erge il Santuario elevato a Pontificia Basilica Minore dal Santo Padre Giovanni Paolo II il 17 maggio 1999 si po’ godere della vista di un bellissimo panorama laddove ovunque giunga lo sguardo: isolato in un’autentica oasi di pace e silenzio, con una vista mozzafiato a 360 gradi che si distribuisce tra le aride valli dell’interno e la costa, lo spazio antistante il sacro edificio viene, spesso, simpaticamente invaso da mucche al pascolo che si annunciano per il caratteristico campanaccio che portano al collo. Qui, infatti, si può ritrovare se stessi ascoltando, semplicemente, il silenzio. Il luogo, con la sua semplice bellezza, induce alla preghiera e altrettanto si prova nell’osservare il bucolico paesaggio che circonda la collina, molto suggestivo all’ora del tramonto.

Raggiungere questo posto – provenienti dalle impervie strade dell’interno, oppure dai litorali marini – val davvero la pena di compiere un lungo e articolato viaggio; il luogo si trova anche sulla direttrice della rotta del “Basilicata Coast to Coast” ed è di facile individuazione, anche se ben nascosto alla vista lungo le strade che scorrono tra le valli e le pianure circostanti; ma le sensazioni che si provano una volta raggiunti il sito e poterlo vivere attraverso tutte le sue essenze, lasciano davvero quel senso di fascino, bellezza, misticismo e meraviglia, difficilmente riscontrabile altrove! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

l’antico quartiere della “RABATANA” a Tursi (MT), un viaggio a ritroso nel tempo

Perché Tursi è così importante in un territorio solo in apparenza aspro e desolato…? Cosa conduce, a queste latitudini, un viaggiatore alla ricerca dell’insolito, del fascino e – perché no – del mistero…? Ecco a voi tutti la possibilità di intraprendere un viaggio attraverso il tempo e lo spazio, ove sembra di essere stati catapultati – in una storia dal sapore delle mille e una notte – tra vicoli stretti, ripide stradine, case graziose che prospettano sul vuoto e antichi palazzi che s’affacciano sull’immenso.

TURSI è un comune lucano, in provincia di Matera, quella fetta di territorio che prospetta verso il mar Ionio. Il luogo già da lontano ti prende e ti colpisce per la sua caratteristica di borgo, da una parte ben nascosto a chi proviene dalla costa, dall’altro il suo antico quartiere di origini arabe “la Rabatana” arroccato su un costone di roccia friabile (gessi, arenarie, tufo e calcareniti) che s’affaccia su profondi valloni solcati da torrenti, spesso in secca per l’opprimente canicola che qui, d’estate, colpisce duramente. Tursi è un paese che val davvero la pena conoscerlo, ma… naturalmente a piedi, e andiamo a scoprire il perchè!

Attraversare le stradine che s’inerpicano e le strette viuzze che serpeggiano fino ai punti più alti, rendono il luogo suddiviso in due parti ben distinte: la parte “vecchia”, quella più in basso, distesa ai margini di colline ulivate, e quella più “antica”, oggetto della nostra esplorazione: il quartiere di matrice araba, collocato più in alto rispetto all’abitato e meglio conosciuto come la “Rabatana”; già ben visibile dal basso per le caratteristiche case diroccate e sormontate da quella che un tempo era il Castello le cui fondamenta poggiano su gallerie, cunicoli e collegamenti sotterranei, autentici “buchi” scavati nella roccia con balaustre in legno da cui lo sguardo spazia sull’immenso; nicchie arcuate simili a finestroni che contraddistinguono il paesaggio che s’affaccia su un orrido precipizio profondo circa duecento metri.

La “Rabatana” è un quartiere dove il tempo sembra essersi fermato da centinaia di anni; case in pietra arroccate sulla viva roccia, gradoni dalle incredibili pendenze, portali che sembrano invitare ad entrare in ambienti bui e angusti, prospettive e mura perimetrali che si perdono negli angoli più lontani, archi in pietra che sembrano sorreggersi spinti solo dall’inerzia, pavimentazioni in basoli sconnessi, il tutto circondato dal più incredibile silenzio ove anche le cicale sembrano far tacere il proprio canto. Attraversare i suoi stretti vicoli, in quell’intricato dedalo di stradine, sembra di essere proiettati in un lontano passato; qui, il tempo, si è davvero fermato al Medioevo.

Arrampicato sulle colline lucane, questo vecchio rione di Tursi si lascia ammirare per le sue numerose abitazioni – ora case isolate, ora autentiche palazzine – in rovina o in un completo stato di abbandono. Diversi sono i palazzi fatiscenti e rari quelli – che per desiderio di pochi sono – in ristrutturazione; qui il vento soffia perenne. Il quartiere è intriso di una storia d’origine arabo/saracena (da questo il nome “a-rabatana”); nei suoi meandri c’è qualcosa che ipnotizza il viaggiatore per le spettacolari vedute sui valloni selvaggi e quel senso di vuoto che si prova; minuscoli vicoli ove è d’obbligo inerpicarsi per raggiungere i luoghi più belli.

Un paese con una vista unica, un luogo “non luogo”, una rupe insolita ove le pietre parlano e fanno viaggiare la propria mente portandoci indietro attraverso il tempo, in modo spontaneo, semplicemente passeggiando in queste vie, su per le rampe in roccia (antico collegamento conosciuto come “Pitrizze” o “Petrizze”), muretti in pietra, balaustre in precario equilibrio, ripidi labirinti che spingono il passo sempre verso l’alto. Muovendosi dalla Cattedrale e puntando verso i ruderi del Castello, ha inizio quel dedalo di vicoli e strette viuzze che fanno di Tursi un “vivere” in un mondo perennemente obliquo. In più di qualche punto s’aprono scorci in cui la vista è davvero suggestiva.

Il posto oltre che essere incantevole è intriso di magia; qui il silenzio regna sovrano, l’aria e salubre è – spesso – fa freddo. In quelle rare case, faticosamente rimesse a nuovo in seguito a ristrutturazioni, sono poche le persone che – sicuramente per una motivata scelta di vita – vi hanno preso dimora ed abitano stabilmente. Non ci sono negozietti o botteghe, come un tempo, perché è tutto abbandonato e disabitato e, nonostante ciò, tra i vicoli e i pericolanti portali risulta essere tutto molto pulito. Pochissimi edifici presentano ancora gli infissi al loro posto e in giro vi sono anche i resti di un frantoio con delle vasche; in più punti, soprattutto ove s’incrociano i vicoli, gli angoli sono abbelliti da piante spesso rampicanti.

Tutt’intorno si avverte quella sensazione di abbandono, anche se alcune strutture sono state riadattate per ospitare accoglienze oppure trasformate in particolari ricettività per chi desidera immergersi in quest’atmosfera d’altri tempi. Il quartiere della “Rabatana” è un luogo in cui perdersi è piacevole, quasi come sentir nascere dal di dentro un misto di fascino e attrazione per quel totale senso di desolazione e abbandono che solo apparentemente si percepisce intorno. La rupe si erge dall’alto dell’abitato e lo sguardo vola lontano, fin dove giunge lo sguardo, laddove gli spazi tra vuoti e pieni, ove le architetture rupestri determinano quel forte senso di appartenenza, vengono determinati e si distribuiscono – tra luci ed ombre – nell’intricata natura formata da inghiottitoi, da calanchi, dalle terre arse, e da paesaggi che sembrano sospesi nel tempo; un luogo talmente così magico ma, al tempo stesso, duro e realistico.

Questa è Tursi, ben nascosta tra rupi, calanchi e valloni, ai margini della sinistra orografica della valle del Sinni; per gli amanti dei paesaggi e del bello è una tappa da non mancare assolutamente sui propri taccuini di viaggio. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CRACO (MT, Lucania), da borgo abbandonato a set cinematografico

E’ un autentico deserto fatto di campi arati, pendii che scivolano verso impervi valloni, rocce calcaree che, come guglie, sbucano – improvvise – da un paesaggio solo in apparenza addormentato ma, comunque, avvolto nel suo millenario silenzio. Sono queste le atmosfere che si vivono nell’avvicinarsi alla visita e alla conoscenza di uno dei borghi (abbandonati) più belli e incredibili che sorgono qui al Sud: CRACO.

Siamo in Lucania, nella bassa provincia materana, al limite di profondi solchi caratterizzati dal carsismo ove – durante le torride estati – neanche i rettili riescono a resistere. In una distesa valliva sorge il nuovo abitato di Craco-Peschiera. Questo centro, nato agli inizi degli anni ’70, fu qui eretto poiché l’originario sito di Craco, che si erge a circa 9 km più a monte, fu interessato da uno smottamento franoso costringendo gli abitanti di allora a ad abbandonare definitivamente l’originario sito ed a stabilirsi in un luogo più sicuro, presso le frazioni a valle.

Dall’incrocio, prendendo a destra lungo la SS. n. 103 che conduce verso i territori dell’interno, si attraversa quel fantastico mondo generato dalle erosioni e determinato dal singolare solco vallivo del Fosso Bruscata. La strada, poco alla volta, comincia ad ascendere lungo questi pendii assolati ove trovar riparo dalla canicola è quasi impossibile, se non tranne per qualche raro albero da frutto sorto per incanto lungo le pendici di queste colline.

Lasciata la deviazione a sinistra che porta alla Val d’Agri, la strada principale rompe la sua monotona e silenziosa andatura e si appresta a continuare con una serie di tornanti che, salendo, incorniciano l’abitato di Craco Vecchia che ora già si erge – ben visibile – sullo sfondo. A ridosso del terzo tornante che piega sulla sinistra si stacca uno stradello che taglia le successive curve e conduce direttamente a ridosso delle prime case del borgo abbandonato di CRACO Vecchia (391 m) che appare in tutta la sua monumentale bellezza – incredibilmente spettrale – a dominio di vallate e di estesi orizzonti, coi suoi misteriosi silenzi rotti soltanto dalle folate del vento che serpeggiano tra le mute pietre.

L’antico abitato sorge a ridosso di un’altura che dall’alto controlla la valle del Salandrella. Le sue origini risalgono all’VIII secolo e nel Medioevo il sito era già conosciuto col toponimo di GRACULUM. Il suo Castello, erto su di una rupe, fu innalzato nel XII secolo e della sua antica struttura oggi non resta altro che un Torrione a sezione quadra (usato come serbatoio per distribuire ed alimentare le fonti dell’intero paese). Una silenziosa cortina di pietre dagli intonaci pastello sbiaditi dal tempo prospetta a Sud ed accoglie il visitatore tra gli arcani silenzi creati dagli effetti chiaroscurali dei pieni e dei vuoti, dalle ombre degli usci di porte e finestre che s’aprono… verso l’immenso!

Fogli ingialliti (con edizioni datate gli anni 50/60 del XX secolo) svolazzano sospinti dalle folate che ululano tra i gradoni in pietra seminascosti dai folti cespugli d’erba incolta. Rampe ed arcate in pietra viva ove negli interstizi hanno messo le radici il fico, l’ulivo, l’agave, il fico d’india e la vite. Ante di porte e finestre semiaperte che cigolano sospinti dal vento, cortine adombre che prospettano sui vasti orizzonti assolati delle valli fluviali del Salandrella e dell’Agri. Archi affrescati e cortili basolati con i fregi e i portali marmorei di qualche dimora gentilizia i quali emergono da un intricato mare di cespugli rinsecchiti.

I tetti rossi delle cupole e delle case scricchiolano sotto i passi felpati di qualche gatto che salta da una falda all’altra. Gli ameni viottoli che conducono nel punto più in alto sotto la Torre per interrompersi, all’improvviso, sul ciglio di un dirupo sotto le mura dell’antico maniero e da cui prospettano guglie monolitiche che sembrano, oltre ai gatti, le uniche forme “viventi” di questo mondo rurale fermo e perduto nelle memorie di un’epoca lontana, persa all’infinito senza limiti di spazio e di tempo… Il tutto viene scandito dall’arco che il sole disegna quotidianamente nel cielo, dall’intrecciarsi degli eventi e dal rincorrersi delle stagioni.

L’opprimente canicola di un caldo vento estivo aleggia tra le diroccate mura di Craco mentre i campanacci delle pecore si odono sempre più lontani ed il silenzio si riappropria, nuovamente, dei suoi spazi coccolando per l’eternità i vuoti di un vissuto rurale che ostinatamente tenta di resistere al completo abbandono dell’incuria. Questa è Craco, e se ancora non avete avuto la possibilità di conoscerla e magari fate vacanza sulla vicina costa ionica della Basilicata, andate a visitarla anche perchè i suoi scorci, le sue cortine diroccate sono stati scelti del grade attore/regista Mel Gibson, quale location per girare alcune tra le più belle e intense scene del suo “Passion“. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Roccagloriosa (Cilento)… e tutto ruotava intorno a una rupe

I Lucani, popolo di pastori nomadi e razziatori occasionali, furono tra i primi abitatori di questi luoghi che spaziano tra le vallate del Mingardo, a occidente e del Bussento a oriente. L’ampio falsopiano alla cui testa si erge la rupe di Roccagloriosa è in una posizione sopraelevata rispetto alle campagne circostanti e alle valli fluviali adiacenti. Gli orizzonti prima degradano dolcemente verso la costa per poi interrompersi, bruscamente, con un alto costone roccioso che integra e completa la cinta muraria, quasi a simboleggiare quegli straordinari segreti che ancora avvolgono le memorie storiche e la leggendaria civiltà di quel popolo così misterioso quali furono i Lucani. Nell’edificare le loro fortificazioni usavano erigere maestose strutture murarie di pregiato valore costruttivo, come la tecnica “isodomica” di scuola greca consistente nel disporre i blocchi squadrati uguali secondo precisi e regolari filari, in maniera tale che i giunti risultassero alternati.

Più a valle, proteso verso il mare, vi era un luogo che seguiva un pianoro degradante e su cui sorse la città di PIXUS, abitata dai Micìtei. Questa città divenne ben presto una importante stazione lungo quella via interna che metteva in collegamento SIBARIS (sulla costa jonica) con POSEIDONIA (sulla costa tirrenica). I Micìtei pensarono di erigere, alle spalle di PIXUS una solida roccaforte e con molta probabilità scelsero quella particolare posizione strategica posta tra due importanti valli fluviali (il Mingardo e il Bussento) e sviluppata su un falsopiano orograficamente protetto a Nord e ad Est dall’altura del Capitinali ed in stretta connessione con gli insediamenti costieri. Il luogo scelto dai Lucani era un sicuro punto di sosta che fungeva da centro per depositi e magazzini per i traffici commerciali lungo le “rotte” da e per il Vallo di Diano. Il sito era a guardia di PIXUS e controllava le direttrici percorse dalle carovaniere che giungevano e ripartivano da queste contrade. Nel punto più alto, con molta probabilità, esisteva già un posto di segnalazione da cui poteva essere previsto ogni movimento proveniente dall’interno. Questo primitivo insediamento fu successivamente denominato FISTELIA, e l’odierna zona (contrada Li Striani) viene attraversata da una via chiamata Fistelle/Finestelle che collega i terreni del circondario.

Con l’avvento dei Romani la zona ebbe un notevole incremento con la nascita di un mercato (grano, olio, spezie, vino, frutta secca, lana, pesce e salsicce dette “lucanicae”). Ma fu soprattutto il clima mite e lussureggiante della costa con l’entroterra lucano che contribuì a far divenire queste contrade, ricercati luoghi per le villeggiature, soprattutto del patriziarto. Con la venuta dei Barbari, l’insediamento subì una conseguenziale decadenza ed i superstiti si raccolsero all’altezza di una rupe chiamata ARMO e posta ad un chilometro dall’antico sito; fu qui che si decise di creare un primo nucleo abitato che in seguito sarebbe divenuto l’attuale Roccagloriosa. Per lunghi secoli il “basso” Cilento fu tagliato fuori dalle vie di comunicazione, e forse fu proprio per questo che aspre zone, scarsamente abitate,  non subirono le influenze delle invasioni e dei saccheggi ad opera dei barbari. Nella vicina Policastro, intorno alla metà del 500 d.C. sbarcarono numerosi soldati Bulgheri che, dopo essere stati impegnati in diverse operazioni belliche, decisero di stanziarsi definitivamente lungo le propaggini sotto l’enorme muraglia calcarea di quel monte (il Bulgheria) che da loro assunse il nome, contribuendo, così, alla rinascita di borghi e villaggi devastati dalla guerra (Acquavena, per una copiosa sorgente, e Celle per la presenza di eremi basiliani) e alla edificazione di nuovi centri tra cui Roccagloriosa, ove eressero un maniero per la difesa che inglobò una preesistente chiesetta dedicata alla Madonna, proprio sulla cima del monte roccioso.

Il “Castrum” di Roccagloriosa era così circondato da possenti mura e gli accessi, che erano vigilati sia di giorno che di notte, avvenivano attraverso i seguenti varchi: Porta la Terra, Porta Mancaniello, Porta Mingardo, Porta Fontanella. Il circondario di ROCCAGLORIOSA presenta un’alternanza di rilievi, boscosi e tondeggianti, che si rincorrono tra fiumare ed enormi montagne che chiudono l’intero orizzonte solcate da verdi e profondi valloni. l’altura di monte Capitinali (515 m) si erge, dolcemente, chiudendo l’abitato verso levante. La valle del fiume Mingardo che aprendosi ad occidente si presenta bassa, fangosa e ciottolosa si differenzia notevolmente da quella del Bussento che, scorrendo più giù verso E, si apre molto più aspra e ricca di vegetazione arbustiva con ambienti selvaggi e calcarei. Un’alternanza di morfologie, queste, che hanno caratterizzato il territorio per lunghi secoli e le cui attività produttive (quali l’agricoltura, l’allevamento, gli scambi commerciali) hanno notevolmente contribuito agli sviluppi ed alla conoscenza di questi particolari e interessanti ambienti.

Durante lo scorrere dei secoli i territori della zona interessata hanno più volte subito numerose devastazioni (per mano umana o per cause naturali) e gli studiosi hanno identificato un primo insediamento in Roccagloriosa situato con molta probabilità nella zona dell’attuale cimitero, quell’altura indicata come Le Chiaie (372 m) un’area che fu successivamente distrutta dai Sibariti verso la metà del I secolo a.C.. L’attuale area archeologica di Roccagloriosa intrisa da una imponente sacralità, rivive la propria “memoria” attraverso racconti, testimonianze e leggende risalenti ad epoche remotissime. Collocato in una invidiabile posizione, l’abitato è immerso in un mare di uliveti e si erge, per gran parte, al di sopra di un intenso e straordinario tappeto di verde formato dalla macchia mediterranea. Incamminandosi verso la periferia nordorientale del paese si lasciano le ultime abitazioni (quasi sempre villette isolate) spesso circondate da graziosi giardini ed aiuole ben sistemate.

La strada principale è quella che cammina a ridosso di una lunga dorsale che grazie alla sua particolare posizione garantisce ampie vedute panoramiche sulle valli circostanti i cui territori, anticamente, venivano costellati da numerose fattorie che tra le vallate, gli altipiani e i primi contrafforti montuosi creavano un paesaggio rupestre con attività agricole come l’allevamento; quelle stesse zone per il quale Stilicone, generale romano, nel V secolo d.C. trovò i territori che ruotavano intorno a Roccagloriosa adatti ad una buona difesa. In breve si raggiunge la balconata di monte Capitinali (518 m), un importantissimo punto strategico che da sempre ha determinato gli sviluppi e gli scambi di Roccagloriosa. Di fatti, la zona più interessante, quella certamente meglio conservata con la presenza delle sue imponenti strutture funerarie a “camera”, è posta alle falde settentrionali dell’altura di monte Capitinali. Il comprensorio a nord dei Capitinali, probabilmente fungeva da punto di confluenza di piste, sentieri e tratturi che mettevano in comunicazione le zone costiere con le regioni periferiche interne del Vallo di Diano e dei corsi fluviali del Mingardo e del Bussento.

Poco a N del monte Capitinali si apre, appunto, un’area in cui sono riscontrabili tracce e testimonianze di una colonizzazione ellenica estesa sul luogo di un primo insediamento lucano. Qui le strutture tombali che oggi sono ancora ben evidenti, presentano particolari coperture a falde realizzate con monolitiche lastre in pietra calcarea, databili verso la fine del VI secolo a.C. e che ricordano, molto da vicino, quelle identiche strutture erette in Paestum. Oltre questo importantissimo luogo, che reca scolpiti nella pietra il ricordo di una memoria storica ultra-millenaria, la strada continua a proseguire verso settentrione sfiorando prima la località Vanzi, a ridosso di una boscosa dorsale in cui sono state rinvenute numerose tracce di ceramiche e terrecotte e, successivamente, situate poco al di sopra di un altro pianoro, un complesso di strutture con alcuni tratti di una cinta muraria. In località Carpineto (circa 3 km a settentrione del monte Capitinali) sono stati rinvenuti pezzi di ceramiche verniciate a testimonianza di un primo insediamento risalente all’età del ferro.

Concludiamo qui la nostra esplorazione di questo interessantissimo, poco frequentato e – forse – poco conosciuto, sito archeologico; un luogo che andrebbe sicuramente rivalutato offrendo agli appassionati di storia, geografia ed archeologia spunti per rendere fruibili questi territori interni messi, sempre più spesso, a margine delle più frequentate rotte del turismo convenzionale. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Etna (Sicilia), “Walking on the Moon”… sulle polverose piste di lava

Sicilia, pendici meridionali del più grande (e attivo) vulcano d’Europa, l’ETNA, siamo intorno ai 2000 metri d’altezza e, raggiunti una volta questo luogo, non si ha che da scegliere quale esplorazione del vulcano si desidera compiere. Si opta per i “Silvestri” e si può decidere se visitare il Cratere Superiore (con una salita ripida e scivolosa) oppure quello Inferiore, adatto a tutti. Entrambi si sono formati in seguito all’eruzione del 1892 che durò 173 giorni e percorse circa 7 chilometri. Parti integranti di un ambiente di straordinario valore paesaggistico e naturalistico, si tratta probabilmente dei crateri più noti (e frequentati) dell’Etna poiché essi si trovano nei pressi dell’area del Rifugio Sapienza e nelle vicinanze della Funivia dell’Etna.

Giungendo da una terra che ruota tutta intorno al vulcano più famoso al mondo, il Vesuvio, quella “Campania Felix” che ha ricevuto tanto dalle eruzioni e dai fiumi/fontane di lava e lapilli del “Sommo” non potevamo farci mancare una visita, anche se per una breve escursione, al fumaiolo gigante d’Europa per eccellenza: l’Etna, laggiù al centro del Mediterraneo. Il poco tempo a disposizione (mezza giornata) ci ha comunque permesso di conoscere l’immensità di questo vulcano e di esplorare alcuni suoi crateri “minori” sorti – durante il corso degli anni – lungo le sue pendici in seguito alle ripetute eruzioni che qui avvengono da sempre.

L’Etna è imponente, simile a una donna che ti affascina e, al tempo stesso, si infervora con un temperamento spesso irrequieto. Una esplorazione lungo le pendici dei crateri “Silvestri” (solidificatisi in seguito all’eruzione del 2001) consente di avvicinarsi a quello straordinario mondo che è il “fuoco della Terra”; un sentirsi immediatamente catapultati in un altro mondo, attraverso una inedita dimensione spazio/temporale. La natura del vulcano qui – ai crateri “Silvestri” – ha modellato montagne, creato valli, sprofondato in antiche voragini, offrendo panorami tali da mozzare il fiato per l’incredibilità dei paesaggi che riescono ad offrire, tali da farci sentire piccoli, minuscoli in un ambiente da sempre ostile all’uomo, inquietante, quasi da togliere il fiato!

L’Etna è sicuramente una formidabile e incredibile “macchina geologica” a cui la fantasia popolare ha, da sempre, accostato poteri e magie “soprannaturali” generando miti e leggende. L’immaginazione popolare, sempre impotente di fronte a fenomeni del genere che non riescono a comprendere, ha sempre accostato tali fenomeni a forze trascendentali e a poteri soprannaturali. Uno tra i primi miracoli attribuiti all’intervento di santi per osteggiare tali e violenti fenomeni naturali viene ricordato il 5 febbraio dell’anno 253 l’anno successivo al martirio di Agata a Catania. Avvenne che vedendo avanzare il fiume di lava verso la città etnea, gli abitanti stesero sul fronte della colata il velo che copriva il sepolcro di Sant’Agata; ciò divise la colata e la lava si fermò.

Dall’insolito titolo – la “salita della capra” – che identifica i “crateri Silvestri” gli scarponcini si immergono, arrancando lungo il pendio, in un terreno roccioso e completamente rosso (rocce laviche solidificatesi). Da qui è possibile compiere una breve salita ad anello, lunga appena 1 km, ma – credeteci – ne vale davvero la pena, soprattutto per i panorami che si riescono a godere. La non difficile salita, solo in apparenza erta e dura perché composta da roccia smossa, impone di salire a passo lento, piano e quasi fermi. Giunti finalmente sul ciglio del cratere, sin da subito offrono l’idea di ritrovarsi in un ambiente lunare; alle spalle l’Etna è potente, magico, uno dei luoghi più iconici della Sicilia nel mondo.

Salendo fin quassù (lungo la strada è ben visibile una casa parzialmente ricoperta dalla lava), ad eccezione delle poche costruzioni (rifugio, stazione della funivia e baracche comprendenti negozietti di souvenir e ristorazione) è un deserto che sembra molto accostarsi a un paesaggio irreale ove la vegetazione scompare fino a diventare quasi un panorama lunare circondati da niente altro che lava. Si può camminare per ore vedendo solo lava e crateri. La bellezza del posto è incredibilmente spettacolare; dal ciglio dei “crateri Silvestri” lo sguardo abbraccia tutta la costa orientale della Sicilia mentre, alle nostre spalle verso nord, il “gigante” (mai addormentato) Etna sbuffa col suo ciuffetto di fumi e vapori.

Contemplare l’immenso camminando semplicemente sul ciglio di un vulcano ha un qualcosa di veramente incredibile. Altra esperienza unica, da provare sicuramente, è quella di camminare all’interno di un cratere; e il Silvestri si presta bene a questa esperienza. Il luogo è decisamente suggestivo e ciò permette di entrare in stretto contatto con gli aspetti più crudi della natura; pareti rocciose con cromature che vanno dal grigio più cupo al rosso più brillante, i rari cuscini di erba (dal giallo più acceso al verde più intenso) che attecchiscono lungo le pareti interne alla caldera poi, donano quel tocco di vivacità che rendono meno aspro il paesaggio circostante. Camminare all’interno dei crateri offre delle sensazioni forti; anche tutto il contesto non è da meno, sembra quasi di essere su di un altro pianeta, sembra di essere su Marte.

Quella dei “crateri Silvestri” sono – a nostro modesto parere – la parte più suggestiva dell’Etna. Sarà la tipica e sparsa vegetazione “a chiazze”, che spunta dalle ruvide rocce, molto simili a licheni (un esperto in botanica saprebbe certo dire di quali piante si tratta) che ricopre i pendii dei crateri; sarà l’atmosfera, magica e irreale al tempo stesso, una sensazione un po’ fatata che si genera quando le nuvole di foschia cominciano ad abbassarsi e a ricoprire i crateri, sarà il luogo in sé, ma questa dei “crateri Silvestri” è – senz’altro – una delle zone più belle e suggestive del vulcano perché offre la possibilità e l’emozione di entrare e camminare all’interno di queste enormi caldere (la parte interna dei crateri) ormai non più attivi e con le pareti dalle diverse colorazioni; il panorama nelle giornate senza umidità e nuvole è spettacolare.    

I “Silvestri” sono splendidi crateri circolari perfettamente conservati e modellati nel tempo. Qui si avverte subito l’idea di che cosa sono le bocche dei vulcani; la vista, poi, è bella su tutte le colate circostanti. Quello più basso è accessibile in modo semplice dalla strada principale, per visitare quello superiore, invece, occorre compiere una salita a piedi su sabbia lavica, fine e scivolosa, per circa mezz’ora, ma poi la vista da lassù e il contesto naturale in cui ci si immerge, ripagano dello sforzo compiuto. I “nostri” crateri consentono di conoscere da vicino le asperità di un vulcano come l’Etna, così ricco di crateri come questi, da dove un tempo sgorgavano lapilli e fiumi di lava. Calarsi al loro interno, sfiorando con le mani la prepotenza della natura vulcanica, si avverte la forza e la bellezza di come “Gaia” è sempre in continua evoluzione. Anche nelle più calde e soleggiate estati salire quassù è doveroso proteggersi adeguatamente dal freddo, poiché ci si trova pur sempre in alta montagna ed inevitabilmente si è esposti ai forti venti che colpiscono questa zona della Sicilia. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Morigerati (Cilento, SA): un “Viaggio al centro della Terra” nella grotta del fiume Bussento

Morigerati, immerso in un paesaggio aspro e selvaggio, questo incantevole borgo nascosto tra verdeggianti colline ed alte montagne appare su uno sperone roccioso come un grappolo di tetti rossi raccolti intorno al campanile, facilmente riconoscibile a chilometri di distanza per le insolite forme che presenta. Il suo centro storico cattura l’attenzione per quel suo fascino antico, così misterioso e suggestivo, ove intrufolarsi tra i minuscoli e stretti vicoli baciati dai sottili raggi del sole, non è difficile cogliere e scoprire i “segni” di quella impercettibile ricchezza nascosta tra le mura di questo piccolo centro: le viuzze, i palazzi gentilizi, i portali decorati da fregi sui portoni, le minuscole cappelle, i caratteristici cortili risalenti al ‘700 e, dall’alto dei tetti, le torri “colombare”. Esso conserva, nel suo territorio, gli incantevoli spettacoli di una natura brulla e carsica che ancora preserva ambienti di rara bellezza come le gole del Bussento.

Mai nessun luogo come le Grotte del Bussento, in prossimità di Morigerati, rievocano adolescenziali avventure di matrice “verniana”. Come il famoso viaggio ideato dalle straordinarie intuizioni emotive e realizzato, con sapiente maestria scientifica e dovizia di particolari geologici, dalla “magica” penna dello scrittore francese Jules Verne eccoci partire, con questi presupposti, alla conoscenza di questo fantastico mondo ipogeico, fiore all’occhiello del paesaggio carsico che caratterizza il territorio comunale di Morigerati nelle estreme, e poco conosciute terre, del basso salernitano.

Siamo nel cuore del Cilento, ai suoi confini meridionali, nell’immediato entroterra alle spalle del Golfo di Policastro. Là dove una splendida natura caratterizzata dalla macchia mediterranea e bagnata dalle turchesi acque del Tirreno, cui dietro i bianchi arenili si aprono argentee distese ulivate ecco comparire, all’improvviso, paesaggi di straordinaria bellezza che si esprimono attraverso una natura aspra e selvaggia, ove la storia geologica del pianeta ha lasciato importanti tracce e testimonianze ricche di fascino, attraverso ambienti suggestivi e ancora così poco conosciuti.

Dalla piazza centrale di Morigerati (272 m) parte in leggera discesa verso W, attraversando declivi con uliveti a basso fusto, un tracciato viario che fin dall’antichità metteva in collegamento, per l’angusto paesaggio determinato dalla forra scavata dalle impetuose acque del fiume Bussento, il borgo con l’abitato di Sicilì. Questo percorso scende ripidamente portandosi verso il fondo del vallone ove si aprono le Gole di Morigerati, in un magico mondo caratterizzato dallo scrosciare delle cascate che sovrastano qualsiasi altro rumore presente. Intorno regna, solenne, una rigogliosa foresta evidenziata dalla lecceta che fa da cortina boscosa alle splendide vedute paesaggistiche della gola lungo il versante di Sicilì.

Quaggiù l’irreale silenzio viene lacerato dal canto delle cicale che ci accompagna per l’intera giornata mentre, al calare del sole dietro i profili montuosi della rupe di S. Michele i grilli, con il loro gracchiare, continuano questa meravigliosa sinfonia della natura insieme all’intenso fragore delle acque che scorrono poco sotto. Giunti sul fondo della forra, qui il percorso si biforca: proseguendo in avanti e volgendo verso destra si attraversa un ponte. Arrivati sulla sponda opposta vi sono, nascosti dalla fitta vegetazione, i ruderi del mulino Gallotta che fino a diversi anni fa, con una enorme ruota azionata dalle acque del rio Bussento, macinava graminacee e frumenti; oggi, di quella struttura, non restano altro che poche tracce individuabili dai pericolanti resti in muratura.

Proseguendo invece nell’altra direzione, giù in basso a sinistra, si perviene all’imboccatura della “Grotta del Bussento” da cui si accede, per mezzo di una stretta gradinata, attraverso un cunicolo scavato nella roccia alla cui fine, superati un traballante ponticello con i passamani in legno, raggiunti la parete opposta, altri scalini conducono a un ramo nascosto della cavità ipogea percorribile a piedi per non più di un centinaio di metri. Per visitare l’antro occorre essere muniti di una torcia elettrica e, preferibilmente, essere accompagnati da qualche guida locale che conosce bene il posto e sa dove “mettere” i piedi. Infatti, poco più avanti il cammino si apre su di una galleria principale i cui gradini scavati nella roccia, sfiorano le impetuose acque sotterranee che scorrono poco più in basso a sinistra; uno scivolone in questo punto potrebbe risultare abbastanza pericoloso!

Spettacoli di incomparabile bellezza catturano l’attenzione; qui i colori riflessi dall’acqua si infrangono sulle infinite rientranze delle pareti in roccia calcarea dalle molteplici tonalità cromatiche; un senso di vuoto si impadronisce di tutto lo spazio che ruota intorno. Le ombre si perdono verso il buio più profondo, nel cuore più oscuro della montagna, ove il più assoluto silenzio viene spesso turbato dallo stillicidio dell’acqua che proviene dal soffitto e dove si cela il tratto iniziale del corso fluviale bussentino che proprio qui, in questo punto, ritorna allo scoperto dopo un percorso sotterraneo di circa 6 km dopo essersi inabissato, più a monte, presso l’abitato di Caselle. Fuori dalla cavità ipogea l’ambiente è ricco di spunti paesaggistici con una rigogliosa vegetazione che va a sfiorare il pelo dell’acqua, e con numerose sorgenti e cascatelle che spuntano lungo le sponde, ora sabbiose oppure acciottolate.

Raggiunti il ponte ove sono presenti i ruderi del mulino, si continua a camminare risalendo i brevi tornanti formati dal sentiero che ora avanza lungo la sponda opposta della gola pervenendo, in pochi minuti, presso una masseria. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Caledonia Waterfall (Cipro): l’incanto della foresta attraverso il “Kalidonia Nature Trail”

Per chi ha avuto la fortuna di conoscere l’entroterra di Amalfi e i suoi valloni (dei Mulini e delle Ferriere) riuscirà facilmente a paragonare questa valle di Caledonia, nel cuore del geo-parco dei monti Troodos, (ΓΕΩΠΑΡΚΟ Ͳροόδους) sull’isola di Cipro con i più blasonati valloni della Costiera Amalfitana poiché offrono similitudini paesaggistiche di pregiato valore naturalistico e ambientale come le particolari infiorescenze, i corsi torrentizi, i salti d’acqua, i ponticelli e le passerelle in legno, le numerose cascatelle e la cascata finale che, a monte, chiude la valle.

Lungo la tortuosa strada che attraversa i monti Troodos l’’accesso nella valle del “Caledonia Falls Trail” è facilmente individuabile. Nei pressi di un allevamento di trote ha inizio (primo tratto in cemento) il sentiero che costeggia un torrente che compie diversi salti formando numerose cascate di diversa altezza. Il percorso, nella sua interezza, è agevolato da scale e ponticelli (se ne possono contare ben 8); solo in alcuni punti raggiunge una pendenza piuttosto notevole. Lungo il sentiero si trovano alcune targhe esplicative che informano sulla presenza delle specie floreali e sulla natura geologica del sito.

Tuttavia, se si è in cerca di un cambio di scena dalle solite immagini di atmosfere da spiaggia che si propongono per Cipro, allora questa valle vale davvero la pena conoscerla e scoprirla. Tutto il percorso è lungo circa 2.5 km (solo in andata) ma essendo totalmente avvolto dalla foresta e ombreggiato è – sicuramente – una bella esperienza per sfuggire alla canicola. É un bel percorso che attraversa una natura lussureggiante di tutto rispetto, una piacevole escursione che permette di poter stare in mezzo ad una molteplicità di elementi naturali come l’acqua, il verde dei boschi, il sottobosco e la fauna; come un ritrovarsi improvvisamente immersi in una natura suggestiva e rilassante fino alla cascata principale.

Compiere l’escursione attraverso la valle Kalidonia è, certamente, un’esperienza da fare. Con gran stupore non ci si aspetta un paesaggio così carico di meraviglie, non si riesce ad immaginare che un ambiente, così aspro e selvaggio, ma altrettanto così bello e ricco di diverse specie floro/faunistiche, possa contenere al suo interno piante monumentali, uccelli, farfalle, mammiferi, libellule, rettili; gli alberi e il ruscello ad ogni metro superato creano splendide cortine scenografiche di una natura al massimo del suo splendore. È un vero e proprio bosco colmo di sorprese (addirittura alberi da frutto come il corbezzolo), ambienti ideali che – come per incanto – lasciano immaginare la presenza di ninfe e folletti, praticamente uno dei sentieri più belli dell’isola.

Il sentiero passa su rocce (spesso scivolose!), attraversa fusti d’albero (autentiche colonne della foresta), supera intricati labirinti di radici basse e sporgenti, scavalca salti e pozze d’acqua e transita su ponticelli in legno fino a raggiungere la testa della vallata. A piedi, nel bosco in leggera salita che supera un dislivello di poco inferiore ai 450 metri, seguendo il sentiero ben definito che costeggia il ruscello, esso raggiunge in meno di 100 minuti il grande salto (appena 30 metri) della cascata; l’acqua cade in un laghetto sottostante, formato da una conca naturale e la sua temperatura, ovviamente, anche nelle più calde delle estati, riesce a mantenersi fredda.

Tutto sommato il “Kalidonia nature trail” altro non è che una bella e piacevole escursione, lontani dalla folla, attraverso una natura così altrettanto meravigliosa; certamente non è – come ci si immagina – uno spettacolo che possa impressionare da un punto di vista paesaggistico e ambientale, di questi ce ne sono di simili al mondo, ma è davvero un bel cambio di vista, un piacevole e immediato colpo di scena se si è stanchi delle proposte di svago offerte dal mare e dalle città. I sentieri sono rinfrescanti e offrono la possibilità di ritemprarsi soprattutto da un punto di vista fisico e mentale; ideale per una mezza giornata lontani dal caos… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ORTIGIA, l’antica Siracusa… da Archimede a Indiana Jones!

Chi ha visto l’ultimo (il 5°) capitolo del famoso archeologo, ideato da Spielberg e Lucas, resta piacevolmente sorpreso dall’ultima scena che vede il nostro precipitare – da una “finestra” spazio/temporale – proprio nel bel mezzo dell’assedio di Ortigia da parte dei Romani. La scelta della produzione di girare il finale nell’antico “cuore” di Siracusa non poteva essere omaggio più bello alla storia antica della Trinacria, al genio matematico di Archimede e alla tenacia e alla fantasia del personaggio di Indiana. Ortigia è uno dei più bei luoghi che si possano visitare in Sicilia, un borgo antichissimo proprio nel cuore di Siracusa, da cui ha avuto la stessa origine di città e in cui si sommano, strato su strato, millenni di storia della civiltà trinacria.

Siracusa, con la sua bellissima isola di Ortigia, che altro non è la splendida estensione della città verso il mare, è – sicuramente – uno dei posti più belli, incantevole e suggestivi in Sicilia. Ortigia è il centro storico di Siracusa, ma in realtà è un’isola unita alla terraferma per mezzo di due ponti. In esso esplode la massima concentrazione di epoche, di stili, di colori, di profumi, di essenze aromatiche che giungono dai fasti della Magna Grecia, passando per le testimonianze “federiciane”, fino all’esplosione del Barocco; tutto l’isolotto è ricchissimo di cose da vedere.

L’isolotto è davvero accogliente ed è facilmente percorribile a piedi. Attraversati il ponte Umbertino, in  breve si raggiunge la piazza che accoglie al suo interno i resti dell’Apollonion (il Tempio di Apollo) i cui basamenti, squadrati nel loro rigore geometrico, ancora risplendono del bianco calcare. Da qui si diramano numerose viuzze da percorrere tutte a piedi, piene di negozi e tanti locali dove sono possibili gustare le tipicità culinarie siciliane. Vicoli che si incrociano tra loro, che si succedono di cortile in portone, pieni di ristoranti, negozi del tipico artigianato locale; traverse e strettoie che alla fine sfociano su piazze e slarghi ove prospettano le splendide facciate di edifici storici.   

Il percorso da noi proposto continua seguendo in successione le strette vie Apollonion e Resalibera, nel cuore del quartiere arabo, laddove le strade tortuose lastricate da antichi basoli e le strette viuzze attutiscono (e distribuiscono) le violenti refole dei venti che giungono dal mare durante le burrasche e i luminosi raggi del sole che sferzano, dal ciglio di un terrazzino al davanzale di una finestra, andando a creare un alternarsi di ambienti – spesso bui – che generano una piacevole frescura e che si ravvivano, durante la giornata, da un susseguirsi di giochi di luci e di ombre.

Si raggiungono i Bastioni di Forte S. Giovannello. E qui già si avverte lo splendore di Ortigia perché è una città ricca di luce, dall’architettura espressa dai vari stili succedutesi nel tempo, lasciandosi trasportare dalle emozioni visive che non stancano mai di offrire spunti e riflessioni sulle epoche vissute dai suoi abitanti; qui non ci si stanca mai di passeggiare per le sue stradine; il cibo, ovunque ci si fermi, è squisito per cui vale la pena visitarla a piedi.

Dai Bastioni si estende una pittoresca promenade che ha, nel suo apice, la chiesa di San Filippo Neri che era, in origine, parte integrante dell’Oratorio di San Filippo Neri posto a sinistra dell’edificio. L’attuale Monastero di San Filippo Neri (già Palazzo Interlandi) si trova sulla destra della costruzione. Consacrata nel 1770, si presenta con una pianta ottagonale davvero bella, arricchita dai pavimenti in arenaria bianca intarsiati da lastre in basalto e da un disegno semplice e, al tempo stesso, raffinato. Al suo interno, nei suoi sotterranei, proprio sotto la chiesa c’è una fonte nella quale le donne andavano a purificarsi.

La storia di Ortigia è essenzialmente la storia di una isola-fortezza il cui problema dominante, diluito nel tempo, è sempre stato la difesa dal mare. La cartografia pervenuta e l’analisi delle tracce di mura ancora visibili, nonché i numerosi resti ancora oggi ben visibili, hanno permesso di ben definire quello che era il suo articolato sistema difensivo. Tutto il lungomare di Levante, anche se spesso battuto dal mare aperto e da venti sostenuti, conserva ancora buona parte degli avamposti militari: il bastione di S. Giovannello, la piattaforma Cannella (o di S. Domenico) e quella di S. Giacomo si ergono pressoché intatti. La parte terminale del lungomare di Levante viene animata ogni mattina dallo svolgersi del mercato della frutta e del pesce.

Dal Belvedere S. Giacomo (nelle adiacenze c’è il Museo del Papiro) attraverso la via della Maestranza, si sbuca in Piazza Archimede, un capolavoro di piazza con al centro la fontana di Artemide; un luogo, anche se piccolo, ma che consente di poter gustare le vivaci facciate di storici edifici che completano la meravigliosa prospettiva intorno alla piazza; qui l’atmosfera è stupenda, soprattutto la sera ove compare, in tutta la sua magnificenza, la Fontana di Diana. Essa incanta per la sua bellezza senza tempo.; l’acqua che, delicatamente, sgorga e la statua di Diana che si erge in tutta la sua grazia, sono un tributo all’arte e alla natura.

Proseguendo lungo Via Roma si raggiunge la balconata del Lungomare di Ortigia che s’affaccia a ridosso della spiaggia di Cala Rossa, una bellissima caletta spesso molto affollata in estate, ma che presenta un mare stupendo dagli splendidi e trasparenti fondali ricolmi di ciottoli. Dal Lungomare di Ortigia si continua per una passeggiata panoramica dalla quale si può ammirare lo splendido mare aperto che circonda la città. Tra gli edifici storici più interessanti che s’affacciano sul lungomare di Ortigia c’è la splendida facciata della chiesa dello Spirito Santo. Edificata durante la dominazione spagnola della Sicilia, attualmente è chiusa e non è visitabile. L’edificio, ritenuto sconsacrato (!) presenta sulla facciata numerose nicchie vuote, sembra che le statue ivi giacenti siano state – durante il tempo – asportate; la principale sensazione che si avverte è di un totale abbandono, ma resta comunque un luogo da vedere.

Dopo l’affaccio dedicato ad Enzo Majorca, lungo via Gaetano Abela si sfiorano le mura della Facoltà di Architettura dell’Università di Catania, fino a sbucare nelle adiacenze dell’edificio (zona militare) che ospita il Soggiorno Marino dell’Esercito. Da qui si supera il cancello che immette nella larga spianata del Castello; spostandosi lievemente verso sinistra si raggiunge lo spettacolare ponte che consente l’accesso (cancellata in ferro) al Castello Miniace. Il fossato consente di ammirare i bastioni esterni che sprofondano in mare e le postazioni dei cannoni; un posto molto suggestivo per effettuare le foto. Bellissima fortezza di stampo “federiciano” il castello, per la sua particolare posizione proteso sul mare e per la sua storia, risulta essere davvero affascinante. Belle le sue mura in bianco calcare con finestre a “sesto acuto” in puro stile medioevale. Esso si erge in tutta la sua magnificenza proprio all’estremità della punta dell’isolotto di Ortigia; da qui la vista sul mare è molto suggestiva, meravigliosa, quasi contemplativa e la veduta sull’orizzonte marino risulta essere davvero spettacolare, soprattutto durante il transito delle navi all’orizzonte.

Lasciamo il Castello Miniace e rientrando all’interno dell’isolotto si percorre la via del Castello Miniace. Qui si tocca con le mani l’essenza dell’isola di Ortigia, lasciando scivolare lo sguardo su alcuni scorci tra i più belli e incantevoli. Sembra quasi di attraversare un sogno a occhi aperti con le sue architetture barocche, gli slarghi, le piazze, i vicoli, gli antichi portali di palazzi nobiliari; un excursus emotivo che ci trascina attraverso un arco spazio/temporale in cui le suggestioni si sposano con l’eternità del luogo mentre gli spazi – anche un semplice altarino all’incrocio di due vicoli – sembrano proprio non lasciarci andare via.

Eccoci finalmente giunti nel luogo (forse) più spettacolare da un punto di vista leggendario di Ortigia: la Fonte Aretusa, laddove ancora aleggia il mito di Alfeo e Aretusa in uno specchio di acqua dolce che sgorga tra papiri, pesci di grosse dimensioni e anatre dai colori vivaci. Aretusa è una fontana unica al mondo, generata in un singolare punto ove l’acqua dolce sgorga proprio sul mare; la fonte è oggi ospitata all’interno di uno stagno delimitato da mura presso il lungomare di Ortigia. Uno dei pochi posti al mondo dove le piante di papiro crescono naturalmente che insieme alle oche, ai cigni, alle papere e ai pesci rossi, creano un’abbondanza di elementi, tra flora e fauna, che conferiscono un inedito fascino a questo luogo davvero molto singolare.

Dalla Fonte s’imbocca sulla destra via Pompeo Picherali su cui s’intersecano vicoli che si incrociano tra loro, pieni di accoglienti locali, negozi di artigianato tipico e su cui prospetta l’imponente facciata di Palazzo Migliaccio, splendido esempio di architettura rinascimentale siciliana caratterizzata dai portali d’ingresso di forma arcuata e finestre ad arco (alcune sono bifore), nonché dai bassorilievi e dalle merlature zigzagate in pietra lavica. Le meraviglie stilistico, decorative e architettoniche di questa palazzo ci accompagnano fino a sfociare nel cuore più autentico dell’isola: Piazza del Duomo che s’apre, poco alla volta, con una incredibile cortina di edifici storici molto belli.

Appena approdati in piazza, subito alla destra compare la facciata della chiesa di Santa Lucia alla Badia, autentico gioiello del barocco spagnolo presente in Sicilia; al suo interno c’è una copia della “sepoltura di Santa Lucia” del Caravaggio eseguita durante il suo soggiorno a Siracusa. L’architettura barocca della facciata si inquadra straordinariamente con le altre architetture monumentali che prospettano sulla principale piazza cittadina. Pochi passi ancora e sulla destra compare – in tutta la sua magnificenza – l’imponente facciata del Duomo di Siracusa, ufficialmente Cattedrale Metropolitana della Natività di Maria Santissima, che sorge in luogo di quello che fu il principale tempio dorico della polis di Syrakousai, dedicato ad Atena/Minerva. Di origini bizantine e poi normanne esso è un capolavoro architettonico del barocco siciliano del XVII secolo; ai lati della sua incredibile facciata, tutta in bianco calcare, compaiono – su piedistalli – le statue dei SS Apostoli Pietro e Paolo.

Superati l’edificio del comune, alla sinistra della Cattedrale, sul lato opposto si staglia il portale, che attira subito l’attenzione, del Palazzo Beneventano Del Bosco, in puro stile barocco e rococò, uno dei palazzi più belli della città, che con la sua imponente facciata e le sue decorazioni scenografiche sollecita lo sguardo a scorrere sulle linee prospettiche e i particolari stilistico/decorativi su cui si possono percepire i dettagli artistici presenti in ogni angolo del palazzo. Il suo interno è suddiviso da due cortili, un grande scalone centrale e una cappella gentilizia; ma ciò che colpisce subito lo sguardo è l’androne la cui articolata pavimentazione in acciottolato dai disegni geometrici in bianco e nero, risalta per gusto ed estetica.

Tra i vicoli lastricati in pietra bianca, come Via Saverio Landolina, s’affaccia la Chiesa del Collegio dei Gesuiti, dalla maestosa facciata in stile barocco, stretta in uno spazio angusto caratterizzato da vivaci locali e dai tipici ristorantini da strada. Il centro storico viene caratterizzato dall’intricato reticolo di vicoli e viuzze su cui s’affacciano varie trattorie, i numerosi caffè e le immancabili bancarelle di souvenir. Percorrendo via Cavour questa ci porta direttamente sul principale Corso Matteotti; ma è altrettanto bello poter anche uscire fuori dai percorsi stereotipati e offerti alla massa dei turisti, per immergersi alla scoperta di dettagli e di qualche altro inedito scorcio che – spesso – sfuggono ad una prima occhiata. Si sfocia, infine, nell’ampio catino di Piazza XXV luglio, ove è tutto un piacevole crogiolo di vivaci attività legate al turismo e al commercio.

Dalla Piazza, proseguendo lungo via Chindemi, si respira un’aria magica con vie e vicoli che si diramano tra bancarelle ambulanti e i tantissimi locali che offrono pietanze con le tipicità ittiche del luogo: il pescato appena issato dalle reti. In breve si è in vista del nuovo Ponte di Santa Lucia che supera l’isolotto della darsena; qui le barche dei pescatori ormeggiate fanno da cornice allo slargo (isolotto artificiale) da cui si erge – al di sopra di una platea in pietra bianca – la statua bronzea, molto stilizzata, di Archimede, omaggio di Siracusa al suo più illustre concittadino.

Il nostro “Ortigia urban-walk” termina qui, anche se – per mancanza di tempo – non siamo riusciti a scoprire ed apprezzare tutti gli altri angoli meno conosciuti dell’isola, soprattutto lungo i camminamenti prospicienti il mare. Siracusa presenta sicuramente altri gioielli d’arte, storia e archeologia, ma è camminare tra le bianche pietre dei vicoli di Ortigia, ripararsi all’ombra di androni dalla canicola estiva o dai venti che giungono dal mare, oppure scrutare insoliti particolari di un isolotto che si lascia ammirare in ogni sua piccola sfaccettatura; è questo il segreto di Ortigia, farti sentire come a casa tua…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

‘E BUTTEGLIE ‘E PUMMAROLA… quando sapori e tradizioni durano nel tempo. Un “viaggio” nel mondo dell’oro rosso italiano.

Fortuna vuole che Cristoforo Colombo riuscì a portare dalle Americhe quel frutto (un ortaggio) che ben presto è divenuto – durante il tempo – il vanto della cucina tradizionale italiana, soprattutto al Sud ove, disteso su un disco composto da farina e acqua (la pizza), oppure fatto ribollire per ore a fuoco lento in una pentola che genera un profumo invidiato in tutto il mondo; stiamo parlando, ovviamente, dell’oro rosso italiano: il pomodoro. Nelle parole che seguono però, cercherò, con parole semplici e immediate, soprattutto anche in base ai ricordi che ho avuto la fortuna di vivere fin dall’infanzia, di condurvi a fare un viaggio nella tradizione riguardo la sua “preparazione” realizzata della salsa fatta in casa (nelle corti, nei sottoscala, negli androni, sotto i porticati, sui terrazzi, ovvero… ‘e butteglie ‘e pummarola vullute (le bottiglie di pomodoro bollite). Una operazione, questa, spesso eseguita da tutta la famiglia (nonni e nipoti compresi) riunitasi per l’occasione, che vede coinvolti grandi e piccini e segue regole precise con ritmi scanditi dal rincorrersi delle operazioni che si susseguono durante le fasi di tutta la lavorazione, dalla scelta dei pomodori allo svuotamento del bidone.

La “passata di pomodoro” o i pomodori fatti in casa, altro non è che un antico rituale ben radicato nella cultura qui al Sud e, spesso, funge anche da collante sociale ove si riuniscono due o anche più famiglie; questo per preparare la passata insieme. Le bottiglie, poi, vengono distribuite un po’ a tutti. Questa “Festa dell’Oro Rosso” come un rituale in cui ognuno è protagonista assoluto ricoprendo un ruolo e svolgendo un compito ben preciso, si organizza dalla metà di agosto fino a tutto settembre in un tempo che resta sospeso, per due o tre giorni. Il pomodoro fatto in casa è un classico della tradizione culinaria meridionale che, puntualmente, coinvolge intere famiglie. Ecco allora che girovagando per le strade, vagare tra i vicoli dei quartieri – soprattutto nell’hinterland della Campania – sale lentamente quell’intenso odore del pomodoro tramutato in sugo e pronto per il ragù, come un piacevole ribollire che cuoce lentamente nel pentolone, fino ad incontrare il profumo del basilico. Il rito della salsa fatta in casa, è tutto un rinnovarsi di creatività che si alterna ad un’attenta manualità, tra incredibili rumori di pentolame, mestoli, passini e il tintinnio delle bottiglie e dei barattoli di vetro.

Un lavoro, questo, che spesso ha inizio quando è ancora notte, poco prima dell’alba del giorno fissato; ogni membro della famiglia comincia ad assumere un compito ben preciso occupando una postazione all’interno dello spazio rituale, azioni che coinvolgono grandi e piccini. Ogni operazione ha una funzione ben precisa e tutti i partecipanti sono – al tempo stesso – attori e spettatori dello “spazio sacrale” di una tradizione che si rinnova nel tempo. Un modo non solo per assicurarsi la preziosa passata per tutto l’anno, ma anche per mantenere viva quella socialità tra i membri della famiglia e tra i generosi vicini che – spesso – aiutano nelle operazioni; un rituale lungo e faticoso, un modo per stare tutti insieme, una filosofia che si traduce in un cerimoniale coinvolgente che annovera familiari, amici e parenti. Ci fu un tempo in cui le anziane donne “proibivano” alle ragazze e alle donne interessate dal ciclo mestruale, di partecipare a tutto il lavoro perchè dicevano che questa “condizione” comprometteva la buona riuscita delle bottiglie di pomodoro. Oggi, purtroppo, questo rituale rischia di scomparire per tanti motivi, primo fra tutti le famiglie che tendono ad essere sempre meno numerose ed unite rispetto al passato.

Per chi non ha mai assistito a questo ciclo produttivo può sembrare un semplice lavoro fatto in casa, ma la passata di pomodoro preparata con le proprie mani ha un significato molto simbolico, quasi ancestrale, che va oltre il prodotto finale. Nella cultura meridionale si tratta di lasciare un ricordo per la fredda stagione, di quando le giornate sono molto corte e fa buio presto, un bene di prima necessità – almeno qui al Sud – che profuma d’estate e riporta indietro i pensieri, ai mesi più caldi. Prima, forse fino a qualche decennio fa, era un bisogno per le famiglie contadine, oggi – oltre alla necessità – è diventato anche un “gustoso” piacere; come il piacere di ritrovarsi, di passare insieme ore. Come dicevo, ognuno ricopre un ruolo ben preciso all’interno della “catena di produzione”; i più grandi gestiscono il fuoco (sotto i fusti) e le cotture, i giovani solitamente vengono impiegati nei tagli e nel passaggio dei pomodori al passa-verdure, i più piccoli invece sono addetti al lavaggio: il tutto, oltre ad essere visto come un lavoro, viene vissuto anche come una festa.

Ma come avviene questo singolare ciclo produttivo del pomodoro fatto in casa? Prima di partire, occorre però essere in possesso delle attrezzature specifiche al riguardo che, nell’ordine, sono: un fusto (di quelli per i carburanti, o bidone); un fornellone o legname quanto basta; un tripode (o trespolo); vari pentoloni o casseruole; macchina per tappare le bottiglie; concole in plastica o tinozze in alluminio; mestoli di varia grandezza; imbuti di vario spessore; scolapasta; passaverdure (molto usato quello elettrico ricavato dal motore di una lavatrice); bottiglie di birra o barattoli di passate vuote; tappi in alluminio o in sughero (con spago); coperte; sacchi di juta o canovacci.

Mentre gli ingredienti, dalla materia prima (i pomodori) fino alle fasi evolutive per ottenere il prezioso sugo, sono: i “pomodori” (20 chili o 4 casse di pomodori del tipo “San Marzano” tra i più pregiati) che devono essere maturi al punto giusto, controllando che siano sodi al tatto, profumati e, preferibilmente, senza nessuna ammaccatura in superficie; segue un accurato lavaggio dei pomodori preferibilmente sotto l’acqua corrente; succede un’attenta selezione per scartare le parti marce; dopo la cernita i pomodori possono essere tagliati in quattro parti (losanghe bislunghe), le “pacche” e svuotati delle parti interne (i semi). Le parti così tagliate e lavate vanno poi inserite nella macina per essere tritate e da cui si ricava il “primo” sugo; secondo i canoni di un’antica economia domestica, ogni cosa può essere riusata fino al suo esaurimento; e così avviene anche per le polpe (le pellicine) della cosiddetta 1a passata a cui può seguire fino ad una 4a passata per ottenere quanto più sugo dalla spremitura delle stesse.

Il sugo così ottenuto viene poi inserito nei contenitori in vetro (bottiglie o barattoli) ove, diverse abitudini locali o scuole di pensiero culinario, inseriscono qualche losalga fino all’orlo chiudendolo/tappandolo col basilico a foglia larga (qb) ed un pizzico di sale fino (ma anche il “doppio” può andare); segue la chiusura coi tappi d’alluminio o quelli in sughero con spago; ancora un accurato lavaggio delle bottiglie ripiene e si passa alla successiva fase del riempimento del “bidone” (il fusto). Questo va riempito nel fondo dai sacchi di juta o da stracci; poi vengono riposte accuratamente e adagiate le bottiglie coricandole in posizione orizzontale così fino all’orlo sommitale riempiendo, alla fine, il tutto con l’acqua. Qui, infine, si accende il fuoco e comincia la fase finale del rito, quello della cottura, durante il quale l’atmosfera profuma di incontro, di risate e di amicizie. Il tempo necessario per la cottura occorre per creare il sottovuoto; ultimo e fondamentale passaggio per garantirne la lunga conservazione; 24 ore dopo, le bottiglie saranno pronte per essere riposte in un luogo fresco e asciutto.

Provate, infine, a passare verso l’ora di pranzo in alcuni vicoli del “quartieri” di Napoli, spronate il senso dell’olfatto fino alla sua estrema espansione, potreste cogliere l’essenza di un profumatissimo sugo al ragù che – inebriandovi fino all’estremo stordire – scatenerà in voi una piacevolissima provocazione, mista ad una forte eccitazione (sia fisica che mentale) tale da farvi esclamare volgendo lo sguardo all’insù: “signò ‘o mettite n’atu piatte a tavula cu duje maccarune che abballano ind ‘o sugo? M’arraccumanne, nun ve scurdate ‘o furmaggio!” (Signora lo mettete un altro piatto a tavola, con due maccheroni intrisi nel sugo? Mi raccomando, non dimenticatevi il formaggio!) (testi ©Andrea Perciato; photo tratte dalla rete)