VERNAZZA (Cinque Terre, SP), uno “scrigno” tra mare e roccia…

Un luogo fuori dal tempo; un’atmosfera che si dipana dalle tradizioni marinare alla coltura degli agrumeti terrazzati; le verdi che arrancano fin sull’orlo di dirupi rocciosi, intorno; un porticciolo su cui s’affacciano le casette tinte dai colori pastello all’ombra della rupe su cui svetta il turrito castello; la piazzetta che pullula dei numerosi locali e delle accoglienti strutture ricettive antistanti la rada sul cui mare ormeggiano, protette dalle onde del mare aperto, le barche multicolori e la chiesa che si affaccia direttamente sul mare. Tutti elementi – questi – che caratterizzano il particolare borgo di Vernazza incastrato lungo la costa delle Cinque Terre.

Uno tra i più spettacolari borghi delle Cinque Terre, cittadina molto carina che offre vedute panoramiche mozzafiato, Vernazza lo si può ammirare in un’autentica cornice paesaggistica distribuita lungo incredibili pendenze che scorrono dai muretti a secco che contengono i campi (agrumeti e vigneti) a picco sul mare che ne caratterizzano l’unicità della bellezza. Muovendosi dal centro storico in discesa fino a raggiungere gli scogli del porticciolo sembra di attraversare una favola; il villaggio è percorso da un reticolo di ripide e strette viuzze che scendono verso la strada principale e terminano in una piazzetta proprio di fronte al porticciolo.

Qui, nel 2011, una violenta alluvione travolse e distrusse (causando enormi danni alle abitazioni e – purtroppo – anche numerose vittime) la gran parte dei principali edifici che affacciavano su via Roma che altro non è che un antico corso torrentizio coperto per facilitare il transito pedonale. In un territorio così ristretto, poco spazioso e, al tempo stesso, fragile giace, come uno scrigno in tutta la sua folgorante bellezza, un porticciolo che raccoglie le barchette dei pescatori, l’interessante edificio sacro della chiesa di Santa Margherita di Antiochia che domina le minuscole abitazioni colorate, mentre sul versante opposto si erge la torre di guardia dell’antico castello Doria.

Bellissima, coinvolgente, spettacolare, Vernazza è una delle principali mete da vedere del Parco Nazionale delle Cinque Terre; esso non merita una fugace e riduttiva visita, ma riesce a catturare il visitatore per la sua intrigante atmosfera fatta di pieni e di vuoti, camminando tra le ombre offerte dai suoi porticati e delle luci, dai sapori e dalle essenze aromatiche. É un paesino che ricorda i vecchi pescatori con le sue strette viuzze che serpeggiano tra le rocce, le barche che ancora oggi usano per la pesca, l’aria e il profumo del mare che ti accompagnano il viandante mentre cammina scrutando tra gi angoli più insoliti quei piccoli particolari (finestre, balconi, vasi, tende), e – perché no – mangiando un pezzo di focaccia.

Vernazza può essere considerata un borgo marinaro perfetto. La sua particolare struttura orografica (paesaggi in obliquo che spiovono verso la costa) riesce ad essere, oltre che interessante, anche piacevole, arrampicandosi su per le scalette e i vicoli poco battuti (ma qui, praticamente, tutti i vicoli vengono caratterizzati da scale e gradoni per superare e collegare gli impervi pendii) che – spesso – sono poco frequentati dal grande afflusso di turisti, ma che regalano comunque l’ombra e quella giusta calma per godersi questo capolavoro di borgo, tutto in verticale e variopinto che s’affaccia direttamente sul mare, così emblematicamente riassunto nelle singolari forme della sua bella chiesa principale.

Poter vivere, anche solo per un giorno o per qualche ora, la possibilità di scoprire e conoscere uno tra i più caratteristici borghi marinari della costa ligure come quello di Vernazza, offre a tutti coloro (viaggiatori o semplici “curiosi del bello”) che hanno la possibilità di interagire con gli elementi e la realtà offerti dal posto, una indimenticabile esperienza di connessione tra le eccellenze del territorio ligure, l’arte dell’ospitalità e dell’accoglienza e la voglia di perdersi tra le gradinate che arrancano dappertutto tra passaggi coperti che sembrano grotte, balconi fioriti che addolciscono la sobria atmosfera ligure con scorci e panorami che sbucano ad ogni angolo; il tutto incorniciato dall’immancabile presenza del mare. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Agafay desert (اكفاي – MAROCCO)… dopo un te sotto la tenda, a dorso di dromedario a spasso per il deserto.

A poche decine di chilometri a sud di Marrakesh s’apre uno spettacolo naturalistico e ambientale di notevole bellezza: chilometri e chilometri di silenzio tra l’immensità di paesaggi che si perdono all’infinito, mentre nel mezzo… il nulla del deserto di AGAFAY. Siamo alle soglie del più ambito (e sabbioso) Sahara che ha inizio nella parte a sud del paese, e questa esperienza “desertica” nell’Agafay si avvicina molto alle storie vissute sulle vie carovaniere, storie di uomini e cammelli, che da sempre attraversano il celebre deserto. Tutt’intorno, per centinaia e centinaia di chilometri non c’è nulla, solo un vasto orizzonte di sabbia e roccia ove ogni tanto, in lontananza, si scorgono muretti di pietre a secco (ovili) e qualche pastore che segue il suo sparuto gregge di capre che pascolano in una distesa di altopiani che – tra dune e dossi – creano un affascinante luogo, molto simile ad un autentico paesaggio lunare.

L’alto spirito di accoglienza e ospitalità che contraddistingue queste popolazioni stanziali nel deserto, tra berberi e nomadi tuareg, ha dell’incredibile. Appena raggiunti una piccola oasi che – improvvisamente – compare nascosta dietro una duna ecco comparire una piccola oasi; ma più che un’oasi è il risultato di come queste popolazioni riescano a ricavare, in un ambiente così aspro e – all’apparenza – inospitale, un angolo di paradiso davvero inaspettato: campi sapientemente coltivati ad ulivo e sufficientemente irrigati da acqua di pozzo astutamente ricavata da una falda sotterranea. Una grande vasca ricavata in un recinto di pietre a secco contiene centinaia di litri d’acqua che una pompa provvedere a trasferire nei canaletti appositamente ricavati tra i piccoli filari ulivati.

In un ampio spiazzo tra questi alberelli (che sembrano grossi cespugli) si ergono almeno 4 grosse tende, che si rifanno alla tradizione beduina; esse sono state realizzate per accogliere i viaggiatori che si trovano a transitare da queste parti. Qui, prendere parte al rito del te intriso con la menta sorseggiandolo seduti intorno ad un tavolo basso accovacciati su tappeti multicolori e cuscini dagli incredibili disegni, più che una tradizione che evidenzia l’ospitalità di questa gente, esalta la gentilezza dell’accoglienza e la cura che si esprime verso il forestiero per farlo sentire accolto in casa come amici e non come una fugace visita di forestieri di passaggio; oltre al te, coronano questa piacevole sosta anche biscotti preparati al momento, salsine, pane, marmellate, burro, spezie ed olive accuratamente preparate per l’occasione.

Qui i colori, in questa parte dell’Africa, vanno dall’ocra più intenso al rosso più sbiadito, incorniciando – laggiù sullo sfondo a sud – le aree aride della “cordillera atlantica”. Nonostante la loro latitudine, l’altitudine di queste montagne ti permetterà di vedere le cime innevate. Volgendo lo sguardo a mezzogiorno, se la giornata è nitida sono possibili scrutare i profili innevati delle montagne più alte dell’Africa settentrionale; quei monti dell’Atlante su cui domina, su tutti, la cima del Toubkal. Una escursione a dorso di dromedario è il clou più interessante e divertente della giornata; col suo passo lento e costante l’itinerario attraversa un ambiente naturale perfettamente conservato ove sembra di attraversare un incredibile paesaggio lunare scoprendo, oltre l’orizzonte, delle piccole oasi e ammirando pastori al seguito di centinaia di pecore pronte per il pascolo sulle arse colline incuriositi da cosa mai avrebbero mangiato queste pecore in un territorio così secco, inospitale e senza un filo d’erba.

La particolarità di questo luogo avvolto dal più assoluto silenzio, è che si sta attraversando un deserto di pietra e rocce ove lo sguardo – oltre ogni possibile orizzonte – offre un panorama unico, nel quale si susseguono bianche dune che si alternano a lievi ondulazioni in roccia rossastra, come calanchi in calcarenite, la cui forma e colore ricordano molto da vicino quelle Sahariane di Erg Chebbi. Il capo-carovana guida i passi dei dromedari lungo polverose e assolate piste; in lontananza si scorgono sparuti gruppi di case, più che altro 4 pareti in pietra con il tetto di palme, raccolte all’interno di recinti realizzati con pietre a secco del deserto. Come piccoli villaggi esse sono raccolte intorno ad un palmizio, ciò a testimoniare che in quel luogo la sapiente maestria di chi ci vive e la dura esperienza della vita nel deserto, hanno contribuito nel riuscire a trovare, e a ricavare dal sottosuolo, pozze d’acqua (spesso non potabili) utilissime ad irrigare quei pochi metri di deserto che si riescono a ricavare come colture di bacche, ortaggi e verdure, nonché di ulivi.

L’Agafay, come in molti magari credono di aspettarsi, non è un deserto sabbioso come quello del più blasonato Sahara; esso è, piuttosto, un immenso altopiano di terra arida che – per decine e decine di chilometri – offre una vera, autentica sensazione di deserto da godere soprattutto nei periodi giusti dell’anno. Qui la steppa locale determina anche le contrastanti condizioni climatiche in una terra eccessivamente arida tale da riuscire ad offrire giornate con temperature infernali che si alternano a notti estremamente fredde. Nei periodi più caldi dell’anno in questo deserto le temperature massime riescono a raggiungere (e superare) anche gli spaventosi 40 gradi, per cui queste escursioni su dromedario sono possibili effettuarle o all’alba o al tramonto.

Per il resto, poi, lasciarsi cullare dalla fantasia e sognando ad occhi aperti di poter essere un califfo, o magari l’avventuriero Lawrence d’Arabia o – meglio ancora – l’icona del perfetto cavaliere berbero spesso incarnato dal celebre attore Omar Sharif, riempie di pensieri, di emozioni e di sensazioni il resto dell’escursione ammirando gli splendidi scenari del paesaggio circostante in un’autentica estasi contemplativa. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

monti della Tolfa (tuscia viterbese VT), dal borgo della Farnesiana ai ruderi di Cencelle

C’è un territorio, quello dei monti della Tolfa, nel viterbese (alto Lazio) ove ancora si respirano – e si vivono – le tradizioni della Maremma; una terra ricchissima di tutto, dagli estesi campi di foraggio all’allevamento di vacche e cavalli, dalle copiose foreste agli estesi pascoli, dagli intensi profumi ai forti sapori, dal sacrificio di uomini e donne che portano sul volto i “segni” del lavoro in una terra che offre tanto ma che, spesse volte, risulta essere così severa. Allumiere, ha una bella piazza sbilenca ove il signore del tempo, proveniente dalla vicina Siena, portò qui le suggestioni del “Palio” rievocando i fasti della gloriosa tradizione senese in questa fetta di territorio tra i monti.

Già fin dall’antichità queste terre venivano solcate da tribù nomadi etrusche e questa parte di territorio, racchiusa tra i monti della Tolfa e la Valle del Mignone, sono i confini naturali di questa terra in cui si estraeva l’allume (da cui il nome del centro). Fu nel 1462 che tale Giovanni da Castro scoprì i preziosi giacimenti di “alunite”, minerale che veniva estratto per produrre l’allume), materia simile al salgemma con proprietà chimico-minerali che veniva prodotta ed esportata in tutto il mondo utilizzato per la concia delle pelli e per fissare il colore sui tessuti.

Inoltrandosi verso l’interno, ad appena 10 km fuori il paese, si raggiunge il borgo della Farnesiana sorto, tra la fine del XV e il XVI secolo per volere di papa Paolo III Farnese al fine di favorire lo sfruttamento delle miniere di alunite. Questo borgo sorse in quest’area proprio per poter offrire alloggio, ricovero e sistemazione per gli operai impiegati nelle cave di alunite, favorendo loro le strutture necessarie per il sostentamento della sempre più crescente comunità dei minatori. Così, verso la fine del ‘500 qui già erano sorti un mulino, alimentato dal vicino torrente Campaccio, un forno, una tenuta agricola ed una chiesa; solo più tardi, nel XVII secolo vi fu costruito un imponente granaio.

Il piccolo borgo, con lo scorrere del tempo divenne Signoria, ma fu solo alla fine della dinastia Farnese che il mulino ed il forno furono definitivamente abbandonati. Qui è presente forse uno tra gli allevamenti più intensi dei bovini della cosiddetta “razza maremmana”, un’antichissima specie autoctona oggi a rischio di estinzione. In azienda oggi sono presenti circa 250 esemplari, che vagano sui pascoli circostanti completamente allo stato brado. Il centro aziendale oggi è composto da un pittoresco borgo medioevale apparentemente “abbandonato”, una grande chiesa in stile neogotico (ma eretta nella metà del XIX secolo) dedita al culto dell’Immacolata Concezione, e il grosso edificio dei granai.

Dal borgo della Farnesiana, parte la traccia di uno stradello che attraversa il fossato e risale per le verdi pendici dei boscosi crinali dei monti della Tolfa; un luogo spettacolare immerso (e circondato) completamente nel verde. Tra il vagare di vacche che pascolano liberamente, i profumi intensi della macchia mediterranea intrisa delle essenze aromatiche di erbe officinali spontanee usate nella cucina tradizionale locale, si esce allo scoperto lungo un crinale sassoso che offre vedute panoramiche su tutto il circondario.

Muovendosi verso settentrione, lungo piacevoli saliscendi attraverso estesi tappeti erbosi, buoni per i pascoli in cui i cavalli corrono liberamente, si raggiungono le basi di alcune falesie, palestre privilegiate per gli amanti del free-climbing che quassù vengono ad allenarsi. Gli estesi orizzonti che solcano le skye-line ovunque volge lo sguardo, offrono vedute paesaggistiche davvero molto belle, soprattutto dopo la mietitura in cui il giallo intenso dei campi di foraggio esaltano l’azzurro del cielo in tutte le sue livree. Laggiù, verso ovest, è già ben visibile la costa del mar Tirreno.

Dalle falesie della Tolfa, si discende verso il centro della valle ove si scorgono alcuni capannoni per la produzione di prodotti caseari ricavati dagli allevamenti della zona. Giù in fondo, è ben riconoscibile la traccia ove un tempo era la massicciata su cui scorreva un tratto di linea ferroviaria che collegava la costa coi centri dell’interno. Alzando lievemente lo sguardo sull’orizzonte sono già ben riconoscibili i ruderi (torri merlate e cinta muraria) dell’antica città di Cencelle (conosciuta anche come Leopoli), nucleo urbano eretto per volere di papa Leone IV nell’854 per ricollocare in questa sede, più sicura e maggiormente protetta, gli abitanti della vicina Centumcellae (l’odierna Civitavecchia).

Da un abbeveratoio si risale lungo un assolato sentiero, ben tracciato dalla presenza di animali al pascolo e facilmente individuabile (con pavimentazione basolata) che raggiunge il varco d’accesso meridionale della città fortificata. Ben visibili sono le possenti strutture turrite poste a difesa della città e che cingono la perimetrazione delle mura; mura perimetrali di antichi edifici, le nicchie e le (appena accennate) navate di una chiesa, la via principale pavimentata da grossi basoli, i sarcofagi di antiche sepolture ed altri particolari urbani sparsi – qua e là – all’interno di questa vasta area (a tutt’oggi ancora oggetto di studio da parte di campagne di scavo archeologiche), restituiscono le arcane sensazioni di quella che un tempo era una fiorente città, posta tra la costa e i monti dell’interno, importante fulcro per gli scambi commerciali tra il mare e l’Appennino.

Conoscere, e poter vivere, questa parte di Maremma laziale, val davvero la pena trascorrere qualche giorno di vacanza magari progettando escursioni ed esplorazioni per visitare e godere di così tante bellezze paesaggistiche, naturalistiche e ambientali andando alla scoperta di tradizioni e luoghi spesso fuori dalla portata dei più grossi e intensi flussi turistici. Per chi ricerca sensazioni di pace (non solo col proprio animo) e gusto per la scoperta e l’esplorazione di luoghi insoliti, Allumiere, il borgo della Farnesiana e Cencelle… fanno al caso vostro! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ALKMAAR (NL), tra canali e birrerie qui il formaggio… è di casa!

Alkmaar è una città il cui nucleo storico è tutto raccolto intorno ad un suo canale principale ove – fin dall’antichità – i trasporti e i commerci avvenivano esclusivamente sfruttando le “vie d’acqua” che attraversano il centro. Muovendosi dalla Kanaalkade, il lungocanale si prende per i ciottoli della Koningstraat ove la facciata dell’antico edificio del Biermuseum (il “Museo della birra”) fa bella mostra di sé. Pochi passi ancora e le pittoresche vetrine dei multicolorati negozi (dai souvenir alle cibarie… formaggi e cioccolato su tutto) introducono alla scenografica piazza del Käsermarkt, dall’insolito pendio, ove prospetta il poderoso edificio del Käsemuseum, una sorta di gigantesco museo del formaggio accolto in un rinascimentale edificio di matrice ispanico/olandese.

Qui, durante l’estate, si tiene una specie di “olimpiade del formaggio”, un grosso mercato in cui si espongono – e si vendono – tutte le più conosciute specialità casearie della regione; la piazza viene letteralmente invasa dalle belle, profumate e solide forme del tipico formaggio olandese. Si continua sul lungocanale di Zijdam fino a svoltare e superare il ponte “levatoio” che porta al più antico edificio del centro storico della città: l’Altstadt. Qui parte la Helkelstraat che porta al successivo ponte levatoio che supera uno dei principali canali della città. Guadagnati il lungocanale di Verdronkenoord si ritorna verso il centro fino alla piazza ove avveniva l’antico mercato dei prodotti trasportati fin qui dai battelli che scorrevano lungo i canali; oggi, questo spiazzo è il centro in cui sorgono numerosi pub e tipici locali ove poter gustare i gustosi formaggi tipici locali ed assaggiare le prestigiose birre della tradizione olandese.

Una bella cortina di edifici multicolorati fa da scenografia al lungo corso principale del Langestraat che termina in fondo alla Große Sint Laurens Kirche, la chiesa dedicata al culto di San Lorenzo. Il moderno edificio del Museo dalle facciate in vetro, e del Teatro che sorge al suo fianco, invitano a seguire la Ramen Markstraat che sbuca alle spalle del Käsermuseum ove la statua di una signorina col tipico abito tradizionale olandese in bronzo porge il faccino a ricevere i bacetti dei viaggiatori che di qui passano. La piazza del Käsermarkt, poi, quando il sole cala e le luci si accendono, offre davvero un bellissimo spettacolo. Alkmaar, piccola e accogliente città a meno di 20 km a nord di Amsterdam, val davvero una piacevole e interessante visita, ma non una toccata e fuga, magari con un romantico weekend degustando i tipici formaggi locali e intingendo le gole con le birre di tutte le gradazioni. (testo ©Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

HELSINKI (“Helsingfors”, Finlandia/Suomy)… dall’isola di Taivalluoto alla cattedrale ortodossa

Dicono che la Finlandia sia il paese più felice al mondo… chissà! Ma andiamo a scoprirla e a conoscerla camminando a piedi attraverso il suo centro. Situata in riva al Mar Baltico, la moderna e cosmopolita HELSINKI (in svedese Helsingfors) è stata la capitale mondiale del design per il 2012. La bellezza della natura circostante si fonde perfettamente con il progresso tecnologico e le tendenze contemporanee. Un percorso a piedi attraverso il centro città ci porta alla scoperta della capitale della Finlandia attraverso squarci della sua storia, mentre la moderna architettura e il design all’avanguardia sono l’eccellenza di questa terra e del suo popolo. Helsinki è piccola ed è una città immersa nel verde dei boschi che la circondano, riflessa nel blù di un limpido cielo e del mar Baltico, e nel bianco della sua Cattedrale. È una splendida moderna ed avveniristica città, che ha saputo mantenere, anzi accrescere, il proprio carattere di elegante capitale; laddove la natura è padrona assoluta, regalando ai suoi abitanti quel mondo bucolico che ne arricchisce la sensibilità e la spiritualità, le cui principali componenti sono laghi, foreste e cielo, accompagnati dai silenzi più assoluti.

La città, nella sua parte interna, ci accoglie con giardini ed incredibili quartieri da vivere e visitare, mentre col suo fronte mare accoglie decide e decine di isole, tutte da scoprire. Muovendosi da ovest verso est, dalla spiaggia di Hietaranta, zona occidentale della città, presso una rada circondata da isole, strade e ponti, si superano le colline costellate dalle migliaia di loculi e tombe del cimitero cittadino. Giunti nel centro, in mezzo al caos di piazza Narinkkatori molto frequentata e accanto a un centro commerciale, sorge la curiosa forma della “Kampin Kappeli” (la Cappella del Silenzio), tutta realizzata in legno; al suo interno regna il più assoluto silenzio e la sua idea è quella di accogliere le preghiere di tutte le confessioni religiose; un luogo in cui ritrovare la pace nel frenetico caos di una grande metropoli. Spostandosi in direzione nord si raggiunge l’incredibile edificio della “Helsingin Keskustakirjasto OODI“, la biblioteca centrale di Helsinki.

Vivace luogo d’incontro proprio al centro della città, la biblioteca centrale di Oodi è una meraviglia: la sua struttura in legno e vetro, si espande per mezzo di linee curve che si perdono verso infinite prospettive da un punto all’altro dell’edificio. Al piano terra si trovano due caffé, mentre il piano superiore c’è un magnifico open space in cui, oltre ai libri, sono a disposizione stampanti 3D, sale per il gaming, una zona dedicata ad attività di stiratura e cucito, angolo musicale, stanze insonorizzate per studiare e lavorare. La biblioteca è molto frequentata da persone di tutte le età e vale davvero la pena entrarvi, non solo per visitarla ma anche per prendersi un po’ di tempo per viverla. A pochi minuti dalla Biblioteca si raggiunge “Helsingin Päärautatieasema“, la monumentale Stazione Ferroviaria di Helsinki. Bellissimo e possente edificio in granito situato proprio nel cuore di Helsinki. La parte esterna è caratterizzata da decorazioni risalenti al primo decennio del XX secolo, la parte interna è molto pulita, ordinata, ed è possibile visitarla in totale tranquillità a qualsiasi ora.

Bellissima struttura Art Nouveau in granito si evidenzia per l’alta torre e le gigantesche statue incastrate che sembrano reggere la facciata; davvero notevole! La stazione di Helsinki è un capolavoro di architettura: i quattro possenti uomini che reggono il globo, il grande arco a tutto sesto e la torre dell’orologio dall’inconfondibile profilo ne fanno uno dei monumenti cittadini più interessanti di Helsinki; qui la sera sembra la location di un film del “Cavaliere Oscuro” Batman e questo angolo di città, con un po’ di fantasia, sembra assumere le sembianze delle atmosfere noire di Gotham City. Raggiunti l’arteria principale si guadagna lo spettacolare viale di Pohjoisesplanadi una promenade cittadina su cui prospettano eleganti e raffinati edifici dell’’800 con negozi dalle principali griffe, musei, gallerie d’arte, bar, ristoranti e caffè, strada che costeggia il principale polmone verde della città: l’Esplanadi, un parco molto frequentato dagli abitanti poiché è il luogo ideale per i pic-nic estivi.

Da lontano già s’intravede la linea costiera coi magazzini e le strutture portuali che si stagliano all’orizzonte. Al termine dell’Esplanadi, invece, imboccando a sinistra una traversa (Sofiankatu) dalla pavimentazione lastricata con pietre “a scaglie” d’origine marina, quest’ultima sbuca nell’ampia piazza “Senaatintori” (il salotto della città) su cui svetta “Tuomiokirkko“, la maestosa cattedrale di Helsinki (simbolo della capitale) tutta bianca e di rito luterano compete – per bellezza e scenografia – al Pantheon di Parigi. Questa cattedrale svetta in mezzo alla piazza ed è posta in cima ad una monumentale scalinata completamente bianca contro il cielo azzurro della Finlandia, quasi ricordando i colori della bandiera nazionale; essa domina sulla grande piazza sottostante e da lì sull’intera skyline della città. E siamo finalmente giunti verso il mare.

Crocevia dei suoi intensi traffici (di persone, materiali e merci) è il porto, uno tra i luoghi di interesse e più frequentati della città coi suoi mercati: “Kauppatori” (quello scoperto con le decine di gazebo e tendoni bianchi e color arancio ed il “Kauppahalli” (quello al coperto). Il primo, al termine dei lunghi giardini dell’Esplanade verso il mare, è già ben visibile da lontano ed è caratterizzato per i suoi tendoni che si stagliano sul molo; qui si può trovare di tutto: da oggetti dell’artigianato lappone (cappelli, sciarpe, maglioni) a tutta una serie di souvenir, oltre all’ottimo “street food” della tipica cucina finlandese dall’ottimo salmone, proposto in zuppa e affumicato, alle polpette di renna, i frutti dei boschi finlandesi, il pesce fritto, il tutto a prezzi ragionevoli. L’altro mercato, quello coperto, è un edificio – distante poche decine di metri dal primo – facilmente riconoscibile per le strisce orizzontali che lo caratterizzano e posto adiacente la struttura curvilinee di un ufficio turistico, sempre sul molo.

Con le spalle al mare non si può non notare, posizionata in un punto più alto rispetto al porto, la mole della “Uspenskin Katedraali“, la Cattedrale ortodossa (detta della “Dormizione”), splendida chiesa russo/ortodossa, situata in cima ad una collina su un’isola attaccata al porto. Già da fuori, tutta in blocchi rossi, è stupenda ma ancor di più è la visita al suo interno: inimmaginabile e maestosa essa si protende sulla strada da una parte e sul parco dall’altra. La chiesa è stata costruita su uno sperone di roccia e viene considerata come la chiesa ortodossa più grande d’Europa; anch’essa, come la cugina bianca (luterana), spicca fra i tetti finlandesi. Visibile da qualsiasi punto del centro cittadino spiccano, su tutto, le 13 cupole a forma di “cipolla”, tutte in oro a 22 carati, che luccicano sopra l’imponente struttura in mattoni rossi.

La cattedrale è dedicata alla “Dormizione” perché una credenza locale narra che Maria non sia morta ma si sia solo… addormentata! Il suo interno è spettacolare, da lasciare senza fiato per le straordinarie bellezze artistiche, gli stili decorativi, le luci, i colori, i fumi dell’incenso che salgono fino alla cupola, le intriganti iconografie che celebrano la vita dei santi, della Madonna e del Cristo in croce; da non perdere l’iconostasi, che separa la navata, sostenuta da 4 colonne in granito, dove si celebra l’eucarestia e che è adornata da stupende icone. Una giornata intera è bastata per conoscere, scoprire e “vivere” tutte queste interessanti esperienze di una città del nord. Le lancette dell’orologio sono andate abbondantemente oltre le 20,00 (ora locale; siamo a + 1 ora in avanti rispetto all’Italia), ma qui sembra di essere in un pomeriggio d’estate sulle Alpi dopo un temporale estivo; i colori esplodono in tutta la loro straordinaria bellezza e rendono ancor più magica l’atmosfera nordica di questa capitale della Finlandia.

Il viaggio però continua, e non ci lasciamo sfuggire l’occasione di andare alla scoperta delle isole (qui giace l’arcipelago più grande del mondo, con oltre 80.000 isole) che costellano l’orizzonte sul mare e sorgono lungo il tratto costiero; non ci resta che prendere il traghetto dal porto di Helsinski e partire alla esplorazione di qualcuna di esse! Ma questa è un’altra storia da raccontare…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

se esistesse un “Paradiso in Terra” questo, naturalmente, sarebbe… il SENTIERO degli DEI in Costa d’Amalfi (SA, Campania)

Aneddoti, curiosità e misteri camminando sospesi tra un cielo e un mare che fanno a gara per essere tra gli azzurri più belli di sempre… Una lembo di terra avvolto dagli intensi profumi della macchia mediterranea, rende questo sentiero un paradiso unico da vivere in qualsiasi periodo dell’anno. Ed è proprio come attraversare un “Paradiso da Camminare” che questo bel percorso paesaggistico e ambientale scorre lungo uno tra gli itinerari escursionistici (e panoramici) più belli del Mediterraneo. Il Sentiero degli Dei offre lo sguardo su una tra le sky-line più suggestive e famose al mondo… E la vita che scorre lungo esso è un armonioso tramandarsi di emozioni e sentimenti che si sussegue da generazioni tra bellezza, fascino, mistero, e storie leggendarie scolpite nelle memorie del tempo! Desideriamo così porgere, a tutti gli escursionisti del mondo amanti del bello e della “magnificenza del Creato”, un particolare AUGURIO per questo nuovo 2026 …

Ho lasciato per la prima volta sul Sentiero degli Dei le impronte dei miei scarponi nella primavera del 1985… esattamente quarant’anni fa! Lo scenario e i paesaggi sono sempre gli stessi, così come i profumi delle essenze aromatiche che crescono lungo il suo percorso; qualche rudere di un tempo, è stato riadattato e (spesso) anche modificato; l’intuito di qualche pastore e la lungimiranza di qualche contadino sono riusciti a dare una nota di colore riuscendo a proporre ed offrire – all’escursionista di passaggio – la possibilità di potersi immergere in una serie di esperienze gustative e sensoriali che altrove sembrerebbe quasi impossibile riuscire a trovare.

Ma 40 anni fa questo tratto di sentiero che, come descrisse l’incanto della Penisola dei monti Lattari e la Costiera il famoso geografo viaggiatore emiliano Leandro Alberti nella sua “Descrittione di tutta l’Italia… et le Signorie della Città” (Bologna, del 1550), mette in collegamento la marina di Positano con l’altopiano di Agerola ed ha permesso – durante lo scorrere dei secoli – rapporti e scambi commerciali con le popolazioni dei territori montuosi dell’interno con le famiglie dei pescatori agli sbocchi sul mare. Durante le mie prime esplorazioni sul sentiero ho avuto modo (e, sicuramente, la fortuna) di poter incrociare i miei passi con quelle di chi – su questo percorso – ci viveva e ci lavorava; e da questi straordinari “abitanti in Paradiso” ho avuto anche la possibilità di poter dialogare con loro, di poter conoscere e scoprire parti di un mondo (e di una vita vissuta) sconosciuto a molti.

E’ un particolare ambiente, quello della penisola dei monti Lattari, che nel corso dei secoli ha prodotto un’agricoltura intensiva e specializzata ricavata dai tipici “terrazzamenti” (limoneti e vigneti) i quali, ad una rendita sempre meno conveniente, hanno subito trasformazioni e rimaneggiamenti creando volumi abitativi prospicienti il mare e la possibilità di penetrare sempre di più verso l’interno ha reso possibile la realizzazione di una fitta rete di strade e stradine con incredibili arrampicamenti lungo i ripidi pendii; e il famoso sentiero è – appunto – uno di questi tratti storici che fin dall’antichità ha sempre permesso di collegare l’ellenica colonia marina di Positano con l’accampamento romano sorto sull’altopiano di Agerola.

I racconti narrati da questo “Popolo del Paradiso” riuscivano ogni volta a coinvolgermi sempre di più, facendomi conoscere – di volta in volta – scenari, realtà e dimensioni che, spesso, rasentavano l’immaginazione lasciando ampio spazio alla fantasia e alle visionarie interpretazioni di come la vita, fin dalle origini, veniva vissuta in questa incredibile cornice paesaggistica. Ho più volte incrociato un anziano che trasportava sulle sue spalle, percorrendo il sentiero per ben due volte al giorno, pesanti e ingombranti contenitori in ferro per il trasporto del latte raccolto dalla mungitura delle capre che pascolano sul sentiero; così come spesse volte ho incontrato muli che trasportavano sul dorso due pesanti gerle colme del raro vitigno “Piere ‘e Palomma” (Piede di Colomba) tipico della zona, dalla particolare forma del tralcio color roseo che ne caratterizza il gusto e determina il sapore, quassù impiantato – sicuramente – dai greci positanesi che lo hanno portato da Ischia/Pithecusa, altra colonia greca.

Ma ci siamo mai chiesti da dove giunge l’appellativo Sentiero degli Dei? Cioè, chi lo ha così definito per la prima volta? Tracce, testimonianze o fonti scritte (chissà dove e seppur esistenti!) sulla questione non ve ne sono. Più volte mi sono posto interrogativi sulle origini della toponomastica di questo sentiero e – dopo aver approfondito con scrupolosa attenzione e trascorso intere giornate a spulciare vecchie pubblicazioni tra archivi e biblioteche – penso di essere giunto ad una “probabile” interpretazione sul come, perché e da chi fu utilizzato, per la prima volta l’appellativo Sentiero degli Dei. Diverse sono le testimonianze storiche che lasciano intuire come questi luoghi siano stati conosciuti e frequentati, con molta probabilità, da alcuni dei più noti e famosi viaggiatori del Grand Tour tra cui Goethe, Lenormant, Mendelsson, Wagner ed altri ancora che, visitando i luoghi della costa, hanno decantato le straordinarie bellezze paesaggistiche negli ambienti culturali tra il XVIII e tutto il XIX secolo.

Ma non solo di storia e di cultura è intriso ogni scorcio, ogni pietra e ogni veduta di questo angolo di Paradiso. Dalle testimonianze orali, raccolte durante i miei primi incontri con la popolazione locale che viveva sul sentiero, in questi luoghi si sono succedute incedibili storie che avevano come protagonisti le vicende di strani personaggi vissuti quassù in epoche remote e che hanno lasciato il “segno” nella locale tradizione popolare tramandata di padre in figlio; oppure ancora le incredibili leggende che – nel corso del tempo – hanno avuto modo di intrecciare le loro trame quassù generando paure e comprensibili timori come: i “Fatati” (quelli che un tempo venivano identificati come i “non normali”, i “fuori di testa”, gli “indesiderati”) che nel loro vagabondare narravano storie fuori dal tempo riuscendo a creare un magico alone, come un intreccio, di fascino e mistero intorno alla loro figura.

C’era anche ‘o Magio (il mago), una sorta di Rasputin locale, anch’egli analfabeta come il mistico russo alla corte dello Zar, che tra profezie e miracoli riusciva ad annotare, su di un enorme libro, la previsione di lieti eventi e nefasti presagi che si avvicendano nella storia come le guerre (quelle mondiali) che hanno coinvolto l’intera umanità; oppure come “quell’uomo dagli occhi di ghiaccio venuto dal freddo a sedersi sul “trono di Pietro” in Vaticano” (Karol Wojtyla); alla sua morte quel “misterioso” libro di cui tanto si narra, non fu mai trovato e la gente del posto, per timore di vivere altri brutti presagi, lo assalì, lo malmenò a bastonate fino ad ammazzarlo per poi decapitarne la testa che rotolò giù per le ripide scale di Nocelle fino a posarsi nell’angolo appena sotto le scale che giungono in piazzetta.

Si raccontava, infine, anche di una scrofa e dei suoi piccoli che vivendo lungo il sentiero – durante il corso di violenti temporali in coincidenza con la luna piena – assumevano le sembianze di Satana e dei suoi 6 piccoli diavoletti incutendo paura ai malcapitati passanti che transitavano sul sentiero. Superati così gli ultimi tornanti si entra finalmente tra le prime case di Nocelle (420 m) camminando tra gli alti pergolati (che sorreggono chiome di limoneti e copiosi vigneti) si attraversano – in successione – il silenzio di rampe, portoni, cortili e terrazzamenti. Quassù, nella splendida e incredibile piazzetta, si ammira un panorama unico al mondo con le bianche case di Positano che spiovono a grappolo lungo il pendio della montagna. Il Sentiero degli Dei altro non è che un ritaglio di natura il quale ci invita a riscoprire da una parte le remote origini dei fieri e liberi popoli marinari, mentre dall’altra evidenzia le radici della dura, ospitale ed orgogliosa gente di montagna. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ALTOMONTE (CS, Calabria): viaggio nel “Brutium” normanno, dalle tradizioni greco-bizantine alle atmosfere medioevali.

Qui, in questi paesi (oggi, tristemente… spopolati!), il tempo ha lasciato indelebili tracce del suo passato; un passato ricco di arte, di fede, di tradizioni, di storia; enormi contenitori di momenti che si rincorrono dalla notte dei tempi esaltando il loro massimo splendore attra-verso il Medioevo.

Le curve che arrancano lungo le prime propaggini nordorientali della Sila ci portano ad ALTOMONTE un borgo collinare davvero molto bello; un agglomerato di case – tutte in pietra – costruito seguendo le pendici di incredibili pendenze che ruotano tutt’intorno al polo (chiesa, chiostro e museo) religioso della Chiesa della Consolazione ed a quello civico riferito al Castello. Considerato fra i borghi più belli d’Italia, il piccolo paese di Altomonte accompagna al visitatore a fare un tuffo nel passato, attraverso emozioni visive e sensoriali, ed attraversare una realtà a dimensione più umana. Seguire le rampe di scale e gradoni, potendo essere attratti dalle ombre di portali e androni che si perdono in profondi angoli chiusi dalle rocce che arrancano lungo impensabili saliscendi, sembra quasi di camminare attraverso un tortuoso sentiero di montagna, mentre i passi riecheggiano sul selciato di ruvide pietre e antichi basoli e strisce di cielo azzurro sembrano pennellare le gronde di antiche residenze. Dominata del Parco Nazionale del Pollino, affacciata sulla Piana di Sibari, a due passi dai paesi di matrice “arbëreshë” (albanese), Altomonte è entrata a far parte, di diritto, nel circuito dei borghi considerati tra i più belli d’Italia.

È un paese davvero incantevole, in cui aleggiano poetiche atmosfere che spaziano dalla narrazione al romanticismo più autentico; camminare senza meta attraverso i suoi angusti vicoli, è come lasciarsi avvolgere dalle ancestrali atmosfere di un remoto passato in cui, anche i più esperti viaggiatori non sembrano essere abituati; ogni rumore viene proiettato dall’eco che attraversa il silenzio come le ante di finestre che cigolano o i conci dei tetti che si toccano al saltellare di corvi e piccioni. Le viuzze sono talmente così strette che non è possibile immortalare, con l’occhio della fotocamera, gli scorci e le prospettive più belle del borgo. Se la struttura dell’impianto urbanistico medioevale del dentro ruota tutta intorno al Castello, il fulcro principale della vita civile e religiosa si concentra, invece, nello slargo panoramico della piazza centrale di Altomonte: Piazza Campanella. Oltre ad offrire splendide vedute panoramiche sulle prime propaggini del Pollino, in essa prospettano le monumentali facciate della Chiesa (madre) di Santa Maria della Consolazione a cui si accede con una bella gradinata e dell’adiacente edificio del Chiostro dei Domenicani che – al suo interno – ospita anche l’area del locale Museo Civico.

Ma andiamole a scoprire queste meraviglie che ci riportano indietro nel tempo, in quell’epoca ove il Medioevo ha lasciato indelebili tracce del suo passaggio. Dalla Torre del Castello una breve deviazione a destra scorre verso piazza Campanella; laggiù – sullo sfondo – attraverso uno stretto corridoio ove le facciate di antichi edifici sembrano toccarsi, è già ben visibile lo spettacolare “rosone” che caratterizza la facciata della chiesa madre di Santa Maria della Consolazione. Siamo giunti davanti alla magnificenza di questa chiesa dopo una interessante camminata tra i caratteristici vicoli e i portali di Altomonte. Preceduta da una bella scalinata al termine di questa, sulla facciata, oltre al rosone, composto da sedici raggi e una gigantesca Torre Campanaria che si ispira alle più famose “bastides” (chiese fortificate dove, in caso di pericolo, si riusciva a trovare riparo) francesi, il varco d’accesso s’apre con un bel portale a sesto acuto contenente e un gigantesco portone in legno intarsiato. L’accesso al suo interno avviene spostando una tendina, ed ecco comparire – in tutta la sua solenne magnificenza – un austero ambiente esaltato dalle luci e dai silenzi; sullo sfondo il coro ligneo, dove frati usavano eseguire i canti gregoriani, risalente al XVI secolo.

Nonostante risenta dello scorrere del tempo, esternamente è molto bella e ben tenuta. Entrati all’interno, sembra di fare un viaggio (attraverso e) indietro nel tempo grazie ai numerosi elementi artistici e religiosi di notevole valore qui presenti. La struttura, in tutta la sua austera, semplice e monumentale bellezza, rispecchia il più importante esempio del classico stile architettonico gotico/angioino molto influenzato dalle tendenze artistiche franco/senesi presenti qui in Calabria. Essa fu edificata nel 1342 circa da Filippo Sangineto, conte di Altomonte, su autorizzazione di Papa Clemente VI. L’interno a croce latina con unica navata viene esaltato dagli archi e dal soffitto a capriate, dal sarcofago (monumento marmoreo del XIV secolo) contenente le spoglie di un giovane e sconosciuto cavaliere, probabilmente appartenente alla famiglia dei Sangineto; una figura armata di tutto punto in ogni suo minimo particolare, che poggia i piedi su due cagnolini (a simboleggiare la fedeltà), con un volto espressivo e le mani giunte in atto di preghiera. Una porta istoriata della fine del XVI secolo mentre, sulla scarna parete in alto a destra, ciò che rimane di un affresco della Madonna della Consolazione.

Accanto alla Chiesa madre c’è il Chiostro dei Domenicani che accoglie – al suo interno – alcuni ambienti del Museo Civico. Un elegante complesso quadrato caratterizzato dalle arcate a tutto sesto che poggiano su colonne ottagonali, un luogo che, dal 1980, custodisce opere d’arte che vanno dal Medioevo all’età moderna, tra cui un’opera di Simone Martini, oltre ad ospitare la Biblioteca Civica e Storica. È stato per secoli un importante centro culturale, legato a figure come Tommaso Campanella, e oggi è un punto di riferimento per la cultura e la storia locale, con il chiostro che rimane uno degli angoli più suggestivi. Il monumentale Convento dei Frati Domenicani fu edificato nel XV secolo per opera, interessamento ed espressa volontà di Cobella Ruffo, moglie di Ruggiero Sanseverino, che divenne contessa di Altomonte nel 1402. Appena varcati l’androne d’accesso, caratterizzato dal pavimento acciottolato, subito si nota come la struttura non è soltanto un semplice chiostro, ma che per secoli è stata – senza ombra di dubbio – il cuore pulsante di un complesso storico, filosofico e artistico che racconta le vicende legate alla storia e alla cultura di Altomonte, riuscendo così, oggi, ad offrire un percorso che si distribuisce tra arte, spiritualità e conoscenza.

Fuori la chiesa la scoperta di Altomonte ci porta a conoscere altri spunti su cui focalizzare la nostra attenzione. Passeggiare lungo le strette viuzze con le antiche case in cui s’aprono gli splendidi portali in pietra, consente di raggiungere un nuovo belvedere che offre altre vedute panoramiche sulla fascia costiera e la piana di Sibari. All’altezza di un cortile sulla destra compare una figura lapidea zoomorfa, posta su un piedistallo composto da lastre in pietra e ciottoli; sul lato opposto, a sinistra, compare la rampa d’accesso dell’austera facciata di quella che un tempo era il Castello Normanno di Altomonte. La rocca è riuscita a mantenere intatto – nel corso dei secoli – il suo intrigante fascino. Tra le sue imponenti mura in pietra, passato e presente si rincorrono riuscendo ad incontrarsi e seguendo le tracce di quella storia che, attraverso lo scorrere del tempo, ha visto sovrapporsi i segni della modernità che hanno reso questo luogo incredibilmente così vivo e vitale. Risalente al XII secolo, nel tempo ha perso la sua originaria funzione divenendo residenza dei tanti feudatari che si sono avvicendati ad Altomonte e che appartenevano alle più importanti casate nobiliari. Articolata su una corte centrale, assunse titolo di castrum nel 1342 da Clemente VI.

La ristrutturazione del Castello ha rispettato l’identità e la natura dei luoghi del tempo e non ha in alcun modo alterato la sofisticata finezza stilistico/architettonica che ha sempre contraddistinto il maniero. Un’eleganza che si evince sulle parti superstiti delle capriate (a vista), affrescate da scene mitologiche, come anche negli splendidi arazzi raffiguranti il “Ratto d’Europa”, opera di Paolo Veronesi. La facciata del castello è caratterizzata da un bellissimo loggiato panoramico da cui si scorgono i monti del Pollino; una spettacolare terrazza che abbraccia la vallata sottostante e consente di allungare lo sguardo fino al mare. Continuando a camminare attraverso il borgo lungo incredibili saliscendi, le sensazioni di attraversare il tempo sembrano non aver mai fine. Sono ancora tante le chiese (piccole e grandi); i palazzi signorili dalle splendide facciate in pietra; le piazze e gli slarghi che appaiono all’improvviso ove s’intrecciano i saluti e gli scambi di battute in una incomprensibile forma dialettale tipica del luogo; elementi che esaltano – ancor più – quell’intricato dedalo di vicoli, androni cantine e sottani da cui, improvvisamente, aleggia l’intenso profumo del rinomato pane di Altomonte, chiudendo in bellezza la scoperta di un luogo che riesce ad accoglierti con stupore. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ROSSANO Calabro (CS) attraverso il “Brutium” normanno… quattro passi di notte nelle atmosfere di un antico passato!

Incastonati tra l’azzurro del mar Ionio e il verde delle montagne circostanti, sorgono bellissimi borghi arroccati tra irte rupi e inaccessibili valloni. Un excursus spazio-temporale che attraversa i principali centri della sibaritide, tra i giganti del Pollino e le copiose faggete della Sila.

ROSSANO Calabro è un interessante centro d’origine bizantina collocato ai margini sudoccidentali della piana di Sibari, tra la costa ionica e i primi contrafforti della Sila. Centro ricco d’arte e cultura greco/bizantina ci accoglie, per una fugace conoscenza dopo il calar del sole, dall’alto della sua incredibile rupe rocciosa; mentre i passi arrancano per le ripide salite attraverso i varchi di antiche porte d’accesso. È un borgo – questo – la cui indole degli abitanti è estremamente accogliente e socievole, mettendosi a disposizione del forestiero e guidandoli, con le loro indicazioni, a percepire tutte le emozioni scaturite dalle bellezze del posto. Pieno di vicoli che raccontano di storie vissute, di vita espresso attraverso i sacrifici di uomini e donne dai volti rugati ove sembra che lo scorrere del tempo non solo abbia lasciato profondi solchi, ma che abbia tenuto così gelosamente nascosti i segreti di una vita rurale fatta di sacrifici, di sopportazioni, di rinunce, di abbandoni… vita che non ha mai smesso di testimoniare valori che oggi sembrano definitivamente scomparsi. Qui a Rossano tre sono gli elementi che caratterizzano il borgo: il culto per San Nilo, la Cattedrale (con la sua Madonna Akeropita), e il prezioso Codex Purpureus (tra i più antichi codici miniati dell’antichità).

Un labirintico intreccio – fatto di vicoli, stradelli, slarghi, rampe e portali – dalle incredibili pendenze che si ramificano all’interno del centro storico viene illuminato dalla fioca luce dei lampioni. I passi accentuano il ticchettio sui millenari basoli consumati dal tempo mentre il respiro affanna per raggiungere i luoghi più impensabili e nascosti all’interno del borgo. Giunti in prossimità della Cattedrale, dedicata al culto per la “Madonna Akeropita”, entriamo attraverso un accesso laterale (navata destra); qui – tra stupore e meraviglia – si viene proiettati in un ascetico contemplare mai provato prima. Dalle fattezze barocche, gli interni della Cattedrale dedicata a Maria Assunta, nascondono un passato che risale al periodo bizantino e che si concretizza, alla prima metà del XIV secolo, con l’edificazione del sacro edificio. Qui si evidenziano spunti visivi ed emotivi che invitano a scoprire quanta bellezza artistica e religiosa si celano al suo interno; un luogo di mistico, profondo, quasi ancestrale, moderatamente sontuoso, ricco di marmi policromi e stucchi che ne esalta la bellezza e restituisce una spiritualità fuori dal comune e che raccoglie al suo interno affreschi di matrice italo/greca, dipinti, statue, reliquie e l’imponente soffitto a cassettoni.

Ma il luogo più venerato all’interno del sacro edificio, un angolo che racchiude una profonda storia spirituale molto più antica, è l’affresco murario della Madonna Achiropita (il cui significato indica che “non è stata dipinta da mano umana” (ma impressionata direttamente – e miracolosamente – sulla ruvida parete). Custodita all’interno di una nicchia protetta dal vetro, illuminata e incorniciata secondo uno stile barocco, vi è un’icona affrescata della Madonna col Bambino, visibile su un frammento di colonna. La vergine e il bambino hanno le dita “benedicenti” bislunghe e lo stile bizantino si legge con la parola “Theotokos” che (in greco) è madre di Dio. La chiesa, bellissima e affascinante, costruita su una preesistente struttura bizantina, è stata più volte rimaneggiata, tanto da non avere uno stile definito. La navata centrale ha un soffitto “a cassettoni” del XV secolo; altarini barocchi visibili sulla parete della navata destra; cappelle, invece, si aprono in quella di sinistra. Ma il punto focale della chiesa è al terzo pilastro della navata centrale, dove, eretta su un altare in marmi policromi è la famosa Madonna che, secondo la leggenda sarebbe miracolosamente apparsa in questo luogo; un dipinto su muro risalente al X secolo.

La potenza dell’affresco si contempla in silenzio e l’immagine – molto venerata – merita sicuramente il viaggio fino a Rossano. Il culto per questa immagine risale già dal VI secolo, al tempo dell’imperatore bizantino Maurizio, mentre l’affresco è databile tra l’XIII e il IX secolo; stare in silenzio davanti a questa immagine pone il fedele in ossequioso silenzio. L’affresco sembra che fosse comparso miracolosamente durante i lavori di costruzione della chiesa. La Madonna apparirebbe vestita di porpora armata di una divina torcia per scacciare gli invasori saraceni; oltre ad aver salvato il popolo di Rossano da colera, cavallette e altre calamità. Ciò che rende credibile questo culto è la leggenda che lo avvolge. Si narra che alla costruzione della chiesa gli operai al mattino trovavano sempre distrutto il lavoro che veniva effettuato, allora misero una persona a guardia per vedere cosa accadeva la notte in quel posto. Il guardiano si accorse che la Madonna voleva essere posta dove ora si trova e apparve sulla parete un dipinto, dove tuttora viene venerato dai rossanesi, costruendo un altare, e una protezione al quadro, in marmi pregiati e colorati provenienti da Cipro e dalla Grecia. La chiesa, capolavoro d’arte bizantina e romanica, tutta rivestita di marmo, diviene Santuario nel 1925.

Camminando verso la periferia meridionale di Rossano, proprio al principio della discesa che porta giù, verso le grotte, compare – in tutta la sua straordinaria e semplice bellezza – l’Oratorio di San Marco, la chiesa più importante di Rossano. Sorta su uno spuntone roccioso ai margini del paese questa chiesa con cinque cupolette e tre absidi posteriori ben visibili, ricorda molto lo stile delle chiesette ortodosse della Grecia. Questo paese per cinquecento anni è stata la base della cultura e dei riti bizantini, nonché luogo di culto per i monaci basiliani. Qui una volta al mese si celebra la messa interamente con il rito ortodosso. Piccolissima cappella, essa risale alle più antiche testimonianze bizantine presenti nei territori dell’alto “Brutium” (Sila greca) e sorse – per l’azione di impulso e di predicazione da parte di San Nilo – con l’intento di poter offrire e dare un sicuro punto di raccolta e preghiera, a quei monaci eremiti locali che vivevano negli antichi insediamenti rupestri (le grotte) disseminati nel circondario: dal sacro edificio, composto da una pianta a croce greca, si elevano cinque cupole cilindriche, e a cui fu aggiunto – nel XV secolo – un ingresso per poterla usare anche come chiesetta.

Resta ancora tanto da vedere qui a Rossano e – purtroppo – il tempo (unitamente alla luce) è tiranno; ma prima di andar via siamo attratti dal perché un uomo di fede, dalla presenta di un santo come San Nilo sia così importante per la spiritualità (e, al tempo stesso, per l’identità) di queste contrade: San Nilo rappresenta la profonda identità storico-culturale di Rossano e di tutto il suo circondario, richiamando le radici greco-bizantine e l’unità tra le diverse tradizioni che qui s’incontrano. Egli è una figura fondamentale per Corigliano-Rossano, e viene celebrato con una festa che unisce profonda fede, riscoperta delle radici e gioia comunitaria.  (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Riserva Naturale valle e foce del fiume BELICE (Sicilia, AG-TP)

Per raggiungere la foce del fiume Belice, che attraversa l’omonima valle, si attraversa un paesaggio caratterizzato da morbide colline punteggiate dai filari di vigneti che si perdono a vista d’occhio, siamo nell’area del vino Marsala. Ma è presso la foce che la natura, in quest’angolo dell’isola, esprime alcune delle sue peculiarità, alcuni particolari habitat come le paludi e la fascia costiera caratterizzata dalle dune e dai gigli di mare. Paesaggi tra il verde e l’argento offrono una varietà di di elementi naturali, quali le verdeggianti colline che spiovono fino al mare; ampie vallate ricoperte da macchie di conifere ed eucalipto che si alternano al sughero, al carrubo, dall’olivo, e dalla macchia mediterranea tra rovi, corbezzoli e ginestre.

Avvicinandosi all’area ove il fiume Belice, per mezzo della sua foce, riversa le sue acque nel Mediterraneo. E’ qui che ritroviamo alcuni tra gli ambienti ormai quasi del tutto scomparsi in Sicilia; qui le paludi rivestono notevole interesse soprattutto dal punto di vista faunistico. Tra gli ampi specchi d’acqua circondati dalla cospicua ve-getazione palustre, ove spicca il “Limonium siculum” esclusivo di quest’area e dei pantani siracusani, trovano sicuro punto di riferimento per una sosta grandi stormi di uccelli migratori; autentiche oasi di verde in un contesto più ampio di terre aride ed aspre. L’importanza di questi ambienti si evidenzia per la presenza di una copio-sa e ricca macchia mediterranea in cui primeggiano il lentisco, la palma nana, i gigli, canne ed altre… oltre alla presenza di una fauna tipica come il ramarro (che si nasconde tra le canne) e la testuggine.

Particolari scorci paesaggistici si ammirano nelle adiacenze di Selinunte, ove ad un intenso tratto costiero sabbioso, fa da margine la maestosità delle superbe rovine della città greca. Alla foce del fiume Belice e alle dune limitrofe che ne esaltano il li-torale, si raggiunge dopo aver superato un ponte in ferro della ferrovia. Passerelle in listelli con passamani in legno immettono in uno dei tratti costieri tra i più belli e significativi; una costa dalle finissime sabbie che si estende tra Marinella di Selinunte e Porto Palo, autentico scrigno di bellezze sia naturalistiche che paesaggistiche.

Su questo litorale prospettano un insieme costituito da un sistema di dune costiere che spesso – sottoposti alle mutevoli sferzate dei venti, si spostano verso l’entroterra per molte decine di metri, raggiungendo altezze che oscillano tra i 5 e i 7 metri. Queste, continuamente modificate dall’azione dei venti, insieme all’areale della foce accolgono svariate specie vegetali e animali come le erbe striscianti ca-paci di “riemergere” dalla sabbia, delicati fiori come i profumati gigli di mare e le spettacolari acacie e – proprio presso la foce – del fiume, lungo le sue sponde, una ricca vegetazione palustre in cui prevale il canneto.

Tra le varie specie avifaunistiche prevale la presenza degli aironi “cenerini”, passeri-formi, anatre, ghiandaie, il ramarro “siculo” ed è segnalata la deposizione di uova di tartarughe marine; mentre numerosissima è la presenza di lumache (di tutte le di-mensioni) che stazionano lungo gli steli tra i canneti e le dune. Il piacevole sgam-bettare attraverso i canneti e la sabbia, conduce verso un mare dai fondali cristallini davvero unici; di fronte… le coste dell’Africa, l’altra “faccia” del Mediterraneo. (testi & photo ©Andrea Perciato)

St. Pio “Walk” (da Pietrelcina BN a Sant’Elia a Pianisi CB)… come affondare i nostri piedi nelle impronte di un Santo!

Dedicato a Mario (“STEINBOCK”) LUCIANO, un FRATELLO… più che un AMICO! Con la speranza che sia tra le braccia del “santo” frate. Affrontare la distanza spazio-temporale che ci separa dalla meta crea una frattura radicale con la quotidianità. Impone di cambiare abitudini, impegna a posticipare la realizzazione dei propri desideri. Il Pellegrinaggio è un atto volontario con il quale un uomo abbandona i luoghi a lui consueti, le proprie abitudini, il proprio ambiente affettivo, per recarsi in religiosità di spirito fino al luogo di culto che si è liberamente scelto, o che egli si auto-impone per penitenza. Proprio come le “Compagnie” dei pellegrini di una volta, guidate da priori, curati, sindaci e confraternite a seguito di uno stendardo o di colorate cente, così oggi i moderni gruppi di devoti iniziano il proprio cammino sulla scia di un antico emblema/reliquario scettro e, al tempo stesso, testimone che accomuna tutti lungo il percorso, simile alle antiche Tavole della Legge di biblica memoria.

Le tracce del “St. PIO Walk” solo geograficamente cominciano da Pietrelcina ma, nella sua particolare e inedita struttura esso ha inizio molto prima e in un luogo senza confini spazio-temporali: il nostro animo! Nessuna risposta a capire cosa spinge, coloro che si mettono in cammino, ad abbandonare tutto per partire ed affrontare una dimensione diversa ove il tempo, quello determinato dalla curvatura del sole nella volta celeste, viene scandito solo dal ritmo dei passi. Si parte con un’idea e si arriva con un’altra idea. I motivi che inducono a intraprendere le lunghe fatiche percorrendo il “St. PIO Walk” possono essere diversi: c’è chi lo affronta per motivi religiosi, chi per puro svago sportivo, chi invece per arricchimento culturale e spirituale o chi, semplicemente, per seguire una moda del momento. Tutti, indistintamente, troveranno sulla strada un nuovo scopo per giungere alla meta.

Solitudine e confusione, desiderio di conoscenza e spinta religiosa, stimoli psicologici e spirito sportivo, tendenza ancestrale al diretto contatto con la natura e possibilità di immergersi nella conoscenza del territorio sono elementi fondamentali con cui si forgia la struttura del pellegrinaggio. Esiste una specie di canale privilegiato sempre aperto su cui sintonizzare i propri pensieri e i propri dialoghi. Così riesce spontaneo scambiare una parola con chi ti cammina accanto, anche se non lo si è mai visto prima, diventa naturale; o anche come sedersi di fronte a un immenso paesaggio, assorto in contemplativi silenzi, di fianco a un compagno di strada. Il condividere la fatica, sopportare insieme il caldo e contarsi le vesciche ai piedi sono tutti aspetti, questi, dell’esperienza che lungo il cammino del “St. PIO Walk” hanno un significato ben preciso e definito; ciò costituisce uno straordinario collante fra i pellegrini camminatori.

Si dice che qualsiasi cammino cominci una volta lasciata la propria casa ed esistono tanti cammini quanti sono i pellegrini che lo percorrono. In realtà “St. PIO Walk” ha un punto di partenza ufficiale riconosciuto nel borgo di Pietrelcina, piccolo abitato che ha dato i natali a Padre Pio, e raggiunge il promontorio garganico in San Giovanni Rotondo, valicando i monti del Sannio e l’Appennino della Daunia ove da secoli transitano importanti vie di collegamento. Il “St. PIO Walk” si snoda lungo un itinerario di spiritualità e conoscenza che muove i suoi primi passi da Pietrelcina (luogo natale del Santo) ove pellegrini e viaggiatori trovano la pace percorrendo il cammino. Un viaggio che vale la pena di condividere con persone anche di diverso credo religioso e pensiero; un viaggio intenso, profondo e proficuo; pervaso di credenze e motivi culturali da metabolizzare. Lungo il cammino/pellegrinaggio l’escursionista avverte la sensazione di essere un tutt’uno con la natura, ove si considera l’attento confronto fra la realtà attuale e quella antica; non si tralascia neanche il grosso significato di attraversare quei lunghi tratti delle antiche autostrade d’erba, come i tratturi della “transumanza” e comodi sentieri rupestri.

Le tracce del “St. PIO Walk” hanno la caratteristica peculiare di ripercorrere quelli che sono stati gli autentici spostamenti effettuati dal Santo frate toccando tutte le strutture religiose e i complessi conventuali distribuiti su un immenso territorio a cavallo dell’Appennino Dauno, posto a cavallo tra le province di Benevento, Campobasso e Foggia; vale a dire tutti quei luoghi spirituali in cui il frate di Pietrelcina si è mosso dalla borgata sannita, nella quale egli è nato ed è giunto – dopo un cammino spirituale durato anni – sul promontorio garganico nel villaggio di San Giovanni Rotondo ove ha terminato la sua esistenza terrena ed e asceso alla gloria celeste. Questo racconto, fatto di parole ed immagini, narra di uno dei tracciati che partono da Pietrelcina (in provincia di Benevento), attraversano le località di contrada Cannavina, contrada San Giuseppe, contrada Guardiola, colle Pacifici, Pesco Sannita, contrada Pietrarelle, contrada Reinello, masseria De Nunzio, contrada Monteleone, masseria Borza, casa Tozzi, Reino, Regio Tratturo, Reinello, contrada Streppara, timpa Streppara, fosso Chiusolano, masseria Vessecchia, contrada Tocco, croce di Maggio, Colle Sannita, masseria Grasso, croce di Mattioni, contrada Catere, Decorata, valle Cervaro, fonte Cupa, piana di Escamare, Jesi, ponte Carapello, contrada Tortorella, torrente Tappino, Campobasso, Ferrazzano, Matrice, Regio Tratturo, case Colavita, Sant’Elia a Pianisi (provincia di Campobasso), Convento Francescano Frati Cappuccini (testi & photo ©Andrea Perciato)