BRATISLAVA, antica “Pressburg” (SLOVENSKO): la più giovane e la più piccola d’Europa…

Occorre un giorno per girare a piedi, conoscere e scoprire alcuni tra gli angoli più significativi di questa giovane capitale europea bagnata dalle acque del Danubio e posta al confine con l’Ungheria e l’Austria; con un centro storico tale da sembrare un gioiellino urbano tutto da vivere coi suoi numerosissimi negozietti e locali (pub, locande, trattorie, vinerie, birrerie…) dalle appariscenti vetrine e dalle tipiche atmosfere “bohémien” che si rifanno al mondo artistico, intellettuale e letterario del IX secolo. BRATISLAVA non è molto grande, tutte le sue attrazioni ed i luoghi più importanti e significativi sono concentrati nel centro della città; l’anima pulsante ruota all’interno di un borgo storico e medievale che sembra essere diviso in due e attraversato da due larghe arterie stradali, fortunatamente chiuse al traffico veicolare. Tra i principali viali, attraversati dalla linea tramviaria, c’è il viale Obchodnà coi suoi numerosissimi negozi e locali ove gustare pietanze della tipica cucina locale, ai fast food più in voga, agli accoglienti ristoranti tra “modern style” e charme.

Proprio lungo questo viale compare il più antico pub della nazione: lo SLOVAKJ PUB, ricavato dalla struttura di una chiesa sconsacrata. L’ingresso ha una rampa di scale in legno che sale al piano di sopra. Tra antichi eroi slovacchi, spade nella roccia, saghe e leggende legate a santi, eremiti e guerrieri, nel pub (di fine ‘500) si cammina su travi calpestate, per secoli, dai tanti viaggiatori passati da qui; tipiche pietanze e birre locali che ti inebriano ma non fanno barcollare, e quel profumo d’antico che non guasta mai, rendono il luogo molto speciale. Appena superati lo sbilenco (perché a differenti quote) piazzale caratterizzato dal largo viale Hurbanovo nàmestie attraversato dalla tramvia, siamo alle porte della CITTÁ VECCHIA. “Staré Mesto” è, appunto, il fulcro della capitale slovacca. Questa parte della città è piccola, raccolta, accogliente e – attraversandola a piedi – si visita facilmente in poche ore. Il centro storico è attraversato da due principali vie (la Michalskà/Ventrùrska e la Panskà) con vicoli lastricati su cui s’affacciano palazzi colorati dai diversi stili e che raccontano molte vicende del passato.

Siamo sul ponte (most) che immette all’arco “bràna strednà” che attraversa l’antico perimetro settentrionale della città vecchia. Tra vicoli strettissimi, portali in pietra finemente decorati e le meravigliose vetrine del centro storico si incontrano i più importanti edifici e monumenti di Bratislava, le sue caratteristiche statue, nonché numerosi alberghi, ristoranti, chiese, musei e teatri; senza poi dimenticare – naturalmente – i caffè storici che riportano indietro nel tempo. La via che piega e scende a sx lascia apparire, in tutta la sua imponenza, la TORRE di San Michele. Questa è l’unica porta medievale conservata della città che risale al XIV secolo. Coi suoi 51 metri d’altezza era una delle quattro porte cittadine; la ristrutturazione del 1758 diede alla torre un aspetto più barocco. Uno dei monumenti piú significativi della città sia per la sua imponenza che per la storia che l’accompagna. É bello varcare l’arco sottostante e soprattutto percorrere la strada dell’incoronazione con le coroncine incastonate nel manto stradale in ricordo della passeggiata che qui svolgevano gli imperatori appena incoronati.

La via Michalskà/Ventrùrska scende verso sud fino ad incrociare la via Panskà; qui una fontana caratterizza l’unione tra le due vie. Volgendo a dx si giunge presso la parte esterna del centro antico; la bellissima facciata di un palazzo in tardo stile liberty che si sovrappone all’art-nouveau. Qui, sempre a dx, s’apre lo slargo alberato Anton Berdolàk (con fontana) dietro cui primeggia l’imponente torre campanaria della Katedràla Svätého Martina. Il suo campanile dai colori verde/oro termina a punta con la corona ungherese; era la “Chiesa delle Incoronazioni”. Di fronte, oltre la strada soprelevata a scorrimento veloce, s’erge – dall’alto di una verde collina (propaggini meridionali dei Piccoli Carpazi) – il Castello. La vecchia fortezza s’affaccia, in tutta la sua imponenza, sul Danubio con le 4 torri poste ai lati e le pareti bianche; esso è il simbolo indiscusso della città. Per raggiungerlo si prende il sottopasso Podchod pämati, si volge a dx per una prima rampa di scale e poi subito a sx per i gradoni acciottolati di Zàmocké schody, fino a raggiungere la singolare porta delle mura meridionali di Ẑigmundova bràna.

Superata la porta la pista basolata risale sfiorando i bastioni meridionali della cinta muraria fino a raggiungere – sulla dx – l’arco d’ingresso (Leopoldova bràna) che immette nel perimetro interno della fortificazione. Poco più avanti, parte sulla sx una serpentina di rampe dai listelli in cotto che sbuca presso il monumentale cancello sulla panoramica spianata; e qui, a dx, compare in tutta la sua poderosa e magnifica bellezza, il CASTELLO (Kràlovskў palàc na Bratislavskom hrade) di Bratislava, col suo ampio piazzale caratterizzato dalla statua equestre di Svâtopluk. L’imponente facciata del Castello è uno dei punti di riferimento più importanti della città; esso s’apre con una splendida vista sul quartiere medioevale e la parte più antica di Bratislava. Esso è una delle migliori attrazioni della capitale, in una splendida posizione su una collina ai margini occidentali del centro. La spianata s’apre su uno splendido paesaggio, con verde e fiori. Dal cortile del castello si gode di una splendida vista sui tetti città antica e sul fiume Danubio. Oltre a scorgere tutta la città, in lontananza i mulini a vento, che si trovano in Austria.

Il Castello di Bratislava domina l’intero centro storico sottostante, che risulta essere – indubbiamente – la parte più bella della capitale. Usciti nuovamente fuori le mura dalla porta di Ẑigmundova bràna, e rientrando nella vecchia città si attraversa un altro pittoresco angolo di Bratislava; un borghetto (dimora di antiche famiglie ebraiche) con alte e strette case ricco di storia, con slarghi fioriti e belle piazzette distribuite lungo impensabili pendenze, attraversate da strade lastricate e rampe acciottolate ai cui lati si ergono antichi palazzi dai colori pastello. Rientrati nel centro storico della città si cammina lungo la via Panskà fino ad incontrare, presso l’incrocio con Rybârska brâna, un’altra delle figure simbolo associate alla città di Bratislava. Praticamente da un tombino fuoriesce – con le braccia poggiate lungo il bordo della pavimentazione – un buffo personaggio in “bombetta” che sembra divertirsi osservando le persone che camminano su e giù per la via. La singolare figura si chiama Čumil (Man at work o Gaper), e raffigura un lavoratore della rete fognaria cittadina; esso è un’attrazione molto fotografata.

Proseguendo verso occidente lungo il viale Laurinskà si sbuca nell’enorme piazza di Kamennè nàmestie, in cui convergono – e si incrociano – cinque tra le principali arterie che comunicano tra la parte vecchia della città e quella nuova. Edifici di nuova concezione architettonica si alternano alle tipiche costruzioni edilizie e agli ampi spazi urbani determinati dal potere sovietico; un susseguirsi di tempi ed epoche storiche che hanno determinato la vita di questa città e della sua popolazione durante la “Guerra Fredda” e l’oblio della “Cortina di Ferro”. Imboccando via Dunajska prestare molta attenzione al suo lato dx: tra due strette palazzine compare un varco (Liga pasàz, specie di sottopasso quasi al buio), privo di illuminazione, che sbuca lungo il viale alberato di Grösslingovà; un centinaio di metri sulla sx e poi, subito immediatamente a destra per via Bezruĉova, ecco comparire – in lontananza sulla dx – lo splendido campanile della singolare Chiesa Blu dalle bizzarre forme architettoniche (quasi di matrice gaudiana), dedicata a Kostl svătej Alžbety, Santa Elisabetta.

La Chiesa Blu di Santa Elisabetta è una delle principali attrazioni di Bratislava, un monumento di art nouveau tra i più belli della città. Dedicata a Santa Elisabetta d’Ungheria. L’edificio sacro esprime uno forte stile di art nouveau ed è nota come la Chiesa Blu per via del colore della sua facciata. Anche le decorazioni interne, le panche e persino il campanile sono colorate di blu. Il Modrý kostol sembra essere uscito da una favola, sempre circondato da gente curiosa, per via del suo stile unico; architettura secessionista ungherese e anche un pò di arte bizantina, risaltano le sue tonalità dai colori azzurro e turchese, da qui il nome di Chiesa Blu. La giornata volge al tramonto e, purtroppo, siamo riusciti a vedere e conoscere solo alcuni tra i principali edifici, monumenti e luoghi di culto che caratterizzano questa giovane capitale. All’interno della città vecchia ci sono ancora altre “perle” architettoniche come le piazze, che hanno per sfondo i tipici edifici dall’architettura medioevale, rinascimentale e neoclassica che ha sempre caratterizzato queste terre ai margini tra oriente e occidente. Qui le invasioni turche tra la fine del XVI e i primi del XVII secolo furono fermate dagli eserciti europei e qui – noi, purtroppo – di fronte a questo insolito e curioso edificio di culto, chiudiamo il nostro bel giro a piedi per Bratislava. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

MADDALONI (CE): tra cupole, rocche e castelli, la curiosa battaglia… delle sedie!

Chi giunge per la prima volta a MADDALONI, presso Caserta, lad­dove spiovono le pendici dei monti Tifatini, scopre lo spettacolare scenario di una elegante e industriosa cittadina la cui sky-line è determinata dai profili delle cu­pole e dei campanili delle sue numerose chiese. Sospesa tra barocco e illuminismo, le vestigia di questa suggestiva città si perdono nella notte dei tempi, passando dall’Età del Rame (reperti ceramici) alle dominazioni di Osci e Sanniti (la Calatia del VIII secolo a. C.), per la sottomissione a Roma (211) e le distruzioni ad opera dei Saraceni (IX secolo) fino alla longobarda Mataluni, sorta per opera del principe Arechi sulle alture che dominano l’immensa pianura fra Nola e Capua. L’odierna Maddaloni è un interminabile tappeto di tetti rossi che costellano un orizzonte dominato dal cono del Vesuvio. Su tutto l’abitato giganteggia il cupolone dell’Annunziata, ben visibile da ogni dove, mentre il tessuto urbano è un concentrato di archeologia, arte e storia.

Qui, tra le strette viuzze basolate, le ombre generate da cortili e portali in pietra, lapidi e fregi marmorei d’epoca romana che si alternano a lastre tombali determinanti angoli e prospettive architettoniche inconsuete; il gusto di un fascino antico che si permea tra volumetrie di stampo vantitelliano gioca a nascondino fra le cromatiche facciate di chiese e palazzi gentilizi alternandosi ai fasti medioevali delle torri squadrate del Castello e le Torri cilindriche di avvistamento che dominano, dall’alto dei crinali di monte San Michele, l’intero abitato e i suoi “corridoi” terrestri. Queste terre fin dall’antichità hanno sempre respirato aria d’indipendenza. Una popolazione indomabile che, nel corso dei secoli, ha sempre procurato insidie e rivolte a chi, ripetutamente, pensava di farne territorio di conquista e controllo.  

Anche se nella vallata alle sue spalle domina la ciclopica struttura di ingegneria vanvitelliana ad archi sovrapposti dei Ponti della Valle, colleganti i monti Longano e Garzano e consentendo il flusso delle acque per alimentare le cascate della Reggia di Caserta, Maddaloni fu uno dei centri più avversi alla monarchia borbonica. Una leggenda popolare narra che l’artigianato delle sedie da “chiesa”, quelle impagliate, intrise ancora dei freschi profumi dei legni di bosco (faggio o pioppo) e di grano, sia nato proprio durante una notte in cui minacciava tempesta, quando il popolo appoggiò, a suon di sediate costruite in fretta e furia, una rivolta dei Carafa (nobile famiglia del patriziato partenopeo) contro i messi del re. Oggi, tra coloro che ancora praticano l’antica arte dei ‘mpagliasegge primeggiano figure femminili.

Maddaloni sorge all’imbocco della valle che introduce nel cosiddetto “corridoio sannita” penetrando nella pianura solcata dal medio corso del fiume Volturno, mentre la Regina Viarum Appia ne attraversa il centro urbano, e continua in direzione delle vicine Forche Caudine. Presso l’antica Parrocchiale di San Benedetto ai margini dell’abitato, comincia una rampa che serpeggia tra la folta vegetazione lungo la dorsale di monte S. Michele, fino a guadagnare le mura del Castello medioevale di Maddaloni dominante un orizzonte che si staglia dalle pendici dei monti Tifatini lungo tutta la pianura della Terra di Lavoro. Proseguendo in salita (verso N) dal maniero si imbocca un percorso caratterizzato dalle edicole votive della Via Crucis fino a raggiungere la Torre Superiore della cinta fortificata. Qui la mole principale è affiancata dal basamento di una mozza torre longobarda; si consiglia di visitare tutto il perimetro delle fortificazioni ove trova spazio un parco di alberi sempreverdi.

Giunti in cima alla dorsale rocciosa di monte S. Michele, qui sorge l’omonimo eremo-santuario dedicato a S. Michele Arcangelo ove prospetta un ampio paesaggio: il cono del Vesuvio a S, la dorsale dei monti Taburno-Camposauro a N e, più in fondo, i monti del Matese. Dal Santuario scorre una lunga stradina in falsopiano che attraversa il crinale settentrionale della montagna fino a giungere presso Villa Santoro ove la rotabile incrocia la strada che sale da Valle di Maddaloni. Percorrendo in discesa quest’ultima si giunge in vista della poderosa struttura ad archi sovrapposti dei Ponti della Valle, progettati dall’architetto Vanvitelli per convogliare il flusso delle acque per alimentare le fontane, le cascate e i giochi d’acqua all’interno della Reggia di Caserta. Tre ordini di archi sovrapposti a diverse altezze, il primo percorribile e gli altri per l’acqua, per una lunghezza di 529 metri e un’altezza massima di 95 metri. Presso questi ponti, il 1° ottobre 1860 una furiosa battaglia vide soccombere le truppe borboniche sotto il fuoco dei garibaldini.

Visitare questa cittadina equivale a penetrare nel suo passato, a ripercorrere la sua storia, magari non ancora scritta ma evidenziata dalle sue stesse pietre (mura e monumenti) di cui restano ampie tracce sul territorio. I resti della cinta muraria di Calathia sono ancora ben visibili appena fuori dell’abitato, nell’area pianeggiante a ridosso dei margini occidentali del perimetro urbano. Durante tutto il corso del ‘900 numerose campagne di scavo, a intervalli non regolari, hanno consentito di riportare alla luce parti di perimetro delle mura (opus incertum) e i resti di alcune capanne del primissimo insediamento, probabilmente appartenute alla necropoli. Praticamente un museo a cielo aperto racchiuso in una suggestiva cornice di copiosa vegetazione tra i campi. Antiche geometrie lapidee, modellate dalla polvere e dall’inesauribile scorrere del tempo, emergono qui incastrate nei fertili terreni: micro aree archeologiche ancora in fase di scavo; pavimenti a mosaico; domus d’età repubblicana e un possente edificio d’epoca ellenica.

La ceramica e le monete rinvenute hanno trovato giusta collocazione nel Museo Civico, presso un’ala della Biblioteca Comunale. Rituffandosi nuovamente tra i vicoli e le corti del centro abitato si va alla scoperta di suggestivi angoli, stradine, chiese e cappelle. Muovendosi da Piazza Vittoria, cuore pulsante del centro storico, ove confluiscono ben cinque slarghi, si raggiunge la scenografica Piazza Umberto I ove prospetta la bellissima Chiesa dell’Annunziata, eretta nel 1319 dal sovrano angioino Roberto; al suo interno pregevoli tele e affreschi, marmi ed opere lignee. Nei pressi si snodano vicoli e strettoie su cui s’affacciano splendide case con portali ad arco in tufo. Giunti in piazza De Sivo qui svetta la chiesa del Corpus Domini (1546). Lungo Via Maddalena si attraversa uno dei quartieri più vetusti della città da cui si erge la diroccata chiesa paleocristiana di S. Agnello. Ma tra le opere più conosciute in Maddaloni c’è il Palazzo Ducale dei Carafa che oggi ospita il Villaggio dei Ragazzi, un ente morale per la promozione di iniziative culturali e ricreative a favore dei ragazzi disagiati. (testi & photo ©Andrea Perciato con la partecipazione di M.R. Liliano)

ORHEIUL Vechi (MOLDAVIA), come sospesi… tra due dimensioni!

Crocevia di più culture che vanno dalla mitteleuropea alla caucasica, dalla turca alla baltica, dalla russa alla rumena, dalla mongola alla greca. Come un luogo – così tanto particolare – in una terra poco conosciuta, ancor meno frequentata dai turisti se non qualche appassionato viaggiatore o viandante alla ricerca di storia, cultura, natura e paesaggi in un posto che sembra essere narrato da un racconto fantasy o uscito fuori rotta da una “time machine”. Una terra che mostra ancora le mille sfaccettature di un paese rimasto fermo nel tempo e radicato così fortemente alle sue tradizioni dal sapore gitano. “Come mai avete scelto la Moldavia per il vostro viaggio…?” Questa è stata la domanda che spesso, tra stupore e meraviglia, ci hanno rivolto! Questa è l’antica terra dei “Rom”, questa è ciò che resta di un’antica Repubblica Socialista dei Soviet, questa è… la Moldavia.

Per raggiungere questo particolare e inconsueto scenario paesaggistico e ambientale ci si avvale di un trasporto (spesso non proprio pubblico!) che, dalla zona mercatale (Naf-Naf) della capitale moldava Chişinău, a bordo di traballanti minibus (i “marshrutka”) coprono i circa 60 km per raggiungere ORHEIUL VECHI, mistico luogo di culto sorto su una dorsale calcarea che si erge tra le sinuose anse del fiume Răut, in una cornice paesaggistica della Moldova unica al mondo, così autentica e dal carattere prettamente agricolo (alta densità di campi coltivati a vigneti). I viaggiatori non rinunciano a compiere un’escursione qui perché la valenza di Orheiul Vechi non sfugge ai più attenti. D’altronde anche il dossier sul tavolo dell’Unesco lo evidenzia: ricerche archeologiche sul promontorio Peştera hanno portato alla luce numerosi insediamenti ben conservati; tra questi, un campo del tardo paleolitico (circa 30/20.000 anni prima di Cristo) ma anche numerosi insediamenti rurali individuati sulle dolci e – spesse volte – aspre pendici che genera il promontorio.

Della Moldova si parla come di una gemma che per la sua posizione strategica è stata inevitabilmente spesso contesa e più volte conquistata durante il corso dei secoli, divenendo così nel tempo una sorta di cerniera tra culture e diverse etnie (come Cina, Carpazi, Anatolia e Mar Baltico) che oggi meritano di essere conosciute. Beh, Orheiul Vechi è tutto questo: un paesaggio che assomiglia incredibilmente ad un incastro di anfiteatri emisferici ampio più di 5 km2, solcato dalle ripide sponde del fiume Răut il cui corso, estremamente tortuoso, ha scavato nel corso dei millenni, sinuosi meandri incastonati attraverso la roccia calcarea. Dal punto di vista ambientale, paesaggistico e panoramico già la sua peculiarità vale il viaggio per raggiungerlo: in questo luogo trovano il loro punto d’incontro tre grandi zone geografiche come la steppa eurasiatica, la steppa forestale dell’Europa orientale e il bacino del Carpato-Danubiano.

Chi giunge per la prima volta quaggiù scopre di trovarsi nel mezzo di un’area protetta (Rezervaţia Cultural-Naturalǎ) e in un territorio condiviso fra tre villaggi: Butuceni, Morovaia e Trebujeni. Orhei Vechi è proprio nel mezzo dell’insenatura che funge anche da promontorio tra le anse del fiume; un complesso archeologico, artistico, culturale, religioso e storico davvero unico. Al di là dell’imponente e incredibile paesaggio naturale, un gruppo di (non ben definite quante) grotte troglodite, singolari luoghi sacri che testimoniano una fede antichissima, e che – nel corso dei secoli – hanno ospitato, nei suoi anfratti e gli antichi monasteri, numerose comunità di monaci eremiti che professano sia il culto bizantino che quello ortodosso, in una cornice naturale generata dall’erosione del fiume Rǎut; è un pò come potersi affacciare su di un universo sospeso nel tempo quando si getta lo sguardo su Orheiul Vechi, il complesso storico e archeologico più importante della Moldova.

Il paesaggio naturale che circonda il territorio è in gran parte di roccia calcarea, strato che durante il corso dei millenni è stato eroso dallo scorrere del fiume. Un ambiente così austero e – al tempo stesso – contemplativo che si combina con vestigia archeologiche dell’antica civiltà “trypilliana” (cultura neolitica risalente a oltre 7000 anni fa), con strati culturali che riconducono a diverse epoche, fino all’età del ferro. Questo promontorio calcareo, conosciuto anche come Butuceni, contiene tracce di diverse civiltà, tra cui resti di fortezze realizzate in legno e terra come la fortezza Geto-Daci (del VI-I secolo a.C.); il forte dell’Orda d’oro Shehr al-Jedid o Yangi-Shehr (del XIV secolo); una fortezza (del XIV-XVI secolo), il monastero ortodosso (secolo XIV) e la città di Orhei (del XIV-XVI secolo). Di grande suggestione è la chiesa rupestre ricavata in grotte ancora utilizzate come cappelle, in cui si ritrovano una serie di reperti storici e iscrizioni slave risalenti al 1690, che testimoniano come l’Hajduk sorta di bandito, fuorilegge locale) locale si era rifugiato nelle caverne, nascondendosi dall’Impero Ottomano.

Raggiunti la spianata formata dalle anse del fiume, ha inizio un bel percorso a piedi che porta fino al crinale ove si ergono, già ben visibili, le guglie del monastero e della cappella rupestre. Orheiul Vechi è un monumento naturale, di notevole importanza storica ed archeologica, protetto come “patrimonio nazionale” moldavo, situato su una dorsale formata dal bordo del fiume Răut; esso ha conosciuto, nel tempo, numerosissime civiltà storiche tra cui: i Goti, gli Unni, gli Slavi, e gli Ungheresi. Incastrato al centro di un incredibile paesaggio esso si trova tra due enormi altopiani. Quello che ospita i luoghi religiosi ha una funzione geologica molto particolare; l’altopiano di Butuceni, appunto, conserva fortificazioni rupestri antichissime come: grotte dove i monaci conducevano un’ascetica esistenza fatta di preghiere e contemplazioni. Una bianca croce in calcare troneggia dall’alto della rupe che s’affaccia sul fiume; essa indica la posizione in cui giace un santuario scavato nella grotta sottostante con l’ultimo vecchio monaco che accoglie visitatori e pellegrini.

Un piccolo campanile custodisce, con una sottostante porta d’accesso, l’ingresso (caratterizzato da bassorilievi lapidei raffiguranti S. Giorgio e S. Michele) che conduce al Monastero rupestre. Si discende per una scala (attenzione al soffitto) ricavata nella roccia; il denso profumo di incensi che sale dal basso è intriso di preghiera e di silenzio mentre sullo sfondo si apre, man mano che si scende, un ambiente che ha ospitato, per secoli, comunità di monaci eremiti raccolti in preghiera e contemplazione. Oggi un padre guardiano caratterizzato dalla sua lunga (austera e fiera) barba bianca è sempre lì, presente, ad accogliere chiunque si rechi quaggiù a conoscere questo luogo (una sorta di cella), apparentemente al buio e illuminato dalla luce delle candele: a destra, una nicchia più ampia accoglie una sorta di altare con leggio impreziosito da arredi sacri e le tante coloratissime icone di santi e beati della tradizione ortodossa; un luogo, la cui autenticità, trasuda di storia e di fede. La luce entra da una finestrella e, poco accanto, una porta che s’apre sull’immenso con incredibili vedute panoramiche.

Pochi passi oltre la porta (in legno scolpita da figure geometriche) conducono sul ciglio di un dirupo; oltre, è praticamente impossibile procedere, c’è il baratro che precipita nel sottostante fiume! Guardando la parete calcarea gli occhi scorgono le tante monetine e i bigliettini (intenzioni di preghiera o speranzosi desideri) incastrati tra le fessure rocciose lasciate dai tanti pellegrini che hanno raggiunto questo posto; sotto i piedi, invece, si calpestano le migliaia di buchi lasciati, nel corso dei millenni, da (piccole e grandi) conchiglie fossili di natura marina, ciò a dimostrare che milioni d’anni fa questo paesaggio era immerso dalle acque. Rientrando nell’anfratto rupestre, appena dietro la porta sulla destra, s’apre – nel buio – una nicchia allestita (sorta di cella) con un giaciglio, diverse coperte colorate e una mensola con portacandela in terracotta: questa è la cella del padre/guardiano ricavata nella viva roccia calcarea e fatta su misura secondo lo spazio occorrente ai bisogni del monaco.

Usciti nuovamente all’aperto si continua a camminare lungo il crinale; laggiù in fondo a sinistra il fiume serpeggia lento attraverso un mare di verde (coltura intensiva di vigneti) contornato da due morene ad anfiteatro. Poche centinaia di metri su per la dorsale si raggiunge una chiesa locale: il Monastero di ORHEIUL VECHI (con bellissime guglie a “cipolla” tutte d’oro zecchino) tinta in bianco e a tutt’oggi attiva in quella che sembra essere una vecchia missione di matrice spagnola; qui la natura circostante assume la veste di un insolito complesso museale mentre l’interno della chiesa sembra le “Porte del Paradiso”. Varcato un cancello in ferro compare un giardino ben curato; intorno al perimetro esterno della chiesa c’è una colombaia e alcuni ambienti che ospitano, all’occorrenza, un giovane monaco che cura la manutenzione del luogo, e delle donne che accolgono e assistono pellegrini e viaggiatori in visita alla chiesa. Qui la natura, sembra come essere sospesa nel tempo; siamo nella Valle del Raut e tutt’intorno oltre all’eremo, ai luoghi di culto e al monastero, nel sottostante villaggio di BUTUCENI la vita scorre tranquilla tra le vecchie abitazioni.

Per un sentiero sterrato si raggiungono le prime case di Butucenu. Tra gli impenetrabili silenzi della via principale che attraversa il villaggio, riecheggiano il calpestio dei nostri passi e il ritmo del nostro respiro. Subito rimbalza agli occhi la bellezza dei cancelli e dei portali d’ingresso delle modeste abitazioni che compongono questo villaggio; autentiche opere d’arte locali della falegnameria e dell’incisione: colorate, disegnate con figure geometriche, richiamano – nello stile e nella raffigurazione – oltre alla semplicità, anche la spiritualità (quasi ascetica) del luogo con tante stelle dalle molteplici grandezze. Butuceni è un villaggio molto pittoresco dove è ancora possibile mangiare gustando le prelibatezze della cucina locale (spesso a base di verdure e carni bianche) oppure pernottare in una location unica nella più assoluta tranquillità. A Butuceni, si scopre la tipica architettura rurale moldava, con le belle case colorate, i pozzi (l’acqua è freschissima, spesso c’è anche un bicchiere per bere!) e i portoni delle case, ognuno diverso, ognuno con un suo motivo decorativo.

Orheiul Vechi e Butuceni sono le autentiche perle naturalistiche, paesaggistiche, ambientali, storiche e religiose che valorizzano l’aspetto culturale di un territorio con un rigido passato vissuto all’ombra del Kremlino; un passato vissuto tra precarietà e privazioni; un passato che ancora oggi si riesce difficile da mettere da parte lasciando aperte possibilità e prospettive per uno sviluppo – non solo sociale – che possa condurre una terra come la Moldavia (Moldova) tra le più prestigiose mete da visitare durante il corso dei prossimi decenni. Qui c’è tanta cultura, qui la gente è ospitale oltre l’immaginario, qui l’aria è salubre, qui la natura di prim’ordine, qui c’è un intreccio di religioni che t’affascina e ti scompiglia lasciandoti indelebili segni di curiosità e di conoscenza da approfondire. La Moldavia è tutto ciò e tanto altro ancora; la MOLDAVIA (o Moldova) non aspetta altro di incontrare viaggiatori (camminatori mossi da curiosità e sete di scoperta) come noi che amano il semplice gusto delle tradizioni locali ove accoglienza e ospitalità sono le principali caratteristiche di un territorio così complesso e della gente che lo popola. La Moldavia aspetta di fare anche la vostra conoscenza… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

Triaspol (TRANSNISTRIA, Europa orientale)… un viaggio nel “paese che non c’è!”

Negli ultimi tempi le nostre curiosità nell’andare alla scoperta di luoghi geografici che sulla carta non “compaiono” e la conoscenza di nuovi territori – molto spesso – inesplorati o lontani dalle più tradizionali rotte di viaggiatori e camminatori, ci induce ad intraprendere viaggi in terre sconosciute. Puntare il dito sul mappamondo e scoprire che ci sono luoghi (paesi o nazioni…?) che non sono rappresentati, né conosciuti (o riconosciuti), da nessun organo istituzionale al mondo (ONU in testa!) ma che si sono autoproclamati indipendenti dalla madrepatria e – in alcuni casi – hanno anche coniato moneta propria. È, questo, il caso della TRANSNISTRIA { Приднестро́вье (Pridnestróvie) in lingua locale }, una striscia di terra compresa tra la Moldavia e l’Ucraina. Ma in effetti dov’è la Transnistria… dove si trova? La Repubblica Moldava di Pridniestrov, è un territorio della Repubblica di Moldova. Alla fine dello smembramento del grande impero delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, questo territorio aveva avanzato formale richiesta di riconoscimento della propria indipendenza, ma – come comprensibile – le pretese non furono ascoltate. In effetti continua ad essere una Repubblica autoproclamatasi indipendente dalla Moldavia e a tutt’oggi viene sostenuta dalla Russia, nonostante neanche il Cremlino ne riconosca ufficialmente la legittimità; praticamente una complicata situazione ancora da chiarire! Avere la possibilità di visitarlo permette di poter fare un salto nel passato!

La Transnistria legalmente fa parte della Moldavia ma è di fatto una Repubblica “indipendente”; un “non stato” che non è riconosciuto dalla comunità internazionale.Questa striscia di terra è collocata nella parte est della Moldavia, tra il fiume Dnestr e l’Ucraina. Popolata da circa 480mila abitanti (di cui 135mila solo nella capitale Tiraspol), ha una sua Costituzione, istituzioni proprie, una lingua “ufficiale” e una propria moneta. La bandiera è a strisce orizzontali rosse e verdi, con falce e martello in alto a sinistra; praticamente una – se non l’unica – bandiera che al suo interno contiene ancora i simboli della rivoluzione russa. Dopo il 1991, due anni dopo la caduta del famoso “Muro di Berlino” e la fine della “Cortina di Ferro” la Transnistria rifiutò sia l’annessione alla Romania – che ne pretendeva la territorialità – sia il nazionalismo moldavo di cui, legalmente, appartiene. La ferma volontà degli abitanti sarebbe stata quella di rimanere territorio russo, entrando a far parte della nascente Federazione Russa. La popolazione della Transnistria è prevalentemente formata da russi, ucraini e moldavi; tutte queste tre lingue sono ufficialmente riconosciute dallo Stato e sono tutte scritte in cirillico. Esistono poi presenze minoritarie di bulgari, rom e gagauzi (gruppo etnico di matrice turca).

La Transnistria è un paese dalle mille sfaccettature, un territorio fatto di persone (la popolazione anziana prevale su quella giovanile), di etnie differenti (rom, gitani, polacchi, ucraini, russi), con – alle spalle – incredibili storie che sanno di un passato che si perde nel tempo. Un paese, questa Transistria, tra i più sconosciuti in Europa di quelli che prospettano (ma non si bagna) sul mar Nero; un luogo sospeso a metà tra la realtà e la fantasia. In molti pensano che non accettino stranieri e dove fanno capire che sia meglio non andare perché risulta pericoloso (cosa non vera…!) o, in molti dei casi, perché non c’è proprio nulla da vedere. Di solito la Transnistria viene descritta come “una terra fuori dal tempo. Gli abitanti di questo stato-non-stato nelle cronache giornalistiche non sono mai citati e spesso restano muti. La Transnistria viene definita una terra pericolosa per “noi occidentali”, praticamente una “terra di nessuno” abitata in maggioranza da delinquenti, cosa non affatto vera. Di solito degli abitanti non si parla mai, se non nei termini di nostalgici comunisti che vivono in una sorta di “buco nero dell’Europa”. Mentre invece qui abbiamo trovato gentilezza, ospitalità ma – soprattutto – tanta curiosita; la domanda che più spesso ci è stata rivolta (in senso di meraviglia) è stata: ma cosa ci fate voi italiani qui? Molti capiscono l’italiano (poiché lavorano in Italia), mentre qualche ragazzino, con nostra meraviglia, intona le rime note di “Bella Ciao”.

Avvicinandoci sulla linea di confine, dopo aver passato un check-point moldavo (presenza di polizia doganiera), si attraversa un km di terra di nessuno fino a raggiungere il casotto, con sbarre e militari, dell’ingresso in Transnistria. La domanda per noi occidentali, in uno strampalato inglese/russofono è: “quanto tempo vi fermate qui in Transistria?” Per un solo giorno ti rilasciano una sorta di biglietto/scontrino (permesso provvisorio) valido – come permanenza – fino alla mezzanotte dello stesso giorno d’entrata nel paese; al contrario se sono più giorni allora le pratiche per entrare si dilungano e si ha bisogno di un permesso speciale che rilasciano stesso al check-point d’entrata. Finalmente si raggiunge TIRASPOL, la sua capitale; questa città ama da sempre sognare di essere russa. L’amore per la Federazione, però, è a senso unico, visto che Mosca sembra non avere alcuna intenzione di annettersi la piccola repubblica, ma che continua a sostenere economicamente pur non riconosce come stato indipendente. Ma andiamo alla conoscenza di questa terra e della gente che la popola! Nella nostra indole di viaggiatori (esploratori di luoghi spesso insoliti), ci interessa molto sapere com’è si svolge qui la vita di tutti i giorni in Transnistria? Oltre a scoprire, naturalmente, perchè questa piccola isola nel cuore di una parte d’Europa orientale sia sempre di più contesa?

La Transnistria è un groviglio di popoli, di etnie e di nazionalità. Un luogo dove i simboli del Comunismo sono presenti ancora un po’ dappertutto, ma in cui – soprattutto i giovani – non tutti ancora credono davvero. In giro per le strade della capitale TIRASPOL, si possono ancora ammirare grandi statue di Lenin, monumenti raffiguranti la falce e il martello e nei ristoranti si gustano i tipici prodotti della lontana (ma non troppo) Russia. La Transnistria è reale, non è una sorta di luna-park per nostalgici o, meglio – per restare in tema – non è il classico villaggio della steppa costruito sul nulla; non è solo l’ultimo baluardo sovietico abitato da nostalgici e fanatici, ma un territorio molto ambiguo, dalle mille sfaccettature e, troppo spesso, dimenticato. Ma il principale scopo della nostra esplorazione è, soprattutto, capire e comprendere un angolo di Europa (quella orientale) troppo dimenticato. Dalla stazione ferroviaria di Tiraspol ha inizio il nostro viaggio a piedi per la capitale. A circa 10 minuti a piedi dalla stazione, proseguendo verso il centro città, si passa attraverso un’area simile a un parco pieno di alberi, e panchine; quasi dal nulla compare – sulla destra – l’abside della Chiesa completamente tinta in rosso e con le guglie (a forma di “cipolla”) tutte in oro zecchino dedica al culto di малыш Иисус (malysh Iisus, Gesù Bambino). Alle sue spalle la singolare struttura della Колокольня (Kolokol’nya, Torre delle Campane). Per vie laterali raggiungiamo finalmente il boulevard principale che attraversa tutta la città.

Procedendo a piedi si trova, sulla destra, si trova la bianca chiesa ortodossa dedicata al culto dei Двенадцать апостолов (Dvenadtsat’ apostolov, dodici apostoli); al suo interno tante scenografiche raffigurazioni della bella e interessante arte sacra orientale (di stampo bizantino/ortodosso). Finalmente si arriva alla piazza principale della capitale della Transnistria ove sventolano – un po’ dappertutto – le bandiere della Transnistria accostate a quella della Federazione russa. Vicino ci sono – che sventolano in successione – le otto bandiere delle rispettive città di riferimento della Transnistria tra cui, ovviamente, Bender e Tiraspol. Inoltre è possibile scorgere, ai suoi piedi, l’ultimo anno festeggiato dall’indipendenza della Transnistria. Dove il tempo si è fermato… Non è vero che a Tiraspol non ci sia nulla da vedere; la città capitale vale comunque una visita se non altro per l’atmosfera da Unione Sovietica che si respira nelle sue larghe vie e nelle sue immense piazze, enormi e vuote, con qualche statua di bronzo qua e là. Tiraspol è una città piacevole con una miscela di vecchio e nuovo. La gente è cordiale e disponibile. Non ci sono siti turistici ma comunque vale la pena conoscerla. Proprio sulla destra, in tutta la sua imponenza, compare una grande statua equestre che raffigura Aleksander Vasil’evic Suvorov considerato uno dei più grandi generali russi d’epoca napoleonica; egli vinse diverse battaglie sia contro i turchi che i polacchi. Egli è il simbolo nazionale di tutta la Transnistria e la sua immagine figura sulle banconote locali.

Sul lato opposto della piazza compare uno dei tanti simboli di Tiraspol: un carro armato (classificato come танк Т-34, tank T-34) posizionato su un terrapieno leggermente rialzato. Si dice che la terra sotto il tank, o almeno in parte, provenga dal campo di battaglia di Stalingrado, dove l’Armata Rossa sconfisse i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Di per sé, seppur scenografico, esso e un piccolo vecchio carro armato sovietico con il cannone puntato al cielo e una scritta sul bordo: за. Родины (za. Rodiny). Subito dietro al carro armato c’è uno spiazzo dove i ragazzi si allenano sullo skateboard. Da lì, per un piccolo e stretto ponte, si gode di una bella vista sul fiume Dniestr. Vicino al carro armato compare una chiesetta dalla cupola dorata che abbaglia quando il sole ci picchia contro. Essa la часовня Сан-Джорджо (chasovnya San-Dzhordzho, cappella di San Giorgio) dedicata al culto del santo cavaliere. Fuori dalla cappella, a pochi metri, arde la fiamma perenne di un memoriale che ricorda le vittime di tutte le guerre di questo lembo di (ex) impero sovietico. Il monumento dedicato alle vittime della guerra civile, della Seconda Guerra Mondiale e della guerra della Transnistria (1992). Il Мемориал Славы (Memorial Slavy, Memoriale della Gloria) è un complesso commemorativo che celebra gli eroi delle guerre in Transnistria, in Afghanistan e della tragedia di Chernobyl. I transnistriani sono un popolo molto orgoglioso ed hanno un grande valore per i soldati caduti nella lotta per la loro libertà.

La fiamma perenne che arde nel Memoriale della Gloria è un ricordo costante nel tempo di coloro che hanno dato tutto per il loro paese. Questo monumento ai caduti è suddiviso in sezioni dedicate alle diverse guerre. Le fiamme eterne sono sempre fonte di riflessione e commozione, indipendentemente da dove ci si trovi nel mondo, o da come sia quel particolare paese o città. I monumenti, qui a Tiraspol, sono emozionanti quanto quelli occidentali, anche se possono rappresentare guerre e/o lotte con cui è difficile per noi occidentali relazionarsi. Il monumento marmoreo è dedicato a tutti coloro che sono morti (dentro e) lontano dalla patria, e luoghi come questo sono molto rispettati. Dal Memoriale lo sguardo viene subito catturato sull’opposto marciapiede dall’imponente mole del Soviet supremo, Здание парламента (Zdaniye parlamenta, il Palazzo del Parlamento), simbolo di Tiraspol, un simbolo e la grande statua di Lenin posta su un alto piedistallo di fronte all’ingresso, sono elementi a cui le persone locali tengono molto. Il Soviet supremo è un brutto palazzone d’epoca sovietica che non è stato abbattuto; da quando la Transnistria si è autoproclamata indipendente, questo edificio funge da Parlamento. L’edificio non è aperto al pubblico e ci si deve limitare a poterlo ammirarne dalla facciata. Certamente non si può rimanere indifferenti di fronte alla vista, che potrebbe sembrare anche una visione di tempi andati, del Soviet Supremo della Transnistria.

Ma l’elemento che richiama l’attenzione non è tanto il Palazzo del Soviet, quanto la Статуя Ленина (Statuya Lenina, statua di Lenin) che c’è di fronte. Particolare è il soprabito di Lenin, che appare sollevato dal vento, in linea con la città di Tiraspol, dove soffia sempre una leggera brezza grazie alla presenza del vicino fiume. Alcuni viaggiatori che – come noi – si sono spinti fin quaggiù, osservando l’apertura del mantello di Lenin, hanno ironicamente soprannominato la statua come il “Batman della steppa”. Fino a qualche tempo fa era vietato fotografare sia il Soviet supremo e che la statua di Lenin; noi non abbiamo riscontrato alcun problema a fotografare edifici e simboli che ricordano il passato sovietico di queste terre. Di sicuro, durante tutto il nostro viaggio, abbiamo spesse volte avuto sempre la sensazione di essere osservati o, quanto meno, di essere seguiti (da lontano) a vista d’occhio; anche se ben visti noi italiani siamo, comunque, sempre degli stranieri! Il nostro camminare alla scoperta di questa “Terra che non c’è!” termina con la visita di tutti questi elementi che fanno della Transnistria, e della sua capitale Triaspol, tra le statue di Lenin ed altri personaggi locali, le enormi strade copi palazzoni in puro stile architettonico post rivoluzionario che riportano alla mente il vecchio impero dell’URSS, l’incontro – nonostante le difficoltà di comunicare con lingue lontane tra loro – di un paese più volte demonizzato dai giornali, di un paese sconosciuto ai più. Un ultimo pezzo di quella che fu l’Unione Sovietica; un Paese tra i più sconosciuti in Europa, un territorio a metà strada tra realtà, modernità, tradizioni e fantasia, dove si dice sia meglio non andare perché pericoloso o, in ogni caso, perché non c’è nulla da vedere… questo non è assolutamente vero! Un viaggio laggiù offre la possibilità di scoprire cose mai scritte sui libri di storia e, per gli appassionati come noi, è un’autentica sorpresa tutta da scoprire. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“KRYŽIŲ KALNAS” (LITUANIA), la Collina delle Croci… tra fascino, misticismo e fede!

Avete mai provato ad immaginare oltre 400.000 croci tutte raccolte ed erette in un solo luogo? A mia memoria, neanche il Vaticano ne contiene così tante! Ai confini con la Lettonia si erge la Kryžių Kalnas, universalmente conosciuta come la Collina delle Croci, mistico luogo di pellegrinaggio all’aperto unico al mondo. La collina ha una sua storia, ma è diventata “famosa” dopo la visita di Papa Giovanni Paolo II. Il luogo, unico al mondo, sprigiona un misticismo ed un’atmosfera davvero speciale. Migliaia e migliaia di croci, di tutte le forme e dimensioni, sono state piantate su questa collina da pellegrini e viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo, dando così vita ad un colpo d’occhio che ha dell’incredibile.

La Lituania, detta anche il “paese” delle croci, evidenzia la fede cristiana della popolazione pur avendo le proprie radici nelle tradizioni pagane. Fin da tempi immemori, le croci venivano intagliate nel legno di quercia (albero sacro ai pagani) o di abete, ed erano collocate ai margini delle strade, accanto alle fattorie, presso incroci o in prossimità di ponti. Oltre ad essere dedicate a defunti, la popolazione le erigeva anche per chiedere intercessioni, a protezione dei raccolti o dei familiari, o semplicemente per rendere gratitudine; la decorazione scultorea delle croci dipendeva appunto dal soggetto cui erano dedicate; tutte le croci che s’incontrano ai margini della strada, sembrano tante sentinelle ossequiose.

Narra la storia, che spesso sfocia nella leggenda, che qui – in questo luogo – la prima croce fu piantata nel Medioevo, in seguito alla distruzione per opera di Cavalieri Teutonici, di un avamposto difensivo lituano che si ergeva dalla collina. Quelle più vecchie risalgono al 1830 poste qui in memoria degli insorti uccisi durante la fallita rivolta contro le forze zariste. Un secondo gruppo di croci viene datato nel 1863 sempre in seguito al fallimento di una seconda insurrezione. In origine le croci venivano piantate solo sulla parte più elevata della collina, ma negli anni ’50 del XX secolo i Lituani di ritorno dai gulag siberiani, cominciarono ad erigere croci tutt’intorno per ricordare i propri cari che non hanno fatto più ritorno dall’esilio.

Questo simbolo cristiano, sotto l’egemonia del potere sovietico, assumeva anche valenza di rivendicazione dell’autonomia del paese. Nel 1961 i sovietici mandarono in zona decine di bulldozer per spianare la collina e dare fuoco a tutte le croci (quelle in legno furono bruciate, quelle in metallo si fusero), lasciando a pattugliare sul posto un presidio di soldati e polizia segreta. Ma le croci, comunque, riuscivano a comparire anche se per altre tre volte le autorità sovietiche intervennero drasticamente per demolirle. Quando ebbe termine il regime sovietico, le croci si moltiplicarono a vista d’occhio, tale da far sembrare quella collina una altura ricoperta da una foresta di sacralità, talmente sono così fitte le croci erette, tant’è che in molti cominciano anche ad occupare lo spazio adiacente le pendici della collinetta.

Giunti presso il villaggio di SILUVA, decidiamo di continuare a piedi. Accompagnati da un sole che gioca a nascondino, la scenografia di ampi orizzonti, caratterizzati dalle fioriture della conza e dal grano, dalle macchie di abeti (rossi e bianchi) che s’intervallano alle betulle e da isolate querce che sembrano controllare tutto, fa da scenografia al camminare. Non ci sono sentieri, piste tracciate e percorsi segnalati, ci si orienta con carte e bussola ma, soprattutto con la direzione del sole; ogni tanto qualche gigantesco carro agricolo si ferma e vuole offrirci un passaggio; ringraziamo, ma l’attenzione è tutta volta a scoprire la bellezza e i significati di queste croci. Il fascino delle cicogne poi, si mostra in tutta la sua straordinaria bellezza e te le trovi ora appollaiate proprio sulle croci, ora volteggiare in eleganti piroette per poi vederle piombare al suolo alla ricerca di cibo (vermi, insetti e piccoli roditori).

Continuando per ampi orizzonti in cui non si determina, a vista d’occhio, la fine, il cammino ci porta fino ad un filare di gigantesche betulle che, ai margini di una stradina, indicano che la nostra meta è stata raggiunta. Da lontano, si scorge un brulicare di persone su una modesta altura e man mano che accorciamo la distanza, riesco a vedere un gigantesco ammasso di croci che si erge su una specie di terrapieno. Da Siluva per un filare di copiose betulle, compare un ammasso di croci che si erge su un terrapieno. Difficile poter raccontare, per chi non c’è mai stato, l’impressionante spettacolo, l’emozione e la sensazione che si prova avendo di fronte un qualcosa come oltre 400.000 croci di tutte le fattezze e in qualsiasi forma. Riesce difficile non lasciarsi coinvolgere dalla commozione che coinvolge un pò tutti i visitatori di questo luogo; l’incredibile sta nell’essere testimoni diretti di un qualcosa di veramente impensabile; mai viste tante croci tutte insieme in un solo luogo!

Qui le croci si presentano in varie forme, nelle più svariate misure e realizzate in tutti i tipi di materiali conosciuti ma su tutto prevale il legno le cui sculture sembrano monumentali rappresentazioni. Al centro della spianata ai piedi della collina, si erge la grande croce donata dal Papa Giovanni Paolo II che ricorda la sua venuta in pellegrinaggio nel 1993 benedicendo il sacro luogo ed erigendolo a culto e pellegrinaggio cristiano. Molte di queste croci ricordano propri cari defunti, altre sono – semplicemente – professioni di fede o ex voto; ben visibili sono anche le tradizionali sculture lignee di matrice lituana: i “koplytstulpis” ricoperte da piccole tettoie e dalle infinite raffigurazioni “rupintojelis” del Cristo Addolorato o “pensante“.

Barcamenandoci attraverso questo intricato, ma bellissimo, labirinto di croci, andiamo alla scoperta delle raffigurazioni più caratteristiche e rappresentative del culto locale, superando lievi dislivelli su passerelle in legno, con passamani e gradini appositamente così sistemati da permettere a tutti di poter vivere le spettacolari emozionanti sensazioni di attraversare questo “deserto di croci“. Anche noi non abbiamo saputo resistere dal piantare (e lasciare) qui, in questo luogo sacro all’aperto, anche un pezzo di noi, della nostra vita; qui, sicuramente… le anime dei nostri cari, si sentiranno meno sole! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

il bellissimo monastero di HAGHAPAT (Armenia del N) ai “confini” con la GEORGIA

Հաղապատի (Հյուսիսային Հայաստան) գեղեցիկ վանքը Վրաստանի հետ «սահմանին»
Haghapati (Hyusisayin Hayastan) geghets’ik vank’y Vrastani het «sahmanin»

Si giunge questo luogo perduto nel tempo e ci si avvicina, verso nord – seguendo un percorso in una valle incisa tra alte pareti in basalto e solcata dalle acque del fiume Debed – a mezzacosta sorge, inglobato in un villaggio, il complesso monastico di HAGHAPAT (Haghapatavank), innalzato per volere della regina Khosrovanush, che com-prende un suggestivo incastro architettonico di ben quattro edifici sacri in cui si innestano – in un gioco di luci e ombre – archi, colonne, capitelli, sarcofagi e le immancabili khachkar. Il villaggio si trova su un altopiano dissestato, una grande area piatta disseminata di profonde “crepe” formate da fiumi, come il Debed. Benché i villaggi di Sanahin e Akner, come una parte della stessa Alaverdi, si trovino in piena vista su estese sezioni confinanti dell’altopiano, per dirigersi verso di essi dal complesso di monasteri di Haghapat sono ne-cessarie affrontare ripide discese a cui si susseguono altrettante ripide salite.

Nonostante il canyon in cui scorre il fiume Debed nel cui fondo serpeggia la più di-retta via di comunicazione per raggiungere Haghapat, una volta guadagnati l’altopiano l’e-sperienza di poter ammirare da vicino il monastero quasi da soli, circondati dal silenzio e dall’altitudine, è impagabile. Nel villaggio di Haghpat, a picco sulla maestosa gola, vi sono anche diverse strutture ricettive. La strada che percorre la gola del Debed è, spesso, interessata da estesi lavori di rifacimento del manto, ma resta comunque percorribile. Il complesso monastico di Haghpat, è – a ben ragione – inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO come apice della complessa architettura religiosa armena. Fondato nel X secolo, successivamente si ampliò fino ad includere oltre venti chiese, cappelle, torri campanarie ed edifici accademici dove ci si dedicava soprattutto agli studi umanistici e scientifici, con annesse biblioteche e refettori.

Haghpat significa “muro solido”, appellativo assunto per il senso di potenza dell’architettura che esprime questo monastero: i muri di pietra doppi e spogli, gli archi imponenti e le colonne massicce. Ci sono delle tombe davanti l’ingresso, di persone importanti ma non tanto quanto quelle ospitate all’interno della chiesa (le spoglie di ben quattro sovrani). Questa è la tipica chiesa armena con il vestibolo, nella parte anteriore, in cui c’erano le celle dove i monaci restavano a pregare. Nel vestibolo potevano entrare le persone “non battezzate”, le quali erano assolutamente escluse dall’interno della chiesa, così potevano ascoltare senza entrare direttamente. In gito, dappertutto, ci sono le “Croci di Pietra” che sono tipiche dell’architettura religiosa armena; tra queste emergono, soprattutto, le “croci gigliate” cioè con quei ghirigori vicino le punte. Nelle chiese non vi sono statue, non vi sono affreschi, né icone; l’idea resta quella di poter essere concentrati esclusivamente sulla preghiera.

Il principale edificio, la chiesa di Suro Nshan (della “Santa Croce”) del X secolo, resistendo nel tempo ad incursioni e terremoti, si presenta con una cupola centrale che poggia su quattro pilastri; al suo interno l’abside è decorato con un incredibile affresco del Cristo “pantocratore”. Curiosando tra cunicoli, portali, lastre tombali, croci scolpite un po’ dappertutto (sulle pareti o strutture architettoniche), piani interrati sempre avvolti dalla penombra o completamente assorti nel misterioso e profondo buio termina questa prima parte del viaggio in Armenia; una terra che vale davvero la pena di conoscerla, ma non da semplici o fugaci turisti, semplicemente caricandosi di uno zaino sulle spalle e comprenderla camminando a piedi osservando questa parte di mondo dall’altezza dei propri occhi. Solo così facendo l’essenza di un territorio completa la nostra sete di avventura e scoperta. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Mdina (Malta island): la “città silenziosa” e vecchia capitale dell’isola

Camminare alla scoperta di un antichissimo borgo medioevale sotto un acquazzone, rende la visione di scorci ed angoli sotto tutta una luminescenza diversa. Nel cuore del Mediterraneo, al centro dell’isola di Malta, dall’alto di una collina si erge – distribuita attraverso un intricato labirinto fatto di vicoletti ed edifici in pietra calcarea – una delle città fortificate meglio conservate d’Europa: Mdina, conosciuta come la “Città del Silenzio” per la tranquillità dei suoi vicoli. Alla città vecchia si accede attraverso una caratteristica porta, dopo un passaggio sospeso sopra il grande fossato che la separa dal resto. Lo spazio interno del primo slargo che s’incontra è molto affascinante; vicoli stretti, piazzette, palazzi pubblici e nobiliari di varie epoche, il tutto molto ben conservato e valorizzato. Si giunge alle porte della città vecchia di Mdina, superando un ponte sorretto da archi in pietra che attraversa l’antico fossato della fortezza.

Qui una monumentale porta arcuata in pietra calcarea ingloba – nella sua struttura portante – una più piccola strutturata con un arco ribassato. Una prima piazzetta accoglie il viandante che può già farsi un’idea della bellezza di questo impianto urbanistico molto simile a quelle di città arabe, con stradine strette, lastricate da grossi blocchi di basoli, che nell’intricata orditura si intrecciano tra loro. Prestare attenzione a quando piove perchè le stradine sono pietre/lastroni lisci e levigate dal tempo, quindi potenzialmente scivolose. Fondata dai Fenici, questa città ha assunto il ruolo di capitale di Malta, almeno fino al 1530. Nel corso del tempo Mdina è stata popolata da fenici, greci, siculi, romani ed arabi fino a diventare la più importante roccaforte (sorta di base) del Mediterraneo per l’Ordine dei Cavalieri che costruirono la maggior parte degli edifici che sono rimasti in piedi, e che – a tutt’oggi – sono ancora ben visibili nella loro imponenza.

Dopo aver attraversato la bellissima porta d’ingresso, nel suo perfetto e riconoscibilissimo stile barocco, andiamo alla scoperta di questa cittadina fortificata costruita interamente di pietra calcarea detta anche “marmo maltese”. Girovagando per il suo intricato labirinto di slarghi, piazzette, cortili, androni e passaggi, qui davvero ci si può perdere in quel dedalo dei tantissimi vicoli laddove ogni nuova prospettiva regala scorci unici da vedere/fotografare. Qui davvero sembra che il tempo si sia fermato per sempre in questa città. Città Vecchia, città notabile, città silenziosa, Mdina è una bellissima città fortificata nel mezzo dell’isola di Malta; un inestimabile tesoro di architettura medievale che s’intreccia con le fattezze stilistiche del barocco. Essa fu l’antica capitale e il centro più importante dell’isola durante tutto il periodo del Medioevo, ma purtroppo perse la sua privilegiata posizione di rilievo con l’arrivo e l’istituzione dell’Ordine dei Cavalieri di Malta che spostarono il centro del potere prima a Birgu e poi a La Valletta.

Tra le vie interne del borgo, l’assenza di veicoli privati e di autobus le è valso l’appellativo di “Città del Silenzio“. Attraversarla a piedi scoprendone – metro dopo metro – tutte le sue più intricanti caratteristiche, equivale a scoprire uno dei gioielli dell’isola e, nel contempo, immergersi nella tranquillità e nell’intimità che ispirano le sue strade. Si gira facilmente a piedi in un’oretta, trovandosi sul punto più elevato dell’isola; quindi non è affatto difficile visitarla, anche nei mesi più caldi, visto che risulta essere sempre molto ben ventilata. Lo scrosciare della pioggia determina il ritmo dei nostri passi sui basoli scivolosi, ma questo non distoglie la curiosità di girovagare, scoprire e comprendere quanta bellezza esprime questa “città del silenzio”. Lo stile arabo è dappertutto, con mura alte e possenti; le piazzette (alcune con la centro il pozzo!) si rincorrono di cortile in cortile; i balconi sospesi sul vuoto sono decorati e diverse suppellettili rendono bello e creativo ogni angolo di questo borgo.

Quando piove qui a Mdina si percepisce un’atmosfera diversa. Nell’antica capitale di Malta regna un religioso silenzio; l’istinto di protezione dall’acqua ci fa entrare ed uscire dai portali di importanti palazzi (molti trasformati in alberghi) agli ingressi di chiese e cappelle; qui le dimore storiche più importanti sono una costante del tessuto urbano. La cittadina è piccola, ma merita una visita approfondita la Cattedrale di Saint Paul, mentre alla fine è d’obbligo salire fino al punto panoramico più in alto sui bastioni; da qui la vista giunge fino al mare. Qui la piaggia accentua quelle tipiche e calde atmosfere offerte dall’isola esaltando i colori pastello delle rifiniture di finestre, verande e balconi. Camminare per le vie antiche della città – anche sotto un violento acquazzone – regala quelle forti sensazioni di colori caldi, di atmosfere sospese nel tempo e diluite attraverso la storia, ove il profumo di un lembo del nord africa sembra giungere alle porte di una città europea. Non c’è mai un luogo preciso dove dover andare, basta farsi guidare dove capita dall’istinto; gli scorci qui non sono mai banali.

Mdina è un luogo magico, surreale… un luogo unico al mondo, quasi come un contenitore di stili, di fattezze, di percezioni e sensazioni ben conservato in tutta la sua completezza ma mai finto, sempre originale e mai banale. Questa vecchia capitale e – senza dubbio – la più bella località di tutta l’isola di Malta dove ogni angolo riserva emozioni e sorprese. Camminare sotto la pioggia attraverso i suoi vicoli con poca gente che circola intorno, è possibile godere pienamente delle sue bellezze senza lo stress della massa. Qui, a Mdina, il vero piacere viene offerto dalla possibilità di camminare all’interno della sua cinta muraria: tutti gli edifici sono molto ben tenuti, curati nella loro esteticità; i locali di ritrovo (bar, piccoli pub, cantine, trattorie) sono armoniosamente inseriti in eleganti strutture, da un punto di vista scenografico molto significativo; tutt’intorno, ovunque lo sguardo posa gli occhi, il livello di pulizia risulta essere eccellente. Da non perdere il tramonto da una delle terrazze ove il sole fa brillare le facciate di case palazzi che godono di una lucentezza viva.

Mdina è ufficialmente una città, ma nei fatti è piccolissima: dati alla mano dimostrano che essa supera a malapena i 300 abitanti che la popolano, e – poterla attraversare da un capo all’altro – quando è bel tempo, occorrono circa 10 minuti. Completamente circondata e racchiusa all’interno delle sue imponenti mura difensive il nome suo deriva, appunto, direttamente dalla dominazione del periodo arabo: infatti “medina” vuol dire città in arabo, ed è anche il modo letterario in cui, spesse volte, viene riportata in italiano. Avendola attraversata sotto un incessante acquazzone, solo quando siamo giunti all’apice del suo punto più elevato, la fortuita apertura di uno squarcio di cielo ci ha consentito di poter godere anche del paesaggio circostante facendoci intuire quanto sia bella e ben strutturata questa cittadina di matrice medioevale. Ciò non toglie che alla prima occasione potremo decidere di raggiungere nuovamente questi luoghi, se non altro per poterli godere e ammirare sono una luce diversa… alla prossima! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

EIN GEDI (Israel): il rifugio di re David, un’oasi nel deserto tra canyon, gallerie e cascate

Appena fuori Gerusalemme, e lasciati alle spalle gli ultimi palazzoni (“vuoti”) della periferia della capitale ebraica, sembra di essere proiettati indietro nel tempo di oltre 3000 anni fa. Rocce aride, dure, assolate, che vanno dal bianco calcare al roseo (calcarenitico), senza alcuna ombra di vegetazione, tranne che per qualche appezzamento – caparbiamente ricavato dai contadini – coltivato a ortaggi o a uliveti. Mentre le numerose tracce di piste e sentieri vengono ancora oggi percorsi, a dorso di asinello, da pastori che guidano le numerose greggi di capre e pecore e da agricoltori che cercano – con ostinata perseveranza – di ricavare qualcosa di buono da questa terra inospitale: il deserto. Volgendo lo sguardo oltre le dune rocciose, lungo i profili di cresta sorprendentemente camminano, a passo lento e in fila indiana, carovane di cammelli che trasportano ogni sorta di mercanzia. Sparse qua e là, di tanto in tanto compaiono piccoli villaggi composti da baracche in legno o tende yurta, abitate soprattutto da popolazioni stanziali e – occasionalmente – nomadi.

Circondata dalle vette rocciose del deserto e dalle rive salate del Mar Morto a est, la Riserva Naturale di Ein Gedi è l’oasi più grande e più bella di tutta Israele. É un posto molto frequentato, soprattutto per la presenza di numerose comitive di escursionisti; il luogo è, storicamente, famoso per la sua importanza biblica poiché, come vuole la tradizione, qui trovò rifugio Davide che si nascose dall’istinto omicida mosso dalla gelosia del primo re di Israele Saul intorno al 1000 a.C. Ein Gedi altro non è che un’oasi formatasi, nel corso del tempo, da numerose valli (“wadi” o “uadi” in arabo) tra cui, le più importanti, quelle di David e di Arugot, bagnate dalle acque di torrenti e cascate che rendono piacevole la sosta. Il sito è custodito (e protetto) proprio per la presenza, al suo interno, di una variegata presenza faunistica (stambecchi, piccoli mammiferi simili a marmotte e numerose specie di volatili) e per accedervi c’è una biglietteria. Tralasciando l’aspetto puramente turistico dell’Oasi, con la presenza di numerose comitive che giungono da tutto il mondo, qui è facile ritagliarsi uno spazio temporale per poter vivere, godere e trascorrere – qualche ora – più da vicino delle bellezze storiche, geologiche, naturalistiche e paesaggistiche. Inizialmente si prosegue lungo un sentiero lastricato che poi diviene un polveroso sterrato.

Si comincia a salire superando rare tracce di presenze arboree (cespugli e piccoli alberi) tra ginestre, canne fluviali e giunchi, che caratterizzano questa parte iniziale del percorso. In breve si giunge alla prima di una serie di cascate, un salto di appena 5 metri. Ein Gedi può essere tradotto come la “Primavera del Bambino“. Come vuole la tradizione ebraica, infatti, qui vengono condotti i giovani figli di Israele che – coi loro singolari e pittoreschi abiti tradizionali – sono invitati a bagnarsi sotto questa cascata per sancire il loro passaggio dalla fanciullezza alla pubertà. L’acqua che vediamo sgorgare dalla roccia e solo una illusione paesaggistica; essa invece esce direttamente dal terreno, e a prima vista si ha la sensazione che possa essere gelata, ma in realtà è lievemente tiepida. Si continua a salire spostandosi, spesso, da un lato all’altro del solco del canyon per mezzo di pontili in legno appositamente attrezzati (e sistemati) per agevolare il passaggio da una sponda all’altra. Il sassoso sentiero si alterna, per la progressione, a gradoni scavati direttamente nella roccia calcarea. Nascoste da copiose cespugliaie formate dalle canne fluviali e dai giunchi che solcano il bordo del torrente, la presenza di acqua, laghetti e cascate in un deserto roccioso tanto arido desta stupore e meraviglia; come risulta facile, nel contempo, immaginare il piacevole ristoro offerto a chi, nel passato, veniva da una traversata del deserto.

Nel guadagnare metri in salita non si disdegni, di tanto in tanto, di voltarsi indietro e poter scorgere la suggestiva skyline paesaggistica determinata dal panorama che si staglia laggiù in fondo: il Mar Morto. Si sale superando, metro dopo metro, le numerose pozze d’acqua che garantiscono piacevoli soste per rinfrescarsi e bagnarsi. Quasi senza accorgersene, il sentiero roccioso penetra (e attraversa) un’autentica galleria vegetazionale formata dalle numerose radici delle piante che sono cresciute appena sopra il livello del solco torrentizio. Qui bisogna prestare molta attenzione per il fondo scivoloso determinato dal millenario scorrere dell’acqua sulle levigate pietre in roccia calcarea che favorisce la crescita di alghe e filamenti d’erba e, se non si hanno buone scarpe da escursionismo, si può facilmente scivolare; risulta essere molto emozionante poter attraversare queste gallerie naturali ove, praticamente, viste le asperità della complessa natura geologica, non s’intuisce l’uscita. Le numerose sorgenti che sgorgano acqua dolce direttamente dalla roccia e che formano una serie di cascate, garantiscono l’irrigazione della sottostante vallata permettendo, così, la crescita di una rigogliosa vegetazione.

Tutto il principale sentiero attraversa, praticamente, un ambiente selvaggio e desertico con alti e profondi canyon costellati, di tanto in tanto, da copiose macchie mediterranee e verdi alberelli che creano, appunto, il paesaggio all’interno dell’oasi; i numerosi passaggi del fiume hanno creato – da sempre – l’alveo principale alimentato dalle numerose pozze d’acqua fresca, dove molta fauna qui viene ad abbeverarsi. E così, alla fine del cammino in fondo al canyon, si raggiungono finalmente le cascate di David (le David’s Waterfall) con salti di circa 15/20 metri che sgorgano direttamente dalla viva roccia calcarea circondata da una copiosa vegetazione di piante acquatiche. La cascata è un fenomeno naturale e viene considerata piuttosto miracolosa; essa viene alimentata da una sorgente naturale, già menzionata nell’Antico Testamento, che risale a circa 3000 anni fa. Qui la narrazione degli antichi, che si alterna tra storia e leggenda, dicono che Davide si rifugiò, tra le grotte e i meandri di questa valle, quando venne perseguitato da Saul, e qui si nascosero i ribelli al suo seguito in fuga da Gerusalemme. Il paesaggio intorno alle cascate è leggendario, quasi mistico; si resta praticamente estasiati nel vedere come l’acqua delle cascate rinfresca umidificando l’aria circostante.

Le sorgenti che sgorgano dalle rocce forniscono l’acqua necessaria alla crescita della vegetazione e servono ad irrigare – più a valle – le numerose culture della zona. Dalla cascata di Davide, ritornando indietro il sentiero si biforca: a sinistra scende e ritorna nuovamente, lungo la destra orografica del canyon, al principale ingresso della Riserva Naturale protetta; mentre a destra il percorso si inerpica gradualmente e risale per un impervio tratto (molto esposto e scosceso) di sentiero su roccia – spesso con gradoni ricavati nella viva roccia calcarea e con passaggi sospesi nel vuoto superabili grazie all’ausilio di alcuni tratti di via ferrata – che porta a superare ed affacciarsi (prestare molta attenzione a dove e come si poggiano i piedi) sull’immenso paesaggio determinato dal Dead sea. Da quassù i panorami che si scorgono dall’alto, sono estremamente spettacolari; essi sono visibili con uno sguardo che lascia posare gli occhi per 270° tutt’intorno e che si estende dalle spoglie e desertiche montagne della Giudea, fino alle estese vedute lungo le rive del Mar Morto, lasciando scorgere – e facilmente distinguere – quel netto contrasto tra i diversi ambienti naturali.

Per decine di chilometri, fin dove l’occhio riesce a posare lo sguardo, non ce nulla, solo arido e assolato deserto! E sembra quasi incredibile come in mezzo al nulla di questo deserto possa essere sorta una lussureggiante oasi come quella di Ein Gedi; e a pensarci bene sembra quasi… un miraggio! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CANOSSA: la scomunica, l’umiliazione, la sottomissione, il perdono; fra Papi e Imperatori una contessa… media tra i poteri!

Siamo sull’Appennino Tosco/Emiliano, in quell’area geografica meglio conosciuta come le “Terre di Matilde”. Mossi dalla curiosità di conoscere questi luoghi avvolti da un alone leggendario, che si dipana tra fascino e mistero, la rupe da cui si ergono i ruderi del Castello di Canossa è la nostra meta. Un breve e significativo itinerario conduce, tra valli e crinali che si perdono all’infinito lungo tutto l’orizzonte, fino alle sue pendici. Casalecchio, borghetto di appena 6 edifici adiacenti la Provinciale 54 che muove da Rossena, dal cui colle si erge uno dei castelli “canossiani” con la dirimpettaia Torre di Rossenella sul colle opposto, è possibile compiere una breve escursione che in un paio d’ore sale lungo i crinali fino al Castello di Canossa. Camminare sul bordo strada non comporta difficoltà, visto lo scarso traffico veicolare lungo queste strade che serpeggiano attraverso le valli dell’Appennino.

Quando la strada comincia ad ascendere, una serie di tornanti consente di tagliare attraverso pendii prativi e cespugli (località Casalino).  A ridosso delle ultime curve, lasciando la strada principale si segue – sulla sinistra – la ben visibile traccia di un sentiero che in pochi minuti sfiora il ciglio sommitale da cui s’apre uno spettacolare paesaggio lunare: un gigantesco anfiteatro formato dai calanchi del rio di Vico, sotto la rupe ove il sole crea giochi di luci, colori e ombre. Terra arida durante l’estate, l’erba rinsecchita e le felci essiccate restituiscono le diverse sfumature di rosso; cespugliaie sparse tutt’intorno rendono fastidiosi alcuni tratti di sentiero senza nulla togliere alla bellezza dei paesaggi circostanti; ginestre che colorano di giallo interi crinali determinano un arcobaleno di colori che segnano l’orizzonte fin dove lo sguardo riesce a catturare il panorama dietro l’ultimo colle. Canossa è lì, a portata di piede!

L’anfiteatro dei calanchi di Rio Vico, restituisce un paesaggio molto particolare che si distribuisce tra le due imponenti fortezze medievali della Val d’Enza, tra quella di Rossena e quella di Canossa, entrambi sorte su alture di arenaria. Lungo la strada di avvicinamento alla rupe di Canossa la visione dei calanchi rende il panorama ancor più incredibile. Questi calanchi sono detti “cavalli magri” somiglianti a un animale a cui si vede il costato a causa della magrezza. Approdati sulla Provinciale 73, all’altezza del Casale di Villa Marconi, la traccia del sentiero lambisce – sulla sinistra della rotabile – i cigli esposti sui calanchi mentre la strada scorre, con piacevoli saliscendi, lungo un crinale da cui si domina la lunga valle solcata dalle acque del Rio San Biagio. Due pannelli esplicativi, posti sulla sinistra, illustrano sia il paesaggio determinato dai calanchi che la vicina rupe da cui si ergono i ruderi del Castello di Canossa.

Attraversati il borgo che giace ai piedi della rupe canossiana, facciamo la conoscenza di questo luogo. Costruito su una rupe scoscesa che domina la Val d’Enza, il Castello di Canossa gode di una posizione naturalmente fortificata e di grande controllo su tutto il territorio circostante. La sua ubicazione, sull’Appennino reggiano al confine con l’attuale provincia di Parma, è da sempre cruciale per diversi e importanti motivi: sia storica che geografica. Questo Castello è indissolubilmente legato alla figura della Gran Contessa Matilde di Canossa, una influente nobildonna che fu fedele alleata del Papa e che giocò un ruolo fondamentale in uno storico incontro (siamo alla fine del gennaio del 1077), agendo da mediatrice tra le due più potenti figure del tempo: il Papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV, laddove il primo scomunicò il secondo facendo prevalere il “potere spirituale” sul “potere temporale”.

Il calpestio dei passi sulle nude pietre che si alternano al lastricato dei blocchi, restituisce gli echi di un antico passato, laddove il potente Enrico IV avendo deposto Gregorio VII, questi subito scomunicò l’imperatore. Per ottenere il ritiro della scomunica e chiedere perdono al Papa, Enrico IV si recò al Castello di Matilde, dove il papa era ospite, e si umiliò pubblicamente per tre giorni e tre notti; qui attese scalzo e vestito di saio nella neve davanti al portone, in segno di penitenza, prima che il Papa potesse riceverlo e gli revocasse la scomunica. La posizione elevata sulla rupe metteva il Castello in una condizione inespugnabile, fungendo da principale roccaforte di un sistema difensivo che includeva anche le altre fortificazioni di Matilde, come il Castello di Rossena. Da qui il controllo dei territori circostanti permetteva alla rocca di sorvegliare le principali vie di collegamento tra il nord e il sud Italia, rendendo così Matilde un’interlocutrice fondamentale per chiunque volesse attraversare quelle terre, inclusi imperatori e papi; episodi che, tra storia e leggenda, attraversano tutto il Medioevo.

Una storia medievale fatta di grandi personaggi ha avuto qui, in questi luoghi avvolti in una cornice naturale davvero unica, un’importanza strategica e fondamentale per le sorti dell’Europa del tempo. Il paesaggio è suggestivo e la vista sull’Appennino è spettacolare, mentre il silenzio – rotto appena da leggere folate di vento e dal richiamo delle cicale – che aleggia tra valli, monti e pianure lo esalta ancora di più. Anche se da lontano l’imponente struttura sembra un rudere essa va, comunque, visitata se non altro per la storia che rappresenta. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

BISMANTOVA (RE): un’altura, il suo fascino, i suoi misteri, la suggestione dell’infinito…!

Siamo al centro dell’Appennino Tosco-Emiliano; qui si eleva una delle montagne più caratteristiche e singolari del circondario; una elevazione rocciosa che fin dai tempi antichi ha sempre suscitato un richiamo ancestrale di luogo irraggiungibile, quasi impossibile da conoscere, da raggiungere, da scoprire, da comprendere. Furono gli Etruschi, i primi ad interessarsi e ad essere attratti dal fascino di questa montagna ove – probabilmente – compivano sacrifici in onore delle divinità del tempo. Successivamente i Romani scelsero la pietra come sorta di roccaforte per il controllo (dei traffici commerciali tra la Liguria e l’Adriatico) e il dominio (militare) dei territori circostanti.

Giunse il Medioevo ed il “masso” di Bismantova cominciò a prendere forma anche in senso letterario. Dante cita la Pietra paragonandola ad “un’ardua salita che sembra quasi impossibile, a meno di “volarvi” con “l’ale snelle e con le piume del gran disio“, ovvero con l’aiuto della grazia divina e della speranza; simbolico significato di espiazione. Sono in molti gli studiosi che ritengono che Dante avesse una conoscenza diretta del luogo, avendolo probabilmente visitato durante il suo esilio. La particolare conformazione geologica della Pietra, con le sue pareti a picco che si innalzano da una base più dolce, è stata probabilmente una fonte d’ispirazione per l’immagine del Purgatorio come una montagna a gradoni.

Come il Purgatorio è un luogo di passaggio e purificazione prima del Paradiso, così la Pietra di Bismantova si trova in una posizione di rilievo, visibile da lontano e punto di riferimento per chi attraversa l’Appennino. I suoi sentieri scoscesi sono l’ostacolo iniziale e l’impegno necessario per il cammino di espiazione, che diventa meno gravoso man mano che si sale. Il monolito rupestre della Pietra di Bismantova non è solo un luogo indicato sulle mappe o di passaggio per chi travalica l’Appennino; non è soltanto un semplice paesaggio citato, ma un vero e proprio archetipo sia visivo che simbolico che aiuta Dante a comunicare la sua idea del Purgatorio proprio come un cammino di fatica, speranza e rinascita spirituale.

La Pietra di Bismantova è anche presente nella devozione popolare; alla base delle sue pareti sudorientali sorge – incastrato nella roccia – un Eremo, eretto nel 1225, dedito al culto della Madonna della Natività a cui sono stati attribuiti alcuni miracoli. Al suo interno vi sono affreschi del XV secolo, come quello della Madonna di Bismantova a cui il sacro edificio è dedicato. La Pietra da lontano sembra un dente, una nave, e per questo è riconoscibile ed ha da sempre rappresentato un punto di riferimento per i viaggiatori. Il percorso all’inizio (dal piazzale Dante) si presenta abbastanza comodo; ma è soprattutto nel suo tratto finale che risulta impervio poichè bisogna prestare attenzione perché il sentiero si presenta dissestato.

Dall’eremo parte il principale sentiero (dell’anello) che s’immerge in un bosco che offre frescura durante la calura estiva e che giace alla base delle irte pareti in roccia calcarea (con incastri di gessi e arenaria) che si scorgono tra i fusti. Qualche passamano in legno e – nei tratti più impervi – una corda ben ancorata alla parete, agevola il transito degli escursionisti. Si raggiunge una sorta di pianoro (Campo Pianelli) ove una segnaletica indica che questi sentieri sono stati frequentati dalle brigate partigiane; qui alcune pietre squadrate lasciano intendere un antico luogo di culto o di ritrovo. Poche decine di metri ancora e siamo in cima; un pianoro verde lambisce gli strapiombi e lo sguardo spazia tutt’intorno tra monti e pianure.

Al termine della salita, si esce fuori dal bosco e si raggiunge il plateau sommitale; pochi metri ancora e si raggiunge il bordo di profondi dirupi. Ma il vero spettacolo è 500 mt più avanti, verso sinistra, ove un tavolato in pietra determina la cima (1041 m) offrendo una spettacolare vista per oltre 180 gradi; come essere in volo visto che davanti e intorno c’è un precipizio di oltre 300 metri. Da quassù si gode un panorama a perdita d’occhio. Le sensazioni che si provano sono di stupore, meraviglia, bellezza e contemplazione. Una volta in cima vi sono numerosi punti panoramici, dai quali si gode uno spettacolo impagabile; il prato che si estende sulla sommità è molto ampio, mentre la vista da qui risulta essere incredibilmente bella. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)