Triaspol (TRANSNISTRIA, Europa orientale)… un viaggio nel “paese che non c’è!”

Negli ultimi tempi le nostre curiosità nell’andare alla scoperta di luoghi geografici che sulla carta non “compaiono” e la conoscenza di nuovi territori – molto spesso – inesplorati o lontani dalle più tradizionali rotte di viaggiatori e camminatori, ci induce ad intraprendere viaggi in terre sconosciute. Puntare il dito sul mappamondo e scoprire che ci sono luoghi (paesi o nazioni…?) che non sono rappresentati, né conosciuti (o riconosciuti), da nessun organo istituzionale al mondo (ONU in testa!) ma che si sono autoproclamati indipendenti dalla madrepatria e – in alcuni casi – hanno anche coniato moneta propria. È, questo, il caso della TRANSNISTRIA { Приднестро́вье (Pridnestróvie) in lingua locale }, una striscia di terra compresa tra la Moldavia e l’Ucraina. Ma in effetti dov’è la Transnistria… dove si trova? La Repubblica Moldava di Pridniestrov, è un territorio della Repubblica di Moldova. Alla fine dello smembramento del grande impero delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, questo territorio aveva avanzato formale richiesta di riconoscimento della propria indipendenza, ma – come comprensibile – le pretese non furono ascoltate. In effetti continua ad essere una Repubblica autoproclamatasi indipendente dalla Moldavia e a tutt’oggi viene sostenuta dalla Russia, nonostante neanche il Cremlino ne riconosca ufficialmente la legittimità; praticamente una complicata situazione ancora da chiarire! Avere la possibilità di visitarlo permette di poter fare un salto nel passato!

La Transnistria legalmente fa parte della Moldavia ma è di fatto una Repubblica “indipendente”; un “non stato” che non è riconosciuto dalla comunità internazionale.Questa striscia di terra è collocata nella parte est della Moldavia, tra il fiume Dnestr e l’Ucraina. Popolata da circa 480mila abitanti (di cui 135mila solo nella capitale Tiraspol), ha una sua Costituzione, istituzioni proprie, una lingua “ufficiale” e una propria moneta. La bandiera è a strisce orizzontali rosse e verdi, con falce e martello in alto a sinistra; praticamente una – se non l’unica – bandiera che al suo interno contiene ancora i simboli della rivoluzione russa. Dopo il 1991, due anni dopo la caduta del famoso “Muro di Berlino” e la fine della “Cortina di Ferro” la Transnistria rifiutò sia l’annessione alla Romania – che ne pretendeva la territorialità – sia il nazionalismo moldavo di cui, legalmente, appartiene. La ferma volontà degli abitanti sarebbe stata quella di rimanere territorio russo, entrando a far parte della nascente Federazione Russa. La popolazione della Transnistria è prevalentemente formata da russi, ucraini e moldavi; tutte queste tre lingue sono ufficialmente riconosciute dallo Stato e sono tutte scritte in cirillico. Esistono poi presenze minoritarie di bulgari, rom e gagauzi (gruppo etnico di matrice turca).

La Transnistria è un paese dalle mille sfaccettature, un territorio fatto di persone (la popolazione anziana prevale su quella giovanile), di etnie differenti (rom, gitani, polacchi, ucraini, russi), con – alle spalle – incredibili storie che sanno di un passato che si perde nel tempo. Un paese, questa Transistria, tra i più sconosciuti in Europa di quelli che prospettano (ma non si bagna) sul mar Nero; un luogo sospeso a metà tra la realtà e la fantasia. In molti pensano che non accettino stranieri e dove fanno capire che sia meglio non andare perché risulta pericoloso (cosa non vera…!) o, in molti dei casi, perché non c’è proprio nulla da vedere. Di solito la Transnistria viene descritta come “una terra fuori dal tempo. Gli abitanti di questo stato-non-stato nelle cronache giornalistiche non sono mai citati e spesso restano muti. La Transnistria viene definita una terra pericolosa per “noi occidentali”, praticamente una “terra di nessuno” abitata in maggioranza da delinquenti, cosa non affatto vera. Di solito degli abitanti non si parla mai, se non nei termini di nostalgici comunisti che vivono in una sorta di “buco nero dell’Europa”. Mentre invece qui abbiamo trovato gentilezza, ospitalità ma – soprattutto – tanta curiosita; la domanda che più spesso ci è stata rivolta (in senso di meraviglia) è stata: ma cosa ci fate voi italiani qui? Molti capiscono l’italiano (poiché lavorano in Italia), mentre qualche ragazzino, con nostra meraviglia, intona le rime note di “Bella Ciao”.

Avvicinandoci sulla linea di confine, dopo aver passato un check-point moldavo (presenza di polizia doganiera), si attraversa un km di terra di nessuno fino a raggiungere il casotto, con sbarre e militari, dell’ingresso in Transnistria. La domanda per noi occidentali, in uno strampalato inglese/russofono è: “quanto tempo vi fermate qui in Transistria?” Per un solo giorno ti rilasciano una sorta di biglietto/scontrino (permesso provvisorio) valido – come permanenza – fino alla mezzanotte dello stesso giorno d’entrata nel paese; al contrario se sono più giorni allora le pratiche per entrare si dilungano e si ha bisogno di un permesso speciale che rilasciano stesso al check-point d’entrata. Finalmente si raggiunge TIRASPOL, la sua capitale; questa città ama da sempre sognare di essere russa. L’amore per la Federazione, però, è a senso unico, visto che Mosca sembra non avere alcuna intenzione di annettersi la piccola repubblica, ma che continua a sostenere economicamente pur non riconosce come stato indipendente. Ma andiamo alla conoscenza di questa terra e della gente che la popola! Nella nostra indole di viaggiatori (esploratori di luoghi spesso insoliti), ci interessa molto sapere com’è si svolge qui la vita di tutti i giorni in Transnistria? Oltre a scoprire, naturalmente, perchè questa piccola isola nel cuore di una parte d’Europa orientale sia sempre di più contesa?

La Transnistria è un groviglio di popoli, di etnie e di nazionalità. Un luogo dove i simboli del Comunismo sono presenti ancora un po’ dappertutto, ma in cui – soprattutto i giovani – non tutti ancora credono davvero. In giro per le strade della capitale TIRASPOL, si possono ancora ammirare grandi statue di Lenin, monumenti raffiguranti la falce e il martello e nei ristoranti si gustano i tipici prodotti della lontana (ma non troppo) Russia. La Transnistria è reale, non è una sorta di luna-park per nostalgici o, meglio – per restare in tema – non è il classico villaggio della steppa costruito sul nulla; non è solo l’ultimo baluardo sovietico abitato da nostalgici e fanatici, ma un territorio molto ambiguo, dalle mille sfaccettature e, troppo spesso, dimenticato. Ma il principale scopo della nostra esplorazione è, soprattutto, capire e comprendere un angolo di Europa (quella orientale) troppo dimenticato. Dalla stazione ferroviaria di Tiraspol ha inizio il nostro viaggio a piedi per la capitale. A circa 10 minuti a piedi dalla stazione, proseguendo verso il centro città, si passa attraverso un’area simile a un parco pieno di alberi, e panchine; quasi dal nulla compare – sulla destra – l’abside della Chiesa completamente tinta in rosso e con le guglie (a forma di “cipolla”) tutte in oro zecchino dedica al culto di малыш Иисус (malysh Iisus, Gesù Bambino). Alle sue spalle la singolare struttura della Колокольня (Kolokol’nya, Torre delle Campane). Per vie laterali raggiungiamo finalmente il boulevard principale che attraversa tutta la città.

Procedendo a piedi si trova, sulla destra, si trova la bianca chiesa ortodossa dedicata al culto dei Двенадцать апостолов (Dvenadtsat’ apostolov, dodici apostoli); al suo interno tante scenografiche raffigurazioni della bella e interessante arte sacra orientale (di stampo bizantino/ortodosso). Finalmente si arriva alla piazza principale della capitale della Transnistria ove sventolano – un po’ dappertutto – le bandiere della Transnistria accostate a quella della Federazione russa. Vicino ci sono – che sventolano in successione – le otto bandiere delle rispettive città di riferimento della Transnistria tra cui, ovviamente, Bender e Tiraspol. Inoltre è possibile scorgere, ai suoi piedi, l’ultimo anno festeggiato dall’indipendenza della Transnistria. Dove il tempo si è fermato… Non è vero che a Tiraspol non ci sia nulla da vedere; la città capitale vale comunque una visita se non altro per l’atmosfera da Unione Sovietica che si respira nelle sue larghe vie e nelle sue immense piazze, enormi e vuote, con qualche statua di bronzo qua e là. Tiraspol è una città piacevole con una miscela di vecchio e nuovo. La gente è cordiale e disponibile. Non ci sono siti turistici ma comunque vale la pena conoscerla. Proprio sulla destra, in tutta la sua imponenza, compare una grande statua equestre che raffigura Aleksander Vasil’evic Suvorov considerato uno dei più grandi generali russi d’epoca napoleonica; egli vinse diverse battaglie sia contro i turchi che i polacchi. Egli è il simbolo nazionale di tutta la Transnistria e la sua immagine figura sulle banconote locali.

Sul lato opposto della piazza compare uno dei tanti simboli di Tiraspol: un carro armato (classificato come танк Т-34, tank T-34) posizionato su un terrapieno leggermente rialzato. Si dice che la terra sotto il tank, o almeno in parte, provenga dal campo di battaglia di Stalingrado, dove l’Armata Rossa sconfisse i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Di per sé, seppur scenografico, esso e un piccolo vecchio carro armato sovietico con il cannone puntato al cielo e una scritta sul bordo: за. Родины (za. Rodiny). Subito dietro al carro armato c’è uno spiazzo dove i ragazzi si allenano sullo skateboard. Da lì, per un piccolo e stretto ponte, si gode di una bella vista sul fiume Dniestr. Vicino al carro armato compare una chiesetta dalla cupola dorata che abbaglia quando il sole ci picchia contro. Essa la часовня Сан-Джорджо (chasovnya San-Dzhordzho, cappella di San Giorgio) dedicata al culto del santo cavaliere. Fuori dalla cappella, a pochi metri, arde la fiamma perenne di un memoriale che ricorda le vittime di tutte le guerre di questo lembo di (ex) impero sovietico. Il monumento dedicato alle vittime della guerra civile, della Seconda Guerra Mondiale e della guerra della Transnistria (1992). Il Мемориал Славы (Memorial Slavy, Memoriale della Gloria) è un complesso commemorativo che celebra gli eroi delle guerre in Transnistria, in Afghanistan e della tragedia di Chernobyl. I transnistriani sono un popolo molto orgoglioso ed hanno un grande valore per i soldati caduti nella lotta per la loro libertà.

La fiamma perenne che arde nel Memoriale della Gloria è un ricordo costante nel tempo di coloro che hanno dato tutto per il loro paese. Questo monumento ai caduti è suddiviso in sezioni dedicate alle diverse guerre. Le fiamme eterne sono sempre fonte di riflessione e commozione, indipendentemente da dove ci si trovi nel mondo, o da come sia quel particolare paese o città. I monumenti, qui a Tiraspol, sono emozionanti quanto quelli occidentali, anche se possono rappresentare guerre e/o lotte con cui è difficile per noi occidentali relazionarsi. Il monumento marmoreo è dedicato a tutti coloro che sono morti (dentro e) lontano dalla patria, e luoghi come questo sono molto rispettati. Dal Memoriale lo sguardo viene subito catturato sull’opposto marciapiede dall’imponente mole del Soviet supremo, Здание парламента (Zdaniye parlamenta, il Palazzo del Parlamento), simbolo di Tiraspol, un simbolo e la grande statua di Lenin posta su un alto piedistallo di fronte all’ingresso, sono elementi a cui le persone locali tengono molto. Il Soviet supremo è un brutto palazzone d’epoca sovietica che non è stato abbattuto; da quando la Transnistria si è autoproclamata indipendente, questo edificio funge da Parlamento. L’edificio non è aperto al pubblico e ci si deve limitare a poterlo ammirarne dalla facciata. Certamente non si può rimanere indifferenti di fronte alla vista, che potrebbe sembrare anche una visione di tempi andati, del Soviet Supremo della Transnistria.

Ma l’elemento che richiama l’attenzione non è tanto il Palazzo del Soviet, quanto la Статуя Ленина (Statuya Lenina, statua di Lenin) che c’è di fronte. Particolare è il soprabito di Lenin, che appare sollevato dal vento, in linea con la città di Tiraspol, dove soffia sempre una leggera brezza grazie alla presenza del vicino fiume. Alcuni viaggiatori che – come noi – si sono spinti fin quaggiù, osservando l’apertura del mantello di Lenin, hanno ironicamente soprannominato la statua come il “Batman della steppa”. Fino a qualche tempo fa era vietato fotografare sia il Soviet supremo e che la statua di Lenin; noi non abbiamo riscontrato alcun problema a fotografare edifici e simboli che ricordano il passato sovietico di queste terre. Di sicuro, durante tutto il nostro viaggio, abbiamo spesse volte avuto sempre la sensazione di essere osservati o, quanto meno, di essere seguiti (da lontano) a vista d’occhio; anche se ben visti noi italiani siamo, comunque, sempre degli stranieri! Il nostro camminare alla scoperta di questa “Terra che non c’è!” termina con la visita di tutti questi elementi che fanno della Transnistria, e della sua capitale Triaspol, tra le statue di Lenin ed altri personaggi locali, le enormi strade copi palazzoni in puro stile architettonico post rivoluzionario che riportano alla mente il vecchio impero dell’URSS, l’incontro – nonostante le difficoltà di comunicare con lingue lontane tra loro – di un paese più volte demonizzato dai giornali, di un paese sconosciuto ai più. Un ultimo pezzo di quella che fu l’Unione Sovietica; un Paese tra i più sconosciuti in Europa, un territorio a metà strada tra realtà, modernità, tradizioni e fantasia, dove si dice sia meglio non andare perché pericoloso o, in ogni caso, perché non c’è nulla da vedere… questo non è assolutamente vero! Un viaggio laggiù offre la possibilità di scoprire cose mai scritte sui libri di storia e, per gli appassionati come noi, è un’autentica sorpresa tutta da scoprire. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“KRYŽIŲ KALNAS” (LITUANIA), la Collina delle Croci… tra fascino, misticismo e fede!

Avete mai provato ad immaginare oltre 400.000 croci tutte raccolte ed erette in un solo luogo? A mia memoria, neanche il Vaticano ne contiene così tante! Ai confini con la Lettonia si erge la Kryžių Kalnas, universalmente conosciuta come la Collina delle Croci, mistico luogo di pellegrinaggio all’aperto unico al mondo. La collina ha una sua storia, ma è diventata “famosa” dopo la visita di Papa Giovanni Paolo II. Il luogo, unico al mondo, sprigiona un misticismo ed un’atmosfera davvero speciale. Migliaia e migliaia di croci, di tutte le forme e dimensioni, sono state piantate su questa collina da pellegrini e viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo, dando così vita ad un colpo d’occhio che ha dell’incredibile.

La Lituania, detta anche il “paese” delle croci, evidenzia la fede cristiana della popolazione pur avendo le proprie radici nelle tradizioni pagane. Fin da tempi immemori, le croci venivano intagliate nel legno di quercia (albero sacro ai pagani) o di abete, ed erano collocate ai margini delle strade, accanto alle fattorie, presso incroci o in prossimità di ponti. Oltre ad essere dedicate a defunti, la popolazione le erigeva anche per chiedere intercessioni, a protezione dei raccolti o dei familiari, o semplicemente per rendere gratitudine; la decorazione scultorea delle croci dipendeva appunto dal soggetto cui erano dedicate; tutte le croci che s’incontrano ai margini della strada, sembrano tante sentinelle ossequiose.

Narra la storia, che spesso sfocia nella leggenda, che qui – in questo luogo – la prima croce fu piantata nel Medioevo, in seguito alla distruzione per opera di Cavalieri Teutonici, di un avamposto difensivo lituano che si ergeva dalla collina. Quelle più vecchie risalgono al 1830 poste qui in memoria degli insorti uccisi durante la fallita rivolta contro le forze zariste. Un secondo gruppo di croci viene datato nel 1863 sempre in seguito al fallimento di una seconda insurrezione. In origine le croci venivano piantate solo sulla parte più elevata della collina, ma negli anni ’50 del XX secolo i Lituani di ritorno dai gulag siberiani, cominciarono ad erigere croci tutt’intorno per ricordare i propri cari che non hanno fatto più ritorno dall’esilio.

Questo simbolo cristiano, sotto l’egemonia del potere sovietico, assumeva anche valenza di rivendicazione dell’autonomia del paese. Nel 1961 i sovietici mandarono in zona decine di bulldozer per spianare la collina e dare fuoco a tutte le croci (quelle in legno furono bruciate, quelle in metallo si fusero), lasciando a pattugliare sul posto un presidio di soldati e polizia segreta. Ma le croci, comunque, riuscivano a comparire anche se per altre tre volte le autorità sovietiche intervennero drasticamente per demolirle. Quando ebbe termine il regime sovietico, le croci si moltiplicarono a vista d’occhio, tale da far sembrare quella collina una altura ricoperta da una foresta di sacralità, talmente sono così fitte le croci erette, tant’è che in molti cominciano anche ad occupare lo spazio adiacente le pendici della collinetta.

Giunti presso il villaggio di SILUVA, decidiamo di continuare a piedi. Accompagnati da un sole che gioca a nascondino, la scenografia di ampi orizzonti, caratterizzati dalle fioriture della conza e dal grano, dalle macchie di abeti (rossi e bianchi) che s’intervallano alle betulle e da isolate querce che sembrano controllare tutto, fa da scenografia al camminare. Non ci sono sentieri, piste tracciate e percorsi segnalati, ci si orienta con carte e bussola ma, soprattutto con la direzione del sole; ogni tanto qualche gigantesco carro agricolo si ferma e vuole offrirci un passaggio; ringraziamo, ma l’attenzione è tutta volta a scoprire la bellezza e i significati di queste croci. Il fascino delle cicogne poi, si mostra in tutta la sua straordinaria bellezza e te le trovi ora appollaiate proprio sulle croci, ora volteggiare in eleganti piroette per poi vederle piombare al suolo alla ricerca di cibo (vermi, insetti e piccoli roditori).

Continuando per ampi orizzonti in cui non si determina, a vista d’occhio, la fine, il cammino ci porta fino ad un filare di gigantesche betulle che, ai margini di una stradina, indicano che la nostra meta è stata raggiunta. Da lontano, si scorge un brulicare di persone su una modesta altura e man mano che accorciamo la distanza, riesco a vedere un gigantesco ammasso di croci che si erge su una specie di terrapieno. Da Siluva per un filare di copiose betulle, compare un ammasso di croci che si erge su un terrapieno. Difficile poter raccontare, per chi non c’è mai stato, l’impressionante spettacolo, l’emozione e la sensazione che si prova avendo di fronte un qualcosa come oltre 400.000 croci di tutte le fattezze e in qualsiasi forma. Riesce difficile non lasciarsi coinvolgere dalla commozione che coinvolge un pò tutti i visitatori di questo luogo; l’incredibile sta nell’essere testimoni diretti di un qualcosa di veramente impensabile; mai viste tante croci tutte insieme in un solo luogo!

Qui le croci si presentano in varie forme, nelle più svariate misure e realizzate in tutti i tipi di materiali conosciuti ma su tutto prevale il legno le cui sculture sembrano monumentali rappresentazioni. Al centro della spianata ai piedi della collina, si erge la grande croce donata dal Papa Giovanni Paolo II che ricorda la sua venuta in pellegrinaggio nel 1993 benedicendo il sacro luogo ed erigendolo a culto e pellegrinaggio cristiano. Molte di queste croci ricordano propri cari defunti, altre sono – semplicemente – professioni di fede o ex voto; ben visibili sono anche le tradizionali sculture lignee di matrice lituana: i “koplytstulpis” ricoperte da piccole tettoie e dalle infinite raffigurazioni “rupintojelis” del Cristo Addolorato o “pensante“.

Barcamenandoci attraverso questo intricato, ma bellissimo, labirinto di croci, andiamo alla scoperta delle raffigurazioni più caratteristiche e rappresentative del culto locale, superando lievi dislivelli su passerelle in legno, con passamani e gradini appositamente così sistemati da permettere a tutti di poter vivere le spettacolari emozionanti sensazioni di attraversare questo “deserto di croci“. Anche noi non abbiamo saputo resistere dal piantare (e lasciare) qui, in questo luogo sacro all’aperto, anche un pezzo di noi, della nostra vita; qui, sicuramente… le anime dei nostri cari, si sentiranno meno sole! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

il bellissimo monastero di HAGHAPAT (Armenia del N) ai “confini” con la GEORGIA

Հաղապատի (Հյուսիսային Հայաստան) գեղեցիկ վանքը Վրաստանի հետ «սահմանին»
Haghapati (Hyusisayin Hayastan) geghets’ik vank’y Vrastani het «sahmanin»

Si giunge questo luogo perduto nel tempo e ci si avvicina, verso nord – seguendo un percorso in una valle incisa tra alte pareti in basalto e solcata dalle acque del fiume Debed – a mezzacosta sorge, inglobato in un villaggio, il complesso monastico di HAGHAPAT (Haghapatavank), innalzato per volere della regina Khosrovanush, che com-prende un suggestivo incastro architettonico di ben quattro edifici sacri in cui si innestano – in un gioco di luci e ombre – archi, colonne, capitelli, sarcofagi e le immancabili khachkar. Il villaggio si trova su un altopiano dissestato, una grande area piatta disseminata di profonde “crepe” formate da fiumi, come il Debed. Benché i villaggi di Sanahin e Akner, come una parte della stessa Alaverdi, si trovino in piena vista su estese sezioni confinanti dell’altopiano, per dirigersi verso di essi dal complesso di monasteri di Haghapat sono ne-cessarie affrontare ripide discese a cui si susseguono altrettante ripide salite.

Nonostante il canyon in cui scorre il fiume Debed nel cui fondo serpeggia la più di-retta via di comunicazione per raggiungere Haghapat, una volta guadagnati l’altopiano l’e-sperienza di poter ammirare da vicino il monastero quasi da soli, circondati dal silenzio e dall’altitudine, è impagabile. Nel villaggio di Haghpat, a picco sulla maestosa gola, vi sono anche diverse strutture ricettive. La strada che percorre la gola del Debed è, spesso, interessata da estesi lavori di rifacimento del manto, ma resta comunque percorribile. Il complesso monastico di Haghpat, è – a ben ragione – inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO come apice della complessa architettura religiosa armena. Fondato nel X secolo, successivamente si ampliò fino ad includere oltre venti chiese, cappelle, torri campanarie ed edifici accademici dove ci si dedicava soprattutto agli studi umanistici e scientifici, con annesse biblioteche e refettori.

Haghpat significa “muro solido”, appellativo assunto per il senso di potenza dell’architettura che esprime questo monastero: i muri di pietra doppi e spogli, gli archi imponenti e le colonne massicce. Ci sono delle tombe davanti l’ingresso, di persone importanti ma non tanto quanto quelle ospitate all’interno della chiesa (le spoglie di ben quattro sovrani). Questa è la tipica chiesa armena con il vestibolo, nella parte anteriore, in cui c’erano le celle dove i monaci restavano a pregare. Nel vestibolo potevano entrare le persone “non battezzate”, le quali erano assolutamente escluse dall’interno della chiesa, così potevano ascoltare senza entrare direttamente. In gito, dappertutto, ci sono le “Croci di Pietra” che sono tipiche dell’architettura religiosa armena; tra queste emergono, soprattutto, le “croci gigliate” cioè con quei ghirigori vicino le punte. Nelle chiese non vi sono statue, non vi sono affreschi, né icone; l’idea resta quella di poter essere concentrati esclusivamente sulla preghiera.

Il principale edificio, la chiesa di Suro Nshan (della “Santa Croce”) del X secolo, resistendo nel tempo ad incursioni e terremoti, si presenta con una cupola centrale che poggia su quattro pilastri; al suo interno l’abside è decorato con un incredibile affresco del Cristo “pantocratore”. Curiosando tra cunicoli, portali, lastre tombali, croci scolpite un po’ dappertutto (sulle pareti o strutture architettoniche), piani interrati sempre avvolti dalla penombra o completamente assorti nel misterioso e profondo buio termina questa prima parte del viaggio in Armenia; una terra che vale davvero la pena di conoscerla, ma non da semplici o fugaci turisti, semplicemente caricandosi di uno zaino sulle spalle e comprenderla camminando a piedi osservando questa parte di mondo dall’altezza dei propri occhi. Solo così facendo l’essenza di un territorio completa la nostra sete di avventura e scoperta. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Mdina (Malta island): la “città silenziosa” e vecchia capitale dell’isola

Camminare alla scoperta di un antichissimo borgo medioevale sotto un acquazzone, rende la visione di scorci ed angoli sotto tutta una luminescenza diversa. Nel cuore del Mediterraneo, al centro dell’isola di Malta, dall’alto di una collina si erge – distribuita attraverso un intricato labirinto fatto di vicoletti ed edifici in pietra calcarea – una delle città fortificate meglio conservate d’Europa: Mdina, conosciuta come la “Città del Silenzio” per la tranquillità dei suoi vicoli. Alla città vecchia si accede attraverso una caratteristica porta, dopo un passaggio sospeso sopra il grande fossato che la separa dal resto. Lo spazio interno del primo slargo che s’incontra è molto affascinante; vicoli stretti, piazzette, palazzi pubblici e nobiliari di varie epoche, il tutto molto ben conservato e valorizzato. Si giunge alle porte della città vecchia di Mdina, superando un ponte sorretto da archi in pietra che attraversa l’antico fossato della fortezza.

Qui una monumentale porta arcuata in pietra calcarea ingloba – nella sua struttura portante – una più piccola strutturata con un arco ribassato. Una prima piazzetta accoglie il viandante che può già farsi un’idea della bellezza di questo impianto urbanistico molto simile a quelle di città arabe, con stradine strette, lastricate da grossi blocchi di basoli, che nell’intricata orditura si intrecciano tra loro. Prestare attenzione a quando piove perchè le stradine sono pietre/lastroni lisci e levigate dal tempo, quindi potenzialmente scivolose. Fondata dai Fenici, questa città ha assunto il ruolo di capitale di Malta, almeno fino al 1530. Nel corso del tempo Mdina è stata popolata da fenici, greci, siculi, romani ed arabi fino a diventare la più importante roccaforte (sorta di base) del Mediterraneo per l’Ordine dei Cavalieri che costruirono la maggior parte degli edifici che sono rimasti in piedi, e che – a tutt’oggi – sono ancora ben visibili nella loro imponenza.

Dopo aver attraversato la bellissima porta d’ingresso, nel suo perfetto e riconoscibilissimo stile barocco, andiamo alla scoperta di questa cittadina fortificata costruita interamente di pietra calcarea detta anche “marmo maltese”. Girovagando per il suo intricato labirinto di slarghi, piazzette, cortili, androni e passaggi, qui davvero ci si può perdere in quel dedalo dei tantissimi vicoli laddove ogni nuova prospettiva regala scorci unici da vedere/fotografare. Qui davvero sembra che il tempo si sia fermato per sempre in questa città. Città Vecchia, città notabile, città silenziosa, Mdina è una bellissima città fortificata nel mezzo dell’isola di Malta; un inestimabile tesoro di architettura medievale che s’intreccia con le fattezze stilistiche del barocco. Essa fu l’antica capitale e il centro più importante dell’isola durante tutto il periodo del Medioevo, ma purtroppo perse la sua privilegiata posizione di rilievo con l’arrivo e l’istituzione dell’Ordine dei Cavalieri di Malta che spostarono il centro del potere prima a Birgu e poi a La Valletta.

Tra le vie interne del borgo, l’assenza di veicoli privati e di autobus le è valso l’appellativo di “Città del Silenzio“. Attraversarla a piedi scoprendone – metro dopo metro – tutte le sue più intricanti caratteristiche, equivale a scoprire uno dei gioielli dell’isola e, nel contempo, immergersi nella tranquillità e nell’intimità che ispirano le sue strade. Si gira facilmente a piedi in un’oretta, trovandosi sul punto più elevato dell’isola; quindi non è affatto difficile visitarla, anche nei mesi più caldi, visto che risulta essere sempre molto ben ventilata. Lo scrosciare della pioggia determina il ritmo dei nostri passi sui basoli scivolosi, ma questo non distoglie la curiosità di girovagare, scoprire e comprendere quanta bellezza esprime questa “città del silenzio”. Lo stile arabo è dappertutto, con mura alte e possenti; le piazzette (alcune con la centro il pozzo!) si rincorrono di cortile in cortile; i balconi sospesi sul vuoto sono decorati e diverse suppellettili rendono bello e creativo ogni angolo di questo borgo.

Quando piove qui a Mdina si percepisce un’atmosfera diversa. Nell’antica capitale di Malta regna un religioso silenzio; l’istinto di protezione dall’acqua ci fa entrare ed uscire dai portali di importanti palazzi (molti trasformati in alberghi) agli ingressi di chiese e cappelle; qui le dimore storiche più importanti sono una costante del tessuto urbano. La cittadina è piccola, ma merita una visita approfondita la Cattedrale di Saint Paul, mentre alla fine è d’obbligo salire fino al punto panoramico più in alto sui bastioni; da qui la vista giunge fino al mare. Qui la piaggia accentua quelle tipiche e calde atmosfere offerte dall’isola esaltando i colori pastello delle rifiniture di finestre, verande e balconi. Camminare per le vie antiche della città – anche sotto un violento acquazzone – regala quelle forti sensazioni di colori caldi, di atmosfere sospese nel tempo e diluite attraverso la storia, ove il profumo di un lembo del nord africa sembra giungere alle porte di una città europea. Non c’è mai un luogo preciso dove dover andare, basta farsi guidare dove capita dall’istinto; gli scorci qui non sono mai banali.

Mdina è un luogo magico, surreale… un luogo unico al mondo, quasi come un contenitore di stili, di fattezze, di percezioni e sensazioni ben conservato in tutta la sua completezza ma mai finto, sempre originale e mai banale. Questa vecchia capitale e – senza dubbio – la più bella località di tutta l’isola di Malta dove ogni angolo riserva emozioni e sorprese. Camminare sotto la pioggia attraverso i suoi vicoli con poca gente che circola intorno, è possibile godere pienamente delle sue bellezze senza lo stress della massa. Qui, a Mdina, il vero piacere viene offerto dalla possibilità di camminare all’interno della sua cinta muraria: tutti gli edifici sono molto ben tenuti, curati nella loro esteticità; i locali di ritrovo (bar, piccoli pub, cantine, trattorie) sono armoniosamente inseriti in eleganti strutture, da un punto di vista scenografico molto significativo; tutt’intorno, ovunque lo sguardo posa gli occhi, il livello di pulizia risulta essere eccellente. Da non perdere il tramonto da una delle terrazze ove il sole fa brillare le facciate di case palazzi che godono di una lucentezza viva.

Mdina è ufficialmente una città, ma nei fatti è piccolissima: dati alla mano dimostrano che essa supera a malapena i 300 abitanti che la popolano, e – poterla attraversare da un capo all’altro – quando è bel tempo, occorrono circa 10 minuti. Completamente circondata e racchiusa all’interno delle sue imponenti mura difensive il nome suo deriva, appunto, direttamente dalla dominazione del periodo arabo: infatti “medina” vuol dire città in arabo, ed è anche il modo letterario in cui, spesse volte, viene riportata in italiano. Avendola attraversata sotto un incessante acquazzone, solo quando siamo giunti all’apice del suo punto più elevato, la fortuita apertura di uno squarcio di cielo ci ha consentito di poter godere anche del paesaggio circostante facendoci intuire quanto sia bella e ben strutturata questa cittadina di matrice medioevale. Ciò non toglie che alla prima occasione potremo decidere di raggiungere nuovamente questi luoghi, se non altro per poterli godere e ammirare sono una luce diversa… alla prossima! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

EIN GEDI (Israel): il rifugio di re David, un’oasi nel deserto tra canyon, gallerie e cascate

Appena fuori Gerusalemme, e lasciati alle spalle gli ultimi palazzoni (“vuoti”) della periferia della capitale ebraica, sembra di essere proiettati indietro nel tempo di oltre 3000 anni fa. Rocce aride, dure, assolate, che vanno dal bianco calcare al roseo (calcarenitico), senza alcuna ombra di vegetazione, tranne che per qualche appezzamento – caparbiamente ricavato dai contadini – coltivato a ortaggi o a uliveti. Mentre le numerose tracce di piste e sentieri vengono ancora oggi percorsi, a dorso di asinello, da pastori che guidano le numerose greggi di capre e pecore e da agricoltori che cercano – con ostinata perseveranza – di ricavare qualcosa di buono da questa terra inospitale: il deserto. Volgendo lo sguardo oltre le dune rocciose, lungo i profili di cresta sorprendentemente camminano, a passo lento e in fila indiana, carovane di cammelli che trasportano ogni sorta di mercanzia. Sparse qua e là, di tanto in tanto compaiono piccoli villaggi composti da baracche in legno o tende yurta, abitate soprattutto da popolazioni stanziali e – occasionalmente – nomadi.

Circondata dalle vette rocciose del deserto e dalle rive salate del Mar Morto a est, la Riserva Naturale di Ein Gedi è l’oasi più grande e più bella di tutta Israele. É un posto molto frequentato, soprattutto per la presenza di numerose comitive di escursionisti; il luogo è, storicamente, famoso per la sua importanza biblica poiché, come vuole la tradizione, qui trovò rifugio Davide che si nascose dall’istinto omicida mosso dalla gelosia del primo re di Israele Saul intorno al 1000 a.C. Ein Gedi altro non è che un’oasi formatasi, nel corso del tempo, da numerose valli (“wadi” o “uadi” in arabo) tra cui, le più importanti, quelle di David e di Arugot, bagnate dalle acque di torrenti e cascate che rendono piacevole la sosta. Il sito è custodito (e protetto) proprio per la presenza, al suo interno, di una variegata presenza faunistica (stambecchi, piccoli mammiferi simili a marmotte e numerose specie di volatili) e per accedervi c’è una biglietteria. Tralasciando l’aspetto puramente turistico dell’Oasi, con la presenza di numerose comitive che giungono da tutto il mondo, qui è facile ritagliarsi uno spazio temporale per poter vivere, godere e trascorrere – qualche ora – più da vicino delle bellezze storiche, geologiche, naturalistiche e paesaggistiche. Inizialmente si prosegue lungo un sentiero lastricato che poi diviene un polveroso sterrato.

Si comincia a salire superando rare tracce di presenze arboree (cespugli e piccoli alberi) tra ginestre, canne fluviali e giunchi, che caratterizzano questa parte iniziale del percorso. In breve si giunge alla prima di una serie di cascate, un salto di appena 5 metri. Ein Gedi può essere tradotto come la “Primavera del Bambino“. Come vuole la tradizione ebraica, infatti, qui vengono condotti i giovani figli di Israele che – coi loro singolari e pittoreschi abiti tradizionali – sono invitati a bagnarsi sotto questa cascata per sancire il loro passaggio dalla fanciullezza alla pubertà. L’acqua che vediamo sgorgare dalla roccia e solo una illusione paesaggistica; essa invece esce direttamente dal terreno, e a prima vista si ha la sensazione che possa essere gelata, ma in realtà è lievemente tiepida. Si continua a salire spostandosi, spesso, da un lato all’altro del solco del canyon per mezzo di pontili in legno appositamente attrezzati (e sistemati) per agevolare il passaggio da una sponda all’altra. Il sassoso sentiero si alterna, per la progressione, a gradoni scavati direttamente nella roccia calcarea. Nascoste da copiose cespugliaie formate dalle canne fluviali e dai giunchi che solcano il bordo del torrente, la presenza di acqua, laghetti e cascate in un deserto roccioso tanto arido desta stupore e meraviglia; come risulta facile, nel contempo, immaginare il piacevole ristoro offerto a chi, nel passato, veniva da una traversata del deserto.

Nel guadagnare metri in salita non si disdegni, di tanto in tanto, di voltarsi indietro e poter scorgere la suggestiva skyline paesaggistica determinata dal panorama che si staglia laggiù in fondo: il Mar Morto. Si sale superando, metro dopo metro, le numerose pozze d’acqua che garantiscono piacevoli soste per rinfrescarsi e bagnarsi. Quasi senza accorgersene, il sentiero roccioso penetra (e attraversa) un’autentica galleria vegetazionale formata dalle numerose radici delle piante che sono cresciute appena sopra il livello del solco torrentizio. Qui bisogna prestare molta attenzione per il fondo scivoloso determinato dal millenario scorrere dell’acqua sulle levigate pietre in roccia calcarea che favorisce la crescita di alghe e filamenti d’erba e, se non si hanno buone scarpe da escursionismo, si può facilmente scivolare; risulta essere molto emozionante poter attraversare queste gallerie naturali ove, praticamente, viste le asperità della complessa natura geologica, non s’intuisce l’uscita. Le numerose sorgenti che sgorgano acqua dolce direttamente dalla roccia e che formano una serie di cascate, garantiscono l’irrigazione della sottostante vallata permettendo, così, la crescita di una rigogliosa vegetazione.

Tutto il principale sentiero attraversa, praticamente, un ambiente selvaggio e desertico con alti e profondi canyon costellati, di tanto in tanto, da copiose macchie mediterranee e verdi alberelli che creano, appunto, il paesaggio all’interno dell’oasi; i numerosi passaggi del fiume hanno creato – da sempre – l’alveo principale alimentato dalle numerose pozze d’acqua fresca, dove molta fauna qui viene ad abbeverarsi. E così, alla fine del cammino in fondo al canyon, si raggiungono finalmente le cascate di David (le David’s Waterfall) con salti di circa 15/20 metri che sgorgano direttamente dalla viva roccia calcarea circondata da una copiosa vegetazione di piante acquatiche. La cascata è un fenomeno naturale e viene considerata piuttosto miracolosa; essa viene alimentata da una sorgente naturale, già menzionata nell’Antico Testamento, che risale a circa 3000 anni fa. Qui la narrazione degli antichi, che si alterna tra storia e leggenda, dicono che Davide si rifugiò, tra le grotte e i meandri di questa valle, quando venne perseguitato da Saul, e qui si nascosero i ribelli al suo seguito in fuga da Gerusalemme. Il paesaggio intorno alle cascate è leggendario, quasi mistico; si resta praticamente estasiati nel vedere come l’acqua delle cascate rinfresca umidificando l’aria circostante.

Le sorgenti che sgorgano dalle rocce forniscono l’acqua necessaria alla crescita della vegetazione e servono ad irrigare – più a valle – le numerose culture della zona. Dalla cascata di Davide, ritornando indietro il sentiero si biforca: a sinistra scende e ritorna nuovamente, lungo la destra orografica del canyon, al principale ingresso della Riserva Naturale protetta; mentre a destra il percorso si inerpica gradualmente e risale per un impervio tratto (molto esposto e scosceso) di sentiero su roccia – spesso con gradoni ricavati nella viva roccia calcarea e con passaggi sospesi nel vuoto superabili grazie all’ausilio di alcuni tratti di via ferrata – che porta a superare ed affacciarsi (prestare molta attenzione a dove e come si poggiano i piedi) sull’immenso paesaggio determinato dal Dead sea. Da quassù i panorami che si scorgono dall’alto, sono estremamente spettacolari; essi sono visibili con uno sguardo che lascia posare gli occhi per 270° tutt’intorno e che si estende dalle spoglie e desertiche montagne della Giudea, fino alle estese vedute lungo le rive del Mar Morto, lasciando scorgere – e facilmente distinguere – quel netto contrasto tra i diversi ambienti naturali.

Per decine di chilometri, fin dove l’occhio riesce a posare lo sguardo, non ce nulla, solo arido e assolato deserto! E sembra quasi incredibile come in mezzo al nulla di questo deserto possa essere sorta una lussureggiante oasi come quella di Ein Gedi; e a pensarci bene sembra quasi… un miraggio! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

CANOSSA: la scomunica, l’umiliazione, la sottomissione, il perdono; fra Papi e Imperatori una contessa… media tra i poteri!

Siamo sull’Appennino Tosco/Emiliano, in quell’area geografica meglio conosciuta come le “Terre di Matilde”. Mossi dalla curiosità di conoscere questi luoghi avvolti da un alone leggendario, che si dipana tra fascino e mistero, la rupe da cui si ergono i ruderi del Castello di Canossa è la nostra meta. Un breve e significativo itinerario conduce, tra valli e crinali che si perdono all’infinito lungo tutto l’orizzonte, fino alle sue pendici. Casalecchio, borghetto di appena 6 edifici adiacenti la Provinciale 54 che muove da Rossena, dal cui colle si erge uno dei castelli “canossiani” con la dirimpettaia Torre di Rossenella sul colle opposto, è possibile compiere una breve escursione che in un paio d’ore sale lungo i crinali fino al Castello di Canossa. Camminare sul bordo strada non comporta difficoltà, visto lo scarso traffico veicolare lungo queste strade che serpeggiano attraverso le valli dell’Appennino.

Quando la strada comincia ad ascendere, una serie di tornanti consente di tagliare attraverso pendii prativi e cespugli (località Casalino).  A ridosso delle ultime curve, lasciando la strada principale si segue – sulla sinistra – la ben visibile traccia di un sentiero che in pochi minuti sfiora il ciglio sommitale da cui s’apre uno spettacolare paesaggio lunare: un gigantesco anfiteatro formato dai calanchi del rio di Vico, sotto la rupe ove il sole crea giochi di luci, colori e ombre. Terra arida durante l’estate, l’erba rinsecchita e le felci essiccate restituiscono le diverse sfumature di rosso; cespugliaie sparse tutt’intorno rendono fastidiosi alcuni tratti di sentiero senza nulla togliere alla bellezza dei paesaggi circostanti; ginestre che colorano di giallo interi crinali determinano un arcobaleno di colori che segnano l’orizzonte fin dove lo sguardo riesce a catturare il panorama dietro l’ultimo colle. Canossa è lì, a portata di piede!

L’anfiteatro dei calanchi di Rio Vico, restituisce un paesaggio molto particolare che si distribuisce tra le due imponenti fortezze medievali della Val d’Enza, tra quella di Rossena e quella di Canossa, entrambi sorte su alture di arenaria. Lungo la strada di avvicinamento alla rupe di Canossa la visione dei calanchi rende il panorama ancor più incredibile. Questi calanchi sono detti “cavalli magri” somiglianti a un animale a cui si vede il costato a causa della magrezza. Approdati sulla Provinciale 73, all’altezza del Casale di Villa Marconi, la traccia del sentiero lambisce – sulla sinistra della rotabile – i cigli esposti sui calanchi mentre la strada scorre, con piacevoli saliscendi, lungo un crinale da cui si domina la lunga valle solcata dalle acque del Rio San Biagio. Due pannelli esplicativi, posti sulla sinistra, illustrano sia il paesaggio determinato dai calanchi che la vicina rupe da cui si ergono i ruderi del Castello di Canossa.

Attraversati il borgo che giace ai piedi della rupe canossiana, facciamo la conoscenza di questo luogo. Costruito su una rupe scoscesa che domina la Val d’Enza, il Castello di Canossa gode di una posizione naturalmente fortificata e di grande controllo su tutto il territorio circostante. La sua ubicazione, sull’Appennino reggiano al confine con l’attuale provincia di Parma, è da sempre cruciale per diversi e importanti motivi: sia storica che geografica. Questo Castello è indissolubilmente legato alla figura della Gran Contessa Matilde di Canossa, una influente nobildonna che fu fedele alleata del Papa e che giocò un ruolo fondamentale in uno storico incontro (siamo alla fine del gennaio del 1077), agendo da mediatrice tra le due più potenti figure del tempo: il Papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV, laddove il primo scomunicò il secondo facendo prevalere il “potere spirituale” sul “potere temporale”.

Il calpestio dei passi sulle nude pietre che si alternano al lastricato dei blocchi, restituisce gli echi di un antico passato, laddove il potente Enrico IV avendo deposto Gregorio VII, questi subito scomunicò l’imperatore. Per ottenere il ritiro della scomunica e chiedere perdono al Papa, Enrico IV si recò al Castello di Matilde, dove il papa era ospite, e si umiliò pubblicamente per tre giorni e tre notti; qui attese scalzo e vestito di saio nella neve davanti al portone, in segno di penitenza, prima che il Papa potesse riceverlo e gli revocasse la scomunica. La posizione elevata sulla rupe metteva il Castello in una condizione inespugnabile, fungendo da principale roccaforte di un sistema difensivo che includeva anche le altre fortificazioni di Matilde, come il Castello di Rossena. Da qui il controllo dei territori circostanti permetteva alla rocca di sorvegliare le principali vie di collegamento tra il nord e il sud Italia, rendendo così Matilde un’interlocutrice fondamentale per chiunque volesse attraversare quelle terre, inclusi imperatori e papi; episodi che, tra storia e leggenda, attraversano tutto il Medioevo.

Una storia medievale fatta di grandi personaggi ha avuto qui, in questi luoghi avvolti in una cornice naturale davvero unica, un’importanza strategica e fondamentale per le sorti dell’Europa del tempo. Il paesaggio è suggestivo e la vista sull’Appennino è spettacolare, mentre il silenzio – rotto appena da leggere folate di vento e dal richiamo delle cicale – che aleggia tra valli, monti e pianure lo esalta ancora di più. Anche se da lontano l’imponente struttura sembra un rudere essa va, comunque, visitata se non altro per la storia che rappresenta. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

BISMANTOVA (RE): un’altura, il suo fascino, i suoi misteri, la suggestione dell’infinito…!

Siamo al centro dell’Appennino Tosco-Emiliano; qui si eleva una delle montagne più caratteristiche e singolari del circondario; una elevazione rocciosa che fin dai tempi antichi ha sempre suscitato un richiamo ancestrale di luogo irraggiungibile, quasi impossibile da conoscere, da raggiungere, da scoprire, da comprendere. Furono gli Etruschi, i primi ad interessarsi e ad essere attratti dal fascino di questa montagna ove – probabilmente – compivano sacrifici in onore delle divinità del tempo. Successivamente i Romani scelsero la pietra come sorta di roccaforte per il controllo (dei traffici commerciali tra la Liguria e l’Adriatico) e il dominio (militare) dei territori circostanti.

Giunse il Medioevo ed il “masso” di Bismantova cominciò a prendere forma anche in senso letterario. Dante cita la Pietra paragonandola ad “un’ardua salita che sembra quasi impossibile, a meno di “volarvi” con “l’ale snelle e con le piume del gran disio“, ovvero con l’aiuto della grazia divina e della speranza; simbolico significato di espiazione. Sono in molti gli studiosi che ritengono che Dante avesse una conoscenza diretta del luogo, avendolo probabilmente visitato durante il suo esilio. La particolare conformazione geologica della Pietra, con le sue pareti a picco che si innalzano da una base più dolce, è stata probabilmente una fonte d’ispirazione per l’immagine del Purgatorio come una montagna a gradoni.

Come il Purgatorio è un luogo di passaggio e purificazione prima del Paradiso, così la Pietra di Bismantova si trova in una posizione di rilievo, visibile da lontano e punto di riferimento per chi attraversa l’Appennino. I suoi sentieri scoscesi sono l’ostacolo iniziale e l’impegno necessario per il cammino di espiazione, che diventa meno gravoso man mano che si sale. Il monolito rupestre della Pietra di Bismantova non è solo un luogo indicato sulle mappe o di passaggio per chi travalica l’Appennino; non è soltanto un semplice paesaggio citato, ma un vero e proprio archetipo sia visivo che simbolico che aiuta Dante a comunicare la sua idea del Purgatorio proprio come un cammino di fatica, speranza e rinascita spirituale.

La Pietra di Bismantova è anche presente nella devozione popolare; alla base delle sue pareti sudorientali sorge – incastrato nella roccia – un Eremo, eretto nel 1225, dedito al culto della Madonna della Natività a cui sono stati attribuiti alcuni miracoli. Al suo interno vi sono affreschi del XV secolo, come quello della Madonna di Bismantova a cui il sacro edificio è dedicato. La Pietra da lontano sembra un dente, una nave, e per questo è riconoscibile ed ha da sempre rappresentato un punto di riferimento per i viaggiatori. Il percorso all’inizio (dal piazzale Dante) si presenta abbastanza comodo; ma è soprattutto nel suo tratto finale che risulta impervio poichè bisogna prestare attenzione perché il sentiero si presenta dissestato.

Dall’eremo parte il principale sentiero (dell’anello) che s’immerge in un bosco che offre frescura durante la calura estiva e che giace alla base delle irte pareti in roccia calcarea (con incastri di gessi e arenaria) che si scorgono tra i fusti. Qualche passamano in legno e – nei tratti più impervi – una corda ben ancorata alla parete, agevola il transito degli escursionisti. Si raggiunge una sorta di pianoro (Campo Pianelli) ove una segnaletica indica che questi sentieri sono stati frequentati dalle brigate partigiane; qui alcune pietre squadrate lasciano intendere un antico luogo di culto o di ritrovo. Poche decine di metri ancora e siamo in cima; un pianoro verde lambisce gli strapiombi e lo sguardo spazia tutt’intorno tra monti e pianure.

Al termine della salita, si esce fuori dal bosco e si raggiunge il plateau sommitale; pochi metri ancora e si raggiunge il bordo di profondi dirupi. Ma il vero spettacolo è 500 mt più avanti, verso sinistra, ove un tavolato in pietra determina la cima (1041 m) offrendo una spettacolare vista per oltre 180 gradi; come essere in volo visto che davanti e intorno c’è un precipizio di oltre 300 metri. Da quassù si gode un panorama a perdita d’occhio. Le sensazioni che si provano sono di stupore, meraviglia, bellezza e contemplazione. Una volta in cima vi sono numerosi punti panoramici, dai quali si gode uno spettacolo impagabile; il prato che si estende sulla sommità è molto ampio, mentre la vista da qui risulta essere incredibilmente bella. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Masada, Israel: “METZADA’ SHENI’T LO TIPPOL” (mai più Masada cadrà!) una storia ebraica poco conosciuta…!

In un paesaggio biblico, tra deserti, oasi e cammelli, s’apre un panorama che si estende tra gli aspri rilievi del Negev, la profonda depressione del Mar Morto e i lontani monti della Giordania; al centro s’impenna l’isolata rupe rocciosa sul cui “plateau” giacciono i resti di quella che fu la Fortezza di Masada, una città fortificata assediata dai Romani nel 73 d.C.. La rocca fa parte del Parco Nazionale di Masada, e si trova appena a sud della parte centrale di Israele lungo il confine orientale, ai margini della sponda giudaica del Mar Morto. Il parco nazionale comprende un’area di poco più di 1 miglio quadrato. Masada rappresenta un interessante connubio, una incredibile miscela di cultura, arte, storia e natura. L’altopiano era una fortificazione dove Erode il Grande costruì due palazzi per sé.

La rocca da cui si erge Masada è una montagna nel deserto del Negev. La sua fortificazione fu costruita su un “horst” (geologicamente un “pilastro tettonico”) situato dove termina l’altopiano ed è accompagnato da aguzze e precipitose scogliere; essa è già ben visibile da chilometri di distanza, e si distingue dalle alture circostanti perchè s’impenna ai margini della sponda occidentale del mar Morto. Giunti alla base due sono le possibilità (a seconda dell’ora) per accedervi: o percorrere in meno di un’ora lo “Snake path”, il Sentiero del Serpente che sale – un po’ ardua e faticosa coi suoi ripidi tornanti – lungo i costoni orientali, oppure avvalersi della funivia che in meno di 5 minuti raggiunge l’altopiano. Comunque sia l’ascesa comincia già ad offrire vedute paesaggistiche spettacolari e il panorama… è da lasciare senza fiato!

Ma cosa accade una volta giunti in cima all’altopiano? Cosa ci aspetta di vedere? Cosa riusciremo a trovare e, soprattutto, quali potranno essere le risposte alle nostre tante domande di curiosi viaggiatori e appassionati di storia antica, archeologia e religioni a noi sconosciute? Tanto per cominciare, percorsa una passerella sospesa nel vuoto e varcata una porticina tra le mura compare – in tutta la sua straordinaria magnificenza – un immenso plateau colmo di rovine sparse e circondato, ovunque volga lo sguardo, da incredibili vedute paesaggistiche. Il luogo è impressionante, a tratti incantevole, con un fascino che aleggia – tra storia e religione – ovunque ci si trovi. Tutt’intorno solo deserto di pietre dai cromatismi che vanno dal rosso al giallo fino al bianco tenue; e poi il silenzio che viene rotto solo dalle folate del vento e dal gracchiare delle decine di quelli che potrebbero sembrare corvi (anime silenziose di antiche presenze), ma non lo sono: questi volatili si chiamano “tristamit” e vivono solo quassù; invece del becco, presentano livree color arancio solo sulle punte delle ali.

Girovagando tra le rovine si avverte che qui giaceva un grande palazzo fondato, nel I secolo a.C., da Erode il Grande. La fortezza era arroccata su tre diversi livelli verso lo strapiombo sul lato nord della rupe; essa era dotata di terme, magazzini sotterranei e ampie cisterne per la raccolta dell’acqua. Le rovine del Palazzo di Erode sono qualcosa di unico e spettacolare per la posizione, la vastità e la storia che esse rappresentano; il deserto, poi, ha conservato tutto nel migliore dei modi. L’altopiano su cui sorge la fortezza di Masada, immersa nella depressione del Mar Morto, offre uno scenario storico da brividi. Vale la pena visitarlo tutto e – cosa da non perdere se si ha tempo – scendere le scale per vedere le tre “terrazze” del palazzo distribuite su livelli differenti. Da quassù la vista sul deserto e sul mar Morto merita più di una foto; appena sotto la rupe, e quei pochi chilometri che la dividono dalle sponde del Dead sea, sono bel visibili le suggestive (tali da sembrare un paesaggio lunare) bianche formazioni erose (un tempo sommerse), simili a canyon e a calanchi, emerse durante il lento, e perpetuo, ritiro delle acque eccessivamente salate di questo mare.

Ma perché Masada e così famosa ed è così importante per gli ebrei…? In effetti cosa successe a Masada…? Quassù sorgevano, nel 73 d.C., le fortificazioni e le abitazioni che accolsero 960 (compresi donne e bambini) ebrei “Zeloti” (i più rigorosi), ultimi resistenti alle vittoriose truppe romane che tre anni prima avevano espugnato Gerusalemme e che, con un esercito di 10000 uomini al loro inseguimento, ora assediavano la rocca. Dopo un anno di assedio, senza fretta, i Romani avevano circondato la rupe con un vallo (visibile ancora adesso) ed avevano costruito, sul lato orientale della stessa, un terrapieno che dal basso saliva per 70 metri fin sotto le mura pianificando l’assalto finale alla fortezza di Masada. Gli assediati capirono subito che il prossimo assalto sarebbe stato quello fatale ed il loro capo, Eleazar Ben Yair, convocò la sua gente e la convinse che una morte onorevole sarebbe stata meglio della schiavitù e sottomissione imposte dai Romani; tutto questo accadeva la notte prima dell’ingresso dei Romani a Masada.

La fede ebraica abiura il suicidio, ma ormai la scelta fu presa e così ciascun guerriero uccise a fil di spada la propria moglie ed i propri figli dopo averli abbracciati e baciati. Tra i superstiti ne vennero sorteggiati 10 che pensarono a bruciare l’avamposto e ad uccidere gli altri guerrieri che nel frattempo si erano sdraiati vicini ai corpi dei propri cari. Tra i 10 che restarono fu nuovamente sorteggiato l’ultimo guerriero che diede la morte agli altri 9 ed infine si gettò sulla sua spada. Il giorno successivo, quando i Romani dopo aver rotto l’assedio entrano, non credendo ai propri occhi, trovano tutti cadaveri (in realtà quasi tutti, perché rimasero pochi sopravvissuti); essi allora tributarono ai caduti un silenzioso omaggio. Erano morti credendo di non lasciare ai romani nemmeno uno di loro vivo; invece una donna anziana e una seconda, che era parente di Eleazar, si salvarono assieme a 5 bambini nascondendosi nei cunicoli sotterranei che trasportavano l’acqua potabile mentre gli altri erano tutti intenti a consumare la strage: 960 furono le vittime, comprendendo nel numero anche le donne e i bambini, e la data dell’eccidio fu il quindici del mese di Xanthico.

I romani non riuscivano a capire che cosa fosse accaduto; alla fine levarono un grido, come quando si dà il segnale di tirar d’arco, per vedere se si faceva vivo qualcuno. Il grido fu udito dalle 2 donne che, risalite dal sottosuolo, spiegarono ai romani l’accaduto e specialmente una riferì con precisione tutti i particolari sia del discorso sia dell’azione. Ma quelli non riuscivano a prestarle fede, increduli dinanzi a tanta forza d’animo; si adoperarono per domare l’incendio e, apertasi una via tra le fiamme, entrarono nella reggia. Quando furono di fronte alla distesa dei cadaveri… “ciò che provarono non fu l’esultanza di aver annientato il nemico, ma l’ammirazione per il nobile proposito e per il disprezzo della morte con cui tanta moltitudine l’aveva messo in atto” questo è il racconto di Giuseppe Flavio nel suo “La guerra giudaica”. Ma perché arrivare alla morte? Perché i Romani rubavano, assediavano e rendevano in schiavitù sottomettendo le popolazioni conquistate.

Di questo triste episodio della storia ebraica Israele, per secoli, ha volutamente taciuto e nascosto (un po’ per pudore, molto per tener lontana l’onta subita) le reali vicissitudini fino alla “Guerra dei Sei giorni” del 1967. Ed è proprio qui, su questa spianata, che dal 1967 dopo la liberazione dell’altura dall’occupazione giordana, per volontà di Moshè Dayan (ex generale e ministro della difesa) ogni anno le reclute di TZAHAL (“Tzavah haganah leisrael”, esercito di difesa israeliano) risalgono a piedi lo “Snake path” e vengono a pronunciare il loro giuramento di attaccamento ad Israele pronunciando, per ben tre volte: Metzadà shenìt lo tippol! (Masada non cadrà una seconda volta!). Qui i futuri soldati, dopo l’addestramento di base e prima dell’incorporazione nei reparti trascorrono la notte, giurando all’alba eterna fedeltà allo Stato ed al popolo ebraico.

Il mito di Masada aiuta i militari a prepararsi al supremo sacrificio, al martirio e alla lotta all’ultimo sangue. Inoltre, il mito di Masada basa le sue fondamenta su una potente costruzione sociale di legame ideologico e identificazione coi ribelli ebrei, valicando un abisso temporale di due millenni, un legame di natura etnica, religiosa, nazionale e storica. Il mito di Masada, che rafforza tali legami, fu ideato, pensato e trasmesso per fornire un saldo fondamento di eroismo a un nuovo tipo di identità nazionale ebraica. Mentre alcuni archeologi e storici oggi ancora dibattono sulla storia dell’assedio, l’atto finale degli zeloti è diventato il “simbolo di eroico martirio” per eccellenza; l’eredità di Masada è quella che esalta le azioni di eroismo nell’opporsi alla tirannia.

Girovagando tra i resti, le mura, i camminamenti e gli edifici che ancora sono rimasti per l’altopiano è possibile compiere un giro completo toccando tutti i principali punti della fortezza un tempo esistente come: i resti del Palazzo del Nord si trovano all’estremità settentrionale dell’altopiano roccioso; ai margini orientali della spianata si scorgono ciò che resta di una Sinagoga che, a detta degli archeologi che l’hanno scoperta, essa è probabilmente una delle sinagoghe più antiche del mondo (qui si celebra il rituale passaggio dalla fanciullezza alla maggiore età per gli ebrei ortodossi); una delle aree più intatte è la Chiesa Bizantina con una parte del muro e della finestra, che fu costruita dai monaci bizantini diverse centinaia di anni dopo l’assedio di Masada; il Palazzo Occidentale che si trova all’estremità meridionale dell’altopiano e comprende alcune strutture ancora ben conservate, laddove sono possibili vedere colonne romane e un pavimento mosaicato ben conservato.

Tra le curiosità che emergono durante l’esplorazione dell’altopiano sono ben visibili, lungo le pareti (sia interne che esterne agli ambienti) che ancora resistono nel tempo, una linea dipinta (generalmente di colore blu) che serpeggia – in senso orizzontale – lungo queste pietre e strutture murali; essa identifica che tutto ciò che è al di sotto di questa linea sono le strutture originarie di 2000 anni fa, mentre tutto ciò che si vede al di sopra, sono parti ricostruite. Questa bellissima e interessante esplorazione di Masada si conclude nei pressi dell’accesso principale, laddove un traliccio s’impenna sostenendo una grande bandiera dello stato d’Israele; questo è il principale punto di tutto l’altopiano in cui si raccolgono, in cerchio, le reclute durante il cerimoniale del giuramento “Metzada Sheni’t lo Tippol” (mai più Masada cadrà). E da questa incredibile – e poco conosciuta – parte di mondo… è tutto!  (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)    

SUTRI (VT), tra la CASSIA e la FRANCIGENA, curiosando tra ville, giardini, sepolture e i misteri di un antico popolo: gli ETRUSCHI

Oltre al suo bellissimo centro storico, interamente ricavato tra rocce tufacee, SUTRI offre – al lato opposto della Via Cassia – la possibilità di conoscere e scoprire la bellezza di luoghi davvero molto belli, interessanti e suggestivi. Entrando presso l’area archeologica si decide di raggiungere – per un’erta salita acciottolata – il colle opposto su cui sorge Villa SAVORELLI, di fronte a Sutri al di là della via Cassia-Francigena; nel Medioevo il luogo era detto Colle San Giovanni, per la presenza dell’omonima chiesa, divenuta nel tempo ospedale e orto per i numerosi pellegrini. Varcato un cancello arcuato compare, in tutta la sua imponenza, l’edificio della villa.

Villa Savorelli raccoglie, attraverso le trasformazioni del colle, delle colture, dei giardini e delle memorie antiquarie, una successione di secoli in cui si alternano leggende e storia. Prospiciente alla monumentale facciata, s’apre un ampio giardino (della fine ‘700) che in passato ha accolto agrumi, fioriture in vaso, le siepi di piante sempreverdi e labirintici viali. Il valore di questo giardino sta nella sua appartenenza ad un luogo stratificato lungo secoli di storia e di leggenda, realizzato sulla sommità di un colle, diventato sacro nella memoria collettiva, e che ancora oggi si trova a cerniera tra preesistenze architettoniche e un patrimonio vegetale di tutto rilievo.

Visitando il bel giardino all’italiana si attraversa il Bosco Sacro, un bosco di lecci secolari. Attraversando il prato che costeggia il bosco, si raggiunge una balaustra da cui s’apre un punto panoramico molto spettacolare; da qui si ha la visione completa dell’anfiteatro dall’alto. Nel complesso la visita a questa villa rappresenta un’occasione per una gradevole passeggiata nel verde. É molto piacevole camminare tra panchine per sedersi sotto le fronde degli alberi e rilassarsi nel silenzio e nella quiete di questi giardini, dove potersi stendersi lungo i prati è possibile avvertire solo il fruscio delle foglie agitate dal vento, il gracidare delle cicale ed il canto degli uccelli.

Villa Savorelli a Sutri è il risultato di secoli di storia che – dal Rinascimento al Barocco, fino all’età Romantica – hanno plasmato architettura e natura in un insieme suggestivo e monumentale, tra i più rilevanti tra le ville storiche della Tuscia viterbese. Le origini etrusche e romane, le leggende medievali che vedono coinvolti i territori di Sutri e della Tuscia, privilegiato sfondo delle gesta di cavalieri, papi e pellegrini, sono rievocate nella complessa e articolata architettura del paesaggio lungo la via Cassia che si estende alla base del colle della villa, susseguendosi per una serie di ipogei (ex tombe etrusche), col famoso Mitreo fino alla cavea tufacea dell’Anfiteatro.

Scendendo dalla Villa si sfiorano le basi di pareti tufacee che s’aprono con numerose aperture/fessure scavate direttamente nella roccia. Eccoci alla base dei gradini d’accesso al MITREO che è sicuramente il più rilevante e suggestivo tra i luoghi da visitare qui a Sutri. Si tratta di una piccola cappella votiva attualmente dedicata alla Madonna del Parto, ma che in passato era stata dedicata inizialmente a San Michele Arcangelo ed ancora più anticamente a Mitra, divinità induista e persiana in seguito adottata dalle religioni mistiche di matrice romano/ellenistiche. Appena varcato il suo ingresso, s’apre davanti ai nostri occhi la meraviglia di un luogo che ha attraversato secoli di storia, arte e religione.

Eccoci al cospetto di un affascinante viaggio nel tempo, partendo dagli Etruschi e fino al Medioevo. Inizialmente compare una saletta d’accesso tutta affrescata. Scavato nel tufo in questo antichissimo “tempio”, si entra in punta di piedi per ammirare, per pochissimi minuti, il luogo dove gli antenati erano soliti adorare il dio Mitra. Questo antico luogo di culto dedicato al dio Mitra, fu – successivamente – trasformato in luogo di culto cristiano; esso racchiude al suo interno una piccola cappella votiva (oggi dedicata alla Madonna del Parto). Questo monumento, unico nel suo genere, racchiude ben 2600 anni di storia, con le volte scavate nella roccia e tantissimi vivacissimi affreschi. In origine tomba etrusca, poi tempio pagano dedicato a Mitra e infine chiesa cristiana dedicata a San Michele Arcangelo.

Ipogeo etrusco, poi utilizzato come mitreo dai romani e quindi come chiesa rupestre, dedicata inizialmente all’arcangelo Michele (affresco del XIV-XV secolo del vestibolo che ritrae il miracolo micaelico del toro sul Gargano). Nell’alto medioevo la via francigena era percorsa sia dai pellegrini che si recavano a Roma alla tomba di San Pietro, sia da quelli che da Mont Saint Michel in Normandia si recavano al santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano, in Puglia e, successivamente, alla Madonna del Parto, quando cadde in declino il pellegrinaggio verso il Gargano, venne realizzato l’affresco nell’abside che rappresenta il più antico presepe della cittadina. Il vestibolo è sicuramente la parte più antica ed etrusca, mentre il successivo ambiente, più grande e diviso in 3 navate da grezzi pilastri, si deve probabilmente ad ampliamenti di epoca romana.

Come un gioiello scavato nel tufo la piccola chiesa che ha preso posto del luogo di culto di Mitra è assolutamente da vedere. Il “mitreo”, infatti, giunse all’imporsi del Cristianesimo; un luogo di culto dedicato a San Michele Arcangelo e solo successivamente, nel ‘700 circa, la dedicazione della chiesa cambiò per essere associata alla Madonna col Bambino (Chiesa di Santa Maria del Parto). Gli affreschi testimoniano i culti sovrapposti e giustificano l’apertura contingentata all’inizio di ogni ora. Per accedervi e poter ammirare più da vicino tutte queste straordinarie bellezze artistiche, si deve – purtroppo – transitare lungo una passerella di legno piuttosto ristretta che non consente di arrivare fino all’abside del mitreo per ammirare meglio da vicino l’affresco della Madonna del parto.

L’atrio della chiesa rupestre, o comunque il vestibolo, presenta una raccolta – come in una successione di immagini dipinte e raccontate – di pitture in un piccolo ambiente a pianta quadrata dove sono ben visibili, affrescati sulla parete a sinistra, personaggi iconografici della devozione che si è avuta in questo luogo; vi sono raffiguranti la Madonna e Santi, San Cristoforo, e le vicende legate alla vita, al pellegrinaggio e al culto di San Michele del Gargano. Ma le sorprese non finiscono qui; per un varco a sinistra si accede al cuore della bellissima cripta che già lascia scorgere, in lontananza, l’affresco della bellissima Madonna col Bambino in fasce. Bellissimi sono gli affreschi delle differenti epoche che si sono succedute.

Il Mitreo è una vera perla che conserva, al suo interno, la piccola chiesa dedicata alla Madonna del Parto, interamente scavata nel tufo. Proprio all’interno di una enorme tomba etrusca questo è uno dei Mitrei più belli d’Italia. Appena si entra la prima sensazione che si prova, in questi luoghi che sanno di magia e mistero, è quella di essere proiettati indietro nel tempo all’epoca dei Cavalieri Templari; qui la maggior parte delle pareti sono state tutte decorate con affreschi raffiguranti Vescovi e Santi di cui molti, nonostante lo scorrere del tempo e i segni dell’asportazione, sono ancora ben visibili. L’ambiente principale, il più suggestivo di tutti è l’Ipogeo, caratterizzato da due strette navate laterali ed una navata centrale.

La cripta, abbondantemente decorata in ogni suo spazio, è chiusa sul fondo da un’abside presso la quale si conservano i resti di un affresco dedicato alla Natività che, nonostante il tempo trascorso, il buio e l’umidità, ancora oggi si conserva abbastanza bene. Il Mitreo è un luogo affascinante e – al tempo stesso – misterioso; è come poter vivere, da protagonisti, un interessante viaggio nella storia, nell’arte e nell’architettura medievale dell’antica “Porta dell’Etruria“. L’illuminazione all’interno della cripta, è molto suggestiva; ai lati, sulle pareti, sono ben visibili le tracce di affreschi di santi e prelati che nel corso del tempo hanno visitato questa spelonca.

Per accedervi e poter ammirare più da vicino tutte queste straordinarie bellezze artistiche, si deve – purtroppo – transitare lungo una passerella di legno piuttosto ristretta che non consente di arrivare fino all’abside del mitreo per ammirare meglio da vicino l’affresco della Madonna del parto. Molto bello, invece, è l’affresco che si staglia sulla volta del soffitto che raffigura S. Michele Arcangelo con il viso in bassorilievo; meglio conservati sono anche gli affreschi nel vestibolo, con le vasche per le abluzioni che precedevano le cerimonie. Molto bello, invece, è l’affresco che si staglia sulla volta del soffitto che raffigura S. Michele Arcangelo con il viso in bassorilievo; meglio conservati sono anche gli affreschi nel vestibolo, con le vasche per le abluzioni che precedevano le cerimonie.

Lasciata la spelonca del Mitreo, giù in basso verso destra compare un camminamento (siamo sulla Francigena) evidenziato da una balaustra/passamano in legno che in pochi minuti conduce all’ingresso dell’ANFITEATRO. Nel Parco dell’Antichissima Città di Sutri, isolato rispetto ad altre costruzioni, si trova questo anfiteatro romani tra i più particolari di tutto l’Impero. Ricavato direttamente dallo scavo di una naturale cavea tufacea, assunse forma ellittica, ma fu solo nell’800 che fu riportato alla luce in tutta la sua interezza. La struttura presenta vari ordini di gradinate, anch’esse scavate nel tufo, ed è solcata da un anello esterno di gallerie radiali, molto suggestivo da percorrere.

Percorrendo il tratto della Via Francigena lungo la mitica arteria romana della Via Cassia non si può evitare di vedere e avere il tempo di visitarlo. Questo anfiteatro consumato dal tempo riesce ancora a mantenere il suo fascino. Situato in un contesto dove suggestione e magia si rincorrono per tutto il suo perimetro, la natura circostante fa da cornice a questo particolare luogo ove risulta davvero incredibile come l’attività di lavorazione estrattiva della roccia da cui si è ricavata tutta l’arena, sia stata letteralmente scavata nel materiale senza ulteriori apporti di marmi o di quant’altro elemento litico; questo è quello che sembra davvero essere un bellissimo esempio di architettura locale.

Entrando al suo interno è possibile ammirare la struttura tufacea e nonostante le ridotte dimensioni si prova una sensazione di stupore e meraviglia. L’anfiteatro romano è il monumento più conosciuto tra quelli che si possono visitare all’interno del Parco Archeologico di Sutri. Si ipotizza sia stato costruito nel periodo che va dal I secolo a.C. al I secolo d.C. ed è stato interamente scavato nel tufo. L’anfiteatro ha una forma ellittica con tre ordini di gradinate ed all’epoca poteva contenere dalle 7000 alle 9000 persone. Scavato letteralmente nel tufo, esso non possiede pareti esterne. Al suo interno si riconosce la tipica struttura del luogo di spettacolo, con tre ordini di gradinate, veramente spettacolare e suggestivo!

Sono solo tre al mondo gli anfiteatri come questo – scavati direttamente nella roccia – uno dei quali si trova a Leptis Magna, in Libia. Questo tipo di anfiteatro è bellissimo; niente a che vedere con quelli “costruiti” utilizzando blocchi in pietra e altri artifizi costruttivi; dissotterrato nei primi del ‘800, esso risente del passare del tempo che ha intaccato le semplici strutture tufacee, ma continua a mantiene intatto tutto il fascino di un luogo di incontri, aggregazione, assemblee pubbliche, laddove le genti arrivavano anche da lontano per assistere alle rappresentazioni. Uno dei monumenti più conosciuti della Tuscia, l’Anfiteatro Romano di Sutri rimane originale nel suo genere, esso ospitò anche sanguinose battaglie tra gladiatori.

Lasciamo alle spalle l’Anfiteatro di Sutri e il nostro cammino lungo la via Francigena verso Roma continua appena superate poche decine di metri; qui, alla sinistra della Statale Cassia parte una strada interna (via dei Creti) che – per ampi appezzamenti di terra condivisi con macchie di bosco, noccioleti e vigneti – scorre lungo ampi paesaggi determinati da aziende agricole e vecchie masserie. Il cammino è ancora lungo e la meta da raggiungere sarà la ricompensa al nostro desiderio di misurarsi con l’ignoto, la fatica, l’imprevisto, l’avventura, l’entrare in contatto con un “vissuto” che forse si crede dimenticato, ma che invece ha ancora tanto da far conoscere e da scoprire. Noi sappiamo che la vera ricchezza si trova nel cammino stesso, nell’andare avanti nonostante la fatica, nel mettersi alla prova, nell’essere disposti a imparare e a cambiare. Ogni tappa raggiunta non è il traguardo, non è solo fede, devozione, preghiera, ma solo… un nuovo punto di partenza! (testi & photo ©Andrea Perciato)

Spelonca di S. Michele a S. ANGELO in Grotte (IS); qui… la “PRIMA DIMORA” dell’Angelo!

Il “Principe delle Armate Celesti”, meglio conosciuto come San Michele Arcangelo, è una tra le principali figure di santi che la chiesa e – l’intera comunità cristiana al mondo – venera più di chiunque altro. Molto presente in Europa, e in quei paesi che fanno da cerniera tra Asia ed Europa, San Michele lo ritroviamo spesso – venerato da migliaia di fedeli – nei luoghi più impensabili, come ardite cime montuose o impenetrabili anfratti ipogeici. Tra i più noti in Europa ci sono Mount San Michael in Cornovaglia (Inghilterra); Mount San Michel in Normandia (Francia); la “Sacra di San Michele” in Val di Susa (Piemonte); la Grotta dell’Angelo, ad Olevano sul Tusciano (SA, nei monti Picentini in Campania) e, sicuramente il luogo di culto micaelico più famoso al mondo, come quello di San Michele al Gargano a Monte Sant’Angelo (FG, Puglia).

Nei miei numerosissimi viaggi a piedi per il mondo mi trovo spesso a scoprire, conoscere e comprendere delle meraviglie create da madre natura che – nel corso del tempo – sono state poi oggetto d’intervento (spesso per necessità, molte volte per riparo e devozione) da mano umana. È sicuramente questo il caso di un bellissimo e caratteristico anfratto in cui si venera il “nostro” principe della Armate Celesti, non a caso “patrono” della Polizia. Siamo in Molise, quel Molise che, come dico ormai da anni, esiste ed è tremendamente meraviglioso per i suoi tesori che riesce a custodire e ad esprimere come arte, cultura, fede, gastronomia, storia, tradizioni e tanto altro ancora. Siamo in provincia di Isernia, presso un paesino arroccato in montagna dall’emblematico toponimo di Sant’Angelo in Grotte nel comune di Santa Maria del Molise.

Obiettivo dell’esplorazione è conoscere questa grotta di cui – spesso – ho sentito solo parlare dai racconti di amici e conoscenti del luogo. Alla base di uno sperone roccioso, s’apre un varco (determinato da un cancello scolpito in bronzo) tra due pareti rocciose; appena varcato l’accesso una pavimentazione in basoli di calcare squadrati immette in un luogo mistico, semplicemente avvolto dal silenzio e davvero molto suggestivo. Siamo all’interno della grotta di San Michele, costruita intorno ad un anfratto naturale. Lasciarsi avvolgere dall’ancestrale atmosfera che regala questo luogo buio, molto umido e con gocce d’acqua calcarea che spiovono dalle stalattiti del soffitto, in un angolo di questa cavità naturale vi è anche presente una sorgente d’acqua (benedetta!) che ritempra i pellegrini che si appropinquano a raggiungere questo sacro luogo.  

Di per sé la struttura architettonica ricavata nell’anfratto non è grande opera d’arte sacra creata dalla mano dell’uomo ma, piuttosto, modellata da madre natura, che durante lo scorrere dei secoli è stata adattata poi alle esigenze della fede utilizzando materiali semplici (come il tufo accostato al calcare, oppure legno incastrato con il cotto). Entrarvi, visitarne ogni angolo, restare in contemplazione resta, comunque, un posto di grande suggestione. Luogo di assoluta pace e meditazione, è uno dei posti poco conosciuti del Molise; incastrato tra copiosi boschi, aspre montagne e profonde vallate, è da conoscerlo assolutamente. la bellezza e l’unicità del luogo generano – al tempo stesso – stupore e meraviglia, da lasciare senza fiato. Questa micro chiesetta dedicata al culto di San Michele Arcangelo racchiude in sé storia e dedizione di un paesino arroccato su di un’altura.

Come narra una leggenda locale, San Michele Arcangelo aveva deciso di vivere proprio in questa grotta, a Sant’Angelo, in contrasto con l’Onnipotente che lo aveva destinato altrove. San Michele Arcangelo, impressionato da questa grotta, desiderava rimanervi per sempre e farne la sua dimora perché al suo interno c’erano le condizioni che Egli desiderava: isolamento, pace, silenzio, tranquillità, contemplazione, meditazione, preghiera… Ma il Signore aveva già previsto per lui una diversa destinazione, ovvero Monte Sant’Angelo sul Gargano. Il Santo fu quindi costretto a percorrere un tunnel nella montagna fino a giungere ad un’apertura che si affaccia su un notevole strapiombo sbucando su un dirupo in direzione della Puglia. Da qui prese il volo per raggiungere il luogo dove poi in suo onore sarebbe stato eretto un grandioso santuario, appunto Monte Sant’Angelo del Gargano.

Dopo aver esplorato la sacra spelonca in ogni suo angolo; dopo aver scrutato ogni singolo particolare sia costruttivo e decorativo; dopo aver provato come si potesse vivere all’interno di una grotta, la luce in fondo all’ingresso esalta le porte decorate con la raffigurazione di alcuni pellegrini e con scene tratte dal Vecchio Testamento. Tra queste ci sono la “Creazione”, la lotta contro il Drago, il “Sacrificio di Isacco” e la “Cacciata dal Paradiso” terrestre.  Fuori dalla grotta la coltre di nebbia si intensifica sempre di più e il silenzio che si avverte è come ritrovarsi circondati da un deserto impalpabile, impenetrabile, laddove il cielo plumbeo sembra dominare un orizzonte che con lascia scorgere i propri confini; solo il respiro lascia sentire la propria voce, mentre i pensieri volano oltre sperando che un “Santo di Giustizia” possa guidare l’umanità a costruire, vivere e ritrovarsi in un mondo più scuro e migliore…! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)