monti del PARTENIO (AV)… l’Ultimo degli “Uomini in Nero”

“… Era questo il monte sacro della greca Partenope, che presso un’ara di Cibele vi adorava i suoi numi protettori Castore e Polluce; era un vecchio nido della gente Osca, prima abitatrice della Campania, dimora più tardi delle tribù irpine di razza sannitica…” così descriveva, nel 1878, la zona dei monti del Partenio il noto meridionalista-escursionista Giustino Fortunato.

Luoghi scarsamente pubblicizzati dalla stampa “specializzata” in proposte di itinerari escursionistici e naturalistici; eppure, quello che può essere considerato, senza ombra di alcun dubbio (vista la sua centralità) il vero “cuore verde” della Campania, oggi riesce ancora ad offrire realtà ambientali (fortunatamente rimaste incontaminate) forse introvabili nel resto del meridione con le stupende vedute paesaggistiche che si estendono per 360° su tutto l’arco dell’Appennino Centro-Meridionale e le impenetrabili faggete d’altura.

L’itinerario ripercorre, fedelmente, quello che era l’antico cammino dei carbonari, gli “Uomini in Nero” della montagna che, carichi del loro prodotto, s’inerpicavano lungo questi sentieri e venivano a trascorrere gran parte delle loro giornate dedite alla lavorazione dei carboni. Un tempo questi sentieri erano pieni di vita, ricchi di essenze profumate; un particolare vissuto ambientale che ha determinato quella piccola economia locale legata allo sfruttamento della montagna; un tutt’uno tra uomo e ambiente che si riscontra ancora oggi, con innocente genuinità, nell’indole e nel tessuto sociale delle popolazioni site ai piedi di queste alture.

Con un po’ di fortuna, non sarà certo difficile incontrare, lungo i boschi di questi monti, l’ultimo dei carbonari, Zi’ Renato, che ancora oggi, come un tempo, conduce su e giù il suo baio carico di tronchi da tramutare in carbone; ed è proprio con lui che andiamo a conoscere un passato ricco di bei ricordi, di emozioni, di attese e di speranze. Muovendosi da un’ampia spianata che s’apre nella faggeta, siamo in uno dei punti più strategici di tutto il comprensorio del Partenio, nel luogo (1130 m) detto delle “Quattro Vie” poiché è in questo posto, crocevia di antichi sentieri e mulattiere, che si concentra la maggior parte delle direttrici di transito che attraversano il territorio. Qui, durante la stagione estiva, il bosco è talmente così fitto che la folta vegetazione copre per intero la volta celeste.

Si lascia la strada asfaltata che sale a sinistra e si prende la traccia di un sentiero che sale a destra, in lieve pendenza, verso SE. Il nostro cammino attraverso questi boschi ci viene sapientemente illustrato dall’ottuagenario Zi’ Renato che riesce a coinvolgere chiunque nei suoi racconti seguiti da ossequioso silenzio. Per questi autentici uomini del bosco amare il proprio lavoro, e gli ambienti in cui essi operano da un’esistenza, è qualcosa di molto più interessante della loro vita stessa. Un rituale sacro accompagnava i ritmi della lavorazione; le donne, che inizialmente salivano coi propri uomini, aiutavano ad individuare un idoneo posto ove porre la “catasta”, e dopo aver assicurato con la loro presenza un minimo di conforto per fra trascorrere al meglio (con pane, vino e formaggio) la permanenza sul posto di lavoro ai loro uomini, discendevano da sole tra le ultime luci del tramonto e le prime ombre del vespero. Ai bordi di una roccia a precipizio si apre un terrazzino che offre vedute panoramiche sulla valle Caudina e sul monte Taburno. Ed è ancora Zi’ Renato, che con tutta la sua enfasi adolescenziale espressa dalla sua instancabile energia, ci guida lungo il sentiero che serpeggia nel bosco e va a svilupparsi lungo i versanti settentrionali del Partenio. Superati alcuni tornanti e attraversati un solco torrentizio il sentiero prosegue (direzione W) mantenendosi in falsopiano attraversando in una foresta colma di vegetazione: ad un sottobosco ricco di cespugli (felci e agrifogli) si viene circondati da gigantesche faggete (con tronchi che superano i 40 m d’altezza) che si alternano, per altezza e cromatismi, a dei giovani esemplari di tasso. Qua e là lungo il sentiero si aprono degli slarghi simili a piazzole; questi spazi sono i punti esatti ove venivano effettuate le cataste di tronchi da tramutare in carboni. E qui Zi’ Renato continuando nei suoi racconti, ci suggerisce di scrutare attentamente sotto il fogliame alla ricerca delle tracce di carbonaie del passato poiché non è raro trovare spezzoni neri che ancora sbucano sotto i nostri piedi. Completamente avvolti da quest’atmosfera di civiltà montanara di un tempo, e accompagnati dai semplici racconti dell’ultimo dei carbonari, è possibile ancora captare, trasportati dalla brezza dei venti, il profumo dei carboni appena fatti e ancora fumanti. Dopo una curva in discesa appare, sulla sinistra, una particolare conformazione rocciosa detta Pietra Ermafrodita.

Superati ancora altri quattro alvei torrentizi, ecco giungere nei pressi della fonte dell’Acqua Fredda: una vasca in blocchi di pietra raccoglie una delle acque più buone e più fresche di tutta la zona. Dalla fonte, un comodo sentiero continua ora in discesa fino a raggiungere (1247 m) un valico posto tra le alture della Croce di Puntone a Sud, ed il monte Trave del Fuoco a Nord; dal valico parte la traccia di un sentiero (che punta in direzione ENE, ma che non va preso!) che, attraversando l’angusto Vallone dell’Acqua Fredda conduce alla fonte Mafariello. Il calcare delle rocce s’illumina al riverbero dei raggi solari e terminate le fitte boscaglie ecco che la traccia del sentiero principale va a sfociare (1236 m) presso il primo dei fazzoletti prativi del Piano di Rapillo, zona più comunemente conosciuta come la “Piana di Lauro”. Qui le ampie radure erbose riescono ad offrire molteplici versioni di un unico paesaggio appenninico che, di stagione in stagione, si presenta o con ambienti innevati dal sapore scandinavo o con verdeggianti lande accompagnate dalla brezza dei venti d’altura; la zona, ampia e spaziosa, offre la possibilità agli animali (cavalli e bovini) di pascolare in piena libertà. Sul fondo del pianoro compare il bianco rifugio in luogo di un più antico bivacco per montanari. Ai margini nord-occidentali del piano si sfocia nel successivo pianoro caratterizzato, sulla sinistra, dalle balze di monte Ciesco Alto (1357 m). La comoda pista prosegue attraversando una pittoresca faggeta che racchiude i versanti settentrionali della terza radura nel cui centro (1223 m) una recinzione in pietre squadrate è tutto ciò che resta di un’antica cisterna. Ad un bivio si lascia la pista che scende a destra e si continua a sinistra verso i margini meridionali di un altro pianoro. In pochi minuti, nei pressi del bivio detto il Valico (‘o Vatico – 1213 m) una deviazione a sinistra conduce sull’orlo delle balze meridionali del Partenio. Uno spettacolo di incredibile bellezza lascia meravigliati chiunque si affacci da quassù: l’intensità di un cielo turchino rischiarato da uno splendido sole evidenziano le scure sagome di montagne famose quali il “cono” del Vesuvio, il “molare” del Faito, le principali cime dei Lattari e la cuspide del S. Michele, che galleggiano in un bianco e ovattato mare di nebbie e foschie che coprono, come un oceano silenzioso, le immense pianure dell’agro sarnese, dalle falde vesuviane ai coltivi di Terra di Lavoro. Zi’ Renato, il nostro “nocchiero” del Partenio, ancora riesce ad emozionarsi alla vista di così tanta bellezza; sensazioni che egli stesso ci indica, ci illustra e ci descrive fin da quando egli era bambino. Il luogo e il momento meritano una sosta che permette di bivaccare al cospetto di quest’affascinante montagna e nel rispetto di chi, lungo le piste e i sentieri di questi boschi, ne ha fatto una scelta di vita, traendone – fin quando sarà ancora possibile – anche una fonte di sostentamento. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

Zagabria-Zagreb (HR, CROAZIA)… un “intreccio” fra Oriente e Occidente!

ZAGABRIA, la bellissima “ZAGREB“, come mai vista in tutta la sua splendida e raffinata eleganza, è una città/capitale fatta di belle strade, palazzi d’epoca, ampi viali e giardini, vivaci mercati.

Essa riflette la sua complessa e travagliata storia: è proprio qui, al centro della regione balcanica, che fin dall’antichità si sno sempre intrecciate le millenarie culture tra oriente e occidente, laddove si incrociano le reminiscenze del suo passato medievale, si esaltano i fasti del periodo austro-ungarico e ancora si evidenziano, a tutt’oggi, i segni del recente passato comunista. Situata sulle rive del fiume Sava, la città è completamente circondata da boschi e parchi.

Attraversando le sue vie del centro, sono ancora possibili ammirare il suo particolare impianto urbanistico che è diviso in due ben distinte parti: tra la sua parte “alta“, quella più antica di origine medievale, e la sua parte “bassa“, di recente impianto urbanistico.

Sicuramente risulta essere molto caratteristico il suo variopinto Mercato di Dolac: un intreccio/scambio e vendita di mercanzie che qui raccoglie numerosissimi espositori e venditori di frutta e verdura provenienti da ogni angolo della Croazia; riuscire a perdersi fra mille variopinte e profumate bancherelle alla scoperta delle antiche tradizioni culinarie della città e delle prelibatezze locali, è davvero una esperienza unica, da provare!

Kaptol Trg: è il cuore della Zagabria medievale, un antico quartiere che si raccoglie intorno ad una magnifica piazza dominata da antichi palazzi, tra cui la Porta di Pietra, che da sempre determina l’ingresso orientale alla città.

La parte più antica di Zagabria invece è Gornji Grad, dove si trova la famosa e meravigliosa Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine, dalle bellissime guglie “gemelle” realizzata nel XII° secolo insieme alla Torre fortificata del XIII° secolo. Nelle vicinanze si trova la via Tkalčićeva, un’ampia strada pedonale tutta caratterizzata da bistrot e costellata dai caffè con decine di tavolini all’aperto.

La Chiesa di San Marco, situata in Trg Svetog Marka, del XIII secolo, è uno tra gli edifici più simbolici di Zagabria: tutta avvolta da una livrea multicromatica che ne esalta l’imponente tetto, realizzato nel 1880 con piastrelle smaltate policrome in cui primeggiano i colori del bianco, del rosso e il celeste/azzurro; esso presenta, guardando la facciata principale, sul lato destro l’emblema di Zagabria, mentre sul lato opposto gli stemmi della Croazia, della Dalmazia e della Slovenia. La chiesa risale al XIII° secolo, e conserva una finestra romanica sul suo lato meridionale all’altezza della base del Campanile, mentre il portale gotico, composto da 15 figure poste in nicchie poco profonde, è stato scolpito nel XIV° secolo.

La Città “bassa” di Zagabria, Donji Grad, si raccoglie intorno alla principale piazza Ban Jelačić, punto cardine di numerosi negozi, parchi e musei; essa giace proprio al centro di quella vallata che si estende tra Kantol e Gradec ed accoglie anche la Piazza Preradovića, dove si svolge il tipico mercato dei fiori. (tratto dalla guida “EUROPA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

Val FORTORE (Sannio)… tra “echi” del vento e “rotte” della transumanza!

tra la Val Fortore (alto Sannio), il basso Molise e i monti della Daunia, ci ritroviamo in cammino lungo le “Vie della Transumanza“; sono itinerari, questi, che ci invitano alla conoscenza e alla comprensione di questo vasto territorio. Qui avvennero i primi scambi tra genti lontane e popolazioni sconosciute che s’incontravano per la prima volta lungo le dorsali dell’Appennino Centro-Meridionale; il ritrovamento di un’antica stele (detta appunto “stele dauna”) marmorea che raffigura una “scena di commiato” (di incontro e di saluto) ne attesta la veridicità.

BASELICESAN BARTOLOMEO in GALDOSAN MARCO dei CAVOTI… sono solo alcuni tra i più belli, interessanti e caratteristici borghi che emergono dal pae-saggio della Val Fortore. Da qui transitavano le rotte della “transumanza” di quando i belati delle pecore o i muggiti delle mucche, accompagnati dall’incessante scampanellio delle centinaia di campanacci al collo, rendevano impossibili dormire per il ripetersi dei continui passaggi che – a volte – duravano anche oltre una settimana.

Ed era una grande festa per i numerosi bambini che popolavano questi villaggi, quando la transumanza volgeva al termine poichè tutti ricevevano in dono, dagli uomini che avevano “guidato” queste greggi e queste mandrie su e giù lungo i ventosi crinali di questa parte d’Appennino, piccole formelle in pasta di caciocavallo raffiguranti asinelli, girandole, cagnolini e stelline; ed era proprio allora – in un tempo ormai dimenticato, ma ancora scolpito nelle memorie dei più anziani – che tutti i bimbi si sentivano (e immaginavano) di poter essere, anche solo per poche ore, cavalieri, maghi, fatine e principesse!

Era da tempo che desideravamo esplorare questa zona, sconosciuta (nel senso poco frequentata!) al grande pubblico degli escursionisti, dei trekker, dei viandanti e dei camminatori; territori poco conosciuti ma intrisi da un fascino bucolico e, spesse volte, ancestrale che richiama ai fasti di un passato mondo rurale – ormai scomparso da tempo – evolutosi nella moderna tecnologia che è riuscita a convertire l’agricoltura e l’allevamento nelle più moderne concezioni offerte dalle tecnologie sviluppatesi a favore dell’ambiente.

Paesi dai gruppi di case sapientemente distribuiti lungo i crinali, invitano ad un interessante e affascinante viaggio spazio/temporale che accoglie il visitatore in un’atmosfera dal tipico sapore medioevale, tra vetusti palazzi nobiliari, portali cuspidali in pietra, archi a sesto acuto e ribassato, lapidi marmoree che ricordano importanti passaggi, rosoni in stile catalano, selciati e lastricati in pietra che restituiscono gli echi delle cavalcature, tipiche costruzioni d’origine provenzale, torri merlate e castelli, chiese madri e chiostri conventuali, balconate panoramiche ove s’aprono orizzonti e skye-line di tutto rispetto da cui sono possibili ammirare il calar del giorno che restituisce inediti tramonti difficilmente riscontrabili altrove…

Queste sono solo alcune tra le prime impressioni per chi si trova a percorrere piste e sentieri battuti ormai da millenni; tracciati verdi che hanno visto scorrere non solo il tempo, ma che hanno gettato le basi della moderna società tra scambi commerciali, incontri, sviluppo e favorire quella cultura della ruralità qui riscontrabile in molti angoli di questo vasto e immenso territorio, solo in apparenza aspro e inospitale, distribuito fra tre regioni (Campania, Molise e Puglia), ma che raccoglie al suo interno una quantità considerevole di esperienze di vita, di storie, di momenti che hanno consentito ad elevare il Fortore quale principale funzione di territorio/cerniera tra le due sponde italiche: l’Adriatico e il Tirreno.

Un territorio solo in apparenza collinare (con dolci rilievi che esaltano quote altimetriche al di sopra dei 1000 m) a forte vocazione agricola con colture specializzate di cereali, frutteti, noccioleti, oliveti, piantagioni di tabacco e vigneti, dove il mondo rurale di un tempo favorisce una crescita imprenditoriale mirata agli sviluppi industriali e artigianali. Terra da sempre generosa, l’indole ospitale dei suoi abitanti cattura il visitatore e lo fa sentire come a casa sua.

Un vasto orizzonte di rilievi addolciti e modellati dal vento che si distribuisce tra paesaggi rurali, vallate, corsi fluviali, copiose macchie boschive, specchi lacustri, centri storici di matrice medioevale, una gastronomia ricca di prelibatezze e – su tutto – le “Fattorie del Vento” (i parchi eolici) formate da turbine e tralicci d’acciaio che hanno elevato quest’area a terra dell’energia pulita prodotta con il vento che quassù soffia da sempre.

I monti della Daunia e le valli del Fortore sono terre ove le antiche civiltà contadina e pastorale (legate alla transumanza) oggi convivono armoniosamente con lo sviluppo industriale e tecnologico e i “parchi eolici” distribuiti lungo i crinali sono ormai una costante del paesaggio, un motivo in più per riuscire a comprendere come la natura, mai doma ne piegata e violentata, risulti essere – con sapiente maestria – la migliore alleata dell’uomo.

Tra gli itinerari più interessanti che invitano alla conoscenza e alla comprensione di questo vasto territorio, troviamo: il primo, che parte da Baselice, superando crinali e rilievi in successione, attraverso il bosco della Mazzocca fino allo specchio lacustre di Decorata compiendo, così, anche una breve puntatina a Riccia, in territorio molisano; il secondo, invece, parte da Roseto Valfortore per il monte Cornacchia fino al laghetto Pescara ove la vista sul Tavoliere apulo spazia all’infinito. Il tutto attraverso un’autentica allegoria di profumi, di colori e di essenze che hanno rendono piacevole poter vivere, in qualsiasi stagione dell’anno, questi territori in tutta la loro essenza. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

GUBBIO (PG, Umbria) tra “Via Flaminia” e “Corridoio Bizantino”

In una fetta di territorio che serpeggia tra valli e fiumi attraverso l’intricato l’Appennino centrale, lungo il confine tra le Marche e l’Umbria proteso fino al Lazio, vanno ad incastrarsi gioielli fatti di natura, storia, tradizioni, folclore, antiche strade, fortificazioni, presidi militari, monasteri, abbazie, santuari, crogiolo di popoli ed etnie… tutti elementi – questi – che determinarono, fin dall’alto Medioevo quell’area, o fetta di territorio, meglio conosciuta dagli storici come “Corridoio Bizantino” che si sviluppava tra Ravenna (a nord) e Roma (a sud), e percorso – spesso intrecciato – dagli assi viari della Via Flaminia, sotto il controllo Longobardo, e la Via Amerina, sotto controllo Bizantino.

Un viaggio nella storia – dunque – ma anche un viaggio attraverso la conoscenza di popoli e culture distribuiti lungo la dorsale appenninica in un’area geografica fin da sempre apparsa aspra e di difficile controllo dalle ripetute dominazioni succedutesi durante il corso dei secoli.

Ai piedi di monte Cucco s’adagia Sigillo, antico paese d’origine romana eretto lungo la Flaminia; qui un bellissimo Ponte Romano formato da grossi blocchi in pietra calcare determina il paesaggio verso la pianura a margine della via storica.

Camminando attraverso filari di alberi sistemati, secondo precise geometrie campali, adottando la tecnica a “festoni”, ai margini di piste campestri si raggiunge la vicina Costacciaro, antico “castrum” d’impianto Longobardo sfiorato dalla via consolare. Superati il villaggio di Scheggia si risale guadagnando il valico della Madonna della Cima fino a raggiungere l’imponente Basilica dedicata al culto di Sant’Ubaldo “patrono” di Gubbio che s’apre, appena sotto, sul versante opposto.

La città “eugubita” ci accoglie con tutto il suo splendido fascino Medioevale; non a torto considerata appunto come la città medioevale più bella d’Italia, Gubbio si lascia scoprire poco alla volta; dal suo splendido teatro Romano, al suggestivo scorcio dei “Tre Ponti” in pietra lungo il torrente Camignano ove operava un Mulino per la macina del grano e due forni per il pane; dai suoi portali e camminamenti tra rampe e ardite scale, alla bellissima chiesa di San Francesco; dal gotico Palazzo dei Consoli (sede del Museo Civico) al dirimpettaio Palazzo Pretorio (sede del comune di Gubbio) entrambi separati dal panoramico Piazzale della Signoria.

Perdersi attraverso tutti questi monumenti è un po’ come girovagare alla Indiana Jones, una continua e ripetuta meraviglia (fatta di arte, storia e religione) che si nasconde dietro ad ogni angolo, lungo ogni percettibile scorcio, mescolandosi al profumo di una “crescia” (forma di tipico pane locale) appena sfornata, magari intrisa dall’olio delle terre umbre e farcita di tutte le prelibatezze della norcineria locale.

L’Umbria è soprattutto un caleidoscopico contenitore di colori, di profumi, di essenze, di sorprese, di meraviglie… e attraversare queste terre senza tempo è come perdersi (e ritrovarsi) in un limbo fatto di emozioni, di sensazioni, di percezioni.

Qui la natura a volte si presenta dura e sfrontata, susseguendosi con eventi calamitosi, ma gli uomini che popolano questi territori hanno da sempre imparato a convivere coi “capricci” che questa terra, di tanto in tanto, esterna anche in maniera violenta. L’Umbria aspetta solo di accoglierti, poi… lascia fare ai tuoi istinti e alle tue passioni, tutto il resto… è un incredibile viaggio attraverso le emozioni!(tratto dalla guida “ITALIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

Gallinola (monti del Matese, CE) bianco siderale lungo crinali di confine

Sembra il Trentino, ma… siamo in Campania! Parlare del Matese, ultimo tra i grandi giganti della dorsale appenninica, è un po’ come raccontare tutta la storia delle esplorazioni e dell’escursionismo nel Mezzogiorno italiano. Antichi sentieri e piste della transumanza, presenti con le tracce dei tratturi intersecavano, si rincorrevano o si accavallavano lungo le pendici di questo gigante dell’Appennino. Il Matese è anche questo: profumi, odori, sapori, cultura, tradizioni… vita! Il massiccio si colloca, per buona parte, in terra molisana con copiose giogaie e valli profonde e da esso s’impenna la cima più alta: quel poderoso Miletto (2050 m) che reca tracce, nelle conche sommitali, di antichi bacini glaciali. Ma la nostra meta è un’altra, curiosamente chiamata Gallinola!

Inediti itinerari sulla neve posti al di fuori dei luoghi consacrati al culto dello sci domenicale. Se si osserva una foto scattata dal satellite quando orbita all’altezza dell’emisfero settentrionale e viene a trovarsi sull’azimut dell’Appennino, all’altezza dei crinali di confine tra la Campania e il molise, col cielo terso e senza nubi, zoomando lungo la dorsale montuosa, è possibile riconoscere alcune “macchie” bianche di paesaggi montani a noi familiari ma sconosciuti alla stragrande maggioranza degli appassionati di escursionismo invernale italiani: i monti del gruppo del Matese.

Considerata l’autentico “tetto” della Campania, la cima si raggiunge da una balconata posta ai margini della conca di Piano della Corte (1643 m); un’alternanza di pianori e sconfinate praterie montane, attraverso verdi pascoli, con tracce di un antico stazzo che un tempo fungeva da riparo per le greggi. Qui la sporadica presenza antropica, laddove uomo e natura sono riusciti a convivere in perfetta armonia per secoli, si evidenzia tra l’ingegno dell’uno e la bellezza dell’altra. Ogni sosta è buona per guardarsi intorno e provare la sensazione di meraviglia e smarrimento.

La neve, così come noi la immaginiamo, è possibile viverla anche lasciando le tute griffate e gli ultracostosi sci o gli snowboard colorati a casa. Considerando che la Campania non ha mai avuto stagioni invernali con eccezionali imbiancate la regione, durante quei pochi giorni di freddo glaciale, sottoposti alle correnti del nord, riesce ad offrire uno spessore nevoso oscillante tra gli 80 e 150 centimetri. Preparandosi per un trekking in zone innevate, bisogna essere forniti di un’adeguata attrezzatura e dell’equipaggiamento adatto per muoversi con sicurezza e agilità sui pendii innevati.

L’idea sarebbe di attraversare questi luoghi avvolti da bianco candore con le racchette da neve (consigliate per i nostri ambienti appenninici), ma l’esperienza induce a suggerire di provare a vivere la neve con attrezzature impensabili dalle nostre parti fino a qualche anno fa, come le “ciaspole” affiancate dai ramponi e dalla piccozza. Per non affondare e proseguire senza timore, bisogna calzare le racchette da neve (di origini scandinava e canadese, usate soprattutto lungo tutto l’arco alpino) e farsi aiutare, per mantenersi in equilibrio, dai bastoncini telescopici, meglio ancora quelli da sci da fondo.

Ritrovarsi proiettati sull’immenso, in questo angolo di Appennino meridionale, non c’è scenario tra i più belli dell’ambiente montano che riesca ad offrire sensazioni ed emozioni oggi difficilmente riscontrabili altrove. Come era prevedibile, la magnificenza di un limpido orizzonte appare ai nostri occhi in tutta la sua straordinaria bellezza: laggiù in fondo, il lago del Matese e, poco oltre, la pianura campana; a settentrione, come da una terrazza naturale s’apre, in un crogiuolo di elementi che s’alternano tra altipiani boscosi, valli, contrafforti e declivi, la piana del Volturno.

I paesaggi sono molto belli; in fondo, l’enorme vallata solcata dal lago si adagia al centro di una teoria di monti avvolti dalle foschie mentre, volgendo lo sguardo in alto gli occhi, increduli, scorgono la volta celeste tersa nel suo arcano splendore pulita e dalle nubi. Passando dalla faggeta alle radure assolate, la brulla vetta si avvicina per un sassoso sentiero che arranca lungo i ripidi versanti orientali della montagna. Si attraversano conche carsiche sommitali che sembrano appartenere ad un paesaggio lunare; con tracce appena visibili, lungo piste battute da pascoli d’altura, si continua per assolate pietraie che giungono fino in cima alla Gallinola (1923 m) da cui s’aprono, improvvisamente, ampie vedute panoramiche.

La neve disciolta e ricongelata, ottimo terreno per le escursioni, aderisce meglio sui pendii più ripidi; più dura e ghiacciata è, le ciaspole (soprattutto quelle “ramponate” sono preferibili) aderiscono meglio alla superficie, indispensabili quando gli scarponi non hanno più presa sulla neve; si procede meglio lasciandosi aiutare dall’utilizzo della piccozza molto efficace in caso di scivolata. Alcuni di questi itinerari bianchi dell’entroterra campano presentano paesaggi di matrice scandinava, ove una natura intatta, incontaminata e – raramente – ancora inviolata, propone un inconsueto modo di vivere la neve, molto al di fuori e lontano dal grande baccano che vedeva, durante i giorni festivi delle normali stagioni di una volta, gli impianti di risalita presi d’assalto e invasi da chiassose frotte di sciatori occasionali.

Chi percorre i sentieri di queste montagne, vive costantemente le emozioni di un’avventura fantastica e interessante dal primo all’ultimo passo, quasi un ritorno alle origini dove non basta seguire le tracce della pista, ma si deve ricorrere (a volte) alla carta e alla bussola e, molto spesso, anche all’istinto. Con la fortuna di partire in buone condizioni meteorologiche, sono possibili effettuare avventurose escursioni. Mentre il sole irradia i suoi raggi e riscalda l’ambiente della cima permettendo ai ranuncoli e alle bianche margheritine di uscire dalla coltre ghiacciata e di rizzarsi sugli steli, la luce fulge splendida in ogni angolo dell’orizzonte; e questa è solo una delle infinitesime magie che riescono ad offrire i meravigliosi ambienti del Matese: laggiù verso nord, s’innalza la cima del Miletto. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

Castel del Monte (BT – Puglia) “STUPOR MUNDI” l’incredibile fortezza di Federico II

Visto da lontano sembra un gigantesco blocco in calcare bianco-roseo tipico della murgia, il territorio che domina per miglia e miglia dall’alto della sua modesta altura (540 m). Conosciuto anche come la “Corona degli HohenstaufenCastel del Monte risulta essere uno dei più riusciti e perfetti edifici di matrice “esoterica” presenti in Italia.

Questo luogo, questo enorme e possente complesso architettonico, questo scrigno contenente gioielli fatti di architettura, arte, cultura, religione, scienza, matematica, geometria, mistero… esoterismo, sembra – improvvisamente – sbucare dal nulla, oltre un orizzonte intriso del giallo dei campi di grano appena raccolti, dell’argenteo delle immense distese ulivate e dell’intenso e profumato verde dei vitigni; solo qualche refola di vento, appena percettibile, siavverte nell’immensa canicola della Murgia, accompagna il canto delle cicale che qui – più che altrove – fanno sentire la propria voce!

Da sempre ci ha affascinato questo luogo e finalmente… dopo averlo tanto sperato, siamo sotto le sue mura. Una costruzione, un edificio che – apparentemente – sembra non servire a nulla. Nel senso che viene sì chiamato Castello ma che di un maniero non presenta alcunchè: ne fossati esterni, ne ponti levatoi, ne merlature, ne torri principali, ne cortili adiacenti per le stalle, le cavalcature e la biada, e per l’alloggiamento della guarnigione… il castello, visto da lontano, somiglia molto alla corona di Federico II di Svevia, costruttore del castello ma Federico nella sua lungimiranza di precursore dei tempi, aveva previsto tutto.

Il Castello, edificato nel 1240 risulta essere l’opera architettonica più affascinante realizzata dall’Imperatore svevo; e per queste peculiarità è stato dichiarato, fin dal 1996, come Patrimonio Mondiale dell’Umanità (sotto l’egida dell’UNESCO). L’architettura dell’edificio, privo di ogni struttura di tipo militare, viene totalmente improntata al “Principio Ottonario“. Durante il corso dei secoli furono molte le sue destinazioni d’uso, circostanze che hanno sempre più contribuito ad alimentarne il fascino insieme ai ripetuti richiami del numero 8 come il suo perimetro ottagonale, come otto sono le torri (ottagonali) che determinano gli spigoli; si tratta della figura intermedia tra il quadrato, simbolo della terra, e il cerchio, che rappresenta l’infinità del cielo, e quindi segnerebbe il “passaggio” dell’uno all’altro.

Privo dal punto di vista architettonico di elementi tipicamente militari e di fossati, posto in una posizione non strategica, in realtà l’edificio non fu probabilmente una fortezza. In ogni caso si rivela come un’opera architettonica grandiosa, sintesi di raffinate conoscenze matematiche, geometriche ed astronomiche. Il cortile orientato in modo da essere perfettamente illuminato durante gli equinozi e i solstizi forma un perfetto ottagono; otto sono le bifore gotiche, otto i grandi saloni. Alcuni studiosi hanno formulato l’idea che il castello e le sue sale, pur geometricamente perfette, fossero stati progettati per essere fruiti attraverso una sorta di “percorso” obbligato, probabilmente legato a criteri astronomici; mentre altri hanno letto, nelle sue austere geometrie, la “coppa” (non un calice) perfettamente modesta, simile a quella (il Graal) che secondo la leggenda ha raccolto e contiene il sacro sangue del Cristo morto in croce.

Secondo una corrente esoterica che risale ai primi tempi del Cristianesimo, l’8 è, infatti, il numero prediletto della divinità (“Chi nasce a nuova vita per volere del Cristo, si pone sotto il segno dell’8“) e, come tale, evocatore di mistici poteri. Simbologie e tecniche costruttive utilizzate nel Castello provengono – con molta probabilità – dal Medio Oriente, importate dai Cavalieri Teutonici, un ordine iniziatico con cui Federico II aveva stretti legami. Il Dio dell’Imperatore era probabilmente uno degli iniziati Sufi, che poteva essere contemporaneamente adorato da Ebrei, Cristiani e Islamici; forse, il vero obiettivo di Federico II, che morì scomunicato due volte nel 1250, era quello di trasformare il Castello in un centro di culto e di politica al tempo stesso, similmente alla mitica “Camelot” di Re Artù.

Nel 1988 un gruppo di studiosi italiani ha scoperto che le sue “divine” proporzioni celano, probabilmente, in una specie di codice segreto, le indicazioni per raggiungere una camera ancora inesplorata all’interno della Grande Piramide! La visita prosegue tra la magia di ambienti in cui si viene avvolti dal misterioso fascino, dalle essenze emanate dalle pietre che ancora profumano d’antico, scale a chiocciola che conducono negli angoli più bui e nascosti della fortezza, e poi… ancora tanta, ma propria tanta meraviglia che si rincorre di pietra in pietra, di arco in arco, di capitello in capitello, di volta in volta, fino a compiere un ciclo esatto di ricerca geometrica, di solida compattezza, proprio come la stessa fortezza riesce ad esprimere. Mentre fuori, all’esterno, le numerosissime scritte incise durante il corso dei secoli testimoniano la presenza per i tanti curiosi, turisti o semplici viandanti che di qui sono transitati…

Il mistero non è stato certamente svelato, anche perché non basterebbe una vita per decifrarne ogni centimetro quadrato di questa grande e possente meraviglia architettonica; ma sicuramente la nostra sete di conoscenza e approfondimento per tutto ciò che fa storia, arte e sapienza in questo nostro meraviglioso Sud, ha aggiunto un tassello in più che difficilmente si dimentica. Grazie germanico Hohenstaufen per le tue intuizioni, per il tuo vedere oltre… Sei riuscito a proiettare questo nostro meraviglioso Sud nell’immaginario collettivo di un millenario “melting-pot” fatto di razze, religioni, etnie, culture che da sempre si incrociano e si mescolano attraverso le rotte del Mediterraneo. (tratto dalla guida “ITALIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

“ROTA” di Mercato Sanseverino (SA) un antico Castello, a dominio di valli e a controllo… di antiche vie!

Capire le funzionalità di un castello, soprattutto di un maniero d’epoca medioevale risulta essere sempre una piacevole scoperta. Il “nostro” è posto a guardia e controllo di uno tra i più importanti crocevia dell’antichità, e di transiti per traffici commerciali ed eserciti: il poderoso Castello dei San Severino, che si erge sull’attuale centro di Mercato Sanseverino; un’autentica fortezza, un qualcosa di complesso e molto particolare.

E’ sempre stato considerato come uno tra i più importanti complessi monumentali di architettura militare dell’Italia meridionale (forse il secondo in Italia, per ampiezza e distribuzione degli ambienti)… Raggiungere le sue mura non comporta eccessivi sforzi, ma capire l’importanza di questa rocca, le strutture spazio-dimensionali, sia interne che esterne, ed inquadrandola nella distribuzione territoriale dell’epoca (tra il X e il XII secolo), è come scoprire le straordinarie vicende di chi, per secoli, si è alternato alla sua vita.

L’ampia distribuzione degli ambienti, così come si sono succeduti nel tempo, è un’alternanza e sovrapposizione di stili architettonici e strutturali composti da un originario nucleo di fondazione longobarda, a cui si sovrappone un secondo accostamento normanno ed un successivo ampliamento di un terzo nucleo svevo/angioino/aragonese. I Sanseverino furono una tra le più importanti (e potenti) famiglie del regno, secondi – per discendenza dinastica – solo ai regnanti aragonesi e fu per questo che, per i loro servigi resi al cospetto della corona, ebbero l’importante locazione posta a controllo dei territori che si sviluppano tra la storica via che collegava i “Due Principati” (quello di Benevento a nord, e quello di Salerno a sud) e quella proveniente – per mezzo del varco di Codola, da occidente – dalle terre della Pianura Campana ove scorreva la più antica arteria romana della Popilia.

Qui, fin dall’antichità, i Romani esigevano un pedaggio per il transito: il “Rotaticum“. Questa pratica, nel corso del tempo, fece divenire ben presto il “locus” come uno tra i nodi (collegamenti) principali per il commercio, a sud della “Caput Mundi“, proprio a ridosso tra l’antico tracciato della consolare Capua/Regium. La città che ebbe a svilupparsi lungo le pendici ai piedi delle sue mura e il nodo viario, trae la sua fondazione dal villaggio di origine conosciuto col toponimo di “ROTA” a cui si affiancò, successivamente, l’appellativo di “Mercato” proprio perchè qui, all’incrocio di queste due importanti arterie, avveniva un mercato che favoriva il commercio e lo scambio di merci che giungevano da più parti.

Giunti in prossimità del maniero, un originario muro di cinta esterno ed uno steccato immettono attraverso il varco d’ingresso nord-occidentale delle mura e subito compare quello che è l’ambiente più caratteristico di una fortezza medioevale: la Piazza d’Armi. A ridosso del mastio quadrato e sotto il secondo ingresso principale, quest’area veniva sicuramente utilizzata per le importanti operazioni militari di difesa e di attacco. Un perimetro interno viene caratterizzato da piccole “torrette” le quali accoglievano le installazioni di macchine da guerra coi caratteristici camminamenti di ronda, i quali ancora oggi conservano le merlature originali erette tra l’XI e il XII secolo.

Completano la bellezza dell’imponente struttura militare, la “cisterna” per la captazione dell’acqua con galleria interna; la Cappella gentilizia e la principale residenza dei signori.

Camminare tra queste antiche pietre, riporta alla mente i gloriosi fasti di leggendarie battaglie per il controllo ed il governo del territorio. Conoscere la storia di un territorio e tutto l’evolversi delle vicende che lo hanno contraddistinto è importante, e riuscire a testimoniare le sue peculiarità nel trasmette curiosità e stupore, non fa altro che incrementare quel gusto per la scoperta che è insita nella natura umana di ognuno. (tratto dalla guida “CAMPANIA ZAINO IN SPALLA” di©Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano & A. Perciato)

il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate. 6a tappa: Abbazia del Goleto, Lioni, Bosco della Difesa, Caposele, Santuario di San Gerardo Materdomini

Lasciati i silenzi meditativi dell’Abbazia del GOLETO, attraverso campagne e terreni coltivati, per una via interna a Sud si attraversano campi coltivati fino a raggiungere un bivio vicino alla SP 270; si prende a sinistra passando sotto il ponte e si raggiunge la SP 154. Di fronte scende un sentiero che sfiora un filare d’alberi, si volge a destra per campi di ortaggi vicino a una masseria fino a sbucare su una via interna. A sinistra c’è un bivio, si prende a destra attraversando l’area industriale e commerciale di Lioni; così facendo si evita il traffico veicolare che scorre sulla vicina SS 400. Giunti sulla Statale, senza prenderla, s’imbocca la carraia di fronte superando villette e case isolate che si alternano a depositi. Più avanti si è nuovamente sulla Statale, dopo aver superato – in successione – capannoni, case, negozi e villette, fino a giunge ancora sulla Statale.

Già si scorgono le prime case di LIONI (AV), località anch’essa molto colpita dalla tremenda onda tellurica. All’altezza di una rotatoria si sale a sinistra lungo Via Nittoli, superando un distributore e un cinema multisala, fino a una successiva rotatoria (Chiesa di S. Bernardino a sinistra). Completamente ricostruita Lioni ha visto la sua espansione urbanistica protendersi verso le periferie mentre il suo centro storico ruota, da sempre, tra la vivace Piazza San Rocco e la ricostruita chiesa di Santa Maria Assunta, degno esempio di uno splendido recupero architettonico che ha restituito ai posteri la loro amata chiesa; ciò che ricorda i tremendi giorni di 40 anni fa è il suo Campanile, rimasto miracolosamente intatto e per niente scalfito dalla potente scossa.

Continuando avanti per la SP 176 (Viale L. Da Vinci) c’è un’altra rotatoria che, a destra, continua per Via Medaglie D’Oro. Alla prima traversa a destra sulla Statale 400 fino a incontrare, dopo 30 metri a sinistra, una rampa di gradoni (Via Garofalo) che va a sbucare in Piazza V. Emanuele III; qui un leone in pietra fa bella mostra di sé davanti al Municipio, mentre il Campanile che svetta lassù in fondo è quello (unica parte originaria sopravvissuta alla distruzione) della ricostruita Chiesa di S. Maria Assunta a margine di Piazza della Vittoria. Si risale leggermente fino alla successiva Piazza S. Rocco che chiude poco più su. Alla prima traversa sulla destra, presso il Centro Polifunzionale “Pertini” e la locale ASL, si sbuca nella piazzetta A. Moro e si devia a destra per la traversa S. Rocco. Da qui si giunge in Piazza S. Carlo, volgendo a sinistra in lieve discesa si prosegue su Via Roma fino a incontrare, sulla sinistra, una piccola “edicola” votiva ricoperta da piastrelle in ceramica raffigurante S. Giuseppe; la via piega a destra e dopo pochi metri, presso una palazzina a due piani con un bel murales, si prende a sinistra su Via S. D’Acquisto e poi subito a destra su Via Napoli. Percorrendo quest’ultima fino in fondo si raggiunge nuovamente la SS 400.

Si esce fuori dal paese prendendo la strada che supera e attraversa la vecchia linea ferroviaria Avellino-Rocchetta-Candela e subito si penetra in un paesaggio agreste fatto di campi coltivati, stalle, masserie, ampie vedute panoramiche tra l’Ofanto e i monti e le numerose case coloniche che costellano un paesaggio bucolico davvero interessante. Superata la Statale si continua in avanti scendendo per la SP 368 (segnaletica per Laceno e Oppido); dopo il passaggio a livello (sempre aperto, senza sbarre ma fare sempre, e comunque, attenzione) si esce definitivamente da Lioni. Si passa sotto il ponte della SS 7 e si prosegue tra campi aperti, boschi e filari d’albero. Si attraversa Contrada S. Maria del Piano e senza mai lasciare la pista, si giunge a un incrocio. Si lascia la Provinciale che sale a destra e si devia a sinistra per campi coltivati e boschetti con ampie vedute paesaggistiche sui monti Picentini e i crinali della Valle dell’Ofanto. Presso un ponte con balaustre in ferro, a sinistra compare una bella (e antica) cappellina dedita al culto di S. Gerardo.

Si risale a destra attraverso paesaggi agresti di notevole bellezza; case sparse e masserie isolate determinano la skyline di orizzonti dall’atmosfera tipicamente rurale, mentre la via si sviluppa tra ombrose gallerie vegetazionali ed aerei tornanti lasciando spaziare lo sguardo lungo orizzonti che si perdono a vista d’occhio. Il rosso della terra argillosa, passando per il giallo (delle ginestre), fino al dorato dei campi di grano, sono la tavolozza dei colori in cui si rispecchia questa parte di territorio: Valle delle Mole. Presso un bivio ignorare la rampa che sale a sinistra e continuare a destra attraverso le case sparse di Masseria Ciccone. Raggiunti un copioso filare di querce, con vedute paesaggistiche sulla valle dell’Ofanto, si devia a destra (Contrada Bosco) per una via di crinale che scorre tra campi arati e frutteti; da qui si comincia a scorgere, verso Sud, l’alta Valle del Sele. Superati una casa isolata, per la prima deviazione si scende a sinistra attraverso il copioso manto forestale del Bosco della Difesa, in cui è possibile sostare al fresco presso l’area attrezzata (Bosco Difesa) con fontane e tavolati. Si continua lungo questa autentica galleria vegetazionale fino a sbucare (casa colonica sulla sinistra) presso un incrocio.

Da qui ora si scende (per Corso Europa) e si raggiunge CAPOSELE in Piazza Sanità; sulla destra si scende per Corso Europa fino a imboccare Via Roma (palazzina rossa con farmacia a destra). Tra le prime case a monte del borgo, nascono le famose sorgenti che alimentano uno tra i più interessanti corsi fluviali del sud: il Sele. Al successivo bivio si continua a destra sbucando in Largo Di Masi con la ricostruita Chiesa di S. Lorenzo Martire. Più avanti Vico Garibaldi scende a sinistra per Corso Garibaldi fino a quella casa rossa in fondo e a sinistra, per case ricostruite e tinte dai vivaci colori pastello, si giunge al Ponte sul fiume Sele. Appena superati il ponte sul fiume compare a destra un’antica fontana. Dalla fontana, per una casa con cinque croci, parte la rampa (inizialmente in cemento) che conduce, per un sentiero di fede (la Via Sacra) che – dopo ripetuti tornanti – termina proprio davanti al sagrato del poderoso Santuario di SAN GERARDO a MATERDOMINI (AV) concludendo questo Cammino… attraverso le “Terre Violate” (©Andrea Perciato)

(La parte descritta di questo itinerario, completo di illustrazioni, foto a colori scheda tecnica dettagliata e cartina completa del percorso, sono contenuti tra le pagine del libro/guida il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” di ©Andrea Perciato per le edizioni Viesse, Angri (SA) 2020. Per chi desidera ricevere il libro può farne richiesta scrivendo mail a: info.trekkingcampania@gmail.com o whatsapp 339.7456795)

il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate. 5a tappa: Cappella San Vito, Sant’Angelo dei Lombardi, Abbazia del Goleto

Dalla Cappella di S. VITO, verso occidente, parte in discesa la buona traccia di una pista sterrata che porta fin giù a una valletta in direzione di campi e radure erbose. A ridosso di quest’ultima si prende brevemente a destra, si aggira il boschetto e si comincia a salire attraverso distese di campi aperti. Col fondo della pista dal terreno sconnesso (con fango in inverno e polvere d’estate) e sfiorando, sulla sinistra, i pali dell’elettricità divelti dal vento, si risale fino a prendere, sempre a sinistra, la traccia di un sentiero in pietra che consente di tagliare, ed evitare, l’enorme curvone della carraia che piega in senso antiorario; questo sentiero sbuca proprio a ridosso dei ruderi abbandonati di case diroccate, antiche testimonianze di crolli e distruzioni risalenti al sisma.

Camminando tra vallette cespugliose, guadi e rivoli torrentizi appena accennati, piste (fangose dopo le piogge) e sterrati (polverosi durante la canicola), superando ciò che ancora resta – sparsi nelle campagne – delle mura diroccate di case coloniche (e abbandonate) in seguito alla scossa con ante di porte divelte, tetti crollati, solai sprofondati e terrazzini pensili. Senza mai lasciare questa via secondaria che più avanti diviene asfaltata, ed ignorando tutte le deviazioni e la successiva biforcazione a destra, si giunge alle porte di S. ANGELO dei LOMBARDI (tra i paesi più colpiti dal terremoto) proprio a ridosso dell’enorme traliccio della banda larga.

Salendo sulla destra per via Colagallina si raggiunge l’enorme slargo di Piazza F. De Sanctis col viale alberato e la fontana monumentale. Imboccati Via Roma si entra nel cuore del centro storico dell’antico borgo, oggi completamente ricostruito dopo il terremoto, con rifacimenti architettonici che hanno tenuto in considerazione della bellezza delle tipologie edilizie preesistenti. Continuando per Corso Vittorio Emanuele II si scende in direzione della Cattedrale di Sant’Antonio Martire e, proseguendo per via Caracciolo, si sfiora la facciata della Cattedrale fino a transitare per un portico sotto la Torre del Campanile della stessa e sbucare su uno spiazzo panoramico che si espande dal Castello Imperiali fino alla valle dell’Ofanto.

Qui, a differenza di altri centri distrutti, la ricostruzione si è mostrata molto più attenta che altrove nel riuscire a recuperare e rivalutare parti lapidee di antichi edifici dal glorioso passato che hanno fatto conoscere il borgo fin dal lontano Medioevo. Infatti, il cuore pulsante del suo centro antico è stato completamente recuperato lasciando inalterata la sua struttura urbanistica sapientemente inglobata nel reticolo topografico originale. Palazzine rimesse a nuovo, cortili recuperati, così come anche gli antichi portali e i lastricati di vicoli e rampe, basi di colonne e fregi di facciate storiche riposizionate come elementi decorativi più che strutturali. In un’insula all’interno del borgo è stato ricavato – dall’asportazione delle macerie di palazzine crollate – uno spazio ricreativo con arena all’aperto distribuito su più livelli degradanti; un portale ad arco inglobato nelle mura in pietra testimonia l’antico ingresso di una preesistente palazzina, unica traccia evidente del disastroso terremoto.

Dal sagrato della monumentale facciata dai vivaci colori della Cattedrale si prosegue in discesa per Via Belvedere fino al Borgo Piaggio (presenza di una bella fontana) e si guadagna Via Mura delle Monache. Sulla destra presso una casa con veranda in facciata, si scende a sinistra per una via secondaria fino a passare sotto la SP 279. Allo svincolo della Provinciale si volge subito a destra per una interpoderale che attraversa ampi campi coltivati fino a raggiunge una successiva strada. Prendendo ora a destra in lieve salita si è sulla SP 250. Qui, a 80 metri sulla sinistra presso una baracca in lamiera, si devia a destra fino a raggiungere la Strada Statale 400.

Superando quest’ultima, subito a sinistra si scende per una via interna (Contrada San Guglielmo), passando accanto al recinto di una centrale elettrica fino a sbucare su Via San Guglielmo. La vista di quattro tralicci determina il termine della quarta tappa del Cammino proprio sotto le poderose mura dell’Abbazia del GOLETO, splendido e suggestivo complesso monumentale religioso del XII secolo in cui ancora si respira un’aurea di misticismo, estasi e raccoglimento.

(La parte descritta di questo itinerario, completo di illustrazioni, foto a colori scheda tecnica dettagliata e cartina completa del percorso, sono contenuti tra le pagine del libro/guida il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” di ©Andrea Perciato per le edizioni Viesse, Angri (SA) 2020. Per chi desidera ricevere il libro può farne richiesta scrivendo mail a: info.trekkingcampania@gmail.com o whatsapp 339.7456795)

il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” attraverso le Terre Violate. 4a tappa: Conza della Campania, cappella San Vito di Sant’Angelo

Il luogo ove sorge la moderna CONZA della CAMPANIA nel corso degli ultimi anni, soprattutto durante la ricostruzione post-sismica, è stato studiato da numerosi gruppi di studiosi di architettura e di urbanistica sul come si è evoluta l’espansione urbana del paese nata (e progettata) ex-novo. Dalla bianca scultura marmorea posta al centro della rotatoria di Conza della Campania si transita per il Corso 23 novembre 1980 superando in successione la chiesa, una seconda scultura e una successiva rotatoria. Proseguendo lungo il corso principale verso N, si supera il locale cimitero e si confluisce su una via secondaria; dopo circa 150 metri alla destra c’è un altro bivio con rotatoria.

Ignorando la via che sale a destra, e che conduce a ciò che resta del vecchio paese, si prende a sinistra passando sotto un ponte; lassù in alto prospetta le facciate crollate, òesionate e i ruderi sparsi di ciò che ancora resta dell’antico abitato di “Compsa”. La via prosegue incassata, quasi come una trincea, tra alti muraglioni in cemento lasciando Conza alle spalle. Un lungo ponte di circa 800 metri supera l’alveo del fiume Ofanto generato dalle chiuse della diga che si scorge a sinistra; quel caseggiato lassù in alto sulla rupe a forma “piramidale” sulla destra è Cairano. Un enorme curvone piega a sinistra fino a un bivio determinato da un isolato platano.

Lasciando Conza alle spalle si viene completamente avvolti dalla bellezza paesaggistica di quel curioso slang toponomastico molto usato in questa zona della Campania, meglio conosciuto come la “verde Irpinia”. Si continua a sinistra e appena superati lo svalicamento della diga compare un paesaggio di straordinaria bellezza, quasi bucolico, determinato dallo specchio lacustre (lago di Conza) generato dalla diga.

Tutt’intorno ovunque lo sguardo cattura l’orizzonte si rincorrono una interminabile successione di crinali prativi intervallati da estesi campi di frumento; giù in basso il ponte della ferrovia (Avellino-Rocchetta S.Antonio, Lacedonia) oggi in disuso. A un incrocio si devia a destra e raggiunte due case isolate, con le dovute accortezze (chiedere cortesia di transito) si prosegue attraverso campi arati verso N fino a sbucare presso altre case; qui la pista principale volge a destra risalendo per sparsi villaggi, mentre il cammino riprende a sinistra seguendo per una carraia fino a raggiungere una successiva biforcazione.

Campi di grano e di frumentacee che si perdono a vista d’occhio lungo le dolci ondulazioni di rilievi appena accennati, senza che alcun rumore si percepisca da lontano se non quello del trattore che scorre su e giù per i crinali a sistemare il terreno per le nuove semine; solitari casali distribuiti tra i campi, nuove villette realizzate durante la ricostruzione, isolate masserie con animali da cortile che vagano liberamente tra l’aia e il fienile, attrezzi per l’agricoltura e il lavoro nei campi disseminati un po’ in giro dappertutto. Continuando a destra la sterrata attraversa estesi coltivi distribuiti lungo i declivi della valle tra alberi isolati e campi di graminacee.

Senza scendere oltre al primo incrocio si volge a destra risalendo per un sentiero che attraversa una macchia boschiva e che sfocia su una polverosa sterrata. Al primo incrocio, nel bel mezzo di uno sconfinato orizzonte di crinali prativi che si alternano a campi coltivati, si continua in avanti verso W. Tra frutteti e vigneti la pista continua attraverso le case sparse di Contrada Borraccielli. Il successivo incrocio supera la via principale e risale – sempre verso W per masserie isolate – fino al successivo incrocio con altra strada (baracca in lamiera sulla destra). Senza esitare si continua in avanti per la discesa in Contrada Case Mariani.

E poi ancora recinzioni e filari di vigneti, uliveti da curare e orti da zappare, sono tutte le “cartoline” di un mondo agricolo e contadino che contraddistinguono questa parte di paesaggio splendidamente incorniciata dagli argentei riflessi delle acque del lago di Conza. Continuando sempre verso ponente tra vigneti, campi arati e casette sparse, superando le contrade di Orcomone e la successiva Arcoli si giunge – in direzione W – fino a un bivio. Si continua a scendere a destra per poi risalire fino a portarsi sulla SP 150 che giunge da destra. Si continua ora a sinistra salendo fino a raggiungere la SP 102 proprio sotto l’abitato di Morra De Sanctis.

Si prende a sinistra e, per una carraia che scende a sinistra da questa (evitando il lungo tornante), si sbuca nuovamente sulla Provinciale prendendo lo stradello di fronte che mena attraverso campagne. Raggiunti quella casa visibile sul fondo, alla sua destra compare un sentiero che attraversa prima un boschetto e poi radure sistemati a coltivi, fino a sbucare su una carraia.

Un piacevole saliscendi che ci porta a raggiungere la borgata di SAN VITO (AV) con l’omonima (e antica) chiesa, dai cui secolari cipressi s’apre una terrazza panoramica di inaudita bellezza sullo specchio lacustre del Conza che, si ricorda, raccoglie (e imbriglia) le acque del fiume Ofanto. Dalla Chiesa di San Vito Martire s’aprono ampie vedute paesaggistiche che spaziano sul lago di Conza e la valle dell’Ofanto.

(La parte descritta di questo itinerario, completo di illustrazioni, foto a colori scheda tecnica dettagliata e cartina completa del percorso, sono contenuti tra le pagine del libro/guida il “CAMMINO dell’ARCOBALENO” di ©Andrea Perciato per le edizioni Viesse, Angri (SA) 2020. Per chi desidera ricevere il libro può farne richiesta scrivendo mail a: info.trekkingcampania@gmail.com o whatsapp 339.7456795)