“OVERLORD” il D-Day del 6 giugno 1944: Il “giorno più lungo” sulle spiagge dello sbarco in Normandia (F)

Sono stato in Normandia per una dozzina di giorni ed il mio obiettivo prima della partenza dall’Italia è stato quello di stabilire un insolito itinerario storico-emotivo che mi giudasse, con gli occhi e con la mente, ma – soprattutto – attraversando a piedi quei territori, camminando lungo gli stessi orizzonti vissuti dalle migliaia di ragazzi sbarcati su quelle spiagge, o paracadutati la notte prima, nell’entroterra. Un viaggio nel tempo e nella storia della Normandia, ove tutto ruota intorno a quella gigantesca operazione militare (“Overlord”, il D-Day quel “Giorno più Lungo”) che liberò l’Europa dalle dittature; un interessante vagabondaggio compiuto andando alla scoperta e alla conoscenza della natura, dell’arte e della cultura di questa parte settentrionale della Francia che s’affaccia sul Canale della Manica… Il tutto nel ricordo e nella memoria di quei tantissimi giovani (americani, inglesi, canadesi, australiani, neozelandesi, scozzesi, danesi, norvegesi, francesi…) che sacrificarono la propria vita durante quella notte che cambiò la storia per sempre! Perchè la storia va benissimo studiarla sui libri ed approfondirla, ma quando essa diventa una realtà tridimensionale, assume tutta un’altra visione ed un’atra realtà, credetemi…!

UTAH BEACH, la notte che cambiò il mondo… per sempre! Sorge l’alba proprio dalla spiaggia che per prima fu interessata dalle operazioni dello sbarco in Normandia (il D-Day la più grande operazione bellica della storia), quella ove i primi fanti americani toccarono suolo: Utah Beach. Ma già dopo 30 minuti allo scorrere della mezzanotte tra il 5 e il 6 giugno, oltre 1500 aerei paracadutavano, sulla zona della penisola del Cotentin, migliaia di uomini della 82a Divisione aviotrasportata “Airborne”, che avrebbe preso il borgo di Sainte Mére Eglise, e della 101a Divisione aviotrasportata “Airborne” che avrebbe protetto e reso sicuro i collegamenti tra la testa di ponte di Utah Beach e l’interno. Con lo stesso spirito emotivo ripercorriamo le stesse direttrici compiute dalle truppe americane sbarcate nel settore delle spiagge di Utah. Oggi qui, dopo aver toccato e fatto scorrere tra le dita, la bianca e soffice sabbia della spiaggia, ci incamminiamo verso l’interno superando la gigantesca duna… Allontanandosi dalle spiagge e penetrando verso i territori interni si attraversano ampie zone di “marais” (le complicate paludi in cui molti paracadutisti persero la vita), si supera il cippo marmoreo con statua in bronzo che ricorda le azioni del ten. Winter (protagonista della serie televisiva “Band of Brother“, realmente esistito!) che con gli uomini della 506a “Easy” Company riuscì a mettere fuori combattimento, dopo aver toccato suolo tra le campagne di St. Mére Eglise e St. Marie du Mont, quattro batterie di cannoni tedeschi le cui bocche da fuoco puntavano ad ostacolare le operazioni di sbarco terrestri… Dopo aver attraversato il piccolo borgo di Sainte Marie du Mont, si punta decisamente verso Sainte Mére Eglise ove sbuchiamo al centro di quella piazza (la “piazza del massacro”) immortalata nelle scenografie del più famoso film sull’argomento; una piazza che nelle prime ore del 6 giugno – abbagliata dalle fiamme di un vicino edificio – rischiarò il buio di quella triste notte favorendo la reazione dei tedeschi che annientarono centinaia di paracadutisti ancor prima che questi toccassero terra, ad accezione di un soldato (John Steele) che, durante la discesa, rimase impigliato con il paracadute al campanile della Chiesa di questo piccolo borgo e di cui, ancora oggi, un manichino ne raffigura l’episodio.

POINT DU HOC, quella maledetta scogliera! Se c’è un luogo, in tutta la Normandia che ricordi ciò che avvenne quel 6 giugno 1944 esso è Point du Hoc, trenta metri di ripida roccia diventato, suo malgrado, il promontorio più famoso di tutte le coste francesi. Una falesia che piomba nel mare e caratterizza due scogliere dalle inaccessibili muraglie rocciose. Qui fu allestita la più imponente postazione di batterie di cannoni tedeschi che potevano colpire due tra le più importanti spiagge dello sbarco in Normandia: Utah a ponente e Omaha a levante. Questo fu il luogo che vide l’avvicinarsi delle compagnie del 2° Battaglione degli US Rangers che con scale, corde e rampini avevano il compito (tentando l’impossibile) di scalare la rocciosa scogliera fino all’altopiano e, successivamente, assaltare e distruggere le linee tedesche asserragliate nei bunker in cima.… ai loro occhi si presentò un paesaggio colmo dei crateri lasciati dopo i pesanti bombardamenti dell’artiglieria navale… Oggi qui si respira una sensazione di calma e raccoglimento, il cielo azzurro si unisce oltre l’immenso sulla linea del mare, e le uniche voci che resistono sono quelle del vento e dei gabbiani. Ancora oggi si riesce a percepire quella terribile sensazione di cosa fu l’alba di quel 6 giugno; si rivive drammaticamente quell’ambientazione del tempo: i bunker, le batterie tedesche, i cannoni, il filo spinato, le falesie, il vento che soffia incessante… tutto contribuisce a rendere questo luogo davvero un posto molto suggestivo. Tutta la zona che sovrasta il promontorio e un luogo fuori dal tempo, sembra di essere proiettati indietro di oltre 70 anni: per volere e/o scelta delle autorità locali e militari, l’area è stata lasciata così come si presentava dopo la guerra.

OMAHA (bloody) BEACH… un inferno chiamato MG42, lo sterminio degli US soldier …Poco alla volta ci avviciniamo a quella che, in più di qualche trasposizione cinematografica, è stato il racconto e la narrazione dei fatti svolti e avvenuti qui, in Normandia. Due opere su tutto: come il “Giorno più Lungo” e “Salvate il Soldato Ryan” restituiscono visivamente ciò che realmente è accaduto qui. Il varco di “Dog Green” quel varco aperto dopo estenuanti ore di battaglia su 8 km di spiagge tinte dal rosso sangue degli uomini della 1a e della 29a Divisione di Fanteria Americana che qui, durante la prima ora dello sbarco, dei 2400 uomini che tentarono di mettere piede a terra, più del 50% lasciarono sull’arenile le proprie giovani vite falciate dalle micidiali MG42 tedesche (25 colpi al secondo ad una velocità di 900 km all’ora) praticamente… un autentico plotone d’esecuzione! …Stare qui, voltarsi intorno cercando di capire le varie posizioni dei belligeranti sul terreno; chi difendeva e chi attaccava, vedere coi propri occhi, il solamente intuire, comprendere e conoscere ciò che è avvenuto su questa spiaggia fa davvero rabbrividire. Bloody Omaha (Sanguinosa Omaha) fu definita la spiaggia; oggi sull’arenile dalla sabbia dorata di Omaha è stato eretto un monumento commemorativo intitolato “Les Braves” (i Coraggiosi) composto da tre stele d’acciaio simili a vele spiegate al vento che simboleggiano la speranza, la libertà e la fraternità. A margine della maledetta spiaggia, a pochi chilometri si giunge a Colleville sur Mer ove s’apre la spianata del più grande cimitero monumentale militare di sempre: il Normandy American Cemetery. Al suo interno sono accolte le 9386 croci di marmo di Carrara tutte allineate in geometrica sequenza e avvolte da un impressionante silenzio. Nell’asse del viale centrale s’innalza quel “Muro dei Dispersi”, su cui sono iscritti 1557 nomi di ragazzi mai più ritrovati. Sembra di “vivere” le scene iniziali e finali del Capt. Miller in Save Ryan Soldier; tra i viali un attempato novantenne (sicuramente uno dei reduci di Omaha) a passo lento e dondolante col bastone, accompagnato dalla consorte sono affidati alle amorevoli cure di una guida che illustra loro le bianche lapidi; dal film alla realtà la differenza sembra davvero non esistere! …Non vi sono parole per descrivere questo luogo carico di storia ma, al tempo stesso, che esprime immenso dolore e profonda tristezza. Splendidamente tenuto in ogni cura (il suolo è territorio americano donato dalla Francia) e particolare qui, il silenzio, è d’obbligo; qui giacciono le migliaia di spoglie di coloro che hanno dato la vita per la nostra libertà. La suggestione di questo luogo si esprime anche attraverso i suoi colori: il blu del cielo, il verde smeraldo dei prati, il bianco abbagliante delle croci, il silenzio…! Dinanzi a questa infinità di bianche croci (diverse le Stelle di Davide) si rimane sbalorditi al solo pensiero che ricordano i tantissimi ragazzi morti per aver dato a noi tutti oggi la libertà. Prima di andar via resta dentro solo un grande senso di vuoto e di impotenza, mentre fuori la sensazione è quella di godere solo di un grande senso di gratitudine rendendo onore a tutti questi eroi. La guerra… tutte le guerre… da che mondo è mondo restano sempre, e solamente, la più grande e orribile azione creata dall’uomo.

GOLD BEACH: un incredibile molo sulla spiaggia delle conchiglie! PORT EN BESSIN e ARROMANCHES …Poter ammirare da vicino di quali opere l’ingegno umano e possibile concepire è solo qui, di fronte alla baia di Arromanches, che si percepisce la monumentalità dello scopo. Le banchine portuali fluttuanti di Arromanches sono una delle più straordinarie elaborazioni ingegneristiche applicate all’utilizzo bellico: il porto artificiale. Durante lo sbarco in Normandia, dopo che gli inglesi ebbero conquistato la spiaggia (nome in codice: Gold Beach), diedero subito inizio alla costruzione di un grande porto artificiale, destinato ad accogliere l’enorme mole di uomini e materiali necessari per l’avanzata degli alleati verso l’interno …Arromanche fu un prioritario obiettivo durante le operazioni dello sbarco poiché gli stessi alleati individuarono la possibilità di realizzare, nella sua rada, una imponente opera portuale artificiale per poter garantire, in tempo utile, la fornitura di armi e munizioni alle truppe sbarcate; i componenti di questo porto furono trasportati a pezzetti attraverso il mare e, successivamente, assemblati di fronte ad Arromanche. Le forme bizzarre dei cassoni, a volte anche misteriose, di ciò che resta del gigantesco porto artificiale, determinano la skyline lungo l’orizzonte laddove il cielo e il mare s’incontrano. Qui, durante lo sbarco, all’estremità orientale dello schieramento americano, quella tristemente famosa spiaggia di Omaha Beach, insieme ai genieri inglesi, sbarcò e mosse le prime operazioni anche il comandante in capo delle forze terrestri alleate: il generale inglese Montgomery.

SWORD e il ponte “conteso” di Pegasus Bridge …Stando al piano, i parà avrebbero dovuto prendere terra qualche ora prima degli sbarchi, raggrupparsi, raggiungere gli obiettivi assegnati, occupare e tenere le vie di comunicazione da e per le spiagge, creare confusione dietro le linee tedesche e appoggiare le truppe da sbarco. L’aliante offre forse un’immagine meno spettacolare delle orde di paracadutisti, ma compensava con la sua estrema silenziosità e, specie nel caso di Pegasus Bridge, precisione. Se i paratroopers statunitensi, più a ovest, raramente atterrarono nei luoghi previsti, il maggiore Howard ed i suoi uomini arrivarono a poche decine di metri dal ponte; i tedeschi posti a difesa del ponte pensarono che il leggero rumore prodotto dall’atterraggio in planata del velivolo fosse semplicemente un pezzo di aereo abbattuto dalla contraerea.  Un errore che si rivelò fatale …Immediatamente a terra il parà Brotheridge e il suo plotone imboccarono di corsa il ponte, gli “Sten” imbracciati all’altezza del petto, pronti a fare fuoco. La giovane sentinella tedesca – poco più di un ragazzo – si vide arrivare contro ventidue diavoli in divisa da combattimento, le facce annerite, le armi spianate. La parte dell’eroe non le si addiceva.  Anziché sparare, si mise a correre verso l’altra estremità del ponte, gridando: “Paracadutisti!” La seconda sentinella udì il grido e fece in tempo a sparare un razzo di segnalazione prima di essere colpita da una raffica di mitra (furono questi i colpi uditi da Poett). Il razzo e una forte esplosione (gli uomini di Brotheridge avevano fatto saltare il bunker all’imboccature orientale del ponte), fecero scattare l’allarme. I tedeschi guadagnarono le trincee e reagirono aprendo il fuoco con le mitragliatrici leggere e con gli Schmeisser …Ci vollero meno di dieci minuti per mettere in sicurezza il ponte. I tedeschi, presi completamente di sorpresa, furono rapidamente sopraffatti, mentre gli inglesi persero due uomini: furono i primi caduti di Overlord su entrambi i fronti, circa 30 minuti dopo la mezzanotte del 6 giugno. E non furono gli ultimi, dato che il maggiore Howard ed i suoi uomini, che furono rinforzati nel frattempo da ulteriori elementi della 6° aviotrasportata, furono impegnati nel respingere numerosi contrattacchi tedeschi durante tutta la notte e la mattinata seguente. Il destino degli uomini del maggiore Howard era dunque strettamente legato alle truppe in arrivo ad Ouistreham, sulla spiaggia denominata Sword, il punto più orientale dell’assalto anfibio. Nello specifico, i Commandos inglesi ebbero l’ordine di recarsi immediatamente verso i ponti una volta sbarcati. A guidare le forze speciali britanniche vi era Simon Fraser, 15° Lord di Lovat, carismatico nobiluomo scozzese tutto d’un pezzo, assistito dal soldato Bill Millin, il quale, tra lo sconcerto di alleati e nemici, sbarcò a Ouistreham armato solo di un coltello e della sua fidata cornamusa. Lord Lovat scelse personalmente Millin come suo assistente, e gli ordinò di accompagnare lo sbarco dei Commando con il suono del suo strumento, contravvenendo ad uno specifico divieto dell’Alto comando …Seduti al Café Gondrée (meglio noto, a partire da quella lunga notte del 6 giugno 1944, come il ‘primo edificio francese liberato’), a pochi metri dal ponte, non si può non pensare all’incontro tra il maggiore Howard ed i suoi uomini con Lord Lovat ed i Commando inglesi, nella tarda mattinata del giorno più lungo. La conferma del successo della loro missione arrivò, per le truppe aviotrasportate, con il suono di una cornamusa. Il fianco orientale di Overlord era stato messo in sicurezza, lo sbarco a Sword, nonostante qualche intoppo, aveva avuto successo e le forze britanniche muovevano alla volta di Caen. Per la 6a aviotrasportata la notte più lunga era giunta al termine. La vittoria portava il segno del silenzio degli alianti e delle rumorose cornamuse scozzesi. Questo può ritenersi vero soprattutto per quanto riguarda Bill Millin. Arrivati nei pressi del ponte, Lord Lovat esordì con un “Sorry for being late”, conscio dei due minuti di ritardo della sua unità: con il soldato Millin in testa, i Commando attraversarono Pegasus Bridge marciando, esponendosi al fuoco dei tedeschi appostati non troppo lontani. Dodici uomini furono colpiti, ma Millin, che marciava diversi metri davanti i suoi commilitoni armato solo di coltello e cornamusa, rimase illeso. Più tardi chiese a due tedeschi catturati nelle vicinanze il motivo per cui non spararono ad un bersaglio così facile: “doveva per forza essere un matto, non ne valeva la pena”, risposero!

ETRETAT, uno sbarramento di rostri lungo la Costa d’Alabastro!Etretat non è stata direttamente coinvolta durante gli avvenimenti bellici del II conflitto mondiale anche se su questa spiaggia furono realizzati i rostri in acciaio per impedire un eventuale sbarco alleato a difesa di quello che il governo del III Reich hitleriano definì come la difesa del Vallo Atlantico; tant’è che sono ancora ben visibili le costruzioni in cemento di bunker realizzati alla base della precipitosa scogliera. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Mount SALÉVE (alta Savoia, F)… la “montagna” dei ginevrini!

Raggiungibile in pochi minuti di autobus dal centro di Ginevra (20 km circa), questa montagna, che s’apre come una immensa balconata panoramica su tutto il lago e la valla del fiume Arve, è – per i ginevrini – il simbolo per eccellenza dello svago, del relax e delle attività all’aria aperta come l’escursionismo ed altre ancora. Il mount Salève, anche se si eleva in territorio elvetico – come già detto – simboleggia la skyline di Ginevra e da sempre è un luogo tra i sui simboli più rappresentativi. Per la sua bellezza, ed aspra natura al tempo stesso, è una meta di escursione degna di nota con ampie vedute panoramiche che abbracciano la città di Ginevra, il lago, la catena alpina, il Giura e il Monte Bianco.

Appena superata la frontiera compare Veyrier, un villaggio che viene bagnato dalle acque del fiume Arve che nasce nel massiccio del Monte Bianco. A pochi passi, in prossimità dell’inizio del sentiero principale, si passa accanto alla frazione di Sierne, un gruppo di edifici di origini contadine che si alterna alle residenze borghesi del XVII secolo offrendo un paesaggio bucolico in cui si vive come in un viaggio nel tempo. Poco dopo la ferrovia, si prosegue a sinistra sullo Chemin du Bois Mériguet lasciando le ultime case e – superati il ponte dell’Autoroute Blanche – la pista comincia a salire verso destra. L’ambiente cambia improvvisamente; non più prati, non più campi e giardini ma una fitta e copiosa foresta in cui domina l’acero e la faggeta. Gradualmente la pendenza aumenta d’intensità e il sentiero è sempre più roccioso.

Il sentiero continua a salire attraverso il bosco di faggi ed offre – volgendo verso sinistra – splendidi panorami su Ginevra e il lago. L’escursione continua, lungo impervi tornanti, sulla montagna che è l’emblema di Ginevra: il Salève, situato in Francia, offre non solo uno dei più bei panorami della regione ginevrina, ma anche molte sorprese sia dal punto di vista storico che naturale. Piccola nota dolente di questa prima parte di ascensione al Salève che avviene – superando impervi tornanti dalle incredibili pendenze – interamente avvolto dalla copiosa foresta, è il fastidioso rumore (quasi un rombo) generato dal passaggio delle auto nel tratto autostradale giù nel fondo; una balaustra scorrimano in acciaio e qualche fune in metallo aiutano nell’impegnativo superamento delle pendenze.

Nella scarpata, prestando molta attenzione tra baratri e profondi valloni, il sentiero prosegue su una scalinata (del XIV secolo) scavata interamente nella roccia. Questa collegava i transiti tra il Salève a Ginevra prima della costruzione (nel XIX secolo) di una ferrovia a cremagliera (Érrembieres), in funzione fino alla metà degli anni ’30 dello scorso secolo; dell’infrastruttura ferroviaria oggi rimane una galleria (interdetta) che s’incrocia lungo il sentiero. Fin dai tempi remoti, la montagna del Salève ancor pima di divenire la meta preferita per l’escursionismo ginevrino, i suoi sentieri permettevano il passaggio e i collegamenti lungo la linea del vicino confine, a traffici commerciali relativamente alle attività boschive, a qualche passaggio illecito di contrabbando e ad essere zona sicura e punto di riferimento per f che fuggivano dalle persecuzioni naziste della II Guerra Mondiale.

Appena superati l’ultimo tornante della galleria interdetta della vecchia ferrovia, incredibilmente l’eco trasmessa dalla sottostante autostrada finalmente termina e si viene circondati dal più assoluto silenzio ove regna, sovrano, il cinguettio degli uccelli del bosco accompagnati dall’intenso profumo delle erbe aromatiche; qualche altro ospite della foresta come alcuni esemplari di scoiattoli rossi, rendono ancor più magica questa atmosfera. La pista spiana presso Le Pas de l’Échelle; a destra un ponticello (che non va preso), a sinistra un portale in pietra (privato) con piccola torretta; si continua appena superata una sbarra che immette su un lungo rettilineo nel bosco (Chemin du Funiculaire). Si esce fuori dal bosco in prossimità della bella chiesa di Saint Pierre aux Liens, al centro del villaggio montano di Monnetier (700 m).

Da qui ora una rotabile (Route des Trois Lacs) sale a destra verso la montagna. Seguendola per qualche centinaio di metri, a destra stacca una pista (Chemin des Carrières) che penetra nel bosco fino a raggiungere alcune case isolate, proprio sotto il ben visibile Chalet de la Croix (890 m), che offre uno spettacolare punto panoramico sulla valle dell’Arve, con Ginevra e il suo lago e una fantastica veduta paesaggistica sul Mount Blanche. Dallo Chalet de la Croix parte – sempre attraverso il bosco – un lungo sentiero segue il crinale di cresta, esce dal bosco e continua lungo pendii prativi che ricordano quelli del Giura, a cui il Salève appartiene. A quasi 1100 m il luogo offre una vista sconfinata sull’intera regione ove si riconoscono gli elementi emblematici del paesaggio ginevrino come la rada, il jet d’eau, i fiumi Rodano e Arve; più avanti la stazione d’arrivo della funivia del Salève. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Lungo la costa del SALENTO (LE, Puglia); attraverso “lu sole, lu mare, lu viento…”

Un cammino per convincere ad essere percorso necessariamente avere due importanti peculiarità che in esso si riflettono: la bellezza dei luoghi attraversati e le peculiarità, come arte, tradizioni, cucina, folklore, storia, artigianato, sguardi, calore umano, accoglienza, ospitalità e tanto – ma proprio tanto – altro ancora che rendono un cammino davvero speciale, come quello che scorre lungo la costa del Salento; una terra che s’affaccia ad oriente, protesa nell’infinito e avvolta solo dai silenzi, tra l’intenso azzurro del cielo e quello del mare. Qui la natura è intrisa dalle antiche essenze di aromi, sapori e profumi che sanno d’oriente; laddove le coinvolgenti passioni di matrice ellenica restituiscono bucolici paesaggi fatti di ulivi secolari e muretti a secco, di spiagge e grotte irraggiungibili, di grano saraceno e piatti speziati, di ambienti selvaggi e natura incontaminata; tutto questo è la Puglia, tutto ciò è il “Salento” antica terra che restituisce valore alla sua cultura, con culture forgiate dalle arcaiche tradizioni di pescatori e contadini che affondano le proprie radici tra gli antichi messapi passando per greci, turchi e bizantini…

Con queste premesse, e pochi giorni a disposizione dopo un luculliano pranzo matrimoniale, si decide di andare a camminare su questo lembo di terra ai confini del tutto, laddove il mar Ionio s’incontra con l’Adriatico e dove durante i giorni di tempesta il rumore delle onde del mare che s’infrangono sulla scogliera “Ca me pariane lu rusciu te lu mare… Lu rusciu te lu mare è troppu forte” sembra il lontano rombo di cannone. OTRANTO ci accoglie con una skyline fatta di bianche case che si alternano alle antiche abitazioni in pietra leccese; con il reticolo di strade, vicoli, portali e slarghi – dominati dal Castello Svevo – che si vivacizzano di negozi e botteghe alternandosi ai profumi della cucina locale. Pochi minuti fuori le ultime case di Otranto e la sua zona portuale e si raggiunge la bella “Torre del Serpe”; subito dopo si tocca la Masseria Orte e, tra piacevoli saliscendi, una singolare pineta dai tronchi piegati dal vento raggiunge l’orlo di un luogo davvero fuori dal mondo: il laghetto di una (ex) cava di bauxite, uno specchio d’acqua tra l’azzurro e il verde che riflette le rocciose sponde rossastre offrendo un paesaggio che sembra essere espandersi tra le “Rocky Mountains” statunitensi e l’Ayers Rock australiane. Quattro salti sul roccioso sentiero e compare il bianco “Faro Pelascia” geograficamente considerato il punto più ad est d’Italia; sostare qui, anche solo per pochi minuti, dona sensazioni uniche.

Proseguendo ancora per tratti su roccioso sentiero e piste in terra battuta si sbuca alla suggestiva cala di “Porto Badisco” ove – come narra la leggenda – sia approdato Enea in fuga da Troia; qui i colori dell’azzurro sono talmente così intensi che cielo e mare sembrano scambiarsi posizione. Sfiorando ancora muretti a secco si raggiunge ciò che resta della “Masseria Grande”, una imponente costruzione (abbandonata) dall’ampio portale d’accesso lastricato con basoli calcarei. Per ampi prati e filari di pini marittimi, si giunge – infine – tra le prime case di SANTA CESAREA TERME, con singolari portoni d’accesso mosaicati in tutte le tonalità d’azzurro. Da qui il “cammino” salentino prosegue – sempre verso sud – lungo la fascia costiera fino a giungere, in meno di un chilometro l’insenatura di “Porto Miggiano” guardato a vista dall’omonima torre. Ancora qualche chilometro che si alterna tra l’asfalto e tratti di sentiero a mezzacosta e si entra nel bellissimo centro di CASTRO, un meraviglioso borgo medioevale. Sfiorando i bastioni del suo poderoso Castello, tra botteghe multicolori che propongono oggetti nella tradizionale ceramica locale, da lontano giungono i lontani ritmi di una “pizzica”, il tipico ballo salentino con andamento danzante che accompagna una poesia, un canto d’amore fra due innamorati.

La brezza marina sale fino ad inebriare i nostri polmoni già provati dalla fatica, ma sono i profumi della natura, quelli che richiamano la nostra attenzione. Si scende così finalmente alla suggestiva cornice paesaggistica della “Cala di Acquaviva”, una particolare insenatura rocciosa che raccoglie le splendide acque dai fondali multicolori che vanno dal giada allo smeraldo, per il blu cobalto e il turchese, uno spettacolo della natura davvero fuori dal comune; la particolarità di questo fenomeno visivo è dovuta alle sorgenti d’acqua dolce che sbucano direttamente dal fondale; qui siamo ai piedi di Serra Marittima. Brulle creste in roccia calcarea determinate dai copiosi cespugli, infiorescenze, pini marittimi piegati dal vento, ulivi dai tronchi attorcigliati sostenuti da muretti a secco (alcuni geometricamente perfetti da sempre utilizzati come recinti e ovili per raccogliere gli animali al pascolo) che si alternano ad alberi di fico, copiosi gruppi di fico d’india e i profumi delle erbe aromatiche come il timo, il rosmarino e la rucola; questo è un tratto di pista conosciuto come il “Sentiero della Serra del Mito” che scorre in falsopiano e sfiora ciò che resta della “Torre del Sasso” e le successive curve delle “sette pajare” fino a scendere tra le prime case del suggestivo borgo marinaro di TRICASE porto.

Subito dopo si guadagna l’imbocco del sentiero, meglio conosciuto come il “Nemico”. Da qui in poi si lascia alle spalle la frastagliata costa e si penetra attraverso un paesaggio prevalentemente agreste, caratterizzato dagli immancabili muretti a secco in pietra calcare, spesso misti a blocchi squadrati di mattoni in pietra leccese dal tipico color rosato. Per vie campali che consentono di collegare ampi appezzamenti di coltivi (ortaggi, vigneti, uliveti e alberi da frutto) con la vicina borgata, si entra tra le prime case di TIGGIANO, tipico paese del Salento ove la principale occupazione – laddove ancora persiste – è l’agricoltura che riesce a soddisfare i primari fabbisogni familiari. In pochi minuti si raggiunge il successivo abitato di CORSANO dalle tipiche residenze dell’architettura salentina che si contraddistinguono per la distribuzione semplice ed efficace dei suoi vani tra portali d’ingresso ad arco ribassato e terrazzini sfalsati; ambienti spesso angusti e ridotti ma che sono efficacemente arieggiati in modo tale da trattenere il calore durante la stagione invernale e mantenere freschi gli ambienti durante la canicola estiva. Tra muretti a secco, uliveti, agavi, boschetti di eucalipto, pinete, carrubi e case tutte intonacate di bianco e d’azzurro, dopo una lunga discesa si giunge al caseggiato di NOVAGLIE proprio a ridosso della naturale insenatura (scavata nella roccia) della marina di Novaglie, che si caratterizza per le sue torri costiere e le grotte raggiungibili dal mare.

Il roccioso “Sentiero delle Cipolliane” è un percorso panoramico che serpeggia lungo la costa caratterizzato da passaggi e strettoie della macchia, attraverso un paesaggio sospeso fra la terra, il cielo e il mare. Si avverte, lungo questo tratto di sentiero, la testimonianza della tipica architettura rurale sulla distribuzione del suolo lungo gli impervi pendii e di come la mano dell’uomo contadino sia riuscito – durante lo scorrere del tempo – a modellare le difficoltà di questo posto, con la realizzazione di elementi lapidei come i “muretti paralupi” che cingevano gli ovili per le greggi al pascolo. La presenza della vicina grotta delle Cipolliane, una cavità di difficile accesso sospesa a circa 40 metri sul mare, e la numerosa presenza di conchiglie fossili ben visibili sulle rocce testimonia di come questa parte di territorio milioni di anni fa era sommersa dal mare. Si giunge all’insenatura di Ciolo, unita tra le due sponde dall’ardito ponte ad una campata sospeso ad un’altezza di 40 metri circa sul mare; sulla destra una gola rocciosa che sembra chiudere il cielo, a sinistra gli splendidi fondali della grotta del Ciolo. Proseguendo per piste campali si raggiunge prima il caseggiato di SALIGNANO, poi quello di CASTIGLIANO del CAPO e, successivamente, l’ampia rotatoria ove la via si congiunge alla statale per Maglie. Qui, nel punto d’incontro, c’è l’Erma antica, una sorta di tabernacolo dove i fedeli in cammino verso Leuca depongono la pietra penitenziale portata fin qui durante il proprio pellegrinaggio; in questo punto convergono ben quattro cammini che terminano tutti alla “Finibus Terræ”.

Si giunge così all’ingresso dell’imponente piazzale – meta finale – ove prospetta il Santuario. Uno spiazzo circondato solo dal silenzio e avvolto dall’immensità del cielo e del mare che qui s’incontrano tra preghiera e meditazione. Con lo sguardo si cerca di scorgere un orizzonte che sembra non aver mai fine, mentre col pensiero ci si rivolge all’ascetico e mistico luogo – il Santuario (Basilica Pontificia) di Santa Maria de “FINIBUS TERRÆ” – in cui si venera la Vergine Maria custodita in una teca e omaggiata da tutti coloro che giungono fin qui. Una cortina composta da archi in pietra calcarea, racchiudono il lato sud della piazza che al suo interno accoglie la colonna che determina la fine, il “punto” geografico; al di là degli archi si erge il bianco e possente faro della Marina Militare. Appena sotto, la scogliera di Punta Meliso affonda nel punto estremo più a sud dell’italico “tacco”; qui si congiungono i due mari che sembrano amalgamarsi proprio con due diverse colorazioni d’azzurro; ed è proprio qui che si avverte quello che è il magico concetto di… infinito! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Aneddoti, curiosità e misteri sul Sentiero degli Dei: camminando sospesi tra cielo e mare in una terra avvolta da leggende

Ho lasciato per la prima volta sul Sentiero degli Dei le impronte dei miei scarponi nella primavera del 1985… esattamente quarant’anni fa! Lo scenario e i paesaggi sono sempre gli stessi, così come i profumi delle essenze aromatiche che crescono lungo il suo percorso; qualche rudere di un tempo, è stato riadattato e (spesso) anche modificato; l’intuito di qualche pastore e la lungimiranza di qualche contadino sono riusciti a dare una nota di colore riuscendo a proporre ed offrire – all’escursionista di passaggio – la possibilità di potersi immergere in una serie di esperienze gustative e sensoriali che altrove sembrerebbe quasi impossibile riuscire a trovare.

Ma 40 anni fa questo tratto di sentiero che, come descrisse l’incanto della Penisola dei monti Lattari e la Costiera il famoso geografo viaggiatore emiliano Leandro Alberti nella sua “Descrittione di tutta l’Italia… et le Signorie della Città” (Bologna, del 1550), mette in collegamento la marina di Positano con l’altopiano di Agerola ed ha permesso – durante lo scorrere dei secoli – rapporti e scambi commerciali con le popolazioni dei territori montuosi dell’interno con le famiglie dei pescatori agli sbocchi sul mare. Durante le mie prime esplorazioni sul sentiero ho avuto modo (e, sicuramente, la fortuna) di poter incrociare i miei passi con quelle di chi – su questo percorso – ci viveva e ci lavorava; e da questi straordinari “abitanti in Paradiso” ho avuto anche la possibilità di poter dialogare con loro, di poter conoscere e scoprire parti di un mondo (e di una vita vissuta) sconosciuto a molti.

E’ un particolare ambiente, quello della penisola dei monti Lattari, che nel corso dei secoli ha prodotto un’agricoltura intensiva e specializzata ricavata dai tipici “terrazzamenti” (limoneti e vigneti) i quali, ad una rendita sempre meno conveniente, hanno subito trasformazioni e rimaneggiamenti creando volumi abitativi prospicienti il mare e la possibilità di penetrare sempre di più verso l’interno ha reso possibile la realizzazione di una fitta rete di strade e stradine con incredibili arrampicamenti lungo i ripidi pendii; e il famoso sentiero è – appunto – uno di questi tratti storici che fin dall’antichità ha sempre permesso di collegare l’ellenica colonia marina di Positano con l’accampamento romano sorto sull’altopiano di Agerola.

I racconti narrati da questo “Popolo del Paradiso” riuscivano ogni volta a coinvolgermi sempre di più, facendomi conoscere – di volta in volta – scenari, realtà e dimensioni che, spesso, rasentavano l’immaginazione lasciando ampio spazio alla fantasia e alle visionarie interpretazioni di come la vita, fin dalle origini, veniva vissuta in questa incredibile cornice paesaggistica. Ho più volte incrociato un anziano che trasportava sulle sue spalle, percorrendo il sentiero per ben due volte al giorno, pesanti e ingombranti contenitori in ferro per il trasporto del latte raccolto dalla mungitura delle capre che pascolano sul sentiero; così come spesse volte ho incontrato muli che trasportavano sul dorso due pesanti gerle colme del raro vitigno “Piere ‘e Palomma” (Piede di Colomba) tipico della zona, dalla particolare forma del tralcio color roseo che ne caratterizza il gusto e determina il sapore, quassù impiantato – sicuramente – dai greci positanesi che lo hanno portato da Ischia/Pithecusa, altra colonia greca.

Ma ci siamo mai chiesti da dove giunge l’appellativo Sentiero degli Dei? Cioè, chi lo ha così definito per la prima volta? Tracce, testimonianze o fonti scritte (chissà dove e seppur esistenti!) sulla questione non ve ne sono. Più volte mi sono posto interrogativi sulle origini della toponomastica di questo sentiero e – dopo aver approfondito con scrupolosa attenzione e trascorso intere giornate a spulciare vecchie pubblicazioni tra archivi e biblioteche – penso di essere giunto ad una “probabile” interpretazione sul come, perché e da chi fu utilizzato, per la prima volta l’appellativo Sentiero degli Dei. Diverse sono le testimonianze storiche che lasciano intuire come questi luoghi siano stati conosciuti e frequentati, con molta probabilità, da alcuni dei più noti e famosi viaggiatori del Grand Tour tra cui Goethe, Lenormant, Mendelsson, Wagner ed altri ancora che, visitando i luoghi della costa, hanno decantato le straordinarie bellezze paesaggistiche negli ambienti culturali tra il XVIII e tutto il XIX secolo.

Ma non solo di storia e di cultura è intriso ogni scorcio, ogni pietra e ogni veduta di questo angolo di Paradiso. Dalle testimonianze orali, raccolte durante i miei primi incontri con la popolazione locale che viveva sul sentiero, in questi luoghi si sono succedute incedibili storie che avevano come protagonisti le vicende di strani personaggi vissuti quassù in epoche remote e che hanno lasciato il “segno” nella locale tradizione popolare tramandata di padre in figlio; oppure ancora le incredibili leggende che – nel corso del tempo – hanno avuto modo di intrecciare le loro trame quassù generando paure e comprensibili timori come: i “Fatati” (quelli che un tempo venivano identificati come i “non normali”, i “fuori di testa”, gli “indesiderati”) che nel loro vagabondare narravano storie fuori dal tempo riuscendo a creare un magico alone, come un intreccio, di fascino e mistero intorno alla loro figura.

C’era anche ‘o Magio (il mago), una sorta di Rasputin locale, anch’egli analfabeta come il mistico russo alla corte dello Zar, che tra profezie e miracoli riusciva ad annotare, su di un enorme libro, la previsione di lieti eventi e nefasti presagi che si avvicendano nella storia come le guerre (quelle mondiali) che hanno coinvolto l’intera umanità; oppure come “quell’uomo dagli occhi di ghiaccio venuto dal freddo a sedersi sul “trono di Pietro” in Vaticano” (Karol Wojtyla); alla sua morte quel “misterioso” libro di cui tanto si narra, non fu mai trovato e la gente del posto, per timore di vivere altri brutti presagi, lo assalì, lo malmenò a bastonate fino ad ammazzarlo per poi decapitarne la testa che rotolò giù per le ripide scale di Nocelle fino a posarsi nell’angolo appena sotto le scale che giungono in piazzetta.

Infine si raccontava anche di una scrofa e dei suoi piccoli che vivendo lungo il sentiero – durante il corso di violenti temporali in coincidenza con la luna piena – assumevano le sembianze di Satana e dei suoi 6 piccoli diavoletti incutendo paura ai malcapitati passanti che transitavano sul sentiero. Superati così gli ultimi tornanti si entra finalmente tra le prime case di Nocelle (420 m) camminando tra gli alti pergolati (che sorreggono chiome di limoneti e copiosi vigneti) si attraversano – in successione – il silenzio di rampe, portoni, cortili e terrazzamenti. Quassù, nella splendida e incredibile piazzetta, si ammira un panorama unico al mondo con le bianche case di Positano che spiovono a grappolo lungo il pendio dalla montagna fino al mare. Il Sentiero degli Dei altro non è che un ritaglio di natura il quale ci invita a riscoprire da una parte le remote origini dei fieri e liberi popoli marinari, mentre dall’altra evidenzia le radici della dura, ospitale ed orgogliosa gente di montagna. (testi & photo ©Andrea Perciato)

Foresta delle ARDENNE (Vallonia, B): un trekking lungo il “Cammino delle Birre Trappiste”

Fuori da ogni tempo, lontani da qualsiasi altrove, il Belgio ci accoglie con tutta una serie di sorprese che lasciano, letteralmente… senza fiato! Questa è la prima impressione quando ci si ritrova al centro di un qualcosa che sembra tra fiaba e leggenda: le nebbie mattutine che nascondono qualsiasi orizzonte; isolati mulini a vento; campanili che si stagliano ovunque sull’orizzonte; interminabili campi di frumento, biada, segale, graminacee in genere; case tutte con facciate in pietra e a “graticcio”; cortili di granai e masserie (simili a quelle del nostro sud) che sembrano accogliere la vetrina del perfetto agricoltore; e poi ancora…

…Fu durante l’estate del 1850 che un piccolo gruppo di monaci venne a stabilirsi sull’altopiano di Scourmont, presso Chimay ove giace l’Abbazia di Notre-Dame, immersa in una silenziosa campagna, ove il silenzio è rotto solo da cori gregoriani; il monastero offre ospitalità con annessa una locanda, l’Auberge de Poteaupré, e l’Espace Chimay Experience che illustra la creazione dell’Abbazia e il processo di produzione della birra e del formaggio. Da Chimay, dopo 5 giorni di cammino tra paesaggi bucolici e borghi dimenticati dal tempo, continuando sempre verso E, si superano masserie e villaggi sparsi – come Couvin, Mazée, Hastière, Furfòoz, Chevetogne, Forzèe e Buissonville – che si alternano tra ampie radure e prati, campagne sistemate a foraggi (buone per i pascoli) e copiose distese forestali; anse e meandri di fiumi come la Mosa e come la Lesse (tributario della Mosa).

Nel cuore delle Ardenne, land della Vallonia in Belgio, si fa la conoscenza delle principali abbazie che producono le famose birre trappiste. Si cammina con brevi tratti su asfalto alternati a sentieri attraverso boschi e foreste, su piste campali che raggiungono piccoli, isolati e tranquilli villaggi. Centinaia di croci isolate in pietra; edicole votive sparse un pò dappertutto; grappoli di case sparse lungo crinali ondulati che si alternano tra copiose foreste e boschi impenetrabili; cimiteri isolati nel bosco; nessun rumore per centinaia di metri, e poi, in autunno qui le foreste indossano il loro abito migliore assumendo cromature vegetazionali che vanno dal giallo al rosso, passando per l’ocra, il carminio, l’arancio, l’amaranto e il vermiglio!

Siamo nella regione della Vallonia, nel cuore della foresta delle Ardenne, una grande macchia boscosa (composta da abeti, querce, larici e betulle) che si estende tra Francia, Belgio e Lussemburgo; un bucolico paesaggio in cui gli orizzonti si alternano come onde di un gigantesco oceano, cambiando spesso colore vegetazionale di valle in valle, ognuna solcata da un torrente, un fiume o uno stagno. Ma cosa è che qui attrae, in un luogo così insolito e poco frequentato dal grande pubblico europeo degli escursionisti…? Semplice, un trekking dedicato alle birre cosiddette “trappiste” cioè prodotte utilizzando ingredienti naturali e realizzate secondo metodi dettati dalle antiche ricette dei monaci trappisti.

Si cammina attraverso quell’intricato reticolo di piste e sentieri (ove è facile perdersi!) che attraversano le Ardenne e – tra questi – spiccano, per originalità, per curiosità ed altro, i due rami (tracciati) che contraddistinguono un lungo trekking (che, ripetiamo, non è facile!) seguendo le piste che toccano le principali abbazie che producono le famose birre secondo la tradizione “trappista”. Luoghi della memoria agricola locale che sembrano abbandonati ma che invece si popolano al tramonto col rientro dai campi e il ritorno dei fanciulli da scuola.

Qui le birre, oltre ad essere una tradizione, sono una filosofia, quasi una scelta del buon vivere; la sera, al rientro delle attività e dopo le cosiddette “fatiche” ci si ritrova nel piccolo locale al centro del villaggio, oppure lungo la strada principale, a sorseggiare le birre; naturalmente queste vanno tutte gustate con l’aggiunta di pane e formaggio (tipico locale) e servite obbligatoriamente in contenitori di vetro oppure in terracotta. Questo trekking in cui ci si lascia guidare dall’olfatto e dal palato, è un cammino da compiere come una sorta di pellegrinaggio ed è da fare almeno una volta nella vita.

Questo è un trekking/cammino vissuto con una cinque giorni di cammino tra abbazie “trappiste” che ancora custodiscono – gelosamente – le secolari tradizioni della produzione di birra, paesaggi da fiaba dagli incredibili cromature, castelli arroccati nei luoghi più impensabili, monasteri isolati sul ciglio di un pendio erboso, piccoli borghi nascosti dalla foresta, villaggi rurali baciati al tramonto, su tutto… la magia e le profumate essenze di una bevanda: la birra (preparata usando gli ingredienti di un tempo secondo la tradizione dei monaci trappisti) che qui – più che un semplice dissetarsi – è una cultura, è un modo di essere… è una scelta di vivere bene, è una filosofia…!

In tutto il mondo esistono almeno 12 birre della tradizione trappista, di cui solo 11 sono riconosciute ufficialmente come autentiche, perché interamente prodotte presso un’abbazia cistercense, sotto il rigido controllo della Comunità Trappista, e solo 3 di queste birre di trovano tutte in Vallonia: Chimay, Rochefort e Orval. Questo insolito trekking è lungo meno di 300 km, ma per la poca disponibilità di giorni, si può scegliere di percorrerne il suo “troncone” meridionale, lungo circa 120 km, quello che mette in collegamento l’Abbazia di Orval all’Abbazia di Notre-Dame de Saint-Remy a Rochefort, un insolito e suggestivo camminare attraverso una delle regioni europee meno frequentate e poco conosciute: le Ardenne. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

MURO LUCANO (Basilicata, PZ): nella terra di San Gerardo, tra aspri valloni e antichi mulini

Chi giunge per la prima volta a Muro Lucano (paese che ha dato i natali nel 1726 a S. Gerardo Maiella Patrono della Basilicata, e dove ha trovato la morte, all’interno del castello, la Regina Giovanna I di Napoli) uno tra i paesi più belli della Basilicata con tutte le sue case – la cui veduta offre un autentico “muro” di colori – che spiovono a “grappolo” arroccate sul pendio e incastrato tra le aspre montagne dell’Appennino Lucano, prova la sensazione di trovarsi in un borgo che incanta per la sua bellissima esposizione e per la sua privilegiata collocazione in una natura che invita a scoprire, che stuzzica la conoscenza… che sprona ad esplorare ogni singolo particolare che lo sguardo riesce a catturare, che sia essa un’abitazione o un portale finemente decorato, oppure l’oscurità di una gola che accoglie il fragore di acque tonanti tra ruscelli e cascate che s’infrangono sulle rocce.

Per raggiungere il vallone in cui sono i ruderi di quelli che un tempo furono i mulini (oggi abbandonati) dove un tempo venivano alimentati dall’acqua corrente del fiume Rescio (detto anche Pascone), laddove si macinava il grano per il fabbisogno alimentare dell’intero paese. Per conoscere la bellezza di questo sentiero incastrato in un paesaggio davvero unico, ci sono due possibilità: o scendere direttamente dal borgo (località Pianello) dalla prominenza del suo nucleo più elevato, oppure dall’imbocco del ponte (frazione Capodigiano) che consente l’accesso ai piedi del caseggiato. Da quale dei due punti si scende nella gravina, il sentiero risulta essere molto bello e percorrerlo sembra proprio di compiere un tuffo nel passato, dal Romanico, passando per il Medioevo, fino al XIX secolo.

Da quale dei due punti si decida di scendere nel vallone, le sensazioni sono davvero incredibili. Ogni gradino scavato nella roccia, oppure realizzato (come una sorta di sistema a “viminate”) sfruttando sapientemente l’ingegno, la maestria e l’esperienza dell’uomo (che sia esso contadino, pastore o agricoltore) che da naturali elementi come il legno e la pietra riesce a trovare soluzioni utili a poter “vivere il paesaggio” in ogni sua dimensione, è una continua scoperta. In questi ambienti che offrono scenari mozzafiato si rivive la storia in cui riecheggiano i fasti di un excursus emotivo/temporale che parte dai Romani e giunge fino ai primi del ‘900; qui ogni scorcio è affascinante, suggestivo, ove storia e cultura si fondono in un unico percorso naturalistico.

Questo sentiero scavato nella roccia calcarea, altro non è che la strada più antica di Muro Lucano. Il sentiero ha un andamento tortuoso vero il fondo del canyon, tra una vegetazione incontaminata, rocce calcaree e gole profonde. Fin dalle origini questo percorso fu ideato e realizzato per mettere in collegamento il Pianello con la frazione di Capodigiano. Oltre a questa funzione, il percorso consentiva anche l’approvvigionamento idrico dell’antico borgo. Lungo il percorso naturalistico si giunge presso un antico ponte in pietra, manufatto che testimonia uno dei rari esempi di architettura civile romanica realizzata intorno al X secolo, oltre ai resti (murature a secco) di mulini ad acqua edificati agli inizi dell’800; se ne deduce, quindi, che la realizzazione del sentiero sia databile già dal IX secolo.

Una volta raggiunti il fondo della gola, volgendo la testa all’insù lo sguardo viene catturato dall’imponente e maestosa arcata in cemento armato del ponte Pianello che unisce Capodigiano a Muro Lucano. Continuando lungo il sentiero, si raggiungono i ruderi di quelli che un tempo erano gli antichi mulini (gualchiere) medievali, fabbriche che una volta animavano queste contrade. Tra la rigogliosa vegetazione e le strapiombanti rocce calcaree, si possono ammirare i resti di questi vecchi opifici e delle loro mura che – suddivise a gradoni lungo terrazzamenti che spiovono fino in fondo alla gola – oggi restituiscono il ricordo di come questi aspri luoghi fossero, un tempo, vissuti e animati rendendo particolarmente unico questo paesaggio. Qui a Muro Lucano – luogo incantevole, ricco di storia, paesaggi mozzafiato, acque e biodiversità – la cucina locale è invitante e, credeteci, fermarsi a tavola è una “goduria”…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Lago di Ghedina (Cortina d’Ampezzo): tra leggende, ninfe e magici rituali…

A pochi chilometri da Cortina d’Ampezzo, tra la copiosa foresta di larici e abeti, s’apre uno specchio lacustre la cui cornice paesaggistica restituisce uno spettacolo della natura davvero pittoresco. Il minuscolo lago è facilmente raggiungibile con una piacevole passeggiata attraverso i boschi, nella suggestiva location formata dalle cime dolomitiche che si rispecchiano sull’acqua. La buona posizione e la possibilità di accedervi senza difficoltà ne fanno una meta molto frequentata.

Dopo una bella camminata tra i boschi, appena si giunge lungo le sue sponde completamente circondate dalla foresta, si avverte subito la sensazione di trovarsi in un luogo che sa di magia. Lo sguardo spazia lungo tutto il circondario offrendo la visione (e la sensazione) di trovarsi al centro di un luogo incantevole, spettacolare, suggestivo, un posto davvero lontano da ogni contaminazione umana (ad eccezione di un posto di ristoro sorto lungo le sue sponde!)

Anche se lo specchio lacustre, a prima vista, sembra essere davvero di piccole dimensioni, l’atmosfera – e il contesto naturale – che emana il paesaggio che lo circonda, restituisce la sensazione di trovarsi in un luogo incantato, che al tempo stesso sa di magia e di mistero. Le sue acque verdissime e trasparenti offrono la possibilità di far scorgere le specie ittiche che nuotano al suo interno; e camminando intorno alle sue sponde è uno spettacolo della natura avvolto solo dai silenzi e dai profumi.

Qui, potersi distendere lungo le sue rive e godersi delle meraviglie che circondano il bellissimo laghetto è una esperienza da fare, soprattutto quando c’è poca gente e i silenzi si riappropriano della foresta. Nello specchio lacustre, oltre i profili disegnati dalle chiome degli alberi che circondano il lago e che si riflettono sull’intera superficie, si stagliano – come granitiche unghie rocciose – le aspre, incredibili e imponenti muraglie dei rilievi montuosi delle Tofane.

Ma questo laghetto di Ghedina, oltre ad essere un luogo magico – sia per la sua misteriosa bellezza della cornice paesaggistica in cui è incastrato, sia perché il luogo sembra essere davvero uscito dalle pagine di una fiaba – è anche avvolto da una serie di leggende che interessano le Dolomiti. Si narra, per esempio, di fatti e di episodi che qui hanno visto il principe guerriero Ey-de-Net che qui si recò, sulle sue sponde, per interrogare con un rituale notturno le ninfe del lago sul futuro del regno.

Data l’esigua distanza che lo divide dal centro ampezzano e la facilità del suo percorso, dopo una tranquilla camminata circondati dalla foresta, il laghetto è una classica meta raggiungibile a piedi dal centro di Cortina. Piccolo e in una bella posizione, il grazioso specchio d’acqua dolce è circondato da boschi che, nei periodi di minore frequentazione, lo rendono molto intimo e incredibilmente raccolto in un contesto naturale che esercita quel particolare fascino di luoghi e di storie perse nelle memorie del tempo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SÆPINIUM/ALTILIA (CB): lungo la storica via delle greggi

Tra le sorgenti del Fortore e la valle del Tammaro s’apre una delle aree archeologiche più interessanti dell’Appennino, una città fortificata che ha determinato la storia di questa parte di territorio, influenzato la sua popolazione ed ha incrementato le attività di scambi e commerci lungo una delle rotte terrestri più influenti a sud di Roma: SÆPINIUM/ALTILIA centro eretto dai Sanniti e, successivamente, ampliato dai Romani. Siamo alle spalle del Matese, lungo i suoi versanti settentrionali, e questa zona l’ho sempre avuto nel “mirino” delle mie esplorazioni. Sapevo, per aver letto poche notizie, di questo sito archeologico ma se non si è sul posto non possiamo immaginare quanta bellezza susciti un’area nascosta tra boschi e monti e di non facile individuazione.

Non c’è cosa migliore nel visitare questi luoghi camminandoci attraverso, utilizzando i piedi e muovendo i propri passi – come 2000 anni fa – sulla scia di coloro che compivano lo stesso percorso come pastori, pellegrini, viandanti, eserciti… Appena un chilometro prima si comincia a camminare calpestando quel tappeto verde che ha fatto da sfondo al passaggio di greggi lungo le rotte transumanti dalle montagne dell’Abruzzo fino alle pianure della Puglia. Questo sito, poco più grande di un moderno isolato, sorge sulla piana lungo quell’importante snodo stradale Sannio/Pentro con l’Irpinia a sud, e con un agevole accesso sia alla Campania che alle coste adriatiche.

Un’intuizione che avevano capito molto bene i Sanniti che vedendo transitare animali accompagnati dai propri allevatori su quel tratto di terra pianeggiante, mentre percorrevano le vie della transumanza oggi denominati tratturi, subito intercettarono le necessità degli stessi come ideale posto ove riposarsi e trovar ristoro. Fu così allora che sorse un villaggio semplice, sufficientemente attrezzato con servizi legati all’accoglienza e alle attività correlate alla transumanza stessa; quindi, proprio grazie ai tratturi, con le loro piste erbose percorse periodicamente da greggi ed armenti, e grazie soprattutto all’intuizione dei Sanniti che Sæpinium/Altilia crebbe e si sviluppò diventando un importante centro di collegamento terrestre, di scambio per le merci, di incontro tra mercanti e di mercato per gli affari.

Piccola perla dell’odierno Sannio, Sepino ha visto la sua via principale percorsa dalle greggi durante la transumanza fin dai tempi remoti, calpestata in seguito da mercanti e, successivamente, da notabili ed abitanti della piana in piena epoca romana. La cittadina svolgeva un’importante funzione che oggi può essere accostata ad un autogrill dell’epoca; punto dì incontro, di rifornimenti, di versamenti delle gabelle lungo le arterie terrestri di allora, ovvero i tratturi popolati da pecore, pastori e cani. Dopo poche decine di minuti ecco comparire, in tutta la sua magnificenza, la Porta di Bojano (o di “Bovianum”), gemma architettonica di rara bellezza; imponente e monumentale essa esalta il periodo augusteo con Ercole “protettore delle greggi” oltre a statue di prigionieri barbari con, all’apice, una grande iscrizione dedicatoria perfettamente conservata.

Essa è una delle 4 porte monumentali che consentivano l’accesso all’antica città di Sepino ed – a tutt’oggi – è quella meglio conservata. Parte integrante del complesso delle fortificazioni, questa porta conserva ancora interessanti decorazioni, come il volto di Ercole nella chiave di volta, le statue di due prigionieri barbari ai lati e l’iscrizione sull’attico. A margine della porta si possono altresì osservare i tronconi (muratura in “opus reticolarum”) delle due torri circolari che la fiancheggiavano e la grande scala. Attraversando questa porta si entra nella storia, è un po’ come essere proiettati direttamente ad oltre 2500 anni addietro; lo stato di conservazione dell’intera struttura è fantastico, da lasciare stupiti come da rimanere senza fiato.

La Porta di Boiano è quella attraverso la quale arrivavano i pastori provenienti dall’Abruzzo e che percorrevano il tratturo verso le terre del tavoliere. Lasciati la pista erbosa alle spalle ed entrando in città si calpestano i millenari basoli squadrati del “Decumanus Maximus”; percorrerlo in direzione verso l’area del Foro sulla destra si espandono i resti di antichi edifici che si infittiscono come: botteghe, macellum, edifici di culto come il Tempio e le bellissime colonne della Basilica sormontate da splendidi esempi di capitelli in stile “ionico”. Questo piccolo villaggio, sorto principalmente come centro di ristoro, accoglienza e assistenza, divenne in breve tempo una urbe romana vera e propria. Ed è proprio questo che chi giunge per la prima volta a Saepinium avverte: la peculiarità che la città si era imposta era che, nonostante i rigidi canoni urbanistici romani, i due principali assi lungo i quali si è sviluppato il centro non fossero stati ortogonali, proprio per conservare l’originale percorso del tratturo funzionale allo sviluppo economico durante l’epoca sannitica.

Alla sinistra della porta invece, troviamo – lievemente sfalsati – i resti dell’area delle Terme con le visibili canalizzazioni delle reti fognarie e idriche fino a sbucare nel catino del Teatro, uno spazio molto ben conservato, che si presenta nelle sue forme originali; un luogo incredibile ove i silenzi aleggiano fra vie lastricate, le mura, gli archi, le colonne e un bellissimo anfiteatro su cui insistono, con geometrica disposizione, antiche case rurali settecentesche che si alternano alle querce secolari e ad alberi da frutto; un must fra atmosfere bucoliche, paesaggio agreste ed antichità romane. Tutti elementi, questi che sono le autentiche testimonianze di un’epoca di prosperità, di crescita economica e sociale, che è possibile ammirare immergendosi, con spirito di immaginazione, tra curiosità, scoperta e fascino.

Nelle vicinanze, verso NE, s’apre l’arco della Porta Tammaro; ritornati indietro e ripercorrendo il “Cardo Maximus” si raggiunge – praticamente – il centro della città ove si evidenzia come la stessa sia stata strutturata intorno al vecchio passaggio del tratturo, rispettando solo in parte gli orientamenti classici del cardo e del decumano. E proprio all’incrocio, proseguendo verso sud, s’aprono – sulla sinistra – i basamenti del Tempio di Giove con tutti gli ambienti che assolvevano a rendere vivo il culto. A sinistra del Decumano invece, si espande l’ampio piazzale ove giaceva il Foro. Lasciati sulla sinistra la “Fontana del Grifone” si continua lungo il lastricato della strada consumato dalle ruote dei carri e le pietre per l’attraversamento dei pedoni che rimembrano la vita del tempo che fu. Eccoci finalmente al lato opposto della città transitando sotto l’arco della “Porta di Beneventum”; qui il tratturo lascia le mura e continua, tra boschi e campagne, in direzione della “città delle streghe”. (di ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CASTELPAGANO (BN, appennino Sannita): la gogna dell’infamia… “flagello stultus sapientor fit”

Castelpagano sorge nella parte settentrionale della provincia di Benevento, a ridosso del Molise, nel cuore più antico del Sannio. Il caseggiato viene circondato da ampie ed estese vedute paesaggistiche, caratterizzate dai dolci crinali tipici dei rilievi della vicina Puglia e dell’Appennino meridionale, piccoli corsi torrentizi, spesso tutti in secca, e pianori che si perdono all’infinito intervallati da estese macchie boschive (cerrete e quercete); il tutto in un’autentica cornice naturale caratterizzata dalla bellezza degli orizzonti.

Questi luoghi sono stati frequentati da millenni; essi vengono inquadrati nella cosiddetta fascia tratturale, perché attraversati da numerose direttrici di greggi transumanti. Il territorio si identifica con la tribale cultura sannitica dei Pentri (VI-III secolo a.C.) distribuiti lungo quei percorsi ove si concentravano la gran parte degli scambi commerciali basati sulle principali economie locali sia agricole che pastorali. Conosciuto in antichità anche come Castelsaraceno, per via dei Saraceni in fuga da Bari dopo la riconquista (871) da parte di Ludovico II, le più evidenti tracce del Medioevo qui presenti primeggiano per il bellissimo Palazzo Feudale e la cosiddetta colonna detta “della gogna”.

La parte superiore del paese viene caratterizzata da un’edilizia residenziale, con case basse, tutte in pietra locale e col vano d’accesso rialzato sul livello di calpestio stradale, tecnica costruttiva che si rifà alla “matrice” contadina e pastorale di fine ‘800 che per secoli ha caratterizzato la casa del pastore/contadino transumante. Mentre per conoscere l’anima più antica del caseggiato, basta scendere e approdare nello splendido catino della Piazza del Municipio, attraversato dalla SP 54, con al centro una bella fontana all’ombra di un albero, e su cui prospettano i palazzi e i monumenti più importanti della parte vecchia del paese.

Sul lato settentrionale compare il Palazzo Municipale, mentre gli edifici più antichi fanno da skyline sul prospetto meridionale della stessa piazza come: il già citato Palazzo Feudale d’epoca Normanna che domina il caseggiato con la sua possente mole in muratura. All’apice di due rampe di scale si erge la colonna detta della “Gogna o dell’Infamia” laddove, secondo tradizioni popolari, venivano legati i colpevoli di reati commessi per essere così esposti alla pubblica infamia, e su cui si legge la seguente iscrizione in latino: “flagello stultus sapientor fit” (Con questo flagello lo stolto diventa savio).

La Chiesa Madre del SS. Salvatore (risalente al VII secolo), con un singolare portale d’accesso in pietra. Sempre sul prospetto meridionale della piazza s’affacciano altri edifici sicuramente di matrice medioevale ma che – durante il corso dei secoli – hanno subito rifacimenti strutturali presentandoli nella veste odierna. Prima del vicoletto di San Rocco che mena giù verso un gruppo di case (con cantine e piani sottani) di matrice rurale, colpisce una singolare rampa di gradoni in pietra calcarea che portano all’ingresso della “canonica” del SS. Salvatore; accanto al portale, in basso a destra, compare un fregio marmoreo che testimonia tutto ciò che resta dell’antico orologio che compariva sulla torretta in alto della stessa canonica.

Ma Castelpagano non è solo storia, cultura e tradizioni; il suo circondario riesce ad offrire spunti per trascorrere brevi periodi di vacanza, come le numerose vigne distribuite, un pò dappertutto, nel suo territorio; cappelle isolate sperse nella campagna o giù in fondo a valloni; antichi ponti in pietra che superano improbabili corsi torrentizi, sempre più in secca; distese infinite di campi sistemati e coltivati a foraggio; la coltura intensiva di prodotti dell’orto, la lavorazione di prodotti caseari, l’accurata preparazione di marmellate, l’apicoltura, il già citato e gustoso vino, la poca presenza di uliveti e tanta – ma proprio tanta – presenza di pascoli per greggi e mandrie di bovini.

Cos’altro aggiungere, se non avere il tempo (magari nell’arco di un weekend) per venire a conoscere questo angolo di Sannio che, come sempre, riesce a sorprenderti con tutte queste sue ricchezze, mentre Castelpagano non aspetta altro di accoglierti e farti sentire proprio come a casa tua. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Alpeggio AVERTA, alta Val Codera (SO)… lasciarsi accogliere dalla maestosità delle montagne: dal Rif. Brasca alle baite di Averta

“Ah… io vorrei tornare anche solo per un dì, lassù nella valle alpina… Lassù tra gli alti abeti ed i rododendri in fior, distendermi a terra e sognar…!”

Con in testa le simpatiche note e le semplici parole di questo splendido canto della tradizione scout, di quella “parte” di scoutismo che – anche se solo per un giorno – si riesce a vivere tra le magiche atmosfere della Val Codera, “mitico” rifugio per le attività clandestine delle Aquile Randagie, muoviamo di buon mattino i primi passi lasciandoci alle spalle il pianoro al cui margine giace il Rifugio Brasca.

Dal Rifugio si segue il buon tracciato di un percorso che attraversa una copiosa foresta caratterizzata dalla presenza di laricete e abetaie, fino a raggiungere le baite di Coeder. Ci troviamo proprio alla “testa” dell’alta Val Codera, quel suo ramo che si protende verso nord e che s’incunea fino a raggiungere il Pe del Sass e Sivigia, incastrati tra le alte cime del Vallon, a sinistra, e del Pizzo Badile sulla destra.

Appena superati l’alpe di Coeder si lascia il fondovalle della Val Codera e, sulla destra compare una palina con cartelli che indicano le direzioni che si desiderano raggiungere. Senza indugiare, si prende l’imbocco del sentiero che sale verso Est, affrontando i primi ripidi pendii che risalgono nella Valle dell’Averta tra fasciumi d’erba e roccette, su una traccia non sempre visibile ma ben segnalata.

Passo dopo passo si superano metri di foresta arrancando lungo i pendii di detriti morenici determinati dai ghiaioni in superficie; qua e là, tra la copiosa cortina di larici e un successivo bosco di abeti che determinano il versante sinistro idrografico della valle, non desta preoccupazioni se qualche sassolino (anche quando non c’è vento) rotola giù lungo il pendio: sono causati dal distacco di roccette dal timido passaggio dei camosci.

Continuando a salire per dolci pendii prativi si sfiora il margine di un bosco composto da splendidi esemplari di abete rosso, laddove la salita ora comincia a farsi più decisa. Poco più sopra ancora si attraversa una radura pietrosa, ed appena superato un grosso masso si rientra nuovamente nel fitto del bosco. Mentre il fiato serra la cadenza dei passi, il battito del cuore determina il ritmo da tenere riuscendo a catturare spunti di osservazione del circondario.

Si continua per un pendio erboso, fino a che il sentiero prosegue con tornanti e raggiunge il margine di una parete rocciosa attraverso una piccola valle. Siamo al Punt del Valà; qui due ponticelli superano un corto canalino al margine di un salto roccioso. Poi la salita riprende nel bosco di larici che, poco alla volta, divengono via via più radi, fino a lasciare del tutto libera la vista sul circo terminale della Valle dell’Averta con le tre cime dell’Averta, l’aguzza Cima del Barbacan (2738 m) e, alla sua destra, l’inconfondibile profilo della Punta Milano.

Siamo in una radura dove si erge un grosso macigno, più volte utilizzato in passato come alpeggio. Qui una sosta consente di poter ammirare la maestosità delle cime e delle creste che circondano – come un naturale anfiteatro – questa parte di territorio. Osservando in alto sono ben visibili i due passi che caratterizzano la cresta, irta di guglie e torrioni. Da qui le baite in pietra sono già ben visibili; un pietroso saliscendi supera i greti di torrenti originati dai nevai e risale la costa erbosa fino a raggiungere le baite dell’Averta (1957 m).

Le casupole dell’Averta, tutte in pietra, coi tetti caratterizzati da lastre in ardesia “tagliate” per poter essere sistemate a spioventi, circondati dalla estrema bellezza di imponenti montagne hanno accolto – per secoli – i pastori d’alta montagna che qui conducevano una vita rude, priva di comfort, dediti principalmente al lavoro d’alpeggio e – quando se ne avvertiva la necessità – alla lavorazione di prodotti caseari utili a soddisfare i fabbisogni della famiglia.

Da quassù, da questo terrazzino roccioso dell’alpeggio Averta, si ammira un paesaggio che si estende lungo tutto l’orizzonte, ovunque lo sguardo pone la sua direzione: laggiù in fondo, il “cuore” della Val Codera con le case di Bresciadega; a Nord i passi della Bocchetta di Teggiola e del Trubinasca, lungo il confine con la Svizzera, valichi che durante l’ultima guerra hanno consentito il passaggio (a contrabbandieri e perseguitati) di trovar rifugio oltralpe.

Null’altro da aggiungere se non godersi il momento e potersi distendere – anche solo per qualche minuto – dopo la faticosa ascesa, per ammirare la straordinaria bellezza di questi paesaggi e questi silenzi rotti soltanto da qualche folata di vento ascensionale che s’incunea tra le rocce e i detriti di queste maestose montagne. Questo particolare posto, durante le estati, è molto frequentato dagli scout per i loro campi mobili in Val Codera.

“E quando questo inverno qui la neve scenderà, bianca sarà la valle; ma sotto il pino antico un bel giglio fiorirà, il giglio dell’esplorator…!” (testi ©Andrea Perciato; photo ©Mario Luciano & ©A. Perciato)