KAUNAS (Lituania) dal Kauno marių regioninis parkas, al viale alberato più lungo d’Europa

Nell’avvicinarsi a KAUNAS, la seconda principale città (ed ex capitale) della Lituania, scopriamo l’originale bellezza, la storia, la cultura e il senso di appartenenza di queste terre delle regioni baltiche. Ma più di tutto si resta incantati dagli splendidi scenari paesaggistici e dalla rigogliosa natura offerta dal Kauno Marios (il mare di Kaunas) che altro non è l’area che si estende all’interno del “Kauno marių regioninis parkas”, (il Kaunas Lagoon Regional park); un sito naturale che si distribuisce tra boschi, copiose foreste, anse, paludi, varie specie vegetali di piante igrofile, protagoniste di questi ambienti umidi. Un luogo ideale per compiere belle passeggiate, attraverso i sentieri che si diramano al suo interno, in piena autonomia e per godersi la natura allo stato puro; con splendide – che di tanto in tanto – si affacciano lungo le sponde del lago.

Il parco regionale Kauno Marios si trova nella periferia orientale della città di Kaunas. Quest’area geografica, che si estende a oriente della città, ha inciso – fin dalle sue origini – sulla storia di questi luoghi. Qui, infatti, gli avvenimenti risalenti all’ultima glaciazione, quella di Würm (o Weichseliana che incise su tutta l’Europa settentrionale), si sono avuti all’incirca tra 110.000 e 12.000 anni fa. Ed è proprio durante questa fase dell’ultima era glaciale che si è costituito il paesaggio locale nei pressi di Kaunas così come noi oggi lo possiamo vivere e apprezzare; laddove le valli fluviali, incise dai corsi d’acqua del fiume Neris e del fiume Nemunas, proprio alla loro confluenza, e prima di raggiungere la laguna, hanno dato origine all’attuale sito in cui oggi sorge Kaunas.

Seconda città del paese e capitale prima dell’occupazione sovietica, Kaunas è famosa per l’eleganza dei suoi palazzi e per la singolarità di alcuni luoghi di interesse. Il centro storico di Kaunas desta la nostra attenzione per le sue affascinanti strade ricoperte da ciottoli, gli antichi edifici tutti colorati e la ricca miscela di stili architettonici degli edifici più belli che si distribuiscono tra architetture gotiche, rinascimentali e barocche; la città vecchia di Kaunas presenta una perfetta miscellanea di cultura, storia e relax apprezzata da tutti. La città è autentica, tranquilla; si viene subito colpiti dalla sua atmosfera calda e accogliente, e si lascia apprezzare proprio come una gemma nascosta tutta da scoprire. La passeggiata lungo la Vilniaus Street, la principale strada pedonale della Città Vecchia, è una delizia tutta da godere, apprezzare e da camminare; essa viene caratterizzata dalla presenza di numerosi caffè, bistrot, negozi di souvenir e boutique, e al viaggiatore di passaggio offre un’atmosfera rilassate e accogliente.

Considerata da molti come la “Perla del Baltico” l a città vecchia di Kaunas è sicuramente un gioiello nascosto ai più, ma sicuramente riesce ad offrire qualcosa di speciale per tutti coloro che la visitano, viaggiatori incuriositi o frettolosi turisti di passaggio. La bellezza che essa sprigiona colpisce il visitatore per la sua indole culturale, storica e – non ultimo – il suo fascino locale. Kaunas è come una bella miscela che riesce ad intrecciare le molteplici culture europee con quelle della (recente) tradizione sovietica. Scrutando tra le sue particolarità, sono possibili ammirare le strade acciottolate, i vecchi edifici tinteggiati da colori pastello, le morbide note dei musicisti di strada che suonano negli angoli più inconsueti di questo straordinario labirinto di bellezze. Essere da molti considerata come il “Cuore della Lituania” il centro storico di Kaunas e, in particolare, Santaka, è la confluenza dei fiumi Neris e Nemunas, il nucleo più spirituale e centrale dell’intera nazione.

Il centro storico vero e proprio è una raccolta distinta di strutture e di splendidi e particolari stili antichi; essi indicano – per i più acuti osservatori – la storia complessa e diversificata della città, in particolare, quella sviluppatasi nell’ultimo ventennio. Il cuore di Kaunas è la Laisvės Alėja (meglio conosciuto come il Viale della Libertà), che congiunge la Piazza dell’Indipendenza, dove sorge la splendida chiesa di San Michele Arcangelo, alla Vilniaus gatvė (la Strada di Vilnius), la principale arteria che attraversa tutto il centro storico. Kaunas è sempre stato il luogo in cui la cultura, insieme al solido senso di identità nazionale dei suoi cittadini, ha dato impulso alle idee di indipendenza che, durante gli anni oscuri del dominio sovietico, portarono gradualmente alla restituzione (1991) della libertà dell’intero paese. La Lituania proclamò la propria indipendenza nel marzo del 1991; prima in assoluto, fra tutti gli Stati dell’ex Unione Sovietica, a rivendicare il diritto alla propria libertà e a riaffermarlo con forza.

Due mesi prima, le truppe sovietiche attaccarono la torre della televisione, uccidendo 14 civili inermi; e questa fu la scintilla che diede origine agli scontri e ai disordini tra i volontari del Sajūdis, che difesero – eroicamente – il neo-costituitosi parlamento lituano innalzando barricate e mezzi di fortuna, all’avanzare delle milizie russe. Il 12 febbraio dello stesso anno, l’Islanda fu il primo paese a riconoscere, ufficialmente, la Repubblica di Lituania, seguita dal resto del mondo; nel settembre 1991 la Lituania fu riammessa all’ONU. Tra storia e leggenda Kaunas offre numerosi spunti per approfondire la sua conoscenza che va ben oltre la passeggiata lungo le sponde dei fiumi, o l’attraversare il suo splendido viale principale alberato. Sulla collina alla confluenza dei due fiumi si erge la collinetta da cui si eleva Il Castello. La fondazione di Kaunas, oltre all’aspetto puramente antropico, è anche legata a miti che si rifanno ad antiche storie e leggende che giungono da lontano.

Tra queste, quelle più note, oltre a quello di Kūnas e di Palemonas, vi è la leggenda di Milda, vestale del “fuoco eterno” di Aleksotas, giovane fanciulla che ricevette l’incarico di custodire l’altare del fuoco eterno sulla collina di Aleksotas, e che tuttora si estende al di là del fiume Nemunas. La sacra vestale era di cuore così puro e di fede così solida, che allontanava con spregio tutti i suoi pretendenti. Tuttavia, un giorno, uno dei più affascinanti tra i suoi spasimanti, Daugerutis, grazie alla sua voce di usignolo, vinse il cuore della giovane. La matrigna della fanciulla, invidiosa, informò gli dei dell’accaduto. E così, Daugerutis, violatore della verginità di Milda, fu condannato ad essere arso sullo stesso fuoco di cui aveva osato profanare la tutrice. Le lacrime di Milda, tuttavia, ormai innamorata di Daugerutis, commossero il sacerdote del santuario, Auskaras, che nascose il giovane per risparmiarlo alla pena. Ma, mentre la fanciulla si stava recando in visita all’amato, a causa della sua incuria, il fuoco sacro si spense, suscitando nuovamente la collera degli dei.

Auskaras, allora, decise di nascondere entrambi gli amanti che, per sfuggire all’ira degli dei, furono celati sotto il tempio del fuoco sacro. Qui i due innamorati vissero a lungo, dando alla luce un figlio: Kaunas, che fondò la città omonima dall’altra parte del fiume, si sviluppò come città fluviale e commerciale. Di qui passavano l’ambra, le pellicce, i cereali, manufatti in legno e moltissime altre merci, destinate ai mercati dell’Europa centrale ed orientale. Il Castello, antica fortezza costruita alla confluenza dei fiumi Nemunas e Neris intorno al XIV secolo per respingere gli attacchi dei cavalieri teutonici. Intanto, nel 1408, Kaunas acquisì i diritti di Magdeburgo, che ne facevano una città autonoma e libera. Questi ultimi lo distrussero più volte prima di essere sconfitti definitivamente dall’esercito lituano nel 1410. Oggi rimane in piedi un’unica torre, interamente ricostruita in mattoncini rossi. In seguito alla battaglia di Žalgiris (Tannenberg-Grünwald), il Gran Duca Vytautas concesse ai primi ebrei di stabilirsi a Kaunas, che qui, da allora, iniziarono a costituire una minoranza etnica consistente.

In seguito alla morte di Vytautas, il Gran Ducato raggiunse il periodo di maggior floridità politica e culturale, ed arrivò ad estendere i propri limiti geografici fino all’Ucraina e al Mar Nero. In questo periodo, i mercanti della Lega Anseatica stabilirono a Kaunas una stazione commerciale, con sede alla cosiddetta “casa di Perkunas”, il primo edificio civile in mattoni rossi della città. Nei dintorni del castello si trova anche la chiesa di San Giorgio, in stile gotico, pesantemente danneggiata da guerre, saccheggi e occupazioni. Non distante dalla piazza si può visitare la “chiesetta rossa” di Vytautas, conosciuta con questo nome perché si dice sia stata fatta erigere dal granduca lituano e da questi dedicata alla Vergine Maria per avergli salvato la vita in battaglia. Sulla stessa via si trova una strana costruzione, la casa di Perkunas, un tempo sede di un ufficio dei mercanti della lega anseatica e adesso usata dall’adiacente ginnasio dei gesuiti. Il suo nome è dovuto al ritrovamento di una statuetta raffigurante la “divinità del tuono”, Perkunas appunto, emersa durante alcune campagne di scavi archeologici. Per tale ragione si ritiene che in epoca remota in questo luogo sorgesse un tempio pagano.

Tornando verso la piazza del municipio imboccando la Vilniaus gatve, (letteralmente la via di Vilnius), non si può non notare l’imponente Cattedrale, con i suoi interni arricchiti da altari finemente decorati, donati alla chiesa dalle varie “gilde” (associazioni di artigiani e mercanti medioevali come mutua assistenza del mestiere) cittadine. Famosa anche la cripta, ove sono seppelliti molti illustri esponenti del clero lituano e non solo. C’è poi la Piazza del Municipio (Rotušės aikštė), da dove è possibile ammirare l’elegante palazzo che accoglie il Municipio – spesse volte soprannominato il “Cigno Bianco” – per la sua splendida guglia. Ed ancora, senza spostarsi di molto, la chiesa di Francesco Saverio e la chiesa di Vitoldo il Grande, entrambi splendidi esempi di architettura gotica e barocca. Come un’isola pedonale enorme si estende il famoso viale alberato che collega il centro storico di Kaunas con la basilica ortodossa. Un viale come mai visto altrove, un’isola pedonale lunga 3 chilometri; per questa rarità, Kaunas affascina in ogni suo angolo.

Kaunas è una città giovane, discreta e silenziosa, per lo più estranea ai tradizionali circuiti turistici che – ingiustamente – la pongono in secondo luogo rispetto alla capitale Vilnius, ormai pullulante di schiamazzanti e chiassosi turisti. Sia Kaunas che Vilnius sono come due facce della stessa medaglia. La capitale Vilnius rappresenta la vetrina dell’intero paese, oltre ad essere la sede delle principali istituzioni e multinazionali, ed è ormai diventata a tutti gli effetti un centro internazionale. Kaunas invece, con la sua singolare storia, la sua particolare collocazione geografica, il suo passato di capitale provvisoria e di polo industriale, i suoi pregi e le sue tante contraddizioni, mostra il volto più autentico di questa splendida terra baltica, meglio conosciuta come Lituania. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CARIATI (CS)… a spasso tra ombre di antiche mura e murales “viventi” in una Calabria che non smette mai di stupire!

Trovandosi lungo la costa ionica calabrese, a metà strada tra Sibari e Crotone, giace – in provincia di Cosenza – il lungo litorale sabbioso della bella marina di Cariati con le sue case d’edilizia popolare (anni ’60 del XX secolo) tinte con colori pastello che si alternano alle vecchie case in pietra della marina abitate dai pescatori d’un tempo. Come il territorio cosentino anche CARIATI è stata attraversata dal passaggio dei Bruzi; il primo nucleo dell’attuale centro storico sorse – tra il IX e il X secolo – come luogo strategico fortificato già in epoca bizantina.

Volgendo lo sguardo poco oltre l’orizzonte in posizione elevata si erge, in una cornice paesaggistica di autentica bellezza, l’antico borgo medioevale di Cariati, tutto raccolto intorno alla sua chiesa madre dedita al culto di San Michele, racchiuso e circondato da una poderosa cinta muraria costellata dagli enormi “torrioni” circolari che ne determinano gli spigoli usati in antichità per il controllo dei territori interni e le eventuali incursioni dal mare. Ricco di vicoli e chiese, il centro storico di Cariati è davvero molto suggestivo.

Talmente forte la curiosità che ci spinge a conoscere più da vicino questa meraviglia storica. Chi ha avuto la fortuna di visitare Lugo in Spagna potrà benissimo accostare la struttura urbanistica di questo borgo a quello del più rinomato paese ispanico il cui perimetro urbano è racchiuso, anch’esso, all’interno di una possente struttura muraria d’origine romana, bastioni costellati da simili torrioni a base cilindrica. Anche se Cariati è abbastanza piccolo, esso stupisce per il suo dedalo di vicoletti e per le tante costruzioni in pietra viva che ricordano da vicino molti borghi della Toscana e dell’Umbria.

Avvicinandosi ai bastioni orientali del borgo, una stradina in breve salita conduce ad uno dei primi “Torrioni” (quello dell’Annunziata), uno spettacolare punto panoramico che – per 270° – offre una vista lungo tutto il litorale e l’immenso golfo di Taranto; nelle giornate terse il mare assume molteplici varianti cromatiche che si alternano dall’azzurro più intenso al verde smeraldo, passando per il giada e il turchese. La pavimentazione della torre è sistemata con basoli e pietre levigate ed è possibile affacciarsi dalle sue merlature rimaste intatte, nel corso dei secoli, ancora con le sue pietre originali.

È un borgo molto carino, tranquillo, che trasmette serenità passeggiando per le sue strette stradine, con altalenanti saliscendi che circondano il perimetro delle mura; qui, le poche famiglie che ancora vi abitano hanno modo di godere dell’aria fresca e della temperatura mite, mentre il più delle volte non è raro incontrare qualche anziana donna che abita nelle caratteristiche casette per la maggior parte tinte in bianco che dal retro di una finestra – dopo aver prima sbirciato da dietro una tendina ricamata – ci invita ad entrare all’ombra per godere del fresco sorso di un liquore alla liquirizia (qui la zona e altamente produttiva).

Cariati dal 2006 è stato inserito tra i borghi più belli d’Italia e camminando attraverso i suoi stretti vicoli, tutti rigorosamente lastricati in pietra, si avverte di come qui la vita – da sempre – trascorra in armonia con la natura e il paesaggio che la circonda. Oltrepassando l’arco di ingresso dei bastioni meridionali, si ha l’impressione di trovarsi in un’altra epoca.  Divertenti saliscendi lungo rampe, cunicoli, porticati, portali di palazzi gentilizi, cappelle appena nascoste da incredibili prospettive, tipici negozietti che in bella mostra dalle vetrine offrono la visione (e, spesso, l’assaggio) delle prelibatezze locali.

Le mura circondano tutto il suo centro storico che è davvero sorprendente per la sua tipica conformazione e i camminamenti secondari che confluiscono – tutti – sull’arteria principale fino a raccordarsi con la porta d’ingresso principale (Porta Pia), posta al lato sud dell’abitato. Il centro storico di Cariati è veramente molto bello, con le sue caratteristiche stradine; guardandosi intorno si avverte come tutto sia ben tenuto e curato; attraversare queste stradine risulta un’esperienza davvero molto interessante, e alzando gli occhi all’insù verso i tetti e i cornicioni delle case più vetuste si percepisce come tutto il centro storico sia stato costruito all’interno delle mura del castello.

Cariati è unico ed è rimasto intatto nel suo antico splendore. Non è errato affermare che qui a Cariati e – principalmente un po’ dappertutto qui a Sud – le persone che vivono e abitano in antichi borghi come quello di Cariati siano sempre accoglienti e gentilissime; ed è proprio l’accoglienza il vero spirito del Sud. Tra le mura dei palazzi e le antiche abitazioni del borgo risulta molto simpatica l’idea dei murales, sparsi nelle varie vie, che – con le loro scene di vita rurale – sembrano animate e prendere forma, al passaggio del forestiero, contribuendo così ad accrescere la curiosità di poterli trovare ad ogni incrocio o spigolo superato girando per il centro.

Il borgo medioevale di Cariati è un luogo da visitare senza fretta, ove il tempo sembra non scorrere mai, passeggiando attraverso i sui vicoli stretti e abitato da persone simpatiche, gentili e disponibili. Qui non solo l’accoglienza è un privilegio per coloro che vengono in visita, ma se si ha la fortuna di poter assistere, affacciandosi dalla cinta muraria e dalle balconate dei suoi torrioni, all’incredibile spettacolo del sorgere delle albe e del calar dei tramonti, allora potrete davvero esser certi che la Calabria… vi resterà sempre nel cuore! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Gran San Bernardo (Svizzera, CH): un antico valico, uno storico passaggio… attraverso emozioni di confine!

Indimenticabile escursione in uno dei luoghi più suggestivi dell’arco alpino. La canicola non concede un attimo di tregua, nemmeno alle quote più elevate. Meta della sgambata giornaliera: il Colle (o valico) del Gran San Bernardo/Col du Gd St Bernard a 2474 metri d’altezza; cioè avere lo sfizio di travalicare a piedi e penetrare in una nazione estera… semplicemente camminando! Ci muoviamo appena lasciati (1700 m) le ultime case del borgo di St Rhemy, per quello che era l’antico sentiero che sale al Colle. Una pista già conosciuta (e frequentata) oltre 2500 anni fa dai potenti eserciti cartaginese di Annibale, coi suoi “spaventosi” elefanti; solcata dai piedi del vescovo Sigerico che – muovendosi dalla lontana Anglae Terrae – aprì quella via (oggi meglio conosciuta come “Francigena“).

Passaggio usato di lì a breve, anche per gli eserciti Sassoni, Franchi e Alemanni, nonchè dagli oltre 46.000 uomini del “mòn general” Bonaparte con pesanti artiglierie al seguito che di qui passò per invadere l’Italia settentrionale tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800. Ma a parte queste divagazioni storiche davvero suggestive, guardandoci intorno cerchiamo di interpretare la meraviglia e le impressioni di tutti quegli uomini come soldati, cavalieri, pellegrini, viandanti e monaci che scrutarono gli impressionanti orizzonti che s’aprono da questo angolo di paradiso montano. La traccia del sentiero lambisce i verdi pendii meridionali di mount Mort e più si guadagna quota, più aumentano le numerose chiazze di neve che resistono aggrappate ai crinali.

Giunti alla Cantoniera abbiamo abbondantemente superato i 2000 metri e sembra di essere piombati all’improvviso sulla Luna; l’aria comincia a rinfrescarsi, ma è sempre il sole a determinare l’opprimente calura ferma a oltre i 32°. La traccia dell’originale sentiero è coperta da spesse lingue di ghiaccio che ci obbligano, ora, a proseguire lungo la rotabile… ma va bene lo stesso; contemporaneamente una marmotta sgattaiola, impaurita, davanti a noi per almeno una dozzina di metri per poi scomparire sull’immenso prato; ancora un ultimo sforzo e finalmente… il valico di confine! Un lago ghiacciato s’apre avanti ai nostri occhi; sulla sx in alto la grande statua di San Bernardo che si staglia all’ombra della gigantesca piramide di granito del Gran Golliat; il famoso Albergo Italia e la Stazione (italiana) della vecchia Dogana.

Non attraversiamo il confine subito, il desiderio e grandissimo per immortalare quante più emozioni possibili questo momento; la stanchezza prevale sulla ragione, le gambe cominciano a tremare e la calura continua il suo martellante incidere; recuperiamo le forze mangiando i nostri rigatoni alla “bolognese”. Ok, finalmente passiamo il confine (contrassegnato da una bolla fluorescente color arancio sul pavimento stradale!); una barra è aperta da chissà quanto e “miliari” in pietra calcarea determinano le delimitazioni statali ma… strano, nessuno controlla i nostri documenti; ma come… la stazione delle guardie elvetiche è chiusa? Ad ogni modo ci godiamo il suggestivo spettacolo del Lac du Gr St Bernard ghiacciato camminando sull’antico (e originale) cammino che attraversa il valico, appena pochi metri sulla rotabile.

In poche centinaia di metri raggiungiamo il grande edificio dell’Ospizio (ora in ristrutturazione); una breve sosta e giù verso la Svizzera fino al primo tornante, ad appena 1 km. Qui lo spettacolo della montagna è… incredibile, unico; verso ogni angolo ovunque lo sguardo ruota di 270° ci sono montagne innevate, picchi aguzzi, guglie e campanili, estese vallate ricoperte di muschi, prati e torbiere, cascate generate dallo scioglimento dei nevai, il tutto riflesso sotto un cielo così incredibilmente azzurro! La magia della montagna non smette mai di meravigliare e l’attraversamento a piedi del “mitico” Colle del Grand San Bernardo è un’esperienza davvero unica, da provare…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

KOTOR (“Cattor”, Montenegro): un insolito fiordo lungo la costa balcanica…

Con la difficile convivenza e – spesso – artificiosa vicinanza tra le diverse comunità nazionaliste componenti l’antica repubblica “federata” sotto la guida del “maresciallo” Tito, il MONTENEGRO rimase l’ultimo simulacro di ciò che fu la Jugoslavia. Ciò che restò, alla morte di Tito, dell’impero jugoslavo si smembrò – irrimediabilmente – dando così vita alle guerre civili che tutti noi abbiamo avuto modo di conoscere tra la fine del ‘900 e i primi anni del III millennio.  Gli ultimi frantumi della “grande” Jugoslavia, come concetto di federazione serbo-montenegrina, sopravvissero fino a tutto il 2003; ma fu solo nel 2006 che la Serbia e il Montenegro decisero che era giunto il momento di separarsi.

Continuiamo il nostro viaggio attraverso i Balcani camminando sempre lungo la fascia costiera in direzione nord; attraversando ripetuti saliscendi che serpeggiano tra ponti, profondi valloni, e rupi calcaree che sprofondano nel mare mentre le curve a gomito si avvinghiano lungo incredibili pendenze, quasi a picco lungo la frastagliata costa. Proseguiamo un viaggio interno di spostamento da Budva a Kotor con persone del luogo; un variopinto mondo fatto di dialetti incomprensibili, sguardi persi nel vuoto al di là del finestrino a scrutare l’orizzonte, l’anziana donna che sistema il proprio fazzoletto che le copre la testa, la giovane coppia che si tengono fortemente stretti ogni volta che il van scodinzola per le strette curve.

Kotor sembra essere ancora lontana e poco alla volta che la strada comincia a spianare, cambia irrimediabilmente anche il paesaggio circostante. Le montagne determinano sempre lo sfondo, ma ai lati della strada s’aprono ampie distese di terreni coltivati a frumento, vigneti ed uliveti (principali colture di queste zone). Questa volta, però, ci troviamo ad attraversare una particolare ambientazione paesaggistica, come se fosse sospesa tra alte montagne e lingue di mare che – quasi come i noti fiordi delle frastagliate coste del nord – si estendono lungo la difficile costa montenegrina dell’interno; sembra quasi di essere allo sbocco di un fiordo norvegese ma, subito dopo l’ultimo ponte compare in tutta la sua straordinaria bellezza, lo splendido borgo medioevale di KOTOR.

La città montenegrina è un sito (Patrimonio Mondiale dell’Umanità) dell’UNESCO, ed il suo aspetto di città medievale incastonata tra ripide scogliere e la baia, l’hanno resa celebre quale uno dei particolari (e nascosti) gioielli della costa balcanica del mar Adriatico. Kotor (“CATTARO” in italiano), dal 1420 al 1797 è stata completamente sotto il controllo veneziano e questa dominazione ha lasciato molte tracce nell’architettura locale; ma ciò che attira la nostra curiosità, è quello di andare alla conoscenza ed alla esplorazione del suo centro storico così ben conservato, e reso famoso, per la sua particolare architettura, le sue chiese, le sue stradine (ora in ciottoli, ora in basoli squadrati) tortuose, i suoi monumenti storici e la sua caratteristica cinta muraria con le possenti torri e i barbacani che affondano nel mare.

Entriamo nella città vecchia attraverso il varco della “Porta del Mare” (o Porta Gurdich); qui due antichi cannoni puntano verso la vicina costa, mentre l’arco d’ingresso è sormontato da una stella e una data (21-XI-1944). Sotto l’arco, a destra, un particolare bassorilievo incorniciato in una sorta di “trilobatura” (che si rifà a motivi veneziani ed arabi) raffigura – in tutta la sua semplicità – una Madonna con Bambino seduta in trono tra due santi. Eccoci finalmente all’interno del borgo, nell’enorme catino basolato della “Piazza delle Armi”, appena dopo l’ingresso della porta principale della città, sormontata dalla sua possente Torre dell’Orologio; ma bastano pochi minuto ed ampliare lo sguardo intorno per rendersi conto di trovarci al centro di un luogo davvero bello e coinvolgente.

La Città Vecchia di Kotor è un gioiello medievale splendidamente conservato; nascosta all’interno di antiche fortificazioni (sia dal mare che dai monti dell’interno) essa viene circondata da alte, aspre e rocciose montagne e dall’accogliente baia in cui è sorta. Passeggiare per i suoi vicoli, stretti e tortuosi, è come fare un salto indietro nel tempo, tra la vivacità dell’indole commerciale dei suoi abitanti eredi di uno storico passato e l’effervescenza della moderna trasformazione (forse anche eccessiva) turistica dell’odierna popolazione locale. Qui ogni angolo racchiude una sua storia, dai cortili nascosti per secoli alla vista, tra vecchie chiese e piazze affascinanti. Il centro storico è una città medievale ben conservata, camminarci è come vivere all’interno di un labirinto.

Fondata dai Greci, nell’insenatura più nascosta al mare aperto della baia “Boka Kotorska” (questo il suo antico nome) crebbe fino a divenire – nel XII secolo – il principale porto della Serbia; nel tempo, poi, fu dominata dai veneziani, e questa impronta storica si rispecchia soprattutto nell’architettura dei principali edifici, nelle chiese e nei palazzi nobiliari della città. Tra i luoghi più caratteristici il borgo conserva, al suo interno, monumenti come la Chiesa ortodossa, in puro stile romanico del XII secolo, di Sveti Luka (San Luca), quella cattolica di Sveti Trifun (San Trufino), la Piazza d’Armi, il Palazzo Grgurin e la fortezza di Sveti Ivan (Sant’Ivano), oltre alle numerose botteghe, distribuite tra gli stretti vicoli e gli antichi palazzi disseminati un po’ dappertutto.

All’interno del borgo si diramano mille vicoletti che conducono in tutte le direzioni; tutti pavimentati con basoli squadrati e su cui prospettano alti edifici, le cui finestre sono distribuite secondo una particolare orditura in “stile ottomano”. Qui i passaggi sono molto stretti e lunghi, laddove percorrendone la sua interezza si resta ammaliati dalle ripetute scoperte che si fanno: un vicolo, una chiesetta cristiana, un portale, un passaggio in galleria, una chiesa ortodossa, un vivacissimo bazar, una romantica e accogliente piazzetta, un pittoresco scorcio dalle mille sfumature, una scalinata in pietra che conduce verso gli alti “camminamenti” che scorrono lungo le mura merlate, per raggiungere il Castello sulle pendici della montagna e godere di una incredibile e panoramica veduta dall’alto della baia di Kotor.

Una storia poco conosciuta, qui a Kotor, è quella dell’antica presenza, in città e fuori dal borgo, delle decine e decine di mulini che provvedevano alla “macina” del raccolto del grano che giungeva dai territori dell’interno, ed al conseguente commercio – via mare – delle derrate distribuite nei principali porti del Mediterraneo. Dialogando con alcune persone del luogo, queste – oltre ad indicarci la direzione – c’invitano a conoscere lo slargo di “Trg od Brašna” (la Piazza della Farina); una bella piazza che s’apre proprio nel centro storico e che si trova di fronte al Palazzo Bizanti. La toponomastica di questo spazio deriva dal fatto che un tempo tutti i magazzini e i laboratori per la produzione della farina si trovavano proprio in questo luogo, in cui si affacciavano i palazzi delle due famiglie più ricche del tempo: i Pima e i Buća.

A questo punto, in cui i nostri occhi vengono completamente appagati da così tanta bellezza artistica, storica e culturale, resta da godere solo dell’ultima “ciliegina sulla torta”; contemplare la vecchia città dall’alto delle sue mura, riflessa nello specchio di mare interno che ne esalta la bellezza naturalistica e paesaggistica del luogo, esplorando i suoi “camminamenti” percorrendone esclusivamente il lungo tratto delle sue merlature e i poderosi bastioni che prospettano verso il mare. Camminando sopra le sue antiche mura medioevali è un ottimo posto per compiere passeggiate e godere di bellissime vedute panoramiche e paesaggistiche. Si può camminare da un cancello all’altro – comprese le dovute soste per ammirare e fotografare – godendo delle incredibili skyline sul fiordo e sui territori circostanti.

Vale davvero una piacevole giornata di cammino potersi perdere vagabondando per i suoi vicoli basolati e le strette stradine godendo della frescura offerta dalle ombreggiature; attraversare slarghi, entrare nelle chiese e cappelle di varie confessioni religiose e salire, infine, per percorrere le sue mura, è già di per sé uno spettacolo di bellezza che solo qui – e in pochi altri luoghi nel mondo – è possibile godere. Per queste sue “singolari” caratteristiche il borgo antico e la città vecchia di KOTOR non sono solo un luogo da vedere o un posto da visitare fugacemente (questa è roba per turisti); esso è un luogo tutto da esplorare con gli occhi aprendo il cuore ad ogni stimolo mosso dalle emozioni e dalla curiosità; un posto tutto da camminare, da sentire, da godere… da vivere! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ROMANIA (antica “DACIA” romana): un tenebroso viaggio… tra le meraviglie della Transilvania

Tra leggendari ed austeri castelli, fiabesche residenze reali, borghi medioevali, foreste incontaminate, immense pianure coltivate a grano e girasoli, un mare “chiuso” che fa da ponte tra oriente e occidente, antichi villaggi rupestri che tramandano gli usi e le tradizioni della Dacia più remota, le imponenti e monumentali architetture di passate dittature, edifici sacri intrisi dell’essenza di aromatici incensi ed impreziositi dagli affreschi di matrice greco/copta/ortodossa. E poi ancora, tanta di quella storia, cultura, arte, religione e tradizioni da riempire interi volumi di geografia; questa è la Romania. La TRANSILVANIA è, sicuramente, una delle zone più belle e intriganti d’Europa; essa si estende alle pendici dei monti Carpazi ed è la culla di tradizioni e culture storiche da sempre frequentata da Sassoni, Tedeschi, Ebrei e Magiari (ungheresi). Ma più di ogni cosa, la regione è conosciuta in tutto il mondo per le leggende che ruotano intorno al personaggio letterario di Vlad (di Valachia), meglio conosciuto come conte Dracula, ispirata al cupo e tenebroso “VLAD l’Impalatore“.

Il viaggio cosiddetto “trasversale” comincia addentrandosi attraverso rigogliose vallate, ricche di acque e di verde che fanno da proscenio al paesaggio della Transilvania. SINAIA è una modesta cittadina cresciuta lungo la principale arteria stradale che attraversa queste vallate; situata ai piedi dei monti Bucegi, durante l’inverno è un’apprezzata stazione sciistica con modesti impianti di risalita, essa rappresenta il varco d’ingresso alla regione transilvanica. Il luogo fu scelto dai reali tedeschi quale privilegiata residenza per le vacanze, tant’è che provvidero a far erigere un bellissimo maniero, il “Castello di PELES“. Il Castello è un magnifico esempio di architettura neo-rinascimentale incastrato nella foresta e che s’apre – con suggestivi scorci ambientali – in un paesaggio da fiaba. Struttura in puro stile svizzero/bavarese esso racchiude un bellissimo giardino (all’italiana) ricco di statue, siepi, camminamenti, aiuole, fontane, giardini e terrazze. Fu costruito per volere di Re Carlo I e commissionato ad un architetto tedesco.

Lo stile del Castello di PELES ricorda molto i castelli delle Alpi svizzere ed austriache; tra i particolari che risaltano, sono le tipiche strutture tedesche a “graticcio” con particolari intagli lignei e decorazioni di varie scuole scultoree. Pochi chilometri e si giunge al più “famoso” dei castelli della Transilvania, da tutti ricordato come la residenza del Conte Dracula: il “Castello di BRAN“, poderosa fortezza medioevale. Uno dei monumenti simbolo della Transilvania, e per estensione di tutta la Romania, questo magnifico castello situato nell’abitato di Bran, a 25 chilometri a sud-ovest di Brașov, è il luogo in cui si dice che Bram Stoker ambientò il suo romanzo Dracula. Per questo motivo, per molti turisti e stranieri questa austera fortezza è nota semplicemente come “Castello di Dracula”. Oggi, il castello di Bran ospita un museo che ospita opere d’arte e arredamenti collezionati dalla Regina Maria.

Non si può dire di aver conosciuto la Transilvania senza scoprire la sua “perla”: BRAZOV. Capitale culturale della Transilvania, un autentico gioiello di ispirazione medievale ed una delle città più turistiche della Romania. Affascinante e un po’ bohémien, Brașov è la principale città della Transilvania per importanza culturale e commerciale e si trova quasi al centro della Romania a 170 chilometri da Bucarest. Fondata dai cavalieri teutonici nel 1211 e fortificata dai Sassoni, la città è un dedalo di stradine, facciate barocche e guglie gotiche. Brașov è anche un ottimo punto di partenza per andare alla scoperta dei magnifici dintorni; circondata su 3 lati dai monti Carpazi, e meravigliosi boschi circostanti sono stati tutelati anche durante l’industrializzazione del dopoguerra. Il monumento più famoso di Brazov è, sicuramente, la “Chiesa Nera” (Biserica Neagra), tra le chiese gotiche più famose della Romania.

L’edificio, lungo 90 metri e con un campanile alto 65 metri, si trova in Piazza del Municipio ed è stata costruita tra il 1385 e il 1477. Nel 1689 un grande incendiò devastò gran parte della città e annerì le mura della chiesa, da allora deve il suo nome quei tragici eventi. L‘interno della chiesa è in stile barocco ed è riccamente decorato: colonne in pietra esagonali dividono le 3 navate. L’edificio ospita una tra le più grandi collezioni di tappeti orientali in Europa: 119 tappeti anatolici donati alla chiesa da alcuni mercanti tedeschi tra il XVII e il XVIII secolo come ringraziamento per essere sopravvissuti nelle terre barbare; oltre all’enorme organo del 1839, con oltre 4 mila canne. La chiesa comprende 6 portali in diversi stili architettonici, dal gotico al rinascimentale. Girovagando ancora per Brazov, non si deve mancare di far visita alla Piata Sfatului Centrul Vechi. La bella Piata Sfatului, o “piazza del consiglio”, è la piazza centrale del centro storico.

 Su di essa prospettano case dell’800 e del ‘900, la maggior parte delle quali sono monumenti storici. Tra queste, la più importante in assoluto è la Casa Sfatului, o “Casa del Consiglio” (praticamente il Municipio), che dà il nome alla piazza. Essa risale al 1420 e oggi ospita il museo di storia della contea di Brașov. Dalla piazza si diramano le stradine del centro cittadino, tra cui la pittoresca Strada Republicii, interamente pedonale, e negli immediati dintorni si trovano alcune tra le principali attrazioni di Brașov, come la Chiesa ortodossa, il Muzeul Civilizației Urbane e la bella casa Hirscher. C’è poi ancora da vedere a Brazov, oltre alla Sinagoga, anche la bella Porta di Caterina Centrul Vechi, o Poarta Ecaterinei, costruita a scopi difensivi nel 1559, per rimpiazzare la vecchia porta distrutta qualche anno prima da un’inondazione. Prende il nome dall’antico monastero di Santa Caterina, che qui si trovava in antichità.

Le 4 torrette costruite sulla sua cima stanno a significare l’autonomia giuridica di Brașov nel Medioevo, e il conseguente diritto di applicare la pena capitale. Oggi, la porta di Caterina è l’unica rimasta in piedi tra le antiche porte della città, e si narra che nel medioevo, quando aveva il nome di Porta Valacce, era l’unica entrata per gli abitanti del vicino villaggio di Șcheii Brașovului, ai quali non era concesso di usare le altre 4 porte poichè, durante il regno dei Sassoni dal XIII al XVII secolo, ai romeni era proibito avere una proprietà all’interno delle mura cittadine; pertanto furono costretti a stabilirsi nella vicina Şcheii Braşovului, e potevano entrare a Brașov soltanto pagando un pedaggio all’ingresso della porta di Caterina. Qui a Brazov termina questo primo “assaggio” di cultura e di bellezze naturalistiche della Romania. A presto con altre storie e racconti di questa straordinaria terra che fu l’antica Dacia romana, il cosiddetto “granaio dell’Impero“. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ALGHERO (Sardinia, SS), la città delle Torri e dei Bastioni…

Una tra le città più belle città dell’isola, si evidenzia per le sue belle Torri e i suoi possenti bastioni che fronteggiano il mare della costa occidentale, ALGHERO è una destinazione ricca di momenti e atmosfere. Fin dall’antichità le diverse dominazioni di eserciti forestieri di occupazione che si sono succeduti in questo angolo di Sardegna hanno lasciato il proprio segno in questo borgo fortificato: fenici, cartaginesi, arabi, bizantini, spagnoli e piemontesi. La parte visibile più bella del borgo che noi oggi conosciamo è quanto rimane della città d’impianto genovese, catalana dal 1354, castigliana ed infine, spagnola. Con un centro storico a misura d’uomo, camminare per le sue stradine lastricate sembra che il tempo non trascorra mai, mentre la stanchezza viene sostenuta dall’ammirazione per ogni possibile scorcio che si riesce a vedere. Un borgo che offre, al suo interno, una straordinaria e interessante combinazione che si riscontra in quel dedalo di vicoli e stradine sormontate dagli archi rampanti in cui s’intrecciano arte, cultura, storia, aromi di pietanze dalle arcaiche tradizioni e le essenze di un vino tra le eccellenze di questa parte di Sardegna.

Le strade acciottolate che serpeggiano attraverso il borgo di Alghero possono essere esplorate a piedi; un groviglio di vie che vi invitano il viandante, curioso o appassionato che esso sia, ad esplorare i pittoreschi scorci su cui prospettano facciate di chiese e palazzi in arenaria dalle pareti color miele, cortili in ombra, antichi pozzi, le vivaci piazze e i silenziosi cortili, le cappelle dal culto ortodosso; un excursus che attraversa la lunga e millenaria storia di Alghero, con angoli che restituiscono squarci di cielo da cui sono possibili visitare la monumentale Cattedrale di Santa Maria (dedita all’Immacolata Concezione) del XVI secolo, considerata una delle più grandi chiese di tutta l’isola con le sue volumetrie interne che lasciano spazio all’immaginazione sui processi evolutivi della fabbrica d’impianto catalano durante i secoli, con le sue incredibili cappelle laterali e quelle distribuite sul retro dell’altare costituenti l’abside, ognuna che accoglie statue e immagini raffiguranti la Madonna e con l’altare elevato su baldacchino centrale con gradoni che poggiano su figure zoomorfe (leoni).

Se la perfezione architettonica, con la distribuzione di spazi che si rincorrono tra pieni e vuoti, tra luci ed ombre, è quella che io ho provato in questo luogo sacro, non ho mai visto nulla di così incredibilmente bello! Sul fronte del mare, invece, i possenti Bastioni catalani e i cannoni lasciano intuire di come Alghero sia stata più volte – durante il corso dei secoli – obiettivo di conquiste ed assalti. Camminare lungo le mura che sovrastano il mare o perdersi all’interno delle mura su quelle strade acciottolate che sanno di antico è una sensazione veramente piacevole. Il centro storico di Alghero viene caratterizzato dai suoi vicoli tutti lastricati, mentre la sua posizione strategica ha determinato la costruzione di una massiccia cinta muraria proprio di fronte al mare, a protezione della città dagli assalti. Un unicum di palpiti emotivi che si rincorrono alle sensazioni vissute godendo del paesaggio che si staglia all’orizzonte (le falesie di Capo Caccia), un camminamento che offre la possibilità di avvicinarsi, quasi toccare con mano, quella sottile distanza che separa la terraferma dal mare. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Masada: “METZADA’ SHENI’T LO TIPPOL” (mai più Masada cadrà!): una storia d’Israele…poco conosciuta!

In un paesaggio biblico, tra deserti, oasi e cammelli, s’apre un panorama che si estende tra gli aspri rilievi del Negev, la profonda depressione del Mar Morto e i lontani monti della Giordania; al centro s’impenna l’isolata rupe rocciosa sul cui “plateau” giacciono i resti di quella che fu la Fortezza di Masada, una città fortificata assediata dai Romani nel 73 d.C.. La rocca fa parte del Parco Nazionale di Masada, e si trova appena a sud della parte centrale di Israele lungo il confine orientale, ai margini della sponda giudaica del Mar Morto. Il parco nazionale comprende un’area di poco più di 1 miglio quadrato. Masada rappresenta un interessante connubio, una incredibile miscela di cultura, arte, storia e natura. L’altopiano era una fortificazione dove Erode il Grande costruì due palazzi per sé. La rocca da cui si erge MASADA è una montagna nel deserto del Negev. La sua fortificazione fu costruita su un “horst” (geologicamente un “pilastro tettonico”) situato dove termina l’altopiano ed è accompagnato da aguzze e precipitose scogliere; essa è già ben visibile da chilometri di distanza, e si distingue dalle alture circostanti perchè s’impenna ai margini della sponda occidentale del mar Morto. Giunti alla base due sono le possibilità (a seconda dell’ora) per accedervi: o percorrere in meno di un’ora lo “Snake path”, il Sentiero del Serpente che sale – un po’ ardua e faticosa coi suoi ripidi tornanti – lungo i costoni orientali, oppure avvalersi della funivia che in meno di 5 minuti raggiunge l’altopiano.

Comunque sia l’ascesa comincia già ad offrire vedute paesaggistiche spettacolari e il panorama… è da lasciare senza fiato! Ma cosa accade una volta giunti in cima all’altopiano? Cosa ci aspetta di vedere? Cosa riusciremo a trovare e, soprattutto, quali potranno essere le risposte alle nostre tante domande di curiosi viaggiatori e appassionati di storia antica, archeologia e religioni a noi sconosciute? Tanto per cominciare, percorsa una passerella sospesa nel vuoto e varcata una porticina tra le mura compare – in tutta la sua straordinaria magnificenza – un immenso plateau colmo di rovine sparse e circondato, ovunque volga lo sguardo, da incredibili vedute paesaggistiche. Il luogo è impressionante, a tratti incantevole, con un fascino che aleggia – tra storia e religione – ovunque ci si trovi. Tutt’intorno solo deserto di pietre dai cromatismi che vanno dal rosso al giallo fino al bianco tenue; e poi il silenzio che viene rotto solo dalle folate del vento e dal gracchiare delle decine di quelli che potrebbero sembrare corvi (anime silenziose di antiche presenze), ma non lo sono: questi volatili si chiamano “tristamit” e vivono solo quassù; invece del becco, presentano livree color arancio solo sulle punte delle ali. Girovagando tra le rovine si avverte che qui giaceva un grande palazzo fondato, nel I secolo a.C., da Erode il Grande. La fortezza era arroccata su tre diversi livelli verso lo strapiombo sul lato nord della rupe; essa era dotata di terme, magazzini sotterranei e ampie cisterne per la raccolta dell’acqua.

Le rovine del Palazzo di Erode sono qualcosa di unico e spettacolare per la posizione, la vastità e la storia che esse rappresentano; il deserto, poi, ha conservato tutto nel migliore dei modi. L’altopiano su cui sorge la fortezza di Masada, immersa nella depressione del Mar Morto, offre uno scenario storico da brividi. Vale la pena visitarlo tutto e – cosa da non perdere se si ha tempo – scendere le scale per vedere le tre “terrazze” del palazzo distribuite su livelli differenti. Da quassù la vista sul deserto e sul mar Morto merita più di una foto; appena sotto la rupe, e quei pochi chilometri che la dividono dalle sponde del Dead sea, sono bel visibili le suggestive (tali da sembrare un paesaggio lunare) bianche formazioni erose (un tempo sommerse), simili a canyon e a calanchi, emerse durante il lento, e perpetuo, ritiro delle acque eccessivamente salate di questo mare. Ma perché Masada e così famosa ed è così importante per gli ebrei…? In effetti cosa successe a Masada…? Quassù sorgevano, nel 73 d.C., le fortificazioni e le abitazioni che accolsero 960 (compresi donne e bambini) ebrei “Zeloti” (i più rigorosi), ultimi resistenti alle vittoriose truppe romane che tre anni prima avevano espugnato Gerusalemme e che, con un esercito di 10000 uomini al loro inseguimento, ora assediavano la rocca. Dopo un anno di assedio, senza fretta, i Romani avevano circondato la rupe con un vallo (visibile ancora adesso) ed avevano costruito, sul lato orientale della stessa, un terrapieno che dal basso saliva per 70 metri fin sotto le mura pianificando l’assalto finale alla fortezza di Masada.

Gli assediati capirono subito che il prossimo assalto sarebbe stato quello fatale ed il loro capo, Eleazar Ben Yair, convocò la sua gente e la convinse che una morte onorevole sarebbe stata meglio della schiavitù e sottomissione imposte dai Romani; tutto questo accadeva la notte prima dell’ingresso dei Romani a Masada. La fede ebraica abiura il suicidio, ma ormai la scelta fu presa e così ciascun guerriero uccise a fil di spada la propria moglie ed i propri figli dopo averli abbracciati e baciati. Tra i superstiti ne vennero sorteggiati 10 che pensarono a bruciare l’avamposto e ad uccidere gli altri guerrieri che nel frattempo si erano sdraiati vicini ai corpi dei propri cari. Tra i 10 che restarono fu nuovamente sorteggiato l’ultimo guerriero che diede la morte agli altri 9 ed infine si gettò sulla sua spada. Il giorno successivo, quando i Romani dopo aver rotto l’assedio entrano, non credendo ai propri occhi, trovano tutti cadaveri (in realtà quasi tutti, perché rimasero pochi sopravvissuti); essi allora tributarono ai caduti un silenzioso omaggio. Erano morti credendo di non lasciare ai romani nemmeno uno di loro vivo; invece una donna anziana e una seconda, che era parente di Eleazar, si salvarono assieme a 5 bambini nascondendosi nei cunicoli sotterranei che trasportavano l’acqua potabile mentre gli altri erano tutti intenti a consumare la strage: 960 furono le vittime, comprendendo nel numero anche le donne e i bambini, e la data dell’eccidio fu il quindici del mese di Xanthico.

I romani non riuscivano a capire che cosa fosse accaduto; alla fine levarono un grido, come quando si dà il segnale di tirar d’arco, per vedere se si faceva vivo qualcuno. Il grido fu udito dalle 2 donne che, risalite dal sottosuolo, spiegarono ai romani l’accaduto e specialmente una riferì con precisione tutti i particolari sia del discorso sia dell’azione. Ma quelli non riuscivano a prestarle fede, increduli dinanzi a tanta forza d’animo; si adoperarono per domare l’incendio e, apertasi una via tra le fiamme, entrarono nella reggia. Quando furono di fronte alla distesa dei cadaveri… “ciò che provarono non fu l’esultanza di aver annientato il nemico, ma l’ammirazione per il nobile proposito e per il disprezzo della morte con cui tanta moltitudine l’aveva messo in atto” questo è il racconto di Giuseppe Flavio nel suo “La guerra giudaica”. Ma perché arrivare alla morte? Perché i Romani rubavano, assediavano e rendevano in schiavitù sottomettendo le popolazioni conquistate. Di questo triste episodio della storia ebraica Israele, per secoli, ha volutamente taciuto e nascosto (un po’ per pudore, molto per tener lontana l’onta subita) le reali vicissitudini fino alla “Guerra dei Sei giorni” del 1967. Ed è proprio qui, su questa spianata, che dal 1967 dopo la liberazione dell’altura dall’occupazione giordana, per volontà di Moshè Dayan (ex generale e ministro della difesa) ogni anno le reclute di TZAHAL (“Tzavah haganah leisrael”, esercito di difesa israeliano) risalgono a piedi lo “Snake path” e vengono a pronunciare il loro giuramento di attaccamento ad Israele pronunciando, per ben tre volte: Metzadà shenìt lo tippol! (Masada non cadrà una seconda volta!).

Qui i futuri soldati, dopo l’addestramento di base e prima dell’incorporazione nei reparti trascorrono la notte, giurando all’alba eterna fedeltà allo Stato ed al popolo ebraico. Il mito di Masada aiuta i militari a prepararsi al supremo sacrificio, al martirio e alla lotta all’ultimo sangue. Inoltre, il mito di Masada basa le sue fondamenta su una potente costruzione sociale di legame ideologico e identificazione coi ribelli ebrei, valicando un abisso temporale di due millenni, un legame di natura etnica, religiosa, nazionale e storica. Il mito di Masada, che rafforza tali legami, fu ideato, pensato e trasmesso per fornire un saldo fondamento di eroismo a un nuovo tipo di identità nazionale ebraica. Mentre alcuni archeologi e storici oggi ancora dibattono sulla storia dell’assedio, l’atto finale degli zeloti è diventato il “simbolo di eroico martirio” per eccellenza; l’eredità di Masada è quella che esalta le azioni di eroismo nell’opporsi alla tirannia. Girovagando tra i resti, le mura, i camminamenti e gli edifici che ancora sono rimasti per l’altopiano è possibile compiere un giro completo toccando tutti i principali punti della fortezza un tempo esistente come: i resti del Palazzo del Nord si trovano all’estremità settentrionale dell’altopiano roccioso; ai margini orientali della spianata si scorgono ciò che resta di una Sinagoga che, a detta degli archeologi che l’hanno scoperta, essa è probabilmente una delle sinagoghe più antiche del mondo (qui si celebra il rituale passaggio dalla fanciullezza alla maggiore età per gli ebrei ortodossi).

Una delle aree più intatte è la Chiesa Bizantina con una parte del muro e della finestra, che fu costruita dai monaci bizantini diverse centinaia di anni dopo l’assedio di Masada; il Palazzo Occidentale che si trova all’estremità meridionale dell’altopiano e comprende alcune strutture ancora ben conservate, laddove sono possibili vedere colonne romane e un pavimento mosaicato ben conservato. Tra le curiosità che emergono durante l’esplorazione dell’altopiano sono ben visibili, lungo le pareti (sia interne che esterne agli ambienti) che ancora resistono nel tempo, una linea dipinta (generalmente di colore blu) che serpeggia – in senso orizzontale – lungo queste pietre e strutture murali; essa identifica che tutto ciò che è al di sotto di questa linea sono le strutture originarie di 2000 anni fa, mentre tutto ciò che si vede al di sopra, sono parti ricostruite. Questa bellissima e interessante esplorazione di Masada si conclude nei pressi dell’accesso principale, laddove un traliccio s’impenna sostenendo una grande bandiera dello stato d’Israele; questo è il principale punto di tutto l’altopiano in cui si raccolgono, in cerchio, le reclute durante il cerimoniale del giuramento “Metzada Sheni’t lo Tippol” (mai più Masada cadrà). E da questa incredibile – e poco conosciuta – parte di mondo, per il momento… è tutto!  (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)   

Val CODERA (SO, Alpi Retiche): la leggenda delle “Aquile Randagie” e la loro valle

Tra le Alpi Retiche centrali giace una valle, molto simile per natura e ambienti, a tante altre che si ramificano lungo i versanti alpini; ma questa in particolare – conosciuta come Val CODERA – conserva un fascino tutto particolare perché intrisa di storia e di avvenimenti che l’hanno resa, nel tempo, leggendaria! Esplorando la Val Codera è come immergersi in una particolare esperienza che ci condurrà alla scoperta del mito e della leggenda delle “Aquile Randagie“, della loro clandestinità tutelata dal “Baden” e da “Kelly”; della infaticabile e sempre disponibile (oggi non più tra noi) Romilda; dei contrabbandieri e dei rifugiati/profughi politici… e ancora tante altre storie! Un luogo magico, ricco di fascino; laddove ogni pietra, ogni albero, ogni ruscello, ogni alito del vento parla di avventura, di amicizia, di condivisione! Un’avventura che, per chi la vivrà, rimarrà per sempre scolpita… nel cuore! Oltre alla struggente bellezza dei luoghi, dei panorami e dei paesaggi alpini, l’alone leggendario di cui è intrisa questa valle, offre di camminare andando alla scoperta, delle tracce e dei segni, lasciati dalle mitiche “AQUILE RANDAGIE”. Qui – in questa valle – un gruppo di adolescenti (scout cattolici dell’ASCI) che disse no al Fascismo, datisi alla clandestinità, nel 1935 era sovente, il sabato sera, prendere l’ultimo treno che da Milano giungeva a Colico alle 20.00 di sera.

Qui, dalla stazione iniziavano un lungo cammino a piedi (14 km circa) fino a Novate Mezzola per poi prendere l’arduo pendio roccioso fino a giungere nella Val Codera e terminare la salita (in 3 ore) alla Capanna Brasca, ove stabilirono il loro nascondiglio ideale e adottarono un nome che li avrebbe trasformati in leggenda: le “Aquile Randagie”. L’unica valle di tutto l’arco alpino – al centro di un autentico paradiso fatto di pietra, di profumi e di silenzi – senza la presenza di strade asfaltate e raggiungibile solo a piedi o in elicottero. É questo il biglietto da visita per chi desidera avventurarsi nell’ascesa alla conoscenza ed alla scoperta della Val Codera. Ma questa è una storia che parte da ben oltre 40 anni fa. Era il settembre 1983, e mi trovavo a camminare – per la prima volta – attraverso un paesaggio mai visto fino ad allora: circondato, letteralmente, da quelle che io ho sempre considerato, le montagne più belle (oltre a quelle dell’Himalaya o delle Ande) al mondo e che non avevo ancora calpestato coi miei scarponi: le Alpi. 40 anni fa ero lì per vivere una importante esperienza di “vita” e di “formazione” scout, e di trekking (almeno in Italia, fino ad allora, ancora non si conosceva bene cosa fosse e cosa potesse significare questo termine!) La Val Codéra è una delle più belle, selvagge e incontaminate di tutta la Valtellina. Il percorso che sale direttamente in Val Codera parte dal comune di NOVATE MEZZOLA (Sondrio), dalle sponde dell’omonimo lago situato all’estremità settentrionale del lago di Como. La valle è nota come uno dei più begli esempi di valle alpina preservata nel suo aspetto originario grazie all’assenza di strade: è infatti ancor oggi servita solo da una mulattiera.

Raggiunto un piazzale sterrato in località Castello, sono ben visibili le indicazioni per Codera che, per alcuni gradoni, salgono alla sinistra, in corrispondenza dell’inizio del sentiero (fontanino). Il percorso, che s’apre tra ampi scorci panoramici sui laghi di Como e di Mezzòla, sale per la “Mulattiera delle Scale”, duemilacinquecento scalini che si inerpicano sui ripidi versanti attraversando boschi di castagni, eriche, betulle e frassini, tra i numerosi tornanti, le gigantesche muraglie in granito e i profondi precipizi che rinchiudo (alla vista, e proteggono) la valle proprio come una fortezza. Il primo tratto dell’impervia salita – che termina poco prima dell’abitato di Codera – si presenta molto impervio. La pendenza del sentiero è piuttosto sostenuta e i tornanti, che sembrano non finire mai, si fanno sempre più articolati; i resti arrugginiti di un vecchio scavatore abbandonato compaiono, improvvisamente, sulla sx accanto alla parete rocciosa. Più avanti si attraversa un castagneto fino a raggiungere una cappella da cui si può godere di uno splendido panorama sugli specchi lacustri di Mezzola e, più oltre, di Como circondati da imponenti montagne come il Legnone; più sotto scorre, in una stretta e profonda forra, il torrente Codera di cui si avverte l’eco dello scrosciare dell’impetuosa corrente.

Si continua ancora per una ripida scalinata che porta tra le prime case del piccolo villaggio (abbandonato) di Avedeé (m 790); lungo il sentiero, che da qui diviene pianeggiante, si scorge la piccola chiesetta di Sant’Antonio. Continuando a salire si passa sotto un paramassi, conosciuto come “Grondan dal mut” da dove gronda acqua tutto l’anno. La valle è importante per il suo patrimonio floro-faunistico; di grande interesse naturalistico tra le specie floristiche si evidenziano quelle tipiche di un clima mediterraneo, come la ginestra, e quelle più propriamente alpine, come il rododendro e il pino mugo. La presenza del torrente Codera, che attraversa la vallata e scorre laggiù in fondo a sinistra, ha un’importanza fondamentale per il mantenimento di questo ampio e complesso ecosistema. All’esterno di un tornante, accanto a un cartello e posto su una roccia, troviamo una piccola croce – completamente avvinghiata da molteplici fazzolettoni multicolorati – in memoria di uno scout che qui, per un incidente, ha perso la vita. Ormai Codera è vicina e sulla destra troviamo una piccola croce con una cappella affrescata (Madonna e Santi) con alcuni scheletri che ammoniscono: “Ciò che noi fummo un dì voi siete adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso“; subito dopo, alla destra, compare il piccolo cimitero di Codera.

Superati alcune cappelle votive ed il piccolo camposanto, un lungo muro in pietrame compare sulla sinistra e lascia scorgere, poco alla volta, l’erto campanile di Codera che s’impenna proprio lì davanti a noi. Eccoci alla soglia d’ingresso nella piazzetta ricoperta d’erba prativa, di CODERA; costeggiando l’imponente campanile staccato dal corpo della chiesa di S. Giovanni Battista eretta nel XVI secolo, con uno sguardo si riconoscono le vecchie case del villaggio di Codera, mentre a destra c’è il Rifugio “La Locanda”. Scoprire uno degli ultimi paesi raggiungibili solo a piedi o in elicottero, e l’architettura di antichi nuclei costruiti utilizzando il granito sanfedelino. Ci porta a conoscere questo piccolo gioiello di architettura rupestre, nascosto nel cuore di una valle dal fascino wilderness, tra rocce, laghi e montagne. Proprio alle rocce si associa l’etimologia del nome. Secondo la tradizione che si tramanda da generazioni, Dio, quando creò il mondo, si vide avanzare un mucchio di pietre e le distribuì tra gli uomini in questa valle. Le case sparse un po’ alla rinfusa nella valle utilizzarono questo “dono” piovuto dal cielo, per cui Codera/Coeder deriva da “cote” sta per masso. Qui a Codera il grande protagonista è il “sanfedelino”, il granito chiaro con cui sono state erette la maggior parte delle case della valle. In queste zone della Valtellina e della Val Chiavenna i locali estraevano il granito per le loro necessità già fin dall’XI secolo.

Per molti anni il “picapréda” (colui che picchia/scalpella sulla pietra, gli scalpellini che per oltre un secolo hanno estratto granito per portarlo sulle strade di Milano, Piacenza, Bologna e Parma) fu un mestiere marginale poichè l’intera comunità traeva sostentamento per vivere dal taglio dei boschi, dagli allevamenti degli alpeggi, e dall’agricoltura. I balconi e i terrazzini fatti in pietra con balaustre in legno finemente decorati che, sporgendosi, si affacciano su stretti viottoli oppure sui rigogliosi orti terrazzati dove crescono patate e fagioli, orzo, segale, granoturco danno al villaggio quell’immagine bucolica di un passato che qui, tra queste montagne, non è mai andato via. L’economia del piccolo nucleo abitato di Codera si regge su agricoltura e turismo; una volta qui, proprio nella piazzetta, c’era anche un anziano “artigiano dei boschi” che realizzava (e vendeva ai tanti escursionisti di passaggio) bastoni da montagna ricavati dai rami di betulla. Famoso per tutto l’Ottocento grazie all’estrazione del granito, oggi Codera è un vero e proprio gioiello tutto da custodire e proteggere. Attraversare le sue strette viuzze, le rampe in pietra e i suoi profumati giardini, si avverte l’impressione di essere come in una cartolina: la sua piccola scuola, il vetusto ufficio postale, i lavatoi in pietra, i tetti spioventi di lastre in granito/ardesia che poggiano su loggette in legno, incorniciano questo particolare luogo in cui gli unici rumori (o suoni) che si avvertono sono quelli dell’acqua e del vento.

L’atmosfera che aleggia intorno sembra alternarsi tra una fiaba e le ovattate sensazioni di benessere e tranquillità che solo un villaggio come questo riesce ad offrire: qui tutto si è conservato nei secoli grazie all’isolamento che ha preservato il centro abitato dal passaggio di eserciti e contrabbandieri sulle vie di fuga attraverso i valichi di montagna. Uscendo dal paese di Codera, la valle si apre nel frastuono dell’acqua ove l’escursionista ha la possibilità di poter trovare sempre e ovunque acqua lungo il cammino e, soprattutto nei mesi più caldi, anche la possibilità di poter effettuare un bagno nelle fresche pozze che si trovano poco fuori a monte del paese. Poco dopo raggiungiamo un’altra fontana mentre un cartello indica, sulla destra, la ex “Centralina” che un tempo conteneva le turbine che fornivano energia elettrica a Codera; oggi questa viene utilizzata (e gestita) dagli scout come campo base per le proprie attività. Da qui in poi il sentiero attraversa le baite di Tiune (tiunée, da tiùn = pino silvestre), i casolari di Beleniga (belénich), il maggengo di Saline (1085 m); tutto luoghi, questi, che un tempo erano abitati tutto l’anno dai “picapréda” e che oggi sono frequentati dalle terze generazioni di chi estraeva granito o dagli scout, che qui ritornano per onorare (e conoscere e riscoprire) le leggendarie gesta della mitica squadriglia di esploratori delle Aquile Randagie, un gruppo di scout clandestini la cui storia risale al periodo del fascismo.

Subito dopo ha inizio una strada sterrata, di recente costruzione (e peraltro incompiuta!) che percorre la parte superiore della vallata, a volte costeggiando il vecchio sentiero e – spesso – sovrapponendosi allo stesso; un incredibile scempio utilizzato da qualche moto enduro (per chi vive quassù durante l’estate) portata fin qui dall’elicottero. Le baite senza riscaldamento ed elettricità punteggiano la mulattiera: sullo sfondo si scorge il pizzo Barbacan e l’omonimo passo (2598 m), che interseca il Sentiero Roma. Di tanto in tanto si incrociano, sulla pista, delle canaline in legno poste di traverso al percorso, utilizzate per lo scolo delle acque piovane. Tutt’intorno ci sono dei massi mentre la vegetazione è ormai ridotta a qualche sporadica betulla; un ruscello attraversa la sterrata passandole sotto in un tubo. All’altezza della cappella del Sabiun, situata all’ombra di un acero in una zona fresca in quanto battuta dalla corrente d’aria proveniente dalla gola della Balèniga, si sale a sinistra per un sentiero che attraversa il torrente con un ponticello traballante lungo, stretto, con due funi ai lati come protezione e un tubo nero sospeso sul lato destro che passa per le vecchie case dei villaggi (ormai completamente disabitati) di Saline e Piazzo per poi scendere fino a ritornare sulla sterrata. Ormai la valle (la parte alta di Codera, il suo cuore/polmone fatto di boschi e di creste rocciose protese nel cielo da incredibili pareti, comincia ad aprirsi in tutta la sua ampiezza, offrendo – agli occhi – tutta la sua magnificenza con le aspre vette del Pizzo Ligoncio e la Punta Sfinge.

Superate una serie di case dirute ed orti sparsi quasi in piano, tra l’erba di un prato, aggirando il piccolo borgo di Piazzo, proseguiamo tra gli alberi, in prevalenza larici, e piccoli prati, fino a raggiungere Stoppadura dove troviamo delle case di pietra, quasi tutte ben sistemate, e una fontana con vasca in legno (1180 m). Qui, nelle vicinanze, si ergono due curiosi segnavia con tettuccio in legno che indicano la direzione per il Rifugio Bresciadega (5 minuti) di cammino ed il Rifugio Brasca (30 minuti). Raggiunti finalmente il pianoro ove sorge l’abitato di BRESCIADEGA (1214 m), il primo edificio che compare sulla destra è il Rifugio Bresciadega, magistralmente gestito dalla famiglia della guida alpina Tarcisio Nonini ed oggi diretto da sua figlia Marisa; nel suo antistante spazio si erge una cappelletta ed una panca in pietra ove fare piacevoli soste prima di andare alla scoperta, esplorazione e conoscenza di questa incantevole valle. Una sosta al rifugio Bresciadega ritempra le forze dalla fatica fatta per raggiungere l’alta valle e nutre/alimenta il corpo con cibi e pietanze genuine preparate al momento come zuppe (ricavate dagli orti locali), decotti, e polente nonché i succulenti “pizzoccheri” che gustati quassù, tra queste aspre cime, sono una specialità unica… credeteci! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ad IMLIL (امليل, Marocco) tra sperduti villaggi berberi, lungo il “sentiero dei tappeti” ai piedi dei monti dell’Atlas.

Queste vallate che s’aprono alle pendici settentrionali dei monti dell’Atlante sono state abitate fin dal Neolitico, in gran parte da popolazioni di etnia Berbera. Questi popoli riflettono l’essenza di quello spirito che da sempre li identifica, e cioè “Uomini liberi” dall’originario significato della lingua Imazighen che – con lo scorrere del tempo – derivò dal termine “barbaro” di matrice greco-latina. La popolazione del Marocco si sente berbera e non araba e questo è un conflitto che li perseguita da sempre. In particolare, poi, in questa zona del Marocco, vivono esclusivamente popolazioni berbere e, osservando le usanze di questa gente, povera ma molto orgogliosa delle loro tradizioni, queste vengono tramandate di generazione in generazione sempre e soltanto attraverso la parola.

Qui, in questa parte d’Africa, la cultura berbera affonda le sue radici nelle sabbie del Sahara che s’apre sull’orizzonte oltre la gigantesca catena di montagne che s’aprono davanti ai nostri occhi. Prima di raggiungere le montagne però abbiamo la possibilità di poter fare una visita a una tipica casa berbera. Appena varcati la soglia d’ingresso, ove una sorta di tenda/tappeto funge da porta, dimentichiamoci qualsiasi tipo di comfort, anche se per i proprietari della casa sembra di possedere una reggia, anche se si fa presto l’abitudine ad essere circondati da insetti e moscerini di varia grandezza. Le mura, calde d’inverno e fresche nelle più assolate estati, sono realizzati della solita argilla, mista a paglia e qualche mattone misto di sabbia e terracotta.

Gli ambienti interni, invece, sono divisi tra stanza da letto, una sottospecie di salotto, una piccola stalla vuota, un piccolo frantoio mosso dalla forza di una grossa mola in pietra sospinta dal perpetuo giro di un asinello, e infine la cucina all’aperto con un lavatoio e un forno dove poter cuocere il cibo. Dopo aver ancora superato chilometri di un deserto roccioso, dislivelli non indifferenti fra tornanti polverosi e case fatte tutte di paglia e argilla; le famose “case rosse” del Marocco tutte, rigorosamente, con la parabola satellitare, eccoci proiettati nel bel mezzo di un paesaggio dal sapore alpino. Come attraverso una finestra spalancata, il paesaggio s’apre sulla rigogliosa Valle d’Ourika.

Questa valle è famosa per la massiccia presenza di numerosi villaggi sparsi sulle pendici abitati da popolazioni berbere che qui – da sempre – vivono e coltivano i terreni grazie alla presenza delle bellissime acque fiume Ourika, che scorrono attraverso le gole di Asni, un pittoresco villaggio arroccato lassù in alto noto per il suo mercato settimanale del sabato, il percorso prosegue lungo una verde vallata dove i suggestivi profili di bellissime montagne, imponenti bastioni naturali, giocano con i colori della natura dall’alba al tramonto. Si raggiunge il villaggio di IMLIL, a 1740 metri sul livello del mare, ai piedi delle pendici del vicino al monte Toubkal, la cima più alta del Nord Africa, in una cornice paesaggistica all’interno di uno scenario naturalistico di grande fascino.

Gli abitanti di Imlil, tutti estremamente gentili ed accoglienti, permettono, a chi raggiunge il villaggio, di scoprire le attività artigianali, di entrare nelle loro case per pranzare insieme, di assaporare il tradizionale tè alla menta, gustare l’ottima cucina locale caratterizzata dal tajine a base di montone o pollo, di saggiare le molteplici varianti del cous cous, di prendere lezioni di cucina e di fare escursioni nella natura circostante. Il simpatico villaggio di Imlil, nell’Alto Atlante, si trova proprio nel cuore del parco nazionale del Jbel Toubkal. Imlil è una tappa necessaria, se non addirittura fondamentale, prima di cominciare qualsiasi escursione, trekking o tappe di avvicinamento per arrampicare che portano al Toubkal, utile base ove poter acquistare provviste e tutto il necessario per i trekking e le ascensioni.

Molti sono i sentieri che puntano verso l’alto, ma il nostro obiettivo – vista la poca disponibilità di tempo – non è raggiungere la cima dell’Atlante, quel Toubkal che tocca i 4167 metri d’altezza, ma conoscere le bellezze paesaggistiche e ambientali che riesce ad offrire lo spettacolo della natura in questa parte di mondo lungo il “Sentiero dei Tappeti”. Superati un primo forte dislivello, il sentiero sembra quasi planare; tutt’intorno una copiosa foresta di alberi (betulle e conifere) e rocce che s’impennano verso l’alto fino a chiudere quasi l’orizzonte. Si cammina seguendo la direzione di un ruscello canalizzato che, grazie alla forte pendenza, riesce più facilmente a raggiungere i terreni da irrigare. Il sentiero serpeggia tra le rocce e saltella da una sponda all’altra delle rive del torrente; supera inizialmente guadi realizzati con grosse pietre appositamente incastrate nell’acqua e ponti legati con corde.

Lungo il sentiero sono – appositamente sistemati – passamani, steccati e passerelle in legno. La disarticolata pista finalmente raggiunge la spettacolare cascata di Setti Fatma, il primo di una serie di salti che più a monte raccolgono le acque che giungono dallo scioglimento delle nevi. Osservare il triplice salto che eroga la potenza di queste acque ricostruisce e consolida sempre di più quel rapporto armonico che da sempre si connette tra uomo e natura; la cascata e il sentiero percorso per raggiungerla sono – credetemi – come il paradiso in terra. Dal bosco scende un facile sentiero che permette di rientrare ad Imlil appena raggiunti le prime case di un villaggio abbarbicato sulle rupi a ridosso di Imlil si compie un altro percorso raggiungendo il lato opposto (destra orografica) della vallata.

Attraversiamo campi coltivati a ortaggi, una folta foresta determinata da giganteschi tronchi le cui basi raggiungono anche gli 8/10 metri di circonferenza, fino a raggiungere case/laboratori (costruzione e vendita di tipici tappeti della cultura berbera), erette sul ciglio di dirupi, che si spalancano sui paesaggi della vallata. Raggiunti la rotabile in pochi minuti di discesa l’intenso profumo della cottura di un tajin ci riconduce nuovamente ad Imlil, termine di questa escursione che per qualche ora ci ha fatto vivere e scoprire le atmosfere delle montagne dell’Atlante; quei profili montuosi che – per qualche decina di minuti prima del rientro – seduto a contemplare su un enorme tappeto berbero, non mi sono mai stancato di osservare. Il “mal d’Africa” passa anche attraverso questi momenti… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

la FRANCIGENA (nel tratto da Faucecchio a Siena, Toscana) offre le mille curiosità di una storica via dove il senso del camminare, sta nel “guardare con occhi diversi”

Lungo una interminabile successione di orizzonti che si rincorrono di crinale in crinale, per la maggior parte si sviluppa un allineamento di basse colline caratterizzate dall’arenaria e dall’argilla, Oltrepassato il fiume Arno nei pressi di FAUCECCHIO, qui si trovava un crocevia tra la “via che menava” per Pisa e la Via Francigena; lungo quest’ultima, per tenersi a distanza di sicurezza dai domini bizantini, i Longobardi scelsero di utilizzare per gli spostamenti il preesistente tracciato di una viabilità etrusca che percorreva il crinale sulla sinistra orografica del torrente Elsa. Nella pianura sotto San Miniato giaceva una città perduta la cui cattedrale è ancora oggi oggetto di studio di campagne di scavi archeologici nei pressi di un campo di girasoli.

Alternandosi tra dolci declivi ammantati dai regolari filari di vigneti e gli argentei uliveti dal basso fusto, si è circondati dalle dolci catene montuose determinate dai ciuffi di cipressi. Si scopre subito di come l’abitato di San MINIATO sia andato sviluppandosi – lungo il corso dei secoli – lungo la linea di displuvio dello spartiacque di un crinale, permettendo così alla Via Francigena di attraversare zone più sicure di quelle in fondo alle vallate, nelle paludose pianure o lungo i corsi fluviali. San Miniato ha da sempre esercitato un controllo strategico sulla via Francigena che si snoda attraverso le colline della Val d’Elsa offrendo vedute panoramiche mozzafiato lungo tutti i possibili orizzonti. Un’alternanza di bellissimi e intensi paesaggi agresti distribuiti lungo un raggio di 24 km dividono San Miniato da GAMBASSI (area a forte presenza termale).

Qui il paesaggio ha da sempre determinato – fin dall’antichità – un sistema viario molto efficace, che offre un percorso abbastanza lineare collegando, in successione, pievi e borgate, La località, fin dai tempi antichi, veniva considerata per gli Etruschi una “terra di passo“, trovandosi appunto sulla direttrice (e nel dominio) di Volterra; per i Romani invece era in relazione alla via Clodia che si sviluppava tra Siena e Lucca. Qui nell’alto Medioevo i viaggiatori, e in particolare per i pellegrini che percorrevano la via Francigena verso Roma, trovavano un sicuro punto di rifornimento e sosta. Sono 14 invece i chilometri che dividono Gambassi da San GIMIGNANO. Qui si attraversano ambienti naturali e scenari paesaggistici di inaudita bellezza.

È un percorso facile (non vi sono salite di rilievo) ed attraversa aree dal particolare interesse storico, artistico e religioso, come la visita e scoperta degli edifici costruiti appositamente per far aumentare il numero di pellegrini in sosta lungo la via, come il Santuario di Pancole, il caratteristico abitato di Collemucioli e l’incantevole Pieve di Cellole. In vista della “Città delle Torri” si prova il fascino dell’antico pellegrinaggio attraversando la sua “Porta Settentrionale” e percorrendo la “ruga maestra” cioè la strada centrale che mena ad attraversare la città, corrispondente all’originario tracciato urbano della Francigena, percorsa da Sigerico di Canterbury dopo la mansione di Santa Maria a Chianni e prima di quella di San Martino ai Fosci.

Qui a San Gimignano è localizzata la XVIII submansio incontrata da Sigerico. La più lunga tappa (appena 31 km) collega San Gimignano a MONTERIGGIONI. Lasciando la città turrita uscendo dalla sua porta meridionale il cammino conduce alla pieve romanica di Santa Maria a Coneo. Si susseguono punti di sosta e rifornimento da sempre utilizzati per gli antichi viaggiatori, così anche oggi per i moderni camminatori, pellegrini o semplici viandanti la via è abbastanza “servita”. Più avanti si attraversa il ponte sull’Elsa e – attraverso distese di campi sistemati a frumento che si alternano ad appezzamenti di vigneti, si giunge così alla chiesa romanica di San Martino di Strove. Subito dopo pochi km raggiungiamo il poderoso complesso monumentale di Abbadia a Isola, prima di scorgere in lontananza – lassù in cima a un colle ulivato – Monteriggioni.

Circondata dalle sue poderose mura e l’inconfondibile corona di torri merlate che dominano un paesaggio di straordinaria bellezza. L’ultima tappa, di appena 19 km, conduce da Monteriggioni a SIENA percorrendo una serie di strade bianche che portano verso l’antico borgo medievale di Cerbaia. Si attraversa la boscaglia fino ai castelli della Chiocciola e di Villa, prima di scendere nell’alveo bonificato nel XVIII secolo di Pian del Lago con la presenza di un epitaffio chiamato anche “colonna”. Successivamente si attraversa poi il bosco dei Renai prima di raggiungere la “Città del Palio” e attraversare Porta Camollia, tradizionale accesso della via Francigena a Siena.

La città deve la sua esistenza al traffico medioevale sviluppato lungo la via Francigena nei punti in cui era incrociata dai tratturi dei pastori transumanti che dagli Appennini si recavano in autunno verso i pascoli invernali della Maremma, posseduti da Siena che godeva di diritti assai lucrativi. SIENA infatti si è arricchita coi tributi pagati dai pastori per i diritti di pascolo nella Maremma senese. La banca più antica d’Italia, il Monte dei Paschi di Siena, significa letteralmente “i risparmi derivanti dall’affitto dei pascoli”. Il più grande pittore di Siena, Simone Martini era probabilmente un francese da Tours, giunto a Siena per la via di Francia.

In città si discende via Banchi di Sopra per poi risalire verso il punto tappa attraverso la Via dei Pellegrini fino a sbucare nello splendido catino di Piazza del Campo, “nostro” punto d’arrivo di questo incredibile e bellissimo viaggio compiuto a piedi attraverso il tempo. Da Siena in direzione di Roma la Via Francigena continua ricalcando fedelmente la Via Cassia romana. Qui ha termine la nostra Francigena…! Quali le nostre impressioni…? Alla fine del viaggio, alla fine di un cammino, alla fine di un qualsiasi itinerario percorso a piedi in piena autosufficienza… secondo noi il pellegrino sarà una persona sicuramente più ricca.

Ed anche noi, un misto di umanità che si divide tra l’essere credenti e la laicità, ci sentiamo più elevati, spiritualmente soddisfatti dalle emozioni provate, dall’esperienza vissuta, dai luoghi visti, scoperti e conosciuti, dalle acquisizioni e dalle conoscenze riguardanti principalmente noi stessi e ciò che ci ha circondato. Tutte esperienze, queste, non raggiungibili in maniera diversa se non dal camminare, lungo quel fiume della storia che da sempre ci attrae e ci coinvolge: capire il passato per operare meglio nel futuro…. è questa la nostra “mission” possible! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)