alle “Bolle della MALVIZZA” (sul confine apulo/irpino), c’è una Taverna, proprio alle soglie dell’Inferno…!

Camminando lungo quel tratto del Regio Tratturo (antica via delle greggi) “Pescasseroli/Candela” agli estremi confini settentrionali dell’alta Irpinia e con la Puglia, sorge una masseria (Taverna) che s’apre lungo orizzonti e paesaggi che si perdono a vista d’occhio. Nelle vicinanze ha luogo l’inconsueto “fenomeno” naturale di una pozzanghera di fango ribollente (fenomeno non a carattere vulcanico) che emana gas solforosi: un luogo (oggi conosciuto come le “BOLLE” della MALVIZZA) che fin dall’antichità è stato identificato come la “Porta degli Inferi”.

I panorami cominciano ad aprirsi e i campi di grano e tabacco ammantano di gialloverde l’intero orizzonte; si risale lungo la polverosa pista, praticamente una variante che scorre nelle vicinanze del Regio tratturo, che attraversa terreni aridi e spogli, ricolmi di siepi e cespugli fino ad incontrare i ruderi (gruppo di edifici, case, torri e masserie) di quello che una volta era l’antico Villaggio della MALVIZZA, in un luogo che era punto cruciale di antiche arterie e sentieri, tutti di fondamentale importanza per il transito e i collegamenti tra la Campania e la Puglia.

Il Tavoliere è vicino tra dolci alture e vallate incise da corsi torrentizi; la pista sfiora una prima masseria con Torre (colombaia) e una seconda masseria, Stiscia, con cappella privata di San Gaetano (del 1797) oggi non più agibile. Subito c’è l’edificio più grosso della contrada: la Taverna del Duca, un imponente caseggiato del ‘600 capace di ospitare numerose persone e bestiame al seguito (cavalcature e greggi), sorto proprio lungo il tratturo Castelfranco-Montecalvo. Alla Malvizza la pista incrocia la rotabile che dalla Valle del Miscano conduce a Ginestra degli Schiavoni e a Castelfranco in Miscano.

Si continua su una pista larga 40 m; al centro di questo è collocato un pozzo per la raccolta d’acqua, utile per dissetare greggi e pastori, formato da grossi blocchi di pietra sistemati in cerchio. Chi ripercorrere a piedi l’itinerario del Tratturo Regio, non può non imbattersi in uno degli spettacoli della natura più incredibili, insoliti e misteriosi che si possa capitare di assistere. A poche centinaia di metri dall’incrocio, verso oriente si estende, quasi improvvisa, un’ansa argillosa ricoperta di fango grigio al centro della quale si aprono piccole pozze ribollenti, poste al di sopra di rigonfiamenti craterici.

Qui la pista sprofonda nel più arcano dei silenzi: nessun uccello in volo, le cicale zittiscono, il vento cala ed ecco comparire, ai margini di uno steccato quasi dal nulla, l’enorme pozza della Mofetta con le sue “bolle” (piccoli crateri di superficie non di origine vulcanica) che vomitano, a intermittenza, un continuo ribollire che eietta gorgoglii fangosi di acqua mista a gas. Questi laghetti fangosi, indicati dai locali come le “Bolle alla Malvizza”, sono un luogo denso di significati (allegorici, scientifici, fantastici) e ricco di fenomeni naturali la cui credenza popolare offre spunti e leggende su cui tramare qualsiasi racconto terrificante.

Narra un’antica leggenda che un oste della Taverna, al passaggio dei viandanti lungo il tratturo, dava da mangiare nella sua osteria carne umana; saputo ciò, Satana fece sprofondare l’osteria considerandola una sua pericolosa concorrente, dando così luogo a questo fenomeno eruttivo. L’intera area viene interessata da esalazioni metanifere cioè, nel sottosuolo di questi appezzamenti di terreno vi sono (a decine di metri di profondità) profonde cavità contenenti enormi quantità di gas metano per cui questo, quando s’incanala per trovare l’uscita, viene a contatto con l’acqua e raggiunge la superficie attraverso le bolle.

Le pozze indicate come “Bolle” non sono altro che piccoli crateri dal diametro di 50 – 60 cm, i quali non sono altro che sfiatatoi naturali soprannominati – da tempo immemore – dalle popolazioni locali anche come la “Gola di Satana”; non a caso sono state riscontrate, in passato, anche la presenza di numerose carcasse di animali (qualche capra e mucca) che si sono avvicinate troppo respirando le esalazioni prodotte dal fenomeno. Porre i piedi nelle vicinanze di queste bolle è sconsigliabile tranne se si è esperti studiosi del fenomeno e/o accompagnati da qualcuno delle vicine masserie della zona. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

VILLACHT (Carinzia, Austria) lungo le sponde dell’OSSIACHER See

Quando appare, il lago, quasi non te ne accorgi; è questa la sensazione che si prova dopo aver superato valli e montagne e s’apre, davanti agli occhi, uno spettacolo della natura davvero bello e rilassante. Siamo in Austria, nella regione di VILLACHT (o Villaco) in quell’angolo di Carinzia stretto fra alte montagne e villaggi da sogno che sembrano essere usciti fuori da una fiaba. Il profumo dell’aria pura, quasi frizzante, determina questo para-diso naturale che accoglie appassionati della natura provenienti da tutta Europa. Il lago OSSIACHER See, che si eleva sui 500 metri d’altezza, ha uno sviluppo di 11 km in lunghezza, per una larghezza che oscilla tra i 600 e i 1700 metri. Lungo la sua sponda meridionale giace l’abitato di OSSIACH che si estende tra le montagne e le limpide acque lacustri determinate dai fanghi minerali che danno origine a diverse sorgenti termali.

La bellezza della città alpina di Villach (o Villaco) in combinazione con il paesaggio, coi suoi laghi cristallini come il lago Faakersee o l`Ossiachersee, aria fresca, e le montagne nei dintorni convince ogni ospite che soggiorna da queste parti. VILLACH sulla Drava è un luogo in cui tanti vorrebbero poter vivere e lavorare; il posto fornisce la cornice ideale per eventi di ogni tipo ed è – soprattutto – una città scalpitante. La zona offre un circondario davvero interessante rivolto ad ospiti che cercano di trascorrere vacanze all’insegna del movimento, delle attività all’aria aperta e dell’escursionismo. Poter salire con la funivia dell’Alpe Gerlitzen che parte sul versante settentrionale del lago di OSSIACH, porta a scoprire questa zona alpina con bellissimi paesaggi da scrutare e una splendida vista panoramica sui laghi e la città di Villacht.

La zona propriamente turistica non offre solo laghi, montagne, città ma anche wellness e benessere con le nuovissime terme Warmbad Villaco e la famosa località termale di Bad Bleiberg. L’acqua sgorga dalle sorgenti ad una temperatura ideale per tutte le esigenze del benessere; le acque di queste sorgenti ritonificano il corpo riuscendo a donare calore e a mantenersi in salute durante tutto l’anno. Inoltre si possono vivere esperienze davvero indimenticabili per tutti come la visita a fortezze, musei, conoscere camminando per nuove mete escursionistiche o lasciarsi avvolgere dalle bellezze botaniche e naturalistiche del Parco di Landskron, nelle vicinanze di Villach, dove è possibile visitare – cosa insolita in questi paesaggi – scimmie in assoluta libertà.

C’è un percorso, che si sviluppa lungo la sua sponda meridionale, che porta a scoprire angoli di vera suggestione con le foschie (e la bruma) del mattino che stazionano – come nubi evanescenti – sul pelo d’acqua e la superficie appena sfiorata dal volo di grossi esemplari di uccelli acquatici alla ricerca di cibo per i piccoli nascosti nei nidi che sono visibili tra i canneti che sorgono lungo le rive. Una bella alternanza di prati verdi e copiose siepi che, dolcemente, scivolano verso il lago, vengono caratterizzati da ampie distese di alberi da frutto, ampi giardini fioriti, orti sapientemente attrezzati, campi arati pronti per accogliere nuove sementi, stalle ben sistemate, baracche campestri con piramidi accatastate di legna da utilizzare per i fuochi di caminetti e muretti di confine realizzati con pietre calcaree trovate sul posto.

Numerosi sono quei pontili realizzati con pali in legno, che si susseguono lungo le sponde, e che invitano ad affacciarsi – magari sedendosi anche lungo il ciglio oppure a sostare – e a lasciarsi avvolgere da questa arcana atmosfera tinta di grigio, di verde e di azzurro determinata dai tre principali elementi della natura circostante: le montagne rocciose, i boschi e i prati della conca in cui giace il lago e, infine, l’azzurro del cielo che va riflettendosi sullo specchio lacustre dagli incredibili fondali blu cobalto; il tutto, in una incredibile oasi di pace e serena tranquillità ove il tempo scorre lentamente e i frenetici ritmi delle metropoli sono un momentaneo ricordo da tenere per un po’ lontano da tutto questo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Nazaré, (Portugal): tra onde giganti e antiche tradizioni legate al mare!

Narrano le leggende che si rincorrono nel corso dei tempi che in questo luogo, NAZARÉ, sospeso su un’aspra scogliera tra il cielo e il mare, fu ritrovata una statua della Vergine Maria, recuperata a Nazareth nel IV secolo e di cui si erano perse le tracce. Altra – e forse la più – famosa è quella del “Miracolo di Nazarè”, dell’apparizione nel 1182 della Vergine a un nobiluomo locale (tale don Fuas Roupinho) il cui cavallo imbizzarrito correndo verso il vuoto si fermò miracolosamente sull’orlo del precipizio mentre rincorreva un cervo. Quassù egli fece erigere una piccola cappella, in memoria del miracolo, esponendo l’immagine della Madonna Nera ai fedeli.

Nazarè è, sicuramente, una tra le città più famose della costa lusitana. Essa è divisa in due parti ben distinte: una parte sull’orlo della scogliera che si raccoglie intorno alla sua chiesa madre in stile barocco di Miradouro do Sabeco; e l’altra giù in basso, verso la lunga spiaggia, le tipiche barche dei pescatori che – come una tradizione che giunge dalla notte dei tempi – fino alla metà del XX secolo – venivano trainate in secca dai cavalli. I pescatori, invece, potevano lasciare tranquillamente il pescato ad essiccare su appostiti telai in legno.

Ma Nazarè è soprattutto famosa per un fenomeno naturale (forse) unico al mondo, quello di riuscire ad osservare da vicino la potente forza dell’oceano Atlantico che si infrange sulle spiagge con un tuonante fragore generato dalle alte onde anche quando il mare è calmo; ma riesce a coinvolgerti anche per invitarti a vivere (conoscere e scoprire) in un ambiente di pescatori che risulta davvero difficile osservarne altrove: qui le donne, che indossano particolari e colorati vestiti tradizionali mettono a seccare il pesce su reti al sole sulla spiaggia.

La cittadina si sviluppa su due livelli: il Promontorio del Sítio, con oltre 310 metri di altezza e la parte bassa, che si estende lungo l’enorme spiaggia di Nazaré. Dal promontorio la vista dall’alto è spettacolare e, talvolta, nella stagione fredda sono anche possibili ammirare le gigantesche onde oceaniche, che hanno reso – giustamente – celebre Nazaré a livello internazionale. Queste onde si formano in determinate circostanze, grazie alla conformazione della costa e alle specifiche combinazioni di fenomeni oceanici e atmosferici.

Nazaré è divisa in due parti abitate: a livello del mare la Vila da Nazaré mentre, in cima alla collina, il Sítio da Nazaré. Dal Sítio fino alla Vila è possibile scendere a piedi, percorrendo la lunga scalinata che collega la città bassa alla città alta. Dal bellissimo belvedere di Rua do Horizonte, presso il Sítio, si può godere di una incredibile vista lungo la spiaggia di Pederneira (o spiaggia della Nazaré) un importante porto di mare presente già dai secoli XII e XIV, con uno dei cantieri navali più attivi del Regno del Portogallo.

Qui la gente è molto cordiale e con un alto senso dell’ospitalità. Sul lungomare è ancora possibile vedere alcune imbarcazioni tipiche, e donne in abiti tradizionali che vendono pesce secco (una specialità del posto); passeggiare sul lungomare e ascoltare la voce dell’oceano è qualcosa di autenticamente magico. Oggi Nazaré è un villaggio vivace, che però non ha perso la sua atmosfera antica. Percorrere le sue strette viuzze che si diramano perpendicolari al mare, celano incredibili sorprese che si nascondono dietro ad ogni angolo, lasciando riscoprire, soprattutto, uno stile di vita lento e autenticamente verace.

Questo piccolo villaggio di pescatori, con le decine di case bianche disseminate lungo i ripidi pendii e circondata da enormi scogliere, ha saputo mantenere nel tempo molte delle sue tradizioni. Così come è facile incrociare pescatori vestiti con una insolita camicia a scacchi (abbigliamento tipico dei boscaioli) con pantaloni neri a coste in velluto, oppure le donne (soprattutto le più anziane, che indossando – una sopra l’altra – sette gonne, meglio conosciute come le “Sette Saias”, mentre svolgono le tipiche attività legate alle tradizioni marinare, come riparare le reti da pesca oppure mettere ad asciugare il pesce sulla spiaggia.

Ma andiamo a scoprire più da vicino, a capirne i significati ed a comprenderne la simbologia del perché le donne, qui a Nazarè, si tramandano questa tradizione legata alla vita del mare. Si tratta di donne – piuttosto mature o avanti negli anni – che trascorrono la vita ad attendere il ritorno a casa dei propri mariti pescatori, i quali rientrano solitamente dopo aver trascorso una dura settimana di lavoro (la pesca) in mezzo all’Oceano Atlantico. Una curiosità inerente all’abbigliamento tipico delle donne di Nazaré sono le “Sette Saias”: le sette gonne fanno parte della tradizione, del mito e delle leggende di questa terra così strettamente legata al mare.

Si dice che le gonne – tutte indossate con colori diversi – rappresentano le sette virtù; così come i sette giorni della settimana i sette colori dell’arcobaleno oppure le sette onde del mare. Tra le altre attribuzioni, anche quelle legate alla Bibbia, alla magia e all’esoterismo che coinvolgono il numero “7”. Le Nazarene, così come vengono chiamate, avendo l’abitudine di aspettare a lungo i loro mariti e i loro figli dal ritorno della pesca, stazionavano sulla spiaggia, sedute sulla sabbia, ed usavano le varie gonne per coprirsi dal freddo proveniente dal mare: quelle superiori per proteggere la testa e le spalle, mentre le altre per coprire le gambe, rimanendo così sempre “composte” senza allusioni da parte di qualcuno.

Altra tradizione popolare racconta che in passato, per ogni giorno di attesa, le donne indossassero un gonnellino colorato che sovrapposto a quello del giorno precedente formava una gonna piuttosto vistosa e decisamente molto spessa e pesante. Sette gonne quindi: sette come i giorni della settimana, sette come le virtù, come sette sono anche le onde consecutive dell’Atlantico, che si infrangono prima di acquietarsi per poi riprendere il loro moto ciclico scandito sempre dal numero sette. Le sette gonne servivano anche per tenere in piedi le donne quando al rientro dei mariti andavano ad aiutarli a portare a riva le barche, e servivano per aiutarle a stare a galla e a lottare contro la forza delle correnti marine. Purtroppo, però, da parecchi anni è arrivato il turismo e di conseguenza la pesca poco alla volta ha perso importanza.

Oramai è raro vedere le donne che pregavano quando la burrasca rischiava di prendersi la vita dei propri cari o di vedere uomini, donne, cavalli e buoi trainare le barche a riva al riparo delle onde. Il fascino però di questo luogo non si è perduto, è rimasto immutato nel tempo. Vedere ancora oggi queste donne con le loro ciabatte, le gonne, il grembiule e tante collane attorno al collo, è uno spettacolo unico nel suo genere. Queste “signore del mare” oggi sono possibili vederle nei giorni di festa o durante particolari celebrazioni, oppure intente a vendere tipici prodotti nelle loro bancarelle in tela in spiaggia. Purtroppo anche questa tradizione, con lo scorrere delle generazioni, è destinata a scomparire per sempre. (testi & photo ©Andrea Perciato)

BERAT (Albania): 1000 Finestre aperte tra “due quartieri”, 1 Ponte tra “due mondi” e un Castello lassù… in cima!

BERAT (Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, Albania) con una temperatura di quasi 40° e mille storie da scoprire (e da raccontare), non sono bastate le oltre “1000 finestre” aperte per fare arieggiare; un caldo da crepare ma, credeteci… ne è valsa la pena! Queste, in sintesi, sono ciò che offrono le bellezze paesaggistiche, naturalistiche e ambientali racchiuse, da millenni, in questo luogo tra i più belli e significativi di tutta l’Albania. BERAT, a circa 100 km a sud della capitale Tirana, è un piccolo gioiello che – tra storia e architettura – restituisce i fasti di un ricco e glorioso passato, un autentico melting-pot in cui s’intrecciano culture, religioni ed etnie diverse, laddove si rincorrono culti e antiche tradizioni, racchiuso al centro di una valle bagnata dalle acque del fiume Osum e attraversata, fin dall’antichità, dall’antica Via Egnazia (Ἐγνατία Ὁδός) un’antica, e probabilmente la più importante, via di comunicazione che collegava Bisanzio con l’Adriatico. Berat è un viaggio nel tempo e nello spazio attraverso la storia, l’architettura e la cultura dell’Albania.

Con la sua bellezza fuori dal tempo, la sua vivace scena culturale e la calorosa ospitalità della sua gente, il luogo si presenta come una tappa imperdibile per chi desidera scoprire la ricchezza e le diversità del patrimonio albanese. Attraverso le strade acciottolate, le case dalle mille finestre e le testimonianze delle diverse culture che – durante il corso dei millenni – hanno plasmato la città, Berat è una destinazione che cattura le emozioni di chiunque giunga fin quaggiù per conoscere le sue principali attrazioni. L’antico villaggio di Berat, diviso dal fiume, è suddiviso in tre parti ben distinte: “KALA” la cittadella dominata dal Castello; “GORICA” il quartiere (di matrice ortodossa) che si estende a sud, adagiato sul fianco di una collina; e “MANGALEMI” quello aggrappato, verso nord, alla rupe da cui si erge la Fortezza, di matrice prettamente islamica; entrambe le borgate sono adagiate sui due versati della vallata a ridosso del fiume. Qui, in questo luogo, si vive (quasi toccando con mano) l’Albania più autentica, quella rurale e così ricca di opere d’arte e di storia.

Berat affonda le sue radici nella storia antica (tra i VI e V secolo a.C.). In questo luogo ebbe origine un insediamento illirico, che passò poi sotto la dominazione ottomana, bulgara, serba e infine turca. Di questo passato si conservano evidenti tracce nei due diversi (e più importanti) quartieri di Gorica (a fede ortodossa) e Mangalemi (di religione islamica) separati l’uno dall’altro dal corso del fiume Osum, che attraversa perpendicolarmente l’intera città. Nelle due diverse anime religiose, l’una prettamente cristiana e l’altra tendenzialmente musulmana, questi quartieri sono l’emblema della pacifica convivenza – civile e culturale – che da sempre caratterizza questa cittadina albanese. Come una gemma nascosta nel cuore dell’Albania, Berat è una città che incanta fin dal primo momento. Famosa per la sua architettura unica, che riflette secoli di influenze culturali, il cuore pulsante della città viene equamente suddiviso in tre parti principali: Kala, la città alta; Mangalem, la città bassa lungo le rive del fiume Osum; e Gorica, l’area situata a sud oltre il fiume.

Con la sua storia ricca, la sua particolare architettura e la vibrante cultura che la contraddistingue, è anche conosciuta come “la città delle mille finestre” e – per questo – dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Berat è un luogo dove il passato e il presente si intrecciano in un affascinante mosaico di tradizione e modernità. Ciò che rende speciale Berat è proprio il suo mix di cultura e di tradizioni. Per conoscere da vicino queste bellezze, si propone un percorso a piedi attraverso i suoi vicoli adombri, le sue stradine acciottolate, i suoi ponti, le sue moschee e le sue antichità. Muovendosi dal vecchio Ponte di Gorica, iconica struttura architettonica che attraversa il fiume Osum nella città di Berat, è un luogo intriso di storia e di suggestiva bellezza. Costruito nel XVIII secolo, questo antico ponte in pietra collega il quartiere di Mangalem con quello di Gorica, contribuendo a creare un legame emotivo, visivo e culturale tra le due sponde del fiume. Eccoci dunque tra i primi vicoli acciottolati di Gorica.

Il quartiere di Gorica è un insieme di case bianche dove si trovano diverse chiese che compongono uno scenario particolarmente suggestivo. Passeggiando per i vicoli oltre il fiume, si incrociano molte persone del luogo ed è emozionante osservare episodi di vita quotidiana immergendosi completamente nella cultura locale. Tra rampe assolate e portali in pietra, piccole corti seminascoste da muretti a secco e androni appena visibili, terrazzini in legno appena sporgenti e tettoie usate come nidi dai colombi, camminare a Gorica è come un immergersi nella vita locale, una tranquilla atmosfera resa ancor più magica dalla presenza del fiume e dal panorama circostante. Raggiunti il nuovo ponte sull’Osum, si esce dal quartiere di Gorica per raggiungere, sull’opposta sponda verso nord, le prime case del quartiere di Mangalemi, quartiere musulmano di Berat, interamente dominato dalla presenza dei minareti delle tre storiche moschee che vi si trovano.

Moschea degli Scapoli (Xhamia Beqarëve, per i garzoni ed artigiani non ammogliati che un tempo frequentavano questo edificio religioso), la Moschea del Re (Xhamia Mbret, caratterizzata dal soffitto di un color verde intenso e da un intarsio che presenta alcuni brani del Corano affiancati dai diversi nomi di Dio) e la Moschea di Piombo (Xhamia e Plumbit, per via delle cupole interamente ricoperte di piombo). Ed eccoci tra le prime case della “Città dalle Mille Finestre”. Di fronte l’inusuale Moschea Xhamia Beqarëve, una struttura unica nel suo genere con un edificio a due piani, circondato da portici su tre diversi lati e caratterizzato dalla presenza di un piccolo minareto. Spostandosi leggermente alla sua destra, una breve salita porta in uno slargo su cui prospettano i ruderi di un vetusto mausoleo ortodosso che, oltre ai resti di una muratura in pietra, fa da contraltare alla più importante Moschea di Berat: quella del Re Xhamia Mbret.

All’interno della Moschea di Berat scopriamo un perfetto esempio di tempio musulmano e tolleranza albanese, un prezioso patrimonio architettonico e culturale. Fuori dalla Moschea si presenta un affascinante labirinto di strette strade lastricate e case dai colori vivaci. Le strade lastricate e i vicoli tortuosi aggiungono un tocco di fascino e mistero a questa singolare città. Mangalem è un tuffo nella tradizione della città, con le sue caratteristiche facciate colorate e le finestre a “bovindo” che prospettano sul fiume, creando quell’immagine pittoresca e suggestiva da cui le “1000 finestre” Patrimonio UNESCO. Passeggiare per le vie di Mangalem è come un viaggiare indietro nel tempo, con le case tradizionali ottomane che coesistono coi ritmi della vita moderna; i cortili interni in selciato e le piccole piazze lastricate in basoli aggiungono quel tocco di intimità, mentre negozietti e piccole botteghe mostrano opere d’arte locali e prodotti artigianali. Il CASTELLO di Berat, una meravigliosa fortezza ottomana arroccata su di un’altura che domina la cittadina.

Per raggiungerlo, occorre risalire per Rruga Mihal Komena, un’arteria che si snoda tra i vicoli di Mangalemi e arriva alla base della collina da cui s’erge la rocca; da qui, volgendo in alto a sx verso occidente, un sentiero serpeggia lungo il pendio da cui già sono possibili ammirare le mura perimetrali e le due torri – ben conservate – della fortezza che domina la città dalle sue alture. Conosciuto come “Kala“, il castello, coi suoi camminamenti e le sue merlature risale all’epoca bizantina; le sue pietre raccontano storie di difese e di protezione; un intricato mosaico di pietre bianche che si fondono col paesaggio circostante. Da qui si gode di una meravigliosa vista panoramica, che spazia tra i due quartieri di Berat collegati dall’imponente e maestoso Ponte di Gorica.

La vista della città dall’alto del castello è mozzafiato. È interessante scoprire come l’area del castello è ben integrata con le case dei residenti locali, fungendo sia come attrazione per i visitatori, che da luogo di residenza ove poter vivere. L’interno del castello racchiude un labirinto di vicoli che attraversano abitazioni rigorosamente bianche dove si susseguono chiese, moschee, fortificazioni e torri. Camminare tra le stradine lastricate, gli slarghi, le spianate e le corti del Castello di Berat è come essere trasportati indietro nel tempo; la sua terrazza che prospetta sul vuoto, caratterizzata dal pennone con la bandiera rossa dell’aquila bicefala, offre una vista mozzafiato sui quartieri della città e sul sottostante fiume Osum offrendo una prospettiva unica sulla storia affascinante di questa località dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

MOLDAVIA, Chişinǎu… il lato sconosciuto dell’est europeo!

Come sospesi in un limbo spazio-temporale – quasi come si stesse vivendo in un universo parallelo – fermo dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale ancora sulla linea di quel “Patto di Varsavia”, consolidatosi con la costruzione di un imponente “Muro” che diede avvio (dalle regioni artiche ai confini con la Turchia) alla divisione della “Cortina di Ferro”, proseguito per oltre un trentennio col lungo periodo della cosiddetta “Guerra Fredda” tra i due blocchi europei vincitrici della WWII (quello occidentale degli alleati e quello orientale sotto l’influenza russa) e fino alla dissoluzione con l’abbattimento del Muro che pose fine a quello che era il più grande e potente impero delle Repubbliche Socialiste Sovietiche: l’unione (U.R.S.S.) o meglio, la grande federazione di quegli stati e staterelli che rendevano grande l’indomito “orso sovietico”.

La MOLDAVIA (antico principato della Bessarabia conteso e suddiviso, nel corso del tempo, fra Russia, Romania e Impero Ottomano) è un territorio a prevalenza agricola (a tutt’oggi principale risorsa di sostentamento); un’immensa serie di campi alternati a boschi e foreste che si susseguono oltre ogni possibile orizzonte. L’autunno qui in MOLDOVA è un arcobaleno di colori pastello che vanno dall’intenso giallo come il sole e i girasoli; dal verde delle sue morbide colline ricoperte di vigneti (con pregiati vitigni famosi in tutto il mondo) e dal marrone della sua terra. Qui l’acqua dei torrenti e dei fiumi offre restituisce visioni paesaggistiche e ambientali caratterizzate da sinuosi nastri d’argento e d’azzurro. Le calde estati offrono piacevoli tramonti al fresco; qui d’inverno la neve ricopre ogni cosa. I sapori di una cucina, solo in apparenza povera e frugale vengono esaltati dal miele, dalle verdure e della timida ospitalità dei local dai modi pratici ma sempre sinceri.

CHIṢINĂU, la capitale della MOLDAVIA presenta un centro storico è distribuito secondo un preciso reticolo ortogonale in cui vanno ad intrecciarsi strade e viali principali con arterie secondarie di minore importanza. Un’edilizia che si protrae dagli anni venti del ‘900 con l’erezione di maestosi edifici, oggi spesso lasciati all’incuria del tempo, giganteschi blocchi in cemento che raccontano un importante pezzo di storia della Russia che fu, saldamente intrecciata al presente post dissoluzione del grande impero. In molti casi si tratta di kommunalki, abbreviazione di “kommunal’nye kvartiry”, vale a dire “appartamenti in comune”; alzare lo sguardo all’insù si resta colmi di meraviglia per quanto abbiano potuto erigere edifici cosi possenti che rasentano lo stile futuristico dell’epoca ma che nelle rifiniture esprimono elementi d’arredo fermi – come stile e come gusto – agli anni tra la fine dei ’50 e tutti i ’60 del Novecento.

Chisinau è piena di parchi e di viali alberati che ombreggiano larghi marciapiedi spesso dissestati. In città, il tangibile segno della povertà (soprattutto come l’abuso di alcolici) è palpa-bile per le strade. L’insicurezza economica, l’instabilità lavorativa affliggono gran parte della popolazione; gli stipendi sono bassissimi e in molti sono costretti a lavorare a ritmi serrati per guadagnarsi condizioni di vita relativamente modeste. Ma volendo compiere una sorta di giro a piedi della città, non c’è che da scegliere il punto da dove iniziare per conoscere questa capitale e le molteplici sfaccettature culturali, storiche, identitarie, artistiche di un paese relativamente giovane; la Moldavia fino al termine della 2a Guerra Mondiale era un territorio di pertinenza rumena, con varie etnie che erano distribuite e sparse dalla madrepatria Dacia fino a giungere le sponde del Mari Nero.

Muovendo dalla sua periferia sud, dall’ampio catino di Piața Națiunilor Unite al termine del principale boulevard che taglia in due la città, sono già ben visibili, al di la di un muretto con giardino, le splendide cupole dorate del Mănăstirea Sf.M.Mc.Teodor Tiron, un’oasi di tranquillità proprio nel cuore della città. L’architettura e i dipinti sulle facciate e all’interno dello stesso sono mozzafiato; un luogo meraviglioso per prendersi del tempo, riflettere e rilassarsi. É un monastero (con annesso convento) ortodosso moldavo, risalente al 1858 ed è dedicato al culto di San Teodoro di Amasea. Improntato secondo lo stile architettonico russo-bizantina il sacro edificio è, sicuramente, il più bello (da un punto di vista esteriore) di tutta Chiṣinǎu. Al suo interno fanno sfoggio le ricche decorazioni in oro e i coloratissimi affreschi in cui primeggiano l’azzurro e l’oro; conosciuto con il nome di “Malina Mica” oggi è un monumento d’importanza nazionale, ove l’atmosfera religiose viene esaltata dal silenzio e dalle preghiere.

Spostandosi verso NW città si raggiunge l’enorme edificio della Cultura e dello Sport: OSCE. Un patio permette di affacciarsi all’apice di uno dei luoghi più romantici della città. Uno spettacolo di incredibile bellezza paesaggistica s’apre sotto di noi con una lunga e fantastica cascata di gradini che scendono verso un bellissimo lago circondato da canneti, cespugli e alberi: il Valea Morilor Park che si trova a ovest della città nel settore Buiucani. intorno alle sponde del lago Valea Morilor, creato nel 1950 su iniziativa di Leonid Brezhnev. Avvicinandosi alle sponde lacustri caratterizzate dal canneto, risulta incredibile come il rumore del traffico cittadino scompaia poco alla volta. Le aree boschive lungo le sponde offrono diversi sentieri escursionistici, ove poter camminare; fontane, statue, scacchi, e piste ciclabili offrono tante attività all’aperto. È anche possibile nuotare o andare in kayak quando il tempo lo permette.

Si rientra verso il centro seguendo il lungo viale della Strada Serghei Lazo che, dopo aver superato lo stadio, sbuca sul viale R1 (Bulevardul Ştefan cel Mare şi Sfint), all’altezza della chiesa di Biserica Ortodoxă “Schimbarea la Față a Mântuitorului” (Cattedrale della Trasfigurazione) che affascina con la sua architettura e l’atmosfera unica che traspare da ogni angolo. Un luogo di culto severo e particolare, mistico e – al tempo stesso – affascinante. L’elemento più impressionante è il monumentale e sorprendente affresco che ricopre un’intera parete, conferendo all’interno un carattere di profonda sacralità e intensa bellezza. Un luogo che vale la pena visitare non solo per i credenti, ma anche per gli amanti dell’arte. I murales non sono nell’esclusivo stile che richiama il bizantinismo di quelle regioni, ma che comunque sono molto antichi; ci sono anche dipinti di icone classiche realizzati in rame mentre all’esterno mosaici sulla facciata rendono ancor più interessante la scoperta.

Continuando ora lungo la R1 verso SE si ritorna verso il centro. In questi pochi chilometri di viale, la skyline della prospettiva urbanistica che s’apre ai lati della strada offre la visione dei più importanti edifici statali e governativo come: il palazzo della Președinția Republicii Moldova; il palazzo del Parlamentul Republicii Moldova; l’edificio del Scuarul Teatrului Național de Operă și Balet “Maria Bieșu” fino a sbucare nell’ampia platea della piazza di Piața Marii Adunări Naționale ove primeggia – in tutta la sua imponenza – l’enorme edificio che contiene la Direcţia Generală de Administrare a Clădirii Guvernului Republicii Moldova, il Ministerul Educației și Cercetării ed il Guvernul Republicii Moldova. Accanto, posto all’ingresso di un giardino s’impenna, dall’alto di un basamento in granito, la statua raffigurante il Monumentul lui Ștefan cel Mare, eroe nazionale moldavo e simbolo della città; qui Stefan è importante, perchè ha vinto molte battaglie per la Moldova ed ha bloccato i turchi in queste terre.

Di fronte agli imponenti edifici governativi primeggia la bianca pietra dell’Arcul de Triumf, 13 metri d’altezza eretti nel 1840, che spiccano in mezzo alle altre strutture, collocato a due passi dalla Cattedrale (della Natività) e dall’immenso parco che circonda tutto il complesso intorno. Un parco davvero molto bello, centralissimo, che s’attraversa con una splendida promenade realizzata in blocchi marmorei che serpeggiano attraverso vialetti molto curati e tenuti ben puliti che convergono tutti verso la Chișinău Cathedral Belltower in posizione distaccata dal principale edificio della Catedrala Mitropolitană Nașterea Domnului, una imponente chiesa ortodossa costruita completamente nello stile neoclassico della tradizione moldava, ed eretta nella prima metà dell’800 con gli interni completamente affrescati.

Nelle vicinanze, appena qualche isolato più in là della grande spianata di Piața Marii Adunări Naționale, compare il gigantesco Mercato di “Naf-Naf”, con ambienti al coperto e ripartiti per settori (macellerie e pollame, ortaggi e frutta in cui è possibile acquistare buona frutta e verdura a km zero a prezzi abbastanza convenienti, pescheria ed altro) e centinaia di bancarelle all’aperto di Piața Centrală ove si trova – praticamente – di tutto. Perdersi in questo caotico (e dal discutibile igiene) e intricato labirinto creato da traballanti scaffalature ed instabili bancarelle è un po’ come immergersi in un luogo molto caratteristico, ove è palpabile – quasi percepire con tutti i sensi al massimo della loro ricettività – quel ritmo intenso e quell’intrecciarsi di voci e dialetti che vanno dal rumeno al russo, di chi vende e di chi acquista, per capire, intuire, assaggiare e sentire le armoniose essenze degli intensi sapori e delle tradizioni del luogo.       

Momentaneamente abbiamo voluto scoprire, capire e comprendere le varie sfaccettature di una capitale dell’ex blocco sovietico, ove il comunismo e la rivoluzione hanno lasciato indelebili tracce del loro trascorso, ma più di ogni cosa abbiamo voluto vivere e toccare con mano le realtà di luoghi poco conosciuti da noi occidentali. Territori che confinano con teatri di guerra tutt’ora in corso; complesse etnie che influenzano e determinano le società tribali di zingari e gitani così fortemente legate da vincoli di sangue e che sono un tutt’uno con l’anima inquieta di queste terre. Forte è la frustrazione per lo stato delle cose, soprattutto tra i giovani, ove primeggia il desiderio di partire. In Italia, destinazione preferita, di regola i moldavi si adeguano a lavori modesti; è raro incontrare qualcuno che non abbia alcun legame con l’Italia; sebbene molte persone possano raccontare storie di discriminazione ed abusi, in tanti prevale un sentimento d’amore e di attaccamento nei confronti del nostro paese. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

TAORMINA (ME, Sicilia), una straordinaria combinazione di bellezze naturali…!

Uno scrigno di arte, natura, bellezza, paesaggio… un luogo che attraversa il tempo e la storia… un luogo intriso di luci e di ombre di profumi e di colori! Questa è TAORMINA, un gioiello incastonato tra il mare e la montagna lungo la costa orientale della Sicilia; in essa – tra le sue piazzette, gli slarghi, i palazzi storici e gli stretti vicoli – scorrono millenni di storia e delle tante civiltà che l’hanno resa il gioiello che oggi tutto il mondo conosce ed apprezza. Ma… andiamo a scoprirla per goderne dal vivo tutte le sue molteplici peculiarità che, ne siamo convinti, sono da lasciare letteralmente senza fiato.

Entriamo nella cittadina attraverso Porta Messina, il suo antico ingresso posto a settentrione, lungo il principale asse viario che ne attraversa – da nord a sud, in tutta la sua interezza – tutto il centro storico di Taormina; sul luogo sono visibili le tracce delle antiche mura di origine araba che circondavano la città. Ed è subito meraviglia: vicoletti che, tra piacevoli saliscendi, si diramano in tutte le direzioni; gradinate, rampe e scale che superano tutti i possibili dislivelli, locali e negozietti nascosti (o incastrati) negli angoli più lontani; il tutto avvolto da una incantevole e suggestiva atmosfera di “mescolante” umanità.

Da un lato c’è l’eleganza storica di un’antica arteria (Corso Umberto) che unisce Porta Messina a Porta Catania, dall’altro c’è la sensazione di attraversare una sorta di centro commerciale a cielo aperto. Le vetrine con grandi marchi del lusso e i numerosi negozi di souvenir hanno ormai occupato ogni metro quadrato dei locali che prospettano ai lati della strada, soffocando – così – l’autentica identità dell’antica città. Ma, osservando con occhi diversi le sfumature che si possono cogliere camminando, si avverte come la bellezza sta nei particolari. Per ritrovare la vera “anima” di Taormina bisogna compiere uno sforzo di resistenza emotiva: puntare lo sguardo in alto, al di sopra delle insegne colorate e le chiassose vetrine, e riuscire a scoprire i veri tesori, perché è proprio lì… che la città respira ancora.

Corso Umberto (conosciuta anche come “Via Valeria” di sicura matrice romana) collega Porta Messina a nord, con Porta Catania a sud ed è il principale asse viario che attraversa tutto il centro storico della città prima di precipitare verso il mare ed ha conservato – nel tempo – tutto il suo aspetto di matrice medioevale. Una coloratissima via pedonale, sempre molto affollata, ricca di negozi, locali e botteghe artigiane, ma anche di edifici storici di stampo medioevale (come il Palazzo Corvaja, con le sue facciate in pietra sormontate da merlature e la chiesa barocca di Santa Caterina d’Alessandria) e importanti scorci quali la chiesa di Santa Maria del Piliere e la Piazza IX Aprile con la chiesa di San Giuseppe e la Torre dell’Orologio.

Ma il fiore all’occhiello della cittadina siciliana è – senza ombra di alcun dubbio – il suo antico Teatro Greco da cui si godono alcuni degli scorci panoramici con vedute paesaggistiche più belle al mondo, soprattutto sulla possente mole vulcanica dell’Etna che sembra quasi poter essere toccata con mano. Trovarsi a Taormina significa passeggiare attraverso la bellezza delle sue stradine in ombra, dei suoi vicoli nascosti, dei suoi balconi fioriti ma la sua particolarità viene esaltata dalla presenza del suo bellissimo teatro greco; un luogo suggestivo, che eroga fascino e bellezza da ogni sua pietra, un posto affascinante per la storia che esso stesso contiene. Un impianto ancora ben conservato che tra storia, arte, natura, paesaggi tra roccia e mare, domina panorami davvero mozzafiato.

Dalle sporgenze (terrazze) panoramiche dell’area del Teatro s’aprono vedute panoramiche ai piedi di Taormina, come la suggestiva Isola Bella, autentico gioiello paesaggistico lungo la costa ionica della Sicilia; una piccolissima isola a poche decine di metri dalla spiaggia raggiungibile a piedi anche con l’acqua bassa (oggi arrivava alle caviglie, mi dicono possa arrivare al ginocchio). Collegata al centro di Taormina tramite una funivia, la spiaggia è raggiungibile anche tramite delle scale di pietra; il suo litorale si presenta con una spiaggia ricoperta da ciottoli. Soprattutto nei giorni festivi la spiaggia risulta essere davvero molto affollata; lungo essa vi sono diversi stabilimenti balneari, ma anche una parte di spiaggia è resa libera. Il mare – in qualunque periodo dell’anno – risulta essere sempre limpido e pulito, anche nei giorni di elevata affluenza.  

E così, eccoci finalmente giunti nel cuore del centro storico, in quella Piazza IX aprile da cui s’apre uno dei belvedere più belli al mondo, che offre vedute panoramiche e viste di straordinaria bellezza lungo il mare e la fascia costiera. Situata proprio nel centro storico di Taormina, in questa bella piazza si gode un panorama davvero eccezionale. La piazza è un po’ come l’autentico “cuore” di Taormina, sempre colma di gente proveniente da tutte le parti del mondo ed è circondata dalle belle facciate di storici edifici che su di essa prospettano, come la sobria facciata della chiesa di Sant’Agostino che ospita la Biblioteca Comunale, la monumentale chiesa barocca di San Giuseppe raggiungibile con la sua bianca e pittoresca scalinata e la Torre dell’Orologio.

Costruita secondo un marcato stile barocco la chiesa di San Giuseppe si erge al di sopra di una scala a doppia rampa che porta al sagrato; con una facciata dai colori molto delicati, al suo interno sono presenti diversi dipinti d’arte sacra e pareti decorate da affreschi. Chiude la promenade di questa piazza la Torre dell’Orologio, conosciuta anche come “Porta di Mezzo”. Eretta su antiche fondamenta greco-romane, nel 1676 fu distrutta dalle truppe francesi, prontamente ricostruita nel 1679. La sua struttura in pietra si eleva per un’altezza di 24 metri, sormontata da merlature e con un orologio nella sua parte superiore; sotto di essa s’apre un arco in pietra che porta in Piazza Duomo su cui prospetta la maestosa facciata in pietra “nuda” locale del Duomo (in puro stile siculo-normanno), anch’essa coronata da merlature a “coda di rondine”.

Una delle mete più iconiche della Sicilia, Taormina è un indiscutibile gioiello ricco di arte e bellezza per l’intera isola; essa tiene testa il confronto ad altre famose località sparse per il mondo, ed è – sicuramente – un angolo di paradiso piombato sulla terra! Immortalata da artisti, poeti, pittori e scrittori di tutto il mondo, la cittadina è un crogiuolo di arte, bellezze naturali, cultura, fede, tradizioni e tanto altro ancora. Situata ai piedi dell’Etna, si affaccia a strapiombo sulle frastagliate insenature rocciose distribuite lungo la fascia costiera ionica. Visitata ogni anno da migliaia di viaggiatori, prima di lasciare questa splendida località il nostro consiglio è di poterne apprezzare, oltre alle bellezze sopra elencate, tutto il fascino che eroga questo luogo per mezzo della miriade dei suoi colori, con le sue splendide ceramiche, e dei suoi profumi, con la sua rinomata arte culinaria, “arancini” su tutto… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ARMENIA, lungo la “Via della Seta”all’ORBELIAN Caravanseraj (“Օրբելյան քարավանատուն” Orbelyan k’aravanatun) sul Passo di Selim

Fu quasi una necessità, sentita dalle molteplici popolazioni distribuite a latitudini così distanti tra loro, quella di poter creare collegamenti terrestri, che potessero estendersi attraverso l’Asia Centrale e il Medio Oriente, che includevano rotte carovaniere che superavano deserti e montagne, unendo la Cina all’Asia Minore fino a congiungersi col Mediterraneo. La “Metaksi Chanaparh” (Via della Seta) era un’antica rete di rotte commerciali che collegava la Cina con le regioni dell’Asia e dell’Europa. Attiva dal II millennio a.C. fino al XVI secolo, la Via deriva il suo nome dal redditizio commercio cinese della seta, la principale merce trasportata. La Via era lunga oltre 7000 km, con una successiva rotta marittima ideata molto più tardi; mondi vecchi e nuovi che venivano barattati anche nelle regioni intermedie.

Vie carovaniere erano chiamate queste rotte terrestri che – precedendo la Via della Seta – rappresentavano i primi (labili) tentativi di unire le diverse aree del mondo attraverso precisi punti di collegamenti terrestri. Questi lunghi tratti, spesso definiti “Vie Carovaniere“, erano più semplicemente una rete di tracce che attraversavano deserti, montagne e oasi, permettendo (e facilitando) così il movimento di persone, di merci e di idee tra le diverse culture. Le vie carovaniere, che non erano solo rotte commerciali, si inquadravano anche come importanti canali di scambio sociale, economico/commerciale, religioso e culturale con mondi così lontani tra loro. L’incontro tra diverse culture lungo queste rotte favoriva la diffusione di idee, di culto, di arte e di tecnologie, contribuendo così a creare una rete di interdipendenza e scambi tra l’oriente e l’occidente.

Nel cuore del Caucaso, in territorio armeno, a 2400 metri d’altezza è collocato uno dei più importanti passi dell’antichità: il Passo di SELIM (o di Vardenyants). Questo strategico valico era una diramazione settentrionale sul più importante tratto della Via della Seta che collegava – essendo il Caucaso uno dei principali incroci terrestri – le sponde occidentali del mar Caspio, le terre del regno di Persia (Iran) e dell’Azerbaijian. L’altopiano armeno era un ponte tra l’Europa e l’Asia occidentale. Queste rotte commerciali univano l’Armenia coi porti del Mar Nero e del Mediterraneo. Attraverso queste rotte avvenivano commerci in Iran, Mesopotamia, Egitto, India e Cina. Plutarco testimonia che Artashat (la capitale dell’Armenia) intratteneva una serie di importanti relazioni commerciali ed economiche durante tutto il I secolo a.C. Strabone scrive del cruciale ruolo intermediario dell’Armenia nelle relazioni commerciali tra l’Impero Romano e l’Oriente.

Raggiungere questo passo è, soprattutto, un’impresa emotiva; un comprendere quanto deserto di pietre, di fasciumi d’erba, di aspre montagne, di profonde gole rocciose, di impetuosi torrenti determini un orizzonte in cui lo spazio e il tempo non hanno dimensioni definite. Dalle estese pianure armene, ove per chilometri non c’è anima viva, nessun albero, nessuna casa, nessun animale; solo un paesaggio che si perde oltre l’immenso. Come già detto, questo ramo della “Silk Road“, su cui giace questo particolare Orbelian Caravanserai, si riferisce a quella direttrice che giunge dalla lontana Persia, fino ad attraversare e superare il Selim Pass (2410 m), per poi scendere nuovamente nelle pianure settentrionali e raggiungere le sponde meridionali del Lago di Sevan; da qui risale alla città di Dilijan, per poi attraversare il territorio della Georgia fino a raggiungere il Mar Nero.

Dopo un lungo camminare per orizzonti sperduti, profili di creste rocciose e dislivelli che vengono superati laddove il vento intensifica la sua forza, eccoci finalmente in vista dell’ORBELIAN CARAVANSERAI, un basso edificio in pietra scura posto appena sotto il bordo della principale strada che attraversa il passo, conosciuto anche come passo di Hayots Dzor. Il caravanserraglio di Orbelian è il valico di montagna meglio conservato tra i passi armeni fin dall’epoca medievale. Questo monumento, costruito dal principe Chesar Orbelian e dai suoi fratelli nel 1332 durante il regno di Abu Said Khan II, svolse un ruolo importante in questa regione grazie alla sua posizione posta su una rotta commerciale d’importanza internazionale e al non trascurabile carattere del mecenatismo degli Orbelian, che furono un’importante famiglia feudale in Georgia per tutto il XII secolo.

Esempio perfetto di caravanserraglio classico dell’inizio del XIV secolo, senza corte interna soppalcata dato il clima inospitale dell’altitudine dove è collocato, il passo domina montagne aride: solo in fondo alla valle pochi sprazzi di verde. In un luogo così inospitale questo ambiente sembra un miraggio. Molto somigliante ai nostri jazzi dell’Appennino all’ingresso, sulla facciata, sono due bellissimi bassorilievi a forma di leone e una splendida nicchia. Ma è il suo interno che parla di millenni di storia vissuta tra viaggi e spostamenti. Un vestibolo che sembra l’ingresso di una grotta; il buio generato dal basalto nero, annerito dal fumo dei tanti fuochi accesi nel tempo; varcando una porta sulla sinistra l’emozione genera stupore e meraviglia! Siamo nel cuore del caravanserraglio; il buio dell’interno riceve la luce naturale dalle aperture sul soffitto su un ambiente scarno, funzionale, interrato.

Si possono chiaramente distinguere gli spazi per gli uomini e gli animali; il fatto che l’edificio non abbia finestre, ma solo alcuni buchi nel tetto da cui entra la luce (sembra di essere all’interno di una caverna); le enormi pietre in basalto nero aggiungono fascino all’insieme. Molto particolari sono le decorazioni poste sulla porta d’ingresso, con la soluzione tipica delle “muqarnas islamici” (reminiscenza di decorazioni di stalattiti in una grotta). Il caravanserraglio di Selim non include un cortile e l’intero edificio è limitato agli spazi coperti, tra cui una grande (e lunga) sala centrale, che si estendeva da est a ovest, e un vestibolo all’estremità occidentale. Questo edificio adattò la tipologia del caravanserraglio al rigido clima nevoso e ventoso delle zone montuose e si adattava alla posizione dell’edificio. Questo schema architettonico è applicato anche ai caravanserragli selgiuchidi sopravvissuti nelle zone montuose di questa regione.

La sala è divisa in tre navate da sette coppie di pilastri. Alla fine delle strette navate laterali sul lato occidentale, furono costruite piccole stanze per gli uomini che accompagnavano la carovana. Gli animali della carovana venivano tenuti nelle strette navate laterali della sala, dove erano costruite le mangiatoie in pietra tra i pilastri e dove si trovava una piscina d’acqua in uno degli angoli della sala. Il tetto della sala a tre navate è coperto da tre volte parallele, con quella sopra la navata centrale più alta e larga di quelle delle due navate laterali. Le volte sono sostenute da archi che si estendono da pilastro a pilastro (navata centrale) e dai pilastri alle pareti (navate laterali). Degli oculi posti al centro di tre delle volte servivano a far entrare la luce del sole e l’aria fresca, e a far uscire anche il fumo; ogni oculo è decorato con una cornice. Queste sono le uniche altre aree del caravanserraglio che presentano ornamenti oltre alle decorazioni presenti nel vestibolo d’ingresso. I resti di una piccola cappella sono ancora visibili accanto al vestibolo, di fronte a una sorgente.

Siamo partiti dalle case del villaggio di Aghnajadzor, tra la polvere dei recinti alzata dal vento e greggi di pecore al pascolo guidati da nomadi pastori che resistono alla forte solitudine – quasi contemplativa – di questi luoghi sperduti tra le montagne del Caucaso armeno. Un lungo susseguirsi di pianori e di vallate baciate dal sole che si nasconde tra le nubi; raggi che irradiano luce su un orizzonte che si perde a vista d’occhio. Qui al passo di Selim comincia a nevicare e l’Orbelian Caravanserai diventa – per qualche ora – il nostro rifugio. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

BRUNICO (Sud Tiröl, BZ): stile mitelleuropeo per un “viaggio tra i popoli montani” del mondo

BRUNICO, capoluogo della Val Pusteria, ai piedi del Plan de Corones in Süd Tirol, è un’importantissima località di turismo e commercio, già molto attiva, fin dal Medioevo, nella regione dolomitica. La cittadina contiene al suo interno un piccolissimo centro storico racchiuso tra due porte collegate dalla via principale. Varcata una delle antiche porte, si scoprono la suggestiva e vivace Via Centrale ove sbucano gli stretti vicoli dall’atmosfera medievale, e su cui prospettano gli splendidi palazzi borghesi e della nobiltà del tempo, con le variopinte facciate (a “graticcio”), i frontoni merlati e le architetture religiose. Il centro gira tutto attorno alla Stadtgasse e lo si gira facilmente a piedi in poche decine di minuti. Esso si presenta molto pulito, ben tenuto e sono molti i negozi da poter visitare. Ovunque lo sguardo posa gli occhi si avvertono le atmosfere di quella cultura mitteleuropea che ha sempre determinato quest’angolo del Sud Tirolo. Piccoli particolari che emergono dall’eleganza degli edifici, dalla raffinatezza di città piena di classe; molto ordinata, elegante e con quel profumo di vin Brulé che aleggia nell’aria e che rende l’atmosfera più vibrante. Qui il fascino dell’ospitalità e la sensazione dell’accoglienza a “misura d’uomo” sembrano essere il più bel biglietto da visita di Brunico.

La zona del centro storico di Brunico è di dimensioni piuttosto ridotte, in rapporto al resto della cittadina, ma risulta essere molto caratteristico e ben tenuto; in circa 15 minuti lo si percorre in tutta la sua interezza, attraversando le belle facciate dei palazzi dalle tipiche architetture tirolesi, con le sue chiese in stile alpino ricche di opere d’arte di artisti locali; mentre lungo le vie si rincorrono le caratteristiche vetrine dei negozi di ogni tipo, caratterizzate dalle artistiche insegne in ferro battuto, le vecchie porte cittadine decorate con affreschi di artisti locali e, addirittura, pupazzi (o manichini) che – bardati di caschi ed imbraghi – risalgono le pareti colorate dei palazzi. Ma, dopo aver camminato per antiche botteghe d’artigianato locale, particolari forni che offrono delizie tipiche, negozi orafi che espongono gioielli e monili di particolari bellezze e store che offrono i più svariati brand degli sport da montagna e delle attività outdoor, ciò che attira l’attenzione alzando leggermente lo sguardo verso l’alto, è la poderosa mole del Castello che domina – dall’alto di un colle – tutta Brunico e la sua valle. A due passi dal centro storico, uscendo dalla porta orientale, con una breve salita attraverso un piccolo giardino che ne circonda la sua base, si raggiunge l’ingresso, caratterizzato da un ponte levatoio, del mastio centrale del Castello di Brunico.

Ma qui, a Brunico, le sorprese… continuano! Il Castello, che domina da un colle con i suoi 862 metri il centro abitato, fu costruito tra il XIII-XIV secolo. Esso oggi ospita, al suo interno, forse il più importante museo dedicato alla montagna: il M.M.M. (Messner Mountain Museum) RI. (dal tibetano “montagna”) PA. (“uomo”) Varcato il suo ingresso, è come entrare in un mondo diverso, un viaggiare in un lontano passato attraverso culture e civiltà lontane dalla nostra, elementi che esprimono forme d’arte e ne esaltano la bellezza. Sembra di poter rivivere le magiche atmosfere della vita e delle avventure di Messner attraverso un viaggio tra le popolazioni delle montagne dei cinque continenti, ove in un solo luogo sono raccolti i cimeli e le manifestazioni artistiche che le varie culture montanare nel mondo hanno prodotto nel tempo, oltre ad attrezzature alpinistiche di varie epoche. Continuando questo viaggio nel tempo, distribuito su più livelli, si percepisce – quasi a pelle – la sensazione che per i tanti amanti o frequentatori della montagna, oggi è possibile possedere tutta l’attrezzatura tecnica all’avanguardia, essere dotati dello zaino ultra-light, calzare gli scarponi del più innovativo materiale, indossare capi d’abbigliamento in microfibra prodotti in laboratorio e via così; tutti pronti per sentirsi novelli Bonatti o eredi di Messner.

Per quanto mi riguarda, invece, ho sempre pensato che per cominciare ad amare la “vera” montagna bisogna viaggiare, andare fuori, lontano, salire a piedi su montagne vere (meglio se chiamate Alpi); bisogna vivere la cultura della vera gente di montagna, vivere per qualche giorno (insieme a loro) su quegli orizzonti obliqui ove operano e lavorano in precario equilibrio. Dal piano terra fino ad arrivare in cima vi sono parecchie salette ricche di addobbi: dalle tende da scalata usate negli anni 50 ai vari attrezzi usati nei campi base stessi, tende degli sherpa, di tribù nomadi asiatiche, africane e persino di pellerossa del nord America. Non mancano mobili religiosi, riccamente intarsiati e colmi di oggetti simbolici, statue e manufatti d’artigianato tipico delle varie popolazioni con cui Messner è venuto in contatto ed infine tanti costumi tradizionali di popoli europei e di altri continenti. Dovunque gli occhi posano lo sguardo si resta incantati di quanta bellezza e cultura vi è nel mondo e quanto di tutto questo il buon Reinhold è riuscito a portare in Italia per farci vivere un’emozione unica come credo sia stata quella da lui vissuta.

Quando conobbi Messner, e mi fu concesso il piacere di poterlo intervistare, scoprii che dietro il “personaggio” mediatico c’era un mondo tutto da scoprire, c’era il valore autentico di un uomo che per la montagna ha dato tutto, perdendo pezzi del proprio affetto (un fratello morto in montagna) e pezzi della propria carne (sette dita dei piedi amputate per congelamento durante la tragica discesa dal Nanga Parbat nel 1970). Momenti e sensazioni che all’apparente facciata di un personaggio – per quanto possa essere scomodo e antipatico a molti – mi hanno restituito l’immagine di un uomo di montagna ricco di valori e denso di emozioni da testimoniare. Messner sta alle culture montane del mondo (valorizzando i popoli e gli ambienti), come la cultura della Sud Tirolo sta alle culture dell’Asia, del Sud America e dell’Africa. Il Messner Mountain Museum “Ripa” è dedicato a tutti i popoli delle montagne di tutto il mondo ed offre la mostra permanente “L’eredità delle montagne”. Messner ci racconta attraverso video multimediali ed una moltitudine di oggetti, di quadri e ricostruzioni di abitazioni, di tende e capanne, di come queste popolazioni d’altura riescano a convivere nelle impervie radure delle montagne da loro stesse abitate lasciandosi – semplicemente – accogliere dall’habitat primordiale.

Le gesta dei popoli che abitano la montagna determinano la vita e la storia della stessa e assicura la sopravvivenza a quote molto elevate; particolarmente coinvolgente e molto bravo è stato Messner nei suoi tanti viaggi a raccontare le religioni, la storia e la vita anche quotidiana dei Damara, i Dani, i Masai e i Tuareg… tutti popoli di montagna. È un museo straordinario ovvero fuori dall’ordinario; un museo dedicato alla gente (popoli e alpinisti) che vivono alle alte quote; in parte un viaggio mistico e in parte una collezione etnografica dove si incontra un mondo ricco di fede, tradizioni, usi e cultura che a noi uomini della civiltà industriale, frequentatori per svago di sentieri di montagna, ci commuove ed emoziona. L’esposizione stupisce per la qualità dei pezzi, la cura e il percorso; essa ruota intorno a due temi: 1) gli usi e i costumi dei popoli che vivono in un ambiente duro e ostile, come quello della alta montagna che spazia per tutto il mondo, ove sono presenti anche fetish africani delle tribù sui “Monti della Luna”); 2) la misticità intrinseca in questi popoli anche facendo similitudine azzardata, fra i Buddisti tibetani e i vecchi alpigiani dell’Alto Adige. Il percorso espositivo illustra le differenti culture, le religioni, gli aspetti della quotidianità fino a toccare le potenzialità (e i rischi) del turismo in un ambiente così delicato.

Il patrimonio della montagna che, da millenni, orienta la sopravvivenza dell’uomo in terre spesso difficili e – a volte – quasi inospitali. Inoltre vengono ampiamente illustrati interessanti cenni storici su popolazioni e piccole etnie altrimenti poco conosciute e scoperte anche grazie alle esplorazioni di Messner durante tutti i suoi viaggi attraverso le culture e nei paesi che il grande alpinista ha incontrato nel corso della sua vita e che oggi sono qui messi in bella esposizione come reperti, cimeli, tende, strumenti tecnici, particolari attrezzature e tanti oggetti che ha utilizzato e raccolto nei suoi tanti viaggi. Si mostra come la civiltà della montagna sia la stessa ovunque, e si fondi sul rispetto per la natura, sull’attaccamento alla propria terra, sulla solidarietà, sul rifiuto della civiltà consumistica. Infine, per scoprire, capire e conoscere in profondità il mondo della montagna (della vera montagna), bisogna “entrare” attraverso questi mondi generati da uomini come Messner ed altri e lasciarsi trasportare attraverso universi “paralleli” fatti di forza, di coraggio, di adattamento, di determinazione, di paura, di saggezza, di altruismo, di pietà, di sofferenza, di tecnica, di condivisione, di dolore… solo così, al di là di tutte le chiacchiere che possano esprimersi su come può essere vissuto l’ambiente montano, si può capire cosa è – realmente – vivere la montagna! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

MARRAKESH (Marocco, مراكش) dal vivace caos della MEDINA… ai silenzi meditativi di KOUTOUBIA!

Tre sono i principali luoghi da non perdere in questa magica “città rossa”, meglio conosciuta come MARRAKESH: il dedalo di vicoli, supportici e traverse del souk che si ramificano nella sua parte più vecchia (la MEDINA) dichiarata – fin dal 1985 – Patrimonio UNESCO; il vivace caos della piazza JEMAA el FNAA; e l’austera (e antica) “Moschea dei Librai” di KOUTOUBIA. La Medina è un qualcosa di inimmaginabile. Si tratta di uno sterminato numero di vicoli e vicoletti pieni di bancarelle e negozietti. Completamente coperto da tende di vario genere che quando alzi gli occhi in alto è difficile vedere un barlume di cielo e non si vedono punti di riferimento per cui è facilissimo rischiare di perdersi. I silenziosi cortili e i tortuosi vicoli che caratterizzano la MEDINA sono un continuo rincorrersi di souk colorati, che si alterna alla tipica architettura moresca e a giardini accuratamente nascosti.

Quello che noi oggi conosciamo come “città vecchia”, o “centro storico”, è tuttora completamente cinta di mura, che racchiudono al suo interno un universo di colori, odori, rumori; antichi monumenti, mercati (i vari Souk), quartieri (quali la Kasbah e il Mellah), ma anche hotel e dimore (i Riad), oggi ristrutturate e riportate ad un antico splendore un po’ come gli occidentali b&b. In questo intricato labirinto è facile perdersi percorrendo i vicoli dei souk senza una meta precisa; ove si alimenta il fascino per la scoperta, si è coinvolti dalla curiosità che ad essa conduce, riservando – di volta in volta – conquiste inaspettate e scorci di angoli insospettabili; tutto questo alternarsi di momenti alimenta gli occhi e l’anima, contribuendo a edificare nella nostra mente immagini e ricordi che, sicuramente, resteranno per lungo tempo impressi.

Racchiusa entro un cordone di mura color rosa (lunghe circa 19 km) che si ripete, come tante scatole cinesi, fino al margine della città moderna, la Medina altro non è che un contenitore di anime vaganti che si trastullano tra la vivace magia del momento, colori mai uguali a sé stessi e rumori che si rincorrono tra portali finemente decorati e vicoli ove scorgere la luce del sole risulta essere un’ardua impresa. Qui, anche ripassando dalle stesse strade ogni volta si hanno nuovi scorci e nuove sensazioni. Innumerevoli sono negozi che offrono ogni tipo di mercanzia, con particolare riferimento a spezie ed erbe, tappeti, ceramiche, pelletteria, artigianato di metallo battuto e terrecotte grezze o smaltate, cibi locali, colori e odori locali, laddove – trattare sul prezzo richiesto – è la tipica consuetudine locale.

Qui a Marrakech hanno tutti da fare. Chi cuce, chi salda e batte al tornio, chi prega, chi spolvera, chi bagna i pavimenti, chi traina un improbabile calesse ricavato da quattro assi poggiate su due ruote (di auto o di moto) e trainato dal flemmatico passo di muli o asinelli. L’atmosfera che si respira nelle viuzze piene di botteghe di cuscini, tappeti, piadine e frittelle preparate al momento, spezie in sacchi multicolori e vestiti su stampelle agitate dal vento risulta essere autentica, confusa, coinvolgente. Qui tutti vendono, tutti comprano; tutti corrono all’affannosa ricerca di qualcosa ma, spesso, nessuno sa che cosa! In questo allegorico caos di frenetici momenti ed elementi, due sole cose rendono calma e quieta l’atmosfera: la voce del Muezzin, che invita alla preghiera, e i gatti che si trastullano nei luoghi più impensabili.

La prima segna il tempo che sembra non esistere; per i secondi, invece, dormire infischiandosene del tutto è la più salutare delle azioni. Eccoci finalmente giunti in quel luogo considerato come un vero teatro all’aperto, l’anima pulsante di questa città: la Piazza JEMAA el FNAA, ove tutti sono attori e recitano una parte rendendo il posto unico nel suo genere: suonatori; danzatori; incantatori di serpenti; chioschi di spremute d’arancia, con bancarelle da cui salgono piramidi di agrumi e frutti d’ogni genere; banchetti che (espongono ed) offrono ogni sorta di cibo, dalle fritture di pesce alle carni sulla brace; tatuatori occasionali; domatori di scimmie. Una miriade di prodotti in vendita, tutti esposti senza il prezzo (qui in Marocco, e soprattutto a Marrakesh, la trattativa è una consuetudine).

I tanti e coloratissimi tappeti che si alternano ai costumi tipici della tradizione locale; e poi ancora i profumi, le essenze, gli olezzi dei cibi cotti al momento e i ritmi alienanti della musica popolare che si ripetono all’infinito. La piazza è il centro della vita (turistica, economica e commerciale) cittadina, mentre di sera, dal tramonto in poi – al calar del sole – si anima incredibilmente divenendo un autentico palcoscenico all’aperto in cui la musica tradizionale fa da colonna sonora con vari gruppi di “artisti” intorno a cui si raccolgono capannelli di gente coinvolti ad ascoltare con esibizioni di cantastorie, astrologi, suonatori, incantatori di serpenti, mercanti di qualunque genere di merce; qui l’atmosfera è indimenticabile, irresistibile, unica al mondo!

In fondo all’ampio viale che, partendo dalla piazza, si protende verso sudest, si staglia Il Minareto della Moschea di KOUTOUBIA che è sicuramente uno tra i più alti dell’Africa settentrionale; esso è ben visibile da ogni angolo della città e, come un faro, è un sicuro punto verso cui orientarsi. Considerata una vera “icona” di Marrakesh essa è una delle principali moschee islamiche ed è, senza dubbio, la più importante della città. Il suo nome, che in arabo significa “moschea dei librai”, indicherebbe l’esistenza, negli immediati dintorni, di un antico souk di botteghe in cui si vendevano libri e testi sacri sin dalla sua costruzione. Com’è risaputo, ma d’altronde non poteva essere diversamente, l’accesso alla moschea è preclusa ai non musulmani (noi ci contentiamo di ammirarne le fattezze, i colori e i materiali), e quindi la sua parte visitabile è limitata al percorso esterno lungo il suo perimetro.

Il Minareto della Moschea, conosciuta anche come il “faro” è una bella torre di epoca almohade simbolo di Marrakech e dell’intero Marocco, è realizzato a pianta quadrata di circa 12 metri di lato, per circa 70 metri di altezza; esso ospita sei sale sovrapposte, ed attorno ad esse, lungo il suo perimetro, corre una rampa, lungo la quale salivano i muli che portavano sulla sommità il materiale necessario alla sua edificazione. In cima al Minareto, una piattaforma con balaustra merlata, fa da base ad un lanternone alto circa 16 metri, che porta sulla sommità quattro sfere sovrapposte di diametro decrescente, realizzate in rame dorato. Una locale leggenda narra di come, inizialmente, le sfere fossero state fuse in oro, utilizzando i gioielli della moglie del sultano, accusata di aver rotto il digiuno del Ramadan.

Le quattro facciate del Minareto sono diverse tra loro, e presentano fini decorazioni con archi intrecciati, maioliche verdi e azzurre, pitture e stucchi. Ai suoi piedi si aprono i suoi splendidi giardini ricchi di palme, aranci e panchine su cui rilassarsi e prendere fiato dal caos della piazza principale e dei souk. Qui un tempo, dall’alto della sua sommità, il muezzin (sorta di sacerdote) richiamava l’attenzione, con la voce distorta dal megafono, invitando alla preghiera tutta la popolazione; oggi invece una voce preregistrata, quasi come un canto/lamento, invita lo stesso alla preghiera ed anche se i musulmani sono intenti nelle loro faccende quotidiane, non hanno necessità di fermarsi e pregare, basta scorgere con lo sguardo indiscreto il loro labiale, siate certi che stanno pregando! Marrakesh, autentico biglietto da visita per scoprire uno degli infinitesimi angoli dell’Africa; ma siamo sicuramente certi che addentrandosi verso le desolate terre dell’interno, fra deserti in roccia e terra rossa e montagne oltre i 4000 metri d’altezza, questa terra riserva – e ne siamo certi – ancora innumerevoli sorprese…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Itinera Fidelis ad Felix Civitas Lauretana: 2 tappe sulla “Via per Loreto” da Colfiorito (PG) a Tolentino (MC)

In cammino lungo la “Via Lauretana”, dall’Umbria (Assisi, PG) alle Marche (Loreto, AN). Per i pochi giorni a disposizione ci siamo incamminati da COLFIORITO (PG) fino a Loreto, quel Santuario della Madonna, ove la “sua” Casa di Nazareth fu qui condotta, pietra su pietra, dal volo degli angeli. Miracolo, leggenda, fede, storia…? Poco importa! Ciò che ha significato per noi sono stati i luoghi attraversati, gli incontri con la gente del posto, le storie che si intrecciano, la disponibilità e l’accoglienza ricevuta. Colfiorito, estremo lembo di terra umbra che s’affaccia sul marchigiano, si protende sull’ampio altopiano di Colfiorito, immensa distesa prativa buona per il pascolo delle greggi e luogo privilegiato ove mangiare del buon formaggio di capra.

Nel mezzo, al centro di questa vasta distesa, sorge l’antichissimo complesso della Basilica di Plestia, punto cruciale di fede, storia e spiritualità in quest’angolo di confine ove tutto è silenzio tranne che i belati delle pecore accompagnate dal suono dei campanacci; scarsa, se non addirittura assente, la presenza antropica. Sulla provinciale, a pochi metri, compare il “limite” umbro/marchigiano tra le provincie di Perugia e Macerata; interminabili distese di campi sapientemente curati, determinano un orizzonte che si perde per chilometri. Le poche case della borgata di Taverne, anche se ristrutturate nel complesso, recano ancora le “cicatrici” del terremoto del 2016 che qui ha colpito duramente. Il cammino tende a raggiungere il termine del pianoro, proprio nel punto in cui questo sbuca sulla rotabile, all’imbocco della stretta valle del Chienti.

Solo il rumore del ruscello che scorre in basso a destra e qualche motore di mezzi agricoli, fanno da colonna sonora a questo ambiente. Si attraversa la cortina delle silenziose case di Serravalle del Chienti, il primo centro marchigiano che s’incontra sul tracciato della Via Lauretana; per strada nessuno, e non è per il cattivo tempo, usci di porte chiuse e finestre sbarrate, varchi opportunamente sigillati da travi in legno come temporanea soluzione in previsione di – quando avverrà – una ricostruzione o ristrutturazione del preesistente. Diverse edicole sacre lungo la strada testimoniano da sempre l’importanza (e la frequentazione) storica del passaggio di pellegrini e fedeli sulla via per Loreto. Il cammino penetra sempre di più all’interno della gola del Chienti fino a raggiungere le poche case della borgata di Bavareto, che ha subito la stessa sorte di Serravalle: abitazioni chiuse e nessuno per strada!

Una deviazione a destra consente di lasciare la Provinciale e di raggiungere il Mulino di Malagna, complesso sistema di regolamentazione delle acque del Chienti, ove l’ingegneria idraulica è ben integrata con l’ambiente circostante. Quel poderoso maniero che si staglia sull’orizzonte, appena offuscato dalle nuvole basse, è la Rocca di Varano che domina il caseggiato di MUCCIA, anch’esso colpito duramente dal sisma del 2016. Da qui optiamo per risalire attraverso boschetti di crinale e vallette scoscese, lungo piste bianche ed ampie vedute paesaggistiche che s’aprono sui campi bagnati dalla pioggia, fino a raggiungere le prime case di CAMERINO. Non si lascia Camerino se non si va a conoscere la possente Basilica di San Venanzio, col suo ampio colonnato della facciata. Rinomata località di studi, con la famosa Università, numerose case ed edifici restano chiusi e “sigillati” sempre in seguito al recente terremoto.

Si riaggancia nuovamente la strada di fondovalle del Chienti, in prossimità della Rocca Varano (omonima ma non uguale alla prima) passando attraverso le borgate di Bistocco e Valcimarra (disabitate e ingabbiate dal doposisma) fino a raggiungere l’estremità occidentale del lago (un invaso) di Borgiano. Da qui, lasciati la Statale 77 si costeggia la parte meridionale del lago fino a salire sul borgo di Pievefavera con panorami sulla valle e lo specchio lacustre. Proseguendo lungo il cammino lauretano attraverso un’ampia zona che s’apre al centro della vallata del Chienti si superano, in successione, prima Caldarola e poi Belforte del Chienti. Ora la strada scorre nuovamente al centro della stretta gola “chientiana” fino ad aprirsi in una spianata eccessivamente antropizzata dalla presenza di un’area industriale e sfiorare un successivo invaso, il lago delle Grazie. Da qui, in breve, si perviene all’imbocco dell’abitato di TOLENTINO varcando la suggestiva porta d’accesso (con torre) del Ponte del Diavolo che immette nell’antico borgo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)