Le donne di ZAWIYT NBOHITA (الزاوية نبوحيتة) le “mimose” del deserto; storie di emancipazione, riscatto e orgoglio nel cuore del Marocco!

In questa regione dell’Africa occidentale, che affonda le sue sponde nelle acque dell’Oceano Atlantico, emergono storie di donne che ti fanno scoprire e conoscere uno dei lati più belli, misteriosi e affascinanti del mondo islamico femminile: quello delle donne di stirpe “BERBERA” (quelle del “Popolo Libero”). Storie che, spesso, vengono accostate a quelle della principale produzione che offre questa terra: i semi della pianta di “argan” da cui si estrare il prezioso nettare conosciuto in occidente come olio di Argan e molto usato in cosmesi dalle donne di tutto il mondo.

Le donne berbere e l’olio di argan sono un connubio indivisibile qui in Marocco. Durante una tappa di avvicinamento alle pendici settentrionali dei monti dell’Atlante abbiamo incontrato, presso il villaggio berbero di ZAWIYT NBOHITA nella valle del Ghighaya, alcune di loro riunitesi in cooperativa, ed abbiamo visitato una delle decine di queste imprese (composte da sole donne) sparse – per chilometri – su un ampio territorio ai piedi dell’Atlante. L’argan è un prodotto di tradizione molto antica, realizzato da mani femminili per essere utilizzato dalle donne di tutto il mondo.

L’olio di Argan viene chiamato “l’oro liquido del Marocco” e si estrae a partire dalle bacche verdi degli Argan (pianta conosciuta come Argania spinosa o Argania sideroxylon) che sbocciano sugli alberi su cui – molto spesso – si vedono arrampicare le capre che brucano questi frutti. Il procedimento lavorativo per ottenere il prodotto finale comincia con la raccolta delle bacche da cui si elimina la polpa (ottimo cibo per gli animali) mentre si trattiene, invece, il seme dal cui interno si estrare una specie di mandorla che, sottoposta a molatura, eroga una pasta oleosa.

Tutta la lavorazione segue un tradizionale procedimento – principalmente fatto a mano – che si perpetua fin dalla notte dei tempi e solo, ed esclusivamente, le donne berbere di questi territori sanno come estrarre l’olio. Le aziende cooperativiste nate negli ultimi anni in Marocco offrono lavoro a donne di tutte le età. Diversi anni fa, ancor prima che il prodotto divenisse di largo consumo in cosmetica, le donne producevano l’olio all’interno delle proprie case; mentre i loro mariti lo vendevano sui mercati e si trattenevano i soldi del ricavato.

Fin quando, quelle stesse donne non hanno preso consapevolezza delle proprie capacità (lavorative ed imprenditoriali) ed hanno deciso di scendere direttamente in campo per la produzione e vendita di questo prodotto. Ora, queste donne dal nobile e fiero aspetto decise ad impegnarsi a fondo in queste attività che va dalla raccolta al prodotto finito pronto per la vendita (e spedizione in tutto il mondo) non hanno bisogno dei soldi dei loro mariti, li guadagnano direttamente loro gestendo il ricavato in prima persona.

Ciò ha portato a risvolti positivi per l’emancipazione delle donne locali e per le intere popolazioni femminili in quest’angolo d’Africa. Questo ciclo produttivo ha portato indipendenza ed emancipazione nel mondo femminile africano, specialmente nella vita delle tante donne assoggettate da sempre ai propri mariti; questo ha favorito una importante crescita nella scala sociale; un risvolto della medaglia in cui donne componenti (o facenti parte) di comunità spesso emarginate in questo modo hanno guadagnato spazio e credibilità nella scala sociale.

Perciò, ogni volta che una donna occidentale utilizza questo speciale unguento per la propria pelle, ora capirà tutto il mondo, le azioni, le fasi, i momenti… che si celano dietro la produzione dell’olio di Argan. Senza nulla togliere alle altre importanti figure femminili presenti nella nostra società, questo prossimo 8 marzo lo dedico a loro, alle “donne berbere!” AUGURI… a tutte loro! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Gran Sasso d’Italia (Abruzzo, AQ); come l’Olimpo… il suo gemello greco!

Una entusiasmante traversata da nord (seggiovia ai Prati di Tivo, 1450 m) a sud (Campo Imperatore (2130 m) attraverso incredibili pareti rocciose, orizzonti che si perdono all’infinito, creste irte e spigolose, profondi valloni che si perdono nel vuoto, il tutto camminando sotto un cielo incredibilmente azzurro, così terso che sembra penetrare l’immenso. Queste sono le sensazioni provate nell’esplorare questa grande montagna che s’impenna – coi suoi quasi 3000 metri d’altezza – nel cuore dell’Appennino Centrale. Con un salto un salto a ritroso nel tempo di qualche secolo, la montagna nel 1573 attirò l’interesse del capitano bolognese Francesco de Marchi ingegnere esperto nel realizzare fortificazioni. De Marchi – che organizzò una esplorazione ricognitiva progettando l’ascensione fino a raggiungere la cima della montagna – così descrisse l’avventurosa scalata: “in compagnia di due cacciatori di camoccie locali… Fino al detto Campo Priviti (Pericoli) e qui cominciassimo à considerare per dove noi potevamo andare alla cima di quell’asprissimo monte. Per certe vene di sassi, cosa orrenda d’andarvi. Ora noi arrivammo con grandissima fatica e ci ponemmo cinque ore e un quarto a montare sul detto monte con tutta la sollecitudine che noi potessimo fare. Quand’io fui sopra la sommità, mirando all’intorno, pareva che io fossi in aria, perché tutti gli altissimi Monti che gli sono appresso erano molto più bassi di questo”.

Per compiere la completa conoscenza di questa montagna, che offre diverse possibilità di ascensione da più punti ma dalle diverse caratteristiche ambientali che ne determinano le peculiarità geomorfologiche, si propone un lungo (e in alcuni punti anche faticoso e impegna-tivo) itinerario che parte servendosi della seggiovia dei Prati di Tivo (1450 m), che conduce alla stazione della Madonnina (2028 m) ove in pochi minuti supera un dislivello di circa 600 metri. Dalla Madonnina ha inizio la vera l’escursione camminando lungo il sentiero (forse) più frequentato di tutto il massiccio del Gran Sasso, quello che sale per i versanti settentrionali fino alla Sella dei Due Corni, raggiunge la cima del Corno Grande e discende a Campo Im-peratore. A margine di un pendio erboso, lungo un profilo di cresta, si guadagna quota fino a giungere sotto alte pareti rocciose, sul crinale che immette nel sottostante vallone delle Cornacchie. Il sentiero sale ancora per una serie di massi, qui caduti per fenomeni dovute all’erosione franosa di materiali lapidei, attraverso lo spettacolare Passo delle Scalelle (2187 m) che raggiunge, dopo aver superato alcuni passaggi sistemati con cavi in acciaio fissati al costone, la splendida balconata rocciosa da cui si erge il Rifugio Franchetti (2433 m).

Dopo breve sosta al Rifugio il sentiero sale ancora lungo i pendii rocciosi che sfiorano un’immensa distesa di pietre e ciottoli, ciò che è ancora visibile della base morenica del Ghiacciaio del Calderone. Superati gli ultimi tornanti, si giunge alla Sella dei Due Corni (2575 m). Qui c’è possibilità per una sosta per riprendersi e poter ammirare il paesaggio circostante e s’imbocca la traccia che sale, verso sud, lungo un impegnativo tratto roccioso, da evitare se il tempo peggiora. Comunque sia questa è – in ogni caso – la salita più bella e spettacolare di tutto il Gran Sasso, tratto che arriva fino al Passo del Cannone (2679 m); da quassù è ben visibile la “testata” del Calderone. Salendo sui crinali verso sud est, si attacca la viva roccia dei costoni settentrionali del Corno Grande, sospesi tra cigli esposti senza mai staccare le mani dalla parete e usando cautela per ogni punto di appoggio delle mani e dei piedi. Per uno canalino (2810 m) sul ciglio di uno strapiombo, arrampicando per tratti sempre più esposti (2895 m), finalmente si giunge in cima al Gran Sasso d’Italia (2912 m), la più alta della catena appenninica. Qui l’ambiente presenta aspetti geo-morfologici caratteristici del paesaggio alpino, con cime spigolose, ghiacciai, precipitose pareti a picco con guglie, diedri, canali e pinnacoli che si alternano a creste frastagliate esposte sul vuoto.

L’enorme massiccio domina un orizzonte talmente così vasto, tant’è che nelle giornate terse la vista da quassù spazia – come un immenso abbraccio esteso da levante a ponente – tra il mar Adriatico e il mar Tirreno. Il Gran Sasso emerse dalle acque oltre 6 milioni di anni fa come un’unica ossatura formata da rocce di natura carbonatica (dolomie e calcari), trasformate nel corso dei millenni da profonde lacerazioni d’origine carsica che hanno dato origine a numerose cavità sotterranee nell’ambiente ipogeico, caratterizzati in superficie da doline e conoidi di deiezione. Una croce in ferro determina la vetta del Corno Grande, mentre una piastra in acciaio indica le posizioni geografiche dei luoghi circostanti. I paesaggi che si ammirano da quassù lasciano contemplare la bellezza dell’immenso. Dalla cima si scorgono vedute panoramiche che spaziano da Campo Imperatore a sud (con l’albergo/prigione che ospitò Mussolini); dagli altipiani di Campo Pericoli a sud ovest; dal Corno Piccolo (2655 m) a nord-nord ovest; dalle creste che coronano il Ghiacciaio del Calderone a nord est; dalla sagoma rossa del Bivacco Bafile (2669 m) a levante; dalla Vetta Centrale (2893 m) e la Vetta Orientale (2903 m) del Gran Sasso a nord est.

Quando il cielo è libero da nubi e velature caliginose, oltre le vallate e i monti in lontananza si possono scorgere i litorali costieri adriatico, a levante, e tirrenico a ponente. Proprio quassù, dalla cima del Gran Sasso, è possibile comprendere il fenomeno del glacialismo (lento scioglimento dei ghiacciai) che è ben rappresentato dalla minuscola lingua del ghiacciaio del Calderone che si estende dalle creste appena sotto la vetta del Corno Grande. Esso viene ancora considerato – nonostante le elevate temperature in aumento – come l’unico dell’intero arco appenninico ed il più a sud di tutto il continente europeo. Lungo il versante nord che scorre proprio sotto la cima del Corno Grande, durante gli ultimi decenni il manto ghiacciato di superficie e di testata si è considerevolmente ridotto, registrando circa 50 platee glaciali distribuite attraverso numerosi depositi morenici. La vetta di ponente del Corno Grande risulta essere un suggestivo belvedere camminando attraverso panorami che si perdono all’infinito. Dalla cima, scorgendo verso sud, s’intravede il serpente d’asfalto della rotabile che sale a Campo Imperatore, il cui tracciato è stato nel tempo ricavato dal percorso usato da secoli dai pastori transumanti; sicuro punto di riferimento per le lunghe traversate delle greggi che dalle terre apule risalivano fino agli altipiani erbosi di Campo Imperatore; un lungo viaggio affrontato da migliaia di pastori che portavano a svernare il proprio bestiame fino al Tavoliere per ritornare nuovamente tra le montagne.

Quello che incanta di tutta questa scenografia paesaggistica è soprattutto l’altopiano centrale ai piedi del Corno Grande: quel Campo Imperatore che diventa una lunga e immensa distesa erbosa che ricopre una fossa tettonica risalente al Pleistocene, di quando questo era – sicuramente – ricolmo delle acque di un lago. La discesa dalla cima del Corno Grande viene offerta da due possibilità; tralasciando la difficoltosa diretta sud lungo il Sassone (2560 m) e la Sella di Corno Grande (2421 m), quella più fattibile è di ritornare indietro per i versanti occidentali fino al Passo del Cannone. Da qui, poi, si devia a sinistra per esposti canalini rocciosi e i tornanti di un ghiaione: la Conca degli Invalidi (2650 m) dove il sentiero raggiunge la Sella del Brecciaio (2506 m). Si continua ancora a scendere per l’immenso ghiaione che cinge le basi della montagna attraverso un paesaggio che va sviluppandosi con ondulazioni prative a carattere carsico, fino a giungere al bivio di Campo Pericoli, presso la Sella di monte Aquila (2335 m); sullo sfondo a destra si para il monte Portella (2385 m) che ospita il Rifugio Duca degli Abruzzi che giace sul ciglio della cresta. Da qui si continua in discesa fino all’Albergo di Campo Imperatore (2130 m), ove ha termine questa traversata longitudinale – da nord a sud – del massiccio del Gran Sasso.

Dal piazzale dell’Albergo s’aprono vedute paesaggistiche sul lungo altopiano carsico di Campo Imperatore. Questa distesa si presenta con uno sviluppo di circa 30 chilometri di lunghezza per una larghezza di 7 chilometri; nella buona stagione – un tempo, così come ancora oggi – esso offre pascoli per migliaia di pecore che svernano quassù. Tutt’intorno si profilano paesaggi di incomparabile bellezza con una natura che si presenta con le caratteristiche degli ambienti alpini ma che giace proprio al centro della catena appenninica. Il Gran Sasso altro non è che un massiccio montuoso che si erge con cime elevate dalle forme più aspre e bizzarre modellate per millenni da antichi ghiacciai e plasmati dalla forte erosione di fenomeni legati al carsismo (sia di sottosuolo che di superficie), con ambienti di alto valore naturalistico da cui si contemplano vedute paesaggistiche che si stagliano con ampi panorami; tutto questo è, semplicemente, il Gran Sasso d’Italia. (testi & photo ©Andrea Perciato)   

VIK e la “BLACK BEACH” (ICELAND)… Back from to dark side of ISLAND

Il piccolo villaggio – antico borgo di pescatori – di Vík í Mýrdal è un luogo di una pace e tranquillità assoluta. Punto geografico più a sud dell’isola, Vik ci accoglie con la sua iconica chiesetta bianca dal tetto rosso che si erge dal crinale di una collinetta da cui si domina un panorama di incomparabile bellezza paesaggistica da cui lo sguardo spazia oltre l’orizzonte verso un’immensa spiaggia di sabbia nera. La pittoresca Vikurkirkja, quella suggestiva chiesetta bianca con un tetto rosso brillante che si trova in cima a una collina sopra Vik, merita sicuramente di essere raggiunta per scorgere i panorami che offre: dall’immensa scarpata erbosa dell’entroterra, senza alberi, dominata dalle distese di lupini; e dall’altro lato incorniciato dall’oceano, con la bellissima spiaggia nera di Vik e gli iconici faraglioni di basalto chiamati Reynisdrangar sullo sfondo.

Vik è uno tra i luoghi più piovosi d’Islanda. Situato sulla costa a sud, a meno di 200 km da Reykjavík, il villaggio, che conta una popolazione di circa 350 abitanti, giace in una incan-tevole vallata determinata dai cromatismi del bianco dei grandiosi ghiacciai (come il Mir-dals), brughiere dalle verdi pendici montuose ricoperte dal muschio, con la lunga spiaggia di sabbia nera e la vista sull’imponente vulcano Katla. In lontananza si ergono maestosi, sulla linea dell’orizzonte, i famosi faraglioni – quattro guglie acuminate di roccia lavica che emergono, prepotentemente, dalle acque – che sembrano piantati in mezzo al mare a testimonianza dei “Titani” che, fin dalle origini del mondo e vivendo al “centro della Terra”, ne hanno da sempre retto le sorti determinandone gli equilibri dell’intero pianeta.

Spostandosi dalla chiesetta di Vik, un punto bianco che si erge – maestosa – con le montagne alle spalle che dominano la città e la baia fino a raggiungere l’immensa distesa di sabbia nera ove giace l’abitato; da qui parte – verso occidente – in direzione della scogliera, la buona traccia di un sentiero che conduce, dopo aver superato un lunghissimo tratto costiero chiuso dalla skyline, alla base delle falesie del promontorio diReynisfjall. Al di là del promontorio si raggiunge il luogo più “iconico” di tutta l’Islanda: l’immensa distesa e la scogliera basaltica della “spiaggia nera” di Reynisfjara, una ampia battigia di finissima sabbia nera. Sulla sinistra emerge l’enorme scogliera basaltica esagonale, seguita da singolari cavità ipogeiche (ricavate nella lava) che fanno da contraltare ai due leggendari faraglioni che si ergono dal mare (due Troll, trasformati per punizione in gelide pietre dalla luce del sole, per aver cercato di rubare una nave).

In alto, numerosi nidi di uccelli marini tra cui i “Puffin”. Verso destra la spiaggia si protende fino alla penisola di Dyrholaer. Camminare lungo questo tratto di spiaggia genera la sensazione di trovarsi al centro di un qualcosa di imponente, di maestosamente tetro; quasi come in un girone infernale illustrato da Gustave Dorè. Qui si calpesta la sabbia, formata da piccolissimi ciottoli d’origine lavica, della spiaggia nera più famosa d’Islanda; è un qualcosa di incredibilmente bello, un qualcosa di difficilmente dimenticabile. Qui è tutto meravigliosamente bello: il perpetuo contrasto tra l’azzurro del mare, del cielo (quando esso è visibile), del bianco della risacca e del nero della sabbia. Appena raggiunti la spiaggia, volgendo leggermente verso sinistra compare, in tutta la sua imponenza, la gigantesca muraglia formata (come le gigantesche canne di un organo) da un colonnato in basalto; la tentazione di arrampicarsi coglie immediatamente l’istinto.

Questo posto è magico, non esistono altre parole per descriverlo. Qui la natura è meravigliosa in ogni angolo, ma questo posto riesce a mostrarsi in tutto il suo splendore unendo tutto e il contrario di tutto in un mix magico. Il contrasto tra la sabbia nera e le onde bianche, davanti c’è il mare e alle spalle (nelle giornate in cui c’è visibilità) si vedono le montagne innevate. Le condizioni climatiche sono spesso impegnative qui, ma anche con il vento forte e la pioggia vale veramente la pena. Considerata una delle più belle spiagge “non tropicali” esistenti al mondo, offre davvero uno spettacolo unico, stupendo con la sua sabbia nera, le scogliere di basalto e le onde impetuose (e spesso pericolose). Sulla spiaggia vi è anche una grotta, sempre di basalto nero, ove è possibile ammirare da vicino le mille sfaccettature delle pietre, il loro essere appuntite ed affilate, sfaccettate e cangianti con la luce.

I faraglioni nell’acqua, invece, offrono un paesaggio fiabesco, degno di un film epico. Come in un mix di elementi, questa spiaggia nera abbracciata da straordinarie pareti di basalto e da un’atmosfera misteriosa, quasi ancestrale, affascina e – al tempo stesso – incute rispetto. Caratterizzata dal suo colore (sabbia vulcanica) è uno spettacolo unico. Il colore cupo delle rocce, i faraglioni in lontananza e questo mare sempre rabbioso e (pericolosissimo) ponto a carpirti per trascinarti al largo, danno un senso di inquietudine, di primitiva natura selvaggia. Uno spettacolo unico in bianco e nero; un posto dall’atmosfera a dir poco surreale ove si rimane folgorati dalla struggente bellezza e dai colori che si possono ammirare solo in questo luogo.

Qui la bellezza è indescrivibile, quasi da generare emozioni selvagge, ove domina la potenza dell’Oceano con le sue onde pericolose da non sottovalutare, e l’incredibile resistenza delle rocce basaltiche che si estendono lungo la costa, dalle incredibili e spettacolari formazioni geometriche. Questa breve escursione conduce fin quasi a sfiorare i giganteschi faraglioni, ma per rendere completa questa apoteosi di suggestioni e questo rincorrersi di emozioni, è consigliabile camminare, tenendosi sempre a distanza di sicurezza dalla battigia, in direzione della gigantesca muraglia determinata dalla scogliera di Reynisfjara riconoscibile per gli archi che s’aprono attraverso il promontorio. Se le favorevoli condizioni della marea lo consentono, è possibile giungere in vista dello scoglio di Arnardrangur, andare oltre… è pericoloso! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SÆPINIUM-ALTILIA (Molise, CB): lungo la storica via delle greggi

Tra le sorgenti del Fortore e la valle del Tammaro s’apre una delle aree archeologiche più interessanti dell’Appennino, una città fortificata che ha determinato la storia di questa parte di territorio, influenzato la sua popolazione ed ha incrementato le attività di scambi e commerci lungo una delle rotte terrestri più influenti a sud di Roma: SÆPINIUM.ALTILIA centro eretto dai Sanniti e, successivamente, ampliato dai Romani. Siamo alle spalle del Matese, lungo i suoi versanti settentrionali, e questa zona l’ho sempre avuto nel “mirino” delle mie esplorazioni. Sapevo, per aver letto poche notizie, di questo sito archeologico ma se non si è sul posto non possiamo immaginare quanta bellezza susciti un’area nascosta tra boschi e monti e di non facile individuazione. Non c’è cosa migliore nel visitare questi luoghi camminandoci attraverso, utilizzando i piedi e muovendo i propri passi – come 2000 anni fa – sulla scia di coloro che compivano lo stesso percorso come pastori, pellegrini, viandanti, eserciti…

Appena un chilometro prima si comincia a camminare calpestando quel tappeto verde che ha fatto da sfondo al passaggio di greggi lungo le rotte transumanti dalle montagne dell’Abruzzo fino alle pianure della Puglia. Questo sito, poco più grande di un moderno isolato, sorge sulla piana lungo quell’importante snodo stradale Sannio/Pentro con l’Irpinia a sud, e con un agevole accesso sia alla Campania che alle coste adriatiche. Un’intuizione che avevano capito molto bene i Sanniti che vedendo transitare animali accompagnati dai propri allevatori su quel tratto di terra pianeggiante, mentre percorrevano le vie della transumanza oggi denominati tratturi, subito intercettarono le necessità degli stessi come ideale posto ove riposarsi e trovar ristoro.

Fu così allora che sorse un villaggio semplice, sufficientemente attrezzato con servizi legati all’accoglienza e alle attività correlate alla transumanza stessa; quindi, proprio grazie ai tratturi, con le loro piste erbose percorse periodicamente da greggi ed armenti, e grazie soprattutto all’intuizione dei Sanniti che Sæpinium/Altilia crebbe e si sviluppò diventando un importante centro di collegamento terrestre, di scambio per le merci, di incontro tra mercanti e di mercato per gli affari. Piccola perla dell’odierno Sannio, Sepino ha visto la sua via principale percorsa dalle greggi durante la transumanza fin dai tempi remoti, calpestata in seguito da mercanti e, successivamente, da notabili ed abitanti della piana in piena epoca romana.

La cittadina svolgeva un’importante funzione che oggi può essere accostata ad un autogrill dell’epoca; punto dì incontro, di rifornimenti, di versamenti delle gabelle lungo le arterie terrestri di allora, ovvero i tratturi popolati da pecore, pastori e cani. Dopo poche decine di minuti ecco comparire, in tutta la sua magnificenza, la Porta di Bojano (o di “Bovianum”), gemma architettonica di rara bellezza; imponente e monumentale essa esalta il periodo augusteo con Ercole “protettore delle greggi” oltre a statue di prigionieri barbari con, all’apice, una grande iscrizione dedicatoria perfettamente conservata. Essa è una delle 4 porte monumentali che consentivano l’accesso all’antica città di Sepino ed – a tutt’oggi – è quella meglio conservata. Parte integrante del complesso delle fortificazioni, questa porta conserva ancora interessanti decorazioni, come il volto di Ercole nella chiave di volta, le statue di due prigionieri barbari ai lati e l’iscrizione sull’attico.

A margine della porta si possono altresì osservare i tronconi (muratura in “opus reticolarum”) delle due torri circolari che la fiancheggiavano e la grande scala. Attraversando questa porta si entra nella storia, è un po’ come essere proiettati direttamente ad oltre 2500 anni addietro; lo stato di conservazione dell’intera struttura è fantastico, da lasciare stupiti come da rimanere senza fiato. La Porta di Boiano è quella attraverso la quale arrivavano i pastori provenienti dall’Abruzzo e che percorrevano il tratturo verso le terre del tavoliere. Lasciati la pista erbosa alle spalle ed entrando in città si calpestano i millenari basoli squadrati del “Decumanus Maximus”; percorrerlo in direzione verso l’area del Foro sulla destra si espandono i resti di antichi edifici che si infittiscono come: botteghe, macellum, edifici di culto come il Tempio e le bellissime colonne della Basilica sormontate da splendidi esempi di capitelli in stile “ionico”.

Questo piccolo villaggio, sorto principalmente come centro di ristoro, accoglienza e assistenza, divenne in breve tempo una urbe romana vera e propria. Ed è proprio questo che prova chi giunge per la prima volta a Sæpinium: la peculiarità che la città si era imposta era che, nonostante i rigidi canoni urbanistici romani, i due principali assi lungo i quali si è sviluppato il centro non fossero stati ortogonali, proprio per conservare l’originale percorso del tratturo funzionale allo sviluppo economico durante l’epoca sannitica. Alla sinistra della porta invece, troviamo – lievemente sfalsati – i resti dell’area delle Terme con le visibili canalizzazioni delle reti fognarie e idriche fino a sbucare nel catino del Teatro, uno spazio molto ben conservato, che si presenta nelle sue forme originali; un luogo incredibile ove i silenzi aleggiano fra vie lastricate, le mura, gli archi, le colonne e un bellissimo anfiteatro su cui insistono, con geometrica disposizione, antiche case rurali settecentesche che si alternano alle querce secolari e ad alberi da frutto; un must fra atmosfere bucoliche, paesaggio agreste ed antichità romane.

Tutti elementi, questi che sono le autentiche testimonianze di un’epoca di prosperità, di crescita economica e sociale, che è possibile ammirare immergendosi, con spirito di immaginazione, tra curiosità, scoperta e fascino. Nelle vicinanze, verso NE, s’apre l’arco della Porta Tammaro; ritornati indietro e ripercorrendo il “Cardo Maximus” si raggiunge – praticamente – il centro della città ove si evidenzia come la stessa sia stata strutturata intorno al vecchio passaggio del tratturo, rispettando solo in parte gli orientamenti classici del cardo e del decumano. E proprio all’incrocio, proseguendo verso sud, s’aprono – sulla sinistra – i basamenti del Tempio di Giove con tutti gli ambienti che assolvevano a rendere vivo il culto. A sinistra del Decumano invece, si espande l’ampio piazzale ove giaceva il Foro. Lasciati sulla sinistra la “Fontana del Grifone” si continua lungo il lastricato della strada consumato dalle ruote dei carri e le pietre per l’attraversamento dei pedoni che rimembrano la vita del tempo che fu. Eccoci finalmente al lato opposto della città transitando sotto l’arco della “Porta di Beneventum”; qui il tratturo lascia le mura e continua, tra boschi e campagne, in direzione della “città delle streghe”. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Tra VALLONIA (Belgio) e ARDENNE (Francia) …lungo l’inebriante Cammino delle ABBAZIE “trappiste”

Fuori da ogni tempo, lontani da qualsiasi altrove, in un paesaggio da favola, il Belgio accoglie il mondo degli escursionisti con tutta una serie di sorprese che lasciano, letteralmente, senza fiato! Questa è, sicuramente, la prima impressione quando – raggiunti il cuore della foresta delle Ardenne (che si sviluppa a macchia di leopardo) – capita di ritrovarsi al centro di un qualcosa che sembra rincorrersi tra fiaba e leggenda: attraverso questi orizzonti, che si perdono oltre qualsiasi limite, aleggiano le nebbie mattutine che nascondono qualsiasi punto di riferimento; sparsi e isolati mulini a vento; campanili dalle forme più bizzarre che si stagliano ovunque sulle estese praterie; interminabili campi sistemati a frumento, con biada, segale e graminacee in genere; macchie prative adibite a pascolo; case tutte con facciate in pietra e legno (coi graticci); ampi cortili di granai e masserie (spesso simili a quelle del nostro sud) che sembrano accogliere il visitatore come la vetrina del perfetto agricoltore ove trovi di tutto, dagli attrezzi alle piante da coltivare. Nel cuore delle Ardenne, land della Vallonia in Belgio, si va alla conoscenza delle principali abbazie che producono le famose birre trappiste. Si cammina con brevi tratti su asfalto alternati a sentieri attraverso boschi e foreste, su piste campali che raggiungono piccoli, isolati e tranquilli villaggi. Si cammina attraverso un’area poco conosciuta: le Ardenne. Qui le abbazie ancora custodiscono le secolari produzioni di birra artigianale, tra ampi paesaggi, castelli, monasteri isolati, borghi nascosti, foreste, villaggi rurali, su tutto le essenze di una bevanda: la birra (preparata con ingredienti della tradizione trappista) che qui, più che un dissetarsi, è una cultura, un modo di essere, una scelta di vivere bene, una filosofia.

Fu durante l’estate del 1850 che un piccolo gruppo di monaci venne a stabilirsi sull’altopiano di Scourmont, presso CHIMAY ove giace l’Abbazia di Notre-Dame, immersa in una silenziosa campagna, ove il silenzio è rotto solo da cori gregoriani; il monastero offre ospitalità con annessa una locanda, l’Auberge de Poteaupré, e l’Espace Chimay Experience che illustra la creazione dell’Abbazia e il processo di produzione della birra e del formaggio. Da Chimay, dopo 5 giorni di cammino tra paesaggi bucolici e borghi dimenticati dal tempo, continuando sempre verso est, si superano masserie e villaggi sparsi – come Couvin, Mazée, Hastière, Furfòoz, Chevetogne, Forzèe e Buissonville – che si alternano tra ampie radure e prati, campagne sistemate a foraggi (buone per i pascoli) e copiose distese forestali; anse e meandri di fiumi come la Mosa e come la Lesse (tributario della Mosa). Centinaia di bianche croci, in legno o in pietra, compaiono all’improvviso tra i boschi, a testimoniare tombe (o tumuli) dimenticate, poichè quest’area fu teatro di violenti scontri armati sia durante la 1a che la 2a Guerra Mondiale; edicole votive, croci isolate, sparse un pò dappertutto ad indicare direzioni da seguire o, semplicemente, a determinare il reticolo di piste e sentieri distribuiti su un ampio territorio; grappoli di case sparse lungo crinali ondulati che si alternano tra copiose foreste e boschi impenetrabili; cimiteri isolati  lungo le sponde e le anse di fiumi; nessun rumore per chilometri. In autunno qui le foreste indossano il loro abito migliore assumendo cromature vegetazionali che vanno dal giallo al rosso, passando per l’ocra, il carminio, l’arancio, l’amaranto e il vermiglio!

Ci troviamo a camminare tra i boschi e le pianure nella regione della Vallonia, nel cuore della foresta delle Ardenne, una grande macchia vegetazionale (composta da abeti, querce, larici e betulle) che si estende lungo un’ampia area distribuita tra Francia, Belgio e Lussemburgo; un bucolico paesaggio in cui gli orizzonti si alternano come onde di un gigantesco oceano, e che cambiano spesso colore del manto forestale di valle in valle, ognuna solcata da un torrente, un fiume o uno stagno. Luoghi della memoria agricola locale che sembrano abbandonati ma che invece si popolano al tramonto col rientro dai campi e il ritorno dei fanciulli da scuola. Qui le birre, oltre ad essere una tradizione, sono una filosofia, quasi una scelta del buon vivere; la sera, al rientro delle attività ci si ritrova nel piccolo locale al centro del villaggio, oppure lungo la strada principale, a sorseggiare birre; naturalmente queste vanno tutte gustate con l’aggiunta di pane e formaggio (tipico locale) e servite obbligatoriamente in giare di vetro oppure in boccali di terracotta. Lungo questo tratto sono possibili incontrare diverse stele commemorative e croci isolate; si superano caselli ferroviari e antichi castelli arroccati; si passa per aziende agricole, mulini ad acqua e filari di pale eoliche; si attraversano riserve naturali e demani forestali provinciali, nonché cappelle isolate e caratteristiche chiese (alcune di culto bizantino) dai singolari campanili acuminati.

Finalmente si raggiunge ROCHEFORT. La cittadina medievale si sviluppa lungo piacevoli saliscendi determinati dall’orografia del territorio ove s’affacciano bei palazzi. A 3 km dal centro giace, adagiata su un pianoro tra campi e vigneti, l’Abbazia di Notre Dame de Saint Remy sorta nel 1230, dove la birra viene prodotta dal 1595 utilizzando l’acqua di un pozzo all’interno dello stesso monastero. Qui i monaci sono specializzati nella produzione di birre la cui vendita è finalizzata esclusivamente al sostentamento della comunità monastica e alla manutenzione delle strutture. Le dolci ondulazioni prative disegnano l’orizzonte determinato, qua e là, da cortine boscose di un verde intenso. Qui i colori si alternano e cambiano livrea di stagione in stagione e i profumi agresti inondano ampi ettari di territorio. Superati un torrente si lascia un’antica grotta e si sbuca fuori dalla cittadina verso sud ove una pista comincia a serpeggiare lungo distese prative e per lievi saliscendi tocca e – spesso – attraversa piccole fattorie ai margini delle radure. Si sfiora prima la foresta del Fond St. Martin e, successivamente, per una discesa lambisce il bosco di Tienne St. Iral. Appena fuori dal bosco, siamo in un’autentica conca carsica a forma di anfiteatro, alla periferia orientale del caratteristico villaggio di Han-sur-Lesse. Superato quest’ultimo si attraversa l’intensa valle di La Lesse solcata dalle acque dell’omonimo fiume. Raggiunti Daverdisse, circondata dai boschi delle Ardenne, si lascia la valle della Lesse fino a toccare Bertrix, nota per le cave di ardesia e continuare così fino a Florenville, ridente cittadina sorta su poggio da cui si ammira l’ampio paesaggio che s’apre sulla valle del fiume Semois.

Dalla chiesa della St. Vierge si punta alla periferia sud e per la Rue de Bensirvaut si superano ampie radure fino a guadagnare la foresta; la pista si congiunge con la principale traccia di una sconnessa rotabile che attraversa un bosco, autentica galleria vegetazionale. Si sfiora il confine di stato con la Francia fino alla ridente valletta di Chameleix: qui, su un terrazzamento a sinistra sorgono i ruderi dell’antico sito d’origine gallo-romana. Sulla sponda opposta si entra, per breve tratto, in Francia proseguendo per la carraia Grande Fontaine attraverso la foresta; al termine di questa un sentiero si stacca a sinistra rientrando nuovamente in Belgio. Da qui si sfiorano prima ampie radure e poi, nuovamente attraverso la foresta, si scende fino a sbucare nella radura dell’Hostellerie d’ORVAL. La valle (come l’antica leggenda che la definì d’Oro, da cui il nome Orval) si apre con un enorme stagno. Per la stradina che lo sfiora si raggiunge finalmente l’ingresso dell’enorme complesso monastico di Notre-Dame d’Orval (del 1132) una delle abbazie cistercensi più significative del Belgio. Qui la fontana, il rosone secolare ed il giardino di piante medicinali sono i punti forti della visita; a margine del complesso c’è Les Communs Abraham, un edificio ristrutturato dell’antica abbazia dove sono illustrati i segreti del “savoir-faire” brassicolo dei monaci trappisti; l’intero complesso architettonico si caratterizza per le imponenti rovine che ricordano la nostra San Galgano e le facciate color ocra. (di ©Andrea Perciato; ph Maria Rita Liliano & A. Perciato)

Cornovaglia /KERNOW (Inghilterra, UK) a spasso lungo il South West Coast Path tra pirati, sirene, contrabbandieri, minatori, pescatori & ’’Sea Angel’’

Se dico Inghilterra, penso alla terra dei trekking, se dico Cornovaglia, invece, penso solo ad uno dei più bei percorsi ove il camminare assume il senso più assoluto di libertà: il SOUTH WEST COAST PATH. Lungo 1014 km (630 miglia di piste e sentieri che attraversano Lands End, il punto più occidentale della Gran Bretagna) culla di artisti da sempre attratti dalle bellezze di quest’angolo di terra proteso tra due mari. Qui passa il South West Coast Path percorre da Minehead a Bournemouth tutta la magnifica costa sud-occidentale dell’Inghilterra, compresa una zona da tutti conosciuta come la Cornovaglia. Il percorso è ben segnalato e corre in entrambe le direzioni; per comprendere l’esistenza del “Cornish Coast Path”, ogni camminatore dovrebbe provare a confrontarsi con la storia delle culture minerarie e della pesca locale.

Per conoscerla più a fondo suggeriamo alcuni elementi che di questa terra ne fanno un luogo magico, unico! Qui sono presenti numerosi fossili preistorici, dalle ricche specie vegetali (felci) e marine (conchiglie), sparsi in questa parte di mondo affacciato sull’Atlantico, con orizzonti che s’aprono tra il Canale della Manica, l’oceano e il mare Celtico. I cimiteri monumentali, ove ogni lapide, ogni effige, racconta una storia diversa. Qui è impossibile perdersi tra magnifici paesaggi, costieri, antichi campi dell’età del bronzo ed alte brughiere; spesso luoghi impervi in cui possono incontrarsi rovine minerarie mozzafiato che compaiono all’improvviso o che semplicemente si aggrappano e pendono dalle scogliere che precipitano su un (sempre) turbolento Oceano Atlantico.

Con uno spettacolare scenario costiero e viste mozzafiato sulle campagne circostanti e sulla brughiera, il sentiero offre qualcosa a tutti: che sia un trekker esperto in cerca di una grande sfida, un escursionista che desidera rilassanti passeggiate panoramiche, un giovane backpacker che si imbarca in un’avventura oppure una famiglia desiderosa di esplorare i grandi spazi aperti. A indicare la via troviamo paletti di legno su cui sono impressi una ghianda, comune a tutti i trekking nazionali, e il nome (in sigla SWCP) del South West Coast Path.

Oltre ad interessanti siti di archeologia industriale spesso, fuori dal sentiero, si attraversano prati erbosi piegati dal vento ove si trovano insoliti cerchi di pietre e antichi menhir; lungo questo sentiero costiero sono possibili avvistare anche interessanti esemplari di foche, squali elefante e branchi di delfini che nuotano al largo delle scogliere. Il livello di difficoltà del percorso è alla portata di tutti, tranne alcuni tratti non per l’orientamento o la mancanza di infrastrutture, quanto per i molteplici dislivelli un tantino impegnativi; poiché trattandosi di un trekking lungo costa, si deve spesso scendere a livello del mare e poi risalire. I saliscendi sono quindi abbondanti, ma fortunatamente poco difficoltosi.

Qui l’oceano assume colori mediterranei in prossimità delle insenature sabbiose, mentre i fantasmi dei lontani successi e dei fallimenti delle miniere di stagno si mescolano alle leggende delle sirene e degli ululati del mare in tempesta o alle scorribande di pirati e filibustieri. Il per-corso segue i sentieri utilizzati dalla guardia costiera che nel XIX secolo erano alla ricerca di contrabbandieri. A fine estate la costa settentrionale fiorisce di eriche e ginestre; in autunno è il momento migliore per vedere gli uccelli migratori; mentre in inverno, le onde tempestose che battono sugli scogli riecheggiano lungo tutta la costa.

I sentieri che si inerpicano su e giù da queste spettacolari scogliere inglesi, offrono la possibilità di poter scorgere animali che pascolano liberi, piccoli villaggi di pescatori e castelli da cui un tempo si difendevano queste terre; il tutto contribuisce a rendere il South West Coast Path uno dei 5 migliori trekking in Inghilterra e tra i primi 12 in tutto il mondo. I colori, i profumi intensi, così come la sensazione di libertà e profonda vicinanza alla natura, sono esperienze che camminatori come noi non possono non provare. La Cornovaglia è un’isola nell’isola. La punta estrema di un mondo che se non esiste più, sta sicuramente scomparendo. La parte più a sud dalla Gran Bretagna è lontano dal resto del paese in tanti sensi.

La vita scorre più piano in Cornovaglia secondo gli altri concittadini del Regno Unito. Per alcuni è un pregio e per altri è un difetto. La Cornovaglia offre paesaggi suggestivi e romantici per gli amanti della natura, ma anche per gli amanti della storia e delle tradizioni. Dalle maestose scogliere sull’Atlantico, alle lunghissime spiagge invase da famiglie e serfisti, ai piccoli porticcioli di pescatori, come St. Ives, meta di artisti da un secolo e mezzo, ai castelli medievali. Ma ci sono anche antiche miniere in disuso, case padronali con variopinti giardini, visitare l’acquario o uno zoo o persino assistere alla mungitura delle vacche alla fattoria aperta.

La Cornovaglia è un crogiolo di sorprese da vivere passo dopo passo; dalle antiche miniere alle case dai variopinti giardini, dai giganteschi fari sulle scogliere alle ampie distese di pascoli. Si cammina per le scogliere di Land’s End su sentieri (il tracciato del “South West Coast Path”) che toccano antiche fattorie. C’è il villaggio di pescatori di Sennen Cove, paradiso dei surfisti; le campagne di Zennor; le suggestive maree di St. Ives, borgo marinaro dalle spiagge color pastello e dalle barche adagiate sui fondali dopo le maree. La Cornovaglia è la parte più a sud dell’isola britannica, lontana dal resto del paese in tutti sensi. Qui la vita scorre piano, ogni colore ha una storia, ogni suono, rumore, profumo ha una sua storia.

La costa con pareti e scogliere a picco sull’Atlantico alte fra i 30 e i 70 metri, sono da sempre il teatro di incidenti e naufragi di imbarcazioni trascinate dalla forza delle correnti sulle rocce che qui hanno un fascino unico, ove il mare rumoreggia al punto da confondersi coi colpi di cannone o di tuoni in lontananza. I sentieri, ben visibili e segnalati, sono un autentico paradiso per i trekker. La campagna inglese risalta per le caratteristiche farm con orizzonti solcati da mucche al pascolo, da cavalli e da pecore. Le famose barche dei pescatori qui hanno tante storie da narrare, ove il culto per il mare ha un sapore antico.

Tra mito e leggenda, racconti e romanzi, tragedie e lieti eventi da sempre, qui il mare, è fonte di sostentamento per le popolazioni che vivono sulla costa. Ogni colore dato a una imbarcazione caratterizza il ceppo di appartenenza della famiglia di pescatori, attività che si tramanda da nonno a nipote ed il pesce, qui in Kernow credeteci, è davvero speciale! E poi ancora, briganti pronti a salpare per tutti i mari sconosciuti; leggendarie sirene che catturano l’animo di uomini infatuati dal canto; contrabbandieri che trafficano merci lungo tutte le rotte del mondo.

Bere un tè caldo nelle giornate plumbee non ha eguali. Qui il tè si beve ovunque, a qualunque ora e in qualsiasi momento della giornata. Caldi e accoglienti tearoom offrono numerose specialità di tè dalle numerose essenze aromatiche; esso non solo è buono, ma toglie l’enorme quantitativo di umidità che si può assorbire durante la giornata. I corvi sono gli uccelli tipici della Cornwall, mentre i gabbiani qui sono diversi dai loro cugini mediterranei. Più grossi e robusti, per resistere alle forti correnti dei venti atlantici, hanno un piumaggio leggermente più scuro e bruno e poi, sono talmente così abituati all’uomo che si lasciano facilmente avvicinare.

La Cornwall, infine, è l’indiscusso mondo delle ragnatele; mai viste di così tante, così belle, così grandi e così geometricamente perfette. Particolarmente visibili prima che si scateni la pioggia o durante le plumbee giornate nebbiose, si possono scorgere da vicino ragni dalle dimensioni piuttosto notevoli che danzano tessendo i fili della ragnatela irrobustendola in previsione delle violente burrasche di acqua e di vento che qui, più che altrove, non hanno eguali. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

lago di BLED e castello di BLES (Blejski grad) SLOVENIA: laddove le fiabe… prendono vita!

Appena varcati la frontiera istriana, si entra in Slovenia, territori che si aprono lungo orizzonti montuosi solo in apparenza aspri e irraggiungibili; si stanno attraversando i territori delle Alpi Giulie al confine tra Italia e Slovenia. La via principale conduce in direzione Lubiana (di cui parlerò/illustrerò in un successivo report), la capitale slovena, ma la meta da raggiungere è un luogo davvero bellissimo: il lago di BLED sormontato dal suo incredibile castello di BLES (Blejski grad) che si espone a picco su uno sperone roccioso a nord del lago. Siamo all’interno del Paco Nazionale del Triglav e – nello specifico – nel “Regno dei Sette laghi del Triglav” è un paesaggio senza tempo, né confini di spazio, poichè così profonde e determinate erano le forze della natura quando plasmavano il suo volto (rocce, montagne, cascate e torrenti) e quando sceglievano i suoi colori (boschi, prati, ruscelli e acqua). Giunti così a BLED, sulle sponde dell’omonimo lago, si avverte subito di come questa località, dallo spirito cosmopolita, sia circondata – letteralmente – dal Paradiso.

La sua sua skyline si riflette nelle acque del lago dai fondali che vanno dal color verde al blù più intenso. Ma ciò che desta il nostro interesse è raggiungere quella rocca che s’impenna dalla rupe che spiove sul lago: la fortezza di Bles. Per raggiungerla a piedi, basta portarsi alle spalle della Cerkev sv. Martina (chiesa di San Martino), da cui hanno inizio due possibilità per raggiungere a piedi il castello: un sentiero che taglia sulla destra e, per ripidi tornanti, giunge alla spianata del castello; mentre l’altro a sx, passa proprio sotto la rupe e risale – per incredibili punti panoramici – dal lato opposto. Siamo finalmente così giunti alla spianata che determina l’accesso al castello. Eretto sulla roccia che affaccia proprio sopra il lago giace questo pittoresco Castello di Bled: varcati il portale d’accesso si entra all’interno di una prima corte da cui prospetta una prima balconata panoramica sui paesaggi del lago ove ci sono un Museo, l’antica Tipografia all’interno della Torre di guardia, la cantina nobile (Vinska klet), la Sala delle Erbe e la Sala dei Cavalieri; raggiunti il cortile superiore su di esso prospetta la Grajska kapela (Cappella gotica) con manufatti artistici di pregiato valore.

Il castello fu donato dall’imperatore Enrico II nel 1004 ai vescovi di Bressanone. Nel 1511 fu distrutto da un terremoto e prontamente ricostruito mostrando le caratteristiche dei vari stili d’architettura militare che si sono succeduti nel tempo, da elementi romanici e rinascimentali fino al barocco. Il Museo al suo interno racconta la storia di Bled nelle varie fasi succedutesi nel tempo; la Stamperia presenta l’antica arte della stampa; la Cantina offre degustazioni dei pregiati vitigni locali; mentre il pozzo al centro del cortile narra di una leggenda legata alla “Campana del lago”. Tra gli edifici più interessanti di cui si compone l’intera struttura del castello vi è, senz’altro, la Grajska kapela (cappella gotica) che si erge nel cortile superiore; essa è dedicata ai vescovi Sant’Albuino (Albino) e a Sant’Ingenuino (entrambi Vescovi del Tirolo e patroni di Bressanone). Sorta nel secolo XVI, la cappella fu rinnovata in stile barocco alla fine del secolo XVII e ornata con affreschi a trompe-l’-oeil. Accanto all’altare sono ritratti i donatori dei possedimenti di Bled, l’imperatore tedesco Enrico II e sua moglie Cunegonda. I loro ritratti si trovano anche nella chiesa della Madonna sul lago sull’isola di Bled.

Il Castello di Bled offre una veduta paesaggistica che si distribuisce – per 270° – dalle aspre cime montuose delle Alpi Giulie e dal Parco Nazionale del Triglav, in una posizione perfetta da cui poter ammirare dall’alto l’incantevole specchio lacustre di Bled col suo pittoresco isolotto che emerge dalle acque. Il panorama che da quassù s’apre sul Lago di Bled è semplicemente mozzafiato! Ma il castello, arroccato sulla scogliera, è intriso dei racconti di fiabe e leggende che si tramandano da secoli, mentre la vista risulta essere estremamente spettacolare, da qualsiasi parte possa giungere lo sguardo. Rimanendo estasiati da così tanta bellezza rivolgiamo il nostro interesse a scoprire qualcosa in più sul lago ed il suo caratteristico isolotto, storie e vicissitudini che si tramandano dalla notte dei tempi anche da leggende come quelle della “Campana Sommersa” (o dei desideri) che narra di una vedova inconsolabile, Polissena, il cui marito fu ucciso e gettato nel lago. In sua memoria lei fece fondere una campana per la cappella che giace sull’isola, ma la barca che la trasportava affondò; disperata, vendette tutto, e in seguito Papa Clemente VII inviò una nuova campana, la cui suonata esaudisce i desideri di chi la fa suonare.

Altra leggenda – invece – un tantino dal sapore più cruento – narra di un “Vendetta delle Fate” che attribuisce la formazione del lago stesso, in seguito ad un torto che i pastori transumanti del tempo che coi loro greggi pascolavano in queste vallate, non ascoltarono i consigli che le stesse fate offrivano loro per ottenere migliori elementi utili alla produzione (della lana e dei formaggi) ricavata dagli armenti. Ignorate dai pastori le fate, allora, assunsero un atteggiamento vendicativo nei confronti di questi fino ad allagare l’intera vallata, lasciando emergere dalle acque solo l’isolotto dove esse danzavano. Mentre invece nel punto in cui si trova l’attuale bacino lacustre qui un tempo giaceva un buco tettonico creato, nel corso del tempo, dal ghiacciaio Bohinj. Il percorso glaciologico veniva ostacolato da un’enorme roccia raschiata in modo così persistente che l’unica cosa rimasta era l’attuale isolotto. Allo sciogliersi del ghiaccio il bacino si è riempito d’acqua, ed è così che è emerso il lago di Bled, la cui profondità in alcuni punti è fino ai 30 metri; i suoi fondali sono molto frequentati subacquei. Qui vivono 19 specie di pesci, come carpe, montoni e trote; mentre sulla sua superficie nuotano – indisturbate – soprattutto anatre cigni.

Paragonare questi scenari paesaggistici che sembrano essere usciti dal racconto di una favola… non è poi così tanto esagerato! Qui, a Bled, la fiaba sembra aver preso vita; l’intera skyline che circonda il lago è da lasciare talmente così meravigliati da togliere il fiato. Tutto il circondario, tra monti e boschi, è quel tipo di luogo che sembra essere davvero estratto da un libro di fiabe: calmo, magico, etereo, sereno; la piccola isola di Blejski otok, con la sua affascinante chiesa e il campanile di Cerkev Marijinega Vnebozetja (chiesa dell’Assunzione di Maria), sono la perfetta immagine di questa incredibile cornice paesaggistica. Il lago di Bled è pura magia con le sue acque talmente così limpide, intrise del colore verde smeraldo che domina su tutto, è semplicemente stupefacente; sembra quasi di sentire la magia della natura circostante, ma consigliamo di goderla senza avere fretta altrimenti non si potrà essere in grado di ammirare – e lasciarsi avvolgere/coinvolgere – dalle tante bellezze paesaggistiche, naturalistiche e ambientali oltre alle sue incredibili meraviglie che qui, in questo angolo di Slovenia tra cielo, roccia, boschi e acque, trasmette sensazioni ed emozioni difficilmente riscontrabili in atri luoghi.

Uno tra i paesaggi più iconici (e poco conosciuto dall’overtourism) della Slovenia, considerato come la sua “perla”, assume da sempre atmosfere dal sapore romantico. Oltre alle cupole e alle coperture delle chiese e del castello, oltre al verde smeraldo determinato dai suoi fondali il lago – in molte sue parti ancora – offre la presenza di acque che assumono colori che vanno dal turchese al giada, dallo smeraldo al cobalto. Il romanticismo di cui si pregia questo spettacolare scenario paesaggistico viene determinato non solo dai silenzi che circondano il lago di Bled con la sua pittoresca chiesetta che si erge sull’isola, ma anche dal poderoso maniero che si staglia sulla vicina rupe alle sue spalle. Questo angolo della Slovenia, l’incanto di uno specchio lacustre (il lago Bled), i silenzi che avvolgono una piccola isola (Blejski otok), l’inespugnabilità di una rocca (Blejski grad) sono tutti elementi che valgono assolutamente il viaggio fatto per raggiungerli. Una volta giunti sul luogo, ha inizio quel racconto che anima le fibrillazioni assunte dalla visione di così tanta bellezza; ed è proprio qui, durante questo momento, che ha inizio la sua parte più bella, coinvolgente e intensa; lo stato d’anima raggiunge l’apoteosi nel lasciarsi avvolgere dalle emozioni che questi posti generano il resto, poi… è solo pura magia! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CRACOVIA/KRAKOW (PL)… la “vecchia” Capitale e “città dei Re”

La Polonia, uno tra i più antichi e blasonati regni d’Europa è una terra (patria che ha dato i natali a “Lolek”, quel Karol Wojtyla salito al “soglio” di Pietro in Vaticano col nome di Papa Giovanni Paolo II) che sembra davvero essere stata benedetta dalla mano di Dio. Al di fuori di Re, artisti, condottieri, poeti e musicisti, questa terra ha anche aperto le porte alle prime manifestazioni pacifiche mosse da un sindacato “Solidarność” (Solidarietà) fondato dallo storico sindacalista Lech Wałęsa ancor prima che la temuta “Cortina di Ferro” potesse scalfirsi con la definitiva caduta del “Muro di Berlino”.

La vita nelle città, dopo decenni di regime post-sovietico, ha lentamente ripreso i ritmi di una volta mantenendo fede alle tradizioni che si tramandano da tempo ma con lo sguardo proteso alla modernità. Librerie, negozi, luoghi d’arte, di culto e di cultura, centri commerciali, uffici, piccolo e medio commercio, sono i punti cardine su cui si basa l’economia dei centri polacchi più grossi in città come Varsavia, Poznan, Kracow, Katowice.

Proprio girovagando per Cracovia, si avverte l’essenza di quella mitelleuropa ormai sbiadita nelle memorie del tempo. Ancor prima di Varsavia, l’antica capitale della Polonia, oggi tutelata dall’UNESCO, è un ricco contenitore di opere artistiche e architettoniche di pregiato valore, un patrimonio strico pressoché intatto in ogni suo minimo dettaglio. La città deve il suo nome al principe Krak che nel X secolo eresse una fortezza sulla modesta altura di Wawel, la collina che si erge su un’ansa della Vistola (il fiume che attraversa la città) separando il suo centro storico dai quartieri di Stradom e Kasimierz.

Cracovia è stata una delle città più prospere e colte d’Europa, grazie anche alla celebre università fondata dagli Jagelloni nel ‘300. Cuore della Città vecchia (il quartiere Stare Miasto) è la vastissima piazza del Rynek Główny, considerata – per estensione – a tutti gli effetti, la più grande piazza d’Europa. L’edificio al centro, detto Sukiennice, un tempo era il mercato dei tessuti e risale al XIV-XVI secolo; ancor oggi, quegli stessi spazi sono la sede di attività commerciali. Qui la sera, all’imbrunire, la piazza si trasforma in un autentico gioiello, quasi come entrare in una fiaba, con le bianche carrozze trainate dai cavalli che invitano a una romantica passeggiata trai i monumenti e i luoghi più celebri.

L’anima della città (la cui topografia si avvicina di molto ad una forma di cuore) è tutta cinta da una estesa fascia di verde tra prati e boschi a basso fusto; ma, sicuramente, il suo monumento più importante, quello che ne caratterizza anche la skyline, è il Castello sul Wawel, con la Cattedrale, la Camera del Tesoro, il Palazzo Reale e le tracce (basamenti in pietra) delle prime costruzioni erette sulla collina. A sud del Wawel ci si lascia trasportare dagli intensi profumi, i ricordi, i colori e le preghiere che si elevano dal ghetto (quartiere) ebraico con le varie sinagoghe e il Museo dell’ebraismo.

Qui il potere esercitato dal comunismo ha lasciato evidenti tracce; ma è da quando questa terra ha dato i natali al Papa dagli “occhi di ghiaccio”, che la sua prosperità si è ben consolidata durante lo scorrere degli ultimi decenni. Cracovia è una città proiettata verso il futuro e fin da ora ne possiede già tutte le caratteristiche: bella, accogliente, pulita, organizzata, di ampio respiro, vivace e trainante, insomma tutto ciò che riesce a soddisfare un soggiorno tra queste bellezze non solo artistiche e storiche; da tenere d’occhio, infine anche la sua particolare cucina in cui primeggiano le verdure, gli insaccati e i formaggi! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SELINUNTE (TP)… girovagando lungo la “costa del prezzemolo”

Selinunte compare così – all’improvviso – protesa lungo la costa che s’affaccia nel Mediterraneo. Il luogo è un concentrato di rovine tra le più estese del mondo occidentale. Un intricato labirinto fatto di antiche pietre e colonne avvolte dal muschio che si alterna al lentisco che mette radici un po’ dappertutto. Giganteschi blocchi di pietra (tra calcari e arenaria) giallo-oro tutti forgiati dalla mano dell’uomo; pietre sparse in maniera disordinata, in bilico o precario equilibrio, posti l’uno sull’altro. Il circondario è un continuo alternarsi di piccole e grandi radure, siepi che si rincorrono a cespugli interrotti dalle fioriture dei “fiocchi” di prezzemolo; rara è la presenza di alberi, mentre numerose sono le varietà del verde (la salsedine spinta dai venti, compie un buon lavoro di fotosintesi). Addentrarsi tra queste rovine è un piacevole camminare attraverso le sue scenografiche platee fatte di pietre e capitelli, di basamenti e di gradoni; un curioso alternarsi tra l’intenso azzurro del cielo, un mare turchese, il giallo della sabbia e il grigio delle pietre. Qui è facile riuscire a nascondersi dietro mura e basamenti e poter riapparire sotto architravi; mentre si avverte – un pò dappertutto – la percezione di sentirsi piccoli di fronte a così tanta magnificenza fatta di storia, di arte, di cultura.

La città nacque già ricca (con intensi traffici lungo le coste del Mare “Nostrum”) intorno alla metà del VII secolo a.C. da coloni giunti da Megara Hyblea. Da sempre considerata come la più occidentale delle più importanti “colonie” greche in terra sicula, essa si erge da un basamento collinare in calcare circondata da due corsi fluviali, il Modione (antico Selinus) e il Cottone sulle cui sponde cresceva rigoglioso il prezzemolo selvatico: il “sélinu”, appunto; la città accoglieva una popolazione – per il tempo – talmente così numerosa, che riusciva a coniare moneta propria. Da sempre in buoni rapporti con la dirimpettaia Cartagine, tra le due città avvenivano soprattutto intensi scambi commerciali. Col tempo estese i suoi domini verso i territori interni impadronendosi di vasti appezzamenti di terra particolarmente ricchi di grano; incrementando così l’espandersi della città, già all’epoca fiorente di templi ed imponenti edifici sia religiosi che civili.

Selinunte subì la sconfitta da parte di un assedio (409 a.C.), imposto per controversie territoriali, da parte della vicina Segesta, che ne determinò la distruzione seguita ad una disperata e inutile resistenza. Seguì una labile ricostruzione, senza però restituirla mai più ai gloriosi fasti del passato. Tra i nuovi assetti predominanti nel cuore mediterraneo tra Siracusa e Cartagine, Selinunte ricoprì un ruolo minore sotto il dominio punico. Con la successiva ascesa e conseguente espansione dei domini di Roma, infine, la città fu definitivamente distrutta dai Cartaginesi per non farla cadere in mano ai Romani; i sopravvissuti furono costretti a disperdersi tra i villaggi e le piccole città del circondario. Col passare dei secoli piccole comunità nomadi frequentarono l’acropoli già in epoca bizantina e araba; successivamente, però, di Selinunte fu dimenticato anche il nome poiché la località veniva indicata e conosciuta come “Casale degli Idoli” o “Terra delle pulci”. Fu solo nel ‘500 che tal monaco domenicano Tommaso Fazello riuscì ad identificare, in quelle migliaia di pietre sparse sulla collina protesa verso il mare, l’antico sito in cui sorgeva Selinunte.

Il sito subì, nel corso del tempo, anche la violenza di terremoti ed altri fenomeni naturali, ma la eccessiva e disordinata distribuzione delle sue sparse rovine lascia intuire con quale e grande violenza si accanirono gli aggressori del passato, come a voler punire una città che nel suo massimo splendore, avesse troppo osato nella sua presunzione. Qui i templi non hanno nome ma vengono identificati per mezzo delle lettere dell’alfabeto e, unitamente agli edifici più grandi, sono distanti tra loro in un intervallarsi di pianure, vallette, campi e radure. Girovagando per le macerie forse non si riusciranno mai a trovare risposte a così tanta dispersione di pietre, colonne, metope, capitelli, altari, fregi e basamenti, ma si può restare solo estasiati e meravigliarsi in un rincorrersi di fantasia, immaginando – per qualche attimo – la gloria e la potenza di una città greca nel massimo del suo splendore. (testi e photo di ©Andrea Perciato)

Istanbul (Turchia)… poterla “vivere” attraverso le meraviglie delle “Alf laila wa laila” (le “Mille e una Notte”)

Quasi ogni quartiere è un mondo a sé in questa tentacolare città. La sua posizione di “borderline” tra i due continenti diventa il luogo attraverso il quale le identità culturali si fondono, si articolano, fino a mescolarsi attraverso la narrazione contemporanea sulla Turchia. Sicuramente non c’è città più intrigante sulla faccia della terra come quella di ISTAMBUL; come in una soglia sensoriale appena percettibile e una temporanea via di mezzo in una gloriosa metropoli come questa. Qui le piazze – enormi serbatoi di umanità – dove si incrociano culture e si mescolano i dialetti, vengono quotidianamente riempite dalla fonte di quel sentimento magico conosciuto come l’empatia, l’ampia capacità di comprendere e condividere i sentimenti dell’altro. Da qualche parte nel mondo, durante la preghiera del “muezzin” estremo lembo di terra dove l’occidente incontra l’oriente ed i jeans cedono il passo al burka, non c’è cosa più nobile da vedere – dopo il canto del muezzin lanciato dai minareti – se non alcuni papà turchi, che di buon mattino portano i propri figli a scuola prendendoli per mano e guidandoli lungo le strade che serpeggiano per la città. Fra tutte le più singolari scene che ci hanno colpito ci sono il nobile sguardo di un papà (ciabattino/lustrascarpe), che su una spalla regge l’arnese per il lavoro e nell’altra mano tiene quella di suo figlio, ed il fiero volto di un altro papà che – guidando il carretto giù per una traballante discesa – si preoccupa che il proprio pargolo stia lì sopra seduto comodamente senza problemi.

Nella forsennata ricerca di uno spunto da cui partire per il nostro giro a piedi di questa incredibile città, non sono stati gli scorci, o i particolari urbanistici e architettonici, bensì le sue anime, le sue contraddizioni, la sua spiritualità. Punto di congiunzione tra il lembo estremo orientale del continente europeo e l’Asia qui, ad Istanbul, ove si unisce la sontuosità di palazzi storici con alcuni dei quartieri e dei mercati più antichi tutto ruota intorno a “SULTANAHMET”, il cuore dell’antica città. Terra sospesa fra due continenti; crocevia – da sempre – di armate, commercio, culture, popoli, religioni questa terra affacciata su un mare borderline è stata la capitale di tre imperi e racchiude in sé una storia millenaria. Il fulcro della città contiene il più famoso dei quartieri storici: quello di Sultanahamet che raccoglie, al suo interno, alcuni dei monumenti più importanti di questa megalopoli multi-culturale da oltre 15 milioni di abitanti come la sontuosa (e famosa) Sultanahamet Camii, la “Moschea Blu” (con sei Minareti) il cui appellativo sembra che derivi dalle bellissime piastrelle in ceramica, color turchese, che decorano e adornano tutto il suo interno, e la Basilica di Santa Sofia (Hagia Sophia-i kebir Cami-i Şerifi, ma conosciuta in origine come Magna Ecclesia, grande chiesa), che fu principale luogo di culto per il mondo cristiano per l’Impero Romano d’Oriente e – successivamente – convertita in moschea.

Camminare attraverso le stradine acciottolate dei suoi quartieri (“mahelle”) più antichi, si va alla scoperta, conoscenza e – perché no – comprensione di un retaggio umano e di culture che si sono succedute durante il corso di circa trenta secoli di storia. Adagiata lungo le sponde del Bosforo (BOĞAZ) tra Oriente e Occidente, Istanbul riesce ad esprimere esperienze “sensoriali” davvero uniche che vanno dal gustare gli autentici sapori di una cucina ottomana – ricchissima di spezie aromatiche – riuscendo così a fondere la tradizione mediterranea con quella asiatica, passando per la rilassante (magica e contemplativa) atmosfera delle moschee fino a toccare con mano la pulsante e vivace energia che anima tutti i bazar. In molti non conoscono che Istanbul, da sempre, è stata la città dove i Cavalieri Templari custodiscono la Sindone (oggi a Torino) e il Santo Graal. L’ordine dei Cavalieri Templari fu qui fondato segretamente nel 1096 proprio a Costantinopoli (l’odierna Istanbul) e la piccola chiesa di Santa Sofia (convertita, successivamente, in moschea) era il luogo “segreto” deputato a governare e/o suddividere i gradi onorifici dell’ordine Templare. Passiamo accanto al singolare perimetro (suddiviso tra colonne e pergolati) che custodisce le tombe di Ahmet Tevfik Paşa Mezari, l’ultimo Gran Visir ottomano, figlio di Ferik İsmail Hakkı Pasha, originario della Crimea, e di Sultan Abdul Hamid II, il sultano ottomano che voleva salvare l’Impero con la religione.

Il nostro viaggio sensoriale ed esperienziale attraverso le meraviglie di Istambul comincia proprio dai piedi dell’antica colonna romana in roccia di Çemberlitaş Sütunu; una colonna di porfido che testimonia la storia di Istanbul, un monumento che qui esiste da 1700 anni. La colonna monumentale Çemberlitaş, che ha attraversato secoli di storia, si impenna da uno dei sette colli che, geograficamente, determinano la penisola storica di Istanbul. Antica quanto la stessa storia di Istanbul essa – quando fu costruita – fu eretta proprio al centro del Grande Foro di Costantino, e rimane – oggi – l’unica traccia rimasta che testimonia la presenza del foro; la colonna è posta all’incrocio di importanti vie nel centro cittadino, ed è una delle più importanti arterie dell’assetto urbanistico romano di Istanbul. L’enorme spiazzo che contiene la colonna è chiuso, verso settentrione, dal bianco muro della moschea ottomana di Nuruosmaniye Camii; forse meno famosa di tante altre presenti ad Istanbul, ma che colpisce per i suoi interni tutti realizzati in fine marmo, che ne esaltano l’aspetto decorativo, tant’è da farla sembrare una imponente cattedrale. Questa moschea si trova proprio accanto all’ingresso del Grand Bazaar; da qui molti turchi, ma anche distratti viaggiatori o frettolosi turisti, ci passano vicino senza avere il tempo di entrarci, cosa che merita davvero. Eretta nel 1755 in puro stile ottomano, essa risulta essere molto bella; il cortile in legno della Moschea Nur-u Osmaniye è uno dei luoghi più caratteristici, mentre il tempio sorge austero e maestoso all’ombra di immensi alberi secolari.

Ed eccoci finalmente a varcare uno dei numerosi ingressi del Gran Bazar Kapali Çarşi, il mercato coperto più grande della Turchia. Costruito da Fatih Sultan Mehmet nel 1460, esso copre un’area di 45.000 metri quadrati e contiene circa 4.000 negozi. Qui si può trovare di tutto, dai bellissimi tappeti, alle piastrelle in ceramica, dall’abbigliamento in pelle ai gioielli e tante altre cose ancora. Con un totale di 21 ingressi, esso è il mercato coperto storico più grande al mondo. Turisti, venditori ambulanti e la gente del posto si ritrovano qui in questo labirinto di vicoli e piccole corti alla ricerca di un affare; qui tutti sono intenti a sorseggiare una tazza di tè. In più di qualche incrocio si notano antiche fontane (in marmo, in pietra, in ghisa) mentre girando al suo interno è possibile capire cosa viene prodotto e venduto guardando i nomi delle strade (artigiani, orafi, pellame, gioielli, tessuti, casalinghi) e delle locande del bazar. Pochi metri ancora e uscendo dal Gran Bazar ai accede al bazar delle spezie (egiziano) di Misir Çarşisi Costa Eminönü, un’affollata zona di mercato qui presente sin dal periodo bizantino. Questo bazar piuttosto vivace conserva ancora il suo spirito autentico e antico. Le colorate, e profumatissime, bancarelle delle spezie attirano l’attenzione di tutti coloro che qui entrano; famose sono le spezie medicinali. In questo bazar storico è possibile trovare ogni sorta di souvenir, dalle delizie turche, alle sciarpe di seta, fino alle perle del malocchio. Il bazar è piuttosto famoso per i suoi oggetti d’antiquariato, tutte le altre cose disponibili per la vendita nella zona sono negoziabili, i commercianti qui parlano molte lingue straniere per facilitare il dialogo coi turisti ed entrare in contatto con i commercianti. Al Mercato dei Fiori, proprio accanto al Bazar delle Spezie, è possibile entrare nel mondo dei fiori colorati e passeggiare per il mercato accompagnato dalle profumate fragranze.

Dopo il vagabondare tra i vicoli basolati all’interno del Bazar eccoci finalmente sbucare nel Quartiere Eminönü, uno dei quartieri più antichi di Istanbul, nel centro della Città Vecchia, nel cuore della città murata di Costantino ed è il luogo in cui fu fondata Bisanzio. Centro e punto focale di una storia incredibilmente ricca, Eminonu è il fulcro viario dove le strade si snodano giù fino alla riva sud del Corno d’Oro, la quintessenza del paradiso, ove l’immaginazione crea onde emotive. Un’esperienza unica in una piazza colma di ricchi monumenti storici e di contemporaneità: luogo di nostalgia e malinconia è un centro dove tutti coloro che vivono o vengono da turisti si recano almeno una volta per mangiare il pesce. Le strade di piazza Eminönü sono come un labirinto; c’è storia in ogni angolo. Proprio sull’angolo sudoccidentale dell’enorme catino di piazza Eminönü si ergono le poderose mura che raccolgono – al suo interno – le singolari bellezze artistiche, decorative e architettoniche dell’iconica e famosa moschea (XVII secolo) di Yeni Camii (Nuova Moschea), uno dei simboli più belli e magnifici di tutta Istanbul. Fontane, Mausoleo del Valide Sultan, scuole primarie, darülkurra (i metodi di lettura del Corano o tajwidi, luogo dove gli hafiz memorizzano il Corano e danno lezioni di arabo e recitazione). Nella moschea si possono vedere i portici che siamo abituati a vedere nell’arte architettonica ottomana. All’interno della moschea ci sono piastrelle di colore blu, bianco e verde. Questo edificio, terminato 66 anni dopo la sua costruzione, originariamente si trovava in riva al mare. Tuttavia, con il riempimento dell’oceano nel corso del tempo, la distanza tra loro è aumentata considerevolmente.

Quel brulicare di svariata umanità che attraversa il lungo nastro d’asfalto sul canale (da non confondere, a prima vista, col Bosforo), è il moderno ponte (meglio conosciuto come “dei pescatori”) del Corno d’Oro di Galata Köprüsü. Questo ponte non solo collega diverse parti della città, ma è anche un ponte simbolico che unisce diverse culture; esso collega Eminönü con Karaköy, ed è reso famoso, in tutto il mondo, per almeno due sue importanti caratteristiche: le centinaia di pescatori locali che affollano le sue balaustre, e i ristoranti ubicati sotto di esso. Muovendosi da Eminönü, camminando sul ponte di Galata fino a Karaköy e possibile respirare la storia di Istanbul. Situato sul Corno d’oro, che collega il centro storico di Istanbul alla parte più moderna della città, esso offre l’accesso pedonale alle delizie urbane al di là del fiume nei quartieri residenziali e più contemporanei di Istanbul, dove l’imperdibile panorama su Sultanahmet dista solo una piacevole passeggiata. Rientrati dal ponte di Galata prendiamo quell’arteria che s’apre tra la moschea di Yeni Camii ed il Bazar delle spezie; dinanzi si estende la lunga via Hamidiye (circondata dalle numerose botteghe e negozi d’ogni genere) che poi prosegue su Hüdavendigar, arteria in cui s’affacciano i numerosi locali e bistrot che offrono le tipiche pietanze della cucina turca. Presso un muro, s’apre una porta in pietra che consente l’accesso al parco urbano di Gülhane, uno dei posti dove si respira così bene l’essenza del centro di Istanbul. Non appena entri nel Parco Gülhane, gli occhi sono circondati dalle numerose fioriere, dai grandi alberi, e delle acque di fontane. Durante il periodo ottomano, questo era il giardino del Palazzo Topkapi; oggi esso ospita caffè all’aperto con viste spettacolari sul Bosforo.

Sbucati nuovamente sull’ampia piazza di Sultanhamet, lasciamo alla sinistra la Basilica di Santa Sofia superando la fontana germanica di Alman Çeşmesi e l’obelisco egiziano di Theodosius Dikilitaşi, la si percorre fino in fondo dove, una breve discesa, conduce fino alla Moschea Sokullu Mehmet Paşa Camii, sorta su un terreno in forte pendenza, con un unico minareto e un’unica cupola. Il complesso architettonico è costituito da una moschea ed un altro edificio a scopo sociale, fu eretto per volere di sua moglie nel 1571 e realizzato per conto di Sokollu Mehmet Pasha, che servì come gran visir di tre sultani; costruita in un’area circondata da un muro alto oltre 2 metri sul pendio di Kadırga tra la Moschea di Sultanahmet e la Moschea di Küçük Hagia Sophia. Entrare nelle moschee turche si prova una stretta connessione, quasi un indissolubile legame, fra ciò che è l’umanamente “terreno” e ciò che è il divinamente “creato”; una sorta di mondo parallelo che non può essere racchiuso tra le cupole e i minareti delle moschee. Come ritrovarsi all’interno di una “non dimensione” oppure attraversare una sorta di “etereo altrove” così distante fisicamente, ma altrettanto così vicino da riuscire a sentirne l’essenza; sensazioni, queste, che per gli islamici sono come una ancestrale sorta di ascesa spirituale che pone l’uomo al cospetto del divino. Qui ad Istanbul per cinque volte al giorno – dall’alba al tramonto – il “muezzin“, col suo canto, oltre a lanciare il richiamo (sveglia o preghiera che sia…!) è il sicuro punto di riferimento per scandire il tempo durante la giornata islamica.

È molto difficile per un (cosiddetto) occidentale riuscire a comprendere il significato delle parole, della reverenziale gestualità, del portarsi le mani a coprire ripetutamente il viso, del genuflettersi rivolgendo il proprio animo e innalzando – ognuno la sua preghiera – verso oriente, dello sciorinare i grami di un “rosario” (è blasfemia…?) fra le dita, del recitare a bassa voce particolari mantra che si ripetono nel tempo occorrente alla preghiera, delle particolari scritture e incisioni che inneggiano a Maometto… tutto ciò rende il mondo dell’Islam un incredibile caleidoscopio di suoni, di colori, nenie, profumi, esaltazioni, essenze, di parole balbettate, di sguardi persi nel vuoto, atti di purificazione… un mondo che al tempo stesso intriga, attrae, ma… da considerare sempre con il dovuto rispetto! Il richiamo alla preghiera del muezzin è un qualcosa di spettacolare. Ascoltare la voce modulata che si rincorre, fra i tetti, le piazze e i bazar di Istanbul, di minareto in minareto, è un qualcosa da mettere i brividi per quanto sia bella da ascoltare. Il mondo dell’Islam se non lo tocchi con mano e ne comprendi filosofia e significati, verrà visto dall’occidente sempre come una cultura blasfema. Conoscere il mondo percorrendolo semplicemente a piedi amplia l’orizzonte della mente facendoti capire e comprendere la bellezza e l’armonia della svariata umanità che calpesta le strade di questo mondo sempre pronto a guardarsi in cagnesco. Se si vuole capire l’Islam, bisogna conoscerlo ma, soprattutto, comprenderne il senso e il significato spirituale che poi… non è tanto così diverso da altre professioni di fede! Al-Salham Alheikum… che la pace sia con tutti voi! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)