Il “SENTIERO dell’AMORE” (Cinque Terre, SP), un’intensa tavolozza di colori sospesa tra cielo e mare!

Il blu del mare che bagna la Liguria non è un blu normale; esso è uno dei mari più belli d’Italia ed assume particolari colorazioni lungo tutta la fascia costiera da levante a ponente, una lunga costa che si alterna tra spiagge ciottolose e strapiombanti rocce, una intensa e fitta macchia che accoglie i mille colori pastello dei tanti paesi e dei borghi distribuiti sapientemente su un territorio complesso ma estremamente orgoglioso delle proprie tradizioni contadine e marinare.

Il “SENTIERO dell’AMORE” è una stupenda passeggiata, molto spettacolare ed unica nel suo genere, quasi come un incredibile gioiello che si lascia ammirare in tutta la sua bellezza. Un’alternanza di profumi ed essenze aromatiche riconoscibili lungo i declivi collinari che ora precipitano a mare con zone brulle o assolate, o che riflettono gli argentei uliveti che risalgono verso i ripidi tornanti dell’Appennino. Splendidi scorci panoramici sulle aspre scogliere, soprattutto durante il tramonto, il sentiero fa parte del complesso sistema dei sentieri e tracciati che serpeggiano lungo le dorsali del Parco Nazionale delle Cinque Terre, attraverso cammini, caruggi, viottoli, piste e sentieri che si distribuiscono lungo percorsi sospesi tra cielo e mare, fra terrazzamenti proiettati sul mare, riviere copiose di fiori, paesi ricchi di fascino, di storia, di colori,di tradizioni, di profumi e di spirituale accoglienza.

La “Via (o Sentiero) dell’Amore” – chiusa dal 2012 e non più praticabile per una frana che ha fatto scivolare placche rocciose – è un suggestivo percorso ricco di scorci mozzafiato, lungo una stradina pedonale che si affaccia, per un’altezza di oltre 30 metri, a picco sul mare. Purtroppo, a tutt’oggi, non è ancora possibile percorrerlo, è impraticabile e resta chiuso per tutta la sua interezza, un divieto messo in atto per cause burocratiche riguardanti la messa in sicurezza di tale percorso, dopo che le frane, anni fa, hanno spazzato se non – addirittura – cancellato via alcuni tratti. Solo da Manarola, azzardando un po’, è possibile percorrerlo per circa 200 metri, poi… più nulla, interdetto! Ciò che scoraggia e delude gli amanti della natura e delle bellissime camminate è la percezione che intorno alla vicenda ci sia ancora molto pressappochismo sulla sua eventuale riapertura ad una frequentazione pubblica; e si paga anche un biglietto d’ingresso! (di ©Andrea Perciato)

Valle della Caccia (Senerchia, AV): sinfonie della natura Picentina!

Se i monti Picentini sono il “Paradiso Verde” dell’Appennino Campano, allora questa valle ne determina il suo cuore pulsante, la sua parte più viva, quella autenticamente più vera. Nascosta in un angolo dell’alta Valle del fiume Sele, al confine tra le province di Salerno e Avellino, lungo la sua destra orografica e al margine delle boscose pendici orientali delle montagne picentine (monte della Croce 1530 m a N e monte La Picciola ad W) questa valle, racchiusa tra le alte cime di irte pareti rocciose, presenta scenari paesaggistici e ambientali davvero unici, incredibili, fantastici; quasi come se fosse una sorta di “laboratorio” della natura a cielo aperto ove tutte le specie della flora e della fauna diventano i protagonisti assoluti di una scena che si ripete dalla notte dei tempi. In questo angolo di Eden naturalistico si riscontrano tutte le sfumature monocromatiche del verde, dal più intenso e cupo dei boschi allo smeraldino delle acque di ruscelli e cascate.

Qui i profumi si intrecciano seguendo il ciclo e l’alternarsi delle stagioni; e mentre il senso dell’olfatto corre alla ricerca di quelli più intensi (tra specie arboree, fiori e macchia), l’altro senso della vista riesce a cogliere la presenza di animali che, in altri luoghi di queste montagne, difficilmente si fanno scorgere (anfibi, rettili e volatili su tutti). Rettili, anfibi, volpi e faine dominano la zona, mentre rara è divenuta la presenza del gatto selvatico, della lontra e della lepre. Ma l’apoteosi dei sensi riesce a raggiungere il culmine per mezzo dell’udito che va alla continua ricerca dei ritmi scanditi dal rigoglio delle cristalline acque delle decine di rivoli e cascatelle che s’aprono la strada tra salti di rocce e strapiombi muschiati. Fin dall’antichità tutto ciò che ricadeva all’interno in questa valle erano possedimenti feudali che appartenevano ai signori Marchesi di Senerchia, i quali ne avevano fatto il loro territorio privilegiato per la caccia alla selvaggina che qui era abbondante; mentre durante il periodo del brigantaggio questi impervi territori, ben lontani e nascosti dalle più importanti vie di comunicazione di un tempo, davano sicuro rifugio ai componenti delle numerose bande che operavano tra questi monti e le aspre selve della vicina Lucania.

Il sentiero che conduce all’interno della valle è stato sapientemente attrezzato dalla mano dell’uomo già fin dall’ingresso per mezzo di ponti, passerelle, passamani, tettoie, bacheche, edicole e gazebo tutti rigorosamente in legno e realizzati grazie all’impegno profuso dal WWF che di quest’Oasi ne ha fatto un fiore all’occhiello sia per la protezione che per la salvaguardia. Due sono gli elementi presenti in natura che si evidenziano su tutto all’interno di quest’area protetta: l’acqua, in tutte le sue più svariate forme tra fonti, sorgenti, ruscelli e cascate e il particolare manto vegetazionale; mentre il silenzio, romantico elemento di riflessione e raccoglimento, regna sovrano e copre in un alone di arcano mistero ogni cosa “viva” o apparentemente inerme.

Camminare all’interno di quest’Oasi è come immergersi in un particolare tempio della natura, al cospetto – forse – del dio Giano, oppure essere gli involontari protagonisti di qualche burla dei folletti dei boschi (elfi e troll su tutti) che qui sembrano “davvero” di casa. I sentieri s’inerpicano sempre più in alto e si restringono a tal punto che la vegetazione lungo i bordi sembra quasi creare una cortina impenetrabile; rocce a stra-piombo che sfidano ogni regola di gravità incombono in alto sulle nostre teste e spesso racchiudono la volta celeste lasciando filtrare qualche lembo di cielo. Seguendo il naturale acclivio orografico che si addentra all’interno della valle, il percorso compie la sua logica conclusione in direzione della cascata.

Volgendo lo sguardo sulle rocce in alto il pino nero estende le sue ramificazioni su ogni cosa, tra rocce a picco e pendii mozzafiato, mentre angoli spesso nascosti preservano decine di particolari specie floreali tra cui le orchidee e l’erica che fanno da platea arborea alle più folte boscaglie di acero. Poco più su a destra compare l’antro ipogeo della Grotta del muschio, continuo richiamo per le esplorazioni speleologiche provenienti da ogni dove. L’impetuoso fragore della cascata che – determinando il naturale culmine della vallata – spumeggia tra le rocce, scorre a strapiombo scaraventando la sua portata di acque ad alimentare il torrente Acqua Bianca; un ponticello in legno che le sta di fronte permette di ammirarne tutta la sua superba e straordinaria bellezza. Per qualche istante liberiamo le nostre menti da qualsiasi ingombro mnemonico e assistiamo da partecipi spettatori a questa incredibile rappresentazione di Gaia! (di ©Andrea Perciato)

Lubiana/Ljubliana (SLOVENIA)… Crocevia della mitteleuropa e “Capitale Verde” d’Europa 2016

LJUBLIANA è la capitale di una bel territorio – la SLOVENIA – incastrato all’apice della regione balcanica e che sorge tra le Alpi e l’Adriatico, nella conca in cui confluiscono i fiumi Sava e Ljubljanica. La sua capitale LUBIANA è una una bellissima città, un crocevia di culture ove, per tradizione, da sempre si respira aria di mitteleuropea. Lubiana ha tutto quello che vantano le più importanti e moderne capitali, ma nel tempo è riuscita a conservare quell’atmosfera cordiale e rilassata di una località piccola che riesce sempre sorprendere e che ha fatto dell’ospitalità e dell’accoglienza un suo fiore all’occhiello.

Il carattere di Lubiana viene definito da due attributi diversi che si complementano in modo felice e originale. Anche se la città è famosa per il suo patrimonio storico, artistico, culturale e tradizionale, essa è una città relativamente giovane (l’età media dei suoi abitanti oscilla intorno ai 30 anni), con un ritmo di vita moderno ed estremamente vivace. Lubiana è stata la Capitale Verde d’Europa per il 2016 ed è stata, orgogliosamente destinataria, del premio Tourism For Tomorrow 2015, praticamente una città dall’anima totalmente verde. La città eccelle per l’elevata sensibilità ambientale che le ha permesso di riuscire a conservare quel suo particolare aspetto city-green.

Il “Sentiero delle Rimembranze e della Solidarietà” che circonda Lubiana, unisce la devozione del popolo che la abita al modo di vivere sano ed alla conservazione della memoria storica. Il sentiero ricreativo, lungo 35 chilometri, si snoda sul trac-ciato dell’antica recinzione militare con filo spinato risalente alla Seconda Guerra Mondiale. Il ponte centrale in pietra del Tromostovje (Triplice ponte) costruito nel 1842 sostituisce il precedente ponte ligneo d’origine medievale, collocato in un luogo strategicamente importante nel cuore della città dato che collegava, ed in cui convergevano, le principali direttrici dei paesi dell’Europa occidentale con i Balcani e/o l’Europa sudorientale.

Il Tromostovje è il punto chiave nel quale si intersecano i due principali assi urbani: quello acquatico e l’altro che collega il colle del Rožnik con la collina da cui si erge il Castello (Ljubljanski grad). Il Ponte dei Draghi (Zmajski most), decorato dalle famose sculture in ferro dei “draghi”, rappresenta una delle immagini “cartolina” più famose di Lubiana. Chi non si è fatto fotografare con uno dei draghi del Ponte dei Draghi, non ha veramente visitato Lubiana. Le sculture dei draghi, che sono un po’ agghiaccianti, incutono timore e sembrano essere quasi reali (per chi crede che i draghi possano essere veri), sono un’autentica opera d’arte che scatena la fantasia e l’immaginazione sia degli abitanti che degli ospiti in visita alla città, dal giorno in cui lo stesso ponte fu eretto. Il ponte è anche, e soprattutto, un’opera d’ingegneria e architettonica creativa unica nel suo genere. Viene considerato monumento tecnico e creazione di spicco dell’architettura in stile “Sezession” a cavallo del XIX e XX secolo.

Lubiana val davvero la pena di un soggiorno, odi poter essere intersecata in alcuni dei più bei trekking che attraversano la regione balcanica, per ammirarne le bellezze della città, per entrare nelle sue botteghe botteghe, per entusiasmarsi della sua vivace gioventù (sede di importante Università), per godere della sua aria salubre e serena, per lasciarsi coinvolgere nelle atmosfere festanti dei suoi locali che sfiorano le sponde fluviali, per gustare dei sapori dei suoi tipici prodotti locali, per immergersi nella sua storia e nella sua cultura, senza tralasciare di esplorare i suoi spettacolari dintorni… (di ©Andrea Perciato)

“Tratturi” abruzzesi, le autostrade verdi dell’Appennino

La libertà di andare oltre… senza confini di tempo e di spazio, dove gli orizzonti non sono mai uguali e dove i tramonti restituiscono arcane sensazioni di fascino, di mistero, di ancestrale e curiosità…

Un affascinante viaggio attraverso il cuore dell’Abruzzo seguendo le tracce di pastori e greggi transumanti. Incamminarsi lungo uno dei più famosi “tratturi” che i pastori percorrevano conducendo le greggi dall’Appennino (Pescasseroli) fino al Tavoliere in Puglia (Candela) e che negli ultimi tempi è stato in parte recuperato e, soprattutto, riconosciuto come Patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Quella del tratturo (“Regio”) è una traccia che sfiora spettacolari balconate panoramiche, gli scarponi che si alternano – senza interruzione – ora sul verde prato, ora sulla nuda roccia: ha inizio così il fascino di una intrigante avventura attraverso irreali e muti paesaggi d’alta montagna fatta cieli tersi sfiorati dal vento e che si perdono all’infinito, senza confini, oltre ogni possibile orizzonte.

Dalle rupi appenniniche, passando per le aspre e possenti giogaie della Marsica, le nude creste del Gran Sasso fino alle incantevoli dorsali della Majella e gli intensi profumi della macchia mediterranea. In tutti questi anni pensavo di conoscere l’Abruzzo ma mai prima di averne percorso, in lungo e in largo, i sentieri, i valichi e i passi che s’aprono attraverso le selvagge montagne della valle del Sagittario, di Scanno, del Passo Godi, della Marsica, di Pescasseroli, di Opi, di Barrea

Mai prima d’ora ero riuscito ad entrare così profondamente in contatto con questo splendido patrimonio ambientale come quello determinato dai “tratturi”, non solo intriso di una natura che rende viva questa parte paesaggistica dell’Abruzzo più interno ma vissuto, in tutta la sua magnificenza, soprattutto per i suoi aspetti storici e culturali, fatto di ampi panorami e di gente vera, autentica… disponibile! (di ©Andrea Perciato)

Altavilla Silentina (SA) tra vestigia storiche e paesaggi rurali…

Altavilla Silentina sorge poco sotto un’altura intensamente coltivata ad ulivo che domina tutta la pianura segnata dalla valle del fiume Sele, quasi un baluardo occidentale della balconata dei monti Alburni, divisa dal paese per la larga curva solcata dalle acque del fiume Calore che va ad immettersi nel ben più grosso Sele. Famosa per le sue vestigia storiche, risalenti all’epoca Normanna, Altavilla Silentina rappresenta anche un formidabile punto di osservazione con una splendida sky-line che s’apre sull’intero golfo di Salerno e i territori dell’interno. Questo agglomerato urbano, di sicura matrice altomedioevale, basa la propria economia principalmente sulle attività e le produzioni agricole (frutteti, uliveti, vigneti) e lattiero-casearie.

L’abitato altavillese (m 273) domina un territorio collinare caratterizzato da ampie zone coltivate ad ulivi, case coloniche e masserie sparse a carattere rurale. Il circondario di Altavilla Silentina è interamente circondato dai confini del Parco Nazionale del Cilento, Val Diano e Alburni; quasi una terrazza panoramica che, estendendosi, si pone come un baluardo a controllo delle anse fluviali del Sele che accolgono le acque del Calore, nel punto dove questi due fiumi si incontrano. In questa area a vocazione agricola – teatro durante l’ultimo conflitto mondiale di aspri scontri tra gli americani e i tedeschi – si allevano, da secoli, le bufale.

Girovagando per il suo circondario si possono effettuare numerose escursioni che si spingono fin oltre i crinali ulivati, lì dove il vento è la dominante costante e dove la presenza di pale eoliche tramuta la sua forza in energia. Allontanandosi dal centro di Altavilla, si raggiunge l’estrema periferia ove giace il locale cimitero, mentre sulla sinistra una ripida salita conduce presso un antico casolare posto (m 424) a sinistra in cima ad una panoramica collina; quassù c’è una stele commemorativa (Monumento ai caduti di Quota 424) che ricorda la cruenta battaglia tra i soldati tedeschi e americani qui avvenuta tra i campi di grano e gli uliveti di Piano delle Rose, naturale scenario di una tra i più aspri scontri a poche ore dallo sbarco degli Alleati in Italia nel settembre 1943 ma queste legate allo sbarco (in codice Avalanche Operation), sono storie che vi racconterò in seguito…! (di ©Andrea Perciato)

Andar per laghi nel cuore del Lazio. A spasso tra il SALTO e il TURANO (RI)

Ci troviamo al cospetto di due belli, incredibili e rilassanti specchi lacustri (invasi artificiali) nella splendida cornice dei territori – ora aspri, ora montuosi – del medio Appennino Laziale, in provincia di Rieti; cornici ambientali che risaltano – per bellezza degli scorci paesaggistici e le suggestioni offerte da una natura ancora intatta ed incontaminata – i due bacini lacustri del lago SALTO e lago del TURANO.

Terra ospitale e mai banale, questa dell’alto reatino, raccolta in questa cornice paesaggistica fatta di montagne dal copioso manto boschivo, rilievi che si alternano a profondi valloni che nascondono numerosi corsi d’acqua tra ruscelli e piccole cascate. I due invasi sono divisi dalla selvaggia mole caratterizzata dai rilievi montuosi del Nevagna e del Cervia, le cui pendici accolgono ricche macchie di faggete e castagneti ed ospitano popolazioni di diverse specie di avifauna degna di tutto rispetto.

Territori e popolazioni, queste, da sempre ben lontane dalle grosse vie di comunicazione, che affondano le proprie radici attraverso una cultura millenaria agro silvo-pastorale e contadina tramandate da generazioni di pastori, mandriani, boscaioli, taglialegna, carbonai… briganti! Ovunque si cammini, tra le sponde dei laghi fino a raggiungere luoghi impervi a dominio di cieli tersi e orizzonti che si espandono oltre l’immenso, è possibile ammirare un paesaggio completamente avvolto dal verde dei boschi, dall’azzurro del cielo e dagli argentei riflessi delle acque lacustri.

Incontaminati ambienti naturali – fatti di acque e di verde – che vengono esaltati dalle luci riflesse del sole durante l’arco del giorno e che riescono ad offrire scorci di rara bellezza, meta preferita e sempre più ricercata dagli escursionisti, dai trekker e dagli amanti della natura e delle attività outdoor che qui, più che altrove, riescono a vivere e trovare – anche se per poche ore – autentici valori della cultura dell’accoglienza, per la salvaguardia del territorio e di tutte le valenze (come ospitalità, buona cucina, prodotti genuini, artigianato…)  che in esso ricadono e che qui, da sempre, hanno buoni motivi per rinnovarsi! (di ©Andrea Perciato)

da MONTALCINO a S. ANTIMO (Val d’Orcia, SI, Toscana)…

Qui ospitalità e accoglienza sono valori radicati nel tempo! Se non ci siete mai sati, trovate il tempo di andarci a camminare; ne vale davvero la pena… credetemi!

Ritrovarsi ai piedi della splendida rocca medioevale della fortezza di Montalcino (patria del rinomato “brunello“), massima esaltazione dell’architettura militare dell’alto Medioevo, col Palazzo dei Priori e il loggiato… tutto ciò esalta l’autentico spirito di quella terra chiamata Toscana, tutto ciò è quell’incredibile contenitore di sorprese ed emozioni che possono essere vissute solo toccando questi luoghi con un trekking (o, se volete, un cammino) itinerante.

Muovendosi dai bastioni della Rocca di Montalcino ci si porta subito verso la zona dei famosissimi vigneti. La Val d’Orcia è una terra ove i sensi esplodono in tutta la loro estasi; qui il tempo determina gli spazi e l’esaltazione dei sensi, tramutandoli prima in sentimento e, successivamente, in ammirazione; qui, in val d’Orcia, ovunque sia possibile volgere lo sguardo, si apre una natura che riesce ad accoglierti e – trasformandosi nella tua momentanea casa – determinano l’origine e la creazione della filosofia dell’ospitalità e dell’accoglienza.

Durante questo tratto iniziale della tappa si attraversano luoghi modellati dal genio delle mani dell’uomo: i rinomati vigneti. Qui il vignaiolo, che sia egli artista o contadino, riescono a tramutare dai campi alle tavole, dai vitigni ai calici, vere e proprie “alchimie di sapori” tramutandole in autentici capolavori di gusto, benessere e di stili di vita. Tra ampi orizzonti e campi estesi che si perdono oltre l’orizzonte si superano antiche cascine e casali determinate dai filari dei cipressi ove il profumo d’antico s’insinua attraverso ogni pietra, serpeggia lungo i filari sistemati a “festoni” e supera vallete solcate dai basoli di cammini e antiche vie oggi dimenticate dal tempo. Così, superato l’antico “casale” di Tolli, ha inizio una lunga discesa che scorre attraverso boschi intrisi dalla macchia mediterranea, fino a sbucare in una splendida cornice paesaggistica caratterizzata dalla presenza della suggestiva pieve, edificata tutta in pietra calcarea, dedicata al culto di Sant’Antimo.

Un giardino posto all’ingresso viene caratterizzato da secolari uliveti che invitano a una sosta meditativa, mentre da lontano giunge l’eco di musiche antiche che esaltano lo spirito ed elevano l’animo alla contemplazione. Varcati il suo bellissimo portale in pietra tutto finemente decorato, si penetra in un luogo che ci proietta indietro nel tempo, attraverso un arcano silenzio ove tutto contribuisce all’elevazione di canti preghiere, il tutto accompagnato dalle melodiose litanie di canti e cori: gli affreschi, le sculture, le statue e le note dei canti gregoriani che rieccheggian da una navata all’altra della suggestiva abbazia di Sant’Antimo, la cui costruzione viene attribuita a Carlo Magno quando egli si recò in pellegrinaggio a Roma dal Papa per chiedere intercessione a Dio di far cessare la pestilenza. Tutti elementi, questi, che lasciano facilmente intuire che qui, il Medioevo, ha davvero lasciato indelebili tracce della sua epopea… ovunque i nostri occhi posano lo sguardo! (di ©Andrea Perciato)

“CASA HYRTA” (borgo di Caserta vecchia), lì dove sopravvive il Medioevo

Uno dei borghi medioevali meglio “conservati” dell’intero meridione italiano, ed uno dei luoghi di interesse storico-artistico più visitati della Regione Campania. Questo è il quadro ambientale che offre l’antico abitato di Caserta Vecchia (CASA HIRTA), borgo in cui si rincorrono e si mescolano stili decorativi (motivi siculo-arabo) e silenziose armonie che rievocano arcaiche suggestioni. Per conoscere più da vicino la bellezza di queste “insolite” forme di un paesaggio medioevale, unico nel suo genere (la Cattedrale, la Piazza, le Torri, il Castello, i portali, i Campanili, i cortili e i vicoli acciottolati), in cui prevalgono tutte le tonalità cromatiche del tufo, propongo un itinerario che, partendo dall’estrema periferia nordorientale della città “carolina”, immediatamente alle spalle dell’immenso Parco Reale, conduce attraverso un immaginario “viaggio” a ritroso nel tempo, nei pressi della pineta, sotto i ruderi del Castello. Siamo nella zona denominata “Maddalena” ove, in epoche remote vi era il “Foro” e vi si svolgeva la vita pubblica del borgo (sentenze, leggi, decreti, mercati, ecc.).

I monti Tifatini sono quelle brulle alture tondeggianti (non troppo elevate) che fanno da corona all’abitato della città di Caserta “nuova” con la sua monumentale Reggia borbonica  ed il suo immenso Parco. Un ambiente questo, che viene caratterizzato dalla presenza, lungo le falde di questi monti, di borgate e paesi distribuiti a ventaglio sulla linea dell’orizzonte e che cingono, come una invisibile cortina, la città regia. Pievi e caseggiati, che dalle estreme alture come Caserta Vecchia, testimoniano con la loro “vetusta” presenza che, anteriormente alla venuta dei sovrani Borbonici, questi territori già erano popolati fin dall’antichità (epoca longobarda) ed avevano un assetto distributivo molto diverso da quello che noi oggi conosciamo. Incursioni saracene, guerre, invasioni barbariche, eserciti stranieri, pestilenze ed epidemie, generarono il degrado e l’abbandono delle campagne di fondovalle, costringendo le popolazioni a trovare rifugio sulle vicine alture, dando così vita a nuovi insediamenti fortificati.

Grosso modo, così ebbe inizio la storia di CASA HYRTA, una città feudale tutta stretta e raccolta entro la sua cerchia di mura. Piccoli nuclei di famiglie contadine avevano caratterizzato, con la loro presenza, insoliti luoghi d’insediamento come: alture isolate, balconate montuose, vallate fluviali, punti cruciali di tratturi che “disegnavano” il territorio. Ed è in questi punti che sistemarono i loro primi ripari (case in pietra a secco o capanne in legno e paglia), alloggi di fortuna molto semplici, essenziali, senz’altro funzionali per quei tempi. Quando giunsero tempi migliori, periodi lontani da guerre, da carestie e da epidemie, non v’era più necessità di alloggiare all’interno delle fortificazioni. Fu allora che queste famiglie, trasformarono nuovamente l’assetto del territorio, andando a migliorare quei primi ripari per renderli costruzioni stabili in grado di durare nel tempo. Sorsero, in aggiunta a questi agglomerati, anche cappelle e chiesine che riaffermarono una presenza “sacra” determinando, molte volte, anche il nome del luogo stesso.

Fu così allora che sorsero casali e borgate, luoghi che via via andavano ad assumere, o indicazioni d’origine longobarda (Puccianiello, Sala, ecc.), o toponimi che furono determinati dalla morfologia dei luoghi (Piedimonte, Tuoro, ecc.), oppure nomi testimoniati dalla presenza di una figura “Santa” (come San Benedetto, San Clemente, ecc.).

Il Medioevo caratterizzò definitivamente il paesaggio urbano delle campagne del casertano determinando, così, la città fortificata sulle alture e una miriade di borgate, casali e villaggi rurali sparsi nell’immenso territorio della sottostante pianura di Terra di Lavoro. Questi villaggi pedemontani andavano pian piano popolandosi, sviluppando precise direttrici di trasferimento a valle determinate dalle molte famiglie che preferirono abbandonare il borgo fortificato di Casa Hirta, ritenendolo non più sufficiente a garantire i bisogni e le necessità di una vita sociale ormai in continua trasformazione, preferendo così stabilirsi vicino alle più importanti vie di traffico (collegamenti, merci, ecc.) che divenivano, nel corso dei secoli, sicuri punti di riferimento per gli sviluppi e gli interessi socioeconomici di questo vasto territorio. Queste “direttrici di spostamento” verso la pianura e le vallate durarono diversi secoli, alternandosi a floridi periodi di sviluppo sociale, economico e demografico, a periodi di stragi determinate da carestie e micidiali epidemie (come la peste).

Finalmente si giunge sotto le antiche mura che cingono lo splendido borgo medioevale di CASERTA VECCHIA. Il borgo ha preservato in definitiva, quell’antico fascino fatto di luci, armonie, colori e silenzi, giunto “straordinariamente” così intatto fino ad oggi. Il continuo mescolarsi della storia tramandata per secoli ed il presente, sono (forse) le caratteristiche primarie che determinano la principale bellezza dell’antico abitato di Caserta. Emozioni che lasciano scoprire a ogni istante, tra gli archi, i portali in legno, gli antichi battenti, le cancellate in ferro, gli infiniti “sedili” in marmo e le pietre di tufo che sporgono ad ogni angolo dalle mura delle case con le tante iscrizioni marmoree che riscrivono le vicende del borgo; che tutti questi elementi, sono solo alcuni piccoli scorci di storia che testimoniano, con l’essenza dei suoi profumi che sanno d’antico e che si palpano ad ogni angolo nascosto, in ogni vicolo, cortile, chiesa o cappella, quei forti valori ambientali e quell’architettura rurale che esprime ed esalta un particolare periodo storico che qui ha avuto il suo massimo splendore: il Medioevo.

L’itinerario proposto effettua un periplo attraversando i luoghi più belli e significativi dell’antica “CASA HYRTA”. Dirigendoci verso destra, raggiungiamo una leggera salita a gradoni che, dolcemente, attraversa una bellissima pineta. Al culmine di questa, si para l’enorme mastio del Castello, unica struttura superstite di una fortificazione che in origine aveva 6 torri e che dominava, a occidente, la pianura campana mentre a oriente, il corso fluviale del basso Volturno; il tutto inserito in una perimetrazione muraria che cingeva l’antico abitato sviluppato dall’alto di un colle e proteso lungo la sassaia del monte Virgo. L’antico maniero domina dall’alto di una conca ove si scorgono in lontananza, verso NE, i villaggi di Pozzovetere e Sommana. Racconta una leggenda locale che nei sotterranei di questa roccaforte sia nascosta, entro le fondamenta delle sue possenti mura, una chioccia con sei pulcini tutti forgiati nell’oro.

Appena entrati nel borgo si varcano i portali in pietra prospicienti la via principale, e si assapora, immediatamente, quel fascino antico e quell’atmosfera del borgo medioevale, con portali in legno, fregi e stemmi in pietra, piccole volte che attraversano e scavalcano i silenziosi vicoli. E il silenzio, importante caratteristica che determina il ritmo delle ore trascorse, sembra scivolare via. Un tempo scandito da minuziosi particolari, dal gusto dell’essenzialità, e che mostra affetto verso le minuscole cose e che riflette il ritmo dei passi sui selciati di pietra.

Alcuni storici definiscono il colle, ove oggi c’è il borgo di Caserta Vecchia, il luogo ove già esistevano i ruderi di SATICULA, una cittadina eretta dai Sanniti e che di certo già c’era in quelle zone ma, con molta probabilità, situata più verso est. Di certo, il borgo medioevale fu fondato nel VIII secolo dai Longobardi provenienti dalla vicina Capua e diedero il nome, a questo presidio assegnato al Duca di Benevento, di “CASA HYRTA” che starebbe a significare “casa costruita in luogo erto”, oppure dalla parola longobarda Hirte che significa “casa colonica”.

Dal sito del “Castrum” si prosegue in discesa , attraversando sotto un arco in pietra (Porta di Capua) a sesto ribassato e che immette lungo una pittoresca stradina (la via principale) dalla pavimentazione in pietra e su cui ogni passo riecheggia in lontananza tra silenziosi vicoli e profumati cortili. In un angolo in alto a sinistra, un’edicola sacra reca l’immagine Santa della Madonna col Bambino realizzata con piastrelle in maiolica. L’essenza dell’antico si evince dagli splendidi edifici in cui si riscontrano stili decorativi normanno-musulmani che si riflettono nella pluralità dei toni cromatici generati dai policromi (e squadrati) blocchi in tufo. La strada continua a serpeggiare penetrando nel borgo ed evidenziando, ora a destra, ora a sinistra, alcuni tra gli angoli più belli e nascosti con i suggestivi cortili ornati dai coloratissimi balconi  “ingeraniti”.

Discendendo lievemente lungo la via principale, ecco aprirsi sulla destra la gotica chiesetta dell’Annunziata (edificio Angioino del XIII secolo). Sulla facciata d’ingresso si prospetta un portico settecentesco sormontato da tre monofore ogivali e da un rosone; di fianco, a destra, un campanile diviso in tre sezioni. Il suo interno presenta un’unica navata e un’acquasantiera posta su due leoni. Proseguendo, si costeggia la facciata destra della Cattedrale e la via porta ad attraversare , per mezzo di un arco ogivale, il poderoso Campanile (alto 32 m) a pianta quadrata con arcate “cieche” incrociate e bifore distribuite su più piani che ne determinano lo stile architettonico paragonandolo, per bellezza e grandiosità, ai più noti campanili di Amalfi, Gaeta e Monreale. Sotto quest’arco, si ammirano i frammenti marmorei di fregi d’epoca romana e alcune iscrizioni (del ‘700) che testimoniano i “passaggi” di Papa Benedetto XIII.

Eccoci così finalmente giunti nella Piazza del Vescovado, a pianta rettangolare, luogo di raccolta posto al centro del borgo. Su questa piazza si prospetta il duecentesco Palazzo Vescovile con i portali in legno e i due ordini di arcate (sovrapposizione di stili gotico e romanico) in marmo e tufo. Nella stessa piazza, di fronte alla Cattedrale, vi è un palazzo gentilizio, un antico Seminario con all’interno un bellissimo chiostro e all’esterno un portale finemente decorato e sormontato da un fregio recante l’iscrizione “Sol fulget super casam hirtam”, il sole risplende su Caserta. Di fronte, la splendida facciata (che copre per intero un lato della Piazza del Vescovado) della Cattedrale (XII secolo) dedita al culto di San Michele, magnifico esempio di architettura romanico-bizantina. Voluta dal vescovo Rainulfo nel 1113, essa è rivestita da blocchi marmorei e tufacei e presenta, nel suo insieme, motivi cromatici in puro stile siculo-arabo ove s’intrecciano forme e s’intersecano motivi architettonici romanico-pugliesi e benedettini. L’ingresso principale presenta un arco “incorniciato” da motivi floreali che poggia su due leoni retti da mensole. Il suo interno, con pianta a croce latina e davvero maestoso; diviso in tre navate, viene caratterizzato da 18 monolitiche colonne provenienti dal tempio di Giove Tifatino. L’occhio corre veloce ad individuare le finezze stilistico/cromatiche di quest’opera davvero grandiosa: archi intrecciati in più ordini stilistici; decorazioni ad intarsi che riflettono motivi geometrici, floreali e zoomorfi. Le luci, provenienti dal transetto, attraversano finestre ornate dal tipico arco musulmano a “ferro di cavallo”, uno dei rari esempi (e difficilissimo da trovare) in Italia. L’enorme cupola a “motivi” islamici, poggia su un tamburo ottagonale, e determina un sincronismo cromatico su cui spiccano blocchi giallastri e pietre bigie che vanno a comporre fantasiosi e bizzarri stili decorativi.

La scoperta di altre emozionanti vedute offerte dai vicoli, dalle cappelle private, dai giardini, dagli archi, dai silenziosi cortili e dalla suggestiva bellezza della propria “rusticità”, viene esaltata dalle ampie vedute da cui si godono gli infiniti panorami che si estendono sulla Piana Campana, su Caserta “nuova” con la sua monumentale Reggia e il suo immenso Parco, il Somma-Vesuvio, la dorsale brullo-tufacea dei monti Tifatini e, nelle giornate più terse, la linea costiera che si scorge in lontananza, sullo sfondo all’orizzonte. Dalla Piazza del Vescovado si discende, per mezzo di una gradinata, verso la periferia occidentale dell’antico borgo; e proprio qui, nel 1962, durante gli scavi effettuati per riassestare la rete fognaria del paese, affiorarono, nel mezzo del piano della viuzza, numerosi scheletri, qualche armatura e resti ossei sparsi risalenti, con molta probabilità, all’epoca longobarda. Questi furono recuperati e sistemati in alcune urne all’interno del locale cimitero, mentre i corpi meglio conservati furono tumulati all’interno della cattedrale. (di ©Andrea Perciato)

a spasso tra i Casali Vietresi lungo le “Vie della CERAMICA”

Un percorso tra vari paesini all’inizio della costa d’Amalfi attraverso i campi coltivati col sistema tipico della delle terre di costiera (i terrazzamenti).

VIETRI sul Mare è la città famosa in tutto il bacino del Mediterraneo per le sue fabbriche di ceramiche e maioliche. con le sue chiesette dalle cupole maiolicate e le piccole case dalle tegole di cotto; essa appare sospesa come d’incanto tra cielo e mare. Nell’antichità fu “MARCINA” città etrusca che subì, successivamente, la dominazione di Sanniti, Lucani e Romani. Considerata la “Porta della Costiera”, proprio sulla maiolica la cittadina fonda tutte le decorazioni artistiche espresse nelle sue chiese e nella abitazioni più antiche come la bellissima cupola appartenente alla Chiesa madre del XVII secolo dedita al culto di San Giovanni Battista, situata nel punto più alto del centro storico e che si lascia ammirare anche per l’elevato Campanile. Di matrice settecentesca, all’interno conserva un polittico del ‘500. L’industria della ceramica, per cui Vietri è celebre nel mondo, era fiorente già dal Medioevo. Il giallo e il blu, i colori della natura e del mare, i limoni e i grappoli d’uva si ritrovano nelle vivaci decorazioni espresse dalle maestranze della ceramica locale. Una visita tra i vicoli e le vetrine iridate colme di scaffali e mensole, consente di girare, cercare nei numerosissimi negozi e poter magari entrare “direttamente” nelle fabbriche a conoscere da vicino questa antica produzione. Scelte e gusti sono, praticamente, infiniti e ogni bottega si distingue per stile e varietà di decori. La felice posizione della città, la ricchezza d’acqua, le colline ricche di legname, sono tutti elementi che hanno favorito nel corso degli secoli lo sviluppo delle fabbriche di ceramica.

Dalla piazza di Vietri (77 m) su cui prospettano numerose botteghe d’artigianato ceramico, laddove ha inizio il nastro d’asfalto della Statale n. 163 della Costiera Amalfitana, si prende la via alberata (da platani) che scende verso il ponte sul vallone del torrente Bonea. Al primo bivio si sale a dx (67 m) in direzione di Raito, ma prima di raggiungere la località, si prende a dx fino a raggiungere Dragonea (334 m). Portandosi fra le case in contrada Jaconti si prende la pista che scende direttamente al villaggio di Albori (264 m) posto quasi ai piedi di monte Falerio e all’ampia vallata che – come un anfiteatro – si chiude sotto le pendici di questo monte. Paesello sviluppatosi lungo il pendio su cui è situato, il caseggiato si estende per tutto l’arco orografico del declivio di SE interrompendosi proprio a occidente, in modo da sfruttare al massimo l’esposizione alla luce del sole. Il paese, riconosciuto per la sua posizione particolarmente panoramica e le caratteristiche viuzze con le abitazioni praticamente abbarbicate sul crinale di una montagna, viene considerato come uno dei borghi più belli d’Italia. Le abitazioni originarie, tutte realizzate in muratura artigianale, presentano le coperture dai caratteristici tetti “bombati” in bianco, costruiti più per motivi funzionali che estetici: la cosiddetta “lamia a vela”, che costituiva la cupola classica, mentre la “lamia a botte” veniva generalmente utilizzata per locali a pianta rettangolare e adibiti a magazzini o a stalle. Il caseggiato si presenta con una “architettura spontanea” che viene condizionata dalla natura circostante costituendo un perfetto esempio di simbiosi e autonoma organizzazione rurale. Il centro del villaggio è costituito da una ristretta piazza ricavata nell’unico slargo piano del paese e da cui si dipartono una rete di viottoli e gradinate costituite in maniera tale che ogni punto del paese possa essere raggiunto rapidamente e con la massima facilità.

Nella piazza prospetta la Chiesa di Santa Margherita di Antiochia del XVI secolo, ricca di affreschi raffiguranti Santi, Madonne, Beati e Dottori della Chiesa; molto interessanti le “formelle” in stucco affrescato raffiguranti i “Misteri” del Rosario e quelle di San Francesco di Paola. Fuori del paese si prende la pista che conduce direttamente alla splendida Villa Guariglia (179 m). In origine essa fu una casa colonica di proprietà dei Consiglio; con l’annesso parco, l’antica Cappella e la Torretta Belvedere, la villa è ricca di dipinti, preziose suppellettili e di una biblioteca (circa 5000 volumi). Re Vittorio Emanuele III qui soggiornò dal giugno al dicembre del 1944. Nella Torretta Belvedere è visitabile, ed è fruibile dal pubblico, il Museo della Ceramica, prezioso e importante contenitore di manufatti che rappresentano la continuità e la vitalità della produzione ceramica della zona negli ultimi quattro secoli come: maioliche artistiche a sfondo religioso (del ‘600 e ‘700); mattonelle votive; una sezione moderna dedicata alla ceramica del ‘900 con pezzi del “periodo tedesco” (del 1927 con Melamerson, Kowaliska e Gambone).

Dalla villa si risale fino a raggiungere Raito (190 m), un irripetibile belvedere sul golfo di Salerno (264 m). Dalla Chiesa della Madonna delle Grazie con la singolare cappella affrescata dei “Naviganti” si raggiunge la strada costiera, proprio di fronte alla rampa in discesa che porta direttamente fin giù alla Marina di VIETRI. Giù, verso la stretta spiaggia, compare Marina di Vietri, che si estende tra gli scogli dei “Due Fratelli” alla Punta d’Albori. Qui troneggia l’interessante Torre aragonese della “Crestarella”, situata su una piccola sporgenza; opera bellica posta a difesa delle coste contro le incursioni saracene. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

monti del PARTENIO (AV)… l’Ultimo degli “Uomini in Nero”

“… Era questo il monte sacro della greca Partenope, che presso un’ara di Cibele vi adorava i suoi numi protettori Castore e Polluce; era un vecchio nido della gente Osca, prima abitatrice della Campania, dimora più tardi delle tribù irpine di razza sannitica…” così descriveva, nel 1878, la zona dei monti del Partenio il noto meridionalista-escursionista Giustino Fortunato.

Luoghi scarsamente pubblicizzati dalla stampa “specializzata” in proposte di itinerari escursionistici e naturalistici; eppure, quello che può essere considerato, senza ombra di alcun dubbio (vista la sua centralità) il vero “cuore verde” della Campania, oggi riesce ancora ad offrire realtà ambientali (fortunatamente rimaste incontaminate) forse introvabili nel resto del meridione con le stupende vedute paesaggistiche che si estendono per 360° su tutto l’arco dell’Appennino Centro-Meridionale e le impenetrabili faggete d’altura.

L’itinerario ripercorre, fedelmente, quello che era l’antico cammino dei carbonari, gli “Uomini in Nero” della montagna che, carichi del loro prodotto, s’inerpicavano lungo questi sentieri e venivano a trascorrere gran parte delle loro giornate dedite alla lavorazione dei carboni. Un tempo questi sentieri erano pieni di vita, ricchi di essenze profumate; un particolare vissuto ambientale che ha determinato quella piccola economia locale legata allo sfruttamento della montagna; un tutt’uno tra uomo e ambiente che si riscontra ancora oggi, con innocente genuinità, nell’indole e nel tessuto sociale delle popolazioni site ai piedi di queste alture.

Con un po’ di fortuna, non sarà certo difficile incontrare, lungo i boschi di questi monti, l’ultimo dei carbonari, Zi’ Renato, che ancora oggi, come un tempo, conduce su e giù il suo baio carico di tronchi da tramutare in carbone; ed è proprio con lui che andiamo a conoscere un passato ricco di bei ricordi, di emozioni, di attese e di speranze. Muovendosi da un’ampia spianata che s’apre nella faggeta, siamo in uno dei punti più strategici di tutto il comprensorio del Partenio, nel luogo (1130 m) detto delle “Quattro Vie” poiché è in questo posto, crocevia di antichi sentieri e mulattiere, che si concentra la maggior parte delle direttrici di transito che attraversano il territorio. Qui, durante la stagione estiva, il bosco è talmente così fitto che la folta vegetazione copre per intero la volta celeste.

Si lascia la strada asfaltata che sale a sinistra e si prende la traccia di un sentiero che sale a destra, in lieve pendenza, verso SE. Il nostro cammino attraverso questi boschi ci viene sapientemente illustrato dall’ottuagenario Zi’ Renato che riesce a coinvolgere chiunque nei suoi racconti seguiti da ossequioso silenzio. Per questi autentici uomini del bosco amare il proprio lavoro, e gli ambienti in cui essi operano da un’esistenza, è qualcosa di molto più interessante della loro vita stessa. Un rituale sacro accompagnava i ritmi della lavorazione; le donne, che inizialmente salivano coi propri uomini, aiutavano ad individuare un idoneo posto ove porre la “catasta”, e dopo aver assicurato con la loro presenza un minimo di conforto per fra trascorrere al meglio (con pane, vino e formaggio) la permanenza sul posto di lavoro ai loro uomini, discendevano da sole tra le ultime luci del tramonto e le prime ombre del vespero. Ai bordi di una roccia a precipizio si apre un terrazzino che offre vedute panoramiche sulla valle Caudina e sul monte Taburno. Ed è ancora Zi’ Renato, che con tutta la sua enfasi adolescenziale espressa dalla sua instancabile energia, ci guida lungo il sentiero che serpeggia nel bosco e va a svilupparsi lungo i versanti settentrionali del Partenio. Superati alcuni tornanti e attraversati un solco torrentizio il sentiero prosegue (direzione W) mantenendosi in falsopiano attraversando in una foresta colma di vegetazione: ad un sottobosco ricco di cespugli (felci e agrifogli) si viene circondati da gigantesche faggete (con tronchi che superano i 40 m d’altezza) che si alternano, per altezza e cromatismi, a dei giovani esemplari di tasso. Qua e là lungo il sentiero si aprono degli slarghi simili a piazzole; questi spazi sono i punti esatti ove venivano effettuate le cataste di tronchi da tramutare in carboni. E qui Zi’ Renato continuando nei suoi racconti, ci suggerisce di scrutare attentamente sotto il fogliame alla ricerca delle tracce di carbonaie del passato poiché non è raro trovare spezzoni neri che ancora sbucano sotto i nostri piedi. Completamente avvolti da quest’atmosfera di civiltà montanara di un tempo, e accompagnati dai semplici racconti dell’ultimo dei carbonari, è possibile ancora captare, trasportati dalla brezza dei venti, il profumo dei carboni appena fatti e ancora fumanti. Dopo una curva in discesa appare, sulla sinistra, una particolare conformazione rocciosa detta Pietra Ermafrodita.

Superati ancora altri quattro alvei torrentizi, ecco giungere nei pressi della fonte dell’Acqua Fredda: una vasca in blocchi di pietra raccoglie una delle acque più buone e più fresche di tutta la zona. Dalla fonte, un comodo sentiero continua ora in discesa fino a raggiungere (1247 m) un valico posto tra le alture della Croce di Puntone a Sud, ed il monte Trave del Fuoco a Nord; dal valico parte la traccia di un sentiero (che punta in direzione ENE, ma che non va preso!) che, attraversando l’angusto Vallone dell’Acqua Fredda conduce alla fonte Mafariello. Il calcare delle rocce s’illumina al riverbero dei raggi solari e terminate le fitte boscaglie ecco che la traccia del sentiero principale va a sfociare (1236 m) presso il primo dei fazzoletti prativi del Piano di Rapillo, zona più comunemente conosciuta come la “Piana di Lauro”. Qui le ampie radure erbose riescono ad offrire molteplici versioni di un unico paesaggio appenninico che, di stagione in stagione, si presenta o con ambienti innevati dal sapore scandinavo o con verdeggianti lande accompagnate dalla brezza dei venti d’altura; la zona, ampia e spaziosa, offre la possibilità agli animali (cavalli e bovini) di pascolare in piena libertà. Sul fondo del pianoro compare il bianco rifugio in luogo di un più antico bivacco per montanari. Ai margini nord-occidentali del piano si sfocia nel successivo pianoro caratterizzato, sulla sinistra, dalle balze di monte Ciesco Alto (1357 m). La comoda pista prosegue attraversando una pittoresca faggeta che racchiude i versanti settentrionali della terza radura nel cui centro (1223 m) una recinzione in pietre squadrate è tutto ciò che resta di un’antica cisterna. Ad un bivio si lascia la pista che scende a destra e si continua a sinistra verso i margini meridionali di un altro pianoro. In pochi minuti, nei pressi del bivio detto il Valico (‘o Vatico – 1213 m) una deviazione a sinistra conduce sull’orlo delle balze meridionali del Partenio. Uno spettacolo di incredibile bellezza lascia meravigliati chiunque si affacci da quassù: l’intensità di un cielo turchino rischiarato da uno splendido sole evidenziano le scure sagome di montagne famose quali il “cono” del Vesuvio, il “molare” del Faito, le principali cime dei Lattari e la cuspide del S. Michele, che galleggiano in un bianco e ovattato mare di nebbie e foschie che coprono, come un oceano silenzioso, le immense pianure dell’agro sarnese, dalle falde vesuviane ai coltivi di Terra di Lavoro. Zi’ Renato, il nostro “nocchiero” del Partenio, ancora riesce ad emozionarsi alla vista di così tanta bellezza; sensazioni che egli stesso ci indica, ci illustra e ci descrive fin da quando egli era bambino. Il luogo e il momento meritano una sosta che permette di bivaccare al cospetto di quest’affascinante montagna e nel rispetto di chi, lungo le piste e i sentieri di questi boschi, ne ha fatto una scelta di vita, traendone – fin quando sarà ancora possibile – anche una fonte di sostentamento. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)