“Civita Superiore” di BOJANO (CB): da qui, messere, si domina una valle…!

L’antico borgo di matrice medioevale della Civita Superiore, troneggia sull’abitato di Bojano, nel Molise da cui – affacciandosi dalla sua terrazza panoramica – si gode dell’immenso panorama che spazia dal corso del Fortore, dalla valle del Tammaro e dalle pendici settentrionali del Matese. Salire per i suoi ripidi pendii è una piacevole scalata che, tra erti sentieri, boschi ed aspre rocce, ci porta tra le prime case all’ingresso del paese; un contesto architettonico che riporta al passato e sfocia sulla balaustra di una terrazza panoramica a dir poco spettacolare.

Appena giunti sopra Bojano è impossibile non rimanere attratti dal bucolico fascino di questo borgo: esso è caratterizzato da un interessante tessuto urbano; attraversare le sue case tutte rigorosamente in pietra, camminando lungo i suoi vicoli stretti e – molto spesso – acciottolati, ci porta indietro nel tempo di quando da quassù, per secoli, gli abitanti scrutavano l’orizzonte seguendo con gli occhi lo spostamento di uomini e di greggi che transitavano lungo quell’antica autostrada verde che scorreva sul “tratturo della transumanza” da Pescasseroli in Abruzzo fino a Candela in Puglia.

Qui, a circa 730 m di altezza, sorge questo particolare borgo ove si respirano atmosfere e sensazioni che vanno dalla tranquillità, che si perde tra i silenzi delle pareti ammuffite e l’ombra dei vicoli, all’armonia della gente del posto (circa 50 anime) sempre disponibile al sorriso e pronti ad offrire una informazione e un saluto al viandante occasionale che improvvisamente scopre l’autentica bellezza di un Molise ancora poco conosciuto e frequentato. Una piacevole sensazione di pace e tranquillità aleggia tra le rampe e i vicoli del borgo qui, ove il fascino (e il mistero) degli antichi Sanniti restituiscono arcane sensazioni di prudenza, di sicurezza, di accoglienza.

Su un crinale roccioso nelle vicinanze alla testa del borgo, appena rivolto verso ponente, si ergono e sono ancora ben visibili – in tutta la loro maestosità, le mute pietre del più vecchio Castello di tutto il Molise, eretto da Federico II intorno al 1220, di cui oggi sono facilmente visibili alcuni ruderi delle mura perimetrali e degli ambienti posti all’interno, divisi in due ampie zone da un fossato. L’ampio spazio antistante – a pianta rettangolare – detto “ricetto” serviva, all’occorrenza, a dare rifugio alla popolazione del borgo sottostante in caso di emergenza; mura che un tempo fungevano da camminamento di ronda ed erano merlate.

Questa prima parte antistante del Castrum si collegava, mediante un ponte levatoio, alla “corte alta” ove si svolgeva la quotidianità di chi viveva all’interno delle mura, presumibilmente di “servientes”, coloro che oltre a presidiare il maniero, provvedevano anche alla normale manutenzione ordinaria. I panorami che si scrutano dal belvedere del Castello, sporgendosi appena poco fuori le mura sono davvero incredibili per la profondità dello spazio, belli da un punto di vista naturalistico e molto interessanti per il paesaggio che, per tutto l’orizzonte, fa da cornice. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

l’anello della “BARONIA” (AV) l’essenza dell’Irpinia, una terra senza tempo sospesa tra l’Ufita e l’Ofanto

Potrà sembrare eccessivo, sicuramente in molti non lo crederanno mai, ma i territori attraversati da questo “anello” hanno il privilegio, forse unico in Italia, che con una sola visuale panoramica a 360° sui vastissimi e infiniti orizzonti si affacciano, quasi a comporre un magico intreccio fatto di culture, etnie e civiltà diverse, quattro tra le più interessanti Regioni del Mezzogiorno italiano: Puglia, Molise, Campania e Basilicata.

Non c’è da meravigliarsi, nell’attraversare questi straordinari scenari agresti se, le brezze al mattino restituiscono, ai nostri polmoni, l’acre e frizzante odore dell’erba verde bagnata dalla rugiada, là dove le vacche al pascolo ciondolano scampanando dietro l’abbaiare dei cani, oppure l’attraversare il cortile di una masseria ove i grossi tavoli al fresco dei porticati emanano, densi e profumati, gli stuzzicanti odori di una ricotta ancora fumante. I luoghi in cui questo anello si effettua hanno un forte legame, quasi un “ritorno alle origini”.

Campi sterminati, particolarmente belli dopo la mietitura, attraversano un paesaggio incontaminato che è immerso in una diversa, inconsueta aurea di luminosi silenzi. L’alto corso dell’Ufita è caratterizzato da un tipico paesaggio agreste che viene evidenziato dai cromatismi dei campi e dalla regolarità degli orizzonti in cui colli, vallate e paesini si rincorrono nascondendosi tra le foschie mattutine. Qui l’alternarsi delle stagioni provoca suggestivi effetti cromatici nel paesaggio che appare dipinto, nella primavera, di tutte le tonalità del verde delle fioriture colorate.

L’estate, invece, si contraddistingue per il giallo dorato dei campi e il verde dei seminati i quali contrastano in autunno, quando sul bruno della terra e dei campi spicca il giallo vivo ed il rosso fuoco degli alberi a foglia caduca sottolineato dall’argento degli ulivi, nuovamente verdi in inverno tra il bruno e il marrone della terra che a termine del suo ciclo rivede qualche spruzzo di bianco e rosa dei meleti, dei pescheti, dei mandorleti e dei ciliegeti i quali preannunciano che la primavera è nuovamente alle porte.

TREVICO… Ricchissimo di memorie storiche il suo centro antico coi vicoli, i cortili, i terrazzi ricolmi di vasi fioriti, i portali, le case gentilizie, la bellissima Port’Alba e la splendida Cripta della Cattedrale, che con le sue pareti affrescate d’epoca medioevale, testimonia l’importanza di un passato che a tutt’oggi continua a restituire, idealmente, i fasti e le vestigia di un tempo. VALLATA… è il più popoloso paese della Baronia ed occupa una posizione di rilievo nell’economia della zona. Qui si celebra uno dei riti più suggestivi e antichi del Sud Italia, i “Misteri del Venerdì Santo“, la particolarità e la carica emotiva messa in scena è quanto di più autentico si possa vivere.

La Valle dell’UFITA… Un antico alone fatto di silenzi e maestosi panorami avvolge, come in un’infinita cornice, le straordinarie bellezze paesaggistiche ed ambientali della valle in cui scorre il fiume Ufita, uno dei maggiori tributari del fiume Calore irpino. Vasti orizzonti che si rincorrono a perdita d’occhio, autentiche prospettive di uno spazio in cui il giallo dorato dei campi restituisce arcane sensazioni. Lungo i profili dei crinali montuosi che scorrono sugli infiniti orizzonti celesti della vallata sfilano, uno dietro l’altro, le decine di comuni, abitati, frazioni, caseggiati, villaggi, contrade e masserie, ferme quasi come “sentinelle” poste a guardia degli estremi confini naturali della Valle dell’Ufita; quelli che durante il feudalesimo erano i territori della Baronia.

GUARDIA LOMBARDI… Sorge tra boschi di una rigogliosa flora volge lo sguardo sulle valli dell’Ufita, dell’Ofanto e d’Ansanto, luogo della civiltà rurale, testimonianza di quel lavoro agricolo che tanto ha dato sostegno alle aree interne. Il paese sembra poter essere come un’anima irpina che si impregna circondandosi di storia e bucoliche atmosfere, quasi come se il tempo fosse sospeso in un mondo che vuole raccontarsi a chi vi si accosta per la prima volta. SANT’ANGELO dei LOMBARDI… E’ uno scrigno ricco di bellezza, importante centro medievale posto sulla cima di un colle dalle numerose sorgenti e dagli scorci paesaggistici di estrema bellezza, dal Castello degli Imperiali, all’incantevole centro storico e alla straordinaria Abbazia del Goleto, splendore che cattura ogni sguardo e che ha per soffitto il cielo. Il nuovo borgo, sorto e ricostruito dopo il sisma del 1980, è davvero incantevole.

TORRELLA dei LOMBARDI… Paese dai lineamenti medievali, come un maestoso castello posto a baluardo, ha dato i natali, Sergio Leone il guru dei film western all’italiana. Terra di storia e dagli antichi sapori Torella dei Lombardi racchiude la bellezza di una favola senza tempo. FRIGENTO… è un caratteristico paese arroccato (a 911 m) sulla sommità di tre alture. Nel suo territorio hanno origine quattro sorgenti sulfureo-ferruginose: la Calcara, la Mefitelle, l’Acqua Longa (nel bosco di Migliano) e San Martino (nella omonima località) la quale alimenta quattro piccoli laghi artificiali. Frigento è sempre pronta ad accogliere il visitatore tra i profumi, i sapori e i colori che non lasceranno certamente indifferenti.

STURNO… Terra di tradizioni popolari, legate alla “tracciatura del solco”. Si affaccia, coi suoi grandi silenzi e gli estesi orizzonti dall’alto (652 m) di squarci paesaggistici mozzafiato, con delle straordinarie vedute panoramiche sulla valle dell’Ufita, che si profila giù in basso a oriente. Esplorare Sturno cominciando dalla tavola… perchè no?  Con la “menesta maritata” si inizia a pregustare l’essenza di tutti i sapori più autentici di un’arte contadina che qui si esprime al massimo della sua bellezza. CASTELBARONIA… Adagiato in cima a una collina della Valle Ufita, in uno splendido paesaggio verdeggiante, è un borgo grazioso e ricco di storia, dove, ancora oggi, si rivivono le antiche tradizioni legate al culto e all’olio di oliva. Girovagare nel cuore di Castel Baronia si scopriranno le memorie di personaggi noti e meno noti che qui hanno lasciato traccia di sé e l’eccellenza di sapori da condividere in compagnia.

Questo “anello” dell’Alta Irpinia termina nuovamente a TREVICO… un luogo dell’anima, ma anche della cultura, borgo che si fregia dal passato del titolo di città perchè sede vescovile, custode di una storia di rilievo e terra dai sapori di grande eccellenza. Trevico è detto il “Tetto d’Irpinia” poiché, con i suoi 1094 metri di altitudine, è il comune più elevato non solo della provincia di Avellino, ma anche dell’intera Campania. Se il viaggiare è sempre l’inizio di una storia, Trevico non può mancare. Terra di autori, di civiltà contadina e orgogliosamente testarda nel lavorare la terra sono tutti elementi questi che, probabilmente, hanno favorito la nascita di una narrativa cinematografica che ha avuto le sue origini con Ettore Scola che proprio qui ha avuto i suoi natali. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Punta LICOSA (Cilento, SA): lungo la costa degli “alberi danzanti”

La costa nord del Parco Nazionale del Cilento ci accoglie con le sue splendide pinete d’Aleppo lungo quel promontorio di “omeriana” memoria su cui s’infrangono le onde del mare, così imponenti dopo la burrasca, tali da lasciare – per diversi giorni – l’intenso profumo intriso di sale misti alla resina del sottobosco, a cui si alternano i ripetuti “scorci” paesaggistici di una natura dalle incredibili bellezze! Leggenda e natura, appunto, sono gli elementi conduttori di questo itinerario che si sviluppa, tra l’intenso azzurro del mare ed il profumato verde della macchia mediterranea; esso muove i suoi primi passi dal villaggio costiero della Marina di Ogliastro.

Dalla Marina di Ogliastro lungo la pista che ascende per il monte Licosa, la spuma salmastra del mare s’innalza con le sue onde infrangendosi lungo la costa degli “alberi danzanti” a ridosso del promontorio “leucoteo“, e sale lungo pendici ricoperte da copiosa macchia mediterranea ove i protagonisti assoluti sono il carrubo, il corbezzolo, il mirto e il rosmarino che fanno da naturale cornice alle marine di Castellabate. Lungo il crinale si susseguono una successione di torri/palafitte (d’osservazione per gli incedi lungo la costa); queste consentono di godere una skyline che va dall’isola di Capri, passando per tutto l’arco costiero del golfo di Salerno solcato dalle catene montuose dei Lattari e dei Picentini, la maestosità delle montagne dell’antico Cilento, i bagliori delle finestre di Castellabate, fino al promontorio di Capo Palinuro.

La modesta altura di monte Licosa è un caleidoscopico contenitore di bacche, radici, infiorescenze, aromatiche essenze che sono il filo conduttore del senso olfattivo sottoposto al massimo del suo esercizio. Camminando sul filo di cresta che si lascia conquistare attraverso i suoi piacevoli saliscendi – ora assolati, ora avvolti da frescure appena accennate – compaiono, di volta in volta, scenografie ambientali che non stancano mai di meravigliare. Ecco allora che si passa accanto ai ruderi di antiche torri aragonesi per l’avvistamento lungo la costa, le possenti mura di antichi semafori per lanciare l’allarme ai navigli di passaggio per evitare il pericolo di restare incagliati nei fondali bassi e per monitorare l’osservazione tra la costa e l’interno, e poi laggiù compare disteso – nel suo millenario silenzio – l’isolotto di Licosa col suo bianco Faro.

Una lunga e sassosa discesa conduce a ridosso della fascia costiera determinata dai pini d’Aleppo che, sottoposti alle continue sferzate delle burrasche marine, o dei venti provenienti da terra, offrono lo spettacolare fenomeno “danzante” che li fa muovere come giganteschi fuscelli che ballano e ondeggiano al ritmo dei venti; la particolare scogliera a scaglie prospetta verso l’isolotto di Punta Licosa, estremo lembo di una terra che chiude, a mezzogiorno, l’ampio arco costiero del golfo di Salerno. La “punta” non è altro che il prolungamento naturale di uno sperone roccioso che discende dal massiccio del monte della Stella, e la sua toponomastica trae origine dalla leggendaria sirena Leucosia celebrata nell’omerico episodio dell’Odissea, di quando questa tentò di ingannare l’acheo errante Ulisse con un canto in cui imitava la voce della sua lontana consorte Penelope.

Bagnarsi i piedi in un’area marina protetta ha un fascino molto particolare: riesce ad offrire una full-immersion di relax e di ricariche energetiche. Leucosia continua ad incantarci col suono delle leggere onde che s’infrangono sulla particolare scogliera e a noi piace che essa ci guardi dal vicino isolotto sormontato dal bianco faro. Presso la Marina di San Marco di Castellabate va a concludersi questo meraviglioso spettacolo che si distribuisce tra piccole baie, insenature e scogliere sospese in un mare così splendidamente ricco di colori e trasparenze che ha pochi eguali in tutto il Mediterraneo; che altro aggiungere se non… Benvenuti al Sud…!!! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Sant’AGATA de’ GOTI (BN): tutti i colori (tufo, calcare, cotto) e i profumi del Medioevo…!

Chi giunge per la prima volta a Sant’AGATA dei GOTI, alle falde occidentali del gruppo montuoso del Taburno/Camposauro nelle terre del Sannio ha di che meravigliarsi; qui l’aria amplifica la sensazione di benessere (sia fisico che mentale). I suoi vicoli, gli slarghi, i portali, i palazzi, le chiese e i cortili godono di una straordinaria bellezza artistica, stilistica, architettonica e decorativa accogliendo il viaggiatore in ambienti unici per la varietà di scorci che riescono ad offrire; su tutto regna una tranquillità che fanno dell’ospitalità e della gentilezza il fiore all’occhiello dei suoi abitanti.

Nelle remote terre del Sannio, sorge uno dei borghi più belli e caratteristici della Campania: Sant’Agata de’ Goti, che si erge – dall’alto del suo sperone tufaceo – a circa 159 metri sul livello del mare. La località viene definita come la “perla del Sannio”, un borgo millenario la cui origine si perde nelle memorie del tempo; un luogo unico che riesce ancora a conservare preziosi tesori fatti di arte, cultura e antiche tradizioni. Qui siamo nelle contrade ove le mele “annurche” sono un privilegiato (e prezioso) dono che la terra – da sempre – offre, luoghi in cui si esalta il gusto di un vino pregiato e si gode dell’aroma dei tartufi neri. Attraversare i suoi vicoli, le sue case, entrare nelle sue chiese, è un po’ come poter essere “guidati” – passo dopo passo – alla scoperta e alla conoscenza dei più intimi segreti del paese.

Dopo aver superato quel lungo viale alberato dalle folte chiome dei secolari platani si transita per il ponte che scavalca il profondo vallone in cui scorrono, silenziose, le acque del torrente Martorano e da cui si gode di una vista mozzafiato sulla lunga promenade delle case più antiche del borgo che si estendono – maestose come una terrazza – lungo lo sperone tufaceo. È un autentico belvedere, quello che offre la vista dal ponte di collegamento tra la parte vecchia e la nuova della cittadina, ideale per poter ammirare l’agglomerato del centro storico “aggrappato” prepotentemente alla roccia in tufo; un inaudito colpo d’occhio di rara suggestione che sembra tanto somigliare a Pitigliano, la “Piccola Gerusalemme” della Tuscia.

Dal ponte che supera il vallone Martorano, la borgata ci appare – in tutta la sua suggestiva bellezza paesaggistica e ambientale – offrendo la visuale di una lunga schiera di case e antichi palazzi (alcune intonacate con discutibili colori pastello) che si affacciano da una terrazza in tufo che affonda le sue radici nei dirupi sottostanti. Affascinante, coinvolgente, misteriosa, come sospesa in un etereo limbo di improbabili “altrove”, la borgata spesso risulta essere angosciante, quando lo sguardo resta fisso nel baratro, e a volte seducente quando gli occhi scrutano sul suo profilo illuminato dai lampioni del viale, del sottostante vallone che ne esalta la bellezza e dalle luci accese delle case in tufo.

Al di là del ponte, dopo aver ammirato le case che sembrano in bilico sullo strapiombo dell’orrido tufaceo, si è proprio all’inizio della principale arteria (Via Roma) che attraversa – longitudinalmente – l’intero borgo; qui un primo sguardo cattura tutti quegli elementi stilistici, decorativi e architettonici che fanno di Sant’Agata un abitato unico (trai “Borghi più Belli d’Italia”) con le sue strade lastricate con basoli in lucido calcare, blocchi di muratura nelle varie sfumature del tufo e conci e mattoni in cotto dei palazzi più antichi. Qui, ai margini del centro storico, si trovano tre dei principali edifici storici del paese: la chiesa della SS. Annunziata, la chiesa di San Menna e l’ex Palazzo Ducale.

Ma volgendo subito sulla sinistra comincia il nostro viaggio tra le bellezze di questo antico centro sannita. S’imbocca l’asse principale (e centrale) del centro storico in cui scorre via Roma. Da qui in avanti, ora, si cammina lentamente superando vicoli laterali che s’aprono sia a destra che a sinistra, bretelle che si collegano con le altre due vie che scorrono ai margini dell’abitato e dalle quali, ovviamente, si possono godere scorci paesaggistici e viste panoramiche sui territori circostanti. Alla fine dell’agglomerato urbano si raggiunge la terrazza panoramica – caratterizzata da un bel giardino sospeso – di Largo Torricella.

Questo è un borgo molto antico, semplice, suggestivo, ove è possibile compiere interessanti passeggiate attraverso i vicoli che narrano di una vita vissuta, restituendo gli echi di antichi mestieri. La tranquilla e serena armonia che serpeggia tra gli antichi edifici che compongono il borgo invita a camminare con un ritmo lento, pacato e rilassante, ove l’aria fresca che giunge – ora dalle vicine alture, ora dai profondi valloni – rinfranca dalle giornate torride di chi giunge dalle caotiche metropoli. Qui le strade assumono un’importanza vitale, laddove l’architettura espressa dalle facciate dei suoi edifici che vi prospettano, presentano lo stile unico di un borgo intriso di antichità, molto caratteristico e per nulla scontato.

Nel suo labirintico intreccio di vicoli e slarghi Sant’Agata riesce a fondere – in una sintesi di rara bellezza – sia la storia che la natura. Il suo dedalo di stradine strette, laddove il sole compare per poche ore al giorno, la sontuosa eleganza dei porticati, la maestosità delle facciate di chiese e palazzi gentilizi, esaltano un passato ricco di storia che, incredibilmente, riecheggia ad ogni passo compiuto; il contesto naturale dei monti e vallate in cui il borgo è sorto, ne valorizza ed amplifica ogni suo aspetto; tra le caratteristiche per cui si evidenzia c’è la completa fioritura degli alberi d’arancio che conferisce – all’intero borgo – un tocco di incredibile piacere che ne esalta i sensi sia visivo che olfattivo.

Altra caratteristica che si avverte attraversando a piedi questo borgo sono lo stato di conservazione, la cura e l’autenticità del luogo, espressa per mezzo delle vecchie insegne – spesso dipinte coi colori pastello o affrescate su ruvide assi di legno – degli antichi archi e portali di negozi e botteghe; spesso la manutenzione degli intonaci risulta essere più efficace sui muri delle principali costruzioni, a cui fanno da scenografia la pulizia e il decoro delle principali arterie e dei vicoli che ad esse si connettono. Passeggiando a passo lento in questo borgo si avverte come la mente e il corpo possano tranquillamente rilassarsi.

Le peculiarità offerte da un borgo come quello di Sant’Agata de’ Goti, sono tutte qui: sul lungo rettilineo di Via Roma. La principale (ed elegante) arteria principale, una strada tutta dritta, che misura circa un chilometro, e che – passando lungo il corso – accompagna il visitatore attraverso un viaggio nel tempo che si distribuisce tra antiche case, palazzi nobiliari, slarghi e cortili nascosti, chiese e cappelle di ogni grandezza, botteghe che offrono i tipici prodotti locali come l’estratto di mele e i particolari vitigni della zona, fino ad arrivare al Duomo, praticamente il “cuore” intorno a cui ruotano tutta la vita e le attività che mantengono vivo questo paese. Sant’Agata è tutto questo, ma una fugace visita non basta per apprezzarne tutte le sue peculiarità. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

le “COMOLE” di Castel Morrone (CE, Iraly): tra fascino e mistero, un’avventura nel cuore di Gaia…!

    Anni fa posi ad un bambino questa domanda: “Francesco cosa significa per te una grotta, una galleria?” E subito la risposta fu: “un buco nella montagna…!” Straordinaria la percezione dei bambini di fronte ai fenomeni naturali come quelli relativi al carsismo. Quanto conta l’aver letto, fin da ragazzi, racconti di fantastiche avventure come quelle scritte e illustrate dal romanziere francese Jules Verne. Ci sono luoghi, spesso poco conosciuti, che vale davvero la pena andare a scoprirli e ci sono luoghi che, per raggiungerli, bisogna lasciarsi trasportare emotivamente dagli elementi che catturano ogni nostra minima attenzione. È il caso di fenomeni naturali (come il carsismo) legati al territorio come questi giganteschi buchi che sprofondano nella terra che, dalle parti di Caserta, in territorio di Castel Morrone, vengono indicati come le “comole”.

    Campi seminati a foraggio, frutteti, uliveti, numerosi filari di vitigni sistemati a “festoni” articolati secondo un sistema di perimetrazioni con muretti a secco; una natura brulla ricoperta da cespugli ove è possibile trovare il biancospino, il cardo, il corbezzolo, la felce, la ginestra, il mirto e, tra questi, numerosi (in zona) sono anche gli asparagi. Dopo aver attraversato una modesta “cupa” (vie campali scavate nel tufo), tra uliveti secolari e prati ricchi di erbe officinali si giunge sull’orlo di quello che è uno tra gli spettacoli della natura più insoliti, belli, affascinanti, poco conosciuti e misteriosi di questa Campania: la Comola Grande. Tra stupore e meraviglia un enorme precipizio calcareo sprofonda proprio sotto i nostri piedi.

    Quello delle “comole” sono un aspetto del carsismo piuttosto raro. Profondi buchi scavati dalla forza erosiva degli agenti atmosferici, queste hanno origine dall’acqua che, scorrendo dalla superficie, corrode gli strati inferiori generando prima il distacco e, successivamente, lo slittamento longitudinale di faglie rocciose che col trascorrere del tempo scivolano tra loro creando questi profondi baratri. Di forma quasi circolare, ha un diametro di circa 250 metri; in fondo all’inghiottitoio sorge una vegetazione cespugliosa e si perviene all’imbocco dell’unica traccia (appena percettibile) di sentierino che porta giù in fondo. Durante la discesa bisogna fare molta attenzione a non scivolare lungo il pendio sassoso.

    Giunti sul fondo dell’enorme camera cilindrica dalle pareti ricurve si ha ancora di più l’impressione di scendere nelle viscere della terra: irte pareti rocciose si stagliano in alto a chiudere da tutti i lati la volta celeste; strati calcarei più resistenti, si alternano a conglomerati (arenarie e calcidici) friabili ove trovano rifugio centinaia di volatili (corvi, falchi, beccacce, rondini, piccioni e gracchi) che vi dimorano stabilmente. Il fondo non è piatto, ma è un gigantesco ammasso di pietre e rocce di varia grandezza qui precipitate, durante lo scorrere del tempo, in seguito alla forza erosiva degli strati superiori, o dal continuo incidere delle acque meteoriche.

    Ancora qualche precauzione: accedere in quest’antro, durante la stagione estiva, vuol dire andare incontro a probabili (e poco piacevoli) incontri con serpenti di varie specie, per via della numerosa presenza di rettili tra le pietre. Giù, nel punto più profondo, là dove le pareti coperte di muschio cedono i metri alle prime zone d’ombra, si apre quella che fino a pochi decenni fa era una grotta: naturale rientranza generata da una faglia obliqua. Con molta cautela, volgendo lo sguardo all’insù, risulta possibile scorgere lo spettacolo di migliaia di piccole stalattiti, nonché sifoni e cunicoli, formazioni calcaree dalle varie sfumature cromatiche per via della rifrazione della luce e degli agenti chimici che ne determinano la varietà litologica.

    Quaggiù il silenzio, che avvolge tutto il fondo della cavea, viene ripetutamente rotto dal continuo stillicidio di goccioline d’acqua calcarea che scivolano giù dalle stalattiti più in alto. Per il resto è come se si venisse proiettati tra gli scenari dello spettacolare romanzo d’avventure di Jules Verne: quel “Viaggio al Centro della Terra” tanto amato dalla letteratura per ragazzi. (testi & photo ©Andrea Perciato)

    Val di FIAMES/FLAMES e le Cascate di FANES: tripudio di rocce, di boschi, di acque…

    Pochi chilometri a nord di Cortina d’Ampezzo, proprio nel cuore delle Dolomiti ampezzane, s’apre uno scenario paesaggistico di notevole bellezza; uno scrigno naturalistico che raccoglie, in sé, tutte le caratteristiche di un ambiente montano aspro e selvaggio ma che – al tempo stesso – riesce a ritemprare l’animo e ad offrire solo emozioni: la Val di FIAMES/FLAMES e le sue cascate. La valle è una meta spettacolare, che attraversa un particolare ambiente che si distribuisce – tra cime aspre e rocciose, copiosi boschi di conifere, profonde e inaccessibili forre e spettacolari salti d’acqua – in microcosmi di assoluto pregio naturalistico, principali caratteristiche di paesaggio davvero incantevole, con una rete sentieristica ben ramificata e opportunamente segnalata.

    Per scoprire queste peculiarità ambientali, i percorso ha inizio dalla località Fiames. Muovendosi dal parcheggio una pista attraversa la parte iniziale della vallata determinata dal corso del torrente Boito. Ogni metro guadagnato è una sorpresa, una meraviglia, un succedersi di scenari ambientali che generano emozione e stupore alternandosi alla curiosità e all’immaginazione nel poter vivere, anche se solo per qualche ora, in un posto molto suggestivo, immerso nella natura e circondati da uno impressionante silenzio. Il percorso che si propone è denso di maestosi scenari ambientali e naturalistici che da sempre custodiscono sorprendenti scorci paesaggistici che si alternano tra boschi, cime e tanti salti d’acqua.

    È raro trovare luoghi che, come questo, oltre a riunire tante caratteristiche diverse riescono ad accontentare qualsiasi gusto e opportunità escursionistiche. Di grande suggestione e altissimo pregio naturalistico gli ambienti della valle (e delle cascate di Fanes) offrono, infatti, la possibilità di una tranquilla camminata adatta proprio a tutti. Fiore all’occhiello della val di Fiames/Flanes sono le spettacolari cascate che serpeggiano attraverso canyon dalla natura carsica espressa in tutta la loro bellezza. Qui la natura risulta essere davvero incontaminata con scenari di bellezza indescrivibili. Le cascate sono formate dal Rio Fanes e il suo percorso – seppur di breve lunghezza – attraversa scenari naturalistici di altissimo valore ambientale.

    Le cascate di Fanes hanno il pregio di offrire percorsi diversificati, dalla facile passeggiata, al sentiero escursionistico, fino ai più impegnativi tratti attrezzati adatti ai più esperti e muniti di equipaggiamento da ferrata. Incamminandosi lungo l’itinerario si rimarrà affascinati dal meraviglioso ambiente naturale in cui sono incastrate le cascate; un ambiente fatto di boschi, di forre, circondato da alte cime, bagnato dalle acque di torrenti e ruscelli e poi loro – le cascate – così ricche d’acqua in ogni stagione. Una breve deviazione, in basso sulla destra, conduce in direzione della forra in cui scorrono le cascate. L’ultimo tratto di sentiero raggiunge una spettacolare balconata che s’affaccia sulla forra e le cascate (il “Belvedere“) percorso che è costellato dalle radici sporgenti degli alberi.

    A metà circa della traversata nella valle, attraverso un bellissimo bosco di larici, dopo aver superato alcune panche in legno appositamente installate per il pic-nic, una breve deviazione sulla destra consente di arrivare al “Belvedere” (una sorta di terrazzino panoramico in legno) dal quale si può godere di una veduta paesaggistica che ripagherà del piccolo sforzo effettuato. Dal Belvedere è possibile scendere al sentiero attrezzato con la ferrata seguendo un percorso abbastanza semplice che permette di vivere un’esperienza assolutamente unica ed entusiasmante: il passaggio sotto il salto della cascata per poi scendere fino alla sua base, oppure girare a sinistra e risalire la forra; ma questo… è per esperti arrampicatori!

    Dopo aver provato la sensazione di essere i privilegiati spettatori di uno scenario ambientale davvero unico nel suo genere, dal “Belvedere” parte un sentiero che scende in direzione dei canyon e delle cascate; un sentiero (scivoloso ed attrezzato con una corda fissa in acciaio) permette di raggiungere la più bella e suggestiva di tutte le cascate della forra, quella situata più in basso: lo “Sbarco di Fanes”, che risulta essere la più spettacolare di tutte. Questa cascata, che consente di potervi passare dietro per un breve tratto, è talmente così bella che sembra di essere proiettati in una scena del film “l’Ultimo dei Mohicani“; qui le cascate sono semplicemente stupende, mentre le forre scavate nella roccia sono di una impressionante bellezza naturalistica.

    Il breve sentiero attrezzato che porta fin giù alla cascata consente il passaggio proprio sotto il salto dell’acqua; pochi metri di suggestione che esaltano il momento poichè si è soli, a contatto con l’acqua che fa ascoltare la sua voce per mezzo del suo enorme rumore e l’incanto della montagna. Immortalare la scena qui è d’obbligo ma richiede di prestare molta attenzione. Risulta essere davvero un’esperienza indimenticabile ed emozionante, quella di poter effettuare il passaggio all’interno delle cascate (fare attenzione a non scivolare!). Qui, tra la forra e il cielo, ci divide solo un lembo di roccia arcuata ed una natura incontaminata determinata dalle copiose foreste; la principale sensazione che si avverte, oltre al fragore dell’acqua generata dal salto, è quella di ritrovarsi ad essere circondati da tanta pace, di essere avvolti dai profumi del bosco coi suoi magnifici colori e dalle incredibili “creature” del sottobosco, come le salamandre.

    La Val di Flames/Fianes è un ambiente dolomitico da conoscere e scoprire, mentre le cascate di Fanes sono una esperienza da vivere assolutamente. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

    Val d’Orcia (SI, Toscana): per castelli, antiche sorgenti, fiumi, borghi in pietra e filari di viti…

    Questo illustrato è un bellissimo itinerario a circuito che attraversa una tra le zone più interessanti di tutta la Val d’Orcia: quella determinata dai filari di vigneti e dalle tracce del termalismo; un percorso ad anello che parte e termina a San Quirico d’Orcia.

    Ci lasciamo alle spalle il pittoresco borgo di San Quirico d’Orcia con la sua tradizionale cultura olivicola, coi suoi bei giardini, le sue interessanti chiese ricche di preziose “gemme” artistiche, i suoi pittoreschi palazzi gentilizi, le sue mura perimetrali e le possenti porte d’accesso al paese, portandosi alla sua estrema periferia meridionale ove si percorre la polverosa strada comunale che conduce a Bagno Vignoni, inizialmente asfaltata, ma che subito polverosa per il bianco brecciolino che la caratterizza per tutta la sua interezza. In lieve pendenza stiamo percorrendo un tratto della storica “Via Francigena” fino a raggiungere un dosso (presenza di un incrocio) ove – momentaneamente – lasciamo sulla sinistra la traccia per Bagno Vignoni e consigliamo di proseguire a destra per una lieve discesa.

    Tutt’intorno l’orizzonte viene costellato da un continuo alternarsi di castelli, pievi, poderi, antichi basoli, masserie sparse. Il paesaggio della val d’Orcia viene determinato da un elemento caratteristico che solo qui, nelle terre di Siena, ha il suo massimo splendore: la “cultura” per il cipresso. Albero per eccellenza che caratterizza profili e i cigli di cresta, ingressi dei viali di ville o – semplicemente – determina un viottolo di campagna; qui il cipresso ha una cultura secolare, piantarlo da giovani piante in particolari posti determina per sempre il fascino e la bellezza di questi luoghi. Una piacevole discesa conduce al cancello d’ingresso del bel castello (privato) di Ripa d’Orcia; chiedendo il permesso è possibile vedere, solo esternamente però, la sua poderosa struttura così come è articolata in tutta la sua complessa volumetria costruttiva ove risalta, per lo sviluppo dei molteplici ambienti che si incastrano, si sovrappongono e si alternano, la costruzione di stampo militare tipica del Medioevo. 

    Ritornando nei pressi dell’incrocio lasciato in precedenza, si continua fino a prendere, sulla sinistra una sassosa pista in discesa che conduce fino a toccare le sponde (destra orografica) del fiume Orcia, proprio all’altezza di un vecchio ponte (passerella sospesa con cavi d’acciaio e tavole in legno), ma riprendendo subito la pista in salita si cammina in una intensa vegetazione caratterizzata dalla macchia mediterranea. Dichiarata nel 2004 giustamente come Patrimonio Mondiale dell’Umanità sotto l’egida dell’UNESCO, la val d’Orcia è il “buen retiro” di artisti contemporanei, soprattutto inglesi e tedeschi; non è difficile incrociare lungo questi sentieri decine e decine di comitive di escursionisti di provenienza anglosassone; ciò fa capire di quanto gli inglesi apprezzino queste terre che – a detta di loro – hanno molto in comune con simili skyline che determinano la campagna britannica.

    Si giunge così finalmente all’interno dell’antico borgo di Bagno Vignoni, antica sede termale già conosciuta e frequentata fin dai Romani. Il borgo ci accoglie con la sua splendida cornice paesaggistica che prospetta sulla pittoresca piazza/piscina che offre la visione degli incredibili colori dei suoi fondali perché alimentata dalle sorgive di acque termali che serpeggiano attraverso antichi canaletti scavati nella roccia calcarea andando, così, ad incrementare le cascatelle che precipitano nelle sottostanti “libere” Terme di Fabianna. Risalendo ora nuovamente lungo il polveroso tracciato della storica Via Francigena, si raggiunge la Torre di Vignoni alto circondata dal suo minuscolo borgo, tutto in pietra (dai basoli della pavimentazione, alle possenti mura di case e palazzi) interamente avvolto da un arcano silenzio che ne caratterizza l’ambiente.

    Qui, e solo attraverso questi orizzonti, sono universalmente riconosciute… le famosissime Terre di Siena! Si prosegue ancora lungo la sterrata solcata della Francigena che proprio qui, ove la mano del Creato sembra davvero essersi divertita a modellare paesaggi di indiscutibile bellezza, va aprendosi – per tutti i suoi 360° – lungo ampi orizzonti che si perdono in lontananza oltre i dolci rilievi della Toscana, fino a raggiungere nuovamente il bivio lasciato in precedenza ad inizio percorso; a sinistra si scende verso il (già conosciuto) Castello di Ripa d’Orcia mentre il nostro percorso volge a destra e va a concludersi – con la complicità dei meravigliosi tramonti che dipingono il paesaggio di sfumature rosa – nuovamente nel centro di San Quirico d’Orcia. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

    LOCOROTONDO (BA, Puglia)… il “mio” ombelico del mondo!

    Incantevole e stupefacente sono le prime impressioni che si avvertono giungendo per la prima volta a Locorotondo, tranquillo borgo adagiato su un’altura. Le sue tipiche casette imbiancate dai tetti aguzzi, evocano quelle dei villaggi sparsi nel nord Europa. Disposte in senso circolare intorno al centro, queste sono circondate da un preciso perimetro che raccoglie – al suo interno – i quartieri più vivaci. Passeggiare tra i vicoli di questo borgo (“Bandiera Arancione” del TCI) è un’esperienza dal fascino bucolico, fatta di continui scorci da fotografare; qui i balconi sono tutti in ferro battuto, abbelliti da vasi fioriti, coi cactus disposti agli angoli, le scale e le porte dipinte, le ceramiche esposte e i panni stesi al sole.

    Già da lontano, avvicinandosi dall’immensa pianura determinata dalle ampie macchie ulivate e caratterizzate da chilometri di muretti in pietra a secco, Locorotondo appare in tutta la sua imponente bellezza, ergendosi – dall’alto del suo colle – in un paesaggio assolato che ne risalta il bianco candore delle sue case raccolte in quel labirinto di vicoli, slarghi e portali, esaltando una magnificenza architettonica che giunge dalla preistoria fino al tardo barocco; un luogo e un paesaggio unici nel loro genere.

    Camminando attraverso il centro storico, nella sua parte più antica, ci si immerge – in un emotivo percorso spazio/temporale – nel suo labirinto di vicoli bianchi, puliti, profumati e soprattutto fioriti (una sorta di “Vicoli/Giardino”); laddove i venti dell’est serpeggiano trasportando i profumi delle essenze aromatiche attraverso le cosiddette “Cummerse”, le tipiche case locali coi tetti spioventi realizzati con la tecnica delle “chiancarelle”, piccole lastre in pietra calcarea locale, montate a secco, in modo da poter veicolare l’acqua sotto le dimore.

    Prima di addentrarsi alla conoscenza del borgo c’è un belvedere da cui è possibile godere di un panorama mozzafiato sull’intera Valle d’Itria, una bella vallata dagli orizzonti ondulati e caratterizzati da nuclei sparsi di trulli, oltre ad antiche masserie circondati da boschi e campi in terra rossa, da cui emergono vigneti e uliveti. Questo belvedere offre la sensazione di poter ammirare – durante i giorni di foschia in valle d’Itria – i cumuli di nubi ondeggianti che sembrano il mare; e già questo rende Locorotondo è uno dei borghi più belli della Puglia.

    Il suo centro storico si sviluppa in una perfetta forma circolare; ed è proprio da questa sua particolare forma urbana che ha origine la sua toponomastica. Con le case tutte tinte di bianco esalta la sua bellezza artistica, urbanistica e architettonica in tutto il suo splendore, soprattutto sotto l’azzurro del cielo; come un’intricata ragnatela, dal suo centro (che ruota intorno alla principale chiesa madre di San Giorgio) si diramano le tante viuzze strette che esaltano i mille colori dei fiori esposti sui tanti balconcini del centro e le splendide ceramiche locali.

    Sembra di camminare attraverso un paesaggio fiabesco, immersi nel bianco candore delle case tra singolari negozietti e antichi locali. Girovagare senza una precisa meta, esalta quel senso di scoperta, quella piacevole sensazione di andare ad esplorare i tanti angoli e gli scorci pittoreschi sparsi un po’ tutt’intorno, coi suoi bei palazzi e le singolari chiesette – spesso nascoste – tra le viuzze imbiancate; perdersi in questo dedalo di vicoli e di slarghi, lasciandosi avvolgere solo dai colori e dalla penombra, è una esperienza davvero molto affascinante.

    Quando il dì giunge al tramonto il sole infuoca il paesaggio a ponente tale da trasformare l’orizzonte in un indimenticabile scenario da lascare incantati per lo stupore e la suggestione che riesce ad evocare. Da qui si articola la “Scalinata dei Templari” che, attraversando i vigneti e gli uliveti, costeggia le scarpate che girano intorno al paese. Tra le emergenze architettoniche più in vista spunta il barocco del palazzo Morelli, la chiesa madre di San Giorgio con la facciata neoclassica, e la chiesa di Santa Maria la Greca (del XV secolo) che, in contrasto alla sua linea sobria ed essenziale, presenta – nella sua facciata – un articolato rosone moderno.

    Non si può andare via da Locorotondo se non si compie – ad appena pochi chilometri dal centro – una breve e piacevole sgambata camminando lungo piste campali che attraversano secolari uliveti e campi di ortaggi tutti circondati dai muretti a secco che conducono alla scoperta del “trullo” più antico di tutta la regione, risalente al 1509, e recentemente restaurato con discutibili interventi stilistico/architettonici di dubbio gusto (!) Esso, purtroppo, non è visitabile al pubblico perché privato, ed è visibile solo da lontano. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

    alla “grava” di Vesalo (da Laurino): i “Morskye Oko” del Cilento

    Girovagando per il Cilento alla ricerca di luoghi insoliti che riescano ancora ad offrire suggestioni naturalistiche e panorami bucolici con scorci paesaggistici i quali incorniciano ambienti presumibilmente ancora inviolati dall’intervento umano non è impresa rara, tantomeno se si tiene conto che in pochi chilometri quadrati si concentrano la stragrande maggioranza di tutti quegli elementi naturali più significativi che determinano, quasi sempre, non solo la geografia dei luoghi, la sua flora e la sua fauna ma anche, e soprattutto, quel suo particolare vissuto rurale  che è tipico delle montagne e delle vallate più inaccessibili e poco frequentate del Cilento più interno.

    Questo è il caso dell’area che ruota intorno alla Grava di Vesalo. La selvaggia Valle Soprana, che si estende dai piedi del caseggiato di Laurino, attraversa l’alto corso del Calore, fino al vivaio della Forestale, viene caratterizzata da stretti canalini d’acqua chiamati “fugoli” circondati da un manto forestale talmente così fitto da creare monumentali gallerie vegetazionali. La Grava di Vesalo è una tra le più belle e importanti cavità ipogeiche d’Europa ove la natura si esprime al massimo della sua potenza; un inghiottitoio (pozzo naturale) in cui coinvolgono le acque del torrente Milenzio prima che queste precipitano nella grava per poi scomparire, nelle viscere della terra, con un ignoto percorso sotterraneo di circa 6 km.

    Avvicinandosi con la massima cautela lungo i suoi bordi (potenzialmente scivolosi per il muschio e l’umidità generata dalle acque sotterranee) s’aprono due enormi “buchi” a cielo aperto, uno spettacolo del carsismo modellato da formazioni calcaree divise da un arco naturale; queste determinano l’ambiente circostante che offre – al tempo stesso – sensazioni di magnificenza e maestosità. Come un inaspettato tesoro che determina il paesaggio circostante,  l’ambiente intorno alla grava è ricco di straordinarie bellezze che danno origine a un meraviglioso mosaico naturalistico, autentica testimonianza dell’incredibile natura cilentana che non smette mai di meravigliare con suggestioni di un territorio unico nel suo genere in un ambiente integro e senza “interferenze” umane.

    La Grava di Vesalo (che s’apre a 928 metri d’altezza), circondata da copiose faggete, è uno dei fenomeni carsici più interessanti di tutto il mezzogiorno. Qui la natura si esprime al massimo della sua potenza. Le suggestioni di un territorio unico nel suo genere sono il privilegiato habitat di diverse specie di animali (tra cui volpi, faine, diverse specie di rapaci). Il ripetuto rumore delle fronde degli alberi che ondeggiano determina la presenza di avifauna; più in alto nel cielo volteggiano, planando con interminabili acrobazie, esemplari di poiane, gracchi e corvi imperiali. In una piccola radura erbosa, interamente circondata da una cornice di faggi secolari s’apre, proprio al suo centro, la fenditura perfettamente circolare che determina la grava.

    La sua apertura è – praticamente – la “bocca” di un profondo inghiottitoio, tutta ammantata da una copiosa cespugliazione di felci (lingua corvina) che determina il sottobosco, nelle cui vicinanze si trova un grande pozzo naturale in cui precipitano, per mezzo di un grosso sifone, le acque del torrente Milenzio (corso d’acqua già denominato in passato come Vesolo, da Vae-soli) prima che queste precipitano definitivamente nella grava per poi scomparire nelle viscere della terra con un ignoto percorso sotterraneo che va a sfociare nei pressi dell’abitato di Laurino, sottoforma di molteplici sorgive che con le loro limpide acque vanno ad alimentare il fiume Calore.

    Tutta l’area che ruota intorno alla grava viene fortemente interessata da fenomeni di carsismo con percorsi torrentizi, pozze e laghetti sotterranei. L’ambiente circostante all’imbocco dell’inghiottitoio proietta sensazioni di magnificenza e maestosità, quasi come se le montagne circostanti fossero sentinelle che, dalla notte dei tempi, custodiscono questo naturale tesoro fatto di incredibili bellezze naturali in cui i suoni delle acque che scorrono, sprofondando giù in basso verso l’ignoto, e i profumi delle erbe e dei terreni da queste bagnate, creano una piacevole sensazione di silenzio, di pace, di contemplazione e di serenità;  condizioni che, se vissute e provate intensamente, alimentano lo spirito e la mente dell’uomo riuscendo, così, a ritrovare emozioni e sensazioni forse perdute da tempo…! (testi & photo ©Andrea Perciato)

    FAICCHIO (BN, Sannio)… dal Castello Medioevale al Convento di San Pasquale

    Per chi giunge la prima volta a Faicchio, in quel lato della provincia di Benevento che s’affaccia sulla valle del Titerno, ormai ridotto ad un “arrojo” (solco roccioso) in secca, non immagina di trovarsi di fronte ad un autentico spettacolo, della storia così come per la natura, di un borgo arroccato “a guardia” della valle dominato dalla splendida fortificazione del Castello (maniero ducale) medioevale, caratteristico biglietto da visita della località, immersa tra vigneti e uliveti.

    La via che accede in paese lascia scorgere – poco alla volta – la superba fortezza medioevale (risalente al XII secolo) col suo varco d’accesso che s’apre tra due imponenti torrioni cilindrici. Conosciuto anche come Rocca “Nova”, esso sorge in posizione strategica su uno sperone di roccia. L’edificio assume la forma di un poligono irregolare i cui lati vengono uniti da tre torri che poggiano su basi tronco-coniche e che per aspetto e similitudine, richiama un suo più famoso e celebre gemello: il Maschio Angioino in Napoli.

    Il Castello chiude il lato meridionale della piazza principale (piazza Roma), punto nevralgico della borgata, attraversata dalla via Fabio Massimo, catino in cui confluiscono e da cui partono, le principali direttrici che collegano i paesi vicinali o che conducono ai territori circostanti. La bella cortina di edifici storici con il sagrato della Chiesa di San Rocco, delimitano il prospetto settentrionale della piazza su cui svettano le pendici ulivate del monte Monaco di Gioia alle cui pendici s’adagia il bianco Convento/Santuario di San Pasquale, meta di questa escursione.

    Dalla Piazza si prende la rampa che comincia la sua ascesa lungo via Palmieri che a sua volta attraversa – in successione – tutta una serie di edifici di varie dimensioni con portali in pietra e corti interne che determinano le varie tipologie, succedutesi nei secoli, e che si sono adattate alla pendenza della montagna. Appena superati un incrocio tra il vicolo principale e due diramazioni – quella a sinistra, via Tiglio e quella a destra, via Crocevia II – che raccordano il perimetro urbano nella sua parte alta, si entra apertamente nella campagna circostante fino ad incontrare la prima delle “cappelle” che, con affreschi dai vividi colori, raffigurano le scene della Passione del Cristo.

    Da qui comincia la Via Crucis lungo un sentiero in pietra che, per serpentine e tornanti, supera pendii coltivati intensamente a uliveti e attraversa terreni – delimitati da muretti a secco – sistemati a vigneti, frutteti ed altre piante. Volgendo lo sguardo verso il basso, si scorgono i tetti del caseggiato di Faicchio, dominato dalle torri del castello, le sinuose anse della valle del Titerno e la boscosa sagoma del monte Acero. Complessivamente il sentiero che dal paese conduce al Convento non lascia incertezze circa le direzioni da seguire, non presenta particolari difficoltà tecniche ed è breve nel suo complesso solo… è completamente esposto al sole! 

    Senza mail lasciare la pista principale, il sentiero termina a ridosso della rampa d’accesso del poderoso Santuario/Convento di San Pasquale, luogo decisamente suggestivo per il valore sia naturalistico che storico. Il Convento di San Pasquale è ubicato in una posizione elevata che domina il centro storico di Faicchio; a questo è annessa la chiesa di San Salvatore. Esso si presenta come una grande struttura in pietra, arroccata lungo le pendici del monte Erbano (l’Eribium di origini sannite) appena sopra la cittadina di Faicchio.

    L’intero complesso presenta una chiesa antecedente il ‘700 (intitolata al SS Salvatore), alloggi e cellette  per le attività religiose che vi si sono succedute durante il corso dei secoli, compreso un periodo dedicato alle suore di clausura. La struttura è costruita completamente in pietra locale, distribuita su almeno 4 livelli e 6 corpi indipendenti (di cui quattro ormai chiusi e senza alcun tipo di attività) ristrutturati dopo il sisma del 1980. In un’ala al suo interno sorge il piccolo Museo della Storia e della Scienza locale che raccoglie alcuni tra i primi sismografi ed apparati meteorologici del fisico Luigi Palmieri nativo di Faicchio.

    Il panorama che si gode da quassù, misto all’aurea di pace e al silenzio che offre tutto il circondario, vale la “fatica” fatta lungo la salita per raggiungerlo. La località, nel suo insieme, risulta essere molto suggestiva ed attrae per la sua caratteristica meditativa; sembra quasi sentirsi come… un lasciarsi trasportare indietro nel tempo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)