SOVANA (GR in Toscana), un Parco Archeologico tra le “Città del tufo”

Antichissimo borgo di origini etrusche il borgo di SOVANA, nel comune di Sorano, è arroccato su uno sperone tufaceo e non può essere ignorato da un itinerario che ne attraversa – e lascia scoprire – le sue caratteristiche principali: il Parco Archeologico della “Città del Tufo”, una vasta area distribuita da una serie di luoghi dalle incredibili rilevanze archeologiche, culturali, naturalistiche e storiche.

Il parco “Città del tufo” si trova a circa a 2 km dalla suggestiva rupe da cui si erge l’abitato di Sovana. Al suo interno esso comprende, oltre a un ticket d’ingresso, un percorso naturalistico molto suggestivo laddove, tra la copiosa vegetazione, giace una tra le più belle necropoli etrusche in Italia; l’intera area è percorribile a piedi, basta avere scarpe comode e tanta acqua, soprattutto nel periodo estivo.

Un parco costituito da una serie di siti di grande rilevanza di cui, la parte più imponente della necropoli etrusca, si trova sulle colline che si ergono a nord del torrente Calesine. Da qui hanno inizio una serie di percorsi immersi nella copiosa vegetazione da cui emergono imponenti costruzioni d’epoca etrusca e monumentali tombe dello stesso periodo, tutto ricavato dalla viva roccia tufacea di cui è composta la morfologia del territorio.

Superati l’accesso compare un bosco meraviglioso che rende la passeggiata fresca e piacevole; un principale percorso che viene intersecato da un insieme di sentieri che si snodano – in più direzioni – attraverso queste meraviglie del passato. Quest’area è un privilegiato luogo per gli appassionati di antichità, autentico paradiso per archeologi e studiosi di storia antica (preromana); un parco ben attrezzato che custodisce moltissime tombe tra cui, le più imponenti, quelle di Ildebranda e dei “Demoni Alati”; queste tombe sono molto particolari e il sito offre accurate descrizioni e le dettagliate ricostruzioni di ognuna di esse.  

Fiore all’occhiello di questo Parco Archeologico è la maestosa Tomba di Ildebranda, una incredibile struttura funeraria databile intorno ai 2500 anni fa, vero e proprio tempio funerario sorretto da una foresta di colonne, seguita – per bellezza e importanza – da quella dei “Demoni Alati”; altre, meno appariscenti, tutte che riemergono da una natura lussureggiante. Purtroppo essendo tutto costruito nel tufo, le strutture sono giunte a noi molto consumate dagli agenti atmosferici ma ancora se ne percepisce la grandezza e l’austera dignità.

Al di là delle magnifiche fattezze con cui sono state realizzate queste tombe etrusche, è la magia che permea all’interno di tutta la necropoli a rendere la visita un’esperienza unica. Sarà forse perché di questo sito si conosce ancora relativamente poco, o sarà per la natura potente e rigogliosa che lo avvolge completamente, ma l’atmosfera che si avverte è quella di essere trasportati in un tempo lontano, inimmaginabile e misterioso.

Visitare le bellezze all’interno di questo parco è come compiere n viaggio nel tempo, un excursus emotivo/sensoriale assolutamente da provare; si tenga però presente che a causa della friabile natura del tufo, poco è rimasto e quindi bisogna armarsi di immaginazione. Ad ogni modo l’ambiente resta comunque altamente suggestivo. È veramente un tuffo nel passato, un salto attraverso la vita e nelle idee degli etruschi, tutto veramente molto suggestivo, al solo pensare di come riuscivano ad allestire le tombe, così sontuose, ricche di oggetti preziosi e simbolici affreschi.

Il Parco delle Città del Tufo” è un luogo che cattura la mente e il cuore; a coloro che piace la storia e i luoghi belli come questo, appartiene a questa categoria di privilegiati. Un posto impossibile da dimenticare una volta che si è passati di qui. Il “culto per la morte” (sepolture) professato dagli Etruschi è un qualcosa di raro, vagamente comprensibile e – a tutt’oggi – ancora poco conosciuto; tra i tanti visitatori che giungono qui a Sovana qualche accanito appassionato del genere, riuscirà, sicuramente, a trovare qualche risposta… forse! (di ©Andrea Perciato)

Via di Francesco, da Trevi a Foligno (PG, Umbria), perdersi tra silenzi e paesaggi agresti

Dopo essere stati ospitati presso una struttura conventuale in Trevi, il silenzio mattutino viene nuovamente rotto dal calpestio dei nostri passi sul selciato delle stradine medioevali che attraversano il cuore antico della città. All’uscita di Trevi ci attende un lungo e bellissimo viale alberato, un’autentica galleria vegetazionale composta da folti e secolari platani: sulla sky-line che s’apre a sinistra scorre il profilo dell’antico abitato di Trevi mentre sulla destra, verso N, s’intravedono in lontananza i tetti e le torri di Foligno, punto d’arrivo dell’odierna tappa lungo il Cammino sulla Via di Francesco (da Roma ad Assisi).

Attraversando bei terrazzamenti ulivati, e superati antichi portali in legno, lungo un piacevole pendio solcato dal bianco selciato della pista, il custode di un maneggio ci invita a visitare le sue bellissime creature: cavalli di tutti i tipi da corsa, da trotto e da traino; di cui alcuni impegnati nella famosa e storica rievocazione della “Quintana” di Foligno. I “segni” del Cammino sulla Via di Francesco ci accompagnano ovunque, mentre numerose sono le edicole votive e le cappelle isolate (molte di queste anche dirute!) che segnano il nostro viandare.

Col cielo che gioca a fare i capricci, non potevano certamente mancare – improvvisamente – quattro gocce di pioggia, quella tanto cara “Sora Acqua” decantata dal poverello di Assisi. E così, continuando ancora a camminare tra edicole votive e masserie, sfiorando antichi casali e attraversando silenzi intrisi dall’intenso profumo dell’ulivo bagnato dalla pioggia coi primi papaveri in fiore, si giunge tra le prime case del minuscolo borgo di Sant’Eraclio, agglomerato industriale posto alle porte di Foligno. Una monumentale fontana ci introduce all’antico villaggio, sviluppatosi intorno al Castello, circondato da antiche mura e costruzioni medioevali con le sue due grandi porte che s’aprono – lungo l’arteria principale che l’attraversa per intero – in meno di 100 metri da nord a sud, da un punto all’altro del perimetro antico; al suo centro s’impenna una bella Torre

Il Cammino prosegue lungo la caotica e (già) trafficata via “Flaminia” e rasenta la periferia meridionale della Città della “Quintana”, fino ad imboccare e giungere a valicare la Porta Romana, nel centro storico di Foligno. Percorrendo l’elegante corso Cavour si raggiunge la celebre piazza con il Duomo di San Feliciano, dove una targa ricorda che in questo luogo Francesco, ancora mercante, vendette le stoffe del padre per restaurare la chiesa di San Damiano. Lo splendido Palazzo Pierantoni ci accoglie per trascorrere la notte. (di ©Andrea Perciato)

PITIGLIANO (GR, Toscana)… tra i silenzi della “piccola” Gerusalemme

I riconoscimenti che identificano la bellezza e le caratteristiche di un luogo davvero belle li possiede davvero tutti: “Bandiera Arancione” del TCI, insignito del prestigioso marchio tra i “Borghi più belli d’Italia”, riconosciuto come “Città del Vino” e tra le principali “Città dell’Olio” dell’intera Toscana.

Il suo caratteristico abitato si adagia sopra uno sperone in roccia tufacea che domina un paesaggio solo in apparenza aspro, ma dalla struggente bellezza paesaggistica che ne identifica la salubrità locale, con profonde vallate ricche di vegetazione e la copiosità delle sue acque torrentizie. Le colture della vite e dell’ulivo caratterizzano – fin dai tempi degli Etruschi – le campagne circostanti. Le qualità del vino locale e le specialità dell’olio d’oliva sono i principali prodotti sulle tavole della zona; il “Bianco di Pitigliano” è stata una tra le prime D.O.C. riconosciute (1966) in Italia.

La morfologia del borgo, il suo impianto urbanistico trae origini dalla sua particolare posizione strategica che, fin dalla preistoria, ha favorito la possibilità di stabilire insediamenti umani. Il reticolo dei suoi vicoli (che sono più di 60), l’intreccio di passaggi, supportici, slarghi, rampe, piazzole sono tutti elementi – questi – che caratterizzano un borgo di pura matrice medioevale. Fin dal passato, questi ambienti scavati nella viva roccia, sono sempre stati utilizzati come depositi e magazzini o come pozzi e cantine; per la conservazione dei cereali, i vani superiori, mentre i “butti” (cosiddetti vani sottani) adibiti a cantine per la conservazione del vino. La gran parte di questi ambienti, oggi, sono stati recuperati e riproposti come botteghe e negozietti che offrono prodotti di artigianato locale, oppure caratteristici localini (di sera illuminati da torce e lanterne) ove trascorrere qualche ora tra una buona lettura, o chiacchierando tra amici, si possono gustare pietanze della tradizione culinaria locale.

Qui ogni vicolo, ogni rampa, ogni balconata qui termina o s’affaccia sul vuoto; raccontano delle tracce di un passato vissuto intensamente, celano curiosità e stimolano le fantasie di luoghi solo in apparenza inospitali, ma che da sempre hanno accolto intere famiglie dedite alla raccolta, produzione e commercio dei principali prodotti del circondario: la vite e l’ulivo. Infatti in tutte le case – completamente realizzate/scavate nel tufo modellando e ricavando, secondo le proprie esigenze – sono stati ricavati vani rialzati (gli spazi abitativi) raggiungibili per scale dalle incredibili alzate e pendenze; oppure le profonde cantine, da sempre adibite a depositi per il vino, per l’olio e altro ancora.

Queste due caratteristiche sull’utilizzo dei vani delle case o, nel complesso, dei corpi di fabbrica, sono facilmente intuibili a prima vista osservando attentamente le differenze degli accessi che prospettano lungo le due principali arterie del borgo antico: Via Roma (il Corso) e Via Zuccarelli (che attraversa il Ghetto ebraico): se la soglia d’ingresso è caratterizzata da uno o, al massimo, due gradini, allora… si sale. Mentre invece se la soglia è solo una piatta lastra in marmo (o calcare), allora… si scende! Entrambe le arterie s’incontrano alla facciata della chiesa patronale dedita al culto di San Rocco.

Pitigliano è anche conosciuta con l’appellativo di “Piccola Gerusalemme”, non solo perché somiglia alla celebre “capitale” delle 3 più importanti religioni monoteiste, bensì per la presenza di un quartiere (ghetto) d’origini ebraiche che fin dal XVI secolo accolse intere famiglie di religione giudaica che si trasferirono in questa contea “Ursinea” per sottrarsi alle persecuzioni ed alle restrizioni imposte dai propri paesi d’origine. Oggi, una Sinagoga e un museo di “Cultura Ebraica” ne ricordano questa presenza con il “Macello Kasher”, il “Forno delle Azzime”, la Cantina e il Miqvè (bagno rituale purificatorio) che guidano – e illustrano – il visitatore accompagnandolo in un percorso attraverso la cultura e la religione ebraica.

Non si va via da Pitigliano se non si compie una bellissima passeggiata lungo il viale alberato di San Michele che prospetta – per mezzo di una suggestiva e incredibile skye-line – sulla promenade della rupe tufacea da cui s’impenna l’abitato che affaccia a sud. Da qui, in condizioni meteo favorevoli e con la giusta luce riflessa al tramonto, una serie di potenti fari, alla loro accensione, generano una tra le più incredibili scenografie ambientali abbagliando, dal basso, la balconata tufacea e l’intero borgo rendendo il paesaggio e il circondario un luogo fuori dal tempo, sospeso tra mito e bellezza. Putigliano, se ancora non la conoscete, non perdete occasione di andarla a visitare, ma… senza scappare via subito; a Pitigliano ci si lascia il cuore… e non solo, ma qui sono soprattutto l’animo e il palato che ne traggono giovamento! (di ©Andrea Perciato)

MARTA (VT) sulla sponda del lago di Bolsena: piccolo, accogliente, silenzioso, rilassante e… cortese!

Nell’alto Lazio, nel viterbese, capita di incrociare vie e strade che conducono in posti meravigliosi e – spesso – sconosciuti e poco frequentati dal grande flusso del turismo di massa, oppure visitati frettolosamente. Ma se capita di giungere in un assolato pomeriggio, dopo aver attraversato un bellissimo viale di platani che offre ombra e riparo dalla canicola ove solo il canto delle cicale si alterna al leggero brusio di una lieve risacca appena percepita, allora affacciatevi lungo il bordo a sponda lago, siete a Marta lungo le cristalline acque della sponda meridionale del lago di Bolsena; uno specchio lacustre d’origini vulcaniche che rende questo luogo una tra le più belle sky-line lacustri d’Italia.

Marta è un villaggio di matrice medioevale, dominato dalla sua bellissima Torre ed ha un pittoresco borgo di pescatori (caratteristico per il loro “tiro” delle reti) con le sue case affacciate sul lago colorate in tinte pastello. Tutto il paese è inserito in un’autentica cornice paesaggistica che sembra emergere da un lontano passato che qui – tra i suoi vicoli, le rampe, le corti e i portali – sembra essersi fermato per sempre; il tutto inserito in un incredibile contesto storico, naturalistico e antropico di pregevole ambientazione.

Il borgo si evidenzia per essere un posto davvero tranquillo, ove non è raro incrociare anziani a passeggio tra le ombre dei vicoli, oppure signore intente nel raccontarsi i “fatti della giornata” tra un balcone e una finestra e che non disdegnano affatto di aprirsi a colloquiare col forestiero di passaggio consigliando loro cosa vedere e, perché no, anche mangiare specialità ittiche pescate direttamente dal lago.

Il suo lungolago oltre ad ospitare tutta una serie di tipici locali e ad offrire la possibilità di compiere piacevoli e rilassanti passeggiate, è il luogo d’incontro degli abitanti locali che chiacchierano in circolo, oppure su improvvisate sedie, mentre l’orizzonte offre la visione di spettacolari scenari paesaggistici soprattutto al tramonto, ove i colori cambiano le sfumature del giorno e la rilassante visione dell’acqua del lago restituisce emozioni e sensazioni fuori dal tempo davvero uniche, coi suoi fondali dalle incredibili trasparenze e la sabbia d’origine vulcanica delle strette spiaggette. Sullo sfondo dell’orizzonte lacustre emergono le due isole di Martana (custode della triste fine della regina dei Goti Amalasunta che qui venne strangolata) e Bisentina, la cui visuale viene spesso (e piacevolmente) interrotta dal volo planare a pelo d’acqua di anatre, folaghe e aironi.

Marta è una delizia sia per gli occhi (c’è tantissimo da vedere e conoscere) che per la mente ed il cuore ove l’anima ritrova, durante tutto il periodo della permanenza, un proprio rasserenante equilibrio. Affacciandosi dalla panoramica balconata ai piedi della Torre ottagonale, c’è la possibilità di godere di autentiche sensazioni di pace, serenità e tranquillità ove la vista sul lago, dall’alto dei tetti del borgo antico costellati dai caratteristici nidi dei gabbiani, fa da sfondo a momenti di intenso relax; mentre quel caseggiato che chiude la cornice paesaggistica verso occidente, è il borgo di Capodimonte.

Marta, sulle sponde del lago di Bolsena vale, più che una fugace visita, davvero una piacevole e rilassante sosta e – perché no – una permanenza, magari anche solo per un weekend, se non altro per riconquistare attimi di relax che spesso sfuggono al nostro scorrere del tempo, e non vengono più goduti. (di ©Andrea Perciato)

CASTELVETERE sul CALORE (AV)… un’Irpinia da scoprire passo dopo passo!

C’è una parte di quell’Italia cosiddetta “minore” che è diventata il mio privilegiato scopo di ricerca ed esplorazione: la dorsale dell’Appennino Meridionale (in questo caso, Campano) e tutti i borghi e i paesi che ne fanno un corollario di preziosi scrigni di tesori d’arte, cultura e tradizioni. Negli ultimi tempi mi affascina molto esplorare i luoghi (fatti di genti e paesi, ma soprattutto di cultura e tradizioni) ambienti lontani dalle rotte più frequentate di quel turismo “cosiddetto” convenzionale. E tra questi, un particolare posto in cima ai miei desideri è quello di scoprire e far conoscere soprattutto l’Irpinia, quella interna, quella che spesso si dice (e si pensa) di non conoscere abbastanza.

Nelle zone interne della Campania, in provincia di Avellino, nel cuore dell’Irpinia e al centro del Parco Regionale dei Monti Picentini , a pochi chilometri dai grandi attrattori turistici regionali, c’è un luogo che è un autentico gioiello di storia, di cultura, di arte, di tradizioni: il borgo antico di Castelvetere sul Calore, suggestivo scrigno di tesori tutti da scoprire lentamente, laddove ancora si trova la spontaneità di un popolo gentile e cortese, che si rifà ancora ai valori di un tempo.

Situato alle pendici del monte Tuoro, ergendosi accanto alle anse del fiume Calore, che scorre poco più a valle, è un piccolo borgo che conserva intatto il suo antico fascino, come una terrazza che si espande sull’immenso paesaggio irpino. Un borgo medievale, recentemente recuperato e trasformato in albergo diffuso, con particolari alloggi, ognuno diverso dall’altro e ristrutturati nel più rigoroso rispetto delle tradizioni architettoniche e urbanistiche locali, caratterizzati da particolari finiture dai materiali tradizionali, come pietra e legno, e coperture con travi a vista.

Di antiche tradizioni, Castelvetere sul Calore affonda le sue radici nella storia, in epoche talmente così lontane che si perdono nella notte dei tempi. Alcuni studi collocano la nascita del borgo nel luogo di Aulonia, già citata da Virgilio nella sua Eneide; ma le rovine rinvenute in loco rimandano a quello delle prime invasioni barbariche, ed in particolar modo ai Longobardi. Ma anche la leggenda avvolge l’aurea mistica del borgo come quella del “miracolo della neve” di una donna che riceve dalla Madonna l’invito ad erigere un sacro edificio in suo onore e a farne richiesta alle autorità del tempo.

La parte più antica del borgo, quella che si erge intorno all’antico Castello e alla chiesa principale, è un posto da non perdere assolutamente, coi suoi scorci che si alternano tra ombre di pieni e di vuoti che rimbalzano di finestra in cortile, di androne a supportico; un crogiuolo di elementi vivi, pulsanti, da scoprire lentamente, per capire e conoscere la vita di un tempo come scorreva attraverso vicoli ricoperti dal muschio e rampe in pietra, quando il vociare del vicinato tra una finestra con le tende “merlettate”  e un balconcino abbellito da vasi di gerani s’intrecciava con l’ululato del vento che serpeggiava attraverso queste incredibili volumetrie. Ciò che emerge dal camminare tra queste case è la sensazione di poter gustare una quiete assoluta.

Il contesto ambientale del borgo primeggia per essere stato trasformato in un “albergo diffuso”; una trasformazione davvero affascinante, cioè poter vivere nel borgo, ed essere coinvolti nelle atmosfere di vita rurale che hanno sempre determinato la vita del posto, come quello di potersi salutare al mattino scambiandosi le prime voci del giorno, semplicemente affacciandosi dalla soglia di una finestra o dalla rampa di una scala. E’ come un sentirsi a casa propria ma in un luogo lontano dalle quotidiane abitudini di ognuno che qui giunge (o vi resta per qualche giorno) per la prima volta!

Ma in effetti, cosa è un “albergo diffuso”? Il paese è già uno spettacolo solo a poterlo vivere camminando attraverso le sue stradine che – serpeggiando – conducono tra vicoli e portali in pietra il cui agglomerato emerge su di una rocca dalla quale si dominano panorami di straordinaria bellezza paesaggistica sulle valli del Calore, dell’Ofanto e della dorsale appenninica. Colpito dal forte sisma del 1980 il borgo è stato recuperato e ristrutturato secondo logiche strutturali che ne hanno ripreso la tradizione e rispettato i canoni di quella architettura di un tempo legate alla ruralità dell’ambiente.

Fiore all’occhiello del paese è la tranquillità, ricercata, voluta e conquistata ad ogni gradino superato; recuperare questo borgo è stato un interessante salto all’indietro nel tempo con le antiche costruzioni in pietra che hanno ripreso lustro e vigore, riportate a nuova livrea e riconsegnando al moderno visitatore le atmosfere di tempi passati come le rampe, i vicoli, la chiesta, il castello e, soprattutto, il cortile ove sono ubicati la gran parte degli alloggi; uno scenario da fiaba “tolkieniana”, laddove sembrano sbucare hobbit dagli angoli più nascosti e impensabili… praticamente, una vera cartolina!

Il progetto (e l’offerta) “albergo diffuso” passa attraverso le varie fasi di un particolare recupero, molto interessante, col preciso scopo di riprendere vecchi e caratteristici alloggi in disuso o completamente abbandonati, così come i diversi spazi a corredo come la corte, l’antica “osteria”, il sagrato, la piazzetta, l’antica bottega come particolare punto vendita di prodotti tipici che si rifanno alle tradizioni del territorio. Essere riusciti a recuperare una serie di case sparse all’interno del borgo ha dato al paese la possibilità di assumere una modalità “turistica” che consente di valorizzare il territorio e permettere ai visitatori di integrarsi con esso e con gli abitanti del luogo, vivendo in vere e proprie casette sparse per il borgo e condividendo le esperienze di vita della gente del posto.

Il luogo è incantevole con un circondario tutto da scoprire; un posto è un autentico “inno alla bellezza” delle terre irpine, ove accoglienza e ospitalità sono il fiore all’occhiello. Questa idea di “albergo diffuso” è il frutto di un sapiente recupero di ciò che fu distrutto dal terremoto in Irpinia, e condotto dalla passione, dalla tenacia e dall’amore per la valorizzazione della propria terra di chi ha fortemente voluto questo progetto. Se non ci credete, allora venite a Castelvetere, ove sembra davvero di entrare (e poter vivere) in una dimensione spazio/temporale parallela al nostro tempo, ove tutto è ben curato nei minimi dettagli, ove gli alloggi e le stanze sono semplici e minimali e pronti ad accogliere chi desidera immergersi – anche solo per poche ore – in atmosfere fuori (e lontano) da ogni dove. (di ©Andrea Perciato)

SCHWARZWALDEN (DE)… le “mille anime” della Foresta Nera

La Foresta Nera (meglio conosciuta come Schwarzwalden) in Germania è un concentrato di itinerari e percorsi escursionistici giornalieri che, per compierli tutti, non basterebbe una vita! Chilometri di terra battuta e superficie arborea che compongono un autentico cuscino di verde cupo da cui si ergono, maestose – e non sempre aspre – le montagne del circondario.

Partendo dalle porte di Friburgo (Freibürg) si ha subito voglia di lanciarsi nel profondo verde e mettere piede tra i cespugli che caratterizzano i sentieri della grande foresta. Non bastano pochi giorni di cammino, le tappe o gli itinerari giornalieri percorsi e le migliaia di scatti fotografici per raccontare una bellissima esperienza vissuta tra boschi incantati e foreste che si perdono a vista d’occhio; un trekking che qui, più che altrove, si sviluppa nel cuore di quella parte d’Europa, Germania sudoccidentale, dove oltre 100 anni fa nacque come forma di turismo escursionistico e ambientale!

Un crogiuolo di piste e itinerari per far scoprire quanto sia importante questo micro (e macro) cosmo fatto di natura intensa e creature fiabesche che sbucano da ogni dove: suoni, profumi, odori, essenze, colori, emozioni… questo è il fascino della Foresta Nera (la Schwarzwalden) in Germania.

Da Friburgo, si attraversa il caratteristico ponte in legno di Schwabentor che scavalca la via principale e proietta subito nel cuore della Schwarzwalden, una foresta dalle dimensioni gigantesche, attraverso ambienti fiabeschi ove si viene proiettati in un mondo vissuto da mammiferi e volatili e intriso dei miti e delle leggende tipiche delle culture nordiche. Verde dappertutto, l’argenteo di ruscelli, il fragore delle cascate, il vento che agita i ciuffi di larici, di betulle, di pini, di querce e delle copiose abetaie dalle altezze inimmaginabili (con fusti che raggiungono anche i 70/80 metri).

Il principale sentiero sale allo Schlossberg, la rupe da cui si erge l’antico castello (ruderi) di Friburgo; poi si superano i pendii del Kandelhohenweg e la pista risale fino a raggiungere il panoramicissimo traliccio della torre d’avvistamento in cima al Roskopf (737 m) da cui s’apre un panorama immenso che si perde a vista d’occhio fatto di valli, radure, foreste, villaggi, baite. Ricca di abeti, la foresta fornisce un gigantesco quantitativo di legna per gli usi più disparati come intarsio, arredo, combustibile, e il suo profumo inebria ogni angolo della boscaglia; il sottobosco viene invece caratterizzato da una moltitudine di felci.

I raggi solari penetrano con difficoltà attraverso le copiose colonne dei fusti; querce, larici, pini e abeti ammantano il 75% dell’intera foresta e i tronchi che marciscono al suolo, oltre a generare sostentamento al manto vegetazionale, creano surreali geometrie paesaggistiche ove trovano il loro habitat naturale numerose specie di uccelli, oltre alla volpe, lo scoiattolo, il lupo e in alcuni casi anche l’orso. Giunti alla chiesetta di St. Ottillien qui sembra di essere stati proiettati al centro di una fiaba, tutta avvolta dal bosco. Dal Rifugio nelle sue vicinanze, parte la pista in discesa che riconduce nuovamente a Friburgo; lungo questa s’incontrano decine di lumache, grandi e piccole, di tutti i colori, con guscio o senza, creature viventi che sembrano godere delle attenzioni a loro rivolte. (di ©Andrea Perciato)

SORANO (GR, Toscana)… tra le “Città del Tufo”, la Matera “estrusca”!

Il borgo compare – quasi improvvisamente – in tutto il suo massimo splendore, soprattutto verso il tramonto, con le facciate delle antiche case realizzate in tufo che offrono una pittoresca visuale con tutte le possibili tonalità cromatiche che un borgo arroccato sul tufo riesce ad offrire al calar del sole.

Splendido borgo dalle origini etrusche e, successivamente, fu poi anch’esso conquistato dai romani. Posto su una rupe in tufo si trova questo piccolo e caratteristico borgo, in quella parte di Maremma “etruria” che va ad incunearsi con la “tuscia” dell’alto viterbese. Originario centro di matrice etrusca divenne, successivamente, possedimento della famiglia Aldobrandeschi/Orsini che provvidero – nel periodo rinascimentale – alla costruzione di interessanti opere architettoniche d’ingegneria civile e militare, come fortezze, palazzi gentilizi e fortificazioni costruite a protezione dagli attacchi della città di Siena.

Conosciuta come la Matera etrusca, Sorano è uno dei borghi più caratteristici della Toscana. È un posto incantevole che restituisce piacevoli sensazioni di un viaggio indietro nel tempo. La morfologia del luogo si presenta con case arroccate costruite nella viva roccia tufacea, piccole e strette viuzze. Il borgo, appunto, cresciuto ai piedi della poderosa fortezza voluta dagli Aldobrandeschi e, successivamente, ampliata e conclusa dagli Orsini, sotto la cui dominazione Sorano visse un periodo di grande fermento e vivacità; potenti e nobili famiglie dell’epoca che qui hanno “governato” per secoli proprio sul confine con lo Stato della Chiesa.

La posizione dello splendido borgo di Sorano, affacciato a strapiombo sulla valle del torrente Lente, regala incredibilii e suggestivi panorami sulle boscose gole sottostanti. Entrando nel borgo antico attraversando l’Arco del Ferrini si scopre un autentico gioiello: il nucleo storico, il suo cuore è rappresentato (e dominato) dalla Fortezza di Palazzo Orsini, che incombe sull’abitato da un lato, e dal Masso Leopoldino con la sua Torre dell’Orologio che si erge sul lato opposto, dalla cui terrazza si può ammirare un suggestivo panorama. Chi giunge per la prima volta a Sorano, sembra di provare la sensazione di trovarsi di fronte ad un paesino abbandonato; ma è solo apparenza, pura apparenza…!

La scoperta del luogo può partire dalla poderosa Fortezza degli Orsini (già Aldobrandesca). Vi si accede da un ponte in pietra che immette in un androne caratterizzato da un arco d’accesso sostenuto da possenti blocchi in bianco calcare; su di esso, troneggia – in tutta la magnificenza della facciata in blocchi di tufo – una stele marmorea con le effigi e le credenziali gentilizie delle famiglie che lo hanno reso celebre. Da qui poi, si accede per una gradinata che attraversa un portico che sfocia nella parte interna della fortezza che s’apre con un’ampia spianata con camminamenti e posti di guardia.

Sulla sinistra una rampa consente di accedere ai “bastioni” della fortezza che è composta da più corpi di fabbrica, voluminosi ambienti distribuiti da un “mastio” centrale e da due “bastionate” angolari, quelle di San Marco e di San Pietro tra loro colleganti da percorsi, cunicoli e camminamenti sotterranei utilizzati, fin dalle origini, dai ripetuti assedi e le incursioni mosse alla città.   

Scendendo dalla fortezza, e dopo aver superato il ponte in pietra su archi che sprofondano in un fossato dalla copiosa vegetazione, ci si trova all’interno del borgo antico e si risale sulla terrazza del “masso leopoldino”, veramente bello e suggestivo con una veduta a 360 gradi su tutto il centro storico, sulla fortezza e sul parco rupestre di San Rocco dalla cui terrazza panoramica si scorge tutta la struggente bellezza di come l’abitato di Sorano emerga da profondi valloni d’origine tufacea e scavati dal solco di rivoli e corsi d’acqua a carattere torrentizio.

Camminando è possibile ammirare tutte le sue bellezze architettoniche (civili e religiose), immergersi nella penombra appena intrisa dall’odore di tutte le “varianti” del tufo; sembra quasi d’intraprendere un lungo viaggio nel tempo dove tutto è fermo ad un’epoca indefinita, laddove molteplici entità spazio/temporali si dilatano e si ritorna a vivere attraverso i vicoli, gli scorci, assaporare l’essenza di profumi antichi che esaltano lo spirito e sanano la mente. La scoperta di Sorano è davvero una piacevole sorpresa, una “chicca” lontano dai soliti giri della Toscana storica; questo borgo merita una visita, se non altro per la gentilezza e disponibilità offerta dalla gente che ancora lo popola. (di ©Andrea Perciato)

CRACO (MT, Lucania) da borgo abbandonato a set cinematografico

E’ un autentico deserto fatto di campi arati, pendii che scivolano verso impervi valloni, rocce calcaree che, come guglie, sbucano – improvvise – da un paesaggio solo in apparenza addormentato ma, comunque, avvolto nel suo millenario silenzio. Sono queste le atmosfere che si vivono nell’avvicinarsi alla visita e alla conoscenza di uno dei borghi (abbandonati) più belli e incredibili che sorgono qui al Sud: Craco.

Siamo in Lucania, nella bassa provincia materana, al limite di profondi solchi caratterizzati dal carsismo ove – durante le torride estati – neanche i retili riescono a resistere. In una distesa valliva sorge il nuovo abitato di Craco-Peschiera. Questo centro, nato agli inizi degli anni ’70, fu qui eretto poiché l’originario sito di Craco, che si erge a circa 9 km più a monte, fu interessato da uno smottamento franoso costringendo gli abitanti di allora a ad abbandonare definitivamente l’originario sito ed a stabilirsi in un luogo più sicuro, presso le frazioni a valle.

Dall’incrocio, prendendo a destra lungo la SS. n. 103 che conduce verso i territori dell’interno, si attraversa quel fantastico mondo generato dalle erosioni e determinato dal singolare solco vallivo del Fosso Bruscata. La strada, poco alla volta, comincia ad ascendere lungo questi pendii assolati ove trovar riparo dalla canicola è quasi impossibile, se non tranne per qualche raro albero da frutto sorto per incanto lungo le pendici di queste colline.

Lasciata la deviazione a sinistra che porta alla Val d’Agri, la strada principale rompe la sua monotona e silenziosa andatura e si appresta a continuare con una serie di tornanti che, salendo, incorniciano l’abitato di Craco Vecchia che ora già si erge – ben visibile – sullo sfondo. A ridosso del terzo tornante che piega sulla sinistra si stacca uno stradello che taglia le successive curve e conduce direttamente a ridosso delle prime case del borgo abbandonato di CRACO Vecchia (391 m) che appare in tutta la sua monumentale bellezza – incredibilmente spettrale – a dominio di vallate e di estesi orizzonti, coi suoi misteriosi silenzi rotti soltanto dalle folate del vento che serpeggiano tra le mute pietre.

L’antico abitato sorge a ridosso di un’altura che dall’alto controlla la valle del Salandrella. Le sue origini risalgono all’VIII secolo e nel Medioevo il sito era già conosciuto col toponimo di GRACULUM. Il suo Castello, erto su di una rupe, fu innalzato nel XII secolo e della sua antica struttura oggi non resta altro che un Torrione a sezione quadra (usato come serbatoio per distribuire ed alimentare le fonti dell’intero paese). Una silenziosa cortina di pietre dagli intonaci pastello sbiaditi dal tempo prospetta a Sud ed accoglie il visitatore tra gli arcani silenzi creati dagli effetti chiaroscurali dei pieni e dei vuoti, dalle ombre degli usci di porte e finestre che s’aprono… verso l’immenso!

Fogli ingialliti (con edizioni datate gli anni 50/60 del XX secolo) svolazzano sospinti dalle folate che ululano tra i gradoni in pietra seminascosti dai folti cespugli d’erba incolta. Rampe ed arcate in pietra viva ove negli interstizi hanno messo le radici il fico, l’ulivo, l’agave, il fico d’india e la vite. Ante di porte e finestre semiaperte che cigolano sospinti dal vento, cortine adombre che prospettano sui vasti orizzonti assolati delle valli fluviali del Salandrella e dell’Agri. Archi affrescati e cortili basolati con i fregi e i portali marmorei di qualche dimora gentilizia i quali emergono da un intricato mare di cespugli rinsecchiti.

I tetti rossi delle cupole e delle case scricchiolano sotto i passi felpati di qualche gatto che salta da una falda all’altra. Gli ameni viottoli che conducono nel punto più in alto sotto la Torre per interrompersi, all’improvviso, sul ciglio di un dirupo sotto le mura dell’antico maniero e da cui prospettano guglie monolitiche che sembrano, oltre ai gatti, le uniche forme “viventi” di questo mondo rurale fermo e perduto nelle memorie di un’epoca lontana, persa all’infinito senza limiti di spazio e di tempo… Il tutto viene scandito dall’arco che il sole disegna quotidianamente nel cielo, dall’intrecciarsi degli eventi e dal rincorrersi delle stagioni.

Solo un uomo, unico essere in un mondo fermo da oltre 50 anni, continua testardamente a venire quassù, quotidianamente, per condurre il suo gregge di pecore a pascolare tra le pietre della Craco che fu, di quella Craco dalle forti tradizioni agricole basate sulle colture dei cereali e dell’ulivo accomunate da un’incisiva presenza della pastorizia transumante con produzioni casearie tipiche di queste zone. Il rammarico dell’ultimo “sopravvissuto” di Craco si evince dal suo sfogo col forestiero di turno, di quando egli inveisce contro l’Amministrazione locale che sembra abbia deciso di radere completamente al suolo il borgo abbandonato; mentre lui… onesto, sincero, ingenuo, continua ancora a chiedersi perché mai debba accadere tutto ciò e non si possa far nulla per preservare e recuperare (anche attraverso una semplice fruizione turistica) la memoria storica e il retaggio culturale di un’arcaica tradizione contadina che non vuole affatto mettersi da parte per far posto al cosiddetto progresso.

L’opprimente canicola di un caldo vento estivo aleggia tra le diroccate mura di Craco mentre i campanacci delle pecore si odono sempre più lontani ed il silenzio si riappropria, nuovamente, dei suoi spazi coccolando per l’eternità i vuoti di un vissuto rurale che ostinatamente tenta di resistere al completo abbandono dell’incuria. Questa è Craco, e se ancora non avete avuto la possibilità di conoscerla e magari fate vacanza sulla vicina costa ionica della Basilicata, andate a visitarla anche perchè i suoi scorci, le sue cortine diroccate sono stati scelti del grade attore/regista Mel Gibson, quale location per girare alcune tra le più belle e intense scene del suo “Passion“. (di ©Andrea Perciato)

Vieste (FG, Gargano), tra pirati e leggendari monoliti calcarei, laddove il sole… si unisce alla terra!

In una incredibile cornice paesaggistica e ambientale, unico nel suo genere si erge maestoso, a Nord del Tavoliere e proteso verso il mare, il promontorio calcareo del Gargano; una terra ove la sapiente mano del Creato ha armoniosamente unito il mare alla montagna.       

Siamo andati alla conoscenza di questo territorio molto particolare che ci ha permesso di conoscere a fondo gli angoli più intimi di questo ambiente garganico. Una enciclopedia della natura… ove la leggenda si intreccia alle tradizioni ed insieme riescono a penetrare nel più profondo degli animi.

Così potrebbe essere identificata la zona del Gargano. Tutto ciò che è magnificamente bello, mistico e suggestivo in questa terra, è possibile riscontrarlo attraverso un sole continuamente splendente, bianchi paesini aggrappati a promontori che precipitano in mare o adagiati lungo le brulle dorsali di montagne, incontaminati (e pescosi) fondali marini, nitidi orizzonti che si perdono all’infinito, impenetrabili foreste ricche di aromatiche essenze, un’arte culinaria tra le più originali del bacino del Mediterraneo, una storia che fonda le sue origini nel mito ed un’arcaica cultura riconoscibile in quelle infinite testimonianze radicate nel popolo garganico che riesce sempre a rinnovarsi e ad offrire, al turista di passaggio, un’ospitalità che non ha eguali.

L’avvicendarsi dei secoli ha lasciato evidenti testimonianze nei vari ambienti garganici. Vento e mare hanno contribuito al paziente modellamento della pietra carsica lungo la costa; sassi, piante ed alberi hanno dato origine a quel meraviglioso laboratorio ecologico che è la Foresta Umbra. L’humus garganico presenta un continuo intercalare tra sacro e profano da Vieste (sito in cui esistono tracce del culto di Venere Sosandra “salvatrice di uomini”), alla Montagna Sacra più venerata in tutto l’Occidente Cristiano da oltre 1500 anni, quella dell’Arcangelo Michele…

VIESTE da sempre giace lì, al termine di un lungo arenile ove si adagia, proteso su di un promontorio calcareo (a faglie orizzontali intervallato da falde di selce) verso il mare aperto, il bianco abitato della splendida cittadina di Vieste. Considerata un po’ come la simbolica “capitale” del Gargano (paragonabile per bellezza e splendore alle rinomate località di Amalfi e Positano sulla costa tirrenica), essa ci accoglie con il bianco faraglione detto di Pizzomunno (dal dialetto “punta del mondo”), un imponente monolite in pietra calcarea alto 25 metri legato alla dolorosa leggenda di Cristalda (bellissima fanciulla del luogo) e Pizzomunno (pescatore innamorato della fanciulla e tramutato in scoglio dalla gelosia delle sirene!)

Il curioso monolito calcareo si erge, coi suoi 26 metri, alla fine di una lunga striscia sabbiosa e diviene un insolito punto di riferimento per il turista escursionista che girovaga per il Gargano. Altra varante della leggenda narra di un amore travagliato fra un giovane pescatore locale e della sua amata Cristalda, figlia di Dei marini. Contrari al matrimonio, questi ultimi tramutarono lo sventurato pescatore nel bianco pizzo calcareo e, come ogni favola d’amore contrastato, non manca certo di allietare il finale la notizia che sembra che al trascorre di ogni 100 anni lo scoglio riprenda, per pochi attimi, sembianze umane per incontrarsi con la morosa.            

Lasciando ai posteri la suggestione di poter essere involontari spettatori di questo atteso incontro, continuiamo la conoscenza di questo borgo garganico. Di remote origini (X – VI secolo a.C.), fu inizialmente una colonia ellenica divenendo, successivamente, un municipio romano. Fu più volte attaccata dai Saraceni e dalle flotte pirate, e venne messa a ferro e fuoco prima dall’assedio, e poi dall’assalto del pirata Dragut nel 1554; una roccia del centro antico ne ricorda il triste evento su cui furono decapitati numerosi viestani. Attraversati la Porta Ad’Alt  si è subito proiettati in un fantastico mondo medioevale. Un’enorme gradinata si para in alto a destra; questa conduce alla Cattedrale (dell’ XI secolo) splendido esempio di architettura romanica-pugliese e poco più su termina sull’ampio piazzale su cui si parano i bastioni del Castello Svevo (1240), ristrutturato e ampliato dagli spagnoli nel 1537.

Ci si tuffa nuovamente in quel dedalo di vicoli, archi rampanti, supportici, scale e gradoni, logge e balconi, finestre e cunicoli; elementi architettonici, questi, che vanno a formare la struttura originaria del borgo medioevale ancora in un buon stato di conservazione con viuzze strette, baciate dal sole per poche decine di minuti al dì, e case tutte imbiancate di calce. La conoscenza di questo incantevole borgo marinaro termina sulla punta estrema del promontorio ove si para il Convento di S.Francesco che si integra con l’originaria struttura di un torrione di difesa; alla sua destra una gradinata scavata nella roccia, scorre verso la scogliera e conduce al “trabucco”, una complessa struttura su palafitte (tipica delle coste adriatiche) che serve ai pescatori del luogo. Dalla estrema punta della scogliera è possibile ammirare, con un solo colpo d’occhio, l’isolotto di Santa Croce che ospita il grande Faro di S.Eufemia, d’importanza fondamentale per la navigazione nell’Adriatico, e la lunga distesa sabbiosa che termina verso la precipitosa scogliera ammantata dalla pineta. (di ©Andrea Perciato)

Baia Infreschi (costa sud Cilento), ove l’arcobaleno si tuffa nel mare!

INFRESCHI, un antico porto tra Vibo (Valentia) e Cuma …Esiste un luogo, oggi, nel Parco Nazionale del Cilento-Alburni e Vallo di Diano, che è uno tra i più belli dell’intera costa cilentana, del Mar Tirreno e dell’intero mezzogiorno italiano: la Baja di Punta Infreschi. Piccolo gioiello di concentrato di natura, ove convergono i profumi dell’acqua salmastra trasportati dalla brezza del vento e dove gli odori di una terra, “apparentemente” arida, genera uno tra i più gustosi prodotti alimentari di maggior consumo sulla gran parte delle tavole del Mediterraneo: l’olio.

Questo particolare itinerario tocca uno degli estremi punti della provincia di Salerno, là dove le correnti marine si intrecciano e i venti s’incrociano riuscendo ad offrire un brulicare di essenze aromatiche tra le più inconsuete: agavi, fico d’india, rosmarino, salvia, rucola, timo, lentisco, carrubo, ecc. La zona, conosciuta fin da epoche remote, fu poco sfruttata durante l’egemonia ellenica; ecco perchè oggi quest’angolo di paradiso è ancora così straordinariamente intatto e lontano da qualsiasi tentativo di speculazione edilizia.

Dalla lunga spiaggia di Marina di Camerota, all’altezza del locale cimitero nella sua periferia orientale, s’apre la grotta che ha custodito il relitto del “Leone di Caprera”, piccolo naviglio che verso la fine dell’800 ha effettuato la lunga traversata dell’Atlantico fino alle coste dell’Uruguay. Da qui ha inizio un sentiero che, per gradoni, sale fino a giungere in contrada Lentiscella tra agavi, fico d’india, le insenature di Cala Fortuna e Cala Bianca con la sua omonima Torre, superando case coloniche immerse tra uliveti e carrubi. A un incrocio si prende a destra, verso E, fino a guadagnare quota su un dosso da cui s’aprono vedute paesaggistiche che si estendono tra il mare e l’interno (140 m); a ridosso delle falde (macchia e ulivi terrazzati) di monte Luna (173 m).

Da qui una discesa in terra battuta conduce fino al Vallone Viamonte che sbocca nella ciottolosa Cala Fortuna. Sul versante opposto, il sentiero prosegue all’aperto attraverso una macchia formata da agavi, ginestre, mirto e carrubo. Si supera un’ampia radura che scivola verso Cala Bianca, fino ad attraversare il Vallone Cerze di Jazzo. Raggiunti i crinali di un promontorio con alcune case coloniche isolate, qui si devia leggermente per qualche decina di metri verso sinistra e si giunge presso una vecchia casa diroccata (102 m); un isolato albero d’ulivo è posto di fronte ad essa. Giù a destra, tra le ginestre, si apre la traccia di un sentiero che scende e lentamente s’apre uno spettacolo ambientale di inaudita bellezza, posto in uno dei punti più incantevoli della costa cilentana: la baia di Porto degli Infreschi, naturale insenatura ad arco entro cui si racchiude un limpidissimo mare dai policromi fondali che vanno dal cupo ciano al verde smeraldo.

Naturale rifugio per l’approdo di barche, gli antichi Romani ne fecero un posto tappa lungo i loro viaggi costieri da Vibo Valentia a Puteoli; ciò viene caratterizzato dalla presenza di antichi ruderi che si trovano sparsi lungo i suoi costoni rocciosi e che, precipitando a mare, delimitano l’intera baia. Una chiesetta dedita al culto di S. Lazzaro, situata lungo il pendio ed appoggiata alla roccia, segna la fine del sentiero. Più sotto, in basso a sinistra, si apre una piccola spiaggia acciottolata. Qui, nel XVII secolo, le grotte della zona (frequentate fin dalla preistoria) venivano usate dai pescatori come magazzini per le attrezzature e depositi d’acqua potabile. Alcune sorgenti, infatti, sbucando direttamente dalle cavità ipogeiche sottomarine, s’immettono direttamente nel mare e ciò spiega la diversa temperatura e la bellissima colorazione di questi fondali che va dal giada al turchese, dal cobalto all’azzurro.

In una vasca squadrata rivestita in cotto, poco a destra della spiaggetta sotto la parete rocciosa, i pescatori eseguivano la cottura, la concia, la colorazione e la riparazione delle reti che servivano per la propria attività; proprio sulla parete in alto sbucano, aggrappate alla roccia, le infiorescenze assurte a simbolo del Parco Nazionale: la rarissima “Primula Palinuri”. Sui terrazzamenti che coronano la baia si alterna una vegetazione che va dalla macchia arida e aromatica – formata da agavi, cisti, corbezzoli, ginestre, lentischi, mirti e fichi d’india – agli estesi uliveti con frequenti alternanze della presenza della pianta di carrubo, mentre proprio al centro della baia s’aprono incantevoli fondali marini che rispecchiano crinali montuosi protesi verso il mare. (di ©Andrea Perciato)