PIETRABBONDANTE (IS), quel Molise che c’è… tra le Murge e un antico presidio Sannita

Il borgo di PIETRABBONDANTE si erge, maestoso, tra le sue rocce intorno a cui – nel tempo – è andato a svilupparsi il centro l’abitato. Sulla piazza principale all’ingresso la statua del fiero Guerriero Sannita accoglie il visitatore e da qui, a pochi passi, ci si tuffa nel passato fra i vicoli silenziosi che si inerpicano fino alla Chiesa della Madonna Assunta ed al vicino Castello. Da qui s’apre uno spettacolare panorama a 360° verso le vallate, le montagne e i paesi in lontananza. L’aria frizzante, il silenzio e la pace regalano attimi di serenità ed il piacere di godere di un luogo veramente particolare. Le rocce – meglio conosciute come le “murge” – qui sono l’attrazione principale; mentre il centro storico vanta una interessante e caratteristica tipologia insediativa che senz’altro lascia intuire le origini risalenti all’alto medioevo.

Attraversare a piedi questo borgo sannita si possono respirare gli odori di una volta come il fieno appena tagliato, del pane appena sfornato, oppure del mosto appena “mesciato” nelle cantinole; purtroppo la zona già da moltissimo tempo è spopolata a causa di una crisi atavica legata all’intenso fenomeno dell’emigrazione. Ma il vero “tesoro” di Pietrabbondante è costituito dal complesso ellenistico-italico sito in località Calcatello, ove si trovano i resti di due templi ed un teatro, con sedili in pietra dalla caratteristica forma anatomica, utilizzato come luogo per le assemblee. A pochi minuti d’auto dal borgo ecco paventarsi, in tutta la sua bellezza, l’altro gioiello di questo territorio: l’antico sito sannita che s’adagia su un pianoro leggermente in declivio di monte Saraceno ed offre interessanti spunti, per gli appassionati di storia e di archeologia, per compiere una vista.

Questa bella area archeologica è posta in un angolo poco conosciuto in una delle regioni meno visitate d’Italia, incastonata in un paesaggio davvero splendido. I due templi, uno più piccolo ed uno più grande, appartenenti a due fasi costruttive diverse, presentano uno stato di conservazione meno buono rispetto a quello del teatro. Essendo tuttavia molto vicini ad esso costituiscono un unicum di grande effetto, anche per l’inserimento nel paesaggio dominato dal verde. Una visita tra queste antiche pietre, risulta essere di particolare suggestione! Tutta l’area, nel suo insieme, risulta essere un luogo dove è facilmente intuibile la sovrapposizione della civiltà romana su quella sannitica. Raggiunti l’ingresso emerge, in tutta la sua suggestiva ambientazione, la cavea in cui è collocato il Teatro (italico) con gli spalti rivolti verso il mondo, la costa… l’infinito!

Siamo, letteralmente, al centro di un luogo che sa di magico, con una vista mozzafiato sulla natura circostante, le cui sparse rovine sono conservate abbastanza bene. Il complesso costituisce un’importante testimonianza della civiltà sannita e risale al periodo tra la metà del II secolo a.C. e gli inizi del I sec. a.C. Le gradinate destinate al pubblico sono di forma semicircolare. La prima area dei sedili presenta eleganti braccioli decorati che destano l’attenzione per l’aspetto e la fattezza di ciò che appare ai primi posti, e cioè l’insieme delle linee e delle curve che rispettano l’anatomia del corpo in posizione seduta; ben visibili sono le due sculture di atlanti inginocchiati ai lati delle gradinate che nelle tre file più in basso terminano con delle zampe di grifo. Questo è un sito archeologico dall’architettura molto interessante, per l’originalità della sua creazione, la sua esecuzione e la sua collocazione.

Resta, comunque, una delle principali testimonianze della primissima civiltà dei Sanniti Pentri (VI sec. a.C.), un loro importante centro di culto e simbolo dell’unità tribale. Qui si svolgevano funzioni religiose, attività pubbliche, ludiche e importanti riunioni politiche; il Santuario non veniva utilizzato esclusivamente per ludi scenici, come nella maggior parte degli altri, ma era la sede dei “concilia”, cioè delle adunanze del senato indette in particolari occasioni; quindi il più importante sito Sannitico esistente. Il sito archeologico di Pietrabbondante, la cui sacralità è ben conservata in tutto il suo aspetto per le sue caratteristiche architettoniche e per la sua monumentalità, risulta essere la testimonianza archeologica di maggior rilievo dell’intera cultura Sannitica presente oggi in Italia, e solo per questo la sua conoscenza vale molto di più di una fugace visita. Il Molise, quello vero, quello che in tanti ironicamente dicono che “non esiste” c’è… eccome se c’è! (testi ©Andrea Perciato; photo Maria Rita Liliano e A. Perciato)

AMSTERDAM (NL), la capitale degli “eccessi” tra sex, drugs, cheese, chocolate & beer!

Non si può descrivere la città attraverso poche righe, non si può illustrare la città con pochi scatti rubati al momento e nel volgere di un tramonto… ANSTERDAM è un luogo che bisogna vivere in tutta la sua completa interezza. Un’alternanza di contrapposizioni di pensieri che vanno oltre il lecito da vedere, magari solo da “annusare” ma… attenzione agli eccessi perché qui – nel rincorrersi tra sacro e profano, tra il legale e l’illegale, tra l’amore e il sesso – c’è di tutto, ma proprio di tutto, anche oltre l’impensabile che nessuno può immaginare…!

Il centro della città è un brulichio di anime erranti, tra frotte di turisti di passaggio, studenti e lavoratori che, come una marea, attraversa il geometrico reticolo – quasi un labirinto – attraverso una sorta di “ragnatela” in cui si sviluppa la città vecchia e dove le strade principali vanno ad intersecarsi coi canali. Non c’è un percorso principale, non c’è un boulevard, basta però far riferimento alla Damplace che è, a tutti gli effetti, il centro da cui si diramano tutte le arterie e poter partire alla scoperta della città seguendo semplicemente… il proprio istinto!

Dai tipici localini, coi tavolini addirittura sistemati su vecchie chiatte ormeggiate da anni, che si rispecchiano nelle placide acque dei canali in cui vanno a riflettersi i suggestivi (e tipicamente olandesi) tramonti “rossi”. Le “vie del sesso” a pagamento, laddove decine e decine di ragazze espongono la “propria” mercanzia di corpi ovattati, con ammiccanti movenze e marginalmente coperti da lustrini e paiettes dietro vetrine illuminate da luci rosse invitano i passanti maschi, soprattutto alcolizzati inebriati di birra.

Così come anche i numerosi giovani “fatti” di qualcosa altro e camionisti di passaggio a provare quella mercanzia esposta. Non è raro incontrare particolari musei che espongono “erbe aromatiche”, allucinogeni e droghe di tutti i tipi; pub da cui parte l’assordante musica di gruppi locali alla loro prima esibizione; vie interdette all’utilizzo di bevande alcoliche (soprattutto birre) in luoghi pubblici la cui ammenda (multe di circa 100 €) è ben stampata sul piano di calpestio e, credeteci, qui la Politia in moto circola a tutte le ore, soprattutto quelle serali.

Questa è Amsterdam, dalla sobria bellezza di edifici “a graticcio” dalla particolare architettura di stampo seicentesco, ai grossi centri commerciali; dalla piccola bottega che, praticamente, ti vende di tutto (eh sì… proprio di tutto, anche l’impensabile!), basta solo decidere il momento e i tempi da dedicare alla visita, magari tirando fino a tardi (qui, in Olanda, alle 22,00 c’è ancora luce diurna) in attesa di poter godere dello spettacolare scenario paesaggistico dei tramonti che, con la sua luce rossastra, si riflette sui canali accogliendo le speculari e, coloratissime, facciate degli edifici che vi si prospettano. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

KERNOW (Cornovaglia, England) camminando sul SWCP (South West Coast Path) lungo la costa del ’’Santo Promontorio’’ da Penzance/Land’s End, per Sennen Cove a St Just, tra i leggendari “Royal Life Boat Britain”

Siamo a PENZANCE, estremo luogo abitato della Cornovaglia /Kernow in Inghilterra. Dal punto indicato come LAND’S END (la “fine della terra”) con uno spettacolare scenario costiero e viste mozzafiato sulle campagne circostanti e sulla brughiera, passa il sentiero SWCP (Sout West Coast Path) che parte dall’estremo lembo occidentale dell’isola britannica ed offre qualcosa a tutti coloro che lo percorrono: che sia esso un trekker esperto in cerca di una grande sfida, un escursionista che desidera solo rilassanti passeggiate panoramiche, un giovane backpacker che si imbarca per una insolita un’avventura oppure una famiglia desiderosa di esplorare i grandi spazi aperti. A indicare la via troviamo paletti di legno su cui sono impressi una ghianda, comune a tutti i trekking nazionali, e il nome (in sigla SWCP) del South West Coast Path. Dalla “palina” con la segnaletica di “Land’s End” che indica le direzioni e le distanze chilometriche delle principali località del mondo, ha inizio il cammino lungo la costa in direzione N seguendo la traccia del “SW COAST PATH” il principale sentiero costiero della Cornovaglia.

Qui è impossibile perdersi tra magnifici paesaggi costieri, antichi campi risalenti dell’età del bronzo ed alte brughiere circondate da muretti di recinzioni in pietra; spesso luoghi impervi in cui possono incontrarsi – osservandole dall’alto della scogliera – i relitti di navi incagliate tra gli scogli dopo violenti burrasche marine; scheletri in ferro e acciaio che compaiono all’improvviso o che semplicemente si aggrappano e pendono dalle scogliere che precipitano su un (sempre) turbolento Oceano Atlantico. Dopo aver doppiato una piccola stazione meteo per la misurazione dei venti, e gli spettacolari scorci lungo la scogliera che precipita nell’Atlantico, si giunge al vicino villaggio di pescatori di SENNEN, che giace ai piedi della “Cove Hill”, località balneare preferita dai surfisti e popolata dalla forte presenza di famiglie di pescatori. Qui una stazione dei “mitici” Royal Life Boat Britain garantisce la sicurezza dei natanti in questo tratto di mare.

Sennen è riparata dal promontorio di Pedn-men-du e nascosta nell’angolo meridionale di Whitesand Bay, dove le sabbie dorate corrono per oltre un miglio verso Cape Cornwall.  Sennen è la leggendaria mecca per la comunità del surf che viene qui dagli anni ’60 per cavalcare le onde e i “rulli” offerti dalle acque dell’Atlantico; un villaggio che è composto da appena poche dozzine di case, un bel ristorante sulla spiaggia, un pub popolare come The Old Success che offre pietanze locali a base di pesce e diversi caffè insieme a negozi di souvenir. La Roundhouse e la Captain Gallery, un tempo antichi magazzini (che traevano le barche in secca con l’argano) e depositi per le attrezzature marinare, con la tipica copertura conica ricolma di torba, sono state restaurate e destinate ad un uso espositivo. Al loro interno vengono ospitati dipinti, ceramiche, fotografie e sculture di artisti locali tutti secondo la tradizione marinara di queste coste; qui ogni barca ha una sua storia, un proprio nome.

In Cornovaglia, il culto per il mare ha un sapore antico; tra mito e leggenda, storie e romanzi, Moby Dick e 20000 leghe sotto i mari, tragedie e lieti eventi; il mare qui è stato da sempre fonte di sostentamento per le popolazioni che vivono lungo la costa. Il SWCP prosegue lungo le vecchie tracce dei sentieri utilizzati dalla guardia costiera che nel XIX secolo, erano alla ricerca dei contrabbandieri. A fine estate la costa settentrionale fiorisce di eriche e ginestre; in autunno è il momento migliore per vedere gli uccelli migratori; mentre in inverno, le onde tempestose che battono sugli scogli riecheggiano lungo tutta la costa. L’itinerario continua sul tracciato del “SW COAST PATH” e lambisce il grande arco costiero determinato dal golfo di Whitesand Bay. La lunga spiaggia (bandiera blu) per la sua posizione offre la veduta di incredibili tramonti a fine giornata; mentre la baia altro non è che un’area di straordinaria bellezza naturalistica e ambientale.

Osservando il mare c’è una buona possibilità di veder nuotare in lontananza foche e delfini; come dicono i locali, “a Sennen Bay i delfini giocano“. Per ripetuti saliscendi, e doppiando una successione di rupi e scogliere finalmente si giunge in vista del bellissimo promontorio di Cape Cornwall; da qui, ora, la pista penetra, attraverso campi adibiti al pascolo, verso l’interno, per giungere così alle prime case del borgo di St JUST la cui piazza principale è ricca di pub e negozi di souvenir. Non c’è cosa più bella che dopo aver percorso km e km di cammino, lungo sentieri tra la costa e l’interno, potersi sedere e farsi accogliere dall’avvolgente profumo del legno di panche e sedie di alcuni tra i più bei pub d’Inghilterra e sorseggiare – magari accompagnati dalle note di Loreena Mc Kennitt – alcune tra le più buone e squisite specialità di birre prodotte qui in Cornovaglia. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ΜΣΤΞОΡΣ (Meteore, Grecia), camminando sotto “Cieli di Pietra” attraverso incredibili guglie di roccia sospese nel vuoto…

“Lassù, su quelle aride rocce, divenute nel corso del tempo palazzi di meditazione per migliaia di eremiti, i monaci ortodossi impararono ad essere saggi nel pensiero ed umili nella volontà!” (Theocharis M. Provatakis). Così come tra i “fluttuanti pianeti” di Pandora (cit. “Avatar”) anche in Grecia, ai margini della grande pianura tessalica, in quella regione conosciuta fin dall’antichità come la Macedonia, sorge uno degli spettacoli della natura (così come dell’arte e della fede) più interessanti, incredibili e unici al mondo; le METEORE (ΜΣΤΞОΡΣ). Un autentico bosco pietrificato, un ammasso di guglie e pinnacoli, di pandori e rupi inaccessibili dall’aspetto strano e maestoso che per secoli hanno offerto sicurezza e pace come luogo di tranquillità in cui ritirarsi a meditare.

Una singolare oasi spirituale il cui misticismo si avvicina ad una palestra in cui si rafforza l’anima, la fede e il pensiero, il peccato combattuto e la personalità temprata. Le Meteore sono l’esaltazione di un bosco pietrificato visto dai laici e concepito e concepito secondo le interpretazioni del monachesimo ortodosso. Questa fantasia geologica espressa dalla natura ha dato i natali al primo e più gande medico dell’antichità, Esculapio; un luogo ove ha trovato la sua esaltazione la civiltà classica onorata da Bisanzio e dove si esalta la tradizione del monachesimo ortodosso. Un gigantesco ammasso di rocce, alte e ripide da cui si ergono monasteri, eremitaggi, celle in un paesaggio dal fascino unico e che attrae per la sua singolarità. Alle loro pendici s’apre il villaggio di Kastraki, alla periferia di Kalambaka, base di partenza per una tra le più incredibili escursioni a piedi.

Qui, tra i villaggi di Kastraki e Kalambaka, le case sembrano espandersi ad anfiteatro e i suoi abitanti, sempre gentili ed ospitali, offrono con piacere agli ospiti che di qui partono in escursione, i prodotti della propria terra. Superati la bianca chiesa, alle sue spalle, ci si inoltra in un suggestivo passaggio, quasi una galleria, formata dal copioso manto vegetazionale da cui emergono guglie e pinnacoli, appena si volge lo sguardo in alto, lassù nel cielo, si viene coinvolti da una particolare sensazione; una forte impressione che diventa sempre più intensa per il celestiale limite dell’orizzonte, che viene sovrastato dalla cupola del cielo. In ciò comincia a sollevarsi l’anima e volgendo – di tanto in tanto – lo sguardo all’indietro verso la silenziosa piana, una varietà di emozioni prende al cuore.

Un’alternanza di emozioni, di timori e meraviglie genera una incredibile estasi che si tramuta in paura, quasi una sorta di terrore, al solo pensiero se all’improvviso dovesse scoppiare un temporale; qui, quando il vento comincia a soffiare e a colpire con forza le grandi rocce color verde cinereo, l’ululato rumoreggia e riecheggia da un angolo all’altro di questa incredibile dimensione spazio/temporale. Una intricata natura di basse cespugliaie mista alla macchia determina il labile passaggio lungo la traccia di un sentiero caratterizzato per lo più dalla presenza di animali; sono pochi, in verità, gli escursionisti che provano l’ebbrezza di ascendere a questa meraviglia! Pareti che sembrano sfiorarsi, ciuffi d’alberi isolati sorti in un precario equilibrio sull’orlo di precipizi, cime aguzze e frastagliate caratterizzano la suggestiva muraglia di Koziakas.

Sbucati fuori dai valloni sottostanti e raggiunti, con non poche difficoltà, una posizione tale da poter raccogliere con lo sguardo, attraverso un’unica visuale per 360° i più significativi complessi monastici rupestri, ci assale un dilemma: quale visitare? Ed è qui, allora, che ha inizio la vera avventura (questa volta) spirituale di andare alla scoperta e alla conoscenza di quei particolari riti ortodossi tra preghiere e penitenze, tra balconate sull’immenso e la vista a tre metri dal cielo, tra chiese e cappelle, tra biblioteche e sagrestie, fra terrazze panoramiche sentendosi sospesi nel vuoto…! Su tutto, l’incredibile arte pittorica sacra, perpetuata da secoli dagli stessi monaci che realizzano icone e miniature e riprendono – curandone fin nei minimi particolari – gli affreschi donandoli a nuova luce e restituendoli con stupore e meraviglia al culto e alla comprensione dell’intera umanità. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) 

Bulgaria, Седем рилски езера, Sedem rilski ezera: i “7 laghi di Rila” una meraviglia, poco conosciuta, nel cuore dei Balcani!

Come sette gemme che riflettono i colori del cielo, sono un gruppo di laghi di origine glaciale come dei gioielli incastonati tra le montagne che sorgono a circa 100 km da Sofia (2h in auto, nel NW della Bulgaria). L’altitudine di questi 7 laghi – disposti a differenti livelli d’altitudine – varia fra i 2.100 e i 2.500 metri sul livello del mare e sono una delle attrattive principali di tutto il paese e dell’area balcanica. Essi traggono la loro toponomastica dalle caratteristiche naturali e ambientali che li contraddistinguono: “Salzata” (la lacrima), “Okoto” (l’occhio), “Babreka” (il rene), “Bliznaka” (il gemello), “Trilistnika” (il trifoglio), “Ribnoto Ezero” (lago pesce), “Dolnoto Ezero” (lago inferiore). Queste sono le attrazioni naturali più famose del paese. Situati nella parte settentrionale della catena montuosa del Rila e formatisi in seguito a processi di fusione dei ghiacci.

Queste montagne sono abbastanza facili da raggiungere e relativamente semplici da percorrere. Il periodo migliore per visitare le montagne della Bulgaria è d’estate perché durante le stagioni più fredde l’acqua ghiaccia fino a raggiungere i due metri di spessore. Non è il nostro caso perché siamo in luglio e la giornata è meravigliosa. Raggiunti il piccolo villaggio di Spareva Banya, l’ultima località ai piedi del massiccio, siamo alla base di una seggiovia. Volendo risparmiare la fatica di compiere la prima (dura) salita per boschi e rocce, si sale sul sedile a due posti e in meno di mezz’ora – si viene accolti tra i profumi intensi dei boschi di abete, di larici, di betulle e dal silenzio assoluto che si rincorre in ogni angolo della foresta – si raggiunge finalmente il Rifugio, base di partenza per tutte le escursioni in quota: e poi… benvenuti in paradiso!

Da quassù, basta volgere lo sguardo a 360° per rimanere estasiati dalla bellezza offerta dai panorami mozzafiato e dai paesaggi che si rincorrono di orizzonte in orizzonte; qui l’aria è limpida e cristallina, la meravigliosa natura delle montagne circostanti, quasi come affacciati sul bordo di un gigantesco anfiteatro naturale, rende i panorami mutevoli ad ogni passo compiuto. Dal rifugio, che qui chiamano capanna, ci sono due diverse opzioni per compiere l’ascensione verso i laghi: una (a sinistra del cartello) che per breve discesa conduce solo a vedere un lago e tornare al rifugio; l’altro percorso (alla destra del cartello ingiallito), porta in salita e arranca per una serie di gradoni rocciosi sistemati con listelli in pietra (ardesia, calcare) mentre il resto del sentiero, appena guadagnati quota, si addolcisce divenendo subito dopo in piano.

La vegetazione scompare quasi del tutto, se non per la presenza di sporadiche macchie di pino mugo, di erbe officinali, di cespugli di timo e qualche singolo esemplare di orchidea selvatica. Passo dopo passo si gode della vista sulla destra del profilo di creste rocciose che ondeggiano nel cielo azzurro, mentre sulla sinistra una comoda palizzata realizzata con palificazioni in legno, consente di poter ammirare delle vedute panoramiche lungo il sentiero davvero stupende; laggiù in fondo i due specchi lacustri che riflettono le cime circostanti come in un anfiteatro naturale (simili per paesaggi a qualche nostra  montagna dell’Appennino): quello specchio lacustre che giace laggiù, più in basso sulla sinistra, è “Okoto” (l’Occhio), un autentico paradiso per gli appassionati di fotografia.

Potrebbe sembrare difficile l’aver superato il primo tratto in ascesa perché il primo crinale, a vista d’occhio, sembra essere davvero molto ripido. Ma, guadagnando quota passo dopo passo, e dopo aver superato il primo ostacolo, diventa più facile camminare in quota. Il “Lago Inferiore” che si vede laggiù in fono sulla sinistra è, come è ovvio dal nome, il più basso di tutti i sette laghi di Rila; il che significa che raccoglie l’acqua da tutti loro, attraverso numerosi corsi d’acqua e cascate che, incanalate secondo naturali ruscelli di deflusso, alimentano le acque del lago. Dal primo lago s’apre una vista sui paesaggi circostanti davvero mozzafiato, mentre sotto di noi lo specchio d’acqua di origine glaciale riflette le montagne innevate.

Si prosegue orientandosi grazie alle poche rocce segnate con tratti di colore giallo che si susseguono ad una segnaletica che riflette i colori nazionali della bandiera bulgara (bianco, verde e rosso) che ritroviamo percorrendo salite tra pietre (spesso) pericolanti e ruscelletti, fango e – fino a tarda primavera – neve sciolta. Alcuni tratti sono in salita, altri invece scendono per alcuni metri. Giunti in quota, presso un bivio si prende (camminando per alcuni metri su una passerella in legno) a destra e in pochi minuti si raggiungono le sponde dello specchio lacustre che, sicuramente, si aggiudica la medaglia d’oro per essere il più bello: il “Babreka” (il rene). Il primo lago che si vede da vicino, nel senso che si toccano le sponde e si tocca la superficie; da vicino si chiama il “rene” per la sua particolare forma simile all’organo e camminando verso l’altra sponda del rene, si possono scorgere il lago inferiore, il lago dei pesci e il trifoglio dall’alto.

Il Kidney Lake (cioè Babreka, altro nome che indica il “rene”) ha le rive che si dividono in due parti differenti; dal lato occidentale sono più ripide, con conoidi di deiezione, residui di ghiacciaio e pareti rocciose che sprofondano direttamente nelle acque, mentre sulla sponda orientale, laddove scorre il sentiero, sono possibili toccare le acque e percepirne la temperatura, oltreché scorgere particolari specie ittiche che vivono in questi fondali. Questo lago è molto popolare, parzialmente a causa del suo nome, parzialmente perché qui convergono i due possibili percorsi intorno ai laghi. Quindi, raggiungendo questo punto dell’escursione, spesso ci si trova di fronte a un dilemma: compiere una piccola svolta, continuare a camminare e tornare al rifugio e alla seggiovia, oppure superare un altro ostacolo e raggiungere, per un impervio sentiero, i due specchi lacustri superiori (non visibili) della “Salzata” (la lacrima), e dell’Okoto (l’occhio). La risposta viene data dal sopraggiungere improvviso di un acquazzone che impedisce di salire e vedere gli ultimi due specchi lacustri del famoso “giro” dei 7 laghi.

Siamo sul crinale del “rene” e si decide per la via del ritorno quale pista prendere per proseguire il circuito. I Sette laghi di Rila fanno parte del Patrimonio mondiale dell’UNESCO, e tra le curiosità che li circondano, oltre alla loro bellezza e particolarità, vengono considerati “sacri” per la “Fratellanza bianca” fondata dal Maestro Petar Danov (col nome spirituale Benissa Duno) e richiamano ogni anno – dal 20 al 23 agosto – seguaci di tutto il mondo che danzano ripetutamente in cerchio, seguendo i ritmi e la direzione del sole; il suo insegnamento spirituale è tutt’oggi molto seguito e venerato. Per il rientro, in base alle condizioni meteo in quota, consigliamo di prendere la seconda via, passando accanto al Twin, si vede il Trefoil da vicino, e dopo aver superato il Fish Lake e il rifugio “Seven lakes“, si ritorna nuovamente al rifugio “Rila lakes“, e da lì, dopo una piacevole sosta presso il rifugio/capanna, poter prendere la seggiovia per il rientro a valle.

Per chi dovesse trovarsi a trascorrere qualche giorno in Bulgaria i “Sette Laghi di Rila” meritano una visita, da non perdere assolutamente, perché offrono l’opportunità di vivere in profondità tutte le peculiarità di questo piccolo angolo di paradiso montano. I laghi sono come gemme ben nascoste nel cuore della catena dei monti Rila; sono come quei particolari tesori, custoditi quasi in segreto, tenuti ben nascosti al pubblico degli escursionisti, degli amanti della montagna e degli appassionati di fotografia naturalistica. E infine sono solo questi ultimi che hanno il coraggio di percorrere l’intero percorso ed il piacere di vedere tutti gli specchi lacustri. Il fatto che queste “gemme” esistono da migliaia di anni dimostra che la natura, qui come altrove, è potente ed ha ancora molto da insegnarci! (testo di Andrea Perciato; photo Maria Rita Liliano & A. Perciato)

La Baia di PORTICCIOLO (Sassari, Sardinia), come poter camminare… incontro al silenzio!

Siamo nella parte estrema nordoccidentale della Sardegna e, nel nostro girovagare per l’isola dei “quattro mori” giungiamo in vista di una piccola spiaggia accessibile esclusivamente a piedi attraverso un adiacente passaggio che consente l’accesso dell’omonimo campeggio. La spiaggia è completamente ricoperta dalla sabbia, mentre ponendosi dall’alto dei crinali di alcune dune che circondano la baia, sono possibili ammirare gli incredibili fondali al centro della caletta. Nel piccolo arco costiero formato dalla baia sprofondano – ai margini – numerose conformazioni rocciose ricoperte da una fitta piantagione di anemoni di mare nel centro, mentre nel lato nord della stessa le rocce sono coperte dai residui di terre rosse che, nei fondali, abbassano notevolmente la visibilità.

Ad una profondità che oscilla fra i 30 ed i 40 metri si apre l’incredibile scenario di un fantastico mondo sottomarino, ideale per chi pratica lo snorkeling, senza dimenticare che qui – le correnti – destano non poche preoccupazioni. Alla spiaggia si accede scendendo lungo un sentiero roccioso o da una stradina sterrata che costeggia il vicino campeggio; la spiaggia è davvero molto bella e accogliente, incastonata, come una gemma, al centro della caletta. Qui il mare – spesso sferzato dai venti – è incredibilmente limpido, con l’acqua sempre fresca e, soprattutto, anche in alta stagione è poco affollata. La discesa per raggiungerla avviene attraverso un sentiero un po’ accidentato, ma nulla di impossibile, oppure passando per il campeggio attraverso una scalinata che mena fino al mare.

Qui la sabbia è molto particolare; al centro della baia, però, prestare attenzione poiché si è – praticamente – fuori dal mondo per via della scarsità di rete e mancanza di campo; grave problema in caso di necessità. La spiaggia è composta da finissima sabbia, e appena terminata la rocambolesca (ma non difficile) discesa per raggiungere il bagnasciuga, i primissimi metri di mare sono sabbia mista sassi; subito dopo compaiono sassi ancor più grandi, ma questi non influiscono per entrare ed uscire dall’acqua anche senza l’ausilio di scarpette da scoglio. Durante la stagione estiva la spiaggia di Porticciolo assume uno scenario paesaggistico davvero favoloso.

Qui è possibile compiere piacevoli immersioni a pelo d’acqua e, se si è fortunati, poter riuscire a nuotare al fianco di banchi di enormi specie ittiche come polpi, seppie e tante altre ancora. Una volta raggiunti l’arenile la spiaggia (non in estate) è tranquilla e si presenta con colori davvero meravigliosi. Anche se per accedervi si utilizza una discesa piuttosto in pendenza, una volta raggiunti la spiaggia è consigliabile essere muniti di scarpe da ginnastica, soprattutto se si desidera compiere una breve escursione fino a raggiungere la vicina torre. La baia è uno dei posti più belli che s’aprono lungo la fascia costiera di questa parte di Sardegna.

Per il resto la spiaggia è bellissima circondata da un paesaggio che sembra uscito fuori dalla narrazione di una fiaba; un luogo fantastico, sicuramente uno tra i più belli di questa parte della costa settentrionale della Sardegna. Mai affollatissima anche durante i periodi estivi, essa presenta colori – dai fondali alle rocce che vi si bagnano – davvero stupendi. Mentre gli ambienti che circondano la stessa sono luoghi leggendari ove è possibile immergersi camminando attraverso la macchia e godersi i panorami che qui – credeteci – sono davvero unici. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

BÜYÜKADA island, (Istambul, Turchia): l’isola dei principi, un fazzoletto di terra fuori dal tempo!

Proprio di fronte alla skyline massicciamente antropizzata della parte “asiatica” di Istambul si profilano – oltre l’orizzonte – tra le acque scintillanti del mar di Marmara, una serie di isole che mantengono ancora quel fascino selvaggio di un tempo: natura, silenzi, profumi, accoglienza, relax. BÜYÜKADA, la più gande di queste, merita senz’altro di essere esplorata per poterne apprezzare, molto più da vicino, la sua bellezza e la sua tranquillità; una particolare destinazione di viaggio con affascinanti case vittoriane, pittoresche spiagge e monumenti storici. L’isola di Buyukada è la più grande delle nove isole delle Isole dei Principi, situata a pochi chilometri dalla costa di Istanbul. La sua storia risale a tempi molto antichi, di quando era conosciuta come Proti.

Durante il periodo bizantino l’isola ospitò una colonia penale, mentre nel periodo ottomano divenne una popolare residenza estiva molto ambita dai sultani e dalle élite dei benestanti tra il XIX secolo e gli inizi del XX secolo. Molti funzionari ottomani, incluso il sultano Abdulhamid II, qui avevano le proprie residenze estive con ampi giardini e viali. Al suo interno, una volta approdati, c’è la possibilità di andare alla scoperta dei vari paesaggi che riesce ad offrire l’isola, magari attraversandola a piedi (oppure noleggiando una bici) e lasciarsi avvolgere nella sua ricca storia immergendosi nella sua incredibile atmosfera che riporta indietro nel tempo, di quando l’isola ha subito le numerose destinazioni; da luogo di detenzione a buen retiro di scrittori, poeti e artisti; un pulsante centro di attività culturali, intellettuali e politiche molto attivo nel tardo impero ottomano.

L’isola ospitava molti intellettuali armeni, greci, russi e turchi, tra cui scrittori, poeti e giornalisti che usarono la loro influenza per promuovere idee e riforme progressiste. Agli inizi del XX secolo, l’isola divenne un importante centro della comunità greco-cattolica che favorì la fondazione di diverse istituzioni religiose, tra cui molte chiese e monasteri. Durante la Prima Guerra Mondiale, Büyukada servì come campo per prigionieri politici e, nei primi anni di esistenza della Repubblica Turca, fu anche luogo di esilio per numerosi leader politici.   Un’oasi tranquilla che invita alla scoperta della serenità. Da Istambul sono numerosi i traghetti che collegano la capitale turca con l’isola di Büyükada. Il viaggio dura circa un’ora, ma è soprattutto durante la stagione calda che raggiungerla pone le basi per vivere una indimenticabile esperienza.

Appena sbarcati e movendo i primi passi lungo il litorale, si viene subito attratti dal fascino di antichi edifici che si alternano a palazzi e ville con giardini in puro stile coloniale, fiore all’occhiello dei locali residenti, creando – così – un’atmosfera intima, accogliente e serena. Esplorare Büyükada ha un suo fascino del tutto particolare; primo fra tutti poter camminare sulle orme della storia, immergendosi nel ricco vissuto dell’isola. Il suo nome, Büyükada, trae origini proprio dal suo passato che fu destinato come luogo di esilio per principi e reali durante l’era bizantina e ottomana. Büyükada ha anche ospitato – nel tempo – personaggi storici famosi, tra cui Lev David Bronstein, meglio conosciuto come Léon Trotsky, il rivoluzionario marxista russo.

Büyükada è un’isola con una forte limitazione alla circolazione delle auto (tranne quelle di pubblici servizi), il che la rende perfetta per utilizzare la bicicletta oppure compiere piacevoli passeggiate a piedi attraverso le silenziose strade fuori dal centro, riuscendo a godere – laddove è possibile – la bellezza degli scorci paesaggistici, la meraviglia dei panorami che riesce ad offrire e, cosa non da poco in un’atmosfera che si rifà al colonialismo di oltre un secolo fa, l’architettura degli edifici storici sparsi per la gran parte dell’isola. Büyükada è famosa per le sue imponenti dimore, tutte costruite in legno del tardo, che si rifanno al periodo ottomano e del primo periodo repubblicano. Büyükada, e le isole accanto, sono un tranquillo rifugio di relax e serenità, molto lontani dal frenetico trambusto della città.

In un’isola che offre il tempo per potersi rilassare al ritmo lento della vita, è facile godere della tranquillità dei suoi luoghi (spesso lontani dal centro) e degli scorci paesaggistici. Giardini, panche e scorci sul mare sono posti accoglienti per poter leggere un libro o fare un picnic in uno dei tanti parchi immergendosi in autentiche atmosfere di serenità. Mentre le strade principali di dell’isola offrono una varietà di negozi, locali, pub e ristoranti, il suggerimento è quello di avventurarsi nelle strade più piccole – quelle appena fuori dal centro – e poter scoprire, così, le zone più tranquille dell’isola. Esplorando luoghi poco affollati oltre le principali strade, sarà possibile trovare gemme nascoste, splendidi palazzi e affascinanti quartieri fuori dai sentieri più battuti, avvolti solo dai silenzi, dal cinguettio degli uccelli e dagli intesi profumi delle essenze vegetazionali.

A Büyükada sono presenti numerosi ristoranti e caffetterie dove è possibile assaggiare la deliziosa cucina turca con prelibati piatti a base di pesce oppure gustare i tradizionali “meze” (antipasti dalle salse aromatiche accompagnate dalle più incredibili spezie). Oltre ad essere un luogo ricco di storia e di significati culturali, da non dimenticare sono il rispetto delle usanze e delle tradizioni locali come quelle di vestirsi modestamente e in maniera adeguata, soprattutto se si ha intenzione di visitare luoghi religiosi come moschee e minareti. Gli scenari pittoreschi, gli scorci paesaggistici, le palazzine signorili e i monumenti storici di Büyükada offrono fantastiche e numerose opportunità fotografiche. Il fascino dell’isola è proprio racchiuso in queste atmosfere del passato che guardano con un approccio attento al futuro.

Essendo l’isola un rifugio sereno, una tranquilla oasi di pace, è naturale prendersi il giusto tempo per rilassarsi e poter godere dei piacevoli momenti di relax, soprattutto emotivi, come quelli di potersi sedere in un parco, leggere un libro o semplicemente immergersi nelle atmosfere e nel fascino unico di un tempo passato, al ritmo lento della vita. Passeggiare lungo il molo, lasciarsi accarezzare dalle sferzate del vento che qui, a bordo mare, soffia insistentemente, e scrutando con lo sguardo la dirimpettaia fascia costiera, così massicciamente antropizzata e cementificata, di Istambul, non si può restare indifferenti nel riuscire a godere – anche se solo per qualche ora – delle piacevoli sensazioni offerte dalle intime atmosfere e vissute da momenti di assoluta serenità, semplicemente avvolti dal fascino tranquillo che generano gli ambienti di quest’isola. Büyükada… è, sicuramente, una meta da non perdere! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Dolomiti: “DREI ZINNEN” l’anello di Lavaredo… Tre Cime di spettacolari emozioni!

É da quando l’uomo è stato attratto dalla magnificenza delle montagne (e che montagne…) che le Dolomiti, ed in particolare le Drei Zinnen (le “Tre Cime” di Lavaredo), hanno da sempre catturato lo spirito – quel particolare fascino di lasciarsi avvolgere dall’immenso – di chi, per godere di questo spettacolo, giunge fin quassù da tutto il mondo. Per raggiungere questo paradiso fatto di roccia e paesaggi unici, si risale dal lago di Misurina fino a raggiungere, dopo un’aspra salita lungo tornanti che sembrano mai finire, il rifugio Auronzo; siamo ai piedi delle Tre Cime, ma la loro iconica immagine da qui non è ancora ben visibile. Senza esitare, si prende una pista sterrata che, per lievi falsipiani, sorvolando paesaggi dominati da vette dalle incredibili sfumature orografiche, tocca la piccola (e graziosa) cappella dedicata al culto di Maria Ausiliatrice; il rifugio Lavaredo (nostra base per tutte le escursioni in zona: “consigliato”…!) – già ben visibile in lontananza – viene raggiunto (2344 m) in pochi minuti; ed è proprio qui che le Tre Cime (siamo ai piedi dei loro versanti meridionali) cominciano ad offrire alcuni dei loro scorci tra i più belli. Al rifugio Lavaredo si viene accolti proprio come a casa: calore, profumi intensi, amicizia, buona cucina e simpatica compagnia. Le camerate del rifugio, tutte in legno, offrono quel tepore in più che quassù, come un valore aggiunto oltre le nuvole, davvero non guasta.

L’alba dal Rifugio Lavaredo è qualcosa di spettacolare; il sole comincia poco alla volta a “pennellare” la punta delle Tre Cime fino ad alzarsi in cielo e abbagliare tutto il candore di queste rocce bianche (e rosse) la cui vena calcarea si riflette in tutte le sfumature del grigio. Si è pronti a partire per effettuare una tra le escursioni più belle di tutte le Dolomiti con scenari unici al mondo: il giro ad “anello” intorno alle Drei Zinnen. Dal rifugio si ignora la traccia (una pista) che risale sulla destra e si comincia a camminare proseguendo sulla ben visibile traccia del sentiero che ascende sulla sinistra e che taglia, diagonalmente, i conoidi detritici alla base della Torre Piccola. Dopo pochi minuti si è alla Forcella Lavaredo (2454 m), lasciandoci alle spalle il Veneto, ed entrando in territorio del Trentino Alto Adige; qui il paesaggio cambia completamente scenario: tutt’intorno, decine e decine di omini in pietra caratterizzano (molto utili in caso di nebbia o nuvole basse, per potersi orientare!) la zona circostante. Siamo proprio nel punto da cui si gode il più classico panorama offerto dalle Tre Cime di Lavaredo ove è d’obbligo fermarsi per ammirare – in tutta la loro magnificenza – la più famosa delle vedute sulle imponenti e strapiombanti pareti (versanti settentrionali) delle Tre Cime.

Proprio da qui la vista s’apre un un paesaggio davvero unico; lo sguardo corre alla ricerca dell’angolo più bello per riuscire a scattare la foto più “ad effetto” di questo intenso panorama che s’apre – da sinistra a destra – con la maestosità delle Tre Cime di Lavaredo, di fronte si ergono il Teston Rudo (2737 m), la Croda dei Rondoi (2800 m), la Torre dei Scarperi (2687 m), il monte Mattina (2464 m), la Torre Toblino (2617 m) ed il Sasso di Sesto (2539 m) ai piedi del quale giace il Rifugio Locatelli. Ed ancora, a destra: il monte Paterno (2744 m) con le sue gallerie della Prima Guerra Mondiale, e la Croda Passaporto (2701 m). Dalla Forcella, una pista in leggera discesa conduce direttamente al Rifugio Locatelli. Lungo la strada per un breve tratto, poi, appena superata la sbarra metallica, si abbandona la strada sterrata per imboccare il sentiero di destra che giunge al Rifugio. Il sentiero, prima pianeggiante, sfiora le pendici del monte Paterno, e infine – per lieve salita – raggiunge il rifugio Locatelli a 2.438 m, molto frequentato durante l’estate. Anche da qui la vista sugli imponenti giganti rocciosi che circondano tutto l’orizzonte è semplicemente unica, un panorama da sogno, difficile da dimenticare; nelle vicinanze si trova una chiesetta che ricorda i caduti delle cruenti battaglie combattute tra queste meravigliose montagne durante il primo conflitto mondiale.

Spostandosi leggermente dal Rifugio e risalendo verso il crinale alla sua destra, s’apre il meraviglioso scenario ambientale dell’Alpe dei Piani con i due specchi lacustri dei Piani e, più oltre verso l’orizzonte, la stretta Valle Sassovecchio che scende verso la Val Fiscalina e Val di Sesto. Presso i prati e le radure erbose che circondano i laghetti non è raro riuscire a scorgere le marmotte sbucare dalle loro tane e poter udire da vicino i loro richiami; mentre sui crinali rocciosi degli spigoli settentrionali del vicino monte Paterno, non sono rari vedere ciurme di coloratissimi climber che si spingono, come tante formiche, ad arrampicare lungo pilastri di rocce aspre e dagli incredibili verticalismi. Dopo aver sorseggiato un tè caldo (o, in alternativa, una buona birra) ed aver gustato le specialità dolciarie che lo stesso offre, magari sulle panche del terrazzino con lo sfondo delle Tre Cime, dal Rifugio Locatelli si prosegue scendendo per la stradina di destra rispetto a chi guarda le Tre Cime di Lavaredo. Il primo tratto è su un buon sentiero (tracciolino) in leggera discesa e prosegue, verso sinistra, seguendo le indicazioni per raggiungere il Rifugio Auronzo. Intorno la natura lungo il sentiero offre una “macchia” d’altura caratterizzata da fasciumi d’erbe spontanee e da copiosi cespugli di pino mugo; non è raro scorgere anche qualche radice di ginepro.

Nel punto in cui la stradina comincia a risalire, la si abbandona scendendo lungo il largo sentiero di destra per continuare – successivamente – alla biforcazione sul sentiero di sinistra che, in un susseguirsi di brevi saliscendi e ripide discese, porta alle sorgenti del fiume Rienza. Poco oltre già è possibile scorgere la “Malga Lunga/Lange Alm” un rifugio a gestione austriaca, con un bel porticato ed un caratteristico fontanile tutto ricavato nel legno; poco sopra si trova la sorgente del torrente Rienza e gli specchi lacustri alpini in cui si riflettono le Tre Cime, un luogo splendido per una sosta ed un rinfrescante bagno dei piedi in un’acqua la cui limpidezza riflette il cielo. Da qui il sentiero prosegue ancora verso ovest, e per continui saliscendi passa sotto la Cima Ovest, con alcuni tratti un po’ più esposti, fino a raggiungere il Col Forcellina. Da qui, ora, c’è da attraversare l’imponente ghiaione occidentale delle Tre Cime fino a raggiungere la Forcella di Mezzo (2315 m) ove il paesaggio cambia definitivamente e si ritornano nuovamente a scorgere le cime che circondano le sponde del Misurina. Il sentiero ora scorre lungo il precipitoso pendio fino a raggiungere il Rifugio Auronzo (2320 m). Qui, dopo una breve sosta per un rinfresco e pochi minuti di riposo, si riprende l’Hike Trailhead che riconduce nuovamente al rifugio Lavaredo, concludendo questo incredibile e bellissimo giro che ci ha condotto alla conoscenza di uno dei luoghi più belli al mondo: le Drei Zinnen. Per chi vuole davvero conoscere le Dolomiti in tutta la loro “essenza” questo è l’itinerario più bello e significativo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

MONTECASSINO (FR, Lazio): in cammino sull’ultimo tratto della Viae BENEDICTI tra Cammini di Pace e Sentieri di Guerra!

La cosa che più affascina durante l’ultima tappa del “Cammino di San Benedetto”, che da Norcia porta sulla sommità di quel monte (Cassino, appunto), ove si erge la mastodontica Abbazia in cui il Santo (patrono d’Europa) dettò – insieme a sua sorella Scolastica – le “regole”; tutto un susseguirsi di emozioni e valori che parlano di obbedienza, silenzio, umiltà, della notte, delle lodi, dei salmi, delle ore della giornata, della riverenza, della scomunica e diverse altre ancora. L’ultimo tratto della “VIAE BENEDICTI” (310 km da Norcia a Montecassino), da Villa Santa Lucia fino all’Abbazia, si apre attraverso panorami aerei sull’immensa valle del fiume Liri, laddove scorre il nastro della “consolare” via Casilina. Tra bellezze paesaggistiche, peculiarità naturalistiche, i silenzi che accompagnano il cammino interrotto soltanto dal calpestare degli scarponcini sulle pietre e dal tintinnio dei campanacci di capre e mucche al pascolo, immediatamente si viene proiettati in un mondo che San Benedetto ha sempre allontanato dal suo pensiero: quello della guerra tra popoli.Camminare lungo lo stesso tracciato ma con due emozioni diverse è cosa un pò insolita: Cammini di Pace (ultima tappa della Viae Benedicti) e Sentieri di Guerra (la Kavendish Road ove trovarono la morte giovani soldati), sono – dal principio e fino alla fine – questi particolari momenti che accompagnano ogni passo durante il nostro cammino su questo tratto di sentiero.

Camminare nel silenzio amplifica le emozioni e soltanto chi è capace a coglierne gli autentici significati, riesce ad interpretare con estrema chiarezza la triste e amara realtà scaturita durante l’ultimo conflitto mondiale e che ha portato la civiltà odierna a tessere la propria trama e la sua ossatura per reggere le sorti di una umanità che troppo spesso, purtroppo, si lascia andare alla deriva dimenticando i cardini della “regola” dettata da Benedetto da Norcia e su cui poggiano – oggi – le fondamenta della odierna Europa. Le emozioni sono indescrivibili, ma le lasciamo a chi le potrà (e riuscirà) vivere nel proprio intimo…! Una full-immersion attraverso sensazioni di sofferenza e dolore, vivendo intensamente avvenimenti e aneddoti legati alle “4 Battaglie di Montecassino” emozioni e testimonianze spesso introvabili sui libri di storia, come un invito a scrutare, lungo i bordi della pista, alla ricerca di cimeli (come il ritrovamento di schegge, proiettili e altro) che riportano a quei tragici mesi del 1944, oppure il restare ammutoliti di fronte ad oltre 1800 lapidi bianche che accolgono le spoglie mortali di soldati polacchi venuti ad immolare le proprie giovani vite per la libertà del mondo intero.

Montecassino e il suo circondario sono luoghi che invitano al pensiero e alla contemplazione; un cammino che parla di pace che proprio durante la sua ultima tappa di avvicinamento a quello che potrebbe sembrare il Paradiso in terra, ma che per mesi sembrava l’Inferno piovuto dal cielo, incrocia i suoi passi con le impronte degli anfibi lasciati dalle migliaia di soldati lungo una linea (la Gustav) che, dal gennaio al maggio del 1944, vide contrapporsi gli eserciti tedeschi, da una parte, e l’amalgama di uniformi multicolori, razze e religioni diverse unificate dagli alleati dall’altra. Camminando si attraversano le “location” di quella che fu il teatro di una delle più tragiche e violente battaglie della II Guerra Mondiale: la distruzione dell’Abbazia ad opera dei massicci bombardamenti aerei e la presa di Montecassino dal gennaio al maggio 1944. La tappa termina proprio sul sagrato di quello che è il più imponente sacrario militare presente nella zona: il Cimitero Polacco ove riposano oltre 1800 giovani vite di soldati che si sono immolati per proseguire nella traccia indicata da San Benedetto: la pace fra i popoli e la costituzione di una grande “famiglia” tra i popoli del vecchio continente: l’Europa. Da queste parti fede, pace e religione si intrecciano con guerra, sacrificio e morte avendo compiuto lo stesso identico itinerario che conduce alle porte delle emozioni sia spirituali che terrene, piste che – molto spesso – incrociano i propri cammini. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

KOBENHAVN (Copenaghen, Danimarca) un intenso arcobaleno di colori e profumi tra fiabe e leggende nelle terre dei Trǿll e dei Vichinghi

Una terra, piccola come la decima parte dell’italico “stivale”, ma amministrativamente di gran lunga superiore con gli immensi territori (la Groenlandia) contenenti ben oltre 40 volte la nostra nazione. Una terra che ha ispirato poeti e filosofi, vescovi cavalieri e leggendari pescatori, piccoli ma benevoli folletti nei boschi (i Trǿll) e guerrieri dall’elmo bicornuto (i Vichinghi) dominatori per secoli lungo tutte le rotte dei mari del nord: ecco… questa è la DANIMARCA e le brevi parole che seguono parlano di KOBENHAVN, la sua capitale.

Non siete mai stati a Kobenhavn (Copenaghen) se non avete avuto la possibilità di aver visto e vissuto due stati d’animo molto particolari; due emozionanti “visioni” della stessa terra che fanno della Danimarca un luogo davvero molto originale; attimi e momenti che ti lasciano il segno: i suggestivi tramonti sul bacino di Nyhavn, nel cuore della città vecchia e… ma questa sarà un’altra storia che vi racconteremo più in là!

Una scommessa sicuramente vinta! Il desiderio di scoprire dove andare a camminare in una terra baciata dai venti freddi della Siberia, illuminata dal sole che fa capolino all’orizzonte molto oltre le ore 22,00 (siamo sullo stesso fuso orario con l’Italia) e bagnata dalle gelide acque del mar Baltico con i suoi fondali che vanno dal cobalto più intenso al turchese più splendente. Da non mancare, poi, una capatina al Kastellet in periferia, col suo quartiere militare (occupato con un veloce blitz dai Nazisti), il caratteristico mulino e i bastioni militari.

Le immagini offrono – solo in parte – un breve assaggio del nostro viaggio/trekking esplorativo compiuto in terra danese camminando, senza alcuna pretesa, attraverso enormi distese paesaggistiche i cui odori, le particolari essenze, gli “incredibili colori del nord” si alternano tra campi, fattorie, dolciumi alle mele, acqua salmastra, gamberi, salmoni affumicati e scogliere forgiate dai forti venti del nord. Gettare le basi per un eventuale (e futuro) trekking da proporre qui, non è poi così improbabile…!

Il cuore della città è proprio nel settecento quartiere (borgo marinaro) del bacino-canale di Nyhavn (nuovo porto) che raccoglie una tra le più suggestive promenade al mondo: la multicromatica cortina delle facciate di palazzi ed edifici, alcuni risalenti addirittura al XVII-XVIII secolo. Prima di essere lo splendore di profumi, di colori, di suoni, di essenze così come noi oggi lo conosciamo, Nyhavn fu un malfamato quartiere in cui si concentravano bettole, cantine e botteghe.

Nel corso del tempo fu attuato un gigantesco restauro degli edifici che ha ridato luce e splendore a questo specchio d’acqua che penetra – per alcune centinaia di metri – all’interno del cuore della città. Qui oggi numerosa è la presenza di locali, di ristoranti, di pub, di caffè e delle tipiche trattorie, ove si concentrano la maggior parte dei visitatori che vengono attratti dalle tipiche prelibatezze della cucina danese.

Aspetto caratteristico delle acque che si rispecchiano in questo canale sono gli stabili approdi delle tipiche e caratteristiche imbarcazioni, chiatte, pescherecci, pilotine e altre trasformate dai proprietari in abitazioni private o ritrovi per scopi culturali. Le lunghe passeggiate, il rito della birra a fine giornata, l’incontro tra uomini d’affari o semplicemente una convenevole cena per appuntamento, sono i momenti che anticipano l’altro spettacolo che caratterizza una bella città come quella di Kobenhavn: i lunghissimi tramonti oltre l’orizzonte che si rispecchiano sulle placide acque dei canali.

Lungo il molo del famosissimo approdo/canale di Nyhavn, praticamente il cuore della capitale danese, laddove le differenze fra terra e acqua si assottigliano, una curiosa comitiva di giovani, tutti vestiti (alcuni anche eleganti) con abiti scuri erano fermi, in attesa sul molo; alcuni seduti, altri a fumare, altri ancora a bere birra. Fin qua tutto normale; ma, quella che ha destato il nostro interesse è che questi erano tutti raccolti intorno ad un’urna dorata (tipo una coppa da trofeo di calcio), sul cui coperchio vi era scritto, con un pennarello nero, un nome in lingua scandinava e una nazione (Norge).

È bastato poco per capire che quella comitiva di giovani era lì, sul molo di Kobenhaven, per compiere un ultimo saluto ad un loro parente/conoscente defunto e, successivamente, cremato: questi erano lì per spargere nelle acque del mar Baltico le ceneri del defunto proveniente dalla Norvegia contenute in quell’urna. Anche questa scena – forse un po’ insolita per la cultura mediterranea – riflette quel misterioso fascino, intriso di magia, e della filosofia delle terre del nord; omaggiare un proprio caro restituendolo definitivamente alla natura! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)