BAVIGNE (Luxemburg, L) un “circuito delle meraviglie” intorno al lago di Haute-Sûre

Sembra davvero incredibile che proprio nel cuore dell’Europa si estende un territorio così piccolo, come il Lussemburgo, che riesce a custodire, preservare e rendere fruibili per gli appassionati naturalisti ed escursionisti, particolari habitat naturali come i territori che ruotano intorno allo specchio d’acqua del bacino lacustre (originato dallo sbarramento di una diga) di HAUTE-SÛRE; un disarticolato (nel senso che si ramifica seguendo l’orografia) lago che, con le sue insenature, custodisce alcuni dei tesori naturalistici e ambientali – nonché paesaggistici – di questa parte d’Europa.

Per preservare la qualità delle sue acque, sono state adottate misure ingegnose, come la realizzazione delle dighe di Bavigne, alte 23 metri. Questa struttura funge da guardiano, impedendo a tronchi d’albero, residui di limus e particelle di sabbia di entrare tra la superficie e le profondità del lago. La diga di Bavigne, parte del lago dell’Alta Sûre, fu costruita negli anni ’50 del XX secolo; alta poco più di 20 metri, contribuisce a preservare la qualità dell’acqua raccolta dal lago. Oggi, spesso meta ambita per le immersioni, svela i resti sommersi come quelli di un ponte e un mulino, autentici testimoni di una ricca storia locale.

I resti sommersi dell’antico mulino di Loutschmillen, situati nella valle tra Liefrange e Bavigne, offrono molto più di un semplice sguardo al passato. Per gli appassionati delle immersioni, questo paesaggio sottomarino comprende elementi come due piccoli ponti, un’antica strada, il mulino stesso, il letto del torrente Béiwenerbaach, manufatti come anfore e biciclette, e persino reperti intriganti come una nave pirata e uno scheletro. Nell’interazione tra storia e progresso, la diga di Bavigne appare sia come una necessità funzionale che come l’inconsapevole custode di storie sommerse che attendono ancora di poter di essere esplorate.

Una serie di sentieri escursionistici circondano l’intero bacino nei pressi di Diekirch, tra le principali località sul posto. Sono tutti percorsi panoramici che attraversano cornici paesaggistiche davvero incantevoli; sembra di camminare attraverso un ambiente che richiama le fiabe o ambienti fantasy. Queste escursioni conducono nell’idilliaca valle del Sauer, camminando attraverso boschi fruscianti e lungo il pittoresco paesaggio, con tratti anche un po’ ripidi. Questi sentieri conducono anche alla scoperta di caratteristici unti salienti come il castello di Esch-sur-Sûre che si trova vicino al percorso, oltre ai numerosi punti panoramici.

Il bacino idrico dell’Alta Sûre si trova nel cuore dell’omonimo parco naturale ed è una delle mete escursionistiche più belle di tutto il Lussemburgo. Intorno al lago si estendono diverse radure prative, che – all’occorrenza – fungono anche da zone balneabili, nel senso c’è la possibilità di accedere all’acqua; alcune di queste radure sono raggiungibili solo dopo una passeggiata di poche decine di minuti. Il principale sentiero inizia all’estremità occidentale del lago Upper Sûre, a Pont Misère, sviluppandosi tra colline e valli, seguendo il corso tortuoso del lago con punti panoramici che offrono viste mozzafiato sull’acqua e le campagne intorno. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

“CONNEMARA” nel Gæltacht (IRELAND)… l’autentica wild dell’isola verde!

Essere nel Gæltacht, “vivere” il Gæltacht, significa essere in un’area che parla principalmente la lingua gaelico/irlandese invece che quella inglese. Naturalmente, quasi tutti qui parlano anche inglese, ma è il gaelico la principale lingua con cui gli abitanti dell’area si esprimono, conferendo all’intera zona un’atmosfera ancor più suggestiva, che si avvicina sicuramente a quel mondo rurale che qui persiste da secoli; atmosfere d’altri tempi difficilmente riscontrabili in altri luoghi, ove l’autenticità di tutte le forme viventi che qui persistono, assume un valore fuori dal tempo.

Il Connemara è una tra le principali mete, da non perdere – assolutamente – se si viene in Irlanda. Una tra le più belle aree d’Irlanda che offre panorami sull’Oceano Atlantico, viste sulle isole di Inishbofin, Inishturk e Inishshark oltre a viste sulle montagne che si estendono in tutte le direzioni. L’Irlanda non è un paese enorme, ma racchiude in sé molti posti davvero speciali in uno spazio relativamente piccolo. Il CONNEMARA è uno stato mentale, un paesaggio bucolico dalle incredibili emozioni, un luogo in cui ritrovar è stessi, un sicuro rifugio ove riuscire a caricarsi di energie.

Con una successione di incredibili panorami da favola il CONNEMARA è un condensato d’Irlanda. Il Parco Nazionale (istituito nel 1980) offre ai visitatori alcuni tra i paesaggi più belli, iconici e pittoreschi di tutta l’Irlanda; quelli che, per intenderci, sono nell’immaginario di tutti noi ogni volta che pensiamo a queste terre. Verdi pascoli frequentati da animali in libertà, torbiere, laghi; le 12 cime del Parco che fanno da sfondo, ruscelli alimentati da piccole cascate; e poi ancora i paesaggi lungo la costa che non fanno parte dell’area del parco ma che completano il suggestivo quadro delle straordinarie bellezze naturalistiche, paesaggistiche e ambientali che caratterizzano questa regione.

Camminare attraverso zone così intensamente ricche di torbiere e specchi lacustri, è questo il luogo dove gli irlandesi cercano le proprie radici gaeliche. Fotogrammi spazio/temporali che si riscontrano, soprattutto, negli ampi panorami, tra le pendici di monti punteggiati di laghetti, interamente cosparsi da massi in granito e ricche di torbiere che si estendono per chilometri; laddove il mare penetra per formare suggestive insenature, baie, promontori. Situato nella contea di Galway, tra immense vallate e una bassa vegetazione caratterizzata da copiosi manti di felcete e brughiere tendenti al giallo, l’interno di tutta la regione del Connemara è di una esaltante bellezza naturalistica.

Il termine gaelico “Conamara” significa proprio “insenature del mare”. Il Connemara altro non è che uno stato di luce, riflesso sotto un cielo fluente che si dipinge – a seconda dei venti dominanti – di grigio e d’azzurro; che si nutre dell’aspra roccia scorticata e della palude fiorita; che si alimenta di laghi ove aleggiano le leggende, che nasconde insenature ove l’eco di canti profondi si perde – come un ululato – trasportato dai venti selvaggi; dall’essenza dei muschi e dall’intenso profumo della terra. Qui la natura assume il suo aspetto “verace”, quello più autenticamente selvaggio. Il Connemara non è solo un luogo geografico, è per goderlo in tutta la sua intensità occorre solo camminare e lasciarsi tutto dietro di sé.

Qui, nel Connemara, è d’obbligo camminare con calma, senza aver fretta di raggiungere cime o posti isolati, ascoltando i suoni generati dalla natura, poiché si è completamente immersi nella wild ed ogni passo, alternato al fiatone, sono gli unici rumori che penetrano attraverso il silenzio. Il Connemara è la parte più iconica d’Irlanda, quella che ricorre più volte alla mente di chiunque pensi alla bella “isola di Smeraldo”, godendo dei suoi panorami che si distribuiscono tra laghi, verdi colline modellate dai venti, aspre rocce, torbiere color ocra e spazi infiniti ricoperti dalla torba.

4 sono i principali sentieri “attrezzati” per godere di questa meraviglia: “Ellis Wood Nature Trail”: un anello di 0,5 km che segue un sottobosco nei pressi di una piccola cascata; “Sruffaunboy Walk”: una facile passeggiata di 1,5 km; “Lower Diamond Hill Walk”: 3 km di splendide vedute sulla penisola di Renvyle e “Upper Diamond Hill Walk”: un sentiero di 7 km che porta in cima al Diamond Hill (445 m in salita), da cui si godono, con una limpida giornata, panorami su tutta l’isola. Qui nascono la maggior parte delle leggende legate al folklore irlandese (tra cui la più nota e conosciuta di tutte: “Whiskey in the Jar”), come quelle di fate e di folletti che si rincorrono tra boschi e montagne, nascosti tra gli ampi spazi incontaminati delle pianure e le dolci colline. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Golfo del GUARNERO/QUARNERO (HR), una natura croata da vivere in assoluta esaltazione dei sensi!

Croazia un mondo tutto da scoprire al lento ritmo dei passi… Siamo in HRVATSKA, cioè in CROAZIA, e ci ritroviamo al centro di un intreccio di più mondi, un crogiolo di culture in cui s’intrecciano le tradizioni balcaniche con l’Europa industrializzata, uno scambio di commerci, di civiltà, di lingue, di religioni e di costumi giunti fino a noi dalle spedizioni venete in oriente compiute da Marco Polo e i suoi fratelli. Quarnaro è il golfo di Fiume lungo la costa istriana. Il nome deriva dal latino mare quaternarium (Quarnero, Quarnaro, Carnaro), un mare composto da quattro parti, che s’apre su quattro importanti rotte marittime (a ovest verso Venezia e Ravenna, a sud verso Zara, a est verso Segna e nord verso Fiume).

Frutto di questa apoteosi fra la terra, il mare e la presenza umana viene esaltata da una simbiosi tra quel microcosmo di meravigliosi contrasti naturali che avvolgono, con la loro incantevole bellezza le aspre montagne a nord; le isole ora copiose di vegetazione, ora spoglie, aride e assolate che si parano a sud; coste rocciose, frastagliate e strapiombanti che si ergono ad est e l’imponete penisola istriana che si staglia sull’orizzonte di ponente. Qui la natura selvaggia domina – incontrastata – su tutto, mentre le spiagge sono rocciose e ciottolose, prive di infrastrutture e tutte da godere!

Il mare e le isole del Quarnero sono popolari tra i naviganti; ci sono tanti piccoli porti ben attrezzati, come i grandi porti dove attraccano traghetti e navi di linea che collegano tutte le isole del Quarnero. Le coste settentrionali delle isole Rab e Pag, così come le coste meridionali dell’isola Krk (l’isola più conosciuta e facilmente raggiungibile perché collegata alla terraferma da un ponte a pedaggio) sono spoglie e poco abitate, non ci sono coltivazioni e ancor meno vegetazione a causa della forte bora, mentre le sponde opposte hanno pinete e boschi che arrivano fino al mare, con baie ben protette, insenature e piccole isole.

Hrvatsko primorje o Litorale Croato è il nome dato alla Riviera di Opatija, a Crikvenica, Novi Vinodolski e all’area di Fiume/Rijeka, in passato mete di vacanze di re e imperatori per il clima mite e la vicinanza. Molti viali o passeggiate sono una delle caratteristiche distintive della costa ove s’affacciano ville e residenze estive con grandi parchi di piante, spesso esotiche, che richiamano gli anni dell’inizio del turismo contemporaneo. Opatija è il cuore del della Regione insieme agli altri paesi della sua Riviera come Volosko, Ika, Icici e Lovrna, così come anche Medveja e Moscenick.

Lungo il litorale – piuttosto frastagliato – con spiagge ciottolose, sabbiose ove precipitano bianche scogliere ricoperte dalla macchia, scorrono diversi percorsi possibili come il “Rijeka Hiking Transversal” (la traversata montana di Rijeka); il “Kapela Hiking Trai” (la via montana del monte Kapela); quello chiamato “Around the Torches of Rijeka” (intorno alle fiaccole di Fiume) e il “Gorski Kotar Mountain Trail” (il sentiero montano del Gorski Kotar). I primi due tracciati collegato diverse aree balcaniche alla costa, il secondo collega le isole principali e il quarto si concentra sui valichi del Gorski Kotar.

Dalle cime croate alle isole il Quarnaro viene circondato dalla catena montuosa dell’alto Carso, ed in gran parte è condizionato dai fattori continentali. Qui si scontrano i frequenti passaggi d’aria fredda (come la Bora da nord est, e la Tramontana da nord), particolarmente nel periodo invernale, Venti fortissimi che rendono difficile sia la navigazione che la pesca. Molte sono le isole deserte; tra esse la più importante è Galliola. Sulla estrema punta meridionale di questa, a causa della sua posizione centrale, è situato un importante faro, così come sugli scogli Porer e Albanese, a sud della Punta Promontore. La più grande città sul Quarnero è Fiume, il più grande porto croato, importante snodo di traffico (stradale, ferroviario e marittimo) e polo industriale, con le attività di servizio e un turismo sempre più in crescita.

Un bel percorso escursionistico ne costeggia, tra città, villaggi, radure, baie nascoste e pinete costiere, l’intero golfo lasciando scorgere – di volta in volta – tutte le sue spettacolari peculiarità come un mare trasparente e fondali blù cobalto, imbarcazioni tipiche che ne solcano le onde, vegetazione mediterranea che si ramifica fino alle rocciose scogliere che assumono forme d’animali come rinoceronti, tartarughe e orsi; mai visti contrasti naturali così belli e spettacolari che vengono esaltati, dalla naturale luminescenza solare, che genera – dall’alba al tramonto – cromatismi di inaudita spettacolarità. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

BRATISLAVA, antica “Pressburg” (SLOVENSKO): la più giovane e la più piccola d’Europa…

Occorre un giorno per girare a piedi, conoscere e scoprire alcuni tra gli angoli più significativi di questa giovane capitale europea bagnata dalle acque del Danubio e posta al confine con l’Ungheria e l’Austria; con un centro storico tale da sembrare un gioiellino urbano tutto da vivere coi suoi numerosissimi negozietti e locali (pub, locande, trattorie, vinerie, birrerie…) dalle appariscenti vetrine e dalle tipiche atmosfere “bohémien” che si rifanno al mondo artistico, intellettuale e letterario del IX secolo. BRATISLAVA non è molto grande, tutte le sue attrazioni ed i luoghi più importanti e significativi sono concentrati nel centro della città; l’anima pulsante ruota all’interno di un borgo storico e medievale che sembra essere diviso in due e attraversato da due larghe arterie stradali, fortunatamente chiuse al traffico veicolare. Tra i principali viali, attraversati dalla linea tramviaria, c’è il viale Obchodnà coi suoi numerosissimi negozi e locali ove gustare pietanze della tipica cucina locale, ai fast food più in voga, agli accoglienti ristoranti tra “modern style” e charme.

Proprio lungo questo viale compare il più antico pub della nazione: lo SLOVAKJ PUB, ricavato dalla struttura di una chiesa sconsacrata. L’ingresso ha una rampa di scale in legno che sale al piano di sopra. Tra antichi eroi slovacchi, spade nella roccia, saghe e leggende legate a santi, eremiti e guerrieri, nel pub (di fine ‘500) si cammina su travi calpestate, per secoli, dai tanti viaggiatori passati da qui; tipiche pietanze e birre locali che ti inebriano ma non fanno barcollare, e quel profumo d’antico che non guasta mai, rendono il luogo molto speciale. Appena superati lo sbilenco (perché a differenti quote) piazzale caratterizzato dal largo viale Hurbanovo nàmestie attraversato dalla tramvia, siamo alle porte della CITTÁ VECCHIA. “Staré Mesto” è, appunto, il fulcro della capitale slovacca. Questa parte della città è piccola, raccolta, accogliente e – attraversandola a piedi – si visita facilmente in poche ore. Il centro storico è attraversato da due principali vie (la Michalskà/Ventrùrska e la Panskà) con vicoli lastricati su cui s’affacciano palazzi colorati dai diversi stili e che raccontano molte vicende del passato.

Siamo sul ponte (most) che immette all’arco “bràna strednà” che attraversa l’antico perimetro settentrionale della città vecchia. Tra vicoli strettissimi, portali in pietra finemente decorati e le meravigliose vetrine del centro storico si incontrano i più importanti edifici e monumenti di Bratislava, le sue caratteristiche statue, nonché numerosi alberghi, ristoranti, chiese, musei e teatri; senza poi dimenticare – naturalmente – i caffè storici che riportano indietro nel tempo. La via che piega e scende a sx lascia apparire, in tutta la sua imponenza, la TORRE di San Michele. Questa è l’unica porta medievale conservata della città che risale al XIV secolo. Coi suoi 51 metri d’altezza era una delle quattro porte cittadine; la ristrutturazione del 1758 diede alla torre un aspetto più barocco. Uno dei monumenti piú significativi della città sia per la sua imponenza che per la storia che l’accompagna. É bello varcare l’arco sottostante e soprattutto percorrere la strada dell’incoronazione con le coroncine incastonate nel manto stradale in ricordo della passeggiata che qui svolgevano gli imperatori appena incoronati.

La via Michalskà/Ventrùrska scende verso sud fino ad incrociare la via Panskà; qui una fontana caratterizza l’unione tra le due vie. Volgendo a dx si giunge presso la parte esterna del centro antico; la bellissima facciata di un palazzo in tardo stile liberty che si sovrappone all’art-nouveau. Qui, sempre a dx, s’apre lo slargo alberato Anton Berdolàk (con fontana) dietro cui primeggia l’imponente torre campanaria della Katedràla Svätého Martina. Il suo campanile dai colori verde/oro termina a punta con la corona ungherese; era la “Chiesa delle Incoronazioni”. Di fronte, oltre la strada soprelevata a scorrimento veloce, s’erge – dall’alto di una verde collina (propaggini meridionali dei Piccoli Carpazi) – il Castello. La vecchia fortezza s’affaccia, in tutta la sua imponenza, sul Danubio con le 4 torri poste ai lati e le pareti bianche; esso è il simbolo indiscusso della città. Per raggiungerlo si prende il sottopasso Podchod pämati, si volge a dx per una prima rampa di scale e poi subito a sx per i gradoni acciottolati di Zàmocké schody, fino a raggiungere la singolare porta delle mura meridionali di Ẑigmundova bràna.

Superata la porta la pista basolata risale sfiorando i bastioni meridionali della cinta muraria fino a raggiungere – sulla dx – l’arco d’ingresso (Leopoldova bràna) che immette nel perimetro interno della fortificazione. Poco più avanti, parte sulla sx una serpentina di rampe dai listelli in cotto che sbuca presso il monumentale cancello sulla panoramica spianata; e qui, a dx, compare in tutta la sua poderosa e magnifica bellezza, il CASTELLO (Kràlovskў palàc na Bratislavskom hrade) di Bratislava, col suo ampio piazzale caratterizzato dalla statua equestre di Svâtopluk. L’imponente facciata del Castello è uno dei punti di riferimento più importanti della città; esso s’apre con una splendida vista sul quartiere medioevale e la parte più antica di Bratislava. Esso è una delle migliori attrazioni della capitale, in una splendida posizione su una collina ai margini occidentali del centro. La spianata s’apre su uno splendido paesaggio, con verde e fiori. Dal cortile del castello si gode di una splendida vista sui tetti città antica e sul fiume Danubio. Oltre a scorgere tutta la città, in lontananza i mulini a vento, che si trovano in Austria.

Il Castello di Bratislava domina l’intero centro storico sottostante, che risulta essere – indubbiamente – la parte più bella della capitale. Usciti nuovamente fuori le mura dalla porta di Ẑigmundova bràna, e rientrando nella vecchia città si attraversa un altro pittoresco angolo di Bratislava; un borghetto (dimora di antiche famiglie ebraiche) con alte e strette case ricco di storia, con slarghi fioriti e belle piazzette distribuite lungo impensabili pendenze, attraversate da strade lastricate e rampe acciottolate ai cui lati si ergono antichi palazzi dai colori pastello. Rientrati nel centro storico della città si cammina lungo la via Panskà fino ad incontrare, presso l’incrocio con Rybârska brâna, un’altra delle figure simbolo associate alla città di Bratislava. Praticamente da un tombino fuoriesce – con le braccia poggiate lungo il bordo della pavimentazione – un buffo personaggio in “bombetta” che sembra divertirsi osservando le persone che camminano su e giù per la via. La singolare figura si chiama Čumil (Man at work o Gaper), e raffigura un lavoratore della rete fognaria cittadina; esso è un’attrazione molto fotografata.

Proseguendo verso occidente lungo il viale Laurinskà si sbuca nell’enorme piazza di Kamennè nàmestie, in cui convergono – e si incrociano – cinque tra le principali arterie che comunicano tra la parte vecchia della città e quella nuova. Edifici di nuova concezione architettonica si alternano alle tipiche costruzioni edilizie e agli ampi spazi urbani determinati dal potere sovietico; un susseguirsi di tempi ed epoche storiche che hanno determinato la vita di questa città e della sua popolazione durante la “Guerra Fredda” e l’oblio della “Cortina di Ferro”. Imboccando via Dunajska prestare molta attenzione al suo lato dx: tra due strette palazzine compare un varco (Liga pasàz, specie di sottopasso quasi al buio), privo di illuminazione, che sbuca lungo il viale alberato di Grösslingovà; un centinaio di metri sulla sx e poi, subito immediatamente a destra per via Bezruĉova, ecco comparire – in lontananza sulla dx – lo splendido campanile della singolare Chiesa Blu dalle bizzarre forme architettoniche (quasi di matrice gaudiana), dedicata a Kostl svătej Alžbety, Santa Elisabetta.

La Chiesa Blu di Santa Elisabetta è una delle principali attrazioni di Bratislava, un monumento di art nouveau tra i più belli della città. Dedicata a Santa Elisabetta d’Ungheria. L’edificio sacro esprime uno forte stile di art nouveau ed è nota come la Chiesa Blu per via del colore della sua facciata. Anche le decorazioni interne, le panche e persino il campanile sono colorate di blu. Il Modrý kostol sembra essere uscito da una favola, sempre circondato da gente curiosa, per via del suo stile unico; architettura secessionista ungherese e anche un pò di arte bizantina, risaltano le sue tonalità dai colori azzurro e turchese, da qui il nome di Chiesa Blu. La giornata volge al tramonto e, purtroppo, siamo riusciti a vedere e conoscere solo alcuni tra i principali edifici, monumenti e luoghi di culto che caratterizzano questa giovane capitale. All’interno della città vecchia ci sono ancora altre “perle” architettoniche come le piazze, che hanno per sfondo i tipici edifici dall’architettura medioevale, rinascimentale e neoclassica che ha sempre caratterizzato queste terre ai margini tra oriente e occidente. Qui le invasioni turche tra la fine del XVI e i primi del XVII secolo furono fermate dagli eserciti europei e qui – noi, purtroppo – di fronte a questo insolito e curioso edificio di culto, chiudiamo il nostro bel giro a piedi per Bratislava. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

BOSA (Oristano, Sardinia) tra le case colorate che si rispecchiano lungo il fiume…

Conosciuta fin dall’antichità col leggendario nome di “Calmedia” la cittadina viene caratterizzata dalla presenza della “trachite rossa”, di cui il sottosuolo della Sardegna ne è ricco; la sua tipica pietra locale è presente in tutte le tipologie edilizie di BOSA, rendendo così il borgo uno tra i centri più belli e interessanti della costa occidentale dell’isola. Qui le strade acciottolate, i palazzi stretti, alti e imponenti coi loro caratteristici balconi, le piazze e i vicoli più stretti catturano l’attenzione del visitatore.

Come una bomboniera, il suo antico borgo, dove il tempo sembra essersi fermato, giace – con le sue antiche abitazioni tinte con colori pastello – ai piedi del Castello (dei Malaspina) che si erge sulla vicina collina. I colori delle case più vetuste e le sue ripide viuzze acciottolate, con incredibili passaggi attraverso porticati e scale rampanti (quasi a “chiocciola”) conducono fino al Castello, da cui si ammirano bellissime vedute panoramiche. Il paese fuori dal borgo, fino a qualche decennio, fu sede di antiche concerie allocate sulla sponda sx orografica dell’unico fiume navigabile in tutta la Sardegna.

Sorta sul fiume Temo, Bosa un tempo era un fiorente centro di attività economica; ed ancora oggi, lungo il fiume, sono ben visibili gli antichi corpi di fabbrica delle concerie che in passato venivano usate per la lavorazione di un cuoio di pregiato valore. Scavalcati l’antico ponte (Ponte Vecchio) su archi in pietra coi suoi basoli secolari che supera il fiume Temo, si viene subito proiettati attraverso quel dedalo di vicoli stretti dalle pendenze accentuate su cui prospettano antichi portali in pietra, chiesette in puro stile catalano, abitazioni ove la luce sembra essere un optional e le botteghe offrono prodotti tipici del luogo. Il cuore pulsante del borgo di Bosa è conosciuto come “Sa Costa”, un quartiere a sé stante.

Eretto tra il 1500 e il 1600 ai piedi del mastio di Serravalle (meglio conosciuto come i Malaspina) il suo principale asse viario (via Carmine) ripercorre le audaci pendenze del colle fino a due rampe di scale (“s’iscala ‘esa rosa” e “s’iscala ‘e s’ainu“, termini locali che indicano le due scalinate in trachite)  che, entrambe, conducono ai piedi del Castello lì dove le case si dispongono a “schiera” e dove i colori pastello – oltre alla verticalità degli edifici – determinano la tipica dimora di Bosa. Qui le pavimentazioni di stradine e i vicoli creano un miscuglio di pietra locale e ciottoli di provenienza marina: esse si accavallano e si intrecciano seguendo l’altimetria del colle, e determinando impensabili volumetrie con gli edifici costruiti dall’uomo.

Edifici che, come si può osservare nella maggior parte dei casi, risultano essere orientati con le facciate che prospettano a Nord e contengono, al loro interno, un vano per ogni piano. Altro singolare aspetto stilistico-decorativo che desta curiosità ed affascina per le sue semplici ed elementari forme espressive sono gli architravi in pietra poste agli ingressi di porte ed entrate di tutte le fattezze, risalenti tra il XIV-XV secolo, piccoli ma significativi elementi strutturali tutti decorati (o incisi) con bassorilievi. Il viaggio alla scoperta di Bosa si conclude verso il mare, presso la Marina di Bosa in corrispondenza della larga foce del Temo, in direzione di quel sottile promontorio (isola rossa) da cui si erge la possente Torre aragonese ed il bianco Faro. (testi ©Andrea Perciato; photo Maria Rita Liliano & A. Perciato)

Valle dell’Orco/Ceresole Reale (TO, Piemonte): lontani dal caos… avvolti dal Paradiso!

Occorrono 2 ore d’auto da Torino per raggiungere Ceresole Reale, borgata montana, distribuita lungo la rotabile che sale al Colle del Nivolet, e che giace allo sbocco della Valle dell’Orco, valle d’origine glaciale denominata anche “Valle di Locana” o “Valle di Ceresole”, modesta porzione di territorio situata nelle Alpi Graie. Abitazioni, strutture ricettive, case e baite che prospettano sulla strada principale lasciano scorgere numerosi scorci paesaggistici su alcune delle vette che fanno da contraltare al massiccio del Gran Paradiso. Siamo, appunto, all’interno dei territori protetti del Parco Nazionale del Gran Paradiso; ed è proprio questa caratteristica celestiale che valorizza l’intera vallata. Mai toponomastica è stata più che azzeccata per determinare un luogo geografico che davvero sembra somigliare – così incredibilmente – al Paradiso; qui è veramente il Paradiso, oppure un Olimpo (mitica dimora degli Dei) che raccoglie così tante e diversificate scenografie ambientali che offrono ricchezza d’acqua con laghi, cascate e torrenti, immensi e tersi cieli blu temperature accoglienti.

Proprio accanto a Ceresole, giace la monumentale diga – opera ingegneristica del ‘900 – che ha dato origine a un invaso (tutt’altro che artificiale) che, raccogliendo le acque del torrente Orco, ha creato uno specchio lacustre in cui si riflettono, cieli, cime montuose e copiosi boschi che si animano di una fauna molto speciale tra cui volpi, marmotte e stambecchi. La valle dell’Orco è una tra le vallate più selvagge di tutto il Piemonte: bellissima da scoprirla a piedi, soprattutto in autunno, camminando tra sentieri e panorami spettacolari, cascate e laghi. Siamo all’interno dei territori che compongono uno tra i più grandi (e storici) territori protetti in un Parco Nazionale: quello del Gran Paradiso; e l’unica rotabile che lo attraversa è quella che sale al Colle del Nivolet, laddove il Piemonte confina con la Valle d’Aosta. Lasciando l’auto a Ceresole è possibile compiere una piacevole escursione risalendo la valle dell’Orco e andando alla scoperta di scenari e scorci paesaggistici che offrono vedute naturalistiche e ambientali che si espandono dai prati e le radure di malghe e capanni, fino alle cime più elevate.

Risalendo lungo pendii prativi si attraversano luoghi e momenti in cui riesce davvero difficile poter immaginare di quanta bellezza questa valle riesce a circondarsi. Passo dopo passo durante la tortuosa e – spesso – ripida salita che porta al colle si resta incantati dal panorama che si espande tutt’intorno, talmente bello e ricco di natura da rimanere senza parole per l’incredibile, suggestivo, incantevole e meraviglioso spettacolo paesaggistico che la natura – tra acque, rocce e boschi – riesce ad offrire; un’autentica estasi di silenzio e meditazione! Addentrandosi sempre di più all’interno del Parco del Gran Paradiso ogni volta si riescono a scoprire un’alternanza di scorci paesaggistici che non sono mai uguali e mai banali; superando – di volta in volta – radure erbose, prati d’altura, pianori ricoperti da cespugli di torba e famiglie di licheni, cime ardite che sfiorano il cielo, paesaggi che attraggono per la variegata bellezza, laghetti distribuiti su più altezze che ogni volta incantano. L’incontro con le marmotte ricompensa della fatica fatta, mentre è difficile vedere gli stambecchi.

Quassù in valle volgendo lo sguardo tutt’intorno davvero sembra di toccare il cielo con un dito mentre l’animo, con un sorriso, alimenta lo spirito raccogliendo tutte le sue possibili energie che riceviamo dalla natura. È difficile saper raccontare e testimoniare ciò che si prova trovandosi al centro della valle dell’Orco, non esistono parole che riescano a descrivere – nella sua completezza – tutte le meraviglie naturalistiche e ambientali che offre questo posto. Quando il cielo è terso, col sole e libero da nubi, qui è davvero l’apoteosi della bellezza. Il sentiero risale lungo tornanti, laddove in alcuni punti risulta essere stretto, spesso non protetto e quasi sempre esposto verso la valle. Tra cielo e terra, cime esposte e baite dai tetti in pietra, qui il panorama è davvero sorprendente; camminando lungo i facili sentieri che si ramificano dalla valle fino a raggiungere i pendii, è facile poter avvistare le marmotte che – sbucando dai loro giacigli, o nascondendosi tra le pietre, giocano a rincorrersi o ascoltare il lontano ticchettio del picchio. Il fragoroso rumore dell’acqua scrosciante segnala la vicinanza delle diverse cascate che durante la salita sono possibili scorgere lungo il percorso.

I diversi alpeggi che si raggiungono offrono tutti lo spettacolo di una natura che si rinnova di stagione in stagione; i periodi più belli per goderla nella giusta dimensione emotiva e contemplativa – anche da un punto di vista della fotografia naturalistica e paesaggistica – vanno dalla tarda primavera all’autunno. I pendii da cui si stagliano le malghe e le baite degli alpeggi, sono cosparsi di azalee e dai cespugli delle varie infiorescenze che si perdono a vista d’occhio per centinaia di metri fino a raggiungere i primi boschi di larici e abetaie. Camminando tra prati, torrenti e balconate erbose, si passa attraverso vasti ambienti composti da radure prative con l’abbondante presenza di acqua e cascatelle che – molto spesso – riescono a dar voce, profumo, respiro e colore ad un ambiente che solo in apparenza si presenta arido e roccioso, attraversando – in successione – le numerose praterie che si alternano, in vicinanza dei pendii, con boschi di larice. Il paesaggio circostante varia dal bosco alle aspre cime, dalla valle circondata da alte montagne e dai torrenti e cascatelle: il Paradiso… esiste! (testi & photo ©Andrea Perciato)

Le donne di ZAWIYT NBOHITA (الزاوية نبوحيتة) le “mimose” del deserto; storie di emancipazione, riscatto e orgoglio nel cuore del Marocco!

In questa regione dell’Africa occidentale, che affonda le sue sponde nelle acque dell’Oceano Atlantico, emergono storie di donne che ti fanno scoprire e conoscere uno dei lati più belli, misteriosi e affascinanti del mondo islamico femminile: quello delle donne di stirpe “BERBERA” (quelle del “Popolo Libero”). Storie che, spesso, vengono accostate a quelle della principale produzione che offre questa terra: i semi della pianta di “argan” da cui si estrare il prezioso nettare conosciuto in occidente come olio di Argan e molto usato in cosmesi dalle donne di tutto il mondo.

Le donne berbere e l’olio di argan sono un connubio indivisibile qui in Marocco. Durante una tappa di avvicinamento alle pendici settentrionali dei monti dell’Atlante abbiamo incontrato, presso il villaggio berbero di ZAWIYT NBOHITA nella valle del Ghighaya, alcune di loro riunitesi in cooperativa, ed abbiamo visitato una delle decine di queste imprese (composte da sole donne) sparse – per chilometri – su un ampio territorio ai piedi dell’Atlante. L’argan è un prodotto di tradizione molto antica, realizzato da mani femminili per essere utilizzato dalle donne di tutto il mondo.

L’olio di Argan viene chiamato “l’oro liquido del Marocco” e si estrae a partire dalle bacche verdi degli Argan (pianta conosciuta come Argania spinosa o Argania sideroxylon) che sbocciano sugli alberi su cui – molto spesso – si vedono arrampicare le capre che brucano questi frutti. Il procedimento lavorativo per ottenere il prodotto finale comincia con la raccolta delle bacche da cui si elimina la polpa (ottimo cibo per gli animali) mentre si trattiene, invece, il seme dal cui interno si estrare una specie di mandorla che, sottoposta a molatura, eroga una pasta oleosa.

Tutta la lavorazione segue un tradizionale procedimento – principalmente fatto a mano – che si perpetua fin dalla notte dei tempi e solo, ed esclusivamente, le donne berbere di questi territori sanno come estrarre l’olio. Le aziende cooperativiste nate negli ultimi anni in Marocco offrono lavoro a donne di tutte le età. Diversi anni fa, ancor prima che il prodotto divenisse di largo consumo in cosmetica, le donne producevano l’olio all’interno delle proprie case; mentre i loro mariti lo vendevano sui mercati e si trattenevano i soldi del ricavato.

Fin quando, quelle stesse donne non hanno preso consapevolezza delle proprie capacità (lavorative ed imprenditoriali) ed hanno deciso di scendere direttamente in campo per la produzione e vendita di questo prodotto. Ora, queste donne dal nobile e fiero aspetto decise ad impegnarsi a fondo in queste attività che va dalla raccolta al prodotto finito pronto per la vendita (e spedizione in tutto il mondo) non hanno bisogno dei soldi dei loro mariti, li guadagnano direttamente loro gestendo il ricavato in prima persona.

Ciò ha portato a risvolti positivi per l’emancipazione delle donne locali e per le intere popolazioni femminili in quest’angolo d’Africa. Questo ciclo produttivo ha portato indipendenza ed emancipazione nel mondo femminile africano, specialmente nella vita delle tante donne assoggettate da sempre ai propri mariti; questo ha favorito una importante crescita nella scala sociale; un risvolto della medaglia in cui donne componenti (o facenti parte) di comunità spesso emarginate in questo modo hanno guadagnato spazio e credibilità nella scala sociale.

Perciò, ogni volta che una donna occidentale utilizza questo speciale unguento per la propria pelle, ora capirà tutto il mondo, le azioni, le fasi, i momenti… che si celano dietro la produzione dell’olio di Argan. Senza nulla togliere alle altre importanti figure femminili presenti nella nostra società, questo prossimo 8 marzo lo dedico a loro, alle “donne berbere!” AUGURI… a tutte loro! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Gran Sasso d’Italia (Abruzzo, AQ); come l’Olimpo… il suo gemello greco!

Una entusiasmante traversata da nord (seggiovia ai Prati di Tivo, 1450 m) a sud (Campo Imperatore (2130 m) attraverso incredibili pareti rocciose, orizzonti che si perdono all’infinito, creste irte e spigolose, profondi valloni che si perdono nel vuoto, il tutto camminando sotto un cielo incredibilmente azzurro, così terso che sembra penetrare l’immenso. Queste sono le sensazioni provate nell’esplorare questa grande montagna che s’impenna – coi suoi quasi 3000 metri d’altezza – nel cuore dell’Appennino Centrale. Con un salto un salto a ritroso nel tempo di qualche secolo, la montagna nel 1573 attirò l’interesse del capitano bolognese Francesco de Marchi ingegnere esperto nel realizzare fortificazioni. De Marchi – che organizzò una esplorazione ricognitiva progettando l’ascensione fino a raggiungere la cima della montagna – così descrisse l’avventurosa scalata: “in compagnia di due cacciatori di camoccie locali… Fino al detto Campo Priviti (Pericoli) e qui cominciassimo à considerare per dove noi potevamo andare alla cima di quell’asprissimo monte. Per certe vene di sassi, cosa orrenda d’andarvi. Ora noi arrivammo con grandissima fatica e ci ponemmo cinque ore e un quarto a montare sul detto monte con tutta la sollecitudine che noi potessimo fare. Quand’io fui sopra la sommità, mirando all’intorno, pareva che io fossi in aria, perché tutti gli altissimi Monti che gli sono appresso erano molto più bassi di questo”.

Per compiere la completa conoscenza di questa montagna, che offre diverse possibilità di ascensione da più punti ma dalle diverse caratteristiche ambientali che ne determinano le peculiarità geomorfologiche, si propone un lungo (e in alcuni punti anche faticoso e impegna-tivo) itinerario che parte servendosi della seggiovia dei Prati di Tivo (1450 m), che conduce alla stazione della Madonnina (2028 m) ove in pochi minuti supera un dislivello di circa 600 metri. Dalla Madonnina ha inizio la vera l’escursione camminando lungo il sentiero (forse) più frequentato di tutto il massiccio del Gran Sasso, quello che sale per i versanti settentrionali fino alla Sella dei Due Corni, raggiunge la cima del Corno Grande e discende a Campo Im-peratore. A margine di un pendio erboso, lungo un profilo di cresta, si guadagna quota fino a giungere sotto alte pareti rocciose, sul crinale che immette nel sottostante vallone delle Cornacchie. Il sentiero sale ancora per una serie di massi, qui caduti per fenomeni dovute all’erosione franosa di materiali lapidei, attraverso lo spettacolare Passo delle Scalelle (2187 m) che raggiunge, dopo aver superato alcuni passaggi sistemati con cavi in acciaio fissati al costone, la splendida balconata rocciosa da cui si erge il Rifugio Franchetti (2433 m).

Dopo breve sosta al Rifugio il sentiero sale ancora lungo i pendii rocciosi che sfiorano un’immensa distesa di pietre e ciottoli, ciò che è ancora visibile della base morenica del Ghiacciaio del Calderone. Superati gli ultimi tornanti, si giunge alla Sella dei Due Corni (2575 m). Qui c’è possibilità per una sosta per riprendersi e poter ammirare il paesaggio circostante e s’imbocca la traccia che sale, verso sud, lungo un impegnativo tratto roccioso, da evitare se il tempo peggiora. Comunque sia questa è – in ogni caso – la salita più bella e spettacolare di tutto il Gran Sasso, tratto che arriva fino al Passo del Cannone (2679 m); da quassù è ben visibile la “testata” del Calderone. Salendo sui crinali verso sud est, si attacca la viva roccia dei costoni settentrionali del Corno Grande, sospesi tra cigli esposti senza mai staccare le mani dalla parete e usando cautela per ogni punto di appoggio delle mani e dei piedi. Per uno canalino (2810 m) sul ciglio di uno strapiombo, arrampicando per tratti sempre più esposti (2895 m), finalmente si giunge in cima al Gran Sasso d’Italia (2912 m), la più alta della catena appenninica. Qui l’ambiente presenta aspetti geo-morfologici caratteristici del paesaggio alpino, con cime spigolose, ghiacciai, precipitose pareti a picco con guglie, diedri, canali e pinnacoli che si alternano a creste frastagliate esposte sul vuoto.

L’enorme massiccio domina un orizzonte talmente così vasto, tant’è che nelle giornate terse la vista da quassù spazia – come un immenso abbraccio esteso da levante a ponente – tra il mar Adriatico e il mar Tirreno. Il Gran Sasso emerse dalle acque oltre 6 milioni di anni fa come un’unica ossatura formata da rocce di natura carbonatica (dolomie e calcari), trasformate nel corso dei millenni da profonde lacerazioni d’origine carsica che hanno dato origine a numerose cavità sotterranee nell’ambiente ipogeico, caratterizzati in superficie da doline e conoidi di deiezione. Una croce in ferro determina la vetta del Corno Grande, mentre una piastra in acciaio indica le posizioni geografiche dei luoghi circostanti. I paesaggi che si ammirano da quassù lasciano contemplare la bellezza dell’immenso. Dalla cima si scorgono vedute panoramiche che spaziano da Campo Imperatore a sud (con l’albergo/prigione che ospitò Mussolini); dagli altipiani di Campo Pericoli a sud ovest; dal Corno Piccolo (2655 m) a nord-nord ovest; dalle creste che coronano il Ghiacciaio del Calderone a nord est; dalla sagoma rossa del Bivacco Bafile (2669 m) a levante; dalla Vetta Centrale (2893 m) e la Vetta Orientale (2903 m) del Gran Sasso a nord est.

Quando il cielo è libero da nubi e velature caliginose, oltre le vallate e i monti in lontananza si possono scorgere i litorali costieri adriatico, a levante, e tirrenico a ponente. Proprio quassù, dalla cima del Gran Sasso, è possibile comprendere il fenomeno del glacialismo (lento scioglimento dei ghiacciai) che è ben rappresentato dalla minuscola lingua del ghiacciaio del Calderone che si estende dalle creste appena sotto la vetta del Corno Grande. Esso viene ancora considerato – nonostante le elevate temperature in aumento – come l’unico dell’intero arco appenninico ed il più a sud di tutto il continente europeo. Lungo il versante nord che scorre proprio sotto la cima del Corno Grande, durante gli ultimi decenni il manto ghiacciato di superficie e di testata si è considerevolmente ridotto, registrando circa 50 platee glaciali distribuite attraverso numerosi depositi morenici. La vetta di ponente del Corno Grande risulta essere un suggestivo belvedere camminando attraverso panorami che si perdono all’infinito. Dalla cima, scorgendo verso sud, s’intravede il serpente d’asfalto della rotabile che sale a Campo Imperatore, il cui tracciato è stato nel tempo ricavato dal percorso usato da secoli dai pastori transumanti; sicuro punto di riferimento per le lunghe traversate delle greggi che dalle terre apule risalivano fino agli altipiani erbosi di Campo Imperatore; un lungo viaggio affrontato da migliaia di pastori che portavano a svernare il proprio bestiame fino al Tavoliere per ritornare nuovamente tra le montagne.

Quello che incanta di tutta questa scenografia paesaggistica è soprattutto l’altopiano centrale ai piedi del Corno Grande: quel Campo Imperatore che diventa una lunga e immensa distesa erbosa che ricopre una fossa tettonica risalente al Pleistocene, di quando questo era – sicuramente – ricolmo delle acque di un lago. La discesa dalla cima del Corno Grande viene offerta da due possibilità; tralasciando la difficoltosa diretta sud lungo il Sassone (2560 m) e la Sella di Corno Grande (2421 m), quella più fattibile è di ritornare indietro per i versanti occidentali fino al Passo del Cannone. Da qui, poi, si devia a sinistra per esposti canalini rocciosi e i tornanti di un ghiaione: la Conca degli Invalidi (2650 m) dove il sentiero raggiunge la Sella del Brecciaio (2506 m). Si continua ancora a scendere per l’immenso ghiaione che cinge le basi della montagna attraverso un paesaggio che va sviluppandosi con ondulazioni prative a carattere carsico, fino a giungere al bivio di Campo Pericoli, presso la Sella di monte Aquila (2335 m); sullo sfondo a destra si para il monte Portella (2385 m) che ospita il Rifugio Duca degli Abruzzi che giace sul ciglio della cresta. Da qui si continua in discesa fino all’Albergo di Campo Imperatore (2130 m), ove ha termine questa traversata longitudinale – da nord a sud – del massiccio del Gran Sasso.

Dal piazzale dell’Albergo s’aprono vedute paesaggistiche sul lungo altopiano carsico di Campo Imperatore. Questa distesa si presenta con uno sviluppo di circa 30 chilometri di lunghezza per una larghezza di 7 chilometri; nella buona stagione – un tempo, così come ancora oggi – esso offre pascoli per migliaia di pecore che svernano quassù. Tutt’intorno si profilano paesaggi di incomparabile bellezza con una natura che si presenta con le caratteristiche degli ambienti alpini ma che giace proprio al centro della catena appenninica. Il Gran Sasso altro non è che un massiccio montuoso che si erge con cime elevate dalle forme più aspre e bizzarre modellate per millenni da antichi ghiacciai e plasmati dalla forte erosione di fenomeni legati al carsismo (sia di sottosuolo che di superficie), con ambienti di alto valore naturalistico da cui si contemplano vedute paesaggistiche che si stagliano con ampi panorami; tutto questo è, semplicemente, il Gran Sasso d’Italia. (testi & photo ©Andrea Perciato)   

VIK e la “BLACK BEACH” (ICELAND)… Back from to dark side of ISLAND

Il piccolo villaggio – antico borgo di pescatori – di Vík í Mýrdal è un luogo di una pace e tranquillità assoluta. Punto geografico più a sud dell’isola, Vik ci accoglie con la sua iconica chiesetta bianca dal tetto rosso che si erge dal crinale di una collinetta da cui si domina un panorama di incomparabile bellezza paesaggistica da cui lo sguardo spazia oltre l’orizzonte verso un’immensa spiaggia di sabbia nera. La pittoresca Vikurkirkja, quella suggestiva chiesetta bianca con un tetto rosso brillante che si trova in cima a una collina sopra Vik, merita sicuramente di essere raggiunta per scorgere i panorami che offre: dall’immensa scarpata erbosa dell’entroterra, senza alberi, dominata dalle distese di lupini; e dall’altro lato incorniciato dall’oceano, con la bellissima spiaggia nera di Vik e gli iconici faraglioni di basalto chiamati Reynisdrangar sullo sfondo.

Vik è uno tra i luoghi più piovosi d’Islanda. Situato sulla costa a sud, a meno di 200 km da Reykjavík, il villaggio, che conta una popolazione di circa 350 abitanti, giace in una incan-tevole vallata determinata dai cromatismi del bianco dei grandiosi ghiacciai (come il Mir-dals), brughiere dalle verdi pendici montuose ricoperte dal muschio, con la lunga spiaggia di sabbia nera e la vista sull’imponente vulcano Katla. In lontananza si ergono maestosi, sulla linea dell’orizzonte, i famosi faraglioni – quattro guglie acuminate di roccia lavica che emergono, prepotentemente, dalle acque – che sembrano piantati in mezzo al mare a testimonianza dei “Titani” che, fin dalle origini del mondo e vivendo al “centro della Terra”, ne hanno da sempre retto le sorti determinandone gli equilibri dell’intero pianeta.

Spostandosi dalla chiesetta di Vik, un punto bianco che si erge – maestosa – con le montagne alle spalle che dominano la città e la baia fino a raggiungere l’immensa distesa di sabbia nera ove giace l’abitato; da qui parte – verso occidente – in direzione della scogliera, la buona traccia di un sentiero che conduce, dopo aver superato un lunghissimo tratto costiero chiuso dalla skyline, alla base delle falesie del promontorio diReynisfjall. Al di là del promontorio si raggiunge il luogo più “iconico” di tutta l’Islanda: l’immensa distesa e la scogliera basaltica della “spiaggia nera” di Reynisfjara, una ampia battigia di finissima sabbia nera. Sulla sinistra emerge l’enorme scogliera basaltica esagonale, seguita da singolari cavità ipogeiche (ricavate nella lava) che fanno da contraltare ai due leggendari faraglioni che si ergono dal mare (due Troll, trasformati per punizione in gelide pietre dalla luce del sole, per aver cercato di rubare una nave).

In alto, numerosi nidi di uccelli marini tra cui i “Puffin”. Verso destra la spiaggia si protende fino alla penisola di Dyrholaer. Camminare lungo questo tratto di spiaggia genera la sensazione di trovarsi al centro di un qualcosa di imponente, di maestosamente tetro; quasi come in un girone infernale illustrato da Gustave Dorè. Qui si calpesta la sabbia, formata da piccolissimi ciottoli d’origine lavica, della spiaggia nera più famosa d’Islanda; è un qualcosa di incredibilmente bello, un qualcosa di difficilmente dimenticabile. Qui è tutto meravigliosamente bello: il perpetuo contrasto tra l’azzurro del mare, del cielo (quando esso è visibile), del bianco della risacca e del nero della sabbia. Appena raggiunti la spiaggia, volgendo leggermente verso sinistra compare, in tutta la sua imponenza, la gigantesca muraglia formata (come le gigantesche canne di un organo) da un colonnato in basalto; la tentazione di arrampicarsi coglie immediatamente l’istinto.

Questo posto è magico, non esistono altre parole per descriverlo. Qui la natura è meravigliosa in ogni angolo, ma questo posto riesce a mostrarsi in tutto il suo splendore unendo tutto e il contrario di tutto in un mix magico. Il contrasto tra la sabbia nera e le onde bianche, davanti c’è il mare e alle spalle (nelle giornate in cui c’è visibilità) si vedono le montagne innevate. Le condizioni climatiche sono spesso impegnative qui, ma anche con il vento forte e la pioggia vale veramente la pena. Considerata una delle più belle spiagge “non tropicali” esistenti al mondo, offre davvero uno spettacolo unico, stupendo con la sua sabbia nera, le scogliere di basalto e le onde impetuose (e spesso pericolose). Sulla spiaggia vi è anche una grotta, sempre di basalto nero, ove è possibile ammirare da vicino le mille sfaccettature delle pietre, il loro essere appuntite ed affilate, sfaccettate e cangianti con la luce.

I faraglioni nell’acqua, invece, offrono un paesaggio fiabesco, degno di un film epico. Come in un mix di elementi, questa spiaggia nera abbracciata da straordinarie pareti di basalto e da un’atmosfera misteriosa, quasi ancestrale, affascina e – al tempo stesso – incute rispetto. Caratterizzata dal suo colore (sabbia vulcanica) è uno spettacolo unico. Il colore cupo delle rocce, i faraglioni in lontananza e questo mare sempre rabbioso e (pericolosissimo) ponto a carpirti per trascinarti al largo, danno un senso di inquietudine, di primitiva natura selvaggia. Uno spettacolo unico in bianco e nero; un posto dall’atmosfera a dir poco surreale ove si rimane folgorati dalla struggente bellezza e dai colori che si possono ammirare solo in questo luogo.

Qui la bellezza è indescrivibile, quasi da generare emozioni selvagge, ove domina la potenza dell’Oceano con le sue onde pericolose da non sottovalutare, e l’incredibile resistenza delle rocce basaltiche che si estendono lungo la costa, dalle incredibili e spettacolari formazioni geometriche. Questa breve escursione conduce fin quasi a sfiorare i giganteschi faraglioni, ma per rendere completa questa apoteosi di suggestioni e questo rincorrersi di emozioni, è consigliabile camminare, tenendosi sempre a distanza di sicurezza dalla battigia, in direzione della gigantesca muraglia determinata dalla scogliera di Reynisfjara riconoscibile per gli archi che s’aprono attraverso il promontorio. Se le favorevoli condizioni della marea lo consentono, è possibile giungere in vista dello scoglio di Arnardrangur, andare oltre… è pericoloso! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

SÆPINIUM-ALTILIA (Molise, CB): lungo la storica via delle greggi

Tra le sorgenti del Fortore e la valle del Tammaro s’apre una delle aree archeologiche più interessanti dell’Appennino, una città fortificata che ha determinato la storia di questa parte di territorio, influenzato la sua popolazione ed ha incrementato le attività di scambi e commerci lungo una delle rotte terrestri più influenti a sud di Roma: SÆPINIUM.ALTILIA centro eretto dai Sanniti e, successivamente, ampliato dai Romani. Siamo alle spalle del Matese, lungo i suoi versanti settentrionali, e questa zona l’ho sempre avuto nel “mirino” delle mie esplorazioni. Sapevo, per aver letto poche notizie, di questo sito archeologico ma se non si è sul posto non possiamo immaginare quanta bellezza susciti un’area nascosta tra boschi e monti e di non facile individuazione. Non c’è cosa migliore nel visitare questi luoghi camminandoci attraverso, utilizzando i piedi e muovendo i propri passi – come 2000 anni fa – sulla scia di coloro che compivano lo stesso percorso come pastori, pellegrini, viandanti, eserciti…

Appena un chilometro prima si comincia a camminare calpestando quel tappeto verde che ha fatto da sfondo al passaggio di greggi lungo le rotte transumanti dalle montagne dell’Abruzzo fino alle pianure della Puglia. Questo sito, poco più grande di un moderno isolato, sorge sulla piana lungo quell’importante snodo stradale Sannio/Pentro con l’Irpinia a sud, e con un agevole accesso sia alla Campania che alle coste adriatiche. Un’intuizione che avevano capito molto bene i Sanniti che vedendo transitare animali accompagnati dai propri allevatori su quel tratto di terra pianeggiante, mentre percorrevano le vie della transumanza oggi denominati tratturi, subito intercettarono le necessità degli stessi come ideale posto ove riposarsi e trovar ristoro.

Fu così allora che sorse un villaggio semplice, sufficientemente attrezzato con servizi legati all’accoglienza e alle attività correlate alla transumanza stessa; quindi, proprio grazie ai tratturi, con le loro piste erbose percorse periodicamente da greggi ed armenti, e grazie soprattutto all’intuizione dei Sanniti che Sæpinium/Altilia crebbe e si sviluppò diventando un importante centro di collegamento terrestre, di scambio per le merci, di incontro tra mercanti e di mercato per gli affari. Piccola perla dell’odierno Sannio, Sepino ha visto la sua via principale percorsa dalle greggi durante la transumanza fin dai tempi remoti, calpestata in seguito da mercanti e, successivamente, da notabili ed abitanti della piana in piena epoca romana.

La cittadina svolgeva un’importante funzione che oggi può essere accostata ad un autogrill dell’epoca; punto dì incontro, di rifornimenti, di versamenti delle gabelle lungo le arterie terrestri di allora, ovvero i tratturi popolati da pecore, pastori e cani. Dopo poche decine di minuti ecco comparire, in tutta la sua magnificenza, la Porta di Bojano (o di “Bovianum”), gemma architettonica di rara bellezza; imponente e monumentale essa esalta il periodo augusteo con Ercole “protettore delle greggi” oltre a statue di prigionieri barbari con, all’apice, una grande iscrizione dedicatoria perfettamente conservata. Essa è una delle 4 porte monumentali che consentivano l’accesso all’antica città di Sepino ed – a tutt’oggi – è quella meglio conservata. Parte integrante del complesso delle fortificazioni, questa porta conserva ancora interessanti decorazioni, come il volto di Ercole nella chiave di volta, le statue di due prigionieri barbari ai lati e l’iscrizione sull’attico.

A margine della porta si possono altresì osservare i tronconi (muratura in “opus reticolarum”) delle due torri circolari che la fiancheggiavano e la grande scala. Attraversando questa porta si entra nella storia, è un po’ come essere proiettati direttamente ad oltre 2500 anni addietro; lo stato di conservazione dell’intera struttura è fantastico, da lasciare stupiti come da rimanere senza fiato. La Porta di Boiano è quella attraverso la quale arrivavano i pastori provenienti dall’Abruzzo e che percorrevano il tratturo verso le terre del tavoliere. Lasciati la pista erbosa alle spalle ed entrando in città si calpestano i millenari basoli squadrati del “Decumanus Maximus”; percorrerlo in direzione verso l’area del Foro sulla destra si espandono i resti di antichi edifici che si infittiscono come: botteghe, macellum, edifici di culto come il Tempio e le bellissime colonne della Basilica sormontate da splendidi esempi di capitelli in stile “ionico”.

Questo piccolo villaggio, sorto principalmente come centro di ristoro, accoglienza e assistenza, divenne in breve tempo una urbe romana vera e propria. Ed è proprio questo che prova chi giunge per la prima volta a Sæpinium: la peculiarità che la città si era imposta era che, nonostante i rigidi canoni urbanistici romani, i due principali assi lungo i quali si è sviluppato il centro non fossero stati ortogonali, proprio per conservare l’originale percorso del tratturo funzionale allo sviluppo economico durante l’epoca sannitica. Alla sinistra della porta invece, troviamo – lievemente sfalsati – i resti dell’area delle Terme con le visibili canalizzazioni delle reti fognarie e idriche fino a sbucare nel catino del Teatro, uno spazio molto ben conservato, che si presenta nelle sue forme originali; un luogo incredibile ove i silenzi aleggiano fra vie lastricate, le mura, gli archi, le colonne e un bellissimo anfiteatro su cui insistono, con geometrica disposizione, antiche case rurali settecentesche che si alternano alle querce secolari e ad alberi da frutto; un must fra atmosfere bucoliche, paesaggio agreste ed antichità romane.

Tutti elementi, questi che sono le autentiche testimonianze di un’epoca di prosperità, di crescita economica e sociale, che è possibile ammirare immergendosi, con spirito di immaginazione, tra curiosità, scoperta e fascino. Nelle vicinanze, verso NE, s’apre l’arco della Porta Tammaro; ritornati indietro e ripercorrendo il “Cardo Maximus” si raggiunge – praticamente – il centro della città ove si evidenzia come la stessa sia stata strutturata intorno al vecchio passaggio del tratturo, rispettando solo in parte gli orientamenti classici del cardo e del decumano. E proprio all’incrocio, proseguendo verso sud, s’aprono – sulla sinistra – i basamenti del Tempio di Giove con tutti gli ambienti che assolvevano a rendere vivo il culto. A sinistra del Decumano invece, si espande l’ampio piazzale ove giaceva il Foro. Lasciati sulla sinistra la “Fontana del Grifone” si continua lungo il lastricato della strada consumato dalle ruote dei carri e le pietre per l’attraversamento dei pedoni che rimembrano la vita del tempo che fu. Eccoci finalmente al lato opposto della città transitando sotto l’arco della “Porta di Beneventum”; qui il tratturo lascia le mura e continua, tra boschi e campagne, in direzione della “città delle streghe”. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)