CILENTO… e il suo ambiente tra passi, valichi, percorsi di fede, boschi, macchia e uliveti secolari

I monti del Cilento hanno – da sempre – avuto un ruolo unico, sia nel territorio che nel vissuto storico: luoghi di lavoro duro, paziente e a volte avaro; riparo dalle incursioni; ricovero per gli armenti; sicuro nascondiglio per i briganti. Queste montagne sono “parte viva” nell’animo delle genti cilentane ove i pastori ne sono i “padroni” ed esplicano, attraverso particolari rituali identificabili nel linguaggio, nella gestualità e nella musica, quella accanita devozione per le immagini sacre da cui l’erezione di cappelle e Santuari.

Oggi la presenza di nuove strade di comunicazione ha ulteriormente isolato l’antico sistema viario, tortuoso e impraticabile, che un tempo era articolato intorno agli altipiani o nelle vallate e che mettevano in collegamento passi e valichi d’importanza strategica, oppure evidenziavano una straordinaria varietà di scorci paesistici sia verso la costa che verso l’interno (Vallo del Diano). Alcuni di questi, come il Passo della Sentinella (956 m) o la Sella del Corticato (1026 m) testimoniano, ancora oggi, come il sistema degli accessi in questo territorio montuoso fu governato con estrema prudenza fin dall’antichità. Questo isolamento favorì, molto spesso, quegli insediamenti religiosi che si richiamavano non solo ai Santuari rupestri e a quei Conventi e Monasteri sparsi tra le colline e le vallate, ma anche a piccole chiese arroccate su inaccessibili e tortuose creste montuose.

E’ la storia di un territorio, questa del Cilento, in cui i profili montuosi e i pellegrinaggi che si svolgono lungo i loro pendii sono il filo conduttore di uno stesso sistema nato senza precisi confini. In primavera, l’immagine “santa” va sulla montagna per “vegliare” sui luoghi di lavoro dei fondovalle; mentre in autunno si torna al piano per consolidare i forti legami esistenti tra Santo e fedeli. Il rito continua con i pastori transumanti, i quali non solo compiono lo stesso percorso ma vivono un identico rapporto con il territorio, difficile e impervio, ove il “ruolo” della montagna assume molteplici aspetti di “carattere sacrale” e, molto spesso, “penitenziale”. Si avverte, in queste zone, come ancora oggi la giornata sia regolata misurandosi con gli eventi presenti in natura: il sole, le lune, le stagioni; di come questo paesaggio e la sua gente siano ancora rimasti così austeri e fieri, senza mai alterare le loro abitudini e con quel forte attaccamento a questa estrema zona sud della Campania. Questa regione conserva ancora immagini segrete e misteriose, mentre lungo i litorali della vicina costa il paesaggio, pur cambiando, si accresce di nuove e diverse suggestioni: pareti a strapiombo, scogliere rocciose e spiagge bianche contro cui s’infrangono le profumate onde di un mare così incredibilmente azzurro.

Fra le tante caratteristiche che presenta il Parco Nazionale del Cilento-Vallo del Diano, vi è quella della massiccia presenza della pianta d’olivo. L’ulivoCilentano” (o “Pisciottano”) produce una squisita qualità olearia che viene degustata sulle tavole di tutto il mondo. Per quanto riguarda la flora, si è riusciti ad individuare almeno tre fasce di vegetazione predominanti: la “mediterranea”, caratterizzata dal leccio, fillirea e olivo; la “vegetazione d’altura” formata essenzialmente dal faggio con qualche presenza del tasso, della betulla e dell’abete frammisti a cespugli di agrifoglio; mentre più in basso, la “vegetazione collinare” presenta i castagneti che, coprendo i versanti nordorientali, si alternano ai boschi in cui predominano querce, aceri, cerri, ornielli, carpini, ontani, lecci e sorbi. Più in basso, nelle vicinanze della costa, si alterna una vegetazione che va dalla macchia arida e aromatica con agavi, cisti, corbezzoli, ginestre, lentischi, mirti e pini, agli estesi uliveti con frequenti presenze del carrubo, su cui spicca per tutti la rarissima “Primula Palinuri”. In alto, nel cielo, non è raro veder volteggiare grandi esemplari di picchio nero, poiane, corvi e gracchi. (testi & foto ©Andrea Perciato)

CILENTO (terra da raccontare, terra da camminare): prime impressioni dei viaggiatori

(storie di emozioni, di genti, di luoghi, di tradizioni…)

In una Terra dove il senso del camminare si integra con un “vissuto” dalle arcaiche tradizioni… Là dove gli spazi assumono dimensioni senza confini mentre il tempo, come per incanto, sembra essersi fermato per l’eternità…!

Per lunghi secoli, la sicurezza del Cilento è venuta proprio dal suo interno; monti e catene a fare da baluardo, strade quasi inesistenti, fiumi a regime torrentizio. Goethe, che amava misurarsi con l’ignoto, quando giunse per la seconda volta a Paestum, nel 1787 affermò che “nulla di più” lo attirava nel meridione dopo aver visitato la pianura pestana e i monti che coronano il suo circostante territorio. Renàn invece, nel 1850 considerò Salerno l’ultimo “confine della civiltà verso il Sud” perché al di là di Faiano (Pontecagnano) tutto era palude e pericolo. Il Lenormant, infine, che fu un insigne archeologo francese ed un accanito viaggiatore, sul finire del secolo XIX (1883) intraprese un lungo viaggio che lo portò ad attraversare le contrade, i paesi, i monti, i fiumi e le vallate di quell’immenso e disarticolato territorio che, partendo dalla piana del Sele ed estendendosi fino a Sapri, nel golfo di Policastro, prende il nome di “CILENTO”.

Attraversare queste zone poste all’estremo meridione della regione Campania, oggi come allora, è una continua emozione che va esaltandosi con un alternarsi di stati d’animo, momenti in cui s’intrecciano stupori e meraviglie nel continuo incanto e nelle suggestioni offerte da quegli isolati borghi montani che emergono tra i profumi e i colori di questa meravigliosa natura mediterranea. Le impronte lasciate lungo piste e sentieri di questa terre portano a scoprire tutte quelle meravigliose bellezze che riesce ad offrire il PARCO NAZIONALE del CILENTO-VALLO DIANO, territori in cui spiccano le catene montuose degli Alburni, del Cervati, del Sacro-Gelbision e del Bulgheria fino a giungere lungo quei tratti di costa ancora cos’ incredibilmente intatti come l’incantevole Baia di Punta degli Infreschi.

Il Cilento, l’antico “CIS-ALENTUM” (al di qua del fiume Alento) dei Romani, fu in origine abitato dalle popolazioni lucane dell’interno. Fin dall’antichità gli insediamenti abitativi (di piccole dimensioni) dislocati nel territorio erano arroccati intorno ai rilievi montuosi, mentre lungo i litorali costieri, bassi e sabbiosi, sorsero antiche città come YELE/ELEA (Velia) e BUXENTIUM (Policastro-Bussento). Insediamenti, questi ultimi, che determinarono fin da allora, quelle principali arterie d’accesso che, sviluppatesi dal mare verso l’interno (l’antica Via del Sale, la Via del Grano, la storica Via del Ferro) ricordavano, a quei primi coloni ellenici giunti in queste zone, quelle forme montuose e collinari della loro patria lontana: la Grecia.

Il Cilento ha condizionato – nel corso dei secoli – lo sviluppo geografico in cui sorgono gli abitati delle zone più interne, caratterizzate dalle risorse tipiche della montagna (boschi e pascoli) le quali hanno influenzato, non poco, l’ubicazione degli insediamenti. Ed è in questo pittoresco quadro paesistico che si sviluppano i borghi, o su uno sperone soleggiato, oppure su un elevato pianoro le cui vie d’accesso ai monti sono costellate dalla presenza di boschi e foreste. Questi paesi conservano, ancora oggi (tranne alcune rare eccezioni), quelle dimensioni corrispondenti alla loro massima espansione verificatasi, probabilmente, verso la fine dell’800 e, comunque, prima che iniziassero quei grossi flussi migratori tipici di questi desolati territori; modeste estensioni urbanistiche che vengono compensate dalla bellezza di antichi ambienti in cui si sono conservate e mantenute quelle condizioni di semplicità e genuinità del vivere quotidiano. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

RIGA, Lettonia (LATVIJA)… la capitale dei due Soli!

Mai visto uno spettacolo della natura così bello e suggestivo come quello di scorgere – dallo stesso punto – il sorgere del Sole ed il suo tramonto oltre l’orizzonte. Paesi Baltici, RIGA… la capitale della Lettonia, un dedalo di vie lastricate ed ampie piazze, tetti (rossi) spioventi, campanili acuminati, edifici dalle superbe architetture; tutto ciò fa di questa grande città un favorevole e particolare punto strategico territoriale per l’intera Europa. Fin dall’antichità qui convergevano le più importanti vie commerciali di terra e le rotte marittime sul Baltico. Riga, che per decenni ha subito l’influenza dell’imperialismo sovietico, ha – nel dna della propria popolazione – matrici teutoniche che affondando le proprie origini nella vicina Germania.

Terra più volte ambita fra tedeschi e russi a cominciare dai principi del XX secolo, ha visto ripetutamente l’alternarsi di regimi totalitari subendo stragi e deportazioni. Finita sotto l’influenza Russa diviene una Repubblica Socialista Sovietica. Ma è soltanto dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica che Riga, e l’intera Lettonia, riconquistano nuovamente un ruolo da protagonisti in Europa. Il bellissimo itinerario a piedi ci conduce nel cuore della città vecchia (Vecrijga) per farci conoscere le sue bellezze ed apprezzarne fino in fondo le sue peculiarità di arte, storia e cultura. Si parte dal Ponte Akmens sul Daugava, importante fume che sfocia nel vicino Baltico. Una piazza caratterizzata dall’imponente statua della “libertà” (scultura marmorea raffigurante tre personaggi di sicura matrice sovietica, ma che simboleggia l’identità lettone) s’apre con la bellissima facciata dell’Hotel De Rome.

Tuffandosi nella vivacità dei colori delle facciate degli edifici storici, si giunge nei pressi della gigantesca mole della chiesa – tutta in mattoni rossi – dedita al culto di San Pietro. Qui le sorprese non mancano e in poche decine di metri volgendosi intorno troviamo, il vicoletto che immette attraverso un tipico portone che per decenni ha determinato il confine (ingresso) del ghetto ebraico; ai marigini dei marciapiedi, tutti rigorosamente basolati, si trovano le originali e vivaci bancarelle che vendono, in bella mostra, gli oggetti tipici dell’artigianato locale, dalle bambole in tessuto alle collane e monili forgiate con l’ambra. Qui un curioso gruppo scultoreo dalle figure zoomorfe sovrapposte, rappresenta i “Musicanti di Brema” la famosissima fiaba di matrice tedesca, una simpatica statua in bronzo donata dalla città tedesca a Riga unite in gemellaggio a stringere ulteriormente i rapporti di amicizia (commerciali e religiosi) tra le due città che dura dal XII secolo.

Il percorso sfocia in una grande piazza ove tipici locali, bistrot e pub sono il punto di ritrovo per tutti coloro che amano trascorrere un pò di tempo a bere e chiacchierare; intorno numerosi artisti di strada tra cui alcuni molto giovani. Il labirintico percorso ci conduce nella grande spianata della piazza su cui s’affacciano la mole del Rigas Dome, il duomo; al centro della spianata basolata, un disco bronzeo ci ricorda che stiamo calpestando un luogo sotto tutela Unesco e Patrimonio Mondiale dell’umanità. Appena un paio di case dietro la piazza, lungo la stradina Mazapils iela, si stagliano – quelle che vengono conosciute come – le bellissime facciate di uno dei più suggestivi complessi architettonici dell’antica Riga: i “Tre Fratelli” tre abitazioni corrispondenti ai numeri civici 17, 19 e 21 tra le più antiche residenze della città, conosciute per le loro strutture a “graticcio”.

Il percorso continua a perdersi nella bellezza di case storiche, nelle ombre di palazzi monumentali che profumano d’antico e nello splendore delle prime luci che caratterizzano bar e ristoranti e che preannunciano l’avviarsi al tramonto che può essere goduto proprio dal punto di partenza, e cioè dal ponte sul fiume/canale della Daugava da cui, affacciandosi dalla balaustra, si ammira uno scenario davvero unico: il sole che scivola e irradia il suo ultimo raggio nel cielo prima di scomparire oltre l’orizzonte… e sono appena le 22,15 di sera, ora locale!!! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

QUIRAING, (Skye island, Scozia): la “montagna di fuoco” per la Luna che cadde sulla Terra

“IF I COULD I WOULD COME AND LIVE HERE FOREVER…!” Siamo sull’isola di Skye, nelle Highlands scozzesi e il lontano suono di una cornamusa ci accoglie al valico del Quiraing. Un attempato signore (con meraviglia si scopre che è di origini tedesche ma, come noi, con la Scozia nel cuore) celebra la struggente bellezza di questi luoghi intonando le note di “The Brave” e l’atmosfera diventa subito… magia! Dopo lo stupore per essere stati accolti, una volta raggiunti la base di partenza per l’escursione al QUIRAING, dal suono di questa cornamusa che esegue le note dell’inno scozzese, ci avviamo a percorrere il sentiero che ci porta alla conoscenza di questa incredibile, fantastica e “misteriosa” balconata montuosa che sembra essere proprio un paesaggio lunare piombato quaggiù, sulla Terra.”

Siamo sulla cresta di Trotternish, un gigantesco massiccio che si eleva come un gradino nascondendo pianori e picchi rocciosi. Questo è il Quiraing (“cuith raing“), che starebbe a significare un “recinto a colonne“, ma il nome non rende giustizia a questa straordinaria platea rocciosa composta da blocchi, guglie e pinnacoli. I percorsi sono un po’ impegnativi, difficili in alcuni punti e se c’è nebbia (bassa visibilità) o vento forte è sconsigliato percorrere il sentiero principale che ha inizio dal valico per un ripido tornante che guadagna il crinale con le rocce del Quiraing ben visibili davanti a destra. Il sentiero accidentato, ruvido sotto i piedi con pendii erbosi che si alternano a gradoni rocciosi dalle forti inclinazioni, passa a sinistra di un cuneo in pietra con dirupi rocciosi, da un lato, ed erba dall’altra.

Si cammina seguendo la base di una linea di falesie per 800 metri circa fino a raggiungere il cuore dell’area. Guardando metri in avanti è possibile vedere un ammasso di roccia distaccatosi dal fronte della falesia (che i locali chiamano “la Prigione“), al cui apice s’impenna l’Ago, un pinnacolo alto 36 metri. Subito dopo questo groviglio pietroso composto da guglie e pinnacoli, e mantenendosi sempre con le pareti rocciose a sinistra, si giunge presso una recinzione; qui è possibile superare la recinzione e continuare lungo la base delle falesie; da questo punto molti sono gli escursionisti che ritornano lungo lo stesso percorso. Per completare il circuito è possibile continuare per il sentiero che scorre sul lato sinistro e un ripido pendio erboso a destra per altri 800 metri.

Il percorso sale fino a un muro in pietra (una vecchia diga di contenimento); si attraversa il muro composto da blocchi di pietre a secco e compare un’altra piccola valle (chiamata dai locali “la Tavola“); tracce ben visibili intorno lasciano facilmente intuire che qui era il sicuro rifugio per le popolazioni locali e il loro bestiame che, nascondendosi, si sottraevano alla vista dei pirati (principalmente vichinghi e danesi) che giungevano dal mare per depredare questi territori. Superati l’avvallamento, si continua a camminare lungo ripidi ghiaioni mentre il sentiero diventa piuttosto fangoso. Volgendo sempre a sinistra il sentiero si arrampica fino ad incontrare un’altra rete metallica (semplice da attraversare); e qui è proprio il punto intermedio del circuito.

Girando a sinistra si procede verso l’alto, camminando in quota, molto vicino al bordo della falesia da cui si possono ammirare ampie vedute panoramiche che invitano a sostare per fotografare: verso est si scorge il villaggio di Staffin, più in basso, intervallate da lingue di mare che sembrano incorniciare il paesaggio, si stagliano le isole di Raasay, Rona e più oltre le colline di Torridon sulla terraferma. Proseguendo lungo il crinale del Quiraing, verso sud a sinistra, il sentiero può essere a volte bagnato e fangoso. Con i suoi affascinanti strapiombi e i pinnacoli di roccia, l’altopiano del Quirang è il paradiso degli escursionisti ma anche dei fotografi: si presta ad avventurosi trekking e a scatti da sogno. Il luogo offre alcuni tra i più bei paesaggi dell’isola di Skye, e per conquistarli l’escursione non è delle più agevoli, ma la vista che si gode dalla sommità ripaga, sicuramente, di ogni fatica.

Quando si arriva al vertice (540 m), con un vento che soffia così forte tale da rendere difficile il precario equilibrio di ognuno e dopo una foto ricordo in cresta, da quassù è possibile godere dello spettacolare paesaggio del Tavolo, un pianoro circondato da formazioni rocciose; In questo posto, per molti secoli gli abitanti del luogo nascondevano i greggi di pecore e il bestiame (le singolari mucche dal pelo lungo rossiccio) da pascolo alla vista degli invasori, poiché l’altopiano e ben nascosto e non è visibile dal basso. Da qui, continuando a camminare in discesa, la traccia del sentiero principale scorre per un ripido pendio erboso fino a ricondurre nuovamente al valico, punto di partenza di questa bellissima escursione. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

MØN KLINT (Danimarca)… infiniti orizzonti tra bianche scogliere e un mare turchese

Un’avventura nel tempo e nello spazio… una lunga storia che dura da oltre 80 milioni di anni. Un’isola la cui altezza supera appena i 145 metri (tra i punti più elevati dell’intera Danimarca) e che raccoglie in se tutta una serie di sorprese naturalistico-ambientali che si rincorrono lungo tutti i possibili orizzonti che riescono ad offrire le coste e le sue particolari scogliere… Siamo a Mǿn un’isola che profuma di mare, offrendo un pescato davvero di prim’ordine tra gamberi del Baltico e salmoni del mare del nord; al suo interno, invece, l’isola offre autentiche oasi naturalistiche che si alternano tra copiose macchie boschive (faggio, betulla, felci e altre…), radure erbose tra specchi d’acqua dolce circondati dal canneto, ad immense distese di campi coltivati a foraggio, patate, barbabietole e zootecnia affiancata agli allevamenti e ai pascoli; su tutto primeggia l’intenso giallo dei fiori della “colza” che qui, più che altrove, se ne raccoglie in abbondanza. Ma l’aspetto più caratteristico che presenta l’isola, sono le sue bianche scogliere di Mǿns Klint, formazioni di gesso che sprofondano nell’azzurro del mar Baltico.

La loro superficie è ricoperta di fossili risalenti all’ultima glaciazione, di quando queste ripide coste erano un tutt’uno con le scogliere di Rügen sulla sponda opposta in Germania. Scendere ai piedi della scogliera è un’avventura superabile dopo aver percorso 500 gradini di una passerella in legno che porta a toccare il mare sconfinato attraverso un caleidoscopio cromatismo che raccoglie gli intensi colori che vanno dal verde al turchese; un meraviglioso scenario in cui perdersi è piacevolmente bello. Le Mǿns Klint sono anche conosciute come la “Meraviglia del Baltico”: uno strapiombo in gesso bianco che precipita in modo violento nelle acque dalle mutevoli tonalità che vanno dal giada al turchese, al cobalto e smeraldo. Dalle sue scogliere è possibile avvistare il falco pellegrino che volteggia sospinto dai venti, trovare fossili tra le pareti in gesso oppure l’ambra lungo la ciottolosa spiaggia. L’avventura alla scoperta delle meraviglie naturali offerte dall’isola di Mǿn non pone limiti di spazio e di tempo; qui il lento ritmo dei passi è una prerogativa, senza correre, lasciandosi trasportare intensamente… da tutte le possibili emozioni! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Tallinn (Estonia): come d’incanto… tra fiabe e leggende!

Siamo tra la fine dell’XI secolo ed a largo delle coste del mar Baltico solcava la prua di una nave con a bordo il geografo viaggiatore arabo tale Al-Idrisi che, fissando la costa estone, a quel punto geografico dinanzi ai suoi occhi diede il nome di Kolyvan (città di Kalev, epico eroe finlandese) che, a capo degli antichi Esti eressero il primo nucleo di Tallinn (“Città danese“). Il nucleo antico da cui si erge l’altura della città vecchia (Toompea) custodisce la tomba di Kalev eretta con enormi massi dalla sua amata vedova Linda. Ogni anno, in corrispondenza del 31 dicembre, Jarvevan, lo spirito che abita gli abissi del vicino lago Ulemiste (sorta di Nessye baltica) esce dal suo rifugio acquatico e penetra attraverso le vie di Tallinn. E puntualmente, ogni anno, rivolge alla popolazione sempre la stessa domanda: “Avete finito di costruire la Città?” e la risposta è sempre la stessa: “Non ancora!“. Se ascoltasse una diversa risposta, questo spirito libererebbe le acque lacustri sommergendo le strade e i palazzi dell’intera città. Altro aspetto significativo di questa terra e la sua gente, sono l’interpretazione dei colori della propria bandiera. Il significato dei colori della bandiera estone indicano: il “bianco”, come la pelle del contadino, che lavora la terra “nera”, sotto il cielo intriso d’azzurro”.

Attraversare il centro antico di Tallinn ci porta alla scoperta e alla conoscenza delle innumerevoli fasi (e periodi) storiche che si sono succedute nel tempo e che hanno forgiato la matrice medioevale della città. Muovendoci da nord attraversiamo l’antica porta settentrionale del borgo, caratterizzata dalla possente Torre, denominata Margherita la Grassa, qui fatta erigere per proteggere la città dagli attacchi dal mare. La pavimentazione delle vie principali in basoli ci restituisce un ambiente urbanistico-architettonico praticamente rimasto intatto da secoli; abitazioni dalle policrome facciate si ergono ai lati delle strade coi tetti spioventi protesi verso il cielo. Si sfiora l’abside della chiesa di Sant’Olav la cui enorme guglia è stata per secoli l’edificio più alto del mondo, utile come segnale per l’avvicinamento delle navi. La cortina di case e palazzi gentilizi, abbellite da gotici e austeri portali in pietra finemente decorati, si alterna ad edifici molto più giovani in cui emerge lo stile dell’Art Nouveau. Superati la chiesa ortodossa di San Nicola e il Monastero dei Domenicani una traversa conduce nella bellissima Raekoja Plats, antica sede del mercato medioevale su cui prospettano alcuni dei più belli e significativi edifici della città vecchia; al suo centro, su di una pietra circolare levigata, sono scolpiti i punti cardinali; qui prospetta anche l’unico Municipio di matrice gotica e meglio conservato del nord Europa.

Inoltrandosi ora per le viuzze lastricate in leggera pendenza si varca l’antico ingresso occidentale della città attraverso la cinta muraria; qui una salita, da cui svetta in alto a destra l’ambasciata della Finlandia, già lascia scorgere da lontano le splendide guglie “a cipolla” dell’imponente complesso monumentale della Cattedrale di Alexander Nevsky. Qui, al termine della salita, sulla spianata della collina di Toompea, si erge questa spettacolare struttura architettonica religiosa che si rifà al culto cristiano-ortodosso ed è la principale chiesa russa dell’Estonia. La popolazione di Tallin non gode molta simpatia verso il sacro edificio russo poichè essa, costruita durante il periodo imperiale russo-zarista, veniva intesa – originariamente – come simbolo di dominio religioso e politico dell’impero zarista su questo territorio baltico sempre più insofferente alla dominazione straniera. Le sue finestre, le sue cupole, le sue guglie esaltano motivi stilistico-architettonici davvero unici; i suoi mosaici, impreziositi da raffigurazioni sacre, evidenziano la profonda fede ortodossa che le popolazioni ansiatiche promulgano verso il cristianesimo.

Sfiorando l’antico ufficio postale, si transita per la rosea facciata del Palazzo Parlamentare Estone. Alle spalle della Cattedrale, in lieve discesa si attraversano le mura caratterizzate da antiche torri da cui s’apre una prima terrazza panoramica che s’affaccia su tutto il centro antico. Superando alcune belle abitazioni che ospitano le principali ambasciate qui a Tallinn, si raggiunge l’altra terrazza panoramica (Patkuli) che offre belle vedute paesaggistiche sull’antico centro abitato da nord ad ovest. Qui i gabbiani, per nulla intimoriti dalla presenza dell’uomo, aspettano qualche generosa offerta in briciole da spiluccare, mentre alzando lo sguardo, si gode della vista di una tra le più spettacolari skyline mai viste e conosciute: uno sguardo a “volo d’uccello” su tutti i tetti rossi della città vecchia, con le torri, le guglie e i campanili degli edifici e delle chiese più importanti; con l’intenso azzurro della baia di Tallinn e del mar Baltico che si staglia sullo sfondo, oltre l’orizzonte… aspettare il tramonto (all’incirca verso le 22,30 ora locale) da quassù è una emozione davvero unica!

Ma la fortuna di avere dalla nostra parte la luce diurna che tramonta poco prima delle 23,00 (ora locale) ci consente di raggiungere, per mezzo di una bella gradinata, i giardini che costeggiano la cinta muraria occidentale della old-town, tra le fortificazioni murarie meglio conservate in Europa, caratterizzate da 20 Torri difensive tra cui spiccano, per bellezza e suggestione, le “Tre Sorelle” (Grustieke-Tasune Torn), tre torri gemelle che si ergono a poca distanza tra loro. Si rientra in città attraverso la breccia di Plate Torn e da qui, in breve, si ritorna nuovamente al punto di partenza di questo bellissimo itinerario attraverso i vivaci colori delle abitazioni e gli intensi profumi della tipica cucina locale, che restituiscono – all’escursionista di passaggio – un’atmosfera d’altri tempi davvero unica, rara… straordinaria. La magia del Baltico è anche questa; riuscire a scorgere nella fattezza dei materiali usati (legno, pietra, cotto, vetro, marmo…), quanto amore promulga la popolazione di queste terre per il proprio benessere. (testo ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

PIETRABBONDANTE (IS), quel Molise che c’è… tra le Murge e un presidio Sannita

Il borgo di Pietrabbondante si erge maestoso tra le sue rocce intorno a cui si sviluppa l’abitato. Sulla piazza principale all’ingresso la statua del fiero Guerriero Sannita accoglie il visitatore e da qui, a pochi passi, ci si tuffa nel passato fra i vicoli silenziosi che si inerpicano fino alla Chiesa della Madonna Assunta ed al vicino Castello. Da qui s’apre uno spettacolare panorama a 360° verso le vallate, le montagne e i paesi in lontananza. L’aria frizzante, il silenzio e la pace regalano attimi di serenità ed il piacere di godere di un luogo veramente particolare. Le rocce – meglio conosciute come le “murge” – qui sono l’attrazione principale; mentre il centro storico vanta una interessante e caratteristica tipologia insediativa che senz’altro lascia intuire le origini risalenti all’alto medioevo. Attraversare a piedi questo borgo sannita si possono respirare gli odori di una volta come il fieno appena tagliato, del pane appena sfornato, oppure del mosto appena “mesciato” nelle cantinole; purtroppo la zona già da moltissimo tempo è spopolata a causa di una crisi atavica legata all’intenso fenomeno dell’emigrazione.

Ma il vero “tesoro” di Pietrabbondante è costituito dal complesso ellenistico-italico sito in località Calcatello, ove si trovano i resti di due templi ed un teatro, con sedili in pietra dalla caratteristica forma anatomica, utilizzato come luogo per le assemblee. A pochi minuti d’auto dal borgo ecco paventarsi, in tutta la sua bellezza, l’altro gioiello di questo territorio: l’antico sito sannita che s’adagia su un pianoro leggermente in declivio di monte Saraceno ed offre interessanti spunti, per gli appassionati di storia e di archeologia, per compiere una vista. Questa bella area archeologica è posta in un angolo poco conosciuto in una delle regioni meno visitate d’Italia, incastonata in un paesaggio davvero splendido. I due templi, uno più piccolo ed uno più grande, appartenenti a due fasi costruttive diverse, presentano uno stato di conservazione meno buono rispetto a quello del teatro. Essendo tuttavia molto vicini ad esso costituiscono un unicum di grande effetto, anche per l’inserimento nel paesaggio dominato dal verde. Una visita tra queste antiche pietre, risulta essere di particolare suggestione!

Tutta l’area, nel suo insieme, risulta essere un luogo dove è facilmente intuibile la sovrapposizione della civiltà romana su quella sannitica. Raggiunti l’ingresso emerge, in tutta la sua suggestiva ambientazione, la cavea in cui è collocato il Teatro (italico) con gli spalti rivolti verso il mondo, la costa, l’infinito; siamo, letteralmente al centro di un luogo che sa di magico, con una vista mozzafiato sulla natura circostante, le cui sparse rovine sono conservate abbastanza bene. Il complesso costituisce un’importante testimonianza della civiltà sannita e risale al periodo tra la metà del II secolo a.C. e gli inizi del I sec. a.C.. Le gradinate destinate al pubblico sono di forma semicircolare. La prima area dei sedili presenta eleganti braccioli decorati che destano l’attenzione per l’aspetto e la fattezza di ciò che appare ai primi posti, e cioè l’insieme delle linee e delle curve che rispettano l’anatomia del corpo in posizione seduta; ben visibili sono le due sculture di atlanti inginocchiati ai lati delle gradinate che nelle tre file più in basso terminano con delle zampe di grifo.

Questo è un sito archeologico dall’architettura molto interessante, per l’originalità della sua creazione, la sua esecuzione e la sua collocazione; resta, comunque, una delle maggiori testimonianze della primissima civiltà dei Sanniti Pentri (VI sec. a.C.), un loro importante centro di culto e simbolo dell’unità tribale. Qui si svolgevano funzioni religiose, attività pubbliche, ludiche e importanti riunioni politiche; il Santuario non veniva utilizzato esclusivamente per ludi scenici, come nella maggior parte degli altri, ma era la sede dei “concilia”, cioè delle adunanze del senato indette in particolari occasioni; quindi il più importante sito Sannitico esistente. Il sito archeologico di Pietrabbondante, la cui sacralità è ben conservata in tutto il suo aspetto, per le sue caratteristiche architettoniche e per la sua monumentalità, risulta essere la testimonianza archeologica di maggior rilievo dell’intera cultura Sannitica presente oggi in Italia, e solo per questo la sua conoscenza vale molto di più di una fugace visita. Il Molise, quello vero, quello che in tanti ironicamente dicono che “non esiste” c’è… eccome se c’è! (di ©Andrea Perciato; photo Maria Rita Liliano e A. Perciato)

OMODOS (Cipro) “Timios Stavros Monastery”, viaggio nel tempo tra cantine e vecchi merletti

Nel cuore dei monti Troodos c’è un antico borgo dalle strade lastricate in pietra che s’intrecciano con vicoli e rampe da cui si espandono i densi profumi del mosto appena mesciato: OMODOS. Omodos è un villaggio di meno di mille anime che durante il corso dei secoli ha mantenuto il suo fascino immutato di un tempo facilmente riscontrabile nelle sue viuzze lastricate e nel lento scorrere degli anni, con i suoi caratteristici negozi, le modeste accoglienze (piccoli hotel e decine di b&b) e i tipici ristoranti; qui è imperdibile l’assaggio dei rinomati vini della regione prodotti nelle locali cantine del borgo.

Nel punto più in basso della bella piazza dalla particolare pavimentazione fatta con pietre levigate a forma di lisca di pesce (prestare attenzione), circondata da caffè, vecchie case, taverne e negozi con verande in legno, laggiù in fondo appena nascosto da un muro in bianco calcare, compare una porta che permette l’accesso, aprendosi con uno splendido esempio di architettura religiosa medioevale: il Timios Stavros Monastery, luogo di culto a cui la popolazione greco/cipriota è particolarmente legata. Il villaggio è costruito attorno al Monastero della Santa Croce che, secondo alcuni documenti, risale addirittura all’arrivo di Sant’Elena (madre dell’imperatore Costantino) sull’isola nel 327; qui Ella portò a Cipro numerose reliquie raccolte in Terra Santa.

Costruito intorno alla metà del XII secolo il monastero assunse, fin da subito, una tale importanza storica e culturale che lo rese uno tra i principali luoghi di culto, di studi e di preghiera dell’intero bacino del Mediterraneo. Qui al Timios Stavros Monastery sono possibili visitare alcune delle celle dei monaci, anche se la parte più interessante è sicuramente la chiesa parrocchiale, con una ricca iconostasi ed alcune immagini sacre. La struttura è ben conservata, e presenta una cinta muraria nella cui parte interna si trovano le abitazioni dei monaci e il museo di arte sacra antica. La chiesa bizantina è una vera chicca; in essa vi è custodita una rara reliquia: quella di un trancio della corda con cui Gesù Cristo fu legato dai Romani alla Santa Croce.

Il monastero sorge maestoso in mezzo ad una rigogliosa natura e si scorge già ad una certa distanza; esso rappresenta di fatto uno dei più noti simboli religiosi di tutta Cipro, poiché tra i più antichi e storicamente prestigiosi presenti sull’isola. Secondo la tradizione il monastero fu fondato nel IV secolo d.C., anche se la data non è del tutto certa. Da tempo vengono attribuiti miracoli al luogo del monastero e questo lo rende – da secoli – molto frequentato da fedeli e pellegrini ed è stato anche evitato che durante la dominazione turca venisse distrutto. Oggi, non più abitato dai monaci, esso appartiene alla parrocchia di Omodos che ne è molto legata e sentitamente devota; una chiesa assolutamente da visitare ed ammirare nella sua semplicità, nel suo rigore architettonico e nella sobria bellezza; la parte settentrionale del monastero era dove si trovavano le celle dei monaci, il Sinodo e le stanze degli ospiti.

Dopo il monastero il borgo di Omodos merita una visita passeggiando attraverso i suoi vicoli, per andare alla scoperta dei negozietti di prodotti tipici (saponi, profumi, vini bianchi e rossi, il pane, le nocciole, i merletti, cesti di vimini e dolci di vinaccia) e per scoprire le antiche cantine da cui si ricava il “nettare di-vino” locale ove fa la sua bella presenza un vecchio torchio. L’intero villaggio, nel suo complesso, appare tranquillo e dalla vocazione puramente turistica; ma non si lascia questa eccellenza dei monti Troodos se non si viene coinvolti pienamente dalle prelibatezze da gustare secondo circuiti d’assaggio appositamente creati (e a volte illustrati) per far godere fino in fondo le atmosfere di questo villaggio. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

KARMY (Cipro del N), Karaman (Karmi) Parkur: il villaggio abitato dai gatti

Tra la costa settentrionale di Cipro (in quella parte dell’isola sotto il controllo “amministrativo” della Turchia) e i vicinissimi monti “Pentadaktilos/Beşparmak” (“Cinque Dita” sia in greco che in turco) quasi affacciato nel vuoto con paesaggi e vedute panoramiche che si aprono sull’immenso, giace questo minuscolo villaggio: KARMY (Karaman). Aggrappato lungo le pendici settentrionali della catena montuosa raggiungere questo villaggio è già di per sé un’autentica avventura, con ripide salite, piste dal fondo sconnesso che si alternano tra cemento e brecciolino, oppure tra asfalto sconnesso e pura roccia. Raggiunti il suo punto principale nella piazzetta adiacente la sobria chiesetta di Παναγία Χρυσοκαρμιώτισσα dedicata al culto greco/ortodosso di San Nicola (uno dei rari esempi di libertà di culto lasciata dai turco-ciprioti), grappoli di antiche case in pietra ed alberi di celso fanno da corona all’antistante platea.

Karmy è un piccolo villaggio situato nella parte occidentale dell’estensione dei monti Gyrne Besparmak nel nord dell’isola e sulla cima della montagna. Il villaggio che ci accoglie quasi come poter vivere all’interno di una fiaba, dove le culture si mescolano armoniosamente in un cruciverba di espressioni appena accennate, i dialetti s’intrecciano di vicolo in rampa, o di portone in balcone, mentre i profumi di una cucina tradizionale accostati alle essenze di erbe aromatiche si rincorrono sospinti dalle folate di una leggera brezza, rendono questo villaggio davvero unico e insolito. Le case all’interno del borgo sono molto curate, e ci sono angoli visitabili in ogni stagione dell’anno laddove, se si ha occhio, è molto facile riuscire anche a trovare particolari scorci, vedute e angoli nascosti per ottimi appostamenti soprattutto per gli amanti della fotografia naturalistica e paesaggistica.

Girovagare tra i vicoli, le rampe, i gradoni, i portici di questo “insolito” villaggio si riesce ad elevare quel senso di pace interiore grazie anche all’aurea di calma che lo avvolge, alle silenziose case tutte tinte in bianco, ai suoi splendidi orti e giardini terrazzati e alle sorprese che i suoi scorci riescono ancora a celare come le tracce della vecchia presenza britannica sull’isola; non a caso, quasi nascosta dietro l’abside della chiesetta alla base di una gradinata, è presente ancora una di quelle “red-cab” (le tipiche cabine telefoniche rosse, a gettoni, in puro british style) che si usavano un tempo per comunicare.

Karmy è un bellissimo villaggio; qui i gatti sono – praticamente – di casa e, soprattutto negli ultimi anni, rappresentano una vera e propria attrazione turistica per tutti coloro che amano questi amici pelosetti a 4 zampe. Immerso nella natura, camminare tra i suoi vicoli e le stradine tutte ricolme di vasi fioriti, genera quel desiderio di estasi che, spesso, non si rispecchia altrove. Qui a Karmy, come già detto, i gatti sono di casa e prendersi cura di loro (cosa che fanno quotidianamente tutti i pochi abitanti del villaggio), fornire i croccantini, coccolarli e giocare con loro è quasi un rito locale che si ripete da tempo. Un paio d’ore di piacevole sosta tra questi vicoli in penombra ritemprano sicuramente dalla calura lungo l’assolata costa e ricaricano le proprie energie.

Quando si viene a Cipro, chiedete come fare per raggiungere Karmy; oltre ad essere uno dei villaggi più incredibili dell’isola, è un posto da non perdere assolutamente, ne vale davvero la pena! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Muzeul Naţional al Satului “Dimitrie Gusti” (Bucarest, RO): tutta la Romania in un villaggio

Nella travagliata storia di Bucarest, tra monumenti che si rifanno al passato “satellite” oltre cortina e una sempre più crescente voglia di riscatto e di mostrarsi al mondo intero come una capitale europea che dimentica il totalitarismo di un tempo e punta tutto sulle atmosfere della “belle epoque”, la città conserva – al suo interno – uno tra i musei all’aperto più interessanti d’Europa: il Muzeul Naţional al Satului “Dimitrie Gusti”, un bellissimo luogo che più che un museo, sembra un viaggio a ritroso nel tempo attraverso la civiltà contadina e la cultura agreste delle aree rurali (vicine e lontane) sparse per l’intero paese. E’ come se fosse un gigantesco villaggio; ci sono tante case vere (e da vedere) provenienti da tutte le remote regioni della Romania (l’antico “granaio” della Dacia, regione già conosciuta dai Romani) e visitarle, conoscere la tipologia costruttiva, i materiali usati, la disposizione degli ambienti (di vita e di lavoro) è un pò come viaggiare attraverso la storia dell’intero paese! Al suo interno s’apre un’ampia area verde che accoglie moltissime case ed alcune chiese storiche che sono state ricostruite dando vita ad uno spettacolare villaggio rurale dove sembra veramente di tornare indietro nel tempo, di quando le abitazioni erano costruite tutte in legno, argilla e paglia e i ritmi della vita erano stabiliti dalla semplicità delle cose.

Storicamente in Romania, come in generale nelle aree dell’Europa orientale e balcanica, la maggior parte delle persone abitava in villaggi di campagna, agli estremi margini delle grandi città. Ed è stato proprio questo lo scopo di aver creato, in una zona un po’ decentrata di Bucarest, questo interessante museo all’aperto, che ospita, offre la possibilità di poter visitare ed illustrare le ottime ricostruzioni dei villaggi delle varie zone rurali sparse per la Romania. Tra le principali attrazioni della capitale rumena, risulta essere molto interessante per chi è appassionato di storia della vita quotidiana, di architettura e di ingegneria ed avrà la possibilità di poter apprezzare le minuziose e particolari ricostruzioni degli edifici e delle infrastrutture; in alcune case, che sono aperte a rotazione, c’è la possibilità di poter anche entrare.

Unico nel suo genere, il cosiddetto “Museo del Villaggio” si trova praticamente nel parco Herăstrău e sulla riva del lago con lo stesso nome, nella zona nord di Bucarest. Si tratta di un museo etnografico dedicato alle tradizioni romene. La visita non è altro che una bellissima passeggiata tra casette in legno ricostruite, che documentano diverse epoche della storia romena, è un vero e proprio tuffo nel passato. Le case, i mulini, le chiese in legno, le stalle, i fienili e tutte le altre costruzioni con gli oggetti domestici collegati alla vita rurale della Romania dei secoli scorsi non sono riproduzioni, ma è tutto originale, direttamente dal passato! Il Museo del Villaggio di Bucarest è un luogo speciale, potremmo quasi dire che possiede un’anima: passeggiando tra le diverse costruzioni, si ha la sensazione di essere veramente proiettati indietro nel tempo in alcuni angoli remoti delle campagne rumene.

La particolarità, nonché la popolarità di questo grande villaggio, è dovuta alla presenza di circa 300 diversi tipi di case e chiese in legno che sono state portate qui nel 1936 da ogni parte del Paese per illustrare la storia e le tradizioni dei villaggi contadini e delle campagne rurali di un tempo. Questo museo/villaggio è un autentico spaccato della vita vissuta nelle campagne rumene durante un periodo compreso tra il XVII e il XX secolo. Una testimonianza storica e diretta dal passato che in alcuni casi rispecchia la realtà presente a tutt’oggi nelle aree più sperdute della Romania, dove le case vengono ancora realizzate con il tetto in paglia e il tempo ha preservato antichi mestieri ed arti come quelle della tessitura, della falegnameria, della carpenteria, della molitura, della mietitura e della ceramica.

Tutte le strutture erette all’interno di questo villaggio, sono edifici originali, prelevati nel loro ambiente naturale e inseriti all’interno di uno spazio che, fin dalle origini, ha da sempre voluto ricreare – anche se solo virtualmente – alcuni momenti di vita della campagna rumena. Questi “monumenti” dell’antica cultura agreste della Dacia (case, fattorie, fienili, mulini ad acqua e a vento, chiese…) sono collocati ai lati dei percorsi, spesso autentici sentieri, che si diramano all’interno delle recinzioni del museo, proprio a stretto contatto con i visitatori che hanno la possibilità di avvicinarsi, toccarli e varcare le soglie delle abitazioni per osservarle da vicino, in modo da poter vedere al loro interno come erano arredate, come vivevano le famiglie che le abitavano, quali utensili usavano.

72 di questi edifici, tra capanne, case in pietra e argilla e con tetto in torba o fieno, sono stati dichiarati monumenti storici. Nessuna è una copia degli originali; sono tutti autentici, essendo stati acquistati dai contadini nei loro villaggi d’origine, smantellati pezzo per pezzo, trasportati a Bucarest e poi riassemblati all’interno del museo all’aperto. All’interno del villaggio sono presenti case, chiese in legno, mulini ad acqua, mulini a vento, pozzi, croci trasversali, varie macchine (filatoi per fare tessuti di lana e mole per spremere l’uva e semi per l’olio), officine, recinti, ovili e ottantamila oggetti di arte popolare come mobili, elementi d’arredo, tessuti, tappeti, stoviglie, icone sacre.

Il museo è un “viaggio nel tempo“; effettuare un excursus attraverso i suoi vialetti e i corridoi (spesso lastricati in pietra o lasciati appositamente in erba) è come riscoprire l’autenticità della cultura e della civiltà della vita agreste in Romania, una sorta di mondo bucolico che si ripete di casa in casa, di recinto in recinto, di fienile in capanna. Un invito emotivo che accompagna il visitatore al modo di vivere tradizionale di questa regione, ove si esalta quel senso artistico e – al tempo stesso – lo spirito inventivo del contadino rumeno, ma è anche uno dei più attivi e affascinanti centri di ricerca, restauro e conservazione del patrimonio culturale nazionale.

Tra le strutture più interessanti presenti all’interno del villaggio/museo c’è la chiesa greco-cattolica di rito cristiano/ortodosso proveniente dalla regione di Dragomireşti, sui Carpazi settentrionali. Al suo interno le pareti sono tutte decorate e affrescate; costruita nel 1722 fu smontata pezzo per pezzo per il trasporto, e poi riassemblata in questo museo all’aperto di Bucarest. Un autentico capolavoro dell’ingegneria rurale, così come dell’arte, della fede e della cultura contadina.

Camminare attraverso i viali alberati, spingersi fin quasi a sfiorare le sponde del lago, entrare nel vivo della cultura popolare di questa regione balcanica, offre uno spaccato di vita che ha attraversato i secoli e che è riuscito – tra le mille difficoltà del corso della storia passata e recente – a mantenere integro quello spirito che restituisce l’autenticità di un popolo: operosa, disponibile, accogliente, ospitale… proiettata verso un positivo cambiamento nel futuro, ma senza dimenticare le sue arcaiche tradizioni che ne hanno fatto una tra le più interessanti regioni del vecchio continente.

Se passate per Bucarest, non perdete di fare la conoscenza e di scoprire questo gioiello d’arte, di natura e di cultura all’aperto; la sua visita sarà sicuramente uno tra i ricordi più belli e interessanti che vi porterete indietro dal viaggio in Romania. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)