Trani (BAT, Puglia): quando il mare riflette solo… bellezza!

Si ritorna sempre molto volentieri in una terra che riesce ad offrire emozioni durante tutte le stagioni dell’anno; una terra dove arte, storia, natura, folklore, cultura e tradizioni s’intrecciano coi doni offerti da una terra e da un mare su cui prospettano antichi luoghi di culto in pietra bianco/rosea, in cui si ergono i monumentali castelli e dove sorgono le masserie fortificate le cui radici si fondono nelle memorie di un tempo passato e giungono da culture antichissime. Basta un weekend per andare alla conoscenza e alla scoperta di nuovi itinerari che ci conducono nell’antico cuore della “Terra dei Messapi”.

TRANI ci accoglie coi suoi splendidi gioielli fatti di arte, di natura e di paesaggi. Capitale del “romanico pugliese”, la sua gigantesca Cattedrale, dedita al culto di San Nicola “pellegrino” offre uno spettacolo di inaudita bellezza con la splendida mole che s’impenna dal profondo azzurro del mare Adriatico e si staglia oltre un orizzonte che si estende sempre di più verso infinito. L’incredibile spettacolo offerto al tramonto della sua monumentale facciata indorata dagli ultimi raggi del sole e illuminata da scenografiche luci, ci introduce alla conoscenza di questo tempio federiciano (XI secolo) con un terrazzo/pronao raggiunto da una gradinata in calcare bianco/rosato.

Il suo interno è distribuito su due distinti livelli: la cripta inferiore e la basilica superiore; un magnifico portale in bronzo si armonizza con figure zoomorfe che si alternano a rilievi dai motivi floreali mentre l’imponente Campanile completa quest’opera che ha fatto del romanico pugliese il suo gioiello più caratteristico. Ma Trani è bella anche per il suo singolare porto, le cui splendide acque riflettono (ed evidenziano), oltre alla monumentale Cattedrale, una caratteristica “promenade” in cui si alternano palazzi gentilizi e chiese di antichissime origini; le coloratissime imbarcazioni, poi, completano questo pittoresco scenario fatto di bianche pietre che si rispecchiano nell’azzurro del mare e del cielo. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

REYKJAVIK (Islanda), tra il 64° e il 66° latitude N, il fascino della capitale più a nord del mondo

L’Islanda è una terra (isola nel nord Atlantino) conosciuta in tutto il mondo soprattutto per la sua particolare natura: le sue aurore boreali, la lunga notte col sole all’orizzonte, le imponenti cascate, i possenti ghiacciai, gli splendidi altopiani dell’interno che si perdono oltre l’orizzonte e, ovviamente, i tantissimi (grandi e piccoli) vulcani. Di conseguenza, quando si giunge qui spesso si riserva alla capitale Reykjavik solo una fugace “toccata&fuga”. Mentre invece REYKJAVIK ha davvero tanto da offrire e da far vedere. Un concentrato di caratteristiche che vanno dall’indole vivace, cosmopolita a largo raggio, tranquilla in ogni suo angolo, coinvolgente e ironica quanto basta; qui tradizioni e modernità si alternano senza contrasti.

Un luogo pieno di sorprese che abbracciano un’ampia varietà di interessi. Vecchie case dai tetti colorati e le pareti di latta (stagno) che si alternano a nuove costruzioni che trasmettono – al tempo stesso – modernità e raffinatezza; strade di collina con edifici accostati spontaneamente vengono interrotte da ampi spazi verdi (parchi e giardini); luoghi tranquilli dove è possibile trascorrere momenti di relax in pace, sono facilmente raggiungibili a piedi dall’animato centro. La capitale riesce sempre ad offrire la sua duplice indole che va da una piccola comunità unita a una città che guarda al futuro. Oltre che con i suoi siti turistici e il suo naturale fascino, la città accoglie i visitatori con un’infinità di gallerie, musei, negozi e bar e le numerose attività (festival ed eventi) proposte dal vivo.

Reykjavik è la capitale più settentrionale del mondo; poterla visitare in un giorno è possibile. Questo perché le sue dimensioni urbanistiche sono ben più piccole della maggior parte delle capitali europee. Viverla a piedi, in cammino, è un viaggio che lascerà più di qualcosa dentro. Prospiciente alla baia Faxaflói, circondata da montagne, vulcani e isolette, essa non è come le altre capitali europee, coi palazzoni altissimi e super moderni, qui è tutto a misura d’uomo e un giorno è sufficiente per visitarla camminando a piedi; esplorando la vibrante vivacità in essa contenuta; andando alla scoperta dei principali punti di riferimento immersi nell’affascinante atmosfera di una cultura nordica. Andiamo, così, a compiere una esplorazione dei punti salienti della città.

Il 70% della popolazione islandese è concentrato nella capitale e nei suoi dintorni, mentre il restante 30% è distribuito nei suoi piccoli villaggi e le località rurali sparse, a decine di km una dall’altra, per il resto dell’isola. Reykjavík è una città che ha un meraviglioso fascino che le deriva dai suoi molti contrasti; dai suoi edifici più iconici, dalle statue storiche ai murales che ricoprono le pareti degli edifici; essa è una città artistica che rende omaggio alla maestria e al duro lavoro dei suoi abitanti. Qui bisogna fare costantemente i conti con il meteo che è decisamente instabile e può cambiare – inavvertitamente e senza preavviso – da un momento all’altro, soprattutto nella stagione invernale. É consigliabile, quindi, indossare indumenti adeguati, poiché le condizioni meteorologiche possono cambiare improvvisamente e in modo repentino.

Ma partiamo subito dal simbolo più iconico della città, la grande chiesa di Reykjavik: HALLGRÍMUR (Hallgrímskirkja), una chiesa luterana di nuova costruzione, iniziata dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e terminata nel 1983. La sua imponente e particolare struttura, richiama le colonne in basalto della cascata di Svartifoss che è visibile da ogni angolo della città e può essere usata come punto di riferimento per muoversi nella capitale islandese; essa è dedicata al reverendo Hallgrímur Petursson, sacerdote del XVII secolo e autore di una famosa serie di Inni della Passione. La chiesa esternamente è bianca e riconoscibile anche a distanza grazie alla sua torre alta 74,5 metri; il suo interno è invece caratterizzato da un enorme organo con 5.275 canne.

Situata nel cuore del centro storico, è stata costruita per ricordare la natura islandese, in particolare le colonne slanciate sono state fatte per richiamare la natura vulcanica dell’isola, ma può sembrare anche una vela lanciata verso il cielo, oppure un’astronave Shuttle sulla rampa di lancio. Si tratta dell’edificio più imponente di Reykjavik; una volta al suo interno si notano la sobrietà ed essenzialità; la sua bellezza deriva in gran parte dalla sua estetica. Classicamente islandese, le sue tre principali influenze sono la semplicità del design protestante, le colonne esagonali che si possono trovare in tutto il Paese e la forma del martello di Thór, il dio norreno del tuono. Di fronte alla chiesa si trova la statua di Leif Erikson, primo esploratore vichingo, protagonista di molte saghe norreniche, sbarcato in Canada ben 500 anni prima di Colombo!

Dall’Hallgrímskirkja una strada in lieve discesa caratterizzata dalla pavimentazione tinta con l’arcobaleno, conduce alla principale arteria del centro della città; una strada di circa 2 km tra le più antiche della capitale: LAUGAVEGUR che, letteralmente, significa “la strada del bagno”, oppure “via del lavaggio” o “via dell’acqua“. Questa venne costruita nel 1885 per consentire agli abitanti di raggiungere le sorgenti termali di Laugardalur; utilizzata dalle donne di Reykjavik che ogni giorno si recavano alle sorgenti geotermali per lavare la biancheria. Oggi, invece, è una strada colorata costellata da una miriade di negozi che propongono souvenir e botteghe tradizionali nonché molti bar e locali che propongono pietanze tipiche locali. Tra le facciate di case colorate il centro storico di Reykjavik è un mix tra antico e moderno, un alternarsi di caffè, negozi d’artigianato locale e di design, musei e gallerie d’arte!

Dal principale incrocio di Laugavegur, si devia a destra fino a raggiungere il fronte del mare ove è posta la scultura in acciaio SÓLFAR (SUN VOYAGER) realizzato dall’artista Jón Gunnar Árnason che ricorda, nelle sue linee, lo scafo di una nave vichinga. Realizzata nel 1986, in omaggio alla storia islandese e alla sua tradizione marinara, fu collocata in occasione del 200° anniversario della città, è interamente in acciaio e rappresenta una nave dei sogni, un inno al Sole, racchiudendo la promessa di libertà, speranza e nuove mete da scoprire. Il “viaggiatore del sole” rappresenta il passato marittimo del paese ed è uno dei luoghi più fotografati della capitale islandese, non solo per la particolare struttura scultorea, che ricorda un’imbarcazione vichinga, ma anche per il particolare scenario in cui si trova, proprio sul mare, con le montagne sullo sfondo. Infatti, da qui, nelle giornate più soleggiate, è possibile scorgere, in lontananza, anche la Penisola di Snæfellsnes!

Il Sun Voyager, nonostante le percezioni comuni, non vuole essere un’imbarcazione vichinga, ma tende ad assomigliare a una nave dell’immaginazione. Il viaggiatore del sole guarda da Reykjavík al monte Esja attraverso la baia di Faxaflói. Quello che il suo creatore voleva rappresentare diventa evidente osservando meglio quest’opera; essa simboleggia il tormento dell’avventura, il desiderio di scoperta, il bisogno di andare avanti e il ponte fra i reami del sogno e della realtà. Descritta come una “ode al sole“, è la scultura più famosa di Reykjavík; simbolo della capitale islandese sembra fatta apposta per evocare ed emozionare. In realtà ha diversi significati; può essere una nave che conduce verso i sogni o rappresentare un viaggiatore verso il sole (infatti il suo nome è anche The Sun Voyager), ma per tutti al primo impatto, vista la notevole somiglianza, è un’imbarcazione vichinga, legata alla storia e alla tradizione islandese. Tra neve e ghiaccio, con le nubi nelle giornate uggiose, dall’aurora boreale al sole di mezzanotte, Solfar rende ancor più suggestiva Reykjavik e ne rappresenta bene l’autentica l’essenza.

Proseguendo sul lungomare e dirigendosi in direzione del vecchio porto, già è possibile scorgere uno dei simboli della città: l’HARPA Concert Hall di Reykjavik, affacciata direttamente sul mare, progettato dall’artista Oliafus Eliasson nel 2011, questo edificio si discosta di gran lunga dall’architettura nordica prevalente in città: si tratta infatti di un grande auditorium di vetro che, costruito proprio sul mare, vicino al porto, crea dei meravigliosi giochi di riflessi sull’acqua! Questa struttura è interamente costruita in vetro e anch’essa prende ispirazione dai bellissimi paesaggi basaltici islandesi.

Eccoci giunti al vecchio PORTO, oggi luogo di interesse cittadino e punto di partenza di numerose gite in barca con splendide viste sull’oceano e un’atmosfera vivace. Anche con la pioggia, le nubi e il tempo mutevole dell’Islanda, la sua capitale sa intrigare lo stesso il visitatore. Basta una passeggiata lungo il porto vecchio, dove sono ancorate le barche per restare incantati da questo gioco eterno tra terra e acqua, tra luce e ombra, tra colori forti e sfumature pastello. Il porto di Reykjavik è un susseguirsi di piccoli locali con vista sul mare; è un luogo molto caratteristico e come si può immaginare abbastanza frequentato, Inoltre ha dei piccoli fari tutti gialli, che lo caratterizzano e risultano ben visibili anche nelle giornate piovose, di nebbia o neve. Qui durante il weekend è possibile visitare il Kolaportid (Tryggvagata 19), un mercato delle pulci dove è possibile fare degli ottimi affari e acquistare i famosi Lopapeysa, i tradizionali maglioni islandesi in lana lavorati a mano.

Dal porto con breve passeggiata si raggiunge il centro della Città Vecchia. La parte antica della città è raccolta intorno all’oasi naturale in centro, ove prospettano il Municipio e Palazzo “ALTHINGI”, l’Alþing il Palazzo del Parlamento con la vicina Cattedrale (DÓMKIRKJAN) e il laghetto TJÖRNIN. Sulla strada per il municipio di Reykjavik, si attraversa Þingholt, che è il centro di Reykjavík, uno dei quartieri più antichi della città; esso prende il nome dalla strada di Þingholtsstræti, dove sorgeva una piccola casa contadina dal 1765 al 1771.

Il bellissimo Palazzo del Parlamento islandese (l’Althingi) è attaccato alla Cattedrale di Reykjavík sede del vescovo d’Islanda e chiesa madre di culto evangelico/luterano d’Islanda, nonché la chiesa parrocchiale del centro storico. Questi edifici sono proprio uno vicino all’altro. Costruita in stile neoclassico la Cattedrale fu consacrata nel 1796. Il parlamento fu invece spostato qui nel 1849, centralizzando il potere in Islanda a Reykjavík dopo che era esistito nel Parco Nazionale Thingvellir per oltre 7 secoli. L’Althingi è il parlamento di maggiore durata al mondo; spesso è possibile vedere qui le forze della democrazia all’opera; mentre la Cattedrale è la chiesa più antica di Reykjavík, e il suo semplice stile luterano racconta la storia religiosa di tutta l’Islanda.

Alle spalle di questa cornice di palazzi e monumenti che costellano la principale (e centrale) piazza cittadina, s’apre lo specchio lacustre del meraviglioso Lago Tjörnin. Questo lago è un angolo di pace, abitato da tante specie di uccelli acquatici, in particolare i cigni, per i quali durante l’inverno viene messo in pratica un sistema di riscaldamento delle acque, almeno in un lato, per evitare che il lago si ghiacci totalmente lasciando vivere gli animali. Tutt’intorno al lago poi i sentieri sono l’ideale per trascorrere piacevoli pic-nic, per effettuare passeggiate nella natura senza uscire dalla città. Circondato da bellissimi palazzi il lago è anche la casa di una quarantina di specie di uccelli e i tanti cigni che lo popolano sono sempre felici di ricevere qualche briciola di pane. Sul lago si trova inoltre il Raðhús: l’edificio ospita l’Ufficio Turistico della città ed è caratterizzato da colonne di cemento che emergono dall’acqua con pareti ricoperte di muschio.

Sulla collinetta a nord del lago si erge, in tutta la sua semplice ed essenziale struttura, la Chiesa Cattolica FRÍKIRKJAN (meglio conosciuta anche comeCRISTO RE). Essa è l’unica chiesa cattolica di Reykjavik, la Landakotskirkja, conosciuta anche come la cattedrale di Cristo Re. Venne costruita nel 1929 e in quell’anno era considerata la chiesa più grande di tutta l’Islanda. Poche centinaia di metri e siamo sul lungomare a nord della città; qui s’apre la spiaggia di NAUTHÓSLVÍK. A Reykjavik non sono da trascurare le spiagge, in particolare quella di Nauthólsvík, che si presenta con diverse sorgenti d’origine geotermica: una lunga distesa di sabbia alternata da scogliere d’origine vulcanica, in cui s’aprono alcune piscine (vere e proprie pozze composte da blocchi vulcanici) riscaldate di acque termali, dove è possibile immergere i piedi (o bagnarsi del tutto) e poter godere brevi attimi di relax con acqua calda non salata.

Meta finale di questa lunga camminata che ha attraversato i luoghi più salienti e caratteristici della capitale d’Islanda, considerato anche uno dei punti più bui e belli dove osservare l’Aurora Boreale a Reykjavik è il promontorio di Grótta, col suo bianco Faro situato proprio sulla punta della penisola di SEKTJARNARNES (o Seltjarnarnes). Il faro è raggiungibile – camminando sulla via lungo la costa – dopo circa 4 km dal centro della città con una bella passeggiata sul lungomare. Qui il faro è collocato su una striscia di terra raggiungibile (ma prestando molta attenzione) con la bassa marea; se invece ci si trova nella stagione della nidificazione degli uccelli marini che qui depositano le proprie uova, nel periodo che va da maggio a luglio, è assolutamente vietato sia l’accesso alla spiaggia che camminare sul bordo dell’acqua, che peraltro risulta essere parecchio fredda.

Un giorno intero, quasi senza accorgersene può bastare, dal mattino fino a tarda sera, per compiere questo bellissimo itinerario che tocca le principali attrazioni (monumenti, chiese, luoghi d’arte, natura, paesaggi…) di Reykjavik e non ci si meraviglia affatto se, nell’arco di questa dimensione nordica spazio/temporale il meteo assume – di volta in volta – repentini cambiamenti. Come già detto, qui il meteo è decisamente instabile e può cambiare da un momento all’altro, soprattutto durante la stagione invernale con le poche ore di luce che si hanno a disposizione e che vanno dalle 10,00 del mattino fino alle 15,00 pomeridiane. Per tutto il resto… il “sogno” nordico continua! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Via APPIA antica, una “vecchia strada” in pietra, oggi Patrimonio Mondiale dell’Umanità

Calpestare il tracciato originario di un’antica arteria romana, divenuta – da qualche giorno – Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO, attraverso un ambiente bucolico dalle numerose sfaccettature paesaggistiche (con la piana alle spalle e un valico dinanzi) caratterizzate dal carsismo che nei secoli ha prodotto doline, rocce arrotondate e una numerosa serie di grotte sotterranee, valloni e pozzi, risulta essere davvero una piacevole emozione che affonda le proprie sensazioni in un allegorico viaggio attraverso il tempo e la storia in cui i protagonisti assoluti sono due: l’uomo e l’antica strada. Ma la storia ha origini molto più dirette e profonde…!

Fondi (LT) nel basso Lazio, per chi ancora non la conosce, è una bellissima cittadina, già preesistente alla fondazione di Roma; un piccolo scrigno che raccoglie al suo interno bellezze artistiche, storiche, architettoniche, culturali e religiose di pregiato valore come il suo caratteristico centro storico, lastricato dal bianco calcare dei basoli; il castello baronale Caetani, composto da un “maschio” con i suoi imponenti torrioni merlati in forma cilindrica, sede del museo civico; la sua via centrale attraversata dalla storica arteria della via Appia; le varie chiese tra cui spicca il bellissimo Convento Francescano con la facciata sorretta da tre archi gotici, il portico d’ingresso ed il pittoresco chiostro; le Terme Romane; la Cattedrale di San Pietro; la Collegiata di S. M. Assunta ed altre ancora.

Siamo nel Parco Regionale dei monti Aurunci, nel basso Lazio in provincia di Latina, e dopo aver apprezzato le bellezze offerte dalla cittadina, si esce da Fondi proseguendo verso sud, in direzione Itri fino a raggiungere – dopo un lunghissimo tratto che ripercorre la Statale n.7 – l’imbocco, sulla destra, che immette sul tracciato della storica via Appia con l’obiettivo di svalicare oltre la gola che s’intravede sullo sfondo. In meno di dieci minuti, lungo uno sterratino (tratto sel-ciato d’origine borbonica) che attraversa appezzamenti ulivati, si giunge all’Epitaffio spagnolo, fatto erigere nel 1568 dal duca De Ribera, vicerè di Napoli, e che ricorda gli interventi di restauro su questo antico tratto della Via Appia commissionati da Re Filippo II det-to il “cattolico”; nelle vicinanze, il ponte costruito nello stesso anno per agevolare il transito sulla “Regina Viarum”.

Varcato il ponte, ancora non si avverte l’incredibile suggestione offerta da questo tratto di strada, tra sparsi agrumeti e terrazzamenti ulivati con la sporadica presenza di mucche al pascolo. Qui le pietre, il lastricato offerto dalla pavimentazione in basoli romani – inizialmente in calcare e, successivamente, in travertino – ha visto il transito di viandanti, pellegrini, eserciti e pastori transumanti, nonché lo scorrere di carri di ogni genere dal commercio di prodotti locali, dai tessuti alle spezie, dai pellami ai monili, dai manufatti alle semine, e tanto altro ancora. Eccoci, allora, camminare lungo i primi metri della più famosa strada d’epoca romana: quella “Regina Viarum” (la regina delle strade) universalmente conosciuta come la Via Appia nel suo tratto meglio conservato a sud dell’Urbe.

Osservando attentamente gli irregolari lastroni della pavimentazione, è facile individuare le “sostituzioni” (prima spagnole e, successivamente, borboniche) delle pietre calcaree con il basalto vulcanico e marmo, strutture lapidee ben più resistenti e durature nel tempo. L’Appia fu realizzata dal console Appio Claudio nel 312 a. C. e l’arteria divenne ben presto la “Regina Viarum”, la più importante via di transito, collegamento terrestre e canale di comunicazione tra Roma e le città meridionali dell’Impero, nonché con la Grecia ed il lontano Oriente. Ciò che ha attraversato i millenni, ha resistito nel tempo e ancora oggi quel che resta dell’antica via è che essa si presenta ampia, con il lastricato in basalto che copre buona parte del tracciato.

Così, mentre la strada, da nord a sud, ascende dolcemente risalendo in direzione della stretta gola di Sant’Andrea, ecco ergersi – sulla sinistra al lato della strada – un “miliaro” (il 36°) d’epoca borbonica che lambisce un tratto di lastricato in basalto posto dall’imperatore Caracalla nel 216 d.C.. Qui siamo proprio nel tratto più largo (4 metri circa) e meglio conservato della strada, un margine tale da consentire il transito di due carri nonché dei marciapiedi in terra battuta posti ai lati della stessa; mentre poco più su camminiamo anche su vari tratti di lastricato d’epoca rinascimentale e borbonica riconoscibili per la forma rettangolare e più regolari delle lastre lapidee. Una intensa macchia mediterranea caratterizza la natura che circonda e avvolge, questo tratto di strada.

Continuando a salire, poco più avanti sulla destra, sono possibili scorgere i resti – ben visibili – delle mura perimetrali (realizzate in “opus reticolarum”) che ci invitano alla scoperta di una delle antiche stazioni di sosta e servizio, risalenti al I secolo a.C. e poste lungo la strada; ambienti composti dai resti (“opus incertum”) di una cisterna per la raccolta dell’acqua, che garantiva acqua per tutto l’anno, con accanto ciò che doveva essere una struttura d’accoglienza in uso fino al Medioevo; sicuri punti di riferimento questi, dette anche “poste”, luoghi che servivano a messaggeri e viandanti per garantire loro riposo e approvvigionamenti e per poter cambiare i cavalli esausti durante il lungo viaggio di spostamento.

Il nostro tuffo nel passato, camminando semplicemente a passo d’uomo attraverso la storia, continua ad offrirci sorprese e meraviglie lasciandoci ammirare – passo dopo passo – un’opera d’ingegneria militare percorsa milioni di volte durante lo scorrere dei secoli. Per qualche istante la mente corre all’ideazione di questa via, alla sua scelta accurata del tracciato, alle fatiche profuse per il taglio delle rocce, al-la sistemazione dei terrazzamenti e alla costruzione dei ponti realizzati nei luoghi più impervi, alla posa in opera del lastricato, alla erezione di templi e allo scavo di enormi cisterne.

E poi ancora le nubi di polvere che si alzavano durante il transito delle legioni romane in marcia; le impronte lasciate nel fango dai mercanti diretti in Oriente o dai pellegrini in marcia verso Roma; le battaglie avvenute per il controllo dei luoghi e gli agguati di bande brigantesche sempre avide di bottini; gli straordinari viaggi di quella élite socio-culturale della mitteleuropa dell’Illuminismo settecentesco effettuati da gente comune, illustri personaggi e miti della storia.

Giunti ai piedi della brulla altura da cui si ergono strutture murarie lambite dal millenario scorrere del tempo, siamo alla base di quelli che dovevano essere i resti del forte medioevale di Sant’Andrea, eretto sui terrazzamenti di un più vetusto tempio pagano dedicato a divinità romane come Venere e Apollo. Alcuni ambienti sulla sinistra, con cisterna e feritoie, appartengono sicuramente ad un’altra stazione di posta eretta proprio sullo svalicamento che la strada compiva da Fondi ad Itri. Mentre a destra poche decine di metri conducono al Fortino di Sant’Andrea, posizionato in un punto importante per la sua strategica posizione; esso – collocato sul confine tra il Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa – è stato spesso un luogo di battaglie ed un sicuro rifugio per le bande brigantesche che operavano in zona.

Questo luogo fu anche una roccaforte borbonica per impedire la penetrazione napoleonica nel Sud Italia; qui, infatti, numerosi furono gli scontri tra eserciti che si sfidarono; napoletani e pontifici, spagnoli e francesi, tedeschi e austriaci. Il passo dei monti Aurunci attraverso la gola di Sant’Andrea fu controllato da numerosi briganti, tra cui l’episodio più famoso che si evidenzia su tutti, è quello che narra del brigante Michele Pezza, da tutti conosciuto come “Fra Diavolo” di Itri, che nel 1798 difese eroicamente – a capo dell’insorgere di intere popolazioni della zona – il Regno Borbonico impedendo la rapida avanzata di un esercito formato da Francesi e Polacchi intenzionati ad occupare il Regno; una lapide sulla parete del fortino ne attesta l’episodio.

I profumi e le essenze del lentisco in fiore, dell’erica fiorita e del mirto abbelliscono questa parte del percorso, proprio al centro della gola di Sant’Andrea, rendendo questa escursione davvero indimenticabile. Appena poco più su del Fortino, i basoli romani diventano sempre più sconnessi e irregolari intervallati – di tanto in tanto – dai regolari lastroni di sistemazione rinascimentale che si alternano ad appezzamenti squadrati in basoli d’epoca borbonica. Attraverso questa gola, per vie scoscese, tornanti, strade che solcano la montagna, si penetra in un paesaggio che offre mutevoli trasformazioni del territorio, con aspre alture ai lati contornate dai filari di pini marittimi le cui fronde si piegano nella direzione dei venti in quota; brulli e selvaggi valloni che degradano fino alle pianure lungo la costa; un paesaggio che viene ulteriormente contraddistinto dalla presenza dei ruderi di antichi monasteri, piccoli rifugi campali, recinti di iazzi per il ricovero degli armenti, il tutto avvolto dal misterioso e coinvolgente fascino dell’eco di antichi “pezzi” di storica quotidianità che si alternano, ad ogni passo, tra miti e leggende.

Il lastricato borbonico termina poco prima di raggiungere l’attuale tracciato della Statale n.7 “Appia”; qui, due frecce in legno indicano le direzioni opposte per chi volesse intraprendere un viaggio a piedi lungo la Via Appia antica: la cosiddetta “Via Francigena” verso nord in direzione di Roma, e la “Via Micaelica” verso sud in direzione di Monte Sant’Angelo sul Gargano. Qui, dopo esserci lasciati alle spalle il valico della gola di S. Andrea, ha termine il nostro cammino su questo breve tratto di bimillenaria storia che offre la possibilità di godere dell’intuizione ingegneristica dei Romani le cui opere – come dimostrato da questa “Regina Viarum” – resistono al tempo e restano immutate per sempre nell’eternità…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Sacco vecchia e gole del Sammaro (Cilento): scopriamo le armonie di un “Cilento ritrovato”

Sacco è un paesino, nascosto tra le montagne, nel cuore del territorio del Parco Nazionale del Cilento, adagiato lungo le pendici occidentali del monte Motola e la Sella del Corticato; vecchio passaggio per il transito di uomini e bestiame che fin dall’antichità metteva in collegamento i luoghi della costa e della pianura pestana coi territori dell’interno e i primi contrafforti lucani. Pechè andare a Sacco? Semplice, perchè è un luogo ove si vive bene, si mangia bene e c’è tanta bella e simpatica gente; avvolti da una intensa aria salubre, circondati da una straordinaria natura al massimo del suo splendore che ne esalta i colori, i profumi e le essenze…

Caratteristico abitato Sacco, tra i più suggestivi del Cilento, esso presenta numerose abitazioni in gran parte edificate con pietre (in puro calcare) a faccia a vista dal colore grigio chiaro e da venature rosate. Il vecchio lastricato dei vicoli, le gradinate in pietra che s’inerpicano sui forti pendii, ricordano il “tono” di un ambiente nato e sviluppatosi in sintonia con la natura mentre gli anziani, seduti sui muretti o magari giocando a carte intorno al tavolino di un bar, contemplano il passaggio dei viandanti forestieri.

Se si vogliono visitare e conoscere le peculiarità che riesce ad offrire questo territorio bisogna necessariamente fare la conoscenza di chi, in questi luoghi, vi è nato. Accolti alle porte di Sacco dalla vivace presenza di una “paladina” per la promozione turistica e culturale dei territori interni del Cilento, la dott.ssa Lucia Cariello, la stessa ci prende per mano e ci guida alla scoperta di uno degli angoli più suggestivi, belli e panoramici di tutto il Cilento interno andando alla conoscenza di quell’aspra rupe da cui si ergono i ruderi di quello che un tempo fu il “castrum” di Sacco, altura meglio conosciuta come Sacco vecchia.

Per raggiungere il luogo, si sale percorrendo un piacevole e spettacolare sentiero lastricato con gradoni in calcare che passa sotto rupi a precipizio sulle nostre teste e superando recinzioni per gli animali al pascolo. Giunti su un crinale panoramico si prende a sinistra fino a scorgere, come per incanto, la rupe da cui si ergono – in tutta la loro suggestiva cornice paesaggistica – i ruderi della Sacco medioevale. Aggrappati alla roccia, sospesi nel vuoto, l’antica Sacco controllava il transito di merci e viandanti dalla costa all’interno attraverso incredibili paesaggi ove l’aspra natura si esprime al massimo della sua espansione; luoghi isolati di eremitaggio e sicuro rifugio di briganti.

Il sito archeologico posto sulla cima di un’aspra rupe calcarea dal difficilissimo accesso è collocato proprio a strapiombo sulla valle in cui scorrono le acque del torrente Sammaro, all’interno dell’omonima gola, in un luogo immerso nella natura più dura e selvaggia, sporgendosi da un belvedere che s’apre su tutto il “cuore” del Cilento; un posto davvero unico nel suo genere. Quassù, durante le passate campagne di scavo, sono state rinvenute diverse tracce di muratura a secco, databili intorno all’anno 1000 a.C., che dovevano costituire – probabilmente – le fondamenta di un primo nucleo abitato nella zona.

Se ne deduce, anche in base alle testimonianze direttamente raccontate dagli archeologi locali, che le origini del sito potrebbero risalire al trasferimento di popolazioni autoctone che, in seguito allo stanziarsi, lungo le nostre coste, di genti elleniche provenienti dalle fasce costiere ionica e tirrenica, dopo aver abbandonato i propri insediamenti d’origine durante i loro spostamenti verso territori più interni (e sicuri) per la ricerca di luoghi protetti, qui ebbero ad erigere ex novo villaggi più riparati e facilmente difendibili.

E i racconti continuano a narrarci la storia di questi luoghi, tra aneddoti e leggende che si rincorrono attraverso fatti e memorie di uomini d’arme e uomini di fede; un viaggio spazio-temporale che scorre attraverso milioni di anni di storia… dall’età del Bronzo, attraverso tutto il Medioevo dei feudi e delle baronie, sfiorato dalle bande di Briganti inseguite dalle forze “regie” ed intensamente vissute da comunità agro-silvo-pastorali che, da questa complessa natura, ne hanno sempre saputo trarre il meglio, ricevendone in cambio fonte di vita e di sostentamento.

Poco fuori l’abitato di Sacco, una ripida discesa conduce fino all’imbocco della valle del torrente Ripiti in cui scorrono le acque che – originate dal torrente Sammaro – invitano ad entrare in uno spettacolo della natura davvero bello e, per certi versi, ancora inviolato. In breve si raggiungono le due sorgenti del Sammaro all’imbocco delle gole; sporgendosi verso l’interno le pareti della forra presentano un paesaggio ricco di rocce e di acque. Qui la natura, specie in quei tratti dai fianchi stretti e verticali, viene caratterizzata da pareti liscie, a picco su pozze e laghetti spesso profondi, nonchè da cascate, rivoli e salti tra le roccette.

Entrare nelle viscere della terra non è cosa per tutti, ma ciò è possibile raggiungendo lo sbocco della forra del Sammaro ove s’apre uno scenario degno della miglior tradizione verniana: pareti a picco con fronde degli alberi che chiudono la volta ed acque sorgive che sgorgano dal fondo del torrente. La gola è un’imponente forra calcarea lunga circa 1600 metri. Allo sbocco di questa, sono presenti le due sorgenti dislocate su entrambi le sponde e molto vicine; in periodi di eccezionale piovosità si verificano grosse ondate di piena.

Spesso, nelle pozze d’acqua del Sammaro, vengono trovate numerose carcasse di animali qui caduti dai precipizi e dai costoni rocciosi circostanti mentre pascolavano nelle vicinanze dei bordi; quindi la potabilità delle acque è molto dubbia sia presso la sorgente che nel tratto a monte della stessa. Una volta uscite dalla gola le sue acque, a valle della stessa, superano una briglia artificiale e prendono nuovamente a scorrere su terreni paludosi e ciottolosi costituendo un vero e proprio fiume che va a confluire nel vicino torrente Ripiti. La magia delle acque che scorrono nella gola ha un fascino unico e particolare, lasciarsi avvolgere dal loro suono è un’emozione che si rincorre attraverso il tempo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SCUTARI (Shkoder/Shkodra) Albania: tra antichi ponti in pietra e leggendari castelli

Se si desiderano conoscere luoghi e posti davvero, suggestivi, incredibili, spettacolari, coinvolgenti e interessanti all’estero, necessita assolutamente avere un’auto al seguito poiché – come nel caso dell’Albania – alcuni luoghi davvero molto belli, possono solo essere raggiunti con collegamenti stradali (qui le ferrovie sono dismesse!) SHKODER o SHKODRA, meglio conosciuta come SCUTARI, è una bella località dell’estremo nord del paese; bagnata da un grande lago (Skadarsko Jezero/Liqeni i Shkodrës) le cui acque sono condivise (cioè confinanti) col Montenegro.

Le montagne che la circondano, sono aree protette dai Parchi Naturali di Thethi e Valbona, disegnano quel naturale confine tra l’Albania ed il Kosovo. Tito Livio, e le cronache di storia, ne ricordano il principale ruolo di capitale degli Illiri, sotto il mandato di re Gentius (ante currum ducti Gentius rex cum conjuge et liberis, et caravantius frater regis, et aliquot nobiles Illyrii). Città di frontiera, l’antica Scutari (Scodrinon) fu soggetta alle influenze e alle dominazioni che si sono succedute durante il corso dei secoli: da quelle veneziane, passando per le slave fino a quelle ottomane, conservando – quindi – radici etniche e intrecci di cultura che, nel tempo, si sono incrociate con quella islamica e cattolica, italiana e turca.

Città caotica Scutari, vivace, molto frenetica e dall’indole spiccatamente commerciale (posta lungo una tra le principali rotte/collegamenti tra il nord e il sud dei Balcani) si cerca di evitare il congestionato traffico che la avvolge per andare a scoprire – nelle vicinanze – alcune delle sue bellezze storiche, architettoniche, paesaggistiche e ambientali che ne caratterizzano il territorio: lo spettacolare e singolare Ponte di Mes (o di Mesi, in italiano il Ponte di Mezzo), pochi km più a nord della sua periferia in una zona estremamente rurale, e la panoramica spianata su cui sorgono le possenti mura di cinta del Castello di Kalaja/Rozafë.

Poco fuori le ultime case del villaggio di MES (Mesi) c’è il bellissimo Ponte di Mes altro che è un vecchio ponte in pietra costruito nel periodo della dominazione ottomana in Albania. Sorretto da diverse piccole arcate che si collegano alle due sponde presenta una grande arcata centrale che le conferisce la tipica “schiena d’asino”. Questo ponte fu ponte costruito nel XVIII secolo dal Pascià ottomano dell’epoca e presenta alcune caratteristiche che lo rendono particolare come gli archi asimmetrici della struttura, la singolare forma e il fatto che esso non sia lineare ma curva lievemente; esso è percorribile solo a piedi e risulta essere ben conservato essendo stato ristrutturato di recente.

Questo suggestivo ponte, sotto cui scorrono le acque del fiume Kir mette in collegamento Scutari con l’antica Drivasto (in albanese Drisht) città che nel 1478 fu conquistata e saccheggiata dagli Ottomani e in seguito cadde in rovina. La bella cornice ambientale delle catene montuose dalle considerevoli altezza in cui è inserito il Ponte di Mes è un luogo circondato dall’immenso, e avvolto esclusivamente dal silenzio più assoluto, rotto – di tanto in tanto – dai mezzi agricoli che rientrano dai campi dei vicini altipiani. Questo di Mes è, sicuramente, il più antico ponte di matrice ottomana, il più lungo, il più grande in tutta l’Albania ed è l’unico che presenta una curva.

Poco lontani dal caos di Scutari, verso sud, posta alla confluenza dei fiumi Boiana e Drini  si staglia l’altura calcarea su cui spicca l’assolata spianata che accoglie il duplice ordine delle mura di cinta dell’inaccessibile fortezza di Kalaja/Rozafës. L’imponente struttura del castello che domina Scutari, data la sua posizione strategica, qui si erge da migliaia d’anni. In alcuni parti delle sue fondamenta sono ben visibili tratti delle mura ciclopiche risalenti all’epoca degli Illiri, che si alternano a strutture in stile veneziano, una Chiesa/Moschea coi resti ben visibili del suo minareto. Da quassù, oltre all’interesse storico, si possono godere delle bellissime viste panoramiche sulla piana e sul lago con i fiumi che lo alimentano.

Il Castello, abitato fin dall’età del Bronzo, fu una importante roccaforte degli Illiri e, successivamente, conquistato dai Romani; nel XV secolo, invece, passò sotto il diretto controllo dei Veneziani, fino alla definitiva resa per essere poi consegnato – dopo cruenti battaglie – ai Turchi. La chiesa di Santo Stefano, successivamente trasformata in Moschea, con il minareto, si erge proprio al centro tra i suoi principali resti. Osservando con attenzione, proprio all’interno delle mura, è possibile vedere subito, in prossimità dell’entrata, la statua con la bella dama murata viva che allatta un poppante, spunto cruciale che origina una singolare leggenda.

La leggenda del Castello di Rozafa è ben articolata tra finzione e realtà; essa narra di tre fratelli impegnati nella costruzione di questa bellissima fortezza. Ogni giorno mettevano su le pietre mentre ogni notte, puntualmente, esse crollavano. Disperati, questi si recarono a consulto da un oracolo: il vecchio saggio spiegò loro che per assicurare la costruzione del castello, una delle loro mogli avrebbe dovuto sacrificarsi. La scelta doveva avvenire in maniera casuale, senza che le donne lo sapessero. La prima che quella sera avrebbe portato la cena ai tre fratelli sarebbe stata la “prescelta”, condannata – secondo il sacrificio – ad essere murata viva nel castello.

I tre giurarono di mantenere il silenzio, ma i due fratelli più grandi non resistettero allo stress e, mancando fede al segreto loro imposto, confidarono tutto alle loro consorti, pregandole di non preparare la cena. Il terzo fratello, invece, non disse nulla a sua moglie Rozafa. Così fu proprio a Rozafa, moglie del più giovane, che toccò portare il pranzo l’indomani; ma il destino che l’attendeva fu sconvolgente. La giovane donna accettò di farsi murare viva all’interno delle mura, ma volle rendere il suo sacrificio più dolce, chiedendo di lasciare nel muro un varco per i suoi occhi, per il seno, il braccio e una gamba, per poter almeno vedere, allattare, abbracciare e cullare l’amato figlioletto; e così fu! Una statua dello scultore Skender Kraja ricorda oggi quel terribile e crudele sacrificio.

Oltre all’importanza storica e alla conseguente (e suggestiva) leggenda, uno dei motivi per cui visitare il Castello di Rozafa è sicuramente la sua vista spettacolare. Dai suoi terrazzamenti, dai suoi bastioni, dalle sue torri merlate si ha la possibilità di poter ammirare una vista panoramica su Scutari, con splendide vedute paesaggistiche sulla confluenza dei due fiumi e sulle colline circostanti. Al tramonto, poi, qui tutto assume una luce (e una cornice) particolare; sembra quasi di vivere in un’epoca senza tempo, fuori da ogni luogo… Qui, quando il sole cade oltre l’orizzonte, la mente si lascia facilmente trasportare lontano dai ritmi frenetici imposti dalla quotidianità, mentre l’animo lentamente… comincia a godersi il momento! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Orizzonti senza confini: Matese, CE, tra pianori e sponde del lago

Stupore e ammirazione, quel senso di libero vagabondare, accompagnano chi si incammina lungo sentieri di antichissima frequentazione; intreccio fra storiche vie commerciali lungo la dorsale appenninica tra Campania e Molise. Parlare del Matese è un po’ come raccontare tutta la storia delle esplorazioni e dell’escursionismo nel Mezzogiorno italiano; laddove sentieri e piste della transumanza, si intersecavano lungo le pendici di questo gigante dell’Appennino.

Dagli Osci ai Sanniti, dai Dauni ai Romani, tutti hanno saputo trarre da questi territori il meglio che i pascoli e la tradizione casearia riuscisse a tramandare, per secoli, alle popolazioni che vivono questa parte di Appennino. Il massiccio si colloca, per buona parte, in terra molisana tra copiose giogaie e valli profonde. Da esso s’impenna la cima più alta: il Miletto (2050 m) che reca tracce di antichi bacini glaciali. I versanti che ricadono in Campania, invece, sono distribuiti tra le provincie di Caserta e Benevento e culminano con la Gallinola (1923 m).

Conseguenze immediate della felice esposizione sono facilmente leggibili nel manto vegetazionale: i lecci si aggrappano alle pendici della montagna mentre la macchia offre le sue caratteristiche ambientali con il corbezzolo che si alterna ai cisti e all’asparago. Immediatamente a ridosso delle macchie e dei coltivi subentrano gruppi di sorbo, acero, abete e frassino seguiti dalle cerrete e i castagneti che a loro volta, a quote superiori, cedono terreno alle faggete; nel sottobosco fioriscono in abbondanza alcune erbe officinali tra cui la genziana, l’arnica, il mirto e il sambuco.

La fauna, un tempo abbondante, ha cominciato a ridursi dalla fine del ‘700. I briganti contribuirono alla scomparsa degli ultimi orsi mentre molto rara divenne la presenza del capriolo. Oggi, in più punti del comprensorio si segnala la presenza del lupo, della volpe, del cinghiale, delle lepri, le martore, i tassi, le faine, i gatti selvatici, gli scoiattoli e l’aquila che nidifica sulle rocciose pareti del Miletto, mentre dai boschi sale il ritmo battente del picchio e, più lontano, il richiamo del cuculo. Le acque del bacino sono raccolte in fondo a un’immensa fossa, per una lunghezza di 8 km e una larghezza di circa 2 km, ai piedi della più imponente cortina del massiccio, quella che racchiude le cime del Miletto e della Gallinola.

Scenografia ambientale tra le più suggestive dell’intero Appennino qui s’aprono vedute paesaggistiche tra le più interessanti della catena montuosa. I numerosi inghiottitoi sul fianco meridionale smaltiscono, secondo un processo naturale, l’eccesso e il livello delle acque del lago. Fino ai primi del ‘900 il bacino era un articolato sistema di acquitrini, con ampie pozzanghere appena sufficienti ai bisogni degli armenti transumanti. Nel 1923 la massa d’acqua fu utilizzata per scopi industriali con un sistema di basse dighe (in terra) allo scopo di rendere isolati gli inghiottitoi e permettere di far salire il livello della superficie lacustre di 5 metri, da 1007 a 1012 metri.

Oggi il bacino si presenta come un lago alpino e quando gli ambienti del Matese assumono l’abito bianco durante la stagione invernale, agli occhi dell’escursionista che s’avventura in questi luoghi, s’apre un magico spettacolo di straordinaria bellezza: giù nel fondo brilla il lago; di fronte sfolgorano in tutta la loro bianca veste innevata le maggiori giogaie del massiccio, dal Colle Tamburo (1982 m) al monte Mutria (1823 m) culminando nel Miletto. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

BERAT (Albania): 1000 Finestre aperte tra due Quartieri, un Ponte e un Castello

Queste, in sintesi, sono ciò che offrono le bellezze paesaggistiche, naturalistiche e ambientali racchiuse, da millenni, in questo luogo tra i più belli e significativi di tutta l’Albania. BERAT, a circa 100 km a sud della capitale Tirana, è un piccolo gioiello che – tra storia e architettura – restituisce i fasti di un ricco e glorioso passato, un autentico melting-pot in cui s’intrecciano culture, religioni ed etnie diverse, laddove si rincorrono culti e antiche tradizioni, racchiuso al centro di una valle bagnata dalle acque del fiume Osum e attraversata, fin dall’antichità, dall’antica Via Egnazia (Ἐγνατία Ὁδός) un’antica, e probabilmente la più importante, via di comunicazione che collegava Bisanzio con l’Adriatico.

Berat è un viaggio nel tempo e nello spazio attraverso la storia, l’architettura e la cultura dell’Albania. Con la sua bellezza fuori dal tempo, la sua vivace scena culturale e la calorosa ospitalità della sua gente, il luogo si presenta come una tappa imperdibile per chi desidera scoprire la ricchezza e le diversità del patrimonio albanese. Attraverso le strade acciottolate, le case dalle mille finestre e le testimonianze delle diverse culture che – durante il corso dei millenni – hanno plasmato la città, Berat è una destinazione che cattura le emozioni di chiunque giunga fin quaggiù per conoscere le sue principali attrazioni.

L’antico villaggio di Berat, diviso dal fiume, è suddiviso in tre parti ben distinte: “KALA” la cittadella dominata dal Castello; “GORICA” il quartiere (di matrice ortodossa) che si estende a sud, adagiato sul fianco di una collina; e “MANGALEMI” quello aggrappato, verso nord, alla rupe da cui si erge la Fortezza, di matrice prettamente islamica; entrambe le borgate sono adagiate sui due versati della vallata a ridosso del fiume. Qui, in questo luogo, si vive (quasi toccando con mano) l’Albania più autentica, quella rurale e così ricca di opere d’arte e di storia.

Berat affonda le sue radici nella storia antica (tra i VI e V secolo a.C.). In questo luogo ebbe origine un insediamento illirico, che passò poi sotto la dominazione ottomana, bulgara, serba e infine turca. Di questo passato si conservano evidenti tracce nei due diversi quartieri di Gorica e Mangalemi, separati l’uno dall’altro dal corso del fiume Osum, che attraversa perpendicolarmente l’intera città. Nelle due diverse anime religiose, l’una prettamente cristiana e l’altra tendenzialmente musulmana, questi quartieri sono l’emblema della pacifica convivenza – civile e culturale – che da sempre caratterizza questa cittadina albanese.

Come una gemma nascosta nel cuore dell’Albania, Berat è una città che incanta fin dal primo momento. Famosa per la sua architettura unica, che riflette secoli di influenze culturali, il cuore pulsante della città viene equamente suddiviso in tre parti principali: Kala, la città alta; Mangalem, la città bassa lungo le rive del fiume Osum; e Gorica, l’area situata a sud oltre il fiume. Con la sua storia ricca, la sua particolare architettura e la vibrante cultura che la contraddistingue, è anche conosciuta come “la città delle mille finestre” e – per questo – dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Berat è un luogo dove il passato e il presente si intrecciano in un affascinante mosaico di tradizione e modernità.

Ciò che rende speciale Berat è proprio il suo mix di cultura e di tradizioni. Per conoscere da vicino queste bellezze, si propone un percorso a piedi attraverso i suoi vicoli adombri, le sue stradine acciottolate, i suoi ponti, le sue moschee e le sue antichità. Muovendosi dal vecchio Ponte di Gorica, iconica struttura architettonica che attraversa il fiume Osum nella città di Berat, è un luogo intriso di storia e di suggestiva bellezza. Costruito nel XVIII secolo, questo antico ponte in pietra collega il quartiere di Mangalem con quello di Gorica, contribuendo a creare un legame emotivo, visivo e culturale tra le due sponde del fiume.

Eccoci dunque tra i primi vicoli acciottolati di Gorica. Il quartiere è un insieme di case bianche dove si trovano diverse chiese che compongono uno scenario particolarmente suggestivo. Passeggiando per i vicoli oltre il fiume, si incrociano molte persone del luogo ed è emozionante osservare episodi di vita quotidiana immergendosi completamente nella cultura locale. Tra rampe assolate e portali in pietra, piccole corti seminascoste da muretti a secco e androni appena visibili, terrazzini in legno appena sporgenti e tettoie usate come nidi dai colombi, camminare a Gorica è come un immergersi nella vita locale, una tranquilla atmosfera resa ancor più magica dalla presenza del fiume e dal panorama circostante.

Raggiunti il nuovo ponte sull’Osum, si esce dal quartiere di Gorica per raggiungere, sull’opposta sponda verso nord, le prime case del quartiere di Mangalemi, quartiere musulmano di Berat, interamente dominato dalla presenza dei minareti delle tre storiche moschee che vi si trovano: Moschea degli Scapoli (Xhamia Beqarëve, per i garzoni ed artigiani non ammogliati che un tempo frequentavano questo edificio religioso), la Moschea del Re (Xhamia Mbret, caratterizzata dal soffitto di un color verde intenso e da un intarsio che presenta alcuni brani del Corano affiancati dai diversi nomi di Dio) e la Moschea di Piombo (Xhamia e Plumbit, per via delle cupole interamente ricoperte di piombo).

Ed eccoci tra le prime case della “Città dalle Mille Finestre”. Di fronte l’inusuale Moschea Xhamia Beqarëve, una struttura unica nel suo genere con un edificio a due piani, circondato da portici su tre diversi lati e caratterizzato dalla presenza di un piccolo minareto. Spostandosi leggermente alla sua destra, una breve salita porta in uno slargo su cui prospettano i ruderi di un vetusto mausoleo ortodosso che, oltre ai resti di una muratura in pietra, fa da contraltare alla più importante Moschea di Berat: quella del Re Xhamia Mbret. Al suo interno scopriamo un perfetto esempio di tempio musulmano e tolleranza albanese, un prezioso patrimonio architettonico e culturale.

Fuori dalla Moschea si presenta un affascinante labirinto di strette strade lastricate e case dai colori vivaci. Le strade lastricate e i vicoli tortuosi aggiungono un tocco di fascino e mistero a questa singolare città. Mangalem è un tuffo nella tradizione della città, con le sue caratteristiche facciate colorate e le finestre a “bovindo” che prospettano sul fiume, creando quell’immagine pittoresca e suggestiva da cui le “1000 finestre” Patrimonio UNESCO. Passeggiare per le vie di Mangalem è come un viaggiare indietro nel tempo, con le case tradizionali ottomane che coesistono coi ritmi della vita moderna; i cortili interni in selciato e le piccole piazze lastricate in basoli aggiungono quel tocco di intimità, mentre negozietti e piccole botteghe mostrano opere d’arte locali e prodotti artigianali.

Il Castello di Berat, una meravigliosa fortezza ottomana arroccata su di un’altura che domina la cittadina. Per raggiungerlo, occorre risalire per Rruga Mihal Komena, un’arteria che si snoda tra i vicoli di Mangalemi e arriva alla base della collina da cui s’erge la rocca; da qui, volgendo in alto a sx verso occidente, un sentiero serpeggia lungo il pendio da cui già sono possibili ammirare le mura perimetrali e le due torri – ben conservate – della fortezza che domina la città dalle sue alture. Conosciuto come “Kala”, il castello, coi suoi camminamenti e le sue merlature risale all’epoca bizantina; le sue pietre raccontano storie di difese e di protezione; un intricato mosaico di pietre bianche che si fondono col paesaggio circostante. Da qui si gode di una meravigliosa vista panoramica, che spazia tra i due quartieri di Berat collegati dall’imponente e maestoso Ponte di Gorica.

La vista della città dall’alto del castello è mozzafiato. È interessante scoprire come l’area del castello è ben integrata con le case dei residenti locali, fungendo sia da attrazione per i visitatori, che da luogo di residenza ove poter vivere. L’interno del castello racchiude un labirinto di vicoli che attraversano abitazioni rigorosamente bianche dove si susseguono chiese, moschee, fortificazioni e torri. Camminare tra le stradine lastricate, gli slarghi, le spianate e le corti del Castello di Berat è come essere trasportati indietro nel tempo; la sua terrazza che prospetta sul vuoto, caratterizzata dal pennone con la bandiera rossa dell’aquila bicefala, offre una vista mozzafiato sui quartieri della città e sul sottostante fiume Osum offrendo una prospettiva unica sulla storia affascinante di questa località dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

South ICELAND… di vento e di ghiaccio, di fuoco e di terra, ma soprattutto… di acqua!

Il sud dell’Islanda è la dimostrazione della massima potenza espressa dalle forze della natura (acqua, fuoco, ghiaccio, terra, vento…) generata da quest’isola, e che raccoglie in sé tutti gli elementi che ne caratterizzano un ambiente artico distribuito tra il 64° ed il 66° parallelo latitudine N. Lo “Solheimajokull glacier” e le imponenti cascate di “Skogafoss” e “Selialandsfoss/Gljufurarfoss” sono alcuni tra i paesaggi più iconici dell’Islanda, distribuiti lungo la parte meridionale dell’isola, autentico biglietto da visita per invitare (appassionati naturalisti, viaggiatori, trekker e backpacker) a far conoscere questa terra e le sue peculiarità.

L’Islanda è pura magia, non è altro che l’esaltante trionfo della natura. Qui il  crepitio del distacco dal fronte del ghiacciaio; l’ululato del vento che s’insinua tra le valli, sferzando gli altipiani, le brughiere e le praterie d’altura; l’acre odore della polvere (o del fango) generato dalla lava che ricopre ogni cosa; il rombo dell’acqua che origina alcuni tra i più belli e incredibili salti delle cascate; goccioline d’acqua che – vaporizzandosi – al contatto coi raggi solari, creano quel fantasmagorico spettacolo dell’arcobaleno; iceberg che vanno alla deriva per lo scioglimento dei ghiacci causati dagli anomali cambiamenti climatici; le lontane colonne di vapori e gas alimentati dai fiumi di lava sempre in perenne eruzione… Tutti questi elementi, e tanto altro ancora, sono gli “ingredienti” della natura che fanno di quest’isola un ambiente unico al mondo!

Avete mai provato a raggiungere la base di un ghiacciaio? Raggiungendolo dai bordi di una insolita laguna sulla cui superficie galleggiano diversi iceberg di varia grandezza, scenografiche ambientazioni di un paesaggio davvero suggestivo. È una bellissima esperienza vedere la laguna con gli iceberg il contrasto del bianco, con l’azzurro del cielo e il nero delle polveri vulcaniche crea uno incredibile scenario paesaggistico lontano da ogni immaginazione (su questo ghiacciaio sono state girate alcune scene del film di fantascienza “Interstellar”); il poter vedere l’acqua limpidissima alternarsi con il ghiaccio commisto al pulviscolo nero è qualcosa da non perdere assolutamente. Questo è il ghiacciaio più accessibile dell’Islanda. La maggior parte dei ghiacciai sembra inaccessibile, lontano su montagne irraggiungibili; mentre invece questo ghiacciaio può essere raggiunto tramite una breve escursione di poche decine di minuti.

La lingua glaciale di Solheimajokull si estende per 700 km quadrati e camminando lungo un comodo sentiero (molte pietre pomici) sulla sx orografica del bacino lagunare, si raggiunge la sua base. Si tratta di una lingua del grande ghiacciaio Myrdalsjökull, protesa verso il mare, ove è possibile capire come incide il cambiamento climatico al nostro globo; il fronte del ghiacciaio oggi si trova a 1794 metri più lontano dalla sua punta rispetto alla prima misurazione registrata nel 1930. Quella patina grigio/nera che ricopre la gran parte dello strato ghiacciato di superficie non è altro che detriti raccolti nel corso degli anni; è uno spettacolo impressionante, poiché evidenzia in modo eloquente le conseguenze del riscaldamento globale che incide, a un ritmo veloce, sullo stato dello scioglimento. Vedere la laguna glaciale coi numerosi iceberg alla deriva e sentire il ghiaccio che, spezzandosi, cade in acqua è un qualcosa di sbalorditivo.

Skógafoss è una cascata molto nota e frequentata per la sua “semplice” bellezza. Il contesto naturale che la circonda è costituito da rocce nere ricoperte da ampie e verdissime aree muschiate che creano incredibili contrasti di colore. Con un’altezza di 63 metri e larga 30, avvicinandosi si ammira tutta la sua imponenza e la sua forza. L’abbondante salto d’acqua che scende va a schiantarsi, letteralmente, su un letto di pietre scure; questo impatto genera grandi pulviscoli e vapori di goccioline d’acqua che, nelle belle giornate di sole, portano alla formazione di suggestivi arcobaleni. La cascata è bellissima da ammirare dal basso, ma c’è la possibilità di poter anche salire la scalinata che si sviluppa sul suo fianco destro e che raggiunge la testa del salto potendo godere di una panoramica dall’alto. Skógafoss è, probabilmente, la cascata più famosa nonché una delle più belle di tutta l’Islanda; il suo nome significa “cascata perfetta”.

Immersa in un paesaggio naturale che mette i brividi, per avere una visuale completa della stessa, vale la pena poterla ammirare dal basso soffermandosi – così – alla base dell’enorme muro d’acqua che precipita giù con una forza spaventosa, oppure dall’alto percorrendo una salita di oltre i 400 gradini; una volta giunti in cima si potrà godere di una vista spettacolare su tutta la costa sud dell’Islanda. Se c’è il sole i colori della natura qui sono al massimo della loro vivacità; a seconda della luce i vapori generati dagli schizzi generano due arcobaleni. Avendo la fortuna di scoprire questa meraviglia durate una bellissima giornata di sole e cielo azzurro, madre natura si presenta con tutta la sua massima bellezza con la creazione di un doppio arcobaleno.

La cascata islandese Skógafoss contende a quelle di Gullfoss il titolo di cascata più fotogenica d’Islanda anche per la facilità con cui il sole, colpendo le gocce d’acqua sollevate dalla caduta, offre splendidi arcobaleni. Secondo una leggenda, il primo vichingo ad essersi stabilito nella zona nascose un tesoro, un forziere ricolmo di monete d’oro, nella caverna che s’apre dietro la cascata; quando il sole colpisce coi suoi raggi l’acqua, c’è chi dice che abbia visto il riflesso dorato delle monete. In molti hanno cercato il tesoro, un ragazzo ebbe successo, trovò il forziere e, attaccando una corda ad uno degli anelli laterali, iniziò a tirare, ma l’anello si ruppe e il forziere affondò. L’anello d’argento con incisioni runiche fu in seguito usato come maniglia del portale della chiesa di Skógar. Alla grandiosa Skógafoss, depositaria del segreto di Þrasi, è attribuito anche un potere magico: si dice che chiunque si bagni nelle sue acque possa ritrovare un oggetto perduto e a lungo cercato.

Seljalandsfoss/Gljufurarfoss è senza ombra di dubbio una delle cascate più belle dell’Islanda, resa ancora più affascinante dalla possibilità di poter girare – alla sua base – intorno al getto della cascata e trovarsi materialmente dentro, osservandola così a 360 gradi. Anche qui la potenza della natura compie il suo miracolo. L’incredibile particolarità di questa cascata sta nel fatto che un sentiero ne cinge la base sviluppandosi intorno al laghetto (pozza d’acqua) che giace ai suoi piedi permettendo, così, di compiere una incredibile passeggiata sotto la caduta. Il luogo e facilmente accessibile, anche se il sentiero per andare dietro è un pochino scosceso; pur non essendo una cascata tra le più ricche d’acqua, sia per il fatto che è possibile passarvi intorno, sia per il suo aspetto estremamente selvaggio, essa si esprime al massimo della sua bellezza quando si presenta incoronata dal “doppio” arcobaleno.

Non è possibile scegliere quale cascata sia la più bella di tutta l’Islanda, esse sono tutte estremamente meravigliose e spettacolari, tali da togliere il fiato e generando indimenticabili ricordi. Quest’ultima, in particolare, se c’è il sole ecco che compare anche un bellissimo arcobaleno, e quanto più ci si avvicina ci si bagna abbastanza, ma ne vale la pena anche perché l’esperienza è indimenticabile. Nelle vicinanze si trovano altre tre cascate; a poca distanza, procedendo sempre lungo il sentiero principale che va sviluppandosi verso sinistra (occidente), si incontra un’altra cascata, nascosta tra le rocce; qui ci si deve infilare in un piccolo e stretto canyon, trovandosi direttamente sotto il salto, a pochi passi da dove la cascata si infrange. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

REYKJAVIK (Islanda), tutti i “colori” (tra murales e graffiti) della capitale più a N del mondo

Reykjavík è una città viva, che – come la natura che la circonda – è sempre in continuo fermento tra i suoi ripetuti e continui cambiamenti. I graffiti sulle pareti della capitale sono come un promemoria visivo di questa fluttuazione, come una sorta di file-rouge, poiché tendono ad apparire in luoghi che il tempo ha, momentaneamente, dimenticato; luoghi avvolti in un limbo, come in attesa di una costruzione o di una distruzione. Reykjavík è, per eccellenza, l’abbondanza di una vivace street-art che decora l’intera città; molti dei suoi muri, grandi superfici di pareti esterne, infatti, vengono artisticamente dipinti ispirandosi alla musica, al folclore islandese e all’immaginario delle saghe nordiche.

Reykjavík è in continuo fermento edilizio, artistico e strutturale, tra le costruzioni moderne che prendono il posto di quelle più vecchie e lo spazio (muri, pareti e facciate) viene concesso ai writers di esprimersi. Spesso sono proprio gli stessi proprietari di case private a offrire lo spazio da decorare. Reykiavik è una città molto piccola per essere una capitale. Occorre una giornata per poter girare attraverso tutti il suo centro storico; la “street art” islandese, l’arte di strada colorata, la si può trovare ovunque in giro, per tutta la capitale. La città è coloratissima, e i muri e le pareti dipinte le danno vita, insieme ai locali, ai festival e alle sculture che la animano.

Dopo i primi passi alla scoperta del centro di Reykjavík, incamminandosi verso il centro città e la sua parte più vecchia, è possibile incontrare i primi murales scoprendo le facciate di palazzi tutti decorati dalla street art, così come anche i vicoli nascosti, i sottopassi o le viuzze secondarie. Per andare alla scoperta e alla conoscenza della street-art islandese, non serve nè una guida nè una mappa: basta lasciarsi guidare dal proprio istinto e – come in un’avventura visiva, sensoriale ed emotiva – partire alla scoperta di questi capolavori, molto spesso nascosti tra un angolo e l’altro, nelle vie e negli slarghi di Reykjavik.

Alcuni di questi graffiti sono talmente così ben definiti e studiati in ogni minimo dettaglio da sembrare reali; altri, invece, sono una sorta di decorazione esterna dei numerosissimi “kaffi” (bar). La città è famosa in tutto il mondo per la celebrazione della vita LGBTQ+. Qui, ogni estate, avviene il Pride che è un evento (come una sorta di festa collettiva) molto vissuto da tutta la popolazione. Ad un certo punto, la città ha dipinto un “arcobaleno” lungo la Skólavörðustígur, la principale strada che porta da Laugavegur su per la collina fino a raggiungere la chiesa di Hallgrímskirkja.

Nonostante sia la capitale più settentrionale del mondo, Reykjavík ospita una scena di street-art molto fiorente e diffusa un po’ dappertutto. Il modo migliore per scoprire la sua street-art è passeggiare per la città con un occhio attento. Qui, col passare del tempo, i murales vanno e vengono. I nuovi proprietari degli edifici li ricoprono di vernice, i nuovi sostituiscono quelli vecchi e a volte gli edifici vengono abbattuti. Anche i graffiti si possono trovare in tutta la città, a volte con grande fastidio degli stessi proprietari degli edifici; la street-art a Reykjavík cambia sempre, è sempre in continua evoluzione.

Andiamo quindi ad esplorare le tante meraviglie delle strade di Reykjavík. La street-art qui ha molti volti, ma i due, considerati i più importanti, qui sono i “tag” e i “murales”. I tag sono generalmente considerati vandalismo, ed è noto che i tagger alterano le loro specifiche opere per disorientare la polizia. I murales, tuttavia, sono più colorati e complessi, vengono spesso commissionati e si ritiene generalmente che abbelliscano – da un punto di vista visivo – la comunità. Ciò che unisce questi due poli in un unico spettro è che la loro tela è la città stessa con tutti i suoi spazi pubblici; mentre i “graffiti” trascinano fuori dalla zona di comfort della normalità senza chiedere il permesso.

Le persone sono abituate all’arte confinata (e controllata) in ambienti convenzionali come musei o gallerie; ma nel caso della street-art, è l’arte ad avvicinarsi allo spettatore, e non il contrario. Tra i più influenti artisti della scena islandese c’è l’artista di strada noto come Selur. Per lui “…la bomboletta spray è solo uno strumento; uno strumento come se fosse un coltello; puoi usarlo come uno chef o come un macellaio, per fare qualcosa di buono o qualcosa di cattivo”. “Non so davvero cosa faccio; se è arte, graffiti, street-art, pittura murale… come vuoi chiamarla. Graffiti è solo un termine generico; non mi interessa come li chiami, purché siano fatti con la bellezza in mente, allora sì che per me così va bene.

Con gli edifici di Reykjavík che – nel tempo – fungevano da tele, la capitale ha ricevuto il rinnovamento che meritava. Questi murales rappresentano l’arte che viene portata allo scoperto per il divertimento e il godimento di tutti. I graffiti non commissionati tendono a spuntare, un pò dappertutto, in luoghi che la pianificazione urbana ha dimenticato; in sottopassaggi, complessi abbandonati, su muri di costruzione temporanei e parcheggi fatiscenti. La street art, per sua natura, coglie di sorpresa il suo spettatore, essa si presenta dove non dovrebbe e scompare quando meno te lo aspetti.

L’Islanda è arrivata tardi sulla scena dei graffiti e della street-art. Come molte cose, c’è voluto un po’ più di tempo perché i graffiti arrivassero sull’isola. Qui Internet non è sempre stato così veloce o così pieno di bellissime immagini ad alta risoluzione di street-art come in altre città. I pionieri degli artisti di strada islandesi degli anni ’90 avevano necessità di trarre ispirazione da film, copertine di album musicali, dai propri viaggi e da qualsiasi altro luogo possibile. Tuttavia, da allora, la scena della street-art di Reykjavik è andata sempre più rafforzandosi, raffinandosi ed è, spesso, considerata una delle migliori città al mondo per la scena della street-art.

Tra i murales più significativi c’è quello del “Vampiro” ispirata a una famosa saga medievale islandese chiamata Laxdœla Saga, il che significa che il mostro nel murale non è affatto un vampiro; ma è una specie di creatura “non morta” islandese chiamata “draugur” che risucchia la volontà dalle sue vittime. Questo dipinto ha l’atmosfera della pop art degli anni ’50 e mostra un uomo dall’aspetto raccapricciante con la pelle bluastra e le corna che gli spuntano dalla testa, con una donna distesa tra le sue braccia; invece di baciarla, pone la sua bocca sul suo collo, suggerendo – o lasciando intuire – che le stia succhiando il sangue.

Altro significativo murale è quello della “Mascherata”. Questo gigantesco e – al tempo stesso – incantevole murales, talmente così pieno all’inverosimile di 27 personaggi coi volti tutti coperti da lugubri e surreali maschere, è stato creato da Phlegm; lo si può vedere in Aegisgata 7, nelle vicinanze del porto. Il dettaglio di questo particolare murale è incredibile; sembra quasi possibile riuscire a trovare sempre un nuovo spunto visivo, un nuovo particolare ogni volta che lo si ammira. Altri murales si possono trovare lungo Laugavegur, come l’Inno alla Madre che raffigura Sleipnir, il cavallo a otto zampe di Óðinn. Ci sono ancora innumerevoli altri murales in tutta Reykjavik e tanti graffiti di varia bellezza e complessità.

L’unica cosa permanente in termini di street-art di Reykjavík è la sua stessa presenza. Sebbene i singoli luoghi e i murales possano – col tempo – scomparire, ce ne saranno sempre altri a sostituirli; finché una città avrà cittadini, non rimarrà mai senza graffiti… Camminare attraverso i colori e i personaggi della street-art della capitale islandese è come muoversi all’interno di una galleria o un museo a cielo aperto; si respira l’aria frizzante del nord potendosi scaldare, emotivamente, coi colori della sua arte murale. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SNAEFELLSJÖKULL (Iceland), sulle tracce del prof. Lidenbrock verso il “Centro della Terra”

L’Islanda è un paese strettamente legato alla sua natura (spesso misteriosa) e ai suoi paesaggi – molte volte aspri e imprevedibili – tant’è che lo scorrere dei secoli non ha tardato ad animare questi territori ponendoli come sicura dimora di banditi, demoni, eroi, principesse elfiche, spettri… figure eteree capaci di vivere tra deserti di ghiaccio e i fiumi di lava di vulcani e altipiani interni. Ogni angolo di questa bellissima isola ha un proprio mondo intriso di racconti, saghe, storie, che hanno, spesso, generato usanze e tradizioni oltre ad incidere sulla immensa toponomastica locale dalle incomprensibili interpretazioni sia vocali che verbali.

Leggende di luoghi che avvolgono territori quasi mai frequentati: da quel Helgafell (Monte Sacro) che può – per chi lo scala – esaudire tre desideri; da quella impronta del “Cavallo di Odino” che diede origine al canyon Ásbyrgi, fino alle magiche rune dei fiordi occidentali scoperte (e interpretate) dallo scienziato islandese del XVI secolo, Arne Saknussemm da cui ha avuto origine quell’incredibile “Viaggio al Centro della Terra” di Jules Verne. Leggende, racconti di fiabe e saghe cui vanno ad intrecciarsi le inquietanti storie di timide donne-foca, di druidi che (come santoni) fermano eruzioni vulcaniche, di fantasmi nascosti lungo impervi sentieri, di gole e valli dimore di Tröll, di stregoni che allontanano il male lanciando sortilegi, di irraggiungibili tesori nascosti sotto le cascate…

Nel cratere Yökull dello Snæffels che l’ombra dello Scartaris tocca alle calende di luglio, comincia a scendere, coraggioso viaggiatore, cammina e così facendo raggiungerai il centro della terra.” (Arne Saknussemm). Così ebbe inizio la straordinaria avventura in cui l’uomo (scienziato e sognatore) Lindenbrock, indifeso – quasi ossequioso – di fronte alle forze della natura volle affidarsi alle remote interpretazioni di arcane “tavole runiche” per cercare la via (sotterranea) da seguire per conoscere quel centro del mondo da cui tutto ha origine. Come l’esimo professor amburghese, anche noi – tra magia e interpretazioni poetiche, emozioni e curiosità – abbiamo intrapreso il viaggio nella penisola di Snaefellsjökull, attraverso paesaggi avvolti solo dai silenzi boreali, dalle vivaci tracce di piste circondate dai licheni, e dai colorati sentieri di lava in un immaginario mondo norrenico probabilmente conosciuto da pochi.

KIRKJUFELL… una delle meraviglie della natura d’Islanda più conosciuta al mondo. Magica, estremamente spettacolare, dai paesaggi mozzafiato. In norreno significa “montagna della chiesa”, uno dei simboli dell’Islanda, è alta poco più di 400 metri ed è situata nella parte nord della penisola di Snæfellsnes. A rendere spettacolare ed unico questo luogo non è solo la caratteristica forma della collina, ma la cornice naturale in cui si trova: un paesaggio spettacolare con il colore verde dei prati circostanti e la cascata di Kirkjufellsfoss che, con un modesto salto più che significativo, ma molto suggestivo per l’incantevole paesaggio in cui è inserita, si getta in un laghetto sottostante. La montagna (difficile da scalare!) non è altissima, ne imponente, ma è la regina incontrastata della penisola; appena la si vede toglie il fiato e regala un senso di pace.

DJUPALONSSANDUR… è una spiaggia nera (composta da rocce e ciottoli di lava e pomici sparsi dappertutto), poco pubblicizzata, ma che offre un grande fascino: Incastrata in una cornice panoramica che sembra un girone infernale, offre un paesaggio surreale con alle spalle la skyline del ghiacciaio Snaefellsjokull. Un intricato labirinto composto da muraglie in roccia lavica che vanno dal rosso al nero e che contrastano con il blu del mare. Qui l’Islanda mostra la sua natura selvaggia più aspra con impervi sentieri in basoli lavici per raggiungerla; giunti in spiaggia, sparsi un po’ dappertutto ci sono i resti del relitto di un peschereccio britannico qui naufragato nell’immediato dopoguerra. Non imperdibile, ma se si gira nei dintorni della penisola val la pena una breve escursione.

LONDRANGAR cliff… è una spettacolare scogliera lungo la costa a sud delle pendici del vulcano Snaefellsjökull (quello narrato nel Viaggio al Centro della Terra). Essa appare come un’affascinante e misteriosa scogliera caratterizzata da due alte creste turrite che emergono dal mare e si stagliano, maestosamente, verso il cielo; sono uno dei luoghi più iconici e spettacolari dell’intera regione. Le due torri, chiamate rispettivamente Lóndrangur e Búri, sono formate da colonne di basalto di origine vulcanica. Esse sono il risultato dell’azione erosiva dell’oceano che ha gradualmente aggredito le scogliere circostanti formate dalla lava del vulcano, creando queste impressionanti torri isolate. La scogliera è anche un luogo importante per l’avifauna marina, con numerose specie di uccelli che nidificano sulle sue pareti rocciose, tra cui la simpatica pulcinella di mare (Puffin).

ARNARSTAPI … Siamo alla base del vulcano Snaefellsjökull; qui compare un bellissimo porticciolo di pescatori ricavato in un ponte naturale sulla costa e con una vista meravigliosa verso il mare; verso l’interno, invece, si staglia una piccola – ma molto suggestiva – fattoria bianca. Qui i pilastri di basalto, le colline in roccia lavica e i canali che circondano il molo fanno di Arnarstapi un luogo davvero bello, suggestivo e interessante. Con una breve escursione sul bordo della scogliera in meno di 2 km di cammino s’incontra la “vera” Islanda: affioramenti dal mare di faraglioni lavici, lontane cascate sulle prime pendici montuose, migliaia di uccelli marini lungo la costa, baie e insenature nascoste, archi (di cui uno molto spettacolare) di varie dimensioni che s’aprono sulla scogliera, una grotta marina fiancheggiata da colonne di basalto fino a raggiungere la monumentale scultura di Bardir, figura simbolo delle saghe islandesi, tutta realizzata in pietre laviche.

BUDAKIRKJA BLACK CHURCH… oggi possiamo godere della bellezza paesaggistica, ambientale e naturale in cui è inserita questa chiesetta dal color nero, grazie a una donna, tale Steinunn Sveinsdottir che ha lottato per avere una nuova chiesa costruita in questo luogo. La chiesa nazionale islandese inizialmente respinse le sue richieste ma la signora – che non ha mai rinunciato alla sua fede e alla sua speranza – nel 1848 riuscì ad ottenere il permesso (non il finanziamento) dal re per costruire la chiesa. Una delle parti più belle e significative di questa chiesa è l’anello appeso alla porta con la scritta “questa chiesa fu costruita nel 1848 senza il sostegno dei padri spirituali“. Si chiama la “chiesa nera” perché è coperta con pece di catrame, che mantiene il legno dal rapido deterioramento. La chiesa si trova a Budir, ex villaggio di pescatori a capo della baia di Budavik; qui l’insediamento fu abbandonato nel XIX secolo. La posizione con l’oceano da un lato e la neve sulle cime innevate fanno di questa chiesetta un’iconica immagine simbolo di tutta l’isola e non c’è un altro segno di vita per chilometri. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)