Cornovaglia /KERNOW (Inghilterra, UK) a spasso lungo il South West Coast Path tra pirati, sirene, contrabbandieri, minatori, pescatori & ’’Sea Angel’’

Se dico Inghilterra, penso alla terra dei trekking, se dico Cornovaglia, invece, penso solo ad uno dei più bei percorsi ove il camminare assume il senso più assoluto di libertà: il SOUTH WEST COAST PATH. Lungo 1014 km (630 miglia di piste e sentieri che attraversano Lands End, il punto più occidentale della Gran Bretagna) culla di artisti da sempre attratti dalle bellezze di quest’angolo di terra proteso tra due mari. Qui passa il South West Coast Path percorre da Minehead a Bournemouth tutta la magnifica costa sud-occidentale dell’Inghilterra, compresa una zona da tutti conosciuta come la Cornovaglia. Il percorso è ben segnalato e corre in entrambe le direzioni; per comprendere l’esistenza del “Cornish Coast Path”, ogni camminatore dovrebbe provare a confrontarsi con la storia delle culture minerarie e della pesca locale.

Per conoscerla più a fondo suggeriamo alcuni elementi che di questa terra ne fanno un luogo magico, unico! Qui sono presenti numerosi fossili preistorici, dalle ricche specie vegetali (felci) e marine (conchiglie), sparsi in questa parte di mondo affacciato sull’Atlantico, con orizzonti che s’aprono tra il Canale della Manica, l’oceano e il mare Celtico. I cimiteri monumentali, ove ogni lapide, ogni effige, racconta una storia diversa. Qui è impossibile perdersi tra magnifici paesaggi, costieri, antichi campi dell’età del bronzo ed alte brughiere; spesso luoghi impervi in cui possono incontrarsi rovine minerarie mozzafiato che compaiono all’improvviso o che semplicemente si aggrappano e pendono dalle scogliere che precipitano su un (sempre) turbolento Oceano Atlantico.

Con uno spettacolare scenario costiero e viste mozzafiato sulle campagne circostanti e sulla brughiera, il sentiero offre qualcosa a tutti: che sia un trekker esperto in cerca di una grande sfida, un escursionista che desidera rilassanti passeggiate panoramiche, un giovane backpacker che si imbarca in un’avventura oppure una famiglia desiderosa di esplorare i grandi spazi aperti. A indicare la via troviamo paletti di legno su cui sono impressi una ghianda, comune a tutti i trekking nazionali, e il nome (in sigla SWCP) del South West Coast Path.

Oltre ad interessanti siti di archeologia industriale spesso, fuori dal sentiero, si attraversano prati erbosi piegati dal vento ove si trovano insoliti cerchi di pietre e antichi menhir; lungo questo sentiero costiero sono possibili avvistare anche interessanti esemplari di foche, squali elefante e branchi di delfini che nuotano al largo delle scogliere. Il livello di difficoltà del percorso è alla portata di tutti, tranne alcuni tratti non per l’orientamento o la mancanza di infrastrutture, quanto per i molteplici dislivelli un tantino impegnativi; poiché trattandosi di un trekking lungo costa, si deve spesso scendere a livello del mare e poi risalire. I saliscendi sono quindi abbondanti, ma fortunatamente poco difficoltosi.

Qui l’oceano assume colori mediterranei in prossimità delle insenature sabbiose, mentre i fantasmi dei lontani successi e dei fallimenti delle miniere di stagno si mescolano alle leggende delle sirene e degli ululati del mare in tempesta o alle scorribande di pirati e filibustieri. Il per-corso segue i sentieri utilizzati dalla guardia costiera che nel XIX secolo erano alla ricerca di contrabbandieri. A fine estate la costa settentrionale fiorisce di eriche e ginestre; in autunno è il momento migliore per vedere gli uccelli migratori; mentre in inverno, le onde tempestose che battono sugli scogli riecheggiano lungo tutta la costa.

I sentieri che si inerpicano su e giù da queste spettacolari scogliere inglesi, offrono la possibilità di poter scorgere animali che pascolano liberi, piccoli villaggi di pescatori e castelli da cui un tempo si difendevano queste terre; il tutto contribuisce a rendere il South West Coast Path uno dei 5 migliori trekking in Inghilterra e tra i primi 12 in tutto il mondo. I colori, i profumi intensi, così come la sensazione di libertà e profonda vicinanza alla natura, sono esperienze che camminatori come noi non possono non provare. La Cornovaglia è un’isola nell’isola. La punta estrema di un mondo che se non esiste più, sta sicuramente scomparendo. La parte più a sud dalla Gran Bretagna è lontano dal resto del paese in tanti sensi.

La vita scorre più piano in Cornovaglia secondo gli altri concittadini del Regno Unito. Per alcuni è un pregio e per altri è un difetto. La Cornovaglia offre paesaggi suggestivi e romantici per gli amanti della natura, ma anche per gli amanti della storia e delle tradizioni. Dalle maestose scogliere sull’Atlantico, alle lunghissime spiagge invase da famiglie e serfisti, ai piccoli porticcioli di pescatori, come St. Ives, meta di artisti da un secolo e mezzo, ai castelli medievali. Ma ci sono anche antiche miniere in disuso, case padronali con variopinti giardini, visitare l’acquario o uno zoo o persino assistere alla mungitura delle vacche alla fattoria aperta.

La Cornovaglia è un crogiolo di sorprese da vivere passo dopo passo; dalle antiche miniere alle case dai variopinti giardini, dai giganteschi fari sulle scogliere alle ampie distese di pascoli. Si cammina per le scogliere di Land’s End su sentieri (il tracciato del “South West Coast Path”) che toccano antiche fattorie. C’è il villaggio di pescatori di Sennen Cove, paradiso dei surfisti; le campagne di Zennor; le suggestive maree di St. Ives, borgo marinaro dalle spiagge color pastello e dalle barche adagiate sui fondali dopo le maree. La Cornovaglia è la parte più a sud dell’isola britannica, lontana dal resto del paese in tutti sensi. Qui la vita scorre piano, ogni colore ha una storia, ogni suono, rumore, profumo ha una sua storia.

La costa con pareti e scogliere a picco sull’Atlantico alte fra i 30 e i 70 metri, sono da sempre il teatro di incidenti e naufragi di imbarcazioni trascinate dalla forza delle correnti sulle rocce che qui hanno un fascino unico, ove il mare rumoreggia al punto da confondersi coi colpi di cannone o di tuoni in lontananza. I sentieri, ben visibili e segnalati, sono un autentico paradiso per i trekker. La campagna inglese risalta per le caratteristiche farm con orizzonti solcati da mucche al pascolo, da cavalli e da pecore. Le famose barche dei pescatori qui hanno tante storie da narrare, ove il culto per il mare ha un sapore antico.

Tra mito e leggenda, racconti e romanzi, tragedie e lieti eventi da sempre, qui il mare, è fonte di sostentamento per le popolazioni che vivono sulla costa. Ogni colore dato a una imbarcazione caratterizza il ceppo di appartenenza della famiglia di pescatori, attività che si tramanda da nonno a nipote ed il pesce, qui in Kernow credeteci, è davvero speciale! E poi ancora, briganti pronti a salpare per tutti i mari sconosciuti; leggendarie sirene che catturano l’animo di uomini infatuati dal canto; contrabbandieri che trafficano merci lungo tutte le rotte del mondo.

Bere un tè caldo nelle giornate plumbee non ha eguali. Qui il tè si beve ovunque, a qualunque ora e in qualsiasi momento della giornata. Caldi e accoglienti tearoom offrono numerose specialità di tè dalle numerose essenze aromatiche; esso non solo è buono, ma toglie l’enorme quantitativo di umidità che si può assorbire durante la giornata. I corvi sono gli uccelli tipici della Cornwall, mentre i gabbiani qui sono diversi dai loro cugini mediterranei. Più grossi e robusti, per resistere alle forti correnti dei venti atlantici, hanno un piumaggio leggermente più scuro e bruno e poi, sono talmente così abituati all’uomo che si lasciano facilmente avvicinare.

La Cornwall, infine, è l’indiscusso mondo delle ragnatele; mai viste di così tante, così belle, così grandi e così geometricamente perfette. Particolarmente visibili prima che si scateni la pioggia o durante le plumbee giornate nebbiose, si possono scorgere da vicino ragni dalle dimensioni piuttosto notevoli che danzano tessendo i fili della ragnatela irrobustendola in previsione delle violente burrasche di acqua e di vento che qui, più che altrove, non hanno eguali. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

lago di BLED e castello di BLES (Blejski grad) SLOVENIA: laddove le fiabe… prendono vita!

Appena varcati la frontiera istriana, si entra in Slovenia, territori che si aprono lungo orizzonti montuosi solo in apparenza aspri e irraggiungibili; si stanno attraversando i territori delle Alpi Giulie al confine tra Italia e Slovenia. La via principale conduce in direzione Lubiana (di cui parlerò/illustrerò in un successivo report), la capitale slovena, ma la meta da raggiungere è un luogo davvero bellissimo: il lago di BLED sormontato dal suo incredibile castello di BLES (Blejski grad) che si espone a picco su uno sperone roccioso a nord del lago. Siamo all’interno del Paco Nazionale del Triglav e – nello specifico – nel “Regno dei Sette laghi del Triglav” è un paesaggio senza tempo, né confini di spazio, poichè così profonde e determinate erano le forze della natura quando plasmavano il suo volto (rocce, montagne, cascate e torrenti) e quando sceglievano i suoi colori (boschi, prati, ruscelli e acqua). Giunti così a BLED, sulle sponde dell’omonimo lago, si avverte subito di come questa località, dallo spirito cosmopolita, sia circondata – letteralmente – dal Paradiso.

La sua sua skyline si riflette nelle acque del lago dai fondali che vanno dal color verde al blù più intenso. Ma ciò che desta il nostro interesse è raggiungere quella rocca che s’impenna dalla rupe che spiove sul lago: la fortezza di Bles. Per raggiungerla a piedi, basta portarsi alle spalle della Cerkev sv. Martina (chiesa di San Martino), da cui hanno inizio due possibilità per raggiungere a piedi il castello: un sentiero che taglia sulla destra e, per ripidi tornanti, giunge alla spianata del castello; mentre l’altro a sx, passa proprio sotto la rupe e risale – per incredibili punti panoramici – dal lato opposto. Siamo finalmente così giunti alla spianata che determina l’accesso al castello. Eretto sulla roccia che affaccia proprio sopra il lago giace questo pittoresco Castello di Bled: varcati il portale d’accesso si entra all’interno di una prima corte da cui prospetta una prima balconata panoramica sui paesaggi del lago ove ci sono un Museo, l’antica Tipografia all’interno della Torre di guardia, la cantina nobile (Vinska klet), la Sala delle Erbe e la Sala dei Cavalieri; raggiunti il cortile superiore su di esso prospetta la Grajska kapela (Cappella gotica) con manufatti artistici di pregiato valore.

Il castello fu donato dall’imperatore Enrico II nel 1004 ai vescovi di Bressanone. Nel 1511 fu distrutto da un terremoto e prontamente ricostruito mostrando le caratteristiche dei vari stili d’architettura militare che si sono succeduti nel tempo, da elementi romanici e rinascimentali fino al barocco. Il Museo al suo interno racconta la storia di Bled nelle varie fasi succedutesi nel tempo; la Stamperia presenta l’antica arte della stampa; la Cantina offre degustazioni dei pregiati vitigni locali; mentre il pozzo al centro del cortile narra di una leggenda legata alla “Campana del lago”. Tra gli edifici più interessanti di cui si compone l’intera struttura del castello vi è, senz’altro, la Grajska kapela (cappella gotica) che si erge nel cortile superiore; essa è dedicata ai vescovi Sant’Albuino (Albino) e a Sant’Ingenuino (entrambi Vescovi del Tirolo e patroni di Bressanone). Sorta nel secolo XVI, la cappella fu rinnovata in stile barocco alla fine del secolo XVII e ornata con affreschi a trompe-l’-oeil. Accanto all’altare sono ritratti i donatori dei possedimenti di Bled, l’imperatore tedesco Enrico II e sua moglie Cunegonda. I loro ritratti si trovano anche nella chiesa della Madonna sul lago sull’isola di Bled.

Il Castello di Bled offre una veduta paesaggistica che si distribuisce – per 270° – dalle aspre cime montuose delle Alpi Giulie e dal Parco Nazionale del Triglav, in una posizione perfetta da cui poter ammirare dall’alto l’incantevole specchio lacustre di Bled col suo pittoresco isolotto che emerge dalle acque. Il panorama che da quassù s’apre sul Lago di Bled è semplicemente mozzafiato! Ma il castello, arroccato sulla scogliera, è intriso dei racconti di fiabe e leggende che si tramandano da secoli, mentre la vista risulta essere estremamente spettacolare, da qualsiasi parte possa giungere lo sguardo. Rimanendo estasiati da così tanta bellezza rivolgiamo il nostro interesse a scoprire qualcosa in più sul lago ed il suo caratteristico isolotto, storie e vicissitudini che si tramandano dalla notte dei tempi anche da leggende come quelle della “Campana Sommersa” (o dei desideri) che narra di una vedova inconsolabile, Polissena, il cui marito fu ucciso e gettato nel lago. In sua memoria lei fece fondere una campana per la cappella che giace sull’isola, ma la barca che la trasportava affondò; disperata, vendette tutto, e in seguito Papa Clemente VII inviò una nuova campana, la cui suonata esaudisce i desideri di chi la fa suonare.

Altra leggenda – invece – un tantino dal sapore più cruento – narra di un “Vendetta delle Fate” che attribuisce la formazione del lago stesso, in seguito ad un torto che i pastori transumanti del tempo che coi loro greggi pascolavano in queste vallate, non ascoltarono i consigli che le stesse fate offrivano loro per ottenere migliori elementi utili alla produzione (della lana e dei formaggi) ricavata dagli armenti. Ignorate dai pastori le fate, allora, assunsero un atteggiamento vendicativo nei confronti di questi fino ad allagare l’intera vallata, lasciando emergere dalle acque solo l’isolotto dove esse danzavano. Mentre invece nel punto in cui si trova l’attuale bacino lacustre qui un tempo giaceva un buco tettonico creato, nel corso del tempo, dal ghiacciaio Bohinj. Il percorso glaciologico veniva ostacolato da un’enorme roccia raschiata in modo così persistente che l’unica cosa rimasta era l’attuale isolotto. Allo sciogliersi del ghiaccio il bacino si è riempito d’acqua, ed è così che è emerso il lago di Bled, la cui profondità in alcuni punti è fino ai 30 metri; i suoi fondali sono molto frequentati subacquei. Qui vivono 19 specie di pesci, come carpe, montoni e trote; mentre sulla sua superficie nuotano – indisturbate – soprattutto anatre cigni.

Paragonare questi scenari paesaggistici che sembrano essere usciti dal racconto di una favola… non è poi così tanto esagerato! Qui, a Bled, la fiaba sembra aver preso vita; l’intera skyline che circonda il lago è da lasciare talmente così meravigliati da togliere il fiato. Tutto il circondario, tra monti e boschi, è quel tipo di luogo che sembra essere davvero estratto da un libro di fiabe: calmo, magico, etereo, sereno; la piccola isola di Blejski otok, con la sua affascinante chiesa e il campanile di Cerkev Marijinega Vnebozetja (chiesa dell’Assunzione di Maria), sono la perfetta immagine di questa incredibile cornice paesaggistica. Il lago di Bled è pura magia con le sue acque talmente così limpide, intrise del colore verde smeraldo che domina su tutto, è semplicemente stupefacente; sembra quasi di sentire la magia della natura circostante, ma consigliamo di goderla senza avere fretta altrimenti non si potrà essere in grado di ammirare – e lasciarsi avvolgere/coinvolgere – dalle tante bellezze paesaggistiche, naturalistiche e ambientali oltre alle sue incredibili meraviglie che qui, in questo angolo di Slovenia tra cielo, roccia, boschi e acque, trasmette sensazioni ed emozioni difficilmente riscontrabili in atri luoghi.

Uno tra i paesaggi più iconici (e poco conosciuto dall’overtourism) della Slovenia, considerato come la sua “perla”, assume da sempre atmosfere dal sapore romantico. Oltre alle cupole e alle coperture delle chiese e del castello, oltre al verde smeraldo determinato dai suoi fondali il lago – in molte sue parti ancora – offre la presenza di acque che assumono colori che vanno dal turchese al giada, dallo smeraldo al cobalto. Il romanticismo di cui si pregia questo spettacolare scenario paesaggistico viene determinato non solo dai silenzi che circondano il lago di Bled con la sua pittoresca chiesetta che si erge sull’isola, ma anche dal poderoso maniero che si staglia sulla vicina rupe alle sue spalle. Questo angolo della Slovenia, l’incanto di uno specchio lacustre (il lago Bled), i silenzi che avvolgono una piccola isola (Blejski otok), l’inespugnabilità di una rocca (Blejski grad) sono tutti elementi che valgono assolutamente il viaggio fatto per raggiungerli. Una volta giunti sul luogo, ha inizio quel racconto che anima le fibrillazioni assunte dalla visione di così tanta bellezza; ed è proprio qui, durante questo momento, che ha inizio la sua parte più bella, coinvolgente e intensa; lo stato d’anima raggiunge l’apoteosi nel lasciarsi avvolgere dalle emozioni che questi posti generano il resto, poi… è solo pura magia! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CRACOVIA/KRAKOW (PL)… la “vecchia” Capitale e “città dei Re”

La Polonia, uno tra i più antichi e blasonati regni d’Europa è una terra (patria che ha dato i natali a “Lolek”, quel Karol Wojtyla salito al “soglio” di Pietro in Vaticano col nome di Papa Giovanni Paolo II) che sembra davvero essere stata benedetta dalla mano di Dio. Al di fuori di Re, artisti, condottieri, poeti e musicisti, questa terra ha anche aperto le porte alle prime manifestazioni pacifiche mosse da un sindacato “Solidarność” (Solidarietà) fondato dallo storico sindacalista Lech Wałęsa ancor prima che la temuta “Cortina di Ferro” potesse scalfirsi con la definitiva caduta del “Muro di Berlino”.

La vita nelle città, dopo decenni di regime post-sovietico, ha lentamente ripreso i ritmi di una volta mantenendo fede alle tradizioni che si tramandano da tempo ma con lo sguardo proteso alla modernità. Librerie, negozi, luoghi d’arte, di culto e di cultura, centri commerciali, uffici, piccolo e medio commercio, sono i punti cardine su cui si basa l’economia dei centri polacchi più grossi in città come Varsavia, Poznan, Kracow, Katowice.

Proprio girovagando per Cracovia, si avverte l’essenza di quella mitelleuropa ormai sbiadita nelle memorie del tempo. Ancor prima di Varsavia, l’antica capitale della Polonia, oggi tutelata dall’UNESCO, è un ricco contenitore di opere artistiche e architettoniche di pregiato valore, un patrimonio strico pressoché intatto in ogni suo minimo dettaglio. La città deve il suo nome al principe Krak che nel X secolo eresse una fortezza sulla modesta altura di Wawel, la collina che si erge su un’ansa della Vistola (il fiume che attraversa la città) separando il suo centro storico dai quartieri di Stradom e Kasimierz.

Cracovia è stata una delle città più prospere e colte d’Europa, grazie anche alla celebre università fondata dagli Jagelloni nel ‘300. Cuore della Città vecchia (il quartiere Stare Miasto) è la vastissima piazza del Rynek Główny, considerata – per estensione – a tutti gli effetti, la più grande piazza d’Europa. L’edificio al centro, detto Sukiennice, un tempo era il mercato dei tessuti e risale al XIV-XVI secolo; ancor oggi, quegli stessi spazi sono la sede di attività commerciali. Qui la sera, all’imbrunire, la piazza si trasforma in un autentico gioiello, quasi come entrare in una fiaba, con le bianche carrozze trainate dai cavalli che invitano a una romantica passeggiata trai i monumenti e i luoghi più celebri.

L’anima della città (la cui topografia si avvicina di molto ad una forma di cuore) è tutta cinta da una estesa fascia di verde tra prati e boschi a basso fusto; ma, sicuramente, il suo monumento più importante, quello che ne caratterizza anche la skyline, è il Castello sul Wawel, con la Cattedrale, la Camera del Tesoro, il Palazzo Reale e le tracce (basamenti in pietra) delle prime costruzioni erette sulla collina. A sud del Wawel ci si lascia trasportare dagli intensi profumi, i ricordi, i colori e le preghiere che si elevano dal ghetto (quartiere) ebraico con le varie sinagoghe e il Museo dell’ebraismo.

Qui il potere esercitato dal comunismo ha lasciato evidenti tracce; ma è da quando questa terra ha dato i natali al Papa dagli “occhi di ghiaccio”, che la sua prosperità si è ben consolidata durante lo scorrere degli ultimi decenni. Cracovia è una città proiettata verso il futuro e fin da ora ne possiede già tutte le caratteristiche: bella, accogliente, pulita, organizzata, di ampio respiro, vivace e trainante, insomma tutto ciò che riesce a soddisfare un soggiorno tra queste bellezze non solo artistiche e storiche; da tenere d’occhio, infine anche la sua particolare cucina in cui primeggiano le verdure, gli insaccati e i formaggi! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SELINUNTE (TP)… girovagando lungo la “costa del prezzemolo”

Selinunte compare così – all’improvviso – protesa lungo la costa che s’affaccia nel Mediterraneo. Il luogo è un concentrato di rovine tra le più estese del mondo occidentale. Un intricato labirinto fatto di antiche pietre e colonne avvolte dal muschio che si alterna al lentisco che mette radici un po’ dappertutto. Giganteschi blocchi di pietra (tra calcari e arenaria) giallo-oro tutti forgiati dalla mano dell’uomo; pietre sparse in maniera disordinata, in bilico o precario equilibrio, posti l’uno sull’altro. Il circondario è un continuo alternarsi di piccole e grandi radure, siepi che si rincorrono a cespugli interrotti dalle fioriture dei “fiocchi” di prezzemolo; rara è la presenza di alberi, mentre numerose sono le varietà del verde (la salsedine spinta dai venti, compie un buon lavoro di fotosintesi). Addentrarsi tra queste rovine è un piacevole camminare attraverso le sue scenografiche platee fatte di pietre e capitelli, di basamenti e di gradoni; un curioso alternarsi tra l’intenso azzurro del cielo, un mare turchese, il giallo della sabbia e il grigio delle pietre. Qui è facile riuscire a nascondersi dietro mura e basamenti e poter riapparire sotto architravi; mentre si avverte – un pò dappertutto – la percezione di sentirsi piccoli di fronte a così tanta magnificenza fatta di storia, di arte, di cultura.

La città nacque già ricca (con intensi traffici lungo le coste del Mare “Nostrum”) intorno alla metà del VII secolo a.C. da coloni giunti da Megara Hyblea. Da sempre considerata come la più occidentale delle più importanti “colonie” greche in terra sicula, essa si erge da un basamento collinare in calcare circondata da due corsi fluviali, il Modione (antico Selinus) e il Cottone sulle cui sponde cresceva rigoglioso il prezzemolo selvatico: il “sélinu”, appunto; la città accoglieva una popolazione – per il tempo – talmente così numerosa, che riusciva a coniare moneta propria. Da sempre in buoni rapporti con la dirimpettaia Cartagine, tra le due città avvenivano soprattutto intensi scambi commerciali. Col tempo estese i suoi domini verso i territori interni impadronendosi di vasti appezzamenti di terra particolarmente ricchi di grano; incrementando così l’espandersi della città, già all’epoca fiorente di templi ed imponenti edifici sia religiosi che civili.

Selinunte subì la sconfitta da parte di un assedio (409 a.C.), imposto per controversie territoriali, da parte della vicina Segesta, che ne determinò la distruzione seguita ad una disperata e inutile resistenza. Seguì una labile ricostruzione, senza però restituirla mai più ai gloriosi fasti del passato. Tra i nuovi assetti predominanti nel cuore mediterraneo tra Siracusa e Cartagine, Selinunte ricoprì un ruolo minore sotto il dominio punico. Con la successiva ascesa e conseguente espansione dei domini di Roma, infine, la città fu definitivamente distrutta dai Cartaginesi per non farla cadere in mano ai Romani; i sopravvissuti furono costretti a disperdersi tra i villaggi e le piccole città del circondario. Col passare dei secoli piccole comunità nomadi frequentarono l’acropoli già in epoca bizantina e araba; successivamente, però, di Selinunte fu dimenticato anche il nome poiché la località veniva indicata e conosciuta come “Casale degli Idoli” o “Terra delle pulci”. Fu solo nel ‘500 che tal monaco domenicano Tommaso Fazello riuscì ad identificare, in quelle migliaia di pietre sparse sulla collina protesa verso il mare, l’antico sito in cui sorgeva Selinunte.

Il sito subì, nel corso del tempo, anche la violenza di terremoti ed altri fenomeni naturali, ma la eccessiva e disordinata distribuzione delle sue sparse rovine lascia intuire con quale e grande violenza si accanirono gli aggressori del passato, come a voler punire una città che nel suo massimo splendore, avesse troppo osato nella sua presunzione. Qui i templi non hanno nome ma vengono identificati per mezzo delle lettere dell’alfabeto e, unitamente agli edifici più grandi, sono distanti tra loro in un intervallarsi di pianure, vallette, campi e radure. Girovagando per le macerie forse non si riusciranno mai a trovare risposte a così tanta dispersione di pietre, colonne, metope, capitelli, altari, fregi e basamenti, ma si può restare solo estasiati e meravigliarsi in un rincorrersi di fantasia, immaginando – per qualche attimo – la gloria e la potenza di una città greca nel massimo del suo splendore. (testi e photo di ©Andrea Perciato)

Istanbul (Turchia)… poterla “vivere” attraverso le meraviglie delle “Alf laila wa laila” (le “Mille e una Notte”)

Quasi ogni quartiere è un mondo a sé in questa tentacolare città. La sua posizione di “borderline” tra i due continenti diventa il luogo attraverso il quale le identità culturali si fondono, si articolano, fino a mescolarsi attraverso la narrazione contemporanea sulla Turchia. Sicuramente non c’è città più intrigante sulla faccia della terra come quella di ISTAMBUL; come in una soglia sensoriale appena percettibile e una temporanea via di mezzo in una gloriosa metropoli come questa. Qui le piazze – enormi serbatoi di umanità – dove si incrociano culture e si mescolano i dialetti, vengono quotidianamente riempite dalla fonte di quel sentimento magico conosciuto come l’empatia, l’ampia capacità di comprendere e condividere i sentimenti dell’altro. Da qualche parte nel mondo, durante la preghiera del “muezzin” estremo lembo di terra dove l’occidente incontra l’oriente ed i jeans cedono il passo al burka, non c’è cosa più nobile da vedere – dopo il canto del muezzin lanciato dai minareti – se non alcuni papà turchi, che di buon mattino portano i propri figli a scuola prendendoli per mano e guidandoli lungo le strade che serpeggiano per la città. Fra tutte le più singolari scene che ci hanno colpito ci sono il nobile sguardo di un papà (ciabattino/lustrascarpe), che su una spalla regge l’arnese per il lavoro e nell’altra mano tiene quella di suo figlio, ed il fiero volto di un altro papà che – guidando il carretto giù per una traballante discesa – si preoccupa che il proprio pargolo stia lì sopra seduto comodamente senza problemi.

Nella forsennata ricerca di uno spunto da cui partire per il nostro giro a piedi di questa incredibile città, non sono stati gli scorci, o i particolari urbanistici e architettonici, bensì le sue anime, le sue contraddizioni, la sua spiritualità. Punto di congiunzione tra il lembo estremo orientale del continente europeo e l’Asia qui, ad Istanbul, ove si unisce la sontuosità di palazzi storici con alcuni dei quartieri e dei mercati più antichi tutto ruota intorno a “SULTANAHMET”, il cuore dell’antica città. Terra sospesa fra due continenti; crocevia – da sempre – di armate, commercio, culture, popoli, religioni questa terra affacciata su un mare borderline è stata la capitale di tre imperi e racchiude in sé una storia millenaria. Il fulcro della città contiene il più famoso dei quartieri storici: quello di Sultanahamet che raccoglie, al suo interno, alcuni dei monumenti più importanti di questa megalopoli multi-culturale da oltre 15 milioni di abitanti come la sontuosa (e famosa) Sultanahamet Camii, la “Moschea Blu” (con sei Minareti) il cui appellativo sembra che derivi dalle bellissime piastrelle in ceramica, color turchese, che decorano e adornano tutto il suo interno, e la Basilica di Santa Sofia (Hagia Sophia-i kebir Cami-i Şerifi, ma conosciuta in origine come Magna Ecclesia, grande chiesa), che fu principale luogo di culto per il mondo cristiano per l’Impero Romano d’Oriente e – successivamente – convertita in moschea.

Camminare attraverso le stradine acciottolate dei suoi quartieri (“mahelle”) più antichi, si va alla scoperta, conoscenza e – perché no – comprensione di un retaggio umano e di culture che si sono succedute durante il corso di circa trenta secoli di storia. Adagiata lungo le sponde del Bosforo (BOĞAZ) tra Oriente e Occidente, Istanbul riesce ad esprimere esperienze “sensoriali” davvero uniche che vanno dal gustare gli autentici sapori di una cucina ottomana – ricchissima di spezie aromatiche – riuscendo così a fondere la tradizione mediterranea con quella asiatica, passando per la rilassante (magica e contemplativa) atmosfera delle moschee fino a toccare con mano la pulsante e vivace energia che anima tutti i bazar. In molti non conoscono che Istanbul, da sempre, è stata la città dove i Cavalieri Templari custodiscono la Sindone (oggi a Torino) e il Santo Graal. L’ordine dei Cavalieri Templari fu qui fondato segretamente nel 1096 proprio a Costantinopoli (l’odierna Istanbul) e la piccola chiesa di Santa Sofia (convertita, successivamente, in moschea) era il luogo “segreto” deputato a governare e/o suddividere i gradi onorifici dell’ordine Templare. Passiamo accanto al singolare perimetro (suddiviso tra colonne e pergolati) che custodisce le tombe di Ahmet Tevfik Paşa Mezari, l’ultimo Gran Visir ottomano, figlio di Ferik İsmail Hakkı Pasha, originario della Crimea, e di Sultan Abdul Hamid II, il sultano ottomano che voleva salvare l’Impero con la religione.

Il nostro viaggio sensoriale ed esperienziale attraverso le meraviglie di Istambul comincia proprio dai piedi dell’antica colonna romana in roccia di Çemberlitaş Sütunu; una colonna di porfido che testimonia la storia di Istanbul, un monumento che qui esiste da 1700 anni. La colonna monumentale Çemberlitaş, che ha attraversato secoli di storia, si impenna da uno dei sette colli che, geograficamente, determinano la penisola storica di Istanbul. Antica quanto la stessa storia di Istanbul essa – quando fu costruita – fu eretta proprio al centro del Grande Foro di Costantino, e rimane – oggi – l’unica traccia rimasta che testimonia la presenza del foro; la colonna è posta all’incrocio di importanti vie nel centro cittadino, ed è una delle più importanti arterie dell’assetto urbanistico romano di Istanbul. L’enorme spiazzo che contiene la colonna è chiuso, verso settentrione, dal bianco muro della moschea ottomana di Nuruosmaniye Camii; forse meno famosa di tante altre presenti ad Istanbul, ma che colpisce per i suoi interni tutti realizzati in fine marmo, che ne esaltano l’aspetto decorativo, tant’è da farla sembrare una imponente cattedrale. Questa moschea si trova proprio accanto all’ingresso del Grand Bazaar; da qui molti turchi, ma anche distratti viaggiatori o frettolosi turisti, ci passano vicino senza avere il tempo di entrarci, cosa che merita davvero. Eretta nel 1755 in puro stile ottomano, essa risulta essere molto bella; il cortile in legno della Moschea Nur-u Osmaniye è uno dei luoghi più caratteristici, mentre il tempio sorge austero e maestoso all’ombra di immensi alberi secolari.

Ed eccoci finalmente a varcare uno dei numerosi ingressi del Gran Bazar Kapali Çarşi, il mercato coperto più grande della Turchia. Costruito da Fatih Sultan Mehmet nel 1460, esso copre un’area di 45.000 metri quadrati e contiene circa 4.000 negozi. Qui si può trovare di tutto, dai bellissimi tappeti, alle piastrelle in ceramica, dall’abbigliamento in pelle ai gioielli e tante altre cose ancora. Con un totale di 21 ingressi, esso è il mercato coperto storico più grande al mondo. Turisti, venditori ambulanti e la gente del posto si ritrovano qui in questo labirinto di vicoli e piccole corti alla ricerca di un affare; qui tutti sono intenti a sorseggiare una tazza di tè. In più di qualche incrocio si notano antiche fontane (in marmo, in pietra, in ghisa) mentre girando al suo interno è possibile capire cosa viene prodotto e venduto guardando i nomi delle strade (artigiani, orafi, pellame, gioielli, tessuti, casalinghi) e delle locande del bazar. Pochi metri ancora e uscendo dal Gran Bazar ai accede al bazar delle spezie (egiziano) di Misir Çarşisi Costa Eminönü, un’affollata zona di mercato qui presente sin dal periodo bizantino. Questo bazar piuttosto vivace conserva ancora il suo spirito autentico e antico. Le colorate, e profumatissime, bancarelle delle spezie attirano l’attenzione di tutti coloro che qui entrano; famose sono le spezie medicinali. In questo bazar storico è possibile trovare ogni sorta di souvenir, dalle delizie turche, alle sciarpe di seta, fino alle perle del malocchio. Il bazar è piuttosto famoso per i suoi oggetti d’antiquariato, tutte le altre cose disponibili per la vendita nella zona sono negoziabili, i commercianti qui parlano molte lingue straniere per facilitare il dialogo coi turisti ed entrare in contatto con i commercianti. Al Mercato dei Fiori, proprio accanto al Bazar delle Spezie, è possibile entrare nel mondo dei fiori colorati e passeggiare per il mercato accompagnato dalle profumate fragranze.

Dopo il vagabondare tra i vicoli basolati all’interno del Bazar eccoci finalmente sbucare nel Quartiere Eminönü, uno dei quartieri più antichi di Istanbul, nel centro della Città Vecchia, nel cuore della città murata di Costantino ed è il luogo in cui fu fondata Bisanzio. Centro e punto focale di una storia incredibilmente ricca, Eminonu è il fulcro viario dove le strade si snodano giù fino alla riva sud del Corno d’Oro, la quintessenza del paradiso, ove l’immaginazione crea onde emotive. Un’esperienza unica in una piazza colma di ricchi monumenti storici e di contemporaneità: luogo di nostalgia e malinconia è un centro dove tutti coloro che vivono o vengono da turisti si recano almeno una volta per mangiare il pesce. Le strade di piazza Eminönü sono come un labirinto; c’è storia in ogni angolo. Proprio sull’angolo sudoccidentale dell’enorme catino di piazza Eminönü si ergono le poderose mura che raccolgono – al suo interno – le singolari bellezze artistiche, decorative e architettoniche dell’iconica e famosa moschea (XVII secolo) di Yeni Camii (Nuova Moschea), uno dei simboli più belli e magnifici di tutta Istanbul. Fontane, Mausoleo del Valide Sultan, scuole primarie, darülkurra (i metodi di lettura del Corano o tajwidi, luogo dove gli hafiz memorizzano il Corano e danno lezioni di arabo e recitazione). Nella moschea si possono vedere i portici che siamo abituati a vedere nell’arte architettonica ottomana. All’interno della moschea ci sono piastrelle di colore blu, bianco e verde. Questo edificio, terminato 66 anni dopo la sua costruzione, originariamente si trovava in riva al mare. Tuttavia, con il riempimento dell’oceano nel corso del tempo, la distanza tra loro è aumentata considerevolmente.

Quel brulicare di svariata umanità che attraversa il lungo nastro d’asfalto sul canale (da non confondere, a prima vista, col Bosforo), è il moderno ponte (meglio conosciuto come “dei pescatori”) del Corno d’Oro di Galata Köprüsü. Questo ponte non solo collega diverse parti della città, ma è anche un ponte simbolico che unisce diverse culture; esso collega Eminönü con Karaköy, ed è reso famoso, in tutto il mondo, per almeno due sue importanti caratteristiche: le centinaia di pescatori locali che affollano le sue balaustre, e i ristoranti ubicati sotto di esso. Muovendosi da Eminönü, camminando sul ponte di Galata fino a Karaköy e possibile respirare la storia di Istanbul. Situato sul Corno d’oro, che collega il centro storico di Istanbul alla parte più moderna della città, esso offre l’accesso pedonale alle delizie urbane al di là del fiume nei quartieri residenziali e più contemporanei di Istanbul, dove l’imperdibile panorama su Sultanahmet dista solo una piacevole passeggiata. Rientrati dal ponte di Galata prendiamo quell’arteria che s’apre tra la moschea di Yeni Camii ed il Bazar delle spezie; dinanzi si estende la lunga via Hamidiye (circondata dalle numerose botteghe e negozi d’ogni genere) che poi prosegue su Hüdavendigar, arteria in cui s’affacciano i numerosi locali e bistrot che offrono le tipiche pietanze della cucina turca. Presso un muro, s’apre una porta in pietra che consente l’accesso al parco urbano di Gülhane, uno dei posti dove si respira così bene l’essenza del centro di Istanbul. Non appena entri nel Parco Gülhane, gli occhi sono circondati dalle numerose fioriere, dai grandi alberi, e delle acque di fontane. Durante il periodo ottomano, questo era il giardino del Palazzo Topkapi; oggi esso ospita caffè all’aperto con viste spettacolari sul Bosforo.

Sbucati nuovamente sull’ampia piazza di Sultanhamet, lasciamo alla sinistra la Basilica di Santa Sofia superando la fontana germanica di Alman Çeşmesi e l’obelisco egiziano di Theodosius Dikilitaşi, la si percorre fino in fondo dove, una breve discesa, conduce fino alla Moschea Sokullu Mehmet Paşa Camii, sorta su un terreno in forte pendenza, con un unico minareto e un’unica cupola. Il complesso architettonico è costituito da una moschea ed un altro edificio a scopo sociale, fu eretto per volere di sua moglie nel 1571 e realizzato per conto di Sokollu Mehmet Pasha, che servì come gran visir di tre sultani; costruita in un’area circondata da un muro alto oltre 2 metri sul pendio di Kadırga tra la Moschea di Sultanahmet e la Moschea di Küçük Hagia Sophia. Entrare nelle moschee turche si prova una stretta connessione, quasi un indissolubile legame, fra ciò che è l’umanamente “terreno” e ciò che è il divinamente “creato”; una sorta di mondo parallelo che non può essere racchiuso tra le cupole e i minareti delle moschee. Come ritrovarsi all’interno di una “non dimensione” oppure attraversare una sorta di “etereo altrove” così distante fisicamente, ma altrettanto così vicino da riuscire a sentirne l’essenza; sensazioni, queste, che per gli islamici sono come una ancestrale sorta di ascesa spirituale che pone l’uomo al cospetto del divino. Qui ad Istanbul per cinque volte al giorno – dall’alba al tramonto – il “muezzin“, col suo canto, oltre a lanciare il richiamo (sveglia o preghiera che sia…!) è il sicuro punto di riferimento per scandire il tempo durante la giornata islamica.

È molto difficile per un (cosiddetto) occidentale riuscire a comprendere il significato delle parole, della reverenziale gestualità, del portarsi le mani a coprire ripetutamente il viso, del genuflettersi rivolgendo il proprio animo e innalzando – ognuno la sua preghiera – verso oriente, dello sciorinare i grami di un “rosario” (è blasfemia…?) fra le dita, del recitare a bassa voce particolari mantra che si ripetono nel tempo occorrente alla preghiera, delle particolari scritture e incisioni che inneggiano a Maometto… tutto ciò rende il mondo dell’Islam un incredibile caleidoscopio di suoni, di colori, nenie, profumi, esaltazioni, essenze, di parole balbettate, di sguardi persi nel vuoto, atti di purificazione… un mondo che al tempo stesso intriga, attrae, ma… da considerare sempre con il dovuto rispetto! Il richiamo alla preghiera del muezzin è un qualcosa di spettacolare. Ascoltare la voce modulata che si rincorre, fra i tetti, le piazze e i bazar di Istanbul, di minareto in minareto, è un qualcosa da mettere i brividi per quanto sia bella da ascoltare. Il mondo dell’Islam se non lo tocchi con mano e ne comprendi filosofia e significati, verrà visto dall’occidente sempre come una cultura blasfema. Conoscere il mondo percorrendolo semplicemente a piedi amplia l’orizzonte della mente facendoti capire e comprendere la bellezza e l’armonia della svariata umanità che calpesta le strade di questo mondo sempre pronto a guardarsi in cagnesco. Se si vuole capire l’Islam, bisogna conoscerlo ma, soprattutto, comprenderne il senso e il significato spirituale che poi… non è tanto così diverso da altre professioni di fede! Al-Salham Alheikum… che la pace sia con tutti voi! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

VERNAZZA (Cinque Terre, SP), uno “scrigno” tra mare e roccia…

Un luogo fuori dal tempo; un’atmosfera che si dipana dalle tradizioni marinare alla coltura degli agrumeti terrazzati; le verdi che arrancano fin sull’orlo di dirupi rocciosi, intorno; un porticciolo su cui s’affacciano le casette tinte dai colori pastello all’ombra della rupe su cui svetta il turrito castello; la piazzetta che pullula dei numerosi locali e delle accoglienti strutture ricettive antistanti la rada sul cui mare ormeggiano, protette dalle onde del mare aperto, le barche multicolori e la chiesa che si affaccia direttamente sul mare. Tutti elementi – questi – che caratterizzano il particolare borgo di Vernazza incastrato lungo la costa delle Cinque Terre.

Uno tra i più spettacolari borghi delle Cinque Terre, cittadina molto carina che offre vedute panoramiche mozzafiato, Vernazza lo si può ammirare in un’autentica cornice paesaggistica distribuita lungo incredibili pendenze che scorrono dai muretti a secco che contengono i campi (agrumeti e vigneti) a picco sul mare che ne caratterizzano l’unicità della bellezza. Muovendosi dal centro storico in discesa fino a raggiungere gli scogli del porticciolo sembra di attraversare una favola; il villaggio è percorso da un reticolo di ripide e strette viuzze che scendono verso la strada principale e terminano in una piazzetta proprio di fronte al porticciolo.

Qui, nel 2011, una violenta alluvione travolse e distrusse (causando enormi danni alle abitazioni e – purtroppo – anche numerose vittime) la gran parte dei principali edifici che affacciavano su via Roma che altro non è che un antico corso torrentizio coperto per facilitare il transito pedonale. In un territorio così ristretto, poco spazioso e, al tempo stesso, fragile giace, come uno scrigno in tutta la sua folgorante bellezza, un porticciolo che raccoglie le barchette dei pescatori, l’interessante edificio sacro della chiesa di Santa Margherita di Antiochia che domina le minuscole abitazioni colorate, mentre sul versante opposto si erge la torre di guardia dell’antico castello Doria.

Bellissima, coinvolgente, spettacolare, Vernazza è una delle principali mete da vedere del Parco Nazionale delle Cinque Terre; esso non merita una fugace e riduttiva visita, ma riesce a catturare il visitatore per la sua intrigante atmosfera fatta di pieni e di vuoti, camminando tra le ombre offerte dai suoi porticati e delle luci, dai sapori e dalle essenze aromatiche. É un paesino che ricorda i vecchi pescatori con le sue strette viuzze che serpeggiano tra le rocce, le barche che ancora oggi usano per la pesca, l’aria e il profumo del mare che ti accompagnano il viandante mentre cammina scrutando tra gi angoli più insoliti quei piccoli particolari (finestre, balconi, vasi, tende), e – perché no – mangiando un pezzo di focaccia.

Vernazza può essere considerata un borgo marinaro perfetto. La sua particolare struttura orografica (paesaggi in obliquo che spiovono verso la costa) riesce ad essere, oltre che interessante, anche piacevole, arrampicandosi su per le scalette e i vicoli poco battuti (ma qui, praticamente, tutti i vicoli vengono caratterizzati da scale e gradoni per superare e collegare gli impervi pendii) che – spesso – sono poco frequentati dal grande afflusso di turisti, ma che regalano comunque l’ombra e quella giusta calma per godersi questo capolavoro di borgo, tutto in verticale e variopinto che s’affaccia direttamente sul mare, così emblematicamente riassunto nelle singolari forme della sua bella chiesa principale.

Poter vivere, anche solo per un giorno o per qualche ora, la possibilità di scoprire e conoscere uno tra i più caratteristici borghi marinari della costa ligure come quello di Vernazza, offre a tutti coloro (viaggiatori o semplici “curiosi del bello”) che hanno la possibilità di interagire con gli elementi e la realtà offerti dal posto, una indimenticabile esperienza di connessione tra le eccellenze del territorio ligure, l’arte dell’ospitalità e dell’accoglienza e la voglia di perdersi tra le gradinate che arrancano dappertutto tra passaggi coperti che sembrano grotte, balconi fioriti che addolciscono la sobria atmosfera ligure con scorci e panorami che sbucano ad ogni angolo; il tutto incorniciato dall’immancabile presenza del mare. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Agafay desert (اكفاي – MAROCCO)… dopo un te sotto la tenda, a dorso di dromedario a spasso per il deserto.

A poche decine di chilometri a sud di Marrakesh s’apre uno spettacolo naturalistico e ambientale di notevole bellezza: chilometri e chilometri di silenzio tra l’immensità di paesaggi che si perdono all’infinito, mentre nel mezzo… il nulla del deserto di AGAFAY. Siamo alle soglie del più ambito (e sabbioso) Sahara che ha inizio nella parte a sud del paese, e questa esperienza “desertica” nell’Agafay si avvicina molto alle storie vissute sulle vie carovaniere, storie di uomini e cammelli, che da sempre attraversano il celebre deserto. Tutt’intorno, per centinaia e centinaia di chilometri non c’è nulla, solo un vasto orizzonte di sabbia e roccia ove ogni tanto, in lontananza, si scorgono muretti di pietre a secco (ovili) e qualche pastore che segue il suo sparuto gregge di capre che pascolano in una distesa di altopiani che – tra dune e dossi – creano un affascinante luogo, molto simile ad un autentico paesaggio lunare.

L’alto spirito di accoglienza e ospitalità che contraddistingue queste popolazioni stanziali nel deserto, tra berberi e nomadi tuareg, ha dell’incredibile. Appena raggiunti una piccola oasi che – improvvisamente – compare nascosta dietro una duna ecco comparire una piccola oasi; ma più che un’oasi è il risultato di come queste popolazioni riescano a ricavare, in un ambiente così aspro e – all’apparenza – inospitale, un angolo di paradiso davvero inaspettato: campi sapientemente coltivati ad ulivo e sufficientemente irrigati da acqua di pozzo astutamente ricavata da una falda sotterranea. Una grande vasca ricavata in un recinto di pietre a secco contiene centinaia di litri d’acqua che una pompa provvedere a trasferire nei canaletti appositamente ricavati tra i piccoli filari ulivati.

In un ampio spiazzo tra questi alberelli (che sembrano grossi cespugli) si ergono almeno 4 grosse tende, che si rifanno alla tradizione beduina; esse sono state realizzate per accogliere i viaggiatori che si trovano a transitare da queste parti. Qui, prendere parte al rito del te intriso con la menta sorseggiandolo seduti intorno ad un tavolo basso accovacciati su tappeti multicolori e cuscini dagli incredibili disegni, più che una tradizione che evidenzia l’ospitalità di questa gente, esalta la gentilezza dell’accoglienza e la cura che si esprime verso il forestiero per farlo sentire accolto in casa come amici e non come una fugace visita di forestieri di passaggio; oltre al te, coronano questa piacevole sosta anche biscotti preparati al momento, salsine, pane, marmellate, burro, spezie ed olive accuratamente preparate per l’occasione.

Qui i colori, in questa parte dell’Africa, vanno dall’ocra più intenso al rosso più sbiadito, incorniciando – laggiù sullo sfondo a sud – le aree aride della “cordillera atlantica”. Nonostante la loro latitudine, l’altitudine di queste montagne ti permetterà di vedere le cime innevate. Volgendo lo sguardo a mezzogiorno, se la giornata è nitida sono possibili scrutare i profili innevati delle montagne più alte dell’Africa settentrionale; quei monti dell’Atlante su cui domina, su tutti, la cima del Toubkal. Una escursione a dorso di dromedario è il clou più interessante e divertente della giornata; col suo passo lento e costante l’itinerario attraversa un ambiente naturale perfettamente conservato ove sembra di attraversare un incredibile paesaggio lunare scoprendo, oltre l’orizzonte, delle piccole oasi e ammirando pastori al seguito di centinaia di pecore pronte per il pascolo sulle arse colline incuriositi da cosa mai avrebbero mangiato queste pecore in un territorio così secco, inospitale e senza un filo d’erba.

La particolarità di questo luogo avvolto dal più assoluto silenzio, è che si sta attraversando un deserto di pietra e rocce ove lo sguardo – oltre ogni possibile orizzonte – offre un panorama unico, nel quale si susseguono bianche dune che si alternano a lievi ondulazioni in roccia rossastra, come calanchi in calcarenite, la cui forma e colore ricordano molto da vicino quelle Sahariane di Erg Chebbi. Il capo-carovana guida i passi dei dromedari lungo polverose e assolate piste; in lontananza si scorgono sparuti gruppi di case, più che altro 4 pareti in pietra con il tetto di palme, raccolte all’interno di recinti realizzati con pietre a secco del deserto. Come piccoli villaggi esse sono raccolte intorno ad un palmizio, ciò a testimoniare che in quel luogo la sapiente maestria di chi ci vive e la dura esperienza della vita nel deserto, hanno contribuito nel riuscire a trovare, e a ricavare dal sottosuolo, pozze d’acqua (spesso non potabili) utilissime ad irrigare quei pochi metri di deserto che si riescono a ricavare come colture di bacche, ortaggi e verdure, nonché di ulivi.

L’Agafay, come in molti magari credono di aspettarsi, non è un deserto sabbioso come quello del più blasonato Sahara; esso è, piuttosto, un immenso altopiano di terra arida che – per decine e decine di chilometri – offre una vera, autentica sensazione di deserto da godere soprattutto nei periodi giusti dell’anno. Qui la steppa locale determina anche le contrastanti condizioni climatiche in una terra eccessivamente arida tale da riuscire ad offrire giornate con temperature infernali che si alternano a notti estremamente fredde. Nei periodi più caldi dell’anno in questo deserto le temperature massime riescono a raggiungere (e superare) anche gli spaventosi 40 gradi, per cui queste escursioni su dromedario sono possibili effettuarle o all’alba o al tramonto.

Per il resto, poi, lasciarsi cullare dalla fantasia e sognando ad occhi aperti di poter essere un califfo, o magari l’avventuriero Lawrence d’Arabia o – meglio ancora – l’icona del perfetto cavaliere berbero spesso incarnato dal celebre attore Omar Sharif, riempie di pensieri, di emozioni e di sensazioni il resto dell’escursione ammirando gli splendidi scenari del paesaggio circostante in un’autentica estasi contemplativa. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

monti della Tolfa (tuscia viterbese VT), dal borgo della Farnesiana ai ruderi di Cencelle

C’è un territorio, quello dei monti della Tolfa, nel viterbese (alto Lazio) ove ancora si respirano – e si vivono – le tradizioni della Maremma; una terra ricchissima di tutto, dagli estesi campi di foraggio all’allevamento di vacche e cavalli, dalle copiose foreste agli estesi pascoli, dagli intensi profumi ai forti sapori, dal sacrificio di uomini e donne che portano sul volto i “segni” del lavoro in una terra che offre tanto ma che, spesse volte, risulta essere così severa. Allumiere, ha una bella piazza sbilenca ove il signore del tempo, proveniente dalla vicina Siena, portò qui le suggestioni del “Palio” rievocando i fasti della gloriosa tradizione senese in questa fetta di territorio tra i monti.

Già fin dall’antichità queste terre venivano solcate da tribù nomadi etrusche e questa parte di territorio, racchiusa tra i monti della Tolfa e la Valle del Mignone, sono i confini naturali di questa terra in cui si estraeva l’allume (da cui il nome del centro). Fu nel 1462 che tale Giovanni da Castro scoprì i preziosi giacimenti di “alunite”, minerale che veniva estratto per produrre l’allume), materia simile al salgemma con proprietà chimico-minerali che veniva prodotta ed esportata in tutto il mondo utilizzato per la concia delle pelli e per fissare il colore sui tessuti.

Inoltrandosi verso l’interno, ad appena 10 km fuori il paese, si raggiunge il borgo della Farnesiana sorto, tra la fine del XV e il XVI secolo per volere di papa Paolo III Farnese al fine di favorire lo sfruttamento delle miniere di alunite. Questo borgo sorse in quest’area proprio per poter offrire alloggio, ricovero e sistemazione per gli operai impiegati nelle cave di alunite, favorendo loro le strutture necessarie per il sostentamento della sempre più crescente comunità dei minatori. Così, verso la fine del ‘500 qui già erano sorti un mulino, alimentato dal vicino torrente Campaccio, un forno, una tenuta agricola ed una chiesa; solo più tardi, nel XVII secolo vi fu costruito un imponente granaio.

Il piccolo borgo, con lo scorrere del tempo divenne Signoria, ma fu solo alla fine della dinastia Farnese che il mulino ed il forno furono definitivamente abbandonati. Qui è presente forse uno tra gli allevamenti più intensi dei bovini della cosiddetta “razza maremmana”, un’antichissima specie autoctona oggi a rischio di estinzione. In azienda oggi sono presenti circa 250 esemplari, che vagano sui pascoli circostanti completamente allo stato brado. Il centro aziendale oggi è composto da un pittoresco borgo medioevale apparentemente “abbandonato”, una grande chiesa in stile neogotico (ma eretta nella metà del XIX secolo) dedita al culto dell’Immacolata Concezione, e il grosso edificio dei granai.

Dal borgo della Farnesiana, parte la traccia di uno stradello che attraversa il fossato e risale per le verdi pendici dei boscosi crinali dei monti della Tolfa; un luogo spettacolare immerso (e circondato) completamente nel verde. Tra il vagare di vacche che pascolano liberamente, i profumi intensi della macchia mediterranea intrisa delle essenze aromatiche di erbe officinali spontanee usate nella cucina tradizionale locale, si esce allo scoperto lungo un crinale sassoso che offre vedute panoramiche su tutto il circondario.

Muovendosi verso settentrione, lungo piacevoli saliscendi attraverso estesi tappeti erbosi, buoni per i pascoli in cui i cavalli corrono liberamente, si raggiungono le basi di alcune falesie, palestre privilegiate per gli amanti del free-climbing che quassù vengono ad allenarsi. Gli estesi orizzonti che solcano le skye-line ovunque volge lo sguardo, offrono vedute paesaggistiche davvero molto belle, soprattutto dopo la mietitura in cui il giallo intenso dei campi di foraggio esaltano l’azzurro del cielo in tutte le sue livree. Laggiù, verso ovest, è già ben visibile la costa del mar Tirreno.

Dalle falesie della Tolfa, si discende verso il centro della valle ove si scorgono alcuni capannoni per la produzione di prodotti caseari ricavati dagli allevamenti della zona. Giù in fondo, è ben riconoscibile la traccia ove un tempo era la massicciata su cui scorreva un tratto di linea ferroviaria che collegava la costa coi centri dell’interno. Alzando lievemente lo sguardo sull’orizzonte sono già ben riconoscibili i ruderi (torri merlate e cinta muraria) dell’antica città di Cencelle (conosciuta anche come Leopoli), nucleo urbano eretto per volere di papa Leone IV nell’854 per ricollocare in questa sede, più sicura e maggiormente protetta, gli abitanti della vicina Centumcellae (l’odierna Civitavecchia).

Da un abbeveratoio si risale lungo un assolato sentiero, ben tracciato dalla presenza di animali al pascolo e facilmente individuabile (con pavimentazione basolata) che raggiunge il varco d’accesso meridionale della città fortificata. Ben visibili sono le possenti strutture turrite poste a difesa della città e che cingono la perimetrazione delle mura; mura perimetrali di antichi edifici, le nicchie e le (appena accennate) navate di una chiesa, la via principale pavimentata da grossi basoli, i sarcofagi di antiche sepolture ed altri particolari urbani sparsi – qua e là – all’interno di questa vasta area (a tutt’oggi ancora oggetto di studio da parte di campagne di scavo archeologiche), restituiscono le arcane sensazioni di quella che un tempo era una fiorente città, posta tra la costa e i monti dell’interno, importante fulcro per gli scambi commerciali tra il mare e l’Appennino.

Conoscere, e poter vivere, questa parte di Maremma laziale, val davvero la pena trascorrere qualche giorno di vacanza magari progettando escursioni ed esplorazioni per visitare e godere di così tante bellezze paesaggistiche, naturalistiche e ambientali andando alla scoperta di tradizioni e luoghi spesso fuori dalla portata dei più grossi e intensi flussi turistici. Per chi ricerca sensazioni di pace (non solo col proprio animo) e gusto per la scoperta e l’esplorazione di luoghi insoliti, Allumiere, il borgo della Farnesiana e Cencelle… fanno al caso vostro! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ALKMAAR (NL), tra canali e birrerie qui il formaggio… è di casa!

Alkmaar è una città il cui nucleo storico è tutto raccolto intorno ad un suo canale principale ove – fin dall’antichità – i trasporti e i commerci avvenivano esclusivamente sfruttando le “vie d’acqua” che attraversano il centro. Muovendosi dalla Kanaalkade, il lungocanale si prende per i ciottoli della Koningstraat ove la facciata dell’antico edificio del Biermuseum (il “Museo della birra”) fa bella mostra di sé. Pochi passi ancora e le pittoresche vetrine dei multicolorati negozi (dai souvenir alle cibarie… formaggi e cioccolato su tutto) introducono alla scenografica piazza del Käsermarkt, dall’insolito pendio, ove prospetta il poderoso edificio del Käsemuseum, una sorta di gigantesco museo del formaggio accolto in un rinascimentale edificio di matrice ispanico/olandese.

Qui, durante l’estate, si tiene una specie di “olimpiade del formaggio”, un grosso mercato in cui si espongono – e si vendono – tutte le più conosciute specialità casearie della regione; la piazza viene letteralmente invasa dalle belle, profumate e solide forme del tipico formaggio olandese. Si continua sul lungocanale di Zijdam fino a svoltare e superare il ponte “levatoio” che porta al più antico edificio del centro storico della città: l’Altstadt. Qui parte la Helkelstraat che porta al successivo ponte levatoio che supera uno dei principali canali della città. Guadagnati il lungocanale di Verdronkenoord si ritorna verso il centro fino alla piazza ove avveniva l’antico mercato dei prodotti trasportati fin qui dai battelli che scorrevano lungo i canali; oggi, questo spiazzo è il centro in cui sorgono numerosi pub e tipici locali ove poter gustare i gustosi formaggi tipici locali ed assaggiare le prestigiose birre della tradizione olandese.

Una bella cortina di edifici multicolorati fa da scenografia al lungo corso principale del Langestraat che termina in fondo alla Große Sint Laurens Kirche, la chiesa dedicata al culto di San Lorenzo. Il moderno edificio del Museo dalle facciate in vetro, e del Teatro che sorge al suo fianco, invitano a seguire la Ramen Markstraat che sbuca alle spalle del Käsermuseum ove la statua di una signorina col tipico abito tradizionale olandese in bronzo porge il faccino a ricevere i bacetti dei viaggiatori che di qui passano. La piazza del Käsermarkt, poi, quando il sole cala e le luci si accendono, offre davvero un bellissimo spettacolo. Alkmaar, piccola e accogliente città a meno di 20 km a nord di Amsterdam, val davvero una piacevole e interessante visita, ma non una toccata e fuga, magari con un romantico weekend degustando i tipici formaggi locali e intingendo le gole con le birre di tutte le gradazioni. (testo ©Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

HELSINKI (“Helsingfors”, Finlandia/Suomy)… dall’isola di Taivalluoto alla cattedrale ortodossa

Dicono che la Finlandia sia il paese più felice al mondo… chissà! Ma andiamo a scoprirla e a conoscerla camminando a piedi attraverso il suo centro. Situata in riva al Mar Baltico, la moderna e cosmopolita HELSINKI (in svedese Helsingfors) è stata la capitale mondiale del design per il 2012. La bellezza della natura circostante si fonde perfettamente con il progresso tecnologico e le tendenze contemporanee. Un percorso a piedi attraverso il centro città ci porta alla scoperta della capitale della Finlandia attraverso squarci della sua storia, mentre la moderna architettura e il design all’avanguardia sono l’eccellenza di questa terra e del suo popolo. Helsinki è piccola ed è una città immersa nel verde dei boschi che la circondano, riflessa nel blù di un limpido cielo e del mar Baltico, e nel bianco della sua Cattedrale. È una splendida moderna ed avveniristica città, che ha saputo mantenere, anzi accrescere, il proprio carattere di elegante capitale; laddove la natura è padrona assoluta, regalando ai suoi abitanti quel mondo bucolico che ne arricchisce la sensibilità e la spiritualità, le cui principali componenti sono laghi, foreste e cielo, accompagnati dai silenzi più assoluti.

La città, nella sua parte interna, ci accoglie con giardini ed incredibili quartieri da vivere e visitare, mentre col suo fronte mare accoglie decide e decine di isole, tutte da scoprire. Muovendosi da ovest verso est, dalla spiaggia di Hietaranta, zona occidentale della città, presso una rada circondata da isole, strade e ponti, si superano le colline costellate dalle migliaia di loculi e tombe del cimitero cittadino. Giunti nel centro, in mezzo al caos di piazza Narinkkatori molto frequentata e accanto a un centro commerciale, sorge la curiosa forma della “Kampin Kappeli” (la Cappella del Silenzio), tutta realizzata in legno; al suo interno regna il più assoluto silenzio e la sua idea è quella di accogliere le preghiere di tutte le confessioni religiose; un luogo in cui ritrovare la pace nel frenetico caos di una grande metropoli. Spostandosi in direzione nord si raggiunge l’incredibile edificio della “Helsingin Keskustakirjasto OODI“, la biblioteca centrale di Helsinki.

Vivace luogo d’incontro proprio al centro della città, la biblioteca centrale di Oodi è una meraviglia: la sua struttura in legno e vetro, si espande per mezzo di linee curve che si perdono verso infinite prospettive da un punto all’altro dell’edificio. Al piano terra si trovano due caffé, mentre il piano superiore c’è un magnifico open space in cui, oltre ai libri, sono a disposizione stampanti 3D, sale per il gaming, una zona dedicata ad attività di stiratura e cucito, angolo musicale, stanze insonorizzate per studiare e lavorare. La biblioteca è molto frequentata da persone di tutte le età e vale davvero la pena entrarvi, non solo per visitarla ma anche per prendersi un po’ di tempo per viverla. A pochi minuti dalla Biblioteca si raggiunge “Helsingin Päärautatieasema“, la monumentale Stazione Ferroviaria di Helsinki. Bellissimo e possente edificio in granito situato proprio nel cuore di Helsinki. La parte esterna è caratterizzata da decorazioni risalenti al primo decennio del XX secolo, la parte interna è molto pulita, ordinata, ed è possibile visitarla in totale tranquillità a qualsiasi ora.

Bellissima struttura Art Nouveau in granito si evidenzia per l’alta torre e le gigantesche statue incastrate che sembrano reggere la facciata; davvero notevole! La stazione di Helsinki è un capolavoro di architettura: i quattro possenti uomini che reggono il globo, il grande arco a tutto sesto e la torre dell’orologio dall’inconfondibile profilo ne fanno uno dei monumenti cittadini più interessanti di Helsinki; qui la sera sembra la location di un film del “Cavaliere Oscuro” Batman e questo angolo di città, con un po’ di fantasia, sembra assumere le sembianze delle atmosfere noire di Gotham City. Raggiunti l’arteria principale si guadagna lo spettacolare viale di Pohjoisesplanadi una promenade cittadina su cui prospettano eleganti e raffinati edifici dell’’800 con negozi dalle principali griffe, musei, gallerie d’arte, bar, ristoranti e caffè, strada che costeggia il principale polmone verde della città: l’Esplanadi, un parco molto frequentato dagli abitanti poiché è il luogo ideale per i pic-nic estivi.

Da lontano già s’intravede la linea costiera coi magazzini e le strutture portuali che si stagliano all’orizzonte. Al termine dell’Esplanadi, invece, imboccando a sinistra una traversa (Sofiankatu) dalla pavimentazione lastricata con pietre “a scaglie” d’origine marina, quest’ultima sbuca nell’ampia piazza “Senaatintori” (il salotto della città) su cui svetta “Tuomiokirkko“, la maestosa cattedrale di Helsinki (simbolo della capitale) tutta bianca e di rito luterano compete – per bellezza e scenografia – al Pantheon di Parigi. Questa cattedrale svetta in mezzo alla piazza ed è posta in cima ad una monumentale scalinata completamente bianca contro il cielo azzurro della Finlandia, quasi ricordando i colori della bandiera nazionale; essa domina sulla grande piazza sottostante e da lì sull’intera skyline della città. E siamo finalmente giunti verso il mare.

Crocevia dei suoi intensi traffici (di persone, materiali e merci) è il porto, uno tra i luoghi di interesse e più frequentati della città coi suoi mercati: “Kauppatori” (quello scoperto con le decine di gazebo e tendoni bianchi e color arancio ed il “Kauppahalli” (quello al coperto). Il primo, al termine dei lunghi giardini dell’Esplanade verso il mare, è già ben visibile da lontano ed è caratterizzato per i suoi tendoni che si stagliano sul molo; qui si può trovare di tutto: da oggetti dell’artigianato lappone (cappelli, sciarpe, maglioni) a tutta una serie di souvenir, oltre all’ottimo “street food” della tipica cucina finlandese dall’ottimo salmone, proposto in zuppa e affumicato, alle polpette di renna, i frutti dei boschi finlandesi, il pesce fritto, il tutto a prezzi ragionevoli. L’altro mercato, quello coperto, è un edificio – distante poche decine di metri dal primo – facilmente riconoscibile per le strisce orizzontali che lo caratterizzano e posto adiacente la struttura curvilinee di un ufficio turistico, sempre sul molo.

Con le spalle al mare non si può non notare, posizionata in un punto più alto rispetto al porto, la mole della “Uspenskin Katedraali“, la Cattedrale ortodossa (detta della “Dormizione”), splendida chiesa russo/ortodossa, situata in cima ad una collina su un’isola attaccata al porto. Già da fuori, tutta in blocchi rossi, è stupenda ma ancor di più è la visita al suo interno: inimmaginabile e maestosa essa si protende sulla strada da una parte e sul parco dall’altra. La chiesa è stata costruita su uno sperone di roccia e viene considerata come la chiesa ortodossa più grande d’Europa; anch’essa, come la cugina bianca (luterana), spicca fra i tetti finlandesi. Visibile da qualsiasi punto del centro cittadino spiccano, su tutto, le 13 cupole a forma di “cipolla”, tutte in oro a 22 carati, che luccicano sopra l’imponente struttura in mattoni rossi.

La cattedrale è dedicata alla “Dormizione” perché una credenza locale narra che Maria non sia morta ma si sia solo… addormentata! Il suo interno è spettacolare, da lasciare senza fiato per le straordinarie bellezze artistiche, gli stili decorativi, le luci, i colori, i fumi dell’incenso che salgono fino alla cupola, le intriganti iconografie che celebrano la vita dei santi, della Madonna e del Cristo in croce; da non perdere l’iconostasi, che separa la navata, sostenuta da 4 colonne in granito, dove si celebra l’eucarestia e che è adornata da stupende icone. Una giornata intera è bastata per conoscere, scoprire e “vivere” tutte queste interessanti esperienze di una città del nord. Le lancette dell’orologio sono andate abbondantemente oltre le 20,00 (ora locale; siamo a + 1 ora in avanti rispetto all’Italia), ma qui sembra di essere in un pomeriggio d’estate sulle Alpi dopo un temporale estivo; i colori esplodono in tutta la loro straordinaria bellezza e rendono ancor più magica l’atmosfera nordica di questa capitale della Finlandia.

Il viaggio però continua, e non ci lasciamo sfuggire l’occasione di andare alla scoperta delle isole (qui giace l’arcipelago più grande del mondo, con oltre 80.000 isole) che costellano l’orizzonte sul mare e sorgono lungo il tratto costiero; non ci resta che prendere il traghetto dal porto di Helsinski e partire alla esplorazione di qualcuna di esse! Ma questa è un’altra storia da raccontare…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)