Portogallo, Nossa Senhora de Fátima, tra fede e mistero un luogo da vivere!

Il Portogallo del 1917 era, come altre poche nazioni dell’epoca, coinvolto marginalmente dal 1° conflitto mondiale poiché se ne chiamò fuori dichiarandosi neutrale. Ma la storia avrebbe avuto – per questa terra e la sua gente – un cambiamento epocale, soprattutto per i fedeli professanti il Cattolicesimo.

Più nello specifico, nella regione di Estremadura, in provincia di Cova da Iria, in un orizzonte brullo/carsico, determinato da terreno arido e sassoso ove a stento ramificano piccoli appezzamenti d’ulivo, presso il borgo di Fatima accade un “evento” che cambierà le sorti per milioni di fedeli cattolici in tutto il mondo.

Una storia, nota alle cronache del tempo, vide coinvolti due bambine (Jacinta Marto e Lucia dos Santos) e un fanciullo (Francisco Marto, fratellino di Jacinta) che muovendosi da Aljustrel e recandosi a pascolare il gregge loro affidato presso Cova da Iria, furono testimoni di un fenomeno a cui non seppero dare una spiegazione. Una coltre di nubi si abbassò all’altezza di un cespuglio e – dissolvendosi – da essa videro improvvisamente comparire una “Signora” vestita completamente di bianco ed aveva tra le mani un “rosario”. Impauriti per ciò che stavano vivendo, la signora con voce e fare materno esclamò, rivolgendosi a loro, di non avere timore. I bambini identificarono in questa signora la Madonna e ciò avvenne il 13 maggio 1917.

Da questa data ci furono altri incontri, fra i pastorelli e la “Signora” che invitò loro a recarsi nel luogo della prima apparizione per il giorno 13 dei successivi mesi. I ragazzi, come naturale che fu, testimoniarono questi eventi agli adulti, notizie che raggiunsero sia le autorità civili che religiose; e mentre i primi volevano chiudere subito la vicenda indicandola come “qualcosa” al di fuori dell’ordine pubblico, i secondi – dal locale parroco all’Arcivescovo di quella Diocesi, vollero approfondire le fondamenta e la veridicità di quanto testimoniato cercando di non infangare la credibilità dei racconti visti e vissuti dai tre pastorelli.

Durante l’ultima apparizione, una gigantesca folla di circa 80000 persone, proveniente da ogni dove e da altre nazioni europee, si raccolse in preghiera nella spianata. Il tempo era piovoso e molti scivolavano tra zolle di terra resa fangosa dall’acqua, fino a che 160000 occhi furono diretti testimoni di quello che ancora oggi viene ricordato come il “Miracolo del Sole” che avvenne con l’improvviso aprirsi delle nubi mentre l’astro solare cominciò a roteare vorticosamente sulle teste dei presenti assumendo la forma di una sfera colorata da cui partivano raggi diretti verso la Terra.

A distanza di un secolo da quegli eventi, il luogo è stato completamente trasformato, con l’erezione di un poderoso Santuario (la Basilica di Nostra Signora del Rosario) e la Cappella delle Apparizioni, che simboleggia la comparsa della Madonna di fronte ai pastorelli. La Cappella delle Apparizioni fu costruita intorno agli anni ’20 dello scorso secolo, proprio nel luogo esatto in cui i tre fanciulli affermarono di aver ricevuto le apparizioni della Madonna.

Recarsi oggi in visita in Portogallo, non si può mancare una visita in questo luogo molto particolare, gli abitanti sono gente semplice e senza pretese, molto raccolti in preghiera e dediti alle proprie attività lavorative come la produzione di ceramiche e terrecotte e di prodotti legati alla terra, come l’olio, il vino e i formaggi. Risulta essere curioso e al tempo stesso emozionante, vedere gruppi di fedeli – spesso intere famiglie con bimbi al seguito – che si avvicinano ai luoghi sacri di Fatima percorrendo inginocchiati, in mesta e silenziosa riverenza come atto penitenziale, la ruvida e fredda pietra dei lastricati dei viali d’accesso.

La semplicità di questa gente e proprio nella spontaneità dei loro gesti, come quelli di un saluto col bianco fazzoletto agitato al “passaggio” della Madonna in processione e la sofferenza provata come espiazione dei propri peccati avvicinandosi in ginocchio al luogo delle apparizioni. Fatima non è un “mistero”; per chi ci crede… essa è una certezza! (di ©Andrea Perciato)

Cilento costa N, lungo la “Via dei Francesi” al monte Tresino

“QUI NON SI MUORE MAI” così ebbe modo di esprimersi Gioacchino Murat, generale napoleonico e governatore francese nel Regno di Napoli, quando ebbe modo di giungere presso queste contrade e ispezionare le batterie dei cannoni qui posizionate lungo la costa a guardia del transito dei navigli che solcavano le acque del golfo di Salerno a difesa contro gli attacchi navali della flotta inglese guidata dell’ammiraglio Nelson corso in aiuto dei reali borbonici.

L’itinerario ripercorre fedelmente quella che fin dall’antichità era un precedente sentiero frequentato dalle greggi al pascolo e contadini lungo i terrazzamenti prospicienti la costa di Punta Tresino; successivamente sistemato in una pista carraia realizzata dai soldati francesi per spostare e posizionare le pesanti batterie dei cannoni nei punti più favorevoli per controllare un orizzonte che spazia da Capo Palinuro a S, fino all’isola di Capri verso occidente.

Muovendosi dall’eco-hotel “La Camilla” (dei De Conciliis), alle spalle di Agropoli (204 m) in contrada Barbuti ha inizio la pista che serpeggia lungo i crinali delle alture che circondano la città cilentana. L’intensità della macchia assume un portamento cespuglioso alternandosi ad agavi, cisti, corbezzoli, lentisco e intense distese ulivate; più in basso, verso la costa, c’è una copiosa vegetazione caratterizzata dalle folte pinete (Aleppo) a ridosso di un mare che, secondo il gioco delle correnti, assume colorazioni che vanno dal giada al turchese, dallo smeraldo al cobalto.

Questo è un bellissimo percorso che si sviluppa tra cielo, terra e mare, con incantevoli scorci panoramici sul promontorio in cui affondano i modesti rilievi della costa, là dove sembra che lo scorrere del tempo non abbia limiti di spazio e dove una natura, così straordinariamente intatta e dalle policrome tonalità, s’immerge nella macchia. Senza mai lasciare la pista principale si attraversa la località Caprarizzo giungendo in vista di un bivio (230 m). Lasciando la pista che scende a sx sulla costa a dx, in meno di mezzo chilometro, si perviene al villaggio di Case San Giovanni (228 m) presso l’altura del Tresino, nel luogo di quello che fu il più grosso villaggio abbandonato (con case, stalle, edifici) risalente al XVII secolo ed eretto, presumibilmente, su una preesistente struttura che serviva da magazzino e depositi per le mercanzie (tessuti, spezie, manufatti) che venivano scambiati tra le navi ormeggiate nelle rade e le insenature lungo la costa e i mercati dell’interno.

Dal villaggio si prende a in alto a dx di una casa colonica e si arriva al punto più elevato (356 m) del promontorio di monte Tresino ove s’apre un suggestivo panorama da Capri al faro di Licosa che ricompensa le fatiche fatte per arrivare fin qui. Poco conosciuto rispetto a quello di Licosa, il promontorio di Punta Tresino è la prima altura che si erge a chiusura dell’arco costiero del golfo di Salerno. Si affaccia al mare con un’alta scogliera, frastagliata in più punti, con una natura brulla e pietrosa in cui si evidenziano rocce calcaree e blocchi di arenaria usati dai primi coloni greci che qui approdarono ed edificarono i templi di Poseidonia.

Ritornati presso contrada Case S. Giovanni, si riprende a scendere al bivio lasciato in precedenza: una polverosa pista che conduce giù verso la scogliera. Presso la pineta di Cozzo Piano Cupo, una curva a gomito che piega a sx (a dx c’è l’azienda vitivinicola Marino) scende fino a raggiungere l’arenile in Zona Lago, portandosi a ridosso delle marine di Castellabate.

SCOZIA… attraverso le “meraviglie” di una Terra Ribelle

La Scozia, terra di mare e di ripide scogliere, di fiumi e di cascate impetuose, di laghi dal misterioso fascino, di muschio e di torbiera dalle incredibili policromie, di castelli in cui ancora riecheggiano le antiche gesta di impavidi guerrieri ma è, soprattutto, una terra dagli incredibili orizzonti che offre scenari paesaggistici unici al mondo.

Appena fuori le principali città, come la splendida Edimburgo (sua capitale) e la contraddittoria Glasgow (centro industriale), si aprono scenari paesaggistici e ambientali di una bellezza unica, esclusiva, laddove solo il vento e qualche rapace solitario fanno sentire la propria voce riecheggiando attraverso le immense distese di brulli altipiani intervallati dal copioso manto vegetazionale composto da boschi e foreste; solo allora – dopo chilometri di passi completamente circondanti dal nulla e dal silenzio – con ampie vedute panoramiche dagli incredibili orizzonti, si avverte di essere al centro di quel luogo che ha fatto della Scozia una terra leggendaria: le Highland.

Qui i colori della natura sono unici, ovunque si volga lo sguardo oltre tutti i possibili orizzonti si avverte come questa terra riesca ancora ad offrire quel sapore di antico che permea da ogni angolo, dietro ogni pietra di antico villaggio rurale che s’incontra; laddove le capanne dei pastori vengono costruite come un tempo utilizzando solo legna e pietra, mentre quelle dei pescatori lungo le coste vengono dipinte da vivaci colori per essere viste al rientro della pesca.

Immensi tappeti d’erba, spiovono fino agli orli di alte scogliere o nel cuore dei più profondi fiordi, ove s’infrangono le impetuose onde dei mari del nord, ambienti ove pascolano pecore dal copioso manto lanoso che ne brucano i filamenti mantenendosi in un precario equilibrio lungo precipitose pareti a picco. La velocità con cui gli elementi della natura cambiano alternandosi tra copiose nebbie e schiarite, nuvole basse ed ampi squarci di azzurro, piogge improvvise e sferzate da venti impetuosi, qui sono una costante. Attraversando gli sporadici villaggi che si incontrano è possibile sostare presso locali che offrono un buon tè caldo o, per i più esigenti, bevande alcoliche come birra locale e l’immancabile whisky. (di ©Andrea Perciato)

Santa Maria della Strada (BN), una Vergine… tra le Janare!

Dalla Piazza Castello in Guardia Sanframondi parte questo itinerario che va a svilupparsi lungo la destra orografica solcata dalle acque del fiume Calore. Dopo un giro tra i vicoli, le rampe, gli slarghi, i gradoni, i loggiati e i portali che caratterizzano la parte più antica del borgo, il cammino riprende in direzione E passando per la bella facciata della Chiesa di San Sebastiano e prosegue lungo la principale arteria (via Municipio) fino a deviare a sinistra e, scendendo, portarsi sul proseguimento di viale della Vittoria uscendo, così, fuori il centro abitato.

Proseguendo ancora, si lascia a sinistra via di Guardia e si continua, tra leggeri falsipiani, a camminare in direzione S. Ignorando una prima deviazione sulla sinistra (via Morrone) si va avanti, sempre verso S, attraversando ampie macchie campali intensamente coltivate a vigneti ove sono presenti – sparse un po’ tutte intorno – numerose aziende vitivinicole. Poco dopo si perviene all’incrocio con la SP n.45 (ex Provinciale n.89) e si continua a camminare ancora verso S. Al primo bivio che s’incontra si volge a destra; successivamente si tralascia un’altra deviazione sulla destra e si continua avanti senza alcun problema.

Ad un successivo incrocio si prende a sinistra e, senza mai tralasciare questa traccia (conosciuta come Strada vecchia di Limata) si attraversano appezzamenti di vigneti intervallati da ampie macchie di uliveti. Su una lieve altura che si erge appena sulla destra possono scorgersi, tra la macchia, i resti dell’antico Castello di Limata. Giunti sulla SP n.106 poco dopo, al primo incrocio, si imbocca la traccia che mena a sinistra proseguendo, ora, lungo una strada campale (via Piana) in direzione E che supera case coloniche sparse e masserie totalmente immerse tra coltivazioni di ortaggi e frutteti; sulla sinistra, verso S, si erge la mole del Taburno/Camposauro e la via confluisce nuovamente sulla Provinciale n.106.

Volgendo ora brevemente a sinistra per 50 metri si prende a destra per la SP n.44, superando il passaggio a livello della ferrovia e, subito a sinistra, s’imbocca via Ferrarise che in circa 300 metri conduce al complesso conventuale di Santa Maria della Strada (del XVII secolo), un’antichissima chiesa intitolata alla Vergine detta “della strada” perché sorgeva, come è ben visibile a chi la vede per la prima volta, nelle adiacenze di quell’antico tratto viario che conduce in direzione di Benevento, e che un tempo era uno dei collegamenti con cui Roma comunicava coi luoghi più reconditi dell’Impero attraverso principali assi viari come la Via Latina.

Leggenda vuole che la Vergine apparve in sogno a una donna, probabilmente una massaia che si recava a lavare i panni nel vicino torrente Janara, oppure una contadina dedita al lavoro nei campi. In seguito a ciò fu ritrovato (tra l’XI e il XII secolo), a tre metri di profondità nel terreno, una sacra icona (di fattezze greco/ortodosse) raffigurante la Vergine. Annesso alla primitiva chiesetta sorgeva un Monastero, originariamente tenuto dai PP Benedettini. Successivamente dalla vicina San Lorenzo il complesso fu dato agli Eremiti di Sant’Agostino, per occuparsene poi – nel 1640 – i Frati Minori che lo tennero fino alla soppressione dei Conventi nel 1806 epoca in cui, con Regio Decreto, fu annesso alla collegiata di San Lorenzo Maggiore.

Pochi metri alle spalle della chiesa, sulla riva del torrente, c’è la presenza di un ponte in pietra a secco, ad unica arcata e a “schiena d’asino”, di piccole dimensioni, attribuito all’epoca romana in questi territori, eretto proprio sul percorso della via Latina nei pressi dell’attuale complesso di Santa Maria della Strada, termine di questo itinerario. (di ©Andrea Perciato)

Olevano sul Tusciano (SA) gli spettacoli di fede e natura nella Grotta dell’Angelo (o Nardantuono)

Le meraviglie di un luogo fuori dal tempo, lontano da ogni dove… queste le prime impressioni di chi si appropinqua ad ascende presso questa “sacra” spelonca, nel cuore dei monti Picentini (in Campania), dedita al culto di San Michele Arcangelo “principe” delle armate celesti, una profonda devozione tramandata da millenni, che nell’antica tradizione popolare rappresenta – appunto, come mai in questi ultimi tempi – oltre alla sconfitta sul “male”, anche colui che allontana le epidemie e le pestilenze. E così come testimoniato da secoli, proprio l’8 di maggio sono numerose, le folle di pellegrini, le congrege e le associazioni, che in processione, con suoni, canti e antiche litanie, ascendono alla grotta

Dal Parco di San Michele, nel mezzo della Valle del fiume Tusciano, sulla riva opposta al Castello, una sterrata si snoda, attraverso lunghi tornanti che costeggiano le falde occidentali del monte Raione e, allontanandosi dal letto fluviale, conduce al sito ipogeico della Grotta San Michele. Giunti alla fine della pista, si prosegue lungo delle roccette per uno stretto sentiero che s’inoltra nel verde intenso della faggeta. Osservando attentamente la natura del posto, si raggiunge un masso su cui è ben visibile l’impronta somigliante ad un “piede caprino”. La tradizione popolare vuole che vi fosse stata lasciata da Satana il quale, volendosi insediare nell’anfratto, qui precipitò dalla grotta dopo aver ricevuto un calcio dall’Arcangelo Gabriele. Seguendo il comodo sentiero, ora sistemato ed attrezzato con passamani e palificazioni in legno, d’improvviso si giunge in vista dell’enorme ingresso della grotta, nel momento in cui il suo tratto diventa più faticoso per l’aumentata pendenza. Prima di accedere alla grotta, però, conviene seguire un breve sentierino che a sinistra porta ad un vecchio rudere (mura merlate) e ad uno spiazzo indicato dalla tradizione popolare come il “Giardino di Papa”, ove si pensa sia esistito un primo nucleo di monaci bizantini.

Un enorme muro si para avanti ai nostri occhi e un portone ne spranga l’ingresso; appena varcato, si resta meravigliati per lo straordinario spettacolo di incomparabili bellezze fatto di arte, storia, architettura e speleologia, che attira lo sguardo e l’interesse di chi vi accede. Chi, per la prima volta, visita questa enorme cavità ipogeica (la sua arcata all’ingresso è alta 40 metri), prova delle profonde sensazioni non facili a dimenticarsi, poiché essa è un capolavoro della natura, così come dell’arte, davvero grandioso e affascinante. L’attenzione viene attratta non solo da quelle costruzioni in luoghi umidissimi e nella oscurità più assoluta, ma anche dalla ricchezza di stalattiti e stalagmiti e dal misterioso fascino suscitato da una spelonca che si addentra nelle viscere della montagna per un’estensione a tutt’oggi ancora sconosciuta. Un’ampia scalinata conduce ad un piazzale circolare ove si alzano due chiesette decorate di affreschi. Qui, durante i festeggiamenti in onore di San Michele, una numerosa folla di pellegrini accorre dalle più vicine contrade. La più grande delle costruzioni, la Cripta di S. Michele, ha una pianta rettangolare ad unica navata delimitata da mura laterali, tutte ricoperte di affreschi e graffiti che rappresentano il ciclo della “vita” del Cristo (molto interessanti e di una straordinaria bellezza espressiva, unica nel loro genere, sono il “Battesimo” del Cristo e la “Crocifissione“) piccoli spaccati, simili ai fotogrammi di una pellicola, che raccontano un ciclo “cristologico” che si distribuisce dall’Annunciazione alla “Fuga in Egitto”, passando tra episodi pittorici che raffigurano Miracoli e Santi. Nell’abside centrale vi è una Madonna con Bambino in Synthronos seduta tra vescovi e re; nelle nicchie laterali, invece, figure di santi, beati, apostoli ed evangelisti. Se si ha la fortuna di poter partrecipare ad una Messa con rito “greco/ortodosso” e in lingua originale, si può davvero dire che il culto per l’amato San Michele davvero travalica i confini di qualsiasi orizzonte e la sua venerazione raggiunge qualsiasi angolo del mondo conosciuto.

Ma chi avrà mai potuto affrescare, nella più assoluta oscurità, con l’ausilio di torce o lanterne e con grande dovizia di particolari, queste sacre immagini? Si pensa, con molta certezza, che siano stati i monaci greci basiliani i quali, provenienti dall’oriente, s’incamminarono per le terre dell’Italia meridionale, sfuggendo così alle persecuzioni legate all’iconoclastia (la proibizione di raffigurare immagini sacre). Accanto, sulla sinistra, si trova una seconda cappella che si articola in un quadrilatero scoperto racchiuso da mura laterali. La facciata è fiancheggiata da archetti e da nicchie, e l’affresco dipinto nel frontale vi rappresenta la Vergine con gli Angeli. Ancora a sinistra, sotto, sulla parete di roccia calcarea, in una nicchia ricavata fra le stalattiti, è sistemata una teca vitrea che conserva la seicentesca statua lignea raffigurante l’Arcangelo Gabriele.         

Proseguendo all’interno della cavità, sulla destra, in un avvallamento vi è eretta una “terza cappella” costituita da due ambienti comunicanti a forma di quadrilatero e che doveva sicuramente avere anche un tetto; due finestre sono aperte sulle mura laterali. Sulla sinistra si erge un’altra chiesetta rettangolare, le cui mura perimetrali sono alleggerite dalle aperture di finestre; una piccola gradinata vi permette l’accesso. Le tracce umane che qui sono presenti hanno adattato la natura del luogo alle proprie necessità: un canaletto ingloba l’acqua che scorre dalle rocce e la conduce ad alimentare una fontana posta all’ingresso della grotta per soddisfare la sete degli stanchi pellegrini che ascendono al monte.         

Continuando sempre verso l’intensa oscurità nel cuore della grotta, lungo un tortuoso camminamento i cui gradini sono scavati nella roccia calcarea, il sentiero porta ad un’altra chiesa abbastanza grande, posta sulla cima di un’altura proprio al centro della grotta nel buio più intenso. Questa presenta una cupola semisferica, mentre nella sua parte posteriore vi è una monofora al centro della quale c’è un disco marmoreo con un foro, dove si pensa che i banditi, che qui sostavano e trovavano rifugio dopo le loro scorrerie, versassero il sangue di alcuni bambini uccisi, per cui il popolo chiama questa cappella come il “Sangue degli Innocenti”. Sui fianchi di questa si vedono due aperture: una a N, che presenta una bifora divisa da una colonna, ed una ad W, con un arco leggermente strapiombato. Fin qui la parte conosciuta della grotta, ma molti pensano che questa possa comunicare verso oriente con il versante opposto della montagna, nelle adiacenze dell’abitato di Campagna.

Usciti dalla grotta, si può ammirare, sulla sinistra, il monte Castello coi ruderi del “Castrum Olibani”, mentre sulla destra, si erge maestosa, l’irta parete in roccia calcarea della Ripe di Pappalondo. Usciti dalla grotta, si riprende a scendere lungo il sentiero attrezzato con pali in legno e, giunti ad un piccolo tornante, facendo molta attenzione, si prende a sinistra proseguendo in direzione di Ariano; sulla destra, invece, si ritorna al Ponte dell’Angelo. Lungo questo sentierino, scavato con gradini nella roccia e che discende per infiniti tornanti, si giunge nei pressi della cosiddetta “Cappella Sancti Vicentii”, recentemente restaurata, antico insediamento di monaci che provvedevano alla manutenzione della grotta con la cripta ed a mantenere viva la fede e il culto per quel luogo sacro. La stradina giunge infine ad un bivio ove – giù in basso a destra – c’è una fontanella; sotto di noi scorre il fiume Tusciano, mentre a destra si ritorna al Parco S. Michele. Svoltando e procedendo sulla sinistra invece si arriva, dopo un’ora di cammino, fin giù alla frazione di Ariano, sede comunale di Olevano sul Tusciano, nei pressi della Centrale idroelettrica (costruita negli anni ‘20 del XX secolo, è una delle più grandi presenti in Italia), punto terminale di questo spettacolare itinerario, che si alterna tra le bellezze naturali di una natura sempre in continua evoluzione che si rinnova di stagione in stagione, e le ancestrali curiosità di un culto che affonda le sue radici nei lontanissimi meandri della particolare fede dedita al culto per l’Arcangelo. (di ©Andrea Perciato)

CORNOVAGLIA/KERNOW (UK)… da Land’s End, Sennen Cove e St. Just tra i leggendari “Royal Life Boat Britain”

Da PENZANCE (ultimo grosso centro prima dell’immenso!) si raggiunge il vicino promontorio di Land’s End, la “fine della terra“, estremità dell’omonima penisola, ove siamo proprio sul punto più occidentale della Gran Bretagna. Questo è un luogo molto suggestivo, che si protende verso scogliere a picco sul mare, dove un vento fortissimo spinge le potenti onde dell’oceano Atlantico sulle ripide rocce generando echi profondi che sembrano lontane esplosioni. Ovunque gli occhi volgano lo sguardo intorno ci si accorge di stare in un luogo magico, ricco di fascino, determinato dalla presenza dei fossili incastrati tra le rocce che compongono l’intera penisola di KERNOW (così come si dice e si scrive nel dialetto locale la Cornovaglia, in lingua celtica) che risulta essere ricchissima di fossili sia vegetali (felci e infiorescenze preistoriche) che marini (conchiglie e pesci). Ciò testimonia che queste terre, in epoche lontanissime, erano ricche e popolose di numerose specie ittico-floreali… Da qui, fatta la classica foto ricordo sotto la “palina” che indica “LAND’S END” e tutte le altre possibili direzioni e distanze chilometriche delle principali città del mondo, ha inizio il cammino sulla prima tappa del trekking lungo la costa in direzione nord seguendo la traccia del “SW COAST PATH” il principale sentiero che scorre lungo tutto il tratto costiero della Cornovaglia.

Durante il cammino, il tempo può cambiare improvvisamente, come dai più violenti acquazzoni in poco tempo volge decisamente al bello offrendoci, con ampi squarci di cielo azzurro illuminati dal sole, una quiete dopo la tempesta così ricca di profumi e di colori. Dopo aver doppiato una piccola stazione per la misurazione dei venti, e goduti degli spettacolari scorci lungo la scogliera che precipita nell’Atlantico (giù in fondo, incastrata tra le rocce, ciò che resta di un naufragio: la chiglia di una nave trascinata dalle onde), si supera il villaggio di pescatori di SENNEN COVE e si prosegue sulla “Cove Hill”, il lungomare di Sennen, località balneare preferita dai surfisti e caratterizzata da una forte tradizione di pescatori; Qui è presente una stazione del “Royal Life Boat Britain” (una sorta di soccorso marino nazionale!) che garantisce la sicurezza dei natanti coinvolti nelle burrascose tempeste in questo tratto di mare al largo dell’oceano. Qui ogni barca ha una sua storia! Qui, in Cornovaglia, il culto per il mare ha un sapore antico; tra mito e leggenda, storie e romanzi, Moby Dik e 20000 leghe sotto i mari, tragedie e lieti eventi… è stato da sempre fonte di sostentamento per le popolazioni che vivono lungo la costa. Ogni colore dato ad una imbarcazione determina e caratterizza il ceppo di appartenenza della famiglia di pescatori, attività che si tramanda da nonno a nipote ed il pesce, qui in Cornovaglia, è davvero speciale, credeteci…!

Dopo aver goduto di un buon tè caldo nella tipica locanda dei pescatori locali, il cammino continua ancora lungo il tracciato costiero della “SW COAST PATH” che, proseguendo sulla lunghissima spiaggia di fine sabbia biancastra, lambisce il grande arco costiero che determina il golfo di WHITESAND BAY, e successivamente – dopo continui e ripetuti saliscendi doppiando una serie di rupi e scogliere – giunge in vista del bellissimo CAPE CORNWALL e penetra brevemente – attraverso campi adibiti al pascolo – verso l’interno per giungere alle prime case del borgo di St. JUST la cui piazza principale è ricca di pub (tipici locali che offrono varie specialità, soprattutto di pesce!) e negozi di souvenir. Non c’è cosa più bella che dopo aver percorso km e km di cammino, lungo sentieri esposti completamente al sole tra la costa e l’interno, potersi sedere e farsi accogliere dall’avvolgente profumo del legno di panche e sedie di alcuni tra i più bei pub d’Inghilterra e sorseggiare – magari accompagnati dalle note di Loreena Mc Kennitt – alcune tra le più buone e squisite specialità di birre locali prodotte in Cornovaglia. (di ©Andrea Perciato)

CAIRANO (Alta Irpinia, AV) ove gli echi del vento creano incredibili melodie!

Da un’antica fontana ai piedi della rupe, parte – nascosto dalle erbe incolte – il basolato della vecchia pista campestre che da millenni, dai campi di foraggifere, s’inerpica lungo quello che oggi viene conosciuto come il “Sentiero Arcaico”, un camminamento che conduce alle prime case dell’antico borgo di CAIRANO. Oggi – pur se garbatamente ristrutturato seguendo i precisi canoni della tradizione edilizia delle costruzioni residenziali appenniniche – il luogo è tristemente spopolato.

Si attraversano i vicoli acciottolati e le rampe solcate da pietre calcaree, “smussate” dal millenario calpestio e dal vento, che s’inerpicano fino in cima a quella rupe ove un tempo si ergeva un Castrum, si passa attraverso pareti e mura in pietra a vista, gradoni e rampe dagli incredibili equilibri, stemmi di antiche famiglie, scorci adombri e finestre che s’aprono sull’immenso. Il paesello, quasi certamente, è quel privilegiato luogo che si presta all’ascolto, che ti invita a scorgere oltre, che induce ad un contemplativo silenzio, piccole esperienze spazio/temporali in cui si privilegiano momenti da vivere in solitudine oppure da poter condividere insieme ad altri.

Cairano è un luogo d’intreccio (tra vie della transumanza e storiche vie di collegamento), una sorta di “capitale” posta tra più confini (l’Adriatico, la Puglia, la Lucania, l’Appennino, il Tirreno, la pianura…); luoghi dove s’incontrano le esigenze di giovani (con la voglia di scappare, evadere il più lontano possibile) e anziani (ostinatamente decisi a restare), ove s’intrecciano gli obiettivi di contadini (impegnati nella cura e dedizione dei loro spazi rurali) e residenti (che s’inventano un quotidiano sempre prossimo a divenire); ove si rincorrono moderni pellegrini di passaggio (alla ricerca del “proprio dentro”) e artigiani locali (ancora dediti alla realizzazione di prodotti in pietra, legno, alluminio), tutti uniti e accomunati nel poter svolgere una serena introspezione al momentaneo esistente.

A Cairano non sono molte le cose da vedere, nel senso strettamente turistico, ma da Cairano non riuscirete mai ad immaginare che si vede davvero tanto, molto di più di quanto si riesca a colmare il proprio desiderio di scoperta e di conoscenza, di approfondimento e di meditazione; per ottenere ciò, però, bisogna raggiungere il luogo più silenzioso e dalle ancestrali atmosfere dell’intero paese: la sua “testa”, spesse volte completamente circondata dalle nuvole.

Ed è proprio qui, in questo luogo che rievoca numerose emozioni fatte di vuoti che si perdono oltre ogni limite e di profumi che giungono da lontano, laddove paesaggi dagli incredibili orizzonti generano impetuosi stati d’animo che t’inchiodano di fronte alla sublimazione del bello, della magnificenza di una natura che ti prende e coinvolge in un turbinio di emozioni che altrove riesce impossibile solo immaginarle; quassù il vento trasporta il profumo del grano appena raccolto nei campi delle pianure a valle, quassù il silenzio e la luce sono le naturali “macchine” che azionano e generano energie per chi lavora nella bellezza, per chi ancora crede che il mondo – nonostante tutto – sia ancora quel magico contenitore per poter continuare ad amare l’essenzialità del bello ed essere amati per quello che si è!   

Tutt’intorno sembra di camminare solo attraverso la desolazione, ma è un senso di vuota tristezza che si eleva a sublimare la beatitudine della contemplazione, l’esaltazione di una luce (al tramonto) “tipica” di Cairano, un paese che si erge tra i dolci crinali appenninici e che sembra essere lì, piantato da sempre, come un meteorite piombato dal cielo; un paese – questo – che s’affaccia in un oceano di verde e circondato dalle decine di alture lucane… creando così una incredibile e suggestiva sky-line che abbraccia un paesaggio che guarda il cielo e si fa ammirare dal cielo.

In cima alla rupe di Cairano la natura fa sentire il suo incredibile respiro, cattura l’energia dello spazio e si inebria dell’alito dei venti, generando suoni e melodie che regalano le canne, simili per forma e grandezza agli organi giganti, qui posizionate ai lati del belvedere; elementi che offrono il suono grazie al vento che come cambia direzione, genera scale melodiche dalle incredibili sonorità. Per il resto, poi, è un piacevole smarrirsi nella tradizione più esaltante del vagabondaggio randagio, attraverso un nomadismo interiore fatto di passione, di dialogo, di confronto… di semplice contemplazione!

Cairano, più che un luogo è un’entità geofisica che va vissuta, fino in fondo, senza compromessi; solo tu, circondati dal senso del vuoto, dalla natura, dai colori, dai profumi e da quell’atavico senso di evasione senza più lasciarsi trattenere da limiti di spazio e di tempo. (di ©Andrea Perciato)

lungo la Via di “MI-KA-EL” al Gargano (FG, Puglia, South Italy)

Percorrere il Cammino lungo la Via di Mikael al Gargano, seguendo una traccia (diramazione) della cosiddetta Francigena del Sud che attraversa territori ricchi di natura, storia, arte, cultura, archeologia e peculiarità della tradizione gastronomica locale, è un’esperienza da fare almeno una volta in vita! In un’apoteosi di verde (tra uliveti secolari e pregiati vigneti) e orizzonti che si perdono a vista d’occhio, va a svilupparsi quella – che fin dall’antichità – era la via che conduceva alla grotta di San Michele al Gargano.

Tre giorni di cammino dalle pianure di San Severo agli aspri rilievi del Gargano fino a quella grotta che ha accolto – nel corso dei secoli – viandanti e pellegrini, cavalieri e uomini di fede, soldati e imperatori, commercianti e miscredenti. Nel mezzo, il poderoso convento di San Matteo in Lamis, fuori San Marco, eretto dai duchi longobardi nel VI secolo; il complesso conventuale, posto su una rupe, è circondato da meravigliose boscaglie di querce, aceri, qualche faggio e betulle. Poco distante sorge quel San Giovanni Rotondo (divenuta quasi una megalopoli) che accoglie la salma di San Pio, il frate con le “stimmate” giunto da Pietrelcina, nel Sannio. Qui, tra gli uliveti terrazzati e i muretti a secco contenenti iazzi e nuraghe, l’ascetico frate predicava e trascorse tutta la sua esistenza.

Continuando il cammino verso oriente, la via si sviluppa lungo dolci pendici, attraversando un paesaggio bucolico sempre caratterizzato dai tipici muretti a secco recentemente dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità (UNESCO). Qua e là, lungo orizzonti solo in apparenza irraggiungibili, si incontrano – lungo il cammino – piste lastricate che hanno visto, durante il corso dei secoli, le impronte lasciate da migliaia di fedeli dirigersi verso la sacra spelonca micaelica. Si passa tra pievi isolate e ruderi di chiesette e cappelle come quelli di Sant’Egidio (eretta nel 1089), proprio sulla via antica che dominava – dall’alto di un crinale – il transito e il passaggio dei pellegrini nella conca d’origini palustri del Pantano di Sant’Egidio; mentre più avanti si incontrano altri ruderi: quelli di San Nicola al Pantano. La successione dei ruderi di questi antichi edifici religiosi, eretti proprio lungo la via, assolvevano alla principale funzione di offrire ospitalità, accoglienza e riparo con la presenza di religiosi che aiutavano i pellegrini durante il loro itinere in direzione della grotta.

Ecco comparire, dall’alto della sua dorsale calcarea, il bianco abitato di Monte S.Angelo, ultima meta della nostra traversata garganica. Comincia una lieve discesa che in breve porta a ridosso di alcune case adagiate proprio lungo la nazionale n.528 ma, anziché guadagnare subito l’asfalto, prima di queste case, parte sulla destra una comoda pista carraia che aggira dall’alto (e poi porta ad attraversare) il lungo Pianoro della Castagna evitando così l’asfalto. Il sentiero segue tutto lo sviluppo di questo pianoro lungo la sua destra orografica e termina sulla Statale, nei pressi di una croce. Seguendo ora la strada ancora per un chilometro e mezzo, si giunge all’incrocio (578 m) con la Statale n.272 che, proveniente da S. Giovanni Rotondo (Padre Pio), si apre proprio al centro della desertica Valle di Carbonara. Un ultimo sforzo e si continua a camminare in direzione di Monte S. Angelo salendo lungo quel breve tratto finale di strada che ripercorre fedelmente la “Via Sacra Longobardorum”, l’antico cammino di pellegrinaggio che da S.S evero, risalendo la Valle di Stignano, portava al Santuario e alla Grotta dedicata all’Arcangelo Michele, massimo luogo di culto dei cavalieri Crociati al tempo del ducato longobardo di Benevento.

Ancora brulli crinali e dolci rilievi accompagnano il cammino fino alle prime case di Monte Sant’Angelo, ove appare – ai piedi dell’insolito, ma bellissimo, campanile ottagonale – l’unica basilica “santificata” dall’Arcangelo e non dalla mano dell’uomo sulla cui facciata d’ingresso campeggia la scritta: “Terribilis est locus iste. Hic domus Dei est et porta coeli” (“Questo è un luogo terribile. Qui è la dimora di Dio e la porta dei cieli”).  Monte Sant’Angelo e la sua “mistica” grotta, sono uno tra i più antichi e importanti luoghi di culto della cristianità mondiale; culto che ebbe origine, secondo la leggenda, nel 493 quando in una grotta qui apparve Mi-Ka-El l’Arcangelo Michele; da allora, chiunque si recava in Terra Santa nel luogo della crocifissione del Cristo, di qui passava e compiva atti di purificazione del proprio animo, chiedendo redenzione per i propri peccati e compiendo, molto spesso, ascetiche veglie alle stelle. Giungere a piedi ancora oggi in un luogo così incredibilmente bello e spirituale, si riescono a provare sensazioni ed emozioni altrove difficilmente vivibili.

Raggiunti MONTE Sant’ANGELO si passa accanto ai ruderi del Castello medioevale per poi scendere lungo una serie di gradinate in pietra che portano a sfiorare l’ex Convento dei Cappuccini fino a raggiungere la piazza centrale tutta alberata e panoramica. Immediatamente sotto la piazza riprendiamo il cammino che porta ad attraversare alcuni tra gli angoli più caratteristici del paese con le sue basse case bianche sistemate a schiera che creano un fantastico labirinto in cui vanno ad intrecciarsi stretti vicoli ed archi rampanti. Risalendo verso il centro del borgo si transita nei pressi del complesso monumentale di S. Pietro, ove è collocata la Tomba di Rotari (antico re Longobardo); più su, un ampio slargo offre un sicuro riparo dalla forte calura estiva; spazio, questo, in cui si affacciano diverse botteghe artigiane. Da qui parte una gradinata realizzata in pietra che va a sbucare ai piedi della Torre angioina (a sezione ottagonale); al lato sinistro della torre c’è un cancello che permette l’accesso nell’atrio in cui si apre la facciata della Basilica di S. Michele con un doppio portale gotico che poggia su un basamento scolpito a figure leonine nel cui frontone è posta una nicchia contenente una statua marmorea del Santo.

L’accesso avviene attraverso il portale di destra e, come appena si varca l’uscio, si è subito proiettati in una incredibile ambientazione medioevale: una enorme scalinata (d’epoca angioina) scavata direttamente nella roccia scende precipitosamente verso il basso attraversando ambienti privi di luce, quasi bui, le cui pareti sono tutte affrescate con figure di Santi, mercanti e Cavalieri. Immagini, queste, che sono accompagnate da centinaia di frasi scritte in antichi linguaggi; remoti messaggi e citazioni (di saluti, di invocazioni, di preghiere, di imprecazioni) che ripercorrono un excursus storico dall’alba del Cristianesimo all’epoca dei “lumi”, lettere e parole compiute affiancate spesso da incomprensibili incisioni raffiguranti le mani. Più giù, compare sulla sinistra, un baldacchino trilobate con colonnine tortili contenente la statua in marmo di una Madonna con Bambino i cui occhi neri sono di una straordinaria penetrazione espressiva. La lunga gradinata (86 scalini) termina in un atrio, nella parte interna del Santuario: a sinistra vi è l’ingresso al Museo e a destra si apre una piccola corte porticata sul cui ciglio scorre una loggetta; a destra e a sinistra, antichi sarcofagi contenenti le spoglie mortali di nobiluomini e prelati. Di fronte si para una gradinata formata da sei scalini semicircolari che immettono a un grande portale marmoreo di fattura romanica con due enormi ante bronzee (realizzate a Costantinopoli nel 1076). Varcato l’ingresso, si para una enorme navata gotica divisa in tre campate e chiusa da una volta a crociera. A destra c’è l’altare di S. Francesco, giunto qui in pellegrinaggio nel 1216. Qualche passo ancora e sempre a destra si apre la grande spelonca, una sinuosa caverna la cui volta rocciosa si presenta irregolare e a differenti livelli.

Si perde nella notte dei tempi (V secolo) la prima apparizione dell’arcangelo Michele (“colui che sta presso il trono di DIO”) che segnalò la sua presenza per tre volte sul Gargano comparendo in visione al Vescovo di Siponto. Assunse un culto molto particolare il pellegrinaggio sul Gargano poiché andava ad incrociarsi coi ben più secolari viaggi religiosi verso Gerusalemme, per ripercorrere le “orme” del Nazareno; a Roma, per genuflettersi sui sepolcri dei fondatori della Chiesa, gli apostoli Pietro e Paolo; a San Giacomo (o Sant’Jago) di Compostella, pregando sulla tomba dell’apostolo che vide il Cristo “trasfigurato”.

Una rocambolesca caccia all’animale testimonio la 1a apparizione, nell’anno 490, della presenza dell’Arcangelo in queste contrade garganiche. Un potente signore chiamato Gargano, era padrone di numerose mandrie da pascolo. Un toro, al calar del sole, non rientrò più nella stalla e Gargano, muovendo alla sua ricerca tutti i servi e i bovari, lo trovò in cima alla montagna, fermo innanzi all’apertura di una grotta. Adiratosi per la fuga della bestia e senza esitare, scagliò contro quest’ultima una freccia avvelenata. Il dardo, come sospinto da una misteriosa forza, cambiò la sua direzione andando a colpire colui che aveva teso l’arco. I Sipontini, turbati ed impauriti, ebbero timore di avvicinarsi all’ingresso della grotta e cercarono spiegazioni al misterioso fatto, chiedendo cosa fare al loro Vescovo.

Il metropolita ordinò tre giorni di digiuno pregando intensamente Dio e per sapere come comportarsi. Al termine di questa prova apparve in visione al Vescovo l’Arcangelo del Signore Michele che disse queste parole: “…hai fatto bene a rivolgerti a Dio chiedendo ciò che gli uomini ignorano… Sappiate che il misterioso fatto dell’uomo che cadde colpito dalla sua stessa freccia, è accaduto per mio volere; io sono l’Arcangelo Michele e siedo sempre alla presenza del Signore e poiché ho deciso di custodire sulla terra questo luogo e chi vi dimora, con quel segno ho voluto dimostrare che tutto quanto ciò qui avviene, io sono il padrone e il custode… Non spetta a nessuno consacrare la Casa del Signore da me costruita in questa spelonca. Io l’ho eretta e la ho anche consacrata. A voi non resta altro che entrarvi e, sotto la mia protezione, frequentare questo luogo per pregare…”. Una chiesa scavata nella roccia, un antro buio e tenebroso, con queste motivazioni l’Arcangelo aveva voluto insegnare non tanto a ricercare e ad amare l’aspetto estetico del luogo ma a ritrovare la purezza all’interno dei propri cuori. Questi fatti sarebbero accaduti al tempo dei Bizantini, quando prese inizio il culto di S.Michele e all’affermazione del Cristianesimo sul Gargano, che portò gradualmente alla scomparsa di preesistenti riti pagani in questa zona ai margini della Daunia, con templi dedicati uno all’indovino Calcante e l’altro al culto di Esculapio, dio greco della medicina.

L’Arcangelo guerriero apparve una 2a volta (nel 650) intervenendo in favore dei Longobardi di Benevento (di cui Siponto era un possedimento) del duca Grimoaldo e che permise loro di vincere una importante battaglia nella guerra contro i Bizantini (provenienti da Napoli) che muovevano alla conquista del monte Gargano. I sovrani longobardi che succedettero a Grimoaldo continuarono a venerare l’Arcangelo, tant’è che S. Michele assunse una tale importanza che divenne il patrono di tutti i Longobardi ed il Gargano divenne il loro Santuario nazionale. San Michele fu addirittura dipinto sullo scudo di tutti i guerrieri e Re Cuniperto coniò una moneta con impressa la figura dell’Arcangelo armato di lancia e scudo. Più che guaritore di infermità fisiche, i longobardi adoravano S. Michele come principe delle milizie celesti e protettore del popolo.

San Michele tornò ad apparire una 3a volta e in questa sua comparsa consacrò definitivamente la sua dimora. I Longobardi, nel realizzare le opere architettoniche, ebbero l’accortezza di rispettare la naturale struttura del sito, cioè la Grotta; per loro era importante non modificare assolutamente quell’antro reso sacro da un evento soprannaturale. Questi già diedero accenno di agevolare il percorso dei fedeli realizzando una lunga galleria porticata contenente una gradinata che già allora veniva percorsa da un numero sempre maggiore di pellegrini.

Vennero infine i Normanni e continuarono ad avere gran devozione per S. Michele. Strinsero un legame affettivo col Santuario sul Gargano perchè rappresentò per loro un importante simbolo della terra nativa, ove esisteva un altro grande Santuario dedicato al culto dell’Arcangelo: quello di Mont Saint’Michael, fondato nel 708 e posto in cima a un isolotto della Normandia poco distante dalla costa, di cui è chiara l’ispirazione alla Grotta sul Gargano. Coi suoi scali marittimi la Puglia divenne uno dei territori di maggior importanza per il transito verso l’Oriente. Monte sant’Angelo venne così a trovarsi sul percorso delle milizie Crociate, di pellegrini e mercanti diretti in Terrasanta. I cavalieri Crociati provenienti da tutte le regioni d’Europa, recandosi a liberare il Santo Sepolcro, qui sostavano per effettuare la veglia d’armi e trascorrere la notte, in piena solitudine, pregando e accostandosi ai Sacramenti.

E così, osservando l’interno della Grotta possiamo scorgere, dalla sinistra, un primo altare (di S. Pietro); un secondo altare (del Crocifisso); un trono regale scolpito nel marmo; diverse statue e bassorilievi in pietra protette da teche trasparenti; un altare (con baldacchino) dedicato alla Madonna del Soccorso e, situato nel suo retro, una piccola insenatura nella roccia detta il Pozzetto nel cui interno, in una vaschetta, si raccoglieva la “stilla”, il gocciolio d’acqua che scendeva dalla roccia. Ecco, infine, il Sagrato che si presenta da sinistra con una Cattedra episcopale (dell’XI secolo) in marmo, finemente decorata e con lo schienale a cuspide; al centro, il Presbiterio con l’altare dell’Arcangelo e infine, al suo margine destro, una statua in pietra raffigurante il Santo “martire” Sebastiano. Tra i devoti più celebri che sono giunti fin quassù in pellegrinaggio alla Grotta, si ricordano l’abate di Cluny Odone; il monaco francese Bernardo di Chiaravalle; sovrani e imperatori come Ottone III, Enrico II, Federico II di Svevia e Carlo d’Angiò; santi e beati come Guglielmo (da Montevergine), Francesco d’Assisi, Alfonso dei Liguori e Anselmo; e infine, numerosi pontefici tra cui Leone IX, Celestino V e Giovanni Paolo II.

Termina qui il nostro trekking della tre giorni di cammino nelle terre del Gargano, in un’apoteosi di paesaggi incontaminati persi in un tempo senza fine, là dove natura e storia s’intrecciano in un misticismo che si rifà ad arcaiche tradizioni medioevali, in uno dei luoghi della cristianità mondiale ove, intimamente, sono riposti gli entusiasmi, le speranze, gli amori; strumenti, questi, che sono i cardini fondamentali di un cammino e di un’avventura vissuti profondamente in questo sito garganico. Luogo in cui tutti cercano di leggere i “segni” qui lasciati da altri prima di noi, di comprendere le emozioni che ci portiamo dentro e che, probabilmente, tracciano quei particolari “sentieri” che conducono all’incontro più intimo e, forse, più vasto con il Creato. (di ©Andrea Perciato)

“Biferi Rosaria Paesti”* ove le pietre “profumano di Rosa” (* Virgilio)

Quest’oggi andiamo a spasso attraverso millenni di storia in una delle località più belle, significative, suggestive e meglio conservate della Magna Grecia e dell’intero bacino mediterraneo: POSEIDONIA/PAESTUM. Il moderno edificio che ospita il MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE di Paestum fu inaugurato nel 1952. In esso vi sono stati raccolti, nel corso degli anni, tutti quei materiali e quelle suppellettili ritornati alla luce durante le campagne di scavi nella città pestana e nei dintorni; sia il Museo che l’area archeologica degli scavi sono visitabili con lo stesso biglietto d’ingresso.

Distribuito su più livelli con un piano interrato, una galleria inferiore ed una galleria superiore, in esso vi sono conservati capitelli in vario stile, forma e grandezza; metope in calcare, marmo, travertino e arenaria; frammenti di cornice; fregi con triglifi che raffigurano, in successione, tutta una serie di figure mitologiche tra cui Ulisse, i Dioscuri, Apollo, Artemide, Tytios, Herakles, Zeus, Elena, Ettore, Patroclo, Achille, Priamo, i Centauri, Anteo e la maga Medea. E poi ancora, frammenti di statue fittili e busti; frammenti di vasi; vasi bronzei e in terracotta; anfore e oggetti preziosi; monili dorati o bronzei come anelli, orecchini, collane, spille e bracciali; monete sia locali che della Magna Grecia; ex voto della Mater (madre) Hera; armi votive; vasellame di manufattura lucana e pestana; corredi tombali; ceramiche preistoriche e vasi medioevali; oggetti paleolitici e neolitici tra cui lame di selce, pugnali in rame, brocche; armature in bronzo con elmi, corazze e cinturoni; sculture policrome in terracotta; corredi nuziali con oggetti in oro, avorio e gemme preziose; pitture, affreschi marmorei e lastre tombali.

Il moderno edificio che ospita il MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE di Paestum fu inaugurato nel 1952. In esso vi sono stati raccolti, nel corso degli anni, tutti quei materiali e quelle suppellettili ritornati alla luce durante le campagne di scavi nella città pestana e nei dintorni; sia il Museo che l’area archeologica degli scavi sono visitabili con lo stesso biglietto d’ingresso.

Distribuito su più livelli con un piano interrato, una galleria inferiore ed una galleria superiore, in esso vi sono conservati capitelli in vario stile, forma e grandezza; metope in calcare, marmo, travertino e arenaria; frammenti di cornice; fregi con triglifi che raffigurano, in successione, tutta una serie di figure mitologiche tra cui Ulisse, i Dioscuri, Apollo, Artemide, Tytios, Herakles, Zeus, Elena, Ettore, Patroclo, Achille, Priamo, i Centauri, Anteo e la maga Medea. E poi ancora, frammenti di statue fittili e busti; frammenti di vasi; vasi bronzei e in terracotta; anfore e oggetti preziosi; monili dorati o bronzei come anelli, orecchini, collane, spille e bracciali; monete sia locali che della Magna Grecia; ex voto della Meter (madre) Hera; armi votive; vasellame di manufattura lucana e pestana; corredi tombali; ceramiche preistoriche e vasi medioevali; oggetti paleolitici e neolitici tra cui lame di selce, pugnali in rame, brocche; armature in bronzo con elmi, corazze e cinturoni; sculture policrome in terracotta; corredi nuziali con oggetti in oro, avorio e gemme preziose; pitture, affreschi marmorei e lastre tombali.

L’area archeologica degli SCAVI DI PAESTUM, con il lungo perimetro delle MURA, giacciono nella verdeggiante pianura solcata dai meandri del fiume Sele a settentrione, della vicina costa ad occidente, da Agropoli al promontorio di Tresino che nasconde Punta Licosa (l’antico Capo ENIPEO, cioè di Nettuno) a sud e dai primi contrafforti montuosi (Alburni, monti di Capaccio, Gelbison, ecc.) del Cilento a oriente. Si giunge a Paestum seguendo la strada SS n. 18 Tirrena Inferiore che da Battipaglia termina a Sapri. All’incrocio in prossimità delle mura, all’altezza dell’antica Porta Aurea, ove ora sorge una fresca fontana, è possibile scorgere sulla linea del verde orizzonte, l’antico perimetro urbano le cui grandezze e magnificenza si esprimono al variare della luce del sole, creando suggestive e particolari visioni man mano che il giorno cede il passo al tramonto.

Nel corso dei secoli la gente del posto indicava l’area come i “SEGGI di PESTO”. Le attuali rovine, che hanno reso celebre Paestum in tutto il mondo, consistono nella cerchia delle mura che racchiudono l’intero perimetro urbano della città antica con le porte che in essa si aprono, i templi, le vie, gli anfiteatri e il Foro; mentre tre sono gli ingressi che permettono di accedere e visitare gli scavi. Si propone di entrare dal varco settentrionale, quello in vicinanza del Museo lungo la Statale, all’altezza di quella Casina (che oggi funge da biglietteria d’ingresso) indicata fino al secolo scorso come Taverna Carducci.

Subito un filare di pini e profumati oleandri fanno da scenografia alla spianata ove si erge il cosiddetto Tempio Minore (o di Cerere) del VI secolo a.C. in puro stile dorico. In esso, però, veniva celebrato il culto di Athena. Questo tempio, eretto in omaggio a Cerere, fu così chiamato dagli antichi pestani poiché in molte famiglie della città si praticava l’agricoltura, vista l’enorme fertilità che riuscivano ad offrire i territori delle campagne circostanti. Alcuni studiosi, però, giudicano questa indicazione errata poiché pensano che l’edificio fosse dedicato a Dite (Afrodite), ovverossia a Plutone, dio delle ricchezze, fratello di Nettuno e genero di Cerere (per il ratto di Proserpina); Plutone fu anche detto Sorano o Quietale (da “quiete dei defunti”). Al deo Pluto si dedicavano statuette in terracotta, materiale che ha rivisto la luce durante i primi ripulimenti del tempio e le successive campagne di scavi. Il tempio si presenta con sei colonne per ciascun frontespizio incluse le angolari, mentre ha undici colonne sui lati lunghi. Il suo ingresso è dal fronte orientale e per alcuni gradini si accede al portico; da qui, per mezzo di un altro gradino, nel vestibolo del tempio. Sino alla fine del ‘700 questi templi giacevano in un pessimo stato sia per le continue inondazioni e l’impaludimento dei terreni, sia per gli effetti di lievi eventi tellurici (bradisismo) che hanno alterato, ripetutamente, la vicina fascia costiera. Gli edifici erano colmi di rottami, avvolti dalle spine dei rovi e dai tronchi d’albero, e a stento le mandrie al pascolo camminavano in mezzo a questi labirinti di pietra e vegetazione.

Poco sul retro ha subito inizio il nastro di pietre squadrate che caratterizzano il piano stradale della Via Sacra, una lunga arteria che attraversa il centro della città da N a S. Questa era la strada delle processioni religiose, ridata alla luce durante gli scavi del 1907. Larga nove metri, essa è pavimentata da grossi blocchi di calcare che conservano numerosi solchi ed è munita di marciapiedi sopraelevati (dai 30 ai 50 cm di altezza); il lastricato è di origini romane, ma il suo tracciato risale all’epoca greca. Questa via attraversa due zone ben distinte dell’antica città: l’area occidentale, che era tutta una schematica distribuzione di quartieri civili privati, con grandi case signorili, botteghe e alloggi per gli abitanti; e l’area orientale coi suoi quartieri religiosi e di interesse pubblico tra cui i templi, il Foro, le Terme, gli anfiteatri e la Curia. Comunque, è consigliabile dedicare il tempo disponibile per la visita alla parte orientale di Paestum, se non altro perché ci sono le cose più interessanti da vedere e i reperti sono meglio conservati.

Proseguendo nella visita sono possibili vedere, nell’area orientale della città, numerosi edifici d’epoca romana che evidenziano il carattere sacro della tipologia. E così, proseguendo lungo la Via Sacra e prima di giungere al Foro, entriamo nell’emiciclo dell’Anfiteatro Romano (o Pestano) collocato al centro della città; esso è un concavo circolare ricoperto dal prato e a ridosso dell’attuale strada Statale. Un’antica tradizione popolare del luogo indica l’anfiteatro col nome di “Fontanone” poiché qui, probabilmente, esisteva la pubblica fontana; collocazione provata dal fatto che l’acquedotto aveva questa direzione come confermata dai vuoti rinvenuti sotto il piano stradale.

Rientrando in direzione della Via Sacra, si lasciano una serie di botteghe appoggiate al muro greco del sacro recinto (o Témenos), e si costeggia una grande costruzione con in mezzo una cisterna d’acqua di fattura greca cinta da un portico (le basi marmoree delle colonne) che, probabilmente, doveva essere la piscina del Ginnasio. Da qui, prima di giungere al Foro, superate alcune botteghe si arriva al cosiddetto Tempio Italico (uno dei quattro esistenti a Paestum). Eretto intorno al 273 a.C. fu successivamente modificato (80 a.C.) e doveva essere, con molta probabilità, il Capitolium della città dedicato a Giove, Giunone e Minerva; esso si erge dall’alto di un podio preceduto da un’ampia gradinata ove è collocato un semplice altare di forma rettangolare.

Di fianco al tempio si apre un edificio a gradinate indicato, con molta chiarezza, come il Teatro Greco; ma è più probabile che esso era sì un teatro – o un luogo di incontri e riunioni – ma che però era di fattura lucana, la cui struttura si rifaceva a quella dei teatri greci. Eccoci dunque giungere finalmente nell’ampio spiazzo determinato dall’area del Foro, una spianata rettangolare (150 x 57 metri) che s’apre a settenrtione del Tempio Maggiore, sistemata dopo la conquista lucana e, successivamente, dopo l’arrivo dei Romani, in luogo della più antica agorà ellenica. Fiancheggiato da numerosi edifici sia pubblici che religiosi, ai lati di questo si aprivano anche una serie di botteghe lungo tutto il periplo e caratterizzato dal colonnato di un portico. Muovendosi verso S si superano altri ambienti tra cui il particolare edificio della Curia con semicolonne addossate alle pareti che racchiudono un’esedra, ove l’alternanza di sedili identificava un luogo per gli incontri e le riunioni.

Subito dopo si esce all’aperto e incamminandosi verso un immenso prato verde si parano, davanti, gli imponenti colonnati del Tempio Maggiore, la costruzione più grande esistente in Paestum, dedicato al culto di Nettuno dio del mare. Detto anche Poseidonion, questo magnifico edificio, con le sue colonne, gli architrave, i capitelli e vari altri particolari stilistico-decorativi, è degno della massima ammirazione poiché non solo è il più grande, ma è anche il meglio conservato di tutti i templi pestani; la sua costruzione è talmente così solida che sembra sia stata eretta per l’eternità. La pietra usata è il travertino locale impreziosito dalle incrostazioni calcaree del vicino fiume Sele che, col trascorrere del tempo, ha assunto una patina dorata che brilla d’intensità a seconda della rifrazione della luce solare. Ha la forma bislunga con due frontespizi uguali, ad E ed W, con sei colonne incluse le angolari, mentre dodici sono quelle sui lati lunghi.

Ma quello che subito risalta dal punto di vista stilistico, sono alcuni particolari accorgimenti tecnici tra cui le lievi convessità delle linee orizzontali e le colonne angolari, dalle sezioni ellittiche anzicchè circolari. Le colonne sono tutte senza le basi e contengono, ciascuna, 24 scanalature lungo le superfici e sono composte da quattro o cinque blocchi sovrapposti nella loro altezza complessiva. I Pestani, che erano espertissimi naviganti, vivevano la gran parte dei mesi in mare a pescare, e dall’elemento acqua traevano tutto il loro sostentamento sia nell’approvvigionamento che nel commercio: numerose sono state le monete ritrovate con l’effige di Nettuno. Questo, rappresenta il più perfetto stile di architettura dorica templare presente oggi al mondo, sia qui in Italia che in Grecia.

Oltre il Tempio di Nettuno, a mezzogiorno si erge la Basilica, così indicata dai primi archeologi del ‘700 e collocata nella parte meridionale della città. Esso è il più antico (ma diversi studiosi non concordano) tra i templi di Paestum. Eretto nella metà del VI secolo a.C. vi si adunava il Senato, si eseguivano i giudizi ed era il luogo dove i mercanti e i banchieri trattavano e discutevano dei loro affari. L’edificio ha una forma bislunga ed è distribuito con frontespizi di nove colonne ciascuno, incluse le angolari; mentre i lati lunghi presentano sedici colonne. Le colonne di questo edificio hanno la particolarità che nel mezzo, la loro sezione, cresce di circonferenza come una pancia o un rigonfiamento. Questo tempio è l’unico, a Paestum, che non ha mai avuto né frontoni, né un tetto di copertura, per cui esso assume l’esatta forma di un mastodontico parallelepipedo.

Si esce dall’area archeologica attraverso la Porta della Giustizia, nella parte meridionale della città. Qui, l’integra struttura di un’antica Torre a sezione quadra, facente parte del sistema difensivo delle mura, è stata tramutata in un ristorante tipico. Prendiamo ora in direzione del mare e seguiamo l’intero perimetro determinato dalle mastodontiche mura perimetrali e formate da monolitici blocchi squadrati in calcare, marmo e travertino. Proseguendo, si rasentano i resti dell’unica Torre a “sezione” pentagonale inglobata nella cinta e, subito dopo, si giunge in vista del bivio per il mare. Dall’incrocio si continua tenendosi sulla destra e seguendo, ora, il versante occidentale delle mura. Poco più avanti è possibile incontrare le tracce del basolato che determina l’antico manto stradale in prossimità della Porta Marina, priva di arco, ma rimasta intatta nel complesso sistema difensivo; accanto a questa, due torrette quadrate con una cilindrica (del VII secolo a.C.) molto più antica.

Il tratto occidentale delle mura termina presso un altro bivio (sulla sinistra si va per la strada litoranea) e si prende a destra seguendo, ora, il versante settentrionale delle mura su cui prospettano una serie di case. Giunti in prossimità dell’incrocio con la Statale, qui vi era collocata la Porta Aurea da dove passava la Via dei Sepolcri. Superata la Statale si prosegue in avanti, verso E, fiancheggiando ancora il braccio N delle mura che poi piega a destra fino a determinare la periferia orientale dell’antica città; in alto, su a sinistra, il monte Calpazio con il Santuario della Madonna del Granato. Qui, lungo questo lato, si ha la conferma di quanto grandi e possenti siano state, nel passato, queste mura; il loro spessore varia dai 5-7 metri di larghezza. In un arcano silenzio, interrotto saltuariamente dalla vicina ferrovia, eccoci pervenire a ridosso della Porta Sirena, la meglio conservata di tutte le porte pestane, che metteva in collegamento il decumano major fino a Porta Marina. Il suo arco (ben conservato) presenta un bassorilievo, scarsamente leggibile, nella chiave di volta e che raffigura una sirena; poco più avanti si volge a destra e si è sul versante meridionale delle mura.

Qui lo scorrere dei secoli ha saputo, più che altrove, conservare in maniera inalterata l’originaria fattezza costruttiva delle mura; due Torri a sezione quadra con tettoia si ergono dal candido profilo di blocchi restituendo quella particolare tecnica costruttiva e scenografica, vanto millenario dell’architettura greca e, successivamente, romana. Il periplo della cinta muraria pestana, lungo quasi 5 km, termina in prossimità dell’incrocio con la strada Statale determinato dai semafori. Da qui, poi, le vicine spiagge e la zona dei camping è facilmente raggiungibile (10 minuti di cammino) seguendo il lato S delle mura e proseguendo per la pineta in zona Torre di Paestum. (di ©Andrea Perciato)

“ANTECE” (monti Alburni, SA) il Dio guerriero scolpito nella roccia

Girovagando lungo i sentieri e le sterrate che attraversano in lungo e in largo l’immenso comprensorio degli altipiani carsici dei monti Alburni, non è raro imbattersi in stupefacenti sorprese tra cui spiccano, su tutte, quelle di un ambiente selvaggio e di una natura, a volte aspra e inospitale, ancora in continua evoluzione tra cui i fenomeni ipogeici di natura carsica come grotte, cavità ed inghiottitoi.

Ma una tra le “sorprese” più suggestive – quasi incredibili – dell’intero comprensorio alburnino, è quel grande masso eroso che reca scolpita, sulla sua superficie che prospetta verso Sud, una figura rupestre antropomorfa a grandezza naturale. Il masso è situato in zona Costa Palomba (1125 m), a 4 km da S. Angelo a Fasanella, in direzione Nord lungo la carrozzabile che collega il paese agli altipiani e, sul fronte opposto, a Petina.

Non è difficile aggiungere questo luogo così particolare. Dalla rotabile, basta seguire l’apposita segnaletica sistemata lungo il sentiero e, dopo aver attraversato una macchia boscosa caratterizzata da un sentiero ben sistemato (e attrezzato) con passamani e balaustre in legno, si esce allo scoperto su una cresta rocciosa da cui prospetta un bella veduta panoramica sui paesaggi circostanti, dalle creste sommitali degli Alburni alle vallate e i rilievi che si protendono verso la costa.

Siamo in prossimità della cima di Costa Palomba e a poche centinaia di metri sulla destra si erge, in una natura brullo-calcarea circondata da fitti boschi, questa “stele” posizionata in un particolare punto d’osservazione posto all’ingresso degli estesi altipiani il che lascia intuire, con molta probabilità, che il luogo in antichità doveva essere l’ideale sito per un insediamento di genti dedite alla pastorizia transumante oppure cacciatori isolati. Il rozzo bassorilievo, di difficile datazione storica, si ritrova qui scolpito (probabilmente inciso da qualcuno, ma non si sa da chi!) sulla viva roccia calcarea e rappresenta una figura dalle sembianze umane (il Dio guerriero “ANTECE”).

Descrivendone i particolari è possibile riconoscere una “figura” antropomorfa ricoperta da una corta tunica (una daga?) stretta in vita e da cui pende una spada. Con la mano destra questa “figura” regge un’asta (una lancia) che, alla base, poggia su una specie di scudo. Durante alcune campagne di scavo e diverse esplorazioni speleo-archeologiche condotte nel corso degli anni in collaborazione tra la Sezione del C.A.I. di Napoli e l’Università di Siena, ai piedi di questa imponente scultura sono stati ritrovati dei resti (cocci!) in ceramica i quali lasciano interpretare che qui, periodicamente, vi stanziava una comunità di pastori nomadi e che recassero con loro, durante i continui spostamenti, contenitori, olle e recipienti in terracotta smaltata; tracce, queste, che probabilmente lascerebbero inquadrare questa comunità al periodo dell’era del Bronzo (medio!).

Tenendo allora presente che il massiccio calcareo degli Alburni è situato in posizione strategica alla confluenza (o agli incroci) di importanti vie di comunicazione che collegavano la costa verso l’interno, diverse possono essere quei significati da attribuire al Dio Antece. Una tra le più fantastiche interpretazioni di questi “segni” incisi sulla pietra, datando presumibilmente la stele in un’epoca molto più recente (diciamo, oltre 2000 anni fa…!), potrebbero essere indicati come la testimonianza visiva di un abitante del luogo (pastore o contadino rifugiatosi tra i monti) residente ai piedi della montagna che, alla vista delle avanguardie (da “Antece” = colui che precede, colui che viene o passa per primo oppure, come interpretato dalle popolazioni locali “antico”) di un poderoso esercito guerriero abbia avuto paura e, sentendosi in pericolo, abbia deciso di cercare rifugio scappando tra i boschi dei vicini monti per nasconderci in cima a questa costa.

Nel realizzare questa scultura, infine, “egli” (l’autore del manufatto) non ha fatto altro che  “testimoniare” questo episodio, visto e vissuto personalmente, accaduto oltre due millenni fa (quasi come uno scatto fotografico del tempo!) lasciando ai posteri la facoltà di dinterpretare dubbi e perplessità sulle genti che transitavano per queste aspre catene montuose. Lasciamo aperta questa visione interpretativa all’immaginazione dei numerosi escursionisti e appassionati che visitano i monti Alburni e ascendono sui crinali di Costa Palomba; il “guerriero” Antece sarà sempre lì, al suo posto, pronto nuovamente a sorprendere e ad infondere dubbi, perplessità, interrogativi e – perchè no – lasciar spazio anche alla fantasia di ognuno. (di ©Andrea Perciato)