TRANSBALCANICA 3: l’ingresso in KOSOVO e arrivo a Prishstina… una “Terra di NESSUNO” nella terra di nessuno!

Un lungo viaggio copre la distanza tra Kotor (in Montenegro) fino a raggiungere Prishtina (o Pristina) l’attuale capitale dell’autoprolamatasi Repubblica del KOSOVO. Un ripetuto succedersi di scorci panoramici che offrono alcune tra le ambientazioni e i paesaggi più caratteristici dei Balcani fanno da cortina scenografica a questo spostamento. Dopo aver superato territori immensi che si perdono a vista d’occhio, profondi e interminabili canyon che s’aprono tra aspre e selvagge montagne ricoperte da copiose foreste, l’argenteo delle acque di incontaminati fiumi che scorrono fino a perdersi oltre l’orizzonte, rendono questo spostamento più gradevole.

Lande desolate ove s’aprono radure erbose che si alternano a leggeri altipiani si succedono a piccoli villaggi isolati e gruppi di case sparse che si perdono nella boscaglia. Sospesi tra gli 800 e i 1000 metri di altitudine in una valle solcata dal fiume Ibar, si varca la prima dogana (in uscita dal Montenegro) superando la frontiera e attraversando il Border post Spiljani (Гранични прелаз Шпиљани/Мехов Крш) entrando – per pochi chilometri – in una sorta di enclave di confine in Serbia (Srbija). La strada scorre lungo la sx orografica di un frastagliato lago Gazivoda  Liqeni i Ujmanit (un bacino artificiale molto simile per ambientazione paesaggistica al lago del Pertusillo giù in Basilicata); da qui, un successivo posto di controllo di doganieri serbi dagli sguardi “sospettosi” che dopo aver controllato i nostri passaporti, consentono di attraversare la borderline ed entrare così in Kosovo.

Questa parte di KOSOVO che confina con la Serbia, sembra essere un territorio sconosciuto a molti, estremamente remoto e isolato da tutto e da tutti. Bisogna davvero possedere l’indole del viaggiatore curioso per compiere un viaggio del genere e conoscere (quel che oggi ne rimane) del Kosovo. Eppure questo territorio, grosso più o meno quanto l’Abruzzo, è lo stato più giovane del vecchio continente; autoproclamatosi indipendente dalla Serbia il 17 febbraio 2008 oggi esso è riconosciuto come stato indipendente da 113 paesi, inclusi 22 membri dell’Unione Europea, gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia e il Canada. Tuttavia, alcuni paesi non riconoscono l’indipendenza del Kosovo, tra cui la Serbia, la Russia e la Spagna.

Qui sono ancora pochissimi i backpackers che inseriscono in un proprio viaggio il Kosovo; noi, lo abbiamo fortemente desiderato e voluto inserire nel nostro progetto di “TransBalcanica”. Qui i ricordi (le tracce e le testimonianze) della guerra sono ancora forti e oggi del Kosovo – praticamente – non si conosce quasi nulla. Il viaggio per raggiungere Pristina è ancora lungo ma si ha ancora tempo di poter andare alla scoperta, puntando lo sguardo oltre il finestrino, di questa terra rimasta ancora così grezza, aspra, martoriata e selvaggia al tempo stesso, prima che in molti se ne accorgano. Da lontano compaiono gli enormi edifici, molti ancora in costruzione testimoniati dalle gru, della capitale kosovara PRISHSTINA, in serbo Приштина, Priština.

Raggiungiamo la città nel pomeriggio (il viaggio è stato davvero lungo) e, nonostante la stanchezza, il desiderio di poter conoscere, scoprire e visitare le sue peculiarità più caratteristiche, dopo una breve rinfrescata in hostel, rinvigorisce il nostro desiderio di continuare a camminare. In giro numerosi sono gli edifici nuovi, ma che nascondono alla vista ciò che resta degli anni appena trascorsi contrassegnati dalle violenze di una guerra che qui – proprio mentre camminiamo – ha lasciato ancora numerosi strascichi e questioni (civili, sociali, etniche e religiose) in sospeso. Tralasciando la parte storica che riguarda il recente passato degli ultimi 35 anni, dedichiamo il nostro interesse e il nostro tempo a ciò che i nostri occhi, ora, scrutano.

Pristina è rimasta fortemente influenzata, come tutta l’area del Kosovo, dalla cultura albanese al punto tale che negli anni ‘80 – quando la ex Jugoslavia cominciò l’opera di “serbizzazione” annullando/ignorando le molteplici minoranze etniche che formavano la variegata popolazione di tutta l’area dei Balcani – fu una delle prime città a ribellarsi. Gravemente danneggiata dalla feroce guerra civile, sul finire del XX secolo, dal 1999 cominciò una lenta e progressiva ricostruzione che però avanza ancora oggi in maniera intermittente. La città ha una maggioranza di popolazione che si distribuisce tra le varie etnie come quella (la principale) albanese, mentre le più piccole sono le comunità di serbi, di bosniaci e di rom.

Il van ci lascia all’altezza del Parlamenti Studentor i Universitetit të Prishtinës, tra la Cattedrale e la Biblioteca. Ma subito il nostro sguardo viene catturato dalla curiosa facciata della Biblioteca Nazionale del Kombëtare e Kosovës “Pjetër Bogdani”. Progettato negli anni ’80 dall’architetto croato Andrija Mutnjakovic, emblema dell’architettura socialista jugoslava, la struttura è formata da enormi cubi di cemento e vetro, ricoperti da cancellate artistiche (una sorta di gigantesca rete metallica) che formano geometrie simili a un ricamo che ricopre l’intero edificio, oltre alle sue 99 cupole di vetro tutte diverse per forma e ampiezza. Varcata la soglia si ammirano collezioni di libri che narrano la cultura e la millenaria storia del paese, oltre a sale di lettura, sale per assemblee e depositi che contengono documenti come quelli della NATO. 

Fuori fa molto caldo ed il vento che sferza sulla spianata non favorisce la tanto desiderata frescura. Senza un attimo di esitazione subito il nostro sguardo punta gli occhi al margine di questo immenso catino di prato verde – a meno di 100 metri dalla Biblioteca – verso un edificio dalle vaghe linee stilistico-architettoniche che si rifanno a un luogo di culto, compare la mai finita (incompleta) chiesa di confessione serbo/ortodossa dedicata a Cristo il Salvatore (che nei piani di Milosevic sarebbe dovuta diventare l’edificio religioso più grande del Paese). Secondo i piani del dittatore serbo Milošević, questa sarebbe dovuta diventare la chiesa più grande di tutto il paese, ma a causa dello scoppio della guerra la sua costruzione non è mai stata portata a termine.

Spostandosi verso il centro si raggiunge il viale Xhorxk Bush (George Bush) e prendendo in lieve discesa verso ovest lungo un successivo viale chiamato “curiosamente” Garibaldi, si giunge in vista del singolare monumento artistico del “neonato”: il NewBorn, innalzato il 17 febbraio 2008 (giorno della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo dalla Serbia). Proprio di fronte ad esso campeggia il Monumento Heroinat (in albanese: Memoriali Heroinat), un’imponente statua che ricorda il volto di una donna composto da ventimila spille in metallo, eretta in memoria delle circa 20.000 donne che hanno subito violenza sessuale durante la guerra del Kosovo del 1998/1999. Eretto il 12 giugno 2015, il disegno simboleggia sia la sofferenza individuale che la resilienza collettiva.

Il Kosovo resta, comunque, un paese ancora giovane, anzi giovanissimo (l’età media è di 25 anni), con una storia importante alle spalle e un futuro spesso incerto. Ma com’è Pristina, oggi, quasi venti anni dopo la fine di una guerra, e della precedente pulizia etnica voluta dall’allora presidente serbo Slobodan Milošević contro la popolazione locale albanese, che ancora aspetta giustizia e rispetto? Oggi dei serbi, in città, sono rimasti in pochi. Al termine del conflitto, molti di loro hanno deciso di abbandonare le proprie abitazioni e sono ritornati in Serbia, impauriti soprattutto dalle azioni di vendetta perpetrare della controparte albanese e – cosa ancor più cruenta nelle guerre di matrice etnica – contro i presunti crimini commessi dall’organizzazione “UCK”, l’esercito di liberazione del Kosovo, ai danni dei civili serbi.

Non c’è da preoccuparsi se malauguratamente ci si perde tra gli enormi grattacieli in costruzione, i lunghi viali alberati e quel dedalo di viuzze nascoste dalle nuove skyline che nascondono la città vecchia di Pristina, perché qui, se capita di chiedere un’informazione ai passanti (soprattutto giovani) per strada, c’è sempre qualcuno disposto ad accompagnarvi di persona fino alla destinazione desiderata. Si incontrano molti giovani per la città e – parlando un po’ con loro (capiscono benino la lingua italiana) – hanno tutti, indistintamente lo stesso sogno nel cassetto: quello di poter viaggiare liberamente, passaporto alla mano, come i loro coetanei europei. Ma purtroppo oggi il Kosovo è l’unico paese dei Balcani i cui cittadini debbono necessariamente possedere un visto per potersi spostare nell’Unione Europea.

Il nostro vagabondare continua ora spostandoci nuovamente verso il centro fino a raggiungere l’imbocco del “cuore pulsante” della capitale kosovara: il Bulevardi Madre (Nënë) Tereza, un ampio e lunghissimo viale pedonale attorno al quale si diramano un interminabile dedalo di viuzze dove cui – nel corso del tempo – sono spuntati come funghi ristoranti, pub e caffè alla moda. Il viale è corredato dalle bandiere kosovare che si alternano a quelle degli Stati Uniti. Ciò spiega l’enorme attaccamento, quasi una filiazione, che lega il popolo kosovaro agli USA. Qui, è dal 1995 che grazie al presidente Bill Clinton (di cui c’è una statua) che a Daytona s’impegnò in prima persona a formulare i termini per un accordo di pace tra serbi e kosovari, è tutto un ossequioso e perpetuo ringraziamento verso l’amministrazione americana per quei risultati raggiunti e sanciti nella cittadina statunitense.  

Comincia a far tardi ed il sole, lentamente, si avvia a calare sull’orizzonte. Ma prima di gettarci tra le braccia di Morfeo, non ci resta altro che far visita ad un altro importante monumento che caratterizza questa capitale: la Concattedrale (Katedralja Nënë Tereza), un edificio modernissimo (77 metri di lunghezza per 42 di larghezza), costruito negli anni 2000. Questa è la chiesa più grande del Kosovo ed è l’edificio più grande della città, dedicata a una santa cattolica: Madre Teresa di Calcutta, nata in Albania nel 1910 dal nome Anjezë Gonxhe Bojaxhiu. Basti solo pensare che la presenza dei cattolici qui in Kosovo sfiora appena il 2% della popolazione; è comprensibile quindi capire perché la costruzione di questa chiesa così grande non è stata ben accolta dalla restante popolazione.

Prishtina a tutt’oggi, e a distanza di anni dalla fine di quei tragici eventi bellici, resta una zona off-limits e sotto stretta sorveglianza per la presenza delle forze della KFOR in seno alla NATO; esse testimoniano questa particolare realtà che si pone in bilico tra un’apparente normalità vissuta dalla popolazione e l’incertezza, da parte delle amministrazioni governative kosovare, per un ritorno dei violenti scontri fra etnie che potrebbero paventarsi in un futuro a tutt’oggi ancora così incerto. I rapporti tra Belgrado e Pristina comunque rimangono ancora tesi e molte questioni sono ancora prive di soluzioni. Nonostante la pace, le tensioni tra le comunità serba e quella albanese sono ancora presenti, e la questione dello status del Kosovo rimane, purtroppo, una “ferita” ancora aperta.

Nonostante un negoziato per la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi sia in corso dal 2013 le posizioni di Belgrado e Pristina restano ancora lontane e la Serbia non ha mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, proclamata unilateralmente nel 2008. Allo stesso modo Russia e Cina continuano a non riconoscere il governo di Pristina e in più di un’occasione, recentemente, sono tornate a condannare l’intervento della NATO in Serbia: nel 1999 l’alleanza militare occidentale lanciò una campagna di bombardamenti nella Jugoslavia di Slobodan Milosevic nel tentativo di fermare l’assalto delle truppe di Belgrado contro i kosovari di etnia albanese che combattevano per la propria autonomia. Fatte queste riflessioni concludiamo il nostro girovagare per il centro di Pristina poichè il sole è già tramontano oltre l’orizzonte delle lontane montagne: domani, fortunatamente, il viaggio di spostamento sarà più breve… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Valle della CACCIA (monti Picentini, Senerchia, AV)… che fu già “Riserva Borbonica”

In questi giorni di alte temperature determinate dai “capricci di anticicloni” che non vogliono sapere di lasciare questa parte di Mediterraneo, siamo un pò tutti alla ricerca di refrigerio, di poter sentire sfiorare la nostra pelle dalla frescura generata dall’ombra oppure dalla freschezza dell’acqua. Noi vi proponiamo di seguirci in questa breve ma intensa (non difficile) escursione ove potrete godere di tutto ciò che abbiamo sopra appena descritto: ombra, frescura, acqua e refrigerio, dove…? Nell’OASI WWF della Valle della CACCIA, nei territori del Parco dei monti Picentini, a Senerchia, in provincia di Avellino; andate a visitarla, poi… ci racconterete!

Siamo ai margini orientali dei monti Picentini, in una platea naturalistica che rientra con un profondo solco vallivo distribuito tra i comuni di Oliveto Citra e Senerchia, laddove i versanti di copiose giogaie, come quelle del Polveracchio, della Picciola e di Piano Montenero prospettano sul medio corso occidentale della valle del fiume Sele, in uno scenario paesaggistico davvero unico per bellezza, stupore e meraviglia, attraverso i suoi angoli più nascosti s’apre questo tesoro naturalistico, fatto di scorci ambientali che esaltano una natura – fatta di boschi, di rocce a picco e di acque con decine di salti e cascatelle – di inaudita bellezza difficilmente riscontrabile altrove in ambiente picentino. Laddove gli elementi principali come l’acqua e la roccia calcarea sono – da sempre – i protagonisti assoluti dell’evoluzione naturalistica e geologica di questa valle poco conosciuta, frequentata spesso da scolaresche (è un’Oasi gestita dal WWF) per visite didattiche, posta ai margini e lontano dalle rotte escursionistiche più famose: la Valle della Caccia.

Nascosta in un angolo dell’alta Valle del fiume Sele, tra le province di Salerno e Avellino, sulla sua destra orografica, questa valle presenta scenari paesaggistici e ambientali davvero unici; quasi come se fosse un laboratorio della natura a cielo aperto ove tutte le specie della flora e della fauna diventano i protagonisti assoluti di una scena che si ripete dalla notte dei tempi. Qui si riscontrano tutte le sfumature monocromatiche del verde, dal più intenso e cupo dei boschi allo smeraldino delle acque dei ruscelli. Qui i profumi si intrecciano seguendo il ciclo e l’alternarsi delle stagioni; e mentre l’olfatto corre alla ricerca di quelli più intensi (tra specie arboree, fiori e macchia), l’occhio riesce a cogliere la presenza di animali che, in altri luoghi, difficilmente si fanno scorgere (anfibi, faine, rettili, volpi e volatili su tutti), mentre rara è la presenza della lontra e della lepre.

L’apoteosi dei sensi raggiunge il culmine ascoltando i ritmi scanditi dal rigoglio delle acque delle decine di rivoli e cascatelle che s’aprono la strada tra salti di rocce e strapiombi muschiati. Questa valle apparteneva ai signori Marchesi di Senerchia, territorio privilegiato per la caccia alla selvaggina che qui era abbondante; nel pe-riodo del brigantaggio, invece, questi territori, ben lontani e nascosti dalle più importanti vie di comunicazione, davano sicuro rifugio alle numerose bande che operavano tra questi monti e la vicina Lucania. Ponti, passerelle, passamani, tutti in legno, sono stati realizzati dal WWF che di quest’Oasi ne ha fatto un fiore all’occhiello per la protezione e per la salvaguardia.

Due sono gli elementi presenti in natura che si evidenziano su tutto all’interno di quest’area protetta: l’acqua, in tutte le sue più svariate forme tra fonti, sorgenti, ruscelli e cascate e il particolare manto vegetazionale; mentre il silenzio, elemento di riflessione e raccoglimento, regna sovrano e copre in un alone di mistero ogni cosa viva o apparentemente inerme. Camminare all’interno di quest’Oasi è come immergersi in un particolare tempio della natura, al cospetto – forse – del dio Giano. I sentieri s’inerpicano sempre più in alto e si restringono a tal punto che la vegetazione lungo i bordi sembra quasi creare una cortina impenetrabile; rocce a strapiombo che sfidano ogni regola di gravità incombono in alto sulle nostre teste e spesso racchiudono la volta celeste lasciando filtrare qualche lembo di cielo. Seguendo il naturale acclivio orografico all’interno della valle, il percorso compie la sua logica conclusione presso la cascata.

Volgendo lo sguardo in alto il pino nero estende le sue ramificazioni su ogni cosa, tra rocce a picco e pendii mozzafiato, mentre angoli spesso nascosti preservano decine di specie floreali tra cui le orchidee e l’erica che fanno da platea arborea alle più folte boscaglie di acero. Poco più su a destra compare la “grotta del muschio“, continuo richiamo per le esplorazioni speleologiche. L’impetuoso fragore della grande cascata che – determinando il naturale culmine della vallata – spumeggia tra le rocce, scorre a strapiombo scaraventando la sua portata di acque ad alimentare il torrente Acqua Bianca; un ponticello in legno che le sta di fronte permette di ammirarne tutta la sua superba e straordinaria bellezza. Per qualche istante liberiamo le nostre menti da qualsiasi ingombro e assistiamo da spettatori a questa incredibile rappresentazione di Gaia! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

TRANSBALCANICA 2… KOTOR (“Cattor”) un insolito fiordo sulla costa del Montenegro

Con la difficile convivenza e – spesso – artificiosa vicinanza tra le diverse comunità nazionaliste componenti l’antica repubblica “federata” sotto la guida del “maresciallo” Tito, il Montenegro rimase l’ultimo simulacro di ciò che fu la Jugoslavia. Ciò che restò, alla morte di Tito, dell’impero jugoslavo si smembrò – irrimediabilmente – dando così vita alle guerre civili che tutti noi abbiamo avuto modo di conoscere tra la fine del ‘900 e i primi anni del III millennio. Gli ultimi frantumi della “grande” Jugoslavia, come concetto di federazione serbo-montenegrina, sopravvissero fino a tutto il 2003; ma fu solo nel 2006 che la Serbia e il Montenegro decisero che era giunto il momento di separarsi. Montenegro… continuiamo la nostra “Transbalcanica” viaggiando sempre lungo la fascia costiera in direzione nord, un ripetuto saliscendi che serpeggia tra ponti, profondi valloni, le rupi calcaree che sprofondano nel mare e le curve a gomito che si avvinghiano lungo incredibili pendenze. Condividiamo il viaggio di spostamento da Budva a Kotor con persone del luogo; un variopinto mondo fatto di dialetti incomprensibili, sguardi persi nel vuoto al di là del finestrino a scrutare l’orizzonte, l’anziana donna che sistema il proprio fazzoletto che le copre la testa, la giovane coppia che si tengono fortemente stretti ogni volta che il van scodinzola per le strette curve.

Kotor sembra essere ancora lontana e poco alla volta che la strada comincia a spianare, cambia irrimediabilmente anche il paesaggio circostante. Le montagne determinano sempre lo sfondo, ma ai lati della strada s’aprono ampie distese di terreni coltivati a vigneti ed uliveti (principali colture di queste zone). Questa volta, però, ci troviamo ad attraversare una particolare ambientazione paesaggistica, come se fosse sospesa tra alte montagne e lingue di mare che si estendono lungo la difficile costa montenegrina dell’interno; sembra quasi di essere allo sbocco di un fiordo norvegese ma, subito dopo l’ultimo ponte compare in tutta la sua bellezza, lo splendido borgo medioevale di KOTOR. La città montenegrina è un sito (Patrimonio Mondiale dell’Umanità) dell’UNESCO, ed il suo aspetto di città medievale incastonata tra ripide scogliere e la baia, l’hanno resa celebre quale uno dei particolari (e nascosti) gioielli della costa orientale del mar Adriatico. Kotor (“CATTARO” in italiano), dal 1420 al 1797 è stata sotto il dominio veneziano e questa dominazione ha lasciato molte tracce nell’architettura locale; ma ciò che attira la nostra curiosità, è quello di andare alla conoscenza ed esplorazione del suo centro storico così ben conservato, e reso famoso per la sua particolare architettura, le sue chiese, le stradine tortuose, i monumenti storici e la sua caratteristica cinta muraria con le possenti torri e i barbacani che affondano nel mare.

Entriamo nella città vecchia attraverso il varco della “Porta del Mare” (o Porta Gurdich); qui due antichi cannoni puntano verso la vicina costa, mentre l’arco d’ingresso è sormontato da una stella e una data (21-XI-1944). Sotto l’arco, a destra, un particolare bassorilievo incorniciato in una sorta di “trilobatura” (che si rifà a motivi veneziani ed arabi) raffigura una Madonna con Bambino seduta in trono tra due santi. Eccoci finalmente all’interno del borgo, nell’enorme catino basolato della “Piazza delle Armi”, appena dopo l’ingresso della porta principale della città, sormontata dalla sua possente Torre dell’Orologio; ma basta uno sguardo intorno per rendersi conto di trovarci al centro di un luogo davvero bello e coinvolgente. La Città Vecchia di Kotor è un gioiello medievale splendidamente conservato; nascosta all’interno di antiche fortificazioni (sia dal mare che dai monti dell’interno) essa viene circondata da alte, aspre e rocciose montagne e dall’accogliente baia in cui è sorta. Passeggiare per i suoi vicoli, stretti e tortuosi, è come fare un salto indietro nel tempo, tra la vivacità dell’indole commerciale dei suoi abitanti di uno storico passato e l’effervescenza della moderna trasformazione (forse anche eccessiva) turistica dell’odierna popolazione locale. Qui ogni angolo racchiude una sua storia, dai cortili nascosti per secoli alla vista, tra vecchie chiese e piazze affascinanti. Il centro storico è una città medievale ben conservata, camminarci è come vivere all’interno di un labirinto.

Fondata dai Greci, nell’insenatura più nascosta al mare aperto della baia “Boka Kotorska” (questo il suo antico nome) crebbe fino a divenire – nel XII secolo – il principale porto serbo; nel tempo, poi, fu dominata dai veneziani, e questa impronta storica si rispecchia soprattutto nell’architettura dei principali edifici della città. Tra i luoghi più caratteristici il borgo conserva, al suo interno, monumenti come la Chiesa ortodossa, in puro stile romanico del XII secolo, di Sveti Luka (San Luca), quella cattolica di Sveti Trifun (San Trufino), la Piazza d’Armi, il Palazzo Grgurin e la fortezza di Sveti Ivan (Sant’Ivano), oltre alle numerose botteghe, vicoli e palazzi disseminati un po’ dappertutto. All’interno del borgo si diramano mille vicoletti che conducono in tutte le direzioni; tutti pavimentati con basoli squadrati e su cui prospettano alti edifici, le cui finestre sono distribuite secondo una particolare orditura in “stile ottomano”, con passaggi molto stretti e lunghi, laddove percorrendone la sua interezza si resta ammaliati dalle ripetute scoperte che si fanno: un vicolo, una chiesetta cristiana, un portale, un passaggio in galleria, una chiesa ortodossa, un vivacissimo bazar, una romantica e accogliente piazzetta, un pittoresco scorcio dalle mille sfumature, una scalinata in pietra che conduce verso i “camminamenti” delle mura, per raggiungere il Castello sulle pendici della montagna e godere di una veduta dall’alto della baia di Kotor.  

Una storia poco conosciuta, qui a Kotor, è quella dell’antica presenza, in città e fuori dal borgo, delle decine e decine di mulini che provvedevano alla macina del raccolto che giungeva dai territori dell’interno ed al conseguente commercio – via mare – delle derrate distribuite nei principali porti del Mediterraneo. Dialogando con alcune persone del luogo, queste – oltre ad indicarci la direzione – c’invitano a conoscere lo slargo di “Trg od Brašna” (la Piazza della Farina); una bella piazza che s’apre proprio nel centro storico e che si trova di fronte al Palazzo Bizanti. La toponomastica di questo spazio deriva dal fatto che un tempo tutti i magazzini di farina si trovavano proprio in questo luogo, in cui si affacciavano i palazzi delle due famiglie più ricche del tempo: i Pima e i Buća. A questo punto, in cui i nostri occhi vengono completamente appagati da così tanta bellezza artistica, storica e culturale, resta da godere solo dell’ultima “ciliegina sulla torta”; contemplare la vecchia città dall’alto delle sue mura, riflessa nello specchio di mare interno che ne esalta la bellezza naturalistica e paesaggistica del luogo, esplorando i suoi “camminamenti” percorrendone esclusivamente il lungo tratto delle sue merlature e i poderosi bastioni che prospettano verso il mare. Camminando sopra le sue antiche mura medioevali è un ottimo posto per compiere passeggiate e godere di bellissime vedute panoramiche e paesaggistiche. Si può camminare da un cancello all’altro – comprese le dovute soste per ammirare e fotografare – godendo delle incredibili skyline sul fiordo e i territori circostanti.

Vale davvero una piacevole giornata di cammino potersi perdere vagabondando per i suoi vicoli basolati e le strette stradine godendo della frescura offerta dalle ombreggiature; attraversare slarghi, entrare nelle chiese e cappelle di varie confessioni religiose e salire, infine, per percorrere le sue mura, è già di per sé uno spettacolo di bellezza che solo qui – e in pochi altri luoghi nel mondo – è possibile godere. Per queste sue “singolari” caratteristiche il borgo antico e la città vecchia di KOTOR non sono solo un luogo da vedere o un posto da visitare fugacemente (questa è roba per turisti); esso è un luogo tutto da esplorare con gli occhi aprendo il cuore ad ogni stimolo mosso dalle emozioni e dalla curiosità; un posto tutto da camminare, da sentire, da godere… da vivere! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Canale MONTERANO (Roma): un posto “fuori dal tempo”, un tuffo tra magia, mistero e storia…!

Compiere tanti km e qualche ora da Roma sono possibili scoprire e conoscere alcune tra le bellezze di quell’Italia “minore” spesso lontana dai circuiti più frequentati dal grande pubblico. A nord della capitale, tra i monti della Tolfa ed il lago di Bracciano si trovano le rovine dell’antica MONTERANO, uno dei più suggestivi luoghi della cosiddetta Maremma Laziale; una città perduta, un borgo fantasma che offre bellezze scenografiche d’altri tempi ove la curiosità e il senso di scoperta travalicano confini oltre l’immaginario… Si percorrono gli ultimi 800 metri e lo spettacolo di un posto fuori dal tempo compare in tutta la sua straordinaria bellezza per la presenza di un acquedotto d’epoca romana, che collega un versante della collina con le mura del borgo, e un fontanile con vasche posto sulla destra; alcune grotte dalle pareti con colori sgargianti (forse intrise dello zolfo che si mescola al calcare), testimoniano, già in epoche remote, la presenza etrusca in questa zona; nei pressi della fontana e delle vasche sono possibili scorgere numerose specie di anfibi e qualche serpente che stazionano in zona.

Si sale per un sentiero attraversando sotto gli archi dell’Acquedotto e si sfiorano le mura di contenimento del borgo fino a raggiungere il lato opposto del perimetro, proprio nei pressi della Porta Gradella, caratterizzata dalla presenza di una torre quadrata, che s’apre sulla sinistra. Si penetra in quel che resta del borgo attraverso la Via Gradella fino a sbucare nell’ampio spiazzo che s’apre alla base del Castello ove siamo – letteralmente – circondati dalla storia… e che storia! Monterano poggia su un altopiano di tufo, sul quale la presenza umana è testimoniata fin dall’età preistorica grazie al rinvenimento di vari reperti dell’età della pietra. Più volte abbandonata nel corso dei secoli, visse nuovamente un momento di rilevanza storica in epoca alto-medioevale quando diventò capoluogo episcopale di una vasta diocesi che si estendeva dal lago di Bracciano ai monti della Tolfa. C’è una particolare essenza, quasi un’ispirazione, nell’aria che sembra avvolgere il borgo come fosse attraversato da uno scenario uscito direttamente da un film fantasy; sensazione che si avverte dal fantastico connubio tra il verde incontaminato della natura e le rovine del borgo; ciò che resta di una città fantasma che nei tempi antichi è stata popolata prima da genti etrusche e, successivamente, da popoli che vivevano del taglio della legna.

I ruderi di un Campanile, forse quello della Cattedrale, compaiono sulla destra, mentre invece a sinistra s’impenna – in tutta la sua maestosità – la facciata del Palazzo Baronale da cui spicca la fontana con la statua del Leone. Nella seconda metà del XVII sec. Monterano fu acquistata dai familiari di papa Clemente X Altieri, i quali, grazie a Gian Lorenzo Bernini, trasformarono l’abitato in una piccola capitale Barocca. La monumentale fontana, detta la “Capricciosissima“, fu realizzata dal Bernini sfruttando le fondamenta rocciose della struttura, collocando la statua del Leone sulla sommità della parete che raffigura l’atto di scuotere con una zampa la roccia per farne uscire l’acqua. Il Bernini, chiamato dalla famiglia che aveva oramai acquistato i feudi di Monterano, Oriolo e Veiano, ridisegnò la facciata del Palazzo Ducale, inserendo le due torri a pianta quadrata e rotonda collegate da una splendida loggia a sei arcate; ma il capolavoro si evidenzia – quando c’era la portata dell’acqua – per la Cascata del Leone. L’architetto posò in opera un’idea tipica del suo pensiero di paesaggio, dove arte e natura si fondono, insieme, con armonia. Egli utilizzò le fondamenta rocciose del sito e costruì alla base della ripida parete una fontana splendidamente incastonata nello sfondo naturale.

Sulla sommità della parete e sopra la fontana pose una statua raffigurante un leone nell’atto di scuotere con una zampa la roccia per farne uscire l’acqua: da qui lo zampillo scendeva nella vasca della fontana. Accanto vi sono i ruderi della Chiesa di San Rocco ed altri vari ambienti tutti facente parte del monumentale complesso del Castello/Palazzo Baronale. Ma perché un borgo talmente così bello ed in favorevole posizione dominante ampie zone di territorio fu abbandonato…? L’abbandono di Monterano risale già dalla fine del ‘700, quando queste terre cominciarono ad essere devastate dalla malaria; furono luoghi di scontri, questi, tra i sostenitori del Papa e i giacobini francesi, protettori della Repubblica Romana. Tra le solitarie rovine del borgo molte sono le tracce di animali al pascolo, mentre le uniche forme viventi… qualche gatto; qui la fitta ed intricata vegetazione viene interrotta solo da ampie vallate dove pascolano – liberamente – greggi, bovini e cavalli. Qui vi sono sistemate, al fresco dell’ombra di grossi alberi, delle panchine ove poter riposare e ogni monumento è ampiamente spiegato con locandine pensili.

Ma le sorprese di Monterano non finiscono qui! Fuori dal borgo, c’è una spianata sul cui sfondo compare la monumentale facciata di una chiesa con una fontana in bella mostra davanti alla sua facciata. Di solito si scoprono borghi medioevali spesso sperduti, con poche case magari distribuite intorno alle rovine di un castello oppure di una chiesetta; ma una chiesa barocca (Convento di San Bonaventura) progettata sempre dal Bernini e la fontana “ottagonale” nella piazza antistante la facciata sembrano davvero così insolite, diverse da ciò che ci si aspetterebbe di trovare su una collina che si erge in mezzo ai boschi, rovine che sembrano davvero maestose e fuori dal tempo. In questa location furono girate alcune scene del “Marchese del Grillo” con Alberto Sordi. A completare la spettacolarità del luogo ci ha pensato anche la natura facendo crescere – nel corso degli ultimi 200 anni – un curioso albero di fico ormai secolare all’interno della chiesa abbandonata, ed un gelso altrettanto vecchio ed adagiato alla sinistra dell’edificio; di originale nella chiesa è rimasto solo il pavimento in cotto colorato. Ritrovarsi ad osservare ogni angolo di questo posto, ogni suo orizzonte, ogni suo scorcio fin dove giunge lo sguardo le sensazioni si accavallano; da un lato il fascino di trovarsi vicino ad un luogo unico, ancestrale, misterioso e dall’altro viene da chiedersi come mai così tanta bellezza (non solo paesaggistica, naturalistica e ambientale) possa essere lasciata nell’incuria più totale e nel più assoluto abbandono…?

Monterano e le sue rovine, valgono davvero la pena di essere visitate, ma non fugacemente; capire l’importanza e la bellezza di questo posto, credetemi… davvero non ha eguali! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

JERUSALEM (Israele), “Città Santa” per eccellenza, “capitale contesa”… da millenni!

All’interno delle mura della Città Vecchia di Gerusalemme si celano monumenti ed opere d’arte d’incredibile bellezza, simboli della fede e tradizioni religiose che si perpetuano da millenni, archeologia e storia che ti coinvolgono e ti appassionano. Camminare tra i vicoli, le rampe, i basoli (calpestati da circa 5000 anni), i portali, gli androni, i cunicoli e i supportici della Città Vecchia è come provare ad ascoltare il battito pulsante del cuore di questa incredibile città che sembra davvero essere l’autentico “centro del mondo”. Un melting-pot fatto di popoli, razze, dialetti, usanze, colori, profumi, suoni, costumi, credi e religioni caratterizzano la capitale (contesa da millenni) dei Palestinesi e degli Ebrei; ed è proprio qui, a Gerusalemme, che elementi, valori, sensazioni e pensieri sono qualcosa che difficilmente si trova in qualsiasi altra parte del mondo. Per come è complessa e diversificata la coesistenza in questa città/capitale (“santa” per almeno sette diversi credi religiosi), indipendentemente dal proprio credo, le emozioni che si provano tra queste bianche pietre (in calcare) levigate dal tempo, sono incredibilmente intense e difficilmente esprimibili a parole.

In meno di 2 kmq, la Città Vecchia è – da sempre – divisa, storicamente e culturalmente, in “Quattro Quartieri” residenziali: Armeno, Cristiano, Ebraico e Musulmano che costituiscono l’essenza della città. Quattro mondi fra loro ben distinti ma attigui, che sconfinano l’uno nell’altro senza i limiti di barriere fisiche. Altra grande attrazione della Città Vecchia sono le sue porte d’accesso, ognuna con una storia particolare. Qui, il contrasto delle culture nella Città Santa è più palpabile che mai nei quattro quartieri della Città Vecchia, ognuno con un colore, un aroma e dei suoni diversi. Visitare la Città Vecchia di Gerusalemme è il modo migliore per scoprire il fascino della città, sia a livello monumentale che culturale. I contrasti tra i quartieri e il multiculturalismo della città si respirano in ogni strada, dove convergono musulmani, ebrei, cristiani e turisti, pellegrini, viaggiatori e viandanti da tutto il mondo. Qui è possibile godersi la tranquilla atmosfera del quartiere armeno, oppure immergersi nel vivace “suq” del quartiere mussulmano, o essere destati dal rintocco delle campane del quartiere cristiano, oppure camminare per le strade d’impianto romano del quartiere ebraico; e il tutto… in circa un chilometro quadrato!

Questi quartieri accolgono le famiglie di quattro diverse comunità, ognuna con una forte identità culturale che si evince nel modo di vestire della gente e nell’architettura degli edifici, così come si distingue nei suoni o si percepisce nei profumi di essenze aromatiche che impregnano l’aria di ognuno di questi. Entrare e camminare attraverso l’intricato reticolo di vicoli e stradine nella Città Vecchia significa compiere un viaggio indietro nel tempo di oltre 3000 anni e poter sentire, comprendere, vedere, e (quasi) toccare con mano i contrasti di questa “Città Santa”, presenti in ogni angolo, nascosti dietro ogni spigolo o nel buio di portoni di cui non s’intuisce il fondo. La matrice antropica di questi quartieri è esistita per millenni rappresentando – fino al 1860 – la massima estensione dell’intera area urbana. Le mura che la circondano furono erette, nel 1538, dal sultano Solimano il Magnifico con l’intento di proteggere il perimetro della città. Contesa dai diversi conflitti che l’hanno accompagnata per secoli, la Città Vecchia di Gerusalemme è la zona più bella e intrigante della capitale israeliana.

Andando a conoscere più da vicino questi quartieri, scopriamo il “Quartiere Armeno” situato nella parte sud-occidentale della Città Vecchia. Esso è il più piccolo dei quattro e contiene il minor numero di residenti. La maggior parte del quartiere è costituita da un’area privata chiusa di proprietà del monastero armeno e circondata da mura. Per intuizione emotiva lo considero il quartiere più “tranquillo”, con circa 500 membri, ed è anche il meno conosciuto, pur essendo presente nella Città Santa da secoli. Qui è possibile scoprire la bellezza delle interessanti botteghe artigianali di ceramica, del legno scolpito, dei vimini, delle cantine, oltre a piccole cappelle e musei sulla storia degli armeni in città. C’è poi il “Quartiere Cristiano” ubicato nella parte nord-ovest della Città Vecchia. Il quartiere ospita la Chiesa del Santo Sepolcro, uno dei luoghi più sacri della cristianità mondiale. Esso si estende tra la Porta di Damasco, la Porta Nuova e la Porta di Giaffa, ed è il secondo più antico della città. Attraverso il reticolo delle sue stradine molti pellegrini iniziano la Via Crucis seguendo i passi e le tracce del passaggio di Gesù, arrivando al tesoro del quartiere cristiano: il Santo Sepolcro.

La Basilica è il luogo più sacro per i cristiani ed è uno dei monumenti più visitati di Gerusalemme. Il quartiere cristiano è la zona più visitata della Città Santa, un crogiuolo di commercio, cibo da asporto e spiritualità. Entrando nella Città Vecchia attraverso la Porta di Jaffa, si percorre una lunghissima e stretta via in discesa dove si sussegue un’infinità di botteghe e negozietti che propongono chincaglierie, souvenir e tanto altro ancora di ogni genere. Questa via conduce alla Chiesa del Santo Sepolcro, il luogo più sacro per i cristiani. C’è poi “Quartiere Ebraico” che si espande nella parte meridionale della Città Vecchia abitato per secoli da Ebrei. Il quartiere ebraico fu distrutto durante la guerra del 1948 ma ricostruito dal governo israeliano dopo il 1967. Entrando dalla Porta del Letame, il quartiere ebraico è la parte più elegante della zona fortificata. Le sue vie sembrano immerse in una calma e una tranquillità interrotte solamente da qualche ebreo ortodosso (riconoscibili per il particolare abbigliamento) che avanza di fretta, schivando turisti e pellegrini. In esso sorgono numerose sinagoghe e yeshivah (scuole dedicate allo studio della Torah).

Il tracciato urbano del quartiere ebraico evidenzia lo stile romano di Gerusalemme. Sono ancora ben visibili alcune colonne originali che segnano l’inizio del “cardo”, antica via commerciale romana su cui prospettano gallerie d’arte, negozi e appartamenti. La maggior attrazione resta il celeberrimo Muro del Pianto (chiamato anche Kotel) gremito di fedeli ad ogni ora del giorno e della notte. Vicino ai resti del secondo tempio di Gerusalemme, si possono ascoltare ogni giorno le orazioni di migliaia di ebrei raccolti in preghiera. Al di là di questo muro si erge “Haram esh-Sharif” (recinto del nobile santuario) o Monte del Tempio, ancor più noto come Spianata delle Moschee, luogo di culto da sempre conteso dalle tre principali religioni monoteiste, laddove si erge la scintillante Cupola della Roccia sacra ai musulmani. Il quartiere ebraico è senz’altro il più ortodosso e conservatore. Scopriamo, infine, il “Quartiere Musulmano” collocato nella parte nord-est della Città Vecchia, è il più grande, esteso e popolato dei quartieri con residenti principalmente musulmani. Esso occupa l’area dietro al Muro del Pianto fino alla Porta di Erode (raggiungibile anche dalla Porta dei Leoni o dalla Porta di Damasco).

Al suo interno scorre la Via Dolorosa (la Via Crucis), luogo di pellegrinaggio cristiano, così come il Monte del Tempio, dove si trova il terzo dei luoghi sacri dell’Islam, ovvero la Cupola della Roccia. Perdersi attraverso gli stretti e labirintici vicoli si rincorrono gli aromi delle spezie e del caffè, gli echi del suq e la varietà di merce esposte sulle bancarelle, i sapori delle tisane e gli intensi fumi dei narghilè ove primeggiano bellissimi tappeti, stoffe multicolorate, succhi di frutta appena fatti, oggetti di antiquariato e cibo da strada dai molteplici gusti, praticamente… di tutto! Vicoli e stradine sono sempre piene di vita praticamente a qualsiasi ora del giorno. Anche se appare caotica, trafficata e – solo in apparenza – sporca, è proprio per questo che è la più viva ed animata; stracolma di negozietti di souvenir di vario genere ed oggetti religiosi: dai presepi in legno d’ulivo ai crocifissi in plastica. Prossimamente cercheremo di illustrare e trasmettere quali (e quante altre) sensazioni ed emozioni sono ancora possibili vivere, scoprire e comprendere nella monumentalità e della sacralità dei suoi luoghi più importanti.

PS… viste le recenti escalation della ripresa di attentati e violenze tra fazioni musulmane ed ebraiche che coincidevano con la chiusura della Spianata delle Moschee e la ricorrenza dello Sabbath, non ci è stato possibile accedere e godere delle bellezze e delle meraviglie che questo luogo suscita. Vorrà dire che ritorneremo qui, ma… in tempi più tranquilli! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Le “Bolle della MALVIZZA” (sul confine apulo/irpino): quella Taverna alle soglie dell’Inferno…!

Camminando lungo quel tratto del Regio Tratturo (antica via delle greggi) “Pescasseroli/Candela” agli estremi confini settentrionali dell’alta Irpinia e con la Puglia, sorge una masseria (Taverna) che s’apre lungo orizzonti e paesaggi che si perdono a vista d’occhio. Nelle vicinanze ha luogo l’inconsueto “fenomeno” naturale di una pozzanghera di fango ribollente (fenomeno non a carattere vulcanico) che emana gas solforosi: un luogo che fin dall’antichità è stato identificato come la “PORTA degli INFERI”… I panorami cominciano ad aprirsi e i campi di grano e tabacco ammantano di gialloverde l’intero orizzonte; si risale lungo la polverosa pista, praticamente una variante che scorre nelle vicinanze del Regio tratturo, che attraversa terreni aridi e spogli, ricolmi di siepi e cespugli fino ad incontrare i ruderi (gruppo di edifici, case, torri e masserie) di quello che una volta era l’antico Villaggio della MALVIZZA, in un luogo che era punto cruciale di antiche arterie e sentieri, tutti di fondamentale importanza per il transito e i collegamenti tra la Campania e la Puglia.

Il Tavoliere è vicino tra dolci alture e vallate incise da corsi torrentizi; la pista sfiora una prima masseria con Torre (colombaia) e una seconda masseria, Stiscia, con cappella privata di San Gaetano (del 1797) non più agibile. Subito c’è l’edificio più grosso della contrada: la Taverna del Duca, un imponente caseggiato del ‘600 capace di ospitare numerose persone e bestiame al seguito (cavalcature e greggi), sorto proprio lungo il tratturo Castelfranco-Montecalvo. Alla Malvizza la pista incrocia la rotabile che dalla Valle del Miscano conduce a Ginestra degli Schiavoni e a Castelfranco in Miscano. Si continua su una pista larga 40 m; al centro di questo è collocato un pozzo per la raccolta d’acqua, utile per dissetare greggi e pastori, formato da grossi blocchi di pietra sistemati in cerchio. Chi ripercorrere a piedi l’itinerario del Tratturo Regio, non può non imbattersi in uno degli spettacoli della natura più incredibili, insoliti e misteriosi che si possa capitare di assistere. A poche centinaia di metri dall’incrocio, verso oriente si estende, quasi improvvisa, un’ansa argillosa ricoperta di fango grigio al centro della quale si aprono piccole pozze ribollenti, poste al di sopra di rigonfiamenti craterici.

Qui la pista sprofonda nel più arcano dei silenzi: nessun uccello in volo, le cicale zittiscono, il vento cala ed ecco comparire, ai margini di uno steccato quasi dal nulla, l’enorme pozza della Mofetta con le sue “bolle” (piccoli crateri di superficie non di origine vulcanica) che vomitano, a intermittenza, un continuo ribollire che eietta gorgoglii fangosi di acqua mista a gas. Questi laghetti fangosi, indicati dai locali come le “Bolle alla Malvizza”, sono un luogo denso di significati (allegorici, scientifici, fantastici) e ricco di fenomeni naturali la cui credenza popolare offre spunti e leggende su cui tramare qualsiasi racconto terrificante. Narra un’antica leggenda che un oste della Taverna, al passaggio dei viandanti lungo il tratturo, dava da mangiare nella sua osteria carne umana; saputo ciò, Satana fece sprofondare l’osteria considerandola una sua pericolosa concorrente, dando così luogo a questo fenomeno eruttivo. L’intera area viene interessata da esalazioni metanifere cioè, nel sottosuolo di questi appezzamenti di terreno vi sono (a decine di metri di profondità) profonde cavità contenenti enormi quantità di gas metano per cui questo, quando s’incanala per trovare l’uscita, viene a contatto con l’acqua e raggiunge la superficie attraverso le bolle.

Le pozze indicate come “Bolle” non sono altro che piccoli crateri dal diametro di 50 – 60 cm, i quali non sono altro che sfiatatoi naturali soprannominati – da tempo immemore – dalle popolazioni locali anche come la “Gola di Satana”; non a caso sono state riscontrate, in passato, anche la presenza di numerose carcasse di animali (qualche capra e mucca) che si sono avvicinate troppo respirando le esalazioni prodotte dal fenomeno. Porre i piedi nelle vicinanze di queste bolle è sconsigliabile tranne se si è esperti studiosi del fenomeno e/o accompagnati da qualcuno delle vicine masserie della zona. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Le antiche “industrie del cotto” a Salerno (tra Ogliara e Rufoli): come plasmando la materia essa… diventa arte!

Le colline a nord di Salerno, quelle che si espandono nella valle del rio Grancano (affluente del fiume Irno), tra le pendici del monte Stella a nord e le alture di Giovi a sud, hanno ospitato – per secoli – le antiche fabbriche per la produzione artigianale del cotto, in special modo, manufatti in creta per piastrelle e rivestimenti (di pavimenti o tegole per coperture). Le famose “quadrelle” in cotto, in tutte le possibili sfumature cromatiche che vanno dal giallo paglierino al rosa tenue, sono presenti nelle più belle case del mondo, negli antichi palazzi di pregiato valore storico e nei giardini di ville e masserie d’epoca. L’argilla, direttamente estratta dalle vicine cave, è stata per secoli l’elemento fondamentale per quest’attività produttiva a carattere – principalmente – artigianale.

La fortunata combinazione di elementi presenti in natura quali l’acqua, l’argilla, il fuoco e il sole, ha fatto sì che questa materia grigia (l’argilla), estratta dalle diverse cave naturali presenti nella zona, di incrementare la produzione e il commercio di questi particolari manufatti richiesti – soprattutto – per l’edilizia residenziale di un ceto alto borghese e di ville o palazzi gentilizi sparsi per il mondo. Sono ben note le produzioni del cotto che caratterizzano la zona, sapientemente illustrate dalle maestranze locali le quali perpetuano un’arcaica tradizione con produzioni artigianali di pregiato valore artistico e, spesso, anche decorativo. Ma ciò che risulta essere il motivo dominante della conoscenza di queste antiche fabbriche e i loro dintorni sono, la presenza di quelle che erano le antiche fornaci per la lavorazione/produzione delle forme.

Andare alla scoperta e alla conoscenza di queste fabbriche – spesso gestite a carattere familiare – e dei manufatti che esse producevano è – soprattutto – riuscire a “ricostruire” quel simbolico percorso che per secoli ha compiuto la creta dalle cave di estrazione dell’argilla fino alle fornaci delle botteghe artigiane dove il prodotto, modellato, veniva tramutato, successivamente, in terracotta. In un orizzonte costellato da rilievi montuosi, boschi e campi, con rivoli fluviali a carattere torrentizio tra anse e meandri e terreni sapientemente coltivati a orto e distribuiti a frutteti, vigneti e uliveti, sorgono casali e masserie lungo le principali arterie: ampi slarghi interni con il forno esterno, le scale, gli ambienti sottani (comunemente usati come spazio del lavoro: la bottega) e quelli soprani (raramente usati come abitazione: residenza stabile).

La presenza di particolari elementi espressi in natura quali l’acqua (leggibile attraverso le fontane, i pozzi, il fiume), il fuoco (chiaramente visibile attraverso fornaci, focolari e forni) e i percorsi (riscontrabili negli antichi ponti, nelle rampe o – più semplicemente – nelle stradine acciottolati) concorrono, tutti insieme, a definire e rafforzare, come varchi di comunicazione, i tre elementi degli orizzonti basso-medio-alto: ctonio, terrestre, celeste. Da alcuni scavi archeologici eseguiti negli anni ’60 in località Fratte (a nord di Salerno), sono stati rinvenuti, oltre a reperti etruschi e sanniti, anche reperti risalenti ad epoca romana. Tra quelli d’epoca romana, è stata rinvenuta una fornace con accanto alcune vasche e pozzi che fanno pensare ad un complesso sistema idrico utilizzato per una fervida attività artigianale ed in particolare per la lavorazione dell’argilla.

Fratte, Ogliara, Rufoli sono tre casali uniti dalla diffusione dell’arte del cotto. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che, come riporta Andrea Sinno in “Economia sec. XIII – XIV”, “una grossa tegola di argilla, asportata da una tomba romana, mi rivelò, vari anni or sono, il nome del fabbricante, avendo sulla faccia inferiore impressa una stella e accanto la parola Rufus, nome, che ricorda un’antica famiglia romana da cui, forse, il villaggio suddetto ebbe i natali.” Fino alla metà del ‘900 operavano in Rufoli 8 fornaci: De Maio, Soriente, Della Rocca, Ventura, Barra, De Martino, Di Giacomo (2). A tutt’oggi sono ancora funzionanti le fornaci De Martino e Ventura (acquisita dai De Martino); le altre, invece, sono state abbandonate da tempo. In particolare, la fornace Della Rocca ha funzionato fino al sisma del 1980 mentre la fornace De Maio ha funzionato fino agli inizi del 2000.

Di tutte le altre fornaci che erano presenti in zona oggi, purtroppo, sono ancora ben visibili i ruderi di quelle che un tempo erano le vivaci fabbriche che davano lavoro a intere famiglie della zona; oggi, invece, versano tutte in un totale stato di degrado e di abbandono. Solo del rudere della fornace Barra non vi è più traccia in quanto il sito è stato oggetto di riqualificazione e trasformazione urbanistica. Un interessante progetto, sarebbe quello di inserire (e poter offrire) – a chi giunge a Salerno per la prima volta – la possibilità di compiere un percorso storico e culturale che toccasse i principali siti ove giacevano le antiche fabbriche per la produzione del cotto artigianale. Oltre al Museo della Ceramica, già presente ad Ogliara, creare un itinerario che dal centro della città collegasse le frazioni (e i casali) a nord di Salerno… è possibile! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Un Parco, quattro stazzi, l’immenso… da Passo Godi un “circuito” nel cuore dell’Abruzzo!

La libertà di andare oltre… senza confini di tempo e di spazio in territori ove gli orizzonti non sono mai uguali e dove i tramonti restituiscono arcane sensazioni di fascino, mistero e curiosità: il sentiero è un amico… il vento, altro non è… che il suo respiro! Mettersi in cammino sulla pista, due gambe e macinare chilometri di sentiero (ora su roccia, ora su pista erbosa); ha inizio così l’intrigante fascino di un’avventura nel cuore del Parco ricca di scoperte, di emozioni e di libertà. Due pedule che “mordono” la traccia o che sfiorano appena i bordi di balconate panoramiche mozzafiato, conducono in ambienti remoti così densi di profumi a noi oggi sconosciuti, intrisi da odori mai saggiati e da suoni mai ascoltati: la Natura dell’Abruzzo, insomma! Irreali paesaggi d’alta montagna con cieli tersi e senza confini; gli scarponi che si alternano senza interruzione dal prato erboso alla nuda roccia. Pace, silenzi, profumi, circondati solo dall’immenso…!

Cerchiamo di ascoltare le autentiche sensazioni di una natura che sussurra la sua continua presenza attraverso i soffi del vento. Dalle rupi appenniniche, passando dalle aspre e possenti giogaie della Marsica, le nude creste del Gran Sasso fino alle incantevoli dorsali della Maiella e gli intensi profumi della macchia mediterranea: pensavamo di conoscere i profili dell’Abruzzo in tutta la sua completezza; non pensavamo di poterlo scoprire fino in fondo scarpinando su e giù per i suoi monti più selvaggi, tra il passo Godi e le cime della Marsica! Quel che si propone è un itinerario particolarmente interessante per gli ambienti selvaggi che si attraversano e il delicato ecosistema floro/faunistico che si va a conoscere; con splendidi panorami che s’aprono per 360° su tutto l’orizzonte del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Un bellissimo cammino in quota che si svolge tra ampi paesaggi, faggete d’altura e la riserva integrale in cui è possibile ancora scorgere la “presenza” dell’orso marsicano; laddove gli escursionisti che da quassù transitano, in punta di piedi e senza mai scostarsi dalle principali tracce dei sentieri segnati, non turbano affatto l’equilibrio di quei pochi esemplari di cui sono ancora possibili individuare le tracce lasciate sulle cortecce degli alberi, oppure le pesanti impronte lasciate nel fango lungo la pista.

Dal passo Godi (1547 m) ha inizio un facile percorso in falsopiano con scenari sulla valle del Tasso, verso N. Continuando sulla pista in discesa (panorami sulla Serra Capra Morta), si procede fino a giungere in vista dello stazzo di Ziomas (1583 m). Caratteristica di questi stazzi (o jazzi) d’alta montagna è la loro peculiare struttura capace di asservire a molteplici funzionalità. Solitamente un unico vano (in pietra grezza) al cui interno c’è il ricovero per i pastori transumanti e in un angolo, oltre al focolare, il giaciglio per gli animali; usato spesso durante l’estate, all’esterno è sempre presente un recinto squadrato fatto con pietre calcaree e sistemato con pali e recinzioni alte (a “prova” di orso marsicano in cerca di facili prede). La pista, dopo forti acquazzoni, offre la possibilità di scorgere le impronte lasciate dal lupo nel fango che corre alla caccia di cervi o cinghiali. Continuando sulla sterrata che sale e attraversa la Serra Ziomàs, a un bivio si ignora la traccia che scende a destra e si prosegue fino a un successivo bivio.

Si prende a destra, fino a giungere a quota 1735 m ove la pista aggira il Campitello, un altopiano che racchiude il Ferrojo di Scanno (altro stazzo). Raggiunto il versante E del Campitello (1715 m) si abbandona la pista e si sale (W) per un vallone fino a un valico (1957 m) ove s’aprono scenari paesaggistici su creste esposte e doline interne ricoperte da prati ove si raccoglie un particolare tipo di verdura selvatica (orapi) molto usato nelle pietanze della cucina locale; giù in fondo alla conca i ruderi dello Stazzo Vado di Corte (1900 m). Il sentiero riprende (direzione NNE) fino all’orlo di una balconata che s’apre su ampi orizzonti. Da qui si scende attraverso un suggestivo scenario ambientale, quasi lunare, fino all’altopiano di Camporotondo (1700 m, altro stazzo) racchiuso come un anfiteatro naturale in un paesaggio dominato solo dai silenzi. Si esce dal campo (verso E) attraverso copiosi boschi (cerreta e faggeta). La pista scende ancora fino al termine del bosco; poi esce all’aperto con panorami mozzafiato fino a Scanno, e risale fino a lambire le Serre di Ziomas, in alto a dx, fino a ritornare (1617 m) su quella fatta per l’andata. Si prosegue nuovamente verso lo Stazzo Ziomas, lasciandoci alle spalle un autentico paradiso della montagna, ripercorrendo l’itinerario fatto per l’andata. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“CARÚ CU BERE” (Romania)… l’Anima di Bucarest!

Siamo a Bucarest (in Ungheria), una delle capitali più vivaci e caratteristiche dell’Europa. Qui non ci si stanca mai, è difficile annoiarsi, soprattutto se si compie un viaggio alla scoperta e conoscenza dei posti più insoliti di questa terra (antico granaio romano); ma se dopo tanto camminare si desidera una buona birra, CARÚ CU BERE e il luogo ideale. É talmente così affollato che risulta essere sempre pieno di gente (turisti e comitive di gitanti per la maggior parte); per cui bisogna necessariamente prenotarsi in tempo, ma se si desidera soltanto gustare della buona (e tipica) birra della tradizione/produzione locale, l’accesso è consentito soffermandosi – principalmente – al “quadrato” del bancone centrale.

Uno dei locali (ristorante, cantina e birreria) più iconici della Romania e del centro storico (LIPSCANI) della capitale Bucarest. Il “Carro con Birra” questa la traduzione del nome che indica il locale, nel centro della città, in un edificio storico. Gli interni della birreria sono tutti arredati in legno; anche se affollato e caotico l’ambiente è piacevole, festoso e coinvolgente. Un arredamento senza tempo, un intrattenimento non invasivo ma caratteristico, sorseggiare una birra e guardare il mondo che passa all’interno di questo locale, è un ottimo modo per trascorrere qualche ora del giorno. Una buona selezione di cibo rumeno dal servizio cordiale e cortese; non sembra una trappola per turisti, comunque è una buona esperienza.

Carù cu Bere è stato (e lo è tutt’ora) il simbolo della città vecchia di Bucarest, essendo il luogo di incontro preferito sia dalla gente del posto che da chi visita la città per la prima volta. Già nel 1871 tale Ion CĂBĂŞANU di Ardeal, fondò una birreria chiamandola “CARUL CU BERE”, affidandone in eredità la produzione e il commercio della birra a due suoi nipoti. La sua è una storia lunga oltre 140 anni, una sorta di spazio/temporale che si respira all’interno di questo locale; una storia che ha avuto inizio dai fratelli MIRCEA, di cui Nicolae (il fondatore “mastro birraio” e nipote di Ion) ha trasmesso in eredità questo storico edificio – uno tra i più leggendari luoghi di ristoro al mondo – nel cuore di Lipscani (Bucarest).

Lo storico edificio fu costruito in stile neogotico, esso presenta un seminterrato (che accoglie cantine per botti di vino e birra); un piano terra rialzato riccamente decorato con pitture, vetrate che raffigurano personaggi storici della città e della locale tradizione birraia, mosaici multi-cromatici e pannelli in legno finemente intagliati; due piani alloggi e un’ampia soffitta. Molti sono gli eventi che si susseguono durante l’anno all’interno di questo edificio storico, ma quello che colpisce di più è il totale coinvolgimento offerto da ballerini e musicisti che si cimentano in danze tipiche (dai tradizionali costumi) della cultura popolare rumena, invitando – di volta in volta – anche i commensali – ad unirsi al ritmo dei passi e delle note.

Appena varcati l’ingresso il locale stupisce per la sua bellezza artistica, architettonica e decorativa; una antica locanda che sembra essersi fermata nel tempo; interno caratteristico, dall’atmosfera un po’ buia, ma perfettamente in linea con lo stile di una taverna tradizionale rumena che offre spettacoli di danza tipica che vengono proposti nel salone principale. La particolare atmosfera che si respira nel pub più antico di Bucarest, rende la permanenza molto piacevole e interessante. Ciò che lo sguardo subito cattura sono la bellezza dei suoi ambienti in cui i materiali costruttivi (e gli arredi che si rincorrono offrendo spazi ed angoli davvero suggestivi) e decorativi si intersecano in un gioco cromatico che rende tutto unico.

Se siete a Bucarest e non passate – anche solo dall’estero – a godere della bellezza, almeno espressa dalla facciata, di questo edificio storico (Patrimonio UNESCO), allora non potete dire di aver conosciuto l’anima più iconica della Bucarest di un tempo. Un posto bello, autentico, divertente, dove la birra e i sapori di una volta sono “perle” dell’ospitalità locale. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

Sant’AMBROGIO (Montecorvino Rovella, SA) al Rienna e i “suoi 4” santi Longobardi: Ambrogio, Gervasio, Protasio e Simpliciano!

Tra fascino e mistero, oggi vi porto alla scoperta di un luogo fuori dal tempo… Cosa hanno in comune i nomi di questi quattro santi: Ambrogio, Protasio, Simpliciano e Gervasio… tutti santi longobardi di “matrice nordica”? Il fatto di essere una tra le più interessanti testimonianze di fede, di culto e di espressione artistica della massima espansione della “politica papale” Longobarda nelle terre a mezzogiorno della penisola ma – principalmente – per osteggiare l’espandersi dell’ortodossia del culto bizantino in queste contrade del sud! Siamo alle pendici meridionali dei monti Picentini, gruppo orografico che scorre lungo i confini tra le provincie di Avellino (a nord) e Salerno a Sud e, precisamente, in territorio di Montecorvino Rovella. Dalla periferia occidentale della località s’aprono vedute paesaggistiche che cominciano ad allargarsi con ampi orizzonti e i campi coltivati (o seminati) che assumono sempre di più l’aspetto di autentici tappeti; appezzamenti che rinnovano i propri cromatismi con lo scorrere e l’alternarsi delle stagioni.

Case sparse, per lo più fattorie o masserie, sono comparse negli ultimi anni (o, comunque, ristrutturando il già preesistente) un po’ dappertutto, nascoste dai frutteti o avvolte dagli uliveti. É, questa, la distribuzione del caseggiato a carattere sparso, che caratterizza quest’area estesa tra Giffoni e Montecorvino i cui punti di riferimento sono le pendici meridionali dei Picentini a N e i modesti rilievi del monte Roma e del monte Nebulano a S, che si rifà, grosso modo, a quello che in antichità era l’assetto territoriale di queste zone. Probabilmente lungo i declivi esistevano più “curtes” tra loro confinanti le quali, certamente, appartenevano a più gruppi di persone accomunate da saldi vincoli di parentela che permettevano, attraverso donazioni e lasciti, la creazione e l’inserimento nel territorio di beni e proprietà ceduti a chiese e monasteri. Tra i rappresentanti di queste nobiltà locali di un tempo potrebbero essere individuati i mandatari – o i fondatori – che pensarono di edificare e istituire un luogo di culto dedicato a Sant’Ambrogio; numerosi studi ipotizzano l’eventualità di una fondazione a carattere prevalentemente privato.

Da Montecorvino la strada continua a scendere in forte pendenza fino a quando, tra i noccioleti che compaiono sulla destra, non compare una sbarra: questo è il viottolo che permette l’accesso alla bellissima Chiesa (“oratorio” d’origine Longobarda) di Sant’AMBROGIO. Ci troviamo (158 m) in quella che è la contrada Marotti, lì dove s’apre un’ampia valletta ricca di vegetazione e in cui scorrono le fresche acque del torrente Rienna, un ruscello (fino a qualche tempo fa ricco anche della presenza di anfibi) che s’insinua tra i folti canneti, i profumati meleti, gli argentei uliveti e i copiosi noccioleti. Alla fine del ‘900 questa si presentava come un enorme ammasso di ruderi, blocchi di pietre interrati sotto uno spesso manto di cespugli, seminascosti tra i rovi e la vegetazione arbustiva. Per lunghi decenni in molti credevano che quella che si presentava come un rudere, al cui interno – durante lo scorrere del tempo – era cresciuto un enorme albero, fosse un romitorio o una struttura abbandonata. Una volta appurati che si trattava di una chiesa (probabilmente sconsacrata!) con l’intervento di restauro architettonico operato dalla Soprintendenza, l’antico edificio è ritornato nuovamente al suo antico splendore artistico e di culto.

Ma perché in tanti hanno sempre creduto che questa chiesetta fosse sconsacrata? Un monsignore ci ha spiegato i termini per cui un edificio perde la sua sacralità. Due sono gli elementi: 1) all’interno della struttura viene commesso omicidio, e quindi spargendo sangue; 2) oppure, sempre nel luogo dedicato al culto, vengono evocate – tramite rituali occulti – le forze del male con riti satanici e/o sedute spiritiche. Cose, queste, che per Sant’Ambrogio non sono mai successe; l’edificio – com’era comprensibile – durante il corso dei secoli è stato poco alla volta abbandonato dagli ultimi monaci che ne mantenevano il culto! Oggi, dopo gli interventi di pulizia, di recupero e di ripristino attuati dai giovani volontari e studiosi del patrimonio storico, artistico, ambientale e culturale del luogo (l’Archeoclub), si è giunti ad un accurato restauro architettonico che ha restituito l’antico luogo di culto ai suoi remoti splendori, tant’è che nella primavera del 2000 il suo interno ha rivissuto, dopo un buio durato per lunghi secoli, nuovamente la sua originaria funzione di “luogo sacro” con la celebrazione di alcuni sacramenti relativi a un battesimo e a un matrimonio.

Al suo interno c’è l’abside con uno splendido affresco raffigurante la Madonna (al centro) seduta in trono (tipica del Synthronos d’origine bizantina) con ai lati quattro figure di Santi – tutti milanesi – riconoscibili in Ambrogio, Gervasio, Protasio e Simpliciano. Quest’ultima è la straordinaria testimonianza (se non addirittura l’unica) di come i Longobardi non solo scesero per conquistare il meridione italico, ma che con la loro venuta contribuirono, senz’altro, a lasciare alcuni indelebili segni della loro particolare cultura e della loro profonda fede religiosa con l’erezione (e la dedicazione) di questo tempio a Santi e Beati di origine “nordica”. Ripercorrendo, infine, lo scorrere del tempo che ha segnato lo sviluppo e la presenza di S. Ambrogio in questi territori si può, in base a ricerche effettuate dagli studiosi, determinare che l’impianto della Chiesa è da porsi entro il X secolo e restò operante come luogo di devozione fino agli inizi del XII secolo il cui culto – di pura matrice milanese – così come espresso nel ciclo delle pitture interne alla chiesetta sul Rienna, fu la sintesi di una intensa maturazione religiosa e politica, risalente alla prima metà del IX secolo tra l’azione politica messa in atto dai Carolingi d’intesa coi prelati d’origine franca.

La chiesa, si ritiene che venne costruita (a nobo fundamine) nel X secolo, in una zona pianeggiante nelle vicinanze di un piccolo corso d’acqua, il Rienna e in un territorio che la geografia del tempo indicava come in finibus stricturie e che oggi è l’odierna contrada S. Ambrogio tra le località di Marotti (a N) e Curriano (a S). Concepita come un oratorio all’interno di una corte, ben presto il suo ruolo – mirato alla cura delle anime – riuscì ad assecondare le esigenze dei coloni che da essa dipendevano. Il lungo scorrere del tempo ci conduce al XVI secolo, periodo in cui l’oratorio ambrosiano perde la sua importanza di luogo di culto della zona, un territorio esteso tra i contadi di Montecorvino e di Giffoni. Strategicamente era collocato al centro (quasi un crocevia) di importati vie dell’epoca quali la Via que pergit ad Jufuni a ponente, la Via antiqua que pergit ad Gaurum a settentrione e la Via da la Antennara (Ornito, S. Vittore, S. Ambrogio, Occiano, S. Marco, S. Martino fino a Olevano) che è il tratto che noi oggi conosciamo poiché è la strada che ci porta direttamente a S. Ambrogio. La cura delle anime locali, allora, venne trasferita nella vicina chiesa di S. Maria di Occiano; dopodiché, trascorrono ancora due secoli e una successione di alluvioni, frane, mutamenti dell’assetto geologico e cambiamenti dell’orografia locale, che contribuiscono a far sì che di S. Ambrogio si perdano definitivamente le tracce.

Il ricordo e le testimonianze sono ormai appannaggio solo del muto silenzio che avvolge la località rotto spesso dai vortici ventosi che in questa valletta s’intrecciano, mentre giù, nella contrada a settentrione del Nebulano, tornano nuovamente ad affacciarsi degli insediamenti rurali sparsi a carattere prevalentemente agricolo; nell’area che fu della Chiesa, una casa colonica ospitò un nucleo familiare di contadini durante tutto il corso del XIX secolo. La nostra visita ai luoghi di interesse storico (e non solo) in quello che poteva essere l’antico contado di Montecorvino termina sulla spianata di S. Ambrogio. Vista qui la presenza di un fontanile con acque sempre fresche, per chi è amante dell’escursionismo itinerante è possibile sostare ed – eventualmente – trascorrere un bivacco notturno. Durante la bella stagione, da qui si gode l’emozione nel poter assistere al sole che tramonta dietro l’orizzonte dei profili montuosi caratterizzanti la destra orografica della valle del Picentino. Risulta davvero incredibile, invece, soprattutto in quelle notti senza la Luna, poter ammirare il paesaggio offerto dalla volta celeste, tutto brillo di stelle, che da Sant’Ambrogio è possibile scrutare durante le fresche notti d’estate; tutte le costellazioni sembrano più nitide, mentre l’immaginazione ce le fa quasi toccare con mano. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)