“SENTIERO degli DEI” (Costa d’Amalfi, Italy), vagabondare in Paradiso alla ricerca del “tralcio perduto”

Un continuo camminare attraverso tutte le tonalità del blu fa da cornice al sentiero che serpeggia attraverso un autentico paradiso fatto di mare, di roccia, di macchia, di cielo… di verticale! Qui da millenni una vite attecchisce sospesa tra i vuoti e le pietre dei terrazzamenti ed è uno tra i vini più pregiati (ricercati e introvabile) della costa. Questo percorso stupisce per il paesaggio costiero ove la dorsale dei monti Lattari scivola e sprofonda nell’azzurro del mare verso l’isola di Capri. L’incredibile itinerario racconta millenni di storia, e ancora oggi è vivo (tra miti e leggende) nell’animo della gente che lo abita. Ricco di macchia mediterranea, di erbe spontanee aromatiche e piante (radici) officinali, tra cui il rosmarino, il timo, la salvia, la rucola, il lentisco e la mortella, il principale frutto che qui più si coltiva è quello della vite.

Si attraversano – superando numerosi saliscendi di terrazzamenti – i filari che producono un particolare tipo di uva detta Pede ‘e Palomma (piede di colomba) tipico vitigno della zona, dalla particolare forma del tralcio e dal color roseo che ne caratterizza la vite, rarissima da trovare. La radice di questo vitigno fu importata dai coloni Greci provenienti dalla penisola Calcidica durante l’invasione Dorica sulle coste elleniche, insieme con altre note specie di viti. Introdotte le prime colture di questa vite sulle pendici dell’Epomeo/Tifeo a Pithecusa (Ischia), ed essendo stata Positano una colonia di origini greche, il tralcio di questa fu probabilmente piantato a ridosso dei terreni, lungo i declivi terrazzati appositamente creati per favorire lo sviluppo e la produzione di questa vite, favorendo così quel gusto speciale che ne determina l’essenza e ne caratterizza la sostanza. Oggi questo vino così “speciale” viene prodotto in modiche quantità al solo, ed esclusivo, utilizzo delle tavole di chi lo lavora. Trovarlo in giro, o chiedendo di poterne acquistare una bottiglia è – praticamente – impossibile; e la vendita al pubblico è addirittura vietata! Ciò che oggi rimane di quel tralcio storico, di quel frutto, di quella essenza, viene “accoppiata” (fatta mescolare) con altre viti del luogo e ciò ne ha fatto perdere le tracce di chi, da secoli, ne ha avuto cura coltivandola col duro sacrificio di lavoro, pazienza e perseveranza.

Pinnacoli che sbucano dalla copiosa vegetazione, guglie di roccia calcarea e profonde gole si perdono in un vertiginoso verde, ponendosi subito all’attenzione dell’escursionista. Su entrambi i lati, appezzamenti di terreno sistemati a terrazzo accolgono – oltre ad agrumi, fichi, meleti e frutteti in genere – la vite favorendo così la principale fonte di reddito agricolo che qui avviene da secoli. Qui da sempre terrazzamenti, abilmente realizzati da mani contadine e dai boscaioli, sono distribuiti su più livelli con muretti di contenimento in pietra calcarea a secco misti a malta e calce. Oggi, purtroppo, molti di questi, sono in un totale stato di abbandono e – non più curati come un tempo – sono anche fonte di pericolo causati dagli agenti atmosferici, dal passaggio degli animali che qui pascolano liberamente e dalla continua (ed eccessiva!) presenza antropica con il passaggio quotidiano di centinaia di turisti (escursionisti?) giunti da ogni dove che hanno inevitabilmente alterato lo stato originario dei luoghi, rendendo quasi impraticabile alcuni tratti dello stesso.

Avendo avuto la fortuna di conoscere e frequentare questo sentiero già fin dal 1985 le persone che si incrociavano lungo esso erano principalmente gente del posto che quassù lavorava i propri appezzamenti di terreno con l’ausilio di muli o cavali quali unici (e possibili) “mezzi” di trasporto; dialogando con loro si ha avuto la possibilità di raccogliere, direttamente dalla propria voce, le testimonianze su come veniva “vissuto” questo sentiero e di come si trascorreva una giornata lavorativa lungo esso; ricordi di un tempo ed atmosfere bucoliche che rendono ancor più leggendario il sentiero. Questo sentiero, fin dall’antichità assolveva a un importante ruolo di collegamento; vi si svolgevano, infatti, intensi traffici commerciali via terra tra i villaggi distribuiti lungo la costa (Positano, colonia ellenica) e gli insediamenti dell’entroterra (l’altopiano di Agerola, di origini romane). Unica via terrestre sul versante meridionale dei monti Lattari, tra l’aspro litorale costiero e i dolci declivi dell’interno, permetteva il transito e lo scambio di mercanzie come: crusca, carbone, latte, spezie, legname, tessuti, pietre preziose, ceramiche, vini e oli.

Diversi esempi di quell’architettura tipica della fascia costiera che s’affaccia lungo le sponde del Mediterraneo, con sicuri richiami al mondo arabo, sono – ciò che ancora è ben visibile – i ruderi di antiche case distribuiti lungo tutto il percorso; oggi, molte di queste, laddove è stato possibile ripristinarne le strutture, vengono ancora utilizzate come ricovero per animali (stalle) oppure come depositi per attrezzature occorrenti alle lavorazioni dei terreni. Uno tra gli aspetti “curiosi” di questo Sentiero degli Dei (e che a molti sfugge!) è che esso – a differenza di come dovrebbe essere per tutti i sentieri di montagna che partono dal basso e ascendono alle quote più alte – parte da una certa altitudine (Bomerano di Agerola, a 632 m) e scende di quota fino a raggiungere i 420 m della piazzetta del borgo di Nocelle, per poi proseguire fino a raggiungere Positano percorrendo una lunga discesa di oltre 1700 alzate tra rampe, scale e gradoni. Si continua a camminare in un ambiente sospeso tra guglie, profonde gole, dirupi e precipizi, quercete, grotte, felci, rovi, e ginestre ammirando un paesaggio che si protende verso l’immenso.

Diverse testimonianze storiche lasciano intuire come questi luoghi siano stati conosciuti, con molta probabilità, da alcuni dei più noti e famosi viaggiatori dell’epoca del Grand Tour (dal XVIII al XIX secolo) tra cui Goethe, Lenormant, Mendelsson, Wagner ed altri ancora che, visitandoli durante le loro peregrinazioni, ne hanno decantato le straordinarie bellezze paesaggistiche, naturalistiche e ambientali; ed è probabile che da questo incrocio di esperienze e testimonianze possa essere stato coniato l’appellativo “Sentiero degli Dei”, perché un luogo così, sulla terra, non ha paragoni se non in un mondo celeste (e ancestrale) come la dimora degli Dei. Ma il Sentiero degli Dei conserva anche le testimonianze di racconti e tradizioni popolari che, spesso, sfociano nella leggenda. Altre storie, tramandate di padre in figlio, narrano di come il sentiero sia stato utilizzato da briganti, malviventi e contrabbandieri che qui trovarono rifugio, nascondiglio e sicurezza per l’inaccessibilità del luogo da parte delle forze dell’ordine. Si narra infatti di persone dette i “Fatati” (taumaturgi dalle facoltà soprannaturali) tra cui vi era ‘U Magio (il mago) che – pur essendo analfabeta – conservava, su di un enorme libro, scritti di lieti eventi e nefasti presagi. Si racconta anche di una “scrofa” che, coi suoi sei piccoli, durante le notti di luna piena si trasformava in essere satanico incutendo paura ai malcapitati passanti che di qui transitavano.

È un passaggio questo, tra la costa e l’entroterra, che fin dall’antichità ha testimoniato, lungo tutto il suo percorso, quella cultura locale che tanto caratterizza questi luoghi: agreste, contadina e rurale, proprio a picco sul mare. Qui la gente, soprattutto gli anziani, vive e lavora in sintonia col paesaggio naturale: chi raccoglie frutta dai campi coltivati a terrazzo; chi trasporta sulle spalle nuove sementi da piantare; chi, a dorso di mulo o cavallo, raccoglie e trasporta fascine di legna; chi ancora trasporta  sulle spalle taniche d’alluminio contenenti latte fresco di capra appena munto, percorrendo due volte al giorno l’intero sentiero. Tutto ciò fa sembrare quasi come se il tempo non fosse mai trascorso. Un ritaglio di natura che ha vissuto fino ad oggi tra miti, realtà, storie e che è giunto integro fino ai nostri giorni con un patrimonio storico e culturale che ci invita a riscoprire da una parte le remote origini di quei nobili, fieri e liberi popoli marinari, mentre dall’altra evidenzia le radici della dura, paziente, ospitale ed orgogliosa gente di montagna. (di ©Andrea Perciato)

il “Sentiero di Merlino” (Cornovaglia, UK)… tra leggende e naufragi da Boscastle a Tintagel

Incastonato all’apice dell’unico fiordo che s’apre lungo la costa settentrionale della Cornovaglia, sorge questo caratteristico e pittoresco villaggio di pescatori di BOSCASTLE affacciato sull’oceano Atlantico. La parte superiore dell’abitato è circondata da bucolici paesaggi intrisi di tutte le sfumature del verde; baite, piccole farm, intensi pascoli ed un porto naturale in cui le maree giocano con le piccole imbarcazioni. Qui, nell’estate del 2004 un violento alluvione distrusse molte abitazioni, causando danni sia a persone, a beni mobili e immobiliari; le acque del torrente Valency, dopo 4 lunghe ore di incessanti acquazzoni, si ingrossarono e strariparono invadendo le case del borgo. La piena attraversò le strade del villaggio travolgendo almeno 50 automobili (si contarono 15 dispersi) e oltre un centinaio furono evacuate grazie all’intervento degli elicotteri.

Il pittoresco borgo si sviluppa intorno al porticciolo a margine di una grossa fenditura tra le scogliere, e le sue graziose abitazioni rendono la località davvero molto bella, con coloratissimi negozietti e localini ove è possibile gustare la tipica english breakfast, superando i pittoreschi ponti che attraversano il torrente che va a sfociare nel vicino molo; pochi minuti per respirare la brezza oceanica e godere del libero volteggiare dei gabbiani che l’itinerario comincia portandosi in alto lungo la scogliera da cui si ammira, dall’alto dell’ingresso del fiordo, il dondolio delle barche che – a seconda delle maree – cambia intensità.

Appena imboccati il tracciato del SW Coast Path, si prosegue verso SW; sul vicino promontorio troneggia il bianco edificio della Coastwatch Station (NCI) di Boscastle. Camminare sull’orlo di impressionanti scogliere non ha prezzo; cale nascoste, rupi a picco che precipitano nel profondo azzurro, scogli e isolotti su cui spumeggiano le onde oceaniche, promontori erbosi che scivolano tra le rocce sospese nel vuoto, piccole spiagge inaccessibili e valli nascoste. Un piacevole saliscendi, tra campi e prati verdi ove pascolano liberamente le tipiche pecore britanniche che brucano l’erba intrisa dell’aria salmastra del mare, numerosi steccati e cancelli da superare e accompagnati dalle refole dei veti oceanici, ci porta in vista del poderoso Camelot Castle che altro non è un albergo.

Aggirando il margine della scogliera si giunge in vista del leggendario promontorio di TINTAGEL, ove storia e leggenda si rincorrono da secoli. Fermandosi un attimo a riprender fiato, scegliendo il tempo giusto per una inquadratura e respirando l’intensità dell’oceano, si possono ammirare – quasi toccandole con mano – i resti in muratura della leggendaria residenza “arturiana” dove secondo la tradizione fu concepito il leggendario re britannico. Anticamente il luogo fu una comunità portuale multiculturale di un certo rilievo e i ritrovamenti di reperti (calici e coppe provenienti dall’attuale Turchia) sembrano confermare che Tintagel era una base (porto commerciale) lungo le rotte di navigazione atlantica dell’antico continente.

Ritenuta la sede del Re di Cornovaglia, dopo la caduta dell’Impero romano d’occidente, nella Britannia post romana persisteva una buona alfabetizzazione. Come narra la leggenda fu questo il luogo dove il sovrano fu concepito grazie a un sortilegio del Mago Merlino, che permise ad Uther Pendragon di sedurre sua madre. L’atmosfera che aleggia su queste rupi in ardesia che – come giganteschi artigli di draghi o demoni – affondano nelle onde, è davvero unica. È come essere proiettati indietro in un tempo lontano e poter immaginare, come un improvviso materializzarsi di dame, cavalieri, combattimenti a cavallo, giostre, lance e spade vibranti, le numerose favole di cui sono intrise ogni pietra di questo luogo e dove si resta estasiati dagli splendidi panorami che si possono ammirare dalle scogliere, da cui si ergono un crogiuolo di ruderi, secondo alcuni studiosi di origine celtica, secondo altri archeologi di chiara impronta romana.

Purtroppo sono possibili aggirare soltanto le perimetrazioni meridionali della prima rupe, collegata alla seconda tramite una vertiginosa rampa di scale ed un ponte sospeso nel vuoto, poiché per alcuni crolli di placche d’ardesia avvenuti di recente e la permanenza di cantieri e impalcature, allo stato attuale la zona è stata preclusa il transito di pedoni e alle visite per il ripristino dello stato attuale dei luoghi antecedenti la frana. Ciò non toglie il piacere di proseguire lungo il sentiero principale inerpicandosi su per la scogliera che aggira la sommità del castello; su per gradoni lastricati in ardesia ove lo stridere dei gabbiani accompagna lo sguardo sulla impressionante vista della baia, ove laggiù in fondo, il rombo tonante dei flutti oceanici che si infrangono sulla scogliera, restituiscono gli echi di un luogo che incute timore.

Laggiù in fondo, verso la spiaggia ai piedi del castello, una piccola cascata si getta dalla scogliera ove sono presenti diverse grotte e anfratti tra cui la Merlin’s Cave (Caverna di Merlino) in cui si dice che l’antico mago praticava le sue scienze occulte e che rifugiò il piccolo Artù proteggendolo dalla vista dei suoi nemici; accostandosi all’ingresso si ha la sensazione che lo spirito “arturiano” cammini ancora al suo interno, e che a volte si possa addirittura sentire la sua voce che bisbiglia formule magiche e antichi rituali alchemici!

Lasciati alle spalle l’atmosfera dei Cavalieri della Tavola Rotonda, in poche decine di minuti si raggiunge la singolare chiesa di matrice normanna dedicata al culto di Santa Materiana; al suo interno una bella navata con struttura in legno che sorregge lastre di ardesia, fonti battesimali, lapidi, cappelle nascoste, sedie e leggii in legno di pregiato valore artistico e storico, resti di una balaustra d’epoca romana e – con nostra grande meraviglia – in una teca è custodito un salvagente bianco con su scritto il nome di una nave e la località da cui essa proviene: “IOTA”, Napoli…!

Si immagini ora la sorpresa di veder scritto il nome di una grande città italiana come Napoli ad oltre 3000 km di distanza; e subito cominciano a ronzare per la testa una serie di domande sul perché quel salvagente si trova qui…? Perché è chiuso in quella teca di vetro e posto all’interno di un’antichissima chiesa sulle sponde dell’oceano Atlantico…? A questi interrogativi troviamo subito una risposta nell’adiacente cimitero locale che, nel corso del tempo, accoglie da sempre le spoglie di tutti gli abitanti di Tintagel. Proprio all’ingresso del camposanto, un altro salvagente sempre bianco (lo stesso, ma con sfilacciature bardate color arancio), incastrato su una croce in legno (ricavata da ciò che rimase del naufragio), reca sul bordo così scritto: “IOTA 1893 NAPOLI – CATANESE DOMENICO AGE 14”

Ora, dopo la sorpresa e le prevedibili emozioni nel leggere tutto ciò, chiedendo qualche informazione in giro veniamo subito a ricevere le risposte ai nostri interrogativi fatti finora, nel ricostruire la breve storia del tutto. Oltre un secolo fa avvenne che… “una nave, la “Iota” (classe brigantino a “palo”), costruita/armata nei cantieri di Bideford UK e censita negli elenchi navali di Procida (NA), proveniente dalla Sicilia trasportava 900 tonnellate di zolfo destinate a Bristol. Svuotate le stive ripartiva da Swansea il 19 dicembre 1893 con un carico di 1000 tonnellate di carbone destinato a Castellammare di Stabia. Fuori dai porti sicuri il bastimento incontrò violente tempeste di vento in balia di un forte moto ondoso. Verso mezzogiorno del 20 dicembre del 1893 costeggiava le coste settentrionali della Cornovaglia ma, colta da una incredibile tempesta oceanica con onde alte decine di metri, la stessa – dopo aver rotto i motori, le vele ed altri pezzi che ne governavano la rotta – che iniziava pericolosamente a “scarrocciare”, flagellata dal vento fu costretta a fracassarsi sulle ripide scogliere di Great Lye Rock, un gigantesco faraglione spaccato a metà nei pressi di Tintagel catapultando, tra i marosi e le rocce, gran parte del suo equipaggio.

La popolazione di Tintagel si trovò ad assistere attonita e impotente, dalle alture circostanti, ai disperati tentativi dell’equipaggio di lasciare la nave e aggrapparsi alle rocce. Nel soccorrere gli scampati, riuscirono a trarre in salvo quasi tutti gli uomini (molti riportarono gravi ferite!) della nave, tranne un disperso ed il giovane mozzo Domenico (detto Minicucciu) il cui corpo fu recuperato – con non poche difficoltà – il giorno dopo incastrato tra gli scogli. Il corpo dello sfortunato Domenico, dopo solenni funerali, come se fosse un membro di quella comunità, fu sepolto nel ventoso cimitero della locale chiesa parrocchiale di Santa Materiana in Tintagel; il colore rosso dei suoi capelli lo accomunava a molti ragazzi di quel villaggio.

Da allora le spoglie di questo giovane marinaio siciliano giacciono nel locale cimitero e da quei giorni fino a tutt’oggi, la gente del luogo si è avvicendata nella cura e nel mantenimento (con pulizia e cambio dei fiori) della tomba di questo sfortunato ragazzo perito tra i flutti di Tintagel. L’itinerario termina tra i pascoli, i prati, le case e le viuzze di Tintagel che spicca per il suo antichissimo edificio postale (ora patrimonio nazionale), la sua chiesa e le decine di negozi di souvenir e prodotti tipici della Cornovaglia. (di ©Andrea Perciato)

VALLO di DIANO (SA, Italy)… tra BASILICHE e CERTOSE alla scoperta del “bello”

Rimanere estasiati, letteralmente travolti da un insolito fascino, dal grande mistero e dall’intensa monumentalità di così tanta bellezza (storica, artistica, archeologica, religiosa…), tutta concentrata in un sol luogo e a poche centinaia di metri di distanza, è davvero un qualcosa di incredibile e, difficilmente, riscontrabile altrove.

Dopo che i Romani operarono la bonifica del Vallo, regolando le “chiuse” di Polla, trasformarono lo stagno del Tanagro in un letto fluviale dalla normale portata. Caduto l’Impero il Vallo segnò un graduale spopolamento e ritornò, nuovamente, a formarsi la palude. Esistevano, in quell’epoca senza precisi riferimenti storici, nel cuore del Vallo importanti tracce e testimonianze storiche e artistiche intrise soprattutto di fede e di alta spiritualità. Ma anche l’avanzato stato di civiltà comincio a rendere conosciuta questa parte di territorio tra Campania e Lucania. Alcune testimonianze scritte del VI secolo d.C. riportano che qui – durante la festa dedicata a San Cipriano – aveva luogo, presso la sorgiva di una fonte ritenuta miracolosa, una importante fiera che si svolgeva ogni anno, un evento festaiolo che contemplava lo scambio di beni commerciali di varia natura, la vendita di pellame e manufatti artigianali, nonché la vendita di animali.

La località era conosciuta come Marcellianum, casale situato a margine della romana Cosilinum; ed è proprio l’origine da cui trae il nome – quello di un Papa – che qui viene istituita una diocesi con l’edificazione di questo particolare edificio sacro che diviene, ben presto, uno tra i principali luoghi di culto e pellegrinaggio, sulle rotte terrestri da nord a sud e dal mare, verso l’intero: il singolare BATTISTERO di San GIOVANNI in FONTE, unico esempio in Italia di un impianto religioso cosiddetto “ad immersione” (risalente al V-VI secolo). Esso fu eretto per volere del Pontefice Marcello I, e la sua straordinaria edificazione avvenne in luogo di una preesistente fonte ritenuta miracolosa; le sue acque attraversano le fonda-menta del complesso tra archi, volte e possenti mura, secondo un preciso e ingegnoso sistema di canalizzazione la cui portata, come da secoli tramanda la leggenda, aumenterebbe (se non, addirittura, salire di livello) durante le celebrazioni della Passione del Sabato “Santo”. Intorno all’anno 1000 questo luogo di culto non fu più “funzionale” al rito del battesimo.

Proprio qui, alle falde delle alture orientali del Vallo, nei pressi della Certosa, tra il complesso monumentale ed il Battistero paleocristiano di S. Giovanni in Fonte, c’era una Statio romana che, subito abbandonata, durante il medioevo divenne un riferimento per la sosta dei carriaggi e il riposo di uomini e animali, dopo che questi sopportavano le dure fatiche e i rischi della traversata del Vallo per condurre le loro mercanzie nelle impervie terre del Brutium, lungo i porti marini della costa ionica. Comparve la malaria e i contadini cominciarono ad abbandonare i casali nelle campagne e i villaggi sparsi nella pianura del Diano. Allora il conte Tommaso Sanseverino di Marsico pensò bene di chiamare a sé i monaci certosini affinché provvedessero a riorganizzare la bonifica delle terre incolte e ad offrire a questi la possibilità di poter ricominciare, con una prima sistemazione del riassetto territoriale, gettando le basi per edificare quella che diverrà poi la Certosa, edificio religioso tra i più grandi in Italia.

La monumentale CERTOSA dedita al culto di San Lorenzo, fu realizzata seguendo il modello di quella di Trisulti (sui monti Ernici, nel frusinate) il cui primo Soprintendente fu Padre Michele da Trisulti. La Certosa seguiva fedelmente la “Regola dell’Ordine”, quella di San Lorenzo, con gran spiegamento di spazi, vuoti, pieni, ombre e luci. Gli ambienti vennero suddivisi da una netta distinzione tra funzioni esterne e luoghi destinati all’isolamento, alla contemplazione e alla preghiera tra fratelli conversi, che si occupavano della condizione di questa grande “macchina conventuale” e padri certosini, che vivevano in un più rigoroso isolamento nelle loro celle riunendosi solo per le preghiere comuni, o durante particolari momenti di fede. Tra le attività che esercitavano i religiosi all’interno del sacro edificio, una di queste era quella della raccolta del latte fresco.

Pochi decenni dopo la costruzione i monaci avevano stretto rapporti di collaborazione con le popolazioni della zona e in particolare coi bovari e i pastori che pascolavano sugli altipiani dei vicini monti della Maddalena. I verdi prati di Mandrano offrivano ottimo cibo per mandrie e greggi che quassù pascolavano per lunghi periodi l’anno. I monaci avevano bisogno di latte sempre fresco, però le difficoltà di approvvigionamento iniziarono quando il prodotto doveva essere trasportato giù a valle, poiché non c’erano sentieri abbastanza frequentati per consentire un facile trasporto del nutriente liquido. Questi, allora, pensarono bene di far realizzare da alcune maestranze locali un ingegnoso sistema per incanalare, con pietre levigate e cocci squadrati, il prodotto appena raccolto in maniera tale che, dagli altipiani il latte, seguendo le direttrici della pendenza che scorreva sfruttando gli alvei prosciugati di ruscelli e torrenti, poteva riversarsi attraverso questa canalizzazione, direttamente nelle cucine e nei depositi della Certosa.

Oggi, di questo sistema d’ingegneria idraulica non resta più alcuna traccia; solo qualche anziano pastore riesce ancora a ricordarsi di quando i padri dei loro padri raccontavano di come i monaci ricevevano direttamente il latte in Certosa senza che il prezioso liquido fosse sottoposto a difficoltosi spostamenti. Nel 1535 il complesso conventuale venne visitato da Re Carlo V d’Aragona nel suo viaggio di ritorno da Reggio verso Napoli. Si racconta che nelle cucine in suo onore fu preparata dai monaci della Certosa una enorme frittata utilizzando oltre 1000 uova, pietanza così passata alla storia dell’arte culinaria. Nel ‘600, la Certosa ebbe il suo periodo di massimo splendore. Protetta dai Papi, visitata dai Reali e occupata dai Francesi (con oltre 20.000 soldati) all’inizio dell’800, fu purtroppo depredata di molti dei suoi tesori (oggi presenti al Louvre di Parigi).

Dichiarata Monumento Nazionale nel 1882, ha visto l’incuria e l’indifferenza umana abbattersi sulle sue ricchezze peggio di un maglio. Durante le ultime due guerre mondiali fu utilizzata come campo di concentramento ospitando 30.000 prigionieri. La Certosa in cifre presenta: 52.000 mq d’estensione (12.000 solo per il Chiostro Grande); il portico è sorretto da 84 pilastri; 1200 m di porticato sono sorretti da 300 archi; 41 fontane e 600 stanze… tutto ciò basta a rendere l’idea di questo immenso monumento d’arte e architettura. La Certosa ha la singolare pianta a forma di graticola; in onore del martire San Lorenzo, a cui l’ordine monastico si riferisce: al suo interno sono conservati pregevolissimi legni intarsiati in madreperla, stucchi barocchi della tesoreria e l’affascinante “mistero” della scala a chiocciola con gli scalini di marmo incastrati direttamente nella parete, senza punti d’appoggio. Al suo interno oggi vi è anche un’area dedicata al Museo Archeologico della Lucania. Nel cortile antistante, uscendo dal sacro edificio, fuori in alto a sinistra, si staglia il grappolo di case dell’abitato di Padula; ma questa… è un’altra storia! (di ©Andrea Perciato)

John O’Goates Cape (SCOTLAND). In cima all’UK, sulle scogliere di Duncansby Head

Lungo un orizzonte verde smeraldo che si protende verso il Mare del Nord, si giunge fino alle basse e grigie case della città di Thurso, la più settentrionale della Gran Bretagna; abitazioni che compaiono improvvisamente dal nulla in mezzo ad un paesaggio solitario, spazzato solo da venti gelidi provenienti da nord. Un breve tratto ancora e si raggiunge il vicino Capo di Duncansby Head e le spettacolari scogliere di John o’Groats, piccolo villaggio posto all’estremo NE della Gran Bretagna nonché punto d’imbarco per le vicine (appena 13 miglia) isole Orcadi.

Per raggiungere il Faro di Duncansby Head è possibile prendere il sentiero che dal villaggio di John O’Groat conduce fino a qui. Il percorso parte dal piccolo paese percorrendo una lunghezza totale di 8 km per circa tre ore di cammino. Il luogo è considerato erroneamente il punto più a settentrione del Regno Unito, ed è la principale base del turismo verso le isole Orcadi. Dal suo faro si gode di una vista spettacolare sulle isole, tanto vicine che se ne vedono le ripide coste e sull’estensione illimitata d’erba dove gli unici abitanti sono le centinaia di pecore che pascolano tranquille e pacifiche in questo paradiso nordico; da qui – durante i gelidi inverni ove il tratto di mare che separa la costa dalle isole si ghiaccia – è possibile coprire la distanza che divide le due coste, con una slitta trainata dai cani.

Dal Faro, scendiamo lungo un dolce pendio coperto dalla torbiera e da prati verdi sferzati dal vento attraverso un paesaggio bucolico e seguiamo un sentiero che costeggia la scogliera, scorrendo lungo i saliscendi e le profonde e strette spaccature che s’aprono da essa sul mare. Poco alla volta mentre si superano cigli esposti, profili erbosi, pecore “marchiate” di colori che brucano l’erba – in precario equilibrio – sull’orlo di incredibili precipizi, avvicinandoci poco alla volta, si iniziano a scrutare da lontano, gli enormi faraglioni di Duncansby Stacksche, qui meglio conosciuti come “stacks”, enormi guglie rocciose che diventano sempre più spettacolari emergendo dal mare in tempesta come dei giganteschi coni di roccia scura, umida, ricoperta in buona parte dal muschio; un paesaggio che genera terrificanti sensazioni di mondi lontani (di pianeti lontani), fuori dal tempo e non di natura terrestre; qui sembra davvero di aver raggiunto il confine estremo del mondo!

I due stacks sono composti in roccia arenaria rossa, di sicura origine vulcanica e la loro geometria, la loro imponenza e la loro maestosità lasciano sicuramente estasiati di fronte a così tanta crudele e selvaggia bellezza. Durante l’escursione sull’orlo della scogliera, gli uccelli marini che nidificano negli anfratti delle impervie scogliere ci tengono compagnia svolazzando sopra le nostre teste e gracchiano osservando, incuriositi, i colori sgargianti delle nostre giacche a vento. Sulla scogliera il vento soffia con forza; le nuvole basse compaiono per dissolversi qualche istante dopo.

Come sempre il Regno Unito non stanca mai di meravigliare, come spesso accade in questo estremo angolo di terra caledone, anche questa volta la natura continua letteralmente a stupirci regalando, a chi transita lungo queste impetuose scogliere, vedute panoramiche caratterizzate da una inaudita bellezza con le immagini di orizzonti in cui si riflette una natura primordiale che si rifà alle origini del pianeta Terra e che difficilmente si riesce a vedere altrove; emozioni che difficilmente si dimenticano! (di ©Andrea Perciato)

Perchè ASSISI…? Perchè San FRANCESCO…? Da Assisi a Santa Maria degli Angeli e Porziuncola

Giungere ad Assisi, come per altri “luoghi” o particolari “posti” nel mondo (Santiago, Lourdes, Fatima, Gerusalemme, San Pietro…), ove raccoglimento e pensieri incrociano le stesse vibranti sensazioni, che tu sia ateo, buddista, cattolico, ebreo, islamico, ortodosso non conta… qui, ad Assisi, sei parte integrante di un progetto divino chiamato “Creato”.

I panorami della valle Umbra offrono orizzonti davvero incredibili; una sky-line che – soprattutto durante i tramonti – restituiscono profili e volti molto familiari a chi percorre queste contrade a piedi. Camminare dal tramonto all’alba, uscendo a notte fonda anche solo per andare a catturare – col “magico” occhio della fotocamera – gli angoli più suggestivi, poco conosciuti e inconsueti di questa città universalmente conosciuta come “ombelico della Pace”. Fin dalla notte inoltrata e così – tirando – fino all’alba, girovagando per i basoli e i lastricati della cittadina umbra, si fanno sempre più vicini gli echi dei rintocchi e il “canto” delle imponenti campane che ci avvertono che siamo nel “cuore” di quella ASSISI da sempre riconosciuta come capitale mondiale della “pace” e dell’amore. Nella città in cui Francesco ebbe i natali, al tramonto e con l’accendersi delle prime luci che restituiscono atmosfere lontane, le ombre si alternano lungo un percorso che si snoda attraverso le vie medievali, prima su Via Borgo Aretino per raggiungere la Basilica di Santa Chiara, luogo deputato a raccogliere le spoglie di quella “sorella” minore tanto amata dal Poverello e che insieme sposarono le “lodi del Creato”.

Si continua quindi su Corso Mazzini, poi in Piazza del Comune con la fontana e il Tempio della Minerva. Si prosegue infine su Via Portica, Via Fortini, via del Seminario e, quindi, su via San Francesco, per raggiungere la meta tanto ambita di questo peregrinare: la Tomba di San Francesco presso la Basilica Inferiore di San Francesco. Ma in fondo qual è il “vero” miracolo che San Francesco offre di vivere a chi si reca (anche se non credente e non prega) in pellegrinaggio sulla sua tomba? Quello di creare e contribuire a far nascere tante belle “famiglie di viandanti” che riescono a costituirsi lungo le piste, le strade e i sentieri percorrendo questo cammino in amicizia e fratellanza che conclude la sua apoteosi sulla spianata della Basilica. Nessuno può riuscire ad immaginare quale fascino offre questa cittadina umbra avvolta dalle ombre di “sorella” notte; tanti sono i luoghi legati alla vita terrena di San Francesco, alcuni sono veri e propri capolavori della storia dell’arte, altri – più umili – sembrano preservare la memoria del Poverello e testimoniarla ai posteri, comunque tutti da vedere, da vivere, da scoprire…

L’ultimo atto di un cammino che davvero lascia per sempre il suo segno è quello di compiere (e concludere) i chilometri finali che dividono la basilica di Francesco ad Assisi con la Basilica di Santa Maria degli Angeli, eretta per accogliere al suo interno la singolare cappella della Porziuncola. La monumentale Basilica di Santa Maria degli Angeli (ai piedi di Assisi, dista 4 km dal Santuario francescano) racchiude, protegge e custodisce la suggestiva cappella della Porziuncola, primo nucleo di convento francescano. L’enorme basilica, molto bella e con pregevoli affreschi, ha la particolarità di contenere al suo interno la chiesina della Porziuncola, affrescata dal Perugino. La chiesa venne costruita fra il 1565 ed il 1685, l’interno è volutamente semplice per far risaltare il suo tesoro più prezioso, la piccola chiesa della Porziuncola. Nel complesso si possono vedere la Cappella, dove il Santo compose il Cantico dei Cantici e dove morì il 3 ottobre 1226, ed il roseto luogo del famoso “miracolo” (ancora oggi il roseto fiorisce senza spine!).

La Porziuncola, una piccola chiesetta contenuta all’interno della Basilica, tra le cui mura San Francesco comprese la sua vocazione, accolse Santa Chiara insieme ai primi frati e ricevette il “Perdono di Assisi”. Legato a questa chiesa è appunto quest’ultimo (detto anche “Indulgenza della Porziuncola“), che inizia la mattina del primo giorno d’agosto e si conclude alla sera del giorno 2 agosto, giorni nei quali l’indulgenza, qui concessa tutti i giorni dell’anno, si estende alle chiese parrocchiali e francescane di tutto il mondo. E’ un particolare luogo sacro, ricco di intimità spirituale, bello, rasserenante e intenso; qui l’anima ritrova un benessere che deriva dalla fede, ed è qui che la stessa si rinnova viva e coinvolgente. Non si può restare indifferenti e non entrare al suo interno. È un luogo unico, che genera sensazioni di pace. Qui si avverte subito che c’è qualcosa di diverso, di fantastico, di unico, di intenso. Trovarsi al cospetto di questa cappella della Porziuncola, dall’aspetto semplice, quasi spoglia di elementi che la identificano come tale, è una emozione infinita; una piccola cappella dentro a una chiesa maestosa.

Bellissima nella sua unicità. Al suo interno si percepisce con quanto amore San Francesco abbia risposto alla chiamata del suo innamoramento per offrire la sua anima al servizio di Dio. Da queste mura, apparentemente spoglie, Francesco è riuscito a testimoniare di quanti frutti abbia riempito il suo amore per l’umanità intera. La Porziuncola è un luogo di culto di significativa densità spirituale; come una porta terrena che apre una via verso il Cielo e che ha determinato il percorso compiuto di San Francesco e Santa Chiara, praticamente un profondo tuffo nel cuore dell’umanità. Se uno vuole un momento di raccoglimento e ritrovare se stesso, questo sacro luogo è l’ideale. La Porziuncola si trova all’interno della Basilica e, quando varchi la soglia, ti assale una grande emozione e non puoi fare a meno di inginocchiati e chiedere perdono al Signore.

La Porziuncola all’interno della Basilica è qualcosa di molto suggestivo; un luogo che genera una grande energia e che offre un’emozione fortissima, laddove tutto è iniziato. Qui davvero si respira un’aria mistica intorno alla figura di Francesco. Qui nel 1211 Chiara ricevette da Francesco il saio e sul pavimento della Cappella del Transito il 3 ottobre del 1226 “sorella morte” accolse a sé le spoglie del “Poverello” mentre i cieli tutti spalancarono le porte per accogliere il suo “spirito” a gloria perenne; qui l’estasi diviene l’emozione di un “dono” ed esalta l’ascesa al cielo dell’animo di Francesco! PAX ET BONUM a tutti Voi e al mondo intero! (di ©Andrea Perciato)

BUCCINO (valle del Tanagro, SA): tra la città del Sopra e quella del Sotto… “parlano solo le pietre”!

Vista da lontano BUCCINO sembra essere un grappolo di pietre che estende i suoi tralci a ridosso del crinale. Conosciuta in antichità come Ager Volceianus, il centro fungeva da cerniera tra le più importanti arterie del tempo: dal Valico di Compsa (sullo spatiacque appenninico) al Campus Athinate (nel Vallo di Diano); dalla piana di Paestum a Potentia. Una bretella attraversava il borgo, da Porta Consina, verso ponente, costeggiava il lato meridionale dell’ex bacino lacustre di Palo (Palomonte) ponendo l’abitato come una città di frontiera in rapporto ai territori della vicina Lucania e che univa i centri dell’alta Valle del Sele con quelli della Valle del Tanagro.

Buccino affascina per i suoi tesori fatti di strade lastricate, porte, edifici monumentali, stretti vicoli acciottolati, eleganti portali in pietra; un borgo medioevale in luogo del preesistente tessuto urbano di matrice lucana e romana. La città sotterranea nascosta nelle viscere della terra, è – sicuramente – questa la “duplice anima” di Buccino; un intricato labirinto fatto di templi, pavimenti mosaicati, cinte murarie, necropoli, botteghe, edifici termali, taverne e quant’altro. Il borgo volceiano, è uno scrigno di straordinarie bellezze storico, artistiche e architettoniche che caratterizzano l’intero impianto urbanistico del centro antico.

Superati il Convento degli Eremitani di S. Agostino (del 1467) e la chiesa di S. Antonio, s’imbocca Via Roma fino a portarsi al Palazzo Ducale. Qui, lungo Via Portella si aggira la chiesa di S. Maria Solidictae e, superando Piazza IV Novembre, si raggiunge la singolare Porta Consina. Imboccati Via Roma si passa accanto al Palazzo Forcella e poi nella zona delle antiche Tabernae romane fino alla Piazza Amendola (antica area del Foro) dalla caratteristica pavimentazione selciata con un intreccio di basoli squadrati. Da qui, verso la Chiesa Madre, si attraversa ciò che resta di un’antica strada romana nelle cui vicinanze, al lato opposto della chiesa, vi è il bellissimo pavimento mosaicato (IV sec. a.C.-VII sec. d.C.).

Su Via Roma si scende verso levante superando l’Antiquarium (che accoglie reperti archeologici ritrovati in zona) sulla destra, e il Palazzo Del Plato sulla sinistra, fino a giungere alla chiesa di S. Nicola dal particolare Campanile su tre ordini eretto con il riutilizzo di materiale lapideo proveniente dalle mura, dai templi e dalle colonne. Presso Porta S. Mauro si volge a settentrione superando il Palazzo Torella fino a risalire e portarsi in prossimità del Castello Imperiali (IV sec. a.C.), da cui si possono ammirare splendidi panorami su tutto il circondario. Dal Castrum si giunge a Via Egito transitando accanto ai resti delle mura lucane e, per il caratteristico complesso rupestre, si raggiunge Via Roma fino a concludere questo giro nuovamente nei pressi del Palazzo Ducale.

Un girovagare tra vicoli in ombra e pietre che “profumano” d’antico che si rincorre e si sovrappone tra pieni e vuoti, tra sprazzi di luce e labili penombre, tra cortili nascosti e singolari scorci paesaggistici. Tutto ciò contribuisce alla conoscenza di questa splendida cittadina che, tra fascino e mistero, è giunta intatta fino ad oggi come un autentico parco archeologico urbano, un’immensità di episodi storici qui concentrati tra i più interessanti del mondo antico. (di Andrea Perciato)

LITUANIA: “KRYŽIŲ KALNAS”, la Collina delle Croci… tra fascino, mistero, dolore e fede!

Avete mai provato ad immaginare oltre 400.000 croci tutte raccolte ed erette in un solo luogo? A mia memoria, neanche il Vaticano ne contiene così tante! Ai confini con la Lettonia si erge la Kryžių Kalnas, universalmente conosciuta come la “Collina delle Croci“, mistico luogo di pellegrinaggio all’aperto unico al mondo.

La Lituania, detta anche il “paese” delle croci, evidenzia la fede cristiana della popolazione pur avendo le proprie radici nelle tradizioni pagane. Fin da tempi immemori, le croci venivano intagliate nel legno di quercia (albero sacro ai pagani) o di abete, ed erano collocate ai margini delle strade, accanto alle fattorie, presso incroci o in prossimità di ponti. Oltre ad essere dedicate a defunti, la popolazione le erigeva anche per chiedere intercessioni, a protezione dei raccolti o dei familiari, o semplicemente per rendere gratitudine; la decorazione scultorea delle croci dipendeva appunto dal soggetto cui erano dedicate; tutte le croci che s’incontrano ai margini della strada, sembrano tante sentinelle ossequiose.

Narra la storia, che spesso sfocia nella leggenda, che qui – in questo luogo – la prima croce fu piantata nel Medioevo, in seguito alla distruzione per opera di Cavalieri Teutonici, di un avamposto difensivo lituano che si ergeva dalla collina. Quelle più vecchie risalgono al 1830 poste qui in memoria degli insorti uccisi durante la fallita rivolta contro le forze zariste. Un secondo gruppo di croci viene datato nel 1863 sempre in seguito al fallimento di una seconda insurrezione. In origine le croci venivano piantate solo sulla parte più elevata della collina, ma negli anni ’50 del XX secolo i Lituani di ritorno dai gulag siberiani, cominciarono ad erigere croci tutt’intorno per ricordare i propri cari che non hanno fatto più ritorno dall’esilio.

Questo simbolo cristiano, sotto l’egemonia del potere sovietico, assumeva anche valenza di rivendicazione dell’autonomia del paese. Nel 1961 i sovietici mandarono in zona decine di bulldozer per spianare la collina e dare fuoco a tutte le croci (quelle in legno furono bruciate, quelle in metallo si fusero), lasciando a pattugliare sul posto un presidio di soldati e polizia segreta. Ma le croci, comunque, riuscivano a comparire anche se per altre tre volte le autorità sovietiche intervennero drasticamente per demolirle. Quando ebbe termine il regime sovietico, le croci si moltiplicarono a vista d’occhio, tale da far sembrare quella collina una altura ricoperta da una foresta di sacralità, talmente sono così fitte le croci erette, tant’è che in molti cominciano anche ad occupare lo spazio adiacente le pendici della collinetta.

Giunti presso il villaggio di SILUVA, decido di continuare a piedi e da solo. Accompagnati da un sole che gioca a nascondino, la scenografia di ampi orizzonti, caratterizzati dalle fioriture della conza e dal grano, dalle macchie di abeti (rossi e bianchi) che s’intervallano alle betulle e da isolate querce che sembrano controllare tutto, fa da scenografia al camminare. Non ci sono sentieri, piste tracciate e percorsi segnalati, ci si orienta con carte e bussola ma, soprattutto con la direzione del sole; ogni tanto qualche gigantesco carro agricolo si ferma e vuole offrirci un passaggio ringrazio, ma l’attenzione è tutta volta a scoprire la bellezza e i significati di queste croci. Il fascino delle cicogne poi, si mostra in tutta la sua straordinaria bellezza e te le trovi ora appollaiate proprio sulle croci, ora volteggiare in eleganti piroette per poi vederle piombare al suolo alla ricerca di cibo (vermi, insetti e piccoli roditori).

Continuando per ampi orizzonti in cui non si determina, a vista d’occhio, la fine, il cammino ci porta fino ad un filare di gigantesche betulle che, ai margini di una stradina, indicano che la nostra meta è stata raggiunta. Da lontano, si scorge un brulicare di persone su una modesta altura e man mano che accorcio la distanza, riesco a vedere un gigantesco ammasso di croci che si erge su una specie di terrapieno. Uscendo da Siluva camminando per un filare di copiose betulle, compare – già ben visibile da lontano – un ammasso di croci che si erge su un terrapieno. Difficile poter raccontare, per chi non c’è mai stato, l’impressionante spettacolo, l’emozione e la sensazione che si prova avendo di fronte un qualcosa come 400.000 croci di tutte le fattezze e in qualsiasi forma. Riesce difficile non lasciarsi coinvolgere dalla commozione che coinvolge un pò tutti i visitatori di questo luogo; l’incredibile sta nell’essere testimoni diretti di un qualcosa di veramente impensabile; mai viste tante croci tutte insieme piantate in un solo luogo!

Qui le croci si presentano in varie forme, nelle più svariate misure e realizzate in tutti i tipi di materiali conosciuti ma su tutto prevale il legno le cui sculture sembrano monumentali rappresentazioni. Al centro della spianata ai piedi della collina, si erge la grande croce donata dal Papa Giovanni Paolo II che ricorda la sua venuta in pellegrinaggio nel 1993 benedicendo il sacro luogo ed erigendolo a culto e pellegrinaggio mondiale. Molte di queste croci ricordano propri cari defunti, altre sono – semplicemente – professioni di fede o ex voto; ben visibili sono anche le tradizionali sculture lignee di matrice lituana: i “koplytstulpis” ricoperte da piccole tettoie e dalle infinite raffigurazioni “rupintojelis” del Cristo Addolorato o “pensante“.

Barcamenandomi in questo intricato, ma bellissimo, labirinto di croci, superando lievi dislivelli su passerelle in legno, con passamani e gradini appositamente così sistemati da poter permettere a tutti di poter vivere le spettacolari sensazioni di attraversare questo “deserto di croci”, anche io non ho saputo resistere alla tentazione di piantare (e lasciare) qui, in questo luogo sacro all’aperto, un “pezzo” di me, della mia vita a memoria perenne di questo mio passaggio in terra lituana; qui, sicuramente… l’anima del mio caro papà, si sentirà meno sola! (di ©Andrea Perciato)

Montesantangelo (FG, Gargano) “Itinera Lonbobardorum” alla sacra grotta di San Michele

Onore al “Principe” delle armate celesti… “Santo Protettore” della Polizia di Stato ed auguri ai Michele, Gabriele, Arcangelo e Raffaele

Una veglia d’armi alla “Porta verso il Cielo”Pregare in solitudine al cospetto della Casa di DioQui, i Cavalieri si accostavano ai Sacramenti.Qui, ogni peccato veniva loro perdonato…!

La Montagna Sacra più venerata in tutto l’Occidente Cristiano da oltre 1500 anni, quella dell’Arcangelo che qui, a Monte Sant’Angelo, apparve nel 490, stabilendo la sua dimora e trasformando il Gargano in uno dei luoghi di culto e di pellegrinaggio più frequentati del Medioevo. Papi, Imperatori e Cavalieri hanno percorso chilometri per recare omaggio all’Arcangelo, incamminandosi lungo quell’antichissimo tratto conosciuto oggi come la Via Sacra Longobardorum. Bianche case le cui pareti narrano di storie lontane, di traffici commerciali e miscellanee culturali, in un ideale ponte sospeso dall’Africa all’Asia; mute pietre che hanno visto l’avvicendarsi di incursioni e saccheggi da parte di saraceni, normanni, francesi e iberici.

Avvicinandosi o dalle pianure del Tavoliere, o sbucando dalla Foresta Umbra, ecco comparire, dall’alto della sua dorsale calcarea, il bianco abitato di Monte Sant’Angelo, ultima meta di una traversata garganica. Comincia una lieve discesa che in breve porta a ridosso di alcune case adagiate proprio lungo la nazionale n. 528 ma, anziché guadagnare subito l’asfalto, prima di queste case, parte sulla destra una comoda pista che aggira dall’alto (e poi porta ad attraversare) il lungo Pianoro della Castagna evitando così l’asfalto. Il sentiero segue tutto lo sviluppo di questo pianoro lungo la sua destra orografica e termina sulla Statale, nei pressi di una croce. Seguendo ora la strada ancora per un chilometro e mezzo, si giunge all’incrocio con la Statale n. 272 che, proveniente da S. Giovanni Rotondo (dimora di Padre Pio), si apre proprio al centro della desertica Valle di Carbonara.

Un ultimo sforzo e si continua a camminare in direzione di Monte Sant’Angelo salendo lungo quel breve tratto finale di strada che ripercorre fedelmente la “Via Sacra Longobardorum”, l’antico cammino di pellegrinaggio che da San Severo, risalendo la Valle di Stignano, portava al Santuario e alla Grotta dedicata all’Arcangelo Michele, massimo luogo di culto dei cavalieri Crociati al tempo del ducato longobardo di Benevento. Raggiunti finalmente MONTE Sant’ANGELO si passa accanto alle possenti mura del Castello medioevale per poi scendere lungo una serie di gradinate in pietra che portano a sfiorare l’ex Convento dei Cappuccini fino a raggiungere la piazza centrale tutta alberata e panoramica. Immediatamente sotto la piazza riprendiamo il cammino che porta ad attraversare alcuni tra gli angoli più caratteristici del paese con le sue basse case tutte tinte in bianco, sistemate a schiera, che creano un fantastico labirinto in cui vanno ad intrecciarsi stretti vicoli ed archi rampanti.

L’interesse di tutto il paese ruota intorno al Santuario di S. Michele Arcangelo edificato sulla Grotta dell’Apparizione con la possente Torre campanaria ottagonale. Tra i devoti più celebri che sono giunti fin quassù in pellegrinaggio alla Grotta, si ricordano l’abate di Cluny Odone; il monaco francese Bernardo di Chiaravalle; sovrani e imperatori come Ottone III, Enrico II, Federico II di Svevia e Carlo d’Angiò; santi e beati come Guglielmo (da Montevergine), Francesco d’Assisi, Alfonso dei Liguori e Anselmo; e infine, numerosi pontefici tra cui Leone IX, Celestino V e Giovanni Paolo II. Come per i più importanti pellegrinaggi di tutti i tempi, anche quello al Gargano ha il proprio simbolo caratteristico; come la palma per Gerusalemme e la conchiglia per Santjago de Compostela, a Monte Sant’Angelo figurano i bastoni crociati con in cima i rametti di pino, detti “mazzareddi“.

Risalendo verso il centro del borgo si transita nei pressi del complesso monumentale di S. Pietro, ove è collocata la Tomba di Rotari (antico re Longobardo); più su, un ampio slargo offre un sicuro riparo dalla forte calura estiva; spazio, questo, in cui si affacciano diverse botteghe artigiane. Da qui parte una gradinata realizzata in pietra che va a sbucare ai piedi della Torre angioina (a sezione ottagonale); al lato sinistro della torre c’è un cancello che permette l’accesso nell’atrio in cui si apre la facciata della Basilica di S. Michele con un doppio portale gotico che poggia su un basamento scolpito a figure leonine nel cui frontone è posta una nicchia contenente la statua marmorea del Santo.

L’ingresso avviene attraverso il portale di destra e, come appena si varca l’uscio, si è subito proiettati in una incredibile ambientazione medioevale: una enorme scalinata (d’epoca angioina) scavata direttamente nella roccia scende precipitosamente verso il basso attraversando ambienti privi di luce, quasi bui, le cui pareti sono tutte affrescate con figure di Santi, mercanti e Cavalieri. Immagini, queste, che sono accompagnate da centinaia di frasi “incise” sulla viva pietra scritte in antichi linguaggi; remoti messaggi e citazioni (di saluti, di invocazioni, di preghiere) che ripercorrono un excursus storico emotivo/devozionale che si tramanda dall’alba del Cristianesimo all’epoca dei “lumi”, lettere e parole compiute affiancate spesso da incomprensibili incisioni raffiguranti le mani.

Più giù, compare sulla sinistra, un baldacchino trilobato con colonnine tortili contenente la statua in marmo di una Madonna i cui occhi neri sono di una straordinaria penetrazione espressiva. La lunga gradinata (86 scalini) termina in un atrio, nella parte interna del Santuario: a sinistra vi è l’ingresso al Museo e a destra si apre una piccola corte porticata sul cui ciglio scorre una loggetta; a destra e a sinistra, antichi sarcofagi contenenti le spoglie mortali di nobiluomini e prelati. Di fronte si para una gradinata formata da sei scalini semicircolari che immettono a un grande portale marmoreo di fattura romanica con due enormi ante bronzee (realizzate a Costantinopoli nel 1076).

E qui, prima di entrare nella grotta, ci viene (purtroppo!) imposto di non eseguire sia riprese fotografiche che video. Rispettiamo a malincuore questo divieto, ma più che altro per l’accortezza da noi mostrata nei riguardi di quei pellegrini e quei devoti giunti fin qui a pregare il Santo nella sua Sacra dimora; con la scaltrezza che caratterizza tutti coloro in cerca di conoscere, scoprire ed esplorare poi… si è riusciti benevolmente a “rubare” qualche scatto! Per il resto… qui di seguito lascio una breve descrizione su come appaiono gli ambienti interni alla grotta. Varcato l’ingresso, si para una enorme navata gotica divisa in tre campate e chiusa da una volta a crociera. A destra c’è l’altare di S. Francesco, giunto qui in pellegrinaggio nel 1216. Qualche passo ancora e sempre a destra si apre la “sacra” spelonca, una sinuosa caverna la cui volta rocciosa si presenta irregolare e a differenti livelli.

E così, osservando la Grotta da sinistra si riconoscono un primo altare (di S. Pietro); un secondo altare (del Crocifisso); un trono regale scolpito nel marmo; diverse statue e bassorilievi in pietra protette da teche trasparenti; un altare (con baldacchino) dedicato alla Madonna del Soccorso e, situato nel suo retro, una piccola insenatura nella roccia detta il Pozzetto nel cui interno, in una vaschetta, si raccoglie la “stilla”, il gocciolìo d’acqua che scende dalla roccia calcarea. Ecco, infine, il Sagrato che si presenta da sinistra con una Cattedra episcopale (dell’XI secolo) in marmo, finemente decorata e con lo schienale a cuspide; al centro, il Presbiterio con l’altare dell’Arcangelo e infine, al suo margine destro, una statua in pietra raffigurante il Santo martire Sebastiano.

Con la visita ai luoghi più interessanti della grotta di San Michele ha termine il mio  itinerario attraverso il Gargano in un’apoteosi di paesaggi incontaminati persi in un tempo senza fine, là dove natura e storia s’intrecciano in un misticismo che si rifà ad arcaiche tradizioni medioevali, in uno dei luoghi della cristianità mondiale ove, intimamente, sono riposti gli entusiasmi, le speranze, gli amori; strumenti, questi, che sono i cardini fondamentali di un cammino e di un’avventura vissuti profondamente attraverso questo sito garganico. Luogo in cui tutti cercano di leggere i “segni” qui lasciati da altri prima di noi, di comprendere le emozioni che ci portiamo dentro e che, probabilmente, tracciano quei particolari “sentieri” che conducono all’incontro più intimo e, forse, più vasto con il Creato. (di ©Andrea Perciato)

Val VENY (AO, la Valleè) al lago Miage, quando bellezza e colori si fondono con la maestosità!

Una tra le valli più belle della Val d’Aosta (la Velleè) che si estendono ai piedi del monte Bianco è, sicuramente, quella della Val Veny; una valle molto bella che restituisce un piacevole senso di pace per gli incredibili panorami che si possono ammirare ai piedi di questi giganti delle Alpi. La Val Veny è una delle due valli laterali di Courmayeur ed è quella con la natura più selvaggia ed aspra. Lo stesso corso d’acqua fluviale della Dora di Veny in alcuni tratti rispecchia le asperità del terreno (ghiaia e detriti) assumendo un regime torrentizio spesso anche a carattere precipitoso.

Muovendosi da Courmayer in meno di due ore di cammino sull’unica strada (inizialmente asfaltata), si attraversa questa valle caratterizzata da un paesaggio davvero molto bello laddove una natura – fortunatamente ancora – incontaminata restituisce emozioni e sensazioni dell’incredibile spettacolo dell’alta montagna tant’è, che in alcuni angoli, è possibile alzare lo sguardo e poter scorgere anche stambecchi e camosci che saltano lungo incredibili pendenze.

La val Veny è una vallata d’origine glaciale, così ricca di acque che vanno ad alimentare laghi e ruscelli e che mette in comunicazione l’Italia con la Francia. Essa orograficamente scorre ai piedi del settore occidentale del massiccio del monte Bianco svelandone il settore più aspro e, forse, più coreografico dovuto al susseguirsi di una fantastica sky-line che offre la visione di guglie, piramidi e pareti a picco, teatri di leggendarie ascese alpinistiche intervallate da maestosi ghiacciai.

Dopo circa 7 km di cammino, al termine naturale della vallata, presso il Pont Combal, s’apre una platea naturalistica degna dei migliori documentari della montagna e degli ambienti alpinistici; si giunge nei pressi di un bivio: a sinistra si prosegue in un’ampia vallata, in direzione del rifugio Elisabetta che, affacciandosi sul lago, si erge su un colle alla sinistra orografica della valle; mentre a destra, poco più oltre, si raggiunge – all’altezza di un lieve colle – la Cabane du Combal, sorta di piccolo rifugio a disposizione di tutti.

Dal bivio la pista a sinistra va aprendosi in un suggestivo scenario paesaggistico che non ha eguali e prosegue in direzione delle Pyramides Calcaires che chiudono – laggiù in fondo – la suggestiva distesa del lago del Combal (1957 m) con le sue acque multi-cromatiche dovute dallo scioglimento dei ghiacciai circostanti, dai riflessi del cielo che si rispecchia sulla superficie e dal limo che emerge dai suoi fondali. Quassù i colori della natura assumono una dimensione irreale, sono estremamente stupendi. Essi vanno dal verde ancora più intenso dei prati d’altura, al giallo e rosso degli alberi che già assumono un foliage quasi autunnale, fino al grigio delle doline moreniche e all’abbagliante bianco dei numerosi ghiacciai.

Dai pressi della “Cabane” la vista sembra quasi toccare (con la mano) l’immensa catena del monte Bianco. Da qui, seguendo le indicazioni con un’appropriata segnaletica, in 10/15 minuti circa il sentiero serpeggia tra gli ultimi esemplari di abeti, dalle radici ancora così ostinatamente attaccate alla roccia, e si comincia a salire lungo piccole, ma facili, tracce di sentieri fino a raggiungere gli specchi lacustri dei laghetti du Miage (2017 m) originati dallo scioglimento del ghiacciaio del Miage che scorre, a qualche decina di metri più in alto, sulle nostre teste.

Una singolare leggenda avvolge di fascino e mistero questo luogo. “Qui, in un tempo lontano, immemore da qualsiasi datazione, questi ambienti erano territori avvolti esclusivamente dalla meraviglia della natura; un luogo talmente così bello che le fate decisero di sceglierlo a propria dimora. Esaltando la bellezza di questi paesaggi, spesso le fate omaggiavano la natura eseguendo canti e balli. Nel tempo queste festose esternazioni cominciarono a risvegliare i demoni della montagna racchiusi nelle granitiche rocce del monte Bianco. Destati da così tanto festoso entusiasmo, queste armoniose esecuzioni di canti e balli cominciarono a piacere ai demoni; essi decisero dalle millenarie oscurità rocciose e di scendere giù per incontrare le fate chiedendo loro di ballare insieme su queste note. Ma le fate – impaurite – rifiutarono l’invito, un’azione che irritò molto i demoni tant’è che, ritirandosi nell’eterno livore al buio delle rocce, resero questo luogo e questi ambienti così spogli, aridi, privi di vita, ruvidi ed aspri…” Ecco allora perché oggi questi scenari si presentano così ardui e impegnativi da scoprire ed esplorare!   

Naturalmente la curiosità spinge oltre il nostro spirito esplorativo e si decide di superare gli ultimi (non difficili, ma…) particolari gradini e balze rocciose che consentono di guadagnare e raggiungere il profilo della destra orografica dell’immenso ghiacciaio del Miage, impressionante per il suo letto/fondo roccioso (determinato dalla morena) alimentato dai numerosi canali di deiezione detritici ed ultime lingue di ghiaccio che spiovono da entrambi i versanti del bacino morenico. Il Miage è più grande “ghiacciaio nero” delle Alpi Italiane; esso prende forma dal ghiacciaio di Bionnassay e, attraverso la sua lunga discesa, viene alimentato dal ghiacciaio del Dôme e dal ghiacciaio del Monte Bianco. La parte superiore del ghiacciaio è solcata da crepacci e serraccate mentre la parte inferiore è completamente ricoperta da detriti morenici. La cresta del Bianco si erge lassù, in alto, in direzione nord!

Qui, lungo le sponde del ghiacciaio del Miage, è possibile assistere al singolare fenomeno del distacco di piccoli iceberg dalla falesia di ghiaccio che entra in contatto con le acque. Nel 2009 in questo luogo, proprio lungo queste sponde, si sfiorò una tragedia. Praticamente una porzione – quasi una enorme parete – del ghiacciaio omonimo, improvvisamente sì staccò cadendo nelle acque del lago ove sostava una folla di turisti, alzando una gigantesca ondata alta più di due metri. Gli incauti visitatori del luogo, che – probabilmente – avevano scelto un punto d’osservazione troppo vicino e pericoloso, furono tutti travolti dall’onda e trascinati in acqua; incidente che – per fortuna – ebbe esito felice poiché si riportarono solo numerosi feriti subito dimessi. Raggiungere il bordo del ghiacciaio e poter vedere da vicino il fronte morenico del Miage è davvero una bella (e impegnativa) impresa escursionistica, ma il livello di prudenza da adottare non deve mai scendere la sua asticella al di sotto della soglia di attenzione! (di ©Andrea Perciato)

CANALE MONTERANO (Roma)… dagli Etruschi al Barocco un tuffo tra magia, mistero e storia

Compiere tanti km e qualche ora da Roma sono possibili scoprire e conoscere alcune tra le bellezze di quell’Italia “minore” spesso lontana dai circuiti più frequentati dal grande pubblico. A nord della capitale, tra i monti della Tolfa ed il lago di Bracciano si trovano le rovine dell’antica Monterano, uno dei più suggestivi luoghi della cosiddetta Maremma Laziale; una città perduta, un borgo fantasma che offre bellezze scenografiche d’altri tempi ove la curiosità e il senso di scoperta travalicano confini oltre l’immaginario…

Giunti a Canale Monterano (solo pochi anziani seduti davanti al locale bar) si lasciano le ultime case del paese e si procede in discesa in un paesaggio costellato da villette e piccole masserie fino a raggiungere e superare gli impianti sportivi. Raggiungere le rovine dell’antica Monterano è già di per sé un camminare con attenzione; seguendo un’appropriata cartellonistica (non sempre efficace!) si giunge all’ultima area di sosta prima di accedere nell’area. Qui un vecchio cancello in legno consente di entrare in questo luogo che sa di antico.

Si percorrono gli ultimi 800 metri e lo spettacolo di un posto fuori dal tempo compare in tutta la sua straordinaria bellezza per la presenza di un acquedotto d’epoca romana, che collega un versante della collina con le mura del borgo, e un fontanile con vasche posto sulla destra; alcune grotte dalle pareti con colori sgargianti (forse intrise dello zolfo che si mescola al calcare), testimoniano, già in epoche remote, la presenza etrusca in questa zona; nei pressi della fontana e delle vasche sono possibili scorgere numerose specie di anfibi e qualche serpente che stazionano in zona.

Si sale per un sentiero attraversando sotto gli archi dell’Acquedotto e si sfiorano le mura di contenimento del borgo fino a raggiungere il lato opposto del perimetro, proprio nei pressi della Porta Gradella, caratterizzata dalla presenza di una torre quadrata, che s’apre sulla sinistra. Si penetra in quel che resta del borgo attraverso la Via Gradella fino a sbucare nell’ampio spiazzo che s’apre alla base del Castello ove siamo – letteralmente – circondati dalla storia… e che storia!

Monterano poggia su un altopiano di tufo, sul quale la presenza umana è testimoniata fin dall’età preistorica grazie al rinvenimento di vari reperti dell’età della pietra. Più volte abbandonata nel corso dei secoli, visse nuovamente un momento di rilevanza storica in epoca alto-medioevale quando diventò capoluogo episcopale di una vasta diocesi che si estendeva dal lago di Bracciano ai monti della Tolfa. C’è una particolare essenza, quasi un’ispirazione, nell’aria che sembra avvolgere il borgo come fosse attraversato da uno scenario uscito direttamente da un film fantasy; sensazione che si avverte dal fantastico connubio tra il verde incontaminato della natura e le rovine del borgo; ciò che resta di una città fantasma che nei tempi antichi è stata popolata prima da genti etrusche e, successivamente, da popoli che vivevano del taglio della legna.

I ruderi di un Campanile, forse quello della Cattedrale, compaiono sulla destra, mentre invece a sinistra s’impenna – in tutta la sua maestosità – la facciata del Palazzo Baronale da cui spicca la fontana con la statua del Leone. Nella seconda metà del XVII sec. Monterano fu acquistata dai familiari di papa Clemente X Altieri, i quali, grazie a Gian Lorenzo Bernini, trasformarono l’abitato in una piccola capitale Barocca. La monumentale fontana, detta la “Capricciosissima“, fu realizzata dal Bernini sfruttando le fondamenta rocciose della struttura, collocando la statua del Leone sulla sommità della parete che raffigura l’atto di scuotere con una zampa la roccia per farne uscire l’acqua. Il Bernini, chiamato dalla famiglia che aveva oramai acquistato i feudi di Monterano, Oriolo e Veiano, ridisegnò la facciata del Palazzo Ducale, inserendo le due torri a pianta quadrata e rotonda collegate da una splendida loggia a sei arcate; ma il capolavoro si evidenzia – quando c’era la portata dell’acqua – per la Cascata del Leone.

L’architetto posò in opera un’idea tipica del suo pensiero di paesaggio, dove arte e natura si fondono, insieme, con armonia. Egli utilizzò le fondamenta rocciose del sito e costruì alla base della ripida parete una fontana splendidamente incastonata nello sfondo naturale. Sulla sommità della parete e sopra la fontana pose una statua raffigurante un leone nell’atto di scuotere con una zampa la roccia per farne uscire l’acqua: da qui lo zampillo scendeva nella vasca della fontana. Accanto vi sono i ruderi della Chiesa di San Rocco ed altri vari ambienti tutti facente parte del monumentale complesso del Castello/Palazzo Baronale.

Ma perché un borgo talmente così bello ed in favorevole posizione dominante ampie zone di territorio fu abbandonato…? L’abbandono di Monterano risale già dalla fine del ‘700, quando queste terre cominciarono ad essere devastate dalla malaria; furono luoghi di scontri, questi, tra i sostenitori del Papa e i giacobini francesi, protettori della Repubblica Romana. Tra le solitarie rovine del borgo molte sono le tracce di animali al pascolo, mentre le uniche forme viventi… qualche gatto; qui la fitta ed intricata vegetazione viene interrotta solo da ampie vallate dove pascolano – liberamente – greggi, bovini e cavalli. Qui vi sono sistemate, al fresco dell’ombra di grossi alberi, delle panchine ove poter riposare e ogni monumento è ampiamente spiegato con locandine pensili.

Ma le sorprese di Monterano non finiscono qui! Fuori dal borgo, c’è una spianata sul cui sfondo compare la monumentale facciata di una chiesa con una fontana in bella mostra davanti alla sua facciata. Di solito si scoprono borghi medioevali spesso sperduti, con poche case magari distribuite intorno alle rovine di un castello oppure di una chiesetta; ma una chiesa barocca (Convento di San Bonaventura) progettata sempre dal Bernini e la fontana “ottagonale” nella piazza antistante la facciata sembrano davvero così insolite, diverse da ciò che ci si aspetterebbe di trovare su una collina che si erge in mezzo ai boschi, rovine che sembrano davvero maestose e fuori dal tempo. In questa location furono girate alcune scene del “Marchese del Grillo” con Alberto Sordi. A completare la spettacolarità del luogo ci ha pensato anche la natura facendo crescere – nel corso degli ultimi 200 anni – un curioso albero di fico ormai secolare all’interno della chiesa abbandonata, ed un gelso altrettanto vecchio ed adagiato alla sinistra dell’edificio; di originale nella chiesa è rimasto solo il pavimento in cotto colorato.

Ritrovarsi ad osservare ogni angolo di questo posto, ogni suo orizzonte, ogni suo scorcio fin dove giunge lo sguardo le sensazioni si accavallano; da un lato il fascino di trovarsi vicino ad un luogo unico, ancestrale, misterioso e dall’altro viene da chiedersi come mai così tanta bellezza (non solo paesaggistica, naturalistica e ambientale) possa essere lasciata nell’incuria più totale e nel più assoluto abbandono…? Monterano e le sue rovine, valgono davvero la pena di essere visitate, ma non fugacemente; capire l’importanza e la bellezza di questo posto, credetemi… davvero non ha eguali! (di ©Andrea Perciato)