HELSINKI (“Helsingfors”, Finlandia/Suomy)… dall’isola di Taivalluoto alla cattedrale ortodossa

Dicono che la Finlandia sia il paese più felice al mondo… chissà! Ma andiamo a scoprirla e a conoscerla camminando a piedi attraverso il suo centro. Situata in riva al Mar Baltico, la moderna e cosmopolita HELSINKI (in svedese Helsingfors) è stata la capitale mondiale del design per il 2012. La bellezza della natura circostante si fonde perfettamente con il progresso tecnologico e le tendenze contemporanee. Un percorso a piedi attraverso il centro città ci porta alla scoperta della capitale della Finlandia attraverso squarci della sua storia, mentre la moderna architettura e il design all’avanguardia sono l’eccellenza di questa terra e del suo popolo. Helsinki è piccola ed è una città immersa nel verde dei boschi che la circondano, riflessa nel blù di un limpido cielo e del mar Baltico, e nel bianco della sua Cattedrale. È una splendida moderna ed avveniristica città, che ha saputo mantenere, anzi accrescere, il proprio carattere di elegante capitale; laddove la natura è padrona assoluta, regalando ai suoi abitanti quel mondo bucolico che ne arricchisce la sensibilità e la spiritualità, le cui principali componenti sono laghi, foreste e cielo, accompagnati dai silenzi più assoluti.

La città, nella sua parte interna, ci accoglie con giardini ed incredibili quartieri da vivere e visitare, mentre col suo fronte mare accoglie decide e decine di isole, tutte da scoprire. Muovendosi da ovest verso est, dalla spiaggia di Hietaranta, zona occidentale della città, presso una rada circondata da isole, strade e ponti, si superano le colline costellate dalle migliaia di loculi e tombe del cimitero cittadino. Giunti nel centro, in mezzo al caos di piazza Narinkkatori molto frequentata e accanto a un centro commerciale, sorge la curiosa forma della “Kampin Kappeli” (la Cappella del Silenzio), tutta realizzata in legno; al suo interno regna il più assoluto silenzio e la sua idea è quella di accogliere le preghiere di tutte le confessioni religiose; un luogo in cui ritrovare la pace nel frenetico caos di una grande metropoli. Spostandosi in direzione nord si raggiunge l’incredibile edificio della “Helsingin Keskustakirjasto OODI“, la biblioteca centrale di Helsinki.

Vivace luogo d’incontro proprio al centro della città, la biblioteca centrale di Oodi è una meraviglia: la sua struttura in legno e vetro, si espande per mezzo di linee curve che si perdono verso infinite prospettive da un punto all’altro dell’edificio. Al piano terra si trovano due caffé, mentre il piano superiore c’è un magnifico open space in cui, oltre ai libri, sono a disposizione stampanti 3D, sale per il gaming, una zona dedicata ad attività di stiratura e cucito, angolo musicale, stanze insonorizzate per studiare e lavorare. La biblioteca è molto frequentata da persone di tutte le età e vale davvero la pena entrarvi, non solo per visitarla ma anche per prendersi un po’ di tempo per viverla. A pochi minuti dalla Biblioteca si raggiunge “Helsingin Päärautatieasema“, la monumentale Stazione Ferroviaria di Helsinki. Bellissimo e possente edificio in granito situato proprio nel cuore di Helsinki. La parte esterna è caratterizzata da decorazioni risalenti al primo decennio del XX secolo, la parte interna è molto pulita, ordinata, ed è possibile visitarla in totale tranquillità a qualsiasi ora.

Bellissima struttura Art Nouveau in granito si evidenzia per l’alta torre e le gigantesche statue incastrate che sembrano reggere la facciata; davvero notevole! La stazione di Helsinki è un capolavoro di architettura: i quattro possenti uomini che reggono il globo, il grande arco a tutto sesto e la torre dell’orologio dall’inconfondibile profilo ne fanno uno dei monumenti cittadini più interessanti di Helsinki; qui la sera sembra la location di un film del “Cavaliere Oscuro” Batman e questo angolo di città, con un po’ di fantasia, sembra assumere le sembianze delle atmosfere noire di Gotham City. Raggiunti l’arteria principale si guadagna lo spettacolare viale di Pohjoisesplanadi una promenade cittadina su cui prospettano eleganti e raffinati edifici dell’’800 con negozi dalle principali griffe, musei, gallerie d’arte, bar, ristoranti e caffè, strada che costeggia il principale polmone verde della città: l’Esplanadi, un parco molto frequentato dagli abitanti poiché è il luogo ideale per i pic-nic estivi.

Da lontano già s’intravede la linea costiera coi magazzini e le strutture portuali che si stagliano all’orizzonte. Al termine dell’Esplanadi, invece, imboccando a sinistra una traversa (Sofiankatu) dalla pavimentazione lastricata con pietre “a scaglie” d’origine marina, quest’ultima sbuca nell’ampia piazza “Senaatintori” (il salotto della città) su cui svetta “Tuomiokirkko“, la maestosa cattedrale di Helsinki (simbolo della capitale) tutta bianca e di rito luterano compete – per bellezza e scenografia – al Pantheon di Parigi. Questa cattedrale svetta in mezzo alla piazza ed è posta in cima ad una monumentale scalinata completamente bianca contro il cielo azzurro della Finlandia, quasi ricordando i colori della bandiera nazionale; essa domina sulla grande piazza sottostante e da lì sull’intera skyline della città. E siamo finalmente giunti verso il mare.

Crocevia dei suoi intensi traffici (di persone, materiali e merci) è il porto, uno tra i luoghi di interesse e più frequentati della città coi suoi mercati: “Kauppatori” (quello scoperto con le decine di gazebo e tendoni bianchi e color arancio ed il “Kauppahalli” (quello al coperto). Il primo, al termine dei lunghi giardini dell’Esplanade verso il mare, è già ben visibile da lontano ed è caratterizzato per i suoi tendoni che si stagliano sul molo; qui si può trovare di tutto: da oggetti dell’artigianato lappone (cappelli, sciarpe, maglioni) a tutta una serie di souvenir, oltre all’ottimo “street food” della tipica cucina finlandese dall’ottimo salmone, proposto in zuppa e affumicato, alle polpette di renna, i frutti dei boschi finlandesi, il pesce fritto, il tutto a prezzi ragionevoli. L’altro mercato, quello coperto, è un edificio – distante poche decine di metri dal primo – facilmente riconoscibile per le strisce orizzontali che lo caratterizzano e posto adiacente la struttura curvilinee di un ufficio turistico, sempre sul molo.

Con le spalle al mare non si può non notare, posizionata in un punto più alto rispetto al porto, la mole della “Uspenskin Katedraali“, la Cattedrale ortodossa (detta della “Dormizione”), splendida chiesa russo/ortodossa, situata in cima ad una collina su un’isola attaccata al porto. Già da fuori, tutta in blocchi rossi, è stupenda ma ancor di più è la visita al suo interno: inimmaginabile e maestosa essa si protende sulla strada da una parte e sul parco dall’altra. La chiesa è stata costruita su uno sperone di roccia e viene considerata come la chiesa ortodossa più grande d’Europa; anch’essa, come la cugina bianca (luterana), spicca fra i tetti finlandesi. Visibile da qualsiasi punto del centro cittadino spiccano, su tutto, le 13 cupole a forma di “cipolla”, tutte in oro a 22 carati, che luccicano sopra l’imponente struttura in mattoni rossi.

La cattedrale è dedicata alla “Dormizione” perché una credenza locale narra che Maria non sia morta ma si sia solo… addormentata! Il suo interno è spettacolare, da lasciare senza fiato per le straordinarie bellezze artistiche, gli stili decorativi, le luci, i colori, i fumi dell’incenso che salgono fino alla cupola, le intriganti iconografie che celebrano la vita dei santi, della Madonna e del Cristo in croce; da non perdere l’iconostasi, che separa la navata, sostenuta da 4 colonne in granito, dove si celebra l’eucarestia e che è adornata da stupende icone. Una giornata intera è bastata per conoscere, scoprire e “vivere” tutte queste interessanti esperienze di una città del nord. Le lancette dell’orologio sono andate abbondantemente oltre le 20,00 (ora locale; siamo a + 1 ora in avanti rispetto all’Italia), ma qui sembra di essere in un pomeriggio d’estate sulle Alpi dopo un temporale estivo; i colori esplodono in tutta la loro straordinaria bellezza e rendono ancor più magica l’atmosfera nordica di questa capitale della Finlandia.

Il viaggio però continua, e non ci lasciamo sfuggire l’occasione di andare alla scoperta delle isole (qui giace l’arcipelago più grande del mondo, con oltre 80.000 isole) che costellano l’orizzonte sul mare e sorgono lungo il tratto costiero; non ci resta che prendere il traghetto dal porto di Helsinski e partire alla esplorazione di qualcuna di esse! Ma questa è un’altra storia da raccontare…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

se esistesse un “Paradiso in Terra” questo, naturalmente, sarebbe… il SENTIERO degli DEI in Costa d’Amalfi (SA, Campania)

Aneddoti, curiosità e misteri camminando sospesi tra un cielo e un mare che fanno a gara per essere tra gli azzurri più belli di sempre… Una lembo di terra avvolto dagli intensi profumi della macchia mediterranea, rende questo sentiero un paradiso unico da vivere in qualsiasi periodo dell’anno. Ed è proprio come attraversare un “Paradiso da Camminare” che questo bel percorso paesaggistico e ambientale scorre lungo uno tra gli itinerari escursionistici (e panoramici) più belli del Mediterraneo. Il Sentiero degli Dei offre lo sguardo su una tra le sky-line più suggestive e famose al mondo… E la vita che scorre lungo esso è un armonioso tramandarsi di emozioni e sentimenti che si sussegue da generazioni tra bellezza, fascino, mistero, e storie leggendarie scolpite nelle memorie del tempo! Desideriamo così porgere, a tutti gli escursionisti del mondo amanti del bello e della “magnificenza del Creato”, un particolare AUGURIO per questo nuovo 2026 …

Ho lasciato per la prima volta sul Sentiero degli Dei le impronte dei miei scarponi nella primavera del 1985… esattamente quarant’anni fa! Lo scenario e i paesaggi sono sempre gli stessi, così come i profumi delle essenze aromatiche che crescono lungo il suo percorso; qualche rudere di un tempo, è stato riadattato e (spesso) anche modificato; l’intuito di qualche pastore e la lungimiranza di qualche contadino sono riusciti a dare una nota di colore riuscendo a proporre ed offrire – all’escursionista di passaggio – la possibilità di potersi immergere in una serie di esperienze gustative e sensoriali che altrove sembrerebbe quasi impossibile riuscire a trovare.

Ma 40 anni fa questo tratto di sentiero che, come descrisse l’incanto della Penisola dei monti Lattari e la Costiera il famoso geografo viaggiatore emiliano Leandro Alberti nella sua “Descrittione di tutta l’Italia… et le Signorie della Città” (Bologna, del 1550), mette in collegamento la marina di Positano con l’altopiano di Agerola ed ha permesso – durante lo scorrere dei secoli – rapporti e scambi commerciali con le popolazioni dei territori montuosi dell’interno con le famiglie dei pescatori agli sbocchi sul mare. Durante le mie prime esplorazioni sul sentiero ho avuto modo (e, sicuramente, la fortuna) di poter incrociare i miei passi con quelle di chi – su questo percorso – ci viveva e ci lavorava; e da questi straordinari “abitanti in Paradiso” ho avuto anche la possibilità di poter dialogare con loro, di poter conoscere e scoprire parti di un mondo (e di una vita vissuta) sconosciuto a molti.

E’ un particolare ambiente, quello della penisola dei monti Lattari, che nel corso dei secoli ha prodotto un’agricoltura intensiva e specializzata ricavata dai tipici “terrazzamenti” (limoneti e vigneti) i quali, ad una rendita sempre meno conveniente, hanno subito trasformazioni e rimaneggiamenti creando volumi abitativi prospicienti il mare e la possibilità di penetrare sempre di più verso l’interno ha reso possibile la realizzazione di una fitta rete di strade e stradine con incredibili arrampicamenti lungo i ripidi pendii; e il famoso sentiero è – appunto – uno di questi tratti storici che fin dall’antichità ha sempre permesso di collegare l’ellenica colonia marina di Positano con l’accampamento romano sorto sull’altopiano di Agerola.

I racconti narrati da questo “Popolo del Paradiso” riuscivano ogni volta a coinvolgermi sempre di più, facendomi conoscere – di volta in volta – scenari, realtà e dimensioni che, spesso, rasentavano l’immaginazione lasciando ampio spazio alla fantasia e alle visionarie interpretazioni di come la vita, fin dalle origini, veniva vissuta in questa incredibile cornice paesaggistica. Ho più volte incrociato un anziano che trasportava sulle sue spalle, percorrendo il sentiero per ben due volte al giorno, pesanti e ingombranti contenitori in ferro per il trasporto del latte raccolto dalla mungitura delle capre che pascolano sul sentiero; così come spesse volte ho incontrato muli che trasportavano sul dorso due pesanti gerle colme del raro vitigno “Piere ‘e Palomma” (Piede di Colomba) tipico della zona, dalla particolare forma del tralcio color roseo che ne caratterizza il gusto e determina il sapore, quassù impiantato – sicuramente – dai greci positanesi che lo hanno portato da Ischia/Pithecusa, altra colonia greca.

Ma ci siamo mai chiesti da dove giunge l’appellativo Sentiero degli Dei? Cioè, chi lo ha così definito per la prima volta? Tracce, testimonianze o fonti scritte (chissà dove e seppur esistenti!) sulla questione non ve ne sono. Più volte mi sono posto interrogativi sulle origini della toponomastica di questo sentiero e – dopo aver approfondito con scrupolosa attenzione e trascorso intere giornate a spulciare vecchie pubblicazioni tra archivi e biblioteche – penso di essere giunto ad una “probabile” interpretazione sul come, perché e da chi fu utilizzato, per la prima volta l’appellativo Sentiero degli Dei. Diverse sono le testimonianze storiche che lasciano intuire come questi luoghi siano stati conosciuti e frequentati, con molta probabilità, da alcuni dei più noti e famosi viaggiatori del Grand Tour tra cui Goethe, Lenormant, Mendelsson, Wagner ed altri ancora che, visitando i luoghi della costa, hanno decantato le straordinarie bellezze paesaggistiche negli ambienti culturali tra il XVIII e tutto il XIX secolo.

Ma non solo di storia e di cultura è intriso ogni scorcio, ogni pietra e ogni veduta di questo angolo di Paradiso. Dalle testimonianze orali, raccolte durante i miei primi incontri con la popolazione locale che viveva sul sentiero, in questi luoghi si sono succedute incedibili storie che avevano come protagonisti le vicende di strani personaggi vissuti quassù in epoche remote e che hanno lasciato il “segno” nella locale tradizione popolare tramandata di padre in figlio; oppure ancora le incredibili leggende che – nel corso del tempo – hanno avuto modo di intrecciare le loro trame quassù generando paure e comprensibili timori come: i “Fatati” (quelli che un tempo venivano identificati come i “non normali”, i “fuori di testa”, gli “indesiderati”) che nel loro vagabondare narravano storie fuori dal tempo riuscendo a creare un magico alone, come un intreccio, di fascino e mistero intorno alla loro figura.

C’era anche ‘o Magio (il mago), una sorta di Rasputin locale, anch’egli analfabeta come il mistico russo alla corte dello Zar, che tra profezie e miracoli riusciva ad annotare, su di un enorme libro, la previsione di lieti eventi e nefasti presagi che si avvicendano nella storia come le guerre (quelle mondiali) che hanno coinvolto l’intera umanità; oppure come “quell’uomo dagli occhi di ghiaccio venuto dal freddo a sedersi sul “trono di Pietro” in Vaticano” (Karol Wojtyla); alla sua morte quel “misterioso” libro di cui tanto si narra, non fu mai trovato e la gente del posto, per timore di vivere altri brutti presagi, lo assalì, lo malmenò a bastonate fino ad ammazzarlo per poi decapitarne la testa che rotolò giù per le ripide scale di Nocelle fino a posarsi nell’angolo appena sotto le scale che giungono in piazzetta.

Si raccontava, infine, anche di una scrofa e dei suoi piccoli che vivendo lungo il sentiero – durante il corso di violenti temporali in coincidenza con la luna piena – assumevano le sembianze di Satana e dei suoi 6 piccoli diavoletti incutendo paura ai malcapitati passanti che transitavano sul sentiero. Superati così gli ultimi tornanti si entra finalmente tra le prime case di Nocelle (420 m) camminando tra gli alti pergolati (che sorreggono chiome di limoneti e copiosi vigneti) si attraversano – in successione – il silenzio di rampe, portoni, cortili e terrazzamenti. Quassù, nella splendida e incredibile piazzetta, si ammira un panorama unico al mondo con le bianche case di Positano che spiovono a grappolo lungo il pendio della montagna. Il Sentiero degli Dei altro non è che un ritaglio di natura il quale ci invita a riscoprire da una parte le remote origini dei fieri e liberi popoli marinari, mentre dall’altra evidenzia le radici della dura, ospitale ed orgogliosa gente di montagna. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ALTOMONTE (CS, Calabria): viaggio nel “Brutium” normanno, dalle tradizioni greco-bizantine alle atmosfere medioevali.

Qui, in questi paesi (oggi, tristemente… spopolati!), il tempo ha lasciato indelebili tracce del suo passato; un passato ricco di arte, di fede, di tradizioni, di storia; enormi contenitori di momenti che si rincorrono dalla notte dei tempi esaltando il loro massimo splendore attra-verso il Medioevo.

Le curve che arrancano lungo le prime propaggini nordorientali della Sila ci portano ad ALTOMONTE un borgo collinare davvero molto bello; un agglomerato di case – tutte in pietra – costruito seguendo le pendici di incredibili pendenze che ruotano tutt’intorno al polo (chiesa, chiostro e museo) religioso della Chiesa della Consolazione ed a quello civico riferito al Castello. Considerato fra i borghi più belli d’Italia, il piccolo paese di Altomonte accompagna al visitatore a fare un tuffo nel passato, attraverso emozioni visive e sensoriali, ed attraversare una realtà a dimensione più umana. Seguire le rampe di scale e gradoni, potendo essere attratti dalle ombre di portali e androni che si perdono in profondi angoli chiusi dalle rocce che arrancano lungo impensabili saliscendi, sembra quasi di camminare attraverso un tortuoso sentiero di montagna, mentre i passi riecheggiano sul selciato di ruvide pietre e antichi basoli e strisce di cielo azzurro sembrano pennellare le gronde di antiche residenze. Dominata del Parco Nazionale del Pollino, affacciata sulla Piana di Sibari, a due passi dai paesi di matrice “arbëreshë” (albanese), Altomonte è entrata a far parte, di diritto, nel circuito dei borghi considerati tra i più belli d’Italia.

È un paese davvero incantevole, in cui aleggiano poetiche atmosfere che spaziano dalla narrazione al romanticismo più autentico; camminare senza meta attraverso i suoi angusti vicoli, è come lasciarsi avvolgere dalle ancestrali atmosfere di un remoto passato in cui, anche i più esperti viaggiatori non sembrano essere abituati; ogni rumore viene proiettato dall’eco che attraversa il silenzio come le ante di finestre che cigolano o i conci dei tetti che si toccano al saltellare di corvi e piccioni. Le viuzze sono talmente così strette che non è possibile immortalare, con l’occhio della fotocamera, gli scorci e le prospettive più belle del borgo. Se la struttura dell’impianto urbanistico medioevale del dentro ruota tutta intorno al Castello, il fulcro principale della vita civile e religiosa si concentra, invece, nello slargo panoramico della piazza centrale di Altomonte: Piazza Campanella. Oltre ad offrire splendide vedute panoramiche sulle prime propaggini del Pollino, in essa prospettano le monumentali facciate della Chiesa (madre) di Santa Maria della Consolazione a cui si accede con una bella gradinata e dell’adiacente edificio del Chiostro dei Domenicani che – al suo interno – ospita anche l’area del locale Museo Civico.

Ma andiamole a scoprire queste meraviglie che ci riportano indietro nel tempo, in quell’epoca ove il Medioevo ha lasciato indelebili tracce del suo passaggio. Dalla Torre del Castello una breve deviazione a destra scorre verso piazza Campanella; laggiù – sullo sfondo – attraverso uno stretto corridoio ove le facciate di antichi edifici sembrano toccarsi, è già ben visibile lo spettacolare “rosone” che caratterizza la facciata della chiesa madre di Santa Maria della Consolazione. Siamo giunti davanti alla magnificenza di questa chiesa dopo una interessante camminata tra i caratteristici vicoli e i portali di Altomonte. Preceduta da una bella scalinata al termine di questa, sulla facciata, oltre al rosone, composto da sedici raggi e una gigantesca Torre Campanaria che si ispira alle più famose “bastides” (chiese fortificate dove, in caso di pericolo, si riusciva a trovare riparo) francesi, il varco d’accesso s’apre con un bel portale a sesto acuto contenente e un gigantesco portone in legno intarsiato. L’accesso al suo interno avviene spostando una tendina, ed ecco comparire – in tutta la sua solenne magnificenza – un austero ambiente esaltato dalle luci e dai silenzi; sullo sfondo il coro ligneo, dove frati usavano eseguire i canti gregoriani, risalente al XVI secolo.

Nonostante risenta dello scorrere del tempo, esternamente è molto bella e ben tenuta. Entrati all’interno, sembra di fare un viaggio (attraverso e) indietro nel tempo grazie ai numerosi elementi artistici e religiosi di notevole valore qui presenti. La struttura, in tutta la sua austera, semplice e monumentale bellezza, rispecchia il più importante esempio del classico stile architettonico gotico/angioino molto influenzato dalle tendenze artistiche franco/senesi presenti qui in Calabria. Essa fu edificata nel 1342 circa da Filippo Sangineto, conte di Altomonte, su autorizzazione di Papa Clemente VI. L’interno a croce latina con unica navata viene esaltato dagli archi e dal soffitto a capriate, dal sarcofago (monumento marmoreo del XIV secolo) contenente le spoglie di un giovane e sconosciuto cavaliere, probabilmente appartenente alla famiglia dei Sangineto; una figura armata di tutto punto in ogni suo minimo particolare, che poggia i piedi su due cagnolini (a simboleggiare la fedeltà), con un volto espressivo e le mani giunte in atto di preghiera. Una porta istoriata della fine del XVI secolo mentre, sulla scarna parete in alto a destra, ciò che rimane di un affresco della Madonna della Consolazione.

Accanto alla Chiesa madre c’è il Chiostro dei Domenicani che accoglie – al suo interno – alcuni ambienti del Museo Civico. Un elegante complesso quadrato caratterizzato dalle arcate a tutto sesto che poggiano su colonne ottagonali, un luogo che, dal 1980, custodisce opere d’arte che vanno dal Medioevo all’età moderna, tra cui un’opera di Simone Martini, oltre ad ospitare la Biblioteca Civica e Storica. È stato per secoli un importante centro culturale, legato a figure come Tommaso Campanella, e oggi è un punto di riferimento per la cultura e la storia locale, con il chiostro che rimane uno degli angoli più suggestivi. Il monumentale Convento dei Frati Domenicani fu edificato nel XV secolo per opera, interessamento ed espressa volontà di Cobella Ruffo, moglie di Ruggiero Sanseverino, che divenne contessa di Altomonte nel 1402. Appena varcati l’androne d’accesso, caratterizzato dal pavimento acciottolato, subito si nota come la struttura non è soltanto un semplice chiostro, ma che per secoli è stata – senza ombra di dubbio – il cuore pulsante di un complesso storico, filosofico e artistico che racconta le vicende legate alla storia e alla cultura di Altomonte, riuscendo così, oggi, ad offrire un percorso che si distribuisce tra arte, spiritualità e conoscenza.

Fuori la chiesa la scoperta di Altomonte ci porta a conoscere altri spunti su cui focalizzare la nostra attenzione. Passeggiare lungo le strette viuzze con le antiche case in cui s’aprono gli splendidi portali in pietra, consente di raggiungere un nuovo belvedere che offre altre vedute panoramiche sulla fascia costiera e la piana di Sibari. All’altezza di un cortile sulla destra compare una figura lapidea zoomorfa, posta su un piedistallo composto da lastre in pietra e ciottoli; sul lato opposto, a sinistra, compare la rampa d’accesso dell’austera facciata di quella che un tempo era il Castello Normanno di Altomonte. La rocca è riuscita a mantenere intatto – nel corso dei secoli – il suo intrigante fascino. Tra le sue imponenti mura in pietra, passato e presente si rincorrono riuscendo ad incontrarsi e seguendo le tracce di quella storia che, attraverso lo scorrere del tempo, ha visto sovrapporsi i segni della modernità che hanno reso questo luogo incredibilmente così vivo e vitale. Risalente al XII secolo, nel tempo ha perso la sua originaria funzione divenendo residenza dei tanti feudatari che si sono avvicendati ad Altomonte e che appartenevano alle più importanti casate nobiliari. Articolata su una corte centrale, assunse titolo di castrum nel 1342 da Clemente VI.

La ristrutturazione del Castello ha rispettato l’identità e la natura dei luoghi del tempo e non ha in alcun modo alterato la sofisticata finezza stilistico/architettonica che ha sempre contraddistinto il maniero. Un’eleganza che si evince sulle parti superstiti delle capriate (a vista), affrescate da scene mitologiche, come anche negli splendidi arazzi raffiguranti il “Ratto d’Europa”, opera di Paolo Veronesi. La facciata del castello è caratterizzata da un bellissimo loggiato panoramico da cui si scorgono i monti del Pollino; una spettacolare terrazza che abbraccia la vallata sottostante e consente di allungare lo sguardo fino al mare. Continuando a camminare attraverso il borgo lungo incredibili saliscendi, le sensazioni di attraversare il tempo sembrano non aver mai fine. Sono ancora tante le chiese (piccole e grandi); i palazzi signorili dalle splendide facciate in pietra; le piazze e gli slarghi che appaiono all’improvviso ove s’intrecciano i saluti e gli scambi di battute in una incomprensibile forma dialettale tipica del luogo; elementi che esaltano – ancor più – quell’intricato dedalo di vicoli, androni cantine e sottani da cui, improvvisamente, aleggia l’intenso profumo del rinomato pane di Altomonte, chiudendo in bellezza la scoperta di un luogo che riesce ad accoglierti con stupore. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ROSSANO Calabro (CS) attraverso il “Brutium” normanno… quattro passi di notte nelle atmosfere di un antico passato!

Incastonati tra l’azzurro del mar Ionio e il verde delle montagne circostanti, sorgono bellissimi borghi arroccati tra irte rupi e inaccessibili valloni. Un excursus spazio-temporale che attraversa i principali centri della sibaritide, tra i giganti del Pollino e le copiose faggete della Sila.

ROSSANO Calabro è un interessante centro d’origine bizantina collocato ai margini sudoccidentali della piana di Sibari, tra la costa ionica e i primi contrafforti della Sila. Centro ricco d’arte e cultura greco/bizantina ci accoglie, per una fugace conoscenza dopo il calar del sole, dall’alto della sua incredibile rupe rocciosa; mentre i passi arrancano per le ripide salite attraverso i varchi di antiche porte d’accesso. È un borgo – questo – la cui indole degli abitanti è estremamente accogliente e socievole, mettendosi a disposizione del forestiero e guidandoli, con le loro indicazioni, a percepire tutte le emozioni scaturite dalle bellezze del posto. Pieno di vicoli che raccontano di storie vissute, di vita espresso attraverso i sacrifici di uomini e donne dai volti rugati ove sembra che lo scorrere del tempo non solo abbia lasciato profondi solchi, ma che abbia tenuto così gelosamente nascosti i segreti di una vita rurale fatta di sacrifici, di sopportazioni, di rinunce, di abbandoni… vita che non ha mai smesso di testimoniare valori che oggi sembrano definitivamente scomparsi. Qui a Rossano tre sono gli elementi che caratterizzano il borgo: il culto per San Nilo, la Cattedrale (con la sua Madonna Akeropita), e il prezioso Codex Purpureus (tra i più antichi codici miniati dell’antichità).

Un labirintico intreccio – fatto di vicoli, stradelli, slarghi, rampe e portali – dalle incredibili pendenze che si ramificano all’interno del centro storico viene illuminato dalla fioca luce dei lampioni. I passi accentuano il ticchettio sui millenari basoli consumati dal tempo mentre il respiro affanna per raggiungere i luoghi più impensabili e nascosti all’interno del borgo. Giunti in prossimità della Cattedrale, dedicata al culto per la “Madonna Akeropita”, entriamo attraverso un accesso laterale (navata destra); qui – tra stupore e meraviglia – si viene proiettati in un ascetico contemplare mai provato prima. Dalle fattezze barocche, gli interni della Cattedrale dedicata a Maria Assunta, nascondono un passato che risale al periodo bizantino e che si concretizza, alla prima metà del XIV secolo, con l’edificazione del sacro edificio. Qui si evidenziano spunti visivi ed emotivi che invitano a scoprire quanta bellezza artistica e religiosa si celano al suo interno; un luogo di mistico, profondo, quasi ancestrale, moderatamente sontuoso, ricco di marmi policromi e stucchi che ne esalta la bellezza e restituisce una spiritualità fuori dal comune e che raccoglie al suo interno affreschi di matrice italo/greca, dipinti, statue, reliquie e l’imponente soffitto a cassettoni.

Ma il luogo più venerato all’interno del sacro edificio, un angolo che racchiude una profonda storia spirituale molto più antica, è l’affresco murario della Madonna Achiropita (il cui significato indica che “non è stata dipinta da mano umana” (ma impressionata direttamente – e miracolosamente – sulla ruvida parete). Custodita all’interno di una nicchia protetta dal vetro, illuminata e incorniciata secondo uno stile barocco, vi è un’icona affrescata della Madonna col Bambino, visibile su un frammento di colonna. La vergine e il bambino hanno le dita “benedicenti” bislunghe e lo stile bizantino si legge con la parola “Theotokos” che (in greco) è madre di Dio. La chiesa, bellissima e affascinante, costruita su una preesistente struttura bizantina, è stata più volte rimaneggiata, tanto da non avere uno stile definito. La navata centrale ha un soffitto “a cassettoni” del XV secolo; altarini barocchi visibili sulla parete della navata destra; cappelle, invece, si aprono in quella di sinistra. Ma il punto focale della chiesa è al terzo pilastro della navata centrale, dove, eretta su un altare in marmi policromi è la famosa Madonna che, secondo la leggenda sarebbe miracolosamente apparsa in questo luogo; un dipinto su muro risalente al X secolo.

La potenza dell’affresco si contempla in silenzio e l’immagine – molto venerata – merita sicuramente il viaggio fino a Rossano. Il culto per questa immagine risale già dal VI secolo, al tempo dell’imperatore bizantino Maurizio, mentre l’affresco è databile tra l’XIII e il IX secolo; stare in silenzio davanti a questa immagine pone il fedele in ossequioso silenzio. L’affresco sembra che fosse comparso miracolosamente durante i lavori di costruzione della chiesa. La Madonna apparirebbe vestita di porpora armata di una divina torcia per scacciare gli invasori saraceni; oltre ad aver salvato il popolo di Rossano da colera, cavallette e altre calamità. Ciò che rende credibile questo culto è la leggenda che lo avvolge. Si narra che alla costruzione della chiesa gli operai al mattino trovavano sempre distrutto il lavoro che veniva effettuato, allora misero una persona a guardia per vedere cosa accadeva la notte in quel posto. Il guardiano si accorse che la Madonna voleva essere posta dove ora si trova e apparve sulla parete un dipinto, dove tuttora viene venerato dai rossanesi, costruendo un altare, e una protezione al quadro, in marmi pregiati e colorati provenienti da Cipro e dalla Grecia. La chiesa, capolavoro d’arte bizantina e romanica, tutta rivestita di marmo, diviene Santuario nel 1925.

Camminando verso la periferia meridionale di Rossano, proprio al principio della discesa che porta giù, verso le grotte, compare – in tutta la sua straordinaria e semplice bellezza – l’Oratorio di San Marco, la chiesa più importante di Rossano. Sorta su uno spuntone roccioso ai margini del paese questa chiesa con cinque cupolette e tre absidi posteriori ben visibili, ricorda molto lo stile delle chiesette ortodosse della Grecia. Questo paese per cinquecento anni è stata la base della cultura e dei riti bizantini, nonché luogo di culto per i monaci basiliani. Qui una volta al mese si celebra la messa interamente con il rito ortodosso. Piccolissima cappella, essa risale alle più antiche testimonianze bizantine presenti nei territori dell’alto “Brutium” (Sila greca) e sorse – per l’azione di impulso e di predicazione da parte di San Nilo – con l’intento di poter offrire e dare un sicuro punto di raccolta e preghiera, a quei monaci eremiti locali che vivevano negli antichi insediamenti rupestri (le grotte) disseminati nel circondario: dal sacro edificio, composto da una pianta a croce greca, si elevano cinque cupole cilindriche, e a cui fu aggiunto – nel XV secolo – un ingresso per poterla usare anche come chiesetta.

Resta ancora tanto da vedere qui a Rossano e – purtroppo – il tempo (unitamente alla luce) è tiranno; ma prima di andar via siamo attratti dal perché un uomo di fede, dalla presenta di un santo come San Nilo sia così importante per la spiritualità (e, al tempo stesso, per l’identità) di queste contrade: San Nilo rappresenta la profonda identità storico-culturale di Rossano e di tutto il suo circondario, richiamando le radici greco-bizantine e l’unità tra le diverse tradizioni che qui s’incontrano. Egli è una figura fondamentale per Corigliano-Rossano, e viene celebrato con una festa che unisce profonda fede, riscoperta delle radici e gioia comunitaria.  (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Riserva Naturale valle e foce del fiume BELICE (Sicilia, AG-TP)

Per raggiungere la foce del fiume Belice, che attraversa l’omonima valle, si attraversa un paesaggio caratterizzato da morbide colline punteggiate dai filari di vigneti che si perdono a vista d’occhio, siamo nell’area del vino Marsala. Ma è presso la foce che la natura, in quest’angolo dell’isola, esprime alcune delle sue peculiarità, alcuni particolari habitat come le paludi e la fascia costiera caratterizzata dalle dune e dai gigli di mare. Paesaggi tra il verde e l’argento offrono una varietà di di elementi naturali, quali le verdeggianti colline che spiovono fino al mare; ampie vallate ricoperte da macchie di conifere ed eucalipto che si alternano al sughero, al carrubo, dall’olivo, e dalla macchia mediterranea tra rovi, corbezzoli e ginestre.

Avvicinandosi all’area ove il fiume Belice, per mezzo della sua foce, riversa le sue acque nel Mediterraneo. E’ qui che ritroviamo alcuni tra gli ambienti ormai quasi del tutto scomparsi in Sicilia; qui le paludi rivestono notevole interesse soprattutto dal punto di vista faunistico. Tra gli ampi specchi d’acqua circondati dalla cospicua ve-getazione palustre, ove spicca il “Limonium siculum” esclusivo di quest’area e dei pantani siracusani, trovano sicuro punto di riferimento per una sosta grandi stormi di uccelli migratori; autentiche oasi di verde in un contesto più ampio di terre aride ed aspre. L’importanza di questi ambienti si evidenzia per la presenza di una copio-sa e ricca macchia mediterranea in cui primeggiano il lentisco, la palma nana, i gigli, canne ed altre… oltre alla presenza di una fauna tipica come il ramarro (che si nasconde tra le canne) e la testuggine.

Particolari scorci paesaggistici si ammirano nelle adiacenze di Selinunte, ove ad un intenso tratto costiero sabbioso, fa da margine la maestosità delle superbe rovine della città greca. Alla foce del fiume Belice e alle dune limitrofe che ne esaltano il li-torale, si raggiunge dopo aver superato un ponte in ferro della ferrovia. Passerelle in listelli con passamani in legno immettono in uno dei tratti costieri tra i più belli e significativi; una costa dalle finissime sabbie che si estende tra Marinella di Selinunte e Porto Palo, autentico scrigno di bellezze sia naturalistiche che paesaggistiche.

Su questo litorale prospettano un insieme costituito da un sistema di dune costiere che spesso – sottoposti alle mutevoli sferzate dei venti, si spostano verso l’entroterra per molte decine di metri, raggiungendo altezze che oscillano tra i 5 e i 7 metri. Queste, continuamente modificate dall’azione dei venti, insieme all’areale della foce accolgono svariate specie vegetali e animali come le erbe striscianti ca-paci di “riemergere” dalla sabbia, delicati fiori come i profumati gigli di mare e le spettacolari acacie e – proprio presso la foce – del fiume, lungo le sue sponde, una ricca vegetazione palustre in cui prevale il canneto.

Tra le varie specie avifaunistiche prevale la presenza degli aironi “cenerini”, passeri-formi, anatre, ghiandaie, il ramarro “siculo” ed è segnalata la deposizione di uova di tartarughe marine; mentre numerosissima è la presenza di lumache (di tutte le di-mensioni) che stazionano lungo gli steli tra i canneti e le dune. Il piacevole sgam-bettare attraverso i canneti e la sabbia, conduce verso un mare dai fondali cristallini davvero unici; di fronte… le coste dell’Africa, l’altra “faccia” del Mediterraneo. (testi & photo ©Andrea Perciato)

St. Pio “Walk” (da Pietrelcina BN a Sant’Elia a Pianisi CB)… come affondare i nostri piedi nelle impronte di un Santo!

Dedicato a Mario (“STEINBOCK”) LUCIANO, un FRATELLO… più che un AMICO! Con la speranza che sia tra le braccia del “santo” frate. Affrontare la distanza spazio-temporale che ci separa dalla meta crea una frattura radicale con la quotidianità. Impone di cambiare abitudini, impegna a posticipare la realizzazione dei propri desideri. Il Pellegrinaggio è un atto volontario con il quale un uomo abbandona i luoghi a lui consueti, le proprie abitudini, il proprio ambiente affettivo, per recarsi in religiosità di spirito fino al luogo di culto che si è liberamente scelto, o che egli si auto-impone per penitenza. Proprio come le “Compagnie” dei pellegrini di una volta, guidate da priori, curati, sindaci e confraternite a seguito di uno stendardo o di colorate cente, così oggi i moderni gruppi di devoti iniziano il proprio cammino sulla scia di un antico emblema/reliquario scettro e, al tempo stesso, testimone che accomuna tutti lungo il percorso, simile alle antiche Tavole della Legge di biblica memoria.

Le tracce del “St. PIO Walk” solo geograficamente cominciano da Pietrelcina ma, nella sua particolare e inedita struttura esso ha inizio molto prima e in un luogo senza confini spazio-temporali: il nostro animo! Nessuna risposta a capire cosa spinge, coloro che si mettono in cammino, ad abbandonare tutto per partire ed affrontare una dimensione diversa ove il tempo, quello determinato dalla curvatura del sole nella volta celeste, viene scandito solo dal ritmo dei passi. Si parte con un’idea e si arriva con un’altra idea. I motivi che inducono a intraprendere le lunghe fatiche percorrendo il “St. PIO Walk” possono essere diversi: c’è chi lo affronta per motivi religiosi, chi per puro svago sportivo, chi invece per arricchimento culturale e spirituale o chi, semplicemente, per seguire una moda del momento. Tutti, indistintamente, troveranno sulla strada un nuovo scopo per giungere alla meta.

Solitudine e confusione, desiderio di conoscenza e spinta religiosa, stimoli psicologici e spirito sportivo, tendenza ancestrale al diretto contatto con la natura e possibilità di immergersi nella conoscenza del territorio sono elementi fondamentali con cui si forgia la struttura del pellegrinaggio. Esiste una specie di canale privilegiato sempre aperto su cui sintonizzare i propri pensieri e i propri dialoghi. Così riesce spontaneo scambiare una parola con chi ti cammina accanto, anche se non lo si è mai visto prima, diventa naturale; o anche come sedersi di fronte a un immenso paesaggio, assorto in contemplativi silenzi, di fianco a un compagno di strada. Il condividere la fatica, sopportare insieme il caldo e contarsi le vesciche ai piedi sono tutti aspetti, questi, dell’esperienza che lungo il cammino del “St. PIO Walk” hanno un significato ben preciso e definito; ciò costituisce uno straordinario collante fra i pellegrini camminatori.

Si dice che qualsiasi cammino cominci una volta lasciata la propria casa ed esistono tanti cammini quanti sono i pellegrini che lo percorrono. In realtà “St. PIO Walk” ha un punto di partenza ufficiale riconosciuto nel borgo di Pietrelcina, piccolo abitato che ha dato i natali a Padre Pio, e raggiunge il promontorio garganico in San Giovanni Rotondo, valicando i monti del Sannio e l’Appennino della Daunia ove da secoli transitano importanti vie di collegamento. Il “St. PIO Walk” si snoda lungo un itinerario di spiritualità e conoscenza che muove i suoi primi passi da Pietrelcina (luogo natale del Santo) ove pellegrini e viaggiatori trovano la pace percorrendo il cammino. Un viaggio che vale la pena di condividere con persone anche di diverso credo religioso e pensiero; un viaggio intenso, profondo e proficuo; pervaso di credenze e motivi culturali da metabolizzare. Lungo il cammino/pellegrinaggio l’escursionista avverte la sensazione di essere un tutt’uno con la natura, ove si considera l’attento confronto fra la realtà attuale e quella antica; non si tralascia neanche il grosso significato di attraversare quei lunghi tratti delle antiche autostrade d’erba, come i tratturi della “transumanza” e comodi sentieri rupestri.

Le tracce del “St. PIO Walk” hanno la caratteristica peculiare di ripercorrere quelli che sono stati gli autentici spostamenti effettuati dal Santo frate toccando tutte le strutture religiose e i complessi conventuali distribuiti su un immenso territorio a cavallo dell’Appennino Dauno, posto a cavallo tra le province di Benevento, Campobasso e Foggia; vale a dire tutti quei luoghi spirituali in cui il frate di Pietrelcina si è mosso dalla borgata sannita, nella quale egli è nato ed è giunto – dopo un cammino spirituale durato anni – sul promontorio garganico nel villaggio di San Giovanni Rotondo ove ha terminato la sua esistenza terrena ed e asceso alla gloria celeste. Questo racconto, fatto di parole ed immagini, narra di uno dei tracciati che partono da Pietrelcina (in provincia di Benevento), attraversano le località di contrada Cannavina, contrada San Giuseppe, contrada Guardiola, colle Pacifici, Pesco Sannita, contrada Pietrarelle, contrada Reinello, masseria De Nunzio, contrada Monteleone, masseria Borza, casa Tozzi, Reino, Regio Tratturo, Reinello, contrada Streppara, timpa Streppara, fosso Chiusolano, masseria Vessecchia, contrada Tocco, croce di Maggio, Colle Sannita, masseria Grasso, croce di Mattioni, contrada Catere, Decorata, valle Cervaro, fonte Cupa, piana di Escamare, Jesi, ponte Carapello, contrada Tortorella, torrente Tappino, Campobasso, Ferrazzano, Matrice, Regio Tratturo, case Colavita, Sant’Elia a Pianisi (provincia di Campobasso), Convento Francescano Frati Cappuccini (testi & photo ©Andrea Perciato)

BRATISLAVA, antica “Pressburg” (SLOVENSKO): la più giovane e la più piccola d’Europa…

Occorre un giorno per girare a piedi, conoscere e scoprire alcuni tra gli angoli più significativi di questa giovane capitale europea bagnata dalle acque del Danubio e posta al confine con l’Ungheria e l’Austria; con un centro storico tale da sembrare un gioiellino urbano tutto da vivere coi suoi numerosissimi negozietti e locali (pub, locande, trattorie, vinerie, birrerie…) dalle appariscenti vetrine e dalle tipiche atmosfere “bohémien” che si rifanno al mondo artistico, intellettuale e letterario del IX secolo. BRATISLAVA non è molto grande, tutte le sue attrazioni ed i luoghi più importanti e significativi sono concentrati nel centro della città; l’anima pulsante ruota all’interno di un borgo storico e medievale che sembra essere diviso in due e attraversato da due larghe arterie stradali, fortunatamente chiuse al traffico veicolare. Tra i principali viali, attraversati dalla linea tramviaria, c’è il viale Obchodnà coi suoi numerosissimi negozi e locali ove gustare pietanze della tipica cucina locale, ai fast food più in voga, agli accoglienti ristoranti tra “modern style” e charme.

Proprio lungo questo viale compare il più antico pub della nazione: lo SLOVAKJ PUB, ricavato dalla struttura di una chiesa sconsacrata. L’ingresso ha una rampa di scale in legno che sale al piano di sopra. Tra antichi eroi slovacchi, spade nella roccia, saghe e leggende legate a santi, eremiti e guerrieri, nel pub (di fine ‘500) si cammina su travi calpestate, per secoli, dai tanti viaggiatori passati da qui; tipiche pietanze e birre locali che ti inebriano ma non fanno barcollare, e quel profumo d’antico che non guasta mai, rendono il luogo molto speciale. Appena superati lo sbilenco (perché a differenti quote) piazzale caratterizzato dal largo viale Hurbanovo nàmestie attraversato dalla tramvia, siamo alle porte della CITTÁ VECCHIA. “Staré Mesto” è, appunto, il fulcro della capitale slovacca. Questa parte della città è piccola, raccolta, accogliente e – attraversandola a piedi – si visita facilmente in poche ore. Il centro storico è attraversato da due principali vie (la Michalskà/Ventrùrska e la Panskà) con vicoli lastricati su cui s’affacciano palazzi colorati dai diversi stili e che raccontano molte vicende del passato.

Siamo sul ponte (most) che immette all’arco “bràna strednà” che attraversa l’antico perimetro settentrionale della città vecchia. Tra vicoli strettissimi, portali in pietra finemente decorati e le meravigliose vetrine del centro storico si incontrano i più importanti edifici e monumenti di Bratislava, le sue caratteristiche statue, nonché numerosi alberghi, ristoranti, chiese, musei e teatri; senza poi dimenticare – naturalmente – i caffè storici che riportano indietro nel tempo. La via che piega e scende a sx lascia apparire, in tutta la sua imponenza, la TORRE di San Michele. Questa è l’unica porta medievale conservata della città che risale al XIV secolo. Coi suoi 51 metri d’altezza era una delle quattro porte cittadine; la ristrutturazione del 1758 diede alla torre un aspetto più barocco. Uno dei monumenti piú significativi della città sia per la sua imponenza che per la storia che l’accompagna. É bello varcare l’arco sottostante e soprattutto percorrere la strada dell’incoronazione con le coroncine incastonate nel manto stradale in ricordo della passeggiata che qui svolgevano gli imperatori appena incoronati.

La via Michalskà/Ventrùrska scende verso sud fino ad incrociare la via Panskà; qui una fontana caratterizza l’unione tra le due vie. Volgendo a dx si giunge presso la parte esterna del centro antico; la bellissima facciata di un palazzo in tardo stile liberty che si sovrappone all’art-nouveau. Qui, sempre a dx, s’apre lo slargo alberato Anton Berdolàk (con fontana) dietro cui primeggia l’imponente torre campanaria della Katedràla Svätého Martina. Il suo campanile dai colori verde/oro termina a punta con la corona ungherese; era la “Chiesa delle Incoronazioni”. Di fronte, oltre la strada soprelevata a scorrimento veloce, s’erge – dall’alto di una verde collina (propaggini meridionali dei Piccoli Carpazi) – il Castello. La vecchia fortezza s’affaccia, in tutta la sua imponenza, sul Danubio con le 4 torri poste ai lati e le pareti bianche; esso è il simbolo indiscusso della città. Per raggiungerlo si prende il sottopasso Podchod pämati, si volge a dx per una prima rampa di scale e poi subito a sx per i gradoni acciottolati di Zàmocké schody, fino a raggiungere la singolare porta delle mura meridionali di Ẑigmundova bràna.

Superata la porta la pista basolata risale sfiorando i bastioni meridionali della cinta muraria fino a raggiungere – sulla dx – l’arco d’ingresso (Leopoldova bràna) che immette nel perimetro interno della fortificazione. Poco più avanti, parte sulla sx una serpentina di rampe dai listelli in cotto che sbuca presso il monumentale cancello sulla panoramica spianata; e qui, a dx, compare in tutta la sua poderosa e magnifica bellezza, il CASTELLO (Kràlovskў palàc na Bratislavskom hrade) di Bratislava, col suo ampio piazzale caratterizzato dalla statua equestre di Svâtopluk. L’imponente facciata del Castello è uno dei punti di riferimento più importanti della città; esso s’apre con una splendida vista sul quartiere medioevale e la parte più antica di Bratislava. Esso è una delle migliori attrazioni della capitale, in una splendida posizione su una collina ai margini occidentali del centro. La spianata s’apre su uno splendido paesaggio, con verde e fiori. Dal cortile del castello si gode di una splendida vista sui tetti città antica e sul fiume Danubio. Oltre a scorgere tutta la città, in lontananza i mulini a vento, che si trovano in Austria.

Il Castello di Bratislava domina l’intero centro storico sottostante, che risulta essere – indubbiamente – la parte più bella della capitale. Usciti nuovamente fuori le mura dalla porta di Ẑigmundova bràna, e rientrando nella vecchia città si attraversa un altro pittoresco angolo di Bratislava; un borghetto (dimora di antiche famiglie ebraiche) con alte e strette case ricco di storia, con slarghi fioriti e belle piazzette distribuite lungo impensabili pendenze, attraversate da strade lastricate e rampe acciottolate ai cui lati si ergono antichi palazzi dai colori pastello. Rientrati nel centro storico della città si cammina lungo la via Panskà fino ad incontrare, presso l’incrocio con Rybârska brâna, un’altra delle figure simbolo associate alla città di Bratislava. Praticamente da un tombino fuoriesce – con le braccia poggiate lungo il bordo della pavimentazione – un buffo personaggio in “bombetta” che sembra divertirsi osservando le persone che camminano su e giù per la via. La singolare figura si chiama Čumil (Man at work o Gaper), e raffigura un lavoratore della rete fognaria cittadina; esso è un’attrazione molto fotografata.

Proseguendo verso occidente lungo il viale Laurinskà si sbuca nell’enorme piazza di Kamennè nàmestie, in cui convergono – e si incrociano – cinque tra le principali arterie che comunicano tra la parte vecchia della città e quella nuova. Edifici di nuova concezione architettonica si alternano alle tipiche costruzioni edilizie e agli ampi spazi urbani determinati dal potere sovietico; un susseguirsi di tempi ed epoche storiche che hanno determinato la vita di questa città e della sua popolazione durante la “Guerra Fredda” e l’oblio della “Cortina di Ferro”. Imboccando via Dunajska prestare molta attenzione al suo lato dx: tra due strette palazzine compare un varco (Liga pasàz, specie di sottopasso quasi al buio), privo di illuminazione, che sbuca lungo il viale alberato di Grösslingovà; un centinaio di metri sulla sx e poi, subito immediatamente a destra per via Bezruĉova, ecco comparire – in lontananza sulla dx – lo splendido campanile della singolare Chiesa Blu dalle bizzarre forme architettoniche (quasi di matrice gaudiana), dedicata a Kostl svătej Alžbety, Santa Elisabetta.

La Chiesa Blu di Santa Elisabetta è una delle principali attrazioni di Bratislava, un monumento di art nouveau tra i più belli della città. Dedicata a Santa Elisabetta d’Ungheria. L’edificio sacro esprime uno forte stile di art nouveau ed è nota come la Chiesa Blu per via del colore della sua facciata. Anche le decorazioni interne, le panche e persino il campanile sono colorate di blu. Il Modrý kostol sembra essere uscito da una favola, sempre circondato da gente curiosa, per via del suo stile unico; architettura secessionista ungherese e anche un pò di arte bizantina, risaltano le sue tonalità dai colori azzurro e turchese, da qui il nome di Chiesa Blu. La giornata volge al tramonto e, purtroppo, siamo riusciti a vedere e conoscere solo alcuni tra i principali edifici, monumenti e luoghi di culto che caratterizzano questa giovane capitale. All’interno della città vecchia ci sono ancora altre “perle” architettoniche come le piazze, che hanno per sfondo i tipici edifici dall’architettura medioevale, rinascimentale e neoclassica che ha sempre caratterizzato queste terre ai margini tra oriente e occidente. Qui le invasioni turche tra la fine del XVI e i primi del XVII secolo furono fermate dagli eserciti europei e qui – noi, purtroppo – di fronte a questo insolito e curioso edificio di culto, chiudiamo il nostro bel giro a piedi per Bratislava. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

MADDALONI (CE): tra cupole, rocche e castelli, la curiosa battaglia… delle sedie!

Chi giunge per la prima volta a MADDALONI, presso Caserta, lad­dove spiovono le pendici dei monti Tifatini, scopre lo spettacolare scenario di una elegante e industriosa cittadina la cui sky-line è determinata dai profili delle cu­pole e dei campanili delle sue numerose chiese. Sospesa tra barocco e illuminismo, le vestigia di questa suggestiva città si perdono nella notte dei tempi, passando dall’Età del Rame (reperti ceramici) alle dominazioni di Osci e Sanniti (la Calatia del VIII secolo a. C.), per la sottomissione a Roma (211) e le distruzioni ad opera dei Saraceni (IX secolo) fino alla longobarda Mataluni, sorta per opera del principe Arechi sulle alture che dominano l’immensa pianura fra Nola e Capua. L’odierna Maddaloni è un interminabile tappeto di tetti rossi che costellano un orizzonte dominato dal cono del Vesuvio. Su tutto l’abitato giganteggia il cupolone dell’Annunziata, ben visibile da ogni dove, mentre il tessuto urbano è un concentrato di archeologia, arte e storia.

Qui, tra le strette viuzze basolate, le ombre generate da cortili e portali in pietra, lapidi e fregi marmorei d’epoca romana che si alternano a lastre tombali determinanti angoli e prospettive architettoniche inconsuete; il gusto di un fascino antico che si permea tra volumetrie di stampo vantitelliano gioca a nascondino fra le cromatiche facciate di chiese e palazzi gentilizi alternandosi ai fasti medioevali delle torri squadrate del Castello e le Torri cilindriche di avvistamento che dominano, dall’alto dei crinali di monte San Michele, l’intero abitato e i suoi “corridoi” terrestri. Queste terre fin dall’antichità hanno sempre respirato aria d’indipendenza. Una popolazione indomabile che, nel corso dei secoli, ha sempre procurato insidie e rivolte a chi, ripetutamente, pensava di farne territorio di conquista e controllo.  

Anche se nella vallata alle sue spalle domina la ciclopica struttura di ingegneria vanvitelliana ad archi sovrapposti dei Ponti della Valle, colleganti i monti Longano e Garzano e consentendo il flusso delle acque per alimentare le cascate della Reggia di Caserta, Maddaloni fu uno dei centri più avversi alla monarchia borbonica. Una leggenda popolare narra che l’artigianato delle sedie da “chiesa”, quelle impagliate, intrise ancora dei freschi profumi dei legni di bosco (faggio o pioppo) e di grano, sia nato proprio durante una notte in cui minacciava tempesta, quando il popolo appoggiò, a suon di sediate costruite in fretta e furia, una rivolta dei Carafa (nobile famiglia del patriziato partenopeo) contro i messi del re. Oggi, tra coloro che ancora praticano l’antica arte dei ‘mpagliasegge primeggiano figure femminili.

Maddaloni sorge all’imbocco della valle che introduce nel cosiddetto “corridoio sannita” penetrando nella pianura solcata dal medio corso del fiume Volturno, mentre la Regina Viarum Appia ne attraversa il centro urbano, e continua in direzione delle vicine Forche Caudine. Presso l’antica Parrocchiale di San Benedetto ai margini dell’abitato, comincia una rampa che serpeggia tra la folta vegetazione lungo la dorsale di monte S. Michele, fino a guadagnare le mura del Castello medioevale di Maddaloni dominante un orizzonte che si staglia dalle pendici dei monti Tifatini lungo tutta la pianura della Terra di Lavoro. Proseguendo in salita (verso N) dal maniero si imbocca un percorso caratterizzato dalle edicole votive della Via Crucis fino a raggiungere la Torre Superiore della cinta fortificata. Qui la mole principale è affiancata dal basamento di una mozza torre longobarda; si consiglia di visitare tutto il perimetro delle fortificazioni ove trova spazio un parco di alberi sempreverdi.

Giunti in cima alla dorsale rocciosa di monte S. Michele, qui sorge l’omonimo eremo-santuario dedicato a S. Michele Arcangelo ove prospetta un ampio paesaggio: il cono del Vesuvio a S, la dorsale dei monti Taburno-Camposauro a N e, più in fondo, i monti del Matese. Dal Santuario scorre una lunga stradina in falsopiano che attraversa il crinale settentrionale della montagna fino a giungere presso Villa Santoro ove la rotabile incrocia la strada che sale da Valle di Maddaloni. Percorrendo in discesa quest’ultima si giunge in vista della poderosa struttura ad archi sovrapposti dei Ponti della Valle, progettati dall’architetto Vanvitelli per convogliare il flusso delle acque per alimentare le fontane, le cascate e i giochi d’acqua all’interno della Reggia di Caserta. Tre ordini di archi sovrapposti a diverse altezze, il primo percorribile e gli altri per l’acqua, per una lunghezza di 529 metri e un’altezza massima di 95 metri. Presso questi ponti, il 1° ottobre 1860 una furiosa battaglia vide soccombere le truppe borboniche sotto il fuoco dei garibaldini.

Visitare questa cittadina equivale a penetrare nel suo passato, a ripercorrere la sua storia, magari non ancora scritta ma evidenziata dalle sue stesse pietre (mura e monumenti) di cui restano ampie tracce sul territorio. I resti della cinta muraria di Calathia sono ancora ben visibili appena fuori dell’abitato, nell’area pianeggiante a ridosso dei margini occidentali del perimetro urbano. Durante tutto il corso del ‘900 numerose campagne di scavo, a intervalli non regolari, hanno consentito di riportare alla luce parti di perimetro delle mura (opus incertum) e i resti di alcune capanne del primissimo insediamento, probabilmente appartenute alla necropoli. Praticamente un museo a cielo aperto racchiuso in una suggestiva cornice di copiosa vegetazione tra i campi. Antiche geometrie lapidee, modellate dalla polvere e dall’inesauribile scorrere del tempo, emergono qui incastrate nei fertili terreni: micro aree archeologiche ancora in fase di scavo; pavimenti a mosaico; domus d’età repubblicana e un possente edificio d’epoca ellenica.

La ceramica e le monete rinvenute hanno trovato giusta collocazione nel Museo Civico, presso un’ala della Biblioteca Comunale. Rituffandosi nuovamente tra i vicoli e le corti del centro abitato si va alla scoperta di suggestivi angoli, stradine, chiese e cappelle. Muovendosi da Piazza Vittoria, cuore pulsante del centro storico, ove confluiscono ben cinque slarghi, si raggiunge la scenografica Piazza Umberto I ove prospetta la bellissima Chiesa dell’Annunziata, eretta nel 1319 dal sovrano angioino Roberto; al suo interno pregevoli tele e affreschi, marmi ed opere lignee. Nei pressi si snodano vicoli e strettoie su cui s’affacciano splendide case con portali ad arco in tufo. Giunti in piazza De Sivo qui svetta la chiesa del Corpus Domini (1546). Lungo Via Maddalena si attraversa uno dei quartieri più vetusti della città da cui si erge la diroccata chiesa paleocristiana di S. Agnello. Ma tra le opere più conosciute in Maddaloni c’è il Palazzo Ducale dei Carafa che oggi ospita il Villaggio dei Ragazzi, un ente morale per la promozione di iniziative culturali e ricreative a favore dei ragazzi disagiati. (testi & photo ©Andrea Perciato con la partecipazione di M.R. Liliano)

ORHEIUL Vechi (MOLDAVIA), come sospesi… tra due dimensioni!

Crocevia di più culture che vanno dalla mitteleuropea alla caucasica, dalla turca alla baltica, dalla russa alla rumena, dalla mongola alla greca. Come un luogo – così tanto particolare – in una terra poco conosciuta, ancor meno frequentata dai turisti se non qualche appassionato viaggiatore o viandante alla ricerca di storia, cultura, natura e paesaggi in un posto che sembra essere narrato da un racconto fantasy o uscito fuori rotta da una “time machine”. Una terra che mostra ancora le mille sfaccettature di un paese rimasto fermo nel tempo e radicato così fortemente alle sue tradizioni dal sapore gitano. “Come mai avete scelto la Moldavia per il vostro viaggio…?” Questa è stata la domanda che spesso, tra stupore e meraviglia, ci hanno rivolto! Questa è l’antica terra dei “Rom”, questa è ciò che resta di un’antica Repubblica Socialista dei Soviet, questa è… la Moldavia.

Per raggiungere questo particolare e inconsueto scenario paesaggistico e ambientale ci si avvale di un trasporto (spesso non proprio pubblico!) che, dalla zona mercatale (Naf-Naf) della capitale moldava Chişinău, a bordo di traballanti minibus (i “marshrutka”) coprono i circa 60 km per raggiungere ORHEIUL VECHI, mistico luogo di culto sorto su una dorsale calcarea che si erge tra le sinuose anse del fiume Răut, in una cornice paesaggistica della Moldova unica al mondo, così autentica e dal carattere prettamente agricolo (alta densità di campi coltivati a vigneti). I viaggiatori non rinunciano a compiere un’escursione qui perché la valenza di Orheiul Vechi non sfugge ai più attenti. D’altronde anche il dossier sul tavolo dell’Unesco lo evidenzia: ricerche archeologiche sul promontorio Peştera hanno portato alla luce numerosi insediamenti ben conservati; tra questi, un campo del tardo paleolitico (circa 30/20.000 anni prima di Cristo) ma anche numerosi insediamenti rurali individuati sulle dolci e – spesse volte – aspre pendici che genera il promontorio.

Della Moldova si parla come di una gemma che per la sua posizione strategica è stata inevitabilmente spesso contesa e più volte conquistata durante il corso dei secoli, divenendo così nel tempo una sorta di cerniera tra culture e diverse etnie (come Cina, Carpazi, Anatolia e Mar Baltico) che oggi meritano di essere conosciute. Beh, Orheiul Vechi è tutto questo: un paesaggio che assomiglia incredibilmente ad un incastro di anfiteatri emisferici ampio più di 5 km2, solcato dalle ripide sponde del fiume Răut il cui corso, estremamente tortuoso, ha scavato nel corso dei millenni, sinuosi meandri incastonati attraverso la roccia calcarea. Dal punto di vista ambientale, paesaggistico e panoramico già la sua peculiarità vale il viaggio per raggiungerlo: in questo luogo trovano il loro punto d’incontro tre grandi zone geografiche come la steppa eurasiatica, la steppa forestale dell’Europa orientale e il bacino del Carpato-Danubiano.

Chi giunge per la prima volta quaggiù scopre di trovarsi nel mezzo di un’area protetta (Rezervaţia Cultural-Naturalǎ) e in un territorio condiviso fra tre villaggi: Butuceni, Morovaia e Trebujeni. Orhei Vechi è proprio nel mezzo dell’insenatura che funge anche da promontorio tra le anse del fiume; un complesso archeologico, artistico, culturale, religioso e storico davvero unico. Al di là dell’imponente e incredibile paesaggio naturale, un gruppo di (non ben definite quante) grotte troglodite, singolari luoghi sacri che testimoniano una fede antichissima, e che – nel corso dei secoli – hanno ospitato, nei suoi anfratti e gli antichi monasteri, numerose comunità di monaci eremiti che professano sia il culto bizantino che quello ortodosso, in una cornice naturale generata dall’erosione del fiume Rǎut; è un pò come potersi affacciare su di un universo sospeso nel tempo quando si getta lo sguardo su Orheiul Vechi, il complesso storico e archeologico più importante della Moldova.

Il paesaggio naturale che circonda il territorio è in gran parte di roccia calcarea, strato che durante il corso dei millenni è stato eroso dallo scorrere del fiume. Un ambiente così austero e – al tempo stesso – contemplativo che si combina con vestigia archeologiche dell’antica civiltà “trypilliana” (cultura neolitica risalente a oltre 7000 anni fa), con strati culturali che riconducono a diverse epoche, fino all’età del ferro. Questo promontorio calcareo, conosciuto anche come Butuceni, contiene tracce di diverse civiltà, tra cui resti di fortezze realizzate in legno e terra come la fortezza Geto-Daci (del VI-I secolo a.C.); il forte dell’Orda d’oro Shehr al-Jedid o Yangi-Shehr (del XIV secolo); una fortezza (del XIV-XVI secolo), il monastero ortodosso (secolo XIV) e la città di Orhei (del XIV-XVI secolo). Di grande suggestione è la chiesa rupestre ricavata in grotte ancora utilizzate come cappelle, in cui si ritrovano una serie di reperti storici e iscrizioni slave risalenti al 1690, che testimoniano come l’Hajduk sorta di bandito, fuorilegge locale) locale si era rifugiato nelle caverne, nascondendosi dall’Impero Ottomano.

Raggiunti la spianata formata dalle anse del fiume, ha inizio un bel percorso a piedi che porta fino al crinale ove si ergono, già ben visibili, le guglie del monastero e della cappella rupestre. Orheiul Vechi è un monumento naturale, di notevole importanza storica ed archeologica, protetto come “patrimonio nazionale” moldavo, situato su una dorsale formata dal bordo del fiume Răut; esso ha conosciuto, nel tempo, numerosissime civiltà storiche tra cui: i Goti, gli Unni, gli Slavi, e gli Ungheresi. Incastrato al centro di un incredibile paesaggio esso si trova tra due enormi altopiani. Quello che ospita i luoghi religiosi ha una funzione geologica molto particolare; l’altopiano di Butuceni, appunto, conserva fortificazioni rupestri antichissime come: grotte dove i monaci conducevano un’ascetica esistenza fatta di preghiere e contemplazioni. Una bianca croce in calcare troneggia dall’alto della rupe che s’affaccia sul fiume; essa indica la posizione in cui giace un santuario scavato nella grotta sottostante con l’ultimo vecchio monaco che accoglie visitatori e pellegrini.

Un piccolo campanile custodisce, con una sottostante porta d’accesso, l’ingresso (caratterizzato da bassorilievi lapidei raffiguranti S. Giorgio e S. Michele) che conduce al Monastero rupestre. Si discende per una scala (attenzione al soffitto) ricavata nella roccia; il denso profumo di incensi che sale dal basso è intriso di preghiera e di silenzio mentre sullo sfondo si apre, man mano che si scende, un ambiente che ha ospitato, per secoli, comunità di monaci eremiti raccolti in preghiera e contemplazione. Oggi un padre guardiano caratterizzato dalla sua lunga (austera e fiera) barba bianca è sempre lì, presente, ad accogliere chiunque si rechi quaggiù a conoscere questo luogo (una sorta di cella), apparentemente al buio e illuminato dalla luce delle candele: a destra, una nicchia più ampia accoglie una sorta di altare con leggio impreziosito da arredi sacri e le tante coloratissime icone di santi e beati della tradizione ortodossa; un luogo, la cui autenticità, trasuda di storia e di fede. La luce entra da una finestrella e, poco accanto, una porta che s’apre sull’immenso con incredibili vedute panoramiche.

Pochi passi oltre la porta (in legno scolpita da figure geometriche) conducono sul ciglio di un dirupo; oltre, è praticamente impossibile procedere, c’è il baratro che precipita nel sottostante fiume! Guardando la parete calcarea gli occhi scorgono le tante monetine e i bigliettini (intenzioni di preghiera o speranzosi desideri) incastrati tra le fessure rocciose lasciate dai tanti pellegrini che hanno raggiunto questo posto; sotto i piedi, invece, si calpestano le migliaia di buchi lasciati, nel corso dei millenni, da (piccole e grandi) conchiglie fossili di natura marina, ciò a dimostrare che milioni d’anni fa questo paesaggio era immerso dalle acque. Rientrando nell’anfratto rupestre, appena dietro la porta sulla destra, s’apre – nel buio – una nicchia allestita (sorta di cella) con un giaciglio, diverse coperte colorate e una mensola con portacandela in terracotta: questa è la cella del padre/guardiano ricavata nella viva roccia calcarea e fatta su misura secondo lo spazio occorrente ai bisogni del monaco.

Usciti nuovamente all’aperto si continua a camminare lungo il crinale; laggiù in fondo a sinistra il fiume serpeggia lento attraverso un mare di verde (coltura intensiva di vigneti) contornato da due morene ad anfiteatro. Poche centinaia di metri su per la dorsale si raggiunge una chiesa locale: il Monastero di ORHEIUL VECHI (con bellissime guglie a “cipolla” tutte d’oro zecchino) tinta in bianco e a tutt’oggi attiva in quella che sembra essere una vecchia missione di matrice spagnola; qui la natura circostante assume la veste di un insolito complesso museale mentre l’interno della chiesa sembra le “Porte del Paradiso”. Varcato un cancello in ferro compare un giardino ben curato; intorno al perimetro esterno della chiesa c’è una colombaia e alcuni ambienti che ospitano, all’occorrenza, un giovane monaco che cura la manutenzione del luogo, e delle donne che accolgono e assistono pellegrini e viaggiatori in visita alla chiesa. Qui la natura, sembra come essere sospesa nel tempo; siamo nella Valle del Raut e tutt’intorno oltre all’eremo, ai luoghi di culto e al monastero, nel sottostante villaggio di BUTUCENI la vita scorre tranquilla tra le vecchie abitazioni.

Per un sentiero sterrato si raggiungono le prime case di Butucenu. Tra gli impenetrabili silenzi della via principale che attraversa il villaggio, riecheggiano il calpestio dei nostri passi e il ritmo del nostro respiro. Subito rimbalza agli occhi la bellezza dei cancelli e dei portali d’ingresso delle modeste abitazioni che compongono questo villaggio; autentiche opere d’arte locali della falegnameria e dell’incisione: colorate, disegnate con figure geometriche, richiamano – nello stile e nella raffigurazione – oltre alla semplicità, anche la spiritualità (quasi ascetica) del luogo con tante stelle dalle molteplici grandezze. Butuceni è un villaggio molto pittoresco dove è ancora possibile mangiare gustando le prelibatezze della cucina locale (spesso a base di verdure e carni bianche) oppure pernottare in una location unica nella più assoluta tranquillità. A Butuceni, si scopre la tipica architettura rurale moldava, con le belle case colorate, i pozzi (l’acqua è freschissima, spesso c’è anche un bicchiere per bere!) e i portoni delle case, ognuno diverso, ognuno con un suo motivo decorativo.

Orheiul Vechi e Butuceni sono le autentiche perle naturalistiche, paesaggistiche, ambientali, storiche e religiose che valorizzano l’aspetto culturale di un territorio con un rigido passato vissuto all’ombra del Kremlino; un passato vissuto tra precarietà e privazioni; un passato che ancora oggi si riesce difficile da mettere da parte lasciando aperte possibilità e prospettive per uno sviluppo – non solo sociale – che possa condurre una terra come la Moldavia (Moldova) tra le più prestigiose mete da visitare durante il corso dei prossimi decenni. Qui c’è tanta cultura, qui la gente è ospitale oltre l’immaginario, qui l’aria è salubre, qui la natura di prim’ordine, qui c’è un intreccio di religioni che t’affascina e ti scompiglia lasciandoti indelebili segni di curiosità e di conoscenza da approfondire. La Moldavia è tutto ciò e tanto altro ancora; la MOLDAVIA (o Moldova) non aspetta altro di incontrare viaggiatori (camminatori mossi da curiosità e sete di scoperta) come noi che amano il semplice gusto delle tradizioni locali ove accoglienza e ospitalità sono le principali caratteristiche di un territorio così complesso e della gente che lo popola. La Moldavia aspetta di fare anche la vostra conoscenza… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)  

Triaspol (TRANSNISTRIA, Europa orientale)… un viaggio nel “paese che non c’è!”

Negli ultimi tempi le nostre curiosità nell’andare alla scoperta di luoghi geografici che sulla carta non “compaiono” e la conoscenza di nuovi territori – molto spesso – inesplorati o lontani dalle più tradizionali rotte di viaggiatori e camminatori, ci induce ad intraprendere viaggi in terre sconosciute. Puntare il dito sul mappamondo e scoprire che ci sono luoghi (paesi o nazioni…?) che non sono rappresentati, né conosciuti (o riconosciuti), da nessun organo istituzionale al mondo (ONU in testa!) ma che si sono autoproclamati indipendenti dalla madrepatria e – in alcuni casi – hanno anche coniato moneta propria. È, questo, il caso della TRANSNISTRIA { Приднестро́вье (Pridnestróvie) in lingua locale }, una striscia di terra compresa tra la Moldavia e l’Ucraina. Ma in effetti dov’è la Transnistria… dove si trova? La Repubblica Moldava di Pridniestrov, è un territorio della Repubblica di Moldova. Alla fine dello smembramento del grande impero delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, questo territorio aveva avanzato formale richiesta di riconoscimento della propria indipendenza, ma – come comprensibile – le pretese non furono ascoltate. In effetti continua ad essere una Repubblica autoproclamatasi indipendente dalla Moldavia e a tutt’oggi viene sostenuta dalla Russia, nonostante neanche il Cremlino ne riconosca ufficialmente la legittimità; praticamente una complicata situazione ancora da chiarire! Avere la possibilità di visitarlo permette di poter fare un salto nel passato!

La Transnistria legalmente fa parte della Moldavia ma è di fatto una Repubblica “indipendente”; un “non stato” che non è riconosciuto dalla comunità internazionale.Questa striscia di terra è collocata nella parte est della Moldavia, tra il fiume Dnestr e l’Ucraina. Popolata da circa 480mila abitanti (di cui 135mila solo nella capitale Tiraspol), ha una sua Costituzione, istituzioni proprie, una lingua “ufficiale” e una propria moneta. La bandiera è a strisce orizzontali rosse e verdi, con falce e martello in alto a sinistra; praticamente una – se non l’unica – bandiera che al suo interno contiene ancora i simboli della rivoluzione russa. Dopo il 1991, due anni dopo la caduta del famoso “Muro di Berlino” e la fine della “Cortina di Ferro” la Transnistria rifiutò sia l’annessione alla Romania – che ne pretendeva la territorialità – sia il nazionalismo moldavo di cui, legalmente, appartiene. La ferma volontà degli abitanti sarebbe stata quella di rimanere territorio russo, entrando a far parte della nascente Federazione Russa. La popolazione della Transnistria è prevalentemente formata da russi, ucraini e moldavi; tutte queste tre lingue sono ufficialmente riconosciute dallo Stato e sono tutte scritte in cirillico. Esistono poi presenze minoritarie di bulgari, rom e gagauzi (gruppo etnico di matrice turca).

La Transnistria è un paese dalle mille sfaccettature, un territorio fatto di persone (la popolazione anziana prevale su quella giovanile), di etnie differenti (rom, gitani, polacchi, ucraini, russi), con – alle spalle – incredibili storie che sanno di un passato che si perde nel tempo. Un paese, questa Transistria, tra i più sconosciuti in Europa di quelli che prospettano (ma non si bagna) sul mar Nero; un luogo sospeso a metà tra la realtà e la fantasia. In molti pensano che non accettino stranieri e dove fanno capire che sia meglio non andare perché risulta pericoloso (cosa non vera…!) o, in molti dei casi, perché non c’è proprio nulla da vedere. Di solito la Transnistria viene descritta come “una terra fuori dal tempo. Gli abitanti di questo stato-non-stato nelle cronache giornalistiche non sono mai citati e spesso restano muti. La Transnistria viene definita una terra pericolosa per “noi occidentali”, praticamente una “terra di nessuno” abitata in maggioranza da delinquenti, cosa non affatto vera. Di solito degli abitanti non si parla mai, se non nei termini di nostalgici comunisti che vivono in una sorta di “buco nero dell’Europa”. Mentre invece qui abbiamo trovato gentilezza, ospitalità ma – soprattutto – tanta curiosita; la domanda che più spesso ci è stata rivolta (in senso di meraviglia) è stata: ma cosa ci fate voi italiani qui? Molti capiscono l’italiano (poiché lavorano in Italia), mentre qualche ragazzino, con nostra meraviglia, intona le rime note di “Bella Ciao”.

Avvicinandoci sulla linea di confine, dopo aver passato un check-point moldavo (presenza di polizia doganiera), si attraversa un km di terra di nessuno fino a raggiungere il casotto, con sbarre e militari, dell’ingresso in Transnistria. La domanda per noi occidentali, in uno strampalato inglese/russofono è: “quanto tempo vi fermate qui in Transistria?” Per un solo giorno ti rilasciano una sorta di biglietto/scontrino (permesso provvisorio) valido – come permanenza – fino alla mezzanotte dello stesso giorno d’entrata nel paese; al contrario se sono più giorni allora le pratiche per entrare si dilungano e si ha bisogno di un permesso speciale che rilasciano stesso al check-point d’entrata. Finalmente si raggiunge TIRASPOL, la sua capitale; questa città ama da sempre sognare di essere russa. L’amore per la Federazione, però, è a senso unico, visto che Mosca sembra non avere alcuna intenzione di annettersi la piccola repubblica, ma che continua a sostenere economicamente pur non riconosce come stato indipendente. Ma andiamo alla conoscenza di questa terra e della gente che la popola! Nella nostra indole di viaggiatori (esploratori di luoghi spesso insoliti), ci interessa molto sapere com’è si svolge qui la vita di tutti i giorni in Transnistria? Oltre a scoprire, naturalmente, perchè questa piccola isola nel cuore di una parte d’Europa orientale sia sempre di più contesa?

La Transnistria è un groviglio di popoli, di etnie e di nazionalità. Un luogo dove i simboli del Comunismo sono presenti ancora un po’ dappertutto, ma in cui – soprattutto i giovani – non tutti ancora credono davvero. In giro per le strade della capitale TIRASPOL, si possono ancora ammirare grandi statue di Lenin, monumenti raffiguranti la falce e il martello e nei ristoranti si gustano i tipici prodotti della lontana (ma non troppo) Russia. La Transnistria è reale, non è una sorta di luna-park per nostalgici o, meglio – per restare in tema – non è il classico villaggio della steppa costruito sul nulla; non è solo l’ultimo baluardo sovietico abitato da nostalgici e fanatici, ma un territorio molto ambiguo, dalle mille sfaccettature e, troppo spesso, dimenticato. Ma il principale scopo della nostra esplorazione è, soprattutto, capire e comprendere un angolo di Europa (quella orientale) troppo dimenticato. Dalla stazione ferroviaria di Tiraspol ha inizio il nostro viaggio a piedi per la capitale. A circa 10 minuti a piedi dalla stazione, proseguendo verso il centro città, si passa attraverso un’area simile a un parco pieno di alberi, e panchine; quasi dal nulla compare – sulla destra – l’abside della Chiesa completamente tinta in rosso e con le guglie (a forma di “cipolla”) tutte in oro zecchino dedica al culto di малыш Иисус (malysh Iisus, Gesù Bambino). Alle sue spalle la singolare struttura della Колокольня (Kolokol’nya, Torre delle Campane). Per vie laterali raggiungiamo finalmente il boulevard principale che attraversa tutta la città.

Procedendo a piedi si trova, sulla destra, si trova la bianca chiesa ortodossa dedicata al culto dei Двенадцать апостолов (Dvenadtsat’ apostolov, dodici apostoli); al suo interno tante scenografiche raffigurazioni della bella e interessante arte sacra orientale (di stampo bizantino/ortodosso). Finalmente si arriva alla piazza principale della capitale della Transnistria ove sventolano – un po’ dappertutto – le bandiere della Transnistria accostate a quella della Federazione russa. Vicino ci sono – che sventolano in successione – le otto bandiere delle rispettive città di riferimento della Transnistria tra cui, ovviamente, Bender e Tiraspol. Inoltre è possibile scorgere, ai suoi piedi, l’ultimo anno festeggiato dall’indipendenza della Transnistria. Dove il tempo si è fermato… Non è vero che a Tiraspol non ci sia nulla da vedere; la città capitale vale comunque una visita se non altro per l’atmosfera da Unione Sovietica che si respira nelle sue larghe vie e nelle sue immense piazze, enormi e vuote, con qualche statua di bronzo qua e là. Tiraspol è una città piacevole con una miscela di vecchio e nuovo. La gente è cordiale e disponibile. Non ci sono siti turistici ma comunque vale la pena conoscerla. Proprio sulla destra, in tutta la sua imponenza, compare una grande statua equestre che raffigura Aleksander Vasil’evic Suvorov considerato uno dei più grandi generali russi d’epoca napoleonica; egli vinse diverse battaglie sia contro i turchi che i polacchi. Egli è il simbolo nazionale di tutta la Transnistria e la sua immagine figura sulle banconote locali.

Sul lato opposto della piazza compare uno dei tanti simboli di Tiraspol: un carro armato (classificato come танк Т-34, tank T-34) posizionato su un terrapieno leggermente rialzato. Si dice che la terra sotto il tank, o almeno in parte, provenga dal campo di battaglia di Stalingrado, dove l’Armata Rossa sconfisse i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Di per sé, seppur scenografico, esso e un piccolo vecchio carro armato sovietico con il cannone puntato al cielo e una scritta sul bordo: за. Родины (za. Rodiny). Subito dietro al carro armato c’è uno spiazzo dove i ragazzi si allenano sullo skateboard. Da lì, per un piccolo e stretto ponte, si gode di una bella vista sul fiume Dniestr. Vicino al carro armato compare una chiesetta dalla cupola dorata che abbaglia quando il sole ci picchia contro. Essa la часовня Сан-Джорджо (chasovnya San-Dzhordzho, cappella di San Giorgio) dedicata al culto del santo cavaliere. Fuori dalla cappella, a pochi metri, arde la fiamma perenne di un memoriale che ricorda le vittime di tutte le guerre di questo lembo di (ex) impero sovietico. Il monumento dedicato alle vittime della guerra civile, della Seconda Guerra Mondiale e della guerra della Transnistria (1992). Il Мемориал Славы (Memorial Slavy, Memoriale della Gloria) è un complesso commemorativo che celebra gli eroi delle guerre in Transnistria, in Afghanistan e della tragedia di Chernobyl. I transnistriani sono un popolo molto orgoglioso ed hanno un grande valore per i soldati caduti nella lotta per la loro libertà.

La fiamma perenne che arde nel Memoriale della Gloria è un ricordo costante nel tempo di coloro che hanno dato tutto per il loro paese. Questo monumento ai caduti è suddiviso in sezioni dedicate alle diverse guerre. Le fiamme eterne sono sempre fonte di riflessione e commozione, indipendentemente da dove ci si trovi nel mondo, o da come sia quel particolare paese o città. I monumenti, qui a Tiraspol, sono emozionanti quanto quelli occidentali, anche se possono rappresentare guerre e/o lotte con cui è difficile per noi occidentali relazionarsi. Il monumento marmoreo è dedicato a tutti coloro che sono morti (dentro e) lontano dalla patria, e luoghi come questo sono molto rispettati. Dal Memoriale lo sguardo viene subito catturato sull’opposto marciapiede dall’imponente mole del Soviet supremo, Здание парламента (Zdaniye parlamenta, il Palazzo del Parlamento), simbolo di Tiraspol, un simbolo e la grande statua di Lenin posta su un alto piedistallo di fronte all’ingresso, sono elementi a cui le persone locali tengono molto. Il Soviet supremo è un brutto palazzone d’epoca sovietica che non è stato abbattuto; da quando la Transnistria si è autoproclamata indipendente, questo edificio funge da Parlamento. L’edificio non è aperto al pubblico e ci si deve limitare a poterlo ammirarne dalla facciata. Certamente non si può rimanere indifferenti di fronte alla vista, che potrebbe sembrare anche una visione di tempi andati, del Soviet Supremo della Transnistria.

Ma l’elemento che richiama l’attenzione non è tanto il Palazzo del Soviet, quanto la Статуя Ленина (Statuya Lenina, statua di Lenin) che c’è di fronte. Particolare è il soprabito di Lenin, che appare sollevato dal vento, in linea con la città di Tiraspol, dove soffia sempre una leggera brezza grazie alla presenza del vicino fiume. Alcuni viaggiatori che – come noi – si sono spinti fin quaggiù, osservando l’apertura del mantello di Lenin, hanno ironicamente soprannominato la statua come il “Batman della steppa”. Fino a qualche tempo fa era vietato fotografare sia il Soviet supremo e che la statua di Lenin; noi non abbiamo riscontrato alcun problema a fotografare edifici e simboli che ricordano il passato sovietico di queste terre. Di sicuro, durante tutto il nostro viaggio, abbiamo spesse volte avuto sempre la sensazione di essere osservati o, quanto meno, di essere seguiti (da lontano) a vista d’occhio; anche se ben visti noi italiani siamo, comunque, sempre degli stranieri! Il nostro camminare alla scoperta di questa “Terra che non c’è!” termina con la visita di tutti questi elementi che fanno della Transnistria, e della sua capitale Triaspol, tra le statue di Lenin ed altri personaggi locali, le enormi strade copi palazzoni in puro stile architettonico post rivoluzionario che riportano alla mente il vecchio impero dell’URSS, l’incontro – nonostante le difficoltà di comunicare con lingue lontane tra loro – di un paese più volte demonizzato dai giornali, di un paese sconosciuto ai più. Un ultimo pezzo di quella che fu l’Unione Sovietica; un Paese tra i più sconosciuti in Europa, un territorio a metà strada tra realtà, modernità, tradizioni e fantasia, dove si dice sia meglio non andare perché pericoloso o, in ogni caso, perché non c’è nulla da vedere… questo non è assolutamente vero! Un viaggio laggiù offre la possibilità di scoprire cose mai scritte sui libri di storia e, per gli appassionati come noi, è un’autentica sorpresa tutta da scoprire. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)