lungo la Via di “MI-KA-EL” al Gargano (FG, Puglia, South Italy)

Percorrere il Cammino lungo la Via di Mikael al Gargano, seguendo una traccia (diramazione) della cosiddetta Francigena del Sud che attraversa territori ricchi di natura, storia, arte, cultura, archeologia e peculiarità della tradizione gastronomica locale, è un’esperienza da fare almeno una volta in vita! In un’apoteosi di verde (tra uliveti secolari e pregiati vigneti) e orizzonti che si perdono a vista d’occhio, va a svilupparsi quella – che fin dall’antichità – era la via che conduceva alla grotta di San Michele al Gargano.

Tre giorni di cammino dalle pianure di San Severo agli aspri rilievi del Gargano fino a quella grotta che ha accolto – nel corso dei secoli – viandanti e pellegrini, cavalieri e uomini di fede, soldati e imperatori, commercianti e miscredenti. Nel mezzo, il poderoso convento di San Matteo in Lamis, fuori San Marco, eretto dai duchi longobardi nel VI secolo; il complesso conventuale, posto su una rupe, è circondato da meravigliose boscaglie di querce, aceri, qualche faggio e betulle. Poco distante sorge quel San Giovanni Rotondo (divenuta quasi una megalopoli) che accoglie la salma di San Pio, il frate con le “stimmate” giunto da Pietrelcina, nel Sannio. Qui, tra gli uliveti terrazzati e i muretti a secco contenenti iazzi e nuraghe, l’ascetico frate predicava e trascorse tutta la sua esistenza.

Continuando il cammino verso oriente, la via si sviluppa lungo dolci pendici, attraversando un paesaggio bucolico sempre caratterizzato dai tipici muretti a secco recentemente dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità (UNESCO). Qua e là, lungo orizzonti solo in apparenza irraggiungibili, si incontrano – lungo il cammino – piste lastricate che hanno visto, durante il corso dei secoli, le impronte lasciate da migliaia di fedeli dirigersi verso la sacra spelonca micaelica. Si passa tra pievi isolate e ruderi di chiesette e cappelle come quelli di Sant’Egidio (eretta nel 1089), proprio sulla via antica che dominava – dall’alto di un crinale – il transito e il passaggio dei pellegrini nella conca d’origini palustri del Pantano di Sant’Egidio; mentre più avanti si incontrano altri ruderi: quelli di San Nicola al Pantano. La successione dei ruderi di questi antichi edifici religiosi, eretti proprio lungo la via, assolvevano alla principale funzione di offrire ospitalità, accoglienza e riparo con la presenza di religiosi che aiutavano i pellegrini durante il loro itinere in direzione della grotta.

Ecco comparire, dall’alto della sua dorsale calcarea, il bianco abitato di Monte S.Angelo, ultima meta della nostra traversata garganica. Comincia una lieve discesa che in breve porta a ridosso di alcune case adagiate proprio lungo la nazionale n.528 ma, anziché guadagnare subito l’asfalto, prima di queste case, parte sulla destra una comoda pista carraia che aggira dall’alto (e poi porta ad attraversare) il lungo Pianoro della Castagna evitando così l’asfalto. Il sentiero segue tutto lo sviluppo di questo pianoro lungo la sua destra orografica e termina sulla Statale, nei pressi di una croce. Seguendo ora la strada ancora per un chilometro e mezzo, si giunge all’incrocio (578 m) con la Statale n.272 che, proveniente da S. Giovanni Rotondo (Padre Pio), si apre proprio al centro della desertica Valle di Carbonara. Un ultimo sforzo e si continua a camminare in direzione di Monte S. Angelo salendo lungo quel breve tratto finale di strada che ripercorre fedelmente la “Via Sacra Longobardorum”, l’antico cammino di pellegrinaggio che da S.S evero, risalendo la Valle di Stignano, portava al Santuario e alla Grotta dedicata all’Arcangelo Michele, massimo luogo di culto dei cavalieri Crociati al tempo del ducato longobardo di Benevento.

Ancora brulli crinali e dolci rilievi accompagnano il cammino fino alle prime case di Monte Sant’Angelo, ove appare – ai piedi dell’insolito, ma bellissimo, campanile ottagonale – l’unica basilica “santificata” dall’Arcangelo e non dalla mano dell’uomo sulla cui facciata d’ingresso campeggia la scritta: “Terribilis est locus iste. Hic domus Dei est et porta coeli” (“Questo è un luogo terribile. Qui è la dimora di Dio e la porta dei cieli”).  Monte Sant’Angelo e la sua “mistica” grotta, sono uno tra i più antichi e importanti luoghi di culto della cristianità mondiale; culto che ebbe origine, secondo la leggenda, nel 493 quando in una grotta qui apparve Mi-Ka-El l’Arcangelo Michele; da allora, chiunque si recava in Terra Santa nel luogo della crocifissione del Cristo, di qui passava e compiva atti di purificazione del proprio animo, chiedendo redenzione per i propri peccati e compiendo, molto spesso, ascetiche veglie alle stelle. Giungere a piedi ancora oggi in un luogo così incredibilmente bello e spirituale, si riescono a provare sensazioni ed emozioni altrove difficilmente vivibili.

Raggiunti MONTE Sant’ANGELO si passa accanto ai ruderi del Castello medioevale per poi scendere lungo una serie di gradinate in pietra che portano a sfiorare l’ex Convento dei Cappuccini fino a raggiungere la piazza centrale tutta alberata e panoramica. Immediatamente sotto la piazza riprendiamo il cammino che porta ad attraversare alcuni tra gli angoli più caratteristici del paese con le sue basse case bianche sistemate a schiera che creano un fantastico labirinto in cui vanno ad intrecciarsi stretti vicoli ed archi rampanti. Risalendo verso il centro del borgo si transita nei pressi del complesso monumentale di S. Pietro, ove è collocata la Tomba di Rotari (antico re Longobardo); più su, un ampio slargo offre un sicuro riparo dalla forte calura estiva; spazio, questo, in cui si affacciano diverse botteghe artigiane. Da qui parte una gradinata realizzata in pietra che va a sbucare ai piedi della Torre angioina (a sezione ottagonale); al lato sinistro della torre c’è un cancello che permette l’accesso nell’atrio in cui si apre la facciata della Basilica di S. Michele con un doppio portale gotico che poggia su un basamento scolpito a figure leonine nel cui frontone è posta una nicchia contenente una statua marmorea del Santo.

L’accesso avviene attraverso il portale di destra e, come appena si varca l’uscio, si è subito proiettati in una incredibile ambientazione medioevale: una enorme scalinata (d’epoca angioina) scavata direttamente nella roccia scende precipitosamente verso il basso attraversando ambienti privi di luce, quasi bui, le cui pareti sono tutte affrescate con figure di Santi, mercanti e Cavalieri. Immagini, queste, che sono accompagnate da centinaia di frasi scritte in antichi linguaggi; remoti messaggi e citazioni (di saluti, di invocazioni, di preghiere, di imprecazioni) che ripercorrono un excursus storico dall’alba del Cristianesimo all’epoca dei “lumi”, lettere e parole compiute affiancate spesso da incomprensibili incisioni raffiguranti le mani. Più giù, compare sulla sinistra, un baldacchino trilobate con colonnine tortili contenente la statua in marmo di una Madonna con Bambino i cui occhi neri sono di una straordinaria penetrazione espressiva. La lunga gradinata (86 scalini) termina in un atrio, nella parte interna del Santuario: a sinistra vi è l’ingresso al Museo e a destra si apre una piccola corte porticata sul cui ciglio scorre una loggetta; a destra e a sinistra, antichi sarcofagi contenenti le spoglie mortali di nobiluomini e prelati. Di fronte si para una gradinata formata da sei scalini semicircolari che immettono a un grande portale marmoreo di fattura romanica con due enormi ante bronzee (realizzate a Costantinopoli nel 1076). Varcato l’ingresso, si para una enorme navata gotica divisa in tre campate e chiusa da una volta a crociera. A destra c’è l’altare di S. Francesco, giunto qui in pellegrinaggio nel 1216. Qualche passo ancora e sempre a destra si apre la grande spelonca, una sinuosa caverna la cui volta rocciosa si presenta irregolare e a differenti livelli.

Si perde nella notte dei tempi (V secolo) la prima apparizione dell’arcangelo Michele (“colui che sta presso il trono di DIO”) che segnalò la sua presenza per tre volte sul Gargano comparendo in visione al Vescovo di Siponto. Assunse un culto molto particolare il pellegrinaggio sul Gargano poiché andava ad incrociarsi coi ben più secolari viaggi religiosi verso Gerusalemme, per ripercorrere le “orme” del Nazareno; a Roma, per genuflettersi sui sepolcri dei fondatori della Chiesa, gli apostoli Pietro e Paolo; a San Giacomo (o Sant’Jago) di Compostella, pregando sulla tomba dell’apostolo che vide il Cristo “trasfigurato”.

Una rocambolesca caccia all’animale testimonio la 1a apparizione, nell’anno 490, della presenza dell’Arcangelo in queste contrade garganiche. Un potente signore chiamato Gargano, era padrone di numerose mandrie da pascolo. Un toro, al calar del sole, non rientrò più nella stalla e Gargano, muovendo alla sua ricerca tutti i servi e i bovari, lo trovò in cima alla montagna, fermo innanzi all’apertura di una grotta. Adiratosi per la fuga della bestia e senza esitare, scagliò contro quest’ultima una freccia avvelenata. Il dardo, come sospinto da una misteriosa forza, cambiò la sua direzione andando a colpire colui che aveva teso l’arco. I Sipontini, turbati ed impauriti, ebbero timore di avvicinarsi all’ingresso della grotta e cercarono spiegazioni al misterioso fatto, chiedendo cosa fare al loro Vescovo.

Il metropolita ordinò tre giorni di digiuno pregando intensamente Dio e per sapere come comportarsi. Al termine di questa prova apparve in visione al Vescovo l’Arcangelo del Signore Michele che disse queste parole: “…hai fatto bene a rivolgerti a Dio chiedendo ciò che gli uomini ignorano… Sappiate che il misterioso fatto dell’uomo che cadde colpito dalla sua stessa freccia, è accaduto per mio volere; io sono l’Arcangelo Michele e siedo sempre alla presenza del Signore e poiché ho deciso di custodire sulla terra questo luogo e chi vi dimora, con quel segno ho voluto dimostrare che tutto quanto ciò qui avviene, io sono il padrone e il custode… Non spetta a nessuno consacrare la Casa del Signore da me costruita in questa spelonca. Io l’ho eretta e la ho anche consacrata. A voi non resta altro che entrarvi e, sotto la mia protezione, frequentare questo luogo per pregare…”. Una chiesa scavata nella roccia, un antro buio e tenebroso, con queste motivazioni l’Arcangelo aveva voluto insegnare non tanto a ricercare e ad amare l’aspetto estetico del luogo ma a ritrovare la purezza all’interno dei propri cuori. Questi fatti sarebbero accaduti al tempo dei Bizantini, quando prese inizio il culto di S.Michele e all’affermazione del Cristianesimo sul Gargano, che portò gradualmente alla scomparsa di preesistenti riti pagani in questa zona ai margini della Daunia, con templi dedicati uno all’indovino Calcante e l’altro al culto di Esculapio, dio greco della medicina.

L’Arcangelo guerriero apparve una 2a volta (nel 650) intervenendo in favore dei Longobardi di Benevento (di cui Siponto era un possedimento) del duca Grimoaldo e che permise loro di vincere una importante battaglia nella guerra contro i Bizantini (provenienti da Napoli) che muovevano alla conquista del monte Gargano. I sovrani longobardi che succedettero a Grimoaldo continuarono a venerare l’Arcangelo, tant’è che S. Michele assunse una tale importanza che divenne il patrono di tutti i Longobardi ed il Gargano divenne il loro Santuario nazionale. San Michele fu addirittura dipinto sullo scudo di tutti i guerrieri e Re Cuniperto coniò una moneta con impressa la figura dell’Arcangelo armato di lancia e scudo. Più che guaritore di infermità fisiche, i longobardi adoravano S. Michele come principe delle milizie celesti e protettore del popolo.

San Michele tornò ad apparire una 3a volta e in questa sua comparsa consacrò definitivamente la sua dimora. I Longobardi, nel realizzare le opere architettoniche, ebbero l’accortezza di rispettare la naturale struttura del sito, cioè la Grotta; per loro era importante non modificare assolutamente quell’antro reso sacro da un evento soprannaturale. Questi già diedero accenno di agevolare il percorso dei fedeli realizzando una lunga galleria porticata contenente una gradinata che già allora veniva percorsa da un numero sempre maggiore di pellegrini.

Vennero infine i Normanni e continuarono ad avere gran devozione per S. Michele. Strinsero un legame affettivo col Santuario sul Gargano perchè rappresentò per loro un importante simbolo della terra nativa, ove esisteva un altro grande Santuario dedicato al culto dell’Arcangelo: quello di Mont Saint’Michael, fondato nel 708 e posto in cima a un isolotto della Normandia poco distante dalla costa, di cui è chiara l’ispirazione alla Grotta sul Gargano. Coi suoi scali marittimi la Puglia divenne uno dei territori di maggior importanza per il transito verso l’Oriente. Monte sant’Angelo venne così a trovarsi sul percorso delle milizie Crociate, di pellegrini e mercanti diretti in Terrasanta. I cavalieri Crociati provenienti da tutte le regioni d’Europa, recandosi a liberare il Santo Sepolcro, qui sostavano per effettuare la veglia d’armi e trascorrere la notte, in piena solitudine, pregando e accostandosi ai Sacramenti.

E così, osservando l’interno della Grotta possiamo scorgere, dalla sinistra, un primo altare (di S. Pietro); un secondo altare (del Crocifisso); un trono regale scolpito nel marmo; diverse statue e bassorilievi in pietra protette da teche trasparenti; un altare (con baldacchino) dedicato alla Madonna del Soccorso e, situato nel suo retro, una piccola insenatura nella roccia detta il Pozzetto nel cui interno, in una vaschetta, si raccoglieva la “stilla”, il gocciolio d’acqua che scendeva dalla roccia. Ecco, infine, il Sagrato che si presenta da sinistra con una Cattedra episcopale (dell’XI secolo) in marmo, finemente decorata e con lo schienale a cuspide; al centro, il Presbiterio con l’altare dell’Arcangelo e infine, al suo margine destro, una statua in pietra raffigurante il Santo “martire” Sebastiano. Tra i devoti più celebri che sono giunti fin quassù in pellegrinaggio alla Grotta, si ricordano l’abate di Cluny Odone; il monaco francese Bernardo di Chiaravalle; sovrani e imperatori come Ottone III, Enrico II, Federico II di Svevia e Carlo d’Angiò; santi e beati come Guglielmo (da Montevergine), Francesco d’Assisi, Alfonso dei Liguori e Anselmo; e infine, numerosi pontefici tra cui Leone IX, Celestino V e Giovanni Paolo II.

Termina qui il nostro trekking della tre giorni di cammino nelle terre del Gargano, in un’apoteosi di paesaggi incontaminati persi in un tempo senza fine, là dove natura e storia s’intrecciano in un misticismo che si rifà ad arcaiche tradizioni medioevali, in uno dei luoghi della cristianità mondiale ove, intimamente, sono riposti gli entusiasmi, le speranze, gli amori; strumenti, questi, che sono i cardini fondamentali di un cammino e di un’avventura vissuti profondamente in questo sito garganico. Luogo in cui tutti cercano di leggere i “segni” qui lasciati da altri prima di noi, di comprendere le emozioni che ci portiamo dentro e che, probabilmente, tracciano quei particolari “sentieri” che conducono all’incontro più intimo e, forse, più vasto con il Creato. (di ©Andrea Perciato)

“Biferi Rosaria Paesti”* ove le pietre “profumano di Rosa” (* Virgilio)

Quest’oggi andiamo a spasso attraverso millenni di storia in una delle località più belle, significative, suggestive e meglio conservate della Magna Grecia e dell’intero bacino mediterraneo: POSEIDONIA/PAESTUM. Il moderno edificio che ospita il MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE di Paestum fu inaugurato nel 1952. In esso vi sono stati raccolti, nel corso degli anni, tutti quei materiali e quelle suppellettili ritornati alla luce durante le campagne di scavi nella città pestana e nei dintorni; sia il Museo che l’area archeologica degli scavi sono visitabili con lo stesso biglietto d’ingresso.

Distribuito su più livelli con un piano interrato, una galleria inferiore ed una galleria superiore, in esso vi sono conservati capitelli in vario stile, forma e grandezza; metope in calcare, marmo, travertino e arenaria; frammenti di cornice; fregi con triglifi che raffigurano, in successione, tutta una serie di figure mitologiche tra cui Ulisse, i Dioscuri, Apollo, Artemide, Tytios, Herakles, Zeus, Elena, Ettore, Patroclo, Achille, Priamo, i Centauri, Anteo e la maga Medea. E poi ancora, frammenti di statue fittili e busti; frammenti di vasi; vasi bronzei e in terracotta; anfore e oggetti preziosi; monili dorati o bronzei come anelli, orecchini, collane, spille e bracciali; monete sia locali che della Magna Grecia; ex voto della Mater (madre) Hera; armi votive; vasellame di manufattura lucana e pestana; corredi tombali; ceramiche preistoriche e vasi medioevali; oggetti paleolitici e neolitici tra cui lame di selce, pugnali in rame, brocche; armature in bronzo con elmi, corazze e cinturoni; sculture policrome in terracotta; corredi nuziali con oggetti in oro, avorio e gemme preziose; pitture, affreschi marmorei e lastre tombali.

Il moderno edificio che ospita il MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE di Paestum fu inaugurato nel 1952. In esso vi sono stati raccolti, nel corso degli anni, tutti quei materiali e quelle suppellettili ritornati alla luce durante le campagne di scavi nella città pestana e nei dintorni; sia il Museo che l’area archeologica degli scavi sono visitabili con lo stesso biglietto d’ingresso.

Distribuito su più livelli con un piano interrato, una galleria inferiore ed una galleria superiore, in esso vi sono conservati capitelli in vario stile, forma e grandezza; metope in calcare, marmo, travertino e arenaria; frammenti di cornice; fregi con triglifi che raffigurano, in successione, tutta una serie di figure mitologiche tra cui Ulisse, i Dioscuri, Apollo, Artemide, Tytios, Herakles, Zeus, Elena, Ettore, Patroclo, Achille, Priamo, i Centauri, Anteo e la maga Medea. E poi ancora, frammenti di statue fittili e busti; frammenti di vasi; vasi bronzei e in terracotta; anfore e oggetti preziosi; monili dorati o bronzei come anelli, orecchini, collane, spille e bracciali; monete sia locali che della Magna Grecia; ex voto della Meter (madre) Hera; armi votive; vasellame di manufattura lucana e pestana; corredi tombali; ceramiche preistoriche e vasi medioevali; oggetti paleolitici e neolitici tra cui lame di selce, pugnali in rame, brocche; armature in bronzo con elmi, corazze e cinturoni; sculture policrome in terracotta; corredi nuziali con oggetti in oro, avorio e gemme preziose; pitture, affreschi marmorei e lastre tombali.

L’area archeologica degli SCAVI DI PAESTUM, con il lungo perimetro delle MURA, giacciono nella verdeggiante pianura solcata dai meandri del fiume Sele a settentrione, della vicina costa ad occidente, da Agropoli al promontorio di Tresino che nasconde Punta Licosa (l’antico Capo ENIPEO, cioè di Nettuno) a sud e dai primi contrafforti montuosi (Alburni, monti di Capaccio, Gelbison, ecc.) del Cilento a oriente. Si giunge a Paestum seguendo la strada SS n. 18 Tirrena Inferiore che da Battipaglia termina a Sapri. All’incrocio in prossimità delle mura, all’altezza dell’antica Porta Aurea, ove ora sorge una fresca fontana, è possibile scorgere sulla linea del verde orizzonte, l’antico perimetro urbano le cui grandezze e magnificenza si esprimono al variare della luce del sole, creando suggestive e particolari visioni man mano che il giorno cede il passo al tramonto.

Nel corso dei secoli la gente del posto indicava l’area come i “SEGGI di PESTO”. Le attuali rovine, che hanno reso celebre Paestum in tutto il mondo, consistono nella cerchia delle mura che racchiudono l’intero perimetro urbano della città antica con le porte che in essa si aprono, i templi, le vie, gli anfiteatri e il Foro; mentre tre sono gli ingressi che permettono di accedere e visitare gli scavi. Si propone di entrare dal varco settentrionale, quello in vicinanza del Museo lungo la Statale, all’altezza di quella Casina (che oggi funge da biglietteria d’ingresso) indicata fino al secolo scorso come Taverna Carducci.

Subito un filare di pini e profumati oleandri fanno da scenografia alla spianata ove si erge il cosiddetto Tempio Minore (o di Cerere) del VI secolo a.C. in puro stile dorico. In esso, però, veniva celebrato il culto di Athena. Questo tempio, eretto in omaggio a Cerere, fu così chiamato dagli antichi pestani poiché in molte famiglie della città si praticava l’agricoltura, vista l’enorme fertilità che riuscivano ad offrire i territori delle campagne circostanti. Alcuni studiosi, però, giudicano questa indicazione errata poiché pensano che l’edificio fosse dedicato a Dite (Afrodite), ovverossia a Plutone, dio delle ricchezze, fratello di Nettuno e genero di Cerere (per il ratto di Proserpina); Plutone fu anche detto Sorano o Quietale (da “quiete dei defunti”). Al deo Pluto si dedicavano statuette in terracotta, materiale che ha rivisto la luce durante i primi ripulimenti del tempio e le successive campagne di scavi. Il tempio si presenta con sei colonne per ciascun frontespizio incluse le angolari, mentre ha undici colonne sui lati lunghi. Il suo ingresso è dal fronte orientale e per alcuni gradini si accede al portico; da qui, per mezzo di un altro gradino, nel vestibolo del tempio. Sino alla fine del ‘700 questi templi giacevano in un pessimo stato sia per le continue inondazioni e l’impaludimento dei terreni, sia per gli effetti di lievi eventi tellurici (bradisismo) che hanno alterato, ripetutamente, la vicina fascia costiera. Gli edifici erano colmi di rottami, avvolti dalle spine dei rovi e dai tronchi d’albero, e a stento le mandrie al pascolo camminavano in mezzo a questi labirinti di pietra e vegetazione.

Poco sul retro ha subito inizio il nastro di pietre squadrate che caratterizzano il piano stradale della Via Sacra, una lunga arteria che attraversa il centro della città da N a S. Questa era la strada delle processioni religiose, ridata alla luce durante gli scavi del 1907. Larga nove metri, essa è pavimentata da grossi blocchi di calcare che conservano numerosi solchi ed è munita di marciapiedi sopraelevati (dai 30 ai 50 cm di altezza); il lastricato è di origini romane, ma il suo tracciato risale all’epoca greca. Questa via attraversa due zone ben distinte dell’antica città: l’area occidentale, che era tutta una schematica distribuzione di quartieri civili privati, con grandi case signorili, botteghe e alloggi per gli abitanti; e l’area orientale coi suoi quartieri religiosi e di interesse pubblico tra cui i templi, il Foro, le Terme, gli anfiteatri e la Curia. Comunque, è consigliabile dedicare il tempo disponibile per la visita alla parte orientale di Paestum, se non altro perché ci sono le cose più interessanti da vedere e i reperti sono meglio conservati.

Proseguendo nella visita sono possibili vedere, nell’area orientale della città, numerosi edifici d’epoca romana che evidenziano il carattere sacro della tipologia. E così, proseguendo lungo la Via Sacra e prima di giungere al Foro, entriamo nell’emiciclo dell’Anfiteatro Romano (o Pestano) collocato al centro della città; esso è un concavo circolare ricoperto dal prato e a ridosso dell’attuale strada Statale. Un’antica tradizione popolare del luogo indica l’anfiteatro col nome di “Fontanone” poiché qui, probabilmente, esisteva la pubblica fontana; collocazione provata dal fatto che l’acquedotto aveva questa direzione come confermata dai vuoti rinvenuti sotto il piano stradale.

Rientrando in direzione della Via Sacra, si lasciano una serie di botteghe appoggiate al muro greco del sacro recinto (o Témenos), e si costeggia una grande costruzione con in mezzo una cisterna d’acqua di fattura greca cinta da un portico (le basi marmoree delle colonne) che, probabilmente, doveva essere la piscina del Ginnasio. Da qui, prima di giungere al Foro, superate alcune botteghe si arriva al cosiddetto Tempio Italico (uno dei quattro esistenti a Paestum). Eretto intorno al 273 a.C. fu successivamente modificato (80 a.C.) e doveva essere, con molta probabilità, il Capitolium della città dedicato a Giove, Giunone e Minerva; esso si erge dall’alto di un podio preceduto da un’ampia gradinata ove è collocato un semplice altare di forma rettangolare.

Di fianco al tempio si apre un edificio a gradinate indicato, con molta chiarezza, come il Teatro Greco; ma è più probabile che esso era sì un teatro – o un luogo di incontri e riunioni – ma che però era di fattura lucana, la cui struttura si rifaceva a quella dei teatri greci. Eccoci dunque giungere finalmente nell’ampio spiazzo determinato dall’area del Foro, una spianata rettangolare (150 x 57 metri) che s’apre a settenrtione del Tempio Maggiore, sistemata dopo la conquista lucana e, successivamente, dopo l’arrivo dei Romani, in luogo della più antica agorà ellenica. Fiancheggiato da numerosi edifici sia pubblici che religiosi, ai lati di questo si aprivano anche una serie di botteghe lungo tutto il periplo e caratterizzato dal colonnato di un portico. Muovendosi verso S si superano altri ambienti tra cui il particolare edificio della Curia con semicolonne addossate alle pareti che racchiudono un’esedra, ove l’alternanza di sedili identificava un luogo per gli incontri e le riunioni.

Subito dopo si esce all’aperto e incamminandosi verso un immenso prato verde si parano, davanti, gli imponenti colonnati del Tempio Maggiore, la costruzione più grande esistente in Paestum, dedicato al culto di Nettuno dio del mare. Detto anche Poseidonion, questo magnifico edificio, con le sue colonne, gli architrave, i capitelli e vari altri particolari stilistico-decorativi, è degno della massima ammirazione poiché non solo è il più grande, ma è anche il meglio conservato di tutti i templi pestani; la sua costruzione è talmente così solida che sembra sia stata eretta per l’eternità. La pietra usata è il travertino locale impreziosito dalle incrostazioni calcaree del vicino fiume Sele che, col trascorrere del tempo, ha assunto una patina dorata che brilla d’intensità a seconda della rifrazione della luce solare. Ha la forma bislunga con due frontespizi uguali, ad E ed W, con sei colonne incluse le angolari, mentre dodici sono quelle sui lati lunghi.

Ma quello che subito risalta dal punto di vista stilistico, sono alcuni particolari accorgimenti tecnici tra cui le lievi convessità delle linee orizzontali e le colonne angolari, dalle sezioni ellittiche anzicchè circolari. Le colonne sono tutte senza le basi e contengono, ciascuna, 24 scanalature lungo le superfici e sono composte da quattro o cinque blocchi sovrapposti nella loro altezza complessiva. I Pestani, che erano espertissimi naviganti, vivevano la gran parte dei mesi in mare a pescare, e dall’elemento acqua traevano tutto il loro sostentamento sia nell’approvvigionamento che nel commercio: numerose sono state le monete ritrovate con l’effige di Nettuno. Questo, rappresenta il più perfetto stile di architettura dorica templare presente oggi al mondo, sia qui in Italia che in Grecia.

Oltre il Tempio di Nettuno, a mezzogiorno si erge la Basilica, così indicata dai primi archeologi del ‘700 e collocata nella parte meridionale della città. Esso è il più antico (ma diversi studiosi non concordano) tra i templi di Paestum. Eretto nella metà del VI secolo a.C. vi si adunava il Senato, si eseguivano i giudizi ed era il luogo dove i mercanti e i banchieri trattavano e discutevano dei loro affari. L’edificio ha una forma bislunga ed è distribuito con frontespizi di nove colonne ciascuno, incluse le angolari; mentre i lati lunghi presentano sedici colonne. Le colonne di questo edificio hanno la particolarità che nel mezzo, la loro sezione, cresce di circonferenza come una pancia o un rigonfiamento. Questo tempio è l’unico, a Paestum, che non ha mai avuto né frontoni, né un tetto di copertura, per cui esso assume l’esatta forma di un mastodontico parallelepipedo.

Si esce dall’area archeologica attraverso la Porta della Giustizia, nella parte meridionale della città. Qui, l’integra struttura di un’antica Torre a sezione quadra, facente parte del sistema difensivo delle mura, è stata tramutata in un ristorante tipico. Prendiamo ora in direzione del mare e seguiamo l’intero perimetro determinato dalle mastodontiche mura perimetrali e formate da monolitici blocchi squadrati in calcare, marmo e travertino. Proseguendo, si rasentano i resti dell’unica Torre a “sezione” pentagonale inglobata nella cinta e, subito dopo, si giunge in vista del bivio per il mare. Dall’incrocio si continua tenendosi sulla destra e seguendo, ora, il versante occidentale delle mura. Poco più avanti è possibile incontrare le tracce del basolato che determina l’antico manto stradale in prossimità della Porta Marina, priva di arco, ma rimasta intatta nel complesso sistema difensivo; accanto a questa, due torrette quadrate con una cilindrica (del VII secolo a.C.) molto più antica.

Il tratto occidentale delle mura termina presso un altro bivio (sulla sinistra si va per la strada litoranea) e si prende a destra seguendo, ora, il versante settentrionale delle mura su cui prospettano una serie di case. Giunti in prossimità dell’incrocio con la Statale, qui vi era collocata la Porta Aurea da dove passava la Via dei Sepolcri. Superata la Statale si prosegue in avanti, verso E, fiancheggiando ancora il braccio N delle mura che poi piega a destra fino a determinare la periferia orientale dell’antica città; in alto, su a sinistra, il monte Calpazio con il Santuario della Madonna del Granato. Qui, lungo questo lato, si ha la conferma di quanto grandi e possenti siano state, nel passato, queste mura; il loro spessore varia dai 5-7 metri di larghezza. In un arcano silenzio, interrotto saltuariamente dalla vicina ferrovia, eccoci pervenire a ridosso della Porta Sirena, la meglio conservata di tutte le porte pestane, che metteva in collegamento il decumano major fino a Porta Marina. Il suo arco (ben conservato) presenta un bassorilievo, scarsamente leggibile, nella chiave di volta e che raffigura una sirena; poco più avanti si volge a destra e si è sul versante meridionale delle mura.

Qui lo scorrere dei secoli ha saputo, più che altrove, conservare in maniera inalterata l’originaria fattezza costruttiva delle mura; due Torri a sezione quadra con tettoia si ergono dal candido profilo di blocchi restituendo quella particolare tecnica costruttiva e scenografica, vanto millenario dell’architettura greca e, successivamente, romana. Il periplo della cinta muraria pestana, lungo quasi 5 km, termina in prossimità dell’incrocio con la strada Statale determinato dai semafori. Da qui, poi, le vicine spiagge e la zona dei camping è facilmente raggiungibile (10 minuti di cammino) seguendo il lato S delle mura e proseguendo per la pineta in zona Torre di Paestum. (di ©Andrea Perciato)

“ANTECE” (monti Alburni, SA) il Dio guerriero scolpito nella roccia

Girovagando lungo i sentieri e le sterrate che attraversano in lungo e in largo l’immenso comprensorio degli altipiani carsici dei monti Alburni, non è raro imbattersi in stupefacenti sorprese tra cui spiccano, su tutte, quelle di un ambiente selvaggio e di una natura, a volte aspra e inospitale, ancora in continua evoluzione tra cui i fenomeni ipogeici di natura carsica come grotte, cavità ed inghiottitoi.

Ma una tra le “sorprese” più suggestive – quasi incredibili – dell’intero comprensorio alburnino, è quel grande masso eroso che reca scolpita, sulla sua superficie che prospetta verso Sud, una figura rupestre antropomorfa a grandezza naturale. Il masso è situato in zona Costa Palomba (1125 m), a 4 km da S. Angelo a Fasanella, in direzione Nord lungo la carrozzabile che collega il paese agli altipiani e, sul fronte opposto, a Petina.

Non è difficile aggiungere questo luogo così particolare. Dalla rotabile, basta seguire l’apposita segnaletica sistemata lungo il sentiero e, dopo aver attraversato una macchia boscosa caratterizzata da un sentiero ben sistemato (e attrezzato) con passamani e balaustre in legno, si esce allo scoperto su una cresta rocciosa da cui prospetta un bella veduta panoramica sui paesaggi circostanti, dalle creste sommitali degli Alburni alle vallate e i rilievi che si protendono verso la costa.

Siamo in prossimità della cima di Costa Palomba e a poche centinaia di metri sulla destra si erge, in una natura brullo-calcarea circondata da fitti boschi, questa “stele” posizionata in un particolare punto d’osservazione posto all’ingresso degli estesi altipiani il che lascia intuire, con molta probabilità, che il luogo in antichità doveva essere l’ideale sito per un insediamento di genti dedite alla pastorizia transumante oppure cacciatori isolati. Il rozzo bassorilievo, di difficile datazione storica, si ritrova qui scolpito (probabilmente inciso da qualcuno, ma non si sa da chi!) sulla viva roccia calcarea e rappresenta una figura dalle sembianze umane (il Dio guerriero “ANTECE”).

Descrivendone i particolari è possibile riconoscere una “figura” antropomorfa ricoperta da una corta tunica (una daga?) stretta in vita e da cui pende una spada. Con la mano destra questa “figura” regge un’asta (una lancia) che, alla base, poggia su una specie di scudo. Durante alcune campagne di scavo e diverse esplorazioni speleo-archeologiche condotte nel corso degli anni in collaborazione tra la Sezione del C.A.I. di Napoli e l’Università di Siena, ai piedi di questa imponente scultura sono stati ritrovati dei resti (cocci!) in ceramica i quali lasciano interpretare che qui, periodicamente, vi stanziava una comunità di pastori nomadi e che recassero con loro, durante i continui spostamenti, contenitori, olle e recipienti in terracotta smaltata; tracce, queste, che probabilmente lascerebbero inquadrare questa comunità al periodo dell’era del Bronzo (medio!).

Tenendo allora presente che il massiccio calcareo degli Alburni è situato in posizione strategica alla confluenza (o agli incroci) di importanti vie di comunicazione che collegavano la costa verso l’interno, diverse possono essere quei significati da attribuire al Dio Antece. Una tra le più fantastiche interpretazioni di questi “segni” incisi sulla pietra, datando presumibilmente la stele in un’epoca molto più recente (diciamo, oltre 2000 anni fa…!), potrebbero essere indicati come la testimonianza visiva di un abitante del luogo (pastore o contadino rifugiatosi tra i monti) residente ai piedi della montagna che, alla vista delle avanguardie (da “Antece” = colui che precede, colui che viene o passa per primo oppure, come interpretato dalle popolazioni locali “antico”) di un poderoso esercito guerriero abbia avuto paura e, sentendosi in pericolo, abbia deciso di cercare rifugio scappando tra i boschi dei vicini monti per nasconderci in cima a questa costa.

Nel realizzare questa scultura, infine, “egli” (l’autore del manufatto) non ha fatto altro che  “testimoniare” questo episodio, visto e vissuto personalmente, accaduto oltre due millenni fa (quasi come uno scatto fotografico del tempo!) lasciando ai posteri la facoltà di dinterpretare dubbi e perplessità sulle genti che transitavano per queste aspre catene montuose. Lasciamo aperta questa visione interpretativa all’immaginazione dei numerosi escursionisti e appassionati che visitano i monti Alburni e ascendono sui crinali di Costa Palomba; il “guerriero” Antece sarà sempre lì, al suo posto, pronto nuovamente a sorprendere e ad infondere dubbi, perplessità, interrogativi e – perchè no – lasciar spazio anche alla fantasia di ognuno. (di ©Andrea Perciato)

monte TERMINIO (Picentini, AV) circondati solo dall’immenso…!

Questa che si propone è l’ascesa al “Montagnone” per eccellenza la montagna simbolo dell’intera Irpinia, meglio conosciuta come il monte Terminio che con le sue rupi dimostra essere la cima più elevata del comprensorio del Parco Regionale dei monti Picentini un’area che scorre a cavallo tra Irpinia e Salernitano. Si propone quest’ascesa cominciando il cammino dalla piazza centrale di Montella, ombreggiata da giganteschi tigli, presso le case del rione di San Giovanni.

Una carrozzabile, in breve (40 min. circa), porta al Monastero del Monte (780 m), nelle cui vicinanze vi sono i ruderi di un antico castello di origine longobarda. Più avanti s’imbocca una comoda mulattiera che va a svilupparsi lungo le falde settentrionali del monte Sassosano (1439 m). Il percorso continua mantenendosi in quota e prosegue, serpeggiando, nella fitta boscaglia formata da pioppi, ontani e salici che si distribuiscono – su vari livelli – lungo i versanti più asciutti, ove notevole è la presenza di querce caducifoglie.

Superati il Passo della Pietra del Forese (1180 m), e volgendo a sinistra, si giunge al Pianoro del Pizzillo (1186 m); qui il sentiero termina e s’immette sulla carrozzabile (SS. n. 574) Montella-Serino. Volgendo a sinistra si prosegue lungo questa (in direzione SE) fino a superare il Varco Pellarietto (1230 m) da cui, aprendosi, s’intravede un esteso, bellissimo e verdeggiante piano prativo: l’altopiano carsico di Verteglia (1177 m), dominato a sud dalle pendici del monte Cercetano (1324 m) e ad ovest dal monte Savoceta (1340 m).

Il massiccio montuoso del Terminio, e la catena di montagne che lo cingono, s’impone nell’ambito di un territorio posto a cavallo tra il salernitano e l’Irpinia. Questa immensa montagna veniva indicata dagli antichi come “Contrafforte Campano” oppure, come era segnalata sulle cartografie dell’800, come il “Montagnone”. Al centro dell’altopiano, vi è il Casone (una specie di baita) che, fino a pochi anni fa, assolveva alla funzione di un caseificio molto attivo durante la bella stagione. Dal Casone s’incontra, alla sua destra, l’antica ex chiesa rupestre di Verteglia trasformata in Rifugio Principe di Piemonte (1202 m). Tutt’intorno è una continua e stupenda giogaia di intenso verde: faggete ad alto fusto, pascoli estivi (ottimi i prodotti caseari locali), abbondanti sorgenti come quelle dei Candraloni (1260 m), della Madonna (1151 m), delle Acque Nere (1126 m) e dell’Acqua della Pietra (1064 m). Numerosa qui è la presenza dei fenomeni carsici come gli inghiottitoi che da queste parti vengono chiamati le “Ventare” (attenzione lungo i bordi!).

Dal Rifugio, proseguendo lungo la carraia (in direzione SW) si arriva alla Piana delle Acque Nere (1061 m) con un vasto tappeto erboso che è destinato ai pascoli estivi, ove c’è anche la presenza di alcuni ricoveri per i pastori e di un capanno che all’occorrenza assolve a funzioni di temporaneo laboratorio caseario. Giunti ai 1300 metri circa di Campolaspierto, si para dinanzi la copiosa faggeta che ben presto ci riserva una moltitudine di sorprese, godibile fino a pochi mesi fa, come uno tra i più grandi e “monumentali” faggi catalogati in Italia, purtroppo oggi caduto.

Una ripida salita costringe gli escursionisti a compiere (e inventare) autentiche traiettorie, zigzagando tra basse radici ed il copioso foliage che aumentano, non solo la fatica, ma l’attenzione nella progressione. Giunti alla sterrata che sale da Campolaspierto, si prosegue comodamente in salita guadagnando due lunghissimi tornanti fino a raggiungere il termine della stessa (località Acqua del Circhio), un tempo caratterizzato dalla presenza di una fonte/abbeveratoio per gli animali al pascolo, le carbonaie e le piazzole per la raccolta del legname appena tagliato; da qui si può scorgere, attraverso le ramificazioni della faggeta, la ben visibile “croce” che si erge lungo i dirupi meridionali del Terminio.

Evitando la complicata salita per le rupi, si prende la traccia che sale, appena sulla destra, sfiorando una rete di recinzione, per l’erta salita che conduce gli escursionisti attraverso la copiosa faggeta ricoperta dal folto fogliame, costringendo gli hikers a fare attenzione a come e dove appoggiare gli scarponi per la progressione fino a raggiungere il valico di Collelungo da cui s’aprono spazi verso la intuibile piana del Dragone che accoglie l’abitato di Volturara Irpina; qui il vento incrementa la sua forza e si riprende a salire in direzione NW per un sentiero che si appresta, poco alla volta, a presentarsi fino al tardo aprile col piano di calpestio ricoperto dalle prime nevicate.

Mentre il pendio guadagna sempre più metri in altezza, il profilo delle creste e gli sprazzi di cielo azzurro che si scorgono in alto a sinistra lasciano intuire che siamo in prossimità della cima. Laddove gli alberi in quota (i faggi) assumono figure serpentiformi e piegate dalla forza dei venti dominanti, si intravedono anche piccoli cuscini di pino mugo che caratterizzano la vegetazione dominante sulla parte sommitale della montagna.

Finalmente si giunge in cima e lo spettacolo che si può godere, con la splendida giornata di sole, è davvero unico. Per 360° volgendo lo sguardo tutt’intorno e prima che le nubi compiono le loro evoluzioni nascondendo – come cuscini ovattati – le cime circostanti, si scorgono e possono riconoscersi le cime di monti e le alture tra le più conosciute dell’intero Appennino Campano: da est, in lontananza, Montevergine e i monti del Partenio; spostandosi verso destra, la vallata dell’Ufita; e ancora le dolci dorsali dell’Appennino su cui scorre il Regio Tratturo e la Regina Viarum (la Appia romana), in lontananza la riconoscibilissima cresta vulcanica del monte Vulture e giù fino ai monti della Lucania.

Più nelle vicinanze si prospettano le creste montuose settentrionali dei Picentini con l’altopiano del Laceno e la valle del Calore irpino, le particolari conformazioni orografiche dell’Accellica, con dietro il Cervialto e il Polveracchio. Appena appena, s’apre, tra le nubi, una finestra che lascia intravedere – in lontananza – la linea costiera del golfo di Salerno verso il litorale; a sud, che sembra toccarsi con la mano, le frastagliate creste del monte Lieggio, la copiosa mole dei monti Maj e la caratteristica cima piramidale del Pizzo San Michele. Più oltre, confondendosi con la foschia delle nubi, parte dell’agro nocerino/sarnese ed un primo lembo del Vesuvio.

Che altro dire o aggiungere a così tanta bellezza paesaggistica se non ritrovare – anche per solo pochi minuti – quegli attimi di pace e serenità che solo uno spettacolo della natura come questo può generare; ogni altra parola, ogni impressione, in questi casi, sembrerebbe davvero superflua! La via del rientro ci riporta nuovamente a Campolaspierto. (di ©Andrea Perciato)

ZANDAAM (NL), Ruilbaekenhuisje e la via dei “Libri Camminanti”

C’è una parte di Olanda, questa terra così piatta e prepotentemente strappata al mare, ma dal fascino davvero così suggestivo tale da lasciar senza fiato per le numerose sorprese che si conoscono e si vivono andando soprattutto a curiosare – a piedi o in bicicletta – nei dintorni, attraverso le vaste pianure, i campi coltivati e le paludi che ne determinano la sua particolare caratteristica: quella di essere una terra sapientemente modellata sia dalla natura che mantenuta dall’ingegno e dalla forza dell’uomo.

Appena pochi chilometri da Amsterdam c’è una cittadina che sembra davvero uscita dal mondo delle fiabe: Zaandam. Per conoscerla, basta andare alla scoperta della sua anima contadina e laboriosa attraverso quelle singolari costruzioni già conosciute dal romanticismo letterario (Don Chisciotte) che sono i “Mulini a vento” adagiati lungo le sponde di canali e attraversate dal verde dei campi. Tra le principali sue caratteristiche ci sono decine e decine di casette multicolorate, tutte accomunate dalla stessa tipologia decorativa e costruttiva: che terminano col tetto a punta, sono tinte dai vivaci colori pastello e con i mattoncini in bella vista.

Un luogo fuori dal grande caos che a prima vista sembra – solo in apparenza – una città deserta, ma camminando attraverso le sue stradine si possono ammirare case dalla tipica architettura dei Paesi Bassi (ad un piano con un sottotetto), quella di avere facciate tinte con accesi colori e circondate dalla bella cornice di giardini ben curati tutti adorni di coloratissimi vasi e aiuole fiorite (tra siepi e cespugli ove primeggiano i tulipani) e oggetti tipici della laboriosità del popolo olandese. Viali e canali che s’incrociano con piccoli ponticelli sotto cui passano cigni ed anatre. Tutt’intorno è avvolto da un’aurea di magica atmosfera intrisa di sapori e di profumi, quasi come se il tempo si fosse fermato per sempre, quasi a godere di attimi e momenti di un appagamento emotivo davvero fuori dal tempo.

In tutto ciò, in questo luogo dai colori bellissimi e dai caratteristici scenari paesaggistici, camminando attraverso le sue stradine circondate dal verde curato fin nei minimi dettagli, c’è una insolita curiosità che desta l’interesse del viandante forestiero: diverse edicole in legno, poste ai margini dei marciapiedi, o collocate in particolari crocevia, custodiscono al loro interno decine di libri, messi lì dagli abitanti del luogo, affinchè il passante, l’escursionista o – semplicemente – il curioso camminatore, possa aprire gli sportellini, prenderne uno e portarselo con sé.

Secondo la tradizione del luogo, brillantemente illustrataci da una anziana signora di passaggio destata dal nostro cuoriosare che, notando la nostra piacevole perplessità, ci invita a sceglierne uno ed a portarlo via con noi; come se fosse quasi una sorta di auto-souvenir molto singolare, bella, significativa e dal sapore… tutto particolare. Anche questa è la sorprendente magia di una terra – l’Olanda – poco conosciuta e ben lontana dai flussi del cosiddetto escursionismo convenzionale.

Zandaam riesce ad offrire altre numerose sorprese – dai canali ai mulini – ma risalta agli occhi del visitatore, proprio per questa sua particolare “finestra” di incredibile e sensibile cultura, sorprese che sono davvero difficili da dimenticare! (di ©Andrea Perciato)

CHRISTIANSHAVN (DK), le mille facce di una “città stato” a Kobenhavn

Non sei stato a Kobenhavn (Copenaghen) se non hai mai visto e vissuto alcuni particolari stati d’animo… emozioni che fanno della Danimarca, oltre alla terra più felice al mondo, un posto davvero originale; attimi e momenti che ti lasciano il segno: i suggestivi colori, gli intensi profumi, la condivisione del bene comune, le armonie fuori da ogni regola spazio/temporale e il fascino del quartiere hippy (Patrimonio Mondiale dell’UNESCO) di Christianshavn.

tralasciando un’approfondita visita (che farò in altro post) alla capitale della Danimarca, altra sorpresa di questa città dal fascino davvero unico è il tipico quartiere di Christianshavn che raccoglie al suo interno la comunità di Christiania, una gigantesca e coloratissima “comune” in puro stile hippy ove ognuno vive la propria dimensione mettendo le proprie esperienze, il proprio ingegno, i propri averi, i propri talenti, le proprie abilità manuali e intellettive, le proprie conoscenze a disposizione di tutti, vivendo in armonia con tutto ciò che li circonda.

Nessuna visita di Copenaghen è completa senza una visita a Christiania, un quartiere parzialmente autogovernato all’interno della stessa capitale danese. Case, baracche, murales, arte hippy, uno stile di vita alternativo, che vale la pena provare a scoprire semplicemente camminando tra i suoi angoli più insoliti. Dichiarata città libera e semi-indipendente, nel 1971 divenne insediamento hippy costruita attorno alle idee di convivenza e di stili di vita alternativi. Compiere una passeggiata in giro per avere l’idea di questo paradiso bohemien, si avverte di come tutto ha avuto inizio da un esperimento sociale; il tutto, oggi, è di assoluta proprietà dei residenti.

Questo quartiere unico nel suo genere, questa “città stato” nata in piena epoca della guerra in Vietnam, cominciò con l’occupazione di alcuni edifici militari in disuso da parte di giovani hippy dichiarandosi, fin dal principio, come laboratorio sociale di “Città Libera” di Christiania e presentandosi, all’opinione pubblica ed europea, come un laboratorio civile in perpetua evoluzione; come un “esperimento sociale per restituire centralità alla dimensione della persona umana” tant’è da essere insignita, nientemeno che dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Il caratteristico portale con pali in legno che ne consente l’accesso recita – uscendo fuori dal quartiere – scolpito nella sua parte superiore: “you are now entering in EU” (tu ora stai entrando in Europa), tanto per contraddistinguere lo spirito che aleggia all’interno di questa tipica e originale comunità. (di ©Andrea Perciato)

monte TABURNO (BN)… la “bella dormiente” del Sannio

“…in cotal guisa sopra la gran Sila o del Taburno in cima, d’amore acceso, con le fronti avverse van due tori animosi a riscontrarsi…” così descriveva la zona Virgilio nel XII libro dell’Eneide; mentre nel 1877, per il meridionalista escursionista Giustino Fortunato fu “…un picco solitario e maestoso, che s’inabissa coi lati eterni nei campi sottostanti…” che così citava la singolare bellezza di questa montagna.

La struttura orografica è in gran parte formata da rocce dolomitiche con alture che si elevano tra i 1000 e 1400 metri. Ricoperta da uno spesso manto di foreste (castagni, faggi, pino verde, abete bianco e rosso), sulla sua sommità si aprono vaste spianate erbose e molti studiosi pensano che in epoche remote la mole rocciosa fosse la caldera di un primitivo cono vulcanico. Oggi il monte Taburno conserva ancora splendide, selvagge ed impenetrabili selve (composte da aceri, carpini, ornielli e cerri) dove ampie zone sono mantenute ancora intatte e dove alcune fustaie presentano tronchi simili alle possenti colonne di un tempio; in special modo la faggeta che ricopre la sua parte sommitale. Le sue balze dominano, dall’alto, il rettilineo percorso della Via Appia e la Valle Caudina, mentre i suoi crinali si allungano in una successione di vette solitarie tra cui spiccano, su tutte, il monte Tuoro Alto (1321 m).

Dalle somità del Taburno la montagna scende, verso Montesarchio, con ripidi versanti caratterizzati da dirupi rocciosi e da profondi valloni. La sua struttura geologica presenta numerose faglie marmoree che offrono pregiate qualità lapidee le quali vengono lavorate soprattutto nel territorio di Vitulano (versanti orientali); una serie di grotte o capità ipogeiche ha, probabilmente, determinato la toponomastica della montagna (TABURNO: da cui monte delle Taberne); fin dall’antichità queste offrirono facili ricoveri ai primi abitatori della zona e sicuri nascondigli per i briganti. La scelta della proposta di questo itinerario ha inizio da Frasso Telesino (372 m).

Dalla piazza centrale del paese, molto somigliante a un cortile con terrazze sfalsate su livelli differenti, parte un viottolo pietroso in accentuata pendenza che punta verso oriente. Superati le ultime case del paese, la stradina continua a salire immersa tra aromatiche distese ulivate. Il fondo del sentiero si presenta lastricato, e in molti tratti il percorso viene spezzato da gradoni in pietra che rendono meno dura l’ascesa. Lasciati definitivamente il paese alle nostre spalle, il percorso scorre all’aperto tra le irte rupi di monte Sant’Angelo (1189 m), in alto a sinistra, e le boscose balze di monte Cardito (contrafforte nordoccidentale del Taburno) che si para su a destra. L’itinerario sicuramente ripercorre quello che era l’originario tracciato mulattiero che metteva in collegamento, attraverso la Valle di Prata, l’antico casale di FRAXI (Frasso T.) con Cautano; in basso a destra, scorre il rivo del torrente Maltempo. Il viottolo lastricato continua a salire superando (537 m) l’Aia d’Amore e, mentre la pendenza va gradualmente addolcendosi, il sentiero attraversa ampie distese prative coronate da boschi ombrosi e delle fustaie del Vallone Malpasso.

In breve tempo, si perviene presso la Fontana del Soldato (640 m), un abbeveratoio in pietra per gli animali al pascolo che genera una sorgente dalle acque sempre fresche. Da questo punto in avanti, il paesaggio cambia decisamente aspetto. La natura circostante assume una particolare policromia in cui si riconoscono il giallo dei folti cuscini di ginestre che ammantano l’altopiano di Prata; le verdi felcete della Piana di Zì Nicola (850 m) che preludono alle irte pareti della Costa delle Grotte (960 m) ed il monte Gaudello (1226 m). Qui, lungo questo altopiano di Prata, diversi studiosi di storia locale hanno identificato il luogo come l’antico sito in cui risiedevano i superstiti di due contrade: Prata e S. Angelo, centri preesistenti sull’altopiano ed entrambi distrutti durante il corso delle guerre tra Svevi e Angioini. Dalla Fonte del Soldato parte un sentiero che attraverso le balze di Ferriale, conduce al valico (1075 m) situato tra monte S. Angelo e monte Gaudello.

Il nostro itinerario ora prosegue cambiando direzione e paesaggio; non più verdi distese prative e viottoli lastricati in pietra, ma un polveroso sentiero che, verso S, penetra (700 m) direttamente nella boscaglia. E così, dopo aver attraversato un ruscelletto, la pista comincia a zigzagare nella foresta. Trascorsa circa un’ora, il percorso, perviene a ridosso di una sterrata ed incontra (992 m) una deviazione: sulla sinistra, dopo circa 400 m, conduce alla Sorgente Petrosola e porta ad immettersi lungo la rotabile che sale al Taburno. Dal bivio si volge a destra e il cammino diventa ora più dolce, in falsopiano, poiché si va seguendo l’andatura della curva di livello che oscilla intorno ai 1000 m d’altezza. Lungo questo tratto si possono scorgere diverse mandrie di cavalli che pascolano liberamente; questa montagna costituiva, sotto i Borboni, il demanio feudale di Vitulano e tutte le foreste e gli altipiani venivano destinati al pascolo estivo dei cavalli dell’esercito.

Dopo aver lasciato alla nostra sinistra il monte Cardito (1137 m) si esce dalla boscaglia e si giunge (993 m) su un lungo crinale, all’incrocio col sentiero che scende a Nonsignano. Lasciando la pista che segue a destra, si continua a salire verso sinistra su una dorsale priva di boschi ma ricoperta di praterie d’altura. In direzione E si arriva al centro della foresta (1105 m); tralasciando una pista che sale a sinistra, si prosegue (1110 m) a destra lungo il sentiero principale e si attraversa (1124 m) una faggeta che poco più avanti va aprendosi nella distesa prativa di Campo di Trellica (1067 m). Al margine SW di questa valle s’incontra una sterrata; sul lato opposto si segue un sentiero (verso E) evidenziato dal transito degli animali al pascolo sugli altipiani. In meno di un chilometro, si giunge all’immensa distesa prativa della conca carsica di Campo di Cepino (1060 m), posto ideale per un bivacco in tenda.

Se il cammino fatto finora è stato caratterizzato da una forte pendenza con percentuali intorno al 60 %, il restante tragitto risulta essere apparentemente più confortevole, poiché si mantiene in falsopiano lungo le coste sommitali della montagna. Dal Campo di Cepino si continua sulla carrareccia che dal Taburno conduce a Laiano. Seguendo lungo questa, il nostro cammino attraversa un paesaggio costellato da alture brulle circondate da faggete, in cui non è difficile smarrirsi e non è raro neanche essere involontari spettatori della vita che il sottobosco riesce ad offrire; intorno a noi, avanti, indietro e sopra di noi, un continuo “concerto” di brusii, fruscii, cinguettii e foglie agitate dalla brezza del vento. Le vedute che di tanto in tanto si aprono giù in basso, offrono impressionanti squarci panoramici e rendono ancor più evidente la maestosità del Taburno, fondamentale anello della dorsale centrale dell’Appennino Campano.

E così, senza mai lasciare la pista principale, in un continuo girovagare tra vallette, prati e adombre foreste, si attraversano in successione la Serra del Carpino (1094 m) e la Serra della Capponeta (1282 m). Più avanti, nei pressi di Costa la Piana, si giunge a un bivio (1000 m): continuando lungo la carraia principale si scende a Laiano, e questa direzione non va assolutamente presa! Si prosegue, invece, a sinistra imboccando una pista che attraversa uno stretto vallone; in alto si para l’altura del Colle dei Paperi (1323 m). In meno di un chilometro si perviene (1184 m) a un secondo bivio: lasciata la traccia che parte a sinistra, si volge a destra e di lì a poco si passa accanto al rudere della Caserma Forestale di Pozzillo (1166 m); in alto si erge la brulla dorsale del Tuoro Alto (1321 m). Poco più sotto il sentiero attraversa (1064 m) un alveo torrentizio e risale giungendo, poco dopo, a un importante nodo cruciale di piste e sentieri (1148 m): siamo a cavallo della dorsale calcarea delle creste sudoccidentali del Taburno.

Tralasciando tutte le altre direzioni, si prende la pista che conduce (SE) ad attraversare il Piano di Melaino. Nei pressi di un largo tornante, si risale in lieve pendenza verso destra e in breve si guadagna la Costa Maitiello (1264 m) costellata da antenne e ripetitori. continuando a camminare lungo le coste, la cima del Taburno diventa la costante fissa di un paesaggio che si alterna lungo brevi saliscendi che portano ad attraversare le creste di Campigliano (1201 m) fino a giungere nei pressi di una sella (1208 m) posta tra la vetta principale e le coste retrostanti. Da qui si prende il sentiero che piega a destra e continua nella foresta di Scamardello (composta da faggete e abetaie). Una serie di tornanti conducono fin su alla vetta del monte Taburno (1394 m – presenza di una croce) da cui è possibile godere dell’impressionante colpo d’occhio sui ripidissimi valloni delle sue pendici meridionali. Estesi panorami abbracciano, per 360°, luoghi, montahne e vallate sparse tutte intorno, una incredibile sky-line che spazia dai rilievi dell’Abruzzo e del Matese a N; dal Golfo, le isole e il Vesuvio a SW; dalla dorsale dei monti Lattari a S e dalla muraglia boscosa dei Picentini a SE.

Ripresi il cammino si scende attraverso un bosco ai margini di un vallone. Proseguendo a destra di quest’ultimo, ha termine il sentiero e si giunge (1016 m) nei pressi dell’Albergo, vicino alla Caserma Caudio, punto terminale di questa lunga traversata tra i boschi e le dorsali della “Bella Dormiente” del Sannio: il monte Taburno, appunto… (di ©Andrea Perciato)

“Via di Francesco” (PG, Umbria)… dal “sogno” di Francesco in Spoleto ai silenzi contemplativi di Trevi

Siamo a SPOLETO (PG), ma per un attimo, ritorniamo indietro ai tempi del “Santo” Poverello di Assisi… “Subito dopo gli appare in visione uno splendido palazzo, in cui scorge armi di ogni specie e una bellissima sposa. Nel sonno Francesco si sente chiamare per nome e lusingare con la promessa di tutti quei beni…” E infatti un’altra notte, mentre dorme, sente di nuovo una voce, che gli chiede premurosa: “dove intendi recarti?” Francesco espone il suo proposito, e dice di volersi recare “in Puglia per combattere.” Ma la voce insiste e gli domanda “chi ritieni possa esserti più utile, il servo o il padrone…?” Ha finalmente così inizio il Cammino lungo la Via di Francesco!

Dopo le splendide atmosfere medioevali di Spoleto, soprattutto quelle godute dal tramonto alla notte, tra i suoi vicoli, le rampe, l’incredibile Ponte delle Torri, gli acciottolati, le piazze, le fontane e la monumentale Cattedrale con la sua scenografica facciata e la sua poderosa Rocca Albornoziana che si erge – nella più intensa oscurità – a guardia della “Via Flaminia”, spostandosi di qualche km fuori l’abitato e immersi tra gli argentei uliveti della valle umbra, tra facili saliscendi si raggiungono le silenziose case del villaggio di Poreta.

Lasciando alle spalle la Comunanza Agraria, si prende in direzione nord, costeggiando un filare di alberi che cela un campo sportivo. Usciti dalla borgata, all’incrocio con la strada provinciale SP 458/1 si scende a sinistra per la stessa e alla prima deviazione, seguendo le indicaizioni dell’apposita segnaletica, si volge a destra per una strada sterrata che sttraversa ampi appezzamenti di terreni coltivati a uliveto.  In breve tempo la sterrata curva a sinistra con una salita in notevole pendenza. Si cammina lungo decine di metri sistemati al margine della pista con muretti a secco che contengono le copiose coltivazioni d’olivo delle colline dell’Umbria. Si riprende nuovamente la tranquilla (e per niente trafficata) strada provinciale, fino a giungere nella frazione di Lenano, dove è la presenza di una fonte d’acqua. Superata una graziosa edicola votiva, la cui presenza è uno dei segni distintivi delle campagne umbre, si prosegue in direzione di Campello Alto, già ben riconoscibile alla vista per le candide mura perimetrali a pianta circolare. Si scende a sinistra lungo via Don B. Fabbrizi fino a giungere ai piedi di Campello Alto, in prossimità del Convento dei Padri Barnabiti, ove è possibile poter essere accolti per una breve sosta di riposo e potersi rinfrescare.

Da Campiello Alto seguendo le indicazioni per Trevi, si lascia la strada principale e si sale su via San Silvestro. La salita presenta uno strappo iniziale in notevole pendenza, per fortuna breve. Dopo circa 1 km la pista riprende la comoda strada sterrata e si cammina tra i grandiosi alberi di pino e i  terrazzamenti delle piante d’olivo in uno scenario ambientale completamente avvolto dai silenzi; laggiù in basso verso sinistra, si estende la splendida Valle Umbra. Si inizia così a scendere mentre sull’orizzonte dei nostri occhi già si intravede in lontananza il grande muro che racchiude l’eremo francescano del “Giardino delle Allodole”. Giunti ad una staccionata in legno, si sale prima su sentiero e poi lungo una carrareccia che attraversa fiorenti uliveti. In alcuni tratti il percorso è ciottoloso e ripido, ma con passo lento lo si riesce ad affrontare agevolmente, fino a giungere nei pressi della cancellata in legno dell’eremo francescano, detto il “Giardino delle Allodole” intenso luogo di meditazione e di contemplazione, con un bel viale alberato, prati e panche ben curati ed ambienti che in passato hanno accolto anche il “riposo” di Francesco quando peregrinava per la valle Umbra. Questo singolare luogo che non sempre è accessibile, viene curato da sorelle in uno stato di semiclausura, sorelle che – all’occorrenza – offrono sollievo nel confortare gli stanchi pellegrini di passaggio con sorsi d’acqua e limone, mentre i racconti delle loro esperienza di vita meditativa coinvolgono e catturano l’attenzione di tutti.

Si lascia l’eremo alle spalle e si prosegue lungo la comoda carrareccia che parte da esso; prima di giungere al cancello di una proprietà privata però, si fa attenzione a prendere sulla sinistra, costeggiando la recinzione, per poi piegare sulla destra. Superata la località i Falcioni si ritorna su asfalto e si raggiunge la località i Camponi, dove si trova una fonte d’acqua. Si scorge in lontananza l’abitato di Bovara, luogo della “visione” di Fra’ Pacifico. Si continua a scendere per attraversare l’abitato di Alvanischio ed appena superati un incrocio, si giunge in località La Croce, dove si gira a destra e si prosegue per un breve tratto su asfalto. Al segnale giallo-blu si gira decisamente a sinistra su bianca e polverosa carrareccia ed inizia il piacevole tratto che conduce verso TREVI, già ben visibile sulla sinistra. Superato il muro di cinta del Santuario della Madonna delle Lacrime, che vale comunque una visita, si raggiunge l’antica porta d’accesso (Porta Nova) che immette nel centro storico di Trevi. Da qui si può entrare nella città e risalire lungo le scalette dei vicoli del centro, oppure si lascia la porta sulla sinistra e si sale su strada, costeggiando le mura esterne dell’antico comune, fino a sbucare nella centralissima Piazza Garibaldi; da qui, poco accanto sulla sinistra, per un vialetto lastricato in ciottoli, si entra nell’antica Piazza Mazzini, nel cuore dell’antico borgo determinata da chiostri e scenografici porticati! (di ©Andrea Perciato)

la “CICLOVIA del VOLTURNO”, dalle sorgenti (Rocchetta al Volturno, IS) al Ponte Romano di Capua (CE)

La Ciclovia del Volturno, prima pista ciclabile al Sud, è un percorso per cicloturisti conuna segnaletica direzionale che ne facilita l’individuazione. Il tracciato si sviluppa su stradine secondarie ai margini delle campagne bagnate dal fiume, e parte dalle sorgen[1]ti del Volturno per terminare a Capua.

UN FIUME CHE ATTRAVERSA LA STORIA… Le sponde fluviali vengono doppiate più volte, così come gli ampi appezzamenti di allevamenti di bufale. Qui un’arcaica civiltà contadina e le reminiscenze borboniche s’intrecciano più volte durante il percorso, alternandosi a fortificazioni medioevali e tracce dell’antica presenza di Roma. I paesaggi che si aprono lungo le sponde orografiche offrono vedute che si alternano dalle dolci colline – dove regnano secolari uliveti e gustosissimi vitigni, il “Pallagrello”, di matrice reale – ai rilievi montuosi più lontani, come le propaggini del massiccio dei monti del Matese e l’impervia valle Telesina. La Ciclovia offre all’escursionista su due ruote la possibilità di osservare numerose attrattive paesaggistiche, ambientali e culturali di territori sapientemente conservati, dove l’antica civiltà contadina ha qui lasciato indelebili tracce ancora presenti nelle popolazioni locali. Ex riserve di caccia reali appartenute ai Borboni si alternano a viali completamente avvolti dalla frescura offerta dagli intensi filari di platani secolari. Città come Vairano, Alife e Caiazzo sono ricche di testimonianze romane, medioevali e barocche, mentre antiche fontane del Settecento si susseguono a tracce di opus reticularum ai bordi della pista, lungo un territorio che ha rappresentato da sempre un autentico corridoio tra le pianure campane e gli aspri rilievi abruzzesi. La Ciclovia del Volturno è un tuffo nella storia, semplicemente… pedalando!

AMPI ORIZZONTI TRA AZZURRO, VERDE E ARGENTO… Dalle sorgenti fino alla pianura campana il Volturno è uno dei fiumi più importanti del Sud Italia. I colori sono quelli della terra irradiata dal sole, delle antiche case in pietra di borghi e casali, dei campi coltivati dove la danza dei girasoli rende tutto più magico e luminoso, dei covoni di paglia come turrite sentinelle di un orizzonte che sembra non finire mai, delle argentee e luminose acque fluviali. I profumi sono quelli dei frutti selvatici, more e lamponi, colti al volo ai bordi della pista, del pane cotto a legna nel forno comune di un’antica corte. I suoni sono quelli dell’aratro che solca una terra apparentemente dura e inospitale, dei campanacci di bufale al pascolo, dei rintocchi dei campanili di pievi lontane.

La Ciclovia del Volturno si percorre senza particolari difficoltà tecniche: si presenta pianeggiante, tendenzialmente in discesa dalla sorgente fino a Capua, minimi i dislivelli sostenuti a Cerro al Volturno e Colli al Volturno, ancora più lievi a Ruviano e Castel Campagnano. Una ciclovia adatta a tutti i ciclisti e cicloturisti, soprattutto alle famiglie e a quelli che il Sud desiderano scoprirlo (e sentirlo) su due ruote.

Da Rocchetta al Volturno (IS), dove hanno origine le limpide e cristalline acque alla base del massiccio delle Mainarde (già Parco Nazionale d’Abruzzo), ci si immerge subito attraverso una natura rigogliosa: nella prima parte si toccano piccoli insediamenti abitativi, molto caratteristici, e guadagnando la discesa si raggiunge un fondovalle in cui trionfa la campagna (masserie isolate e case coloniche) in tutto il suo massimo splendore, costeggiando campi e orti le cui sistemazioni sono vere e proprie opere d’arte rurale!

Ciclovia del Volturno

Località di partenza: Rocchetta al Volturno (IS), sorgenti del Volturno (m 567)

Località di arrivo: “Ponte Romano” di Capua (CE) (m 28)

Difficoltà: medio-facile

Dislivello: + 492 m↑       – 1106 m↓

Tempo di percorrenza: 3 giorni

Fondo stradale: asfalto 50% sterrato 50%

Il percorso non presenta particolari difficoltà tecniche. I dislivelli abbordabili mostrano un profilo altimetrico in continua e leggera discesa, salvo alcuni saliscendi abbastanza ripidi nel comune di Cerro al Volturno e Colli al Volturno, e alcuni più lievi a Ruviano e Castel Campagnano. Il traffico su queste strade è talmente poco sostenuto da non rappresentare alcun problema.

DESCRIZIONE: la Ciclovia ha inizio dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, alle pendici della catena delle Mainarde, ai piedi di monte Azzone, da cui hanno origini le acque del Volturno. Lungo la prima parte del percorso si pedala su una piacevole sterrata che segue il fiume per i suoi primi 3 chilometri; si costeggia l’area archeologica degli scavi della città monastica di Castel San Vincenzo e continua attraverso appezzamenti di campi erbosi e coltivati a graminacee. Dopo un breve e facile guado si procede su asfalto attraverso la piccola frazione di Cartiera, continuando sulla strada proveniente da Pizzone, fino a raggiungere il centro abitato di Cerro al Volturno. Da qui si sale e si attraversano i graziosi villaggi di Petrara e Valloni. Una stradina asfaltata di 6 chilometri circa, fondo sconnesso, scende e poi risale fino a un lavatoio nella frazione di Casale: da qui si prende una ripida discesa fino al centro abitato di Colli al Volturno. Lasciata la strada per Fornelli, presso Ponte Rosso riappare nuovamente il fiume: si costeggia sulla sinistra orografica il corso d’acqua fino ad attraversarlo sulla diga di Ripaspaccata, nel comune di Montaquila. Procediamo fino a Taverna di Roccaravindola attraverso una piana coltivata. Superato il ponte dei Venticinque Archi, si lascia la strada percorrendo un facile saliscendi su sterrato che in breve giunge al grazioso villaggio di Campo della Fontana (Monteroduni). Costeggiando il fiume si raggiunge il Ponte del Re, dove si dirama una variante sulla riva sinistra di 12,5 chilometri (Ciorlano, Pratella, Ailano), che si ricongiunge al percorso principale della riva destra (comune di Vairano Patenora), dopo aver attraversato il grazioso e tranquillo villaggio di Mastrati (comune di Pratella). Si prosegue sui tratti pianeggianti che attraversano i comuni di Venafro, Sesto Campano e Presenzano. Il centro visite della centrale Enel di Presenzano è a 500 metri dal percorso che costeggia per 300 metri l’invaso inferiore. Si attraversa la SS85 Venafrana e si prosegue su stradine interne, tra i campi coltivati della Bonifica nel comune di Vairano Patenora. Siamo a circa 65 chilometri dalla partenza e questo può essere considerato il punto di arrivo della prima tappa: si trovano strutture ricettive, servizi di bike friendly, mezzi di trasporto pubblico (treno, auto e bus) da Napoli, Roma e Pescara, nonchè l’uscita autostradale di Caianello della A1.

A tre chilometri dal centro di Vairano si congiunge il percorso della riva sinistra della Ciclovia, con il percorso principale della riva destra, che si era diviso precedentemente in località Ponte del Re, nel comune di Ciorlano. Si prosegue ora per Pietravairano, costeggiando un canale di irrigazione del Consorzio di Bonifica su tratto sterrato si attraversa il territorio dei comuni di Raviscanina, Sant’Angelo d’Alife e Alife (il centro storico è circondato da una imponente opera muraria di epoca romana e dista 2 chilometri dal percorso della Ciclovia). Dopo Alife si entra nel comune di Gioia Sannitica e ci si inerpica lungo i saliscendi di Ruviano che sovrastano il fiume (punti panoramici sulla valle). Proseguendo per Castel Campagnano si supera la caratteristica frazione di Squille, con lievissime variazioni altimetriche si susseguono coltivazioni di ulivi fino a Caiazzo, dove è possibile sostare e far tappa in uno degli accoglienti agriturismi della zona.

Ci apprestiamo ora a compiere l’ultimo e più facile tratto della Ciclovia: da Caiazzo si pedala attraverso la Piana di Monteverna, superato il centro abitato si procede per Castel di Sasso toccando Pontelatone e Bellona. Prima di oltrepassare il Ponte di Annibale, una lieve deviazione (poche centinaia di metri) porta alle splendide sorgenti minerali di Triflisco. Dopo Sant’Angelo in Formis e la sua splendida abbazia interamente affrescata, Capua è a portata di pedale. Le prime case del paese ci accolgono attraverso un dedalo di viuzze basolate ed archi di portali finemente decorati; la segnaletica locale ci obbliga a compiere una serpentina attraverso vicoli e cardi fino a costeggiare il grande fiume campano e raggiungere così, finalmente, l’imbocco del Ponte Romano sul Volturno. (di ©Andrea Perciato)

VENOSA (PZ), un’antica città e la sua Abbazia “incompiuta” sulla Via Appia

Lungo la storica arteria romana della Appia che dall’Urbe si protende veso il Sud giaceva, alle falde orientali del vulcano del Vulture, nel cuore più lontano in quella Terra di Lucania, ai margini con l’immenso “tavoliere” Appulo, sorge VENOSA, una colonia di origini latine sorta già in luogo di un precedente insediamento sannitico.

Questa imponente città, conosciuta come Venusia, diede i natali al poeta latino Quinto Orazio Flacco. Una città le cui dimensioni planimetriche, oggi, sono distribuite su un’ampia area che si estende alla periferia orientale dell’attuale impianto urbanistico d’origine Normanna. Immergersi tra le rovine sparse e compiere una full-immersion nella storia con un bel giro attraverso le antichità di questi luoghi ci conduce ad ammirare pavimenti mosaicati ed imponenti edifici di impianto sia commerciale che residenziale, con la presenza di terme ed assi viari principali, cardi e decumani che s’intersecano secondo precise direttrici geometriche distribuite a reticolo.

Sullo sfondo compare, in tutta la sua magnificenza, la gigantesca muraglia in bianco calcarenite ed arenaria delle absidi esterne della cosiddetta “Incompiuta”; un imponente complesso monumentale abbaziale sistemato in continuità (alle spalle) dell’Abbazia della SS Trinità, ove il principe normanno Roberto il Guiscardo volle costruire un complesso ecclesiale dalle più ampie dimensioni con navate, archi rampanti, presbiterio, altare, nicchie, torri laterali, volte a crociera… praticamente dove la geometria del tempo si spingeva fino a riuscire ad esprimere il massimo della sua concezione. Questa “Incompiuta” in origine fu costruita per ospitare il sacrario degli Altavilla, ma quest’opera non fu mai portata a termine (e per questo da allora fu indicata come l’Incompiuta) e per la sua realizzazione furono usati materiali lapidei provenienti dalle vicine aree dell’anfiteatro e delle terme.

Scorrendo con gli occhi alla ricerca di particolari lapidei, l’intero perimetro interno/esterno dell’Incompiuta crea stupore e meraviglia nel visitatore che resta basito e stupefatto di fronte alla gigantesca ricchezza di opere e manufatti distribuiti ovunque gli occhi riescano a posare lo sguardo. Ed ecco che sono possibili riuscire a scorgere resti di frontoni, pezzi di sarcofagi, addirittura una lastra con incisa una “Stella di Davide”, capitelli scolpiti in tutte le possibili forge, mosaici, incisioni e bassorilievi.

Venosa possiede forse il più importante impianto urbanistico di origini romane qui al Sud e per le altre sue straordinarie bellezze storiche, artistico ed architettoniche conservate all’interno del suo splendido centro storico come il poderoso Castello Aragonese, la tomba del Console Marcus Claudius, l’arco a “sesto” acuto, la casa di Orazio, la fontana di San Marco, la Cattedrale dedicata a Sant’Andrea Apostolo e ancora tante altre meravigliose sorprese hanno fatto sì che questo scrigno di antiche bellezze elevassero la cittadina a rango di uno dei “Borghi più Belli d’Italia”. Venosa, senza tralasciare gli splendidi paesaggi rurali offerti dai dintorni come case e masserie isolate, antiche chiesette che si perdono nelle campagne, grotte e cave di tufo e arenaria, è talmente così bella che poche ore non bastano per ammirarne tutte le sue splendide gemme storiche, artistiche, naturalistiche, ambientali e paesaggistiche. (di ©Andrea Perciato)