RIGA (LATVIJA, Lettonia): a spasso per la capitale dei due soli!

Mai visto uno spettacolo della natura così bello e suggestivo come quello di scorgere – dallo stesso punto – il sorgere del Sole ed il suo tramonto oltre l’orizzonte. Paesi Baltici, RIGA… la capitale della Lettonia (Latvija), un dedalo di vie lastricate ed ampie piazze, tetti (rossi) spioventi, campanili acuminati, edifici dalle superbe architetture; tutto ciò fa di questa grande città un favorevole e particolare punto strategico territoriale per l’intera Europa. Fin dall’antichità qui convergevano le più importanti vie commerciali di terra e le rotte marittime sul Baltico. Riga, che per decenni ha subito l’influenza dell’imperialismo sovietico, ha – nel dna della propria popolazione – matrici teutoniche che affondando le proprie origini nella vicina Germania.

Terra più volte ambita fra tedeschi e russi a cominciare dai principi del XX secolo, ha visto ripetutamente l’alternarsi di regimi totalitari subendo stragi e deportazioni. Finita sotto l’influenza Russa diviene una Repubblica Socialista Sovietica. Ma è soltanto dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica che Riga e l’intera Lettonia, riconquistano nuovamente un ruolo da protagonisti in Europa. Il bellissimo itinerario a piedi ci conduce nel cuore della città vecchia (Vecrijga) per farci conoscere le sue bellezze ed apprezzarne fino in fondo le sue peculiarità di arte, storia e cultura. Si parte dal Ponte Akmens sul fiume Daugava, importante fume che sfocia nel vicino Baltico.

Una piazza caratterizzata dall’imponente statua della “libertà” (scultura marmorea raffigurante tre personaggi di sicura matrice sovietica, ma che simboleggia l’identità lettone) s’apre con la bellissima facciata dell’Hotel De Rome. Tuffandosi nella vivacità dei colori delle facciate degli edifici storici, si giunge nei pressi della gigantesca mole della chiesa – tutta in mattoni rossi – dedita al culto di San Pietro. Qui le sorprese non mancano e in poche decine di metri volgendosi intorno troviamo, il vicoletto che immette attraverso un tipico portone che per decenni ha determinato il confine (ingresso) del ghetto ebraico; ai margini dei marciapiedi, tutti rigorosamente basolati, si trovano le originali e vivaci bancarelle che vendono, in bella mostra, gli oggetti tipici dell’artigianato locale, dalle bambole in tessuto alle collane e monili forgiate con l’ambra.

Qui un curioso gruppo scultoreo dalle figure zoomorfe sovrapposte, rappresenta i “Musicanti di Brema” la famosissima fiaba di matrice tedesca, una simpatica statua in bronzo donata dalla città tedesca a Riga unite in gemellaggio a stringere ulteriormente i rapporti di amicizia (commerciali e religiosi) tra le due città che dura dal XII secolo. Il percorso sfocia in una grande piazza ove tipici locali, bistrot e pub sono il punto di ritrovo per tutti coloro che amano trascorrere un pò di tempo a bere e chiacchierare; intorno numerosi artisti di strada tra cui, alcuni, molto giovani. Il labirintico percorso ci conduce nella grande spianata della piazza su cui s’affacciano la mole del Rigas Dome, il duomo; al centro della spianata basolata, un disco bronzeo ci ricorda che stiamo calpestando un luogo sotto tutela Unesco e Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Appena un paio di case dietro la piazza, lungo la stradina Mazapils iela, si stagliano – quelle che vengono conosciute come – le bellissime facciate di uno dei più suggestivi complessi architettonici dell’antica Riga: i “Tre Fratelli” tre abitazioni corrispondenti ai numeri civici 17, 19 e 21 tra le più antiche residenze della città. Il percorso continua a perdersi nella bellezza di case storiche, nelle ombre di palazzi monumentali che profumano d’antico e nello splendore delle prime luci che caratterizzano bar e ristoranti e che preannunciano l’avviarsi al tramonto che può essere goduto proprio dal punto di partenza, e cioè dal ponte sul fiume-canale della Daugava da cui, affacciandosi dalla balaustra, si ammira uno scenario davvero unico: il sole che scivola e irradia il suo ultimo raggio nel cielo prima di scomparire oltre l’orizzonte… e sono appena le 22,15 di sera, ora locale! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CRACO (MT, Lucania): da borgo abbandonato a… set cinematografico!

È un autentico deserto fatto di campi arati, pendii che scivolano verso impervi valloni, rocce calcaree che, come guglie, sbucano – improvvise – da un paesaggio solo in apparenza addormentato ma, comunque, avvolto nel suo millenario silenzio. Sono queste le atmosfere che si vivono nell’avvicinarsi alla scoperta e alla conoscenza di uno dei borghi (abbandonati) più belli e incredibili che sorgono qui al Sud: CRACO. Siamo in Lucania, nella bassa provincia materana, al limite di profondi solchi (calanchi) caratterizzati dal carsismo ove – durante le torride estati – neanche i rettili riescono a resistere. In una distesa valliva sorge il nuovo abitato di Craco-Peschiera. Questo centro, nato agli inizi degli anni ’70, fu qui eretto poiché l’originario sito di Craco, che si erge a circa 9 km più a monte, fu interessato da uno smottamento franoso costringendo gli abitanti di allora ad abbandonare definitivamente l’originario sito e a stabilirsi in un luogo più sicuro, presso le frazioni giù a valle.

Dall’incrocio, seguendo a destra lungo la SS. n. 103 che conduce verso i territori dell’interno, si attraversa quel fantastico mondo generato dalle erosioni e determinato dal singolare solco vallivo del Fosso Bruscata. La strada, poco alla volta, comincia ad ascendere lungo questi pendii assolati ove trovar riparo dalla canicola è quasi impossibile, se non tranne per qualche raro albero da frutto sorto per incanto lungo le pendici di queste colline. Lasciata la deviazione a sinistra che porta alla Val d’Agri, la strada principale rompe la sua monotona e silenziosa andatura e si appresta a continuare con una serie di tornanti che, salendo, poco alla volta incorniciano l’abitato di Craco Vecchia che ora già si erge – ben visibile – sullo sfondo. A ridosso del terzo tornante che piega sulla sinistra si stacca uno stradello che taglia le successive curve e conduce direttamente a ridosso delle prime case del borgo abbandonato di CRACO Vecchia (391 m).

Esso appare in tutta la sua monumentale bellezza – incredibilmente spettrale – a dominio di vallate e di estesi orizzonti, coi suoi misteriosi silenzi rotti soltanto dalle folate del vento che serpeggiano tra le mute pietre. L’antico abitato sorge a ridosso di un’altura che dall’alto controlla la valle del Salandrella. Le sue origini risalgono all’VIII secolo e nel Medioevo il sito era già conosciuto col toponimo di GRACULUM. Il suo Castello, erto su di una rupe, fu innalzato nel XII secolo e della sua antica struttura oggi non resta altro che un Torrione a “sezione quadra” (usato come serbatoio per distribuire ed alimentare le fonti dell’intero paese). Una silenziosa cortina di pietre dagli intonaci color pastello sbiaditi dal tempo prospetta a sud ed accoglie il viaggiatore tra gli arcani silenzi creati dagli effetti chiaroscurali dei pieni e dei vuoti, dalle ombre degli usci di porte e finestre che s’aprono… verso l’immenso!

Fogli ingialliti (con edizioni datate gli anni 50/60 del XX secolo) svolazzano sospinti dalle folate che ululano tra i gradoni in pietra seminascosti dai folti cespugli d’erba incolta. Rampe ed arcate in pietra viva ove negli interstizi hanno messo le radici il fico, l’ulivo, l’agave, il fico d’india e la vite. Ante di porte e finestre semiaperte che cigolano sospinti dal vento, cortine adombre che prospettano sui vasti orizzonti assolati delle valli fluviali del Salandrella e dell’Agri. Archi affrescati e cortili basolati con i fregi e i portali marmorei di qualche dimora gentilizia i quali emergono da un intricato mare di cespugli rinsecchiti. I tetti rossi delle cupole e delle case scricchiolano sotto i passi felpati di qualche gatto che salta da una falda all’altra. Gli ameni viottoli che conducono nel punto più in alto sotto la Torre per interrompersi, all’improvviso, sul ciglio di un dirupo sotto le mura dell’antico maniero e da cui prospettano guglie monolitiche che sembrano, oltre ai gatti, le uniche forme “viventi” di questo mondo rurale fermo e perduto nelle memorie di un’epoca lontana, persa all’infinito senza limiti di spazio e di tempo…

Il tutto viene scandito dall’arco che il sole disegna quotidianamente nel cielo, dall’intrecciarsi degli eventi e dal rincorrersi delle stagioni. Solo un uomo, unico essere in un mondo fermo da oltre 60 anni, continua con, accanita ostinazione, a venire – quotidianamente – quassù, per condurre il suo gregge di pecore a pascolare tra le pietre della Craco che fu, di quella Craco dalle forti tradizioni agricole basate sulle colture dei cereali e dell’ulivo accomunate da un’incisiva presenza della pastorizia transumante con produzioni casearie tipiche di queste zone. E quando ciò accade il borgo si ravviva al passaggio del suo gregge. Avendo l’occasione di avvicinarmi, salutandolo, faccio la sua conoscenza; dialogando col pastore egli comincia a raccontarmi di sentirsi un po’ come un “privilegiato” custode del luogo.

Raccogliendo la testimonianza orale dell’ultimo “sopravvissuto” di Craco emerge, dal suo sfogo col forestiero di turno, di quando egli accusò l’Amministrazione locale che – sembra – diverso tempo fa prese la decisione di radere completamente al suolo il borgo abbandonato. Il pastore… onesto, sincero, a volte ingenuo, continua ancora a chiedersi perché mai debba accadere tutto ciò e non si possa far nulla per preservare e recuperare (anche attraverso una semplice fruizione turistica) la memoria storica e il retaggio culturale di un’arcaica tradizione contadina che non vuole affatto mettersi da parte per far posto al cosiddetto progresso.

L’opprimente canicola di un caldo vento estivo aleggia tra le diroccate mura di Craco mentre i campanacci delle pecore si odono sempre più lontani ed il silenzio si riappropria, nuovamente, dei suoi spazi coccolando per l’eternità i vuoti di un vissuto rurale che ostinatamente tenta di resistere al completo abbandono dell’incuria. Questa è Craco, e se ancora non avete avuto la possibilità di conoscerla e magari fate vacanza sulla vicina costa ionica della Basilicata, andate a visitarla anche perchè i suoi scorci, le sue cortine diroccate – oltre agli incredibili scenari delle “gravine” di Matera – sono stati scelti dal grande attore/regista americano Mel Gibson, quale location per girare alcune tra le più belle e intense scene del suo “Passion“. (testi ©Andrea Perciato, photo ©Maria Rita Liliano e ©A. Perciato)

FRIBURGO, Freibürg im Breisgau (Germania)… tra biciclette e canalini.

Se ancora non avete conosciuto una città europea a “misura” di fanciulli, essa è certamente Friburgo (Freibürg) in Germania, capitale simbolica della Foresta Nera nella regione di Baden Baden. Se il vocabolo “Trek – to Trek” nacque alla fine dell’800 in Sud Africa in seguito all’esodo dei coloni di stirpe boera (olandese), è qui a FRIBURGO (Freibürg in germanico), crocevia di importanti (e antiche) strade commerciali fin dalla caduta dell’impero romano che nasce, nel cuore dell’Europa che prende forma e attecchisce la pratica dell’escursionismo itinerante già fin dagli inizi del ‘900, diffondendo la filosofia e lo stile di vita del trekking e, soprattutto, la pratica del camminare attraverso la natura e l’ambiente.

Ovunque si giri, decine di escursionisti singoli, a coppie o a piccoli gruppi, tutti bardati nelle loro variopinte attrezzature, girano per le strade della città; si avverte che il trekking qui – da oltre un secolo – sembra essere una tra le principali risorse che richiama, ogni anno, migliaia di appassionati del genere da tutto il mondo. Friburgo è questa, una platea in cui tutti si sentono protagonisti assoluti del proprio momento, e per conoscerla basta recarsi nella grande piazza che circonda la monumentale Cattedrale (il Münster) dedicata a San Giorgio, con una gigantesca e possente Torre campanaria (simbolo della città), alta circa 120 metri, in marcato stile gotico e i suoi caratteristici “gargoiles” (utilizzati come fugoli per l’acqua piovana) in pietra rossa dei monti della Foresta Nera.

Ai piedi della Torre e nella piazza circostante si svolge, ogni mattina, un antichissimo (risalente al XVI secolo), vivace e pittoresco mercato in cui primeggiano i frutti locali (ciliegie su tutto), gli ortaggi, i formaggi, gli insaccati (speck) e i fiori; tutt’intorno negozi pulsanti di vita; sulla stessa piazza prospetta il caratteristico edificio in pietra rossa dell’Historisches Kaufhaus, l’antico mercato coperto costruito nel 1532 che fu anche la prima sede di attività commerciali e, successivamente, della dogana. Ma qui non è solo folklore… Friburgo è un concentrato di umanità giunta da ogni angolo del pianeta e che hanno scelto di vivere in quest’angolo di Germania. La città presenta un clima mite, quasi mediterraneo, che la favorisce per periodi di vacanze rilassanti.

I suoi innumerevoli locali, brulicanti di un melting-pot multicromatico, soddisfano i gusti di ogni età, dal semplice e spartano pub, al localino raffinato magari nascosto in qualche vicolo adombro da erbe rampicanti che fanno da copertura vegetazionale. Le vie del centro storico, tutte rigorosamente chiuse al traffico veicolare, sono pavimentate in basoli e ciottoli; i marciapiedi si fanno notare per i mosaici realizzati in pietra che individuano (e identificano) l’ingresso di negozi e locali commerciali; le biciclette (a migliaia) sono il mezzo di locomozione preferito dalla popolazione locale, soprattutto i più giovani; i tram, curiosamente silenziosi, sono una delle caratteristiche di Friburgo e collegano, da una parte all’altra, gli angoli più belli della città.

Ma una curiosità su tutto ha destato il nostro interesse; la maggior parte dei vicoli e alcune delle principali strade che attraversano il centro storico della città, sono delineate – lungo i bordi – da curiosi canalini (i Bächle), autentici ruscelletti a cielo aperto, privilegiati campi da gioco per i più piccoli che, con le loro caratteristiche barchette colorate, si divertono a farle scorrere su e giù a pelo d’acqua. Vuole la tradizione che se si cade, o si inciampi, in uno di questi canalini, colui che si “bagna” è destinato a coniugarsi in matrimonio con un abitante di Friburgo. Quanto sono fighi questi tedeschi… che popolo, educatissimo e (cosa conosciuta ai più) d’indole particolarmente accogliente, ma mai… dico, mai… farli arrabbiare! Ritornare qui è sempre un piacere; poter vivere tutto ciò da protagonisti a pochi passi dalla Schwarzwald (Foresta Nera) è un privilegio per pochi! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ANNECY (France), la “Venezia delle Alpi”… tra fascino e leggenda!

Circondata da una incredibile cornice paesaggistica e ambientale giace – tra Svizzera, Francia e Alta Savoia – una città alpina (ANNECY) che sembra essere uscita fuori da una fiaba d’altri tempi e completamente avvolta da atmosfere medioevali. Da molti conosciuta come la “Venezia delle Alpi”, Annecy incanta con il suo reticolo di eleganti case tinte da colori a pastello le cui finestre sono affacciate sui canali alimentati dalle acque del vicino lago turchese circondato da imponenti montagne. Annecy, incastrata in una bellissima cornice paesaggistica, è un gioiello d’arte cultura, storia e natura nascosta tra le Alpi; il suo lago turchese adagiato ai piedi delle meravigliose montagne seduce viandanti e camminatori alla ricerca di scorci suggestivi da fotografare. Essa possiede soprattutto il fascino delle città storiche perfettamente conservate, con il suo patrimonio medievale, i suoi canali che si snodano attraverso il centro, il suo castello e il suo famoso lago. É chiamata anche la “Perla delle Alpi” per indicare il suo imponente patrimonio storico, architettonico e culturale. Tra canali, strade acciottolate, case color pastello e architettura medievale, il centro storico di Annecy è uno scrigno di tesori nascosti tutti da scoprire con angoli pittoreschi che si susseguono di scorcio in scorcio in cui immergersi per scoprire e conoscere gli aspetti più insoliti e caratteristici di questa città.

I suoi vicoli confluiscono tutti verso il Lago di Annecy, una meraviglia naturale costellata dai profili di superbe montagne come quelle del Massif des Bauges sullo sfondo. Ma oltre agli scorci paesaggistici, Annecy colpisce soprattutto per le bellezze incastonate nel suo centro storico. Muovendosi dal lago verso l’interno della città la maggior parte dei luoghi di Annecy è pianeggiante, ad eccezione del Castello, il che consente di poter camminare facilmente potendosi immergere attraverso il reticolo di viuzze e portici del centro medievale; un ricco e intricato insieme di vicoli rinfrescati dai numerosi canali che il fiume Thiou crea e che confluiscono nel lago di Annecy. Il centro storico della città è una tappa obbligata per chiunque giunga da queste parti. Annecy deve la sua fama di incantevole cittadina alle sue incredibili e pittoresche stradine tutte acciottolate, ai canali che s’insinuano tra gli edifici e al fascino senza tempo che si respira in ogni pietra. Passeggiando fra i suoi vicoli, si compie un viaggio a ritroso nella sua storia, ammirando gli opulenti edifici dai colori pastello, camminando lungo i suoi argentei canali attraverso freschi porticati, ponticelli e angoli nascosti. Nel centro storico di Annecy si concentra la gran parte della brulicante vita della città.

La sua parte più antica – quella che si concentra alla base dell’altura da cui si erge il castello – sembra essere uscito da un libro delle fiabe: canali, vicoli dai davanzali di finestre abbelliti dalle fioriture, stradine acciottolate e vivaci piazzette in cui confluisce la gran parte di coloro che visitano questi luoghi; sembra quasi di fare un salto indietro nel tempo. L’elemento acqua è il principale attrattore di Annecy coi suoi canali che in origine erano tre e svolgevano tutti funzioni distinte: Le Grand Thiou riforniva la città di acqua potabile; il Notre-Dame irrigava i giardini degli edifici religiosi e il Canal du Vassé aveva uno scopo di difesa ed evacuazione di acque di scarico. Oggi questi canali rappresentano una delle caratteristiche più pittoresche della città creando suggestivi angoli in cui poter osservare (quasi vivere) l’atmosfera che si respira tra queste mura. Annecy è resa famosa in tutto il mondo per il caratteristico edificio che compare – come un biglietto da visita – alle porte d’ingresso del borgo antico: “Palais de l’Isle” o “Palais de l’Ile”, il monumento più fotografato della città. Simbolo indiscusso della città esso risalente al 1132, fu costruito su un’isola naturale alla biforcazione delle acque fluviali del Thiou; il palazzetto (somigliante alla prua di una imbarcazione) è un insieme di edifici comunicanti. Insolito edificio d’epoca medievale sorprende per le sue piccole dimensioni ed il suo caratteristico scorcio da cartolina.

Oltre alle varie chiese, cattedrali, torri, giardini, fontane, slarghi, portali e palazzi storici Annecy colpisce, soprattutto, per la sua edilizia urbana, bellissima e intrigante al tempo stesso. Maison de Chamoisy si evidenzia per essere un’abitazione della nobiltà locale tra la fine del Medioevo e gli inizi del XVII secolo. Accedendo attraverso il portale arricchito con modanature quattrocentesche in pietra, si raggiunge a un ampio cortile su cui si affacciano la casa e le strutture di servizio; attraverso un secondo portale, invece, i suoi abitanti riuscivano ad avere anche accesso diretto al fiume. La città, le montagne e il suo lago è anche interessata dal fascino di racconti popolari che narrano di leggende locali e di fantastiche (e immaginarie) creature che si tramandano nei ricordi dei più anziani. Una tra le più conosciute e importanti leggende locali racconta della mitica “creatura” conosciuta come “Dahu“, una sorta di gigantesca bestia che abita le circostanti montagne; si dice che essa abbia una zampa più corta dell’altra, il che le permette di affrontare i pendii ripidi per salire e scendere dalle montagne.

Considerato uno dei più incantevoli d’Europa, il Lago di Annecy è un vero gioiello della natura. Il suo panorama suggestivo e le sue acque color topazio invitano a tuffarsi in un ambiente da cartolina. Se in inverno il lago di Annecy colpisce per la sua atmosfera meditativa, in estate le sue sponde invitano a provare le numerose attività. Altra fantastica creatura leggendaria del lago è la “Fée des Eaux” (o Fata dell’Acqua), che si crede abiti i fondali del lago di Annecy; si dice che essa protegga il lago e i suoi dintorni, premiando chi tratta la natura con rispetto e punendo chi la inquina. Se si è alla ricerca di un luogo ove davvero il relax ha una sua “forma” compiuta, esso è Annecy, nell’Alta Savoia, in Francia. Nota per i suoi canali pittoreschi, gli edifici colorati e l’architettura medievale, Annecy offre una deliziosa miscela di bellezza naturale e fascino storico. Ecco per cui è un borgo che obbliga ad una visita approfondita e ad una piacevole sosta per i viaggiatori in cerca di esperienze memorabili. Il suo centro storico è un labirinto di stradine fiancheggiate da edifici colorati e singolari botteghe, oltre ad essere un privilegiato e ideale luogo per camminare, conoscere… ed esplorare! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

PRISHSTINA (Kosovo, Balcani): camminando attraverso una “TERRA di NESSUNO” nelle terre… di nessuno!

Siamo nell’attuale capitale dell’autoprolamatasi Repubblica del KOSOVO. Un ripetuto succedersi di scorci panoramici che offrono alcune tra le ambientazioni e i paesaggi più caratteristici dei Balcani fanno da cortina scenografica a questo spostamento. Si superano territori immensi che si perdono a vista d’occhio, profondi e interminabili canyon che s’aprono tra aspre e selvagge montagne ricoperte da copiose foreste, l’argenteo delle acque di incontaminati fiumi che scorrono fino a perdersi oltre l’orizzonte… e così ancora lande desolate ove s’aprono radure erbose che si alternano a leggeri altipiani si succedono a piccoli villaggi isolati e gruppi di case sparse che si perdono nella boscaglia. Sospesi tra gli 800 e i 1000 metri di altitudine in una valle solcata dal fiume Ibar, si varca la prima dogana (in uscita dal Montenegro) superando la frontiera e attraversando il Border post Spiljani (Гранични прелаз Шпиљани/Мехов Крш) entrando – per pochi chilometri – in una sorta di enclave di confine in Serbia (Srbija). La strada scorre lungo la sx orografica di un frastagliato lago Gazivoda Liqeni i Ujmanit (un bacino artificiale molto simile per ambientazione paesaggistica al lago del Pertusillo giù in Basilicata); da qui, un successivo posto di controllo di doganieri serbi dagli sguardi “sospettosi” che dopo aver controllato i nostri passaporti, consentono di attraversare la borderline ed entrare così in KOSOVO.

Questa parte di KOSOVO che confina con la Serbia, sembra essere un territorio sconosciuto a molti, estremamente remoto e isolato da tutto e da tutti. Bisogna davvero possedere l’indole del viaggiatore curioso per compiere un viaggio del genere e conoscere (per quel che oggi ne rimane) il Kosovo. Eppure questo territorio, grosso più o meno quanto l’Abruzzo, è lo stato più giovane del vecchio continente; autoproclamatosi indipendente dalla Serbia il 17 febbraio 2008 oggi esso è riconosciuto come stato indipendente da 113 paesi, inclusi 22 membri dell’Unione Europea, gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia e il Canada. Tuttavia, alcuni paesi non riconoscono l’indipendenza del Kosovo, tra cui la Serbia, la Russia e la Spagna. Qui sono ancora pochissimi i backpackers che inseriscono in un proprio viaggio il Kosovo; noi, lo abbiamo fortemente desiderato e voluto inserire nel nostro progetto di “TransBalcanica”. Qui i ricordi (le tracce e le testimonianze) della guerra sono ancora forti e oggi del Kosovo – praticamente – non si conosce quasi nulla. Il viaggio per raggiungere Pristina è ancora lungo ma si ha ancora tempo di poter andare alla scoperta, puntando lo sguardo oltre l’orizzonte, di questa terra rimasta ancora così grezza, aspra, martoriata e selvaggia al tempo stesso, prima che in molti se ne accorgano.

Da lontano compaiono gli enormi edifici, molti ancora in costruzione testimoniati dalle gru, della capitale kosovara PRISHSTINA, (in serbo Приштина, Priština). Raggiungiamo la città nel pomeriggio (il viaggio è stato davvero lungo) e, nonostante la stanchezza, il desiderio di poter conoscere, scoprire e visitare le sue peculiarità più caratteristiche, dopo una breve rinfrescata in hostel, rinvigorisce il nostro desiderio di continuare a camminare. In giro numerosi sono gli edifici nuovi, ma che nascondono alla vista ciò che resta degli anni appena trascorsi contrassegnati dalle violenze di una guerra che qui – proprio mentre camminiamo – ha lasciato ancora numerosi strascichi e questioni (civili, sociali, etniche e religiose) in sospeso. Tralasciando la parte storica che riguarda il recente passato degli ultimi 35 anni, dedichiamo il nostro interesse e il nostro tempo a ciò che i nostri occhi, ora, scrutano. Pristina è rimasta fortemente influenzata, come tutta l’area del Kosovo, dalla cultura albanese al punto tale che negli anni ‘80 – quando la ex Jugoslavia cominciò l’opera di “serbizzazione” annullando/ignorando le molteplici minoranze etniche che formavano la variegata popolazione di tutta l’area dei Balcani – fu una delle prime città a ribellarsi.

Gravemente danneggiata dalla feroce guerra civile, sul finire del XX secolo, dal 1999 cominciò una lenta e progressiva ricostruzione che però avanza ancora oggi in maniera intermittente.  La città ha una maggioranza di popolazione che si distribuisce tra le varie etnie come quella (la principale) albanese, mentre le più piccole sono le comunità di serbi, di bosniaci e di rom. Siamo all’altezza del Parlamenti Studentor i Universitetit të Prishtinës, tra la Cattedrale e la Biblioteca. Ma subito il nostro sguardo viene catturato dalla curiosa facciata della Biblioteca Nazionale del Kombëtare e Kosovës “Pjetër Bogdani”. Progettato negli anni ’80 dall’architetto croato Andrija Mutnjakovic, emblema dell’architettura socialista jugoslava, la struttura è formata da enormi cubi di cemento e vetro, ricoperti da cancellate artistiche (una sorta di gigantesca rete metallica) che formano geometrie simili a un ricamo che ricopre l’intero edificio, oltre alle sue 99 cupole di vetro tutte diverse per forma e ampiezza. Varcata la soglia si ammirano collezioni di libri che narrano la cultura e la millenaria storia del paese, oltre a sale di lettura, sale per assemblee e depositi che contengono documenti come quelli della NATO.  

Fuori fa molto caldo ed il vento che sferza sulla spianata non favorisce la tanto desiderata frescura. Senza un attimo di esitazione subito il nostro sguardo punta gli occhi al margine di questo immenso catino di prato verde – a meno di 100 metri dalla Biblioteca – verso un edificio dalle vaghe linee stilistico-architettoniche che si rifanno a un luogo di culto, compare la mai finita (incompleta) chiesa di confessione serbo/ortodossa dedicata a Cristo il Salvatore (che nei piani di Milosevic sarebbe dovuta diventare l’edificio religioso più grande del Paese). Secondo i piani del dittatore serbo Milošević, questa sarebbe dovuta diventare la chiesa più grande di tutto il paese, ma a causa dello scoppio della guerra la sua costruzione non è mai stata portata a termine. Spostandosi verso il centro si raggiunge il viale Xhorxk Bush (George Bush) e prendendo in lieve discesa verso ovest lungo un successivo viale chiamato “curiosamente” Garibaldi, si giunge in vista del singolare monumento artistico del “neonato”: il NewBorn, innalzato il 17 febbraio 2008 (giorno della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo dalla Serbia). Proprio di fronte ad esso campeggia il Monumento Heroinat (in albanese: Memoriali Heroinat), un’imponente statua che ricorda il volto di una donna composto da ventimila spille in metallo, eretta in memoria delle circa 20.000 donne che hanno subito violenza sessuale durante la guerra del Kosovo del 1998/1999.

Eretto il 12 giugno 2015, il disegno simboleggia sia la sofferenza individuale che la resilienza collettiva. Il Kosovo resta, comunque, un paese ancora giovane, anzi giovanissimo (l’età media è di 25 anni), con una storia importante alle spalle e un futuro spesso incerto. Ma com’è Pristina, oggi, quasi venti anni dopo la fine di una guerra, e della precedente pulizia etnica voluta dall’allora presidente serbo Slobodan Milošević contro la popolazione locale albanese, che ancora aspetta giustizia e rispetto? Oggi dei serbi, in città, sono rimasti in pochi. Al termine del conflitto, molti di loro hanno deciso di abbandonare le proprie abitazioni e sono ritornati in Serbia, impauriti soprattutto dalle azioni di vendetta perpetrare della controparte albanese e – cosa ancor più cruenta nelle guerre di matrice etnica – contro i presunti crimini commessi dall’organizzazione “UCK”, l’esercito di liberazione del Kosovo, ai danni dei civili serbi. Non c’è da preoccuparsi se malauguratamente ci si perde tra gli enormi grattacieli in costruzione, i lunghi viali alberati e quel dedalo di viuzze nascoste dalle nuove skyline che nascondono la città vecchia di Pristina, perché qui, se capita di chiedere un’informazione ai passanti (soprattutto giovani) per strada, c’è sempre qualcuno disposto ad accompagnarvi di persona fino alla destinazione desiderata.

Si incontrano molti giovani per la città e – parlando un po’ con loro (capiscono benino la lingua italiana) – hanno tutti, indistintamente lo stesso sogno nel cassetto: quello di poter viaggiare liberamente, passaporto alla mano, come i loro coetanei europei. Ma purtroppo oggi il Kosovo è l’unico paese dei Balcani i cui cittadini debbono necessariamente possedere un visto per potersi spostare nell’Unione Europea. Il nostro vagabondare continua ora spostandoci nuovamente verso il centro fino a raggiungere l’imbocco del “cuore pulsante” della capitale kosovara: il Bulevardi Madre (Nënë) Tereza, un ampio e lunghissimo viale pedonale attorno al quale si diramano un interminabile dedalo di viuzze dove cui – nel corso del tempo – sono spuntati come funghi ristoranti, pub e caffè alla moda. Il viale è corredato dalle bandiere kosovare che si alternano a quelle degli Stati Uniti. Ciò spiega l’enorme attaccamento, quasi una filiazione, che lega il popolo kosovaro agli USA. Qui, è dal 1995 che grazie al presidente Bill Clinton (di cui c’è una statua) che a Daytona s’impegnò in prima persona a formulare i termini per un accordo di pace tra serbi e kosovari, è tutto un ossequioso e perpetuo ringraziamento verso l’amministrazione americana per quei risultati raggiunti e sanciti nella cittadina statunitense.

Comincia a far tardi ed il sole, lentamente, si avvia a calare sull’orizzonte. Ma prima di gettarci tra le braccia di Morfeo, non ci resta altro che far visita ad un altro importante monumento che caratterizza questa capitale: la Concattedrale (Katedralja Nënë Tereza), un edificio modernissimo (77 metri di lunghezza per 42 di larghezza), costruito negli anni 2000. Questa è la chiesa più grande del Kosovo ed è l’edificio più grande della città, dedicata a una santa cattolica: Madre Teresa di Calcutta, nata in Albania nel 1910 dal nome Anjezë Gonxhe Bojaxhiu. Basti solo pensare che la presenza dei cattolici qui in Kosovo sfiora appena il 2% della popolazione; è comprensibile quindi capire perché la costruzione di questa chiesa così grande non è stata ben accolta dalla restante popolazione. Prishtina a tutt’oggi, e a distanza di anni dalla fine di quei tragici eventi bellici, resta una zona off-limits e sotto stretta sorveglianza per la presenza delle forze della KFOR in seno alla NATO; esse testimoniano questa particolare realtà che si pone in bilico tra un’apparente normalità vissuta dalla popolazione e l’incertezza, da parte delle amministrazioni governative kosovare, per un ritorno dei violenti scontri fra etnie che potrebbero paventarsi in un futuro a tutt’oggi ancora così incerto.

I rapporti tra Belgrado e Prishstina comunque rimangono ancora tesi e molte questioni sono ancora prive di soluzioni. Nonostante la pace, le tensioni tra le comunità serba e quella albanese sono ancora presenti, e la questione dello status del Kosovo rimane, purtroppo, una “ferita” ancora aperta. Nonostante un negoziato per la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi sia in corso dal 2013 le posizioni di Belgrado e Pristina restano ancora lontane e la Serbia non ha mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, proclamata unilateralmente nel 2008. Allo stesso modo Russia e Cina continuano a non riconoscere il governo di Pristina e in più di un’occasione, recentemente, sono tornate a condannare l’intervento della NATO in Serbia: nel 1999 l’alleanza militare occidentale lanciò una campagna di bombardamenti nella Jugoslavia di Slobodan Milosevic nel tentativo di fermare l’assalto delle truppe di Belgrado contro i kosovari di etnia albanese che combattevano per la propria autonomia. Fatte queste riflessioni concludiamo il nostro girovagare per il centro di Pristina poichè il sole è già tramontato oltre l’orizzonte delle lontane montagne: domani, fortunatamente, continueremo il nostro viandare attraverso le terre balcaniche… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

BUDAPEST (Magiari, Hungary): a spasso per la romantica, regale e aristocratica “Buda”

BUDAPEST, da sempre capitale dell’Ungheria, della terra dei Magiari e dell’antica Pannonia; le sue sponde che s’affacciano sul Danubio sono state dichiarate Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. La città, nella sua parte più antica, si estende ai piedi di verdeggianti colline (BUDA) di natura calcareo-dolomitica, distribuite sulla destra orografica del fiume, e di immense pianure ove sorge la moderna e vivace Pest; tra le due “parti”, al centro del fiume, si estende la Margitsziget (isola Margherita), autentica oasi e polmone verde della città, mentre le sponde vengono unite dal collegamento di ben otto ponti. Tra le principali etnie che ogni anno, a milioni, raggiungono le “reali” sommità di Buda si contano: al primo posto gli italiani (sparsi in ogni angolo della città); seguiti immediatamente dagli ispanici e dagli orientali (suddivisi tra giapponesi e coreani).

Dal Ponte di Margherita, al centro del fiume, ha inizio il nostro vagabondare per questa splendida città. Se Pest cattura per la sua vivace e frenetica vitalità, Buda subito ci attrae per la sua compostezza. Appena approdati a Buda, seguiamo la principale arteria di Margit körút (Viale Margherita) che in lieve pendenza ascende fino alla spianata di Moszkva ter, ove si concentra la maggior parte del flusso pedonale dei turisti in transito. C’è la possibilità di poter prendere un bus di trasporto pubblico locale ma noi, hiker e backpacker nel dna, preferiamo – naturalmente – raggiungere la Fortezza a piedi. Risalendo la Várfok utca si giunge alla sbarra d’accesso che immette nei quartieri della Fortezza, presso l’antico varco d’accesso di Bécsi kapu tér (la Porta di Vienna), a nord dell’altura.

Questa imponente elevazione calcarea domina, dall’alto dei suoi 60 metri d’altezza sul fiume, tutta la città, e risulta essere l’emblema storico e artistico che rappresenta l’essenza stessa della capitale. Seguendo il flusso pedonale che porta al centro della spianata, lungo la via Táncsics Mihály caratterizzata da edifici in puro stampo gotico e rinascimentale con spiccati richiami alle fattezze plastico/decorative della Serenissima, si perviene nella piazza su cui svetta, a sinistra, l’imponente facciata in stile gotico della Mátyás Templom (Cattedrale di Mattia) detta anche Chiesa dell’Assunta, il più importante edificio sacro della capitale, fulcro principale della Várhegy (collina della Fortezza) che riassume – nella sua evoluzione storica – i momenti salienti dell’intera città; in questa cattedrale fu incoronato, nel 1309, Carlo Roberto d’Angiò.

Alle spalle della Cattedrale compare la suggestiva skyline di Halászbástya, il famoso “Bastione dei Pescatori” che ruota intorno alla statua bronzea equestre di Re Stefano I, fondatore dell’impero magiaro. Singolare composizione architettonica di fattezze militari, i Bastioni furono realizzati in puro stile neo-romanico, con l’intreccio e l’accavallarsi di torrette, balaustre, camminamenti è gradoni; essi offrono al visitatore la possibilità di potersi affacciare e godere dello spettacolare panorama sulla città di Pest. I Bastioni furono eretti, poco più di un secolo fa, nel luogo che – secondo la tradizione – ospitava il mercato ittico, oppure in seguito alla difesa della corporazione dei pescatori per contrastare gli assalti alla Fortezza.

Lasciata questa prima parte della collina fortificata, il viale principale ci porta alla successiva spianata panoramica, la cosiddetta Dísz tér (Piazza d’Onore) ove avvenivano le principali manifestazioni (parate militari ed esecuzioni) e la successiva Szent György tér, con un palazzo (il Sándor Palota) presidiato da guardie armate che si danno il cambio al rullo di tamburi; piazza da cui s’impenna la poderosa mole del Palazzo Reale (monumentale complesso architettonico originato dall’accostamento di più edifici) in cui sono ospitati una Galleria Nazionale ed un Museo e che domina il paesaggio magiaro visibile da chilometri. Spostandosi al margine dei bastioni meridionali, presso il torrino del Buzogany torony, una gradinata scende fino a raggiungere l’imbocco dell’Erzsébet híd (Ponte di Elisabetta), sotto la rupe della Cittadella.

Budapest è quella città su cui il meteo può compiere tutte le bizzarrie che vuole, presentandosi al mattino col cielo azzurro ed il sole e, nel volgere di poche ore, catapultare la situazione offrendo un cielo plumbeo, umido e carico d’acqua. Dal ponte parte una monumentale gradinata che risale per le boscose pendici della Cittadella. Ogni metro superato, ogni siepe lungo lo scosceso sentiero che collega la parte bassa con quella alta di Buda, il giorno cede lentamente il passo all’imbrunire e le ultime luci diurne accolgono le prime ombre della sera restituendo una suggestiva skyline da fiaba lungo le sponde fluviali. Qui il sentiero – con vialetti e gradinate – lascia scorgere, volgendo lo sguardo all’indietro tra i rami e i cespugli, alcune tra le più belle e suggestive visioni panoramiche sull’intera città, con le anse del Danubio.

I ponti, i monumenti e gli edifici principali tutti illuminati in un fantasmagorico gioco fatto di luci e colori che cattura l’attenzione (e le emozioni) in un’aurea di magia, fantasia, stupore… meraviglia! Il sentiero raggiunge la spianata della Cittadella proprio sotto l’imponente statua della Szabadság Szobor, il monumento della “liberazione” dedicato a tutti i martiri caduti per la democrazia e la libertà dell’Ungheria dall’oppressione sovietica. Ovunque gli occhi posano lo sguardo sull’orizzonte è tutto un alternarsi di scenografiche skyline che esaltano il fascino di questa città davvero unica, di questa capitale che si lascia conquistare come una bella donna, riservata quanto basta, eccentrica e vivace nei momenti di festa. Szia Pest… viszontlátásra Buda… Köszönöm…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Etna (CT, Sicilia): “Walking on the Moon”… camminando sulle polverose piste di lava

Contemplare l’immenso camminando semplicemente sul ciglio di un vulcano ha un qualcosa di veramente incredibile. Altra esperienza unica, da provare sicuramente, è quella di camminare all’interno di un cratere; e il Silvestri si presta bene a questa esperienza. Il luogo è decisamente suggestivo e ciò permette di entrare in stretto contatto con gli aspetti più crudi della natura; pareti rocciose con cromature che vanno dal grigio più cupo al rosso più brillante, i rari cuscini di erba (dal giallo più acceso al verde più intenso) che attecchiscono lungo le pareti interne alla caldera poi, donano quel tocco di vivacità che rendono meno aspro il paesaggio circostante. Camminare all’interno dei crateri offre delle sensazioni forti; anche tutto il contesto non è da meno, sembra quasi di essere su di un altro pianeta, sembra di essere su Marte.  Sicilia, pendici meridionali del più grande (e attivo) vulcano d’Europa, l’ETNA, siamo intorno ai 2000 metri d’altezza e, raggiunti una volta questo luogo, non si ha che da scegliere quale esplorazione del vulcano si desidera compiere. Si opta per i “Silvestri” e si può decidere se visitare il Cratere Superiore (con una salita ripida e scivolosa) oppure quello Inferiore, adatto a tutti. Entrambi si sono formati in seguito all’eruzione del 1892 che durò 173 giorni e percorse circa 7 chilometri. Parti integranti di un ambiente di straordinario valore paesaggistico e naturalistico, si tratta probabilmente dei crateri più noti (e frequentati) dell’Etna poiché essi si trovano nei pressi dell’area del Rifugio Sapienza e nelle vicinanze della Funivia dell’Etna.

Giungendo da una terra che ruota tutta intorno al vulcano più famoso al mondo, il Vesuvio, quella “Campania Felix” che ha ricevuto tanto dalle eruzioni e dai fiumi/fontane di lava e lapilli del “Sommo” non potevamo farci mancare una visita, anche se per una breve escursione, al fumaiolo gigante d’Europa per eccellenza: l’Etna, laggiù, al centro del Mediterraneo. Il poco tempo a disposizione (mezza giornata) ci ha comunque permesso di conoscere l’immensità di questo vulcano e di esplorare alcuni suoi crateri “minori” sorti – durante il corso degli anni – lungo le sue pendici in seguito alle ripetute eruzioni che qui avvengono da sempre. L’Etna è imponente, simile a una donna che ti affascina e, al tempo stesso, si infervora con un temperamento spesso irrequieto. Una esplorazione lungo le pendici dei crateri “Silvestri” (solidificatisi in seguito all’eruzione del 2001) consente di avvicinarsi a quello straordinario mondo che è il “fuoco della Terra”; un sentirsi immediatamente catapultati in un altro mondo, attraverso una inedita dimensione spazio/temporale. La natura del vulcano qui – ai crateri “Silvestri” – ha modellato montagne, creato valli, sprofondato in antiche voragini, offrendo panorami tali da mozzare il fiato per l’incredibilità dei paesaggi che riescono ad offrire, tali da farci sentire piccoli, minuscoli in un ambiente da sempre ostile all’uomo, inquietante, quasi da togliere il fiato! L’Etna è sicuramente una formidabile e incredibile “macchina geologica” a cui la fantasia popolare ha, da sempre, accostato poteri e magie “soprannaturali” generando miti e leggende.

L’immaginazione popolare, sempre impotente di fronte a fenomeni del genere che non riescono a comprendere, ha sempre accostato tali fenomeni a forze trascendentali e a poteri soprannaturali. Uno tra i primi miracoli attribuiti all’intervento di santi per osteggiare tali e violenti fenomeni naturali viene ricordato il 5 febbraio dell’anno 253 l’anno successivo al martirio di Agata a Catania. Avvenne che vedendo avanzare il fiume di lava verso la città etnea, gli abitanti stesero sul fronte della colata il velo che copriva il sepolcro di Sant’Agata; ciò divise la colata e la lava si fermò. Dall’insolito titolo – la “salita della capra” – che identifica i “crateri Silvestri” gli scarponcini si immergono, arrancando lungo il pendio, in un terreno roccioso e completamente rosso (rocce laviche solidificatesi). Da qui è possibile compiere una breve salita ad anello, lunga appena 1 km, ma – credeteci – ne vale davvero la pena, soprattutto per i panorami che si riescono a godere. La non difficile salita, solo in apparenza erta e dura perché composta da roccia smossa, impone di salire a passo lento, piano e quasi fermi. Giunti finalmente sul ciglio del cratere, sin da subito offrono l’idea di ritrovarsi in un ambiente lunare; alle spalle l’Etna è potente, magico, uno dei luoghi più iconici della Sicilia nel mondo. Salendo fin quassù (lungo la strada è ben visibile una casa parzialmente ricoperta dalla lava), ad eccezione delle poche costruzioni (rifugio, stazione della funivia e baracche comprendenti negozietti di souvenir e ristorazione) è un deserto.

Qui la natura sembra molto accostarsi a un paesaggio irreale ove la vegetazione scompare fino a diventare quasi un panorama lunare circondati da niente altro che lava. Si può camminare per ore vedendo solo lava e crateri. La bellezza del posto è incredibilmente spettacolare; dal ciglio dei “crateri Silvestri” lo sguardo abbraccia tutta la costa orientale della Sicilia mentre, alle nostre spalle verso nord, il “gigante” (mai addormentato) Etna sbuffa col suo ciuffetto di fumi e vapori. Contemplare l’immenso camminando semplicemente sul ciglio di un vulcano ha un qualcosa di veramente incredibile. Altra esperienza unica, da provare sicuramente, è quella di camminare all’interno di un cratere; e il Silvestri si presta bene a questa esperienza. Il luogo è decisamente suggestivo e ciò permette di entrare in stretto contatto con gli aspetti più crudi della natura; pareti rocciose con cromature che vanno dal grigio più cupo al rosso più brillante, i rari cuscini di erba (dal giallo più acceso al verde più intenso) che attecchiscono lungo le pareti interne alla caldera poi, donano quel tocco di vivacità che rendono meno aspro il paesaggio circostante. Camminare all’interno dei crateri offre delle sensazioni forti; anche tutto il contesto non è da meno, sembra quasi di essere su di un altro pianeta, sembra di essere su Marte. Quella dei “crateri Silvestri” sono – a nostro modesto parere – la parte più suggestiva dell’Etna. Sarà la tipica e sparsa vegetazione “a chiazze”, che spunta dalle ruvide rocce, molto simili a licheni (un esperto in botanica saprebbe certo dire di quali piante si tratta) che ricopre i pendii dei crateri.

Sarà l’atmosfera, magica e irreale al tempo stesso, una sensazione un po’ fatata che si genera quando le nuvole di foschia cominciano ad abbassarsi e a ricoprire i crateri, sarà il luogo in sé, ma questa dei “crateri Silvestri” è – senz’altro – una delle zone più belle e suggestive del vulcano perché offre la possibilità e l’emozione di entrare e camminare all’interno di queste enormi caldere (la parte interna dei crateri) ormai non più attivi e con le pareti dalle diverse colorazioni; il panorama nelle giornate senza umidità e nuvole è spettacolare. I “Silvestri” sono splendidi crateri circolari perfettamente conservati e modellati nel tempo. Qui si avverte subito l’idea di che cosa sono le bocche dei vulcani; la vista, poi, è bella su tutte le colate circostanti. Quello più basso è accessibile in modo semplice dalla strada principale, per visitare quello superiore, invece, occorre compiere una salita a piedi su sabbia lavica, fine e scivolosa, per circa mezz’ora, ma poi la vista da lassù e il contesto naturale in cui ci si immerge, ripagano dello sforzo compiuto. I “nostri” crateri consentono di conoscere da vicino le asperità di un vulcano come l’Etna, così ricco di crateri come questi, da dove un tempo sgorgavano lapilli e fiumi di lava. Calarsi al loro interno, sfiorando con le mani la prepotenza della natura vulcanica, si avverte la forza e la bellezza di come “Gaia” è sempre in continua evoluzione. Anche nelle più calde e soleggiate estati salire quassù è doveroso proteggersi adeguatamente dal freddo, poiché ci si trova pur sempre in alta montagna ed inevitabilmente si è esposti ai forti venti che colpiscono questa zona della Sicilia. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

FAMAGOSTA (Gazimagusa, Cipro), le mille contraddizioni di una città turco-cipriota

Non puoi dire di essere stato a Cipro se non hai camminato tra le bellezze storiche, artistiche e architettoniche di questa città, nonchè lanciare uno sguardo ai suoi quartieri abbandonati, per capire – da vicino – le incomprensibili divisioni di un territorio conteso da anni. FAMAGOSTA è, soprattutto, la città più incredibile dell’isola. É impossibile evitare di rimanere incantati dalla sua magnifica bellezza. Fra i tesori in essa custoditi si evidenziano: l’immensa cattedrale gotica con un minareto in cima, decine di straordinarie chiese tutte dirute e in completo stato di abbandono, un quartiere fantasma. In questa città il tempo si è fermato al 1571 l’anno in cui, dopo un assedio di dieci mesi, i duecentomila soldati di Lala Mustafa Pascià sconfissero gli ottomila soldati dell’esercito veneziano e greco, agli ordini di Marcantonio Bragadin. Numerose sono le rovine di chiese bizantine sparse nel centro storico; molti dicono che fossero almeno 100, altri ancora narrano che un edificio di culto fosse stato eretto per ogni giorno dell’anno, tanto da renderla una città ricca, magnifica, tale da renderla uno dei gioielli del Mediterraneo. La città, molto eterogenea, presenta una varietà di edifici di culto dalle molteplici confessioni: cattolici, ortodossi e armeni, oltre a cappelle di principali ordini militari.

Per secoli fu crocevia obbligato nello scambio di merci tra Oriente ed Europa, divenendo così la più ricca città del Mediterraneo. Famagosta, dal 1489, divenne la principale roccaforte dei Veneziani sull’isola e fu qui che i maggiori lavori di fortificazione difensiva vennero concentrati. La conquista turca nel 1571 modificò il destino di Famagosta. Dal 1974, poi, a causa degli scontri militari tra greco-ciprioti e turco-ciprioti, durante quei pochi giorni di battaglia Famagosta si ritrovò a pochi chilometri dalla linea di confine. Il suo centro storico si evidenzia tra abbazie dirute e chiese trasformate in moschee. Avvicinandosi alla città, per accedere nel suo fulcro principale e conoscere alcuni tra i suoi principali monumenti, si transita dalla “Porta di Terra”; sulla sinistra, verso il mare, compaiono i possenti bastioni della “Torre di Otello”, mentre a destra – nelle adiacenze di un crocevia – in una sorta di catino prativo si ergono gli spettrali ruderi della “Latinlerin St. George Kilisesi”, la Chiesa di San Giorgio dei Latini, prima chiesa parrocchiale cattolica di Famagosta, classico esempio di architettura tardo-gotica, costruita verso la metà del XIII secolo; per la sua costruzione furono utilizzati materiali giunti dalle rovine della vicina Salamina. La sua distruzione avvenne tra il 1570-1571 durante l’assedio turco della città e ciò che oggi resta delle mura (le caratteristiche monofore), evidenziano quel grande esempio di architettura sacra del primo gotico.

Osservando da vicino alcuni suoi particolari stilistico-decorativi si scorgono: colonne sottili incorporate alle pareti, con una elaborata manifattura di figure religiose o stemmi gentilizi; un gargoyle inciso a forma di monaco con la bocca aperta, probabilmente usato per drenare l’acqua dalle pareti, e un leone che divora un agnello. Dopo poche decine di metri si giunge nella piazza principale su cui si staglia, in tutta la sua magnificenza, la Cattedrale di San Nicola, oggi Moschea di Lala Mustafa Pascià. Edificata tra i 1298 e il 1326 è la più grande cattedrale gotica esistente a Cipro e la sua facciata venne realizzata su modello della chiesa di Reims; il minareto aggiunto sulla torre campanaria sinistra determina la sua trasformazione in moschea. Considerata il più grande edificio medioevale della città, nel 1954 fu intitolata al Gran Visir albanese Lala Kara Mustafa Pascià comandante delle forze ottomane contro i Veneziani a Cipro. L’imponente struttura, oltre alla monumentale facciata, offre un interno (consentita la visita anche ai non musulmani, purchè scalzi) davvero incredibile: la struttura ha mantenuto i suoi lineamenti gotici, con finestre trilobate e grandi vetrate, ma spogliata di tutti gli arredi che la consacravano cattolica; una serie di sette enormi pilastri; vari mosaici; una pavimentazione in legno (lievemente rialzata dall’originario calpestio) è stata ricoperta da enormi tappeti con scritte in arabo.

Niente altari, niente nicchie, ma solo l’importante presenza di elementi tipici dell’islamismo, tra cui spicca – su tutto – il singolare “Miḥrᾱb” una sorta di pulpito con scala che indica la direzione della Mecca, sostanzialmente la “Via del Cuore” verso l’Islam. A poche decine di metri, sul lato opposto alla facciata della moschea, si scorgono le arcate e le colonne di sostegno di quello che fu Палаццо-дель-Проведиторе, il Palazzo del Provveditore (o di Lusignano); davanti ad esso si ergono due colonne dove la tradizione vuole che vi fu legato, torturato e crudelmente ucciso il comandante veneto Bragadin. …Le colonne e i capitelli che compaiono qui sono state tutte portate da Salamina; secondo la tradizione, il sarcofago che compare presso gli archi di facciata, conteneva il corpo di Afrodite, mentre sopra l’arco centrale è ben visibile lo stemma di Giovanni Renier, capitano dell’esercito cipriota nel 1552. Ancora pochi metri e si erge la St. Peter Ve St. Paul Katedrali Kiliseler (cattedrale gotica di Pietro e Paolo) o di Sinàn Pashà, costruita a metà del XIV secolo coi soldi del mercante siriano Simon Nostrano, che donò parte del ricavato di un buon affare avuto a Beirut. Coi turchi, la cattedrale fu ricostruita e trasformata in una moschea, dedicata alla figura dell’ammiraglio Ottomano Sinàn Pashà all’epoca di Solimano I detto il “Magnifico”.

Sotto il dominio britannico (1914-1934), la Moschea e il minareto furono chiusi e per molto tempo l’edificio sacro venne utilizzato come magazzino, ecco da cui il nome non ufficiale di “moschea del grano“. Solo molto più tardi, nel 1964, quando Cipro divenne uno stato indipendente dal Regno Unito, la moschea fu trasferita alla biblioteca cittadina. Non si va via da Famagosta se non si compie almeno una capatina tra i palazzi abbandonati del quartiere “fantasma” di Varosha. Qui, nell’agosto del 1974, di fronte all’avanzata dell’esercito turco dal nord dell’isola, gli abitanti fuggirono e l’esercito turco prese possesso della città. Varosha oggi è deserta e camminando per le sue strade si avverte quel senso di tristezza, quasi inquietante, che permea l’atmosfera della città; ancora oggi, a 40 anni da allora, edifici, negozi e case sono rimasti immutati nel tempo con la polvere che si sovrappone alle macerie. Molti palazzi hanno i vetri sfondati con le pareti bucherellate dai colpi dei proiettili di artiglieria e stanno cadendo a pezzi; tutti stabili disabitati, come fantasmi fermi dal tempo in cui gli abitanti abbandonarono frettolosamente la zona; recinzioni di filo spinato e fusti di latta ricolmi di sabbia bloccano il passaggio e impediscono a chiunque di entrare in tutta la zona.  A pochi chilometri dalla linea (Green-Line) di confine tra le due parti, quest’area oggi è sotto il diretto controllo delle forze dell’ONU e dell’esercito turco. Il lato più triste della divisione dell’isola è tutta racchiusa qui: assurdi fantasmi del passato e monumenti alle incomprensibili idiozie che scatenano le guerre! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SINAI (Jabal Mūsā/Gebel Musa جبل موسى, Egypt): ascesa notturna ed alba sulla “sacra” montagna per rinnovare la propria “dimensione terrena” al cospetto del Creato.

La Penisola del Sinai, in Egitto, è un ponte naturale – quasi uno spartiacque – sospeso tra l’Africa e l’Asia, un triangolo (dal vertice rovesciato) completamente ricoperto da deserto e roccia; luoghi che hanno visto, per millenni, il transito di profeti, eserciti, pellegrini e commercianti. Con ancora le immagini rimaste impresse per anni dopo aver visto quel capolavoro hollywoodiano dei “10 Comandamenti”, mi affascinarono le riprese dei luoghi facendo una promessa a me stesso: quella che un giorno avrei raggiunto e – magari – salito su quella biblica montagna: il SINAI Volendo paragonare l’ascesa al monte Sinai ciò che ad esso si avvicina rappresenta un misto tra percorsi dolomitici e sentiero degli Dei in costa d’Amalfi: roccia, panorami, incredibili pendenze, orizzonti, luoghi in cui l’anima raccoglie il meglio che la natura circostante offre e, per il Sinai, qualcosa di molto più profondo, quasi ancestrale che riporta indietro nel tempo i nostri pensieri e rende unici quei numerosi flashback che hanno determinato l’esistenza di ognuno, perché l’uomo quando ascende alle montagne non compie solo uno sforzo fisico ma contempla il fascino del vuoto come qualcosa di ascetico, che lo avvicina al “divino”. La storia del Sinai è indissolubilmente legata alla sua posizione strategica “di passaggio”; una particolare zona cuscinetto di vitale importanza contro le invasioni asiatiche. Gli egizi chiamavano questa montagna Mafkat (cioè “Terra del Turchese“) per la presenza delle preziose miniere che lo contengono. Le origini storiche di questa montagna si perdono nella notte dei tempi. Il nome della montagna ha un’origine che affonda le proprie radici in antichissime lingue e attraverso le diverse tradizioni religiose che l’hanno resa unica.

La montagna, conosciuta come “Sin” antica divinità lunare della Mesopotania, ad essa si affianca anche una origine botanica derivante dall’ebraico “Seneh” che significa “rovo” o “cespuglio spinoso“. Mentre per la matrice araba la montagna assume – per le tribù beduine Jabaliya il nome di: “Jebel Musa” che – letteralmente – significa “La Montagna di Mosè“. Essendo il massiccio montuoso un crocevia tra Egitto, Israele e Giordania, la sua storia viene costellata da episodi bizzarri, da scoperte fortuite e impensabili “miracoli” moderni. Secondo la tradizione biblica dell’Esodo, fu qui che Mosè ricevette le “tavole” dei Dieci Comandamenti scolpite direttamente dalla potenza di Dio. Questo ha reso per sempre la penisola un luogo sacro punto di riferimento per le tre maggiori fedi monoteistiche di ebrei, cristiani e musulmani. Il Monastero di Santa Caterina, che giace ai piedi del monte, è uno dei più antichi monasteri cristiani ancora attivi. Un particolare fenomeno meteorologico sulla cima del Sinai ha spaventato più di un pilota; a causa della composizione granitica della roccia e dell’aria estremamente secca del deserto, la cima può accumulare una forte carica elettrostatica. Dopo un viaggio nella notte di oltre 200 km attraverso il nulla, aver superato tre check-point della Polizia Egiziana per il Turismo per il controllo del veicolo (con il metal detector) e dei passaporti, e dopo meno di 4 ore da Sharm el-Sheikh finalmente si raggiunge il Monastero di Santa Caterina (دير سانت كاترين). Qui, un ulteriore controllo e verifica dei documenti, e si versa una tassa per entrare all’interno dell’area della montagna sacra del Sinai. Nonostante il sentiero sia ben tracciato e frequentato, non è consentito avventurarsi in solitaria per diverse ragioni che mescolano sicurezza e regolamentazioni locali; le autorità egiziane impongono che l’escursionista (singolo o in gruppo) sia accompagnato da una guida beduina autorizzata.

Anche se il sentiero non è tecnicamente difficile, l’ascesa avviene spesso di notte per vedere l’alba. Le temperature possono scendere sotto lo zero e l’orientamento, al buio, può diventare complicato. Il sistema delle guide è gestito dalla tribù dei Jabaliya, che custodisce la montagna da secoli; è il loro principale mezzo di sussistenza. Superati l’ultimo controllo (da poco è superata la mezzanotte) si entra, finalmente, sul sentiero Siket El Bashat (Il Sentiero del Cammello) che porta fino in cima al monte Sinai. Questo sentiero (il “Camel path”) è il tratto più lungo per la cima e, sicuramente, il più dolce. Gli ultimi fari che illuminano il Santuario sono ormai alle nostre spalle, e i nostri passi – lentamente – si lasciano avvolgere dal buio più cupo. Lassù, in alto, brilla un cielo stellato che non ha eguali; lontani da ogni fonte di luce artificiale, qui la volta celeste si presenta con tutta la sua magnificenza di costellazioni e raggruppamenti di stelle: per gli appassionati si scorgono – in tutta la loro luminescenza – il Grande Carro (Orma Major), la Stella Polare, la costellazione (e “cintura”) di Orione, la costellazione del Cigno, qualche ramificazione/striscia della famosa Via Lattea e tante altre ancora stelle, costellazioni e pianeti. Camminiamo in compagnia di Eid-Mysha, la giovane guida beduina che ci è stata assegnata e, senza la fretta che sembra coinvolgere tutta la massiccia presenza di gruppi escursionistici organizzati, con lui stabiliamo una sorta di tabella di marcia per solo noi. Poco alla volta il sentiero comincia a procedere con una pendenza che si eleva gradualmente e – senza accorgersene – si superano anche una lunga serie di tornanti; il tutto avvolto nel più incredibile buio che abbiamo mai vissuto in natura. Si continua a salire per circa 3 ore; lungo questo “sentiero del cammello” – collocate in strategiche posizioni lungo l’ascesa al monte – compaiono (sono ben 6) diverse “capanne” beduine erette, senza la malta, su basamenti in pietra locale e dalle coperture con intreccio di palificazioni in legno, enormi sacchi di juta, e pesanti coperte ricavate dalle pelli di cammello; oltre a una piacevole soste per prendere fiato, presso queste si vendono tè caldo, snack e noleggiano coperte di cammello per ripararsi dal grande freddo.

Senza la luce lunare, il cielo del Sinai è uno tra i più bui e stellati di tutto il pianeta: la visibile Via Lattea è talmente così nitida da far restare senza fiato; questo insolito aspetto – tra stupore e meraviglia – viene raccontato dalle guide beduine come una esperienza che i Jabaliya chiamano la “Luce del Deserto“. Attraversare le gole di queste montagne, superare il ciglio di baratri e profondi dirupi senza alcuna possibilità di distinguerli al buio, rende questa montagna un luogo unico al mondo, un po’ come essere sospesi in un limbo tra cielo, terra e leggenda. Il Sinai non è solo una sfida fisica o una meta turistica; esso un luogo dove la terra ti parla di 600 milioni di anni fa, la Storia ti racconta di profeti e imperatori e la Tribù dei Jabaliya ti mostra come si possa vivere in armonia con una terra aspra, durissima ma sempre magnifica. Dialogando con Eid-Mysha, la nostra guida, scopriamo incredibili storie locali davvero fuori dal tempo e, sicuramente, mai scritte in alcun libro/guida. Egli ci fa comprendere che i beduini non sono affatto nomadi: per definizione, essi non lasciano città o templi di pietra che gli archeologi poi possono scavare facilmente. Quel che rende l’ascesa ancor più bella e suggestiva, è quella che si sta salendo su una montagna che per milioni di persone è – probabilmente – il “centro del mondo”, indipendentemente dal proprio credo religioso, indipendentemente dalle diverse colorazioni di pelle, indipendentemente da quale più lontano luogo si proviene ma, soprattutto, indipendentemente da ciò che indicano le mappe. Ad una prima impressione, provando un po’ ad interpretare la natura circostante, si avverte di come il paesaggio granitico e imponente “sembra” davvero quello descritto nella Bibbia o visto nelle interpretazioni cinematografiche. Per i Jabaliya (ma lo stesso vale anche per i monaci giù al Santuario di Santa Catherina), il dibattito sul senso e sul significato “sacrale” di questa montagna non esiste. Per tutti loro, la terra che stiamo calpestando con le nostre pedule lungo questo sentiero, è considerata – a tutti gli effetti – come una terra sacra. Durante la salita non è raro che le guide beduine possano indicare e mostrare “l’impronta del Cammello di Mosè” oppure invitarci a comprendere e scoprire la roccia colpita dal profeta come l’indiscutibile narrazione di fatti storici e religiosi.

Col cammello (ce ne sono tanti e tutti al servizio, nel senso che possono essere noleggiati, da chi fa fatica a salire!) si può arrivare (poco sotto la cima) fino a un certo punto, ma gli ultimi 750 gradini però vanno esclusivamente fatti a piedi superando gradoni dalle improbabili pendenze e dalle incredibili alzate. Le cosiddette 750 “scale” per raggiungere la cima non sono scale nel senso vero e proprio del termine, ma sono pietre e massi modellati in modo tale da rendere scale. Sostando presso l’ultima piazzola/rifugio, con uno sguardo già oltre l’orizzonte che comincia ad illuminarsi dei primi bagliori dell’aurora, un fronte di aria fredda (con temperature di poco sotto lo zero) fa tremare per il gelo tutti i presenti; qui la notte è molto ventosa e ciò rende il clima molto più freddo. Mentre a oriente – oltre i profili montuosi della penisola arabica – comincia a schiarirsi per l’imminente sorgere dell’alba, si compie un ultimo sforzo per superare l’impervio dislivello dei 750 gradoni: siamo finalmente in cima (2285 m). Com’era nelle previsioni (pronosticate da Eid-Mysha), sui pochi metri della cima giace un esagerato numero di presenze “turistiche” in attesa che spunti il sole. Ma facciamo appena in tempo a scrutare alcuni luoghi di grande importanza religiosa. Una piccola moschea (chiusa) ancora utilizzata dai musulmani per le preghiere; una cappella greco-ortodossa eretta nel 1934 sui resti di una chiesa del XVI secolo (al suo interno la roccia considerata la fonte delle Tavole della Legge), anch’essa non aperta al pubblico; la “Grotta di Mosè” luogo dove per tradizione, il profeta avrebbe atteso di ricevere i Dieci Comandamenti da Dio. Tutti luoghi sacri che riflettono l’importanza del monte Sinai per le tre grandi religioni abramitiche: l’ebraismo, il cristianesimo e l’islamismo. La cima è abbastanza piccola e può diventare piuttosto affollata. Ci sono diverse terrazze su cui stare e potersi affacciare per godere del sorgere del sole, consentendo di ottenere foto in qualsiasi direzione. Silenzio, meraviglia, stupore e contemplazione vanno ad aggiungersi ai normali pensieri, ma quassù – almeno per questa volta, e in questo particolare luogo – le emozioni hanno la precedenza… su tutto!

Dopo pochi minuti dal sorgere del sole si decide di scendere prima della grande confusione dell’abbandono della cima. Come giustamente raccomandatoci da Eid-Mysha dobbiamo prestare attenzione ed essere molto attenti nello scendere lentamente in quanto, per la prevedibile stanchezza, è proprio questo il momento più facile – e pericoloso – per scivolare e ferirsi; prestare molta attenzione (!) ad alcune lastre rocciose che possono essere scivolose a causa della piccola ghiaia. Dopo aver ammirato della meravigliosa alba dalla cima del monte Sinai con una vista incredibile in cui è possibile scorgere sia il Golfo di Aqaba che il Golfo di Suez; e col sole che poco alla volta comincia a compiere il suo ciclo luminoso, si comprende – durante la discesa – di quali panorami ed aspri paesaggi abbiamo superato in salita durante le ore notturne. Camminiamo lungo valli rocciose che improvvisamente si aprono su vaste radure desertiche senza la benché minima presenza di vegetazione. Solo il rumore del calpestio dei passi compie un’immersione totale attraverso il silenzio delle rocce e negli spunti storici dei luoghi; laggiù, tra due cipressi e un recinto in pietre per le greggi, a detta di Eid-Mysha Mosè lasciò il suo gregge e salì sul monte. Una esperienza che i beduini chiamano “l’hotel a un milione di stelle.” Il silenzio nel Sinai è quasi “assordante” proprio perché senza alcun inquinamento acustico che giunga da lontano (e luminoso nelle ore buie). Chiediamo a Eid-Mysha di continuare a raccontarci – durante la discesa – ancora di qualche storia, o aneddoto, legata alla montagna. I Jabaliya hanno un repertorio infinito di leggende sui “Jinn” (spiriti del deserto) che abitano le valli e racconti di storie sui loro antenati che vivevano in queste montagne molto prima che arrivassero le strade asfaltate. Racconti che nascondono segreti naturali e storici davvero particolari come la possibilità di trovare lungo i sentieri granitici delle pietre che, se spaccate, mostrano al loro interno dei disegni neri che sembrano piccoli arbusti o felci; i beduini dicono che sia il segno del “roveto ardente” rimasto impresso nella roccia per sempre. In realtà si chiamano dendriti di manganese e sono minerali cristallizzati che creano disegni ramificati simili a piante; per chi sale con spirito mistico, l’effetto è stupefacente!

Il Sinai si trova proprio sulla frattura della Rift Valley! Questo significa che la montagna è letteralmente “strappata” tra due placche tettoniche che si stanno allontanando (quella Africana e quella Arabica). È una terra in costante, seppur impercettibile, movimento. Il massiccio del Sinai è composto da granito rosso e nero risalente a circa 600 milioni di anni fa. In alcune zone, a causa della sua composizione minerale e al logorio dell’erosione, se si colpiscono certe rocce con un sasso, queste emettono un suono metallico restituendo una eco quasi come fossero campane; le guide Jabaliya – che conoscono ogni centimetro quadrato della montagna – conoscono i punti esatti dove poter “far suonare” la montagna. L’interminabile fila di tornanti rocciosi irradiati dal sole, le cui pareti assumono una varietà di colori pastello che vanno dal rosso vivo, all’arancio, dal giallo tenue al cremisi s’aprono su desertiche valli che ora lasciano spazio ad autentici anfiteatri rocciosi in cui è possibile “leggere” tutta la storia geologica che ha forgiato questo massiccio del monte Sinai. Dalle strette gole e le incredibili pendenze ora si transita per ampie vallate ove l’eco dei passi riecheggia da una parete all’altra; ora le refole del vento poco alla volta s’insinuano tra le rocce e l’ultimo tratto del sentiero attraversa il “cimitero dei monoliti” enormi massi rocciosi che vanno dal color ruggine al “melenzana”; ogni segno o incisione è una interpretazione ancestrale. Laggiù in fondo la gigantesca cinta muraria che accoglie, al suo interno, il Monastero di Santa Caterina; ma questa… è un’altra storia da raccontare! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

QUART, Aosta, la Valleè: al villaggio di Chamerod, “Tsamiou” (in dialetto locale “patois”).

Siamo a QUART, un grappolo di case distribuite in micro villaggi che si alternano ai campi “terrazzati” che s’affacciano – alle porte di Aosta, nella Valleè – lungo la sinistra orografica della Dora Baltea. Circondato dai profili rocciosi di bellissime montagne, Quart, a poco più di 530 metri d’altezza viene attraversato dalle “serpentine” di una strada che sale fino a condurre intorno ai 1500 metri d’altezza. Per chi si trova a trascorrere periodi di vacanze da queste parti, suggerisco di andare a conoscere, con una bella, e non difficile, escursione quelli che sono – giunti fino ad oggi – i resti di antichi villaggi in pietra, che da sempre hanno retto l’importante economia agricola ed agro silvo/pastorale della località; ben nascoste alla vista da queste vallette laterali, i ruderi di queste case in pietra sorgono, quasi per incanto, in particolari cornici paesaggistiche davvero uniche e molto belle.

Lasciando le ultime case isolate del villaggio di Morgonaz, a 1205 m d’altezza, si passa per prati irrigui a foraggio. Mentre si sale per alcuni tratti – inizialmente asfaltati – di strada sterrata, trasformati subito dopo in interpoderale, qui i marcati segni di piste carraie lasciano intuire che quassù si sale con mezzi agricoli. Si segue il segnavia giallo (sentiero n.1) incamminandosi su una strada poderale, che poi diventa un sentiero poco segnato, lungo i tornanti che offrono vedute sulla bellissima skyline di cime che irrompono sulla Valleè. Superate ampie macchie boschive si lasciano, sulla sinistra, i pascoli “mayen” (termine locale paragonabile all’italiano “maggengo”) de Les Ayettes, si superano le poche costruzioni di Borelly, da cui – successivamente – il sentiero ascende per entrare nell’omonima foresta. Poco prima di entrare nel bosco (composto da una pineta di pino silvestre mista a qualche latifoglia), si scorge, ai margini della poderale, l’antico canale del “Ru du Seigneur”, vecchi solchi di canali irrigui presenti in zona, adiacenti al percorso della Via Francigena.

Qualche tratto di sentiero che si distacca dalla pista principale va trasformandosi, subito, in antica mulattiera dove l’erba del sottobosco riacquista il suo spazio facendo intuire che questi luoghi sono – ormai – abbandonati da tempo. Ci troviamo nelle vicinanze dell’alpeggio di Cénevé, ove a tutt’oggi pascolano ancora decine di vacche autoctone. Questo percorso avviene nel silenzio più assoluto, non essendo troppo frequentato; il sentiero viene comunque utilizzato dagli allevatori locali per la cura del bestiame bovino. Improvvisamente, laddove la valle sembra chiudersi, la traccia di un buon sentiero si stacca sulla destra e conduce, poche decine di metri più in basso, tra le prime case del villaggio di Chamerod (1615 m). Nel più assoluto silenzio, rotto solo da leggere brezze di vento che serpeggia tra le pietre, agitando il copioso fasciume degli alpeggi tutt’intorno, andiamo a conoscere questo antico insediamento sorto ad opera di popoli di matrice celtica (i Salassi), appartenenti alla “cultura di La Tène”, formatasi a Nord delle Alpi intorno al VI sec. a.C..

Probabilmente qui preesisteva una rete di insediamenti già abbondantemente attivi durante il Neolitico, ma è solo dal basso Medioevo in poi che il villaggio, nonostante la quota in cui giace, fu abitato permanentemente, durante tutte le stagioni dell’anno. Successivamente al termine del secondo conflitto mondiale, dovuto anche a causa della grande accelerazione economica, il luogo è stato poco alla volta abbandonato divenendo, inizialmente, un sicuro luogo di appoggio per praticare l’alpeggio estivo. Ed è proprio con questa costante attività che si ottiene la produzione di foraggio e – successivamente – sfruttando questi ripari come occasionale luogo di produzione di formaggi (la “fontina” su tutti). Giunti in tempi recenti, alcune di queste case sono state usate come riparo dai occasionali cacciatori in autunno; mentre durante i periodi più freddi, quando tutto intorno è gelo e neve, capita spesso che  i grossi erbivori della zona (come caprioli e camosci) utilizzino queste mura in pietra come riparo di fortuna e giaciglio temporaneo.

Ma questo villaggio fantasma di Chamerod non è l’unica sorpresa di questa valletta. Oltre ad aver avuto l’opportunità di immergersi nella copiosa natura che circonda il luogo e compiere un tuffo nel passato, la bellezza che si contempla di questo paesaggio, rurale e selvaggio al tempo stesso, viene valorizzata dalle interessanti costruzioni in pietra che compongono le case del villaggio e dai loro significativi particolari architettonici (elementi rurali tipici della cultura valdostana), che ormai restituiscono un interessante villaggio fantasma. Lasciati alle spalle il “villaggio fantasma” di Chamerod, risalendo per qualche centinaio di metri ancora lungo la pista principale, si giunge in prossimità di un bel casolare: le “Preilless”; un tipico casale alpino, tutto costruito in pietra, ove le tradizioni, gli usi e i costumi della cultura (e non solo) valdostana, vengono qui esposti per la gioia di chi riesce a raggiungere questi luoghi isolati, meravigliosamente incastrati in una natura selvaggia e accogliente, laddove si viene piacevolmente accolti dalla famiglia che vi abita solo nei periodi estivi.

Essere accolti in questa baita è come essere proiettati nel tempo indietro di secoli: suddivisa su due livelli, la casetta presenta un bel camino al piano terra, ricco di utensili e attrezzi per lavorare la terra e recipienti (in stagno e rame) per raccogliere e trasportare sia il latte che l’olio; un fiasco fa bella mostra di sé, mentre un paio di vecchi scarponi in cuoio da montagna e le gigantesche corna di cervo (i palchi) abbelliscono la parte alta del camino. La pavimentazione in legno e la controsoffittatura con travi a vista sono le gemme del piano superiore. Qui il pane si produce ancora come un tempo; nell’angolo predisposto a cucina c’è un grande albero (asse di legno) a “pila” con numerosi tronchetti su cui vengono appoggiati e fatte asciugare le forme delle “panelle” appena uscite dal forno.

Queste forme di pane, poi, vengono tagliuzzate con un particolare arnese che rende le panelle in tanti tozzetti di grano duro da consumare coi piatti tipici della tradizionale cucina povera dei montanari; ciotole ricavate dal legno vengono utilizzate come piatti per contenere e consumare le pietanze. Fuori, al riparo della canicola estiva che anche qui in montagna fa percepire le sue elevate temperature, in un angolo compare una slitta che viene utilizzata per il trasporto (principalmente di legname, ma anche di altro materiale) lungo gli erbosi pendii sfruttando le pendenze di questi mentre, dall’altro lato al fresco di una tettoia con lastre di ardesia sorrette da tronchi in legno, fa bella mostra un tavolo in pietra con due bicchieri e una bottiglia di rosso (quello buono), argomenti che aprono un dialogo, stringono rapporti e consolidano – da sempre – nuove conoscenze! (testi & photo ©Andrea Perciato)