HRVATSKA/CROAZIA, golfo del GUARNERO; l’oriente dietro la porta

Croazia un mondo tutto da scoprire al lento ritmo dei passi, appena dietro l’angolo di casa… Siamo in HRVATSKA, cioè in Croazia, e ci ritroviamo al centro di un intreccio di più mondi, laddove s’incontrano culture ed etnie in un crogiolo di professioni religiose in cui s’intrecciano le tradizioni balcaniche più ortodosse con l’Europa industrializzata, uno scambio di commerci, di civiltà, di lingue, di religioni e di costumi giunti fino a noi dalle prime spedizioni via terra effettuate in oriente compiute dal veneziano Marco Polo insieme ai suoi fratelli.

Il frutto di questa apoteosi fra la terra, il mare e la presenza umana viene esaltata da una simbiosi tra quel microcosmo di meravigliosi contrasti naturali che avvolgono, con la loro incantevole bellezza: le aspre montagne a nord; le isole ora copiose di vegetazione, ora spoglie, aride e assolate che si parano a sud; coste rocciose, frastagliate e strapiombanti che si ergono ad est e l’imponete penisola istriana che si staglia sull’orizzonte di ponente.

Un bel percorso ne costeggia l’intero golfo lasciando scorgere – di volta in volta – tutte le sue spettacolari peculiarità come un mare trasparente dai fondali blù cobalto, imbarcazioni tipiche che ne solcano le onde, vegetazione mediterranea che affonda le sue radici, mantenendosi in bilico, fino alle più aspre rocciose scogliere che assumono forme d’animali come rinoceronti, tartarughe e orsi. Mai visti contrasti naturali così belli e significativi che vengono esaltati dalla naturale luminescenza solare che genera – durante tutto il suo corso dall’alba al tramonto – cromatismi di inaudita spettacolarità.

Croazia, una natura da vivere in assoluta esaltazione dei sensi e delle emozioni…! (di ©Andrea Perciato)

Licosa/Leucosia (Cilento), lungo la costa degli “alberi danzanti”

La costa settentrionale del Parco Nazionale del Cilento ci accoglie con le sue splendide pinete d’Aleppo lungo quel promontorio di “omeriana” memoria su cui s’infrangono le onde del mare, così imponenti dopo la burrasca, da lasciare – per diversi giorni – l’intenso profumo intriso di sale misti alla resina del sottobosco, a cui si alternano ripetuti “scorci” paesaggistici di inaudita bellezza!

Dalla Marina di Ogliastro lungo la pista che ascende per il monte Licosa, la spuma salmastra del mare s’innalza con le sue onde lungo la costa degli “alberi danzanti” sul promontorio “leucoteo“, e sale lungo pendici ricoperte da copiosa macchia mediterranea ove i protagonisti assoluti, come il carrubo, il corbezzolo e il mirto fanno da naturale cornice paesaggistica alle marine di Castellabate.

Una successione di torri/palafitte (un tempo utilizzate per l’osservazione degli incedi lungo la costa) consente di godere di una sky-line che va dall’isola di Capri, passando per tutto l’arco costiero del golfo di Salerno solcato dalle catene montuose dei Lattari e dei Picentini, la maestosità delle montagne dell’antico Cilento, i bagliori delle finestre di Castellabate, fino al promontorio di Capo Palinuro.

La modesta altura di Licosa è un caleidoscopico contenitore di bacche, radici, infiorescenze, aromatiche essenze che sono il filo conduttore del senso olfattivo sottoposto al massimo del suo esercizio. Camminando sul filo di cresta che si lascia conquistare attraverso i suoi piacevoli saliscendi – ora assolati, ora avvolti da frescure appena accennate – compaiono, di volta in volta, scenografie ambientali che non stancavano mai di meravigliare: ruderi di antiche torri aragonesi per l’avvistamento lungo la costa, le possenti mura di antichi semafori per lanciare l’allarme ai navigli di passaggio per il pericolo di restare incagliati nei fondali bassi e per monitorare l’osservazione tra la costa e l’interno e poi, laggiù, oltre la cresta di crinale appare – incredibilmente – lo splendido isolotto di Licosa e il suo bianco Faro.

Una lunga e sassosa discesa conduce a ridosso della fascia costiera determinata dai pini d’Aleppo che, sottoposti alle sferzate delle burrasche marine, o dei venti provenienti da terra, offrono lo spettacolare fenomeno dei rami “danzanti” come giganteschi fuscelli che ballano e ondeggiano al ritmo dei venti; la particolare scogliera a scaglie prospetta verso l’isolotto di Punta Licosa, estremo lembo di una terra che chiude, a mezzogiorno, l’ampio arco costiero del golfo di Salerno.

La “punta” non è altro che il prolungamento di uno sperone roccioso che discende dal massiccio del monte della Stella, e la sua toponomastica trae origine dalla leggendaria sirena Lucosia celebrata nell’omerico episodio dell’Odissea, di quando questa tentò di ingannare l’acheo errante Ulisse con un canto in cui imitava la voce della sua lontana consorte Penelope; bagnarsi i piedi in un’area marina protetta ha un fascino particolare: una full-immersion di relax e ricariche energetiche.

In questo magico luogo, ove il silenzio regna sovrano, narra la leggenda che tra l’acre odore della salsedine, scaraventata dai marosi sulla scogliera, ed il resinoso aroma scaturito dai pini, aleggia nell’aria il mormorio delle onde che al loro infrangersi sulla scogliera ripetono l’eterna armonia del canto generato dalle sirene LEUCOSIA e LEUCOTÉA. Qui un tempo stazionavano, durante i loro voli migratori, stormi di quaglie e di tortore che avevano un preciso punto di riferimento in questa lingua di terra protesa nel mare, quasi a servirsene come uno “scalo tecnico” durante il corso delle loro continue migrazioni.

Da alcuni anni la zona di Punta Licosa è sede di un’oasi di rifugio frequentata da numerose specie di volatili tra cui cardellini, fringuelli, merli, passeri e tordi. Per questa sua particolare propensione a mantenersi un luogo integro, intatto, incontaminato, è stato realizzato un parco marino tra i più interessanti del Mediterraneo, con valenze non solo protezionistiche ma anche – e soprattutto – di ricerca.

Leucosia continua ad incantarci col suono delle leggere onde che s’infrangono sulla particolare scogliera a “scaglie” e a noi piace che essa ci guardi dal vicino isolotto sormontato dal bianco faro. Presso la Marina di San Marco di Castellabate si conclude questo meraviglioso spettacolo tra baie e scogliere sospese in un mare così splendidamente ricco di colori e trasparenze che ha pochi eguali in tutto il Mediterraneo; che altro aggiungere se non… Benvenuti al Sud…!!! (di ©Andrea Perciato)

la “Valle dei Mulini” del torrente Dragone (costa d’Amalfi, SA), da Atrani al monte Aureo/Castello

ATRANI, uno tra i più piccoli territori comunali della Costiera Amalfitana, racchiusa nel vallone in cui scorre il torrente Dragone e nascosta tra le irte pareti di roccia calcarea, è stata l’antica sede della “Università dei Duchi” fin dal tempo della Repubblica Marinara di Amalfi, ove venivano preparati ed educati i nuovi nobili delle potenti famiglie amalfitane.

Il paese è conosciuto soprattutto per le sue caratteristiche abitazioni affacciate sul mare ubicate sotto gli archi su cui scorre la strada costiera e prospicienti alla sua piccola e silenziosa spiaggetta. Proprio qui, dalla sua piazzetta principale, il termine naturale della Valle del Dragone, parte questo interessantissimo itinerario che, penetrando verso l’interno, porta a condurre fin sopra il promontorio montuoso della zona detta del Castello (o monte Aureo, 300 m).

Superati un arco con l’orologio si transita all’interno della cittadina ove, tra silenziosi cortili e profumati giardini, si lavora ancora alla “salatura” a mano del pesce azzurro appena tirato su dalle reti e sistemato nelle canestre in vimini. Immediatamente fuori dell’abitato, verso il suo interno, scopriamo un susseguirsi di incantevoli scorci paesaggistici e vedute panoramiche poco conosciute dal turista di passaggio che si contenta di “vivere” la costiera solo dalla strada: strapiombanti pareti rocciose a picco sopra le nostre teste; pinnacoli e stalagmiti di forma calcareo-erosiva; coltivazioni a terrazzo di agrumi, vigneti e frutteti; una incredibile esplosione di verde e di candidi toni cromatici riflessi sulle facciate delle case intonacate a colori pastello.

Proprio in fondo al borgo marinaro, nel suo interno, inizia una lunga serie di gradini e scale che portano ad inoltrarsi verso la testa del vallone, lungo la sua sinistra orografica. Fu nel luglio del 1825 che l’orientalista e geografo francese Edouard Gauttier d’Arc visitò Atrani nella sua lunga escursione lungo la costa di Amalfi. L’illustre personaggio si soffermò in un’analisi alquanto suggestiva e dettagliata quando ebbe modo di entrare e visitare l’interno di un mulino; una fabbrica di pasta che produceva la rinomata “pasta della costa”.

Il sentiero costeggia quelli che fino ad alcuni decenni fa erano i mulini che funzionavano sfruttando la forza motrice generata dalle acque del torrente Dragone e che, macinando le gramigne provenienti, attraverso gli impervi sentieri di montagna, dalla fertile pianura dall’agro nocerino-sarnese, producevano le famose “paste alimentari” dette di Atrani (i “maccheroni”), conosciute in tutto il Mediterraneo fin dall’epoca medioevale. Alcuni di questi mulini, si trovano oggi in uno stato di totale abbandono e ne sopravvivono, là dove la natura lo ha reso possibile, i ruderi che di tanto in tanto compaiono dalla fitta vegetazione; altri mulini, invece, pur conservando la loro integra struttura, vengono oggi sfruttati dai contadini e dagli agricoltori della zona come depositi per i loro attrezzi da lavoro o, come nei casi più singolari, ricoveri per animali tipo stalle, porcili, conigliere e pollai.

Superati una Chiesa intonacata di rosso e dedita al culto della Madonna dell’Avvocata, il cammino trova a dover affrontare una serie di tornanti che tagliano l’erto pendio e permettono di guadagnare quota attraverso frutteti e limoneti. Un po’ prima di raggiungere le vicinanze della rotabile che conduce dalla Strada Costiera a Ravello (147 m), il sentiero devia sulla sinistra scendendo verso un ponticello (oggi realizzato con rifiniture in pietra squadrata ed a forma di schiena d’asino) che permette il passaggio (118 m) sul torrente Dragone nei pressi di una cascatella.

Superati il ponte, si risale fra i gradoni incassati nella roccia dirigendosi verso la località detta Pontone. In questo tratto del cammino il sentiero prosegue aprendosi con ampie vedute panoramiche sulla Valle dei mulini e su Atrani, attraversando una rigogliosa natura formata da varie infiorescenze in cui si riconoscono, oltre agli agrumeti sistemati su terrazzamenti, anche la macchia mediterranea (ginestre) ed il singolare fiore d’acanto (quello disegnato sui capitelli corinzi) bianco e profumato.

Poco prima di giungere al bivio (230 m) per Pontone però, si devia sulla sinistra e, per una ripida gradinata, si perviene (280 m) ai ruderi di un antico maniero medioevale (presenza di un portale in pietra e resti di una muratura merlata). Attraversati la porta di settentrione della cinta muraria si prosegue e poco più avanti, si giunge presso una piccola sella circondata da una fittissima pineta (presenza di una fontanella). Da qui si possono notare, verso Nord, i grappoli di case dell’abitato di Scala degradanti su terrazzamenti di terreno, ed in particolar modo, i ruderi (abside e mura perimetrali) di quella che era la Chiesa di S. Eustachio (XII secolo).

Dopo una serie di gradinate si attraversa la pineta del promontorio di Scalella, e tra questi alberi (pini, cipressi, limoneti e orti) si aprono splendide vedute panoramiche su alcuni tra gli scorci paesaggistici più belli dell’intera costiera: il monte Avvocata che precipita verso il mare a ridosso di Capo d’Orso; lo sperone di Ravello con gli incantevoli giardini di Villa Cimbrone; il verde intenso degli agrumeti sistemati ad anfiteatro e degradanti lungo la montagna di Ravello. Giunti a ridosso di una terrazza circolare che funge da Belvedere (275 m), questa viene considerata un importantissimo punto da cui si possono ammirare contemporaneamente i panorami aerei di Atrani, ad E, e di Amalfi ad W.

Poco sopra, nelle vicinanze, nascosti dalla vegetazione della fitta pineta, sono presenti i resti murari di antiche cisterne (o vasche), risalenti all’epoca del Castrum Scalellae, per la raccolta dell’acqua piovana. Volgendo lo sguardo proprio sotto di noi, si possono ammirare i resti della Torre dello Zirro (del 1294). Circondato da un alone di mistero questo antico maniero medioevale, che con le sue mura merlate e i camminamenti posto a cavallo sullo sperone roccioso che divide gli abitati di Atrani ed Amalfi è stato, per secoli, protagonista di una leggenda legata a una tragica storia d’amore poco conosciuta.

Si narra, infatti, che tutti gli occupanti che si sono succeduti ad abitare la Torre hanno dovuto subire le angherie del fantasma della Duchessa di Amalfi che, giovane vedova d’Aragona, si innamora del proprio maggiordomo e lo sposa segretamente; ma i fratelli della duchessa perseguitano i due amanti con irrefrenabile odio tale da ucciderli coi loro figli. L’anima dannata della duchessa, non riuscendo allora a trovar pace, molestava i residenti della rocca causando, sistematicamente, danni alla struttura; e così, chiunque provvedeva al restauro dell’edificio (che in molti indicano la prigione della duchessa), quest’ultima subiva, ripetutamente, crolli e smottamenti in continuazione.

Ritornati nuovamente al bivio del percorso principale (230 m) si devia verso destra, in direzione Nord, attraverso stretti vicoli caratterizzati da muri a secco ed archi in pietra fino a raggiungere le prime case dell’abitato di PONTONE (250 m) proprio al centro della Piazzetta su cui prospetta la semplice facciata della Chiesa di San Giovanni sormontata dal bellissimo Campanile su più ordini chiuso da un orologio; qui una bella terrazza panoramica prospetta sulla valle dei Mulini di Amalfi. (di ©Andrea Perciato)

Portogallo, Nossa Senhora de Fátima, tra fede e mistero un luogo da vivere!

Il Portogallo del 1917 era, come altre poche nazioni dell’epoca, coinvolto marginalmente dal 1° conflitto mondiale poiché se ne chiamò fuori dichiarandosi neutrale. Ma la storia avrebbe avuto – per questa terra e la sua gente – un cambiamento epocale, soprattutto per i fedeli professanti il Cattolicesimo.

Più nello specifico, nella regione di Estremadura, in provincia di Cova da Iria, in un orizzonte brullo/carsico, determinato da terreno arido e sassoso ove a stento ramificano piccoli appezzamenti d’ulivo, presso il borgo di Fatima accade un “evento” che cambierà le sorti per milioni di fedeli cattolici in tutto il mondo.

Una storia, nota alle cronache del tempo, vide coinvolti due bambine (Jacinta Marto e Lucia dos Santos) e un fanciullo (Francisco Marto, fratellino di Jacinta) che muovendosi da Aljustrel e recandosi a pascolare il gregge loro affidato presso Cova da Iria, furono testimoni di un fenomeno a cui non seppero dare una spiegazione. Una coltre di nubi si abbassò all’altezza di un cespuglio e – dissolvendosi – da essa videro improvvisamente comparire una “Signora” vestita completamente di bianco ed aveva tra le mani un “rosario”. Impauriti per ciò che stavano vivendo, la signora con voce e fare materno esclamò, rivolgendosi a loro, di non avere timore. I bambini identificarono in questa signora la Madonna e ciò avvenne il 13 maggio 1917.

Da questa data ci furono altri incontri, fra i pastorelli e la “Signora” che invitò loro a recarsi nel luogo della prima apparizione per il giorno 13 dei successivi mesi. I ragazzi, come naturale che fu, testimoniarono questi eventi agli adulti, notizie che raggiunsero sia le autorità civili che religiose; e mentre i primi volevano chiudere subito la vicenda indicandola come “qualcosa” al di fuori dell’ordine pubblico, i secondi – dal locale parroco all’Arcivescovo di quella Diocesi, vollero approfondire le fondamenta e la veridicità di quanto testimoniato cercando di non infangare la credibilità dei racconti visti e vissuti dai tre pastorelli.

Durante l’ultima apparizione, una gigantesca folla di circa 80000 persone, proveniente da ogni dove e da altre nazioni europee, si raccolse in preghiera nella spianata. Il tempo era piovoso e molti scivolavano tra zolle di terra resa fangosa dall’acqua, fino a che 160000 occhi furono diretti testimoni di quello che ancora oggi viene ricordato come il “Miracolo del Sole” che avvenne con l’improvviso aprirsi delle nubi mentre l’astro solare cominciò a roteare vorticosamente sulle teste dei presenti assumendo la forma di una sfera colorata da cui partivano raggi diretti verso la Terra.

A distanza di un secolo da quegli eventi, il luogo è stato completamente trasformato, con l’erezione di un poderoso Santuario (la Basilica di Nostra Signora del Rosario) e la Cappella delle Apparizioni, che simboleggia la comparsa della Madonna di fronte ai pastorelli. La Cappella delle Apparizioni fu costruita intorno agli anni ’20 dello scorso secolo, proprio nel luogo esatto in cui i tre fanciulli affermarono di aver ricevuto le apparizioni della Madonna.

Recarsi oggi in visita in Portogallo, non si può mancare una visita in questo luogo molto particolare, gli abitanti sono gente semplice e senza pretese, molto raccolti in preghiera e dediti alle proprie attività lavorative come la produzione di ceramiche e terrecotte e di prodotti legati alla terra, come l’olio, il vino e i formaggi. Risulta essere curioso e al tempo stesso emozionante, vedere gruppi di fedeli – spesso intere famiglie con bimbi al seguito – che si avvicinano ai luoghi sacri di Fatima percorrendo inginocchiati, in mesta e silenziosa riverenza come atto penitenziale, la ruvida e fredda pietra dei lastricati dei viali d’accesso.

La semplicità di questa gente e proprio nella spontaneità dei loro gesti, come quelli di un saluto col bianco fazzoletto agitato al “passaggio” della Madonna in processione e la sofferenza provata come espiazione dei propri peccati avvicinandosi in ginocchio al luogo delle apparizioni. Fatima non è un “mistero”; per chi ci crede… essa è una certezza! (di ©Andrea Perciato)

Cilento costa N, lungo la “Via dei Francesi” al monte Tresino

“QUI NON SI MUORE MAI” così ebbe modo di esprimersi Gioacchino Murat, generale napoleonico e governatore francese nel Regno di Napoli, quando ebbe modo di giungere presso queste contrade e ispezionare le batterie dei cannoni qui posizionate lungo la costa a guardia del transito dei navigli che solcavano le acque del golfo di Salerno a difesa contro gli attacchi navali della flotta inglese guidata dell’ammiraglio Nelson corso in aiuto dei reali borbonici.

L’itinerario ripercorre fedelmente quella che fin dall’antichità era un precedente sentiero frequentato dalle greggi al pascolo e contadini lungo i terrazzamenti prospicienti la costa di Punta Tresino; successivamente sistemato in una pista carraia realizzata dai soldati francesi per spostare e posizionare le pesanti batterie dei cannoni nei punti più favorevoli per controllare un orizzonte che spazia da Capo Palinuro a S, fino all’isola di Capri verso occidente.

Muovendosi dall’eco-hotel “La Camilla” (dei De Conciliis), alle spalle di Agropoli (204 m) in contrada Barbuti ha inizio la pista che serpeggia lungo i crinali delle alture che circondano la città cilentana. L’intensità della macchia assume un portamento cespuglioso alternandosi ad agavi, cisti, corbezzoli, lentisco e intense distese ulivate; più in basso, verso la costa, c’è una copiosa vegetazione caratterizzata dalle folte pinete (Aleppo) a ridosso di un mare che, secondo il gioco delle correnti, assume colorazioni che vanno dal giada al turchese, dallo smeraldo al cobalto.

Questo è un bellissimo percorso che si sviluppa tra cielo, terra e mare, con incantevoli scorci panoramici sul promontorio in cui affondano i modesti rilievi della costa, là dove sembra che lo scorrere del tempo non abbia limiti di spazio e dove una natura, così straordinariamente intatta e dalle policrome tonalità, s’immerge nella macchia. Senza mai lasciare la pista principale si attraversa la località Caprarizzo giungendo in vista di un bivio (230 m). Lasciando la pista che scende a sx sulla costa a dx, in meno di mezzo chilometro, si perviene al villaggio di Case San Giovanni (228 m) presso l’altura del Tresino, nel luogo di quello che fu il più grosso villaggio abbandonato (con case, stalle, edifici) risalente al XVII secolo ed eretto, presumibilmente, su una preesistente struttura che serviva da magazzino e depositi per le mercanzie (tessuti, spezie, manufatti) che venivano scambiati tra le navi ormeggiate nelle rade e le insenature lungo la costa e i mercati dell’interno.

Dal villaggio si prende a in alto a dx di una casa colonica e si arriva al punto più elevato (356 m) del promontorio di monte Tresino ove s’apre un suggestivo panorama da Capri al faro di Licosa che ricompensa le fatiche fatte per arrivare fin qui. Poco conosciuto rispetto a quello di Licosa, il promontorio di Punta Tresino è la prima altura che si erge a chiusura dell’arco costiero del golfo di Salerno. Si affaccia al mare con un’alta scogliera, frastagliata in più punti, con una natura brulla e pietrosa in cui si evidenziano rocce calcaree e blocchi di arenaria usati dai primi coloni greci che qui approdarono ed edificarono i templi di Poseidonia.

Ritornati presso contrada Case S. Giovanni, si riprende a scendere al bivio lasciato in precedenza: una polverosa pista che conduce giù verso la scogliera. Presso la pineta di Cozzo Piano Cupo, una curva a gomito che piega a sx (a dx c’è l’azienda vitivinicola Marino) scende fino a raggiungere l’arenile in Zona Lago, portandosi a ridosso delle marine di Castellabate.

SCOZIA… attraverso le “meraviglie” di una Terra Ribelle

La Scozia, terra di mare e di ripide scogliere, di fiumi e di cascate impetuose, di laghi dal misterioso fascino, di muschio e di torbiera dalle incredibili policromie, di castelli in cui ancora riecheggiano le antiche gesta di impavidi guerrieri ma è, soprattutto, una terra dagli incredibili orizzonti che offre scenari paesaggistici unici al mondo.

Appena fuori le principali città, come la splendida Edimburgo (sua capitale) e la contraddittoria Glasgow (centro industriale), si aprono scenari paesaggistici e ambientali di una bellezza unica, esclusiva, laddove solo il vento e qualche rapace solitario fanno sentire la propria voce riecheggiando attraverso le immense distese di brulli altipiani intervallati dal copioso manto vegetazionale composto da boschi e foreste; solo allora – dopo chilometri di passi completamente circondanti dal nulla e dal silenzio – con ampie vedute panoramiche dagli incredibili orizzonti, si avverte di essere al centro di quel luogo che ha fatto della Scozia una terra leggendaria: le Highland.

Qui i colori della natura sono unici, ovunque si volga lo sguardo oltre tutti i possibili orizzonti si avverte come questa terra riesca ancora ad offrire quel sapore di antico che permea da ogni angolo, dietro ogni pietra di antico villaggio rurale che s’incontra; laddove le capanne dei pastori vengono costruite come un tempo utilizzando solo legna e pietra, mentre quelle dei pescatori lungo le coste vengono dipinte da vivaci colori per essere viste al rientro della pesca.

Immensi tappeti d’erba, spiovono fino agli orli di alte scogliere o nel cuore dei più profondi fiordi, ove s’infrangono le impetuose onde dei mari del nord, ambienti ove pascolano pecore dal copioso manto lanoso che ne brucano i filamenti mantenendosi in un precario equilibrio lungo precipitose pareti a picco. La velocità con cui gli elementi della natura cambiano alternandosi tra copiose nebbie e schiarite, nuvole basse ed ampi squarci di azzurro, piogge improvvise e sferzate da venti impetuosi, qui sono una costante. Attraversando gli sporadici villaggi che si incontrano è possibile sostare presso locali che offrono un buon tè caldo o, per i più esigenti, bevande alcoliche come birra locale e l’immancabile whisky. (di ©Andrea Perciato)

Santa Maria della Strada (BN), una Vergine… tra le Janare!

Dalla Piazza Castello in Guardia Sanframondi parte questo itinerario che va a svilupparsi lungo la destra orografica solcata dalle acque del fiume Calore. Dopo un giro tra i vicoli, le rampe, gli slarghi, i gradoni, i loggiati e i portali che caratterizzano la parte più antica del borgo, il cammino riprende in direzione E passando per la bella facciata della Chiesa di San Sebastiano e prosegue lungo la principale arteria (via Municipio) fino a deviare a sinistra e, scendendo, portarsi sul proseguimento di viale della Vittoria uscendo, così, fuori il centro abitato.

Proseguendo ancora, si lascia a sinistra via di Guardia e si continua, tra leggeri falsipiani, a camminare in direzione S. Ignorando una prima deviazione sulla sinistra (via Morrone) si va avanti, sempre verso S, attraversando ampie macchie campali intensamente coltivate a vigneti ove sono presenti – sparse un po’ tutte intorno – numerose aziende vitivinicole. Poco dopo si perviene all’incrocio con la SP n.45 (ex Provinciale n.89) e si continua a camminare ancora verso S. Al primo bivio che s’incontra si volge a destra; successivamente si tralascia un’altra deviazione sulla destra e si continua avanti senza alcun problema.

Ad un successivo incrocio si prende a sinistra e, senza mai tralasciare questa traccia (conosciuta come Strada vecchia di Limata) si attraversano appezzamenti di vigneti intervallati da ampie macchie di uliveti. Su una lieve altura che si erge appena sulla destra possono scorgersi, tra la macchia, i resti dell’antico Castello di Limata. Giunti sulla SP n.106 poco dopo, al primo incrocio, si imbocca la traccia che mena a sinistra proseguendo, ora, lungo una strada campale (via Piana) in direzione E che supera case coloniche sparse e masserie totalmente immerse tra coltivazioni di ortaggi e frutteti; sulla sinistra, verso S, si erge la mole del Taburno/Camposauro e la via confluisce nuovamente sulla Provinciale n.106.

Volgendo ora brevemente a sinistra per 50 metri si prende a destra per la SP n.44, superando il passaggio a livello della ferrovia e, subito a sinistra, s’imbocca via Ferrarise che in circa 300 metri conduce al complesso conventuale di Santa Maria della Strada (del XVII secolo), un’antichissima chiesa intitolata alla Vergine detta “della strada” perché sorgeva, come è ben visibile a chi la vede per la prima volta, nelle adiacenze di quell’antico tratto viario che conduce in direzione di Benevento, e che un tempo era uno dei collegamenti con cui Roma comunicava coi luoghi più reconditi dell’Impero attraverso principali assi viari come la Via Latina.

Leggenda vuole che la Vergine apparve in sogno a una donna, probabilmente una massaia che si recava a lavare i panni nel vicino torrente Janara, oppure una contadina dedita al lavoro nei campi. In seguito a ciò fu ritrovato (tra l’XI e il XII secolo), a tre metri di profondità nel terreno, una sacra icona (di fattezze greco/ortodosse) raffigurante la Vergine. Annesso alla primitiva chiesetta sorgeva un Monastero, originariamente tenuto dai PP Benedettini. Successivamente dalla vicina San Lorenzo il complesso fu dato agli Eremiti di Sant’Agostino, per occuparsene poi – nel 1640 – i Frati Minori che lo tennero fino alla soppressione dei Conventi nel 1806 epoca in cui, con Regio Decreto, fu annesso alla collegiata di San Lorenzo Maggiore.

Pochi metri alle spalle della chiesa, sulla riva del torrente, c’è la presenza di un ponte in pietra a secco, ad unica arcata e a “schiena d’asino”, di piccole dimensioni, attribuito all’epoca romana in questi territori, eretto proprio sul percorso della via Latina nei pressi dell’attuale complesso di Santa Maria della Strada, termine di questo itinerario. (di ©Andrea Perciato)

Olevano sul Tusciano (SA) gli spettacoli di fede e natura nella Grotta dell’Angelo (o Nardantuono)

Le meraviglie di un luogo fuori dal tempo, lontano da ogni dove… queste le prime impressioni di chi si appropinqua ad ascende presso questa “sacra” spelonca, nel cuore dei monti Picentini (in Campania), dedita al culto di San Michele Arcangelo “principe” delle armate celesti, una profonda devozione tramandata da millenni, che nell’antica tradizione popolare rappresenta – appunto, come mai in questi ultimi tempi – oltre alla sconfitta sul “male”, anche colui che allontana le epidemie e le pestilenze. E così come testimoniato da secoli, proprio l’8 di maggio sono numerose, le folle di pellegrini, le congrege e le associazioni, che in processione, con suoni, canti e antiche litanie, ascendono alla grotta

Dal Parco di San Michele, nel mezzo della Valle del fiume Tusciano, sulla riva opposta al Castello, una sterrata si snoda, attraverso lunghi tornanti che costeggiano le falde occidentali del monte Raione e, allontanandosi dal letto fluviale, conduce al sito ipogeico della Grotta San Michele. Giunti alla fine della pista, si prosegue lungo delle roccette per uno stretto sentiero che s’inoltra nel verde intenso della faggeta. Osservando attentamente la natura del posto, si raggiunge un masso su cui è ben visibile l’impronta somigliante ad un “piede caprino”. La tradizione popolare vuole che vi fosse stata lasciata da Satana il quale, volendosi insediare nell’anfratto, qui precipitò dalla grotta dopo aver ricevuto un calcio dall’Arcangelo Gabriele. Seguendo il comodo sentiero, ora sistemato ed attrezzato con passamani e palificazioni in legno, d’improvviso si giunge in vista dell’enorme ingresso della grotta, nel momento in cui il suo tratto diventa più faticoso per l’aumentata pendenza. Prima di accedere alla grotta, però, conviene seguire un breve sentierino che a sinistra porta ad un vecchio rudere (mura merlate) e ad uno spiazzo indicato dalla tradizione popolare come il “Giardino di Papa”, ove si pensa sia esistito un primo nucleo di monaci bizantini.

Un enorme muro si para avanti ai nostri occhi e un portone ne spranga l’ingresso; appena varcato, si resta meravigliati per lo straordinario spettacolo di incomparabili bellezze fatto di arte, storia, architettura e speleologia, che attira lo sguardo e l’interesse di chi vi accede. Chi, per la prima volta, visita questa enorme cavità ipogeica (la sua arcata all’ingresso è alta 40 metri), prova delle profonde sensazioni non facili a dimenticarsi, poiché essa è un capolavoro della natura, così come dell’arte, davvero grandioso e affascinante. L’attenzione viene attratta non solo da quelle costruzioni in luoghi umidissimi e nella oscurità più assoluta, ma anche dalla ricchezza di stalattiti e stalagmiti e dal misterioso fascino suscitato da una spelonca che si addentra nelle viscere della montagna per un’estensione a tutt’oggi ancora sconosciuta. Un’ampia scalinata conduce ad un piazzale circolare ove si alzano due chiesette decorate di affreschi. Qui, durante i festeggiamenti in onore di San Michele, una numerosa folla di pellegrini accorre dalle più vicine contrade. La più grande delle costruzioni, la Cripta di S. Michele, ha una pianta rettangolare ad unica navata delimitata da mura laterali, tutte ricoperte di affreschi e graffiti che rappresentano il ciclo della “vita” del Cristo (molto interessanti e di una straordinaria bellezza espressiva, unica nel loro genere, sono il “Battesimo” del Cristo e la “Crocifissione“) piccoli spaccati, simili ai fotogrammi di una pellicola, che raccontano un ciclo “cristologico” che si distribuisce dall’Annunciazione alla “Fuga in Egitto”, passando tra episodi pittorici che raffigurano Miracoli e Santi. Nell’abside centrale vi è una Madonna con Bambino in Synthronos seduta tra vescovi e re; nelle nicchie laterali, invece, figure di santi, beati, apostoli ed evangelisti. Se si ha la fortuna di poter partrecipare ad una Messa con rito “greco/ortodosso” e in lingua originale, si può davvero dire che il culto per l’amato San Michele davvero travalica i confini di qualsiasi orizzonte e la sua venerazione raggiunge qualsiasi angolo del mondo conosciuto.

Ma chi avrà mai potuto affrescare, nella più assoluta oscurità, con l’ausilio di torce o lanterne e con grande dovizia di particolari, queste sacre immagini? Si pensa, con molta certezza, che siano stati i monaci greci basiliani i quali, provenienti dall’oriente, s’incamminarono per le terre dell’Italia meridionale, sfuggendo così alle persecuzioni legate all’iconoclastia (la proibizione di raffigurare immagini sacre). Accanto, sulla sinistra, si trova una seconda cappella che si articola in un quadrilatero scoperto racchiuso da mura laterali. La facciata è fiancheggiata da archetti e da nicchie, e l’affresco dipinto nel frontale vi rappresenta la Vergine con gli Angeli. Ancora a sinistra, sotto, sulla parete di roccia calcarea, in una nicchia ricavata fra le stalattiti, è sistemata una teca vitrea che conserva la seicentesca statua lignea raffigurante l’Arcangelo Gabriele.         

Proseguendo all’interno della cavità, sulla destra, in un avvallamento vi è eretta una “terza cappella” costituita da due ambienti comunicanti a forma di quadrilatero e che doveva sicuramente avere anche un tetto; due finestre sono aperte sulle mura laterali. Sulla sinistra si erge un’altra chiesetta rettangolare, le cui mura perimetrali sono alleggerite dalle aperture di finestre; una piccola gradinata vi permette l’accesso. Le tracce umane che qui sono presenti hanno adattato la natura del luogo alle proprie necessità: un canaletto ingloba l’acqua che scorre dalle rocce e la conduce ad alimentare una fontana posta all’ingresso della grotta per soddisfare la sete degli stanchi pellegrini che ascendono al monte.         

Continuando sempre verso l’intensa oscurità nel cuore della grotta, lungo un tortuoso camminamento i cui gradini sono scavati nella roccia calcarea, il sentiero porta ad un’altra chiesa abbastanza grande, posta sulla cima di un’altura proprio al centro della grotta nel buio più intenso. Questa presenta una cupola semisferica, mentre nella sua parte posteriore vi è una monofora al centro della quale c’è un disco marmoreo con un foro, dove si pensa che i banditi, che qui sostavano e trovavano rifugio dopo le loro scorrerie, versassero il sangue di alcuni bambini uccisi, per cui il popolo chiama questa cappella come il “Sangue degli Innocenti”. Sui fianchi di questa si vedono due aperture: una a N, che presenta una bifora divisa da una colonna, ed una ad W, con un arco leggermente strapiombato. Fin qui la parte conosciuta della grotta, ma molti pensano che questa possa comunicare verso oriente con il versante opposto della montagna, nelle adiacenze dell’abitato di Campagna.

Usciti dalla grotta, si può ammirare, sulla sinistra, il monte Castello coi ruderi del “Castrum Olibani”, mentre sulla destra, si erge maestosa, l’irta parete in roccia calcarea della Ripe di Pappalondo. Usciti dalla grotta, si riprende a scendere lungo il sentiero attrezzato con pali in legno e, giunti ad un piccolo tornante, facendo molta attenzione, si prende a sinistra proseguendo in direzione di Ariano; sulla destra, invece, si ritorna al Ponte dell’Angelo. Lungo questo sentierino, scavato con gradini nella roccia e che discende per infiniti tornanti, si giunge nei pressi della cosiddetta “Cappella Sancti Vicentii”, recentemente restaurata, antico insediamento di monaci che provvedevano alla manutenzione della grotta con la cripta ed a mantenere viva la fede e il culto per quel luogo sacro. La stradina giunge infine ad un bivio ove – giù in basso a destra – c’è una fontanella; sotto di noi scorre il fiume Tusciano, mentre a destra si ritorna al Parco S. Michele. Svoltando e procedendo sulla sinistra invece si arriva, dopo un’ora di cammino, fin giù alla frazione di Ariano, sede comunale di Olevano sul Tusciano, nei pressi della Centrale idroelettrica (costruita negli anni ‘20 del XX secolo, è una delle più grandi presenti in Italia), punto terminale di questo spettacolare itinerario, che si alterna tra le bellezze naturali di una natura sempre in continua evoluzione che si rinnova di stagione in stagione, e le ancestrali curiosità di un culto che affonda le sue radici nei lontanissimi meandri della particolare fede dedita al culto per l’Arcangelo. (di ©Andrea Perciato)

CORNOVAGLIA/KERNOW (UK)… da Land’s End, Sennen Cove e St. Just tra i leggendari “Royal Life Boat Britain”

Da PENZANCE (ultimo grosso centro prima dell’immenso!) si raggiunge il vicino promontorio di Land’s End, la “fine della terra“, estremità dell’omonima penisola, ove siamo proprio sul punto più occidentale della Gran Bretagna. Questo è un luogo molto suggestivo, che si protende verso scogliere a picco sul mare, dove un vento fortissimo spinge le potenti onde dell’oceano Atlantico sulle ripide rocce generando echi profondi che sembrano lontane esplosioni. Ovunque gli occhi volgano lo sguardo intorno ci si accorge di stare in un luogo magico, ricco di fascino, determinato dalla presenza dei fossili incastrati tra le rocce che compongono l’intera penisola di KERNOW (così come si dice e si scrive nel dialetto locale la Cornovaglia, in lingua celtica) che risulta essere ricchissima di fossili sia vegetali (felci e infiorescenze preistoriche) che marini (conchiglie e pesci). Ciò testimonia che queste terre, in epoche lontanissime, erano ricche e popolose di numerose specie ittico-floreali… Da qui, fatta la classica foto ricordo sotto la “palina” che indica “LAND’S END” e tutte le altre possibili direzioni e distanze chilometriche delle principali città del mondo, ha inizio il cammino sulla prima tappa del trekking lungo la costa in direzione nord seguendo la traccia del “SW COAST PATH” il principale sentiero che scorre lungo tutto il tratto costiero della Cornovaglia.

Durante il cammino, il tempo può cambiare improvvisamente, come dai più violenti acquazzoni in poco tempo volge decisamente al bello offrendoci, con ampi squarci di cielo azzurro illuminati dal sole, una quiete dopo la tempesta così ricca di profumi e di colori. Dopo aver doppiato una piccola stazione per la misurazione dei venti, e goduti degli spettacolari scorci lungo la scogliera che precipita nell’Atlantico (giù in fondo, incastrata tra le rocce, ciò che resta di un naufragio: la chiglia di una nave trascinata dalle onde), si supera il villaggio di pescatori di SENNEN COVE e si prosegue sulla “Cove Hill”, il lungomare di Sennen, località balneare preferita dai surfisti e caratterizzata da una forte tradizione di pescatori; Qui è presente una stazione del “Royal Life Boat Britain” (una sorta di soccorso marino nazionale!) che garantisce la sicurezza dei natanti coinvolti nelle burrascose tempeste in questo tratto di mare al largo dell’oceano. Qui ogni barca ha una sua storia! Qui, in Cornovaglia, il culto per il mare ha un sapore antico; tra mito e leggenda, storie e romanzi, Moby Dik e 20000 leghe sotto i mari, tragedie e lieti eventi… è stato da sempre fonte di sostentamento per le popolazioni che vivono lungo la costa. Ogni colore dato ad una imbarcazione determina e caratterizza il ceppo di appartenenza della famiglia di pescatori, attività che si tramanda da nonno a nipote ed il pesce, qui in Cornovaglia, è davvero speciale, credeteci…!

Dopo aver goduto di un buon tè caldo nella tipica locanda dei pescatori locali, il cammino continua ancora lungo il tracciato costiero della “SW COAST PATH” che, proseguendo sulla lunghissima spiaggia di fine sabbia biancastra, lambisce il grande arco costiero che determina il golfo di WHITESAND BAY, e successivamente – dopo continui e ripetuti saliscendi doppiando una serie di rupi e scogliere – giunge in vista del bellissimo CAPE CORNWALL e penetra brevemente – attraverso campi adibiti al pascolo – verso l’interno per giungere alle prime case del borgo di St. JUST la cui piazza principale è ricca di pub (tipici locali che offrono varie specialità, soprattutto di pesce!) e negozi di souvenir. Non c’è cosa più bella che dopo aver percorso km e km di cammino, lungo sentieri esposti completamente al sole tra la costa e l’interno, potersi sedere e farsi accogliere dall’avvolgente profumo del legno di panche e sedie di alcuni tra i più bei pub d’Inghilterra e sorseggiare – magari accompagnati dalle note di Loreena Mc Kennitt – alcune tra le più buone e squisite specialità di birre locali prodotte in Cornovaglia. (di ©Andrea Perciato)

CAIRANO (Alta Irpinia, AV) ove gli echi del vento creano incredibili melodie!

Da un’antica fontana ai piedi della rupe, parte – nascosto dalle erbe incolte – il basolato della vecchia pista campestre che da millenni, dai campi di foraggifere, s’inerpica lungo quello che oggi viene conosciuto come il “Sentiero Arcaico”, un camminamento che conduce alle prime case dell’antico borgo di CAIRANO. Oggi – pur se garbatamente ristrutturato seguendo i precisi canoni della tradizione edilizia delle costruzioni residenziali appenniniche – il luogo è tristemente spopolato.

Si attraversano i vicoli acciottolati e le rampe solcate da pietre calcaree, “smussate” dal millenario calpestio e dal vento, che s’inerpicano fino in cima a quella rupe ove un tempo si ergeva un Castrum, si passa attraverso pareti e mura in pietra a vista, gradoni e rampe dagli incredibili equilibri, stemmi di antiche famiglie, scorci adombri e finestre che s’aprono sull’immenso. Il paesello, quasi certamente, è quel privilegiato luogo che si presta all’ascolto, che ti invita a scorgere oltre, che induce ad un contemplativo silenzio, piccole esperienze spazio/temporali in cui si privilegiano momenti da vivere in solitudine oppure da poter condividere insieme ad altri.

Cairano è un luogo d’intreccio (tra vie della transumanza e storiche vie di collegamento), una sorta di “capitale” posta tra più confini (l’Adriatico, la Puglia, la Lucania, l’Appennino, il Tirreno, la pianura…); luoghi dove s’incontrano le esigenze di giovani (con la voglia di scappare, evadere il più lontano possibile) e anziani (ostinatamente decisi a restare), ove s’intrecciano gli obiettivi di contadini (impegnati nella cura e dedizione dei loro spazi rurali) e residenti (che s’inventano un quotidiano sempre prossimo a divenire); ove si rincorrono moderni pellegrini di passaggio (alla ricerca del “proprio dentro”) e artigiani locali (ancora dediti alla realizzazione di prodotti in pietra, legno, alluminio), tutti uniti e accomunati nel poter svolgere una serena introspezione al momentaneo esistente.

A Cairano non sono molte le cose da vedere, nel senso strettamente turistico, ma da Cairano non riuscirete mai ad immaginare che si vede davvero tanto, molto di più di quanto si riesca a colmare il proprio desiderio di scoperta e di conoscenza, di approfondimento e di meditazione; per ottenere ciò, però, bisogna raggiungere il luogo più silenzioso e dalle ancestrali atmosfere dell’intero paese: la sua “testa”, spesse volte completamente circondata dalle nuvole.

Ed è proprio qui, in questo luogo che rievoca numerose emozioni fatte di vuoti che si perdono oltre ogni limite e di profumi che giungono da lontano, laddove paesaggi dagli incredibili orizzonti generano impetuosi stati d’animo che t’inchiodano di fronte alla sublimazione del bello, della magnificenza di una natura che ti prende e coinvolge in un turbinio di emozioni che altrove riesce impossibile solo immaginarle; quassù il vento trasporta il profumo del grano appena raccolto nei campi delle pianure a valle, quassù il silenzio e la luce sono le naturali “macchine” che azionano e generano energie per chi lavora nella bellezza, per chi ancora crede che il mondo – nonostante tutto – sia ancora quel magico contenitore per poter continuare ad amare l’essenzialità del bello ed essere amati per quello che si è!   

Tutt’intorno sembra di camminare solo attraverso la desolazione, ma è un senso di vuota tristezza che si eleva a sublimare la beatitudine della contemplazione, l’esaltazione di una luce (al tramonto) “tipica” di Cairano, un paese che si erge tra i dolci crinali appenninici e che sembra essere lì, piantato da sempre, come un meteorite piombato dal cielo; un paese – questo – che s’affaccia in un oceano di verde e circondato dalle decine di alture lucane… creando così una incredibile e suggestiva sky-line che abbraccia un paesaggio che guarda il cielo e si fa ammirare dal cielo.

In cima alla rupe di Cairano la natura fa sentire il suo incredibile respiro, cattura l’energia dello spazio e si inebria dell’alito dei venti, generando suoni e melodie che regalano le canne, simili per forma e grandezza agli organi giganti, qui posizionate ai lati del belvedere; elementi che offrono il suono grazie al vento che come cambia direzione, genera scale melodiche dalle incredibili sonorità. Per il resto, poi, è un piacevole smarrirsi nella tradizione più esaltante del vagabondaggio randagio, attraverso un nomadismo interiore fatto di passione, di dialogo, di confronto… di semplice contemplazione!

Cairano, più che un luogo è un’entità geofisica che va vissuta, fino in fondo, senza compromessi; solo tu, circondati dal senso del vuoto, dalla natura, dai colori, dai profumi e da quell’atavico senso di evasione senza più lasciarsi trattenere da limiti di spazio e di tempo. (di ©Andrea Perciato)