al monte CERVATI (Parco Nazionale Cilento, Alburni, Val Diano)… Quando i cieli profumano di lavanda!

Lontani dai rumori della chiassosa costa il Cilento si presenta come un mondo a sé, tra vallate inaccessibili in cui scorrono – impetuose – le acque di fiumi e torrenti che s’aprono tra aspre montagne che sembrano toccare il cielo. Impenetrabili foreste, regno indiscusso di lupi e cinghiali; luoghi in cui la memoria storica riflette l’incanto di antiche leggende ove l’eco di civiltà millenarie è giunto fino ad oggi così ricco di stimoli e denso di significati. Una lunga sgroppata che conduce a sfiorare il cielo: acque sorgive; copiose foreste di faggio (i Temponi); cuscini di lavanda; paesaggi lunari, conche e pianori carsici d’origine glaciale; un antico Santuario (risalente al 1599) “conteso” da tre borgate sorte ai piedi della montagna; una grotta appena accessibile che s’apre su un immenso abisso di verde; tutto ciò è la magia di una montagna che, coi suoi 1899 metri, viene considerata il “sistema” orografico più elevato della Campania.

Dal PIAGGINE (600 m), cuore del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, ha inizio la traccia di una buona pista che porta in quota fino a ricongiungersi con la carraia principale che sale al monte Cervati. Una serie di tornanti raggiunge, e oltrepassa, il Piano Roti (915 m) fino ad un bivio: sulla sx si scende verso il fiume Calore, mentre l’itinerario proposto continua sulla dx seguendo la carraia principale. Dopo circa 1 km s’incrocia, sempre a dx, la Fonte Radicone (1053 m) e poco più in avanti si presenta un secondo bivio (1075 m): scendendo brevemente sulla sx si raggiunge il lieve pianoro in cui giace la fonte dei Caciocavalli (1232 m, luogo ideale per un momentaneo bivacco e montare la tendina per la notte!), mentre la carraia principale continua sulla destra, aggira il Cervati, e porta lungo le propaggini settentrionali della montagna fino a penetrare in una copiosa foresta di faggi.

Proseguendo si penetra in un’autentica galleria vegetazionale; la pista scivola attraverso le faggete create dalle suggestive atmosfere della Foresta dei Temponi, che si presenta con enormi esemplari di faggio simili, per bellezza, alle colonne di una “cattedrale” nella natura; muscolosi tronchi ramificati sbucano tra gli scoscesi pendii attraverso un inconsueto labirinto carsico creato da voragini e inghiottitoi sparsi un po’ dappertutto e nascosti dal copioso fogliame. Si continua a camminare attraverso la folta foresta (1400 m) in cui la secolare faggeta (che presenta – facilmente riconoscibili – alcuni esemplari ultracentenari) si alterna coi castagni, i carpini, i tassi, gli ontani, i tassi e qualche raro esemplare di abete. Si avanza su un terreno ondulato caratterizzato da profonde cavità ipogeiche e sifoni di cui, sporgendosi con la massima attenzione dal bordo, non si conosce il fondo! Fuori dal bosco compare la sterrata principale (1548 m) che, salendo dalla dx, conduce a un pianoro.

Si segue questa sterrata in salita prendendo verso sx, e appena termina la cortina boscosa si guadagna il pianoro ove a dx compare l’edificio in pietra (recentemente ristrutturato) dell’ex Rifugio della Forestale del monte Cervati (ora “Rosalia” – 1597 m); alle sue spalle c’è una fonte. Numerose conche carsiche costituiscono il paesaggio dei piani d’altura. Qui le radure erbose, allo sciogliersi delle nevi (in primavera) si ravvivano di muschi che si alternano alle numerose specie di orchidee, che fioriscono spontaneamente creando paesaggi floreali di straordinaria bellezza; mentre tra i sassi sbucano cespugli di timo, lavanda e policromi cuscini fioriti. I rari faggi che si spingono verso le altitudini maggiori assumono un portamento contorto e cespuglioso (modellati dalla forza dei venti in quota). Dal Rifugio parte un lungo sentiero che, attraversando l’enorme distesa prativa, conduce alle creste di SE della montagna e, in leggera salita, porta all’uscita del pianoro in un bosco di faggi nani. All’ingresso del bosco c’è un bivio; qui s’incrocia, sulla sx, il Sentiero dei Pellegrini che proviene da Sanza e giunge fin su al Santuario della Madonna della Neve, sull’altro versante della montagna.

Senza esitare si prende quindi a destra, in direzione NW (1678 m), e con un’impennata si percorre un sentiero (pietraia) che si sviluppa interamente su roccia; la vegetazione scompare definitivamente, ed è probabile incontrare (fino alla tarda primavera) alcune lingue di ghiaccio lungo i costoni settentrionali della montagna (1844 m). Una prima croce posta su un monte di pietra e, successivamente, altre due sono sistemate lungo il percorso e caratterizzano il “varco” d’accesso alle conche carsiche d’altura. Le croci “segnano” l’importanza che i fedeli danno all’ascensione di questa montagna durante i loro pellegrinaggi effettuati nei giorni dal 3, 4 e 5 di agosto in onore della Madonna della Neve. Durante i periodi dei festeggiamenti non è raro incontrare, lungo queste propaggini, folle di devoti e pellegrini che compiono la salita al monte per rendere omaggio alla Vergine Santa. Molti di questi bivaccano di notte, in tende o rifugi improvvisati all’aperto, accendendo numerosi fuochi che creano, dal tramonto fino all’alba, vedute paesaggistiche ricche di fascino.

Sotto un cielo ricco di stelle sostano per salutare il “passaggio” della Madonna che viene portata in spalla, ripercorrendo l’antico tratturo e accompagnata dal suono di ciaramelle e zampogne che segnano il passo alle compagnie di fedeli in processione. Superati il Varco delle Croci, alla fine del sentiero sommitale, si volge decisamente a sinistra lungo una dorsale in leggera salita. Da qui in avanti ora, ci si arrampica leggermente lungo il crinale che prosegue verso SW. Rare piante di ginepro dominano i pianori carsici sommitali lungo i quali, ancora oggi, si leggono le tracce di glaciazioni preistoriche. All’uscita di questo crinale roccioso si presentano tante anticime inframmezzate da piccoli inghiottitoi di sicura origine glaciale. Continuando lungo un’erta brulla e sassosa che piega leggermente a destra, in direzione SSW, si giunge a toccare finalmente il punto trigonometrico della vetta del monte CERVATI (1899 m). Da quassù si aprono ampie vedute panoramiche sul mare fino alle valli ed ai monti interni. Proseguendo in direzione NW, si attraversa un intricato saliscendi tra inghiottitoi e conche carsiche raggiungendo, lungo il sentiero principale, il Santuario della Madonna del monte Cervati o della Neve (1852 m).

Meta di continui pellegrinaggi che si perpetuano da secoli, il culto per questa Madonna era già fiorente fin dal ‘500, come testimonia un’epigrafe (datata 1599) incisa su un architrave all’interno della Cappella del Santuario. L’area del culto è divisa in due zone ben distinte: la Cappella vera e propria col suo nucleo originario che è stato eretto sulla roccia ha avuto, nel corso degli anni, numerosi rifacimenti ed ampliamenti di cui l’aspetto odierno ingloba (al suo interno) la struttura più antica; e infine la Grotta, il luogo più visitato dai fedeli, situata a 80 metri più in basso e che prospetta sull’orlo di un profondo dirupo conserva, al suo interno, la statua raffigurante l’immagine santa della Vergine che regge il Bambino. Un aspetto curioso, che desta stupore, è quello che lascia meravigliati sul come una statua così finemente incisa e decorata, sistemata in una teca in legno e vetro, possa trovarsi all’interno di un anfratto ipogeo il cui varco d’accesso non supera i 40/50 cm di larghezza: “misteri” della fede, o “capacità” dell’ingegno e della devozione dell’uomo? Risposte che – forse – non verranno mai esaudite; ma l’ascesa al monte Cervati vale la fatica compiuta anche solo per i paesaggi che da lassù… si aprono! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

cappella Madonna del Romito (Vallo del Diano, SA)… da qui si domina una valle!

C’è una bianca cappella, isolata sul crinale di una montagna, circondata da impenetrabili foreste di faggio e ben visibile da lontano per chi giunge e attraversa – da nord – l’immenso tappeto verde del Vallo di Diano: essa è la Cappella del Romito (o dell’Eremita) dedicata al culto della “madre” del Cristo. Situata a circa 1400 metri d’altezza, raggiungerla è già un viaggio di per sé lungo e contemplativo; un autentico cammino, non solo di fede, che penetra attraverso rigogliosi boschi dominati dalla faggeta e panorami che spaziano dai rilievi dei monti della Maddalena, fino alle distese prative dei campi messi a coltura del sottostante vallo “dianese”.

Per raggiungerla si lascia l’abitato di Padula e si prende quella rotabile (costruita col contributo dei prigionieri austriaci di stanza nella Certosa di San Lorenzo durante il Primo Conflitto Mondiale) che serpeggia attraverso crinali – ora alberati, ora brulli e scoscesi – fino a guadagnare gli altopiani erbosi di Mandrano (buoni per i pascoli estivi d’altura). Poco prima di sbucare sui pianori parte una deviazione sulla destra che, per leggeri falsipiani, conduce fino alla Cappella rupestre. Metro dopo metro l’altitudine tende ad aumentare mentre la flora presente nel sottobosco ed il manto forestale della copiosa faggeta prospettano scorci ambientali che si diversificano di volta in volta.

È un bel percorso, quello che conduce al Santuario, non difficile, ma pur sempre un cammino montano, anche se si procede gradualmente lungo una bianca sterrata – a volte tratturo, a volte carrareccia – che rende la progressione meno difficoltosa è al tempo stesso piacevole; è solo grazie alla volta racchiusa dalle chiome della secolare faggeta che questo cammino, per tutta la sua durata, avviene interamente all’ombra. Le celebrazioni in onore della Madonna del Romito hanno inizio durante l’ultima domenica di maggio in cui una teca di legno (dorato) e vetro che custodisce la statua lignea della Madonna, la “caggia”, viene portata in processione sul monte fino a raggiungere il Santuario dal cui piazzale, la vista spazia lungo tutto il bellissimo panorama offerto dai borghi, i paesi ed i campi del Vallo di Diano.

Avvicinandosi all’altura, sul cui promontorio è già ben visibile da lontano la cappella rupestre, lungo il percorso s’incontrano abbeveratoi per le mucche al pascolo e per le greggi di capre che stazionano quassù, oltre piazzole appositamente create per la raccolta del legno di disbosco. Fino a pochi anni fa la processione che ascende al Santuario veniva seguita da una numerosa folla di fedeli e non era raro poter vedere la statua della Madonna collocata su un camion tutto addobbato a festa con nastri colorati, fiori e “cente” che, seguito dai fedeli (i più stanchi e anziani salivano in auto), raggiungeva la sommità di monte Romito, ove giace l’antico Santuario Mariano a 1389 metri.

Raggiunti il Santuario la sua facciata s’apre su una terrazza semicircolare da cui si ammirano scorci panoramici su tutto il Vallo di Diano e i monti circostanti; in primo piano, laggiù in fondo, primeggia la meravigliosa Certosa di San Lorenzo. Ancora oggi, terminato il ciclo dei riti religiosi dedicati alla Madonna, poco sotto il piazzale sono sistemate alcune panche in legno ed appositi barbecue che consentono di poter consumare frugali colazioni all’aperto, oppure cucinare al momento carni cotte alla brace. Durante l’ultima domenica di agosto, invece, il flusso processionale prosegue lungo il percorso inverso, accompagnando la statua della Madonna che fa rientro nella parrocchia giù in paese. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Campolongo (Rotzo, VI): un forte, linee di confine, ampi orizzonti e… le “brutali bellezze” della guerra!

Confini sospesi in un orizzonte che si perde all’infinito; un territorio ricco di boschi di conifere che determinano la principale base (e fonte di reddito) dell’economia locale; un’antica lingua di matrice “cimbra” che caratterizza tutti coloro che vivono sull’altopiano. Terre di confine tra un vecchio Regno (quello d’Italia) e un impero (quello Austro/Ungarico) che hanno visto le brutalità di una guerra con aspri conflitti avvenuti in questo lembo di paesaggio alpino così ricco di risorse naturali e di bellezze paesaggistiche, in una cornice di frontiera che rimembra le gesta di uomini d’arme che, per pochi metri di terra, hanno sacrificato le proprie vite.

Siamo a Rotzo, uno dei sette comuni che fanno parte dell’Altopiano di Asiago (VI). Per una stradina di montagna, che serpeggia tra copiose boscaglie di conifere, si raggiunge il bellissimo pianoro di Campolongo, a circa 1500 metri d’altezza. Al suo centro si erge il rifugio Campolongo, con annesso un ristorante sempre molto frequentato, un orto piuttosto ben fornito di ogni buon prodotto che serva alle pietanze, un solarium – con panche e tavolati sia in veranda che all’aperto – ed un’azienda agricola (mucche e cavalli al pascolo). Qui, è la base di partenza per una bella (e non difficile) escursione che conduce in un luogo storico dall’incredibile fascino storico e naturalistico: il Forte di Campolongo.

Dal Rifugio parte la buona traccia di un buon sentiero (indicato col numero 810) che, con una semplice passeggiata partendo dall’omonimo rifugio, in circa mezz’ora di camminata in mezzo ad una natura stupenda composta da un’alternanza di boschi composta di alberi dagli alti fusti (conifere), si sale dolcemente nel sottobosco umido, ricco di infiorescenze, caverne che sbucano dagli angoli più nascosti e da copiosi cuscini di felci, in boschi di abete rosso camminando attraverso particolari corridoi rocciosi con passaggi tra singolari massi dalle forme più bizzarre che sembrano le location del “Signore degli Anelli” ed opere balistiche (trincee e casematte) che ormai – da oltre un secolo – fanno parte della natura e che ci riportano alla mente la nostra storia.

Superati la alla caverna del Sieson, a 1580 metri, una delle meraviglie naturali dell’Altopiano di Asiago, si continua a salire – tra abeti rossi e faggete – lungo il sentiero ben segnalato con segnavia bianco/rossi sulle piante. Superati l’ultimo tornante della bianca sterrata usata dai militari, il sentiero sbuca su un terrazzino roccioso da cui s’apre un vasto panorama con uno sguardo, su monti e le vallate circostanti, che si estende per 360 gradi. Da un lato, oltre il baratro che s’apre dalla balaustra, compaiono – laggiù in fondo – i resti delle murature di rifugi, camminamenti e casematte che hanno ospitato i militari italiani durante la Grande Guerra. Da quassù il panorama è bellissimo, e merita anche solo per questo di essere visitato, mentre dall’altro lato il buco di una galleria penetra attraverso la montagna.

Attraversare il tunnel scavato nella roccia è molto suggestivo e, al tempo stesso, impressionante, ove s’intuisce la grandezza di come quest’opera ingegneristica sia stata di fondamentale importanza per la strategia delle operazioni militari sul territorio. All’interno della stessa, un altro “buco” – che s’apre sulla destra – chissà (!) dove conduce, mentre la luce che compare sullo sfondo lascia facilmente intuire che siamo quasi giunti alla meta. Una modesta piazza d’armi s’apre al termine della galleria e la poderosa facciata del Forte di Campolongo compare in tutta la sua imponenza. La struttura è mantenuta in un buono stato (recentemente restaurata/ristrutturata nel 2009) ed alcuni cartelli esplicativi illustrano la locale storia del luogo; il valore storico di questo luogo è adesso ancor più apprezzabile.

Il Forte di Campolongo, che si erge ad oltre 1700 metri d’altezza, da cui si può godere di un panorama davvero mozzafiato, è aperto ed è libero a tutti.  Entrando al suo interno si possono visitare tutte le stanze e cunicoli dove sono passati migliaia di soldati; ambienti che meritano di essere esplorati con attenzione, facendosi anche aiutare dai cartelli informativi che danno l’idea del contesto storico del tempo, durante la Prima Guerra Mondiale. costruito fra il 1908 e il 1912 e costituiva una realtà militare molto avanzata. Questo forte era dotato di 4 cannoni in acciaio da 149 mm, protetti da cupole girevoli corazzate e da 4 vecchi cannoni da 75 mm (in bronzo), per la difesa a media distanza, oltre a 4 mitragliatrici di tipo “Maxim” per il combattimento ravvicinato.

Il Forte Campolongo era fra quelli tecnologicamente più avanzati e si trovava in una posizione strategica per la linea difensiva italiana. Entrando al suo interno si viene quasi catturati dal tragico fascino che trasmette questo luogo; l’entrata lascia senza parole, quasi come essere avvolti dalla maestosità e dal senso di un timore reverenziale nell’affrontare quel varco. Al primo piano c’erano i rifornimenti continui delle munizioni e la zona di accesso (costituite da enormi stanze circolari) alle quattro cannoniere di cui oggi di una vediamo solo i resti. Tutte le stanze, gli ambienti e i camminamenti recano una targa per farci capire e ricordare ciò che migliaia di giovani soldati, giunti da ogni dove, qui hanno vissuto e combattuto.

Il Forte Campolongo, insieme al Forte Verena e al Forte di Corbin, rappresentava la linea di difesa italiana a protezione di un’avanzata austriaca ai margini settentrionali dell’altopiano di Asiago. Esso, dopo due mesi dall’inizio del conflitto, perse quasi tutta la sua capacità offensiva di fuoco a causa dei danneggiamenti subiti da un bombardamento nemico e dai pesanti colpi di mortaio durante la “Strafexpedition” (primavera del 1916) a seguito dei quali, dopo il definitivo abbandono da parte delle truppe dell’esercito italiano, avvenuto all’alba del 22 maggio 1916, fu subito occupato dalle fanterie e dalle postazioni di artiglieria austroungariche che – mantenendo questa strategica e fondamentale posizione – vi rimasero fino alla fine della guerra.

All’esterno della facciata, una rampa in pietrisco sulla sinistra consente di raggiungere la parte superiore (quella del tetto) del forte. Qui sul tetto possiamo notare le 3 cupole girevoli a protezione dei cannoni, mentre poco oltre gli strapiombi si gode, con una vista che spazia per 360°, il paesaggio e i panorami che s’aprono sulle vallate sottostanti e le catene montuose circostanti. Girovagando tra i camminamenti esterni e quelli sotterranei questi ambienti mantengono viva la memoria dei drammatici eventi bellici, e della dura esperienza vissuta dai militari; si può solo intuire l’immenso lavoro qui svolto dai genieri militari per costruire qualcosa di così grande in un posto così difficile da raggiungere, e ciò lascia stupiti dell’assurdità dell’uomo di quanto egli riesca ad investire tempo, soldi ed energie per la guerra. (testi & photo ©Andrea Perciato)

Cova da Iria (Portugal): Nossa Senhora de Fátima, tra fede, speranza e mistero… un luogo da non mancare assolutamente!  

Il Portogallo del 1917 era, come altre poche nazioni dell’epoca, coinvolto marginalmente dal 1° conflitto mondiale poiché se ne chiamò fuori dichiarandosi neutrale. Ma la storia avrebbe avuto – per questa terra e la sua gente – un cambiamento epocale, soprattutto per i fedeli professanti il Cattolicesimo. Più nello specifico, nella regione di Estremadura, in provincia di Cova da Iria, in un orizzonte brullo/carsico, determinato da terreno arido e sassoso, ove a stento ramificano piccoli appezzamenti d’ulivo, presso il borgo di Fatima accade un “evento” che cambierà le sorti per milioni di fedeli cattolici in tutto il mondo.

Una storia, nota alle cronache del tempo, vide coinvolti due bambine (Jacinta Marto e Lucia dos Santos) e un fanciullo (Francisco Marto, fratellino di Jacinta) che muovendosi da Aljustrel e recandosi a pascolare il gregge loro affidato presso Cova da Iria, furono testimoni di un fenomeno a cui non seppero dare una spiegazione. Una coltre di nubi si abbassò all’altezza di un cespuglio e – dissolvendosi – da essa videro improvvisamente comparire una “Signora” vestita completamente di bianco ed aveva tra le mani un “rosario”. Impauriti per ciò che stavano vivendo, la signora con voce e fare materno esclamò, rivolgendosi a loro, di non avere timore. I bambini identificarono in questa signora la Madonna e ciò avvenne il 13 maggio 1917.

Da questa data ci furono altri incontri, fra i pastorelli e la “Signora” che invitò loro a recarsi nel luogo della prima apparizione per il giorno 13 dei successivi mesi. I ragazzi, come naturale che fu, testimoniarono questi eventi agli adulti, notizie che raggiunsero sia le autorità civili che religiose; e mentre i primi volevano chiudere subito la vicenda indicandola come “qualcosa” al di fuori dell’ordine pubblico, i secondi – dal locale parroco all’Arcivescovo di quella Diocesi – vollero approfondire le fondamenta e la veridicità di quanto testimoniato cercando di non infangare la credibilità dei racconti visti e vissuti dai tre pastorelli.

Durante l’ultima apparizione, una gigantesca folla di circa 80000 persone, proveniente da ogni dove e da altre nazioni europee, si raccolse in preghiera nella spianata. Il tempo era piovoso e molti scivolavano tra zolle di terra resa fangosa dall’acqua, fino a che 160000 occhi furono diretti testimoni di quello che ancora oggi viene ricordato come il “Miracolo del Sole” che avvenne con l’improvviso aprirsi delle nubi mentre l’astro solare cominciò a roteare vorticosamente sulle teste dei presenti assumendo la forma di una sfera colorata da cui partivano raggi diretti verso la Terra, incutendo un forte senso di comprensibile paura in tutti i presenti.

A distanza di un secolo da quegli eventi, il luogo è stato completamente trasformato, con l’erezione di un poderoso Santuario (la Basilica di Nostra Signora del Rosario) e la Cappella delle Apparizioni, che simboleggia la comparsa della Madonna di fronte ai pastorelli. La Cappella delle Apparizioni fu costruita intorno agli anni ’20 dello scorso secolo, proprio nel luogo esatto in cui i tre fanciulli affermarono di aver ricevuto le apparizioni della Madonna. Recarsi oggi in visita in Portogallo, non si può mancare una visita in questo luogo molto particolare, gli abitanti sono gente semplice e senza pretese, molto raccolti in preghiera e dediti alle proprie attività lavorative come la produzione di ceramiche e terrecotte e di prodotti legati alla terra, come l’olio, il vino e i formaggi.

Risulta essere curioso e, al tempo stesso, emozionante vedere gruppi di fedeli – spesso intere famiglie con bimbi al seguito – che si avvicinano ai luoghi sacri di Fatima percorrendo inginocchiati o genuflettersi, in mesta e silenziosa riverenza come atto penitenziale, la ruvida e fredda pietra dei lastricati dei viali d’accesso che immettono nell’immenso catino della spianata del Santuario. La semplicità di questa gente e proprio nella spontaneità dei loro gesti, come quelli di un saluto col bianco fazzoletto agitato al “passaggio” della Madonna in processione e la sofferenza provata come espiazione dei propri peccati avvicinandosi in ginocchio al luogo delle apparizioni. Fatima non è un “mistero”, per chi ci crede essa è… una certezza! (testi e photo di ©Andrea Perciato)

il periplo del lago Anthölzer See (Sud Tiröl): circondati di sola bellezza…!

Se c’è uno specchio lacustre nel Sud Tiröl in cui il cielo si riflette in tutta la sua magnificenza, esso è il lago di Antholzer See, che dà origine al rio Anterselva. I suoi fondali riflettono i colori delle stagioni e caratterizzano il copioso manto vegetazionale che lo circonda, dal verde intenso della primavera, al giallo dorato dell’autunno. Dalla Baita Tiröler Henzian Hütte (1650 m), parte la traccia di un buon sentiero che, praticamente, compie l’intero periplo del lago.

Il Sentiero Natura (un percorso didattico allestito con tabelle informative) viene caratterizzato, oltre che dalla bellezza degli scorci paesaggistici, dai boschi che lo circondano e i monti che si rispecchiano, anche dalla presenza di una serie di cartelli che informano, durante il percorso, sulle più interessanti peculiarità presenti in questi ambienti, come la presenza della flora e della fauna, nonché le rocce (con rare e particolari pietre), gli alberi, le specie ittiche che popolano le acque e gli uccelli che vi dimorano.

Il Sentiero non lascia nulla al caso; oltre ad invitare (e vivere) della bellezza paesaggistica in cui è immerso il bacino lacustre, grazie ai pannelli informativi che s’incontrano lungo esso si hanno approfondimenti che invitano alla sosta e a poter ammirare soprattutto le cristalline acque che offrono i fondali del lago; su come il paesaggio cambi dopo la caduta di una va-langa o l’importante funzione delle radici.

Il sentiero natura risulta essere molto istruttivo poichè fornisce risposte semplici ed immediate a questa serie di curiosità. Lungo le sue sponde si adagia un manto forestale di particolare interesse che conserva singolari specie arboree autoctone. Si continua con piacevoli saliscendi lungo una passerella (con balaustre) in legno che circonda le rive lacustri; in alcuni punti si può anche scendere a sfiorare le acque ammirando, sulla superficie, splendidi esemplari di cigno.

Al suo apice inferiore, la traccia del percorso supera la strada e si incammina attraverso il bosco lasciando ammirare, da nuove prospettive, la meraviglia di questo specchio lacustre. Compiere questo giro intorno al lago è un atto d’amore verso la natura altoatesina che offre momenti di autentico relax in ambienti dal clima fresco e dagli incredibili colori che sono possibili ammirare durante tutte le stagioni dell’anno. Antholtz/Anterselva qui, il Sud Tiröl, si esprime al massimo della sua bellezza… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Istanbul (Turchia)… poterla “vivere” attraverso le meraviglie delle “Alf laila wa laila” (le “Mille e una Notte”)

Quasi ogni quartiere è un mondo a sé in questa tentacolare città. La sua posizione di “borderline” tra i due continenti diventa il luogo attraverso il quale le identità culturali si fondono, si articolano, fino a mescolarsi attraverso la narrazione contemporanea sulla Turchia. Sicuramente non c’è città più intrigante sulla faccia della terra come quella di Istanbul; come in una soglia sensoriale appena percettibile e una temporanea via di mezzo in una gloriosa metropoli come questa. Qui le piazze – enormi serbatoi di umanità – dove si incrociano culture e si mescolano i dialetti, vengono quotidianamente riempite dalla fonte di quel sentimento magico conosciuto come l’empatia, l’ampia capacità di comprendere e condividere i sentimenti dell’altro.

Da qualche parte nel mondo, durante la preghiera del “muezzin” estremo lembo di terra dove l’occidente incontra l’oriente ed i jeans cedono il passo al burka, non c’è cosa più nobile da vedere – dopo il canto del muezzin lanciato dai minareti – se non alcuni papà turchi, che di buon mattino portano i propri figli a scuola prendendoli per mano e guidandoli lungo le strade che serpeggiano per la città. Fra tutte le più singolari scene che ci hanno colpito ci sono il nobile sguardo di un papà (ciabattino/lustrascarpe), che su una spalla regge l’arnese per il lavoro e nell’altra mano tiene quella di suo figlio, ed il fiero volto di un altro papà che – guidando il carretto giù per una traballante discesa – si preoccupa che il proprio pargolo stia lì sopra seduto comodamente senza problemi.

Nella forsennata ricerca di uno spunto da cui partire per il nostro giro a piedi di questa incredibile città, non sono stati gli scorci, o i particolari urbanistici e architettonici, bensì le sue anime, le sue contraddizioni, la sua spiritualità. Punto di congiunzione tra il lembo estremo orientale del continente europeo e l’Asia qui, ad Istanbul, ove si unisce la sontuosità di palazzi storici con alcuni dei quartieri e dei mercati più antichi tutto ruota intorno a “SULTANAHMET”, il cuore dell’antica città. Terra sospesa fra due continenti; crocevia – da sempre – di armate, commercio, culture, popoli, religioni questa terra affacciata su un mare borderline è stata la capitale di tre imperi e racchiude in sé una storia millenaria.

Il fulcro della città contiene il più famoso dei quartieri storici: quello di Sultanahamet che raccoglie, al suo interno, alcuni dei monumenti più importanti di questa megalopoli multi-culturale da oltre 15 milioni di abitanti come la sontuosa (e famosa) Sultanahamet Camii, la “Moschea Blu” (con sei Minareti) il cui appellativo sembra che derivi dalle bellissime piastrelle in ceramica, color turchese, che decorano e adornano tutto il suo interno, e la Basilica di Santa Sofia (Hagia Sophia-i kebir Cami-i Şerifi, ma conosciuta in origine come Magna Ecclesia, grande chiesa), che fu principale luogo di culto per il mondo cristiano per l’Impero Romano d’Oriente e – successivamente – convertita in moschea.

Camminare attraverso le stradine acciottolate dei suoi quartieri (“mahelle”) più antichi, si va alla scoperta, conoscenza e – perché no – comprensione di un retaggio umano e di culture che si sono succedute durante il corso di circa trenta secoli di storia. Adagiata lungo le sponde del Bosforo (BOĞAZ) tra Oriente e Occidente, Istanbul riesce ad esprimere esperienze “sensoriali” davvero uniche che vanno dal gustare gli autentici sapori di una cucina ottomana – ricchissima di spezie aromatiche – riuscendo così a fondere la tradizione mediterranea con quella asiatica, passando per la rilassante (magica e contemplativa) atmosfera delle moschee fino a toccare con mano la pulsante e vivace energia che anima tutti i bazar.

In molti non conoscono che Istanbul, da sempre, è stata la città dove i Cavalieri Templari custodiscono la Sindone (oggi a Torino) e il Santo Graal. L’ordine dei Cavalieri Templari fu qui fondato segretamente nel 1096 proprio a Costantinopoli (l’odierna Istanbul) e la piccola chiesa di Santa Sofia (convertita, successivamente, in moschea) era il luogo “segreto” deputato a governare e/o suddividere i gradi onorifici dell’ordine Templare. Passiamo accanto al singolare perimetro (suddiviso tra colonne e pergolati) che custodisce le tombe di Ahmet Tevfik Paşa Mezari, l’ultimo Gran Visir ottomano, figlio di Ferik İsmail Hakkı Pasha, originario della Crimea, e di Sultan Abdul Hamid II, il sultano ottomano che voleva salvare l’Impero con la religione.

Il nostro viaggio sensoriale ed esperienziale attraverso le meraviglie di Istambul comincia proprio dai piedi dell’antica colonna romana in roccia di Çemberlitaş Sütunu; una colonna di porfido che testimonia la storia di Istanbul, un monumento che qui esiste da 1700 anni. La colonna monumentale Çemberlitaş, che ha attraversato secoli di storia, si impenna da uno dei sette colli che, geograficamente, determinano la penisola storica di Istanbul. Antica quanto la stessa storia di Istanbul essa – quando fu costruita – fu eretta proprio al centro del Grande Foro di Costantino, e rimane – oggi – l’unica traccia rimasta che testimonia la presenza del foro; la colonna è posta all’incrocio di importanti vie nel centro cittadino, ed è una delle più importanti arterie dell’assetto urbanistico romano di Istanbul.

L’enorme spiazzo che contiene la colonna è chiuso, verso settentrione, dal bianco muro della moschea ottomana di Nuruosmaniye Camii; forse meno famosa di tante altre presenti ad Istanbul, ma che colpisce per i suoi interni tutti realizzati in fine marmo, che ne esaltano l’aspetto decorativo, tant’è da farla sembrare una imponente cattedrale. Questa moschea si trova proprio accanto all’ingresso del Grand Bazaar; da qui molti turchi, ma anche distratti viaggiatori o frettolosi turisti, ci passano vicino senza avere il tempo di entrarci, cosa che merita davvero. Eretta nel 1755 in puro stile ottomano, essa risulta essere molto bella; il cortile in legno della Moschea Nur-u Osmaniye è uno dei luoghi più caratteristici, mentre il tempio sorge austero e maestoso all’ombra di immensi alberi secolari.

Ed eccoci finalmente a varcare uno dei numerosi ingressi del Gran Bazar Kapali Çarşi, il mercato coperto più grande della Turchia. Costruito da Fatih Sultan Mehmet nel 1460, esso copre un’area di 45.000 metri quadrati e contiene circa 4.000 negozi. Qui si può trovare di tutto, dai bellissimi tappeti, alle piastrelle in ceramica, dall’abbigliamento in pelle ai gioielli e tante altre cose ancora. Con un totale di 21 ingressi, esso è il mercato coperto storico più grande al mondo. Turisti, venditori ambulanti e la gente del posto si ritrovano qui in questo labirinto di vicoli e piccole corti alla ricerca di un affare; qui tutti sono intenti a sorseggiare una tazza di tè. In più di qualche incrocio si notano antiche fontane (in marmo, in pietra, in ghisa) mentre girando al suo interno è possibile capire cosa viene prodotto e venduto guardando i nomi delle strade (artigiani, orafi, pellame, gioielli, tessuti, casalinghi) e delle locande del bazar.

Pochi metri ancora e uscendo dal Gran Bazar ai accede al bazar delle spezie (egiziano) di Misir Çarşisi Costa Eminönü, un’affollata zona di mercato qui presente sin dal periodo bizantino. Questo bazar piuttosto vivace conserva ancora il suo spirito autentico e antico. Le colorate, e profumatissime, bancarelle delle spezie attirano l’attenzione di tutti coloro che qui entrano; famose sono le spezie medicinali. In questo bazar storico è possibile trovare ogni sorta di souvenir, dalle delizie turche, alle sciarpe di seta, fino alle perle del malocchio. Il bazar è piuttosto famoso per i suoi oggetti d’antiquariato, tutte le altre cose disponibili per la vendita nella zona sono negoziabili, i commercianti qui parlano molte lingue straniere per facilitare il dialogo coi turisti ed entrare in contatto con i commercianti. Al Mercato dei Fiori, proprio accanto al Bazar delle Spezie, è possibile entrare nel mondo dei fiori colorati e passeggiare per il mercato accompagnato dalle profumate fragranze.

Dopo il vagabondare tra i vicoli basolati all’interno del Bazar eccoci finalmente sbucare nel Quartiere Eminönü, uno dei quartieri più antichi di Istanbul, nel centro della Città Vecchia, nel cuore della città murata di Costantino ed è il luogo in cui fu fondata Bisanzio. Centro e punto focale di una storia incredibilmente ricca, Eminonu è il fulcro viario dove le strade si snodano giù fino alla riva sud del Corno d’Oro, la quintessenza del paradiso, ove l’immaginazione crea onde emotive. Un’esperienza unica in una piazza colma di ricchi monumenti storici e di contemporaneità: luogo di nostalgia e malinconia è un centro dove tutti coloro che vivono o vengono da turisti si recano almeno una volta per mangiare il pesce. Le strade di piazza Eminönü sono come un labirinto; c’è storia in ogni angolo.

Proprio sull’angolo sudoccidentale dell’enorme catino di piazza Eminönü si ergono le poderose mura che raccolgono – al suo interno – le singolari bellezze artistiche, decorative e architettoniche dell’iconica e famosa moschea (XVII secolo) di Yeni Camii (Nuova Moschea), uno dei simboli più belli e magnifici di tutta Istanbul. Fontane, Mausoleo del Valide Sultan, scuole primarie, darülkurra (i metodi di lettura del Corano o tajwidi, luogo dove gli hafiz memorizzano il Corano e danno lezioni di arabo e recitazione). Nella moschea si possono vedere i portici che siamo abituati a vedere nell’arte architettonica ottomana. All’interno della moschea ci sono piastrelle di colore blu, bianco e verde. Questo edificio, terminato 66 anni dopo la sua costruzione, originariamente si trovava in riva al mare. Tuttavia, con il riempimento dell’oceano nel corso del tempo, la distanza tra loro è aumentata considerevolmente.

Quel brulicare di svariata umanità che attraversa il lungo nastro d’asfalto sul canale (da non confondere, a prima vista, col Bosforo), è il moderno ponte (meglio conosciuto come “dei pescatori”) del Corno d’Oro di Galata Köprüsü. Questo ponte non solo collega diverse parti della città, ma è anche un ponte simbolico che unisce diverse culture; esso collega Eminönü con Karaköy, ed è reso famoso, in tutto il mondo, per almeno due sue importanti caratteristiche: le centinaia di pescatori locali che affollano le sue balaustre, e i ristoranti ubicati sotto di esso. Muovendosi da Eminönü, camminando sul ponte di Galata fino a Karaköy e possibile respirare la storia di Istanbul. Situato sul Corno d’oro, che collega il centro storico di Istanbul alla parte più moderna della città, esso offre l’accesso pedonale alle delizie urbane al di là del fiume nei quartieri residenziali e più contemporanei di Istanbul, dove l’imperdibile panorama su Sultanahmet dista solo una piacevole passeggiata.

Rientrati dal ponte di Galata prendiamo quell’arteria che s’apre tra la moschea di Yeni Camii ed il Bazar delle spezie; dinanzi si estende la lunga via Hamidiye (circondata dalle numerose botteghe e negozi d’ogni genere) che poi prosegue su Hüdavendigar, arteria in cui s’affacciano i numerosi locali e bistrot che offrono le tipiche pietanze della cucina turca. Presso un muro, s’apre una porta in pietra che consente l’accesso al parco urbano di Gülhane, uno dei posti dove si respira così bene l’essenza del centro di Istanbul. Non appena entri nel Parco Gülhane, gli occhi sono circondati dalle numerose fioriere, dai grandi alberi, e delle acque di fontane. Durante il periodo ottomano, questo era il giardino del Palazzo Topkapi; oggi esso ospita caffè all’aperto con viste spettacolari sul Bosforo.

Sbucati nuovamente sull’ampia piazza di Sultanhamet, lasciamo alla sinistra la Basilica di Santa Sofia superando la fontana germanica di Alman Çeşmesi e l’obelisco egiziano di Theodosius Dikilitaşi, la si percorre fino in fondo dove, una breve discesa, conduce fino alla Moschea Sokullu Mehmet Paşa Camii, sorta su un terreno in forte pendenza, con un unico minareto e un’unica cupola. Il complesso architettonico è costituito da una moschea ed un altro edificio a scopo sociale, fu eretto per volere di sua moglie nel 1571 e realizzato per conto di Sokollu Mehmet Pasha, che servì come gran visir di tre sultani; costruita in un’area circondata da un muro alto oltre 2 metri sul pendio di Kadırga tra la Moschea di Sultanahmet e la Moschea di Küçük Hagia Sophia.                                                                                                                           

Entrare nelle moschee turche si prova una stretta connessione, quasi un indissolubile legame, fra ciò che è l’umanamente “terreno” e ciò che è il divinamente “creato”; una sorta di mondo parallelo che non può essere racchiuso tra le cupole e i minareti delle moschee. Come ritrovarsi all’interno di una “non dimensione” oppure attraversare una sorta di “etereo altrove” così distante fisicamente, ma altrettanto così vicino da riuscire a sentirne l’essenza; sensazioni, queste, che per gli islamici sono come una ancestrale sorta di ascesa spirituale che pone l’uomo al cospetto del divino. Qui ad Istanbul per cinque volte al giorno – dall’alba al tramonto – il “muezzin“, col suo canto, oltre a lanciare il richiamo (sveglia o preghiera che sia…!) è il sicuro punto di riferimento per scandire il tempo durante la giornata islamica.

È molto difficile per un (cosiddetto) occidentale riuscire a comprendere il significato delle parole, della reverenziale gestualità, del portarsi le mani a coprire ripetutamente il viso, del genuflettersi rivolgendo il proprio animo e innalzando – ognuno la sua preghiera – verso oriente, dello sciorinare i grami di un “rosario” (è blasfemia…?) fra le dita, del recitare a bassa voce particolari mantra che si ripetono nel tempo occorrente alla preghiera, delle particolari scritture e incisioni che inneggiano a Maometto… tutto ciò rende il mondo dell’Islam un incredibile caleidoscopio di suoni, di colori, nenie, profumi, esaltazioni, essenze, di parole balbettate, di sguardi persi nel vuoto, atti di purificazione… un mondo che al tempo stesso intriga, attrae, ma… da considerare sempre con il dovuto rispetto!

Il richiamo alla preghiera del muezzin è un qualcosa di spettacolare. Ascoltare la voce modulata che si rincorre, fra i tetti, le piazze e i bazar di Istanbul, di minareto in minareto, è un qualcosa da mettere i brividi per quanto sia bella da ascoltare. Il mondo dell’Islam se non lo tocchi con mano e ne comprendi filosofia e significati, verrà visto dall’occidente sempre come una cultura blasfema. Conoscere il mondo percorrendolo semplicemente a piedi amplia l’orizzonte della mente facendoti capire e comprendere la bellezza e l’armonia della svariata umanità che calpesta le strade di questo mondo sempre pronto a guardarsi in cagnesco. Se si vuole capire l’Islam, bisogna conoscerlo ma, soprattutto, comprenderne il senso e il significato spirituale che poi… non è tanto così diverso da altre professioni di fede! Al-Salham Alheikum… che la pace sia con tutti voi! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Capo CACCIA (SS, Sardegna)… poter vivere quel senso dell’infinito

Se esiste un luogo in cui la bellezza del “creato” è stata davvero prodiga di magnificenza questo è Capo Caccia, estremo lembo di terra – tra pinete, ginestre e falesie – che racchiude a occidente la skyline costiera di Alghero. Raggiungere le sue creste rocciose è un’apoteosi di emozioni visive; un coacervo di sensazioni vissute passo dopo passo tra i profumi delle essenze aromatiche e la salsedine che sale dal mare trasportata dai venti. Questo è uno dei posti più belli (la “Riviera del Corallo“) dell’intera fascia costiera dell’isola; se si desidera scoprire un posto panoramico dal quale ammirare uno dei tramonti più belli al mondo, questo è il posto giusto!

Un angolo di Sardegna da vedere e rivedere e che non stanca mai; un luogo che offre spettacoli naturali di incomparabile bellezza, soprattutto al tramonto. Guadagnare l’orlo della scogliera e scorgere, passo dopo passo, l’incredibile paesaggio sull’isolotto di Foradada lascia completamente a bocca aperta di fronte a cotanta meraviglia! Sostare quassù si prova un senso di pace assoluta; mentre se il mare comincia a farsi grosso e volge in tempesta, le onde quando s’infrangono alla base della scogliera emanano un “rombo di tuono” (Gigi Riva docet!) che trasmettono quanto impetuosa può essere, a volte, la natura.

Tra la meraviglia provata all’alba ed il romanticismo vissuto fino al tramonto quando il disco solare cade oltre l’orizzonte il belvedere della Faradada s’apre come una balconata su un panorama di ineguagliabile bellezza paesaggistica. Il belvedere sull’isolotto della Foradada, è uno dei luoghi più frequentati del “Parco Naturale Regionale di Porto Conte” e della prospiciente “Area Marina Protetta Capo Caccia/Isola Piana“; l’isola “Foradada“, (che sta a significare “Forata“) è prospiciente alla Cala d’Inferno e rende unico, e incredibilmente bello, il paesaggio che è possibile ammirare sulle strapiombanti falesie tra Capo Caccia e Torre della Pegna

La stessa Isola si può ammirare percorrendo la falesia, seguendo (per circa mezz’ora) un sentiero che sale dal Belvedere, raggiunge la Grotta delle Brocche Rotte e sale ancora verso il “Semaforo” (il faro che funge anche da postazione radio), punto più elevato di Capo Caccia. Volgendo lo sguardo in un caleidoscopio di bellezze naturalistiche che si alternano alle meraviglie di un paesaggio – che spazia dalla rada di Alghero, laggiù in fondo verso sud-est, passando per la baia di Porto Conte e la Punta Giglio, fino a perdersi oltre l’orizzonte verso ponente – ove l’ambiente è al massimo della sua esaltazione espressiva.

Capo Caccia e i suoi tanti punti d’osservazione sull’immenso, valgono la fatica di percorrere qualche chilometro con tutte le possibili condizioni meteo e – credeteci – ne vale davvero la pena! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“Via di Francesco” (PG, Umbria) da Foligno ad Assisi: ove tutto ruota… intorno alla PACE!

Ed è sempre il silenzio che accompagna il nostro cammino… finalmente! Si parte. Un passo dopo l’altro si macinano chilometri senza che nessuno se ne accorga. Paesi, borghi, pievi, villaggi, casali… compaiono improvvisamente dalla folta boscaglia e sembrano giocare a nascondino con tutti noi“. La Via di Francesco attraversa una Terra dove il senso del camminare si integra con un “vissuto” dalle arcaiche tradizioni. Questo cammino è un’alternanza di luoghi e momenti in cui il messaggio del “poverello” d’Assisi si respira ad ogni scorcio, dietro ogni cespuglio; profumi d’antico che ancora oggi riescono a penetrare l’animo umano…

La Via di Francesco ti conquista attraverso travolgenti emozioni che ti prendono seguendo piste e sentieri in cui i 5 sensi sono parte integrante di un “Creato” che ci è stato affidato e che sempre a noi spetta saperlo preservare. Questa Via è quel momentaneo distacco dall’effimero e dal superfluo in cui momenti ed emozioni restituiscono una naturale rilassatezza contemplativa; laddove la pista entra dai piedi, la sua essenza passa attraverso il cuore ed il suo spirito si materializza in quell’angolo della mente chiamato emozione…

La Via di Francesco è quel “non luogo” o quell’altrove da noi sempre cercato, laddove gli spazi assumono dimensioni senza confini mentre il tempo, come per incanto, sembra che si fermi per l’eternità. La Via di Francesco altro non è che un territorio vissuto fin nel profondo del nostro animo, ove il fondersi di emozioni e sensazioni, godibili attraverso le meraviglie offerte da una natura a tutt’oggi inviolata, rende chiunque desidera avventurarsi per queste contrade, libero di muoversi, libero di camminare, libero di vedere, di toccare, di sentire, di godere, di respirare, di sognare… liberi di amare!

Alle prime luci dell’alba, col sole che si profila all’orizzonte, si attraversano le stradine lastricate del centro di FOLIGNO. Percorrendo l’elegante corso Cavour si raggiunge la celebre piazza con il Duomo di San Feliciano, dove una targa ricorda che in questo luogo Francesco, ancora mercante, vendette le stoffe del padre per restaurare la chiesa di San Damiano. Superati il ponte sul fiume che circonda l’abitato folignate, la segnaletica stradale indica direzione Firenze… seguiamo quella! Il nostro cammino – nella sua parte iniziale – continua ancora tra i sofferenti rumori, le caotiche rotatorie e i gas di scarico della trafficata Via Flaminia

Una lieve pioggerellina genera lo spontaneo fischio che parte dal gruppo: “…se la pioggia cadrà… più divertente ancor sarà!”. Appena fuori la periferia nord di Foligno, si compie un ampio giro nella campagna folignate, e tra belle ville ed ampi campi di frumento, si entra a SPELLO (città dell’Infiorata) attraversando la monumentale Porta Consolare (d’epoca augustea). Un mondo tutto intriso di medioevo accoglie il nostro passare, tra botteghe addobbate coi caratteristici vasi fioriti e vicoli adombri il cui profumo intenso dell’infiorata, sembra non essersi mai allontanato; la bellissima chiesa di Santa Maria delle Grazie ci dona la visione degli affreschi del Pinturicchio.

Si continua a salire lungo la via Consolare e poi su via Cavour per raggiungere, infine, piazza Garibaldi. La cittadina merita una sosta, per la ricchezza delle sue opere d’arte, mentre da antiche botteghe di maestri fornai e mugnai, una giovane donna con abito tipico delle donne locali, ci offre (e ci invita all’assaggio de) le specialità del luogo di questi prodotti. Toccando l’apice del borgo si giunge presso un’ampia terrazza panoramica da cui sono già possibili scorgere i campanili di Assisi e la poderosa cupola di Santa Maria degli Angeli.

Sempre da un’antica porta d’origini romane (augustea) si esce dalla periferia settentrionale di Spello imboccando subito la suggestiva “Via degli Ulivi“, un tratto molto bello, piacevole, distensivo, contemplativo e rilassante che scorre attraverso ampi panorami che s’aprono sulla valle di Assisi. Quasi per incanto, ci si accorge che lungo questo tratto, apparentemente deserto, non si è soli; da lontano si odono pronunciare – tra la recita di un “Rosario”, che si alterna al mantra di un Nam-my-oho-ren-gek-yo – spontanee preghiere di giubilo, felicità e amicizia (un grande e intenso file/rouge che cementifica tutti coloro che attraversano la Via degli Ulivi).

Alternando tratti su strada asfaltata e su sterrata si giunge alla Maestà di Mascione, un’edicola ricca di ex-voto, dove si trova una fontanella; e qui l’incontro di pellegrini tedeschi che giungono da Friburgo, in Germania… la dice tutta! Un’ultima salita ripaga le nostre fatiche consentendo a tutti di ammirare (in parte) la selvaggia natura del monte Subasio e i panorami della valle Umbra; mentre si fanno più vicini gli echi dei rintocchi e il “canto” delle imponenti campane che ci avvertono che siamo alle porte di ASSISI. Entriamo nella città di Francesco presso la Porta Nuova. Da qui il percorso si snoda lungo le vie medievali, prima su Via Borgo Aretino per raggiungere la Basilica di Santa Chiara.

Si continua quindi su Corso Mazzini, poi in Piazza del Comune con il Tempio della Minerva. Si prosegue infine su Via Portica, Via Fortini, via del Seminario e, quindi, su via San Francesco, per raggiungere la “meta” del cammino: la Tomba di San Francesco presso la Basilica Inferiore di San Francesco. La magia della città francescana si esalta soprattutto dopo il tramonto e al giungere della notte fonda per andare ad ascoltare i canti elevati in preghiera dai frati di Assisi. Di notte il calpestio dei passi riecheggia sui basoli, mente l’occhio scorre alla ricerca di possibili spunti per poter catturare – col “magico” occhio della fotocamera – gli angoli più suggestivi, poco conosciuti e inconsueti di questa città universalmente conosciuta come “ombelico” della Pace.

Nessuno può riuscire ad immaginare quale fascino offre questa cittadina umbra avvolta dalle ombre di “sorella” notte; tanti i luoghi legati alla vita di San Francesco, alcuni sono veri e propri capolavori della storia dell’arte, altri più umili sembrano preservare la memoria del Poverello, comunque tutti da vedere, da vivere, da scoprire… PAX ET BONUM a tutti i camminatori, viandanti e pellegrini e al mondo intero! Se Francesco lo vorrà e la salute lo consentirà… arrivederci al prossimo Cammino. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Papasidero (Calabria, CS): dal Santuario nella roccia alla grotta del “Romito”… un excursus emotivo dalla Preistoria al Medioevo.

Tra lo Ionio e il Tirreno, s’apre un lembo di “Paradiso Verde” esteso tra Lucania e Calabria. Qui, l’incanto dei borghi arroccati o nascosti tra profonde valli, genera sensazioni che vanno ben oltre l’immaginario. Se in quota si cammina fin quasi a toccare con un dito le nuvole, a quote più basse si viene trasportati dal suono delle acque d’impetuosi torrenti; stati emotivi che fanno rivivere un immaginario viaggio fino alle origini di Gaia. Papasidero, antico abitato quasi nascosto nella valle del Lao, è un luogo meraviglioso oltre che sacro.

Siamo a Papasidero (il cui nome trae origine da Papàs Isidros, un monaco bizantino, oppure sembra derivasse da Papa Isidoro, un monaco basiliano di religione greco ortodossa); oltre l’abitato prendendo una serie di gradinate per alcuni tornanti si scende verso il fiume Lao. Nelle vicinanze c’è l’antico ponte medioevale che supera il fiume e porta al sagrato della bella e imponente chiesa rupestre di S. Maria di Costantinopoli, luogo meraviglioso oltre che sacro, imponente struttura in pietra incastrata nella roccia. Se prima di imboccare il ponte medievale si prende il sentierino che scenda a sinistra, si giunge presso una piccola spiaggia (approdo per il rafting) acciottolata proprio sul greto (destra orografica) del fiume Lao.

La chiesa della Madonna di Costantinopoli è posta appena fuori dal borgo di Papasidero. Originariamente di irto ortodosso, ottenne la conversione al cattolicesimo. Siamo nella Calabria settentrionale, in provincia di Cosenza, in quel lembo di terra sottoposto a tutela del Parco Nazionale del Pollino, lungo le tortuose sponde del fiume Lao, laddove le sue acque consentono di praticare il rafting. Scorgere il Santuario dalla lunga scalinata che bisogna percorrere per raggiungerlo, preannuncia l’emozione provata una volta arrivati. Qui non è raro incontrare anziani del luogo che si spingono fin quassù per una passeggiata; ascoltando i loro racconti di storie locali si ricorda l’episodio di decenni fa quando tutti gli abitanti del paese, il giorno della festa del santo patrono, formarono una catena umana per salvare la chiesa da un incendio.

Muovendosi verso il nord del paese, dopo un rocambolesco viaggio tra crinali e profonde valli, si raggiunge uno tra i siti preistorici più interessanti d’Italia: la “Grotta del Romito”, un luogo unico nel suo genere, un posto magico, una località incantevole circondata da una rigogliosa natura che si incastra, armoniosamente, in un luogo fantastico. Un percorso nei boschi ben attrezzato introduce alla meraviglia per la quale val la pena giungere fin lassù ove ci accolgono incisioni rupestri e antiche sepolture, coi loro indecifrabili misteri; autentici segni di vita e di arte che alcuni nostri progenitori, in un passato che si perde nella notte dei tempi, sono riusciti a distribuire nei pressi e all’interno di un mondo caratterizzato dalle stalattiti e dalle stalagmiti; scenari unici che lasciano senza fiato.

La Grotta del Romito (il cui nome deriva dal fatto che un tempo il sito fu abitato – durante il Medioevo – da frati eremiti) è un importantissimo parco archeologico immerso nella copiosa natura calabrese. Presso l’accesso compare un grande masso levigato sulla cui superficie vi sono incise (sembra quasi disegnato) le fattezze di un toro, meglio conosciuto come “Bovis Primigenius” una incredibile incisione rupestre risalente ad oltre 15000 anni fa; e ancora, delle fosse in cui sono presenti antiche sepolture, tra i primi esempi in Europa, a “tumulazione” con tracce di scavi, tutt’ora in corso, curati dall’Università di Firenze e poi, infine, la parte interna della grotta, che si presenta piena di stalattiti e stalagmiti con un fantastico gioco determinato dalle luci e dalle ombre.

Che altro dire del luogo e del suo circondario se non provare il piacere di avventurarsi per strade e piste alla ricerca dell’insolito, immergersi in questa rigogliosa natura e magari facendosi accompagnare dalle narrazioni della gente del posto che, con la loro voce rauca, testimoniano esperienze di vita difficilmente riscontrabili altrove; dopotutto la Calabria è… anche questo: saper ascoltare! (testi&photo ©Andrea Perciato)

al monte MOTOLA (Cilento, SA)… lungo i “sentieri dei boscaioli”

C’è una montagna, nel Cilento, che supera appena di poco i 1700 metri d’altezza; una montagna ricchissima di boschi, ma – soprattutto – anche di presenze che animano le foreste (faggete) sommitali come cervi, lupi e cinghiali; un comprensorio montuoso che da sempre ha fornito la materia prima incrementando quella modesta economia dei circostanti territoti legata alla civiltà dei boschi, in cui uomini e donne hanno saputo trarre fonte di sussistenza per secoli.

Siamo a ridosso degli altipiani della Sella del Corticato, un antico passaggio terreste che metteva in comunicazione i territori impervi del Cilento interno coi paesaggi più dolci e meno aspri del Vallo di Diano. Qui, in prossimità di alcune masserie sparse e circondate (quando è il periodo delle infiorescenze) da un intenso mare giallo e profumato creato dalle immense distese dei cuscini di ginestre sulla sinistra parte, all’altezza di un fontanile, una pista carraia che mena attraverso i boscosi pendii della montagna.

Da qui si comincia a salire attraverso un particolare anfiteatro fatto di verde in cui si rispecchiano sia le propaggini settentrionali della Montagna della Mutola, che si staglia in alto sulla sinistra, sia quelle del monte Motola, poco più su a destra. Man mano che il pendio guadagna quota la pista va perdendo quella caratteristica forma di sterrata che permette anche il transito agli automezzi (fuoristrada), divenendo prima uno stradello e poi un sentiero ben marcato e definito (soprattutto dal transito degli animali al pascolo).

Ed è proprio qui, camminando lungo questa prima fase dell’ascesa e superando i numerosi tornanti che – serpeggiando – introducono alla montagna, se si presta attenzione, scrutando per bene in uno di questi tornanti, al lato sinistro della pista vi è nascosta tra il fitto fogliame di rovi e cespugli, una sorgente captata in un abbeveratoio che ancora oggi (così come ha fatto per lunghi anni)  disseta cavalli, muli e montanari, che di qui transitano per andare a far carico della “materia” prima offerta dai boschi: il legname.

Si continua a camminare salendo in direzione SW fino a raggiungere, inoltrandosi nella copiosa boscaglia, in una zona quasi pianeggiante detta Fontanelle (890 m), là dove la pista presenta un percorso che va articolandosi lungo una pietraia, un tratto che rende molto disagevole il procedere. Poco più oltre di questo appena marcato falsopiano appare, improvviso, un pianoro erboso in cui spicca l’edificio in pietra del Rifugio Forestale Fontanelle (quasi sempre chiuso!) mentre, poco più su, compare un abbeveratoio (1369 m) per gli animali al pascolo.

Da qui si prende la traccia di un erto sentiero che mena ad attraversare il bosco (in direzione SSW), in cui non è raro trovare diversi nuclei sparsi di abete bianco, una specie arborea segnalata tra quelle in via di estinzione sulle montagne del nostro Appennino meridionale. Questi esemplari sono sicuramente la testimonianza più evidente di quello che una volta era l’enorme manto boschivo che, anticamente, si presentava molto più esteso andando a ricoprire completamente le fasce di territorio montuoso a quote spesso elevate.

Si transita così in una folta distesa boscosa (ove primeggiano monumentali esemplari di faggio) tenendo sempre in vista, quando la fitta vegetazione lo permette, la brulla cima del Motola che si erge in alto sulla destra. Quando il cammino comincia a divenire più impegnativo per l’erto pendio quasi senza accorgersene ci si trova (1600 m) proprio sotto le pendici rocciose (quelle orientali) della cima del Motola. Qui la vegetazione si presenta ancora più fitta e osservando attentamente intorno, con grande meraviglia, possiamo notare che sono presenti, in quest’angolo di foresta, numerosi esemplari di tasso, bellissimi alberi dalle folte chiome e dal fogliame (aghiforme) ci colore verde scuro.

Volgendo subito sulla sinistra, e seguendo sempre il cammino tracciato dai taglialegna che prosegue per lunghe serpentine, si raggiunge la quota dei 1600 metri. Qui l’erto pendio termina, ed il sentiero leggermente perde pendenza fino ad attraversare una giogaia boscosa che in breve, valicando, conduce in un angolo di paradiso montano davvero unico, bello ed inconsueto. Avanti – lungo le praterie d’altura – si parano numerose conche carsiche (ex glaciali) e inghiottitoi che, ricoperti da prati verdeggianti e circondati dal cupo della boscaglia, creano suggestive cornici paesaggistiche.

Non una traccia (fortunatamente!) che testimoni il passaggio di uomini, il che lascia intendere che in questo luogo la loro presenza è davvero sporadica; solo il fruscio della brezza del vento che agita le foglie, il cinguettio di uccelli da montagna nascosti nella foresta e i grugniti dei cinghiali che riecheggiano nel bosco, sono le uniche “presenze” che ci permettono di godere pienamente così tanta bellezza. Senza molte difficoltà, da questi anfiteatri naturali, e dopo aver percorso ed attraversato anche l’ultima cortina forestale, in breve si superano gli ultimi brulli pendii sulla sinistra ove, aggirati una leggera selletta, il cammino porta a raggiungere la pietrosa cima del monte MOTOLA (1700 m).

Da quassù s’intuisce la magnificenza di questa montagna che emerge da immense distese prative e da un mare di faggete su cui volteggiano liberamente bellissimi esemplari di avifauna locale: gheppi e poiane su tutti, disturbati (forse!) dal passaggio di escursionisti, oppure perchè a caccia di piccole prede come grilli, lucertole o piccoli roditori, oppure ancora, perchè si è entrati involontariamente nel loro territorio. Il bellissimo spettacolo a cui può capitare di assistere, non distoglie affatto dal far scorrere gli sguardi che si perdono oltre l’orizzonte di infinite vedute panoramiche.

La zona sommitale del Motola viene caratterizzata non solo dalle aspre e ripide creste rocciose ma anche dai cosiddetti faggi nani, fusti a basso portamento cespuglioso che sono così modellati (o ricurvi) secondo la direzione dei venti dominanti in quota. Dalla cima del Motola, soprattutto nelle giornate più terse, il panorama è davvero straordinario: vi è il monte Cervati (1899 m), proprio di fronte, a mezzogiorno; più oltre, a settentrione, l’imponente mole calcarea dei monti Alburni; mentre, sullo sfondo verso oriente, gli ampi fazzoletti dei regolari campi che caratterizzano i fertili pianori del Vallo di Diano; e poi ancora, grandi vallate, fittissimi boschi di faggio e bianche creste rocciose.

Da quassù, riuscire a contemplare – in ossequioso silenzio – tutte queste meraviglie paesaggistiche che si alternano, di orizzonte in orizzonte, non fa altro che incrementare quella voglia di natura che negli ultimi tempi ritempra lo spirito di chi – della natura, dei paesaggi, dei profumi, dei colori e dei suoni – ne ha fatto la principale fonte ispiratrice per esaltare il proprio animo e riuscire a connetterlo con gli equilibri del Creato… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)