valle del Tusciano (monti Picentini, SA) qui la natura si esalta per davvero!

Non c’è luogo tra i più belli dellìAppennino Meridionale (nel suo tratto campano ricadente in provincia di Salerno) che potesse far conoscere le straordinarie meraviglie della storia e della natura nascoste tra le montagne di questo “cuore” verde della Campania che sono – appunto – i monti Picentini: la Valle del fiume Tusciano.

Poco prima dell’abitato di Acerno, alla sua estrema periferia meridionale, dalla strada statale (la 164 delle “Croci di Acerno“) una apposita segnaletica in legno (tratti di vernice bianco/rossa) indica l’inizio del Sentiero N°10 dell’Alta Via dei Monti Picentini, innovativo progetto di segnaletica per un’alta via, tra le prime realizzate nel sud Italia nella metà degli anni ’80 dello scorso secolo, curata e messa in opera dalla Pro Loco di Acerno diretta dall’allora dott. Donato Vece, cui seguì anche una pubblicazione ed una prima mappatura.

Scendendo verso la valle, si nota subito come il sentiero percorra, con molta probabilità, quello che doveva essere l’antico tracciato che metteva in collegamento Acerno (tra i monti) ad Olevano sul Tusciano (a margine delle pianure). L’itinerario si sviluppa seguendo principalmente il percorso fluviale del Tusciano. Questo fiume, che nasce dal cuore dei monti Picentini, fu così chiamato dai romani per indicare il luogo di massima espansione degli Etruschi verso il Sud. Inizialmente si attraversano terreni bagnati dal fiume ove il sentiero passa in zone in cui prospera una rigogliosa vegetazione spontanea caratterizzata dalla macchia, là dove tracce di ruderi (660 m) testimoniano la florida presenza industriale esistente fin dal medioevo in questa vallata: recinti, mura perimetrali, portali ad arco in pietra, antichi mulini; un ponte medioevale con pietre a secco e a schiena d’asino è consolidato dai locali con palificazioni in legno per agevolarne il transito.

Ad un bivio, la sterrata si divide e si continua a scendere in basso a sinistra, fino a giungere nei pressi della riva del fiume in prossimità di un ponte (557 m) un tempo crollato con le traversine in ferro che resistevano saldamente ancorate alle sponde; non risulta difficoltoso guadagnare la riva opposta, in questo tratto il fondale è molto basso, ma era possibile anche passare sui profilati mantenendosi in equilibrio. Raggiunta la riva opposta, il bacino fluviale e la sua valle cominciano ad allargarsi. Si attraversa una fitta vegetazione caratterizzata dagli arbusti del sottobosco; quindi, passando per un campo di nocciole ed un pioppeto, si raggiunge nuovamente la sponda (sx orografica) del fiume. Si risale per circa 100 metri sulla destra fino ad incontrare una passerella in legno, a sinistra, che permette il passaggio sulla riva opposta.

Si perviene a un vecchio cascinale in disuso (Casa Isca), ove poco più in basso una strada in discesa conduce a dei laghetti (anse del fiume appositamente arginate) per la pesca delle trote. Si prosegue ancora per circa 1,5 km, lungo una pista camionabile che conduce alla “presa” (piccola diga di contenimento del flusso delle acque sul fiume). A destra, un ponte conduce alla presa in località Acqua Buona (447 m) e, proseguendo in quella direzione, conduce a Salitto (388 m). Continuiamo invece prendendo a sinistra. Qui il sentiero attraversa un successivo ponte, il cui passo è sbarrato così da evitare il transito agli autoveicoli. Superati il passaggio, si volge a destra ove ha inizio una comoda mulattiera che conduce fin sotto ai primi contrafforti rocciosi delle montagne.

Questo tratto della valle è praticamente chiuso da entrambi le parti; il suo letto fluviale scorre in una gola molto incavata; le alture che circondano questo scenario ambientale sono il Toppo Castelluccio (986 m), il Molaro(1082 m) ed il Raione S. Elmo (1236 m) che si stagliano sulla sinistra, mentre a destra, si trovano in successione la Serra della Manca (941 m), le Rive di Pappalondo (718 m) e il monte Castello (696 m). Lungo il sentiero che procede sempre perdendo quota, sono possibili incontrare diverse pozze d’acqua sorgiva che sgorgano direttamente dalla viva roccia mentre carpini e castagni caratterizzano il percorso che s’incunea fra montagne ininterrotte, ricche di verde, ove il fiume ha per millenni scavato la sua strada nella roccia inframmezzata dalla presenza di innumerevoli salti di cascatelle.

Sulla destra, in alto, si profilano le irte rupi calcaree delle Ripe di Pappalondo mentre il percorso passa accanto alla condotta del vecchio acquedotto di Eboli (Prese S. Giacomo) e, poco più sotto, dopo il superamento di alcuni terrazzamenti coltivati a frutteto, si raggiunge l’ampio pianoro del Ponte dell’Angelo situato presso il Parco San Michele (268 m), uno spazio appositamente allestito dal comune di Olevano sul Tusciano; un’area attrezzata per offrire accoglienza ad escursionisti di transito e pellegrini devoti alla vicina grotta dell’Angelo, con la presenza di gazebo in legno, fontane, tavolati, barbecue tutti completamente immersi nel verde; lassù in alto verso destra si ergono le “gobbe” della rupe al cui centro sorgono i ruderi del Castrum, la rocca longobarda di Olevano. (di ©Andrea Perciato)

lungo la “VIA MAESTRA” dei Villaggi, in Costa d’Amalfi (SA, South Italy)

Quello che si propone è bellissimo itinerario che attraversa uno dei più suggestivi tratti costieri al mondo. Si raggiungono, attraverso un interminabile saliscendi fra terrazzamenti, rampe e case isolate, quelli che fino alla fine dell’800 erano i villaggi “aggrappati” sul mare, cioè uniti tra loro per mezzo della cosiddetta “Via Maestra” che – fin dall’antichità – collegava Amalfi, sulla costa, e i vicini monti attraverso i verdi campi coltivati degli altipiani posti nel “mezzo” da sempre buoni per il pascolo. Da Amalfi, dopo un alternarsi di scorci paesaggistici che si perdono nell’immenso e di vedute panoramiche mozzafiato, si raggiunge la borgata di San Lazzaro (frazione del Comune di Agerola) punto di sosta e ristoro.

Dalla periferia occidentale di Amalfi, appena fuori la galleria della “Passeggiata Longfellow”, compare una profonda cavità: è il Vallone Cieco (101 m) facilmente superabile da un ponte. Da qui, appena sulla destra, ha inizio l’itinerario che risale lungo la storica “Via Maestra dei Villaggi”, antico percorso pedonale che collegava – prima della costruzione strada rotabile (la Statale 163 Amalfitana) – quei piccoli villaggi posti a ponente di Amalfi come: Lone, Pastena, Pogerola, Tovere e Vettica Minore. Poco più su (145 m) si incontra la chiesetta della Madonna del Carmine (conosciuta anche come Madonna del Pino), riconoscibile dal singolare campanile monoforo attraversato da un passetto.

Subito dopo si cammina tra gli alti muri che contengono terrazzamenti coltivati, e si transita per le case sparse del borgo di Pastena (165 m), riconoscibili perché erette sulle “chiazze” (ampi terrazzamenti che tagliano il pendio). Qui sono ben visibili le singolari “macerine” (particolari muretti a secco in pietra calcare sostenenti i terrazzamenti e le cellule abitative). L’aspro paesaggio, i marcati verticalismi da lasciar senza respiro, ha consentito – durante il corso dei secoli – il rifugio alle popolazioni della costa in fuga dalle invasioni dei pirati saraceni. Questi nuclei sparsi sono da sempre stati il fulcro di attività agricole collegati per mezzo di rampe, gradoni e ponti in pietra, da edicole votive collocate nei posti più impensabili, chiesette o cappelle isolate che ancora oggi determinano questi percorsi sospesi nel vuoto tra cielo e mare.

Presso un ponte che supera il profondo solco di un vallone si lascia momentaneamente la Via Maestra (la si incontrerà più avanti!) e si sale a destra lungo una rampa gradinata molto inclinata (in alcuni punto sfiora i 60°) che solca la destra orografica del Vallone Pomicara (sparse un pò dappertutto sono le tracce della presenza di piccole cave per l’estrazione della pomice). Ovunque gli occhi posano lo sguardo si è circondati da alte mura terrazzate, recinti e intrecci di pergolati sostenenti i limoneti e, spesse volte, anche i vigneti. Raggiunti la Via Montetillo si volge a sinistra, superando ancora rampe e ponticelli, fino ad arrivare (205 m) presso l’ampio terrazzo della Chiesa di S. M. Assunta col suo panoramico sagrato che s’affaccia sulla costa d’Amalfi; al suo margine è posta una singolare fontanella ricoperta da piastrelle in ceramiche raffiguranti lìimmagine sacra della Madonna; dietro il sacro edificio, invece, risalendo per una rampa si guadagna la rotabile che, sulla destra sale verso Pogerola. L’itinerario proposto, invece, scende verso sinistra e supera le vicine case del villaggio di Lone (210 m) ove il panorama modifica la propria visuale: non più la città ducale, ma la ripida costa chiusa dalla Torre di Capo Vettica.

Proseguendo per un breve tratto in discesa lungo questa rotabile, dopo che si attraversano alcune gallerie, si supera il Vallone Nocito e si raggiunge l’incrocio (160 m) che conduce verso le case di Vettica Minore. Al primo vicoletto che s’incontra sulla sinistra si prende in discesa e si procede lungo Via S. Pietro a Dudaro, panoramico viottolo che scorre attraverso un’autentica galleria vegetazionale caratterizzata da un alto pergolato che regge sia i limoneti che i vitigni sistemati a “festoni”. Più avanti, aggirati una Parrocchiale, una breve rampa riconduce nuovamente sul tratto principale della “Via Maestra dei Villaggi” da dove hanno inizio una lunga serie di gradoni sistemati lungo il pendio che superano – in una natura selvaggia completamente avvolta dai silenzi e caratterizzata dalla macchia mediterranea – un dislivello di oltre 400 metri.

I terrazzamenti curati dall’uomo, poco alla volta lasciano il posto ad ambienti completamente selvaggi, con scenari aspri e severi attraverso traverso improbabili tracce di sentieri che arrancano su imponenti salite o che solcano precipizi sospesi nel vuoto; volgendo lo sguardo in alto si scorge, incastrato sulla sommità di un campanile roccioso, un solitario eremo (diruto) circondato dal vuoto nel suo millenario silenzio. Ancora rampe e gradoni che trattengono la vista (e il fiato sospeso) su vuoti dagli incredibili orizzonti, si giunge fino a un incrocio “sospeso” presso la bianca statuetta di una Madonnina (collocata sullo spigolo di un muro) si lascia definitivamente la “Via Maestra dei Villaggi” e, risalendo a destra, si guadagna Via Santa Caterina coi suoi tortuosi tornanti in pietra che arrancano per difficili pendii: antico collegamento che ancora oggi viene percorso soprattutto da anziani contadini. Presso un ponticello si taglia a destra sfiorando la Cappella di Santa Caterina che preannuncia l’arrivo presso la borgata di San Lazzaro (650 m – Comune di Agerola) che si estende ai margini di un vasto altopiano conosciuto già fin dai Romani. A poche centinaia di metri si raggiunge Piazza Avitabile ove termina questo straordinario itinerario. (di ©Andrea Perciato)

Pozzuoli (NA) e la “Solfatara”… camminando lungo le soglie dell’Inferno!

La Solfatara di Pozzuoli è senz’altro il più interessante vulcano dei Campi Flegrei, un comprensorio che si estende a nord di Napoli ed è costituito da decine di antichi vulcani; essa è una degli oltre 40 vulcani attivi che costituiscono i “PHLEGRAYON OROS” (i Campi Flegrei, appunto) ed è una delle aree a maggior rischio sismico della nostra Penisola, situata a ovest del Golfo di Napoli. Con un’estensione di circa 33 ettari, la Solfatara è un’oasi naturalistica che offre numerosi spunti per una interessante escursione che offre, oltre ai noti fenomeni di natura vulcanica, quali le fumarole, le mofete ed i vulcanetti di fango, anche delle copiose zone boschive caratterizzate dalla macchia mediterranea nonchè, di alcune singolarità naturali, geologiche, botaniche e faunistiche che spiccano in questa convulsa area.

Il gigantesco cratere che raccoglie al suo interno La Solfatara si sarebbe formato circa 4000 anni fa. I Romani diedero al cratere l’appellativo di Colles o Fontes Leucogei (derivante dal greco “leucos“, e cioè bianco), a cui si riferiscono le terre biancastre dovute all’azione disgregante del vapore acqueo sulle rocce magmatiche. E fu proprio sotto l’Impero Romano che ebbero Inizio le attività estrattive dell’allume (solfato di alluminio e potassio) e del bianchetto, una sostanza utilizzata come fosse stucco. A cominciare dal Medioevo invece, la Solfatara iniziò ad essere conosciuta anche per le proprietà curative e terapeutiche che furono attribuite alle sue acque.

La Solfatara è un antico cratere vulcanico attualmente in stato di “quiescenza”: cioè manifesta fenomeni di vulcanismo secondario, ben riconoscibili come le spettacolari fumarole (emissioni di vapore acqueo), le mofete (esalazioni di CO2), le solfatare (emissioni calde di composti gassosi dello zolfo), e i vulcanetti di fango, vulcani in miniatura che eruttano sostanze argillose, portate in superficie dalle emissioni di gas.

La Solfatara di Pozzuoli offriva l’occasione per una tranquilla passeggiata in un’area ricca di verde naturale, al riparo dagli abituali rumori della città; i percorsi che si sviluppano all’interno dell’area sono solo a carattere pedonale. La presenza di numerosi cartelli indicatori e didattici che illustrano le varie zone all’interno del cratere, accompagnano il visitatore lungo tutto il percorso prestabilito e forniscono utili informazioni sugli numerosi punti caratteristici che si possono raggiungere e le peculiarità naturali in esso contenuti.

La visita della Solfatara ha radici molto antiche in quanto costituiva, già nel XVIII secolo, una delle tappe obbligate del “Grand Tour”; i viaggi istruttivi e di svago che gli aristocratici europei compivano soprattutto in Italia e Francia. La durata media della visita all’interno della Solfatara è di circa 45 minuti; la presenza di un’area di ristoro riccamente alberata permette la sosta al termine della passeggiata. Durante il corso della visita al vulcano sono possibili osservare diversi fenomeni che generano stupore e – al tempo stesso – sgomento nel visitatore, come la condensazione del vapore.

Il punto più alto dell’area, il monte Olibano, che tocca quota 199 metri, mentre il fondo del cratere arriva a 92 metri sul livello del mare. I pozzi di fango bollente che si formano all’interno del cratere sprigionano esalazioni tossiche a base di anidride carbonica e idrogeno solforato, e allo stesso tempo servono da valvola di sfogo ai gas che esercitano una forte pressione dal sottosuolo. Uno dei fenomeni più appariscenti della Solfatara è quello della “condensazione del vapore” acqueo che si determina avvicinando ad una fumarola una piccola fiamma: i vapori appaiono progressivamente più intensi poiché sia le minute particelle solide prodotte dalla combustione, sia gli ioni dei gas atmosferici prossimi alla fiamma, agiscono da nuclei di condensazione del vapore stesso.

Altro fenomeno è il rimbombo del sottosuolo, cioè del piano di calpestio su cui si cammina. Esso è un fenomeno impressionante; se si prende un masso e lo si lascia ricadere al suolo anche da una piccola altezza, in un qualsiasi punto all’interno del cratere, il contatto al suolo determina un cupo rimbombo che crea la sensazione che sotto i nostri piedi vi siano delle grandi cavità sotterranee. In realtà si tratta di micro cavità prodotte dai gas delle fumarole in un terreno, già di per sé, abbastanza instabile e poroso.

Le principali attrazioni turistiche che possono essere viste e ammirate all’interno della Solfatara sono: la Fangaia, la Bocca Grande (ovvero la “fumarola” principale), il Pozzo dell’acqua minerale e le vecchie Stufe (saune naturali, suggestiva location in uno dei film del grande Totò!). Dalla Bocca Grande fuoriescono vapori fortemente tossici che contengono sali come il “cinabro” (solfuro di mercurio), il “realgar” e l’ “orpimento” (solfuri di arsenico). Le intense esalazioni dal caratteristico odore di uovo marcio si depositano sulle rocce di superficie circostanti conferendo alle stesse una colorazione giallo-rossastra. La Solfatara, che a tutt’oggi è preclusa al pubblico, è stata il teatro di una drammatica vicenda di cronaca: il 12 settembre 2017 è tristemente divenuta argomento di cronaca per una brutta tragedia che ha causato la morte di tre persone, un bambino e i suoi genitori, tutti componenti dello stesso ceppo familiare, caduti all’interno di una voragine satura di anidride carbonica. (di ©Andrea Perciato)

Anthölz-Anterselva (Süd Tirolo)… a spasso nella torbiera del Biotop Rasner/Möser

Quel frastagliato gruppo di creste montuose delle Vedrette di Ries, che si ergono alla fine della Valle di Anthölz-Anterselva, formano un netto contrasto con la docile ambientazione della pianura. Siamo tra i 1000 e i 1300 metri d’altezza, a ridosso tra i confini determinati dalla natura e quelli stabiliti dagli uomini; praticamente un habitat di frontiera ove le sorprese non mancano, in una lunga valle dai verdi tappeti prativi in cui spiovono le boscose pendici di aspre e geometriche cime montuose.

Spesso si parla di Terre Alte oppure delle Terre in Verticale; terre a queste latitudini in cui, da sempre, si immagina il duro, paziente e ostinato lavoro dei contadini e dei montanari per riuscire a rendere produttivo anche il pendio più impervio ma, attraversare queste terre non avevamo mai immaginato, giunti in questo paradiso delle Alpi, di poter camminare sull’orlo di pendii talmente così elevati da sorreggere – in un apparente equilibrio di precarie stabilità – le fondamenta di case tutte fatte in legno e dai terrazzini e le finestre perennemente iridati da vasi fioriti che s’aprono su scenari naturalistico ambientali davvero molto incantevoli. Circa ottanta cime che superano i 3000 metri coronano queste valli e accolgono, lungo i loro pendii, alpeggi e pascoli che rendono i prodotti caseari di questo territorio tra i più apprezzati su tutte le tavole della catena alpina; mentre antiche tracce di attività minerarie fanno capire come l’uomo di queste terre, adattandosi alle difficoltà della natura, abbia potuto (e saputo) sfruttare al meglio alcune risorse (come il rame) che queste montagne custodiscono fin dalle loro origini.

Anterselva di Sotto (circa 1100 m), è quel bel villaggio di case bianche e dai tetti in legno da cui si erge la guglia del campanile che si staglia sulla linea dell’orizzonte. La caratteristica del fondo della vallata, solcata dalle acque del torrente e dai margini della foresta, si evidenzia per essere una bella e lunga prateria verde. Muovendosi dal villaggio di San Florian e superati la provinciale, in lieve discesa si cammina per uno stradello campale che si apre attraverso bei muretti in pietra a secco sistemati dai valligiani ai bordi di piste e sentieri. Superati il ponticello sul fiume, si volge a destra e si continua a scendere attraversando i margini del caseggiato. Sulla via campestre (Freizeitzone) che solca la sinistra orografica del torrente, a un chilometro dopo le ultime case ed appena nascosto dalla cortina degli alberi, compare lo splendido specchio lacustre del laghetto di Fischteich, area appositamente attrezzata per trascorrere qualche ora di svago sulle sue sponde o per organizzare piacevoli pic-nic.

Dal laghetto si imbocca lo stradello (Walder Kirchweg) che, verso sud, porta a un gruppo di case (i Masi Walderhörfe) con annessi laboratori per la lavorazione di prodotti caseari ricavati dai pascoli sulle vicine alture. Una breve deviazione porta ai Bagni di Salomone, area di relax nelle cui vicinanze sgorga una sorgente di acque termali dall’antico stabilimento denominato Salmansprunnen. Dai Bagni si riprende nuovamente la pista che solca il margine della foresta fino a raggiungere il particolarissimo habitat del Biotop Rasner Möser (1075 m), una singolare zona paludosa che conserva, al suo interno, numerose e particolari specie di flora e fauna, armoniosamente nascosti dalla torbiera. Diverse passerelle, ponti, passaggi, tutti rigorosamente realizzati in legno, distribuiti lungo percorsi che serpeggiano attraverso questo singolare paesaggio consentono di poter lasciar apprezzare, ai tanti escursionisti che lo visitano, le numerose specie di piante e animali rari, tipici degli ambienti paludosi. (di ©Andrea Perciato)

Valle Zagarone (CALABRITTO, AV) camminare attraverso l’assoluta bellezza della natura…!

Siamo in Irpinia, nell’alta valle delfiume Sele laddove, lungo la sua destra orografica, si erge il moderno abitato di CALABRITTO (465 m). Qui il paesaggio, dalle tipiche ambientazioni rurali, riesce ancora a offrire aloni intrisi di fascino, di ricordi (il dramma di una lontana tragedia), di memorie (la scomparsa di un tessuto sociale), di mistero…

Una valle senza tempo, quella del Sele, che restituisce l’autenticità di una storia che ha avuto inizio con le prime comunità umane. Gli ambienti che si vanno ad attraversare hanno uintensamente coltivato, durante il corso dei secoli, stretti contatti tra le più antiche e importanti civiltà del passato che hanno stazionato in zona. Ma le culture e le differenti etnie che si sono intrecciate non hanno minimamente condizionato l’indole e il carattere di questa gente la quale, nel tempo, ha consolidato quella innata forza d’animo che si è tradotta nello spirito di ospitalità, solidarietà, nell’accoglienza del forestiero, nel forte e continuo rapporto con il vicinato.

Appena fuori l’abitato, s’apre uno tra gli scenari panoramici più belli e suggestivi dei monti Picentini: la valle del Zagarone, un torrente la cui caratteristica viene evidenziata da una successione di belle cascate che lo alimentano dal suo medio corso. Giù per una precipitosa discesa, ci lasciano le ultime case del borgo e si viene subito proiettati in un’autentica cornice paesaggistica, fatta di verde, di profumi, di colori… di suoni.

L’area che si attraversa è un ampio pianoro prativo, degradante verso il Rio Zagarone, intensamente coltivato con terrazzamenti arborei (graminacee e frumenti, frutteti e legumi) e macchie (siepi e arbusti) che oltre a determinare l’orizzonte dominano tutta la restante parte del percorso; in zona sono presenti i numerosi resti (nascosti dalla vegetazione cespugliosa di quelle che – probabilmente – erano le abitazioni campali dell’altopiano che accoglievano, di volta in volta, o occasionalmente, gruppi di pastori dediti alla transumanza, o interi nuclei familiari dediti all’allevamento e che provvedevano (in loco) alla realizzazione di prodotti caseari ricavati direttamente dagli animali al pascolo, oppure squadre di montanari e tagliaboschi che quassù stazionavano per provvedere al taglio e alla pulizia dei pendii boscosi e per produrre legname da esportazione.

Dopo alcuni chilometri la pista confluisce verso il rio Zagarone. Immersa, e circondata completamente, dal verde e dalle irte pareti rocciose di aspre montagne la valle del Zagarone – o forra di Calabritto – è ricoperta da un manto vegetazionale caratterizzato principalmente dalla faggeta nella sua parte superiore, e da salici, querce e ontani più in basso, determinanti quella tipica vegetazione fluviale delle valli appenniniche. Si attraversa un ricchissimo sottobosco che offre la possibilità di trovare funghi, oppure di incontrare – lungo il sentiero – diverse (e numerose) tracce del passaggio di animali che abitano e frequentano questi boschi e le circostanti rupi dei vicini monti come: faina, donnola, lupo, tasso, volpe, cinghiale… mentre nascosti tra i rami, oppure tra le fronde più alte, non è raro poter osservare il volteggiare di rapaci come le poiane, il nibbio o qualche piccolo falco.

Giunti ad un ponticello, e dopo averlo attraversato si costeggia il rio, mentre sulla sinistra orografica della valle, ad un centinaio di metri, veniamo accolti da una lussureggiante natura su cui spicca il suono dello scrosciare della splendida cascata del Tuorno, che scorre sul lato opposto della riva (destra orografica). La particolare caratteristica di questa cascata, sono i suoi tre principali salti (per una lungheza di circa 20 metri di altezza), ben visibili in tutta la loro selvaggia bellezza; vi è anche un quarto salto, nella sua parte più alta, ma esso è coperto dalla copiosa vegetazione di cui è composta la valle. Restare incantati al cospetto di così tanta bellezza, davvero non ha prezzo; qui la frescura è perenne, il fascino conquista e l’occasione di trattenersi per un panino o per scattare qualche foto, lascia completamente estasiati facendo perdere… la percezione del tempo! (di ©Andrea Perciato)

LITUANIA… tra i deserti di sabbia di PARNIDŽIO/PARNIDIS, la penisola delle dune danzanti

Si conosce poco della regione baltica della Lituania (distribuita tra lunghe spiagge di bianca e finissima sabbia, le sue famose e incredibili “dune danzanti” e i fondali del mare color d’ambra), entrata a far parte dell’UE dal 2004.

La penisola Curlandese è una lunga lingua di sabbia che si estende per 98 km tra il mar Baltico e il bacino separato dalla terraferma da una tranquilla laguna formata, esclusivamente, da sabbia e da enormi dune mobili che raggiungono altezze fino ai 60 metri.

Le regioni Baltiche, anche se sembrano lontanissime, sono una parte viva, pulsante del cuore più vero e autentico dell’Europa; fare escursionismo a queste latitudini, incamminandosi tra copiosi boschi, risalire dune e perdersi lungo orizzonti dai confini impossibili.

Siamo su una striscia di terra, composta dalle sabbie della laguna, dai minerali del Mar Baltico, dal limo e dalla torbiera di intricate paludi che durante le foschie e le nebbie mattutine offrono magiche atmosfere ove le leggende cedono il passo alle emozioni che creano suggestivi scenari paesaggistici…

Secondo un’antica leggenda baltica la laguna e la penisola di Curlandia sono state create da Nida (o Neringa), figlia di un pescatore che raccogliendo la sabbia nel suo grembiule, costruì la barriera per permettere ai pescatori, e anche al padre, di svolgere la propria attività senza subire le onde del mare aperto. Il vento battente e le correnti marine hanno modellato questo lembo incastonato tra le acque, contribuendo anche a fornire materiale per la tradizione mitologica lituana. La penisola diventò nel corso dei secoli lo snodo iniziale della cosiddetta “Via dell’ambra”, la quale, secondo un altro classico della mitologia lituana, fu scoperta in seguito all’esplosione del castello marino della dea Jūratė, causata dall’ira del dio del tuono Perkūnas, il quale non aveva accettato che la dea si fosse innamorata di Kastytis, comune pescatore mortale. Vera riserva naturale ricca di boschi, insenature, villaggi di pescatori e splendidi sentieri che conducono alle dune di sabbia in continue trasformazioni geologiche e naturalistiche.

Nida è il paese delle banderuole. Le banderuole sono i segnavento, e qui ne hanno fatto una vera e propria cultura. In passato le banderuole erano sulle barche a vela e i colori e i disegni di ciascuna di essa identificavano esattamente a quale paese e a quale famiglia appartenesse la barca. Le casette sono tutte di legno colorate, ricoperte di assi dipinte, con piccoli cancelli di legno, siepi e giardini. La penisola è l’unico posto nel Parco Nazionale Kuršių Nerija dove ancora ci sono dune mobili che, a causa dei venti occidentali prevalenti, si spostano ogni anno da 50 cm a 10 m verso est. Nelle aree che non sono calpestate dalle persone la superficie mostra le tipiche increspature del vento; le erbe riescono a crescere anche nelle sabbie in movimento creando un paesaggio suggestivo. Quello che più colpisce di questa lingua di sabbia è sicuramente l’ambiente naturale composto da mare, laguna, foreste, boschi, spiagge e dune. Da un punto di vista naturalistico è uno dei luoghi più affascinanti del paese, e dal 2000 è divenuto anche Patrimonio Mondiale (UNESCO) dell’Umanità.

Per giungere alla duna partendo da Nida ci sono due possibilità: o attraversare il paese seguendo un simpatico segnale con un “alce” che fa trekking; oppure seguire la pista che attraversa la pineta e raggiungere la base delle passerelle del sentiero didattico di Parnidis. Lungo il sentiero è possibile incontrare animali in piena libertà come daini, lepri e caprioli. Attraverso il bosco anche il respiro si fa leggero. Squarci di cielo si allargano oltre il bosco fino a superare alcuni incroci; mantenendosi sempre a sinistra (a destra abbiamo il mar Baltico) si raggiungono le basi di alcune passerelle in legno che, salendo, permettono di arrivare alle sommità dunali. Camminando sulla passerella si evita di danneggiare il delicato ecosistema dunale; sembra quasi di camminare sulla luna, di ritrovarsi al centro di un deserto, di vivere una esperienza davvero unica, e gli orizzonti sono lì, ovunque volga il nostro sguardo, a determinare una sky-line irraggiungibile. Una volta giunti in cima, il panorama che s’apre è incredibilmente bello con paesaggi che dominano le verde laguna da un lato, e l’azzurro del mar Baltico dall’altro.

Quassù non c’è assolutamente niente, si è nel mezzo del nulla; tutt’intorno solo immense dune di sabbia che si estendono a perdita d’occhio fino a dominare un panorama quasi siderale. La cima è un posto particolare da cui si può vedere il sole sorgere dal mare e calare sempre nel mare. Non a caso quassù in cima c’è una meridiana in marmo alta più di 5 m, particolarmente precisa, che segue il corso del sole, indicando ora, giorni, mesi e anni con simboli incisi sulla superficie che sembrano tanto ricordare i disegni di matrice runica dando così al luogo un aspetto magico, quasi sacrale, intriso di spiritualità. La duna Parnidis, tra le più grandi del parco, è classificata come una “duna viva” o mobile, cioè in perenne movimento, che avanza e si modifica divolta in volta modellata dagli agenti atmosferici, tant’è che è obbligatorio procedere sulle passerelle poiché un passo fuori di esse può portare (nel senso far scivolare per distacco!) alla base della duna anche una tonnellata di sabbia. (di ©Andrea Perciato)

SELINUNTE (TP)… girovagando lungo la “costa del prezzemolo”

Selinunte compare così – all’improvviso – protesa lungo la costa che s’affaccia nel Mediterraneo. Il luogo è un concentrato di rovine tra le più estese del mondo occidentale. Un intricato labirinto fatto di antiche pietre e colonne avvolte dal muschio che si alterna al lentisco che mette radici un po’ dappertutto. Giganteschi blocchi di pietra (tra calcari e arenaria) giallo-oro tutti forgiati dalla mano dell’uomo; pietre sparse in maniera disordinata, in bilico o precario equilibrio, posti l’uno sull’altro. Il circondario è un continuo alternarsi di piccole e grandi radure, siepi che si rincorrono a cespugli interrotti dalle fioriture dei “fiocchi” di prezzemolo; rara è la presenza di alberi, mentre numerose sono le varietà del verde (la salsedine spinta dai venti, compie un buon lavoro di fotosintesi). Addentrarsi tra queste rovine è un piacevole camminare attraverso le sue scenografiche platee fatte di pietre e capitelli, di basamenti e di gradoni; un curioso alternarsi tra l’intenso azzurro del cielo, un mare turchese, il giallo della sabbia e il grigio delle pietre. Qui è facile riuscire a nascondersi dietro mura e basamenti e poter riapparire sotto architravi; mentre si avverte – un pò dappertutto – la percezione di sentirsi piccoli di fronte a così tanta magnificenza fatta di storia, di arte, di cultura.

La città nacque già ricca (con intensi traffici lungo le coste del Mare “Nostrum”) intorno alla metà del VII secolo a.C. da coloni giunti da Megara Hyblea. Da sempre considerata come la più occidentale delle più importanti “colonie” greche in terra sicula, essa si erge da un basamento collinare in calcare circondata da due corsi fluviali, il Modione (antico Selinus) e il Cottone sulle cui sponde cresceva rigoglioso il prezzemolo selvatico: il “sélinu“, appunto; la città accoglieva una popolazione – per il tempo – talmente così numerosa, che riusciva a coniare moneta propria. Da sempre in buoni rapporti con la dirimpettaia Cartagine, tra le due città avvenivano soprattutto intensi scambi commerciali. Col tempo estese i suoi domini verso i territori interni impadronendosi di vasti appezzamenti di terra particolarmente ricchi di grano; incrementando così l’espandersi della città, già all’epoca fiorente di templi ed imponenti edifici sia religiosi che civili.

Selinunte subì la sconfitta da parte di un assedio (409 a.C.), imposto per controversie territoriali, da parte della vicina Segesta, che ne determinò la distruzione seguita ad una disperata e inutile resistenza. Seguì una labile ricostruzione, senza però restituirla mai più ai gloriosi fasti del passato. Tra i nuovi assetti predominanti nel cuore mediterraneo tra Siracusa e Cartagine, Selinunte ricoprì un ruolo minore sotto il dominio punico. Con la successiva ascesa e conseguente espansione dei domini di Roma, infine, la città fu definitivamente distrutta dai Cartaginesi per non farla cadere in mano ai Romani; i sopravvissuti furono costretti a dispersersi tra i villaggi e le piccole città del circondario. Col passare dei secoli piccole comunità nomadi  frequentarono l’acropoli già in epoca bizantina e araba; successivamente, però, di Selinunte fu dimenticato anche il nome poiché la località veniva indicata e conosciuta come “Casale degli Idoli” o “Terra delle pulci”. Fu solo nel ‘500 che tal monaco domenicano Tommaso Fazello riuscì ad identificare, in quelle migliaia di pietre sparse sulla collina protesa verso il mare, l’antico sito in cui sorgeva Selinunte.

Il sito subì, nel corso del tempo, anche la violenza di terremoti ed altri fenomeni naturali, ma la eccessiva e disordinata distribuzione delle sue sparse rovine lascia intuire con quale e grande violenza si accanirono gli aggressori del passato, come a voler punire una città che nel suo massimo splendore, avesse troppo osato nella sua presunzione. Qui i templi non hanno nome ma vengono identificati per mezzo delle lettere dell’alfabeto e, unitamente agli edifici più grandi, sono distanti tra loro in un intervallarsi di pianure, vallette, campi e radure. Girovagando per le macerie forse non si riusciranno mai a trovare risposte a così tanta dispersione di pietre, colonne, metope, capitelli, altari, fregi e basamenti, ma si può restare solo estasiati e meravigliarsi in un rincorrersi di fantasia, immaginando – per qualche attimo – la gloria e la potenza di una città greca nel massimo del suo splendore. (di ©Andrea Perciato)

BRIGANTAGGIO “cilentano” (SA), Giuseppe Tardio e la sua banda, da legittimisti… a reazionari!

Dopo la definitiva caduta del Regno Borbonico, a seguito dell’assedio di Gaeta che costrinse i reali borbonici alla fuga nello Stato “pontificio”, la regina Maria Sofia di Baviera, moglie dell’ultimo re borbonico in Napoli, coi risparmi che le avanzavano finanziò diverse insurrezioni di legittimisti locali (dagli ex militari al popolino rimasto fedele ai sovrani), nel tentativo di un probabile ritorno dei Borboni sul trono di Napoli. Nel settembre del 1861, poco dopo l’unificazione e la nascita di un regno a guida sabauda, un avvocato cilentano, il “legittimistaGiuseppe TARDIO, accanito sostenitore dei reali borbonici, avendo ricevuto – tramite intermediari – una sostanziosa somma proveniente dai risparmi della regina, si mise al comando di una banda di circa 30 uomini (tra cafoni, contadini e malfattori della peggior risma), poco equipaggiati e per niente preparati militarmente, e tentò di aizzare, a seguito di una incursione via terra nelle contrade del basso Cilento, le popolazioni delle provincie cilentane (e lucane) che fino a pochi anni prima erano parti dell’ex regno Borbonico annesso con la forza; un’azione paramilitare contro i Piemontesi che, nei suoi intenti, cercava di favorire il ritorno del legittimo Sovrano Francesco II. In questo suo piano, purtroppo, il Tardio (che non sparò mai un colpo dalla sua pistola che portava nella cintura in vita) non vi riuscì mai!

I monti dell’Appennino furono il sicuro nascondiglio e accolsero numerose bande di briganti che erano continuamente alla ricerca di posti sicuri per rifugiarsi. L’epopea del brigantaggio, nelle contrade del Cilento più interno, fu un momento storico, molto triste e drammaticamente doloroso per le popolazioni e i paesi interessati da questo fenomeno malavitoso. La storia ufficiale, quella scritta sui libri, ce li tramanda come uomini spietati, senza riguardo alcuno per l’altrui vita; come esseri crudeli assetati di avidità e pronti al delitto per un nonnulla.

Il mio lungo peregrinare nel Mezzogiorno italiano mi ha fatto spesso scoprire, ma soprattutto comprendere e capire, che così non è stato. Anzi, non si possono nascondere le effettive crudeltà perpetrate ai danni dei più deboli e indifesi, ma la narrazione degli eventi tramandataci per lunghi anni, spesso non corrisponde alla realtà dei fatti. Uomini – questi briganti – contadini, braccianti, pastori, agricoltori, fuorilegge, cafoni, ed ex militari di un regno usurpato con l’inganno che preferirono darsi alla macchia pur di non sottomettersi al regime di polizia imposto dagli “occupanti” piemontesi ins seguito all’unificazione del Regno italico.

Raggirati, sfruttati, ingannati, traditi, offesi, umiliati, maltrattati, tutte situazioni – queste – che hanno alimentato, durante lo scorrere degli ultimi decenni del XIX secolo, rancori mai sopiti nei riguardi dei precedenti padroni, e che hanno scatenato le follie omicide di cui le cronache postunitarie hanno continuamente descritto riempiendo pagine di giornali e atti di verbali processuali per diversi anni. Il brigantaggio, come si diceva (e si scriveva) era un problema nazionale da debellare a ogni costo, in qualsiasi momento e con ogni mezzo!

Ma… proviamo per un attimo a cercare di capire perché questi uomini, nati liberi, cresciuti ed educati al servizio, al sacrificio, alle quotidiane sopportazioni che la vita di campagna e di montagna (ai margini delle grandi città in cui già imperava la modernizzazione e industrializzazione) imponeva loro di fare, con il succedersi e l’accavallarsi degli eventi storici decisero di darsi alla macchia innescando una catena di gravi episodi delittuosi e lasciando dietro di loro una interminabile scia di sangue? Cosa spinse loro ad agire così? Quali furono gli episodi determinanti che scatenarono una lunga catena di orrendi omicidi legati alle grosse bande che si spostavano continuamente in un territorio per lo più montuoso?

Oggi, nonostante tutta la documentazione e le testimonianze in nostro possesso non si è in grado di poter fornire idonee argomentazioni atte a dare una sufficiente risposta a quelle che sono state le vicende (che si accavallano tra storia e leggenda) e che hanno visto come protagonisti uomini d’arme, di pensiero e d’onore in una terra quasi sempre maltrattata; territori che si propongono (e meritano) di essere conosciuti per mezzo di interessanti e particolari itinerari escursionistici.

Tardio, alla testa dei suoi uomini marciava sempre al grido di: “Viva ‘o Rre cu’ la Regina…!” Ma seguiamo questa impresa insurrezionale più da vicino, andando a camminare lungo quelle piste e sentieri, quei boschi, quei monti e quelle contrade, che hanno visto il passaggio del brigante Giuseppe Tardio e della sua “sgangherata” banda; elementi accorsi a partecipare, non certo per spirito legittimista favorevole al ritorno dei sovrani, o per una causa insurrezionale mirata all’allontanamento degli usurpatori piemontesi, bensì per il solo scopo di attuare crimini, vessazioni e furti laddove se ne presentasse l’occasione, a cominciare dal denaro (chiuso in un forziere condotto a mano) messo a disposizione dalla Regina per compiere l’impresa! Dopo aver liberato qualche manutengolo dalle prigioni dell’isola di Ponza e aver ricevuto l’ok per dare avvio a questa operazione, a bordo di qualche imbarcazione, Tardio e la sua banda sbarcarono nei pressi del promontorio di monte Tresino, lungo la costa cilentana poco a sud di Agropoli.

Da qui raggiungono subito il villaggio San Giovanni adagiato sulle pendici del Tresino. Raggiunti la periferia di Agropoli, essi risalgono per le pendici di Colla San Marco e discendono per il Varco Cilentano fino a raggiungere il “mulino” alle sorgenti di Capodifiume. Giunti al Santuario della Madonna del Granato, si nascondono alle pattuglie piemontesi presso i ruderi di Capaccio Vecchia. Poco dopo risalgono per i pendii rocciosi del Polveracchio e in discesa raggiungono il Varco di Vesole. Nascondendosi attraverso la copiosa macchia boschiva sostano presso la “leggendaria” Quercia nel Pozzo.

Nuovamente in marcia essi raggiungono la Fontana del Pozzillo e l’antico Santuario della Madonna di Costantinopoli, nelle vicinanze di Felitto. Evitando accuratamente di farsi sorprendere, e cercando di mantenersi il più lontano possibile dai borghi, dai paesi e dai villaggi eccessivamente “presidiati” dalle forze dellordine e dai militari piemontesi, imboccano la forra ai piedi di Felitto. Attraverso le gole del Calore di Felitto essi raggiungono l’antico ponte medioevale (a “schiena d’asino”) di Magliano. Tra masserie sparse tra i campi ed intensi appezzamenti coltivati a uliveti, guadagnano la rotabile per Felitto e Laurino.

Dalla base della rupe da cui si erge quest’ultimo villaggio, essi attraversano la valle del Calore fino alla cappella rupestre di S. Elena. Per Valle dell’Angelo (allora “Chiaine Sottane“) e Piaggine (a quel tempo “Chiaine Soprane“) superano il monte Lausinito fino a guadagnare le faggete di Costa Orsaia. Raggiungono infine la pozza di Crutazzo da cui si apre il valico dei prati dei Lagherelli. Giunti presso una croce votiva essi risalgono per la copiosa faggeta fino a raggiungere l’inghiottitotio carsico della “nevera“, luogo che fin dall’antichità ha sempre garantito sicurezza, riparo e nascondiglio per coloro che avevano bisogno di rifugiarsi. Da

Da questi luoghi, da queste impervie alture, per convincere le popolazioni sparse per le contrade e le valli circostanti, il Tardio emanò (scrivendoli di proprio pugno) alcuni “editti” intimidatori cercando di fare pressione e convincere le (già confuse) popolazioni locali ad insorgere contro l’oppressore sbaudo ed a favorire il ritorno del sovrano borbonico. Nel contempo lo stesso Tardio aveva da tenere a bada i capricci e le insubordinazioni dei suoi uomini che, con l’avvicinarsi nei territori interni del Cilento, disertavano o abbandonavano volontariamente la banda, lasciando così in seria difficoltà la gestione delle operazioni sul campo al solo capobanda.

Puntando direttamente verso la vetta del Cervati e superando le brulle Coste del Cervatello (1838 m) la banda Tardio sbucò ai margini dell’ampia conca carsica (1848 m) sommitale del monte Cervati. Qui, brevemente sulla sinistra sorgeva, così allora come oggi, (1852 m) l’antico Santuario della Madonna del Cervati (risalente già fin dal 1599). Poco sotto la cappellina, per un impervio sentiero roccioso, essi raggiungono l’imbocco della Grotta della Madonna del Cervati (o della Neve). Qui, in questo luogo, la banda Tardio decise di svernare e di progettare la sommossa popolare del Cilento contro gli “invasori” piemontesi, ma questo… non avverrà mai! (di ©Andrea Perciato)

Val d’ORCIA (SI), da S. Quirico a Pienza quando un orizzonte… dice tutto!

Qui in Val d’Orcia, lungo le fertili pendici del monte Amiata, il tempo sembra essersi fermato davvero; qui – tra questi estesi orizzonti – il tempo determina gli spazi del cammino e accompagna l’esaltazione dei sensi tramutandoli in sentimento e ammirazione; qui, in val d’Orcia, ovunque si volga lo sguardo, gli orizzonti determinano una natura che riesce ancora ad offrire quella tradizione che si forgia sulla filosofia dell’ospitalità e dell’accoglienza che qui, e forse in altri pochi luoghi al mondo, trova la sua massima esaltazione.

Muovendosi dall’antica porta medioevale dei Cappuccini, incastrata tra le mura merlate di San Quirico d’Orcia, ci si muove lungo la strada provinciale che conduce a Pienza. Poco dopo, su una modesta collinetta che si eleva a sinistra dal giallo dorato dei campi di grano, si eleva una poderosa costruzione (antica masseria Borborini) che ha fatto da location cinematografica alla casa del “Gladiatore” (con Russel Crow). Subito dopo si stacca sulla destra una pista che lascia la via principale e mena, in leggera discesa, verso altri casali e poderi trasformati in bellissime e suggestive ricettività.

Si attraversano luoghi modellati dallo scorrere del tempo, luoghi forgiati dal genio delle mani dell’uomo, dolci rilievi e crinali ondulati determinati dal verde/oro di campi coltivati a frumento; il lontano rumore di automezzi agricoli al lavoro che si alterna ai rintocchi di campane provenienti da lontane pievi. I profumi intensi della macchia si accavallano all’intenso ritmo delle cicale che scandiscono ogni passo che si allunga sulla pista. Da lontano già è possibile ammirare lungo la collina che s’apre sul nostro orizzonte l’isolata cappella eretta su un dolce crinale caratterizzato da isolati cipressi: l’antica Cappella della Madonna di Vitaleta, qui eretta nel ‘500 come ex voto, presa a modello e soggetto immortalato da tutti i fotografi naturalisti/paesaggisti al mondo, come uno tra i luoghi simbolo più significativi della Toscana.

Da qui, volgendo lo sguardo tutt’intorno, è possibile comprendere di come la “mano” del Creato sembra davvero essersi divertita a modellare paesaggi di indiscutibile bellezza, fra stradine che serpeggiano lungo suggestivi rilievi modellati dal vento, antichi poderi in pietra, casali e masserie trasformati in dolci e accoglienti dimore, viali alberati caratterizzati dai fluttuanti cipressi che sembrano le eterne sentinelle di un paesaggio unico, inviolato, come da sempre sospeso lungo un orizzonte senza limiti di spazio e di tempo. Qui, e solo attraverso questi orizzonti, sono universalmente riconosciute le Terre di Siena ed attraverso queste terre, queste genti, questi borghi, questi orizzonti, questi profumi e queste emozioni… che vengono lasciate per sempre le impronte del nostro itinere.

I bastioni da cui si erge Pienza sono lì, di fronte a noi. Dopo un successivo e ancor più divertente camminare tra piacevoli saliscendi si giunge sotto le antiche mura “pienzane”, all’incrocio ove sorge l’antica Pieve di Corsignano, chiesetta ove durante il corso dei secoli sono stati “battezzati” diversi Papi. Dalla Pieve scorre una polverosa sterrata in discesa che conduce in uno dei luoghi (i “Cipressi del Gladiatore“, verso il podere di Torrepille) più immortalati nel celebre film di Ridley Scott ove sono state girate alcune sequenze del pluripremiato film con Russel Crow e – naturalmente – non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione di precorrere lo stesso sentiero fatto dal generale Maximo Decimo Meridio durante le ultime scene (il finale) del film.

Da qui si raggiunge facilmente la parte meridionale delle mura di Pienza ove, a sinistra, parte una rampa che immette attraverso un’antica porta e conduce direttamente al centro di Pienza nella rinascimentale piazza Pio II su cui prospetta l’imponente mole del Duomo. Si viene subito coinvolti dalla vivace cittadina andando alla visita e alla scoperta dei suoi caratteristici scorci in cui si esaltano l’intensità delle volumetrie architettoniche che tra loggette sospese e finestre nascoste, terrazzini abbelliti da vasi fioriti (gerani in maggioranza) e antichi portali appena oscurati dall’ombra, si aprono – lungo la via centrale – le numerosissime e variopinte botteghe che offrono le principali produzioni tipiche della zona tra vini pregiati, olii dalle finissime qualità organolettiche, prodotti caseari dei rinomati pascoli ed insaccati dall’intenso sapore preparati secondo la tradizione orciana. Che altro dire sulla val d’Orcia…? Null’altro, bisogna andare a viverla, naturalmente… a piedi! (di ©Andrea Perciato)

MONTECASSINO (FR)… Viae BENEDICTI tra Cammini di Pace e Sentieri di Guerra!

La cosa che più affascina durante l’ultima tappa del Cammino di San Benedetto che da Norcia porta sulla sommità di quel monte (Cassino, appunto), ove si erge la mastodontica Abbazia in cui il Santo (patrono d’Europa) dettò – insieme a sua sorella Scolastica – le “regole” in cui si parla di obbedienza, silenzio, umiltà, della notte, delle lodi, dei salmi, delle ore della giornata, della riverenza, della scomunica e diverse altre ancora….

Un luogo che invita al pensiero e alla contemplazione vissuto attraverso un cammino che parla di pace, e che proprio durante la sua ultima tappa di avvicinamento a quello che potrebbe sembrare il Paradiso in terra e che per mesi sembrò l’Inferno piovuto dal cielo, incrocia i suoi passi degli scarponcini con le impronte degli anfibi lasciati dalle migliaia di soldati lungo una linea (la Gustav) che, dal gennaio al maggio del 1944, vide contrapporsi gli eserciti tedeschi, da una parte, e l’amalgama di uniformi multicolori, razze e religioni diverse unificate dagli alleati dall’altra.

Sembra strano ma è così, camminare nel silenzio amplifica le emozioni e soltanto chi è capace a coglierne gli autentici significati, riesce ad interpretare con estrema chiarezza la triste e amara realtà scaturita durante l’ultimo conflitto mondiale e che ha portato la civiltà odierna a tessere la propria trama e la sua ossatura per reggere le sorti di una umanità che troppo spesso – purtroppo – si lascia andare alla deriva dimenticando i cardini della “regola” dettata da Benedetto da Norcia e su cui poggiano – oggi – le fondamenta della odierna Europa, sicuramente non sorretta da intricati compromessi economici ma da spirito di sviluppo e perseveranza verso la creazione di un unico popolo in un’unica nazione: l’Europa, appunto!

Camminare lungo lo stesso tracciato, ma con due emozioni diverse è cosa un pò insolita: Cammini di Pace (ultima tappa della Viae Benedicti) e Sentieri di Guerra (la Kavendish Road ove trovarono la morte migliaia di giovani soldati), è un excursus emotivo-sensoriale che dal principio alla fine accomuna questi momenti che accompagnano ogni passo durante il nostro cammino su questo tratto di sentiero. Una full-immersion attraverso sensazioni di sofferenza e dolore, vivendo intensamente avvenimenti e aneddoti legati alle battaglie di Montecassino altrimenti introvabili sui libri di storia, un invito ad osservare i bordi della pista alla ricerca di cimeli (come il ritrovamento di schegge, proiettili e altro ancora) che riportano a quei tragici mesi del 1944; il restare ammutoliti di fronte ad oltre 1800 lapidi bianche che accolgono le spoglie mortali di soldati polacchi venuti ad immolare le proprie giovani vite per la libertà del mondo intero…

E poi ancora i luccichii delle preziose opere d’arte dell’Abbazia, i suoi tesori, la sua cripta, le sue lastre tombali, i suoi profumi intrisi di silenzio… L’ultimo tratto della “VIAE BENEDICTI” (310 km da Norcia a Montecassino), da Villa Santa Lucia fino all’Abbazia, si apre attraverso panorami aerei sull’immensa valle del fiume Liri, laddove scorre la “consolare” Casilina. Tra bellezze paesaggistiche, peculiarità naturalistiche, i silenzi che accompagnano il cammino interrotto soltanto dal calpestare degli scarponcini sulle pietre e dal tintinnio dei campanacci di capre e mucche al pascolo, immediatamente si viene proiettati in un mondo che San Benedetto ha sempre allontanato dal suo pensiero: quello della guerra tra popoli.

Camminando si attraversano le “location” di quella che fu il teatro di una delle più tragiche e violente battaglie della II Guerra Mondiale: la distruzione dell’Abbazia ad opera dei massicci bombardamenti aerei alleati e la presa di Montecassino durante le 4 battaglie per conquistarla, dal gennaio al maggio 1944. La tappa termina proprio sul sagrato di quello che è il più imponente sacrario militare presente nella zona: il Cimitero Polacco ove riposano oltre 1800 giovani vite di soldati che si sono immolati per proseguire nella traccia indicata da San Benedetto: la pace fra i popoli e la costituzione di una grande “famiglia” tra i popoli del vecchio continente: l’Europa. Le emozioni sono indescrivibili, ma le lasciamo a chi le potrà (e riuscirà) vivere nel proprio intimo…! (di ©Andrea Perciato)