MARTA (lago di Bolsena, VT): ultima dimora di Amalasunta, Regina dei Goti…!

Siamo nell’alto Lazio, nel viterbese; qui capita spesso di incrociare vie e strade che conducono in posti meravigliosi e – talvolta – sconosciuti e poco frequentati dal grande flusso del turismo di massa, oppure visitati frettolosamente. Ma se capita di giungere in un assolato pomeriggio, dopo aver attraversato un bellissimo viale di platani che offre ombra e riparo dalla canicola, ove solo il canto delle cicale si alterna al leggero brusio di una lieve risacca appena percepita, allora affacciatevi lungo il bordo alla sponda lacustre: siete a MARTA lungo le cristalline acque del lago di Bolsena; uno specchio d’acqua di origini vulcaniche che rende questo luogo una tra le più belle skyline lacustri d’Italia.

Marta è un villaggio di matrice medioevale, dominato dalla sua bellissima Torre ed ha un pittoresco borgo di pescatori (caratteristico per il loro “tiro” delle reti) con le sue case affacciate sul lago tutte colorate in tinte pastello. Il paese è inserito in un’autentica cornice paesaggistica che sembra emergere da un lontano passato che qui – tra i suoi vicoli, le rampe, le corti e i portali – sembra essersi fermato per sempre; il tutto è inserito in un incredibile contesto storico, naturalistico e antropico di pregevole ambientazione.

Il borgo si evidenzia per essere un posto davvero tranquillo, ove non è raro incrociare anziani a passeggio tra le ombre dei vicoli, oppure signore intente nel raccontarsi i “fatti della giornata” tra un balcone e una finestra e che non disdegnano affatto di aprirsi a colloquiare col forestiero di passaggio consigliando loro cosa vedere e, perché no, anche dove poter mangiare specialità ittiche pescate direttamente dal lago.

Il suo lungolago oltre ad ospitare tutta una serie di tipici locali, e ad offrire la possibilità di compiere piacevoli e rilassanti passeggiate, è il luogo d’incontro degli abitanti locali che chiacchierano in circolo, oppure su improvvisate sedie, mentre l’orizzonte offre la visione di spettacolari scorci paesaggistici soprattutto al tramonto, ove i colori cambiano le sfumature del giorno e la rilassante visione dell’acqua restituisce emozioni e sensazioni fuori dal tempo davvero uniche, coi suoi fondali dalle incredibili trasparenze e la sabbia d’origine vulcanica delle strette spiaggette.

Sullo sfondo dell’orizzonte lacustre emergono le due isole di Martana (custode della triste fine della regina dei Goti Amalasunta che qui venne strangolata) e Bisentina, la cui visuale viene spesso (e piacevolmente) interrotta dal volo planare a pelo d’acqua di anatre, folaghe e aironi. Marta è una delizia sia per gli occhi (c’è tantissimo da vedere e conoscere) che per la mente ed il cuore ove l’anima ritrova, durante tutto il periodo della permanenza, un proprio rasserenante equilibrio.

Affacciandosi dalla panoramica balconata ai piedi della Torre ottagonale, c’è la possibilità di godere di autentiche sensazioni di pace, serenità e tranquillità ove la vista sul lago, dall’alto dei tetti del borgo antico costellati dai caratteristici nidi dei gabbiani, fa da sfondo a momenti di intenso relax; mentre quel caseggiato che chiude la cornice paesaggistica verso occidente, è il borgo di Capodimonte.

Marta, sulle sponde del lago di Bolsena vale, più che una fugace visita, davvero una piacevole e rilassante sosta e – perché no – una permanenza, magari anche solo per un weekend, se non altro per riconquistare attimi di relax che spesso sfuggono al nostro scorrere del tempo, e che molto spesso non vengono più goduti come si merita. Non tralasciate di venire a Marta, tra i suoi vicoli silenziosi, la piacevole cucina locale e l’accoglienza degli abitanti; qui, più che altrove, l’ospitalità è… un “patto d’amicizia” col forestiero di passaggio! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

monte PATERNO (Dolomiti): tra sfide alpinistiche, colpi di cannoni e affondi di baionette…

Camminare attraverso il “cuore” di quello che fu uno tra i più grandi teatri di guerra degli scontri bellici del Primo Conflitto Mondiale che vide fronteggiarsi soldati italiani ed austro-ungarici, ha un qualcosa di incredibilmente irresistibile. Lasciare le proprie impronte lungo i sentieri di questo monte Paterno, i suoi tornanti, i resti di fortini, le buche di trincee e le caverne in cui hanno camminato e vissuto militari di entrambi gli schieramenti, ci riporta alla mente di quanta straordinaria bellezza naturalistica e paesaggistica riuscirono a godere quelle migliaia di giovani soldati che erano li – su questa linea di confine – a tenere le posizioni ben salde e a cercare di non farle cadere in mano del nemico.

Siamo al cospetto di quelle che sono – a ben ragione – considerate le montagne più belle del mondo: le Drei Zinnen (le Tre Cime di Lavaredo) che abbiamo già conosciuto (e percorso) per mezzo del suo itinerario a circuito che ne cinge le pendici in un periplo da mozzare il fiato. Questa volta siamo ancora a percorrere un circuito, ma di una tra le più importanti (e imponenti) montagne del gruppo dolomitico: il monte Paterno che si erge – solitario e immerso all’interno di un contesto roccioso selvaggio e silenzioso – tra le più belle cime di tutte le Dolomiti.

É un itinerario, questo, che offre numerosi spunti sia naturalistici e paesaggistici, che storico e culturali. Ampi ghiaioni ricolmi di ciottoli e detriti che lambiscono il bordo del sentiero stesso, conoidi che si innalzano verso le alte creste e una serie di piccole insenature, che al loro interno ospitano interessanti spunti per climber e rocciatori. La Prima Guerra Mondiale qui ha lasciato, in questi territori, segni e ferite ancora profonde. La linea del fronte austro-italiano passava proprio sulle creste delle montagne che circondano tutto l’orizzonte, laddove i resti di trincee, camminamenti sotterranei, monumenti commemorativi e reperti sono ancora ben visibili.

Muovendosi dal Rif. Lavaredo si segue la larga pista che sale verso la Forcella di Lavaredo fino a giungere, in breve, in prossimità dei resti di un fortino della Grande Guerra; qui si prende a destra per avvicinarsi in prossimità del Lago di Lavaredo (2054 m, uno specchio d’acqua misurato e dalle ridotte dimensioni, piccolo miracolo della natura) sulla cui superficie si riflette la “triade” delle cime più orientali del gruppo delle Tre Cime di Lavaredo ossia la “Piccola”, la “Punta di Frida” e la “Piccolissima”. La figura del Rifugio in lontananza si fa sempre più piccola, fino a divenire un tutt’uno con la natura circostante ove si confonde con i massi rocciosi sparsi tra questi verdi prati appena pennellati dalle piccole radure alpine.

Senza esitare, si prende un nuovo sentiero che immette – con una full-immersion – nel silenzio e nella solitudine più assoluta. La discesa, su per una larga mulattiera che degrada lungo i fianchi della Croda del Passaporto, aggira la Torre Tito per giungere – infine – alla base del Ciadìn del Passaporto (Passportenkofel, 2719 m). Durante la discesa, laggiù in basso verso destra, s’apre il vasto terrazzamento pascolivo del Pian di Cengia Basso mentre, verso oriente, emerge maestosa la bastionata della Croda dei Toni. Questo piccolo pianoro accoglie, in un leggero avvallamento al suo centro, uno specchio d’acqua che – riflettendo le aspre cime che si stagliano sull’orizzonte – forma un palcoscenico naturale di grande effetto visivo.

Nella Val di Cengia, raggiungendo il Pian di Cengia, si risale su una comoda mulattiera militare che ci permette di superare un gradone e, dopo aver superato una breve discesa, raggiunge il pianoro dove si trova il laghetto di Cengia incastonato in uno spettacolare scenario naturalistico e ambienta-le difficile da dimenticare. Presso un masso che emerge dall’acqua una breve sosta consente di al-lungare lo sguardo lungo bastionate rocciose e praterie d’altura con fazzoletti erbosi che, tra piccole fioriture che resistono alle intemperie, s’aprono tra le rocce in cui riescono a trovare vita; piccoli scorci paesaggistici in cui poter incorniciare la giusta scenografia in un panorama molto simile ad una meravigliosa platea naturale.

Proseguendo sulla sponda sinistra del laghetto si incontra il “monumento” eretto per la commemorazione di 12 artiglieri morti in una valanga il 25 febbraio 1916. Subito dopo si risale con ampi tornanti che serpeggiano lungo una faglia ghiaiosa fino al bivio che – sulla destra – porta al bivacco De Toni. Il percorso prosegue, invece, più avanti ove passa accanto a diversi ruderi (profonde buche di gallerie e trincee scavate nella roccia) militari della Grande Guerra; qui non è raro scorgere, tra zolle di terra rimosse e i fasciumi d’erba, le marmotte che – incuriosite – sbucano tra le pietre di questi ruderi richiamate dal rumore dei nostri passi sul sentiero. Più in là, poco sopra il nostro orizzonte, comincia a scorgersi la Forcella di Cengia.

Raggiunta la Forcella Pian di Cengia si prosegue a destra per un sentiero roccioso che – a tratti lungo una passerella in legno – si alterna con un bordo (sx) addossato alla parete rocciosa e con uno strapiombo (a dx) che che sprofonda in basso. Giunti in prossimità di un crocefisso in legno il panorama va ulteriormente allargandosi lungo una skyline montuosa composta da cime come il: monte Rudo, la Croda dei Rondoi, la Torre dei Scarperi, la Torre di Toblin, le cime Bulla e Piatta della Roccia dei Baranci. Dopo una breve salita e una cengia attrezzata si raggiunge finalmente il Rifugio Pian di Cengia (2528 m) entrando, ufficialmente, in territorio altoatesino.

Il Rifugio Pian di Cengia si incastona su di un piccolo pianoro ed il contesto paesaggistico in cui giace sembra di essere avvolti da un tempestoso oceano composto da rocce e profondi baratri. all’interno di questo mare di roccia. Il rifugio è completamente costruito in legno; esso vanta davvero una posizione privilegiata, incastonato com’è fra le rocce dolomitiche e circondato da un panorama che di più belli è difficile trovarne; al suo interno, tra una bevanda calda e i dolciumi preparati da poco è possibile godere di una vista su di un paesaggio tra i più incredibili al mondo, proprio nel cuore delle Dolomiti tra Alto Veneto e Trentino.

Si ritorna nuovamente presso la Forcella Pian Di Cengia e qui, ora, il paesaggio mura radicalmente: s’apre, poco più avanti, un tratto di sentiero molto spettacolare. Esso scende vertiginosamente lungo versanti e doline attraverso una bellissima gola al cospetto di grandi pareti rocciose che offrono punti panoramici verso settentrione, dove s’impenna una di vette e cime rocciose di una spettacolare bellezza quasi indescrivibile. Laggiù in fondo è già ben visibile uno specchio d’acqua che va dal blù intenso al verde giada e che riflette, in modo del tutto naturale, i verdi alpeggi che lo circondano e le guglie che s’impennano creando, così, una cornice naturale di grande effetto visivo.

Laggiù, nel fondo, si comincia ad intravedere la piccola sagoma del celebre Rifugio Locatelli, continuando sempre a camminare lungo il ghiaione settentrionale del monte Paterno. Ora da qui il paesaggio sembra definitivamente mutare ad ogni passo, offrendo – di volta in volta – vedute e scenografie ambientali di pura magia: un incredibile susseguirsi, che al tempo stesso è intriso di maestosità e romanticismo, di vette dolomitiche, con tappeti erbosi che, a malapena, ricoprono lo spazio fra le bianche rocce, con una intricata rete sentieri che conducono in più direzioni, tra nuvole danzanti, piccole lingue di neve e ghiaccio permanente e specchi lacustri intrisi di magia incanto.

Dopo ripetuti e interminabili saliscendi ove – spesso – volgendosi all’indietro ci si rende conto della maestosità dei versanti settentrionali di questo monte Paterno, si sbuca finalmente presso l’Alpe dei Piani ove i due specchi lacustri (di Bodenseen, 2340 m) che si stagliano laggiù in fondo a destra, da sempre rappresentano una delle più iconiche, belle e conosciute “cartoline” in cui giace il Rifugio Locatelli; se tutto ciò non è una delle tante visioni del Paradiso, accostare tutto ciò ad uno dei “Tre Regni” non può essere considerato blasfemia! Da qui si affronta l’ultimo tratto in salita, corto e leggero ma non faticoso, che offre uno degli ultimi istanti di silenzio, di pace e di tranquillità prima di giungere a ridosso del Rifugio (2450 m).

Qui, tra queste cime che hanno visto immolare la vita di centinaia di giovani soldati per difendere pochi metri di terra lungo i confini, ancora oggi è possibile vivere pienamente l’avventura e le emozioni offerte dalla montagna per mezzo dei suoi silenzi, dei suoi colori, delle sue atmosfere, ma soprattutto anche dall’accoglienza e dal calore delle popolazioni che le abitano e le vivono, nella tranquillità di luoghi esclusivi ricchi di fascino, storia e meraviglia. La montagna non è solo aspra natura e ambienti selvaggi; qui ogni roccia racconta più di una storia, dalle esaltanti sfide alpinistiche per la conquista delle cime più ardite, alle tragiche sfide tra gli uomini contese a colpi di cannoni e baionette. (testi ©Andrea Perciato; photo ©A. Perciato)

ANTHÖLZ/ANTERSELVA Rasun (BZ), la cultura del “maso” a quattro passi dal cielo

Luoghi magici avvolti da leggende. Un popolo ospitale e accogliente, una natura incontaminata allo stato puro: suoni, profumi e colori di ambienti unici. Su tutto il silenzio delle ardite montagne e degli immensi boschi del Süd Tirol. Il frastagliato gruppo di creste montuose delle Vedrette di Ries, che si ergono alla fine della valle di Anthölz-Anterselva (Rasun), forma un netto contrasto con la docile ambientazione della pianura.

Siamo tra i 1000 e i 1300 metri d’altezza, a ridosso tra i confini determinati dalla natura e quelli stabiliti dagli uomini; praticamente un habitat di frontiera dove le sorprese non mancano, in una lunga valle dai verdi tappeti prativi in cui spiovono le boscose pendici di aspre e geometriche cime montuose. Un silenzioso nastro d’asfalto serpeggia attraverso tutta la valle che da Rasun (Anterselva/Anthölz di sotto) passa per Anthölz di Mezzo ed Anthölz di Sopra, fino al lago di Anterselva per poi salire, lungo un tortuoso pendio, fino a raggiungere il Passo Stalle, entrando così in Austria.

La Valle di Anterselva si sviluppa proprio lungo i margini della frontiera, come uno spazio vitale armoniosamente distribuito proprio lungo i confini: a nord il Passo Stalle segna appunto il confine con la valle Defreggen in territorio austriaco. Le alte e increspate vette del Parco Naturale Vedrette di Ries-Aurina determinano la skyline che si staglia in fondo alla valle, ai cui piedi il paesaggio si estende con ampie radure prative, da cui partono le tracce di numerosi sentieri con diversi gradi di difficoltà.

Qui, ad Anthölz/Anterselva durante i rigidi inverni, al caldo dei camini accesi, i racconti, tramandati oralmente da nonno a nipote, si rincorrono di maso in maso. Le refole del vento scivolano dalle pendici montuose e riecheggiano tra le alte chiome dei boschi, ove l’acre profumo di resina seduce per la sua essenza dolce e acerba, mentre le travi dei tetti di antiche baite lanciano flebili scricchiolii. Nei lunghi pomeriggi estivi, invece, prima che il sole cada dietro i profili montuosi, per tutta la valle regna il silenzio che dona sensazioni di pace e tranquillità. Bastano pochi chilometri di cammino lungo un qualsiasi sentiero che sale dalla valle alle vette per innamorarsi per sempre di questa perla del Südtirol.

Anthölz/Anterselva è una valle laterale della Pusteria che da Valdaora/Olang si protende per 20 km verso settentrione e termina al confine con l’Austria al Passo Stalle (2052 m); al di la del valico ci troviamo nel Tirolo orientale. I centri principali della vallata fanno capo alle tre principali frazioni di Anthölz/Anterselva di Sotto, di Mezzo e di Sopra. Gli insediamenti umani sono dislocati prevalentemente nel fondovalle ad un’altezza fra i 1090 e i 1550 metri. I pochi masi di montagna che ancora resistono si trovano quasi tutti lungo il versante esposto al sole. La valle di Anthölz/Anterselva è chiusa e protetta a nord dalle alte muraglie granitiche delle Vedrette di Ries (3435 m).

Anterselva di Sotto (a circa 1100 m) è quel bel villaggio di case bianche dai tetti in legno, dove si erge la guglia del campanile che si staglia sulla linea dell’orizzonte. La caratteristica del fondo della vallata, solcata dalle acque del torrente e dai margini della foresta, si evidenzia per essere una bella e lunga prateria verde. Muovendosi dal villaggio di San Florian e superata la provinciale, si cammina in lieve discesa per uno stradello di campagna che si snoda attraverso bei muretti in pietra a secco sistemati dai valligiani. Superati il ponticello sul fiume, si volge a destra e si continua a scendere attraversando i margini del caseggiato.

Sulla via campestre (Freizeitzone) che solca la sinistra orografica del torrente, un chilometro dopo le ultime case e appena nascosto dalla cortina degli alberi, compare lo splendido specchio lacustre del laghetto di Fischteich, area appositamente attrezzata per trascorrere qualche ora di svago e per piacevoli pic-nic. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Val CODERA (SO)… una “leggendaria” valle nel cuore delle Alpi Retiche

Tra le Alpi Retiche centrali giace una valle, molto simile per natura e ambienti, a tante altre che si ramificano lungo i versanti alpini; ma questa in particolare – conosciuta come Val CODERA – conserva un fascino tutto particolare perché intrisa di storia e di avvenimenti che l’hanno resa, nel tempo, leggendaria! Esplorando la Val Codera è come immergersi in una particolare esperienza che ci condurrà alla scoperta del mito e della leggenda delle “Aquile Randagie“, della loro clandestinità tutelata dal “Baden” e da “Kelly”; della infaticabile e sempre disponibile (oggi non più tra noi) Romilda; dei contrabbandieri e dei rifugiati/profughi politici… e ancora tante altre storie! Un luogo magico, ricco di fascino; laddove ogni pietra, ogni albero, ogni ruscello, ogni alito del vento parla di avventura, di amicizia, di condivisione! Un’avventura che, per chi la vivrà, rimarrà per sempre scolpita… nel cuore!

Oltre alla struggente bellezza dei luoghi, dei panorami e dei paesaggi alpini, l’alone leggendario di cui è intrisa questa valle, offre di camminare andando alla scoperta, delle tracce e dei segni, lasciati delle mitiche “Aquile Randagie”. Qui – in questa valle – un gruppo di adolescenti (scout cattolici dell’ASCI) che disse no al Fascismo, datisi alla clandestinità, nel 1935 era sovente, il sabato sera, prendere l’ultimo treno che da Milano giungeva a Colico alle 20.00 di sera. Qui, dalla stazione iniziavano un lungo cammino a piedi (14 km circa) fino a Novate Mezzola per poi prendere l’arduo pendio roccioso fino a giungere nella Val Codera e terminare la salita (in 3 ore) alla Capanna Brasca, ove stabilirono il loro nascondiglio ideale e adottarono un nome che li avrebbe trasformati in leggenda: le “Aquile Randagie”.

L’unica valle di tutto l’arco alpino – al centro di un autentico paradiso fatto di pietra, di profumi e di silenzi – senza la presenza di strade asfaltate e raggiungibile solo a piedi o in elicottero. É questo il biglietto da visita per chi desidera avventurarsi nell’ascesa alla conoscenza ed alla scoperta della Val Codera. Ma questa è una storia che parte da ben oltre 40 anni fa. Era il settembre 1983, e mi trovavo a camminare – per la prima volta – attraverso un paesaggio mai visto fino ad allora: circondato, letteralmente, da quelle che io ho sempre considerato, le montagne più belle (oltre a quelle dell’Himalaya o delle Ande) al mondo e che non avevo ancora calpestato coi miei scarponi: le Alpi. 40 anni fa ero lì per vivere una importante esperienza di “vita” e di “formazione” scout, e di trekking (almeno in Italia, fino ad allora, ancora non si conosceva bene cosa fosse e cosa potesse significare questo termine!)

La Val Codéra è una delle più belle, selvagge e incontaminate di tutta la Valtellina. Il percorso che sale direttamente in Val Codera parte dal comune di Novate Mezzola (Sondrio), dalle sponde dell’omonimo lago situato all’estremità settentrionale del lago di Como. La valle è nota come uno dei più begli esempi di valle alpina preservata nel suo aspetto originario grazie all’assenza di strade: è infatti ancor oggi servita solo da una mulattiera. Raggiunto un piazzale sterrato in località Castello, sono ben visibili le indicazioni per Codera che, per alcuni gradoni, salgono alla sinistra, in corrispondenza dell’inizio del sentiero (fontanino); un percorso che s’apre tra ampi scorci panoramici sui laghi di Como e di Mezzòla, sale per la “Mulattiera delle Scale”, duemilacinquecento scalini che si inerpicano sui ripidi versanti attraversando boschi di castagni, eriche, betulle e frassini, tra i numerosi tornanti, le gigantesche muraglie in granito e i profondi precipizi che rinchiudo (alla vista, e proteggono) la valle proprio come una fortezza.

Il primo tratto dell’impervia salita – che termina poco prima dell’abitato di Codera – si presenta molto impervio. La pendenza del sentiero è piuttosto sostenuta e i tornanti, che sembrano non finire mai, si fanno sempre più articolati; i resti arrugginiti di un vecchio scavatore abbandonato compaiono, improvvisamente, sulla sx accanto alla parete rocciosa. Più avanti si attraversa un castagneto fino a raggiungere una cappella da cui si può godere di uno splendido panorama sugli specchi lacustri di Mezzola e, più oltre, di Como circondati da imponenti montagne come il Legnone; più sotto scorre, in una stretta e profonda forra, il torrente Codera di cui si avverte l’eco dello scrosciare dell’impetuosa corrente. Si continua ancora per una ripida scalinata che porta tra le prime case del piccolo villaggio (abbandonato) di Avedeé (m 790); lungo il sentiero, che da qui diviene pianeggiante, si scorge la piccola chiesetta di Sant’Antonio.

Continuando a salire si passa sotto un paramassi, conosciuto come “Grondan dal mut” da dove gronda acqua tutto l’anno. La valle è importante per il suo patrimonio floro-faunistico; di grande interesse naturalistico tra le specie floristiche si evidenziano quelle tipiche di un clima mediterraneo, come la ginestra, e quelle più propriamente alpine, come il rododendro e il pino mugo. La presenza del torrente Codera, che attraversa la vallata e scorre laggiù in fondo a sinistra, ha un’importanza fondamentale per il mantenimento di questo ampio e complesso ecosistema. All’esterno di un tornante, accanto a un cartello e posto su una roccia, troviamo una piccola croce – completamente avvinghiata da molteplici fazzolettoni multicolorati – in memoria di uno scout che qui, per un incidente, ha perso la vita. Ormai Codera è vicina e sulla destra troviamo una piccola croce con una cappella affrescata (Madonna e Santi) con alcuni scheletri che ammoniscono: “Ciò che noi fummo un dì voi siete adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso“; subito dopo, alla destra, compare il piccolo cimitero di Codera.

Superati alcune cappelle votive ed il piccolo camposanto, un lungo muro in pietrame compare sulla sinistra e lascia scorgere, poco alla volta, l’erto campanile di Codera che s’impenna proprio lì davanti a noi. Eccoci alla soglia d’ingresso nella piazzetta ricoperta d’erba prativa, di CODERA; costeggiando l’imponente campanile staccato dal corpo della chiesa di S. Giovanni Battista eretta nel XVI secolo, con uno sguardo si riconoscono le vecchie case del villaggio di Codera, mentre a destra c’è il Rifugio “La Locanda”. Scoprire uno degli ultimi paesi raggiungibili solo a piedi o in elicottero, e l’architettura di antichi nuclei costruiti utilizzando il granito sanfedelino. Ci porta a conoscere questo piccolo gioiello di architettura rupestre, nascosto nel cuore di una valle dal fascino wilderness, tra rocce, laghi e montagne. Proprio alle rocce si associa l’etimologia del nome. Secondo la tradizione che si tramanda da generazioni, Dio, quando creò il mondo, si vide avanzare un mucchio di pietre e le distribuì tra gli uomini in questa valle. Le case sparse un po’ alla rinfusa nella valle utilizzarono questo “dono” piovuto dal cielo, per cui Codera/Coeder deriva da “cote” sta per masso.

Qui a Codera il grande protagonista è il “sanfedelino”, il granito chiaro con cui sono state erette la maggior parte delle case della valle. In queste zone della Valtellina e della Val Chiavenna i locali estraevano il granito per le loro necessità già fin dall’XI secolo. Per molti anni il “picapréda” (colui che picchia/scalpella sulla pietra, gli scalpellini che per oltre un secolo hanno estratto granito per portarlo sulle strade di Milano, Piacenza, Bologna e Parma) fu un mestiere marginale poichè l’intera comunità traeva sostentamento per vivere dal taglio dei boschi, dagli allevamenti degli alpeggi, e dall’agricoltura. I balconi e i terrazzini fatti in pietra con balaustre in legno finemente decorati che, sporgendosi, si affacciano su stretti viottoli oppure sui rigogliosi orti terrazzati dove crescono patate e fagioli, orzo, segale, granoturco danno al villaggio quell’immagine bucolica di un passato che qui, tra queste montagne, non è mai andato via.

L’economia del piccolo nucleo abitato di Codera si regge su agricoltura e turismo; una volta qui, proprio nella piazzetta, c’era anche un anziano “artigiano dei boschi” che realizzava (e vendeva ai tanti escursionisti di passaggio) bastoni da montagna ricavati dai rami di betulla. Famoso per tutto l’Ottocento grazie all’estrazione del granito, oggi Codera è un vero e proprio gioiello tutto da custodire e proteggere. Attraversare le sue strette viuzze, le rampe in pietra e i suoi profumati giardini, si avverte l’impressione di essere come in una cartolina: la sua piccola scuola, il vetusto ufficio postale, i lavatoi in pietra, i tetti spioventi di lastre in granito/ardesia che poggiano su loggette in legno, incorniciano questo particolare luogo in cui gli unici rumori (o suoni) che si avvertono sono quelli dell’acqua e del vento. L’atmosfera che aleggia intorno sembra alternarsi tra una fiaba e le ovattate sensazioni di benessere e tranquillità che solo un villaggio come questo riesce ad offrire: qui tutto si è conservato nei secoli grazie all’isolamento che ha preservato il centro abitato dal passaggio di eserciti e contrabbandieri sulle vie di fuga attraverso i valichi di montagna.   

Uscendo dal paese di Codera, la valle si apre nel frastuono dell’acqua ove l’escursionista ha la possibilità di poter trovare sempre e ovunque acqua lungo il cammino e, soprattutto nei mesi più caldi, anche la possibilità di poter effettuare un bagno nelle fresche pozze che si trovano poco fuori a monte del paese. Poco dopo raggiungiamo un’altra fontana mentre un cartello indica, sulla destra, la ex “Centralina” che un tempo conteneva le turbine che fornivano energia elettrica a Codera; oggi questa viene utilizzata (e gestita) dagli scout come campo base per le proprie attività. Da qui in poi il sentiero attraversa le baite di Tiune (tiunée, da tiùn = pino silvestre), i casolari di Beleniga (belénich), il maggengo di Saline (1085 m); tutto luoghi, questi, che un tempo erano abitati tutto l’anno dai “picapréda” e che oggi sono frequentati dalle terze generazioni di chi estraeva granito o dagli scout, che qui ritornano per onorare (e conoscere e riscoprire) le leggendarie gesta della mitica squadriglia di esploratori delle Aquile Randagie, un gruppo di scout clandestini la cui storia risale al periodo del fascismo.

Subito dopo ha inizio una strada sterrata, di recente costruzione (e peraltro incompiuta!) che percorre la parte superiore della vallata, a volte costeggiando il vecchio sentiero e – spesso – sovrapponendosi allo stesso; un incredibile scempio utilizzato da qualche moto enduro (per chi vive quassù durante l’estate) portata fin qui dall’elicottero. Le baite senza riscaldamento ed elettricità punteggiano la mulattiera: sullo sfondo si scorge il pizzo Barbacan e l’omonimo passo (2598 m), che interseca il Sentiero Roma. Di tanto in tanto si incrociano, sulla pista, delle canaline in legno poste di traverso al percorso, utilizzate per lo scolo delle acque piovane. Tutt’intorno ci sono dei massi mentre la vegetazione è ormai ridotta a qualche sporadica betulla; un ruscello attraversa la sterrata passandole sotto in un tubo. All’altezza della cappella del Sabiun, situata all’ombra di un acero in una zona fresca in quanto battuta dalla corrente d’aria proveniente dalla gola della Balèniga, si sale a sinistra per un sentiero che attraversa il torrente con un ponticello traballante lungo, stretto, con due funi ai lati come protezione e un tubo nero sospeso sul lato destro che passa per le vecchie case dei villaggi (ormai completamente disabitati) di Saline e Piazzo per poi scendere fino a ritornare sulla sterrata.

Ormai la valle (la parte alta di Codera, il suo cuore/polmone fatto di boschi e di creste rocciose protese nel cielo da incredibili pareti, comincia ad aprirsi in tutta la sua ampiezza, offrendo – agli occhi – tutta la sua magnificenza con le aspre vette del Pizzo Ligoncio e la Punta Sfinge. Superate una serie di case dirute ed orti sparsi quasi in piano, tra l’erba di un prato, aggirando il piccolo borgo di Piazzo, proseguiamo tra gli alberi, in prevalenza larici, e piccoli prati, fino a raggiungere Stoppadura dove troviamo delle case di pietra, quasi tutte ben sistemate, e una fontana con vasca in legno (1180 m). Qui, nelle vicinanze, si ergono due curiosi segnavia con tettuccio in legno che indicano la direzione per il Rifugio Bresciadega (5 minuti) di cammino ed il Rifugio Brasca (30 minuti). Raggiunti finalmente il pianoro ove sorge l’abitato di Bresciadega (1214 m), il primo edificio che compare sulla destra è il Rifugio Bresciadega, magistralmente gestito dalla famiglia della guida alpina Tarcisio Nonini ed oggi diretto da sua figlia Marisa; nel suo antistante spazio si erge una cappelletta ed una panca in pietra ove fare piacevoli soste prima di andare alla scoperta, esplorazione e conoscenza di questa incantevole valle.

Una sosta al rifugio Bresciadega ritempra le forze dalla fatica fatta per raggiungere l’alta valle e nutre/alimenta il corpo con cibi e pietanze genuine preparate al momento come zuppe (ricavate dagli orti locali), decotti, e polente nonché i succulenti “pizzoccheri” che gustati quassù, tra queste aspre cime, sono una specialità unica. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

GORIZIA/NOVA GORIKA (Friuli-Slovenia): dove l’Italia apre le sue porte all’Oriente…!

Girovagando attraverso le estreme terre del Nord Est italiano, tra la pianura friulana e la Slovenia, con un piede qui e un piede di là, oltrefrontiera, GORIZIA ci accoglie col suo poderoso e suggestivo Castello che domina, dall’alto, la graziosa città e – senza accorgersi – si valica (all’altezza della latitudine 57/15) il confine con la Slovenia che si prospetta con la monumentale Stazione Ferroviaria di Nova Gorika, imponente struttura in puro stile imperiale ove, tra una chiacchiera e una sigaretta, è possibile bere una varietà di squisitissime birre per tutti i gusti…

Per la sua singolare locazione geografica la città è stata da sempre influenzata (storicamente, culturalmente e religiosamente) dall’intreccio di più civiltà come quelle latina, slava e germanica. Le antiche mura del Castello, sede dei Conti di Gorizia hanno visto, durante lo scorrere dei secoli, il predominio degli Asburgo e brevi occupazioni della Repubblica Veneta sfiorate – successivamente – anche dal passaggio napoleonico. Il trattato di pace del 1947 stabilì che la città, e il suo circostante territorio, fosse divisa in base ai trattati politici, in Gorizia e NOVA GORIKA, separate per oltre 55 anni da un muretto.

Cominciamo la nostra conoscenza di questa città di confine con la visita al CASTELLO; simbolo della città, esso giace nella sua parte alta – su un piccolo colle – a circa 150 metri d’altezza da cui si gode un panorama con spettacolari vedute sulla città e i suoi dintorni. É una fortificazione risalente all’XI secolo, ma nel cinquecento è stato ristrutturato dai veneziani. Il maniero è bellissimo da fuori, ma anche nei suoi spazi interni (piccole corti e camminamenti); le stanze sono ben conservate, e gli spazi – opportunamente arredati – offrono un ritorno al Medioevo; mentre il suo interno (composto da varie parti/ambienti che si “incastrano”) è molto ben tenuto.

Dal Castello si discende, attraverso stretti vicoli che serpeggiano tra alti fabbricati d’epoca, laddove il sole s’affaccia per poche decine di minuti al dì, verso il centro della città fino a raggiungere Piazza Vittoria (già Piazza Grande e, ancor prima, Travnik = “prato”) su cui prospetta la monumentale Chiesa Madre di Sant’Ignazio. Eretta a metà del 1600 la chiesa è riconoscibile per le due cupole (tipiche di queste zone alpine) a forma di “cipolla” che affiancano la facciata nella cui nicchia centrale è collocata la statua di Sant’Ignazio da Loyola ideatore e fondatore della “Compagnia di Gesù”.

Ma la particolarità di una città di confine è che essa sorge proprio nel punto dove la “frontiera” – fino a qualche decennio fa – la divideva nettamente in due parti. Spostandosi leggermente verso la periferia a nord della città si raggiunge l’ampio piazzale di Piazza Europa, ove la storia di Gorizia come città divisa ha inizio nel 1947. Proprio in questo luogo si stabilì che il “confine” tra l’Italia e la neonata di Jugoslavia doveva correre lungo la città, separando il centro storico, che rimaneva all’Italia, dalla stazione ferroviaria Transalpina e alle zone di periferia, che passavano invece sotto il controllo della Jugoslavia.

A tracciare il confine furono i soldati anglo-americani che, tra il 15 e il 16 settembre 1947, camminarono lungo la città muniti di cartina per innalzare la rete di frontiera. Molti cittadini cercarono di radunare i propri averi e lasciare le loro case per evitare di ritrovarsi in uno Stato a cui sentivano di non appartenere. Il confine, infatti, non teneva conto dell’identità delle persone e delle necessità di chi ci viveva: separava le abitazioni dai propri giardini, le fattorie dai campi, perfino le case, dove da una porta si entrava in Italia e dall’altra si usciva in Jugoslavia.

Questo confine cadde definitivamente il 30 aprile 2004, quando la Slovenia aderì all’Unione Europea; autorità italiane e slovene, insieme ai cittadini e ai giornalisti, si radunarono nella Piazza Transalpina, divisa in due tra Gorizia e Nova Gorica, simbolo indiscusso di quel confine, per abbattere la rete e festeggiare la nuova stella dell’Europa. Alcuni si facevano timbrare per l’ultima volta la loro “propusniza” (il passaggio), come a testimoniare un momento storico. Tuttavia, si dovette aspettare fino al 2007, con l’entrata del Paese nella zona Schengen, perché le persone potessero circolare liberamente come oggi.

L’imponente facciata della Stazione Ferroviaria “Transalpina” di Nova Gorika è proprio lì, sul versante opposto, ad appena 20 metri dal piazzale ove giace il confine tra Italia e Slovenia (dove una lastra commemorativa in metallo, collocata sul pavimento della piazza, determina l’antica linea del confine con la ex Jugoslavia, permette di mettere un piede in uno Stato e l’altro oltre il confine). Più di ogni altro ex valico di frontiera, proprio questo è il luogo simbolo della caduta del vecchio muro – che qui era una rete – abbattuta dal 2004. La stazione è in territorio sloveno, quella che una volta era una importante linea ferroviaria che collegava Vienna a Trieste (laddove Gorizia era considerata la “Nizza d’Austria“).

La stazione ferroviaria dopo la guerra fu assegnata alla Iugoslavia. L’edificio del 1906, il più antico palazzo pubblico della città, sulla linea ferroviaria Vienna/Trieste, la cosiddetta transalpina che attraversa la valle dell’Isonzo, era la più bella e più grande della zona; una stazione austro ungarica, che serviva per collegare Gorizia al centro dell’Impero. Entrando in questa stazione sembra di essere approdati nella macchina del tempo e proiettati indietro, nel passato, agli inizi del Novecento; tutto ciò che si vede è in un perfetto stato di conservazione: colonne di ghisa, tornelli, biglietteria in legno, lampade e sedie da caffè.

La stazione ferroviaria della Görz (Gorizia/Nova Gorica) austriaca è uno splendido esempio, ben conservata e ancora attiva, di stazione ferroviaria dell’Austria mitteleuropea in puro stile imperiale; un bell’esempio di architettura “secessionista” con gli interni ancora tutti rivestiti di legno scuro, e perfettamente conservati, che ancora oggi restituiscono il fascino di un’atmosfera antica. Essa prospetta sulla bella piazza che, dopo essere stata per decenni un simbolo della divisione dell’Europa oggi è un simbolo di pace e di unità, che può essere celebrata attraversandola con un piede in Slovenia e l’altro in Italia.

E’ da auspicare che questa stazione possa essere utilizzata come punto di incontro tra le due città, GORIZIA e Nova Gorika, proponendo – alternativamente – iniziative transfrontaliere mirate, soprattutto, ai fini turistici. Questo “saltellare” poi da un confine all’altro ci ricorda che le guerre – tutte le guerre – non dovrebbero mai avere inizio, mentre i muri (o i reticolati), innalzati per dividere culture, famiglie, razze, fedi religiose, colori della pelle, sogni, futuro, speranze… non dovrebbero mai più esistere! Utopia…? Forse…! Ma il bello è proprio in questo: crederci fortemente e sentirlo dentro…!  (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Dolomiti: “DREI ZINNEN” l’anello di Lavaredo… Tre Cime di spettacolari emozioni!

É da quando l’uomo è stato attratto dalla magnificenza delle montagne (e che montagne…) che le Dolomiti, ed in particolare le Drei Zinnen (le “Tre Cime” di Lavaredo), hanno da sempre catturato lo spirito – quel particolare fascino di lasciarsi avvolgere dall’immenso – di chi, per godere di questo spettacolo, giunge fin quassù da tutto il mondo. Per raggiungere questo paradiso fatto di roccia e paesaggi unici, si risale dal lago di Misurina fino a raggiungere, dopo un’aspra salita lungo tornanti che sembrano mai finire, il rifugio Auronzo; siamo ai piedi delle Tre Cime, ma la loro iconica immagine da qui non è ancora ben visibile.

Senza esitare, si prende una pista sterrata che, per lievi falsipiani, sorvolando paesaggi dominati da vette dalle incredibili sfumature orografiche, tocca la piccola (e graziosa) cappella dedicata al culto di Maria Ausiliatrice; il rifugio Lavaredo (nostra base per tutte le escursioni in zona: “consigliato”…!) – già ben visibile in lontananza – viene raggiunto (2344 m) in pochi minuti; ed è proprio qui che le Tre Cime (siamo ai piedi dei loro versanti meridionali) cominciano ad offrire alcuni dei loro scorci tra i più belli. Al rifugio Lavaredo si viene accolti proprio come a casa: calore, profumi intensi, amicizia, buona cucina e simpatica compagnia. Le camerate del rifugio, tutte in legno, offrono quel tepore in più che quassù, come un valore aggiunto oltre le nuvole, davvero non guasta.

L’alba dal Rifugio Lavaredo è qualcosa di spettacolare; il sole comincia poco alla volta a “pennellare” la punta delle Tre Cime fino ad alzarsi in cielo e abbagliare tutto il candore di queste rocce bianche (e rosse) la cui vena calcarea si riflette in tutte le sfumature del grigio. Si è pronti a partire per effettuare una tra le escursioni più belle di tutte le Dolomiti con scenari unici al mondo: il giro ad “anello” intorno alle Drei Zinnen. Dal rifugio si ignora la traccia (una pista) che risale sulla destra e si comincia a camminare proseguendo sulla ben visibile traccia del sentiero che ascende sulla sinistra e che taglia, diagonalmente, i conoidi detritici alla base della Torre Piccola.

Dopo pochi minuti si è alla Forcella Lavaredo (2454 m), lasciandoci alle spalle il Veneto, ed entrando in territorio del Trentino Alto Adige; qui il paesaggio cambia completamente scenario: tutt’intorno, decine e decine di omini in pietra caratterizzano (molto utili in caso di nebbia o nuvole basse, per potersi orientare!) la zona circostante. Siamo proprio nel punto da cui si gode il più classico panorama offerto dalle Tre Cime di Lavaredo ove è d’obbligo fermarsi per ammirare – in tutta la loro magnificenza – la più famosa delle vedute sulle imponenti e strapiombanti pareti (versanti settentrionali) delle Tre Cime;

Proprio da qui la vista s’apre un un paesaggio davvero unico; lo sguardo corre alla ricerca dell’angolo più bello per riuscire a scattare la foto più “ad effetto” di questo intenso panorama che s’apre – da sinistra a destra – con la maestosità delle Tre Cime di Lavaredo, di fronte si ergono il Teston Rudo (2737 m), la Croda dei Rondoi (2800 m), la Torre dei Scarperi (2687 m), il monte Mattina (2464 m), la Torre Toblino (2617 m) ed il Sasso di Sesto (2539 m) ai piedi del quale giace il Rifugio Locatelli. Ed ancora, a destra: il monte Paterno (2744 m) con le sue gallerie della Prima Guerra Mondiale, e la Croda Passaporto (2701 m). 

Dalla Forcella, una pista in leggera discesa conduce direttamente al Rifugio Locatelli. Lungo la strada per un breve tratto, poi, appena superata la sbarra metallica, si abbandona la strada sterrata per imboccare il sentiero di destra che giunge al Rifugio. Il sentiero, prima pianeggiante, sfiora le pendici del monte Paterno, e infine – per lieve salita – raggiunge il rifugio Locatelli a 2.438 m, molto frequentato durante l’estate. Anche da qui la vista sugli imponenti giganti rocciosi che circondano tutto l’orizzonte è semplicemente unica, un panorama da sogno, difficile da dimenticare; nelle vicinanze si trova una chiesetta che ricorda i caduti delle cruenti battaglie combattute tra queste meravigliose montagne durante il primo conflitto mondiale.

Spostandosi leggermente dal Rifugio e risalendo verso il crinale alla sua destra, s’apre il meraviglioso scenario ambientale dell’Alpe dei Piani con i due specchi lacustri dei Piani e, più oltre verso l’orizzonte, la stretta Valle Sassovecchio che scende verso la Val Fiscalina e Val di Sesto. Presso i prati e le radure erbose che circondano i laghetti non è raro riuscire a scorgere le marmotte sbucare dalle loro tane e poter udire da vicino i loro richiami; mentre sui crinali rocciosi degli spigoli settentrionali del vicino monte Paterno, non sono rari vedere ciurme di coloratissimi climber che si spingono, come tante formiche, ad arrampicare lungo pilastri di rocce aspre e dagli incredibili verticalismi.

Dopo aver sorseggiato un tè caldo (o, in alternativa, una buona birra) ed aver gustato le specialità dolciarie che lo stesso offre, magari sulle panche del terrazzino con lo sfondo delle Tre Cime, dal Rifugio Locatelli si prosegue scendendo per la stradina di destra rispetto a chi guarda le Tre Cime di Lavaredo. Il primo tratto è su un buon sentiero (tracciolino) in leggera discesa e prosegue, verso sinistra, seguendo le indicazioni per raggiungere il Rifugio Auronzo. Intorno la natura lungo il sentiero offre una “macchia” d’altura caratterizzata da fasciumi d’erbe spontanee e da copiosi cespugli di pino mugo; non è raro scorgere anche qualche radice di ginepro.

Nel punto in cui la stradina comincia a risalire, la si abbandona scendendo lungo il largo sentiero di destra per continuare – successivamente – alla biforcazione sul sentiero di sinistra che, in un susseguirsi di brevi saliscendi e ripide discese, porta alle sorgenti del fiume Rienza. Poco oltre già è possibile scorgere la “Malga Lunga/Lange Alm” un rifugio a gestione austriaca, con un bel porticato ed un caratteristico fontanile tutto ricavato nel legno; poco sopra si trova la sorgente del torrente Rienza e gli specchi lacustri alpini in cui si riflettono le Tre Cime, un luogo splendido per una sosta ed un rinfrescante bagno dei piedi in un’acqua la cui limpidezza riflette il cielo. Da qui il sentiero prosegue ancora verso ovest, e per continui saliscendi passa sotto la Cima Ovest, con alcuni tratti un po’ più esposti, fino a raggiungere il Col Forcellina.

Da qui, ora, c’è da attraversare l’imponente ghiaione occidentale delle Tre Cime fino a raggiungere la Forcella di Mezzo (2315 m) ove il paesaggio cambia definitivamente e si ritornano nuovamente a scorgere le cime che circondano le sponde del Misurina. Il sentiero ora scorre lungo il precipitoso pendio fino a raggiungere il Rifugio Auronzo (2320 m). Qui, dopo una breve sosta per un rinfresco e pochi minuti di riposo, si riprende l’Hike Trailhead che riconduce nuovamente al rifugio Lavaredo, concludendo questo incredibile e bellissimo giro che ci ha condotto alla conoscenza di uno dei luoghi più belli al mondo: le Drei Zinnen. Per chi vuole davvero conoscere le Dolomiti in tutta la loro “essenza” questo è l’itinerario più bello e significativo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Via Francigena toscana: le mille curiosità di una storica via dove il senso del camminare sta nel “guardare con occhi” nuovi.

Oltrepassato il fiume Arno nei pressi di Faucecchio, qui si trovava un crocevia tra la “via che menava” per Pisa e la Via Francigena; lungo quest’ultima, per tenersi a distanza di sicurezza dai domini bizantini, i Longobardi scelsero di utilizzare per gli spostamenti il preesistente tracciato di una viabilità etrusca che percorreva il crinale sulla sinistra orografica del torrente Elsa. Nella pianura sotto San Miniato giaceva una città perduta la cui cattedrale è ancora oggi oggetto di studio di campagne di scavi archeologici nei pressi di un campo di girasoli. Si scopre subito di come l’abitato di San Miniato sia andato sviluppandosi – lungo il corso dei secoli – lungo la linea di displuvio dello spartiacque di un crinale, permettendo così alla Francigena di attraversare zone più sicure di quelle in fondo alle vallate, nelle paludose pianure o lungo i corsi fluviali. San Miniato ha da sempre esercitato un controllo strategico sulla via Francigena che si snoda attraverso le colline della Val d’Elsa offrendo vedute panoramiche mozzafiato lungo tutti i possibili orizzonti.

Un’alternanza di bellissimi e intensi paesaggi agresti distribuiti lungo un raggio di 24 km dividono San Miniato da Gambassi (area a forte presenza termale). La località, fin dai tempi antichi, veniva considerata per gli Etruschi una “terra di passo“, trovandosi appunto sulla direttrice (e nel dominio) di Volterra; per i Romani invece era in relazione alla via Clodia che si sviluppava tra Siena e Lucca. Qui nell’alto Medioevo i viaggiatori, e in particolare per i pellegrini che percorrevano la via Francigena verso Roma, trovavano un sicuro punto di rifornimento e sosta.

Sono 14 invece i chilometri che dividono Gambassi da San Gimignano. Qui si attraversano ambienti naturali e scenari paesaggistici di inaudita bellezza. È un percorso facile (non vi sono salite di rilievo) ed attraversa aree dal particolare interesse storico, artistico e religioso, come la visita e scoperta degli edifici costruiti appositamente per far aumentare il numero di pellegrini in sosta lungo la via, come il Santuario di Pancole, il caratteristico abitato di Collemucioli e l’incantevole Pieve di Cellole. In vista della “Città delle Torri” si prova il fascino dell’antico pellegrinaggio attraversando la sua “Porta Settentrionale” e percorrendo la “ruga maestra” cioè la strada centrale che mena ad attraversare la città, corrispondente all’originario tracciato urbano della Francigena, percorsa da Sigerico di Canterbury dopo la mansione di Santa Maria a Chianni e prima di quella di San Martino ai Fosci. Qui a San Gimignano è localizzata la XVIII “submansio” incontrata da Sigerico.

La più lunga tappa (appena 31 km) collega San Gimignano a Monteriggioni. Lasciando la città turrita uscendo dalla sua porta meridionale il cammino conduce alla pieve romanica di Santa Maria a Coneo. Più avanti si attraversa il ponte sull’Elsa e – attraverso distese di campi sistemati a frumento che si alternano ad appezzamenti di vigneti, si giunge così alla chiesa romanica di San Martino di Strove. Subito dopo pochi km raggiungiamo il poderoso complesso monumentale di Abbadia a Isola, prima di scorgere in lontananza – lassù in cima a un colle ulivato – Monteriggioni, circondata dalle sue poderose mura e l’inconfondibile corona di torri merlate che dominano un paesaggio di straordinaria bellezza.

L’ultima tappa, di appena 19 km, conduce da Monteriggioni a Siena percorrendo una serie di strade bianche che portano verso l’antico borgo medievale di Cerbaia. Si attraversa la boscaglia fino ai castelli della Chiocciola e di Villa, prima di scendere nell’alveo bonificato nel XVIII secolo di Pian del Lago con la presenza di un epitaffio chiamato anche “colonna”. Successivamente si attraversa poi il bosco dei Renai prima di raggiungere la “Città del Palio” e attraversare Porta Camollia, tradizionale accesso della via Francigena a Siena. La città deve la sua esistenza al traffico medioevale sviluppato lungo la via Francigena nei punti in cui era incrociata dai tratturi dei pastori transumanti che dagli Appennini si recavano in autunno verso i pascoli invernali della Maremma, posseduti da Siena che godeva di diritti assai lucrativi.

Siena infatti si è arricchita coi tributi pagati dai pastori per i diritti di pascolo nella Maremma senese. La banca più antica d’Italia, il Monte dei Paschi di Siena, significa letteralmente “i risparmi derivanti dall’affitto dei pascoli”. Il più grande pittore di Siena, Simone Martini era probabilmente un francese da Tours, giunto a Siena per la via di Francia. In città si discende via Banchi di Sopra per poi risalire verso il punto tappa attraverso la Via dei Pellegrini fino a sbucare nello splendido catino di Piazza del Campo, “nostro” punto d’arrivo di questo incredibile e bellissimo viaggio compiuto a piedi attraverso il tempo. Da Siena in direzione di Roma la Via Francigena continua ricalcando fedelmente la Via Cassia romana.

Qui ha termine la nostra Francigena…! Quali le nostre impressioni…? Alla fine del viaggio, alla fine di un cammino, alla fine di un qualsiasi itinerario percorso a piedi in piena autosufficienza… secondo noi il pellegrino sarà una persona sicuramente più ricca. Ed anche noi, un misto di umanità che si divide tra l’essere credenti e la laicità, ci sentiamo più elevati, spiritualmente soddisfatti dalle emozioni provate, dall’esperienza vissuta, dai luoghi visti, scoperti e conosciuti, dalle acquisizioni e dalle conoscenze riguardanti principalmente noi stessi e ciò che ci ha circondato. Tutte esperienze, queste, non raggiungibili in maniera diversa se non dal camminare, lungo quel fiume della storia che da sempre ci attrae e ci coinvolge: capire il passato per operare meglio nel futuro…. è questa la nostra ”mission” possible! (testi ©Andrea Perciato; ph ©Mary Liliano e ©A. Perciato; notizie storiche ispirate da ©Giovanni Caselli)

La Valleè, Aosta: al villaggio di Chamerod, “Tsamiou” (in dialetto locale “patois”)

Siamo a QUART, un grappolo di case distribuite in micro villaggi che si alternano ai campi “terrazzati” che s’affacciano – alle porte di Aosta, nella Valleè – lungo la sinistra orografica della Dora Baltea. Circondato dai profili rocciosi di bellissime montagne Quart, a poco più di 530 metri d’altezza, viene attraversato dalle “serpentine” di una strada che sale fino a condurre intorno ai 1500 metri d’altezza.

Per chi si trova a trascorrere periodi di vacanze da queste parti, suggerisco di andare a conoscere, con una bella, e non difficile, escursione quelli che sono – giunti fino ad oggi – i resti di antichi villaggi in pietra, che da sempre hanno retto l’importante economia agricola ed agro silvo/pastorale della località; ben nascoste alla vista da queste vallette laterali, i ruderi di queste case in pietra sorgono, quasi per incanto, in particolari cornici paesaggistiche davvero uniche e molto belle.

Lasciando le ultime case isolate del villaggio di Morgonaz, a 1205 m d’altezza, si passa per prati irrigui a foraggio. Mentre si sale per alcuni tratti – inizialmente asfaltati – di strada sterrata, trasformati subito dopo in interpoderale, qui i marcati segni di piste carraie lasciano intuire che quassù si sale con mezzi agricoli. Si segue il segnavia giallo (sentiero n.1) incamminandosi su una strada poderale, che poi diventa un sentiero poco segnato, lungo i tornanti che offrono vedute sulla bellissima skyline di cime che irrompono sulla Valleè.

Superate ampie macchie boschive si lasciano, sulla sinistra, i pascoli “mayen” (termine locale paragonabile all’italiano “maggengo”) de Les Ayettes, si superano le poche costruzioni di Borelly, da cui – successivamente – il sentiero ascende per entrare nell’omonima foresta. Poco prima di entrare nel bosco (composto da una pineta di pino silvestre mista a qualche latifoglia), si scorge, ai margini della poderale, l’antico canale del “Ru du Seigneur”, vecchi solchi di canali irrigui presenti in zona, adiacenti al percorso della Via Francigena.

Qualche tratto di sentiero che si distacca dalla pista principale va trasformandosi, subito, in antica mulattiera dove l’erba del sottobosco riacquista il suo spazio facendo intuire che questi luoghi sono – ormai – abbandonati da tempo. Ci troviamo nelle vicinanze dell’alpeggio di Cénevé, ove a tutt’oggi pascolano ancora decine di vacche autoctone. Questo percorso avviene nel silenzio più assoluto, non essendo troppo frequentato; il sentiero viene comunque utilizzato dagli allevatori locali per la cura del bestiame bovino.

Improvvisamente, laddove la valle sembra chiudersi, la traccia di un buon sentiero si stacca sulla destra e conduce, poche decine di metri più in basso, tra le prime case del villaggio abbandonato di Chamerod (1615 m). Nel più assoluto silenzio, rotto solo da leggere brezze di vento che serpeggia tra le pietre, agitando il copioso fasciume degli alpeggi tutt’intorno, scopriamo questo antico insediamento sorto ad opera di popoli di matrice celtica (i Salassi), appartenenti alla “cultura di La Tène”, formatasi a nord delle Alpi intorno al VI sec. a.C..

Probabilmente qui preesisteva una rete di insediamenti già abbondantemente attivi durante il Neolitico, ma è solo dal basso Medioevo in poi che il villaggio, nonostante la quota in cui giace, fu abitato permanentemente, durante tutte le stagioni dell’anno. Successivamente al termine del secondo conflitto mondiale, dovuto anche a causa della grande accelerazione economica, il luogo è stato poco alla volta abbandonato divenendo, inizialmente, un sicuro luogo di appoggio per praticare l’alpeggio estivo.

Ed è proprio con questa costante attività che si ottiene la produzione di foraggio e – successivamente – sfruttando questi ripari come occasionale luogo di produzione di formaggi (la “fontina” su tutti). Giunti in tempi recenti, alcune di queste case sono state usate come riparo dai occasionali cacciatori in autunno; mentre durante i periodi più freddi, quando tutto intorno è gelo e neve, capita spesso che i grossi erbivori della zona (come caprioli e camosci) utilizzino queste mura in pietra come riparo di fortuna e giaciglio temporaneo.

Ma questo villaggio fantasma di Chamerod non è l’unica sorpresa di questa valletta. Oltre ad aver avuto l’opportunità di immergersi nella copiosa natura che circonda il luogo e compiere un tuffo nel passato, la bellezza che si contempla di questo paesaggio, rurale e selvaggio al tempo stesso, viene valorizzata dalle interessanti costruzioni in pietra che compongono le case del villaggio e dai loro significativi particolari architettonici (elementi rurali tipici della cultura valdostana), che ormai restituiscono un interessante villaggio fantasma.

Lasciati alle spalle il “villaggio fantasma” di Chamerod, risalendo per qualche centinaio di metri ancora lungo la pista principale, si giunge in prossimità di un bel casolare: le “Preilless”; un tipico casale alpino, tutto costruito in pietra, ove le tradizioni, gli usi e i costumi della cultura (e non solo) valdostana, vengono qui esposti per la gioia di chi riesce a raggiungere questi luoghi isolati, meravigliosamente incastrati in una natura selvaggia e accogliente, laddove si viene piacevolmente accolti dalla famiglia che vi abita solo nei periodi estivi.

Essere accolti in questa baita è come essere proiettati nel tempo indietro di secoli: suddivisa su due livelli, la casetta presenta un bel camino al piano terra, ricco di utensili e attrezzi per lavorare la terra e recipienti (in stagno e rame) per raccogliere e trasportare sia il latte che l’olio; un fiasco fa bella mostra di sé, mentre un paio di vecchi scarponi in cuoio da montagna e le gigantesche corna di cervo (i palchi) abbelliscono la parte alta del camino. La pavimentazione in legno e la controsoffittatura con travi a vista sono le gemme del piano superiore.

Qui il pane si produce ancora come un tempo; nell’angolo predisposto a cucina c’è un grande albero (asse di legno) a “pila” con numerosi tronchetti su cui vengono appoggiati e fatte asciugare le forme delle “panelle” appena uscite dal forno. Queste, poi, vengono tagliuzzate con un particolare arnese che rende le panelle in tanti tozzetti di grano duro da consumare coi piatti tipici della tradizionale cucina povera dei montanari; ciotole ricavate dal legno vengono utilizzate come piatti per contenere e consumare le pietanze.

Fuori, al riparo della canicola estiva che anche qui in montagna fa percepire le sue elevate temperature, in un angolo compare una slitta che viene utilizzata per il trasporto (principalmente di legname, ma anche di altro materiale) lungo gli erbosi pendii sfruttando le pendenze di questi mentre dall’altro lato, al fresco di una tettoia con lastre di ardesia sorrette da tronchi in legno, fa bella mostra un tavolo in pietra con due bicchieri e una bottiglia di rosso (quello buono); argomenti – questi – che aprono un dialogo, consolidano rapporti e rafforzano una conoscenza perché qui, nella Valleè, l’ospitalità è un valore aggiunto… qui, nella Valleè, l’accoglienza è un piacere! (testi e photo ©Andrea Perciato)

Cerreto Sannita (BN): città di “rifondazione” lungo la valle del Titerno

Siamo al Ponte Lavella, sulla via che da Cerreto Sannita conduce a Civitella Licinio e, successivamente, a Cusano Mutri. Proprio in questo punto, al centro della gola, è visibile l’azione dalle cosiddette “Marmitte dei Giganti”, enormi massi levigati tra le acque del fiume Titerno. Pareti in calcare ricoperte da un manto boscoso (cerreta, pineta) ricco di erbe aromatiche e officinali, determinano la valle così aspra lungo un tortuoso tratto di circa 5 km con forre profonde dai 30 ai 35 metri. Proprio nel suo centro, la valle si restringe presso l’antico ponte di “Gorgo Vecchio”, meglio conosciuto come “Ponte di Annibale”, un ponte d’epoca romana a tutto sesto eretto per collegare gli Appennini alla principale consolare del Sud: la Appia.

È un’atmosfera magica quella al centro delle gole del Titerno; qui tutto è incanto e meraviglia e l’ambiente è tra i più ideali per trasformare le leggende dei boschi in una realtà visibile attraverso foreste, forre, montagne e vallate. Dal Ponte Lavella la strada prosegue in uno scenario naturale di grande suggestione, in un’atmosfera magica e paurosa, e in meno di 3 km, dopo aver superato il Ponte Risecco e il Ponte Tullio, raggiunge Cerreto Sannita (278 m) “Città di Fondazione”.

Qui, nel giugno del 1688 l’antico paese fu inghiottito da un forte terremoto e l’odierno abitato oggi si presenta non più con stradine a spirale o a stratificazioni; girovagare per le stradine lo sguardo si addolcisce lungo uno straordinario reticolo che si intreccia a scacchiera ed è racchiuso da una forma a fuso, dettata da principi orografici ricreati in luogo dell’antico transito dei pastori transumanti e della Stazione di Posta, graziosamente collocata su un pianoro inclinato. Le sue piazze e le sue chiese si affacciano lungo strade parallele ove s’intersecano edicole in maiolica e pietre nelle diverse sfumature che rispecchiano la qualità della vita e i colori della natura circostante (i ciottoli del Titrerno).

Paese quasi da fiaba dove chiese, chiesette, stucchi e puttini di varie fogge e dimensioni diventano gli autentici protagonisti di uno stile (il Barocco) che ha consegnato alla storia uno tra i centri più caratteristici del Sannio. Dalla Piazza Centrale (S. Martino) a dx si para la Fontana di Masaniello e a sx la pallida facciata della omonima chiesa. Risalendo lungo la ciottolosa arteria principale (Corso Umberto), su cui prospettano chiese e palazzi gentilizi, lo sfondo è chiuso dalla scenografica Chiesa/Convento delle Clarisse che determina lo spazio di Piazza Roma. Aggirati, sulla dx, la Vecchia Fucina, si risale ancora (passando accanto alle chiese di S. Giuseppe e di S. Rocco) verso il lato a monte del paese, alla sua estrema periferia NE.

Nello slargo in cui compaiono i ruderi dell’antico opificio (la Tintoria Ducale, industria tessile dei panni di lana prodotta dagli allevamenti locali), si prende la strada che sale (verso SE) ai dolci crinali ulivati in direzione delle Ripe del Corvo. Superati un torrente si sale transitando presso i Cappuccini (381). Giunti al bivio per Montrino si prosegue in avanti e si oltrepassa il Vallone Selvatico; qui termina l’asfalto e il cammino prosegue attraverso le case di Contrada Cerquelle fino a raggiungere (580 m) la pista che proviene da Cesina di Sopra, in località Cerro ove termina questo percorso alla conoscenza di Cerreto Sannita. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

FRATTURA (AQ): “Nce site mai sajète ‘a capammonde Frattura” (“Ci siete mai saliti sopra Frattura”)

Scanno (AQ) nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, è uno di quei luoghi ove la natura ha creato – nel tempo – paesaggi di straordinaria bellezza. Ma se chiediamo in giro cosa altro c’è da vedere, oltre al lago, alle sue silenziose sponde e al verde di boschi e foreste che in esso si riflettono, la gente del posto vi chiede: ““Nce site mai sajète ‘a capammonde Frattura” (Siete mai saliti sopra Frattura…?) antico luogo in cui sorgeva il più antico “Castello dei Numi”.

La risposta a questa domanda, inizialmente un po’ incomprensibile per la forma dialettale, è stata quella di chiedere subito in giro come fare per raggiungere questa località – a detta di molti – da non perdere assolutamente. Poche indicazioni, chiedendo informazioni in giro, conducono per una strada in salita che arranca lungo una serie di tornanti che sbucano su una sterrata ove per circa 3 km s’aprono vedute paesaggistiche mozzafiato; qui il colpo d’occhio tra la nuda roccia e l’immenso, è fortissimo ed emozionante.

Lasciata l’auto è necessario proseguire a piedi in un paesaggio che somiglia molto alla superficie lunare col monte Genzana che si staglia, con la sua ruvida muraglia, in alto a sinistra. Si arriva dopo una passeggiata di circa 1 km in una radura ove compaiono – quasi dal nulla – case diroccate e ruderi sparsi di quello, che un tempo, era l’abitato di Frattura, borgo posto a 1260 m, rimasto completamente disabitato dopo il terremoto del 13 gennaio 1915, laddove oggi un senso di pace assoluto restituisce la bellezza di un posto incantevole.

Ciò che resta dell’antico abitato si sviluppa intorno ad un piazzale in cui è collocata una fontana (del 1834) da cui si diramano quattro vicoli principali denominati: “Castello”, la “Portazza”, “Zeppe di Pietre” e “Campo di Fiore”. All’ingresso del borgo – sulla sx – è situata la piccola chiesa di San Nicola. Oltre la cortina di piante rampicanti, una torre diroccata sovrasta il borgo nel punto più alto del colle, da cui si ammira il lago di San Domenico, il lago di Scanno, i monti dell’Appennino Abruzzese e i borghi circostanti.

Il posto vale la pena visitarlo perché molte cose sono rimaste – ferme nel tempo – come quel lontano 13 gennaio 1915 di quando un terremoto causò la morte di molte donne e bambini in quanto gli uomini del tempo erano nelle Puglie con gli armenti durante la transumanza. A seguito del sisma avvenne lo smottamento della collina che deviò il corso di un fiume andando, così, a creare il lago. Un incredibile silenzio aleggia tra le pietre diroccate, mentre la natura circostante si è riappropriata di quasi tutti i ruderi.

Qui, nell’assordante rumore del più assoluto silenzio, il suono che primeggia su tutto è l’acqua. Nell’azzurro del cielo si stagliano le chiome degli alberi che determinano la skyline poco sopra i ruderi delle case. Ed è proprio l’acqua, qui – in questo paesello sconosciuto da tutti – a ricordare che la vita è un perpetuo scorrere e che tutto, alla fine, tende a rigenerarsi; mentre la vicina chiesetta è il simbolo, mai dimenticato, di quella speranza che – nel tempo – ha sempre cercato di tenere unita la piccola comunità.

Silenzio e abbandono sono le prime impressioni che si provano quando si giunge fin quassù; un luogo che sa di fascino, di mistero, di magia… Case dirute tutt’intorno, quel triste ma, al tempo stesso, senso di totale abbandono; qui il silenzio viene rotto solo dallo scrosciare dell’acqua erogata da una fontana posta su quella che era la piazza, atmosfera che aumenta, e conferma, quel senso di magia. Un piccolo monumento ricorda le vittime del terremoto che nel gennaio del 1915 rase, definitivamente, al suolo l’antico borgo di Frattura.

Ma l’acqua non è solo l’unica presenza “vivente” di questo suggestivo luogo. Qui le mucche girano tranquille pascolando tra le ruvide pietre; qualche gregge – invece – ha lasciato di frequente le visibili tracce del suo passaggio, mentre le piume sparse di galline e qualche altro volatile da cortile, sanciscono la presenza che qualche esemplare di orso si è spinto fino alle prime case di Frattura per procurarsi il cibo. Poco lontano sono ben visibili piccoli orti, probabilmente i discendenti dei vecchi proprietari vogliono tenere in vita l’abitato.

Scoprire, conoscere e comprendere del perché questo borgo trasmetta così tante emozioni è come se si stesse vivendo in un “sogno sospeso”, sensazioni che si provano solo camminando tra le case dirute, antichi portali chiusi, grondaie e pergolati, finestre aperte sospese nel tempo, impressioni di una vita interrotta bruscamente per l’eternità; tutti stati d’animo – questi – che si prospettano attraverso le ruvide pietre fino ad offrire la visione di panorami mozzafiato davvero incredibili.

Arrivare in un luogo come questo e poter essere accolti soltanto dai rumori della natura circostante come l’acqua che scorre dalle fontane, è una sensazione davvero molto bella e rilassante. Riuscire a camminare tra gli stretti vicoli dalla pavimentazione sconnessa, arrampicarsi lungo le rampe di scale dalle incredibili pendenze, scorgere quei pochi terrazzini che – ancora sospesi nel vuoto – vengono ricoperti dalla copiosa vegetazione è come se si stesse camminando attraverso un mondo surreale.

Come in un viaggio a ritroso nel tempo si cammina attraverso case crollate, muti spazi sospesi in un limbo spazio/temporale in cui sono possibili ancora scorgere, tra le crepe e le travi contorte, i mobili dell’epoca. Ed è proprio il tempo, quel filo conduttore che lega il passato col presente, che ci guida alla scoperta di questo paese fantasma; una visione di grande impatto visivo. Qui, ciò che ha la natura ha cancellato, il tempo è riuscito a mantenere, tutto è rimasto immutato. Il luogo ancora oggi è molto suggestivo, mette leggermente i brividi, ma è assolutamente da vedere se si vuol visitare qualcosa di diverso dal solito. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)