San LORENZELLO (BN), ove dall’Acqua e dal Fuoco nascono… solo opere d’arte!

Per chi giunge da Telese o dalla valle del Volturno e vuole raggiungere le alte propaggini sud-orientali del gruppo montuoso del Matese, nel punto in cui il torrente Titerno piega con larghe e ciottolose anse verso occidente, in un’area determinata dalle alture del monte Acero e i crinali della dorsale appenninica, posto alle falde boscose di monte Erbano sorge il caseggiato di S. Lorenzello (211 m). In amena posizione, in un’autentica cornice naturale ove si rincorrono forme, luci e colori, il paese domina a settentrione l’immensa conca paesaggistica dove confluiscono i corsi fluviali del Calore e del Volturno circondati da una marea ondulata di colline dove risaltano le ben più note “Città del Barocco” come la vicinissima Cerreto Sannita, il ripido pendio su cui è arroccata Guardia Sanframondi e la lontanissima Caiazzo.

Sono ben note le produzioni di ceramica che caratterizzano la zona, sapientemente illustrate dalle maestranze locali le quali perpetuano un’arcaica tradizione con produzioni artigianali di pregiato valore artistico e decorativo. Ma ciò che risulta essere il motivo dominante della conoscenza di S. Lorenzello e i suoi dintorni sono, laddove è ancora possibile ammirarle, la presenza di quelle che erano le antiche fornaci per la lavorazione/produzione delle forme in terracotta e – soprattutto – riuscire a scoprire (e “ricostruire”) quel simbolico percorso che per secoli ha compiuto la creta dalle cave di estrazione dell’argilla fino alle fornaci delle botteghe artigiane dove il prodotto, modellato, veniva tramutato in terracotta.

In un orizzonte costellato da monti, boschi e profonde gole, con letti fluviali acciottolati tra anse e meandri e terreni sapientemente coltivati a orto e distribuiti a frutteti, vigneti e uliveti, sorgono casali e masserie lungo le principali arterie: ampi slarghi interni con il forno esterno, le scale, gli ambienti sottani (comunemente usati come spazio del lavoro: la bottega) e gli ambienti soprani (raramente usati come abitazione: residenza stabile). La presenza di particolari elementi espressi in natura quali l’acqua (leggibile attraverso le fontane, i pozzi, il fiume), il fuoco (chiaramente visibile attraverso fornaci, focolari e forni) e i percorsi (riscontrabili negli antichi ponti, nelle rampe o – più semplicemente – negli straordinari vicoli acciottolati) concorrono, tutti insieme, a definire e rafforzare, come varchi di comunicazione, i tre elementi degli orizzonti basso-medio-alto: ctonio, terrestre, celeste.

La località Toppo (più conosciuta come Masseria Fusco) è una modesta altura avvolta da secolari uliveti che fa da cornice d’ingresso al territorio di S. Lorenzello. Qui la bottega del decoratore/ceramista Ruggiero perpetua, nel segno della tradizione, quelle che sono le forme e i tratti tipici della produzione locale: acquasantiere e formelle; vasi e portacandele; zuppiere e ancelle; borracce scaldamani e brocche; piastrelle e pavimenti. Da questa bottega, lungo una pista carraia in discesa, si raggiunge (223 m) la strada Telese/San Lorenzello. Qui, proprio all’altezza di una curva che piega e sale in direzione N, accanto a sinistra compare la bottega del cretaio/ceramista Festa, ove l’ultimo maestro “Cocciolaro” (o “Crucciularo” = colui che lavora ai cocci) ci accoglie nel suo angolo di produzione seduto all’ultimo tornio della zona che funziona ancora a pedale.

La materia scivola tra le sue mani e da un semplice impasto di argilla e acqua viene fuori la forma, mentre in altri ambienti della bottega alcuni allievi intervengono nelle fasi della decorazione e della smaltatura/lucidatura. Dalla bottega Festa, a meno di mezzo chilometro si è in località Madonnella (edicola sacra lungo la strada). Qui, sulla destra, in un terreno di proprietà (Festa) si raggiunge il solco del torrente Cervillo; lungo il suo margine compare un frutteto (alberi di pero e vigneto) impiantato proprio nel luogo in cui esisteva l’unica cava della zona da cui si estraeva l’argilla. Qui, fino alla metà del XX secolo, i bambini della zona si divertivano a raccogliere l’argilla con le mani e a riempire i contenitori (canestri in vimini) che a loro volta venivano caricati dagli adulti su appositi carri trainati dai buoi. In virtù delle particolari falde presenti nel sottosuolo, il manto argilloso di superficie può presentarsi con venature policrome in argilla rossastra, argilla più chiara gialla, argilla color manganese e – in alcuni casi – con sfumature verderame.

Per secoli le argillose pendici delle alture che ruotano tra Cerreto Sannita e S. Lorenzello hanno fornito la materia prima agli artigiani ceramici del luogo “seguendo” così un percorso produttivamente preferenziale che dai corsi fluviali e torrentizi attraversava territori intensamente coltivati (vigneti e uliveti) e lungo la via dei pastori transumanti incrociava casali e masserie isolate fino a raggiungere le fornaci/botteghe. Sono aree, quelle di S. Lorenzello, dalle quali lentamente emergono tracce di arcaiche civiltà (come statue fittili a corredo tombale d’epoca romana rinvenute in zona) che arricchivano le proprie abitazioni con terrecotte decorate di cui ancora oggi, attraverso una diffusa attività artigianale della lavorazione dell’argilla evolutasi – durante lo scorrere dei secoli – nella più prestigiosa ceramica artistica, si rivivono i segni e le forme più evidenti.

L’argilla, durante il suo percorso dalla cava alla fornace/bottega, raggiungeva finalmente le rive del fiume ove, per mezzo di un ponte a più arcate, faceva il suo ingresso in paese per giungere definitivamente a destinazione presso la fornace posta sulla sponda destra (ma più in alto) del Titerno. Qui il torrente, seguiva il margine della strada e sfiorando le ampie zone di verde diventava segno attivo del linguaggio paesaggistico; esso scorreva ora violento, tra gole e salti di roccia, ora placido tra anse che serpeggiano lungo bianche rive acciottolate; un unico orizzonte di elementi che diventava, al tempo stesso, luogo di esposizione e vendita dei prodotti ceramici e delle terrecotte. I faenzari di un tempo proprio sulle acque del Titerno avevano buone opportunità di produzione poiché la corrente del fiume serviva per pulire bene le pale dei “molinelli” per lavorare l’argilla.

Prima di conoscere l’affascinante mondo della produzione del cotto, basta percorrere pochi passi per trovarsi proiettati indietro nel tempo, in un’atmosfera dal sapore tipicamente medioevale, proprio nel centro di S. Lorenzello; un modesto reticolo urbano determinato dagli incroci di stradine acciottolate su cui prospettano singolari portali in pietra avvolti da scale rampanti e scorci racchiusi da cortili intrisi di muschio che sembrano scavati nella viva roccia. Attraversando questo agglomerato emerge – su tutto – la particolare forma a “cipolla” del Campanile rivestito in policrome formelle maiolicate del ‘700 di S. Maria degli Angeli (o della Sanità), mentre la Parrocchiale di S. Lorenzo Martire, ricostruita dopo il crollo del 1885, fu restaurata nell’antico Convento Carmelitano e la Chiesa del Carmine, un rifacimento settecentesco di una chiesa del ‘500, completano il quadro artistico-religioso della borgata. L’argilla compie così il suo viaggio raggiungendo l’antica fornace Izzo.

Definitivamente abbandonata (oggi in un completo stato di precario equilibrio strutturale) questa ha operato fino al 1990 impostando la sua produzione sulla lavorazione del cotto i cui maestri vasai hanno sapientemente espresso attraverso le più impensabili forme quali vasi, ancelle, piatti, anfore, brocche e poi ancora quadroni, quadrelle, mattoni, embrici, coppi e quant’altro. Qui è ancora il fiume, la via d’acqua, che da sempre ha determinato la localizzazione delle case/bottega con le fornaci allocate nella vallata, lungo le sponde, e sormontate dalle case padronali costruite più in alto, oltre il fiume, in strategica posizione. Questa intuitiva ripartizione degli orizzonti può essere definita una linea di demarcazione fra due distinti ambienti come l’abitato (residenza) ed il produttivo (bottega). Planimetricamente la bottega/fornace si configura come un recinto chiuso, quadrangolare, posto lungo un percorso (la strada) e confinante con la campagna.

Al suo interno la fornace è suddivisa in più ambienti, leggermente inferiori al piano stradale, poggianti su un’orditura quadrata e coperta da volte a vela in tufo, chiusi da un lato (monte) verso la strada e dall’altro (basso) verso il fiume e la campagna. La fornace (l’ambiente propriamente del forno) consiste in due camere sovrapposte, coperte a volta, forate per lasciar passare le fiamme durante la cottura delle forme. Altri ambienti simboli all’interno della fornace sono: la parete in tufo, ove veniva poggiata la creta per deumidificarla; il catino con l’argano miscelatore manuale ove l’operaio, con la frammentazione e la miscelazione del silicio, traeva l’impasto per le smaltature alle forme; i ripiani ove si essiccavano le forme; i particolari torni a pedale ed altri arnesi per creare forme e determinare spessore; vari utensili per modellare e/o intagliare; diversi recipienti in cotto contenenti polveri colorate.

All’esterno della fornace, ma sempre nelle vicinanze, vi sono le “peschiere” (o vasche) di forma squadrata, disposte affiancate al livello del suolo e che servivano per la pulitura, la setacciatura e la raffinazione dell’argilla; molto spesso esse si trovano anche a livelli differenti con un sistema di canalizzazione per lo scorrimento dell’acqua. Queste fornaci venivano costruite in tufo mentre le pavimentazioni erano prevalentemente a “quadrelle” in cotto. L’attività produttiva del “cocciolaro” è al centro di questo spazio che coinvolge, coi ritmi dell’alternarsi delle fasi di lavorazione, le diverse parti dell’ambiente/fornace: le vasche, le coperture, il cortile, il laboratorio/bottega e il forno; un alternarsi di fasi della produzione che disegna la particolare topografia di uno spazio mantenutosi inalterato nel corso dei secoli. Ovunque, intorno, si percepisce lo scorrere dei secoli intrisi dall’intenso profumo dell’argilla tramutata in terracotta, mentre fuori la natura offre vedute paesaggistiche davvero belle.

L’itinerario continua seguendo la strada che scorre lungo la destra orografica del Titerno fino a raggiungere contrada Fontana Vecchia (200 m – in comune di Faicchio). Dalla strada è possibile scendere verso il torrente e visitare il suggestivo Ponte Romano di Fabio Massimo (o Ponte dell’Occhio) risalente al III secolo a.C. e recentemente ricostruito. Scavalcando il Titerno esso, durante il corso dei secoli, ha permesso i collegamenti tra i villaggi della zona. Un’unica rampa con arco a tutto sesto strutturata con la sovrapposizione di più strati formati da listelli in cotto, pietra calcarea e dalle pareti a blocchi in opus reticolatum, esso ha una larghezza inferiore ai 2 metri con balaustre basse che scorrono lungo il margine dei bordi. L’intera area ha assunto fin dal passato significato di porta (transito) attraverso le città della terracotta di S. Lorenzello e Cerreto S. e dal quale dipartivano le due principali vie legate agli elementi per creare la terracotta: quella dell’acqua (i torrenti e le fonti) e quella del fuoco (le botteghe/fornaci). (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

da Anthölz-Niedertal (BZ, Sud Tirol) al Biotop Rasner/Möser: l’insolita natura della torbiera

Poche ore di escursioni non bastano per conoscere fino in fondo quanto siano belli questi luoghi, di quanta armonia si percepisce in ogni angolo della vallata; pochi chilometri di cammino lungo un qualsiasi sentiero che sale dalle valli alle vette, ti fanno subito innamorare per sempre del Sud Tirolo! Un incontro, forse fugace, ma sicuramente da ripetere perché nessuno può veramente dire di amare la montagna, senza capire e scoprire cosa sia il Sud Tirolo.

Luoghi magici avvolti da leggende; un popolo ospitale e accogliente; una natura allo stato puro che si riflette tra cielo e acque; suoni, profumi, odori e colori di ambienti unici al mondo; siamo tra i 1000 e i 1300 metri d’altezza, a ridosso tra i confini determinati dalla natura e quelli stabiliti dagli uomini; Si cammina, praticamente, attraverso un habitat di frontiera ove le sorprese non mancano, in una lunga valle dai verdi tappeti prativi in cui spiovono le boscose pendici di aspre e geometriche cime montuose.

La Valle Anterselva si interseca, nelle complesse geometrie dei territori ai margini della frontiera, come uno spazio vitale armoniosamente distribuito proprio lungo i confini: in fondo alla valle, ai cui piedi il paesaggio si estende con ampie radure prative, da cui partono le tracce (ben segnalate) di numerosi sentieri con diversi gradi di difficoltà che raggiungono i punti più alti in prossimità di favorevoli punti panoramici o sfiorando le magiche atmosfere delle malghe e dei capanni.

Le refole dei venti che scivolano dalle pendici montuose e riecheggiano tra le alte chiome dei boschi (betulle, larici e pini) ove tutt’intorno l’acre profumo di resina seduce per la sua essenza dolce e acerba, mentre le travi dei tetti di antiche baite lanciano flebili scricchiolii. Nei lunghi pomeriggi estivi, prima che il sole cada dietro i profili montuosi, per tutta la valle regna – sovrano – il silenzio che dona sensazioni di pace e tranquillità distribuiti per tutta la sua estensione.

Polle sorgive e paludi superficiali si alternano a un sottobosco ricco di “torbiera” e dal particolare “biotopo” come quello che si incontra a Rasner Möser che riporta, indietro nel tempo, alla tipica ambientazione della natura che qui, da sempre, giace all’interno della vallata; su tutto aleggia il silenzio delle ardite montagne e degli impenetrabili boschi che fanno degli ambienti di Anthölz/Anterselva un’autentica “perla” del Süd Tirolo.

Nell’attraversare queste terre s’immagina – spesso – di giungere in un bucolico paesaggio, quasi un paradiso alpino; laddove si ha la sensazione di poter camminare sull’orlo di pendii talmente così elevati da sorreggere – in un apparente equilibrio di precarie stabilità – le fondamenta di case tutte fatte in legno e dai terrazzini e le finestre perennemente iridati da vasi fioriti che s’aprono su scenari davvero molto incantevoli.

La valle di Anthölz/Anterselva si caratterizza, oltre che per la varietà dei suoi villaggi, che si evidenziano per i tipici masi dalle impalcature in legno scuro e i balconi abbelliti da fiori, anche per la presenza dei boschi (pinete, abetaie, leccete, betulle) in cui si nascondono e custodiscono le narrazioni di arcaiche leggende; romanze e storie che si alternano all’acqua, ai boschi, ai laghi ed ai cieli tersi che qui sono l’essenza di questa terra.

Anterselva di Sotto (circa 1100 m), è quel bel villaggio di case bianche e dai tetti in legno da cui si erge la guglia del campanile che si staglia sulla linea dell’orizzonte. La caratteristica del fondo della vallata, solcata dalle acque del torrente e dai margini della foresta, si evidenzia per essere una bella e lunga prateria verde. Muovendosi dal villaggio di San Florian e superati la provinciale, in lieve discesa si cammina per uno stradello campale che si apre attraverso bei muretti in pietra a secco sistemati dai valligiani.

Superati il ponticello sul fiume, si volge a destra e si continua a scendere attraversando i margini del caseggiato. Sulla via campestre (Freizeitzone) che solca la sinistra orografica del torrente, a un chilometro dopo le ultime case ed appena nascosto dalla cortina degli alberi, compare lo splendido specchio lacustre del laghetto di Fischteich, area appositamente attrezzata per trascorrere qualche ora di svago sulle sue sponde o per piacevoli pic-nic.

Dal laghetto si imbocca lo stradello (Walder Kirchweg) che, verso sud, porta a un gruppo di case (i Masi Walderhörfe) con annessi laboratori per la lavorazione di prodotti caseari ricavati dai pascoli sulle vicine alture. Una breve deviazione porta ai “Bagni di Salomone“, area di relax nelle cui vicinanze giace una sorgente di acque termali dall’antico stabilimento denominato Salmansprunnen.

Dai Bagni si riprende nuovamente la pi-sta che solca il margine della foresta fino a raggiungere il particolarissimo habitat del Biotop Rasner Möser (1075 m), una singolare zona paludosa che conserva, al suo interno, numerose e particolari specie di flora e fauna, armoniosamente nascosti dalla torbiera (soffici e morbidi cuscini d’erba). Diverse passerelle, ponti, passaggi, tutti rigorosamente realizzati in legno, consentono di poter lasciar apprezzare, ai tanti escursionisti che lo visitano, le numerose specie di piante e animali rari, tipici degli ambienti paludosi alpini. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SOVANA (GR, Toscana): trasportati in un tempo lontano attraverso misteriose sepolture…!

Il parco “Città del tufo” si trova a circa a 2 km dalla suggestiva rupe da cui si erge l’abitato di SOVANA. Esso raccoglie, al suo interno, attraverso un percorso naturalistico molto suggestivo laddove, tra la copiosa vegetazione, giace una tra le più belle necropoli etrusche in Italia; l’intera area è percorribile a piedi, basta avere scarpe comode e tanta acqua, soprattutto nel periodo estivo.

Antichissimo borgo di origini etrusche il borgo di Sovana, frazione nel comune di Sorano, è arroccato su uno sperone tufaceo e non può essere ignorato da un itinerario che ne attraversa – e lascia scoprire – le sue caratteristiche principali: il Parco Archeologico della “Città del Tufo”, una vasta area distribuita da una serie di luoghi dalle incredibili rilevanze archeologiche, culturali, naturalistiche e storiche.

Il Parco archeologico è diviso fra vie cave e necropoli come la tomba ad edicola dei demoni alati, ben conservata, con una statua sdraiata che conserva ancora alcuni colori, e la parte esterna della tomba di Ildebranda che è maestoso, anche se serve un po’ di fantasia per immaginarlo completo come alle origini. Molto caratteristica è la via Prisca, una breve via cava che sembra, grazie alle pareti obblique, divenire una galleria.

Un parco costituito da una serie di siti di grande rilevanza di cui, la parte più imponente della necropoli etrusca, si trova sulle colline che si ergono a nord del torrente Calesine. Da qui hanno inizio una serie di percorsi immersi nella copiosa vegetazione da cui emergono imponenti costruzioni d’epoca etrusca e monumentali tombe dello stesso periodo, tutto ricavato dalla viva roccia tufacea di cui è composta la morfologia del territorio.

Lasciamo la necropoli, e a sinistra dell’uscita, ci incamminiamo per il Cavone, chiamato così per le sue dimensioni, è la via cava più larga della zona ed è lunga circa 800 metri, l’altezza delle pareti supera in alcuni punti i 20 metri. Superati l’accesso compare un bosco meraviglioso che rende la passeggiata fresca e piacevole; un principale percorso che viene intersecato da un insieme di sentieri che si snodano – in più direzioni – attraverso queste meraviglie del passato.

Quest’area è un privilegiato luogo per gli appassionati di antichità, autentico paradiso per archeologi e studiosi di storia antica (preromana); un parco ben attrezzato che custodisce moltissime tombe tra cui, le più imponenti, quelle di Ildebranda e dei “Demoni Alati”; queste tombe sono molto particolari e il sito offre accurate descrizioni e le dettagliate ricostruzioni di ognuna di esse.  

Fiore all’occhiello di questo Parco Archeologico è la maestosa Tomba di Ildebranda, una incredibile struttura funeraria databile intorno ai 2500 anni fa, vero e proprio tempio funerario sorretto da una foresta di colonne, seguita – per bellezza e importanza – da quella dei “Demoni Alati”; altre, meno appariscenti, tutte che riemergono da una natura lussureggiante. Purtroppo essendo tutto costruito nel tufo, le strutture sono giunte a noi molto consumate dagli agenti atmosferici ma ancora se ne percepisce la grandezza e l’austera dignità.

Al di là delle magnifiche fattezze con cui sono state realizzate queste tombe etrusche, è la magia che permea all’interno di tutta la necropoli a rendere la visita un’esperienza unica. Sarà forse perché di questo sito si conosce ancora relativamente poco, o sarà per la natura potente e rigogliosa che lo avvolge completamente, ma l’atmosfera che si avverte è quella di essere trasportati in un tempo lontano, inimmaginabile e misterioso.

Visitare le bellezze all’interno di questo parco è come compiere un viaggio nel tempo, un excursus emotivo/sensoriale assolutamente da provare; si tenga però presente che a causa della friabile natura del tufo, poco è rimasto e quindi bisogna armarsi di molta immaginazione. Ad ogni modo l’ambiente resta comunque altamente suggestivo.

È veramente un tuffo nel passato, un salto attraverso la vita e nelle idee degli etruschi, tutto veramente molto suggestivo, al solo pensare di come riuscivano ad allestire le tombe, così sontuose, ricche di oggetti preziosi e simbolici affreschi. Il Parco delle “Città del Tufo” è un luogo che cattura la mente e il cuore; a coloro che piace la storia e i luoghi belli come questo, appartiene a questa categoria di privilegiati.

Un posto impossibile da dimenticare una volta che si è passati di qui. Il “culto per la morte” (sepolture) professato dagli Etruschi è un qualcosa di raro, vagamente comprensibile e – a tutt’oggi – ancora poco conosciuto; tra i tanti visitatori che giungono qui a Sovana qualche accanito appassionato del genere, riuscirà, sicuramente, a trovare qualche risposta… forse! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Erice (TP, Sicilia): ‘U Munti, tra panorami mozzafiato e tramonti da sogno…

Posizionato sulla cima dell’omonima altura a 751 m, Erice è – sicuramente – uno tra i più bei borghi d’Italia; un concentrato medievale di arte, storica e cultura ben conservato che vanta origini antichissime, quasi mitologiche. Il suo nome viene accostato ad Erice, figlio di Afrodite e di Bute, ucciso da Eracle. Per la sua invidiabile posizione ambientale e paesaggistica Erice è un angolo di Sicilia che sembra abbracciare tutta l’isola, laddove lo sguardo sembra volgere oltre ogni possibile orizzonte, con panorami mozzafiato di straordinaria bellezza naturalistica.

Erice è un borgo medioevale attraversato da vie acciottolate, circondato da mura che trasudano di storia e antichissime tradizioni, ove gli incontri con la gente del posto (che qui hanno una forte cordialità e disponibilità al dialogo col forestiero) ascoltando i loro racconti sapientemente accompagnati alla scoperta di aneddoti, sfociano in storie che narrano delle vicende vissute in questo borgo incantato. Conosciuta anche come la “città dalle 100 chiese” Erice è un “laboratorio delle meraviglie” ove la tradizione culinaria si alterna alle produzioni artistiche di manufatti (ceramiche e i tipici tappeti “ericini” tessuti a mano e ricchi di decorazioni) unici nel loro genere; mentre non si disdegna di degustare i famosi dolci alla mandorla.

Passeggiare per i suoi vicoletti, le sue stradine lastricate, le sue mura ciclopiche e le vecchie fortificazioni rappresenta un emozionante viaggio nel tempo. Erice, autentico vero gioiello della storia siciliana, è un must in cui convergono arte, storia, cultura, tradizioni, paesaggio ed eccellenze artigianali; tra i suoi vicoli si respira un’atmosfera fuori dal tempo, mentre dall’alto delle sue torri e dei suoi bastioni si estendono – all’infinito – una moltitudine di punti panoramici dominanti l’intera Sicilia occidentale. L’aria salmastra che sale trasportata dai venti del vicino mare aleggia tra le stradine rotte solo dal calpestio dei passi sui basoli antichi di millenaria storia.

‘U Munti, come viene chiamato il borgo dalla gente del posto, eleva la sua massima bellezza quando – nelle giornate afose o con la bruma espressa dal forte tasso di umidità – viene avvolto dalle foschie e dalle nebbie. La sua storia millenaria viene espressa nelle costruzioni che resistono al tempo e suscitano forti emozioni interiori, tra cui i famosi “silenzi” di Erice, provando semplicemente a perdersi camminando nei vicoli meno frequentati, andando alla scoperta di quegli angoli meno battuti e potendo godere della splendida vista su Trapani e le isole Egadi, si scoprirà come il fascino di Erice sia rimasto intatto nel corso tempo, dovuto in gran parte anche il suo incredibile silenzio.

Erice è un borgo unico, dove storia e natura si legano rincorrendosi tra le sue stradine o arrampicandosi lungo le sue rampe, oppure riposandosi all’ombra dei suoi antichi palazzi e chiese; emozioni – queste – che aggiungono valore ad un paese già di per sé squisito, un pezzetto di medioevo spesso avvolto dalle nuvole, un dedalo di viuzze affascinanti, un castello sulla sommità, una meravigliosa vista su monte Cofano, San Vito lo Capo e su Trapani. La principale forza del borgo è – senza ombra di dubbio – il suo spettacolare panorama sul golfo di Trapani, le saline, le Isole Egadi e le montagne circostanti.

Il borgo ericino è piuttosto contenuto, quasi un piccolo scrigno fatto di tesori laddove le emozioni si rincorrono alle sorprese che – di volta in volta – si riscontrano ora in un edificio sacro, ora in un palazzetto nobiliare, per cui lo si può visitare tutto in un paio d’ore di cammino; ma è talmente così ricco di monumenti e luoghi caratteristici che non bastano giorni per poterlo visitare davvero fino in fondo; senza disdegnare, poi, che è meraviglioso fermarsi nel reticolo dei suoi vicoletti (bisogna prestare attenzione al basolato perché risulta scivoloso nella parte liscia e si rischia di cadere!) e poter gustare le tipiche specialità locali.

Tra i suoi principali monumenti meritano una visita la Chiesa Madre dedicata a Maria Assunta, autentico capolavoro di architettura normanna. Giunti alla principale porta d’accesso del borgo (Porta Trapani) e volgendo immediatamente nel vicoletto a sinistra, sullo sfondo s’impenna – in tutta la sua monumentale bellezza – il campanile (Torre di Re Federico del 1314) della Cattedrale (risalente agli principi del XIV secolo) dedicato all’Assunta con la sua bellissima facciata (col porticato sorretto da colonne e l’imponente “rosone”) che ha mantenuto, nel tempo, l’originaria impronta medioevale che va dal gotico al catalano.

Vi è poi l’atipico edificio della Torretta di Pepoli, una eclettica costruzione (villa ancorata su uno strapiombante sperone roccioso) sorta ai piedi del ben più poderoso Castello; il paesaggio e il panorama che si può godere dalle sue balconate poste sui diversi livelli sfalsati è di una incredibile bellezza e incredibilmente magnifico da lasciare stupiti e senza fiato; una veduta che raccoglie – con un unico sguardo per oltre 270° – l’intera fascia costiera della Sicilia occidentale e poi, i tramonti sulle Egadi che si godono da quassù, sono uno spettacolo… da non perdere assolutamente!  (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

S. Angelo FASANELLA (Alburni, Cilento, SA): un borgo, una valle, una grotta…!

Adagiato lungo le pendici meridionali dei monti Alburni (meglio conosciuti come le “Dolomiti del Sud”) sorge l’abitato di Sant’ANGELO FASANELLA (505 m). Il paese trae – sicuramente – l’origine del suo nome dalla vicina grotta di S. Michele Arcangelo e dall’omonimo torrente che, scendendo dagli Alburni, crea fenomeni di carsismo. Tracce storiche indicano che FASANELLA era il nome di una città che fu distrutta da Federico II per punire la famiglia Fasanella che qui risiedeva. Altri studiosi indicano il nome Fasanella come origine di “PHASIS” antica città greca della Colchide, attuale Rio e dall’omonimo fiume che ha origine ai piedi del Caucaso. Sicuramente però, i primi coloni ellenici che – provenienti dalla vicina costa (Poseidonia) – identificarono Phasis in omaggio alla loro madre patria. Nell’800 fu la sede da cui mosse l’insurrezione, nel salernitano, a favore dell’Unità d’Italia.

Il suo circondario offre ampie superfici coltivate a cereali, uliveti e vigneti, oltre che alla pastorizia (produzioni casearie) e alla silvi-coltura (prodotti del bosco). Ma se l’abitato ruota tutto intorno al Castello ducale (privato) di matrice tardo/aragonese, il fiore all’occhiello del paese è – senz’altro – rappresentato dalla splendida chiesa rupestre (riconoscibile per nicchie e altari) collocata all’interno della Grotta di S. Michele Arcangelo, un’antica abbazia dedicata al culto di Santa Maria Maggiore e Patrimonio universale UNESCO. Fondata da uno sparuto nucleo di monaci che qui posero la propria dimora alimentando il culto per l’Arcangelo, in questa spelonca trovò rifugio anche l’intera popolazione quando, nel 1246, Federico II di Svevia, per un rifiuto ricevuto dagli stessi monaci, rase al suolo l’antico abitato.  Per una breve rampa in salita si giunge dinanzi all’ingresso che permette l’accesso all’antro ipogeico.

Qui, una volta varcati il bellissimo portale del ‘400, s’apre uno spettacolo della natura – così come dell’arte e della fede – davvero molto bello e suggestivo. La spelonca, abitata già in età paleolitica (ritrovamenti di arnesi ed utensili) fu ricovero per i cacciatori locali che utilizzavano queto antro per gli usi domestici e quotidiani. Ma fu solo molti secoli più tardi che si ebbe la sua scoperta (avvenuta intorno all’XI secolo). Successivamente la grotta è stata più volte rimaneggiata, e – quasi sicuramente – la sua pavimentazione in cotto può conservare ancora sedimenti e depositi di materiali, sicuro spunto per avviare campagne di scavo (e di ricerca) sulle popolazioni che nel paleolitico abitarono le queste zone. La storia ci tramanda l’episodio che vide coinvolto – prima dell’anno 1000 – il principe Manfredo che, causalmente, scoprì la grotta durante una sua battuta di caccia. Fu proprio mentre inseguiva col suo falcone, lanciato all’inseguimento di una colomba, che la stessa trovò riparo in una piccola insenatura nella roccia, una minuscola cavità alle pendici di un costone roccioso.

Il Principe, avvicinandosi, poté avvertire il particolare rimbalzo sonoro dell’eco tale da indurlo a pensare che dentro vi fosse qualcosa – uno spazio o un’apertura – ancora più grande di una semplice cavità nella roccia. Egli decise, con non poche difficoltà, di spingersi sempre più internamente per scoprire cosa si celava. Una volta raggiunto l’interno, si guardò intorno e – alla luce di una fiaccola – rimase colpito dalle enormi dimensioni che la cavità naturale comprendeva. Scrutando attentamente notò, in fondo sulla destra, anche una sorta di altare ricavato nella roccia; un pulpito che sembrava presentare, alle sue spalle, una strana figura come si trattasse di due ali “spiegate”. Questa insolita forma e il colore bianco della roccia calcarea generò nel principe la sensazione di aver visto l’Arcangelo Gabriele. Qui la millenaria storia che ha attraversato queste terre alburnine si fonde con la bellezza naturale delle grotte. Eccoci, dunque, una volta varcato l’ingresso caratterizzato da due leoni (reggi-portale) in pietra, all’interno della Grotta/Santuario.

L’antro ipogeico è suddiviso in due grossi ambienti: quello che si vede appena entrati con antichi altari, sarcofagi, bassorilievi e statue in marmo, e quello che – spostandoci di pochi passi – s’apre sulla destra: l’autentico luogo di culto frequentato dai fedeli ove è posto il principale altare per le celebrazioni liturgiche. Tra portali in pietra del ‘400, affreschi appena sbiaditi e maioliche napoletane dagli intensi colori del XVII secolo, la Grotta è un capolavoro di eccellenze creato dalla continua collaborazione tra una natura, apparentemente inospitale, e l’ingegno artistico dell’uomo. Appena entrati qui possiamo subito vedere, sulla destra, un pozzo con tasselli in ceramica (del 1614) e, più in alto, un’edicola votiva con affreschi (del tardo ‘300) di sicura ispirazione gotica; sull’angolo di fronte, scale e gradini in pietra portano alla tomba (un sarcofago) dell’abate Caracciolo (datato 1585) mentre, infine, numerose altre opere sacre caratterizzano questo particolare luogo che emana un’atmosfera così fortemente mistica, tale da renderlo ancor più ricco di arte, di storia e di fede, mentre spicca – su tutto – la bellissima statua in marmo raffigurante San Michele Arcangelo.

Fuori la grotta il borgo di Sant’Angelo a Fasanella offre ancora tanto da vedere, tutto raccolto sul suo sperone roccioso come uno scrigno di storia contenente una ricchezza di tesori artistici e naturalistici. Oltre alla grotta, qui a S. Angelo c’è ancora da scoprire e da conoscere particolari scorci e luoghi significativi come: la Chiesa Madre di S. Maria Maggiore (inizi XIV secolo) dedicata, anticamente, all’Assunta essa si presenta con navate e altari laterali, tavole e affreschi a raffigurazioni sacre, un coro del ‘500 e un organo del ‘700; il Convento dei Frati Minori Francescani del 1587 ad una navata e tre altari laterali con tele di Madonne e pulpito; la Chiesa del Nome di Dio dedita al culto di S. Bernardino (fine XV secolo) con un particolare soffitto in legno; la Chiesa di S. Nicola di Bari ad unica navata e quattro altari (due per lato) con un coro ligneo e un Campanile a tre ordini; il Convento delle Carmelitane (di cui, oggi, ha la sede il Municipio) ma che fu già monastero di S. Giuseppe e di S. Teresa fondato nel 1727; i ruderi dell’antico sito di Fasanella in località Santa Manfreda e le sorgenti dell’Auso.

Poter camminare attraverso i suoi vicoli basolati; salire e scendere per le incredibili pendenze di rampe coi sampietrini che si alternano ai gradoni in roccia calcarea; riuscire ad alzare lo sguardo sui terrazzini “lobati” che affacciano lungo strettoie ove il sole illumina per poche decine di minuti al dì; poter scrutare le decorazioni di antichi portali in pietra finemente scolpiti con ante in legno che hanno visto lo scorrere dei secoli; oppure passando attraverso supportici e camminare sfiorando antiche mura di abitazioni in pietra; le meraviglie di un antro ipogeico, ricco di bellezze artistiche, dedito al culto dell’Arcangelo Michele… sono tutte sensazioni – queste – che fanno di Sant’Angelo a Fasanella un borgo da visitare con calma, prestando attenzione a far tesoro del tempo che si ha a disposizione. Non una fugace toccata e via, non un superficiale giro per vetusti palazzi, ma un approfondimento attraverso le molteplici bellezze storiche, geologiche e architettoniche del paese. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Alta Val CODERA (SO): da Bresciadega al bivaco Valli, per il rifugio Brasca e le cascate Ligoncio

Il villaggio di Bresciadega (1225 m) è l’ultima presenza antropica che si estende nell’alta val Codera tra pianori sfalsati circondati da una cornice paesaggistica che si alterna tra i copiosi boschi di conifere e le ripide pareti delle montagne che si ergono – aspre e rocciose – laddove la pietra… domina su tutto! Sui dolci pendii prativi, invece, si adagiano le modeste case, tutte erette in pietra e con le finestre in legno (abete) tutte realizzate a mano; mentre tutt’intorno, l’acre odore dell’erba bagnata, stuzzica l’olfatto dei cercatori d’erbe officinali e il palato delle tante mucche che pascolano nei dintorni.

Per raggiungere la meta (Bivacco Valli) ci s’incammina verso l’interno della valle – in direzione est – lasciando sfilare, sulla destra, le altre case del villaggio e una chiesetta sulla cui facciata è apposta una lapide marmorea che ricorda, a perenne memoria, il bene ricevuto dalle famiglie di questa valle da don Andrea Ghetti (il prete scout, meglio conosciuto come il “Baden” delle Aquile Randagie). Appena superati una bella fontana con lavatoio, si ripiomba nuovamente nel bosco ove l’essenza delle fragoline del sottobosco rendono vivace questa parte della vallata.  

Terminate le ultime case di Bresciadega si penetra in una folta pineta, completamente avvolta dalle foschie del mattino che rendono umida la zona, come ben visibile dai tanti tappeti di muschi e licheni che si espandono ai lati della pista interrotta – spesse volte – da radure erbose e piccole praterie (1230 m); il greto di un torrente in secca, facilmente guadabile, sbarra il passo. Nelle adiacenze c’è anche una fontana ove l’acqua generata dalle sorgive dei vicini monti confluisce in una vasca completamente realizzata in legno.

Subito dopo – sulla destra – s’apre un ampio pianoro con al centro un “crocifisso” in legno; siamo nei pressi della base scout “La Casera“, punto d’arrivo di molti gruppi di scout da tutta Italia che salgono fin quassù, in alta val Codera, per compiere le proprie attività (soprattutto coi campi e/o le route) estive e poter vivere momenti formativi ma – soprattutto – per scoprire, toccare con mano e conoscere i luoghi della leggenda degli scout clandestini della “mitica” squadriglia delle “Aquile Randagie” che scelse questi luoghi dopo la chiusura dello scoutismo da parte del Fascismo.

Superata la base scout della Casera, si continua a camminare tra l’ampio letto del torrente che scorre alla sinistra e il bosco che avvolge completamente la pista. Si prosegue tranquillamente in piano (1275 m) fino a raggiungere una curva che piega sulla sinistra; qui compare un primo ponticello in legno e – subito dopo – se ne attraversa un altro, che supera il greto del torrente Arnasca. Appena sulla destra, già ben visibile da lontano e dopo aver attraversato una lunga radura prativa tra gli alberi, compare la bianca costruzione del Rifugio Brasca (1304 m).

Il Rifugio “Luigi Brasca” si erge ai piedi di una conca prativa circondata dai boschi. Qui siamo proprio alla “testa” dell’incontaminata Alta Val Codera; alzando lo sguardo, si viene avvolti da una palpabile impressione – quasi “reverenziale” – di trovarsi al cospetto di maestose cime tra cui, primeggiano su tutte, il Pizzo Ligoncio (3032 m) e la Punta della Sfinge (2802 m) oltre a restare impressionati, tra lo stupore e la meraviglia, dall’incredibile scenario paesaggistico offerto dai salti delle cascate “gemelle” dell’alta valle Arnasca, sormontate dal grande monolite del Sass Carlasc (1950 m) sotto cui è adagiato il Bivacco Valli (1920 m), la nostra meta.

E qui, al Rifugio Brasca, i ricordi riaffiorano dal nostro passato. “Non potrò mai dimenticare l’accoglienza, l’ospitalità e – soprattutto – l’amorevole assistenza dell’allora gestore del rifugio che si prese cura del mio stato di salute. Proprio qui, davanti al rifugio, durante la mia prima volta (nel settembre del 1983) tra queste montagne, venni colpito (forse per l’altitudine o per lo sforzo fisico) da una forte emorragia nasale che mi procurò violenti perdite di sangue dal naso. Il gestore del tempo fece di tutto per assistermi, farmi accomodare all’interno e sedermi offrendomi una zuppa di legumi, del formaggio locale e del pane cotto a legna nei forni di Bresciadega; un’esperienza indimenticabile…!

Sono fermamente convinto anche della disponibilità dell’attuale famiglia che oggi gestisce il rifugio Brasca; accortezza, la cura dell’ambiente, la dedizione e l’amore per la buona (e tipica) cucina, la scelta di continuare a mantenere vive le tradizioni locali offrendo agli ospiti prodotti genuini convivono – da sempre – con quel senso di accoglienza semplice, genuina e antica che da sempre contraddistingue le genti che vivono in montagna, senza dimenticare le spontanee amicizie che qui nascono e si consolidano nel tempo.

Dal rifugio Brasca ha inizio, alla sinistra della sua facciata, la prima tappa del famoso “Sentiero Roma” tra i più frequentati delle Alpi Retiche; il nostro percorso, invece, continua alla destra – in direzione sud – dello stesso rifugio. Qui si cammina seguendo una traccia attraverso una lunga radura, passa accanto ad un albero e prosegue in direzione delle ultime baite che si vedono tra il bosco e il prato. Si comincia finalmente a salire lungo un erto sentiero di montagna. La valle Arnasca è particolare, scenografica; poco alla volta essa comincia a far scorgere sullo sfondo, in lontananza, il masso sotto cui giace il bivacco Valli.

Le altre “perle” paesaggistiche di questa valle così impervia sono le due “cascate gemelle”, autentica goduria per gli occhi e gli appassionati di fotografia. Oltre ad un’accurata segnaletica verticale che determina e indica le principali mete custodite tra queste montagne, con un “segnavia” ben visibile sopra un masso che suggerisce la direzione da seguire, ha inizio nuovamente la salita. Il sentiero sale a zig-zag tra enormi massi rocciosi, copiosi cuscini di felci e zampilli d’acqua; esso non presenta difficoltà tecniche, ma basta avere un buon passo e prestare attenzione nella progressione poiché si superano alcuni tratti un pò esposti.

Continuando si superano, in successione, tre salti rocciosi molto ripidi e con diverse cascatelle minori, intervallati da due brevi pianori erbosi. La traccia del sentiero non presenta alcuna difficoltà, basta prestare attenzione solo nell’attraversamento di un primo torrente che può risultare molto difficoltoso se viene ingrossato dalle piogge. Infatti il tratto finale della salita che conduce al bivacco Valli può risultare difficoltoso dopo le intense piogge, poiché esso attraversa diversi rivoli torrentizi procedendo, comunque, su rocce coperte da muschi e licheni. Il sentiero costeggia le cascate e porta a un piccolo pianoro.

Non si disdegni – di tanto in tanto – mentre si sale per raggiungere il bivacco, di voltarsi indietro e godere dello splendido scenario paesaggistico determinato dalle cime dei monti che racchiudono l’alta val Codera; laggiù in fondo, è ben visibile l’ampio (e bianco) greto torrentizio in cui scorrono le cristalline acque del torrente Codera circondato, lungo le sue rive, da copiose foreste di abeti. Si sale ancora tra ampi cuscini d’erba (felci) fino a raggiungere un secondo pianoro, poi si attraversa un breve sfasciume, fino a guadagnare (e superare) un ultimo salto e giungere così – finalmente – in vista del bivacco Valli.

La cornice paesaggistica in cui è incastrato il bivacco Valli è di uno spettacolo unico! Il rosso capanno (ben visibile in caso di nebbia o nubi basse) è addossato proprio sotto la parete del Sass Carlasc (1950 m) un gigantesco masso erratico, dal singolare “ciuffo” di cespugli che ne caratterizza la parte superiore. Dal bivacco Valli (che garantisce l’accoglienza per 6 posti letto muniti di coperte e materassi) volgendo lo sguardo tutt’intorno, e approfittando che i grossi cumuli di nubi si disperdono, sono possibili ammirare le bellezze naturalistiche come la grande morena del ghiacciaio dell’Arnasca, ancora ben visibile ma, purtroppo, in fase di riduzione, e le pareti del Pizzo Ligoncio e di Punta della Sfinge… Se non è un angolo di Paradiso questo, ditemi allora dove posso incontrarlo! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

monti della Tolfa (VT): un circuito dal borgo della Farnesiana ai ruderi di Cencelle

C’è un territorio, quello dei monti della Tolfa, nel viterbese (alto Lazio) ove ancora si respirano – e si vivono – le tradizioni della Maremma; una terra ricchissima di tutto, dagli estesi campi di foraggio all’allevamento di mucche e cavalli, dalle copiose foreste agli estesi pascoli, dagli intensi profumi della macchia ai forti sapori di una cucina tradizionale, dal sacrificio di uomini e donne che portano sul volto i “segni” del lavoro in una terra che offre tanto ma che – spesse volte – risulta essere così arida, spoglia… severa!

Allumiere, ha una bella piazza sbilenca ove il signore del tempo, proveniente dalla vicina Siena, portò qui le suggestioni del “Palio” rievocando i fasti della gloriosa tradizione senese in questa fetta di territorio tra i monti. Già fin dall’antichità queste terre venivano solcate da tribù nomadi etrusche e questa parte di territorio, racchiusa tra i monti della Tolfa e la Valle del Mignone, sono i confini naturali di questa terra in cui si estraeva l’allume (da cui il nome del centro). Fu nel 1462 che tale Giovanni da Castro scoprì i preziosi giacimenti di “alunite” (minerale che veniva estratto per produrre l’allume), materia simile al salgemma con proprietà chimico-minerali che veniva prodotta ed esportata in tutto il mondo utilizzato per la concia delle pelli e per fissare il colore sui tessuti.

Inoltrandosi verso l’interno, ad appena 10 km fuori il paese, si raggiunge l’antico borgo della Farnesiana sorto, tra la fine del XV e il XVI secolo per volere di papa Paolo III Farnese al fine di favorire lo sfruttamento delle miniere di alunite. Questo borgo sorse in quest’area proprio per poter offrire alloggio, ricovero e sistemazione per gli operai impiegati nelle cave di alunite, favorendo loro le strutture necessarie per il sostentamento della sempre più crescente comunità dei minatori. Così, verso la fine del ‘500 qui già erano sorti un mulino, alimentato dal vicino torrente Campaccio, un forno, una tenuta agricola ed una chiesa; solo più tardi, nel XVII secolo vi fu costruito un imponente granaio.

Il piccolo borgo, con lo scorrere del tempo divenne Signoria, ma fu solo alla fine della dinastia Farnese che il mulino ed il forno furono definitivamente abbandonati. Qui è presente forse uno tra gli allevamenti più intensi dei bovini della cosiddetta “razza maremmana”, un’antichissima specie autoctona oggi a rischio di estinzione. In azienda oggi sono presenti circa 250 esemplari, che vagano sui pascoli circostanti completamente allo stato brado. Il centro aziendale oggi è composto da un pittoresco borgo medioevale apparentemente “abbandonato”, una grande chiesa in stile neogotico (ma eretta nella metà del XIX secolo) dedita al culto dell’Immacolata Concezione, e il grosso edificio dei granai.

Dal borgo della Farnesiana, parte la traccia di uno stradello che attraversa il fossato e risale per le verdi pendici dei boscosi crinali dei monti della Tolfa; un luogo spettacolare immerso (e circondato) completamente nel verde. Tra il vagare di vacche che pascolano liberamente, i profumi intensi della macchia mediterranea intrisa delle essenze aromatiche di erbe officinali spontanee usate nella cucina tradizionale locale, si esce allo scoperto lungo un crinale sassoso che offre vedute panoramiche su tutto il circondario.

Muovendosi verso settentrione, lungo piacevoli saliscendi attraverso estesi tappeti erbosi, buoni per i pascoli in cui i cavalli corrono liberamente, si raggiungono le basi di alcune falesie, palestre privilegiate per gli amanti del free-climbing che quassù vengono ad allenarsi. Gli estesi orizzonti che solcano le skyline ovunque volge lo sguardo, offrono vedute paesaggistiche davvero molto belle, soprattutto dopo la mietitura in cui il giallo intenso dei campi di foraggio esaltano l’azzurro del cielo in tutte le sue livree. Laggiù, verso ovest, è già ben visibile la costa del mar Tirreno.

Dalle falesie della Tolfa, si discende verso il centro della valle ove si scorgono alcuni capannoni per la produzione di prodotti caseari ricavati dagli allevamenti della zona. Giù in fondo, è ben riconoscibile la traccia ove un tempo era la massicciata su cui scorreva un tratto di linea ferroviaria che collegava la costa coi centri dell’interno. Alzando lievemente lo sguardo sull’orizzonte sono già ben riconoscibili i ruderi (torri merlate e cinta muraria) dell’antica città di Cencelle (conosciuta anche come Leopoli), nucleo urbano eretto per volere di papa Leone IV nell’854 per ricollocare in questa sede, più sicura e maggiormente protetta, gli abitanti della vicina Centumcellae (l’odierna Civitavecchia).

Da un abbeveratoio si risale lungo un assolato sentiero, ben tracciato dalla presenza di animali al pascolo e facilmente individuabile (con pavimentazione basolata) che raggiunge il varco d’accesso meridionale della città fortificata. Ben visibili sono le possenti strutture turrite poste a difesa della città e che cingono la perimetrazione delle mura; mura perimetrali di antichi edifici, le nicchie e le (appena accennate) navate di una chiesa, la via principale pavimentata da grossi basoli, i sarcofagi di antiche sepolture ed altri particolari urbani sparsi – qua e là – all’interno di questa vasta area (a tutt’oggi ancora oggetto di studio da parte di campagne di scavo archeologiche), restituiscono le arcane sensazioni di quella che un tempo era una fiorente città, posta tra la costa e i monti dell’interno, importante fulcro per gli scambi commerciali tra il mare e l’Appennino.

Conoscere, e poter vivere, questa parte di Maremma laziale, val davvero la pena trascorrere qualche giorno di vacanza magari progettando escursioni ed esplorazioni per visitare e godere di così tante bellezze paesaggistiche, naturalistiche e ambientali andando alla scoperta di tradizioni e luoghi spesso fuori dalla portata dei più grossi e intensi flussi turistici. Per chi ricerca sensazioni di pace (non solo col proprio animo) e gusto per la scoperta e l’esplorazione di luoghi insoliti, Allumiere, il borgo della Farnesiana e Cencelle… fanno proprio al caso vostro! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Caverna SCIASION (Rotzo, VI): quel buco tra le nebbie… laggiù in fondo!

Chissà se il romanziere Jules Verne (di cui ho riempito tutta la mia infanzia leggendo le sue incredibili e fantastiche avventure) è mai passato dalle parti dell’Altopiano di Asiago, in provincia di Vicenza) e – nello specifico – in territorio del comune di Rotzo (uno dei 7 centri che formano l’altopiano). E perché Jules Verne, visionario narratore (e illustratore) di mondi lontani, sconosciuti, spesso nascosti – o talmente così lontani dal nostro concetto di luogo – e difficili da raggiungere, avrebbe dovuto visitare questi luoghi…?

Se così fosse stato, sicuramente ne avrebbe tratto spunto e ispirazione per alcuni dei suoi romanzi più belli e coinvolgenti come quel “Viaggio al Centro della Terra” che, fin da piccolo, ha plasmato quella mia indole da esploratore. E la caverna (o grotta) dello Sciasion, nei pressi del Rifugio Campolongo, sembra proprio essere la “porta d’ingresso” di quel fantastico viaggio nel cuore di Gaia.

Un altopiano, quello di Asiago; una valle racchiusa da copiose foreste ed aspre cime montuose; un pianoro e un rifugio – quello di Campolongo – meta di appassionati dello sci da fondo e base di partenza per le molteplici escursioni nei dintorni; praterie d’altura ove mucche e cavalli pascolano liberamente… questa è la cornice paesaggistica e ambientale da cui ha inizio il sentiero che conduce in direzione (sud) verso la caverna Sciasion.

Il Rifugio Campolongo (a circa 1540 m), posto al centro di una conca prativa funge anche da azienda agricola; una cappella, le stalle, i recinti per gli animali al pascolo e i depositi per gli attrezzi caratterizzano il circondario. Fiore all’occhiello dei gestori (sempre attenti e disponibili) sono l’accoglienza è la buona cucina; ecco per cui il luogo è piuttosto frequentato da numerose comitive di escursionisti e famiglie con figli al seguito.

Dal Rifugio Campolongo, si prende in direzione sud camminando verso le copiose foreste (abetaie e qualche lariceto) che fanno da cornice paesaggistica all’altopiano. Si sale lungo il pratone oltre la strada, fino a raggiungere un corridoio erboso sulla destra, tra gli alberi di conifere. Appena entrati nel bosco, il sentiero – ben segnalato – comincia a serpeggiare su un fondo piuttosto roccioso, caratterizzato da fenomeni di carsismo e dalle radici sporgenti degli alberi più grossi; esemplari che sembrano somigliare tanto ai tronchi delle foreste del nord Europa.

Al termine di questa prima salita, subito verso sinistra parte la traccia di un sentiero segnalato che in pochi minuti conduce alla caverna. E così, tra salti su rocce (spesso anche scivolose) e districarsi evitando di inciampare nelle basse radici compare – improvviso – un grosso spuntone roccioso che nasconde l’incredibile fenomeno carsico dell’ipogeo della caverna SCIASION (o Siasion). La luce del sole sembra quasi scomparire mentre l’ombra comincia ad avvolgere questo spettacolare paesaggio, fatto di profondi vuoti e silenzi in cui riecheggia l’eco di ogni voce.

Stupore e meraviglia si legge nei volti di tutti coloro che si trovano di fronte a questo meraviglioso, e incredibile, scenario del carsismo. Un cartello in legno all’ingresso illustra le caratteristiche geomorfologiche dell’ambiente in cui ci troviamo. Inizialmente la cavità si presenta come una normale caverna, ma appena giunti al limitare dell’ingresso, si avverte di come essa sprofonda in un vertiginoso baratro talmente così profondo (96 metri) che, nonostante la sua ampiezza, è impossibile scorgere completamente il fondo.

La caverna, già di per sé, è uno spettacolo; è molto profonda infatti e per raggiungere il suo punto più esposto, laddove – con cautela – ci si può affacciare per guardare giù, ci sono delle transenne che impongono di non sporgersi; parapetti che permettono di affacciarsi sulla profondità del buio del baratro. É un enorme buco che scende a forma di “pozzo” (o inghiottitoio) nel cui fondo c’è un manto di ghiaccio perenne che persiste tutto l’anno.

Il luogo è davvero molto suggestivo; alzando gli occhi verso la parte superiore è possibile scorgere l’enorme buco da cui durante l’estate, c’è un momento della giornata in cui i raggi del sole entrano direttamente nella caverna riscaldando così il fondo ghiacciato che, sciogliendosi, fa risalire una nebbiolina che crea uno scenario molto suggestivo. Scrutando sempre la parte superiore si incontrano stratificazioni che culminano con la grande voragine che, a occhio, è ampia una trentina di metri di larghezza e una profondità di 96 metri.

Questa caverna – in passato – è stata anche un sicuro punto per la raccolta dell’acqua. Infatti, dalle valli e dalle baite del circondario ci si recava qui per recuperare la riserva di ghiaccio disponibile per tutto l’anno così da poter garantire l’acqua agli animali che pascolano nei prati intorno alle malghe del circondario. Nelle ore centrali della giornata risulta essere molto bello l’effetto dei raggi della luce del sole, che entra nella caverna dalla parte superiore, ed illumina il fondo.

La Caverna del Sciason offre uno spettacolo di autentica emozione specialmente quando la sua nebbiolina, generata dall’evaporazione dell’acqua fredda che giace in una specie di laghetto, laggiù nel fondo, viene attraversata dai raggi solari. Immaginando Jules Verne di fronte ad uno spettacolo del genere, avrebbe sicuramente espresso (e scritto) che quaggiù la natura ha un non so che di fantastico, di meraviglioso, di soprannaturale.

Sciasion è la più ampia cavità carsica del genere visibile in tutta la zona. In effetti, a prima vista, risulta essere uno spettacolo geologico davvero molto impressionante. Nella sua conformazione spiccano due enormi blocchi di roccia stratificata, posizionati a forma di “V” molto aperta, che vanno a costituire la copertura di tutta la caverna. Da qui – durante lo scorrere dei millenni – la continua azione erosiva dell’acqua, estesa nel tempo, da sempre ha offerto infinite capacità nel sorprenderci.

La cavità ipogeica dello Sciasion è una grotta naturale che – per l’effetto erosivo determinato dal carsismo – scende molto in profondità fin quasi a raggiungere, nel suo punto più in basso, i cento metri; e laggiù, nel buio più intenso, s’aprono “porte” di mondi inimmaginabili diversi dal nostro in superficie, mondi che avrebbero destato (e, sicuramente stuzzicato) la fantasia del romanziere francese Jules Verne. Oggi la grotta, facilmente raggiungibile dal sentiero che conduce al Forte di Campolongo, è visitabile (con le dovute cautele) da tutti coloro che amano l’escursionismo e godono delle meraviglie che riesce ad offrire l’altopiano. (testi&photo ©Andrea Perciato)

SORAPISS (BL) la “magnificenza del Creato”: l’incantesimo di un lago tra magia, meraviglia, stupore…!

C’è uno specchio lacustre, nel cuore delle Dolomiti “ampezzane”, che sembra essere davvero un angolo di Paradiso piombato sulla Terra; una superficie d’acqua dolce – e colorata di tutte le sfumature che vanno dall’azzurro al verde – che riflette quel gigantesco spuntone roccioso, del gruppo del monte Cristallo, meglio conosciuto come il “Dito di Dio”… questo è il SORAPISS!

Uno spettacolare lago da visitare, scoprire e conoscere assolutamente almeno una volta nella vita; un luogo davvero unico nel contesto montuoso, stupendo da tutti i punti di vista naturalistici, ambientali e – soprattutto – paesaggistici. Per raggiungere questa meraviglia, occorre, però, percorrere un tratto di sentiero (indicato come il “215”) che presenta non poche “particolarità” lungo tutta la sua interezza.

La prima parte del sentiero attraversa un paesaggio tipicamente dolomitico che si esprime attraverso bellissimi tratti nel bosco (abetaie e qualche larice). Le prime centinaia di metri del tratto iniziale risultano essere agevoli, ma più si intensifica la salita e più compaiono – in successione – parti sempre più in pendenza che rendono la progressione piuttosto difficoltosa e, a tratti, anche molto impegnativa.

La parte centrale di questo percorso per raggiungere il lago prevede di camminare lungo i fianchi della montagna a ridosso di un profondo strapiombo che lascia aprire scorci panoramici di straordinaria bellezza sulle vette e le cime di una skyline unica al mondo: le Dolomiti. A questi tratti esposti si alternano anche parti di sentiero (spesso su roccia scivolosa) in cui la progressione obbliga a tenersi per mano ad una corda metallica agganciata alla parete.

In alcuni casi i chiodi in acciaio – apparentemente ancorati alla parete – che dovrebbero sorreggere il cavo d’acciaio per consentire il passaggio con le mani, sono facilmente instabili e, spesso, si staccano dall’ancoraggio della parete rocciosa. Evidenziati questi accorgimenti da non sottovalutare per compiere in tranquillità questa escursione, dopo aver superato – in successione – una sorta di continuo saliscendi, si giunge in vista del Rifugio Vandelli.

A pochi passi, superato il rifugio si raggiunge, finalmente, il lago Sorapiss. Le decine di metri che separano l’arrivo al lago offrono un paesaggio bellissimo; uno specchio d’acqua dalle incredibili tonalità che vanno dal verde al giada, dal turchese al cobalto; un luogo che vale davvero la pena contemplare in tutta la sua magnificenza. Raggiunti la sua sponda, lo scenario che s’apre è semplicemente fantastico, magico; è come ritrovarsi al centro di una fiaba!

Un vero paradiso nascosto tra le montagne che vale davvero la fatica superata per goderne la bellezza in tutta la sua cornice paesaggistica incastonata tra le rocce, attraversata dagli echi del vento che ululano tra le irte pareti, nascosta tra le nubi che giocano a rincorrersi. Un posto a dir poco incantevole, laddove il colore dell’acqua e la posizione in cui si trova, sembra essere uscita da una cartolina ove l’ombra del “Dito di Dio” domina su tutto.  

I fondali del lago del Sorapiss si presentano, agli occhi dell’escursionista, con un colore pastello turchese che sembra – a volte – somigliare ad un cocktail di latte e menta, con le bianche pareti rocciose che ne circondano il periplo; mentre qua e là il verde dei pascoli e le macchie boscose, rendono questo luogo davvero unico, secondo molti uno dei posti più belli di tutte le Dolomiti; uno spettacolo scenografico degno della miglior location “fantasy”.

A parte tutte le “dovute” raccomandazioni (e le precauzioni) espresse nel compiere il tragitto in salita per raggiungere questo bellissimo lago azzurrino (e, spesso, torbido) situato a circa 2000 metri di quota sulle Dolomiti, poter culminare l’ascensione per scoprire questa meraviglia della natura incastrata in un paesaggio da libro delle favole, risulta essere il momento culminante di un percorso naturalistico, ma di una rara bellezza da lasciare stupiti e senza fiato. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

ORVIETO (TR)… quando il “culto” per i defunti valorizza la bellezza dei luoghi

Se per qualche ora, desiderate immergervi e provare l’ebbrezza di trovarsi proiettati indietro nel tempo di oltre 2500 anni fa, non c’è che da recarsi ad Orvieto, quella splendida cittadina medioevale eretta sulla sommità di una poderosa rupe tufacea, alle cui basi giace – nel misterioso e perpetuo silenzio di millenni – una particolare necropoli etrusca.

La Orvieto “turisticamente” più conosciuta per le sue splendide bellezze storiche, artistiche e architettoniche, colme di preziosi tesori stilistico decorativi e religiosi, una su tutte la splendida facciata mosaicata del suo Duomo del 1290, accoglie il visitatore in un’aurea di magnificenza che stuzzica la curiosità, incrementa la voglia di scoperta ed eleva sia l’animo che lo spirito. Ma è proprio qui che si esalta quella parte più intima che fin da fanciulli ci ha sempre affascinato spronando le nostre curiosità adolescenziali sollecitate dal gusto della scoperta e dall’adrenalinico desiderio dell’esplorazione – un po’ come i moderni archeologi/avventurieri in stile Indiana Jones – che conduce tutti noi ad approfondire la conoscenza di questi luoghi andando a visitare le “dimore dei defunti” di matrice etrusca realizzate proprio alla base della mole tufacea…

Sotto la rupe della città di Orvieto, si trova una vera e propria chicca archeologica: la Necropoli Etrusca. Un buon percorso, opportunamente segnalato, conduce seguendo le pendici della rupe fino a scendere a valle, proprio in prossimità della necropoli; un antichissimo luogo in cui si esalta la “sacrale” devozione per i defunti risalente al periodo degli Etruschi. Proprio camminando a piedi, in pochi minuti, tramite un buon sentiero (necessita informarsi per l’accesso, poiché spesso è chiuso) che scende dalla cittadina, si raggiunge la necropoli etrusca. La Necropoli del Crocifisso, che risale al VI secolo a.C. e prende nome da un “crocifisso” cinquecentesco scolpito nel tufo e conservato in una cappellina sottostante la zona di San Giovenale, fu scoperta nell’Ottocento; essa rappresenta un prezioso e straordinario documento storico sulla cultura e sulla civiltà degli Etruschi.

Ciò che principalmente caratterizza questa necropoli è la sua organizzazione architettonica degli spazi, il suo impianto urbanistico. Difatti le tombe sono tutte raggruppate in isolati (insule) e costituite da camere, per lo più singole, a pianta squadrata (rettangolare). Le piccole tombe dette a “camera”, tutte realizzate in blocchi squadrati di tufo, si mostrano allineate lungo le principali “vie sepolcrali”. Su ogni tomba della necropoli sono ancora possibili leggere lastre in tufo con inciso (scolpito a mano) il nome di appartenenza della famiglia etrusca a cui apparteneva il defunto. Girovagando per i suoi cardi e decumani la necropoli affascina per il suo aspetto di intima sacralità e restituisce arcane suggestioni lasciando scoprire al visitatore, poco alla volta, quali potevano essere i rituali delle sepolture di un tempo.

Le tombe (la maggior parte tutte a camera), interamente realizzate in tufo sono quasi tutte accessibili, sono quasi tutte accessibili e ci si può entrare usando la massima cautela; al loro interno le camere si presentano fredde, umide, spoglie, prive di affreschi con le pareti ricoperte dal muschio, ma sono estremamente interessanti per la loro forma costruttiva realizzata (nel senso coperta) da una volta acuta chiusa al centro. Continuando a camminare (fare attenzione ai rovi e ai blocchi sconnessi; è consigliabile utilizzare apposite scarpe da escursionismo) ci si rende veramente conto di come gli etruschi furono abili costruttori nell’edificare le proprie dimore sepolcrali, la maggior parte delle quali sono ad una camera sola (i più ricchi e agiati, invece, si potevano permettere tombe a due camere colleganti tra loro), due “banchine“ (giacigli) ove deporre i defunti e, sopra la porta di ingresso, poter scolpire (oggi ancora ben leggibili) le scritte che lasciavano identificare il nome del titolare della tomba, il ruolo che ricopriva in vita o quello della famiglia a cui esso apparteneva.

Recarsi ad Orvieto e limitarsi a visitare solo il suo centro storico, non risulta essere sufficiente per una scoperta totale delle bellezze in essa contenute; approfondire la conoscenza delle sue peculiarità più significative, quelle autenticamente più intrinseche non espressamente raccolte nel suo impianto urbanistico e – spesso – poco conosciute e frequentate, è come se mancasse “qualcosa” alla scoperta delle nostre radici più intime. Orvieto, oltre allo splendido Duomo e al singolare Pozzo di San Patrizio, la Necropoli etrusca non può essere ignorata! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)