le “Meteore” (ΜΣΤΞОΡΣ) in Grecia, camminando sotto “Cieli di Pietra”

Lassù, su quelle aride rocce, divenute nel corso del tempo palazzi di meditazione per migliaia di eremiti, i monaci ortodossi impararono ad essere saggi nel pensiero ed umili nella volontà!” (Theocharis M. Provatakis).

Così, come tra i “fluttuanti pianeti” di Pandora (cit. “Avatar”) anche in Grecia, ai margini della grande pianura tessalica, in quella regione conosciuta fin dall’antichità come la Macedonia, sorge uno degli spettacoli della natura (così come dell’arte e della fede) più interessanti e unici al mondo; le Meteore (ΜΣΤΞОΡΣ). Un autentico bosco pietrificato, un ammasso di guglie e pinnacoli, di pandori e rupi inaccessibili dall’aspetto strano e maestoso che per secoli hanno offerto sicurezza e pace come luogo di tranquillità in cui ritirarsi a meditare. Una singolare oasi spirituale il cui misticismo si avvicina ad una palestra in cui si rafforzano l’anima, la fede e il pensiero, il peccato viene combattuto e la personalità temprata.

Le Meteore sono l’esaltazione di un “bosco pietrificato” visto dai laici e concepito secondo le interpretazioni del monachesimo ortodosso. Questa fantasia geologica espressa dalla natura è la terra che ha dato i natali al primo e più gande medico dell’antichità, Esculapio; un luogo ove ha trovato la sua esaltazione la civiltà classica, onorata da Bisanzio, e dove si esalta la tradizione del monachesimo ortodosso. Un gigantesco ammasso di rocce, alte e ripide da cui si ergono monasteri, eremitaggi, celle in un paesaggio dal fascino unico e che attrae per la sua singolarità. Ai piedi delle loro pendici s’apre il villaggio di Kastraki, alla periferia di Kalambaka, base di partenza per una tra le più incredibili escursioni a piedi. Qui le case sembrano espandersi ad anfiteatro e i suoi abitanti, sempre gentili ed ospitali, offrono con piacere agli ospiti che da qui partono, i prodotti della propria terra. Superati la bianca chiesa, alle sue spalle, parte la traccia di un sentiero che si inoltra in un suggestivo passaggio, quasi una galleria, formata dal copioso manto vegetazionale da cui emergono guglie e pinnacoli.

Appena si volge lo sguardo in alto, lassù nel cielo, si viene coinvolti da una particolare sensazione; una forte impressione che diventa sempre più intensa per l’azurro limite dell’orizzonte, che viene sovrastato dall’immensa cupola del cielo. In ciò comincia a sollevarsi l’anima e volgendo – di tanto in tanto – lo sguardo all’indietro verso la silenziosa piana, una varietà di emozioni e sentimenti prendono al cuore. Un’alternanza di stati d’animo, di timori e meraviglie genera una incredibile estasi che si tramuta in paura, quasi una sorta di terrore, al solo pensiero se all’improvviso dovesse scoppiare un temporale; qui, quando il vento comincia a soffiare e a colpire con forza le grandi rocce color verde cinereo, si viene coinvolti da un crescente ululato che rumoreggia e riecheggia da un angolo all’altro di questa incredibile dimensione spazio/temporale senza limiti, senza più confini.

Una intricata natura di basse cespugliaie mista alla macchia determina il labile passaggio lungo la traccia di un sentiero caratterizzato per lo più dalla presenza di animali; sono pochi, in verità, gli escursionisti che provano l’ebbrezza di ascendere a questa meraviglia! Pareti che sembrano sfiorarsi, ciuffi d’alberi isolati sorti in un precario equilibrio sull’orlo di precipizi, cime aguzze e frastagliate caratterizzano la suggestiva muraglia di Koziakas. Sbucati fuori dai valloni sottostanti e raggiunti, con non poche difficoltà, una posizione tale da poter raccogliere con lo sguardo, attraverso un’unica visuale per 360° i più significativi complessi monastici rupestri, ci assale un dilemma: quale monastero visitare?

Ed è qui, allora, che ha inizio la vera avventura (questa volta) spirituale di ascendere e poter andare alla scoperta e alla conoscenza di quei particolari riti ortodossi che si rincorrono ed intrecciano tra preghiere e penitenze, tra balconate che s’aprono sull’immenso e la vista a… tre metri dal cielo, tra chiese e cappelle finemente decorate, tra biblioteche e sagrestie ove perdersi tra incomprensibili litanie e profumi d’incenso, fra terrazze panoramiche come sentendosi sospesi nel vuoto…! Su tutto, l’incredibile arte pittorica sacra, perpetuata da secoli dagli stessi monaci che realizzano icone e miniature e riprendono – curandone fin nei minimi particolari – gli affreschi donandoli a nuova luce e restituendoli con stupore e meraviglia al culto e alla comprensione dell’intera umanità. (di ©Andrea Perciato)

in cammino sul St. Pio “path”… i nostri piedi nelle impronte di un Santo!

A Mario (“STEINBOCK”) LUCIANO, un FRATELLO… più che un AMICO! Con la speranza che sia tra le braccia del “santo” frate. Affrontare la distanza spazio-temporale che ci separa dalla meta crea una frattura radicale con la quotidianità. Impone di cambiare abitudini, impegna a posticipare la realizzazione dei propri desideri.

Il Pellegrinaggio è un atto volontario con il quale un uomo abbandona i luoghi a lui consueti, le proprie abitudini, il proprio ambiente affettivo, per recarsi in religiosità di spirito fino al luogo di culto che si è liberamente scelto, o che egli si auto-impone per penitenza. Proprio come le “Compagnie” dei pellegrini di una volta, guidate da priori, curati, sindaci e confraternite a seguito di uno stendardo o di colorate cente, così oggi i moderni gruppi di devoti iniziano il proprio cammino sulla scia di un antico emblema/reliquario scettro e, al tempo stesso, testimone che accomuna tutti lungo il percorso, simile alle antiche Tavole della Legge di biblica memoria. 

Le tracce del “St. PIO PATH” solo geograficamente cominciano da Pietrelcina ma, nella sua particolare e inedita struttura esso ha inizio molto prima e in un luogo senza confini spazio-temporali: il nostro animo! Nessuna risposta a capire cosa spinge, coloro che si mettono in cammino, ad abbandonare tutto per partire ed affrontare una dimensione diversa ove il tempo, quello determinato dalla curvatura del sole nella volta celeste, viene scandito solo dal ritmo dei passi.

Si parte con un’idea e si arriva con un’altra idea. I motivi che inducono a intraprendere le lunghe fatiche percorrendo il “St. PIO PATH” possono essere diversi: c’è chi lo affronta per motivi religiosi, chi per puro svago sportivo, chi invece per arricchimento culturale e spirituale o chi, semplicemente, per seguire una moda del momento. Tutti, indistintamente, troveranno sulla strada un nuovo scopo per giungere alla meta.

Solitudine e confusione, desiderio di conoscenza e spinta religiosa, stimoli psicologici e spirito sportivo, tendenza ancestrale al diretto contatto con la natura e possibilità di immergersi nella conoscenza del territorio sono elementi fondamentali con cui si forgia la struttura del pellegrinaggio. Esiste una specie di canale privilegiato sempre aperto su cui sintonizzare i propri pensieri e i propri dialoghi. Così riesce spontaneo scambiare una parola con chi ti cammina accanto, anche se non lo si è mai visto prima, diventa naturale; o anche come sedersi di fronte a un immenso paesaggio, assorto in contemplativi silenzi, di fianco a un compagno di strada. Il condividere la fatica, sopportare insieme il caldo e contarsi le vesciche ai piedi sono tutti aspetti, questi, dell’esperienza che lungo il cammino del “St. PIO PATH” hanno un significato ben preciso e definito; ciò costituisce uno straordinario collante fra i pellegrini camminatori.

Si dice che qualsiasi cammino cominci una volta lasciata la propria casa ed esistono tanti cammini quanti sono i pellegrini che lo percorrono. In realtà “St. PIO PATH” ha un punto di partenza ufficiale riconosciuto nel borgo di Pietrelcina, piccolo abitato che ha dato i natali a Padre Pio, e raggiunge il promontorio garganico in San Giovanni Rotondo, valicando i monti del Sannio e l’Appennino della Daunia ove da secoli transitano importanti vie di collegamento.

Il “St. PIO PATH” si snoda lungo un itinerario di spiritualità e conoscenza che muove i suoi primi passi da Pietrelcina (luogo natale del Santo) ove pellegrini e viaggiatori trovano la pace percorrendo il cammino. Un viaggio che vale la pena di condividere con persone anche di diverso credo religioso e pensiero; un viaggio intenso, profondo e proficuo; pervaso di credenze e motivi culturali da metabolizzare. Lungo il cammino/pellegrinaggio l’escursionista avverte la sensazione di essere un tutt’uno con la natura, ove si considera l’attento confronto fra la realtà attuale e quella antica; non si tralascia neanche il grosso significato di attraversare quei lunghi tratti delle antiche autostrade d’erba, come i tratturi della “transumanza” e comodi sentieri rupestri.

Il “St. PIO PATH” ha la caratteristica peculiare di ripercorrere quelli che sono stati gli autentici spostamenti effettuati dal Santo frate toccando tutte le strutture religiose e i complessi conventuali distribuiti su un immenso territorio a cavallo dell’Appennino Dauno, posto a cavallo tra le province di Benevento, Campobasso e Foggia; vale a dire tutti quei luoghi spirituali in cui il frate di Pietrelcina si è mosso dalla borgata sannita, nella quale egli è nato ed è giunto – dopo un cammino spirituale durato anni – sul promontorio garganico nel villaggio di S. Giovanni Rotondo ove ha terminato la sua esistenza terrena ed e asceso alla gloria celeste. (di ©Andrea Perciato)

BRIGANTI & BRIGANTAGGIO: i disagi restano… la “leggenda” continua!

BRIGANTI E BRIGANTAGGIO: FU SOLO CRONACA LOCALE O PROBLEMA NAZIONALE? PER LA LEGGENDA… NON FURONO MAI SCONFITTI…!

Tra eventi malavitosi di pura cronaca nera, alternata ad atti di insubordinazione marcatamente politica, per gli oppressori furono assassini, per gli oppressi… eroi fino alla fine!!!

Brigante non lo si è… perchè fa moda; non lo si è… perchè ci si traveste; non lo si è… perchè lo si canta! BRIGANTI è sentirlo nell’animo, nella mente, nel sangue, nello spirito… BRIGANTI, o ci si nasce o è soltanto fuffa!!!

Ci fu un tempo… in cui uomini liberi, amati e rispettati da tutti, agivano nell’interesse degli oppressi. Ci fu un tempo… in cui si passò dalla malavita locale che imponeva le sue leggi e le sue regole, alla risorgenza antisabaudia, trasformando criminali della peggior specie in autentici eroi. Ci fu un tempo… in cui gli eroi agivano per liberare un Sud sottratto delle sue principali risorse più importanti. Ci fu un tempo… in cui pronunciare la parola Briganti incuteva paura e timore, ma ci fu anche un tempo – dopo l’invasione e l’occupazione – in cui l’appellativo Briganti fu grido di forza e liberazione…!

Tempo fa mi fu rivolta questa domanda: quanto è forte la tua passione per i BRIGANTI…? (questa fu la risposta): “Cerco, principalmente, di dare un senso a quei tanti perchè cui la storia non ha mai saputo dare una risposta! Perché, immediatamente subito dopo l’unificazione e la nascita del Regno (Sabaudo) d’Italia i nati al Sud, liberi di emozionarsi, scelsero di essere briganti e di esserlo per sempre… fino alla morte? Ci fu un tempo in cui uomini liberi, amati e rispettati, agivano nell’interesse delle popolazioni di villaggi e paesi oppressi da forestieri invasori giunti da lontano… Ci fu un tempo in cui si passò dalla malavita a carattere tipicamente locale, che imponeva le sue leggi e le sue regole, alla violenta insorgenza antisabaudia, trasformando criminali della peggior specie, in autentici e indimenticabili eroi… Ci fu un tempo in cui gli eroi agivano per liberare un Sud sottratto delle sue principali risorse più importanti e per restituire onore e dignità a popolazioni depredate di tutto, anche dell’orgoglio… Ci fu un tempo in cui il solo pronunciare la parola Briganti incuteva paura e timore, ma ci fu anche un tempo – dopo l’invasione, l’occupazione militare, l’oppressione e le sanguinarie rappresaglie messe in atto dai “liberatori” – in cui l’appellativo Briganti fu un unico e solo grido di forza e di liberazione…! La storia, si sa, la scrivono i vincitori, e molte pagine della storia “ufficiale” furono scritte da mani straniere che fecero passare – tutti coloro che reagirono ai soprusi, all’invasione, ai saccheggi ed alle uccisioni – per assassini e traditori; ma non fu così e la realtà dei fatti non sempre è quella scritta sui libri di storia.” Girovagando per archivi e biblioteche, ci sono montagne e montagne di carte e pagine scritte che narrano di fatti, avvenimenti, processi, testimonianze, capi d’accusa, condanne.

Per i Sabaudi… furono malfattori da eliminare a ogni costo! Per le popolazioni del Sud… leggendari eroi di frontiera!

Molte pagine della storia “scritta” dai vincitori li fecero passare per traditori… Sanguinari e accecati dall’odio, molti ufficiali dell’esercito “cosiddetto” italiano furono visti, dai popoli del Sud, come invasori… Per la storia scritta dagli avidi (e sanguinari) “vincitori” questo esercito giunto da lontano fu invece visto solo come liberatore…! MA LIBERATORE DA CHI???

A questo punto sorge spontanea una difficile equazione: come è possibile mettere insieme traditori, invasori, liberatori…? Per quanto mi riguarda, i Briganti qui al Sud, della sanguinaria dittatura imposta dall’esercito Sabaudo furono solo ed esclusivamente… fieri e orgogliosi oppositori! (di ©Andrea Perciato)

VAL d’ORCIA (SI)… da Bagno Vignoni a S.Quirico d’Orcia per la Francigena…

Questo che si propone è un bellissimo itinerario a circuito che attraversa una tra le zone più interessanti della Val d’Orcia: quella determinata dai vigneti e dalle tracce del termalismo; un percorso che parte e termina a San Quirico d’Orcia.

Lasciati alle spalle il pittoresco borgo di San Quirico d’Orcia coi suoi giardini, le sue chiese, i suoi palazzi gentilizi, le mura perimetrali e le possenti porte, portandosi alla sua estrema periferia meridionale si percorre la strada comunale per Bagno Vignoni, inizialmente asfaltata, ma subito polverosa per il brecciolino che la caratterizza. In lieve pendenza stiamo percorrendo un tratto della storica “Via Francigena” fino al dosso ove si lascia a sinistra la traccia per Bagno Vignoni e si prosegue a destra in lieve discesa. Tutt’intorno è un continuo alternarsi di castelli, pievi, poderi, antichi basoli, masserie sparse. Il paesaggio della val d’Orcia viene determinato da un elemento caratteristico che solo qui, nelle terre di Siena, ha il suo massimo splendore: la “cultura” per il cipresso. Albero per eccellenza che determina profili e i cigli di cresta, ingressi dei viali di ville o – semplicemente – determina un viottolo di campagna, qui ha una cultura secolare; piantarlo da giovani in particolari posti determina per sempre il fascino di questi luoghi.

Una piacevole discesa conduce a un bel castello (privato) di Ripa d’Orcia; chiedendo il permesso è possibile vedere, solo esternamente però, la sua poderosa struttura così come è articolata in tutta la sua complessità costruttiva ove risalta, per lo sviluppo dei molteplici ambienti che si incastrano e si alternano, la costruzione di stampo militare tipica del Medioevo. 

Si continua fino a prendere una sassosa pista in discesa che conduce alle sponde (destra orografica) del fiume Orcia, all’altezza di un vecchio ponte (passerella sospesa), ma riprendendo subito la pista in salita si cammina in una intensa vegetazione caratterizzata dalla macchia. Dichiarata nel 2004 giustamente come Patrimonio Mondiale dell’Umanità sotto l’egida dell’UNESCO, la val d’Orcia è il buen retiro di artisti contemporanei, soprattutto inglesi e tedeschi; non è difficile incrociare lungo questi sentieri decine e decine di comitive di escursionisti di provenienza anglosassone; ciò fa capire di quanto gli inglesi apprezzino queste terre che – a detta di loro – hanno molto in comune con simili sky-line che determinano la campagna britannica.

Si giunge finalmente all’interno dell’antico borgo di Bagno Vignoni, antica sede termale già conosciuta e fruita dai Romani. Il borgo ci accoglie con la sua splendida cornice paesaggistica della pittoresca piazza/piscina dagli incredibili colori dei fondali alimentata da acque termali che serpeggiano attraverso antichi canaletti scavati nella roccia calcarea andando, così, ad alimentare le cascatelle che precipitano nelle sottostanti “libere” Terme di Fabianna. Risalendo ora nuovamente lungo il polveroso tracciato della storica Via Francigena, si raggiunge la Torre di Vignoni alto circondata dal suo minuscolo villaggio, interamente avvolto da un arcano silenzio.

Qui, e solo attraverso questi orizzonti, sono universalmente riconosciute… le Terre di Siena! Si prosegue ancora lungo la sterrata solcata della Francigena che proprio qui, ove la mano del Creato sembra davvero essersi divertita a modellare paesaggi di indiscutibile bellezza, va aprendosi – per tutti i suoi 360° – lungo ampi orizzonti che si perdono in lontananza oltre i dolci rilievi della Toscana, fino a raggiungere il bivio lasciato in precedenza; a sinistra si scende verso il castello di Ripa d’Orcia mentre il nostro percorso volge a destra e va a concludersi nuovamente nel centro di San Quirico d’Orcia.

MADDALONI (in Terrae Felix, CE): tra Cupole, Rocche e Castelli… “crocevia” di Storia, Arte e Cultura

Chi giunge per la prima volta a MADDALONI, presso Caserta, lad­dove spiovono le pendici dei monti Tifatini, scopre lo spettacolare scenario di una elegante e industriosa cittadina la cui sky-line è determinata dai profili delle cu­pole e dei campanili delle sue numerose chiese. Sospesa tra barocco e illuminismo, le vestigia di questa suggestiva città si perdono nella notte dei tempi, passando dall’Età del Rame (reperti ceramici) alle dominazioni di Osci e Sanniti (la Calatia del VIII secolo a. C.),  per la sottomissione a Roma (211) e le distruzioni ad opera dei Saraceni (IX secolo) fino alla longobarda Mataluni, sorta per opera del principe Arechi sulle alture che dominano l’immensa pianura fra Nola e Capua. L’odierna Maddaloni è un interminabile tappeto di tetti rossi che costellano un orizzonte dominato dal cono del Vesuvio.

Su tutto l’abitato giganteggia il cupolone dell’Annunziata, ben visibile da ogni dove, mentre il tessuto urbano è un concentrato di archeologia, arte e storia. Qui, tra le strette viuzze basolate, le ombre generate da cortili e portali in pietra, lapidi e fregi marmorei d’epoca romana che si alternano a lastre tombali determinanti angoli e prospettive architettoniche inconsuete; il gusto di un fascino antico che si permea tra volumetrie di stampo vantitelliano gioca a nascondino fra le cromatiche facciate di chiese e palazzi gentilizi alternandosi ai fasti medioevali delle torri squadrate del Castello e le Torri cilindriche di avvistamento che dominano, dall’alto dei crinali di monte San Michele, l’intero abitato e i suoi “corridoi” terrestri.

La “battaglia” delle sedie… Queste terre fin dall’antichità hanno sempre respirato aria d’indipendenza. Una popolazione indomabile che, nel corso dei secoli, ha sempre procurato insidie e rivolte a chi, ripetutamente, pensava di farne territorio di conquista e controllo. Anche se nella vallata alle sue spalle domina la ciclopica struttura di ingegneria vanvitelliana ad archi sovrapposti dei Ponti della Valle, colleganti i monti Longano e Garzano e consentendo il flusso delle acque per alimentare le cascate della Reggia di Caserta, Maddaloni fu uno dei centri più avversi alla monarchia borbonica. Una leggenda popolare narra che l’artigianato delle sedie da “chiesa”, quelle impagliate, intrise ancora dei freschi profumi dei legni di bosco (faggio o pioppo) e di grano, sia nato proprio durante una notte in cui minacciava tempesta, quando il popolo appoggiò, a suon di sediate costruite in fretta e furia, una rivolta dei Carafa (nobile famiglia del patriziato partenopeo) contro i messi del re. Oggi, tra coloro che ancora praticano l’antica arte degli ‘mpagliasegge primeggiano figure femminili.

Visitare questa cittadina equivale a penetrare nel suo passato, a ripercorrere la sua storia, magari non ancora scritta ma evidenziata dalle sue stesse pietre (mura e monumenti) di cui restano ampie tracce sul territorio. I resti della cinta muraria di Calathia sono ancora ben visibili appena fuori dell’abitato, nell’area pianeggiante a ridosso dei margini occidentali del perimetro urbano. Durante tutto il corso del ‘900 numerose campagne di scavo, a intervalli non regolari, hanno consentito di riportare alla luce parti di perimetro delle mura (opus incertum) e i resti di alcune capanne del primissimo insediamento, probabilmente appartenute alla necropoli. Praticamente un museo a cielo aperto racchiuso in una suggestiva cornice di copiosa vegetazione tra i campi. Antiche geometrie lapidee, modellate dalla polvere e dall’inesauribile scorrere del tempo, emergono qui incastrate nei fertili terreni: micro aree archeologiche ancora in fase di scavo; pavimenti a mosaico; domus d’età repubblicana e un possente edificio d’epoca ellenica.

La ceramica e le monete rinvenute hanno trovato giusta collocazione nel Museo Civico, presso un’ala della Biblioteca Comunale. Rituffandosi nuovamente tra i vicoli e le corti del centro abitato si va alla scoperta di suggestivi angoli, stradine, chiese e cappelle. Muovendosi da Piazza Vittoria, cuore pulsante del centro storico, ove confluiscono ben cinque slarghi, si raggiunge la scenografica Piazza Umberto I ove prospetta la bellissima Chiesa dell’Annunziata, eretta nel 1319 dal sovrano angioino Roberto; al suo interno pregevoli tele e affreschi, marmi ed opere lignee. Nei pressi si snodano vicoli e strettoie su cui s’affacciano splendide case con portali ad arco in tufo. Giunti in piazza De Sivo qui svetta la chiesa del Corpus Domini (1546). Lungo Via Maddalena si attraversa uno dei quartieri più vetusti della città da cui si erge la diroccata chiesa paleocristiana di S. Agnello. Ma tra le opere più conosciute in Maddaloni c’è il Palazzo Ducale dei Carafa che oggi ospita il Villaggio dei Ragazzi, un ente morale per la promozione di iniziative culturali e ricreative a favore dei ragazzi sfortunati.

Maddaloni sorge all’imbocco della valle che introduce nel cosiddetto “corridoio sannita” penetrando nella pianura solcata dal medio corso del fiume Volturno, mentre la Regina Viarum Appia ne attraversa il centro urbano, e continua in direzione delle vicine Forche Caudine. Presso l’antica Parrocchiale di S. Benedetto ai margini dell’abitato, comincia una rampa che serpeggia tra la folta vegetazione lungo la dorsale di monte S. Michele, fino a guadagnare le mura del Castello medioevale di Maddaloni dominante un orizzonte che si staglia dalle pendici dei monti Tifatini lungo tutta la pianura della Terra di Lavoro. Proseguendo in salita (verso N) dal maniero si imbocca un percorso caratterizzato dalle edicole votive della Via Crucis fino a raggiungere la Torre Superiore della cinta fortificata. Qui la mole principale è affiancata dal basamento di una mozza torre longobarda; si consiglia di visitare tutto il perimetro delle fortificazioni ove trova spazio un parco di alberi sempreverdi.

Giunti in cima alla dorsale rocciosa di monte S. Michele, qui sorge l’omonimo eremo-santuario dedicato a S. Michele Arcangelo ove prospetta un ampio paesaggio: il cono del Vesuvio a S, la dorsale dei monti Taburno-Camposauro a N e, più in fondo, i monti del Matese. Dal Santuario scorre una lunga stradina in falsopiano che attraversa il crinale settentrionale della montagna fino a giungere presso Villa Santoro ove la rotabile incrocia la strada che sale da Valle di Maddaloni. Percorrendo in discesa quest’ultima si giunge in vista della poderosa struttura ad archi sovrapposti dei Ponti della Valle, progettati dall’architetto Vanvitelli per convogliare il flusso delle acque per alimentare le fontane, le cascate e i giochi d’acqua all’interno della Reggia di Caserta. Tre ordini di archi a diverse altezze, il primo percorribile e gli altri per l’acqua, per una lunghezza di 529 metri e un’altezza massima di 95 metri. Presso questo ponti, il 1 ottobre 1860 una furiosa battaglia vide soccombere le truppe borboniche sotto il fuoco dei garibaldini. (di ©Andrea Perciato)

PAPASIDERO (CS), la Grotta del “Romito” & S. M. di Costantinopoli… excursus emotivo dalla Preistoria al Medioevo

Siamo nella Calabria settentrionale, all’apice della provincia di Cosenza, in quel lembo di terra fortunatamente sottoposto a tutela del Parco Nazionale del Pollino, lungo le tortuose sponde del fiume Lao, laddove le spumeggianti acque consentono di praticare il rafting. Muovendosi verso il nord del paese, dopo un rocambolesco viaggio tra crinali e profonde valli, si raggiunge uno tra i siti preistorici più interessanti d’Italia: la “Grotta del Romito”, un luogo unico nel suo genere, un posto magico, una località incantevole circondata da una rigogliosa natura che si incastra, armoniosamente, in un luogo fantastico.

Un percorso nei boschi ben attrezzato introduce alla meraviglia per la quale val la pena giungere fin lassù ove ci accolgono incisioni rupestri e antiche sepolture, coi loro indecifrabili misteri; autentici segni di vita e di arte che alcuni nostri progenitori, in un passato che si perde nella notte dei tempi, sono riusciti a distribuire nei pressi e all’interno di un mondo caratterizzato dalle stalattiti e dalle stalagmiti; scenari unici che lasciano senza fiato.

La Grotta del Romito (il cui nome deriva dal fatto che un tempo il sito fu abitato – durante il Medioevo – da frati eremiti) è un importantissimo parco archeologico immerso nella copiosa natura calabrese. Presso l’accesso compare un grande masso levigato sulla cui superficie vi sono incise (sembra quasi disegnato) le fattezze di un toro, meglio conosciuto come “Bovis Primigenius” una incredibile incisione rupestre risalente ad oltre 15000 anni fa; e ancora, delle fosse in cui sono presenti antiche sepolture tra i primi esempi in Europa a “tumulazione” con tracce di scavi, tutt’ora in corso, curati dall’ Università di Firenze e poi, infine, la parte interna della grotta, che si presenta piena di stalattiti e stalagmiti con un fantastico gioco determinato dalle luci e dalle ombre.

Ritornati giù in paese a Papasidero (il cui nome trae origine da Papàs Isidros, un monaco bizantino, oppure sembra derivasse da Papa Isidoro, un monaco basiliano di religione greco ortodossa), si prendono una serie di gradinate che dopo alcuni tornanti che scivolano lungo il pendio che porta fin quasi al fiume Lao, in pochi minuti giunge presso l’antico ponte medioevale che supera il fiume Lao fino al sagrato della bella e imponente chiesa rupestre (Santuario) di S. MARIA di COSTANTINOPOLI, luogo meraviglioso oltre che sacro, imponente struttura in pietra incastrata nella roccia. Se prima di imboccare il ponte medievale si prende il sentierino che scenda sulla sinistra, si giunge presso una piccola spiaggia (approdo per il rafting) acciottolata proprio sul greto (sponda destra) del fiume Lao in un posto incantevole e pieno di pace.

Il Santuario è arroccato sul fianco ripido della montagna. Questo Santuario costruito nella roccia, sul fiume, si trova in un incantevole scenario paesaggistico. Vederlo dalla lunga scalinata che bisogna percorrere per raggiungerlo, già preannuncia l’emozione che si può vivere una volta arrivati. Per accedervi si attraversa il ponte sul fiume, e tutt’intorno sembra essere avvolto da un’aurea di fascino, di mistero, di magia. Il Santuario risulta essere interessante, bello e suggestivoo anche al suo interno, ove sono conservati un organo e bellissimi dipinti che subito rapiscono lo sguardo. La locazione di questo Santuario, fuori dal comune per la posizione eretta sul ripido fianco (destra orografica) del fiume Lao, è insolita per il fatto di poter essere raggiungibile solo attraversando il ponte in pietra sul fiume.

Il luogo è molto caratteristico e non è raro riuscire ad incontrare anziani del luogo originari del paese che si spingono fin quaggiù per una passeggiata e che si prestano bene nel raccontare episodi e storie del circondario; come quella di come più di 20 anni fa tutti gli abitanti del paese, il giorno della festa del santo patrono, formarono una catena umana per salvare la chiesa da un incendio. Il Santuario della Madonna di Costantinopoli in origine era un luogo di culto ove si professava il rito orientale greco/ortodosso, ma è soltanto negli ultimi secoli ha ottenuto la “conversione” al cattolicesimo.

Che altro dire del luogo e del suo circondario se non provare il piacere di avventurarsi per strade e piste alla ricerca dell’insolito, immergersi in questa rigogliosa natura e magari facendosi accompagnare dalle narrazioni della gente del posto che, con la loro voce rauca, testimoniano esperienze di vita difficilmente riscontrabili altrove, dopotutto, la Calabria è… anche questo: saper ascoltare! (di ©Andrea Perciato)

CAGGIANO (SA): la “Via dei Templari” lungo la strada nella roccia

Una veglia d’armi alla “Porta verso il Cielo”

Pregare in solitudine al cospetto della Casa di Dio

Qui… i Cavalieri si accostavano ai Sacramenti.

Qui… ogni peccato veniva loro perdonato!

Collocato su un rilievo dell’Appennino lucano, al confine del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, ecco primeggiare sulla roccia, in tutta la sua bellezza ed il suo fascino, il caratteristico paese di Caggiano, comune in provincia di Salerno. Era l’XI secolo quando l’Italia meridionale veniva conquistata dai Normanni  e  a Caggiano il loro arrivo fu segnato e testimoniato dal rafforzamento delle fortificazioni preesistenti e dalla costruzione di un castello. Aveva notevole importanza quel luogo  per il controllo delle vie verso la Calabria e la Puglia, le vie percorse dai pellegrini diretti in Terra Santa.  Ed è lungo questo transito che sorge una mansio, risalente al XII secolo, che i Templari eressero in contrada “Sant’Agata“,  fuori dal centro abitato. E’ ancora possibile individuarne il perimetro e una cappella, poco distante, dedicata appunto a Sant’Agata,  un luogo suggestivo e ricco di fascino, nascosto tra arbusti e folta vegetazione quasi a volerne custodire gelosamente i resti ed i segreti.

Presso la Contrada Sant’AGATA (570 m), che giace a settentrione della rupe caggianese, avvolta da boschetti e campi coltivati, tra la copiosa vegetazione viene conservato un “misterioso” segreto fatto di ruderi e antiche pietre giunte dal lontano medioevo: lungo che alcuni studiosi locali hanno chiamato, nel tempi, la “MANSIO TEMPLARI”, una grancia (masseria fortificata) extramoenia e i resti di una cappella dedita al culto della martire possedute dai monaci Templari che, all’interno dell’abitato di Caggiano, amministravano l’Ospizio di S. Giovanni.

L’enorme presenza di ruderi sparsi, la particolare squadratura delle mura (ben salde sia in altezza che di spessore) che formano un rettangolo ai cui lati si ergevano, sicuramente, torri merlate circondate da un lieve fossato. Ed ancora, col suo accesso collocato ad W introduceva al suo interno ove erano collocate le cucine, il refettorio e altri vari depositi; al piano superiore vi erano i dormitori dei monaci più altri servizi; al centro si ergeva una cappella; verso N era situato il romitorio riservato ai pellegrini e in fondo, verso E, la sala d’armi.

Esternamente giacevano i depositi per il grano, le cucine, la falegnameria e le scuderie. In questa mansio alloggiavano i cavalieri insieme agli scudieri, gli aiutanti e gli operai. Tra i loro compiti: il pattugliamento e sorveglianza delle strade vicinali; la protezione di pellegrini e viandanti che si recavano per la Lucania e l’Apulia; così abbiamo verso oriente la Viae Herculiae e più a valle con la Popilia Regio/Capuam; aiutare le popolazioni locali e trasmettere loro tecniche, informazioni e saperi delle scienze e delle arti da loro acquisite in Oriente, più altre tecniche per la lavorazione del territorio ed altri servizi.

La Strada Medioevale nella “roccia”. Probabilmente uno degli ultimi esempi di Via gradinata e selciata risalente a quest’epoca storica presente in tutto il meridione. La strada si inerpica con alcuni tornanti sul costone roccioso sud-occidentale attraversando un paio di caratteristiche gallerie scavate nella roccia e passando nei pressi del rudere dalla Chiesa di Santa Sofia, unico edificio religioso della zona in stile greco-bizantino, fino a raggiungere le antiche Mura di cinta;

Dalla “mansio” si risale in direzione del borgo di CAGGIANO la cui rupe si erge al di sopra di Costa Tuvolo. Giunti al ponte (715 m) che a dx conduce a Salvitelle, appena oltrepassato, lo sguardo si affaccia sul paesaggio della valle del fiume Tanagro coi monti Alburni che fanno da cornice. Pochi metri e sulla sx c’è il varco che permette di accedere alle prime rampe della “Strada nella Roccia”, una lunga gradinata scavata nella pietra che fin dall’antichità consente di raggiungere direttamente l’abitato, una grigia via rocciosa d’epoca medioevale che, riflessa sotto l’intenso azzurro del cielo, serpeggia coi suoi tornanti lungo incredibili pendenze tagliate da rampe e gradoni squadrati a mano e che arrancano lungo i versanti SW della rupe con un parapetto in pietra piuttosto ribassato.

Appena sotto l’arco scavato nella roccia calcarea, sulle pareti a dx compaiono una serie di croci “scolpite” sulla nuda pietra a testimonianza – forse – dell’antico passaggio che i Templari compivano tra la mansio e il paese. Una biforcazione interrompe la salita: a dx si passa sotto l’Arco in pietra, vicino alla Torre d’avvistamento (o di guardia), e si raggiunge il paese attraverso il varco dell’antica “Portuccia” (ingresso da S) nelle vicinanze di Palazzo Abbamonte.

L’itinerario prosegue sulla sx raggiungendo in breve la rupe da cui spicca il rudere di Santa Veneranda (o Santa Sofia – 770 m) fino ad arrivare alle mura e varcare l’antico ingresso occidentale del borgo attraverso l’accesso meglio conosciuto come la “Porta di Marvicino” (781 m), così indicata per l’ampia visibilità che s’apre sull’orizzonte occidentale determinato dal lontano golfo di Salerno ove, nelle giornate più nitide, è possibile scorgere il mare.

Si entra finalmente in Caggiano e per una breve salita, attraverso i caratteristici portoni delle case che affacciano sull’antico decumano, si raggiunge la chiesa di Santa Caterina VM dal singolare arco in pietra che determina la facciata d’ingresso, al suo interno opere pittoriche risalenti alla seconda meta del XVIII secolo; a sx della chiesa, verso N, si staglia il Palazzo Oliva. Scendendo a dx di S. Caterina si continua per archi in pietra, rampe, supportici con volte a “crociera”, ripide scale, fregi e lapidi, portali finemente decorati. Alle spalle di S. Caterina, si prende a sx risalendo (lato settentrionale) per la parte più vecchia del borgo ove si staglia la cortina delle abitazioni (oggi vuote!) più antiche del paese fino a giungere presso la chiesa di Santa Maria de’ Greci (del XII-XIII secolo); sulla parete esterna settentrionale vi è incastrata una pietra che – come indica la tradizione – è stata qui portata (forse dagli stessi Templari) dalle rovine del Tempio di Gerusalemme.

Per il vicolo a dx (verso S) di S. M. de’ Greci si raggiunge il Palazzo Colonna (che ospita il Municipio) e subito a sx si sbuca sul sagrato (827 m) della chiesa madre di San Salvatore (importanti affreschi al suo interno), proprio alle spalle degli imponenti bastioni turriti del Castello medioevale (oggi privato) risalente al IX-X secolo. Tra la Chiesa e il Castello, scorre una rampa di scale (balaustra con figure zoomorfe) che, a sx, conduce alla cappella di San Luca (o della Guardia) che, fin dall’antichità, ospitò la guarnigione a controllo della vicina “Porta di San Luca”.

Aggirando il Castello dal suo versante settentrionale si discende lungo il braccio della cinta muraria orientale fino a raggiungere la “Porta del Lago” detta anche Porta del Ponte (levatoio!) antico varco di levante che immette (808 m) nella Piazza LAGO (antica spianata d’origine palustre a carattere carsico), ove ha termine questo interessante e particolare itinerario, un autentico “tuffo” medioevale nella storica città di Caggiano.

(testi e foto di ©Andrea Perciato)

OLIO d’OLIVA: gustose “gocce” dorate… in un “Mare di Sapori”

Ciao cari bambini…! Mi presento: sono l’OLIVA e produco un liquido giallo-oro molto gustoso e saporito, un liquido che tutte le vostre mamme conoscono benissimo e che usano molto in cucina: l’OLIO. Oggi desidero raccontarvi la “mia” storia. Che ne dite, facciamo questo viaggio insieme…?

Io nasco da una pianta molto antica: l’ULIVO. Grazie alla sapiente mano del contadino, dopo lunghi mesi di crescita insieme alle mie tante sorelline, giunte alla maturazione siamo belle e pronte per essere raccolte. A proposito! Sapete quando ci raccolgono? Tra ottobre e dicembre, quando il nostro frutto – di otima qualità – risulta essere ancora più polposo.

Bambini, sapete che sono tanto buona a tavola anche senza essere “trasformata”? Assumo spesso forme, colori e grandezze differenti per via della mia origine e della mia esposizione sul territorio. Ho un odore acre, ma questo vuol dire che il mio stato di salute è buono e che sono pronta per offrire il mio nettare; insieme con le mie sorelline veniamo giù dai rami. Questa è una delle fasi più divertenti poiché tra sobbalzi, capitomboli, salti e solletico, caschiamo tutte ai piedi dell’albero su teli colorati per evitare che il nostro polposo corpicino non subisca danni nella caduta e non tocchi per terra.

Veniamo messe in grossi canestri di plastica o, come preferisce qualche anziano contadino, in sacchi di tela per essere condotte nella nostra casa di trasformazione: il FRANTOIO (o, come chiamato anticamente, il “TRAPPETO”).Giunte al frantoio, è come se entrassimo nel cancello di in un grande luna-park con tante giostre tutte differenti; e in queste giostre ci fanno scivolare, saltare, danzare e rotolare attraverso stretti passaggi e cunicoli nascosti fino a farci tuffare in una grande vasca. Qui, ancora tutte stordite veniamo ammassate e schiacciate dal passaggio di una grande pietra a forma di ruota: la MOLA, mentre la nostra parte interna più dura (il nocciolo) viene scartata, ma non gettata via.

Sapete cari bambini a questo punto cosa è successo? Si è avverato un autentico miracolo della natura. Siamo state tutte trasformate per voi, in un prezioso e nutriente liquido dorato: l’OLIO.

Giunti ormai quasi alla fine di questo viaggio, il nostro olio viene raccolto in grandi contenitori di alluminio e conservato per essere – in seguito – imbottigliato e trasportato nei negozi della nostra città. Qui l’olio è possibile trovarlo sui banchi dei supermercati, e tutti i giorni esso diviene il protagonista assoluto della nostra sana alimentazione.

Bambini… volete farmi un bel regalo…? GUSTATEMI SEMPRE NELLA VOSTRA ALIMENTAZIONE PERCHÉ VI AIUTERÓ A CRESCERE SANI E BELLI. Vi ringrazio… per avermi gustato, l’OLIVA! (ideazione, ambientazione & testi di ©Andrea Perciato)

la “Via Minerviæ” sul promontorio atheneo di Punta della Campanella

Questo bellissimo e panoramico itinerario si svolge, a circuito, lungo l’estremità della dorsale montuosa della Penisola Sorrentina, là dove i monti Lattari si protendono verso l’isola “azzurra” di Capri. Merita, comunque, una sosta iniziale, la panoramicissima balconata che si apre dalla piazzetta di Termini (frazione di Massa Lubrense – NA), ultimo luogo abitato della costa sorrentina prima dell’antico promontorio di Punta Campanella ove passava l’antica Via Minerviae/Athena; nella chiesetta di Termini, vi è custodito un crocifisso ligneo del ‘500 di pregiato valore storico artistico.

Partendo da Termini, a meno di due chilometri in linea d’aria dai “faraglioni” dell’isola di Capri, prendendo in direzione S, comincia a scendere una stradina (inizialmente asfaltata) che porta tra le case del borgo di Petrale. Qui, una serie di tornanti che salgono in cima al monte San Costanzo, vengono attraversati da un viottolo formato da gradoni scavati nella roccia e che permettono di tagliare la forte pendenza. Guadagnati la sella del crinale, nei pressi di una pineta che sfocia sull’opposto versante salernitano della penisola, una deviazione a sinistra conduce, brevemente, alla bianca Cappellina dell’Eremo del monte San Costanzo. Alcuni studiosi ritengono che qui fosse posto l’antico tempio dedicato al culto della dea ellenica Minerva. I due principali golfi campani, da quassù offrono davvero splendide vedute panoramiche: dalle isole de Li Galli (le tre mitiche isolette che gli antichi chiamavano Sirenuse) al Vesuvio.

Muovendoci ora in direzione SW, proseguiamo fra creste esposte, roccette traballanti e fasciumi d’erba filiforme; si transita per una pineta e, immediatamente, si guadagna il brullo crinale che in breve porta a raggiungere, lungo gli scoscesi pendii, la cima del Monte  San Costanzo (497 m); quassù sono presenti alcune installazioni radio militari, per cui la zona della cima è completamente interdetta e racchiusa da un reticolato con filo spinato. Rasentando con prudenza un breve tratto di recinto, si prosegue verso oriente, ove la pista, ora, presenta un cammino che diventa, man mano, più impervio e difficoltoso, dovuto soprattutto alla presenza di precipiti costoni rocciosi che si aprono, con inquietanti e profondi baratri, verso un mare così incredibilmente e meravigliosamente azzurro; più giù, in basso, si apre la stupenda Baia di Jeranto, una naturale insenatura il cui accesso è possibile solo dal mare; una tra le bellezze naturali meno conosciute dell’intera costa e che presenta fondali che vanno dal turchese al giada, dallo smeraldo al cobalto più intenso; domina la baia, un piccolo promontorio sormontato dai ruderi della Torre di Montalto che nasconde i resti di una tramoggia (usata fino al 1945) per l’imbarco di materiale estrattivo. L’intera zona è sottoposta dal vincolo protezionistico del FAI (Fondo Ambiente Italiano).

Dalla cima del monte San Costanzo, parte la labile traccia (appena percettibile) di un sentiero, per lo più battuto dal passaggio delle capre che, attraversando il lungo crinale erboso di Pezzalonga e, proseguendo lungo una interminabile discesa di roccette calcaree, gradatamente si affaccia a mezzacosta con balconate che si aprono su panorami a mozzafiato fino a raggiungere la spianata di Punta della Campanella (36 m), posta sull’estremo punto della Penisola Sorrentina. Proprio di fronte, a poco più di un paio di miglia marine, si stagliano le scogliere dell’isola “azzurra” con i suoi faraglioni. In questo tratto di mare, conosciuto come le “Bocche di Capri”, le acque si presentano quasi sempre agitate, ciò a causa delle forti correnti marine sospinte da venti di bonaccia; qui il Goethe stava per naufragare durante il suo viaggio costiero dai lidi peloritani (dalla Sicilia) verso la capitale borbonica (Napoli) nel 1787.

Questa Punta della Campanella fu detta dai greci PROMONTORIO ATHENEO e, successivamente indicata dai romani, come PROMONTORIUM MINERVIAE o SURRENTIUM, perché vi sorgeva, probabilmente non lontano dall’attuale Torre d’avvistamento, un tempio dedicato al culto della dea Athena (Minerva per i romani); nelle vicinanze sono ancora ben visibili le basi circolari per le batterie d’artiglieria della difesa costiera, qui sistemate dai francesi di Murat per impedire lo sbarco della flotta inglese dell’ammiraglio Nelson a Capri ai principi dell’800. Tutt’intorno si possono facilmente notare i diversi resti delle strutture perimetrali e pavimentazioni d’epoca romana attribuibili, forse, ad una villa o alla sede di un distaccamento militare in servizio presso un faro per comunicazioni con i depositi marittimi di un antico approdo. Vi sorge qui, in una posizione strategica, la mozza TORRE MINERVA (o Saracena), fatta costruire da Roberto d’Angiò nel 1335, rifatta nel 1566 dagli spagnoli, e che faceva parte di un imponente sistema di avvistamento costiero distribuito lungo tutta la fascia tirrenica. Al sopraggiungere delle incursioni saracene provenienti dal mare, questa segnalava l’avvicinamento dei legni pirati, per mezzo del suono di una campana (o col bagliore di grossi fuochi), da cui l’attuale nome dato alla punta. 

Lungo questo promontorio si possono notare dei profondi tagli nella roccia calcarea e la presenza di alcuni tratti di mura di terrazzamento di quella che, con molta probabilità, in antichità doveva essere la “Via Minerviae” con la pavimentazione in basoli ad opus-incertum/reticolarum, tipica sistemazione delle strade romane. Se si sosta sulla spianata della Torre di Punta della Campanella e si volge lo sguardo all’interno verso settentrione, si potrà notare come da questa posizione si intravedono contemporaneamente altre due torri di avvistamento costiero: a sinistra, la torre Fossa di Papara (o di Namonte); mentre a destra, la torre di Montalto. Il più delle volte queste torri, poste a guardia della costa, erano completamente isolate. Non presentavano quasi mai tracce di collegamento verso l’interno; generalmente venivano approvvigionate via mare.

Verso la metà dell’anno 800, il bacino del Tirreno fu devastato dalle scorrerie dei Saraceni che provenivano dalle coste settentrionali africane. I tranquilli siti della Penisola vennero allora anche loro interessati da queste incursioni. Le popolazioni locali, in prevalenza pescatori, agricoltori, coltivatori e pastori, avvertirono il bisogno di potersi difendere da questi Musulmani (detti anche Mori) costruendo fortificazioni e torri distribuite lungo le coste. Solo con l’avvento dei Longobardi, dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi e, infine, degli Spagnoli, nei territori da essi conquistati, si progettò un piano ben definito per la protezione dal mare contro il pericolo dei predoni.

Le torri, situate in postazioni strategiche, a ridosso di scogliere e spiagge, e all’imbocco di fiordi e cale, non avevano nessun tracciato che le collegasse tra loro, ma esercitavano in assoluta autonomia; erano stabilmente occupate da drappelli militari che periodicamente si davano il cambio. Ad oriente della torre, una ripida scala scende per un angusto dirupo che porta fin giù alla selvaggia scogliera. Questa, in parte intagliata nella roccia, ed in parte sistemata da mani umane, conduce ad alcune cavità ipogee sfocianti direttamente sul mare che, affacciandosi nella pittoresca marina di Jeranto, ai piedi della precipitosa scogliera che scende giù dal monte San Costanzo, fungevano, con molta probabilità, sia da approdo dal mare, che da magazzini portuali.

Qui è possibile ammirare gli incredibili ed incantevoli colori che offrono i fondali marini. Un secondo approdo, presumibilmente posto sul lato occidentale della punta, era situato in fondo ad una scala, probabilmente costruita nel luogo di una più antica gradinata. Una considerazione va fatta sugli aspetti morfologici e topografici della penisola. Dal lato della costiera Sorrentina si hanno una maggiore distribuzione di centri lungo il litorale. Immediatamente a ridosso di questi, in leggero falsopiano (tra i 250/400 m), si aprono estese ondulazioni coltivate prevalentemente a vigneti e uliveti. Dal lato opposto, invece, sulla costiera Amalfitana, presso Positano, si possono notare aspetti molto più impervi della fascia costiera. Lungo il ciglio di questa, vi scorre la dorsale più elevata dei monti Lattari con altezze che oscillano tra i 500 ed i 1200 metri. Ciò è dovuto al fatto che questi strapiombi rocciosi precipitanti verso il mare, non hanno permesso l’estensione di coltivi, verso l’interno, così come sul versante opposto, eccezion fatta per la sola Positano che, protetta da alte montagne, ha saputo offrire sempre un sicuro approdo ed un ospitale soggiorno a coloro che su questi litorali svolgevano i loro traffici commerciali.

Spostandosi ora dalla Punta della Campanella verso l’interno, e proseguendo verso settentrione, si ritorna a camminare lungo il basolato dell’antica strada romana che ora, con una luce diversa, offre magnifiche vedute panoramiche dell’isola di Capri, della scogliera, della cala di Mitigliano, delle baie, della Torre di Namonte (o di Papara), delle macchie boschive di querce ed ulivi delle insenature nascoste e delle spiagge che si aprono in uno dei tratti di mare più incantevoli del mondo, e si raggiunge così, nuovamente il borgo Petrale e poi a Termini (punto iniziale del percorso), ove finisce questo bellissimo circuito. (di©Andrea Perciato)

BUDAPEST (Magiari, Hungary)… la romantica, regale e aristocratica “Buda”

BUDAPEST, da sempre capitale dell’Ungheria, della terra dei Magiari e dell’antica Pannonia; le sue sponde che s’affacciano sul Danubio sono state dichiarate Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. La città, nella sua parte più antica, si estende ai piedi di verdeggianti colline (BUDA) di natura calcareo-dolomitica, distribuite sulla destra orografica del fiume, e di immense pianure ove sorge la moderna e vivace Pest; tra le due “parti”, al centro del fiume, si estende la Margitsziget (isola Margherita), autentica oasi e polmone verde della città, mentre le sponde vengono unite dal collegamento di ben otto ponti. Tra le principali etnie che ogni anno, a milioni, raggiungono le “reali” sommità di Buda si contano: al primo posto gli italiani (sparsi in ogni angolo della città); seguiti immediatamente dagli ispanici e dagli orientali (suddivisi tra giapponesi e coreani).

Dal Ponte di Margherita, al centro del fiume, ha inizio il nostro vagabondare per questa splendida città. Se Pest cattura per la sua vivace e frenetica vitalità, Buda subito ci attrae per la sua compostezza. Appena approdati a Buda, seguiamo la principale arteria di Margit körút (Viale Margherita) che in lieve pendenza ascende fino alla spianata di Moszkva ter, ove si concentra la maggior parte del flusso pedonale dei turisti in transito. C’è la possibilità di poter prendere un bus di trasporto pubblico locale ma noi, hiker e backpacker nel dna, preferiamo – naturalmente – raggiungere la Fortezza a piedi. Risalendo la Várfok utca si giunge alla sbarra d’accesso che immette nei quartieri della Fortezza, presso l’antico varco d’accesso di Bécsi kapu tér (la Porta di Vienna), a nord dell’altura.

Questa imponente elevazione calcarea domina, dall’alto dei suoi 60 metri d’altezza sul fiume, tutta la città, e risulta essere l’emblema storico e artistico che rappresenta l’essenza stessa della capitale. Seguendo il flusso pedonale che porta al centro della spianata, lungo la via Táncsics Mihály caratterizzata da edifici in puro stampo gotico e rinascimentale con spiccati richiami alle fattezze plastico/decorative della Serenissima, si perviene nella piazza su cui svetta, a sinistra, l’imponente facciata in stile gotico della Mátyás Templom (Cattedrale di Mattia) detta anche Chiesa dell’Assunta, il più importante edificio sacro della capitale, fulcro principale della Várhegy (collina della Fortezza) che riassume – nella sua evoluzione storica – i momenti salienti dell’intera città; in questa cattedrale fu incoronato, nel 1309, Carlo Roberto d’Angiò.

Alle spalle della Cattedrale compare la suggestiva skyline di Halászbástya, il famoso “Bastione dei Pescatori” che ruota intorno alla statua bronzea equestre di Re Stefano I, fondatore dell’impero magiaro. Singolare composizione architettonica di fattezze militari, i Bastioni furono realizzati in puro stile neo-romanico, con l’intreccio e l’accavallarsi di torrette, balaustre, camminamenti è gradoni; essi offrono al visitatore la possibilità di potersi affacciare e godere dello spettacolare panorama sulla città di Pest. I Bastioni furono eretti, poco più di un secolo fa, nel luogo che – secondo la tradizione – ospitava il mercato ittico, oppure in seguito alla difesa della corporazione dei pescatori per contrastare gli assalti alla Fortezza.

Lasciata questa prima parte della collina fortificata, il viale principale ci porta alla successiva spianata panoramica, la cosiddetta Dísz tér (Piazza d’Onore) ove avvenivano le principali manifestazioni (parate militari ed esecuzioni) e la successiva Szent György tér, con un palazzo (il Sándor Palota) presidiato da guardie armate che si danno il cambio al rullo di tamburi; piazza da cui s’impenna la poderosa mole del Palazzo Reale (monumentale complesso architettonico originato dall’accostamento di più edifici) in cui sono ospitati una Galleria Nazionale ed un Museo e che domina il paesaggio magiaro visibile da chilometri. Spostandosi al margine dei bastioni meridionali, presso il torrino del Buzogany torony, una gradinata scende fino a raggiungere l’imbocco dell’Erzsébet híd (Ponte di Elisabetta), sotto la rupe della Cittadella.

Budapest è quella città su cui il meteo può compiere tutte le bizzarrie che vuole, presentandosi al mattino col cielo azzurro ed il sole e, nel volgere di poche ore, catapultare la situazione offrendo un cielo plumbeo, umido e carico d’acqua. Dal ponte parte una monumentale gradinata che risale per le boscose pendici della Cittadella. Ogni metro superato, ogni siepe lungo lo scosceso sentiero che collega la parte bassa con quella alta di Buda, il giorno cede lentamente il passo all’imbrunire e le ultime luci diurne accolgono le prime ombre della sera restituendo una suggestiva skyline da fiaba lungo le sponde fluviali. Qui il sentiero – con vialetti e gradinate – lascia scorgere, volgendo lo sguardo all’indietro tra i rami e i cespugli, alcune tra le più belle e suggestive visioni panoramiche sull’intera città, con le anse del Danubio.

I ponti, i monumenti e gli edifici principali vengono tutti illuminati in un fantasmagorico gioco fatto di luci e colori che cattura l’attenzione (e le emozioni) in un’aurea di magia, fantasia, stupore… meraviglia! Il sentiero raggiunge la spianata della Cittadella proprio sotto l’imponente statua della Szabadság Szobor, il monumento della “liberazione” dedicato a tutti i martiri caduti per la democrazia e la libertà dell’Ungheria dall’oppressione sovietica. Ovunque gli occhi posano lo sguardo sull’orizzonte è tutto un alternarsi di scenografiche skyline che esaltano il fascino di questa città davvero unica, di questa capitale che si lascia conquistare come una bella donna, riservata quanto basta, eccentrica e vivace nei momenti di festa. Szia Pest… viszontlátásra Buda… Köszönöm…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)